Apr 202015
 

di Ivana Palomba

“… Il a travaillé, il a travaillé pour le roi de Prusse…”

Federico II, Anna Dorothea Therbusch, 1772

Federico II, Anna Dorothea Therbusch, 1772

Oggi certamente la locuzione “lavorare per il re di Prussia” è entrata nel dimenticatoio per quel regno di Prussia disperso nelle nebbie del passato. Un regno che costituiva circa i due terzi dell’Impero tedesco e che durò dal 1701, quando fu creato, fino alla fine della prima guerra mondiale.

Il modo di dire, il cui significato è darsi da fare inutilmente, a proprio danno o, peggio, a vantaggio della parte avversa, quindi risente dell’usura del tempo che ne vanifica l’efficacia nel contesto di un discorso.

Come per tanti modi di dire, ci sono molte ipotesi interpretative circa la sua origine.

Alcuni la fanno risalire a Voltaire che nel 1750 trovò rifugio presso Federico Il Grande (1712-1786), re di Prussia, che amava circondarsi da filosofi.

Nel suo “buen retiro” Voltaire si diede a combinare molti affari dubbi, quali commercio di diamanti, transazioni illegali e altro. Ciò fu senz’altro causa della rottura fra il re ed il filosofo che per tutta risposta coniò la frase.

Atri, al fatto che Federico II avesse ereditato dal padre una certa avarizia e non solo avesse un’abitudine tutta speciale di pagare il soldo alle sue truppe: egli saldava trenta giorni per mese, lucrando così un giorno per tutti quei mesi che erano di 31, ma addirittura cercava tutte le scappatoie per non pagare. Si racconta infatti che nel 1744 desiderando conquistare la Slesia volle assicurarsi la neutralità della Russia promettendo a un certo Bestoujef, che esercitava una forte influenza sullo zar, 40.000 fiorini. Certo della neutralità russa, Federico fa la sua guerra vincendola ma dilazionando giorno dopo giorno il pagamento dovuto. E quando Bestoujef stanco di aspettare reclamò il dovuto, Federico si finse stupito che la Russia avesse potuto vendere la sua neutralità, per cui Bestoujef diceva a tutti di aver lavorato per il re di Prussia.

Ma le linee interpretative più seguite sono quelle sottese ad eventi bellici. La prima si rifà al trattato di Aix La Chapelle del 18 ottobre 1748 che mette fine alla guerra di Successione Austriaca. La guerra, durata otto anni e che rivelerà il sorgere di una nuova potenza, la Prussia, termina con il relativo successo della Francia che al tavolo dei negoziati non pretende niente. Infatti vengono restituiti all’Austria i territori conquistati come pure la Savoia e la contea di Nizza e viene riconosciuto al marito di Maria Teresa di Habsbourg il diritto alla corona imperiale, mentre Federico II riesce ad annettersi la Slesia senza alcuna giustificazione. Quindi Il re prussiano sembra essere il solo ad aver guadagnato dalla guerra e da ciò sarebbe nata l’espressione “travailler pour le roi de Prussie”.

Carlo di Rohan-Soubise

Carlo di Rohan-Soubise

La seconda riguarda una battaglia nel contesto della guerra dei Sette anni. Secondo Enrico Fumagalli (1863–1939), bibliografo, bibliotecario, e storico italiano, il tutto nasce da una frase di un popolarissimo ritornello di una canzonetta satirica che si cantava a Parigi contro il maresciallo di Francia Charles de Rohan principe di Soubise (1715–1787) che subì, contro ogni previsione, una disastrosa sconfitta ad opera di Federico II, il 5 novembre 1757 nella battaglia di Rossbach, paese della Sassonia.

All’esercito del re Federico II di Prussia forte di soli 21.000 uomini si oppongono le truppe franco-imperiali composte da circa 27.000 comandati dal principe di Sassonia Hildburghausen e 36.000 francesi diretti da Soubise.

In sole due ore di battaglia e nonostante il significativo vantaggio numerico, l’esercito franco-imperiale comandato dal principe de Soubise, fu sconfitto con una perdita di 7000 uomini contro i 1056 di Federico.

“La sconfitta si deve alla sagacità di Federico, che ha sorpreso il nemico in una marcia di fianco, ed ha attaccato la testa delle colonne in condizioni da non permettere loro lo spiegamento. Bello fu il movimento per girare il fianco del nemico, e saggiamente combinati gli attacchi di fianco”. (1)

Sconfitta che fu sì dovuta alla sagacia di Federico II ma anche alla conoscenza dei luoghi nonché alla stesura di perfetti piani minuziosi, mentre Soubise sembrava non li avesse affatto.

Il risultato di Rossbach fu prodigioso. Voltaire disse che il nazionalismo tedesco era nato quel giorno, cambiando il destino della Germania. (2)

Ovviamente una tale disfatta fece del maresciallo di Soubise un vero e proprio capro espiatorio in patria e fu l’occasione per dileggiarlo con beffe e caustici libelli: «Soubise dit, la lanterne à la main, J’ai beau chercher, où diable est mon armée?….» (3) (libera trad.: Soubise dice con la lanterna in mano, ho un bel cercar dove diavolo è la mia armata?)

© Ivana Palomba

*****

– 1. Cesare Rovighi, Sinossi delle lezioni di storia dell’arte militare date dal capitano Cesare Rovighi agli allievi del 2. anno di corso 1867-68, 1868, pag. 453.
– 2. Alessandro Barbero, Federico il Grande, Sellerio, Palermo, 2007, pag. 191.
– 3. Victor Battaggion, Ridicules! Les dossiers inavoués des grands personnages de l’Histoire, Ed. First, 2013.

Bibliografia:

– Cesare Rovighi, Sinossi delle lezioni di storia dell’arte militare date dal capitano Cesare Rovighi agli allievi del 2. anno di corso 1867-68, 1868.
– Giuseppe Pittàno, Frase fatta capo ha, Zanichelli, 1992.
– Victor Battaggion, Ridicules! Les dossiers inavoués des grands personnages de l’Histoire, Ed. First, 2013.
– Alessandro Barbero, Federico il Grande, Sellerio, Palermo, 2007.
– Pierre Gaxotte, Federico II re di Prussia, De Agostini, 1972.

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Mar 282015
 
Federico II, Anna Dorothea Therbusch, 1772

Federico II, Anna Dorothea Therbusch, 1772

Figura chiave nell’Europa assolutista del Settecento, Federico II di Prussia (1712-1786) fu temuto rispettato venerato non solo dai suoi contemporanei ma anche da coloro che desideravano emularlo nel trascorso dei secoli, al punto da chiamarlo il Grande. Personaggio controverso che si dilettava di musica poesia filosofia, chiamò alla sua corte, fra i tanti, Voltaire, con cui parlava francese, nello stesso tempo in cui si interessava scrupolosamente di arti militari, facendo del suo esercito uno dei più efficienti dell’epoca.

