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Merletti alla corte di Francia

Spionaggio industriale nel XVII secolo? Un intrigante articolo di Ivana Palomba.

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André Le Nostre - Architetto dei giardini di Luigi XIV, ritratto eseguito da Carlo Maratta. La cravatta è a “Punto Venezia”.

Gli innumerevoli fili che si intrecciano a formare la trama della storia, a volte, si rivelano essere impalpabili ed eterei merletti.
Le leggi suntuarie, che miravano a limitare l’eccesso di ornamento, e che si erano susseguite nei secoli, erano state regolarmente disattese. Ancora nel ‘600 così si cercava di mettere un freno all’eccesso di trine:

Le Parlement de Paris, le 12 décembre 1603 défendit, sous peine de 1500 liv. d’amende, de porter des dentelles de plus de neuf livres l’aune, ni d’en vendre d’un plus haut prix, à peine d’une amende de 3000 livres”.

In quest’epoca un uomo si reputava elegante se aveva addosso, tra polsini, lattughe (una sorta di colletto) e guarnizioni di stivali alti, merletti per un valore di almeno 13 mila scudi. Si narra che il cardinale Mazzarino (1602-1661), nel 1653, pur impegnato in vicende guerresche, trovò il tempo di scrivere a Jean Baptiste Colbert (1619-1683), a quel tempo suo segretario, per raccomandargli di comprare trine di Fiandra, di Venezia e di Genova per le quali avrebbe speso ben volentieri una somma da 30 a 40 mila lire.
L’amore che i francesi avevano per la “dentelle” non aveva limiti e reputando quella nazionale pesante e volgare aggiravano le varie leggi che proibivano le importazioni da paesi esteri mandando ordinazioni ai maggiori centri di produzione: Venezia, Genova, Lilles e Bruxelles.
Questa continua emorragia di denaro nazionale aveva reso insonne Colbert, divenuto ministro alle Finanze di Luigi XIV, e dal 1663 al 1683 attuò un’accorta politica di riorganizzazione di tutte le arti perché la sua finalità, come si evince dalla relazione di Marc’Antonio Giustiniani, ambasciatore veneto in Francia dal 1665 al 1668, era:

“… di rendere tutto il regno superiore nell’opulenza di ogni altro, abbondante di ogni merce… bisognevole di niente e dispensatore agli altri stati di tutto; con ogni industria perciò procura di condurre in Francia le Arti migliori di tutti i luoghi…”

Per giungere a questo fine Colbert sviluppò il protezionismo che di fatto impediva con barriere doganali l’importazione ed in parallelo aumentò sia l’esportazione che la produzione interna.
Specificatamente per i merletti, Colbert accordava, il 5 agosto 1665, un privilegio esclusivo per dieci anni e una gratificazione di 36000 livres a una Compagnia i cui primi azionisti furono Pluymers, Talon, ed altri. La Compagnia scelse di impiantare stabilimenti dove già era nota una produzione di pizzi, sia ad ago che a fusello, in modo da ottimizzare i risultati. I principali centri furono: Sedan, Reims, Duquesnoy, Alençon, Arras, Loudun, ecc. Secondo un editto reale tutti i prodotti ottenuti da tali manifatture dovevano portare il nome di “Punto di Francia”.
Ma ciò non fu sufficiente, perché la bellezza del prodotto italiano era insuperabile ed allora Colbert si industriò affinché tramite un vero e proprio spionaggio industriale potesse essere messo a conoscenza delle ultime novità. A tale scopo scrisse il 16 agosto 1666 all’ambasciatore a Venezia Saint André:

“[Sua Maestà] desidera che vi informiate con cura sullo stato delle manifatture di cristalli e ricami che si fanno a Venezia e Murano, se se ne produce una quantità grande come in passato e dove avvengono i loro consumi; desidera allo stesso tempo che vi informiate di cosa si fa delle nostre stoffe, mercerie e in genere di tutte le nostre manifatture negli Stati di questa repubblica e in particolare a Venezia, per inviarmi subito una memoria su tutto ciò che avrete potuto sapere su questi argomenti; teniate presente che è di grande importanza fare queste ricerche in segreto e senza farsi notare, perché non si pensi lo scopo per il quale le farete.

