May 052012
 

Influence that the Renaissance had on various part of Europe wasn’t homogeneous, depending, among the many factors, on contacts that prominent people, coming from beyond the Alps, had with Italy and viceversa. Universities, courts, chancelleries was the principal, but not the only one, diffusion centers.
René of Anjou (1409-1480), for example, discovered humanistic studies during his coming to Italy and fell in love with them, so he remained in Italy from 1438 to 1441. The Anjou had got books by Plato, Livy, Boccaccio, Lorenzo Valla (1405 ca.-1457), a volume by the greek historian and geographer Strabo, received by the friend of him Jacopo Marcello as gift. Moreover he commissioned Francesco Laurana (1430-1502) various work, among which different medals, on the Antonio di Puccio Pisano, told the Pisanello (1395?-1455?), style. As well Francesco I of Valois (1494-1547) became interested in italian culture and in the humanistic studies that in this country took off, wishing literati, artists and scholars in his court, it will be enough to remember that Leonardo da Vinci lived his last years in Clos-Lucé castle, next to Amboise. The same Ottoman Sultan, Mehmet II the Conqueror (1432-1491), winner on Constantinople (1453), entered in touch with classic texts, Livy was one of his preferred. In his palace he called an italian scholar, Ciariaco of Ancona (1391–1452), as well as the painter Gentile Bellini (1429–1507), responsible to realize his portrait. Another king fascinated by Greeks and Latins was Mattia I Corvino (1443–1490), king of Hungary, who followed very closely italian studies and art developments. Married with Naple sovereign’s, Ferdinando I, daughter, Beatrice of Aragona (1457–1508), he was very soon influenced by the “italian way of life” and he surrounded himself with artists and literati, moreover he sent his agents all around Europe in searching of classic books, of which he was a famous collector. He had his books miniated by Florentine artists. He was in costant touch with Marsilio Ficino (1433–1499), he called Antonio Bonfini (1427–1505) to write an History of Hungary, and let’s not forget that the Verrocchio (1437–1488) and Filippino Lippi (1457–1504), among the others, stayed in his possessions.
As in courts, so also in chancelleries a certain diffusion of the Renaissance humanism took place. Catalan one, property of Peter the Cerimonious (1319–1387) had been organized taking the Florentine one as model. Henry IV of Castile (1425–1474) assumed the humanist Alfonso of Cartagena (1384–1456), son of a converted rabbi lived in Florence; Jànos Vitéz (1408–1472), Esztergom archbishop, educator of the King Mattia Corvino, fascinated by classic models, introduced them in royal hungarian chancellery. Small events which will gain importance on the long period.
It happened sometimes that foreign universities assumed italian scholars as readers, in Paris there were Filippo Beroaldo (1453–1503), Gregorio Tifernate (1414–1462) and so on. In the same time also local literati started to dissertate on classic culture, in Cracow we know about the presence of Gregory of Sanok (1406–1477) with a course based on Virgil, in Heidelberg Peter Luder (1443 ca.-1509) treated about the studia humanitatis. On the long way humanistic Renaissance would have had a wider an wider diffusion, more evident in certain cases, less in others, more influent in certain countries, less in others.

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»»»Here italian version

Apr 302012
 

Re nel 1685 alla morte del fratello Carlo II, Giacomo II (1633-1701), ultimo monarca cattolico a regnare, si adoperò immediatamente a domare una ribellione del figlio illegittimo di Carlo II, duca di Monmouth, di fede protestante. In un ambiente sociale in fervore, il sovrano decise mantenere assoldato l’esercito per evitare ulteriori insurrezioni, permettendo ai cattolici diventare ufficiali, contro, si diceva, le leggi in vigore in quel momento.
Nel 1687, Giacomo II promulgò una Dichiarazione d’Indulgenza (»»»qua il testo) proclamando così, almeno apparentemente, la libertà religiosa e consentendo in tal modo che cattolici, quaccheri e via dicendo potessero concorrere anche a cariche pubbliche. A detta di alcuni vescovi, il re stava infrangendo le leggi, vescovi che si ribellarono domandandogli revocare l’ordine. Arrestati e mandati nella Torre di Londra, furono processati, ma ben presto prosciolti dalla giuria.

