Sep 182014
 
Walter Benjamin, a Parigi nel 1939

Walter Benjamin, a Parigi nel 1939

Il cammino tecnologico è giunto a tal punto che basta avere un computer e una connessione internet per ammirare le più belle opere d’arte, facendo sì che spazio e tempo si identifichino con un presente che permette meglio raccogliere le memorie del passato.

Sicché, per assaporare i lavori di un dato pittore, basta giocare con i tasti del nostro pc e scegliere la meta, una meta che si rivelerà ai nostri occhi addirittura con didascalie, descrizioni, suggerimenti, informazioni varie. Il tutto comodamente da casa nostra, con la capacità, inoltre, di ampliare l’immagine ed entrare in minuzie che talvolta sfuggono.

Ma tale riproducibilità tecnica, seppur di grande aiuto nella comunicazione della cultura, è priva di un quid, priva, per dirla con Walter Benjamin (1892-1940), dell’aura, quella stessa aura mancante quando lui scriveva sulla diffusione della fotografia e del cinema nella prima metà del Novecento. Un concetto, a mio avviso, tuttavia valido.

“[…] L’autenticità di una cosa è la quintessenza di tutto ciò che, fin dall’origine di essa, può venir tramandato, dalla sua durata materiale alla sua virtù di testimonianza storica. Poiché quest’ultima è fondata sulla prima, nella riproduzione, in cui la prima è sottratta all’uomo, vacilla anche la seconda, la virtù di testimonianza della cosa. Certo, soltanto, questa; ma ciò che così prende a vacillare è precisamente l’autorità della cosa.
Ciò che vien meno è insomma quanto può essere riassunto con la nozione di «aura»; e si può dire: ciò che vien meno nell’epoca della riproducibilità tecnica è l’«aura» dell’opera d’arte. Il processo è sintomatico; il suo significato rimanda al di là dell’ambito artistico.
[…]
Moltiplicando la riproduzione, essa pone al posto di un unico evento una serie quantitativa di eventi. E permettendo alla riproduzione di venire incontro a colui che ne fruisce nella sua particolare situazione, attualizza il riprodotto.” (1)

Ché solo “vedendo” un’opera d’arte nella propria tangibilità fisica e, magari, nello spazio per cui è stata creata, solo allora si riuscirà a entrare nello studio di una “creazione” in cui l’aura che la identifica si manifesta e percepisce. Chiaramente non sempre è possibile, cosicché l’aiuto offerto dai nuovi mezzi di comunicazione può avvicinarci a quelle testimonianze storiche che dovrebbero far parte del nostro bagaglio formativo.

Eppure la tecnica, come accennavamo prima:

“[…] può, mediante la fotografia, rivelare aspetti dell’originale che sono accessibili soltanto all’obiettivo, che è spostabile e in grado di scegliere a piacimento il suo punto di vista, ma non all’occhio umano, oppure con l’aiuto di certi procedimenti come l’ingrandimento o la ripresa al rallentatore, può cogliere immagini che si sottraggono interamente all’ottica naturale.” (2)

Jean-Baptiste Chardin, La lavandaia, 1734 ca.

Jean-Baptiste Chardin, La lavandaia, 1734 ca.

Il quadro in questione, quello di sopra di Jean-Baptiste Chardin (1699-1779), La lavandaia, del 1734 ca., è dunque solo una scusa – potrebbe esser stato un altro – per comprendere la testimonianza di Benjamin, un lavoro, quello del francese, che parla di una quotidianità storica del XVIII secolo.

La scena a sfondo familiare ha l’abilità di metterci in ascolto, un ascolto “osservativo” che prende anima e corpo, isolandoci dal nostro tempo e trasportandoci in un mondo che non poche connessioni ha con il nostro presente, un gioco di rimandi che agevola un dialogo fra tela e spettatore, fra un’energia – aura – che viene dall’ieri e la nostra, quella dell’oggi tecnologico.

Jean-Baptiste Chardin, La lavandaia, 1734 ca., particolare

Jean-Baptiste Chardin, La lavandaia, 1734 ca., particolare

Il racconto si svolge all’interno di una umile casa, dove due donne, prese in diversa prospettiva, sono attente ai loro lavori domestici, mentre un bambino gioca con bolle di sapone – ci ricorda un altro suo lavoro dello stesso periodo, 1733-’34 ca. appunto Bolle di sapone – , e un gatto abbellisce ancor più l’insieme. Un dipinto pieno di particolari che gli conferiscono una preziosità davvero unica e singolare che può meglio esser analizzata se lo ampliamo grazie alle nuove tecniche.

Sovviene alla mente, fra l’altro, La lavandaia di Giacomo Ceruti, più o meno coevo, 1736 ca.

*****

– 1. Walter Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Einaudi, 1998, kindle pos. 100 e segg.
– 2. Walter Benjamin, op. cit., kindle pos. 88 e segg.

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Feb 182014
 

La questione è la seguente: le biblioteche, lo ripetiamo fino alla noia, sono stimolo ed energia per lo sviluppo culturale di un Paese, senza biblioteche la storia di un popolo è zoppa, manca di quella sostanza che lo muove avanti coscientemente.

Nella società moderna, il libro è un elemento essenziale dello sviluppo. Tutto l’accidentato cammino che ha seguito il genere umano per giungere al suo stato attuale di progresso, è contenuto nei libri. Tutto ciò che può motivare il suo ingegno per continuare a esercitare i suoi talenti, è anche in questi.” (1)

Biblioteca Nacional de Chile

Biblioteca Nacional de Chile

Orbene, l’autobus 403 mi porta in meno di mezz’ora da casa mia, nel quartiere Ñuñoa, proprio davanti al bellissimo edificio della Biblioteca Nacional de Chile, nella via che ricorda il “Libertador Bernardo O’Higgins”. Un percorso fra le vie poco affollate di una Santiago del Cile che assapora una calda estate: febbraio qua è l’agosto italiano!

