Aug 272014
 
Ritratto di Luigi XIV, Bernard Picart, 1702

Ritratto di Luigi XIV, Bernard Picart, 1702

Epoca di cambi, il Seicento è un secolo colmo di eventi, dalla rivoluzione scientifica che superava poco a poco le teorie aristotelico-tolemaiche, a una proto-industrializzazione che sfocerà a metà Settecento nella vera e propria nascita delle industrie, dalla rottura da parte dell’arte dei vecchi canoni allo sviluppo del Barocco e del Manierismo, e ancora alla Guerra civile inglese ai primi Padri Pellegrini che danno origine alle colonie nordamericane.

Decenni in cui personaggi come Galileo Galilei, Cartesio, Keplero, Bacone, Newton, e ancora Molière, Velázquez, Vermeer, per seguire con Spinoza, Hobbes, Locke, Tommaso Campanella, fra i tanti, lasceranno le loro impronte su cui cammineranno altri che costruiranno quelle vie che condurranno all’oggi.

Il Seicento è altresì famoso per essere stato chiamato periodo dell’Assolutismo. Ma che definizione potremmo dare di Assolutismo? Thomas Hobbes, sicuramente il maggiore teorico dell’Assolutismo, diceva essere un sistema politico il cui potere legislativo ed esecutivo risiedeva, senza limiti e controlli, nelle mani di una sola persona.

Potremo distinguere un Assolutismo borghese, di cui la Francia di Luigi XIV del XVII secolo è modello, con una stretta alleanza tra borghesia nazionale e monarchia, e Assolutismo aristocratico-feudale, sviluppatosi per esempio in Spagna Austria Prussia Russia, con un sovrano sorretto e affiancato dagli aristocratici e dai proprietari terrieri. (1)

“[…] L’alleanza tra il capitalismo commerciale e l’assolutismo monarchico rafforzò il duplice monopolio (fiscale e militare) dello stato, e con esso la sicurezza pubblica e la capacità di far rispettare i contratti all’interno dei propri confini, ma non ne intaccò in modo decisivo l’inclinazione aggressiva verso gli altri stati. Il rapporto tra lo stato guerriero e la borghesia commerciale in ascesa divenne simbiotico. Questa piegò le guerre ai suoi interessi, e fece scomparire gradualmente le guerre aristocratiche, combattute per l’onore, la vendetta e per la sola sete di potere del re e principi.” (2)

Luigi XIV sarà colui che più di tutti rappresenterà tale forma di governo, un sovrano che potrà legiferare, imporre tasse, coniare moneta, amministrare la giustizia in modo autoritario, sicuramente unico in Europa per la lunga durata del suo regno.

Sarà fra la fine del XVI sec. e gli inizi del XVII sec. che si inizieranno a formare gli stati e i primi eserciti permanenti:

“[…] le monarchie cercano di evolvere verso l’assolutismo. Ma, un po’ dappertutto, esistono anche assemblee di «stati» particolari, la Dieta imperiale, gli Stati Generali francesi o il Parlamento inglese. Là dove questi «stati» sono deboli, l’assolutismo si stabilisce effettivamente; invece, là dove queste assemblee rappresentative si sanno imporre, nasce un regime più liberale, magari fra crisi e convulsioni dolorose. La storia dell’Inghilterra è un esempio di questa situazione.” (3)

Da sinistra a destra: Molière, Galilei, Hobbes, Velázquez

Da sinistra a destra: Molière, Galilei, Hobbes, Velázquez

Cosicché:

“[…] Nel XVII secolo lo stato diventa il punto di riferimento per una serie di realtà che, di fatto, sarebbero da lui indipendenti. Lo Stato si confonde con la nazione, con la patria, con la corona o con il potere. Esso non tralascia neppure l’economia che viene assorbita mediante il mercantilismo ed il monopolio delle manifatture (colbertismo)”. (4)

Eppure non mancheranno le lotte che si opporranno in un modo o nell’altro a tale regime:

“[…] I conflitti politico confessionali si succedono uno dopo l’altro, con la Guerra dei Trent’anni (1618-1648), che finisce per dividere tutta l’Europa, con la rivoluzione di Oliver Cromwell del 1645 in nome di un presbiterianesimo repubblicano che metterà a morte il re Carlo I nel 1649, con le ribellioni locali del 1640 e 1641 contro il dominio castigliano in Catalogna, Portogallo e in Andalusia. Infine, ultimo tentativo messo in atto dai feudali e dai corpi intermedi per cercare di mantenere una parte del potere di fronte all’ascesa della monarchia assoluta, vi è la Fronda, una specie si guerra civile delle élite francesi, protrattasi dal 1648 al 1653, la cui esperienza segna la fine del tirocinio politico del giovane Luigi XIV.” (5)

Gli esisti dell’Assolutismo, se di esiti si possa parlare, non furono uguali in tutta Europa, mentre in Francia in Olanda e in Inghilterra aveva favorito un certo sviluppo economico, quanto meno commerciale, la Spagna ne usciva indebolita, così come i territori a lei legata, vedi una buona parte dell’Italia nel caso nostro. Viceversa, altri stati se ne beneficeranno nei decenni a venire, la Prussia.

In tutto ciò, la vecchia aristocrazia che si trasforma in nobiltà di casta restava, almeno agli inizi, parte del sistema, nobiltà che, attaccata dall’avanzare della borghesia, cedeva infine con il passare degli anni, lasciando il posto con la fine dell’Ancien Régime.

Assolutismo, dunque, che regna in mezza Europa, nel Piemonte Sabaudo, nella Prussia degli Hohenzollern, nella Russia di Pietro il Grande e di Caterina, negli Stati Asburgici di Maria Teresa e Giuseppe II, un assolutismo, dicevamo, che contrasta il potere religioso, vuoi cattolico che protestante – in lato sensu -, potere religioso che si sforzava trovare il proprio posto di fronte un’istituzione che non accettava rivali.

Verrà la rivoluzione illuminista che metterà in discussione tale forma di autorità: l’Assolutismo entrava definitivamente in crisi.

*****

- 1. Bianca Spadolini, Educazione e società. I processi storico-sociali in Occidente, Armando editore, Roma, 2004, pag. 181.
- 2. Pino Arlacchi, L’inganno e la paura. Il mito del caos globale, Il Saggiatore, Milano, 2011, pag. 165.
- 3. a cura di Roberto Barbieri, Emanuela Rodriguez, Paola Rumi, Storia dell’Europa moderna: secoli XVI-XIX, Jaca Book, Milano, 1993, pgg. 23-24.
- 4. Guy Bedouelle, La storia della Chiesa, Jaca Book, Milano, 1993, pag. 115.
- 5. Guy Bedouelle, op. cit., pag. 115.

Jul 282014
 

di Daniela Nutini

Eugenio di Savoia

Eugenio di Savoia

Il Principe di Savoia si firmava così: Eugenio von Savoye. Questo al termine della sua carriera… e per dare risalto al percorso della sua vita.

Eugenio, nato nel 1663, era nipote di un principe del ramo Savoia-Carignano, figlio del conte di Saissons, generale del re, e di Olimpia Mancini, la celebre nipote di Mazzarino, sorella di Maria e amante di Luigi XIV. Era stato destinato allo stato ecclesiastico, a 15 anni aveva ricevuto la tonsura, ma aveva preferito la carriera delle armi: per tutta la vita i suoi nemici lo scherniranno come “l’abate Savoia”. La sua infanzia fu di un bambino abbandonato, praticamente nessuno si occupava di lui e crebbe tra la servitù di Palazzo Soissons. A questo si deve forse il suo carattere freddo e sicuro al tempo stesso. Ricevette comunque una buona educazione, specialmente scientifica.

Presentatosi dal re con la richiesta di un comando in battaglia, fu mandato via in malo modo. A parte la sua giovane età (19 anni), Luigi lo aveva in antipatia per diverse ragioni: era figlio di una donna che in gioventù aveva amato, ma che ora disprezzava per i suoi facili costumi. Inoltre, il ragazzo era noto per la propensione verso gli uomini e faceva parte della scapestrata gioventù alla moda. Lisolette del Palatinato, cognata del re, scriveva che “il piccolo scapestrato […] non si sarebbe mosso per le donne, essendo preferibili un paio di bei paggi”.