Preoccupati dalla situazione, importanti personalità protestanti mandarono una lettera a Guglielmo d’Orange (1650-1702), marito di Maria, figlia di Giacomo, invitandolo a intervenire. Il quale preparò un esercito con oltre ventimila uomini, cinquemila cavalli e migliaia di pezzi di artiglieria. Indisturbata, la sua flotta arrivò il 5 novembre 1688 a Torbay, nel Devon. Lo scontro era imminente, le truppe di Giacomo II, ben forti e preparate, avevano davanti quelle del Principe d’Orange, ma un imprevisto, anzi vari, decisero le sorti: il comandante delle milizie del sovrano, John Churchill – ma non fu l’unico -, passò inaspettatamente dalla parte protestante, mentre Giacomo II in preda a epistassi e insonnia decise ritirarsi.
La situazione intanto era precipitata, tradito anche dalla figlia Anna che ora comandava un gruppo di rivoltosi, al sovrano non restava che fuggire. E così fu. Venne però scoperto da alcuni pescatori e riportato a Londra, dove fu accolto benevolmente. Nel frattempo Guglielmo aveva inviato delle truppe per arrestarlo. Stavolta però Giacomo riuscì nell’intento, rifugiandosi dal cugino francese Luigi XIV.
Un nuovo Parlamento accolse Guglielmo d’Orange e Maria come legittimi sovrani, non prima però che i due firmassero una Carta dei Diritti (»»»qua il testo). La “Gloriosa rivoluzione” poteva dirsi più o meno conclusa.
Tuttavia, sia Giacomo II che i suoi successori tentarono varie volte riprendersi la corona, tentativi falliti.

Mar 202012
 

Segue (»»» qua la I parte) la descrizione di Madame de Maintenon, di Daniela Nutini.
II parte
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E così Françoise si insedia nel menage reale. Dapprima Luigi non la gradì. Aubignette era sempre vestita di lana e di grisette, una stoffa incolore, indossava un soggolo bianco come le suore e vestiti da sartina. Tutti portavano alle stelle il suo decoro, ma il re si irritava: ”Udrò sempre e soltanto parlare della vedova Scarron?”.
Athénais invece era molto contenta dato che Françoise allevava molto bene i suoi bambini, li curava, li coccolava ed era la discrezione in persona sulla loro provenienza. Erano sei alla fine: Athénais partoriva senza sosta.
Veniva di rado a corte, dove era stimata in quanto educata e servizievole, inoltre conversava con spirito. La Montespan ne era entusiasta ed anche il re a poco a poco ne fu conquistato. Vi fu un episodio galeotto: Luigi spesso si recava al fronte delle sue interminabili guerre e Madame de Montespan, che era praticamente analfabeta, aveva difficoltà a scrivergli. Ad un tratto il re fu sorpreso di ricevere missive colme di grazia infuocata. Sospettò e si fece dire il nome del vero autore, la vedova Scarron. Iniziò così un gioco erotico e avvincente: Luigi scriveva lettere piene di verve, poi leggeva le risposte alle due donne, imbarazzate, commentandole e lodandole. Aubignette gli si era presentata sotto una luce diversa.
Il re ne apprezzava sempre di più la discrezione, il suo ordine, il suo metodo, al contrario di Athénais, eccessiva e spendacciona. La quale non si accorgeva di nulla e giunse al punto di supplicare il sovrano di donare un castello a Françoise, che divenne così Marchesa di Maintenon.
Luigi era felicissimo con le sue tre donne, la regina, la Montespan e la Maintenon.
Giunse però il momento che Athénais si accorse da che parte tirava il vento e ne fu sbalordita. Si era coltivata una serpe in seno, quella santocchia che ora usurpava il suo posto. Ma la campagna denigratoria che all’improvviso aprì presso il re, ottenne esattamente l’effetto contrario. Luigi aveva debiti di riconoscenza per la governante dei suoi figli, la rispettava, aveva 45 anni, era spesso ammalato, Athénais lo dissanguava con i suoi debiti mentre la Maintenon lo ascoltava con pazienza e parlava di Dio. Giunse persino a raccomandargli di essere più buono con la regina.
Poi Athénais fu travolta dall’”Affare dei veleni”, la regina Maria Teresa morì e la strada rimase libera. La Maintenon diceva di lavorare per la salvezza della sua anima e Luigi, tra guerre, decimazioni familiari, problemi e tasse, ne aveva bisogno. La chiamava “Sua Solidità” e la faceva assistere a tutte le riunioni dei ministri. E la sposò morganaticamente, con grande scandalo e orrore di tutti. Avrebbe potuto fare un matrimonio importante con qualche principessa europea, ma era stanco e aveva bisogno di una donna con cui non dovesse sfoggiare nulla.
E così cominciò il dominio della Maintenon. Con lei entrarono a Corte i gesuiti, i bigotti, gli intransigenti, che quasi costrinsero Luigi a proclamare la revoca dell’illuminato Editto di Nantes, con lo spauracchio dell’inferno.
Aubignette fu universalmente odiata a corte, eppure non danneggiò nessuno. Dicevano che era ipocrita ed avevano forse ragione. La cognata del re, la principessa Palatina, ce ne ha lasciato un ritratto terribile di falsità e sorniona cattiveria, nel suo monumentale carteggio. Poco sappiamo di lei, oltre le maldicenze, di questo periodo. Suo merito fu quello di fondare l’Accademia di Saint Cyr, dove si educavano fanciulle secondo un metodo rigoroso. A loro scrisse quella che doveva essere stata la regola di tutta la sua vita: ”Non volevo essere amata da nessuno in particolare, volevo esserlo da tutti e far che il mio nome venisse pronunziato con amore e con rispetto.” Le sue lettere sono un modello di stile e di contenuti: Napoleone a Sant’Elena le leggeva continuamente, “esprimono molte cose”, diceva.
Dopo la morte del re, Aubignette si ritirò subito nell’amato collegio di Saint Cyr presso le sue ragazze. Questa donna enigmatica non ci fa carpire il suo segreto. Ha passato gli anni sgranando il rosario in un canto della stanza del re, lo ha sostenuto negli ultimi anni tra i dolori del corpo e quelli del cuore, mentre l’inetto medico Fagon faceva strage della sua famiglia. Non amava la corte, non amava il fasto, forse amava il potere. Eppure fu quasi regina di Francia. E magari, nel grigiore del suo collegio di Saint Cyr, negli ultimi giorni, avrà ricordato il sole della Martinica, quando correva scalza sulla spiaggia e il Re, la Francia, la Corte, gli intrighi, le preghiere, gli amori, le fatiche del vivere erano ancora molto, molto lontani.