Salgo le larghe scalinate delineate da alte colonne di ordine composito, entro, mi ritrovo in un ambiente prettamente neoclassico, un gusto che mi appartiene. Chiedo informazioni, mi accompagna la bibliotecaria Paulina Olivos Opazo, mi dà notizie generali dell’edificio, mi propone la lettura di vari testi per meglio entrare nelle dinamiche del passato, della sua formazione e della prima raccolta di libri, nel 1813, proprio quando Cile lottava per diventare repubblica, inseguendo un cammino tutto suo, rompendo con la dominazione spagnola, un gesto, quello di creare una biblioteca, che potrebbe simbolizzare il voler essere indipendente e iniziare a raccogliere la propria storia. Quello è l’anno della fondazione della Biblioteca Nacional, non ancora però nell’edificio di oggi, in cui passerà i suoi volumi solo a fine costruzione, 1925.

Biblioteca Nacional de Chile, sala Gabriela Mistral, inizi anni '80

Biblioteca Nacional de Chile, sala Gabriela Mistral, inizi anni ’80

E, in effetti, il 1813, il 10 agosto, data l’apertura al pubblico dell’allora piccola realtà, una realtà rivolta non solo agli studiosi, ma soprattutto al pubblico in generale, persone da educare, alfabetizzare, abituare alla lettura. Dirà D. Mariano Egaña, allora ventenne, all’inaugurazione:

Cittadini tutti: una grande biblioteca, superiore agli scarsi ricorsi di questo paese, vi apre il Governo con tutti gli strumenti per la vostra illuminazione, entrate, approfittate di ciò che sapevano i nostri anziani e quello che anticipa il nostro secolo.” (2)

Più avanti aggiunge:

Artisti, naturalisti: là troverete anche modelli, macchine e strumenti per il vostro lavoro, le arti e le scienze.” (3)

Cammino per le sale, girovago senza un apparente senso, poche le persone che leggono, per lo più sono di avanzata età: ma è piena estate! Mi rassicurano che durante il periodo scolastico i ragazzi affollano le sale, attenti nei loro studi e nelle loro ricerche, la biblioteca si anima con il loro simpatico parlottio. Le statistiche che mi fornisce gentilmente Paulina dicono che nel 2013 sono entrate più di 200.000 persone, nello stesso tempo in cui le visite al sito internet Memoria Cilena e correlati furono oltre 66.000.000, scaricando ben oltre 25.000.000 di documenti: cifre di una certa importanza, cifre che connotano la voglia di sapere di uno Stato di circa 17.000.000 di abitanti.

Mi sento in Europa, come fossi a casa mia, fra mura che parlano le più disparate lingue, fra testi che spaziano fra le più diverse materie dell’ingegno umano: i volumi che contengono queste stanze sono 2.000.000, alcuni ancora da catalogare.

Biblioteca Nacional de Chile, sala José Toribio Medina

Biblioteca Nacional de Chile, sala José Toribio Medina

La sala dedicata a José Toribio Medina, che nel 1925 donò la sua pregiata collezione, coinvolge i miei sensi, mi avvolge con il suo fascino. Libri, mappe, scaffali colmi di atavico sapere: è pane per i miei denti abituati a masticare pagine e memorie. 35.000 titoli, uno dei fondi bibliografici a tema coloniale più importanti del Cile, forse del Sud America, una raccolta che contiene i più validi documenti sicuramente dell’intero edificio.

Mi siedo in una delle belle sedie di legno – tutta la sala è di eccellente legno, tutti e tre i piani -, lui, Don José, mi guarda dai due ritratti che ho a destra e a sinistra, posso quasi annusare l’odore dei sigari che lui amava fumare (4), mentre un dolce ticchettio scandisce un tempo che pare dialogare con il presente. Socchiudo gli occhi, respiro aria ancestrale, quell’aria tipicamente culturale dei primi decenni del Novecento, e in effetti l’ambiente ha tanto dell’architettura di quel periodo.

Girovago ancora un po’, su e giù per le scale. Grande, l’edificio è grande, quasi mi perdo per le varie sale, i vari uffici, le varie aree, fra le riviste della sala Pablo Neruda, l’Archivo del escritor, la Colección Chilena e tante altre ancora fra cui l’Archivo de literatura oral y tradiciones populares in cui si conserva la testimonianza viva e vibrante della storia locale. Qua si può sbirciare un fumetto, ascoltare un cd, sfogliare un giornale o un qualsiasi quotidiano, si può bisbigliare a bassissima voce che il vicino sta traducendo un testo dal latino o che una ragazza sta copiando un poema d’amore di Neruda o finanche che uno sconosciuto studioso italiano è affannato a indagare le leggende del popolo Mapuche.

Biblioteca Nacional de Chile, sala Gabriela Mistral

Biblioteca Nacional de Chile, sala Gabriela Mistral

I giochi si fanno sempre più piacevoli quando entro nel salone della poetessa Gabriela Mistral, una zona dedicata alla lettura, dove si va per immergersi nel testo, dove la luce è così ben studiata che agevola la riflessione e aiuta a meglio considerare l’enorme importanza che ha la biblioteca per il popolo cileno.

Constato con soddisfazione che Cile è una realtà che palpita di vita, che ha voglia di affrontare a testa alta il secolo appena iniziato, ma ha altresì desiderio di scoprire il proprio passato, una memoria che non vuole lasciare nel dimenticatoio, di cui la Biblioteca Nacional è strumento indispensabile e imprescindibile di deposito e trasmissione.

*****

-1. Sergio Martínez Baeza, Biblioteca Nacional, Ed. Dirección de bibliotecas, archivos y museos, 1982, pag. 11 (trad. di Gaspare Armato).
– 2. Sergio Martínez Baeza, Biblioteca Nacional, op. cit., pag. 18 (trad. di Gaspare Armato).
– 3. in Mapocho, Revista de Humanidases, Ed. Dirección de bibliotecas, archivos y museos, n. 73, Primer semestre de 2013, pag. 12 (trad. di Gaspare Armato).
– 4. Revista Pat, Ed. Dirección de bibliotecas, archivos y museos, n. 56, invierno 2013, pag. 24.
– seconda immagine: primi anni ’80, sala dedicata a Gabriela Mistral, tratta da: Sergio Martínez Baeza, Biblioteca Nacional, op. cit., pag. 107.

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Jan 262014
 

Sembrerà banale affermarlo, Colombo (1451-1506) non sarebbe approdato sulle coste della futura America, se non avesse viaggiato e sfidato le credenze del tempo. Gli esploratori portoghesi del XV secolo non avrebbero dato i nomi alle nuove terre se non avessero forzato i limiti della conoscenza. Ancor più, Magellano (1480-1521) non avrebbe circumnavigato il globo se non avesse avuto la spinta interiore di andare oltre il sicuro, il noto, portando nell’attraversata la sua esperienza. Questo per quanto riguarda l’età da noi studiata, la moderna.

