Feb 202012
 

Con la scoperta di nuove terre, con i più frequenti viaggi, con la presa di coscienza dell’uomo della sua centralità, agli inizi del XVI secolo vi fu un certo sviluppo della cartografia, creando una propria e vera industria editoriale alla nascente domanda di re imperatori principi viaggiatori naviganti, e via dicendo, che avevano bisogno di mappe e informazioni sia per dirigere i loro imperi, spesso oltreoceano, sia per ubicare le recenti scoperte. E sebbene le prime mappe recassero ancora talvolta scritte fantasiose o idee poco concrete, o esaltassero conquiste e possedimenti, con il passare del tempo si perfezionarono rendendo un’idea quanto possibile precisa di ciò che desideravano descrivere.

Il cognome Merian lo conosciamo già, avendo accennato a una famosa naturalista del Seicento, Maria Sibylla (»»»qua). Ebbene, costei era figlia di un grande incisore svizzero naturalizzato tedesco, Matthäus Merian (1593-1650) e della sua seconda moglie Johanna Sibylla Heim.
Matthäus in prime nozze aveva preso in sposa Maria Magdalena, figlia di Johann Theodor de Bry (1528-1598), editore in Francoforte sul Meno, di cui dirigerà l’attività alla sua morte.
E fu proprio in questa città, dove svolgerà principalmente il suo lavoro, un lavoro dedicato a produrre carte con una ricerca di dettagli davvero certosina. Fra le sue opere ricordiamo i 21 volumi, preparati insieme al figlio, della Topographia Germaniae, contenenti grande quantità di vedute di città e piante, illustrazioni per la Bibbia, oltre a 42 fogli per la Danza Macabra di Basilea (1644).
Peculiarità delle sue incisioni erano precisione e nitidezza, per mezzo della quale si potevano leggere anche le minime sfumature. Esempio ne è la veduta di Venezia che Merian riprende da quella famosa di Jacopo de’ Barbari (»»»qua), ripulendola e aggiornandola, una veduta a volo d’uccello che impressiona ancora oggi.

Feb 142012
 

Documento che segna l’inizio di un nuovo periodo, non solo per la storia inglese, ma anche per quella europea e americana, il Bill of Rights costituisce un momento decisivo verso la libertà dei diritti del cittadino, regolando le relazioni fra il sovrano e il popolo. Potremmo dire che insieme alla Magna Carta del 1215, alla Petition of Right del 1628, e successivamente dell’Act of Settlement del 1701, gli articoli del Bill of Rights conferiscono al Parlamento inglese un certo potere rappresentativo che permetterà governare con maggiore autonomia rispetto al passato. E l’incoronazione dell’11 aprile 1689 di Guglielmo d’Orange (1650-1702) e della moglie Maria (1662-1694), figlia dell’esiliato re Giacomo II Stuart (1633-1701), ultimo regnante cattolico, poteva avvenire solo se costoro avessero accettato e firmato proprio tale documento, giurando obbedienza alle leggi del Parlamento. “We thankfully accept what you have offered us”, avrebbe detto Guglielmo dopo aver ascoltato la lettura del documento.
Finiva così la lunga epoca della legittimazione divina del diritto di regnare. In poche parole, l’atto limitava il potere del sovrano, sovrano che doveva sottostare alle leggi, non potendo interferire nell’amministrazione della giustizia, delle finanze, che doveva garantire la libertà di parola e le libere elezioni parlamentari.
Di seguito un breve estratto:

“[…]
1. che il preteso potere di sospendere le leggi o l’esecuzione delle leggi, in forza dell’autorità regia, senza il consenso del Parlamento, è illegale;
2. che il preteso potere di dispensare dalle leggi o dall’esecuzione delle leggi, in forza dell’autorità regia, come è stato assunto ed esercitato in passato, è illegale;
3. che il mandato per costituire la passata Court of Commissionners per le cause ecclesiastiche, e tutti gli altri mandati e corti di analoga natura, sono illegali e pericolosi;
4. che levare tributi per la Corona o per il suo uso, su pretesa di prerogativa, senza la concessione del Parlamento, per un tempo più prolungato o in un modo diverso da quello che è stato o sarà stato concesso, è illegale;
5. che è diritto dei sudditi avanzare petizioni al re, e che tutti gli arresti o le procedure d’accusa per tali petizioni sono illegali;
6. che levare o tenere un esercito permanente all’interno del regno in tempo di pace, senza che ciò sia col consenso del parlamento, è illegale;
7. che i sudditi protestanti possono avere armi per la loro difesa conformemente alle loro condizioni e come consentito dalla legge;
8. che le elezioni dei membri del Parlamento debbono essere libere;
9. che la libertà di parola e di dibattiti o procedura in Parlamento non possono esser poste sotto accusa o in questione in qualsiasi corte o in qualsiasi sede fuori dal Parlamento;
10. che non debbono essere richieste cauzioni eccessive, né imposte eccessive ammende; né inflitte pene crudeli o inusitate;
11. che i giurati debbono essere nelle debite forme indicati in una lista, da notificare; e che i giurati che decidono sulle persone nei processi per alto tradimento debbono essere liberi proprietari;
12. che tutte le assicurazioni e minacce di ammende o confische fatte a particolari individui prima della condanna, sono illegali e nulli;
13. e che per riparare a tutte le ingiustizie, e per correggere, rafforzare e preservare la legge, il Parlamento dovrà tenersi frequentemente.
[…]”. (1)

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-1. Fonte »»»qua

Feb 112012
 

La più famosa maîtresse-en-titre, amante principale, del re Luigi XIV di Francia, al quale diede sette figli, di cui sei legittimati, raccontata da Daniela Nutini.

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Françoise-Athénaïs de Mortemart fu l’amante più splendente di Luigi XIV. Era dama di corte della regina quando il re la notò e lei fece di tutto per essere notata. Con i suoi capelli biondi, gli occhi blu, la sua taglia statuaria, passabilmente colta, altera e orgogliosa, era il trionfo che qualsiasi uomo avrebbe voluto avere al suo fianco. E figuriamoci se non intrigò Luigi XIV che aveva fatto del fasto e della magnificenza la sua ragione di vita.
Athénaïs era però sposata con Louis de Pardaillan de Gondrin, marchese di Montespan, un giovane guascone, con il quale conduceva una vita pazza, di prodigalità estrema, sempre sommersi di debiti a causa del gioco. Montespan era andato in guerra contro i pirati barbareschi, era violento, attaccabrighe e stravagante. Avevano due bambini. Ma quando il re ebbe la compiacenza di notare sua moglie, questo nobile guascone si comportò in maniera tale da sbalordire tutti: arrivò a corte su una carrozza parata a lutto sopra la quale ondeggiavano due immense corna di cervo. I cortigiani scoppiarono dal ridere, ma