© Daniela Nutini

Mar 142012
 

Inviato dall’imperatore Leopoldo I, Augustin de Mayerberg, barone, diplomatico tedesco, viaggia in Russia con lo scopo di ristabilire la pace fra la Polonia e la Russia dello zar Alessio I, viaggio di cui farà minuto resoconto nel suo scritto “Relation d’un voyage en Moscovie”. Partito da Vienna il 16 febbraio 1661, dopo varie peripezie e ritardi, giunge a Mosca il 25 maggio. Isolato, giacché non poteva comunicare con altri stranieri, ritornò a Vienna nel marzo 1663. In questo interessante volume ci descrive in modo davvero particolareggiato gli usi e i costumi dei moscoviti del XVII secolo, così come del loro rapporto con gli stranieri. Di seguito come usualmente banchettavano.

Su di un lungo e stretto tavolo, ricoperto di tela di lino grossolana, si pone una fiala di aceto, con vasetto di sale e uno di pepe. Ognuno dei presenti riceve del pane ed un cucchiaio, quest’ultimo non sempre. Soltanto ad ospiti di particolare riguardo si danno piatti, forchette, coltelli salviette. Ed ora si portano i cibi. Le stoviglie anche presso le persone ragguardevoli e ricche sono di stagno e, per trascuratezza dei domestici, nere da far nausea. S’incomincia il pranzo con l’acquavite. La prima portata è costituita da carne di vitella fredda con aceto e cipolle, cui seguono brodo, arrosto ecc., il tutto condito con olio e cipolle, che i Russi apprezzano molto. Non si vede alcun manicaretto di cucina fina, che a Mosca è ignota. Tuttavia i Russi consumano la loro carne con tale bramosia, che sembrano piuttosto sbranarla che mangiarla. Quando hanno spolpato un osso, lo rimettono in una scodella con tale disinvoltura da far ribrezzo ai non abituati. Vino e birra sono poco usati, ma si fanno molte bevande d’altro genere, e l’acquavite chiude il pranzo come lo aveva aperto. Tutte queste svariate bevande si prendono da speciali recipienti, bicchieri, calici, tazze, pentole, per lo più di stagno o di legno, raramente d’argento: questi però sono molto neri e brutti, perché i Moscoviti non li fanno pulire. Nei banchetti festivi, oltre alla carne ed ai volatili, si portano anche pesci, che però sono assai malamente preparati, ma che essi gustano anche quando sono del tutto guasti. Al dessert fanno poca attenzione, giacché prima che esso compaia si sono già talmente riempito lo stomaco, che non vi resta più posto. Soltanto la sbornia mette fine al banchetto, e nessuno abbandona la sala da pranzo, se non lo si tira fuori a forza. Durante il pranzo la puzza dei rutti si unisce con quella dell’acquavite, delle cipolle, dell’aria emessa altrimenti, sì che uno quasi vien meno. Portano i fazzoletti da tasca sotto i berretti, ma seggono a tavola senza questi ultimi. Quando poi vogliono pulirsi il naso, lo fanno con l’aiuto delle dita, e nettano poi queste ed il naso con la tovaglia. Siccome non hanno alcuna cultura, la loro conversazione si riduce ad inezie ed oscenità. Per lo più si sentono chiacchierare sul prossimo e racconti di fatti scandalosi inventati. Queste feste tuttavia hanno un lato gradevole. La padrona di casa, rivestita dei suoi migliori abiti e coperta d’ornamenti, entra insieme con numerose donne di servizio nella sala, e porge al più ragguardevole tra gli ospiti un bicchiere d’acquavite, dopo aver posto le sue labbra all’orlo del vetro. Mentre egli beve, la donna si ritira, muta abiti, e poi si rivolge all’ospite più vicino. Dopo aver così pensato a tutti, infine si colloca presso la parete ad un’estremità del tavolo, e con occhi bassi riceve un bacio da ciascuno dei presenti.” (1)

