Aug 202015
 
Piano di Dresda sotto assedio, disegno a mano, 1760 (in Europeana)

Piano di Dresda sotto assedio, disegno a mano, 1760 (in Europeana)

Dresda è oggi una realtà di poco più di 500.000 anime nella Sassonia tedesca, solcata dal fiume Elba, città dove, qualche anno dopo gli eventi che racconteremo, Goethe (1749-1832), il ben famoso scrittore tedesco, viaggiando e visitando nel 1768 le opere d’arte raccolte in città, sapeva della morte di un suo amico, Winckelmann (1717-1768), famoso storico dell’arte tedesco.

Ebbene, sembra che la storia sia passata con particolare enfasi da quelle parti, almeno negli ultimi 300 anni. Ricordiamo i forti scontri avvenuti fra Napoleone Bonaparte e la sesta coalizione formata da Impero austriaco, Russia e Prussia fra il 26 e 27 agosto del 1813; poi il bombardamento aereo a tappeto da parte degli alleati nella seconda guerra mondiale, nella terribile notte fra il 13 e il 14 febbraio 1945, quando oramai era evidente e vicina la resa delle truppe tedesche. E ancora la Guerra dei sette anni, che alcuni storici dicono essere stata la Prima guerra mondiale, giacché si combatté sia in Europa, sia nelle colonie americane, sia in India, e in cui parteciparono vari stati.

Nel 1760, prima che gli alleati austro-russi si muovessero per attaccare Federico II di Prussia, questi anticipa le loro mosse ed entra in Sassonia col proposito di attaccare Dresda. 13-22 luglio: la città resiste, è dura da conquistare, cosicché Federico il Grande la mette a ferro e fuoco e ordina il bombardamento, il primo bombardamento della storia che la città subisce. Violento, spaventoso, feroce: aggettivi che non riescono del tutto a identificare la caratteristica dell’evento. Per comprendere il risultato di quel micidiale cannoneggiamento (certamente per l’epoca) ecco un’immagine, un quadro del pittore Bernardo Bellotto (1721-1780), nipote per parte di madre del famoso Canaletto, dipinto intorno al 1770.

L’artista raffigura in modo magistrale una piazza, in mezzo i resti della chiesa di Santa Croce, crollata sotto le bombe prussiane, il centro storico distrutto, rovinato, quasi completamente cancellato. La sua stessa casa, situata nel sobborgo di Pirna, viene abbattuta in quel triste luglio, stimando le perdite in 50.000 talleri, fra oggetti d’arredamento, opere d’arte e lastre d’incisioni.

Alla fine Dresda non cede, il sovrano sarà costretto a indietreggiare, l’invasione della Sassonia dovrà essere rimandata.

(Articolo già pubblicato l’11 luglio 2008, corretto, ampliato e ripubblicato in data odierna)

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Le rovine della Kreuzkirche a Dresda, Bernardo Bellotto

Le rovine della Kreuzkirche a Dresda, Bernardo Bellotto

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Jul 112015
 

Inghilterra e Rivoluzione industriale, XVIII sec.


Da quale ragionamento possiamo dedurre le cause del nuovo corso storico? Quando furono interrati quei semi che diedero tali frutti? E perché avvenne nel Settecento e non prima o dopo? Perché proprio nell’isola inglese? Che cosa pensava lo storico Toynbee di ciò che stava accadendo?

Un ebook che partendo dalle scoperte scientifiche del Seicento, accennando alla Gloriosa Rivoluzione, ci porta nelle dinamiche della Rivoluzione industriale, passando fra l’altro per Londra vista dagli ambasciatori veneziani e per le tele di William Hogarth.

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Jun 292015
 

Francia XVIII secolo, illuminismo e rivoluzione


Che influenza ha avuto l’Illuminismo nella Rivoluzione francese del 1789? E la decapitazione di Carlo I d’Inghilterra un secolo prima? Quali donne conducevano i salotti letterari del Settecento francese? Che importanza hanno avuto i libri e la stampa in generale in quel periodo? E la pubblicazione dell’Encyclopédie di Diderot e compagnia bella? Che cosa erano i cahiers de doléances? Che cosa accadeva nella vita quotidiana di quei decenni? Che cosa scrivevano nelle loro corrispondenze Francesco Favi e Thomas Jefferson?