Luigi, che stava diventando puritano, rifiutò, e fu un errore. Eugenio, irritatissimo, scappò di notte con il cugino Borbone Conti, travestiti da donna, e offrì le sue competenze, tutte da provare ancora, a Leopoldo di Asburgo. Il quale austriaco era in ambasce: i turchi marciavano, assediavano Vienna e lui aveva un disperato bisogno di tutti. Quel ragazzo, capitato all’improvviso e per rabbia, fu utilissimo, anche grazie alle sue sortite notturne il Gran Visir Kara Mustafa fu sconfitto e Vienna salvata (1683).

Da allora in poi Eugenio non depose mai le armi, infaticabile combatté a favore di casa d’Austria tutte le guerre che in quello scorcio di secolo erano continue. In quel periodo in cui il maggior nemico era la Francia di Luigi XIV, lottava a fianco dei suoi soldati e non si risparmiava. Batté ancora una volta i turchi a Zenta, con una sortita di sorpresa, costruendo un ponte di barche. Quello degli attacchi improvvisi e delle imboscate era una sua specialità, abbastanza nuova nelle tattiche di guerra dell’epoca. Tolse anche definitivamente i francesi dall’Italia, venendo in soccorso al cugino Vittorio Amedeo di Savoia e liberando Torino dall’assedio francese.

Eugenio di Savoia, 1718

Eugenio di Savoia, 1718

Eccelse perfino in diplomazia, frequentando tutte le corti europee da quel gran signore che era. Fu amico degli inglesi ed in particolar modo di John Churchill, duca di Marlborough, insieme al quale si unisce in varie campagne militari. Fu invitato perfino alla corte di Russia da Pietro il Grande ad una festa in maschera, dove si presentò “da ragazzo, che non aveva mai conosciuto donna”. Ma i suoi gusti sessuali non scandalizzavano nessuno, Eugenio non era di quelli che si metteva in mostra, a parte alcune bravate in società. Dicerie, ma nessun scandalo palese.

Fu inoltre mecenate, bibliofilo e protettore delle arti, costruendo castelli e raccogliendo quadri, statue e oggetti di gusto finissimo. La sua casa era il Belvedere di Vienna, magnifico palazzo Barocco. Fuggito da Parigi senza il becco di un quattrino, Eugenio era ora ricchissimo, onusto di cariche amministrative e militari, tutto grazie alla sua abilità, giacché dalla famiglia non ebbe mai né aiuto, né sostegno. Lo ammiriamo, al colmo della gloria, con la parrucca grigia a riccioli fitti, da soldato, il viso segnato, lo sguardo acuto, Eugenio von Savoye, italiano, austriaco, francese, come aveva declinato il suo nome, col proposito di sottolineare una mentalità e una cultura cosmopolita.

Gli ultimi anni della sua vita li trascorse al Belvedere dove era ascoltatissimo consigliere di Carlo di Asburgo, che lo invidiava un po’ ma lo ascoltava e lo rispettava. La piccola Maria Teresa, futura imperatrice, è una bambina che lo adora come uno zio amatissimo. Lui propugna l’unione con la casa di Lorena per la piccola Asburgo, sia per gratitudine – ché nella cacciata dei turchi, Carlo di Lorena era stato un alleato prezioso e valido, e quella amicizia era durata per tutta la vita -, sia perché i Lorena e gli Asburgo erano parenti. Eugenio aveva dichiarato che “con i tempi che corrono è rassicurante sapere chi ci si porta in casa”, e questo era stato l’argomento conclusivo.

Il matrimonio viene concluso con il sacrificio della Lorena alla Francia. Ma Eugenio sparisce ad un tratto, all’improvviso. Una mattina dell’aprile 1736, lo trovano, vestito compostamente, sulla sua poltrona: sulla tavola c’è la teca con gli speroni d’oro – dono dell’amico Lorena dopo la vittoria contro i turchi -, carte, gli occhiali e la penna ancora umida di inchiostro. Per la sua scomparsa fu decretato il lutto cittadino.

© Daniela Nutini

Jul 162014
 
The Costume of China, William Alexander, 1805

The Costume of China, William Alexander, 1805

La Cina è stata da sempre un paese misterioso, poco conosciuto, meta di intraprendenti viaggiatori alla ricerca di spezie e prodotti da importare, un mercato (»»qua) sostanzialmente a via univoca, gelosa, potremmo azzardare, la Cina, delle proprie ancestrali memorie.

E quando il re inglese Giorgio III inviò una delegazione, 1793 (»»qua), l’occasione giovò a una serie di diplomatici pittori letterati artisti in genere per prendere contatto e raccontare una realtà diversa dall’europea.

A questo punto entra in gioco il nostro personaggio.

Dopo aver completato i suoi studi alla Royal Accademy Schools di Londra, William Alexander (1767-1816) nel 1792, all’età di 25 anni, fu uno dei disegnatori che accompagnavano in Cina la Macartney Embassy. Periodo ben fruttifero quello trascorso nelle terre orientali che permisero a William immortalare il quotidiano cinese di fine Settecento, quello in cui regnava l’imperatore Qianlong (1711-1799) della dinastia Qing.

Nei due anni – ritornerà a Londra nel 1794 -, seguendo il conte George Macarteny (1737-1806), che in quel mentre cercava convincere il sovrano cinese ad aprirsi ai commerci con l’Occidente, operazione fallita, il nostro pittore ebbe bastante tempo per preparare ciò che poi sarà dato alle stampe nel 1805 come The Costume of China, un volume in cui si raccoglievano ben 48 preziose immagini che presentavano all’Europa dell’epoca la società di quelle terre esotiche, immagini seguite da un’accurata descrizione.

Prima di lasciare lo spazio ad alcune tratte dal libro di William Alexander, che ci danno una visione storica di un mondo ancora oggi a noi poco conosciuto, desidero segnalare l’interessante sito della Fondazione Intorcetta – Prospero Intorcetta (1625-1696) fu il primo a tradurre in latino le opere di Confucio – che segnala alcuni dei tanti gesuiti siciliani che viaggiarono vissero studiarono quella cultura.

Contadino con moglie e figli, Cina fine XVIII sec.

Contadino con moglie e figli, Cina fine XVIII sec.

Ritratto di lama, o monaco, Cina fine XVIII sec.

Ritratto di lama, o monaco, Cina fine XVIII sec.

Donna cinese con suo figlio, accompagnata da un servo, Cina fine XVIII sec.

Donna cinese con suo figlio, accompagnata da un servo, Cina fine XVIII sec.

Facchino cinese, Cina fine XVIII sec.

Facchino cinese, Cina fine XVIII sec.

Ritratto di soldato in uniforme, Cina fine XVIII sec.

Ritratto di soldato in uniforme, Cina fine XVIII sec.

Jul 022014
 
Domenico Angelo Malevolti Tremamondo

Domenico Angelo Malevolti Tremamondo

Qui gladio ferit gladio perit

Chi di spada ferisce, di spada perisce”, recita Gesù nel Nuovo Testamento (1).

E lo sapeva bene il buon Casanova, quel Giacomo (1725-1798) scrittore, poeta, diplomatico, ma anche eccezionale avventuriero, che sfidava la vita a colpi di spada:

… il Casanova è quello che è, e non vuole essere altro; vero eroe del suo tempo per l’audacia, la sincerità con la quale lo visse, allo sbaraglio, senza temere i colpi di spada o di pistola, il carcere o l’esilio, pur di consumare fino all’ultimo l’avventura della sua esistenza in un’epoca in cui la vita era un’opera d’arte e si poteva farne, con vera gioia, un capolavoro dei sensi… ” (2)

Fu, il nostro connazionale, coevo e allievo di Domenico Angelo Malevolti Tremamondo (1716-1802), nobile di nascita, ai più sconosciuti, ma non alla famiglia reale inglese di cui fu maestro di scherma – re Giorgio III e re Giorgio IV, alcuni dei suoi discepoli -, quella scherma che, grazie ad Angelo, passava dai campi di battaglia a proporsi come sport.

