Dec 152014
 
Cattedrale di Valencia

Cattedrale di Valencia, consacrata nel 1238, edificata su un’antica moschea che a sua volta poggiava le basi su una cattedrale visigota.

Valencia. È martedì, 9 dicembre 2014, esco da casa intorno le ore 8:30 del mattino. Le strade attorno al mio appartamento si riempiono poco a poco di venditori ambulanti, è il mercato rionale settimanale, una babele che invita a comprare le più disparate merci, da coperte e mantelli prodotti in Thainlandia, a pentole e tegami italiani, a calze e calzettini francesi, a viti e cacciaviti che ricordano la Russia pre-Gorbaciov. Oggetti offerti non solo dai locali venditori valenciani, ma perfino di origine asiatica, cinesi coreani indiani, così come africani, marocchini algerini tunisini maliani, un cosmopolitismo visibile e tangibile che potrebbe ricordare, in un certo qual modo, la Spagna musulmana del XIII-XIV-XV sec., poco prima della cacciata degli ebrei, 1492.

E la storia di Valencia ha avuto uno sviluppo non solo legato alla penisola Iberica e all’Europa, ricordiamo Carlo I di Spagna ovvero Carlo V d’Asburgo, ma anche alla tradizione musulmana, con la dinastia omayyade che giunse nell’VIII sec. in quella che si chiamerà al-Andalus.

Cattedrale di Valencia dedicata all'Assunzione di Maria, cupola a forma ottagonale.

Cattedrale di Valencia dedicata all’Assunzione di Maria, cupola a forma ottagonale.

La città divenne, nel trascorso dei secoli e con alti-bassi, uno dei principali centri commerciali grazie al suo porto e ai suoi traffici con mezza Europa e Africa, uno sviluppo che favorì inoltre le arti e la cultura in generale. È proprio nella seconda metà del ‘400 che arriva il primo torchio da stampa, pubblicando, nel 1478, la prima Bibbia a caratteri mobili in una lingua neolatina.

Periodo d’oro che iniziò il declino con i viaggi di Colombo verso l’America e lo spostamento dei traffici mercantili dal Mediterraneo verso l’Atlantico (inizi-metà XVI sec.). Epoca, d’altronde, caratterizzata dal clima di terrore dell’Inquisizione e dalla Controriforma, dall’espulsione degli ebrei e dei musulmani (1609), epoca ancora, in cui si susseguono una serie di proteste popolari contro monarchia e nobiltà (vedi la ben nota “rebelión de las Germanías”, 1520-1522).

Il Municipio di Valencia nel Natale del 2014

Il Municipio di Valencia nel Natale del 2014, espressione neoclassica e neobarocca del XVIII sec.

Nel Seicento si ha un rafforzamento del potere assolutista, incarnato da Filippo IV d’Asburgo (1605-1665), nel vasto impero che aveva oramai raggiunto la massima espansione territoriale e che stava fallendo le necessarie riforme politiche ed economiche. Cosicché Valencia perse il controllo sulle cariche municipali, permettendo al re immischiarsi in quelle competenze una volta della città.

Il XVII secolo vide oltretutto le strade vestirsi di palazzi e dimore barocche (Palacio del Marqués de Dos Aguas) e di facciate (Convento di San Domenico), di fari e di fiaccole per preparare magiche atmosfere, di spettacoli di potere, di celebrazioni per osannare l’assolutismo, di affollate processioni religiose.

Alla morte di Carlo II (1661-1700) e con la Guerra di Successione spagnola (1701-1713) si raggiunse il vero tramonto della città: oramai il Regno di Valencia non aveva più indipendenza politica e giuridica. Un declino in cui apparirà una debole luce solo nel XVIII secolo grazie all’industria tessile e della ceramica, sebbene il porto non avesse più le buoni funzioni di una volta. Prodotti, quelli della seta e degli azulejos, che approdarono finanche nelle lontane terre americane.

Il Mercato centrale di Valencia

Il Mercato centrale di Valencia, in stile modernista, fu iniziato a costruire, così come lo vediamo oggi, nei primi anni del XX sec.

L’Illuminismo fu introdotto per via di personaggi di prestigio come lo storico e linguista Gregorio Mayans (1669-1781) o il numismatico e filologo Pérez Bayer (1711-1794). Un movimento di idee che diede vita alla Sociedad Económica de Amigos del País, che cercava diffondere le nuove concezioni oltre che le recenti acquisizioni tecniche e scientifiche.

La regione valenciana è peraltro nota per aver dato natali a famosi personaggi e artisti fra i quali a Joanot Martorell (1413-1468), scrittore, autore di Tirante el Blanco (1511), uno dei primi romanzi moderni della letteratura cavalleresca europea dell’Età moderna, o a Joaquín Sorolla (1863-1923), pittore ben celebre nei cui quadri imprime la tipica luce del Mediterraneo, o ancora all’architetto Santiago Calatrava e tanti tanti altri ancora.

Oggigiorno è conosciuta – certamente non solo – per la Città delle arti e delle scienze, così come per Las Fallas, festa popolare in onore a San Giuseppe, per la paella valenciana e, non per ultimo, per l’horchata de chufa.

Nov 272014
 
Pierre Corneille all'Hotel de Rambouillet

Pierre Corneille all’Hotel de Rambouillet

Non c’è stato e non c’è movimento rivoluzionario che non abbia avuto la propria genesi nell’incontro-scontro di idee, nei dialoghi, nei dibattiti privati o pubblici, un gioco trasversale che inizia, a volte, nei caffè, nei circoli, nei luoghi meno immaginabili.

Sappiamo bene che le idee illuministe ebbero una certa influenza nelle decisioni seguenti della rivoluzione francese, pensieri sviluppatisi, certamente non solo, nei salotti letterari francesi dell’epoca. Luoghi frequentati dai più disparati personaggi, con i dovuti distinguo:

Nel Settecento inoltre si devono oramai distinguere i salons letterari dalle «conversazioni» o salotti mondani, in base al criterio di una specifica vocazione culturale contrapposta alla mera socialità o «galanteria». Il termine salons del resto è posteriore al dispiegarsi del fenomeno: si usava piuttosto compagnia o cotérie. L’Inghilterra fu caso a parte, con ben pochi luoghi di socialità d’influenza francese; Italia e Germania, Vienna e Berlino ebbero i loro salons, che tuttavia non attinsero mai al primato assoluto dei modelli parigini nella direzione del movimento dei Lumi.” (1)

Salon che si potrebbe far risalire nel 1625, in un certo qual modo, a quello della marchesa di Rambouillet e del suo hotel, poco distante dal palazzo reale del Louvre, là, in quella Parigi poco prima che Luigi XIV assumesse potere assoluto. Salotti che dalla reggenza di Anna d’Austria e Mazzarino si moltiplicarono a vista d’occhio e, quasi sempre, condotti da “dame letterate”. Ecco dunque quello della ricca borghese Madame Geoffrin, il vivace e animato del barone Paul Henri Thiry d’Holbach, forse l’unico salotto parigino promosso da un uomo, quello di Madame de Staël, quello di Marie Anne Doublet, ecc. Mezza Europa ne fu interessata, menzioniamo le conversazioni (»»qua un relativo articolo) avvenute, fra la fine del Settecento e gli inizi dell’Ottocento, nei salotti berlinesi ebraico-tedeschi di Henriette Herz, figlia di un benestante medico, Rahel Levin Varnhagen, figlia di un ricco gioielliere, e Dorothea Veit, compagna di Friedrich Schlegel, uno dei padri fondatori del romanticismo.

Charles Gabriel Lemonnier, La lettura della tragedia di Voltaire, L'orfano della Cina, 1812

Charles Gabriel Lemonnier, La lettura della tragedia di Voltaire, L’orfano della Cina, 1812

Luoghi di incontri altresì, accettando ricevere una società mista uomini e donne – chiaramente tuttavia elitaria -, spesso forniti di ricche biblioteche a disposizione dei frequentatori, come in Italia:

“[…] biblioteche fruibili da chiunque frequentasse la casa, sono segnalati dai viaggiatori un po’ in tutta Italia, da Napoli a Torino, a Roma, a Milano. Basti solo ricordare, come esempio, la biblioteca ed il salotto, tra Mergellina e Posillipo, dei fratelli di Gennaro a Napoli, luogo di incontro massonico e di dibattiti sulle grandi questioni delle riforme politiche ed economiche del momento. Anche i Berio avevano, a Napoli, una fornita biblioteca e un palazzo sempre aperto alle «dotte conversazioni».” (2)

da sinistra a destra, Madame Geoffrin, Madame de Staël, Suzanne Curchod Necker, Marie Anne Doublet

da sinistra a destra, Madame Geoffrin, Madame de Staël, Suzanne Curchod Necker, Marie Anne Doublet

La regia delle discussioni era per lo più relegata alle donne che con sapiente e intelligente intuito riuscivano a moderare e condurre i dibattiti, argomenti di carattere letterario, scientifico, artistico, musicali, a volte frivoli, altre volte politici, una “gestione” non certo semplice, ché accadeva che qualcuno offendesse altrui sentimenti.