Un ebook che ci introduce nell’Illuminismo e nella Rivoluzione francese, passeggiando fra Augustin de Robespierre, il pane, i costumi tipici e le testimonianze dell’epoca.

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May 272015
 

Inghilterra e Rivoluzione industriale, XVIII sec.


Che cosa avvenne socialmente con la Rivoluzione inglese del Settecento? Si può affermare esserci stata una certa rottura consuetudinaria nella famiglia? Che importanza aveva la trasmissione orale e che evoluzione ebbe verso la fine del secolo in questione? E gli usi e costumi che venivano da tempi immemorabili come si trasformarono?

Appassionante tema che ci porta nei dettagli sociali della spinta economica di fine XVIII secolo, uno dei temi affrontati in questo ebook.

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Apr 262015
 
Selinunte, Tempio dedicato a Hera

Selinunte, Tempio dedicato a Hera (foto ©G. Armato)

Fra disagi e disavventure, nel suo peregrinare per la Sicilia, un giorno del 1551, il saccense fraticello domenicano Tommaso Fazello (1498-1570) si imbatté in colossi di pietra e imponenti costruzioni distrutte che descrisse nel suo “De Rebus Siculis” pubblicato a Palermo nel 1558, testimonianza scritta in latino che raccoglie la storia dell’isola dalle mitiche origini fino al XVI sec., un’opera storico-geografica di degna nota.

«Dentro le sue mura [di Selinunte] si vedono due templi non tanto grandi, uno ha colonne scanalate, l’altro invece lisce, e non è ben certo se sia stato un tempio o la casa del pretore. In essa si vede anche una rocca che incombe sul mare e che, sebbene sia stesa a terra, tuttavia ha rovine di grandi proporzioni e un arco ancora in piedi. Si vedono, poi, rovine sparse in tutta la città per molti iugeri e si cammina su fondamenta, strutture, e resti di case che occupano quasi ogni sua parte» (1)

La scoperta del nostro monaco siciliano fu base di partenza, nei secoli successivi, per ulteriori peregrinazioni specialmente dal XVII-XVIII secolo in poi, quella moda del Grand Tour che prese animo e corpo di artisti letterati aristocratici europei. Ecco allora giungere a Selinunte Jacques-Philippe D’Orville (1696-1751), Richard Henry Payne Knight (1750-1824), Jean-Pierre Louis Laurent Houël (1735-1813), Jean-Claude-Richard de Saint-Non (1727-1791), Johann Hermann von Riedesel (1740-1785), e tanti altri ancora, un viavai di persone che procurò una certa fama alla remota località. E non dimentichiamo il frontespizio del libro di Jakob Philipp Hackert (1737-1807), Vues de la Sicilie, dedicato proprio a Selinunte, libro pubblicato a Roma nel 1782.

Scriveva Jean-Pierre-Laurent Houël nel 1777 sec.:

Dovevo recarmi a Selinunte: presi informazioni necessarie su tutto quanto concerne questa città fiorente un tempo e oggi completamente in rovina. Se ne scorgono facilmente i resti a sud di Castel Vetrano. Me li fecero osservare dai confini di una ricca campagna coperta di colture di ogni genere e soprattutto di alberi da frutta, che affascinavano lo sguardo per la varietà delle forme e dei colori. Il mare chiude maestosamente la prospettiva. Sulla riva si sgorgono le colonne di un tempio, il più grande dell’antica Selinunte, che dominano tutto ciò che circonda. La gente del paese le chiama Pilieri giganti, le colonne dei giganti, per la loro smisurata grandezza.” (2)

Jean-Pierre-Laurent Houël, Voyage pittoresque des isles de Sicile, de Malte et de Lipari, 1782-1787

Jean-Pierre-Laurent Houël, Voyage pittoresque des isles de Sicile, de Malte et de Lipari, 1777

Sono passati oltre 2600 anni e i templi di Selinunte tuttora affascinano i nostri sensi e ci rapiscono in una meravigliosa estasi, portandoci a sognare a occhi aperti e restare di stucco davanti quell’immane laboriosità costruttiva dei nostri antenati.