Luigi la prese malissimo. Gli offrì 200.000 lire per ripagarlo, e perché non esigesse i propri diritti coniugali, ma Montespan che non aveva uno spirito compiacente, caricò la moglie di botte causando di nuovo lo stupore di tutti i cortigiani per questo trattamento così contrario allo spirito dell’epoca. Il re si seccò definitivamente e, dopo un breve soggiorno alla Bastiglia, bandì definitivamente l’irruente marchese dalla corte. Questi, irriducibile, appena giunto nel suo castello di Bonnefont, vi fece celebrare in gran pompa e alla presenza di amici e parenti i “funerali” della marchesa. Informò che commemorava “la morte della moglie uccisa dalla civetteria e dall’ambizione”, esequie che divertirono tutta Parigi.
Intanto Athénaïs proseguiva la sua trionfale carriera. Il re ne era affascinato, la esibiva. Sentiamo come la descrive Madame de Sévigné: ”La sua bellezza è sorprendente… era vestita da capo a piedi in punto di Francia, pettinata a mille riccioli. Due stupendi cannelloni le sgorgavano dalle tempie e le ricadevano fino in fondo alle gote. In vetta al capo dei nastri e delle perle… e pendenti di brillanti di una luce rara… In due parole: una bellezza «trionfante» che gli ambasciatori avrebbero ammirato stupefatti”. Ed in un’altra occasione: ”Un vestito oro su oro, ricamato d’oro: sopra delle ritorciture d’oro, un trapunto d’oro mescolato ad un certo oro che fa la più bella stoffa che si sia vista al mondo”.
Il desiderio di essere all’altezza di tale suprema arroganza portò anche il re ad essere prodigo e splendidamente fastoso. Furono anni meravigliosi in cui i due amanti si trastullavano nello splendido Ninfeo sotterraneo, arredavano palazzi e giardini come un incanto di fate, ed il Re Sole troneggiava in Europa come faro abbagliante di cultura e splendore.
Però il tempo trascorreva e Luigi con il passare degli anni e con il crescere dei problemi aspirava ad un po’ di tranquillità, ad una vita più raccolta e si seccava di queste propensioni così frivole della marchesa. E intanto le guerre non avevano termine, le tasse non avevano limite, i migliori invecchiavano e morivano, e tutte le grane ingigantivano.
Una storia che avrebbe potuto durare chissà quanto se non fosse intervenuto l’Affare dei Veleni in cui la Montespan si trovò coinvolta in misura tale da non poterne uscire in alcun modo. Fu un processo lungo e spettacolare: furono scoperti avvelenatori e avvelenatrici in ogni parte della corte, della nobiltà e del popolo. Si scoprì che il re stesso era stato fatto oggetto di filtri d’amore di ogni tipo – erano magari questi che gli avevano procurato la sua cattiva salute – e che la Montespan stessa non aveva inoltre esitato a fare uso di veleni per sbarazzarsi di rivali in amore e in politica. Fu la sua fine.
Luigi non la punì, dopotutto era anche la madre dei suoi figli, ma si allontanò completamente da lei, pur concedendole di vivere ancora a corte, pagando ancora le sue pazze spese di gioco. Era giunto per lui ormai il tempo della penitenza, il tempo delle braccia di Madame de Maintenon, il tempo della revoca dell’Editto di Nantes, il tempo dei gesuiti, della vita più raccolta, della tristezza e dell’eclissi. In quanto alla marchesa, quando alla fine capì che tutto era finito e che l’ora della penitenza era giunta, sbalordì per il rigore e le severità dell’autopunizione anche quelli che l’avevano odiata.