Ne risultò da tutti questi maneggi che un primo nucleo di trenta merlettaie abbandonò la laguna alla volta della Francia per insegnare il segreto del “punto” alle artigiane francesi. Nel tempo, al primo nucleo se ne aggiunsero altre, stimate secondo alcuni in circa duecento. Fu così che il famoso “Punto di Venezia”, vanto della città lagunare, fu copiato dalle artigiane francesi che in un breve lasso di tempo divennero così esperte da superare in bellezza e perizia tecnica i merletti italiani.
Il danno per l’economia veneziana era ormai compiuto e a nulla valse il decreto del Senato della Serenissima:

Si ordina alle merlettaie che trasportano questa industria in paese straniero con detrimento della Repubblica, il ritorno in Patria. Se non ritornano si imprigionino i loro parenti più stretti per indurli all’obbedienza per l’affetto verso di essi. Ritornando, si perdonerà il passato e si troverà loro un posto a Venezia; ma se, nonostante l’arresto dei loro parenti, esse si ostinano a rimanere all’estero, si darà incarico a degli emissari di ucciderle, e soltanto dopo la loro morte i loro parenti riacquisteranno la libertà.

Le lusinghe e le minacce non sortirono alcun effetto e ben presto Venezia dovette correre ai ripari inventando sempre più peculiari punti per controbattere, ma ormai senza successo, la raggiunta superiorità francese.

©Ivana Palomba

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Bibliografia:
- Jacques Savary Des Bruslons, Dictionnaire universel de commerce, tome 3, Paris, 1741.
- Remigio Strinati, I merletti ad ago e la “Scuola di Burano”, Società Editrice d’arte illustrata, Roma-Milano, 1926.
- J.B. Colbert, Lettres, instructions, mémoires, vol. II, parte II, in Industrie, commerce, a cura di P. Clément, Paris, 1863, riportato da A. De Bernardi, S. Guarracino, L’operazione storica, Mondadori, 1991 .

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Matthäus Merian

Con la scoperta di nuove terre, con i più frequenti viaggi, con la presa di coscienza dell’uomo della sua centralità, agli inizi del XVI secolo vi fu un certo sviluppo della cartografia, creando una propria e vera industria editoriale alla nascente domanda di re imperatori principi viaggiatori naviganti, e via dicendo, che avevano bisogno di mappe e informazioni sia per dirigere i loro imperi, spesso oltreoceano, sia per ubicare le recenti scoperte. E sebbene le prime mappe recassero ancora talvolta scritte fantasiose o idee poco concrete, o esaltassero conquiste e possedimenti, con il passare del tempo si perfezionarono rendendo un’idea quanto possibile precisa di ciò che desideravano descrivere.

Il cognome Merian lo conosciamo già, avendo accennato a una famosa naturalista del Seicento, Maria Sibylla (»»»qua). Ebbene, costei era figlia di un grande incisore svizzero naturalizzato tedesco, Matthäus Merian (1593-1650) e della sua seconda moglie Johanna Sibylla Heim.
Matthäus in prime nozze aveva preso in sposa Maria Magdalena, figlia di Johann Theodor de Bry (1528-1598), editore in Francoforte sul Meno, di cui dirigerà l’attività alla sua morte.
E fu proprio in questa città, dove svolgerà principalmente il suo lavoro, un lavoro dedicato a produrre carte con una ricerca di dettagli davvero certosina. Fra le sue opere ricordiamo i 21 volumi, preparati insieme al figlio, della Topographia Germaniae, contenenti grande quantità di vedute di città e piante, illustrazioni per la Bibbia, oltre a 42 fogli per la Danza Macabra di Basilea (1644).
Peculiarità delle sue incisioni erano precisione e nitidezza, per mezzo della quale si potevano leggere anche le minime sfumature. Esempio ne è la veduta di Venezia che Merian riprende da quella famosa di Jacopo de’ Barbari (»»»qua), ripulendola e aggiornandola, una veduta a volo d’uccello che impressiona ancora oggi.