Nei seguenti podcast (di seguito solo i primi tre, gli altri ti invito ad ascoltarli direttamente nel sito di Radio 2 »»qua), il prof. Alessandro Barbero ci offre un’ampia e critica visione di un uomo che ancora oggi, in un modo o nell’altro, affascina.

 

 

 

→ segui ascoltando »»qua.

 

   

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Mar 162015
 
Accademia delle Scienze, Parigi, 1698

Accademia delle Scienze, Parigi, 1698

Che l’epoca illuminista sia uno spartiacque fra un prima e un poi, fra un Ancien Régime e un mondo a noi contemporaneo, è cosa risaputa. Il Settecento con i suoi Lumi furono decenni che ruppero con un passato tuttavia legato a un certo feudalesimo, pieno di strutture per lo più immobili che mal accettavano un cambiamento politico-sociale, ruppero ancora con un’epoca in cui il potere assolutistico di diritto divino faceva da padrone in mezza Europa, incarnato nel Seicento da Luigi XIV, e in cui il privilegio aristocratico era punto di forza dell’intero sistema.

È un magma di cose vecchie di secoli (e talvolta di millenni) lasciate tutte, senza eccezione, in vigore. L’ancien régime fu profondamente conservatore, e spesso di anticaglie o, se si vuole, di antichità rispettate, venerate, deformate, dimenticate, resuscitate, fossilizzate a un tempo.” (1)

Già la lenta nascita degli imperi oltremare di Spagna Francia Inghilterra Olanda e lo sfruttamento delle terre coloniali aveva permesso alla politica economica ampliare oltremodo i confini geografici e affacciarsi su terre che avrebbero permesso lo sviluppo di una marina mercantile, un gioco insomma che vedeva cambiare i paradigmi e proporre ai dirigenti nuove sfide e nuovi problemi da risolvere, da quello della schiavitù a quello delle libertà, dal predisporre un esercito permanente a intavolare rapporti con paesi e stati prima sconosciuti o poco esplorati, vedi Cina e oriente in generale.

L'Europa nel Settecento

L’Europa nel 1700 (wikipedia)

Ma non tutta l’Europa ebbe uno sviluppo omogeneo, giacché variava secondo il passato storico di ogni regione. Le prime machine a vapore avevano dato al futuro Regno Unito una marcia in più, la Rivoluzione industriale sarà alle porte, seguito dalla Francia che prendeva vittoriosa la via dell’America e che avrebbe aspettato l’Ottocento per innovare la sua tecnologia, mentre Spagna Italia Portogallo seguivano ancora immersi principalmente in una ancestrale agricoltura, fulcro delle loro economie – con le dovute eccezioni locali. Verso l’Est le differenze si notavano ancor più, popoli maggiormente arretrati dal punto di vista economico, ostacolati da infrastrutture che rallentavano il commercio, privi di una organizzazione bancaria efficiente, con forti istituzioni a regime feudale, in tal modo si presentavano, per fare un esempio, i territori dell’odierna Russia e della Polonia.

La mentalità degli uomini difficilmente segue il progresso sociale, modificare le proprie idee mentre proseguono immobili le vecchie strutture esistenziali è duro e arduo. L’Illuminismo aprì quelle vie verso una riflessione razionale, ma era un movimento intellettuale che interessava aristocratici e borghesi, in uno Stato autoritario e intollerante in cui i sudditi restavano legati al rispetto incondizionato e alla rassegnazione, seguiti da un corpo religioso ben presente nella loro vita quotidiana e che scandiva i ritmi dell’anno. Il cosiddetto Terzo Stato aveva ben poco peso politico nelle decisioni comunitarie.

Tuttavia la mentalità borghese – ma non solo – tenterà rompere questo status quo grazie a una nuova corrente di pensiero, in un ambiente in cui l’economia giocherà peraltro una partita importante, così come l’apertura verso un nuovo spirito scientifico e tecnico, così come altresì il credere nella forza di una ragione critica che tutto poteva. Una lenta evoluzione che impregnerà poco a poco l’intera Europa e oltre.

La rivoluzione culturale poteva accelerare i cambi.

*****
– 1. Pierre Goubert, L’ancien règime, Jaca Book, Milano, 1999, vol. I, pag. 32, 33

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Feb 172015
 
Denis Diderot

Denis Diderot

L’epoca da noi considerata non erano certo decenni di libertà d’espressione, la pubblicazione di libri libelli periodici era sottoposta a un controllo regio a volte duro e spietato, tutti i manoscritti dovevano passare per le mani di un censore che ne vagliava il contenuto e aggiudicava o respingeva la stampa. Con Lamoignon de Malesherbes (1721-1794) forse si ebbe una leggera maggiore tolleranza, fu lui ad appoggiare, per esempio, il prosieguo dell’Encyclopédie. 

Lo stesso Diderot (1713-1784) fu incarcerato dal 24 luglio al 3 novembre 1749 per aver dato alle stampe Lettera sui ciechi ad uso di coloro che vedono, o ricordiamo l’ordine di arresto a Rousseau (1712-1778) per l’Emilio o dell’educazione, nel 1762, Rousseau che dovette fuggire.

La produzione francese di volumi autorizzati o per privilegio o tacitamente ebbe un incremento notevole nel secolo da noi considerato, basti pensare che dal 1723 al 1789 più di 30.000 testi (1) ottennero il beneplacito per passare ai torchi. La maggior parte dei libri venuti alla luce erano dedicati alle scienze, all’arte, alla medicina, all’agricoltura, alla politica, mentre quelli sulla religione iniziavano ad avere minor interesse fra i lettori. La maggior parte in lingua francese, il latino oramai declinava sempre più.

Tale, tanta e varia fu la produzione che in una lettera a Malesherbes del 5 novembre 1760, Rousseau scriverà:

La vendita di libri in Francia è prodigiosa, grande quasi come in tutto il resto d’Europa. In Olanda, è quasi nulla. Al contrario, si imprimono proporzionalmente più libri in Olanda che in Francia. Cosicché, potrebbe dirsi in un certo qual modo che il consumo è in Francia e la produzione in Olanda.” (2)

In effetti la stessa Enciclopedia di Diderot e d’Alembert (1717-1783) aveva ricevuto offerte per essere data alla luce a Neuchâtel, a Cléveris o nella stessa Olanda, ma alla fine sarà Andrés Le Breton (1708-1779) ad avere la concessione. All’estero, clandestinamente, usciranno gli scritti di tanti autori, fra cui Voltaire che si affiderà ai fratelli Gabriel e Philibert Cramer di Ginevra, Rousseau sarà impresso ad Amsterdam dalla tipografia di Marc Michel Rey, etc. (3)

Un gioco economico talvolta proibito che andava a finire dunque fuori i confini gallici e che non riportava il luogo di pubblicazione quando il testo non era tollerato dalle autorità. Lione e Rouen saranno nella Francia di quei decenni le due città dalle quali usciranno una gran quantità di libri (4) che non avevano ottenuto autorizzazione.