Studente del ben celebre maestro parigino Bertrand Teillagory, avendo appreso i primi rudimenti a Pisa da Andrea Gianfaldoni, Domenico era agile svelto mobile, sicuramente uno dei primi, se non il primo, a evidenziare l’importanza dei movimenti della spada come metodi per sviluppare l’equilibrio, la grazia, la stabilità.

Il suo sistema d’insegnamento, sebbene non particolarmente innovativo e originale, ha caratterizzato un’epoca, il Settecento, e dato l’avvio a quell’arte in cui ancora oggi si notano eleganza armonia piacevolezza.

Suo è il trattato L’École des Armes, The school of fencing, La scuola di scherma, scritto in francese e pubblicato nel 1763, un volume (3) ricco di immagini – 47 tavole -, di consigli, di raccomandazioni, un testo fondamentale ai nostri giorni per chi desidera praticare questo sport in modo inoffensivo.

*****
- 1. Nuovo Testamento, Mt.: 26,52.
- 2 G. Casanova, Storia della mia vita, ed. Mondadori, Milano 1965, a cura di Piero Chiara, vol. VII. pag.13, 14).
- 3. Domenico Angelo, School of Fencing with a General Explanation of the Principal Attitudes and Positions peculiar to the Art, London 1787.

Posizione di scherma, tratto da L’École des armes di Angelo Domenico Malevolti Tremamondo, 1763

Posizione di scherma, tratto da L’École des armes di Angelo Domenico Malevolti Tremamondo, 1763

Posizione di scherma, tratto da L’École des armes di Angelo Domenico Malevolti Tremamondo, 1763.

Posizione di scherma, tratto da L’École des armes di Angelo Domenico Malevolti Tremamondo, 1763.

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Jun 062014
 

Non si porta la libertà sulla punta delle baionette.” (1)

Maximilien Robespierre, ritratto da Pierre Roch Vigneron, 1786

Maximilien Robespierre, ritratto da Pierre Roch Vigneron, 1786

La “rivoluzione”, in lato sensu, la fanno i giovani.
Sono loro che, con forza coraggio spavalderia inventiva, cercano sfidare lo status quo, disponibili a dare, spesso inconsapevolmente, la loro vita, pronti, in poche parole, a scendere per le strade della storia e dimostrare che talvolta i vecchi giochi non servono più e bisogna creare nuove regole per permettere l’evoluzione, anche sociale, di un popolo, di una nazione, di un gruppo di individui.

E allora Marat, assassinato all’età di 50 anni da Charlotte Corday, ghigliottinata a sua volta a 25 anni, Camille Desmoulins decapitato a 34 anni, Danton a 35 anni, Robespierre a 36, potrebbero rappresentare alcuni dei tanti personaggi che, accessi dalla realizzazione di nuovi ideali, hanno saputo dare una spallata all’Ancien Régime e preparare la strada a nuove forme di governo.

Questo che segue non desidera essere un articolo conclusivo né esaustivo, ma solo un panorama che spazia per alcuni dei “pareri” offerti da Robespierre, Robespierre che, prodotto dell’epoca in questione, quel Settecento in cui idee illuministe imbevevano la cultura quotidiana, affermava:

“La legge è forse l’espressione della volontà generale, quando il maggior numero di coloro per cui essa è fatta non possono in alcun modo concorrere alla sua formazione?” (2)

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Robespierre è già un seguace delle idee di Rousseau quando, appena trentenne, viene eletto rappresentante del Terzo Stato agli Stati Generali, era il 1789. Pochi anni dopo, 1793, entra nel Comitato di Salute Pubblica.

Politico democratico e repubblicano, il nostro si animava di moralità nei discorsi, duri ed espliciti, per far presa sul popolo, esprimendo con enfasi il suo modo di proporre una diversa realtà politica, una politica più sana, più vicina ai bisogni della gente, più onesta.

Additato come freddo intransigente incorruttibile pronto a giustificare l’assassinio per favorire la causa rivoluzionaria, il giovane Maximilien lottava inoltre per l’uguaglianza e la giustizia verso i meno abbienti:

Ma se la bilancia della giustizia cessasse di essere in equilibrio, non dovrebbe forse pendere in favore dei cittadini meno agiati?” (3)

Quest’uomo di potere, quest’abile avvocato di Arras, descritto da George Sand come “Il più grande uomo della rivoluzione e uno dei più grandi della storia” (4), che qualcuno disse essere stato ateo, nel medesimo tempo in cui lui stesso gridava:

Abbandoniamo i preti e torniamo a Dio. Costruiamo la moralità su fondamenta sacre ed eterne; ispiriamo nell’uomo quel rispetto religioso per l’uomo, quel profondo senso del dovere, che è l’unica garanzia della felicità sociale; nutriamo in lui questo sentimento attraverso tutte le nostre istituzioni e facciamo sì che l’istruzione pubblica sia diretta verso questo fine” (5),

quest’avvocato, dicevamo, incarnò la figura principale del Terrore, quel triste periodo che va, più o meno, dal luglio 1793 al luglio dell’anno seguente con la sua morte. La stessa ghigliottina che aveva ucciso migliaia di persone fece cadere la lama sulla testa proprio di Maximilien: aveva 36 anni.

Esecuzione di Maximilien Robespierre, 1794

Esecuzione di Maximilien Robespierre, 1794

Caro fratello, non riesco a nasconderti i miei timori, tu suggellerai la causa del popolo con il tuo sangue, e forse il popolo stesso sarà così disgraziato da colpirti; ma io giuro di vendicare la tua morte, e di meritarla con me.” (6)

avrebbe scritto il fratello Agustin qualche tempo prima della morte dei due.

La figura storica di Maximilien Robespierre è stata da sempre una figura controversa, campo di studi e di ricerca di storici che, analizzando perfino i particolari della sua vita, dal non essersi mai sposato all’essere austero alle possibili amanti – M.lle Anaïs Deshorties potrebbe essere stata una – e tanti altri dettagli ancora, hanno mostrato al mondo un uomo che seppe spendere la sua esistenza al servizio di una causa che cambierà per sempre la storia dell’Europa e dell’occidente intero, un uomo che ha lasciato una impronta indelebile che varrebbe la pena riprendere, specialmente nei suoi discorsi pubblici (»»qua).

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-1. Maximilien de Robespierre, in Simone Weil, Riflessioni sulla guerra (1933), in Incontri libertari, Elèuthera, Milano, 2001, p. 38.
- 2. da Ouvres de Maximilien Robespierre, VII, pp. 161-166, Société des études roberspierristes; citato in George Rudé, Robespierre, Editori Riuniti, Milano, 1981.
- 3. in Maximilien Robespierre, La rivoluzione giacobina, ed. Studio Tesi, Pordenone, 1992, pag.10.
- 4. George Rudé, Robespierre, Editori Riuniti, Milano, 1981.
- 5. da Ouvres de Maximilien Robespierre, X, pp. 462-464, Société des études roberspierristes; citato in George Rudé, Robespierre, Editori Riuniti, Milano, 1981.
- 6. Sergio Luzzatto, Bonbon Robespierre, Einaudi, Milano, 2009.

Jun 032014
 

Fiumi di parole si sono scritte sulla Rivoluzione francese, decine centinaia migliaia di libri che vanno dal singolo particolare alla visione d’insieme, da prima della caduta dell’Ancien Régime agli anni del Terrore fino all’ascesa al potere di Napoleone. Consigliarne tre è lavoro arduo e difficile, in ogni modo segnalo quelli che di solito ho sott’occhio per rivedere una data un concetto una sequenza di fatti una opinione una critica, una maniera di affrontare la storiografia del tempo.

Lynn Hunt La rivoluzione francese. Politica, cultura, classi sociali

Partiamo da Lynn Hunt e il suo La rivoluzione francese. Politica, cultura, classi sociali, un testo che ci immette in eventi che hanno caratterizzato la fine del Settecento e che si sono protratti, con modificazioni e variazioni di contenuto, fino ai giorni d’oggi. Pagine per comprendere che la politicizzazione della vita quotidiana, così come la concepiamo oggi, potrebbe aver origine in quei decenni di lotta e sangue, di mobilitazione delle classi meno abbienti, di propaganda di massa.