Jan Bruegel, Paesaggio con viaggiatori, seconda metà XVI sec.

Jan Bruegel, Paesaggio con viaggiatori, seconda metà XVI sec.

Vogliamo andar avanti?

Sulle nostre tavole non ci sarebbero le patate, il peperoncino, il mais se qualcuno, per curiosità, per indagine, per interesse per non li avesse imbarcati in uno dei vascelli diretti verso l’Europa, così come non avremmo conosciuto gli indigeni del nord America se John White non avesse visitato l’odierna Nord Carolina. Non avremmo “visto” certa flora e fauna del sud America se Maria Sybilla Merian non fosse andata in Suriname a disegnare piante e insetti poco noti nel Seicento.

Insomma, per quanto ovvio e logico possa sembrare alla luce della nostra concezione contemporanea della vita, i viaggi sono stati, e sono ancora in un certo qual senso, la forza motrice della nostra civilizzazione, della nostra crescita. L’incontro e incrocio di culture differenti potrebbe essere indicato come punto di forza per lo sviluppo dell’umanità.

Vengono per associazione di idee immediatamente in mente i 15.000 km. del ben famoso viaggio di Marco Polo (1254-1324), un lungo cammino da Venezia a Pechino che avrebbe portato notizie di popoli e mondi lontani (»»qua Il Milione da ascoltare), in quel Medioevo età precorritrice dei grandi viaggi dei secoli successivi.

Non bisogna altresì dimenticare che il nostro Paese fu meta preferita di artisti e letterati del Settecento e dell’Ottocento – certamente non solo di quei secoli -, basta ricordare al Goethe scrittore, al Winckelmann scopritore di Ercolano e Pompei, a Johann Jacob Volkmann anch’egli scrittore, a Guy de Maupassant ammiratore della Venere di Siracusa, fra i tantissimi, personaggi alla ricerca delle impronte del passato per completare il loro percorso di studi, quel Grand Tour a cui tutti, aristocratici e non, aspiravano, e che poteva durare da pochi mesi ad anni interi.

L’Italia senza la Sicilia, non lascia nello spirito immagine alcuna. È in Sicilia che si trova la chiave di tutto […] La purezza dei contorni, la morbidezza di ogni cosa, la cedevole scambievolezza delle tinte, l’unità armonica del cielo col mare e del mare con la terra… chi li ha visti una sola volta, li possederà per tutta la vita […]”. (1)

Vuoi in carrozza, vuoi a cavallo, vuoi in barca, percorrevano, in condizioni per noi poco comode, le strade e le campagne di mezza Europa, ritraendo con i colori con la matita con la scrittura gli aspetti più bizzarri e interessanti di paesaggi e costumi che colpivano la loro attenzione, prodotto per ricordare e far conoscere le loro peregrinazioni.

Goethe ammirando il Colosseo, Jakob Phillip Hackert, 1790 ca.

Goethe ammirando il Colosseo, Jakob Phillip Hackert, 1790 ca.

Si accavallano i decenni, passano i secoli. I viaggi restano ancora oggi un modo per incontrare “l’altro” e andar oltre le frontiere patrie della mentalità e delle proprie tradizioni. Scriveva Bruce Chatwin (1940-1989), autore britannico di racconti di viaggi, nel suo Anatomia dell’irrequietezza:

Il viaggio non soltanto allarga la mente: le dà forma.” (2)

Lo stesso autore che in un’altra sua opera annotava:

Non riescono a star fermi [gli sherpa], e nella terra degli sherpa, ogni pista è contrassegnata da cumuli di sassi e bandiere da preghiere, messi lì a rammentare che la vera casa dell’Uomo non è una casa, ma la Strada, e che la vita stessa è un viaggio da fare a piedi” (3),

quasi a dire che l’essere nomadi è insito nel DNA di noi umani.

Oggigiorno la tecnologia ha accorciato le distanze, attenuato le incertezze, ha eliminato i possibili pericoli, si sa già a che cosa si andrà incontro, il viaggio sembra, per alcuni, più una ricerca interiore, una sfida con sé stessi.

Una maniera, il “girovagare”, per entrare nelle dinamiche contemporanee di un mondo che oramai appare senza più confini fisici territoriali, un mondo alla portata di tutti, e ancor più con le immense possibilità che offre internet, fra cui quella di poter viaggiare e lavorare nello stesso tempo, un nomadismo che, nell’accezione moderna, diventa digitale (»»qua).

Prima del viaggio si scrutano gli orari,
le coincidenze, le soste, le pernottazioni
e le prenotazioni (di camere con bagno
o doccia, a un letto o due o addirittura un flat);
si consultano le guide Hachette e quelle dei musei,
si cambiano valute, si dividono
franchi da escudos, rubli da copechi;
prima del viaggio s’informa
qualche amico o parente, si controllano
valige e passaporti, si completa
il corredo, si acquista un supplemento
di lamette da barba, eventualmente
si dà un’occhiata al testamento, pura
scaramanzia perché i disastri aerei
in percentuale sono nulla;
prima del viaggio si è tranquilli ma si sospetta che
il saggio non si muova e che il piacere
di ritornare costi uno sproposito.
E poi si parte e tutto è O.K. e tutto
è per il meglio e inutile.

E ora, che ne sarà
del mio viaggio?
Troppo accuratamente l’ho studiato
senza saperne nulla. Un imprevisto
è la sola speranza. Ma mi dicono
che è una stoltezza dirselo.” (4)

E allora un viaggio potrebbe iniziare così:

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*****

– 1. Johann Wolfgang von Goethe, Viaggio in Italia, Mondadori, 2004.
– 2. Bruce Chatwin, Anatomia dell’irrequietezza, Adelphi, 2012.
– 3. Bruce Chatwin, Che ci faccio qui?, Adelphi, 1990.
– 4. Eugenio Montale, Prima del viaggio, in Satura (1962-1970).

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Nov 212013
 

Inghilterra e Rivoluzione industriale, XVIII sec.