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1. in Valentin Gitermann, Storia della Russia, La Nuova Italia ed., Firenze, 1973, pag. 886.

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Di seguito una serie di immagini tratte dal libro in questione.

Mar 092012
 

Un affresco della vita di una delle più particolari amanti di Luigi XIV nelle parole di Daniela Nutini.
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La vita di Madame de Maintenon, moglie morganatica di Luigi XIV, è una storia da romanzo di appendice. Nasce Françoise d’Aubigné, da un padre avventuriero e da una madre sconsiderata. Il nonno è Agrippa d’Aubignè, famoso poeta ugonotto. Venuta alla luce nella portineria del carcere che ospitava il padre, rinchiuso per debiti, assassino per onore della prima moglie e ora sposato a Jeanne de Chardillac, dopo averla sedotta. Jeanne è cattolica, anche Costant d’Aubigné si converte con grande dolore del padre, fervido protestante. Poi tutta la famigliola si imbarca per le Antille. Prima a Guadalupe, poi nella Martinica dove la piccola Aubignette, come la chiama la madre, si trasforma in una graziosa adolescente, legge Plutarco e la Bibbia, e trascorre anni spensierati. Durarono poco. Costant muore e Jeanne torna in Francia con i figli, talmente povera da mendicare un tozzo di pane dai gesuiti, con grande umiliazione della piccola Françoise. La madre riesce a mandarla da una zia, ma è calvinista e riporta la ragazza alla fede del nonno. Interviene allora la sua madrina, Madame de Neuillant, che la prende con sé, ne fa una specie di serva, le fa governare gli animali da cortile, mentre Aubignette si protegge la pelle dal sole con una veletta e rifiuta di tornate al cattolicesimo. Per punizione, viene segregata in un convento di orsoline. Lì conosce Suor Cecilia con cui inizia un rapporto particolare che fa nascere in Françoise una propensione per il suo stesso sesso.
Povera Françoise: trasferita di casa in casa, trasferita in varie isole delle Antille, privata di ogni affetto, dal sole al grigio inverno francese, un giorno cattolica, poi ugonotta, poi ancora cattolica, con un padre mascalzone e una madre invisibile, non è strano che si affezioni a donne gentili e che pianga disperatamente quando è allontanata da Suor Cecilia. Viene messa in un altro convento, ma ora è una graziosa sedicenne, intelligente e colta. Un marito è quello che ci vorrebbe per risolvere tutti i suoi guai.
Ed il marito si presenta. È il poeta satirico Paul Scarron, quarantenne, orrendo, deforme ma intelligentissimo e brillante. È ammirato dall’intelligenza sveglia di Françoise e dallo stile delle sue lettere, la lusinga, se ne innamora e la chiede in sposa con queste parole: ”Maledizione, quanto vi amo! È una sciocchezza amare tanto”. Aubignette non esita, a chi le fa notare la bruttezza di Scarron e la sua salute malferma risponde: ”Sono povera, rischio di andare in convento, preferisco sposarlo“. Ecco, qui è tutta Aubignette: ragionatrice, calma, preveggente.
Ma fu una buona moglie. Nessuno ebbe nulla da dire sulla fedeltà al marito e fu molto ammirata dai letterati che frequentavano casa Scarron, ammirata anche dalla famosa cortigiana Ninon de Lenclos, alle cui attenzioni fu molto sensibile, persino dalla regina Cristina di Svezia, donna dai gusti sessuali arditi. Eppur fu sempre serena, sempre signora. Quando rimane vedova, a 25 anni, è di nuovo povera, ma è sempre apprezzata e invitata in tutti i salotti che contano. Sbarca il lunario rendendosi utile presso case signorili dove talvolta ha rapporti ambigui con le padrone. È una brava governante e un’appassionata amante per le signore, ma sempre rispettata: recita la parte della nobile decaduta con infinita dignità. Diventa ad un certo punto la factotum nella casa del duca di Albret, che dicono innamorato di lei. Aubignette organizza la casa come meglio non si potrebbe, ma affitta anche un appartamento in cui vive con Ninon de Lenclos e l’ultimo amante di lei, in un festoso menage a trois. La sua caratteristica è sempre quella di restare un’amante di alto profilo, una dama di gran livello.
E finalmente la Montespan, cugina del duca di Albret, scopre a casa di lui questa perla rara, questa graziosa e timida vedova, che già da allora aveva il tratto che conserverà per tutta la vita: quello di essere la personificazione della saggezza, della riservatezza e della religiosità. Un po’ ipocrita, in verità, ma nessuno se ne accorgeva. Le si affeziona e Françoise si affeziona a lei. Athénais ne è talmente conquistata che, dopo la nascita del suo primo figlio, ha l’idea di fare di Aubignette la governante dei fanciulli che verranno. Il re acconsente. Ed ecco formarsi questo trio dagli sviluppi imprevedibili: Luigi ha trentanni, Athénais ventisette e Françoise trentatré. Inizia la seconda parte della vita di Françoise d’Aubignè, vedova Scarron, che dette la scalata al trono di Francia.