La tirature variavano a secondo l’autore e l’argomento, dai 1.000 esemplari della prima edizione de Il Secolo di Carlo XII di Voltaire ai 3.000 della Storia Naturale di Buffon (1707-1788), e se parliamo di periodici, 7.000 erano le copie normalmente impresse del Mercurio di Francia (5).

Già che ci siamo, diamo qualche cenno sui foglietti dell’epoca, sui libelli, sui bollettini, sui notiziari che andavano per la maggiore.

Esiste un genere di libri che in Persia non conosciamo per niente e che qui mi sembra molto alla moda: i giornali. La pigrizia si sente lusingata leggendoli: si è estasiati di poter scorrere trenta volumi in un quarto d’ora.” (6)

faceva dire Montesquieu al suo Usbek (1721).

Le Mercure Galant 1672, che dopo sarebe diventato Mercure de France, 1724

Le Mercure Galant 1672, che dopo sarebe diventato Mercure de France, 1724

Fra i più noti al tempo, o poco prima, la Gazette de France (1631) di Teophraste Renaudot (1586-1653), il già citato Mercure de France (1672) a cura di Jean Donneau de Visé (1638-1710), poi il Journal des Savants, sicuramente il primo giornale scientifico d’Europa (1665), e tanti altri che spesso duravano lo spazio temporale di pochi mesi.

A chi erano dirette queste pagine date alle stampe?

Generalmente e con le dovute eccezioni i lettori, gli acquirenti, erano per lo più la classe abbiente, aristocratici, nobili, i religiosi, inoltre coloro che avevano avuto possibilità di studiare, seguiva poi la borghesia, i mercanti più colti. Rilievo ebbe peraltro l’apertura dei gabinetti di lettura, ricordiamo a Parigi quello del libraio Grangé (1762) o quello di Moureau (1779), luoghi in cui si poteva entrare e leggere al prezzo di pochi spiccioli e, magari, iniziare una conversazione che permetteva creare una specie di circolo informale. Una passione che attraversò l’epoca e permise altresì il diffondersi dell’Illuminismo.

Per la classe meno “alfabeta” che desiderava avvicinarsi alle pagine scritte e illustrate, ecco la letteratura cosiddetta popolare, quei romanzi di evasione comprati con pochi denari, talvolta meno di 2 soldi, stampati in carta grossolana, male impaginati, di solito meno di 120 pagine, così come pure tutta quella serie di libelli che trattavano di catechismo, vita dei santi, cantici, pratiche religiose, racconti di avventura, miti, leggende, fantasia. E non bisogna dimenticare i famosi almanacchi, come Il Grande Calendario, in cui si illustravano i lavori agricoli, i giorni della settimana, tradizione orale, astrologia, e via dicendo.

Queste poche righe per entrare in un continuum storico che conduce alla realtà odierna, quel passaggio iniziato da Gutenberg a metà del XV sec. e che permetterà, lentamente e lungo il trascorso dei secoli, una maggiore alfabetizzazione delle classi sociali più basse. E l’Epoca Illuminista è da considerare come punto di svolta dell’intero sistema culturale.

*****

- 1. ‪Albert Soboul‪, Guy Lemarchand, Michèle Fogel, El siglo de las Luces, ed. Akal, 2013, pag. 524.
– 2. in Albert Soboul‪, Guy Lemarchand, Michèle Fogel, op. cit. pag. 526 (trad. dallo spagnolo di Gaspare Armato).
– 3. Gaspare Armato, Alessio Miglietta, Dal codice al libro stampato, Lulu, UK, 2009, pag. 214.
– 4. A volte erano indicate le città di Amsterdam o Ginevra come luogo di stampa, altre volte erano luoghi di fantasia.
– 5. Albert Soboul‪, Guy Lemarchand, Michèle Fogel, op. cit. pag. 527.
– 6. Montesquieu, Lettere Persiane, lettera CV.

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Feb 022015
 
Encyclopédie, D'Alembert e Diderot

Encyclopédie, D’Alembert e Diderot

La pubblicazione dell’Encyclopédie da parte di Diderot e compagnia bella, a partire dalla metà del Settecento, fu momento di riflessione culturale, un’opera che abbracciava i più svariati campi del sapere umano e che tentava rompere un sistema tuttavia legato al passato. L’Enciclopedia francese, che oltretutto fu manifesto – in lato sensu – dell’Illuminismo, si interessò inoltre del problema dell’istruzione tanto a cuore ai filosofi dell’epoca, un’istruzione legata alle classi privilegiate, mentre quelle popolari si mantenevano in-con una cultura orale tramandata da padre in figlio, da anziano a giovane, e che raramente superava i limiti del villaggio o del paesino.

Se passeggiamo per l’Europa di quei decenni, l’analfabetismo si estendeva dalla Russia di Caterina II la Grande alla Spagna di Ferdinando VI Borbone e successori ancorata al mondo agricolo, dall’Italia politicamente frammentata alla Francia di Luigi XVI all’Austria di Maria Teresa, quasi a dire che la persistenza di una certa struttura feudale faceva sì che la massa rurale restasse passiva, poco attiva e ignorante.

Cosa leggermente diversa se guardiamo la parte protestante del continente, dove la lettura delle Bibbia, necessità religiosa per avvicinarsi direttamente a Dio, era pratica quotidiana di tutti, sicché l’istruzione, almeno quella legata alla capacità di leggere, era considerata necessaria. Vedi, per esempio, la Svizzera, l’Olanda, la Scozia, parti della Germania…

Federico II di Prussia, viceversa, nel 1763 aveva promulgato un regolamento che obbligava l’insegnamento elementare per i bambini dai 5 ai 13 anni: sarebbe interessante analizzare l’effettività della legge.

In Francia i giochi in generale stavano così: la zona Nord-Est sembrava più alfabetizzata rispetto a quella Sud-Ovest. Un resoconto afferma che su 344.220 matrimoni celebrati fra il 1786 e il 1789 il 47% erano firmati da uomini e un 26% da donne (1). Con il trascorso dei decenni, l’importanza delle scuole nei villaggi veniva sempre più tenuta in conto, al punto tale che la comunità locale costruiva o affittava gli edifici necessari pagando altresì i maestri. Un’educazione ancora elementare in cui l’istruttore poteva essere un sacrestano, uno scrivano, qualcuno appena alfabeta, per offrire rudimenti di lettura, poi di scrittura e qualche cenno di calcolo matematico. Per le fanciulle esisteva peraltro la possibilità di entrare nelle congregazioni religiose.