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lan Forrest, La Rivoluzione francese

Di Alan Forrest, segnalo La Rivoluzione francese, libro che analizza l’aspetto politico, le riforme, le fazioni in lotta, le ragioni vuoi sociali che religiose, libro ancora che, seppur breve, è ricco di spunti riflessivi e che vale la pena analizzare con cura per quel continuum che ci conduce all’oggi.

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François Furet, Denis Richet, La Rivoluzione francese

Due eminenti storici francesi, François Furet, Denis Richet, analizzano a mo’ della storiografia degli Annales La Rivoluzione francese, un complesso e ben articolato testo che ci permette entrare nelle varie dinamiche di quella che fu la rottura definitiva con il passato e l’apertura a un diverso e nuovo modo di vivere e vedere la vita.

May 172014
 
Parigi, 1735

Parigi, 1735

Parigi è un paese molto ospitale;
accoglie tutto, sia le fortune vergognose che quelle insanguinate.
Il delitto e l’infamia vi godono diritto d’asilo, v’incontrano simpatie;
solo la virtù non vi possiede altari.” (1)

Di tutto e di più si è detto di Parigi. Eppure, chi di noi non ha mai desiderato viaggiare a Parigi e vivere la Storia della città sulla propria pelle, camminare come un flâneur per le vecchie strade, assaporare gusti sapori profumi ancestrali o sfiorare con mano il freddo marmo di secolari edifici? Gli eventi della capitale francese affondano le radici nei secoli, magari ben prima dell’arrivo di Tito Labieno, luogotenente di Cesare nel 53 a.C.

A noi qua interessa sfogliare qualche pagina per fermare l’attenzione su un secolo del periodo moderno particolarmente ricco di eventi, il XVIII, decenni in cui si passa da un regime assolutista tipo Luigi XIV, continuando con Luigi XV, per finire alla ghigliottina di Luigi XVI, una rivoluzione che accenderà il fuoco in mezza Europa, un’Europa che vedrà i Lumi propagare idee di libertà.

Parigi ha avuto un XVII e XVIII secolo di splendore, durante i quali ha plasmato la sua qualità di punto di riferimento borghese, affaristico, intellettuale e il suo volto prestigioso di centro d’arte, di godimenti di sapere. Classi e ceti sociali vi sono tutti rappresentati: dai gransignori, laici o ecclesiastici, che portano qui marmi e vetri ad abbellire e ingrandire i loro palazzi, fino a stuoli di mendicanti, vagabondi, prostitute, malfattori, che talora si cerca di raccogliere in ospizi ma che più spesso restano abbandonati a se stessi, a una vita di espedienti. Col passare del tempo, col crescere di una nuova economia, chi assume un posto decisivo nei suoi diversi strati è la borghesia: prima quella artigianale, mercantile, «di toga» e poi, finita la bufera politica, sempre più quella finanziaria, tecnocratica, e naturalmente amministrativa e intellettuale, quale la moderna città la coltiva e la pone a base del proprio potere. (2)

Prospettiva del Salon de l'Académie Royale de Peinture et de Sculpture au Louvre, Parigi, 1760.

Prospettiva del Salon de l’Académie Royale de Peinture et de Sculpture au Louvre, Parigi, 1760.

Lento sviluppo borghese che proveniva dai secoli anteriori ma che ora, quella classe sociale, assumeva sempre più potere, agevolando, fra l’altro, nel medio periodo, l’arte, gli artisti, quel gruppo di intellettuali che sfiderà le radicate convenzioni per proporne di nuove.

Nel corso del XVIII secolo, il Salon divenne così la più importante rassegna d’arte contemporanea del regno sostenuta interamente a spese del sovrano, il cui esempio venne presto replicato in molte città francesi (da Tolosa a Marsiglia, a Bordeaux, Lille, Poitiers, Montpellier, Abbeville e Lione). (3)

Il fascino di Parigi non è solamente quello che tutti ammiriamo girovagando qua e là a cielo aperto, è perfino nei sotterranei, nelle interminabili buie gallerie immortalate nell’Ottocento da Nadar, nelle sue foto delle catacombe, foto in cui si iniziava a sperimentare la luce artificiale.

Nadar nelle catacombe di Parigi

Nadar nelle catacombe di Parigi

Fu il luogotenente Generale di Polizia, Lenoir, che nel XVIII secolo ebbe l’idea di creare un gigantesco ossario nelle antiche cave di pietra calcare, permettendo così la soppressione dell’antico cimitero des Innocents e la sua trasformazione in piazza pubblica.
Così sono nate le Catacombe di Parigi, gigantesco ossario meta oramai di molti turisti. Questa parte pittoresca del sottosuolo parigino non ha più misteri: basta passeggiare lungo i circa tre chilometri di gallerie per scoprire le sue curiosità.(4)

Andiamo oltre, mettiamoci nella storia dell’agricoltura, spesso trascurata. Non possiamo accennare della Francia se non ci beviamo un buon bicchier di vino prodotto da quei sterminati vigneti di Bordeaux, cittadina già famosa nel XIII secolo quando prosperava grazie ai commerci con l’Inghilterra.

Il tedesco Nemeitz, che ha scritto per i suoi compatrioti una specie di guida di Parigi all’inizio del XVIII secolo, ci indirizza verso un’altra spiegazione: «Qui durante il pasto non si beve birra, come in Olanda, Inghilterra e in quasi tutta la Germania, ma del vino annacquato» […] Per i francesi, bere vino puro era sintomo di ubriachezza. (5)

Parigi!

La storia che è passata da Parigi non si può certo concludere con queste quattro chiacchere, né la si può immortalare in un solo libro, oltre al fatto che Parigi è storia dell’Europa.

E allora vediamola riflessa nei film di oggi, storia di un passato ancora presente:

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- 1. Honoré de Balzac, Sarrasine, Oscar Mondadori, Milano, 1993, pag. 34.
- 2. Alberto Caracciolo, La città moderna e contemporanea, Guida ed., Napoli, 1982, pag. 35.
- 3. Stefano Marson, Allestire e mostrare dipinti in Italia e Francia tra XVI e XVIII secolo, ed. Nuova cultura, Roma, 2012.
- 4.  Fabrizio de Gennaro, Parigi sotterranea, Digital Index ed., Modena 2011, pag. VIII.
- 5. a cura di Jean Ferniot, Jacques Le Goff, La cucina e la tavola, ed. Dedalo, Bari, 1987, pag. 237.

Apr 152014
 
Cacciatore di schiavi, Johann Moritz Rugendas, 1823

Cacciatore di schiavi, Johann Moritz Rugendas, 1823

I negri possiamo dire essere stati l’unica manodopera importata con la forza nelle terre americane del dopo Colombo, negri trasportati e utilizzati con violenza, negri che sono stati “elementi” necessari e imprescindibili nell’economia del continente.

E in Argentina il loro arrivo si ha già verso la fine del ‘500, un flusso più o meno continuo che seguì almeno fino ai primi dell’800. Secondo alcuni calcoli (1), entrarono legalmente o illegalmente nel territorio argentino fra il XVII e XVIII sec. qualcosa come 40.000 di origine africana, una massa che talvolta era il 40-45% della popolazione di origine europea, per esempio nella città di Tucumán.

I principali mercati di schiavi che si conoscono a Buenos Aires durante il XVIII sec. erano tre: uno appartenente alla Compañia Francesa de Guinea, operante nel sud della città dove oggi c’è il Parque Lezama; un altro inglese proprietà della South Sea Company nei pressi della Quinta del Retiro; infine quello degli spagnoli, negli ultimi anni del ‘700, nella zona dell’allora dogana, vicino il Riachuelo, detto Barracas.

I prezzi variavano da zona a zona, da corporatura a corporatura, da età a età, dall’essere maschile o femminile, adulto o vecchio. Nel 1731, un gruppo di essi si vendeva a Mendoza per 50 pesos a testa (2) più che nell’odierna capitale, mentre a Santiago del Cile potevano essere smerciati a 100 pesos di più.