(»»» qua continua II parte)

© Daniela Nutini

Mar 062012
 

Di seguito un documento, una lettera del principe Pronskij allo zar Alessio I (1629-1676), figlio di Michele I Romanov, in cui descrive la terribile situazione a Mosca, una epidemia di peste che stava decimando la popolazione. Periodo ancor più tragico se pensiamo alle guerre con l’Ucraina, con la Polonia, la Svezia, oltre alle rivolte interne, e via dicendo, in cui la moria di soldati era impressionante e la fame era all’ordine del giorno. Tanto precaria era la situazione a Mosca che lo zar, di ritorno da una campagna militare contro la Polonia, dovette fermarsi a Vjaz’ma per un anno, raggiunto ben presto dai membri della famiglia.
L’autore di questa missiva morirà poche ore dopo averla scritta, mentre il suo successore nella carica, Chilkov, il giorno seguente, tale era la situazione in quei mesi.

Mosca, primi di settembre del 1654

…. Nelle nostre case non si sta meglio, e perciò le abbiamo abbandonate e viviamo in aperta campagna. Dal giorno di S. Simenone (1° settembre) in poi l’epidemia è diventata di giorno in giorno più perniciosa. Sia a Mosca, sia nei sobborghi è ancora in vita solo un piccolo numero di cristiani ortodossi. In sei reggimenti non c’è più nemmeno un soldato; negli altri, molti giacciono ammalati; parecchi soldati sono fuggiti. Non c’è nessuno là, che possa montar la guardia. Il comandante del reggimento degli Strelizzi è morto, e così pure sono morti molti capitani (comandanti di cento uomini). Quasi tutte le cattedrali e le chiese hanno sospeso il servizio divino; solo nella grande cattedrale il servizio divino ha ancora luogo tutti i giorni, sebbene con grande difficoltà, poiché sono superstiti solo tre sacerdoti… Così i cristiani ortodossi muoiono senza i conforti religiosi e vengono seppelliti senza la presenza di alcun sacerdote. Nella città e nei dintorni giacciono molti cadaveri, che sono straziati dai cani. Non c’è nessuno che possa scavare una fossa per i morti; i becchini che prima portavano via i cadaveri e scavavano fosse vicino agli ospizi dei poveri, sono morti anch’essi; tutti gli altri, vedendo ciò, sono stati presi dal terrore e non osano avvicinarsi ai cadaveri. Tutti gli uffici sono chiusi: impiegati e scrivani sono tutti morti. Le nostre case sono vuote, quasi tutti sono morti, e anche noi, Tuoi schiavi, aspettiamo di ora in ora che la morte venga a trovarci…

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1. in Valentin Gitermann, Storia della Russia, vol. I, La Nuova Italia ed., Firenze, 1973, pag. 884.

Mar 042012
 

Non è mai vano sottolineare l’importanza dei cartografi e della cartografia in generale nel trascorso della Storia moderna, cartografi spesso autori ed editori nello stesso tempo. E sebbene almeno fino a metà del XVI sec., nelle mappe venivano inseriti anche dettagli bizzarri ai nostri occhi, fantasiosi, immaginari, poco a poco si perfezionarono sempre più con il fine di raffigurare, per quanto possibile, le realtà territoriali del tempo.
Di seguito due libri che mi sembrano validi per avvicinarci a una materia essenziale per lo studio dei fatti dell’epoca, per capire che, per un certo periodo di tempo, le mappe servivano inoltre come propaganda, per esaltare gesta e conquiste di un re imperatore principe papa, mappe altresì a carattere sociale politico, oltre che geografico.