Nei giochi economici che l’uomo ha creato, i bisogni rivestono una parte importante per lo sviluppo della società, bisogni che, – talvolta ma non sempre – motore di spinta per le innovazioni, hanno dato vita al materialismo nel quale stiamo vivendo.

Un argomento, uno dei tanti di questo ebook, che ci aiuta a capire l’importanza dei giochi economici in un’economia sempre mutevole e varia, che oramai interessa l’intero globo, prodotto della Rivoluzione industriale inglese del Settecento.

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Oct 282013
 

Certo un oggetto può piacere anche per se stesso, per la diversità delle sensazioni gradevoli che ci suscita in una percezione armoniosa; ma ben più spesso il piacere che un oggetto ti procura non si trova nell’oggetto per se medesimo. […] Nell’oggetto, insomma, noi amiamo quel che vi mettiamo di noi, l’accordo, l’armonia che stabiliamo tra esso e noi, l’anima che esso acquista per noi soltanto e che è formata dai nostri ricordi.” (1)

Li abbiamo accanto, li adoperiamo, li conserviamo, li puliamo, li regaliamo, li portiamo con noi, a volte non ci rendiamo conto della loro importanza, sono quegli oggetti con i quali conviviamo e che fanno parte in modo “intimo” della nostra vita.

Oggi come ieri come l’altro ieri, vari sono i prodotti della nostra creatività (vedi articolo »»qua) che ci accompagnano, dal telefonino all’auto, dal portachiavi all’orologio da polso, dall’anello al dito alla sciarpa per ripararci dal freddo, manufatti che hanno rappresentato e rappresentano l’evoluzione dell’umanità, quel cammino che dalla ruota ci ha portato al personal computer.

La fotografia e i video ci hanno permesso in questi ultimi decenni tramandare la loro storia e prendere “visione” di come erano, dei cambi avvenuti, delle modifiche, dei perfezionamenti (ne abbiamo accennato »»qua).

E allora, perché non domandarci che cosa adoperavano i nostri trisavoli duecento o trecento o cinquecento anni addietro? A parte le descrizioni che possiamo trovare in certe cronache o nella corrispondenza o in documenti notarili, e via dicendo, in aiuto ci viene altresì la pittura, quegli artisti che hanno rappresentato la loro quotidianità, fornendo una chiave di lettura della relativa epoca storica.

Ebbene, divertiamoci ad analizzare superficialmente qualche dipinto, individuando quegli utensili che caratterizzavano i decenni in questione.

Occhiali

Occhiali

Partiamo dagli occhiali: nell’immagine a sinistra il Cardinale Ugone da Provenza (1200-1263), ritratto da Tommaso da Modena, siamo intorno il 1352, mentre a destra un Apostolo che legge con occhiali, dettaglio tratto da La morte della Vergine del pittore austriaco Maestro di Heiligenkreuz, inizi XV sec., due delle prime testimonianze sugli occhiali.

*****

Pieter Bruegel il Vecchio, Lotta tra Carnevale e Quaresima, 1559

Pieter Bruegel il Vecchio, Lotta tra Carnevale e Quaresima, 1559

Sbirciamo ora questo dipinto di Pieter Bruegel il Vecchio, Lotta tra Carnevale e Quaresima, 1559, in cui possiamo dettagliare una gran quantità di oggetti che si adoperavano nel Cinquecento fiammingo: in alto a sinistra l’insegna della locanda, quasi nel centro del quadro una donna che attinge acqua presso un pozzo pubblico grazie a una carrucola, in alto a destra alcuni ragazzi giocano con trottole, tipico intrattenimento dell’epoca. E ancora: ceste, anfore, imbuti, botti, contenitori di tutti i tipi, così come alcuni strumenti musicali (a sinistra).

*****

Anziana friggendo uova, Diego Velazquez, 1618

Anziana friggendo uova, Diego Velazquez, 1618

Facciamo un salto temporale ed entriamo nel Seicento con questo bel quadro dello spagnolo Diego Velazquez, Anziana friggendo uova, del 1618. Ecco, possiamo “vedere” come si preparavano delle uova in piena epoca barocca, un gesto valido ancora oggi. Non manca la cipolla; una decina gli utensili a portata di mano.

Le cose esistono solo grazie ad una creazione che di continuo si rinnova”, dice Marcel Proust ne Il tempo ritrovato. Cosicché andiamo avanti negli anni e “ritroviamoci” in pieno XVIII secolo.

*****

Jean-Baptiste Chardin, La lavandaia, 1740 ca.

Jean-Baptiste Chardin, La lavandaia, 1740 ca.

Il Settecento è tuttavia un secolo legato al passato, sarà la Rivoluzione francese a rompere con l’Ancien Régime e dare una svolta alla vita quotidiana, alla vita sociale, a nuovi modi di affrontare la “modernità” che si avviava, di lì a poco, con i Boulevards e i Passages, e certamente con la Rivoluzione industriale. Non sarebbe vano ricordare che la lavatrice fu sviluppata dopo la fine della Seconda guerra mondiale, mentre una volta il ruolo di lavare i panni veniva riservato alla lavandaia, sebbene sembra che un primo tentativo di meccanizzazione si abbia avuto proprio a fine XVIII secolo.

Jean-Baptiste Chardin ce lo ricorda in questa tela del 1740, La lavandaia, scena a sfondo familiare, che dovrebbe portarci a riflettere sul progresso avvenuto in questi ultimi decenni.

*****

-1. Luigi Pirandello, Il fu Mattia Pascal, Mondadori, 2001, cap. IX.

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Oct 112013
 

L’istruzione non sparge semi dentro di noi,
ma fa sì che i nostri semi germoglino.
(1)

Il concetto è sempre lo stesso, la scuola deve favorire lo sviluppo dei giovani, deve agevolare la crescita e l’evoluzione delle loro tendenze, delle loro aspirazioni, deve, in poche parole, far sì che si compiano le loro vocazioni, vuoi letterarie, artistiche, e via dicendo. Ma la nostra organizzazione sociale è fondata su propositi ancora legati alla Rivoluzione industriale del Settecento, su fini per lo più materiali, tralasciando la parte emotiva, fantasiosa, creativa.

Lo dice bene Sir Ken Robinson in questo video:

Bisogna rompere i vecchi paradigmi con i quali siamo cresciuti, andare oltre le vecchie idee, offrire ai ragazzi la possibilità di giocare con le proprie ambizioni, favorendo e fornendo loro ciò che possa aiutarli, eliminando per prima cosa i “giudizi” e le valutazioni poco incoraggianti.

