Feb 232015
 

Anche se uno dei regni insorgerà contro di te
per consegnarti alla distruzione,
sempre ci sarà un altro dove troverai rifugio.”
(1)

Menasseh Ben Israel, ritratto da Rembrandt, 1636

Menasseh Ben Israel, ritratto da Rembrandt, 1636

Nella storia del nomade popolo ebreo (»»qua), grande importanza ha avuto, nel Seicento, l’Olanda, Amsterdam in particolare, vuoi come centro dei loro commerci vuoi come luogo in cui godevano di una certa tolleranza religiosa.

La maggior parte degli ebrei presenti in città proveniva dalle terre iberiche, Spagna e Portogallo, terre che li avevano visti allontanare con la “forza” a fine XV sec. (»»qua), dirigendosi – anche ma non solo – verso il nord Europa. I Paesi Bassi, che avevano proclamato la propria indipendenza nel 1581, sebbene solo nel 1648 riconosciuta, sarà una delle loro destinazioni. Amsterdam già nel 1609 aveva accolto i cosiddetti marranos, ebrei convertiti (»»qua), sebbene qualche decennio prima (1593) si abbiano notizie di una piccola comunità originaria del Portogallo (2).

Nell’epoca da noi considerata, autorizzati dagli Stati Generali delle Provincie Unite, questi potevano esercitare, più o memo indisturbati, il proprio culto e i propri traffici, distinguendosi alcuni nell’esercizio dell’industria della seta, mentre altri lavoravano con lo zucchero, monete, olio, tessuti, libri. Zucchero che arrivava dal Brasile attraverso la Compagnia Olandese delle Indie Occidentali, processato e venduto altresì all’estero. Una delle prime raffinerie fu quella dei fratelli Abraham e Isaac Pereira fondata ad Amsterdam nel 1665. Attiva fu peraltro la commercializzazione del tabacco, prodotto originario del Brasile e che veniva venduto a mezza Europa. Per il traffico dei diamanti e gemme preziose si dovette aspettare la metà del Settecento, controllando loro – per lo più ashkenaziti – il settore.

Dicevamo dei libri, e qua ci basta ricordare che vari furono gli stampatori di origine ebrea che diedero luce a migliaia di volumi, nelle più disparate lingue – olandese portoghese francese spagnolo italiano inglese ebreo -, destinate al mercato non solo locale, realtà che oramai aveva superato Venezia. Il rabbino Menasseh Ben Israel (1604-1657), uno di questi, e unico ebreo a partecipare addirittura alla fiera del libro di Francoforte nel 1634. Di lui Rembrandt, di cui era amico, ci lascerà diversi ritratti. Non dimentichiamo inoltre David de Castro Tartas che fra il 1672 e il 1702 pubblicherà un periodico, La Gazeta de Amsterdam, in lingua spagnola, contenente informazioni politiche, commerciali, marittime, e che sarà un mezzo per comunicare e informare pur oltre le frontiere patrie.

Gazeta de Amsterdam, 1672

Gazeta de Amsterdam, 1672

E sebbene molti fossero coloro che avevano intrapresero attività ben redditizie – ricordiamo che erano finanche azionisti delle due compagnie, Occidentale e Orientale, oltre che della Borsa di Amsterdam -, ciò non significa tutti fossero agiati, ché la maggior parte degli ebrei erano piccoli commercianti, medici, artigiani, pescatori, sarti, orafi, argentieri, gente comune, tuttavia la loro importanza nelle attività giornaliere era di somma importanza e muoveva l’economia. Oltre al fatto che gli immigranti portavano con loro preziosi capitali da investire, di grande utilità in un Paese in pieno sviluppo.

Intorno al 1632 gli ebrei, prevalentemente sefarditi, erano circa 1.500 su una popolazione locale di 114.000 abitanti, pochi anni dopo, 1660, raggiungevano la somma di 4.000, stavolta contando quelli di provenienza polacca e tedesca, ashkenaziti (3). Infatti, durante la Guerra dei Trent’anni (1618-1648), Amsterdam accolse una gran quantità di questi provenienti dalle terre germaniche in guerra e in piena crisi economica, fuggendo dalla miseria e dalla distruzione, e dalla Polonia in lotta contro i russi e le ribellioni (1648-1649) dei cosacchi di Chmielnicki (1596-1657).