Bill of Rights, 1689

Documento che segna l’inizio di un nuovo periodo, non solo per la storia inglese, ma anche per quella europea e americana, il Bill of Rights costituisce un momento decisivo verso la libertà dei diritti del cittadino, regolando le relazioni fra il sovrano e il popolo. Potremmo dire che insieme alla Magna Carta del 1215, alla Petition of Right del 1628, e successivamente dell’Act of Settlement del 1701, gli articoli del Bill of Rights conferiscono al Parlamento inglese un certo potere rappresentativo che permetterà governare con maggiore autonomia rispetto al passato. E l’incoronazione dell’11 aprile 1689 di Guglielmo d’Orange (1650-1702) e della moglie Maria (1662-1694), figlia dell’esiliato re Giacomo II Stuart (1633-1701), ultimo regnante cattolico, poteva avvenire solo se costoro avessero accettato e firmato proprio tale documento, giurando obbedienza alle leggi del Parlamento. “We thankfully accept what you have offered us”, avrebbe detto Guglielmo dopo aver ascoltato la lettura del documento.
Finiva così la lunga epoca della legittimazione divina del diritto di regnare. In poche parole, l’atto limitava il potere del sovrano, sovrano che doveva sottostare alle leggi, non potendo interferire nell’amministrazione della giustizia, delle finanze, che doveva garantire la libertà di parola e le libere elezioni parlamentari.
Di seguito un breve estratto:

“[…]
1. che il preteso potere di sospendere le leggi o l’esecuzione delle leggi, in forza dell’autorità regia, senza il consenso del Parlamento, è illegale;
2. che il preteso potere di dispensare dalle leggi o dall’esecuzione delle leggi, in forza dell’autorità regia, come è stato assunto ed esercitato in passato, è illegale;
3. che il mandato per costituire la passata Court of Commissionners per le cause ecclesiastiche, e tutti gli altri mandati e corti di analoga natura, sono illegali e pericolosi;
4. che levare tributi per la Corona o per il suo uso, su pretesa di prerogativa, senza la concessione del Parlamento, per un tempo più prolungato o in un modo diverso da quello che è stato o sarà stato concesso, è illegale;
5. che è diritto dei sudditi avanzare petizioni al re, e che tutti gli arresti o le procedure d’accusa per tali petizioni sono illegali;
6. che levare o tenere un esercito permanente all’interno del regno in tempo di pace, senza che ciò sia col consenso del parlamento, è illegale;
7. che i sudditi protestanti possono avere armi per la loro difesa conformemente alle loro condizioni e come consentito dalla legge;
8. che le elezioni dei membri del Parlamento debbono essere libere;
9. che la libertà di parola e di dibattiti o procedura in Parlamento non possono esser poste sotto accusa o in questione in qualsiasi corte o in qualsiasi sede fuori dal Parlamento;
10. che non debbono essere richieste cauzioni eccessive, né imposte eccessive ammende; né inflitte pene crudeli o inusitate;
11. che i giurati debbono essere nelle debite forme indicati in una lista, da notificare; e che i giurati che decidono sulle persone nei processi per alto tradimento debbono essere liberi proprietari;
12. che tutte le assicurazioni e minacce di ammende o confische fatte a particolari individui prima della condanna, sono illegali e nulli;
13. e che per riparare a tutte le ingiustizie, e per correggere, rafforzare e preservare la legge, il Parlamento dovrà tenersi frequentemente.
[…]”. (1)

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-1. Fonte »»»qua


Françoise-Athénaïs de Mortemart, l’amante splendente di Luigi XIV

La più famosa maîtresse-en-titre, amante principale, del re Luigi XIV di Francia, al quale diede sette figli, di cui sei legittimati, raccontata da Daniela Nutini.