Gerrit Dou, La lettura della Bibbia, 1645

Gerrit Dou, La lettura della Bibbia, 1645

Nelle medie e grandi città, artigiani bottegai commercianti piccoli borghesi possedevano una cultura superiore alla media, una formazione che permise una maggiore diffusione delle idee illuministe. Nel 1785 a Tolosa, a mo’ d’esempio, si rileva un leggero progresso dell’alfabetizzazione cittadina rispetto al 1749: la percentuale delle donne della piccola borghesia che non sanno leggere era scesa dal 30 al 25%, proporzionalmente anche quella dei ceti inferiori (2).

Ma era davvero priorità dell’Illuminismo offrire conoscenze al popolo?

Il dibattito fu certamente vivo e variegato, da quando i fisiocratici avevano affermato la necessità di un’educazione gratuita, obbligatoria e laica, in opposizione, per esempio, all’abate Noël-Antoine Pluche (1688-1761) o a Charles Pinot Duclos (1704-1772) nel cui Essais sur les Ponts et Chaussées, la Voirie et les Corvées (1759) diceva che l’istruzione rendeva il contadino orgoglioso. Più duro l’intervento di Louis-René de Caradeuc de La Chalotais (1701-1785) in cui insisteva nel suo Essai d’éducation nationale (1763) sull’eccessiva diffusione dell’educazione elementare. L’argomento è vasto e controverso per esser sviluppato in questa sede, considerando fra l’altro gli interventi di Kant (1724-1804) per il quale ogni individuo doveva esser capare di riflettere con la propria testa o di Claude-Adrien Helvétius (1715-1771) quando scriveva:

Se per educazione si intende semplicemente quella che si riceve negli stessi luoghi, e da parte degli stessi maestri, essa risulta allora la medesima per un’infinità di uomini.

Ma se a questo termine si attribuisce un significato più autentico e più esteso, comprensivo di tutto quello che coopera alla nostra istruzione, si può dire che nessuno riceve la stessa educazione. Infatti ognuno ha per propri maestri, per così dire, la forma di governo sotto la quale vive, i suoi amici, le sue amanti, la gente da cui è circondato, le sue letture, e infine il caso – cioè un’infinità di avvenimenti di cui, per la nostra ignoranza, non siamo in grado di scorgere la concatenazione e le cause. Questo caso ha una parte assai maggiore di quella che si ritiene nella nostra educazione. Esso pone certi oggetti sotto i nostri occhi, ed è quindi occasione delle idee più felici; talvolta esso ci conduce alle più grandi scoperte.” (3)

Il Maestro, 1662, Adriaen van Ostade

Il Maestro, 1662, Adriaen van Ostade

Per non dimenticare le opinioni di Diderot a favore di un’educazione che avesse legami con il mondo reale, quello di tutti i giorni, magari più scientifica rispetto al passato. O, anni prima, il sostituire la memoria passiva con il ragionamento, di John Locke (1632-1704) con il suo Pensieri sull’educazione che tanta influenza avrà nel tempo.

Da secoli, poi, l’istruzione in Francia era nelle mani per lo più di religiosi, gesuiti in primo piano, almeno fino al 1762, anno della soppressione dell’Ordine, quell’istruzione secondaria fondata sul latino, sulla retorica, sulla scolastica. Passando poi sulle spalle degli Oratoriani che a poco a poco aprirono le porte a materie come la lingua francese e alla storia. Piccoli cambiamenti che preannunceranno l’effettività della rivoluzione illuminista.

*****
– 1. ‪Michèle Fogel‪, Guy Lemarchand, Albert Soboul, El siglo de las Luces, ed. Akal, Madrid, 1992, vol. II, pag. 517.
– 2. Michèle Fogel‪, Guy Lemarchand, Albert Soboul, op. cit., pag. 519.
– 3. Claude-Adrien Helvétius, Sullo Spirito, III, I, 1758, in Pietro Rossi, Gli illuministi francesi, Loescher, Torino, 1987, pag. 283.

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Jan 202015
 

Ogni condannato a morte avrà tagliata la testa.”
(1)

Joseph-Ignace Guillotin

Joseph-Ignace Guillotin

Quest’uomo dagli occhi azzurri e parrucca bianca nell’immagine a sinistra fu il medico e politico francese Joseph-Ignace Guillotin (1738-1814), celebre per aver dato il nome alla triste macchina “taglia-teste”, protagonista indiscussa della Rivoluzione francese.

Ma il vero padre della Louisette, nome con cui inizialmente venne chiamata la ghigliottina, fu il chirurgo, sempre francese, Antoine Louis (1738-1792), incaricato proprio da Guillotin, che gli aveva suggerito disegnare un arnese che potesse decapitare senza dolore, una macchina “democratica”, non più riservata a nobili e ad aristocratici, ma a tutti indistintamente, preti, artigiani, contadini, borghesi, alta società. Giacché sotto l’Ancien Régime, secondo il reato commesso, la vittima poteva esser uccisa con un colpo di spada, bruciata sul rogo, con la ruota della tortura e via dicendo.

E Antoine Louis, sulla base di altre già esistenti – ricordiamo che oggetti simili erano già stati adoperati in Boemia nel XIII sec., in Germania (chiamata Fallbeil), in Scozia (la Maiden di Edimburgo), in Inghilterra (il Patibolo di Halifax), in Italia (la Mannaia) – e avendo come assessore il boia ufficiale di Parigi Charles-Henri Sanson (1739-1806), ne abbozza una che poi sarà fabbricata dal costruttore tedesco di clavicembali Tobias Schmidt (1768-1821) per la modica somma, si fa per dire, di 960 franchi d’oro.

Le prime prove si eseguono nel 1792 su pecore e poi su cadaveri nell’ospedale parigino di Bicêtre, modificando la lama orizzontale per una di forma obliqua, più efficace nel taglio. I risultati furono tali che l’Assemblea Nazionale l’adottò immediatamente, adoperandola per tutti, senza distinzione di ceto sociale.