Sebbene i negri fossero la maggiore forza lavoro, esistevano altri “individui” che partecipavano ai lavori quotidiani. Seguiamo il racconto di due padri gesuiti, Gaetano Cattaneo e Carlo Gervasoni che vissero in prima persona l’esperienza di visitare il Sud America e quei luoghi in particolare:

“[…]

Si trova la città di Buenos Aires sulle rive del grande Rio de la Plata, a 200 miglia dalla sua foce, ed è la capitale della provincia denominata Rio de la Plata, di cui fanno parte altre due piccole città, una chiamata Santa Fe e l’altra Corrientes, che sono le uniche di questa vasta provincia. Questa è la migliore e più popolata delle città che si trovano da questa parte delle imponenti montagne delle Ande fino al mare, a tal punto che hanno tre o quattro o al massimo cinque o sei mila anime (tranne Assunzione che è molto più numerosa), a Buenos Aires ve ne saranno almeno sedicimila, fra cui un migliaio di spagnoli europei e tre o quattromila spagnoli del paese, discendenti in linea retta da quelli che in precedenza si stabilirono qui con le loro famiglie e che si distinguono poco o nulla dagli europei né nello spirito né nelle capacità. Questi ultimi sono chiamati creoli. Tutto il resto sono mulatti, meticci e neri. Sono chiamati mulatti i nati da legittimo matrimonio tra bianchi e negri o viceversa […], meticci coloro i quali nascono da spagnoli sposati con indigeni o viceversa […]. I negri sono molti e l’America è piena di loro, non perché esista qualche nazione di negri, ma perché vengono continuamente portati dall’Africa dai britannici, dove li acquistano a migliaia come bestiame […]

Questi sono gli unici in tutte queste province che servono nelle case, coltivano i campi e lavorano in tutti gli altri ministeri. E se non fosse per questi schiavi non si potrebbe vivere, perché nessun spagnolo per quanto povero venga dall’Europa vuole essere servo, ma una volta raggiunte le Indie, anche non avendo con che sostenersi, vuole essere signore.

[…]” (3)

*****

- 1. Félix Luna, Historia integral de la Argentina, 2, El sistema colonial, Booket, Buenos Aires, 2009, pag. 258.
- 2. Félix Luna, Historia integral de la Argentina, 2, El sistema colonial, op. cit. pag. 261.
- 3. Segunda carta del padre Cattaneo, Societatis Iesu, a su hermano José, de Módena (»»qua) (trad. di Gaspare Armato).

Mar 282014
 

Una serie di immagini tratte da pubblicazioni dell’epoca, prodotto talvolta di viaggiatori che hanno descritto ciò che hanno visto o sentito, che si riferiscono alla storia dell’America del Sud durante la conquista spagnola. Suggerisco dettagliarle con estrema cura, presentano particolari davvero interessanti, per esempio, nella terza i locali sono dipinti senza capelli.

Lama caricati di merce destinata agli spagnoli

Metodo con cui i minerali preziosi, argento e oro, venivano trasportati, in Perù, dai lama, XVII sec. Quando un animale era sovraccaricato, spesso si sedeva e difficilmente si rialzava. Se scappavano, dovevano essere uccisi per recuperare il carico.
- Immagine da Theodor de Bry; autore dell’opera Historia general de los hechos de los castellanos Antonio de Herrera y Tordesillas.

*****

Donna che rema in una zattera

Una donna rema in una zattera fatta di balsa, fine XVII secolo. Già dalla prima metà del ‘500 questo tipo di imbarcazioni erano note agli spagnoli (Pizarro).
- da Francisco Coreal, Voyages de François Coreal aux Indes Occidentales.
- nota: Coreal potrebbe essere il nome fittizio di uno scrittore che non ha mai viaggiato nei territori descritti nel libro.

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L'inca Atahualpa in catene

Atahualpa, l’ultimo re degli Incas, giustiziato dagli spagnoli nel 1533. Qua viene mostrato con le catene ai polsi e al collo. Attorno alla sua immagine, scene di vita quotidiana degli indigeni locali.
- Immagine da Theodor de Bry; autore dell’opera Historia general de los hechos de los castellanos Antonio de Herrera y Tordesillas.

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Ostaggi in mano spagnola

Nativi americani, in questo caso del Costa Rica, detenuti a scopo di estorsione, fine XVII inizi XVIII sec., con il fine di essere riscattati dietro ricompensa. Notare gli esotici animali (sic) e il cesto che doveva contenere oro, argento e oggetti vari (vedi qua).

Mar 052014
 
Giorgio III in avanzata età

Giorgio III in avanzata età

Personaggio chiave nell’Europa del XVIII primi decenni del XIX secolo, Giorgio III Hannover (1738-1820) successe al nonno Giorgio II, morto il padre, Federico di Hannover (1707-1751), quando lui ancora giovane.

Amante delle arti – ricordiamo fondò nel dicembre 1798 la Royal Academy of Arts -, delle scienze, buon collezionista di libri, di mappe, di musica, religioso a tal punto da restare per varie ore al giorno in preghiera, ebbe ben 15 figli dalla regina Carlotta di Meclemburgo-Strelitz (1744-1818), molti dei quali raggiunsero l’età adulta, e addirittura due furono sovrani britannici, uno re di Hannover e una principessa di Württemberg.

Nel 1811, il sovrano britannico, quasi cieco e pieno di reumatismi, fu dichiarato pazzo, vivendo rinchiuso nel castello di Windsor fino alla sua morte. E a proposito dei suoi disturbi mentali, vale la pena sottolineare il film, diretto da Nicholas Hytner,  La pazzia di Re Giorgio, del 1994, in cui si sottolinea, fra l’altro, anche la perdita di potere da parte della corona inglese a favore del Parlamento. Nello stesso tempo l’opera cinematografica, premio Oscar per la migliore scenografia, mostra le pratiche mediche del periodo giorgiano che tentavano curare il re cercando di comprendere il corpo umano, per esempio, attraverso le analisi delle feci e delle urine, proponendo cure come le purghe e altro ancora.

Vari eventi di un certo rilievo interessarono il suo regno, fra cui ricordiamo:

→1763:
Trattato di Parigi, termina la Guerra dei Sette Anni, la Gran Bretagna diventa una potenza mondiale;

→ 1776:
Dichiarazione di Indipendenza Americana, la Gran Bretagna in seguito perde parte dell’America;

→ 1789-1815:
Rivoluzione francese e successive guerre napoleoniche;

→1805:
Battaglia di Trafalgar, morte dell’ammiraglio Lord Nelson, oramai la Gran Bretagna è una potenza marittima;

→ 1807:
Abolizione del commercio degli schiavi.

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Mar 012014
 

Questo non vuole essere un articolo sulle mongolfiere (ne avevo accennato »»qua), né essere dedicato al volo e alla sua storia, desidera solo rilevare le grandi possibilità dell’ingegno umano (»»qua), del suo passare dalle idee alla realizzazione, dalla fantasia alla realtà, una realtà concreta e tangibile che ha accompagnato lo sviluppo del nostro esistere su questa Terra a trasformazioni davvero sbalorditive. Trasformazioni avvenute, se lo pensiamo bene, specialmente in questi ultimi due secoli quando, a partire dalla Rivoluzione industriale, gli avanzi tecnologi sono stati di un livello e di una rapidità prima impensabile. L’Illuminismo, inoltre, supponiamo essere stato ulteriore motore di spinta di quella ricerca scientifica che già procedeva dal XVII secolo.

L'elicotterro, o la vite aerea, di Leonardo da Vinci

L’elicotterro, o la vite aerea, di Leonardo da Vinci

Si accennava all’ingegno: chi meglio di Leonardo potrebbe personificarlo? Fu suo un primitivo tentativo di creare un’elica per portare l’uomo fra le nuvole.

Trovo, se questo strumento a vite sarà ben fatto, cioè fatto di tela lina, stopata i suoi pori con amido, e svoltata con prestezza, che detta vite si fa la femmina nell’aria e monterà in alto” (1).