Selinunte (Σελινοΰς), secondo alcune fonti fondata intorno al 650 a. C. da coloni di Megara Hyblaea, un insediamento greco vicino Siracusa, si sporge sul mar Mediterraneo nella Sicilia sud-occidentale. Nei circa 240 anni di vita, fu una potente città di oltre 80.000 abitanti, con una propria zecca – coniando monete dal 550-530 a.C. – e con un florido commercio, specialmente con i Punici che vivevano nella parte più occidentale dell’isola. Prese il nome da Sèlìnus, l’endemico prezzemolo selvatico che cresceva spontaneo in quelle zone, vicino il fiume Modione.

Sull’Acropoli si costruirono vari templi ed edifici destinati al culto: il tempio D e accanto quello C, quest’ultimo della prima metà del VI sec. a.C., poi uno più piccolo B di epoca ellenistica, forse dedicato a Empedocle di Agrigento. Poi ancora i templi A e O, forse quest’ultimo con sei colonne da un lato e quattordici dall’altro, vicinissimi i due e molto simili.

 Selinunte, Tempio di Apollo, veduta parziale, 1897 (Alinari da BNF)

Selinunte, Tempio di Apollo, veduta parziale, 1897 (Alinari da BNF)

Ma l’opera dei selinuntini non finì qua: sulla collina orientale altri tre luoghi destinati alla devozione, E, F ed infine quello – sembra – dedicato a Giove, G, uno dei più grandi dell’antichità classica con ben 110 m. di lunghezza e 50 m. di larghezza, e colonne alte circa 17 m., con un’altezza totale che sfiorava i 30 metri. Colossale opera, forse iniziata nel 530 a.C., mai portata a fine, poiché la distruzione della città avvenne prima.

Gli archeologi dicono che dovrebbe esistere un altro tempio, non ancora individuato, e che avrebbe dovuto essere il primo e il più vecchio, edificato dai coloni megaresi. Il mistero resta, non si sa con certezza a quali divinità fossero stati dedicati, a parte il tempio E che grazie a un’iscrizione sappiamo fu consacrato alla dea Hera. La facciata principale degli edifici era sempre rivolta ad oriente, al sorgere del sole, dove il viso del dio doveva guardare.

Il materiale da costruzione proveniva dalle cosiddette Cave di Cusa, oggi nei pressi della cittadina di Campobello di Mazara, a circa 13 km. da Selinunte.

L’area, una volta conquistata dai Cartaginesi, fu ripopolata con piccole case fatte con i ruderi esistenti in loco, ed elementari e basici luoghi sacri fra quartiere e quartiere. Poderoso era il sistema difensivo con alte mura erette poco prima della caduta della città. L’intera zona fu poi assoggettata dai romani.

Poco resta della gloria di quei tempi, la distruzione totale avvenne peraltro tramite un violentissimo terremoto, X-XI sec., che abbatté i monumenti. Eppure ancora oggi chi visita Selinunte viene dolcemente rapito dai cinque sensi, dai florali profumi primaverili, dal vento che accarezza la pelle, dai suoni che si ascoltano a occhi chiusi fra le rovine, dal tatto nello sfiorare una tuttavia presente classicità, dal gusto di quel sedano che diede nome alla città. Non c’è pietra che non racconti storie, non c’è metopa che non parli di un mito, non c’è colonna che non abbia l’impronta di un uomo che con il suo sudore ci ha lasciato una testimonianza di cui dobbiamo andar fieri.

Ma Selinunte non è nostra, Selinunte è dell’intera Umanità che dovrebbe custodirla gelosamente.

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– 1. Tommaso Fazello, De rebus Siculis, Panormi, 1558, ed. Storia di Sicilia, 1990, vol. I lib. I, pp. 326-327.
– 2. Jean-Pierre-Laurent Houël, Il viaggio in Sicilia, Edizioni di storia e studi sociali, 2013, pag. 25.

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Apr 202015
 

di Ivana Palomba

“… Il a travaillé, il a travaillé pour le roi de Prusse…”

Federico II, Anna Dorothea Therbusch, 1772

Federico II, Anna Dorothea Therbusch, 1772

Oggi certamente la locuzione “lavorare per il re di Prussia” è entrata nel dimenticatoio per quel regno di Prussia disperso nelle nebbie del passato. Un regno che costituiva circa i due terzi dell’Impero tedesco e che durò dal 1701, quando fu creato, fino alla fine della prima guerra mondiale.