Ma la vera grande protagonista della Rivoluzione è proprio la ghigliottina ed è lei a ottenere il meritato riconoscimento artistico. Durante il Terrore questo strumento di vendetta è talmente idolatrato da divenire l’eroina di un’opera teatrale, La Guillotine d’amour. Il 16 luglio 1793 il «Journal des spectacles» annunciava:

«Si preparano due nuove pantomime al teatro Lycée, i cui titoli sono Adéle de Sacy e La Guillotine d’amour. Ignoriamo quali sono i soggetti dell’una e dell’altra, ma il titolo orribilmente singolare della seconda è ben capace senza dubbio di stimolare la curiosità pubblica.»” (2)

Maria Antonietta di Francia verso la ghigliottina, 1793

Maria Antonietta di Francia verso la ghigliottina, 1793

Esecuzione di Robespierre, 1794

Esecuzione di Robespierre, 1794

Così fu.
Fra i tanti ghigliottinati della Rivoluzione francese ricordiamo il re di Francia Luigi XVI e la regina Maria Antonietta, Maximilien de Robespierre, Georges Jacques Danton, Antoine Lavoisier, per seguire con Camille Desmoulins, Louis Saint-Just, Charlotte Corday e tanti altri, essendo stato Nicolas-Jean Pelletier, accusato di furto e omicidio, il primo della serie, 25 aprile 1792.

La ghigliottina, marchingegno di orrore, fu altresì rito teatrale, fu spettacolo cui partecipava il pubblico, un pubblico spesso diverso a secondo del soggetto decapitato e natura del crimine, e talvolta il “programma”

“[…] sfortunatamente non funziona a dovere, perché si scopre che la maggior parte degli aristocratici non ha paura di morire: noblesse oblige. Spesso, una volta issati sul patibolo, ridono, scherzano e prendono in giro boia e spettatori, continuando a guardare dall’alto in basso il Terzo Stato, e non solo per la scomoda posizione in cui si trovano. In preda a una luttuosa euforia, c’è anche chi balla elegantemente sulla carretta che lo conduce al supplizio.” (3)

Eppure

Ciò non toglie che, durante la dittatura di quaranta giorni dello stesso Robespierre, la ghigliottina non smise di funzionare. Dal 10 giugno al 27 luglio 1794, milletrecentosettantatre teste caddero «come tegole»: l’espressione da costruttore è di Fouquier-Tinville in persona. Fu l’apogeo dell’applicazione legale della pena di morte in Francia.” (4)

Nel corso della Rivoluzione, la definizione di reato punibile con la pena di morte diventò vieppiù vaga, passando dal cospirare contro la repubblica al dichiarare esser per il ritorno della monarchia, dall’esser sfavorevoli a ulteriori cambiamenti rivoluzionari a opinioni discutibili, dal semplice omicidio-vendetta al furto per la sopravvivenza e addirittura all’offrire cibo e acqua a soldati austriaci contro cui si combatteva. La testa poteva cadere facilmente! Cosicché il suo uso fu sempre più ampio ed equivoco.

Un oggetto che conquisterà rapidamente l’interesse dell’epoca:

Che la ghigliottina costituisca una perversa «macchina estetica» lo comprovavo unanimemente la sua poetica e la sua efficacia e lo conferma perfino una somma di circostanze empiriche, solo in apparenza gratuite. La poetica è riassunta nelle parole pronunciate da Saint-Just all’Assemblea Nazionale: essere la ghigliottina una macchina gradita aux âmes sensibles, ‘alle anime sensibili’. L’attenzione spettacolare è attestata dal nereggiare della folla che, nei suoi giorni di gloria, non si stancherà mai di accalcarglisi attorno. Così il palco della ghigliottina si trasforma in un palcoscenico tanto per le vittime che per la massa degli spettatori.” (5)

Dal peso totale di circa 550 kg. e una lama di 39 kg., la ghigliottina resterà in vigore in Francia fino al 1977, la cui ultima decapitazione avverrà nel carcere di Marsiglia.

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*****

– 1. Code pénal, 6 ottobre 1791, art. 3.
– 2. Antonio Fichera, Breve storia della vendetta: arte, letteratura, cinema: la giustizia originaria, ed. Castelvecchi, Roma, 2004, pag. 175.
– 3. Antonio Fichera, op. cit., pag. 277.
– 4. Julia Kristeva, La testa senza il corpo. Il viso e l’invisibile nell’immaginario dell’Occidente, ed. Donzelli, Roma, 2009, pag. 122.
– 5. Alberto Boatto, Della ghigliottina considerata una macchina célibe, Libri Scheiwiller, Milano, 2008 pag. 11.

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Jan 162015
 

Potremmo azzardare dire che nella storia del costume c’è altresì la storia dell’evoluzione umana, dalle caverne africane agli odierni grattacieli americani, dalle case condominiali inglesi di fine Settecento ai villini estivi mediterranei degli anni ’70 del Novecento, dal semplice drappo che copre il corpo dei romani agli elaborati vestiti barocchi dell’epoca di Luigi XIV fino a raggiungere i jeans di questi giorni e il lusso di certi stilisti di nota fama.

Cosicché proporre solo tre testi sul continuum storico della moda e dell’abbigliarsi nel trascorso dei secoli, è impresa davvero ardua, ché dovremmo considerare il luogo, il continente, l’ambiente politico e religioso, il decennio, così come lo stato civile, l’età, la sessualità, l’eredità ricevuta e acquisita, la mentalità locale, insomma tutta una serie di fattori che hanno influito nelle decisioni di indossare un determinato “oggetto”.

Eppure ci proviamo con alcuni volumi che potrebbero dare una visione generale dell’argomento, magari alternativa, magari spingendo ad approfondire il periodo che più suscita la nostra curiosità.

Nel contempo approfitto per segnalare una serie di articoli presenti in questo blog che fanno il nostro caso (»»qua).

Frédéric Monneyron, Sociologia della moda

Del prof. Frédéric Monneyron, Sociologia della moda, un libro per entrare in un contesto che appartiene a una dimensione psicologica, alla scelta del capo, all’influenza degli “altri”, all’ambito sociale. Una moda che, diremmo, essere creazione europea più o meno recente, che ha oramai investito tutti, e che definiremmo espressione di libertà, forse di individualismo, forse ancora “fenomeno” che ha impregnato indelebilmente il quotidiano recente, almeno dall’Ottocento a oggi.

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Marnie Fogg, Moda. La storia completa

Di Marnie Fogg, Moda. La storia completa, un ricco volumone illustrato e particolareggiato che ci porta nell’evoluzione del vestire dall’antichità ai nostri giorni, nelle tecniche, nelle stoffe, nei modelli che hanno caratterizzato una determinata epoca, nelle tendenze, nei colori, nelle trame e negli orditi. Un cammino che si sofferma sui punti più netti, più significativi del nostro coprirci per ripararci fino al consumismo di massa moderno.