© Daniela Nutini

Jan 272012
 

L’amore fra Luigi XIV e Louise Françoise La Baume Le Blanc de La Vallière descritto da Daniela Nutini.

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Luigi era infatuato della cognata, Enrichetta d’Inghilterra. Dapprima non gli era piaciuta ma poi se ne invaghì. Enrichetta non era bella, ma colta, spiritosa e civetta, e corrispondeva alle attenzioni del real cognato. Il re era romantico: voleva essere amato come uomo, in quanto Luigi, e non in quanto re. La sua corte alla cognata però cominciava a destare mille pettegolezzi: la madre, Anna d’Austria ne era infastidita, e il fratello, sebbene amasse di più i suoi favoriti che la moglie, si mostrava geloso. Così fu trovato un imbroglio: fu scovata una damigella di Enrichetta, dolce e timida, appena diciassettenne, non bellissima, appena claudicante, ma con una aria di modestia verginale, bei capelli biondo cenere e occhi azzurrissimi. La ragazza si prestò a fare da paravento all’intrigo galante e Luigi, simulando un interesse per la dolce Luisa, poteva giustificare le sue visitine a Madama Enrica. Fu preso dal suo stesso gioco e cadde nella sua trappola: si innamorò della fanciulla. Una cavalcata fu galeotta: sorpresi dalla pioggia si assentarono molte ore, tornando bagnati fradici e felici. Il re si innamorò davvero quando capì che Luisa lo amava per davvero. Ella si dette senza riserve al bel re ventiduenne, in quanto a lui, l’amore senza riserve della fanciulla assunse un valore incalcolabile. Egli sentì di essere amato come gli altri bei vagheggini della corte e ne era felice. Furono momenti di gioia squisita.
Luisa gli dette vari figli, prontamente messi a balia: la dolce fanciulla non brillava infatti per amore materno. Non era popolare a corte perché chi sperava di avere favori per mezzo suo rimase deluso. Era inoltre molto pia e affettava pentimenti e rimorsi per l’adulterio, proclamando una sua aspirazione al convento. Arrivò ad essere lamentosa, noiosa, e Luigi aveva in orrore i rimproveri e le rimostranze. Gli storici hanno descritto a colori neri l’abbandono della poverina, i suoi muti rimproveri, i suoi parti avvenuti in solitudine, il suo caparbio amore che la tenne a corte più anni accanto alla rivale, alla Montespan, a dispetto di ogni suggerimento o di ogni ragione di prudenza o convenienza.
Infatti, Luigi amava le convenienze, l’ordine prestabilito, anche tra le sue donne. E Luisa, per ripicca e per senso di un suo tragico romanticismo reiterava le impennate, le fughe dalla corte, mentre a lui pareva tutto una montatura e la ostacolò in ogni modo non credendo alla sua vocazione di monaca. Sapeva che dopo ogni fuga se la sarebbe vista tornare, singhiozzante, creando imbarazzo anche nella regina, mentre le chiedeva clamorosamente perdono per l’adulterio. E poi, le si era affezionato, in fondo, come si è detto era un abitudinario. Quando però la sua decisione di monacarsi fu irrevocabile, Luisa infiorettò il suo martirio di tali gemiti e spettrali pallori che Luigi non sapeva più a che santo votarsi, disse di sì per sfinimento, la rivide una ultima volta attraverso la grata e si affidò alle sue preghiere. Aveva cercato una donna che lo amasse per se stesso, l’aveva trovata e ricambiata la sua passione, ma con l’andar degli anni questo affare si era rivelato oltremodo seccante. Ora era ritornato il re che bisognava amare come re, ed ecco così affermare il suo incontrastato regno Atenaide di Montespan, la sua concubina più splendente, bella e avida di potere, intrigante e sensuale, degna amante di colui che scelse per sé l’appellativo di Re Sole.

©Daniela Nutini

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Luigi XIV dichiara il suo amore a Louise de La Vallière, Jean-Frederic Schall

Jan 112012
 

Le mazarinettes: un’interessante descrizione di alcune delle nipoti condotte in Francia dal cardinale Mazzarino, scritto da Daniela Nutini.