Il modo di dire, il cui significato è darsi da fare inutilmente, a proprio danno o, peggio, a vantaggio della parte avversa, quindi risente dell’usura del tempo che ne vanifica l’efficacia nel contesto di un discorso.

Come per tanti modi di dire, ci sono molte ipotesi interpretative circa la sua origine.

Alcuni la fanno risalire a Voltaire che nel 1750 trovò rifugio presso Federico Il Grande (1712-1786), re di Prussia, che amava circondarsi da filosofi.

Nel suo “buen retiro” Voltaire si diede a combinare molti affari dubbi, quali commercio di diamanti, transazioni illegali e altro. Ciò fu senz’altro causa della rottura fra il re ed il filosofo che per tutta risposta coniò la frase.

Atri, al fatto che Federico II avesse ereditato dal padre una certa avarizia e non solo avesse un’abitudine tutta speciale di pagare il soldo alle sue truppe: egli saldava trenta giorni per mese, lucrando così un giorno per tutti quei mesi che erano di 31, ma addirittura cercava tutte le scappatoie per non pagare. Si racconta infatti che nel 1744 desiderando conquistare la Slesia volle assicurarsi la neutralità della Russia promettendo a un certo Bestoujef, che esercitava una forte influenza sullo zar, 40.000 fiorini. Certo della neutralità russa, Federico fa la sua guerra vincendola ma dilazionando giorno dopo giorno il pagamento dovuto. E quando Bestoujef stanco di aspettare reclamò il dovuto, Federico si finse stupito che la Russia avesse potuto vendere la sua neutralità, per cui Bestoujef diceva a tutti di aver lavorato per il re di Prussia.

Ma le linee interpretative più seguite sono quelle sottese ad eventi bellici. La prima si rifà al trattato di Aix La Chapelle del 18 ottobre 1748 che mette fine alla guerra di Successione Austriaca. La guerra, durata otto anni e che rivelerà il sorgere di una nuova potenza, la Prussia, termina con il relativo successo della Francia che al tavolo dei negoziati non pretende niente. Infatti vengono restituiti all’Austria i territori conquistati come pure la Savoia e la contea di Nizza e viene riconosciuto al marito di Maria Teresa di Habsbourg il diritto alla corona imperiale, mentre Federico II riesce ad annettersi la Slesia senza alcuna giustificazione. Quindi Il re prussiano sembra essere il solo ad aver guadagnato dalla guerra e da ciò sarebbe nata l’espressione “travailler pour le roi de Prussie”.

Carlo di Rohan-Soubise

Carlo di Rohan-Soubise

La seconda riguarda una battaglia nel contesto della guerra dei Sette anni. Secondo Enrico Fumagalli (1863–1939), bibliografo, bibliotecario, e storico italiano, il tutto nasce da una frase di un popolarissimo ritornello di una canzonetta satirica che si cantava a Parigi contro il maresciallo di Francia Charles de Rohan principe di Soubise (1715–1787) che subì, contro ogni previsione, una disastrosa sconfitta ad opera di Federico II, il 5 novembre 1757 nella battaglia di Rossbach, paese della Sassonia.

All’esercito del re Federico II di Prussia forte di soli 21.000 uomini si oppongono le truppe franco-imperiali composte da circa 27.000 comandati dal principe di Sassonia Hildburghausen e 36.000 francesi diretti da Soubise.

In sole due ore di battaglia e nonostante il significativo vantaggio numerico, l’esercito franco-imperiale comandato dal principe de Soubise, fu sconfitto con una perdita di 7000 uomini contro i 1056 di Federico.

“La sconfitta si deve alla sagacità di Federico, che ha sorpreso il nemico in una marcia di fianco, ed ha attaccato la testa delle colonne in condizioni da non permettere loro lo spiegamento. Bello fu il movimento per girare il fianco del nemico, e saggiamente combinati gli attacchi di fianco”. (1)

Sconfitta che fu sì dovuta alla sagacia di Federico II ma anche alla conoscenza dei luoghi nonché alla stesura di perfetti piani minuziosi, mentre Soubise sembrava non li avesse affatto.