La loro vita quotidiana avveniva in libertà, nel senso, peraltro, che il quartiere in cui vivevano non era un ghetto, non c’erano né mura né porte d’entrata, così come nessuno era obbligato a portare determinati distintivi sugli abiti. Vicino la casa del pittore Rembrandt (1606-1669) viveva Daniel Pinto, fondatore insieme a suo fratello Abraham, della comunità portoghese di Amsterdam, all’altro lato abitava Salvador Rodrígues, un mercante, mentre a pochi passi c’era Isaac Montalto, figlio di quell’Elias Montalto medico di Maria de’ Medici alla corte francese.

Il porto di Vlooyenburg, quello che oggi si chiama Waterlooplein, fu il cuore del mondo ebreo. Un agglomerato di case negozi attività che permetteva all’Olanda di quel Seicento esser considerata ambita meta.

Johann Leusden, Dolci ai bambini nella festa del Simchat Torah, 1657

Johann Leusden, Dolci ai bambini nella festa del Simchat Torah, 1657

Nel 1615 avevano poi ottenuto autorizzazione a costruire la prima Sinagoga, che anni dopo si convertirà addirittura in meta turistica: nel 1639 sarà visitata dalla regina madre di Francia Maria de’ Medici (4). Conclusa nel 1675, sarà la più grande del continente.

La prosperità dei nostri vicini Olandesi evidenzia che la diversità religiosa dei nostri fratelli non è un ostacolo, viceversa vivono in pace gli uni con gli altri… sufficientemente uniti nella difesa delle loro libertà comuni e nella lotta contro i comuni nemici” (5),

scriverà nel 1650 William Walwyn (1600-1681) durante il suo esilio in Olanda.

Ciò non significa tutto essere color rosa. Per molti anni non poterono tuttavia partecipare alle cariche pubbliche o alle elezioni municipali, eppure il governo era pronto a proteggere i propri membri ebrei qualora si trovassero all’estero, almeno dal 1657 in poi, anzi, il direttore della Compagnia delle Indie Occidentali, in una lettera al governatore della futura New York, Peter Stuyvesant (1612-1672), poco propenso ad accettare una comunità ebraica nella Nuova Olanda, suggeriva:

Bisogna accogliere gli ebrei nella Nuova Amsterdam, anche in considerazione dei grandi capitali che hanno investito nella Compagnia.” (6)

In un periodo di tempo relativamente breve, la comunità ebraica fiorì oltre misura, economia, scienza, cultura in generale (il filosofo Baruch Spinoza fra i tanti) furono settori in cui eccelsero.

*****
– 1. Samuel Usque, Consolação às Tribulações de Israel, Ferrara, 1552.
– 2. Werner Keller, Historia del pueblo judio, ed. Omega, Barcellona, 1994, pag. 394.
– 3. Jacques Attali, Los judios, el mundo, y el dinero, ed. Fondo de cultura economica de Argentina, Buenos Aires, 2005, pag. 259, 260.
– 4. Jacques Attali, Los judios, el mundo, y el dinero, op. cit., pag. 308.
– 5. Howard Morley Sachar, Adios España, Thassália ed., Barcellona, 1995, pag. 308.
– 6. in Werner Keller, Historia del pueblo judio, op. cit., pag. 398.

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Jan 162015
 

Potremmo azzardare dire che nella storia del costume c’è altresì la storia dell’evoluzione umana, dalle caverne africane agli odierni grattacieli americani, dalle case condominiali inglesi di fine Settecento ai villini estivi mediterranei degli anni ’70 del Novecento, dal semplice drappo che copre il corpo dei romani agli elaborati vestiti barocchi dell’epoca di Luigi XIV fino a raggiungere i jeans di questi giorni e il lusso di certi stilisti di nota fama.