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Nel settembre del 1647, la Corte di Francia vide arrivare dall’Italia la banda sfrontata delle nipoti del cardinale Mazzarino, guidata dalle loro madri Mancini e Martinozzi. Alloggiarono, dopo vari spostamenti, nell’appartamento di Madame di Sénecé, dama di compagnia della regina e governante del re. Le ragazze avevano da otto a quindici anni e furono compagne di giochi del re, ragazzo molto bello e precocemente virile, che adorò subito la loro vivacità: passava tutte le giornate con loro, che avevano, a dire dello zio cardinale, “Il diavolo in corpo”. A lui piacevano tutte, e cominciò l’avventura con Olimpia, di sedici anni, uno meno di lui. Lei, con sano realismo, sposò poi il principe Eugenio Maurizio di Savoia, conte di Soissons, che non si oppose mai a quella relazione, che continuò a sprazzi per decenni. La bella Olimpia, con una vita tumultuosa, ebbe in sorte di dare i natali al grande condottiero Eugenio di Savoia. Grazie a lei, scriveva Saint Simon, ”Il re cominciò a formarsi a quella galanteria e cortesia che ha conservato per tutta la vita a livelli più alti”.
Luigi testimoniò la propria ammirazione anche a Laura Mancini, sposata al figlio del duca di Vendôme, e alla sfolgorante Anna Maria Martinozzi, data in moglie ad Armando di Borbone, principe di Conti, fratello del Gran Condé, il più bel nome di Francia. Conti ebbe a dire: ”Non mi importa quale nipote mi date, io sposo il cardinale e non una donna”.
Infine il re si accorse dell’ultima della covata, Maria, una piccola dea: ad entrambi i vent’anni ridevano nel cuore. Fu un colpo di fulmine in ritardo. Lei era stata al suo capezzale durante una grave malattia e lui, una volta guarito, se ne trovò perdutamente innamorato.
Maria Mancini era una diciannovenne alta, molto bruna, magra, con due occhi di carbone fiammeggiante, dal naso piccolo, le braccia finemente disegnate e abbondantissimi capelli neri. Tutto il contrario del tipo di bellezza che imperava a corte, ma forse proprio per questo molto più piccante e seducente, con il fascino dell’esotico. Era una ragazza ribelle e anticonformista, anche un po’ rozza, ma con una volontà di ferro. Diceva di lei Madame de La Fayette: ”Aveva uno spirito ardito, risoluto collerico e bizzoso, libertino e ribelle ad ogni sorta di civiltà e gentilezza”. Ma quello spirito doveva anche essere molto vivace, dato che il re ammirava la finezza dei suoi giudizi e la scelta felice delle sue letture. Per piacerle, imparò l’italiano. Insieme leggevano Petrarca, l’Astrea, i grandi romanzi alla moda. Ne subiva l’ascendente intellettuale. Maria gli suggeriva romanzi, poemi, commedie e lui faceva suonare i violini lungo il fiume, cavalcava nella foresta con tutta la corte, e ballava con lei per tutta la notte. Annotava Guy Patin: ”Il re testimonia grande passione e un indicibile amore per Maria Mancini”. Anche lei era pazza d’amore e non ascoltava nessuno: pensavano di sposarsi.
L’unione era però ostacolata dalla regina: non ci si poteva pensare neppure per scherzo, dato che Luigi doveva fare un matrimonio di Stato, con solide alleanze. Il cardinale, a malincuore, cedette. Anzi si sbrigò con solerzia a cercare una moglie per il re. Il pericolo era grande, Luigi aveva organizzato un torneo in cui portava i colori dell’amata con il motto: ”Né uno più grande, né uno pari”. Ovviamente era sottinteso che si parlasse dell’amore.
Per porre fine alla guerra con la Spagna la scelta cadde, dopo alcune indecisioni, sull’Infanta di Spagna, Maria Teresa, nipote della regina. Luigi si piegava così alla ragion di stato, ma, umiliandosi, si gettava in ginocchio davanti alla madre e al cardinale affinché non lo separassero subito dalla amata. Non l’ascoltarono: al momento di andare a Hendaye per negoziare la pace dei Pirenei con la Spagna, il cardinale ordinò a Maria di ritirarsi per un po’ in un convento vicino a La Rochelle, accompagnata dalle sorelle Ortensia e Maria Anna. La partenza fu dolorosissima, con Luigi che la saluta alla carrozza, visibilmente commosso. Maria gli diceva: ”Voi piangete, voi mi amate, voi vi disperate, voi siete re, ma tuttavia il sono infelice e parto”.
I due giovani continuarono a scriversi per un po’ con l’autorizzazione della regina e del cardinale e poi di nascosto, quando questa autorizzazione venne negata. Alla fine tutti perdettero la pazienza e Luigi venne severamente redarguito: non era una galanteria con una delle tante dame di corte, era un amore con la nipote di Mazzarino e come tale non veniva tollerato. Luigi alla fine si piegò: inviò all’amata alcuni biglietti, un cagnolino, supplicando di poterla vedere ancora una volta. Ottenne l’incontro mentre era in viaggio verso i Pirenei, una festa il ritrovarsi, con carezze, lacrime e con la certezza di doversi lasciare per sempre. Si separarono a stento e si scrissero ancora, era un dramma senza fine, ma il matrimonio di Luigi era imminente e Maria venne tenuta lontana, a Brouage, prigioniera del lusso. Era tutto finito. Sei mesi dopo lo zio l’autorizzò a tornare a Parigi dove assistette al matrimonio di re, e apprese che anche il suo era stato combinato, con il principe Onofrio Lorenzo Colonna, Duca di Tagliacoti, Gran Connestabile di Napoli e futuro Viceré d’Aragona.
Maria non l’amò mai: eppure era un bell’uomo, prestante, un cavaliere gagliardo coraggioso, fastoso e non badava a spese. Durante tutte le feste e i balli a Milano e a Roma, conservò una malinconia profonda, un male oscuro, una torturante gelosia per Luigi, che la consumava come una febbre dolorosa, amplificato dalla estrema fragilità del suo equilibrio nervoso.
Il marito invece era felice perché aveva avuto la più grande sorpresa della sua vita: nonostante l’avventura con Luigi, la giovane donna era arrivata vergine sul letto nuziale. Scrisse sua sorella Ortensia: “Il Connestabile fu incantato… e non gli importò più di non essere stato il primo padrone del suo cuore dal momento che lo era stato del suo corpo… e volle che Maria gioisse anche a Roma di quella libertà che aveva avuto in Francia dal momento che sapeva farne così buon uso”.