Donne che, emancipandosi lentamente e assurgendo più numerose sulla scena pubblica, seppero distinguersi e imporsi, e non solo in Francia. In Italia, a mo’ di semplice nota, ricordiamo:

Nella prima metà del Settecento, avevano animato le conversazioni dei salotti napoletani qualificate presenze femminili, come Faustina Pignatelli, Maria Angela Ardinghelli, Giuseppa Eleonora Barbapiccola, Isabella Pignone. […] Queste donne, che parlavano e scrivevano correttamente in almeno una lingua straniera, potevano in genere vantare la traduzione in italiano di note opere scientifiche.” (3)

In poche parole, non è da sottovalutare l’influenza che i salotti ebbero nello sviluppo storico del tempo e di quelli che seguirono (»»qua un articolo conversare ieri e oggi): concetti e argomenti dibattuti dentro quattro mura uscivano fuori per esser messi in pratica e coinvolgere gli avvenimenti. E nello stesso tempo è d’annotare l’azione di quelle donne che difendevano e propagandavano i nuovi ideali, una lenta rottura con l’Ancien Régime che vedrà sorgere, poco a poco, il mondo a noi contemporaneo.

Lettura di Moliere in un salone, Jean-François de Troy, 1728 ca.

Lettura di Moliere in un salone, Jean-François de Troy, 1728 ca.

Non si può certamente racchiudere in un breve articolo come questo il fenomeno “salon”, un fenomeno che interessò e prese piede in mezzo continente, oltrepassando l’oceano e raggiungendo i nascenti Stati americani. Abbiamo solo voluto dar vetrina a un “costume”, un “abito” che sarebbe interessante poter riportare in vita, magari coinvolgendo un pubblico più ampio che in passato.

Lascio di seguito alcuni testi per approfondire:

- Benedetta Craveri, La civiltà della conversazione, Adelphi, Milano, 2006.
– Benedetta Craveri, Madame du Deffand e il suo mondo, Adelphi, Milano, 2001.
– Elena Brambilla, Sociabilità e relazioni femminili nell’Europa moderna. Temi e saggi, Franco Angeli, Milano 2013.
– Annamaria Laserra, Le signore dei signori della storia, Franco Angeli, Milano, 2013.
– Giuseppina Rossi, Salotti letterari in Toscana. I tempi, l’ambiente, i personaggi, ed. Le Lettere, Firenze, 1992.
– a cura di Maria Luisa Betri e Elena Brambilla, Salotti e ruolo femminile in Italia. Tra fine del Seicento e i primi del Novecento, Marsilio, Venezia, 2004.

*****
– 1. Elena Brambilla, Sociabilità e relazioni femminili nell’Europa moderna. Temi e saggi, Franco Angeli, Milano 2013, pag. 54.
– 2. Maria Consiglia Napoli, Giuseppe Maria Galanti. Letterato ed editore nel secolo dei lumi, Franco Angeli, Milano, 2013, pag. 9.
– 3. Annamaria Laserra, Le signore dei signori della storia, Franco Angeli, Milano, 2013, pag. 251.

Nov 022014
 

Boton quiz

  1. Che cosa si indica per Illuminismo?
  2. In quale Paese europeo ebbe inizio e in che secolo?
  3. Chi furono i principali esponenti?
  4. Quale pubblicazione potremmo considerare essere emblema di quel periodo?
  5. Quali sovrani europei abbracciarono tale pensiero filosofico?
  6. Quali conseguenze ebbe l’Illuminismo nella politica europea, e non solo?
  7. In quali ambienti francesi si dibatterono concetti cari all’Illuminismo?
  8. In quali Paesi si diffuse l’Illuminismo?
da sinistra a destra, d'Alembert, Diderot, Kant, Jean-Jacques Rousseau, Voltaire

da sinistra a destra, d’Alembert, Diderot, Kant, Jean-Jacques Rousseau, Voltaire

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Risposte:

  1. Fu un movimento di idee politiche sociali culturali filosofiche che si valeva dell’intelletto per dare risposte all’ignoranza e alla superstizione. La ragione come veicolo per illuminare la mente degli uomini (»»qua uno scritto di Kant).
  2. Sebbene ebbe genesi nell’Inghilterra di fine Seicento primi del Settecento – ricordiamo la figura di John Locke -, la Francia fu il paese in cui principalmente si sviluppò poco prima della metà del XVIII sec.
  3. Potremmo dire esser stati, in Francia, Diderot, D’Alembert, Antoine-Laurent de Lavoisier, Voltaire, Montesquieu, Jean-Jacques Rousseau, e tanti altri (»»qua).
  4. Certamente l’Encyclopédie, volumi stampati fra il 1751 e il 1772, con successivi supplementi e revisioni.
  5. Il sovrano di Prussia Federico II, Giuseppe II d’Austria, Caterina II di Russia, e vari altri.
  6. Alla luce delle nuove idee, si ruppe con un passato legato all’Ancien Régime e alle aristocrazie. La Rivoluzione americana potremmo affermare, in un certo modo, aver avuto semi nell’Illuminismo, così come, sicuramente, quella francese di fine XVIII sec. (»»qua altri spunti).
  7. I salotti letterari del XVIII secolo (»»qua), e, poi, i caffè (»»qua), furono i luoghi dove si incontrarono-scontrarono le nuove idee, avendo avuto una funzione sociale e politica non indifferente.
  8. Partendo dalla Francia, si propagò verso l’Austria, la Russia, la Prussia, l’Italia, in alcuni Paesi più palese in altri meno.
Oct 272014
 
La costruzione dell'Arca, Cronache di Norimberga, 1493

La costruzione dell’Arca, Cronache di Norimberga, 1493

Non bisogna mai sottovalutare l’importanza dei commerci marittimi nella storia dell’uomo, dagli albori della nostra civilizzazione fino ad oggi, oramai imprescindibili nella nostra vita quotidiana.

Ibn Battuta, il viaggiatore e scrittore marocchino che percorse l’Asia nel XIV secolo, scrisse che il commercio di tutto il mondo fra la costa del Malabar (nell’India) e la Cina avveniva con barche cinesi.” (1)

Il lungo dinamico percorso che va dalla pentecontera fenicia alla trireme greca fino alla galea medievale finisce per evolversi, nell’età moderna, verso imbarcazioni più maneggevoli che sfrutteranno maggiormente i venti e meno i remi. Percorso che vedrà impegnato non solo l’occidente, ma anche l’oriente:

Ognuno dei grandi barchi da guerra erano lunghi 150 metri (444 chi, l’unità di misura cinese standard, equivalente a circa 32 centimetri) e circa 50 metri di larghezza: sufficiente per alloggiare 50 barche da pesca.” (2)

Navi così come appaiono nella mappa di Fra Mauro del 1460.

Navi così come appaiono nella mappa di Fra Mauro del 1460.

Ed ecco dunque la caracca o nao, che solcava con i suoi tre o quattro alberi il Mediterraneo durante il XV sec., caracca pronta a portare provvigioni e restare in mare anche per diversi mesi, sebbene si dicesse essere poco stabile. Navi, quelle caracche, con le quali spagnoli e portoghesi solcheranno gli oceani di mezza terra, almeno durante il XV e XVI sec. La Santa Maria che varcò l’Atlantico al comando di Colombo ne fu esempio.

Certo c’era anche la caravella, si dice introdotta nel 1441 nel porto di Lisbona, strutturata per circumnavigare l’Africa e tanto adoperata dai marinai del re portoghese Enrico il Navigante per le loro esplorazioni costiere. Più piccola, quest’imbarcazione, rispetto alla caracca, sebbene più veloce e talvolta più resistente, sarà ben presto messa da parte per far spazio a mezzi più efficaci in grado di affrontare le rotte delle nuove conquiste transoceaniche. Famose la Niña e la Pinta, a Colombo care.