Cosicché proporre solo tre testi sul continuum storico della moda e dell’abbigliarsi nel trascorso dei secoli, è impresa davvero ardua, ché dovremmo considerare il luogo, il continente, l’ambiente politico e religioso, il decennio, così come lo stato civile, l’età, la sessualità, l’eredità ricevuta e acquisita, la mentalità locale, insomma tutta una serie di fattori che hanno influito nelle decisioni di indossare un determinato “oggetto”.

Eppure ci proviamo con alcuni volumi che potrebbero dare una visione generale dell’argomento, magari alternativa, magari spingendo ad approfondire il periodo che più suscita la nostra curiosità.

Nel contempo approfitto per segnalare una serie di articoli presenti in questo blog che fanno il nostro caso (»»qua).

Frédéric Monneyron, Sociologia della moda

Del prof. Frédéric Monneyron, Sociologia della moda, un libro per entrare in un contesto che appartiene a una dimensione psicologica, alla scelta del capo, all’influenza degli “altri”, all’ambito sociale. Una moda che, diremmo, essere creazione europea più o meno recente, che ha oramai investito tutti, e che definiremmo espressione di libertà, forse di individualismo, forse ancora “fenomeno” che ha impregnato indelebilmente il quotidiano recente, almeno dall’Ottocento a oggi.

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Marnie Fogg, Moda. La storia completa

Di Marnie Fogg, Moda. La storia completa, un ricco volumone illustrato e particolareggiato che ci porta nell’evoluzione del vestire dall’antichità ai nostri giorni, nelle tecniche, nelle stoffe, nei modelli che hanno caratterizzato una determinata epoca, nelle tendenze, nei colori, nelle trame e negli orditi. Un cammino che si sofferma sui punti più netti, più significativi del nostro coprirci per ripararci fino al consumismo di massa moderno.

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Lars F. H. Svendsen, Filosofia della moda

Lars F. H. Svendsen gioca invece a “teorizzare” in questo Filosofia della moda, nel senso che si pone domande quali se può esistere una filosofia della moda. Domanda di difficile risposta, ma che serve a indagare nella comprensione di sé stessi e del relativo comportamento, in un mondo odierno in cui “la moda comincia presso i clienti più giovani per poi estendersi ai più vecchi”. Un’analisi fra moda corpo linguaggio che investe anche personaggi come Klimt, Matisse, Dalì per spostare la mira sugli “abiti firmati” e il loro significato. Insomma, un esame filosofico che potrebbe raccontare la moda come “verità della cui realizzazione essa ha rappresentato la più attiva forza motrice”.

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Dec 152014
 
Cattedrale di Valencia

Cattedrale di Valencia, consacrata nel 1238, edificata su un’antica moschea che a sua volta poggiava le basi su una cattedrale visigota.

Valencia. È martedì, 9 dicembre 2014, esco da casa intorno le ore 8:30 del mattino. Le strade attorno al mio appartamento si riempiono poco a poco di venditori ambulanti, è il mercato rionale settimanale, una babele che invita a comprare le più disparate merci, da coperte e mantelli prodotti in Thainlandia, a pentole e tegami italiani, a calze e calzettini francesi, a viti e cacciaviti che ricordano la Russia pre-Gorbaciov. Oggetti offerti non solo dai locali venditori valenciani, ma perfino di origine asiatica, cinesi coreani indiani, così come africani, marocchini algerini tunisini maliani, un cosmopolitismo visibile e tangibile che potrebbe ricordare, in un certo qual modo, la Spagna musulmana del XIII-XIV-XV sec., poco prima della cacciata degli ebrei, 1492.

E la storia di Valencia ha avuto uno sviluppo non solo legato alla penisola Iberica e all’Europa, ricordiamo Carlo I di Spagna ovvero Carlo V d’Asburgo, ma anche alla tradizione musulmana, con la dinastia omayyade che giunse nell’VIII sec. in quella che si chiamerà al-Andalus.