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Lars F. H. Svendsen, Filosofia della moda

Lars F. H. Svendsen gioca invece a “teorizzare” in questo Filosofia della moda, nel senso che si pone domande quali se può esistere una filosofia della moda. Domanda di difficile risposta, ma che serve a indagare nella comprensione di sé stessi e del relativo comportamento, in un mondo odierno in cui “la moda comincia presso i clienti più giovani per poi estendersi ai più vecchi”. Un’analisi fra moda corpo linguaggio che investe anche personaggi come Klimt, Matisse, Dalì per spostare la mira sugli “abiti firmati” e il loro significato. Insomma, un esame filosofico che potrebbe raccontare la moda come “verità della cui realizzazione essa ha rappresentato la più attiva forza motrice”.

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Jan 042015
 
Vittorio Alfieri

Vittorio Alfieri

Verso la fine della cosiddetta Età moderna (»»qua le suddivisioni storiche), si svegliano ancor più le coscienze con i nuovi ideali dell’Illuminismo, il Settecento darà l’avvio a dibattiti e discussioni che stimoleranno i salotti letterari francesi – ricordiamo quello della marchesa de Rambouilet (1588-1665) di metà Seicento – ed europei, così come i caffè letterari – in Italia famoso quello dei fratelli Verri. Schiavitù, libertà, eguaglianza, diritti, fra l’altro, saranno parole e concetti nelle bocche di tutti, iniziando dai letterati per finire, poco a poco, alla borghesia e al popolo in generale. La rottura con l’Ancien Régime è di là a poco a venire, la Rivoluzione americana e francese romperanno vecchi legami, e un differente modo di veder e vivere la vita prenderà piede, le monarchie cominceranno a barcollare.

Vittorio Alfieri (1749-1803) (»»qua un particolare) è uno dei letterati italiani più noti dell’epoca, drammaturgo, poeta e attore teatrale, uomo dal carattere intenso e tormentato, sempre pronto all’avventura, individualista convinto. Il conflitto interiore sarà una delle peculiarità del suo essere, a volte schivo, a volte solitario, altre volte malinconico, un carattere che lottava contro ogni forma di dispotismo, e disponibile, lui, all’eroismo, dilettato dai classici greci di cui ammirava Plutarco. Un uomo, l’Alfieri, che divenne figura di primo piano negli anni a seguire, un pre-romantico cui farà riferimento il Foscolo, ma non solo.

Dallo studio delle idee illuministe – Voltaire e Montesquieu furono due degli autori da lui preferiti – trasse una convinzione razionale della vita, in favore, tra l’altro, della libertà, contro la tirannia.

Proprio questa ultima questione lo porterà a scrivere su un tema politico, Della tirannide – 1777, Alfieri aveva 28 anni -, tema affrontato durante il suo viaggio in Toscana e il soggiorno a Siena, e in cui critica aspramente una delle forme di governo più atroce che possa esserci. Il monarca è un tiranno, diceva, e i due aspetti convivono perché il primo ha la facoltà di limitare e nuocere la libertà altrui, e può abusare a piacimento e volontà del suo potere per esecutare le leggi, distruggerle, sospenderle. Insomma, il monarca identifica la legge con il suo arbitrio.

Ancor più: dalla convinzione che tutti i monarchi e principi sono tiranni, bisogna star vigili, ché la tirannide può cambiar forma e presentarsi con altre sembianze nel trascorrere dei tempi, senza per questo perdere la sua sostanza. E non bisogna dimenticare che la tirannide ha per sostegno oltre l’esercito, anche la religione e la nobiltà. O l’uccisione del tiranno o il suicidio: queste le vie di uscita, secondo l’autore, dal problema.

Alfieri e la contessa di Albany, François-Xavier Fabre, 1796

Alfieri e la contessa di Albany, François-Xavier Fabre, 1796

Leggiamo di seguito qualche brevissimo passo dell’opera.

- Cosa sia il Tiranno:

Tra le moderne nazioni non si dà dunque il titolo di tiranno, se non se (sommessamente e tremando) a quei soli principi, che tolgono senza formalità nessuna ai lor sudditi le vite, gli averi, e l’onore. Re all’incontro, o principi, si chiamano quelli, che di codeste cose tutte potendo pure ad arbitrio loro disporre, ai sudditi non dimanco le lasciano; o non le tolgono almeno, che sotto un qualche velo di apparente giustizia. E benigni, e giusti re si estimano questi, perché, potendo essi ogni altrui cosa rapire con piena impunità, a dono si ascrive tutto ciò ch’ei non pigliano.

- Della Paura:

Si esamini ora, se il timor del tiranno sia parimente la molla del suo governare, e il legame che lo tiene coi sudditi. Costui, vede per lo più gli infiniti abusi dello informe suo reggere; ne conosce i vizj, i principj distruttivi, le ingiustizie, le rapine, le oppressioni; e tutti in somma i tanti gravissimi mali della tirannide, meno se stesso. Vede costui, che le troppe gravezze di giorno in giorno spopolano le desolate provincie; ma tuttavia non le toglie; perché da quelle enormi gravezze egli ne va ritraendo i mezzi per mantenere l’enorme numero de’ suoi soldati, spie, e cortigiani; rimedj tutti (e degnissimi) alla sua enorme paura. E vede anch’egli benissimo, che la giustizia si tradisce o si vende; che gli uffizj e gli onori più importanti cadono sempre ai peggiori; e queste cose tutte, ancorché ben le veda, non le ammenda pur mai il tiranno.

- Del Primo Ministro:

Dalla potenza illimitata del tiranno trasferita nel di lui ministro, si viene a produrre la prepotenza; cioè l’abuso di un potere abusivo già per se stesso. Crescono la potenza e l’abuso ogniqualvolta vengono innestati nella persona di un suddito, perché questo tiranno elettivo e casuale si trova costretto a difendere con quella potenza il tiranno ereditario e se stesso. Una persona di più da difendersi, richiede necessariamente più mezzi di difesa; e un’autorità più illegittima, richiede mezzi più illegittimi. Perciò la creazione, o l’intrusione di questo personaggio nella tirannide, si dee senza dubbio riputare come la più sublime perfezione di ogni arbitraria potestà.”

- Delle Tirannidi antiche paragonate colle moderne.

Le nostre tirannidi, in oltre, differiscono dalle antiche moltissimo; ancorché di queste e di quelle la milizia sia il nervo, la ragione, e la base. Né so, che questa differenza ch’io sto per notare, sia stata da altri osservata. Quasi tutte le antiche tirannidi, e principalmente la romana imperiale, nacquero e si corroborarono per via della forza militare stabilita senza nessunissimo rispetto su la rovina totale d’ogni preventiva forza civile e legale. All’incontro le tirannidi moderne in Europa sono cresciute e si sono corroborate per via d’un potere, militare sì e violento, ma pure fatto, per così dir, scaturire da quell’apparente o reale potere civile e legale, che si trovava già stabilito presso a quei popoli. Servirono a ciò di plausibil pretesto le ragioni di difesa d’uno stato contro all’altro; la conseguenza ne riuscì più sordamente tirannica che fra gli antichi; ma ella ne è pur troppo più funesta e durevole, perché in tutto è velata dall’ammanto ideale di una legittima civile possanza e durevole, perché in tutto è velata dall’ammanto ideale di una legittima civile possanza.