Con il passar dei decenni, apparve in pieno XVI sec. il galeone, evoluzione della vecchia caracca: stavolta l’ingegneria navale metteva nelle mani di capitani e ammiragli un poderoso veliero da guerra pronto per sfidare le bufere e le flotte nemiche. Un veliero così poteva misurare pur 40-42 metri con una larghezza di una decina. Inglesi e francesi ne fecero la punta di diamante della loro forza navale fino ad almeno tutto il Seicento.

Nel Settecento inoltrato entra in scena il vascello, possente nave da guerra a vela, spina dorsale delle potenze del Mediterraneo così come di quelle nascenti, Stati Uniti d’America. Oramai

La supremazia nella guerra marittima si dimostrò un presupposto essenziale per l’espansione economica nel resto del globo e per la difesa degli interessi commerciali minacciati dai vari competitori, europei o locali. Particolarmente efficace si dimostrò l’uso di vascelli che avevano un impiego al tempo stesso commerciale e militare: colpire economicamente la potenza rivale danneggiando il suo commercio divenne un obiettivo di ciascuno dei paesi concorrenti.” (3)

Solo le moderne navi corazzate a vapore lo sostituiranno, il mondo della vela sarà nel XX sec. solo un lontano ricordo, le nuove innovazioni industriali dell’Ottocento congederanno un modo di commerciare e battagliare vecchio di millenni.

Questo breve resoconto dovrebbe farci riflettere sull’importanza che i mari hanno avuto nelle comunicazioni fra popoli, nel desiderio di andar oltre il conosciuto, oltre le mitiche colonne d’Ercole. Voglia innata nell’uomo di ieri, come in quello di oggi, sfida che supera capacità e limiti personali.

Quelle che seguono sono alcune delle tante rappresentazioni del pittore olandese Willem van de Velde il Giovane (1633-1707), chiamato alla corte di Carlo II d’Inghilterra (1630-1685) ad aiutare il padre nei suoi lavori artistici. Abile disegnatore, esperto in scene marine, spesso a bordo delle navi, testimoniò con grande destrezza, grazie anche a una buona conoscenza delle tecniche navali, l’epoca in cui la marina inglese iniziava a padroneggiare i mari del mondo.

Tale è la precisione dei suoi dipinti che saranno presi come documenti sulle flotte navali del XVII sec., memoria storica di un periodo, quello moderno, che tanta influenza avrà nel continuum storico.

Confrontazione a Bergen, 3 agosto 1665, Willem van de Velde il Giovane, 1666.

Confrontazione a Bergen, 3 agosto 1665, Willem van de Velde il Giovane, 1666.

La partenza di Guglielmo d'Orange e la Principessa Mary per l'Olanda, novembre 1677, Willem van de Velde il Giovane, dopo il 1677

La partenza di Guglielmo d’Orange e la Principessa Mary per l’Olanda, novembre 1677, Willem van de Velde il Giovane, dopo il 1677

L'incendio di navi francesi nella battaglia di La Hogue, 23 maggio 1692, Willem van de Velde il Giovane

L’incendio di navi francesi nella battaglia di La Hogue, 23 maggio 1692, Willem van de Velde il Giovane

Visita reale alla flotta nell'estuario del Tamigi, 1696, Willem van de Velde il Giovane

Visita reale alla flotta nell’estuario del Tamigi, 1696, Willem van de Velde il Giovane

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– 1. Gavin Menzies, 1421. El año en que la China descubrió el mundo, DeBolsillo, Bogotà, 2009, pag. 94 (trad. dallo spagnolo di G. Armato).
– 2. Gavin Menzies, op. cit. pag. 66.
– 3. Maria Fusaro, Reti commerciali e traffici globali nell’età moderna, ed. Laterza, 2011, kindle pos. 374.

Oct 222014
 

La quantità di volumi sulla Rivoluzione industriale del Settecento è di tale mole che proporne solo tre si farebbe cosa poco giusta per quelli non segnalati e che hanno un valore indiscutibile, cosicché, dolente, mi limiterò a proporne tre lasciando idea per futuri approfondimenti.

Eventi, quei fatti del XVIII secolo (»»qua), che hanno segnato l’inizio della nostra era meccanica e tecnologica, un continuum storico che ci porta dalle ricerche scientifiche del Seicento alla macchina a vapore modificata da James Watt, proseguendo con i progressi dell’Ottocento e Novecento, il tutto collegato da un filo conduttore, da quella passione per la ricerca che caratterizza il miglioramento dell’esistenza dell’uomo.

Arnold Toynbee, La rivoluzione industriale

Ebbene, partiamo da un uomo che ha vissuto in pieno l’Ottocento, Arnold Toynbee con il suo La rivoluzione industriale, un testo che ci presenta l’analisi di uno storico economista deceduto all’età di appena 30 anni (1852-1883), un modo per affacciarsi ai profondi cambi che interessarono la società inglese.

L’essenza della rivoluzione industriale è la sostituzione della concorrenza alle norme medievali che in precedenza avevano regolamentato la produzione e la distribuzione della ricchezza… “

scriverà Toynbee.

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Joel Mokyr, Leggere la rivoluzione industriale

Ma che cosa fu realmente la Rivoluzione industriale?

”… fu in primo luogo un’età caratterizzata da una tecnologia di produzione in rapido mutamento alimentata dall’attività tecnologica… ”

ci dice Joel Mokyr ne Leggere la rivoluzione industriale. Libro da tenere sottomano per entrare nelle dinamiche di una realtà che iniziava a mutare cammino, una realtà di cui la storiografia si è occupata in modo ampio e dettagliato, esaminando fattori geografici, creatività, dando peso ai giochi istituzionali, agli aspetti economici e scientifici, fra l’altro.

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Thomas S. Ashton, La rivoluzione industriale 1760-1830

Sebbene datato, il volume di Thomas S. Ashton, La rivoluzione industriale, è uno di quei volumi che permette capire, anche ma non solo, i mutevoli percorsi storiografici avvenuti nel trascorso di questi ultimi due secoli. Un’opera ricca di riferimenti storici che prendendo il via da analisi pre-rivoluzionarie (settore tessile, metallurgico e carbone), passando per le innovazioni tecniche, si occupa del capitale, del lavoro e delle varie conclusioni che se ne possono trarre.

Oct 012014
 

Dettagli!

George Simenon, La finestra dei Rouet

George Simenon, La finestra dei Rouet

Sono i dettagli che fanno la storia, quei dettagli, tasselli di un grande puzzle, che completano e danno una visione d’insieme dei fatti. Dettagli, inoltre, che analizzati con applicazione possono portarci nelle relative trasformazioni che quel dato oggetto, per esempio, ha avuto.

E ancora oggi, facendo flanella per le strade delle nostre città paesini borghi campagne, possiamo toccare con le mani la patina che certe costruzioni hanno sommato nel trascorso dei secoli, quell’aura, parafrasando Walter Benjamin, che li circonda e li caratterizza. Un dialogo, fra storico flâneur e manufatto, che risente dunque delle metamorfosi che interessano economia politica sociologia cultura, percorso del nostro cammino.

La nostra attenzione si sofferma stavolta sulle finestre, una componente essenziale delle odierne abitazioni, costruzione che ha subito mutazioni di cui possiamo prender nota grazie ai dipinti dell’epoca.

Percorriamo visivamente alcune delle riforme che queste hanno avuto dal XV al XVIII secolo, dettagliando così quell’aspetto fisico che qua ci interessa. Una finestra che, nell’arte, per buona parte del Rinascimento non è “demarcazione” fra fuori e dentro, ché intesa come “settore” di un insieme, di una “lunga veduta”, dove ciò che è fuori è “porzione” di ciò che è dentro, un confine che se c’è sembra esser poco palese. Il bello “di là” è integrante al “bello di qua”, stretto dialogo che si avvantaggia l’uno dall’altro.

Un’architettura dipinta, aperta sull’esterno attraverso una serie di grandi finestre, che mostrano la realtà che sta dietro ad esse, con un cielo azzurro diffuso dappertutto, che ne costituisce il fondale scenico.” (1)

L'Ultima cena, Dieric Bouts, 1464 ca., particolare

L’Ultima cena, Dieric Bouts, 1464 ca., particolare

Elemento, la finestra, che presenta varie connotazioni, da influssi ancora gotici, nel XV-XVI sec., a proposte bifore e trifore, per continuare con un’influenza tipica italiana, l’abbaino, che si apre sul tetto. Tante e diverse le derivazioni, moresche e saracene tanto per citarne due, come il loro essere protette dalle inferriate o dalle persiane o dal portello e altro ancora.