Ma tutto finì lì, su qui fogli che sono giunti fino a noi e che testimoniano il suo acume, la sua fantasia.

Sebbene vi siano stati vari tentativi fra il Seicento e il primo Settecento (1709), ricordiamo a mo’ d’esempio il gesuita portoghese Bartolomeu Lourenço de Gusmão, furono solo i famosi fratelli francesi a dar avvio ai giochi.

La mongolfiera dei fratelli Montgolfier, 1783

La mongolfiera dei fratelli Montgolfier, 1783

Dicono esserci stati 130.000 spettatori in quel 19 settembre francese del 1783. In presenza di Luigi XVI e Maria Antonietta, il pallone gonfiato con aria calda dei Montgolfier s’innalzava lentamente. E fu tale l’impatto che ebbe nella mente collettiva del tempo – l’uomo sfidava la natura e si preparava a emulare gli uccelli -, che l’eco si propagò ben presto per il continente europeo, aprendo le sfide sulla creatività e sulle immense possibilità della mente.

Una sfida, dicevamo, non da tutti recepita e compresa, allora come oggi. Mettiamoci nei pensieri di un povero contadino vedersi cadere sulla testa un tale oggetto sconosciuto e non sapere che cosa essere e che reazione avrebbe dato, immaginiamoci la sua paura, il suo comportamento, il suo difendersi.

Allarme generale degli abitanti di Gonesse, Francia, causato dalla caduta della pallone volante dei Montgolfier, 1783

Allarme generale degli abitanti di Gonesse, Francia, causato dalla caduta della pallone volante dei Montgolfier, 1783

Nel frattempo il nostro Monti, Vincenzo il poeta del Settecento, celebrava nel suo “Al Signor Montgolfier”:

“[…]
Deh! perchè al nostro secolo
non diè propizio il Fato
d’un altro Orfeo la cetera,
se Montgolfier n’ha dato?
[…]” (2)

La mongolfiera di Vincenzo Lunardi, 1784

La mongolfiera di Vincenzo Lunardi, 1784

Tuttavia ci voleva qualcosa di più leggero dell’aria. Nel 1766, Henry Cavendish aveva ideato un apparato per produrre diidrogeno.

L’immagine di sopra rappresenta sicuramente la prima mongolfiera che sorvolò i cieli inglesi: era il 15 settembre del 1784. Il pallone era stato gonfiato con idrogeno da Lunardi, quel Vincenzo nato nella nostra Toscana Lucca, e si elevava da Chelsea, Londra. Gli spettatori erano migliaia, da tutte le parti, addirittura dai tetti delle case. Presente altresì la corte reale. Il volo durò ben oltre due ore.

Oramai la competizione era stata lanciata, di lì a poco gli sforzi dell’intelletto umano daranno origine a macchine sempre più complesse, per arrivare ai primi rudimenti dei fratelli Wright e del loro Flyer (1903).

Crocifissione, 1350 c.ca, nel Monastero Visoki Decani, Kosovo

Crocifissione, 1350 c.ca, nel Monastero Visoki Decani, Kosovo

Giochiamo adesso un po’ con l’immaginazione e trasportiamoci in pieno Medioevo. Siamo sicuri che le prime macchine volanti con uomini dentro siano state quelle dei fratelli Montgolfier?

1350 circa: questo affresco di sopra che rappresenta la Crocifissione, è in Kosovo, sull’altare del monastero Visoki Dečani. Ai due lati, due individui sembrano pilotare due palle, due “oggetti volanti” poco usuali, siamo a metà XIV secolo (sic!).

E mentre riflettiamo, vediamoci questo simpatico video:

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*****

- 1. Manoscritto B, foglio 83 v., 1483-1486.
- 2. »»qua.

Feb 252014
 
A sinistra, esecuzione di Carlo I d'Inghilterra, a destra esecuzione di Luigi XVI di Francia

A sinistra, esecuzione di Carlo I d’Inghilterra, a destra esecuzione di Luigi XVI di Francia

È assai probabile che Luigi XVI e soprattutto sua moglie sognassero di ripetere la storia di Carlo 1°, e di dare una battaglia in piena regola al parlamento, ma con successo migliore. La storia del re inglese era il loro incubo: si afferma anzi che l’unico libro che Luigi XVI fece venire dalla sua biblioteca di Versaglia a Parigi, dopo il 6 ottobre, fosse la storia di Carlo 1°.” (1)

Londra, 30 gennaio 1649, decapitano Carlo I d’Inghilterra;
Parigi, 21 gennaio 1793, Luigi XVI di Francia subisce la stessa sorte: la Rivoluzione francese accelera il passo.

La testa del sovrano inglese, di rimbalzo, ha colpito quella di Luigi XVI facendola cadere a distanza di 144 anni. Due eventi distanti nel tempo e nello spazio, un lungo percorso storico che, in un certo qual senso, è collegato. Se l’hanno fatto gli inglesi, possono farlo anche i francesi, si potrebbe suggerire (sic!).

Nella storia, gli avvenimenti hanno sempre una causa e una conseguenza, così come se di primo acchito possono sembrare slegati, discontinui e indipendenti, alla fine risultano essere, analizzati a distanza di anni, un insieme di fili che si sorreggono a vicenda, una matassa intrecciata dall’uomo nella quale, lo ripetiamo spesso, tutto ha una relazione-interrelazione.

E in effetti, lo scossone che ebbe nel XVII secolo l’Inghilterra degli Stuart, la ricerca di un miglior modo di vivere e governare, quelle tasse – certamente non solo – che gravavano sulle spalle dei meno abbienti, ebbe ripercussioni, con il trascorrere dei decenni, anche nella Francia dell’Ancien Régime di fine XVIII secolo, una Francia in crisi economica e sociale, una Francia che spesso insorgeva per la mancanza di pane, una Francia che vedrà peraltro nella guerra d’indipendenza delle colonie americane motivo d’ispirazione per la sua.

Leggiamo di seguito una serie di articoli riguardanti alcuni particolari della Rivoluzione francese.

- Introduzione alla Rivoluzione francese del 1789.
- La marcia su Versailles, ottobre 1789.
- L’abolizione dei diritti feudali in Francia: 1789.
- I cahiers de doléances nella Francia del XVIII secolo.
- Le donne della Rivoluzione francese.

*****

- 1. Petr Alekseevic Kropotkin, La Grande Rivoluzione: 1789-1793, kindle pos. 2195.

Feb 212014
 

Gli scambi commerciali fra Oriente e Occidente videro un incremento dal XVII secolo in poi. La Cina del periodo in questione è uno dei paesi più ricchi e popolosi del mondo, produce tè, sete, porcellane, spezie, beni di lusso. L’arte ha buona fioritura, nonostante la politica conservatrice del potere, un’arte in cui i pittori e gli artisti in generale preservano le tradizioni, cercando di reinterpretare il passato, sviluppando, dove possibile, temi e tecniche ancestrali.

Affermatisi con la dinastia Ming, i lavori in porcellana si estesero maggiormente con gli imperatori Qing. Accanto a scene di figure campestri o di corte, entra nella rappresentazione anche la mitologia, si aggiungono colori ai classici bianco e azzurro, il tutto si fa più articolato, composto.

E proprio la Cina, in quei decenni fu all’attenzione delle diplomazie europee (leggi »»qua), oltre che terreno di evangelizzazione cattolica. Ricordiamo solo il ruolo che svolsero i gesuiti (leggi »»qua), fra gli altri, nel portare non solo la Parola Divina, ma anche innovazioni tecniche e cultura. Così come, sempre questi, furono tramite per far conoscere una civiltà esotica che stava sempre più conquistando case palazzi e dimore dell’occidente.

La moda sempre crescente degli oggetti orientali è documentata anche dal costante aumento di prezzi che ne permetteva l’acquisto solo ai più ricchi, ma col diffondersi di questa moda anche fra gli strati sociali meno abbienti si cominciò ad avere un’insistente richiesta di oggetti più economici. Le arti cinesi erano diventate di gran moda e gli artigiani europei furono costretti ad imitare gli oggetti orientali, per soddisfare anche collezionisti meno ricchi.” (1)

Case palazzi e dimore, sì, giacché l’arte cinese ebbe buona accoglienza fra i nobili e i borghesi del tempo: era di moda! Arte che, prodotta in gran quantità, viaggerà verso il vecchio continente, influenzando architettura, tessuti, ceramiche, un’esportazione che avrà un certo effetto sulle arti visive di buona parte d’Europa.