David Buisseret, con I mondi nuovi. La Cartografia nell’Europa moderna, ci immerge letteralmente nelle rappresentazioni territoriali dell’epoca, un’epoca in piena trasformazione politica e geografica, piena di scoperte. Partendo dall’influenza della Grecia e di Roma, per continuare con il Medioevo, approfondisce determinati aspetti dell’Età moderna. Un continuum che serve a penetrare le trasformazioni avvenute e l’influenza che la cartografia ha avuto nella storia, una cartografia utile, fra l’altro, per controllare possedimenti oltremare e preparare battaglie. Il volume è molto ricco in immagini.

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Juergen Schultz, La cartografia tra scienza e arte. Carte e cartografi nel Rinascimento italiano.
Premettendo che “É scorretto attendersi da una mappa assoluta attendibilità e precisione, perché alla fin fine il proposito di un cartografo, anche del più moderno, non è mai quello di registrare la nuda verità”, il libro inizia analizzando la famosa veduta di Jacopo de’ Barbari, fino a parlare di Cristoforo Sorte e del Palazzo Ducale di Venezia, per concludere con le belle rappresentazioni murali cartografiche nell’Italia del Rinascimento. Un libro che scrivendo di carte e cartografi ci porta in un aspetto del Rinascimento italiano poco conosciuto.

Mar 012012
 

Ponendo fine al Periodo dei Torbidi, con Michele I (1596-1645) entriamo nell’era dei Romanov, famiglia che dirigerà le sorti della Russia fino al 1762, anno di morte della zarina Elisabetta (1709-1762).
Era figlio di un nobile feudale, Fiódor Nikítich Románov, divenuto poi patriarca nel 1619, e che per nove anni era stato ostaggio del re di Polonia, la cui influenza si sentirà nel figlio e nelle decisioni del governo. Eletto ad appena sedici anni contro la volontà della madre Ksenija Ivanovna Šestova che lo considerava ancora piccolo e poco esperto per dirigere, Michele, che in quel tempo viveva nel Monastero Ipatiev con la famiglia, ben presto si metterà al lavoro, avendo il padre come sostegno, genitore che talvolta prendeva decisioni senza consultare il figlio, in un paese devastato dalle guerre e in cui le casse dello stato erano vuote. E in effetti tanto fu il potere di Fiódor, che il paese si trovò ad avere contemporaneamente due sovrani.
Nel 16 febbraio 1617, a Stolbovo, firmava la pace con la Svezia di Gustavo II Adolfo, e grazie alla tregua di Deulino del dicembre 1618 con la Polonia, aveva permesso al padre rientrare in Russia – ricordiamo essere stato prigioniero. Nel 1634 porrà fine al conflitto russo-polacco, ottenendo dal re polacco Ladislao IV Vasa rinunciare al trono di Russia. Nello stesso tempo cercò riorganizzare lo stato feudale, rafforzandolo, così come l’esercito e il fisco, sempre a favore della casa regnante, tentando aprire al commercio estero.

Michele I di Russia riceve la corona a 16 anni (Grigory Ugryumov)

Noi, Michail Fëdorovič, grande Gosudar’, Zar e Gran Principe di tutta la Russia, in conoscenza delle fraterne e amichevole relazioni dei nostri predecessori con la regina Elisabetta e con il re Giacomo, desideriamo perciò di rimanere d’or innanzi in fraterno amore e salda amicizia con il nostro caro fratello re Giacomo, e agli ospiti (grandi mercanti) del paese inglese sir Thomas Smith (e ad altri menzionati per nome) abbiamo dato libertà di approdare con le loro navi nel nostro paese, nella regione della Dvina, di praticare il commercio con merci di qualsiasi specie […]” (1).

Per incentivare l’economia, cercò di arruolare maestri dall’Europa occidentale.

E lo Zar ha ordinato agli scrivani del Consiglio Ivan Grjazev e Maksim Matjuškin d’inviare al Principe elettore di Sassonia e al duca di Brunswik delle lettere di raccomandazione per chieder loro di permettere che nei loro territori s’ingaggino maestri, che nelle miniere sappiano ricavare rame dal minerale, e siano pratici di tutti i mestieri, di cui v’è bisogno per fondere il rame dal minerale […] (2).

Nel 1624, Michele sposò Marija Vladimirovna Dolgorukova (1601-1625), morta ben presto, forse per avvelenamento, e nel 1627 Evdokija Luk’janovna Strešnëva (1608 –1645) in seconde nozze e con la quale avrà dieci figli, di cui Alessio I suo successore.
Morirà nel 1645, a 49 anni, in seguito a un incidente a una gamba avuto da giovane mentre cavalcava.