©Daniela Nutini

Nov 182011
 

“Il termine «mercantilismo», coniato dagli economisti tedeschi alla fine del XIX secolo, deriva dalla locuzione «sistema mercantile» usata da Mirabeau nel 1763, e divenuta corrente nell’accezione datagli da Adam Smith che nel suo trattato Indagine sopra la natura e le cause della ricchezza delle nazioni (1776) classificò, schernendole, come «sistema mercantile», le idee e le politiche economiche allora dominanti.
Nella storiografia contemporanea per mercantilismo s’intende sia la corrente fondamentale del pensiero economico, sia la politica economica attuata in molti stati europei tra la fine del XVI e la prima metà del XVIII secolo.
A prescindere dalle attuazioni pratiche nei singoli stati, se si considera il mercantilismo una fase della storia del pensiero economico, occorre dire che, lungi dal costituire un sistema rigoroso, esso risulta essere piuttosto asistematico e incoerente, sebbene sia possibile riscontare al suo interno un certo numero di grandi temi comuni. In primo luogo, la dottrina mercantilista suggerì l’opportunità di un più organico intervento statale nell’economia. Obiettivo di tale intervento era l’arricchimento della nazione, attuabile grazie all’incentivazione del commercio internazionale. Gli scambi garantivano infatti l’afflusso di metalli preziosi (oro e argento) sulla cui quantità si tendeva a calcolare la ricchezza di uno stato. Nell’ottica mercantilistica si rese dunque necessaria una politica in grado di mantenere un saldo attivo della bilancia commerciale grazie a severe misure di controllo degli scambi: restrizioni delle importazioni e incremento delle esportazioni. I paesi che adottarono questo indirizzo economico tentarono con molti mezzi di sviluppare la produzione per sostituire le importazioni e garantire l’offerta di beni da esportare, e cercarono di favorire l’immigrazione di manodopera dall’estero”. (1)

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1. M. Rosa, M. Verga, Storia dell’età moderna, 1450-1815, Bruno Mondadori, Milano, 1998, pag. 233, 234.

Nov 172011
 

Various popes succeeded to the papal throne during the XVII century, by Leo XI to Urban VIII up to Innocent XI, popes that, in one way or another, determined history course. Their decisions influenced, though locally in Rome, even arts and crafts.
In the “Urbe” everything used to turn around corporations or “universities”, whose category determined its own sector with a system of laws often very specific and detailed. Nobody could practice his own craft without being registered in a class, “acquaroli”, druggists, fishermen, butchers, grocers and so on, had to be part of their own category and follow laws and dictates.
In Rome there were at least a hundred “universities”, each with its own statute, its own organization, its own patron saint and festivity, in short a whole system allowing the unfolding of the various activities. For example ones who belonged to “pizzicaroli” category, could sell eggs, meats, caviar, salmon, as well as brooms, candles, baskets, wire, up to dried fruits, vegetables, olives, onions, figs, etc. Their corporation was one of the richest and most powerful. While barbers, in addition to usual duties, practised also minor surgical operations, since, to be part of their “university”, they had to know the various veins of human body, “cavar sangue dalle dette vene, metter mignatte e ventose e far cauterj” (1).
The admission to university of the category usually occurred after a specific technical examination, necessary to test applicant’s skills. Librarians must have received eight years training, “vermicellari” – pasta manifacturers – at least two years training, druggist about ten years training.
Sometimes the continuation of crafts or arts was determined by the hereditary right and then one wasn’t supposed to wait for the twenty-fifth year of age to join the corporation.
Craftsmen and traders had to follow a certain order and had to respect the laws of their own category as well as edicts and proclamations on the agenda. Otherwise punishment was the pillory and, if it was grave, even arrest, besides the payment of a certain money amount.
In the “pollaroli” (ones who used to sell chicken and eggs for example) statute it’s written: “Che nissuno dell’arte possa vendere ova marce sotto la pena di dieci scudi d’oro per ciascuna volta”(2), it means “nobody dare to sell rotten eggs, under the punishment of ten gold-crowns per time”.
The building, that used to absorb architects, painters, masons and people usually coming from outside Rome, was tied-up with popes ambitions. For unskilled labors no specializations were required.
On holidays not all works stopped, because a minimum service must have been ensured: innkeepers had to feed their guests, farriers if necessary had to shoe horses, landlords had to sell wine, on condition that it wasn’t drunk on site, barbers had to take care of small wounds.
Working time was free: since sunrise to sunset, weather conditions allowing.