Perché la scuola sembra esser oggi:

“… quell’esilio in cui l’adulto tiene il bambino fin quando è capace di vivere nel mondo degli adulti senza dar fastidio.” (2)

È ancora illuminante Ken Robinson quando ci invita a “uscire dalla valle della morte educativa” odierna, stimolando, fra l’altro, il potere dell’immaginazione e della creatività:

E tutto parte dal coinvolgere lo studente nella propria inclinazione, nella propria passione, metterlo ancor più nella propria curiosità, aiutandolo a comprendere come crescere, anche spiritualmente, nel migliore dei modi. Una scuola, in poche parole, più individuale, personale, una istruzione attenta al particolare, al talento del singolo.

E nel processo interviene anche la famiglia, la società in generale, il luogo dove il ragazzo matura, che hanno il compito di dare una mano nel rimuovere, prima di tutto, pregiudizi preconcetti tabù, forme negative di pensiero, parzialità…

Che lo studio sia importante, importantissimo, su questo non si discute, ma non bisogna considerare l’apprendimento come un processo industriale, non si possono sformare laureati come fossero lastre di ferro o macchine, uno Stato non deve basare la propria evoluzione dalla quantità di dottori e avvocati che ogni anno raggiungono la loro meta, o dal numero di ingegneri e architetti, nel momento in cui buona parte di costoro hanno studiato per compiacere al padre alla famiglia alle tradizioni, o calcolato a priori che un medico guadagna economicamente più di un agricoltore (!) o un idraulico è valutato socialmente (sic) meno che un notaio. In tutto ciò, dove risiede la felicità e la gioia di apprendere per appagare la curiosità e sviluppare le proprie attitudini?

*****
– 1. Kahlil Gibran, Massime spirituali, Newton Compton, 1993.
– 2. Maria Montessori, citato in Claudio Nutrito, I due magnifici insolenti, Effepi Libri, 2011, p. 68.

John Frederick Lewis, Scuola araba, XIX sec.

John Frederick Lewis, Scuola araba, XIX sec.

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Sep 212013
 

Charles Lutwidge Dodgson (1832-1898), in arte Lewis Carroll, vissuto in Epoca Vittoriana, fu un matematico britannico che si divertiva a scrivere e creare personaggi, fra cui White Rabbit (1862), ovvero Coniglio Bianco, ovvero ancora Bianconiglio, che appare ne Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie (1865), un simpatico personaggio con un panciotto.
Che cosa c’entra Carroll, la matematica e il suo Bianconiglio con noi?

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Grazie a lui, Alice scopre un “mondo pieno di stranezze”, grazie alla curiosità, grazie ancora all’attenzione verso i piccoli eventi quotidiani.

Non ho tempo”, e guardiamo l’orologio.
È tardi”, e guardiamo l’orologio.
Non ora, dopo”, e guardiamo l’orologio.
Oddio, sono le sette”, e guardiamo l’orologio.

Insomma, senza orologio non possiamo vivere!
Ma nell’era del telefonino, serve ancora l’orologio, l’orologio come lo intendevamo una volta, da mettere al polso e guardare spesso per i nostri affanni quotidiani? Già, perché l’ora la possiamo ben leggere nel display del nuovo aggeggio che da qualche decennio abbiamo sempre a portata di mano, più preciso, senza bisogno di dargli la “corda”, così almeno fanno i giovanissimi e i giovani, mentre quelli di una certa età, forse, siano ancora legati alle lancette.

Cosimo I de’ Medici, Maso di San Friano, XVI sec.

Immagino Cosimo I de’ Medici (1519-1574), con quell’innovativo apparato in mano pensare essere un “uomo tecnologico”, con ciò che potrebbe essere stato uno dei primi esempi – non il primo – di orologio da tasca; siamo a metà del XVI secolo, epoca di un Rinascimento che oramai inizia a consumarsi, pur restando quell’influenza che perdura ancora oggi.

Bottega orologiaia, Jan van der Straat, XVI sec.

Sembra che Norimberga e Asburgo siano state città da cui provenivano, nel Cinquecento, buoni aggeggi (1), e proprio di Norimberga era Peter Henlein (1485-1542), abile artigiano che si divertiva a giocare con questi meccanismi. Orologi che, appesi con una catenella o un nastro al collo o agli abiti, segnavano solo l’ora, non ancora i minuti, che doveva essere “attualizzata”.

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Anche un orologio fermo segna l’ora giusta due volte al giorno” (2): l’ispettore di polizia Jacques Clouseau – inizialmente interpretato da Peter Seller -, che ricordiamo in una famosa serie cinematografica, aveva bisogno, per prendere l’assassino, di sincronizzare gli orologi nell’epoca in cui ancora non erano pronti quelli al quarzo, venuti poi a fine anni Sessanta.

Magia, pura magia potrebbe sembrare lo scorrere del tempo, qualcosa di soprannaturale, divino.
E la sapeva lunga il filosofo Paul-Henri Thiry d’Holbach (1723-1789), collaboratore dell’Encyclopédie di Diderot e D’Alembert, quando annotava, in piena epoca illuminista, sotto pseudonimo di Jean-Baptiste Mirabaud:

«Chiedete a un selvaggio che cosa fa muovere il vostro orologio: vi risponderà: “Uno spirito”.
Chiedete ai nostri savi che cosa fa muovere l’universo: vi risponderanno: “Uno spirito”.» (3)

Non bisogna pur dimenticare l’importanza “urbana” che gli orologi hanno avuto nella vita quotidiana, dal Medioevo al Rinascimento in poi, come quello della Torre Civica di Chioggia o quello di Bassano del Grappa, i cui rintocchi regolavano le attività lavorative e perfino la chiusura e apertura delle porte cittadine. Qualcuno di essi ancora funzionante.

Giocherelliamo con i secoli, saltiamo in piena Rivoluzione francese.
Mentre Luigi XVI (1774-1792), ammiratore di Abraham Louis Breguet (1747-1823), famoso orologiaio svizzero – l’azienda produttrice di orologi di lusso da lui fondata esiste ancora oggi -, aveva la passione di smontare e rimontare orologi, e Maria Antonietta (1755-1793) li collezionava, Antoine Favre-Salomon (1734-1820), ginevrino, inventava, nel 1796, un marchingegno da tasca con un meccanismo musicale incorporato (carillon), si diffondeva ancor più la “mania” per le collezioni di tali macchine.