Michele I in una riunione della Duma Boiarda

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1. in Valentin Gitermann, Storia della Russia, vol.1, La Nuova Italia ed., Firenze, 1973, pag. 853.
2. op. cit. pag. 862.

Feb 272012
 

Dopo trent’anni di battaglie, protestanti e cattolici si siedono per dare atto a una pace che si iniziava oramai da tempo a desiderare. Eppure, ancora una volta divisi: protestanti che si riuniscono a Osnabrück (15 maggio 1648) – Svezia e Impero -, mentre cattolici a Münster (24 ottobre 1648) – Francia e Impero, Provincie Unite e Spagna. I due trattati prendono nome di Pace di Vestfalia (1648).
La Guerra dei Trent’anni (1618-1648) aveva visto buona parte dell’Europa devastata da saccheggi, razzie, epidemie, morti a migliaia, campagne con poca manodopera disponibile, un’economia al limite della sussistenza, un’Europa – almeno alcune nazioni centrali – che per riprendersi avrà bisogno di circa un secolo. Tutto per una guerra inizialmente, e si suole dire l’ultima, a sfondo religioso.
La Spagna ne esce malconcia, il suo secolo d’oro sfuma, la sua economia è alle strette; Svezia e Francia, così come le Provincie Unite che conquistano la loro indipendenza, prendono atto del loro buon periodo di sviluppo sociale ed economico; la Svizzera ottiene la sua indipendenza dall’Impero; l’Inghilterra, intervenuta ben poco, rimarrà sulle sue con i problemi interni di origine politico-sociale.
Fra le tante cose, potremmo affermare che a partire da questi anni inizia a formarsi l’idea della sovranità degli stati, al di là della fede dei singoli regnanti, e quella che nessuno stato dovrà essere tanto potente, da solo o in alleanza con altri, da poter imporre la propria volontà  (1).
La religione cattolica, sebbene ancora forte, si vede costretta a indietreggiare davanti al concetto della libertà religiosa: ognuno era libero di scegliere la propria fede indipendentemente da dove viveva e, se lo riteneva conveniente per la propria credenza, poteva anche trasferirsi (2), si rispettavano, insomma, le minoranze religiose.
Se il Rinascimento era stato un punto di rottura con il passato Medioevo, e nuova presa di coscienza a carattere individuale, la pace di Vestfalia potremmo considerarla base di partenza a livello costituzionale, a livello statale, dove la sovranità nazionale e la conseguente integrità territoriale vengono messi in prima fila. Un continuum che ci porta all’oggi.

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- 1. http://www.lanacion.com.ar/441526-vigencia-de-la-paz-de-westfalia
- 2. http://www.dw.de/dw/article/0,,4280180,00.html

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Ratificazione del Trattato di Münster, 1648

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Una serie di documenti:

- La pace di Vestfalia fra “due tempi” storici.
La lezione del Trattato di Vestfalia del 1648.
- 1648: con la pace di Vestfalia nasce un nuovo ordine mondiale.
- mappa di eventi.

Feb 232012
 

Spionaggio industriale nel XVII secolo? Un intrigante articolo di Ivana Palomba.

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André Le Nostre - Architetto dei giardini di Luigi XIV, ritratto eseguito da Carlo Maratta. La cravatta è a “Punto Venezia”.

Gli innumerevoli fili che si intrecciano a formare la trama della storia, a volte, si rivelano essere impalpabili ed eterei merletti.
Le leggi suntuarie, che miravano a limitare l’eccesso di ornamento, e che si erano susseguite nei secoli, erano state regolarmente disattese. Ancora nel ‘600 così si cercava di mettere un freno all’eccesso di trine:

Le Parlement de Paris, le 12 décembre 1603 défendit, sous peine de 1500 liv. d’amende, de porter des dentelles de plus de neuf livres l’aune, ni d’en vendre d’un plus haut prix, à peine d’une amende de 3000 livres”.