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1. Almo Paita, La vita quotidiana a Roma ai tempi di Gian Lorenzo Bernini, Rizzoli, Milano, 1998, pag. 257.
2. op. cit. pag 254.

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»»»Here italian article.

Oct 222011
 

Dopo undici mesi d’assedio, Giustino di Nassau, comandante della piazzaforte olandese di Breda, consegna le chiavi della città agli assedianti spagnoli capeggiati dal genovese Ambrogio Spinola (1569-1630), esponente di una ricca e forte famiglia con interessi economici in Spagna. Giugno del 1625, l’esercito iberico ottiene una grande vittoria. Ricordo siamo in piena fase della guerra d’indipendenza dei Paesi Bassi.
Il pittore spagnolo Diego Velazquez (1599-1660) ne farà tema di uno dei suoi più riusciti quadri, La resa di Breda o Le lance (1634-35), una tela dove emergono e si palesano sentimenti in modo davvero notevole.
Con alle spalle un paesaggio desolato, devastato e pieno di fumi per incendi, Giustino di Nassau porge al nemico le chiavi di Breda, un gesto raffigurato con umiltà nell’intento di chinarsi rispettoso all’avversario, e, nello stesso tempo, Ambrogio Spinola conforta con una mano sulla spalla il nemico. La scena, a mio avviso avvolta in un delicato silenzio, è garbata e discreta, piena di umanità, se di umanità si possa parlare durante una battaglia, una scena in cui c’è ancora posto per una resa onorevole. L’elemento materiale che spicca fra tutti sono quelle lance alzate al cielo, sul campo destro del quadro per chi guarda, lance che spezzando la linea dell’orizzonte danno profondità e solennità all’insieme, lance che simbolizzano la forza delle truppe spagnole.

Diego Velázquez, La resa di Breda, 1634-35

Oct 152011
 

Figura chiave della storia moderna, simbolo dell’Ancien régime, Luigi XIV è stato da sempre studiato nei più disparati aspetti della sua vita pubblica, ma anche privata, giacché nel privato fece mostra ed esempio di sé, una vita, potremmo azzardare dire, da teatrante sul palcoscenico dell’Europa del Seicento.
Di seguito tre libri che ci introducono e ci danno tre aspetti diversi del sovrano più amato e odiato del tempo.

Peter R. Campbell, nel suo Luigi XIV e la Francia del suo tempo, partendo da un ben preciso contesto storico, ci porta a scoprire un personaggio prodotto del XVII sec., espressione dell’assolutismo, un personaggio, forse, compromesso fra i vari ceti sociali dell’epoca.

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Scritte nell’arco di cinque anni, fra il 1666 e il 1671, queste Memorie di Luigi XIV, di cui G. Pasquinelli è il redattore, sono una serie di consigli per l’istruzione del Delfino. I suggerimenti, di particolare interesse, sono stati annotati da Périgny e Pellisson, segretari.

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Interessante lo spaccato che appronta Antonia Fraser in Gli amori del Re Sole. Luigi XIV e le donne, un panorama su un sovrano che viene ponderato nei diversi aspetti della vita, come figlio, padre, sposo, amante, aspetti che si possono dire sfumature di uno stesso carattere.