Il risultato di Rossbach fu prodigioso. Voltaire disse che il nazionalismo tedesco era nato quel giorno, cambiando il destino della Germania. (2)

Ovviamente una tale disfatta fece del maresciallo di Soubise un vero e proprio capro espiatorio in patria e fu l’occasione per dileggiarlo con beffe e caustici libelli: «Soubise dit, la lanterne à la main, J’ai beau chercher, où diable est mon armée?….» (3) (libera trad.: Soubise dice con la lanterna in mano, ho un bel cercar dove diavolo è la mia armata?)

© Ivana Palomba

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– 1. Cesare Rovighi, Sinossi delle lezioni di storia dell’arte militare date dal capitano Cesare Rovighi agli allievi del 2. anno di corso 1867-68, 1868, pag. 453.
– 2. Alessandro Barbero, Federico il Grande, Sellerio, Palermo, 2007, pag. 191.
– 3. Victor Battaggion, Ridicules! Les dossiers inavoués des grands personnages de l’Histoire, Ed. First, 2013.

Bibliografia:

– Cesare Rovighi, Sinossi delle lezioni di storia dell’arte militare date dal capitano Cesare Rovighi agli allievi del 2. anno di corso 1867-68, 1868.
– Giuseppe Pittàno, Frase fatta capo ha, Zanichelli, 1992.
– Victor Battaggion, Ridicules! Les dossiers inavoués des grands personnages de l’Histoire, Ed. First, 2013.
– Alessandro Barbero, Federico il Grande, Sellerio, Palermo, 2007.
– Pierre Gaxotte, Federico II re di Prussia, De Agostini, 1972.

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Mar 282015
 
Federico II, Anna Dorothea Therbusch, 1772

Federico II, Anna Dorothea Therbusch, 1772

Figura chiave nell’Europa assolutista del Settecento, Federico II di Prussia (1712-1786) fu temuto rispettato venerato non solo dai suoi contemporanei ma anche da coloro che desideravano emularlo nel trascorso dei secoli, al punto da chiamarlo il Grande. Personaggio controverso che si dilettava di musica poesia filosofia, chiamò alla sua corte, fra i tanti, Voltaire, con cui parlava francese, nello stesso tempo in cui si interessava scrupolosamente di arti militari, facendo del suo esercito uno dei più efficienti dell’epoca.

Nei seguenti podcast (di seguito solo i primi tre, gli altri ti invito ad ascoltarli direttamente nel sito di Radio 2 »»qua), il prof. Alessandro Barbero ci offre un’ampia e critica visione di un uomo che ancora oggi, in un modo o nell’altro, affascina.

 

 

 

→ segui ascoltando »»qua.

 

Alcuni libri del prof. Alessandro Barbero:

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Mar 162015
 

Francia XVIII secolo, illuminismo e rivoluzione


Si può dire l’Illuminismo esser stato uno spartiacque fra un vecchio regime politico e il tentativo di uno nuovo più libero e partecipativo? Avrà il Terzo Stato peso politico nelle decisioni comunitarie?

Uno dei tanti argomenti trattati in questo ebook che ci introduce al periodo pre-illuminista, epoca di cambi e rivoluzioni sociali e politiche, rivoluzioni che porteranno lentamente alle sommosse francesi e al futuro dell’Europa così come la viviamo oggi.

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Feb 172015
 

Francia XVIII secolo, illuminismo e rivoluzione


C’era un certa censura durante l’Età dell’illuminismo in Francia? Quali personaggi famosi furono arrestati per aver dato alle stampe libri proibiti? Quanti testi si pubblicarono in Francia dal 1723 al 1789? Che tiratura media si aveva? Poteva la classe meno “alfabeta” avvicinarsi alla stampa? E in che modo?

Un interessante articolo, fra i tanti di questo ebook, che ci illustra il tema in questione durante il periodo che rivoluzionò il modo di pensare e preparò alla sommossa francese di fine Settecento, rompendo con l’Ancien Régime.

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Feb 022015
 

Francia XVIII secolo, illuminismo e rivoluzione


Come si presentava l’Europa davanti il problema dell’istruzione? Quali erano i paesi più “istruiti” all’epoca? Che cosa aveva promulgato Federico II di Prussia? Che tipo di cultura possedevano i commercianti e i piccoli borghesi? Erano tutti d’accordo nel proporre l’istruzione per tutti?

Un interessante tema, uno fra i tanti proposti in questo ebook, sulla quale vale la pena soffermarsi per analizzare un continuum storico che ci porta all’oggi.

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