La coppia, Lucas Cranach il Vecchio, 1532, particolare

La coppia, Lucas Cranach il Vecchio, 1532, particolare

Con l’arrivo e il rafforzamento della borghesia – siamo entrati in pieno Seicento – prende energia e vigore la vita privata, una vita svolta all’interno della casa, in cui oramai le finestre diventano divisione spaziale, uno spazio che custodisce gelosamente averi e sentimenti: il mio è mio, il tuo resta dall’altra parte delle vetrate. Un gioco in cui le mura domestiche rappresentano oramai uno sviluppo sociale che porterà all’oggi, al sempre più privato.

L'alchimista, Cornelis Pietersz Bega, 1663

L’alchimista, Cornelis Pietersz Bega, 1663

Le miserie dell'ozio, George Morland, 1780 ca., particolare

Le miserie dell’ozio, George Morland, 1780 ca., particolare

Dietro una finestra, oramai rappresentata come intima familiare confidenziale, si può celare un alchimista che ricerca la pietra filosofare, o le disgrazie di una famiglia in miseria, fatti e problemi quotidiani che, ieri come oggi, impregnano e identificano il cammino della nostra civilizzazione.

Per giochi riflessivi si entra così nel XX secolo, e vengono in mente le parole di Stella:

Siamo una bella razza di guardoni

ne La finestra sul cortile, del 1954, in cui protagonista, Jeff, interloquisce interviene e si immette nella vita della comunità. Un film capolavoro di Alfred Hitchcock in cui l’oggetto-finestra è comunicazione, interazione attiva, strumento che permette intervenire nella vita del “villaggio”.

Se andiamo ancor più indietro nei decenni e diamo uno sguardo alla letteratura, basta rileggerci La finestra dei Rouet, un romanzo noir del 1945 di George Simenon, un libro in cui Dominique Salès, una quarantenne che vive in un piccolo appartamentino di Faubourg Saint-Honoré, a Parigi, assiste il padre. Una donna che spia da dietro le persiane la vita degli altri. Finestra – eccola ancora la nostra finestra – che isola e nello stesso tempo comunica unilateralmente con un mondo in cui non si desidera entrare.

Dicevamo del privato e del pubblico, una sottile delicata linea che ai nostri giorni si varca facilmente, grazie anche all’uso della rete e dei social network in particolare, finestre dove giovani e meno giovani si affacciano per far partecipi della loro vita diaria per mezzo della condivisione di foto e aggiornamenti di stato.

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– Philippe Daverio, Guardar lontano Veder vicino, Rizzoli, Milano 2013, e.book, kindle pos. 365.

Sep 182014
 
Walter Benjamin, a Parigi nel 1939

Walter Benjamin, a Parigi nel 1939

Il cammino tecnologico è giunto a tal punto che basta avere un computer e una connessione internet per ammirare le più belle opere d’arte, facendo sì che spazio e tempo si identifichino con un presente che permette meglio raccogliere le memorie del passato.

Sicché, per assaporare i lavori di un dato pittore, basta giocare con i tasti del nostro pc e scegliere la meta, una meta che si rivelerà ai nostri occhi addirittura con didascalie, descrizioni, suggerimenti, informazioni varie. Il tutto comodamente da casa nostra, con la capacità, inoltre, di ampliare l’immagine ed entrare in minuzie che talvolta sfuggono.

Ma tale riproducibilità tecnica, seppur di grande aiuto nella comunicazione della cultura, è priva di un quid, priva, per dirla con Walter Benjamin (1892-1940), dell’aura, quella stessa aura mancante quando lui scriveva sulla diffusione della fotografia e del cinema nella prima metà del Novecento. Un concetto, a mio avviso, tuttavia valido.

“[…] L’autenticità di una cosa è la quintessenza di tutto ciò che, fin dall’origine di essa, può venir tramandato, dalla sua durata materiale alla sua virtù di testimonianza storica. Poiché quest’ultima è fondata sulla prima, nella riproduzione, in cui la prima è sottratta all’uomo, vacilla anche la seconda, la virtù di testimonianza della cosa. Certo, soltanto, questa; ma ciò che così prende a vacillare è precisamente l’autorità della cosa.
Ciò che vien meno è insomma quanto può essere riassunto con la nozione di «aura»; e si può dire: ciò che vien meno nell’epoca della riproducibilità tecnica è l’«aura» dell’opera d’arte. Il processo è sintomatico; il suo significato rimanda al di là dell’ambito artistico.
[…]
Moltiplicando la riproduzione, essa pone al posto di un unico evento una serie quantitativa di eventi. E permettendo alla riproduzione di venire incontro a colui che ne fruisce nella sua particolare situazione, attualizza il riprodotto.” (1)

Ché solo “vedendo” un’opera d’arte nella propria tangibilità fisica e, magari, nello spazio per cui è stata creata, solo allora si riuscirà a entrare nello studio di una “creazione” in cui l’aura che la identifica si manifesta e percepisce. Chiaramente non sempre è possibile, cosicché l’aiuto offerto dai nuovi mezzi di comunicazione può avvicinarci a quelle testimonianze storiche che dovrebbero far parte del nostro bagaglio formativo.

Eppure la tecnica, come accennavamo prima:

“[…] può, mediante la fotografia, rivelare aspetti dell’originale che sono accessibili soltanto all’obiettivo, che è spostabile e in grado di scegliere a piacimento il suo punto di vista, ma non all’occhio umano, oppure con l’aiuto di certi procedimenti come l’ingrandimento o la ripresa al rallentatore, può cogliere immagini che si sottraggono interamente all’ottica naturale.” (2)

Jean-Baptiste Chardin, La lavandaia, 1734 ca.

Jean-Baptiste Chardin, La lavandaia, 1734 ca.

Il quadro in questione, quello di sopra di Jean-Baptiste Chardin (1699-1779), La lavandaia, del 1734 ca., è dunque solo una scusa – potrebbe esser stato un altro – per comprendere la testimonianza di Benjamin, un lavoro, quello del francese, che parla di una quotidianità storica del XVIII secolo.

La scena a sfondo familiare ha l’abilità di metterci in ascolto, un ascolto “osservativo” che prende anima e corpo, isolandoci dal nostro tempo e trasportandoci in un mondo che non poche connessioni ha con il nostro presente, un gioco di rimandi che agevola un dialogo fra tela e spettatore, fra un’energia – aura – che viene dall’ieri e la nostra, quella dell’oggi tecnologico.

Jean-Baptiste Chardin, La lavandaia, 1734 ca., particolare

Jean-Baptiste Chardin, La lavandaia, 1734 ca., particolare

Il racconto si svolge all’interno di una umile casa, dove due donne, prese in diversa prospettiva, sono attente ai loro lavori domestici, mentre un bambino gioca con bolle di sapone – ci ricorda un altro suo lavoro dello stesso periodo, 1733-’34 ca. appunto Bolle di sapone – , e un gatto abbellisce ancor più l’insieme. Un dipinto pieno di particolari che gli conferiscono una preziosità davvero unica e singolare che può meglio esser analizzata se lo ampliamo grazie alle nuove tecniche.

Sovviene alla mente, fra l’altro, La lavandaia di Giacomo Ceruti, più o meno coevo, 1736 ca.

*****

– 1. Walter Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Einaudi, 1998, kindle pos. 100 e segg.
– 2. Walter Benjamin, op. cit., kindle pos. 88 e segg.

Aug 272014
 
Ritratto di Luigi XIV, Bernard Picart, 1702

Ritratto di Luigi XIV, Bernard Picart, 1702

Epoca di cambi, il Seicento è un secolo colmo di eventi, dalla rivoluzione scientifica che superava poco a poco le teorie aristotelico-tolemaiche, a una proto-industrializzazione che sfocerà a metà Settecento nella vera e propria nascita delle industrie, dalla rottura da parte dell’arte dei vecchi canoni allo sviluppo del Barocco e del Manierismo, e ancora alla Guerra civile inglese ai primi Padri Pellegrini che danno origine alle colonie nordamericane.

Decenni in cui personaggi come Galileo Galilei, Cartesio, Keplero, Bacone, Newton, e ancora Molière, Velázquez, Vermeer, per seguire con Spinoza, Hobbes, Locke, Tommaso Campanella, fra i tanti, lasceranno le loro impronte su cui cammineranno altri che costruiranno quelle vie che condurranno all’oggi.