Il testo alfieriano, di chiara posizione antireligiosa e anticristiana, arricchirà di suggerimenti di dialogo la filosofia politica dei tempi, specialmente per esser stato capace di rompere con le illusioni dell’assolutismo illuminato, titolo con cui si fregiavano certi regnanti europei.

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- brani tratti da: Vittorio Alfieri, Della tirannide, 1777 (»»qua e »»qua).

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Dec 152014
 
Cattedrale di Valencia

Cattedrale di Valencia, consacrata nel 1238, edificata su un’antica moschea che a sua volta poggiava le basi su una cattedrale visigota.

Valencia. È martedì, 9 dicembre 2014, esco da casa intorno le ore 8:30 del mattino. Le strade attorno al mio appartamento si riempiono poco a poco di venditori ambulanti, è il mercato rionale settimanale, una babele che invita a comprare le più disparate merci, da coperte e mantelli prodotti in Thainlandia, a pentole e tegami italiani, a calze e calzettini francesi, a viti e cacciaviti che ricordano la Russia pre-Gorbaciov. Oggetti offerti non solo dai locali venditori valenciani, ma perfino di origine asiatica, cinesi coreani indiani, così come africani, marocchini algerini tunisini maliani, un cosmopolitismo visibile e tangibile che potrebbe ricordare, in un certo qual modo, la Spagna musulmana del XIII-XIV-XV sec., poco prima della cacciata degli ebrei, 1492.

E la storia di Valencia ha avuto uno sviluppo non solo legato alla penisola Iberica e all’Europa, ricordiamo Carlo I di Spagna ovvero Carlo V d’Asburgo, ma anche alla tradizione musulmana, con la dinastia omayyade che giunse nell’VIII sec. in quella che si chiamerà al-Andalus.

Cattedrale di Valencia dedicata all'Assunzione di Maria, cupola a forma ottagonale.

Cattedrale di Valencia dedicata all’Assunzione di Maria, cupola a forma ottagonale.

La città divenne, nel trascorso dei secoli e con alti-bassi, uno dei principali centri commerciali grazie al suo porto e ai suoi traffici con mezza Europa e Africa, uno sviluppo che favorì inoltre le arti e la cultura in generale. È proprio nella seconda metà del ‘400 che arriva il primo torchio da stampa, pubblicando, nel 1478, la prima Bibbia a caratteri mobili in una lingua neolatina. Decenni in cui Cristoforo Colombo – almeno fra il 1478 e il 1483 – trafficava e visitava Valencia più di una volta durante i suoi viaggi per il Mediterraneo (1).

Periodo d’oro che iniziò il declino con i viaggi del genovese verso l’America e lo spostamento dei traffici mercantili dal Mediterraneo verso l’Atlantico (inizi-metà XVI sec.). Epoca, d’altronde, caratterizzata dal clima di terrore dell’Inquisizione e dalla Controriforma, dall’espulsione degli ebrei e dei musulmani (1609), epoca ancora, in cui si susseguono una serie di proteste popolari contro monarchia e nobiltà (vedi la ben nota “rebelión de las Germanías”, 1520-1522).

Il Municipio di Valencia nel Natale del 2014

Il Municipio di Valencia nel Natale del 2014, espressione neoclassica e neobarocca del XVIII sec.

Nel Seicento si ha un rafforzamento del potere assolutista, incarnato da Filippo IV d’Asburgo (1605-1665), nel vasto impero che aveva oramai raggiunto la massima espansione territoriale e che stava fallendo le necessarie riforme politiche ed economiche. Cosicché Valencia perse il controllo sulle cariche municipali, permettendo al re immischiarsi in quelle competenze una volta della città.

Il XVII secolo vide oltretutto le strade vestirsi di palazzi e dimore barocche (Palacio del Marqués de Dos Aguas) e di facciate (Convento di San Domenico), di fari e di fiaccole per preparare magiche atmosfere, di spettacoli di potere, di celebrazioni per osannare l’assolutismo, di affollate processioni religiose.

Alla morte di Carlo II (1661-1700) e con la Guerra di Successione spagnola (1701-1713) si raggiunse il vero tramonto della città: oramai il Regno di Valencia non aveva più indipendenza politica e giuridica. Un declino in cui apparirà una debole luce solo nel XVIII secolo grazie all’industria tessile e della ceramica, sebbene il porto non avesse più le buoni funzioni di una volta. Prodotti, quelli della seta e degli azulejos, che approdarono finanche nelle lontane terre americane.

Il Mercato centrale di Valencia

Il Mercato centrale di Valencia, in stile modernista, fu iniziato a costruire, così come lo vediamo oggi, nei primi anni del XX sec.

L’Illuminismo fu introdotto per via di personaggi di prestigio come lo storico e linguista Gregorio Mayans (1669-1781) o il numismatico e filologo Pérez Bayer (1711-1794). Un movimento di idee che diede vita alla Sociedad Económica de Amigos del País, che cercava diffondere le nuove concezioni oltre che le recenti acquisizioni tecniche e scientifiche.

La regione valenciana è peraltro nota per aver dato natali a famosi personaggi e artisti fra i quali a Joanot Martorell (1413-1468), scrittore, autore di Tirante el Blanco (1511), uno dei primi romanzi moderni della letteratura cavalleresca europea dell’Età moderna, o a Joaquín Sorolla (1863-1923), pittore ben celebre nei cui quadri imprime la tipica luce del Mediterraneo, o ancora all’architetto Santiago Calatrava e tanti tanti altri ancora.

Oggigiorno è conosciuta – certamente non solo – per la Città delle arti e delle scienze, così come per Las Fallas, festa popolare in onore a San Giuseppe, per la paella valenciana e, non per ultimo, per l’horchata de chufa.

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– 1. a cura di Fernando Díaz Esteban, América y los judíos hispano portuguese, Real Academia de la Historia, Madrid, 2009, pag. 43.

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Nov 272014
 
Pierre Corneille all'Hotel de Rambouillet

Pierre Corneille all’Hotel de Rambouillet

Non c’è stato e non c’è movimento rivoluzionario che non abbia avuto la propria genesi nell’incontro-scontro di idee, nei dialoghi, nei dibattiti privati o pubblici, un gioco trasversale che inizia, a volte, nei caffè, nei circoli, nei luoghi meno immaginabili.