Fu tale il successo che intorno al 1709, a Dresda, attuale Germania, si cercò imitarla.

Di seguito, qualche esempio per illustrare visivamente alcuni oggetti di manifattura cinese dell’epoca.

Shoulao, dio della longevità, Dinastia Qing, periodo di Kangxi, metà-fine XVII sec.

Shoulao, dio della longevità, Dinastia Qing, periodo di Kangxi, metà-fine XVII sec.

Shou-lao è il dio della longevità, caratterizzato dalla grossa testa calva, qua con una giacca vivamente decorata da motivi cinesi tipici per augurare la lunga vita.

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Piatto cinese, XVII secolo

Piatto cinese, XVII secolo

Piatto di manifattura cinese del XVII secolo destinato al mercato europeo. Nel centro della ceramica possiamo notare un ricorrente tema, anatre in uno stagno, tema, spesso e volentieri, presente nelle tante variazioni.

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Zhenwu, Signore del Palazzo Nord, Dinastia Qing, periodo di Kangxi, primi del XVIII sec.

Zhenwu, Signore del Palazzo Nord, Dinastia Qing, periodo di Kangxi, primi del XVIII sec.

Zhenwu è il Signore del Palazzo del Nord, divinità molto importante fra i taoisti. Conosciuto anche come Guerriero Oscuro, altresì rappresentato con un serpente attorcigliato intorno a una tartaruga, protettore sia dello stato sia della famiglia imperiale.

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- 1. Mauro Sebastianelli, Maria Rosaria Paternò, Dallo studio tecnico al restauro: le chinoiserie del Museo Regionale di Palazzo Mirto di Palermo, OADI, DOI: 10.7431/RIV01102010, »»qua.
- immagini da MMA.

Jan 262014
 

Sembrerà banale affermarlo, Colombo (1451-1506) non sarebbe approdato sulle coste della futura America, se non avesse viaggiato e sfidato le credenze del tempo. Gli esploratori portoghesi del XV secolo non avrebbero dato i nomi alle nuove terre se non avessero forzato i limiti della conoscenza. Ancor più, Magellano (1480-1521) non avrebbe circumnavigato il globo se non avesse avuto la spinta interiore di andare oltre il sicuro, il noto, portando nell’attraversata la sua esperienza. Questo per quanto riguarda l’età da noi studiata, la moderna.

Jan Bruegel, Paesaggio con viaggiatori, seconda metà XVI sec.

Jan Bruegel, Paesaggio con viaggiatori, seconda metà XVI sec.

Vogliamo andar avanti?

Sulle nostre tavole non ci sarebbero le patate, il peperoncino, il mais se qualcuno, per curiosità, per indagine, per interesse per non li avesse imbarcati in uno dei vascelli diretti verso l’Europa, così come non avremmo conosciuto gli indigeni del nord America se John White non avesse visitato l’odierna Nord Carolina. Non avremmo “visto” certa flora e fauna del sud America se Maria Sybilla Merian non fosse andata in Suriname a disegnare piante e insetti poco noti nel Seicento.

Insomma, per quanto ovvio e logico possa sembrare alla luce della nostra concezione contemporanea della vita, i viaggi sono stati, e sono ancora in un certo qual senso, la forza motrice della nostra civilizzazione, della nostra crescita. L’incontro e incrocio di culture differenti potrebbe essere indicato come punto di forza per lo sviluppo dell’umanità.

Vengono per associazione di idee immediatamente in mente i 15.000 km. del ben famoso viaggio di Marco Polo (1254-1324), un lungo cammino da Venezia a Pechino che avrebbe portato notizie di popoli e mondi lontani (»»qua Il Milione da ascoltare), in quel Medioevo età precorritrice dei grandi viaggi dei secoli successivi.

Non bisogna altresì dimenticare che il nostro Paese fu meta preferita di artisti e letterati del Settecento e dell’Ottocento – certamente non solo di quei secoli -, basta ricordare al Goethe scrittore, al Winckelmann scopritore di Ercolano e Pompei, a Johann Jacob Volkmann anch’egli scrittore, a Guy de Maupassant ammiratore della Venere di Siracusa, fra i tantissimi, personaggi alla ricerca delle impronte del passato per completare il loro percorso di studi, quel Grand Tour a cui tutti, aristocratici e non, aspiravano, e che poteva durare da pochi mesi ad anni interi.

L’Italia senza la Sicilia, non lascia nello spirito immagine alcuna. È in Sicilia che si trova la chiave di tutto [...] La purezza dei contorni, la morbidezza di ogni cosa, la cedevole scambievolezza delle tinte, l’unità armonica del cielo col mare e del mare con la terra… chi li ha visti una sola volta, li possederà per tutta la vita […]”. (1)

Vuoi in carrozza, vuoi a cavallo, vuoi in barca, percorrevano, in condizioni per noi poco comode, le strade e le campagne di mezza Europa, ritraendo con i colori con la matita con la scrittura gli aspetti più bizzarri e interessanti di paesaggi e costumi che colpivano la loro attenzione, prodotto per ricordare e far conoscere le loro peregrinazioni.

Goethe ammirando il Colosseo, Jakob Phillip Hackert, 1790 ca.

Goethe ammirando il Colosseo, Jakob Phillip Hackert, 1790 ca.

Si accavallano i decenni, passano i secoli. I viaggi restano ancora oggi un modo per incontrare “l’altro” e andar oltre le frontiere patrie della mentalità e delle proprie tradizioni. Scriveva Bruce Chatwin (1940-1989), autore britannico di racconti di viaggi, nel suo Anatomia dell’irrequietezza:

Il viaggio non soltanto allarga la mente: le dà forma.” (2)

Lo stesso autore che in un’altra sua opera annotava:

Non riescono a star fermi [gli sherpa], e nella terra degli sherpa, ogni pista è contrassegnata da cumuli di sassi e bandiere da preghiere, messi lì a rammentare che la vera casa dell’Uomo non è una casa, ma la Strada, e che la vita stessa è un viaggio da fare a piedi” (3),

quasi a dire che l’essere nomadi è insito nel DNA di noi umani.

Oggigiorno la tecnologia ha accorciato le distanze, attenuato le incertezze, ha eliminato i possibili pericoli, si sa già a che cosa si andrà incontro, il viaggio sembra, per alcuni, più una ricerca interiore, una sfida con sé stessi.

Una maniera, il “girovagare”, per entrare nelle dinamiche contemporanee di un mondo che oramai appare senza più confini fisici territoriali, un mondo alla portata di tutti, e ancor più con le immense possibilità che offre internet, fra cui quella di poter viaggiare e lavorare nello stesso tempo, un nomadismo che, nell’accezione moderna, diventa digitale (»»qua).

Prima del viaggio si scrutano gli orari,
le coincidenze, le soste, le pernottazioni
e le prenotazioni (di camere con bagno
o doccia, a un letto o due o addirittura un flat);
si consultano le guide Hachette e quelle dei musei,
si cambiano valute, si dividono
franchi da escudos, rubli da copechi;
prima del viaggio s’informa
qualche amico o parente, si controllano
valige e passaporti, si completa
il corredo, si acquista un supplemento
di lamette da barba, eventualmente
si dà un’occhiata al testamento, pura
scaramanzia perché i disastri aerei
in percentuale sono nulla;
prima del viaggio si è tranquilli ma si sospetta che
il saggio non si muova e che il piacere
di ritornare costi uno sproposito.
E poi si parte e tutto è O.K. e tutto
è per il meglio e inutile.