Il Seicento è altresì famoso per essere stato chiamato periodo dell’Assolutismo. Ma che definizione potremmo dare di Assolutismo? Thomas Hobbes, sicuramente il maggiore teorico dell’Assolutismo, diceva essere un sistema politico il cui potere legislativo ed esecutivo risiedeva, senza limiti e controlli, nelle mani di una sola persona.

Potremo distinguere un Assolutismo borghese, di cui la Francia di Luigi XIV del XVII secolo è modello, con una stretta alleanza tra borghesia nazionale e monarchia, e Assolutismo aristocratico-feudale, sviluppatosi per esempio in Spagna Austria Prussia Russia, con un sovrano sorretto e affiancato dagli aristocratici e dai proprietari terrieri. (1)

“[…] L’alleanza tra il capitalismo commerciale e l’assolutismo monarchico rafforzò il duplice monopolio (fiscale e militare) dello stato, e con esso la sicurezza pubblica e la capacità di far rispettare i contratti all’interno dei propri confini, ma non ne intaccò in modo decisivo l’inclinazione aggressiva verso gli altri stati. Il rapporto tra lo stato guerriero e la borghesia commerciale in ascesa divenne simbiotico. Questa piegò le guerre ai suoi interessi, e fece scomparire gradualmente le guerre aristocratiche, combattute per l’onore, la vendetta e per la sola sete di potere del re e principi.” (2)

Luigi XIV sarà colui che più di tutti rappresenterà tale forma di governo, un sovrano che potrà legiferare, imporre tasse, coniare moneta, amministrare la giustizia in modo autoritario, sicuramente unico in Europa per la lunga durata del suo regno.

Sarà fra la fine del XVI sec. e gli inizi del XVII sec. che si inizieranno a formare gli stati e i primi eserciti permanenti:

“[…] le monarchie cercano di evolvere verso l’assolutismo. Ma, un po’ dappertutto, esistono anche assemblee di «stati» particolari, la Dieta imperiale, gli Stati Generali francesi o il Parlamento inglese. Là dove questi «stati» sono deboli, l’assolutismo si stabilisce effettivamente; invece, là dove queste assemblee rappresentative si sanno imporre, nasce un regime più liberale, magari fra crisi e convulsioni dolorose. La storia dell’Inghilterra è un esempio di questa situazione.” (3)

Da sinistra a destra: Molière, Galilei, Hobbes, Velázquez

Da sinistra a destra: Molière, Galilei, Hobbes, Velázquez

Cosicché:

“[…] Nel XVII secolo lo stato diventa il punto di riferimento per una serie di realtà che, di fatto, sarebbero da lui indipendenti. Lo Stato si confonde con la nazione, con la patria, con la corona o con il potere. Esso non tralascia neppure l’economia che viene assorbita mediante il mercantilismo ed il monopolio delle manifatture (colbertismo)”. (4)

Eppure non mancheranno le lotte che si opporranno in un modo o nell’altro a tale regime:

“[…] I conflitti politico confessionali si succedono uno dopo l’altro, con la Guerra dei Trent’anni (1618-1648), che finisce per dividere tutta l’Europa, con la rivoluzione di Oliver Cromwell del 1645 in nome di un presbiterianesimo repubblicano che metterà a morte il re Carlo I nel 1649, con le ribellioni locali del 1640 e 1641 contro il dominio castigliano in Catalogna, Portogallo e in Andalusia. Infine, ultimo tentativo messo in atto dai feudali e dai corpi intermedi per cercare di mantenere una parte del potere di fronte all’ascesa della monarchia assoluta, vi è la Fronda, una specie si guerra civile delle élite francesi, protrattasi dal 1648 al 1653, la cui esperienza segna la fine del tirocinio politico del giovane Luigi XIV.” (5)

Gli esisti dell’Assolutismo, se di esiti si possa parlare, non furono uguali in tutta Europa, mentre in Francia in Olanda e in Inghilterra aveva favorito un certo sviluppo economico, quanto meno commerciale, la Spagna ne usciva indebolita, così come i territori a lei legata, vedi una buona parte dell’Italia nel caso nostro. Viceversa, altri stati se ne beneficeranno nei decenni a venire, la Prussia.

In tutto ciò, la vecchia aristocrazia che si trasforma in nobiltà di casta restava, almeno agli inizi, parte del sistema, nobiltà che, attaccata dall’avanzare della borghesia, cedeva infine con il passare degli anni, lasciando il posto con la fine dell’Ancien Régime.

Assolutismo, dunque, che regna in mezza Europa, nel Piemonte Sabaudo, nella Prussia degli Hohenzollern, nella Russia di Pietro il Grande e di Caterina, negli Stati Asburgici di Maria Teresa e Giuseppe II, un assolutismo, dicevamo, che contrasta il potere religioso, vuoi cattolico che protestante – in lato sensu -, potere religioso che si sforzava trovare il proprio posto di fronte un’istituzione che non accettava rivali.

Verrà la rivoluzione illuminista che metterà in discussione tale forma di autorità: l’Assolutismo entrava definitivamente in crisi.

*****

– 1. Bianca Spadolini, Educazione e società. I processi storico-sociali in Occidente, Armando editore, Roma, 2004, pag. 181.
– 2. Pino Arlacchi, L’inganno e la paura. Il mito del caos globale, Il Saggiatore, Milano, 2011, pag. 165.
– 3. a cura di Roberto Barbieri, Emanuela Rodriguez, Paola Rumi, Storia dell’Europa moderna: secoli XVI-XIX, Jaca Book, Milano, 1993, pgg. 23-24.
– 4. Guy Bedouelle, La storia della Chiesa, Jaca Book, Milano, 1993, pag. 115.
– 5. Guy Bedouelle, op. cit., pag. 115.

Jul 282014
 

di Daniela Nutini

Eugenio di Savoia

Eugenio di Savoia

Il Principe di Savoia si firmava così: Eugenio von Savoye. Questo al termine della sua carriera… e per dare risalto al percorso della sua vita.

Eugenio, nato nel 1663, era nipote di un principe del ramo Savoia-Carignano, figlio del conte di Saissons, generale del re, e di Olimpia Mancini, la celebre nipote di Mazzarino, sorella di Maria e amante di Luigi XIV. Era stato destinato allo stato ecclesiastico, a 15 anni aveva ricevuto la tonsura, ma aveva preferito la carriera delle armi: per tutta la vita i suoi nemici lo scherniranno come “l’abate Savoia”. La sua infanzia fu di un bambino abbandonato, praticamente nessuno si occupava di lui e crebbe tra la servitù di Palazzo Soissons. A questo si deve forse il suo carattere freddo e sicuro al tempo stesso. Ricevette comunque una buona educazione, specialmente scientifica.

Presentatosi dal re con la richiesta di un comando in battaglia, fu mandato via in malo modo. A parte la sua giovane età (19 anni), Luigi lo aveva in antipatia per diverse ragioni: era figlio di una donna che in gioventù aveva amato, ma che ora disprezzava per i suoi facili costumi. Inoltre, il ragazzo era noto per la propensione verso gli uomini e faceva parte della scapestrata gioventù alla moda. Lisolette del Palatinato, cognata del re, scriveva che “il piccolo scapestrato […] non si sarebbe mosso per le donne, essendo preferibili un paio di bei paggi”.

Luigi, che stava diventando puritano, rifiutò, e fu un errore. Eugenio, irritatissimo, scappò di notte con il cugino Borbone Conti, travestiti da donna, e offrì le sue competenze, tutte da provare ancora, a Leopoldo di Asburgo. Il quale austriaco era in ambasce: i turchi marciavano, assediavano Vienna e lui aveva un disperato bisogno di tutti. Quel ragazzo, capitato all’improvviso e per rabbia, fu utilissimo, anche grazie alle sue sortite notturne il Gran Visir Kara Mustafa fu sconfitto e Vienna salvata (1683).

Da allora in poi Eugenio non depose mai le armi, infaticabile combatté a favore di casa d’Austria tutte le guerre che in quello scorcio di secolo erano continue. In quel periodo in cui il maggior nemico era la Francia di Luigi XIV, lottava a fianco dei suoi soldati e non si risparmiava. Batté ancora una volta i turchi a Zenta, con una sortita di sorpresa, costruendo un ponte di barche. Quello degli attacchi improvvisi e delle imboscate era una sua specialità, abbastanza nuova nelle tattiche di guerra dell’epoca. Tolse anche definitivamente i francesi dall’Italia, venendo in soccorso al cugino Vittorio Amedeo di Savoia e liberando Torino dall’assedio francese.