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Françoise-Athénaïs de Mortemart fu l’amante più splendente di Luigi XIV. Era dama di corte della regina quando il re la notò e lei fece di tutto per essere notata. Con i suoi capelli biondi, gli occhi blu, la sua taglia statuaria, passabilmente colta, altera e orgogliosa, era il trionfo che qualsiasi uomo avrebbe voluto avere al suo fianco. E figuriamoci se non intrigò Luigi XIV che aveva fatto del fasto e della magnificenza la sua ragione di vita.
Athénaïs era però sposata con Louis de Pardaillan de Gondrin, marchese di Montespan, un giovane guascone, con il quale conduceva una vita pazza, di prodigalità estrema, sempre sommersi di debiti a causa del gioco. Montespan era andato in guerra contro i pirati barbareschi, era violento, attaccabrighe e stravagante. Avevano due bambini. Ma quando il re ebbe la compiacenza di notare sua moglie, questo nobile guascone si comportò in maniera tale da sbalordire tutti: arrivò a corte su una carrozza parata a lutto sopra la quale ondeggiavano due immense corna di cervo. I cortigiani scoppiarono dal ridere, ma Luigi la prese malissimo. Gli offrì 200.000 lire per ripagarlo, e perché non esigesse i propri diritti coniugali, ma Montespan che non aveva uno spirito compiacente, caricò la moglie di botte causando di nuovo lo stupore di tutti i cortigiani per questo trattamento così contrario allo spirito dell’epoca. Il re si seccò definitivamente e, dopo un breve soggiorno alla Bastiglia, bandì definitivamente l’irruente marchese dalla corte. Questi, irriducibile, appena giunto nel suo castello di Bonnefont, vi fece celebrare in gran pompa e alla presenza di amici e parenti i “funerali” della marchesa. Informò che commemorava “la morte della moglie uccisa dalla civetteria e dall’ambizione”, esequie che divertirono tutta Parigi.
Intanto Athénaïs proseguiva la sua trionfale carriera. Il re ne era affascinato, la esibiva. Sentiamo come la descrive Madame de Sévigné: ”La sua bellezza è sorprendente… era vestita da capo a piedi in punto di Francia, pettinata a mille riccioli. Due stupendi cannelloni le sgorgavano dalle tempie e le ricadevano fino in fondo alle gote. In vetta al capo dei nastri e delle perle… e pendenti di brillanti di una luce rara… In due parole: una bellezza «trionfante» che gli ambasciatori avrebbero ammirato stupefatti”. Ed in un’altra occasione: ”Un vestito oro su oro, ricamato d’oro: sopra delle ritorciture d’oro, un trapunto d’oro mescolato ad un certo oro che fa la più bella stoffa che si sia vista al mondo”.
Il desiderio di essere all’altezza di tale suprema arroganza portò anche il re ad essere prodigo e splendidamente fastoso. Furono anni meravigliosi in cui i due amanti si trastullavano nello splendido Ninfeo sotterraneo, arredavano palazzi e giardini come un incanto di fate, ed il Re Sole troneggiava in Europa come faro abbagliante di cultura e splendore.
Però il tempo trascorreva e Luigi con il passare degli anni e con il crescere dei problemi aspirava ad un po’ di tranquillità, ad una vita più raccolta e si seccava di queste propensioni così frivole della marchesa. E intanto le guerre non avevano termine, le tasse non avevano limite, i migliori invecchiavano e morivano, e tutte le grane ingigantivano.
Una storia che avrebbe potuto durare chissà quanto se non fosse intervenuto l’Affare dei Veleni in cui la Montespan si trovò coinvolta in misura tale da non poterne uscire in alcun modo. Fu un processo lungo e spettacolare: furono scoperti avvelenatori e avvelenatrici in ogni parte della corte, della nobiltà e del popolo. Si scoprì che il re stesso era stato fatto oggetto di filtri d’amore di ogni tipo – erano magari questi che gli avevano procurato la sua cattiva salute – e che la Montespan stessa non aveva inoltre esitato a fare uso di veleni per sbarazzarsi di rivali in amore e in politica. Fu la sua fine.
Luigi non la punì, dopotutto era anche la madre dei suoi figli, ma si allontanò completamente da lei, pur concedendole di vivere ancora a corte, pagando ancora le sue pazze spese di gioco. Era giunto per lui ormai il tempo della penitenza, il tempo delle braccia di Madame de Maintenon, il tempo della revoca dell’Editto di Nantes, il tempo dei gesuiti, della vita più raccolta, della tristezza e dell’eclissi. In quanto alla marchesa, quando alla fine capì che tutto era finito e che l’ora della penitenza era giunta, sbalordì per il rigore e le severità dell’autopunizione anche quelli che l’avevano odiata.