L’orologio che “suona” per associazione di idee ci porta immancabilmente nel west, in una famosa scena finale di un film a direzione italiana (4):

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Per concludere, ma non per finire, ricordare che alla base di tutto c’è lui c’è Kronos, il tempo:

“[…]

Ogni anno sta diventando più breve,
sembra di non trovare mai il tempo,
progetti che l’un l’altro si risolvono in nulla
o in una mezza pagina di righe scribacchiate.
Aspettare in una quieta disperazione
è alla maniera inglese.
Il tempo se n’è andato, la canzone è finita,
pensavo di avere ancora qualcosa da dire.

[…]” (5)

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*****
– 1. Carlo M. Cipolla, Le macchine del tempo. L’orologio e la società (1300-1700), il Mulino, 2011.
– 2. Hermann Hesse, Il giuoco delle perle di vetro, Mondadori, 2000.
– 3. Paul-Henri Thiry d’Holbach, Il buon senso, 1772, pensiero n. 20.
– 4. Per qualche dollaro in più, Sergio Leone, 1965.
– 5. Pink Floyd, Time in The dark side of the moon, 1973.

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Sep 152013
 

«- Lo sai perché mi piace cucinare?
– No, perché?
– Perché dopo una giornata in cui niente è sicuro, e quando dico niente voglio dire niente, una torna a casa e sa con certezza che aggiungendo al cioccolato rossi d’uovo, zucchero e latte l’impasto si addensa: è un tale conforto!» (1)

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Bon appétit!

La storia del cibo è sicuramente una delle più affascinanti, tradizioni legate alla memoria di ciascuno di noi, tradizioni che sembrano restare immutate nel tempo e che si evolvono lentamente, almeno fino a qualche decennio fa. Pasti, la colazione il pranzo la cena, parte del nostro quotidiano vivere e ripetuti giornalmente, talvolta dimenticando la provenienza di certe consuetudini.

In questi ultimi anni il boom dei blog e dei siti dedicati alle ricette culinarie è cresciuto in maniera esponenziale, chi si occupa di dolci, chi di primi piatti, chi di secondi, chi di sole torte, un modo per riavvicinarsi alla cucina, forse a quella di una volta, a quella della nonna o dell’anziana zia, tramandata in un pezzetto di carta scolorita, una miscela di ingredienti che sembrano riprendere forma e sapore alla luce del XXI secolo.

E nel passato bisogna metter le mani, magari iniziando da Colombo, per soffermare la nostra attenzione sul periodo storico che interessa questo blog, l’Età moderna, su quei frutti che i primi spagnoli imbarcarono sulle loro caravelle e portarono ai re cattolici (»»qua un articolo sui cacciatori di piante). Viaggi in occidente e in oriente i quali, con il trascorrere del tempo, arricchirono la nostra cucina con alimenti che talvolta generavano malattie sconosciute, ricordiamo la “pellagra” del XVII-XVIII sec. (»»qua un relativo articolo). Altri, come la patata, che Federico II di Prussia suggeriva fortemente coltivare in modo estensivo, per supportare il nutrimento popolare, a quel tempo e in certi luoghi scarso.

Dal Nuovo Mondo venne anche il cacao:

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«– La tua cannella sembra rancida!
– Non è cannella, è uno speciale tipo di peperoncino
– Peperoncino nella cioccolata calda?
– mmh, vedrai: ti tirerà un po’ su!» (2)

Incontro di culture ancestrali, quella dei maya e quella francese ancora legata a vecchi abiti, in questo film in cui la protagonista, Vianne, maneggia con destrezza un alimento millenario, il cacao. Il cacao, ritornando al nostro Cristoforo, fu uno di quei prodotti della terra entrati in Europa poco dopo la scoperta dell’America, quel kakaw uhanal, ovvero cibo degli Dei, nella lingua indigena maya, simbolo di prosperità nei riti religiosi, medicina, e moneta, ché con tre semi si comprava una zucca e con quasi cento un mantello di cotone.

Parlando di tradizioni, restiamo nel XVI sec. e prepariamo una ricetta di Cristoforo da Messisbugo, scalco nella Corte Estense a Ferrara; ha tutta l’apparenza di esser gustosa:

Cesi infranti con codeghe”:

Piglia i tuoi cesi mondi e netti, e lavali con acqua di Po ovvero di fiume e poneli a cuocere in detta acqua. E così come si vanno cuocendo, aggiungegli buon brodo grasso, e poi piglia una buona pestata di lardo e gettagliela dentro a cuocere, e fa che sia ben pesta. E poi piglia le tue codeghe cotte allesso da sua posta, e tagliale in quadretti e gettagliele dentro con erbe oliose che sian ben peste con i coltelli; e fa che gli sia, sopra il tutto, della menta, o verde o secca in polvere, e pevere e gengevero. E poi l’imbandirai.” (3)

Ceci? Chi di noi ha qualche capello bianco si ricorderà della pasta e ceci degli indimenticabili Aldo Fabrizi e Ave Ninchi, in cui si cita anche la storia, l’Herbario Nuovo di Castore Durante, medico e botanico del Cinquecento:

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A questo punto ci sta un dolce (4):

Dolci alla zenzero

Lo zenzero, uno degli elementi largamente adoperati, insieme al pepe, ai chiodi di garofano, alla cannella, alla noce moscata – per coloro che certamente potevano permetterselo – nella cucina rinascimentale, tanto da metterlo nella preparazione del cappone, del montone, della birra, delle torte, dei biscotti. Qualcuno lo usava addirittura per alleviare il mal di denti o restare sveglio la notte. Spezie, una volta, monopolio, durante il Medioevo, dei mercanti arabi, dei veneziani, dei genovesi e di qualche catalano, poi largamente importati, già avanti nel periodo moderno. Spezie che, in un certo qual modo, invogliarono l’esplorazione di nuove rotte commerciali e di conseguenza il ritrovamento colombiano.

Il caffè, signori stavamo dimenticando il caffè!