Eugenio di Savoia, 1718

Eugenio di Savoia, 1718

Eccelse perfino in diplomazia, frequentando tutte le corti europee da quel gran signore che era. Fu amico degli inglesi ed in particolar modo di John Churchill, duca di Marlborough, insieme al quale si unisce in varie campagne militari. Fu invitato perfino alla corte di Russia da Pietro il Grande ad una festa in maschera, dove si presentò “da ragazzo, che non aveva mai conosciuto donna”. Ma i suoi gusti sessuali non scandalizzavano nessuno, Eugenio non era di quelli che si metteva in mostra, a parte alcune bravate in società. Dicerie, ma nessun scandalo palese.

Fu inoltre mecenate, bibliofilo e protettore delle arti, costruendo castelli e raccogliendo quadri, statue e oggetti di gusto finissimo. La sua casa era il Belvedere di Vienna, magnifico palazzo Barocco. Fuggito da Parigi senza il becco di un quattrino, Eugenio era ora ricchissimo, onusto di cariche amministrative e militari, tutto grazie alla sua abilità, giacché dalla famiglia non ebbe mai né aiuto, né sostegno. Lo ammiriamo, al colmo della gloria, con la parrucca grigia a riccioli fitti, da soldato, il viso segnato, lo sguardo acuto, Eugenio von Savoye, italiano, austriaco, francese, come aveva declinato il suo nome, col proposito di sottolineare una mentalità e una cultura cosmopolita.

Gli ultimi anni della sua vita li trascorse al Belvedere dove era ascoltatissimo consigliere di Carlo di Asburgo, che lo invidiava un po’ ma lo ascoltava e lo rispettava. La piccola Maria Teresa, futura imperatrice, è una bambina che lo adora come uno zio amatissimo. Lui propugna l’unione con la casa di Lorena per la piccola Asburgo, sia per gratitudine – ché nella cacciata dei turchi, Carlo di Lorena era stato un alleato prezioso e valido, e quella amicizia era durata per tutta la vita -, sia perché i Lorena e gli Asburgo erano parenti. Eugenio aveva dichiarato che “con i tempi che corrono è rassicurante sapere chi ci si porta in casa”, e questo era stato l’argomento conclusivo.

Il matrimonio viene concluso con il sacrificio della Lorena alla Francia. Ma Eugenio sparisce ad un tratto, all’improvviso. Una mattina dell’aprile 1736, lo trovano, vestito compostamente, sulla sua poltrona: sulla tavola c’è la teca con gli speroni d’oro – dono dell’amico Lorena dopo la vittoria contro i turchi -, carte, gli occhiali e la penna ancora umida di inchiostro. Per la sua scomparsa fu decretato il lutto cittadino.

© Daniela Nutini

Jul 162014
 
The Costume of China, William Alexander, 1805

The Costume of China, William Alexander, 1805

La Cina è stata da sempre un paese misterioso, poco conosciuto, meta di intraprendenti viaggiatori alla ricerca di spezie e prodotti da importare, un mercato (»»qua) sostanzialmente a via univoca, gelosa, potremmo azzardare, la Cina, delle proprie ancestrali memorie.

E quando il re inglese Giorgio III inviò una delegazione, 1793 (»»qua), l’occasione giovò a una serie di diplomatici pittori letterati artisti in genere per prendere contatto e raccontare una realtà diversa dall’europea.

A questo punto entra in gioco il nostro personaggio.

Dopo aver completato i suoi studi alla Royal Accademy Schools di Londra, William Alexander (1767-1816) nel 1792, all’età di 25 anni, fu uno dei disegnatori che accompagnavano in Cina la Macartney Embassy. Periodo ben fruttifero quello trascorso nelle terre orientali che permisero a William immortalare il quotidiano cinese di fine Settecento, quello in cui regnava l’imperatore Qianlong (1711-1799) della dinastia Qing.

Nei due anni – ritornerà a Londra nel 1794 -, seguendo il conte George Macarteny (1737-1806), che in quel mentre cercava convincere il sovrano cinese ad aprirsi ai commerci con l’Occidente, operazione fallita, il nostro pittore ebbe bastante tempo per preparare ciò che poi sarà dato alle stampe nel 1805 come The Costume of China, un volume in cui si raccoglievano ben 48 preziose immagini che presentavano all’Europa dell’epoca la società di quelle terre esotiche, immagini seguite da un’accurata descrizione.

Prima di lasciare lo spazio ad alcune tratte dal libro di William Alexander, che ci danno una visione storica di un mondo ancora oggi a noi poco conosciuto, desidero segnalare l’interessante sito della Fondazione Intorcetta – Prospero Intorcetta (1625-1696) fu il primo a tradurre in latino le opere di Confucio – che segnala alcuni dei tanti gesuiti siciliani che viaggiarono vissero studiarono quella cultura.

Contadino con moglie e figli, Cina fine XVIII sec.

Contadino con moglie e figli, Cina fine XVIII sec.

Ritratto di lama, o monaco, Cina fine XVIII sec.

Ritratto di lama, o monaco, Cina fine XVIII sec.

Donna cinese con suo figlio, accompagnata da un servo, Cina fine XVIII sec.

Donna cinese con suo figlio, accompagnata da un servo, Cina fine XVIII sec.

Facchino cinese, Cina fine XVIII sec.

Facchino cinese, Cina fine XVIII sec.

Ritratto di soldato in uniforme, Cina fine XVIII sec.

Ritratto di soldato in uniforme, Cina fine XVIII sec.

Jul 022014
 
Domenico Angelo Malevolti Tremamondo

Domenico Angelo Malevolti Tremamondo

Qui gladio ferit gladio perit

Chi di spada ferisce, di spada perisce”, recita Gesù nel Nuovo Testamento (1).

E lo sapeva bene il buon Casanova, quel Giacomo (1725-1798) scrittore, poeta, diplomatico, ma anche eccezionale avventuriero, che sfidava la vita a colpi di spada:

… il Casanova è quello che è, e non vuole essere altro; vero eroe del suo tempo per l’audacia, la sincerità con la quale lo visse, allo sbaraglio, senza temere i colpi di spada o di pistola, il carcere o l’esilio, pur di consumare fino all’ultimo l’avventura della sua esistenza in un’epoca in cui la vita era un’opera d’arte e si poteva farne, con vera gioia, un capolavoro dei sensi… ” (2)

Fu, il nostro connazionale, coevo e allievo di Domenico Angelo Malevolti Tremamondo (1716-1802), nobile di nascita, ai più sconosciuti, ma non alla famiglia reale inglese di cui fu maestro di scherma – re Giorgio III e re Giorgio IV, alcuni dei suoi discepoli -, quella scherma che, grazie ad Angelo, passava dai campi di battaglia a proporsi come sport.

Studente del ben celebre maestro parigino Bertrand Teillagory, avendo appreso i primi rudimenti a Pisa da Andrea Gianfaldoni, Domenico era agile svelto mobile, sicuramente uno dei primi, se non il primo, a evidenziare l’importanza dei movimenti della spada come metodi per sviluppare l’equilibrio, la grazia, la stabilità.

Il suo sistema d’insegnamento, sebbene non particolarmente innovativo e originale, ha caratterizzato un’epoca, il Settecento, e dato l’avvio a quell’arte in cui ancora oggi si notano eleganza armonia piacevolezza.

Suo è il trattato L’École des Armes, The school of fencing, La scuola di scherma, scritto in francese e pubblicato nel 1763, un volume (3) ricco di immagini – 47 tavole -, di consigli, di raccomandazioni, un testo fondamentale ai nostri giorni per chi desidera praticare questo sport in modo inoffensivo.

*****
– 1. Nuovo Testamento, Mt.: 26,52.
– 2 G. Casanova, Storia della mia vita, ed. Mondadori, Milano 1965, a cura di Piero Chiara, vol. VII. pag.13, 14).
– 3. Domenico Angelo, School of Fencing with a General Explanation of the Principal Attitudes and Positions peculiar to the Art, London 1787.

Posizione di scherma, tratto da L’École des armes di Angelo Domenico Malevolti Tremamondo, 1763

Posizione di scherma, tratto da L’École des armes di Angelo Domenico Malevolti Tremamondo, 1763

Posizione di scherma, tratto da L’École des armes di Angelo Domenico Malevolti Tremamondo, 1763.

Posizione di scherma, tratto da L’École des armes di Angelo Domenico Malevolti Tremamondo, 1763.