E ora, che ne sarà
del mio viaggio?
Troppo accuratamente l’ho studiato
senza saperne nulla. Un imprevisto
è la sola speranza. Ma mi dicono
che è una stoltezza dirselo.” (4)

E allora un viaggio potrebbe iniziare così:

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*****

- 1. Johann Wolfgang von Goethe, Viaggio in Italia, Mondadori, 2004.
- 2. Bruce Chatwin, Anatomia dell’irrequietezza, Adelphi, 2012.
- 3. Bruce Chatwin, Che ci faccio qui?, Adelphi, 1990.
- 4. Eugenio Montale, Prima del viaggio, in Satura (1962-1970).

Jan 092014
 

“Vitium impotens, virtus vocatur”
Il vizio impotente è chiamato virtù
(Seneca)

William HogarthWilliam Hogarth nacque nella Londra pre-industriale il 10 novembre 1697 e vi morì all’età di 67 anni, il 26 ottobre 1764. Oltre a essere pittore, fu anche uno dei più grandi incisori dell’epoca, essendo stato uno dei pochi a ottenere gloria e fama durante la sua vita.

Da ragazzo entrò nella bottega di un suo lontano parente, tale Ellis Gamble, per apprendere l’arte dell’incisione sull’argento. Dopo circa sei anni di apprendistato, stanco di replicare sempre le stesse cose, se ne andò per conto suo aprendo una piccola bottega per incidere sul rame. Sin dall’inizio si manifestò la forza del suo carattere: un semplice, elegante e architettonico cartoncino pubblicitario sulla porta d’entrata annunciava la sua nuova sede, aveva 23 anni.

In quegli anni la pittura inglese attraversava un periodo poco favorevole, in quanto la maggior parte dei dipinti erano eseguiti da artisti europei, gli inglesi non riuscivano a produrre opere degne di nota. Cosicché William cercò di animare sia i colleghi che sé stesso, impegnandosi oltre maniera e perfezionandosi su ciò che era la tendenza del ’700. Il nuovo modello da seguire era l’arte barocca italiana e francese, caratterizzata da elementi quali il movimento, l’energia, la tensione, elementi rappresentati tramite il volume e la prospettiva. Altro componente fondamentale del barocco era la vocazione naturalistica, l’attenzione per le figure umane, per i sentimenti, per la razionalità. Nacquero così, per mano di Hogarth, quadri storici, come le grandi tele per l’ospedale di St. Bartholomew.

Ancora giovane, l’artista inglese illustrò il poema comico-eroico Hudibras di Samuel Butler, con dodici grandi tavole, criticando i puritani. Fu la prima volta che William seguiva il filo di un racconto per raffigurarne le gesta di un eroe che ci ricorda il Don Chisciotte del Cervantes. Era l’anno 1726. L’irrequietezza lo condusse a prendere lezioni di pittura nella scuola d’arte di James Thornhill, di cui sposò segretamente la figlia nel marzo del 1729. Furono gli anni dedicati ai quadri cosiddetti familiari, noti in Inghilterra come scene di conversazione ovvero ritratti di gruppi di famiglie aventi come sfondo una stanza o aperta campagna. Nel ’700, questo tipo di rappresentazioni dovevano dimostrare, raffigurare, rappresentare lo stato sociale, le amicizie, i possedimenti, ma anche l’intimità familiare e la vita domestica del committente. Hogarth ebbe un tale successo, che ben presto divenne famoso. In questi suoi quadri c’è vivacità, naturalezza, dettagli, particolari elaborati. La sua eleganza stava nel non appesantire artificiosamente l’insieme, insieme che nello stesso tempo comunicava sentimenti, espressioni e movimenti.

William Hogarth, Propaganda, ricerca di voti elettorali

William Hogarth, Propaganda, ricerca di voti elettorali

Cercando altri sbocchi ed essendo affezionato al teatro, alla commedia, alla tragedia, alla farsa, dove la rappresentazione si svolgeva in una successione di atti, William decideva di raccontare una determinata storia in una sequenza di immagini. La prima serie da lui composta fu dedicata alla vita di una prostituta, tracciando le passioni, la pietà, il disprezzo, la paura, i dolori, i sentimenti: nasce così la Carriera di una prostituta, era il 1732. Tale fu il successo da indurlo a preparare una seconda serie dal titolo Carriera del Libertino (1732-33). Qua la storia è quella di un uomo libertino, Tom Rakewell, dai comportamenti poco morali e irresponsabili. Con acuto gusto satirico dipinge le tappe della vita di tale personaggio, giovane, frivolo, superficiale, giocoso, che finisce in manicomio. Evidente in tali quadri era anche la vivacità delle emozioni dei protagonisti, gente popolare, gente di tutti i giorni. Il merito di Hogarth fu quello di trasferire in una fila di sequele visive un’accurata azione drammatica, in cui il ritmo era veloce, forte e chiuso. Insomma, in 5 quadri la vita di un personaggio. Affinché giungessero a un vasto pubblico, si passò immediatamente a inciderle. Ulteriore accorgimento di William fu quella di ricorrere alle didascalie ovvero a qualche frase per dare forza e carattere all’intero ciclo.

Si potrebbe dire che sia le illustrazioni per il libro di Butler, Hudibras, sia la sua passione per il teatro siano state fonte d’ispirazione, e quell’idea geniale lo portò ai vertici della popolarità inglese ed europea. Il fine ultimo di tali incisioni era morale, era dimostrare certi errori nel comportamento umano, errori che conducevano i protagonisti a essere esclusi dalla società, essere criticati e derisi.

Altro tema cui William si dedicò fu quello della ritrattistica, genere in alta considerazione nell’Inghilterra del sec. XVIII. Uno dei suoi primi ritratti fu dedicato al capitano Thomas Coram, noto filantropo, seguirono quelli al suo amico, attore di teatro, David Garrick, e tanti altri. Erano gli anni 1740-1750. Ugualmente in codesti quadri, Hogarth mette tutta la sua esperienza affinché risalti una profonda introspezione psicologica, ma anche un certo realismo pittorico. I suoi volti hanno forza, colore, simpatia, emozioni, acquistano propri contrasti chiaroscurali, effetti luministici intensi e pennellate fluide, spesso sentimentali.

William Hogarth, Carriera di un libertino, incisione 1735

William Hogarth, Carriera di un libertino, incisione 1735

Siamo giunti al 1747, quando inizia il ciclo morale dedicato a richiamare i giovani all’ordine, all’operosità e non all’ozio. Con una serie di dipinti intitolati Zelo e infingardaggine, dallo stile grafico crudo, rivela la sua vera intenzione, quella di rimproverare e richiamare l’attenzione dei ragazzi. Altra serie di opere fu dedicata a denunciare i vizi dell’alcol, la crudeltà verso le creature divine, la corruzione del sistema politico: erano gli ultimi lavori del nostro artista.

Alla fine della sua vita si dedicò a scrivere un libro, ancora oggi obbligatorio per gli studenti che si occupano di storia dell’estetica, dal titolo L’analisi della bellezza, in cui tratta dello spazio, del movimento, della superficie pittorica, ma anche dell’eleganza e della grazia.

Per concludere, Hogarth aveva la peculiarità di caratterizzare i suoi personaggi e le sue scene con una sorprendente quantità di osservazioni, che li rendevano vivi, dipingendo l’egoismo, la brutalità, la lussuria, la corruzione, ridicolizzando e drammatizzando il suo tempo, richiamando temi rinascimentali, del barocco, il tutto con la sua forma, il suo carattere, il suo modo di vedere le cose, spesso con il tipico umore inglese.

Moriva così un grande artista del XVIII secolo, un artista che aveva voluto impiegare la vita denunciando i mali dell’epoca, un’epoca in cui si affacciava la rivoluzione industriale, la nuova borghesia, la decadenza degli aristocratici, un’epoca di cambi. La sua arte era il mezzo di propaganda, il suo modo di parlare, criticare, suggerire. Le sue satiriche incisioni, diventate pertanto canale di comunicazione, si rivolgevano non solo al popolo, ai contadini, ai miseri cittadini, ma anche ai nuovi ricchi affinché conoscessero la vera realtà inglese e di Londra in particolare.

L’epitaffio, scritto dal suo amico Garrick, recita: “Addio grande pittore del genere umano”. 

William Hogarth, Carriera di una prostituta, 1732

William Hogarth, Carriera di una prostituta, 1732

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