In quest’epoca un uomo si reputava elegante se aveva addosso, tra polsini, lattughe (una sorta di colletto) e guarnizioni di stivali alti, merletti per un valore di almeno 13 mila scudi. Si narra che il cardinale Mazzarino (1602-1661), nel 1653, pur impegnato in vicende guerresche, trovò il tempo di scrivere a Jean Baptiste Colbert (1619-1683), a quel tempo suo segretario, per raccomandargli di comprare trine di Fiandra, di Venezia e di Genova per le quali avrebbe speso ben volentieri una somma da 30 a 40 mila lire.
L’amore che i francesi avevano per la “dentelle” non aveva limiti e reputando quella nazionale pesante e volgare aggiravano le varie leggi che proibivano le importazioni da paesi esteri mandando ordinazioni ai maggiori centri di produzione: Venezia, Genova, Lilles e Bruxelles.
Questa continua emorragia di denaro nazionale aveva reso insonne Colbert, divenuto ministro alle Finanze di Luigi XIV, e dal 1663 al 1683 attuò un’accorta politica di riorganizzazione di tutte le arti perché la sua finalità, come si evince dalla relazione di Marc’Antonio Giustiniani, ambasciatore veneto in Francia dal 1665 al 1668, era:

“… di rendere tutto il regno superiore nell’opulenza di ogni altro, abbondante di ogni merce… bisognevole di niente e dispensatore agli altri stati di tutto; con ogni industria perciò procura di condurre in Francia le Arti migliori di tutti i luoghi…”

Per giungere a questo fine Colbert sviluppò il protezionismo che di fatto impediva con barriere doganali l’importazione ed in parallelo aumentò sia l’esportazione che la produzione interna.
Specificatamente per i merletti, Colbert accordava, il 5 agosto 1665, un privilegio esclusivo per dieci anni e una gratificazione di 36000 livres a una Compagnia i cui primi azionisti furono Pluymers, Talon, ed altri. La Compagnia scelse di impiantare stabilimenti dove già era nota una produzione di pizzi, sia ad ago che a fusello, in modo da ottimizzare i risultati. I principali centri furono: Sedan, Reims, Duquesnoy, Alençon, Arras, Loudun, ecc. Secondo un editto reale tutti i prodotti ottenuti da tali manifatture dovevano portare il nome di “Punto di Francia”.
Ma ciò non fu sufficiente, perché la bellezza del prodotto italiano era insuperabile ed allora Colbert si industriò affinché tramite un vero e proprio spionaggio industriale potesse essere messo a conoscenza delle ultime novità. A tale scopo scrisse il 16 agosto 1666 all’ambasciatore a Venezia Saint André:

“[Sua Maestà] desidera che vi informiate con cura sullo stato delle manifatture di cristalli e ricami che si fanno a Venezia e Murano, se se ne produce una quantità grande come in passato e dove avvengono i loro consumi; desidera allo stesso tempo che vi informiate di cosa si fa delle nostre stoffe, mercerie e in genere di tutte le nostre manifatture negli Stati di questa repubblica e in particolare a Venezia, per inviarmi subito una memoria su tutto ciò che avrete potuto sapere su questi argomenti; teniate presente che è di grande importanza fare queste ricerche in segreto e senza farsi notare, perché non si pensi lo scopo per il quale le farete.

Ne risultò da tutti questi maneggi che un primo nucleo di trenta merlettaie abbandonò la laguna alla volta della Francia per insegnare il segreto del “punto” alle artigiane francesi. Nel tempo, al primo nucleo se ne aggiunsero altre, stimate secondo alcuni in circa duecento. Fu così che il famoso “Punto di Venezia”, vanto della città lagunare, fu copiato dalle artigiane francesi che in un breve lasso di tempo divennero così esperte da superare in bellezza e perizia tecnica i merletti italiani.
Il danno per l’economia veneziana era ormai compiuto e a nulla valse il decreto del Senato della Serenissima:

Si ordina alle merlettaie che trasportano questa industria in paese straniero con detrimento della Repubblica, il ritorno in Patria. Se non ritornano si imprigionino i loro parenti più stretti per indurli all’obbedienza per l’affetto verso di essi. Ritornando, si perdonerà il passato e si troverà loro un posto a Venezia; ma se, nonostante l’arresto dei loro parenti, esse si ostinano a rimanere all’estero, si darà incarico a degli emissari di ucciderle, e soltanto dopo la loro morte i loro parenti riacquisteranno la libertà.

Le lusinghe e le minacce non sortirono alcun effetto e ben presto Venezia dovette correre ai ripari inventando sempre più peculiari punti per controbattere, ma ormai senza successo, la raggiunta superiorità francese.

©Ivana Palomba

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Bibliografia:
- Jacques Savary Des Bruslons, Dictionnaire universel de commerce, tome 3, Paris, 1741.
- Remigio Strinati, I merletti ad ago e la “Scuola di Burano”, Società Editrice d’arte illustrata, Roma-Milano, 1926.
- J.B. Colbert, Lettres, instructions, mémoires, vol. II, parte II, in Industrie, commerce, a cura di P. Clément, Paris, 1863, riportato da A. De Bernardi, S. Guarracino, L’operazione storica, Mondadori, 1991.