© Daniela Nutini

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Louise de La Vallière e il giovane Luigi XIV

L’amore fra Luigi XIV e Louise Françoise La Baume Le Blanc de La Vallière descritto da Daniela Nutini.

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Luigi era infatuato della cognata, Enrichetta d’Inghilterra. Dapprima non gli era piaciuta ma poi se ne invaghì. Enrichetta non era bella, ma colta, spiritosa e civetta, e corrispondeva alle attenzioni del real cognato. Il re era romantico: voleva essere amato come uomo, in quanto Luigi, e non in quanto re. La sua corte alla cognata però cominciava a destare mille pettegolezzi: la madre, Anna d’Austria ne era infastidita, e il fratello, sebbene amasse di più i suoi favoriti che la moglie, si mostrava geloso. Così fu trovato un imbroglio: fu scovata una damigella di Enrichetta, dolce e timida, appena diciassettenne, non bellissima, appena claudicante, ma con una aria di modestia verginale, bei capelli biondo cenere e occhi azzurrissimi. La ragazza si prestò a fare da paravento all’intrigo galante e Luigi, simulando un interesse per la dolce Luisa, poteva giustificare le sue visitine a Madama Enrica. Fu preso dal suo stesso gioco e cadde nella sua trappola: si innamorò della fanciulla. Una cavalcata fu galeotta: sorpresi dalla pioggia si assentarono molte ore, tornando bagnati fradici e felici. Il re si innamorò davvero quando capì che Luisa lo amava per davvero. Ella si dette senza riserve al bel re ventiduenne, in quanto a lui, l’amore senza riserve della fanciulla assunse un valore incalcolabile. Egli sentì di essere amato come gli altri bei vagheggini della corte e ne era felice. Furono momenti di gioia squisita.
Luisa gli dette vari figli, prontamente messi a balia: la dolce fanciulla non brillava infatti per amore materno. Non era popolare a corte perché chi sperava di avere favori per mezzo suo rimase deluso. Era inoltre molto pia e affettava pentimenti e rimorsi per l’adulterio, proclamando una sua aspirazione al convento. Arrivò ad essere lamentosa, noiosa, e Luigi aveva in orrore i rimproveri e le rimostranze. Gli storici hanno descritto a colori neri l’abbandono della poverina, i suoi muti rimproveri, i suoi parti avvenuti in solitudine, il suo caparbio amore che la tenne a corte più anni accanto alla rivale, alla Montespan, a dispetto di ogni suggerimento o di ogni ragione di prudenza o convenienza.
Infatti, Luigi amava le convenienze, l’ordine prestabilito, anche tra le sue donne. E Luisa, per ripicca e per senso di un suo tragico romanticismo reiterava le impennate, le fughe dalla corte, mentre a lui pareva tutto una montatura e la ostacolò in ogni modo non credendo alla sua vocazione di monaca. Sapeva che dopo ogni fuga se la sarebbe vista tornare, singhiozzante, creando imbarazzo anche nella regina, mentre le chiedeva clamorosamente perdono per l’adulterio. E poi, le si era affezionato, in fondo, come si è detto era un abitudinario. Quando però la sua decisione di monacarsi fu irrevocabile, Luisa infiorettò il suo martirio di tali gemiti e spettrali pallori che Luigi non sapeva più a che santo votarsi, disse di sì per sfinimento, la rivide una ultima volta attraverso la grata e si affidò alle sue preghiere. Aveva cercato una donna che lo amasse per se stesso, l’aveva trovata e ricambiata la sua passione, ma con l’andar degli anni questo affare si era rivelato oltremodo seccante. Ora era ritornato il re che bisognava amare come re, ed ecco così affermare il suo incontrastato regno Atenaide di Montespan, la sua concubina più splendente, bella e avida di potere, intrigante e sensuale, degna amante di colui che scelse per sé l’appellativo di Re Sole.

©Daniela Nutini

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Luigi XIV dichiara il suo amore a Louise de La Vallière, Jean-Frederic Schall

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