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Jun 062014
 

Non si porta la libertà sulla punta delle baionette.” (1)

Maximilien Robespierre, ritratto da Pierre Roch Vigneron, 1786

Maximilien Robespierre, ritratto da Pierre Roch Vigneron, 1786

La “rivoluzione”, in lato sensu, la fanno i giovani.
Sono loro che, con forza coraggio spavalderia inventiva, cercano sfidare lo status quo, disponibili a dare, spesso inconsapevolmente, la loro vita, pronti, in poche parole, a scendere per le strade della storia e dimostrare che talvolta i vecchi giochi non servono più e bisogna creare nuove regole per permettere l’evoluzione, anche sociale, di un popolo, di una nazione, di un gruppo di individui.

E allora Marat, assassinato all’età di 50 anni da Charlotte Corday, ghigliottinata a sua volta a 25 anni, Camille Desmoulins decapitato a 34 anni, Danton a 35 anni, Robespierre a 36, potrebbero rappresentare alcuni dei tanti personaggi che, accessi dalla realizzazione di nuovi ideali, hanno saputo dare una spallata all’Ancien Régime e preparare la strada a nuove forme di governo.

Questo che segue non desidera essere un articolo conclusivo né esaustivo, ma solo un panorama che spazia per alcuni dei “pareri” offerti da Robespierre, Robespierre che, prodotto dell’epoca in questione, quel Settecento in cui idee illuministe imbevevano la cultura quotidiana, affermava:

“La legge è forse l’espressione della volontà generale, quando il maggior numero di coloro per cui essa è fatta non possono in alcun modo concorrere alla sua formazione?” (2)

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Robespierre è già un seguace delle idee di Rousseau quando, appena trentenne, viene eletto rappresentante del Terzo Stato agli Stati Generali, era il 1789. Pochi anni dopo, 1793, entra nel Comitato di Salute Pubblica.

Politico democratico e repubblicano, il nostro si animava di moralità nei discorsi, duri ed espliciti, per far presa sul popolo, esprimendo con enfasi il suo modo di proporre una diversa realtà politica, una politica più sana, più vicina ai bisogni della gente, più onesta.

Additato come freddo intransigente incorruttibile pronto a giustificare l’assassinio per favorire la causa rivoluzionaria, il giovane Maximilien lottava inoltre per l’uguaglianza e la giustizia verso i meno abbienti:

Ma se la bilancia della giustizia cessasse di essere in equilibrio, non dovrebbe forse pendere in favore dei cittadini meno agiati?” (3)

Quest’uomo di potere, quest’abile avvocato di Arras, descritto da George Sand come “Il più grande uomo della rivoluzione e uno dei più grandi della storia” (4), che qualcuno disse essere stato ateo, nel medesimo tempo in cui lui stesso gridava:

Abbandoniamo i preti e torniamo a Dio. Costruiamo la moralità su fondamenta sacre ed eterne; ispiriamo nell’uomo quel rispetto religioso per l’uomo, quel profondo senso del dovere, che è l’unica garanzia della felicità sociale; nutriamo in lui questo sentimento attraverso tutte le nostre istituzioni e facciamo sì che l’istruzione pubblica sia diretta verso questo fine” (5),

quest’avvocato, dicevamo, incarnò la figura principale del Terrore, quel triste periodo che va, più o meno, dal luglio 1793 al luglio dell’anno seguente con la sua morte. La stessa ghigliottina che aveva ucciso migliaia di persone fece cadere la lama sulla testa proprio di Maximilien: aveva 36 anni.

Esecuzione di Maximilien Robespierre, 1794

Esecuzione di Maximilien Robespierre, 1794

Caro fratello, non riesco a nasconderti i miei timori, tu suggellerai la causa del popolo con il tuo sangue, e forse il popolo stesso sarà così disgraziato da colpirti; ma io giuro di vendicare la tua morte, e di meritarla con me.” (6)

avrebbe scritto il fratello Agustin qualche tempo prima della morte dei due.

La figura storica di Maximilien Robespierre è stata da sempre una figura controversa, campo di studi e di ricerca di storici che, analizzando perfino i particolari della sua vita, dal non essersi mai sposato all’essere austero alle possibili amanti – M.lle Anaïs Deshorties potrebbe essere stata una – e tanti altri dettagli ancora, hanno mostrato al mondo un uomo che seppe spendere la sua esistenza al servizio di una causa che cambierà per sempre la storia dell’Europa e dell’occidente intero, un uomo che ha lasciato una impronta indelebile che varrebbe la pena riprendere, specialmente nei suoi discorsi pubblici (»»qua).

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-1. Maximilien de Robespierre, in Simone Weil, Riflessioni sulla guerra (1933), in Incontri libertari, Elèuthera, Milano, 2001, p. 38.
– 2. da Ouvres de Maximilien Robespierre, VII, pp. 161-166, Société des études roberspierristes; citato in George Rudé, Robespierre, Editori Riuniti, Milano, 1981.
– 3. in Maximilien Robespierre, La rivoluzione giacobina, ed. Studio Tesi, Pordenone, 1992, pag.10.
– 4. George Rudé, Robespierre, Editori Riuniti, Milano, 1981.
– 5. da Ouvres de Maximilien Robespierre, X, pp. 462-464, Société des études roberspierristes; citato in George Rudé, Robespierre, Editori Riuniti, Milano, 1981.
– 6. Sergio Luzzatto, Bonbon Robespierre, Einaudi, Milano, 2009.

Jun 032014
 

Fiumi di parole si sono scritte sulla Rivoluzione francese, decine centinaia migliaia di libri che vanno dal singolo particolare alla visione d’insieme, da prima della caduta dell’Ancien Régime agli anni del Terrore fino all’ascesa al potere di Napoleone. Consigliarne tre è lavoro arduo e difficile, in ogni modo segnalo quelli che di solito ho sott’occhio per rivedere una data un concetto una sequenza di fatti una opinione una critica, una maniera di affrontare la storiografia del tempo.

Lynn Hunt La rivoluzione francese. Politica, cultura, classi sociali

Partiamo da Lynn Hunt e il suo La rivoluzione francese. Politica, cultura, classi sociali, un testo che ci immette in eventi che hanno caratterizzato la fine del Settecento e che si sono protratti, con modificazioni e variazioni di contenuto, fino ai giorni d’oggi. Pagine per comprendere che la politicizzazione della vita quotidiana, così come la concepiamo oggi, potrebbe aver origine in quei decenni di lotta e sangue, di mobilitazione delle classi meno abbienti, di propaganda di massa.

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lan Forrest, La Rivoluzione francese

Di Alan Forrest, segnalo La Rivoluzione francese, libro che analizza l’aspetto politico, le riforme, le fazioni in lotta, le ragioni vuoi sociali che religiose, libro ancora che, seppur breve, è ricco di spunti riflessivi e che vale la pena analizzare con cura per quel continuum che ci conduce all’oggi.

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François Furet, Denis Richet, La Rivoluzione francese

Due eminenti storici francesi, François Furet, Denis Richet, analizzano a mo’ della storiografia degli Annales La Rivoluzione francese, un complesso e ben articolato testo che ci permette entrare nelle varie dinamiche di quella che fu la rottura definitiva con il passato e l’apertura a un diverso e nuovo modo di vivere e vedere la vita.

May 172014
 
Parigi, 1735

Parigi, 1735

Parigi è un paese molto ospitale;
accoglie tutto, sia le fortune vergognose che quelle insanguinate.
Il delitto e l’infamia vi godono diritto d’asilo, v’incontrano simpatie;
solo la virtù non vi possiede altari.” (1)

Di tutto e di più si è detto di Parigi. Eppure, chi di noi non ha mai desiderato viaggiare a Parigi e vivere la Storia della città sulla propria pelle, camminare come un flâneur per le vecchie strade, assaporare gusti sapori profumi ancestrali o sfiorare con mano il freddo marmo di secolari edifici? Gli eventi della capitale francese affondano le radici nei secoli, magari ben prima dell’arrivo di Tito Labieno, luogotenente di Cesare nel 53 a.C.

A noi qua interessa sfogliare qualche pagina per fermare l’attenzione su un secolo del periodo moderno particolarmente ricco di eventi, il XVIII, decenni in cui si passa da un regime assolutista tipo Luigi XIV, continuando con Luigi XV, per finire alla ghigliottina di Luigi XVI, una rivoluzione che accenderà il fuoco in mezza Europa, un’Europa che vedrà i Lumi propagare idee di libertà.