Caffè originario dell’Etiopia – anche, ma non solo -, e di cui oggi la Colombia è uno dei maggiori esportatori di caffè soave al mondo (»»qua un articolo con immagini), quel caffè con cui il giovane Michaelowitz preparò, a fine battaglia di Vienna del 1683, si dice, uno dei primi cappuccini proprio al frate Marco d’Aviano (»»qua la storiella).

Ma il caffè ha tutta una sua preparazione, legata ai costumi del nostro sud, a Napoli, a Edoardo de Filippo e al suo teatro… perché il caffè deve essere tostato a “… color manto di monaco”:

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Non ci resta che andar a mangiare qualcosa!

*****
– 1. Julie Powell (Amy Adams), nel film Julie & Julia, diretto da Nora Ephron, 2009.
– 2. Vianne (Juliette Binoche), nel film Chocolat, diretto da Lasse Hallström, 2000.
– 3. Cristoforo da Messisbugo, Banchetti, composizioni di vivande e apparecchio in generale, Neri Pozza, 1960.
– 4. Roberto Carretta, In taverna con Shakespeare. Amori, vendette e inganni a banchetto, Il leone verde ed., Torino, 2005, Kindle, Pos. 887.

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Sep 092013
 

Chi fa flanella lo sa bene, ogni luogo, specialmente pubblico, ha una storia da raccontare, ogni passante è portatore di memorie, tutte, tutte degne di nota e di essere trasmesse al futuro. Passato presente futuro diventano così, negli oggetti e negli uomini, incarnazioni della nostra presenza su questa Terra, un messaggio da non sottovalutare.

Nel trascorso dei secoli, il concetto di spazio pubblico, per lo più associato alla storia urbana, subisce una trasformazione, spesso lenta e invisibile nel breve tempo, che partendo dall’agorà dei greci, passando per il foro romano, proseguendo per le piazze e mercati medievali, ci porta – parlando dell’Epoca moderna – ai borghi e all’espansione delle nuove città, con una serie di problematiche ben lungi dall’essere oggigiorno risolte.

Elemento determinante e fattore d’unione, dicevamo, è l’uomo, quell’uomo che, consapevole nel Rinascimento delle sue potenzialità, comprende che lo sviluppo di una società inizia dallo strutturare creativamente e coscientemente il proprio luogo, luogo in cui svolgere “lavori” atti a migliorare le condizioni della collettività.

Acquedotto dell'Acqua Vergine, Roma, anonimo del XIX secolo

Acquedotto dell’Acqua Vergine, Roma, anonimo del XIX secolo

Un tempo, il cammino verso il fiume per attingere acqua o il riunirsi nei lavatoi pubblici poteva essere motivo e luogo d’incontro, così come ritrovarsi nelle fontanelle induceva a condividere gli ultimi fatti e misfatti del paese, e, ancor oltre, le piazze pubbliche o lo spazio antistante alle entrate dei luoghi di culto dava opportunità a fugaci raduni o saluti convenevoli, per non dimenticare fiere mensili e mercati rionali settimanali che permettevano scambi economici: un mondo vibrante che talvolta stentava a sopravvivere (basta pensare alla peste del XIV sec. o a quella di manzoniana memoria) e che usciva dal Medioevo e si metteva con vigore nei secoli XVI e XVII (»»qua un articolo con slide su Il lento passaggio dal medioevo all’età moderna).

Fra Carnevale (attribuita), Città ideale, 1480-1484

Fra Carnevale (attribuita), Città ideale, 1480-1484

La disposizione innata a socializzare dell’essere umano indusse i governanti, entrando ben oltre l’Età moderna, a creare ambienti in cui si facilitava una “socievole vita pubblica” che usciva gradualmente peraltro dalle corti e interessava oramai tutti, quello spazio in cui gli individui, per dirla con Hannah Arendt (1906-1975) (1), hanno la possibilità di interagire e mettere in pratica le conseguenti azioni, dando un certo significato politico al luogo.

E allora il video che segue ci porta a entrare nelle dinamiche degli spazi urbani di una grande città, New York, in pieno XXI secolo, che vive e palpita per la propria voglia di condivisione e partecipazione, dove qualcuno prende parte più che un altro, e dove ancora “Il modo in cui le persone utilizzano un posto rispecchia le aspettative” (2).

Ciò per dire, con Simmel (1858-1918), a fine XIX inizi del XX secolo, che

“[…] le metropoli sono i veri palcoscenici di questa cultura che eccede e sovrasta ogni elemento personale. Qui, nelle costruzioni e nei luoghi di intrattenimento, nei miracoli e nel comfort di una tecnica che annulla le distanze, nelle formazioni della vita comunitaria e nelle istituzioni visibili dello Stato, si manifesta una pienezza dello spirito cristallizzato e fattosi impersonale così soverchiante che – per così dire – la personalità non può reggere il confronto […]” (3).

Ma i tempi cambiano, si evolvono nell’ormai Vita liquida, ricordando Zygmunt Bauman (1925) (4):

Zygmunt Bauman, citazione

Zygmunt Bauman, Vita liquida

Nella lunga e instancabile “passeggiata” storica, il ruolo degli spazi fisici – caffè biblioteche salotti culturali piazze angoli strade etc. – è cambiato di volta in volta in base ai bisogni e alle necessità, giungendo ai nostri giorni alle vetrine virtuali internettiane, facebook, twitter, google+, blog, vetrine in cui tutti indistintamente possono compartecipare idee progetti esperienze, vetrine che stanno cambiando il modo di socializzare, vetrine che rappresentano una comunità che ha tuttavia desiderio di “comunicare” ed essere presente in un mondo sempre più aperto e globalizzato. Con la possibilità, seduti davanti un computer, di discutere con un amico giapponese, australiano argentino, comprare un libro in inglese in Barnes & Nobles e mandarlo a un conoscente in Inghilterra per dialogare in rete del tema.

Percorso di un’evoluzione da non criticare né biasimare, dinamiche con le quali bisogna convivere nel migliore dei modi, adoperando l’esperienza che il passato ci offre per comprendere e accettare il mondo in cui viviamo.

*****
– 1. Hannah Arendt, Vita Activa. La condizione umana, Bompiani, 2000.
– 2. William H. Whyte, The social life of small urban spaces, Project for Public Spaces Inc., New York, 2001.
– 3. George Simmel, La metropoli e la vita dello spirito, Armando ed. 1995.
– 4. Zygmunt Bauman, Vita liquida, Laterza, 2008.