Cattedrale di Valencia dedicata all'Assunzione di Maria, cupola a forma ottagonale.

Cattedrale di Valencia dedicata all’Assunzione di Maria, cupola a forma ottagonale.

La città divenne, nel trascorso dei secoli e con alti-bassi, uno dei principali centri commerciali grazie al suo porto e ai suoi traffici con mezza Europa e Africa, uno sviluppo che favorì inoltre le arti e la cultura in generale. È proprio nella seconda metà del ‘400 che arriva il primo torchio da stampa, pubblicando, nel 1478, la prima Bibbia a caratteri mobili in una lingua neolatina. Decenni in cui Cristoforo Colombo – almeno fra il 1478 e il 1483 – trafficava e visitava Valencia più di una volta durante i suoi viaggi per il Mediterraneo (1).

Periodo d’oro che iniziò il declino con i viaggi del genovese verso l’America e lo spostamento dei traffici mercantili dal Mediterraneo verso l’Atlantico (inizi-metà XVI sec.). Epoca, d’altronde, caratterizzata dal clima di terrore dell’Inquisizione e dalla Controriforma, dall’espulsione degli ebrei e dei musulmani (1609), epoca ancora, in cui si susseguono una serie di proteste popolari contro monarchia e nobiltà (vedi la ben nota “rebelión de las Germanías”, 1520-1522).

Il Municipio di Valencia nel Natale del 2014

Il Municipio di Valencia nel Natale del 2014, espressione neoclassica e neobarocca del XVIII sec.

Nel Seicento si ha un rafforzamento del potere assolutista, incarnato da Filippo IV d’Asburgo (1605-1665), nel vasto impero che aveva oramai raggiunto la massima espansione territoriale e che stava fallendo le necessarie riforme politiche ed economiche. Cosicché Valencia perse il controllo sulle cariche municipali, permettendo al re immischiarsi in quelle competenze una volta della città.

Il XVII secolo vide oltretutto le strade vestirsi di palazzi e dimore barocche (Palacio del Marqués de Dos Aguas) e di facciate (Convento di San Domenico), di fari e di fiaccole per preparare magiche atmosfere, di spettacoli di potere, di celebrazioni per osannare l’assolutismo, di affollate processioni religiose.

Alla morte di Carlo II (1661-1700) e con la Guerra di Successione spagnola (1701-1713) si raggiunse il vero tramonto della città: oramai il Regno di Valencia non aveva più indipendenza politica e giuridica. Un declino in cui apparirà una debole luce solo nel XVIII secolo grazie all’industria tessile e della ceramica, sebbene il porto non avesse più le buoni funzioni di una volta. Prodotti, quelli della seta e degli azulejos, che approdarono finanche nelle lontane terre americane.

Il Mercato centrale di Valencia

Il Mercato centrale di Valencia, in stile modernista, fu iniziato a costruire, così come lo vediamo oggi, nei primi anni del XX sec.

L’Illuminismo fu introdotto per via di personaggi di prestigio come lo storico e linguista Gregorio Mayans (1669-1781) o il numismatico e filologo Pérez Bayer (1711-1794). Un movimento di idee che diede vita alla Sociedad Económica de Amigos del País, che cercava diffondere le nuove concezioni oltre che le recenti acquisizioni tecniche e scientifiche.

La regione valenciana è peraltro nota per aver dato natali a famosi personaggi e artisti fra i quali a Joanot Martorell (1413-1468), scrittore, autore di Tirante el Blanco (1511), uno dei primi romanzi moderni della letteratura cavalleresca europea dell’Età moderna, o a Joaquín Sorolla (1863-1923), pittore ben celebre nei cui quadri imprime la tipica luce del Mediterraneo, o ancora all’architetto Santiago Calatrava e tanti tanti altri ancora.

Oggigiorno è conosciuta – certamente non solo – per la Città delle arti e delle scienze, così come per Las Fallas, festa popolare in onore a San Giuseppe, per la paella valenciana e, non per ultimo, per l’horchata de chufa.