Parigi ha avuto un XVII e XVIII secolo di splendore, durante i quali ha plasmato la sua qualità di punto di riferimento borghese, affaristico, intellettuale e il suo volto prestigioso di centro d’arte, di godimenti di sapere. Classi e ceti sociali vi sono tutti rappresentati: dai gransignori, laici o ecclesiastici, che portano qui marmi e vetri ad abbellire e ingrandire i loro palazzi, fino a stuoli di mendicanti, vagabondi, prostitute, malfattori, che talora si cerca di raccogliere in ospizi ma che più spesso restano abbandonati a se stessi, a una vita di espedienti. Col passare del tempo, col crescere di una nuova economia, chi assume un posto decisivo nei suoi diversi strati è la borghesia: prima quella artigianale, mercantile, «di toga» e poi, finita la bufera politica, sempre più quella finanziaria, tecnocratica, e naturalmente amministrativa e intellettuale, quale la moderna città la coltiva e la pone a base del proprio potere. (2)

Prospettiva del Salon de l'Académie Royale de Peinture et de Sculpture au Louvre, Parigi, 1760.

Prospettiva del Salon de l’Académie Royale de Peinture et de Sculpture au Louvre, Parigi, 1760.

Lento sviluppo borghese che proveniva dai secoli anteriori ma che ora, quella classe sociale, assumeva sempre più potere, agevolando, fra l’altro, nel medio periodo, l’arte, gli artisti, quel gruppo di intellettuali che sfiderà le radicate convenzioni per proporne di nuove.

Nel corso del XVIII secolo, il Salon divenne così la più importante rassegna d’arte contemporanea del regno sostenuta interamente a spese del sovrano, il cui esempio venne presto replicato in molte città francesi (da Tolosa a Marsiglia, a Bordeaux, Lille, Poitiers, Montpellier, Abbeville e Lione). (3)

Il fascino di Parigi non è solamente quello che tutti ammiriamo girovagando qua e là a cielo aperto, è perfino nei sotterranei, nelle interminabili buie gallerie immortalate nell’Ottocento da Nadar, nelle sue foto delle catacombe, foto in cui si iniziava a sperimentare la luce artificiale.

Nadar nelle catacombe di Parigi

Nadar nelle catacombe di Parigi

Fu il luogotenente Generale di Polizia, Lenoir, che nel XVIII secolo ebbe l’idea di creare un gigantesco ossario nelle antiche cave di pietra calcare, permettendo così la soppressione dell’antico cimitero des Innocents e la sua trasformazione in piazza pubblica.
Così sono nate le Catacombe di Parigi, gigantesco ossario meta oramai di molti turisti. Questa parte pittoresca del sottosuolo parigino non ha più misteri: basta passeggiare lungo i circa tre chilometri di gallerie per scoprire le sue curiosità.(4)

Andiamo oltre, mettiamoci nella storia dell’agricoltura, spesso trascurata. Non possiamo accennare della Francia se non ci beviamo un buon bicchier di vino prodotto da quei sterminati vigneti di Bordeaux, cittadina già famosa nel XIII secolo quando prosperava grazie ai commerci con l’Inghilterra.

Il tedesco Nemeitz, che ha scritto per i suoi compatrioti una specie di guida di Parigi all’inizio del XVIII secolo, ci indirizza verso un’altra spiegazione: «Qui durante il pasto non si beve birra, come in Olanda, Inghilterra e in quasi tutta la Germania, ma del vino annacquato» […] Per i francesi, bere vino puro era sintomo di ubriachezza. (5)

Parigi!

La storia che è passata da Parigi non si può certo concludere con queste quattro chiacchere, né la si può immortalare in un solo libro, oltre al fatto che Parigi è storia dell’Europa.

E allora vediamola riflessa nei film di oggi, storia di un passato ancora presente:

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- 1. Honoré de Balzac, Sarrasine, Oscar Mondadori, Milano, 1993, pag. 34.
– 2. Alberto Caracciolo, La città moderna e contemporanea, Guida ed., Napoli, 1982, pag. 35.
– 3. Stefano Marson, Allestire e mostrare dipinti in Italia e Francia tra XVI e XVIII secolo, ed. Nuova cultura, Roma, 2012.
– 4.  Fabrizio de Gennaro, Parigi sotterranea, Digital Index ed., Modena 2011, pag. VIII.
– 5. a cura di Jean Ferniot, Jacques Le Goff, La cucina e la tavola, ed. Dedalo, Bari, 1987, pag. 237.

Apr 152014
 
Cacciatore di schiavi, Johann Moritz Rugendas, 1823

Cacciatore di schiavi, Johann Moritz Rugendas, 1823

I negri possiamo dire essere stati l’unica manodopera importata con la forza nelle terre americane del dopo Colombo, negri trasportati e utilizzati con violenza, negri che sono stati “elementi” necessari e imprescindibili nell’economia del continente.

E in Argentina il loro arrivo si ha già verso la fine del ‘500, un flusso più o meno continuo che seguì almeno fino ai primi dell’800. Secondo alcuni calcoli (1), entrarono legalmente o illegalmente nel territorio argentino fra il XVII e XVIII sec. qualcosa come 40.000 di origine africana, una massa che talvolta era il 40-45% della popolazione di origine europea, per esempio nella città di Tucumán.

I principali mercati di schiavi che si conoscono a Buenos Aires durante il XVIII sec. erano tre: uno appartenente alla Compañia Francesa de Guinea, operante nel sud della città dove oggi c’è il Parque Lezama; un altro inglese proprietà della South Sea Company nei pressi della Quinta del Retiro; infine quello degli spagnoli, negli ultimi anni del ‘700, nella zona dell’allora dogana, vicino il Riachuelo, detto Barracas.

I prezzi variavano da zona a zona, da corporatura a corporatura, da età a età, dall’essere maschile o femminile, adulto o vecchio. Nel 1731, un gruppo di essi si vendeva a Mendoza per 50 pesos a testa (2) più che nell’odierna capitale, mentre a Santiago del Cile potevano essere smerciati a 100 pesos di più.

Sebbene i negri fossero la maggiore forza lavoro, esistevano altri “individui” che partecipavano ai lavori quotidiani. Seguiamo il racconto di due padri gesuiti, Gaetano Cattaneo e Carlo Gervasoni che vissero in prima persona l’esperienza di visitare il Sud America e quei luoghi in particolare:

“[…]

Si trova la città di Buenos Aires sulle rive del grande Rio de la Plata, a 200 miglia dalla sua foce, ed è la capitale della provincia denominata Rio de la Plata, di cui fanno parte altre due piccole città, una chiamata Santa Fe e l’altra Corrientes, che sono le uniche di questa vasta provincia. Questa è la migliore e più popolata delle città che si trovano da questa parte delle imponenti montagne delle Ande fino al mare, a tal punto che hanno tre o quattro o al massimo cinque o sei mila anime (tranne Assunzione che è molto più numerosa), a Buenos Aires ve ne saranno almeno sedicimila, fra cui un migliaio di spagnoli europei e tre o quattromila spagnoli del paese, discendenti in linea retta da quelli che in precedenza si stabilirono qui con le loro famiglie e che si distinguono poco o nulla dagli europei né nello spirito né nelle capacità. Questi ultimi sono chiamati creoli. Tutto il resto sono mulatti, meticci e neri. Sono chiamati mulatti i nati da legittimo matrimonio tra bianchi e negri o viceversa […], meticci coloro i quali nascono da spagnoli sposati con indigeni o viceversa […]. I negri sono molti e l’America è piena di loro, non perché esista qualche nazione di negri, ma perché vengono continuamente portati dall’Africa dai britannici, dove li acquistano a migliaia come bestiame […]

Questi sono gli unici in tutte queste province che servono nelle case, coltivano i campi e lavorano in tutti gli altri ministeri. E se non fosse per questi schiavi non si potrebbe vivere, perché nessun spagnolo per quanto povero venga dall’Europa vuole essere servo, ma una volta raggiunte le Indie, anche non avendo con che sostenersi, vuole essere signore.

[…]” (3)

*****

– 1. Félix Luna, Historia integral de la Argentina, 2, El sistema colonial, Booket, Buenos Aires, 2009, pag. 258.
– 2. Félix Luna, Historia integral de la Argentina, 2, El sistema colonial, op. cit. pag. 261.
– 3. Segunda carta del padre Cattaneo, Societatis Iesu, a su hermano José, de Módena (»»qua) (trad. di Gaspare Armato).

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