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Aug 262013
 

Annotava lo scrittore francese Jean de La Bruyère (1645-1696):

L’attitudine alla conversazione non consiste nel mostrarne molta, quanto nel suscitarla negli altri.

La sapeva lunga Jean, autore di Les Caractères ou les Mœurs de ce siècle, testo in cui si soffermava ad analizzare, peraltro, i vari comportamenti dell’uomo nella società.
Ben sappiamo che il periodo che va dal Seicento al Settecento ci è noto anche per i famosi salotti francesi, ricordiamo quello di marchesa di Sablé, quello di Madame de Pompadour o ancora quello di Madame de Staël, donne che coltivavano l’arte della conversazione.

Vera e propria arte, giacché conversare era ed è davvero maestria, con regole e convezioni da tenere in conto, evitando argomenti che potrebbero portare a inutili liti verbali e non, lasciando la parola prima alle donne e agli anziani, dove nessuno è superiore e nessuno è escluso, suggerendo con educazione punti di vista diversi e poco consueti, insomma quasi un vademecum da seguire se si voleva far parte di un determinato salotto… un galateo.

Galateo che ci ricorda il nostro Giovanni della Casa (1503-1556) e il suo Galateo overo de’ costumi, del 1558, nel cui libro scriveva Sul linguaggio da tenere durante la conversazione: chiarezza, onestà; evitare parole sconce o dal doppio senso:

“… Dee oltre acciò ciascun gentiluomo fuggir di dire le parole meno che oneste: e la onestà de’ vocaboli consiste o nel suono e nella voce loro o nel loro significato, con ciò sia cosa che alcuni nomi venghino a dire cosa onesta e non di meno si sente risonare nella voce istessa alcuna disonestà… “

Non dobbiamo dimenticare che, sebbene sia pratica antica, fu nel Rinascimento italiano che riprese voga e vigore, posto d’onore nei banchetti, nelle serate dedicate alla poesia e alla musica, nei dialoghi fra dotti e meno dotti, nella vita civile.

Maitre du Jugement de Salomon, Les Philosophes (1615-1625)

Andiamo per quadri dipinti e pittori, ascoltiamo questi due filosofi filosofi (Les Philosophes, 1615-1625) che, quasi in intimità, chiacchierano su manoscritti di due pensatori greci, uno Anassagora di Clazomene, l’altro Lacide di Sirene, uno scambio di idee vivace che ha come base i testi, le parole scritte, sebbene sembra che di Lacide non sia rimasto nulla.
Dialogo in cui, per dirla con François de La Rochefoucauld, “La confidenza alimenta la conversazione più dell’intelligenza” (Massime, 1678).

*****

Pieter de Hooch, Donna che beve con soldati, 1658
Facciamo un salto nell’Olanda del Seicento, quell’Olanda in cui la borghesia inizia a solidificarsi come ceto privilegiato dai commerci.
Due uomini e due donne conversano bevendo, verrebbe da dire che “Dentro al bicchiere le conversazioni galleggiano lievi”, citando un ipotetico proverbio cinese. Una scena a carattere familiare descritta da Pieter de Hooch (1629-1684), nel 1658.

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Jean-Baptiste Charpentier, Il duca di Penthièvre e sua famiglia, 1767 ca.
Entriamo adesso nella casa del duca di Penthièvre e della sua famiglia, con questo dipinto del 1767 ca. di Jean-Baptiste Charpentier (1728-1806). Incontro fra nobili francesi del Settecento, sorseggiando una tazza di tè e offrendo qualcosa da mangiare al cagnolino, conversazioni qualche decennio prima della Rivoluzione francese.

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Gabriel Lemonnier, Il salotto di Madame Geoffrin, 1812
Restiamo nella Francia degli Illuministi di fine XVIII secolo, con Gabriel Lemmonier (1743-1824), nel salotto di madame Geoffrin, a Parigi, mentre si recita e si parla dell’opera di Voltaire – nella statua al centro -, L’orfano della Cina del 1755. Chissà se si ricordavano delle parole di Michel de Montaigne quando scriveva che “Il silenzio e la modestia sono qualità utilissime alla conversazione”.

Un cammino, un viaggio, quello della conversazione, almeno in Francia, che passa dal puro piacere estetico del dialogo nel Seicento, alla ricerca della “verità” nel Settecento, ad affrontare argomenti di carattere anche sociale, critico, aperti alla molteplicità delle nuove idee che nascono crescono e si concretizzano in un’epoca rivoluzionaria. Conversazioni che

“… assomigliano ai viaggi per mare: ci si stacca da terra quasi senza accorgersene, per avvedersi poi di aver lasciato riva solo quando si è già molto lontani

diceva Nicolas de Chamfort (1741-1794), nel suo Maximes et pensées, caractères et anecdotes, del 1796.

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Giochiamo con la macchina del tempo e saltiamo al XXI secolo, due dei tanti film in cui si parla del tema in questione.
Ne L’ultimo samurai, del 2003, del regista Edward Zwick, a un certo punto Katsumoto dice a Nathan Algren: “… preferisco fare una buona conversazione…”, insistendo: “… la gente del tuo paese non ama la conversazione?…” Ma Nathan si rifà quando alla fine sussurra: “Mi mancheranno le nostre conversazioni.”

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In questo di sopra sono invece i ricordi a fare da protagonisti indiscussi, ricordi storia passato, legami fisici e morali, parole d’altri tempi che germogliano nel presente.
Lontano da qualsiasi moralismo, nel film franco-canadese Le invasioni barbariche dello stesso anno 2003, del regista Denys Arcand, Remy, un professore di storia, cui scoprono un tumore, intrattiene su temi di religione di guerre di economia di società, ma anche sul senso della vita, sulla felicità, sulla morte, sul declino degli imperi, con i suoi vecchi amici, conversazioni dal buon livello culturale affrontati con naturalezza, con un apparente distacco.

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Piccola bibliografia
– Benedetta Craveri, La civiltà della conversazione, Adelphi, 2006.
– Peter Burke, L’arte della conversazione, il Mulino, 1997.
– André Morellet, L’arte di conversare. Note per un saggio sulla conversazione, Il nuovo Melangolo, 1999.

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