Sappiamo bene che le idee illuministe ebbero una certa influenza nelle decisioni seguenti della rivoluzione francese, pensieri sviluppatisi, certamente non solo, nei salotti letterari francesi dell’epoca. Luoghi frequentati dai più disparati personaggi, con i dovuti distinguo:

Nel Settecento inoltre si devono oramai distinguere i salons letterari dalle «conversazioni» o salotti mondani, in base al criterio di una specifica vocazione culturale contrapposta alla mera socialità o «galanteria». Il termine salons del resto è posteriore al dispiegarsi del fenomeno: si usava piuttosto compagnia o cotérie. L’Inghilterra fu caso a parte, con ben pochi luoghi di socialità d’influenza francese; Italia e Germania, Vienna e Berlino ebbero i loro salons, che tuttavia non attinsero mai al primato assoluto dei modelli parigini nella direzione del movimento dei Lumi.” (1)

Salon che si potrebbe far risalire nel 1625, in un certo qual modo, a quello della marchesa di Rambouillet e del suo hotel, poco distante dal palazzo reale del Louvre, là, in quella Parigi poco prima che Luigi XIV assumesse potere assoluto. Salotti che dalla reggenza di Anna d’Austria e Mazzarino si moltiplicarono a vista d’occhio e, quasi sempre, condotti da “dame letterate”. Ecco dunque quello della ricca borghese Madame Geoffrin, il vivace e animato del barone Paul Henri Thiry d’Holbach, forse l’unico salotto parigino promosso da un uomo, quello di Madame de Staël, quello di Marie Anne Doublet, ecc. Mezza Europa ne fu interessata, menzioniamo le conversazioni (»»qua un relativo articolo) avvenute, fra la fine del Settecento e gli inizi dell’Ottocento, nei salotti berlinesi ebraico-tedeschi di Henriette Herz, figlia di un benestante medico, Rahel Levin Varnhagen, figlia di un ricco gioielliere, e Dorothea Veit, compagna di Friedrich Schlegel, uno dei padri fondatori del romanticismo.

Charles Gabriel Lemonnier, La lettura della tragedia di Voltaire, L'orfano della Cina, 1812

Charles Gabriel Lemonnier, La lettura della tragedia di Voltaire, L’orfano della Cina, 1812

Luoghi di incontri altresì, accettando ricevere una società mista uomini e donne – chiaramente tuttavia elitaria -, spesso forniti di ricche biblioteche a disposizione dei frequentatori, come in Italia:

“[…] biblioteche fruibili da chiunque frequentasse la casa, sono segnalati dai viaggiatori un po’ in tutta Italia, da Napoli a Torino, a Roma, a Milano. Basti solo ricordare, come esempio, la biblioteca ed il salotto, tra Mergellina e Posillipo, dei fratelli di Gennaro a Napoli, luogo di incontro massonico e di dibattiti sulle grandi questioni delle riforme politiche ed economiche del momento. Anche i Berio avevano, a Napoli, una fornita biblioteca e un palazzo sempre aperto alle «dotte conversazioni».” (2)

da sinistra a destra, Madame Geoffrin, Madame de Staël, Suzanne Curchod Necker, Marie Anne Doublet

da sinistra a destra, Madame Geoffrin, Madame de Staël, Suzanne Curchod Necker, Marie Anne Doublet

La regia delle discussioni era per lo più relegata alle donne che con sapiente e intelligente intuito riuscivano a moderare e condurre i dibattiti, argomenti di carattere letterario, scientifico, artistico, musicali, a volte frivoli, altre volte politici, una “gestione” non certo semplice, ché accadeva che qualcuno offendesse altrui sentimenti.

Donne che, emancipandosi lentamente e assurgendo più numerose sulla scena pubblica, seppero distinguersi e imporsi, e non solo in Francia. In Italia, a mo’ di semplice nota, ricordiamo:

Nella prima metà del Settecento, avevano animato le conversazioni dei salotti napoletani qualificate presenze femminili, come Faustina Pignatelli, Maria Angela Ardinghelli, Giuseppa Eleonora Barbapiccola, Isabella Pignone. […] Queste donne, che parlavano e scrivevano correttamente in almeno una lingua straniera, potevano in genere vantare la traduzione in italiano di note opere scientifiche.” (3)

In poche parole, non è da sottovalutare l’influenza che i salotti ebbero nello sviluppo storico del tempo e di quelli che seguirono (»»qua un articolo conversare ieri e oggi): concetti e argomenti dibattuti dentro quattro mura uscivano fuori per esser messi in pratica e coinvolgere gli avvenimenti. E nello stesso tempo è d’annotare l’azione di quelle donne che difendevano e propagandavano i nuovi ideali, una lenta rottura con l’Ancien Régime che vedrà sorgere, poco a poco, il mondo a noi contemporaneo.

Lettura di Moliere in un salone, Jean-François de Troy, 1728 ca.

Lettura di Moliere in un salone, Jean-François de Troy, 1728 ca.

Non si può certamente racchiudere in un breve articolo come questo il fenomeno “salon”, un fenomeno che interessò e prese piede in mezzo continente, oltrepassando l’oceano e raggiungendo i nascenti Stati americani. Abbiamo solo voluto dar vetrina a un “costume”, un “abito” che sarebbe interessante poter riportare in vita, magari coinvolgendo un pubblico più ampio che in passato.

Lascio di seguito alcuni testi per approfondire:

- Benedetta Craveri, La civiltà della conversazione, Adelphi, Milano, 2006.
– Benedetta Craveri, Madame du Deffand e il suo mondo, Adelphi, Milano, 2001.
– Elena Brambilla, Sociabilità e relazioni femminili nell’Europa moderna. Temi e saggi, Franco Angeli, Milano 2013.
– Annamaria Laserra, Le signore dei signori della storia, Franco Angeli, Milano, 2013.
– Giuseppina Rossi, Salotti letterari in Toscana. I tempi, l’ambiente, i personaggi, ed. Le Lettere, Firenze, 1992.
– a cura di Maria Luisa Betri e Elena Brambilla, Salotti e ruolo femminile in Italia. Tra fine del Seicento e i primi del Novecento, Marsilio, Venezia, 2004.

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– 1. Elena Brambilla, Sociabilità e relazioni femminili nell’Europa moderna. Temi e saggi, Franco Angeli, Milano 2013, pag. 54.
– 2. Maria Consiglia Napoli, Giuseppe Maria Galanti. Letterato ed editore nel secolo dei lumi, Franco Angeli, Milano, 2013, pag. 9.
– 3. Annamaria Laserra, Le signore dei signori della storia, Franco Angeli, Milano, 2013, pag. 251.

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