*****
– 1. a cura di Fernando Díaz Esteban, América y los judíos hispano portuguese, Real Academia de la Historia, Madrid, 2009, pag. 43.

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Dec 112014
 

Boton quiz

  1. Che cosa si indica per Rivoluzione scientifica?
  2. In quale secolo dell’Età moderna potremmo dire esser avvenuta una certa Rivoluzione scientifica?
  3. Quali personaggi ebbero una sicura influenza nelle ricerche scientifiche?
  4. Quali furono le istituzioni scientifiche che si fondarono a Parigi e a Londra negli anni ’60 del Seicento?
  5. Rispetto al Medioevo e al primo Rinascimento, che cosa differenzia questa nuova ricerca scientifica?
  6. Nella vita di tutti i giorni, quali saranno i vantaggi pratici?
Attività all'Accademia delle Scienze di Parigi, 1698

Attività all’Accademia delle Scienze di Parigi, 1698

*****

Risposte:

  1. In generale, sono dei periodi in cui, superando antiche consuetudini di ricerca e idee legate a vecchi paradigmi, si aprono altri scenari grazie a nuovi modi di vedere e investigare.
  2. Partendo da metà-fine Cinquecento, sicuramente il Seicento sarà il culmine, età in cui si propose – certamente non solo – l’eliocentrismo copernicano, metà del XVI secolo. Un culmine però cui seguiranno i miglioramenti della Rivoluzione industriale (XVIII sec.), un continuum insomma che viene da molto lontano (»»qua ieri e oggi).
  3. Fra i tanti che misero in discussione il passato e condurre nuove investigazioni ricordiamo Copernico, Tycho Brahe, Galileo Galilei, Keplero, Hans Lippershey, Willebrord van Roijen Snell, Bacone, Pascal, Robert Boyle, Newton, etc. (»»vedi qua).
  4. Delle istituzioni a carattere scientifico, ricordiamo la Royal Society (1660) a Londra e la Académie des Sciences (1666) a Parigi.
  5. Sicuramente il lento distaccarsi dalla magia, dall’occultismo e incamminarsi verso una visione della natura, delle cose, più razionale, basata sull’osservazione, sulla logica, sull’esperimento riproducibile.
  6. Per esempio, il miglioramento di una delle prime macchine a vapore da parte di Thomas Savery che avrà impiego pratico qualche decennio dopo, il cannocchiale ricostruito e potenziato empiricamente da Galileo Galilei, il barometro di Torricelli e via dicendo.
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Dec 072014
 
San Gerolamo sorretto da un angelo,1593, Jacopo Ligozzi

San Gerolamo sorretto da un angelo,1593, Jacopo Ligozzi

All’epoca ben popolare in Europa, oggi passato in secondo piano, Jacopo Ligozzi (1547-1627) fu un pittore, come si suole dire, a tutto tondo, nel senso che pur interessandosi principalmente di rappresentare flora e fauna, era sempre pronto a soddisfare esigenze di corte, ritratti, temi religiosi, arazzi, arredi, decorazioni, chiamato, fra l’altro a servizio dal Granduca di Toscana Francesco I. Un pittore delicato, preciso, attento ai particolari, che sapeva cogliere con sapienza le esigenze dei committenti. Di lui ricordiamo per esempio San Gerolamo sorretto da un angelo, del 1593, sicuramente la tela più rappresentativa. Di seguito una serie di video.

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Oct 272014
 
La costruzione dell'Arca, Cronache di Norimberga, 1493

La costruzione dell’Arca, Cronache di Norimberga, 1493

Non bisogna mai sottovalutare l’importanza dei commerci marittimi nella storia dell’uomo, dagli albori della nostra civilizzazione fino ad oggi, oramai imprescindibili nella nostra vita quotidiana.

Ibn Battuta, il viaggiatore e scrittore marocchino che percorse l’Asia nel XIV secolo, scrisse che il commercio di tutto il mondo fra la costa del Malabar (nell’India) e la Cina avveniva con barche cinesi.” (1)

Il lungo dinamico percorso che va dalla pentecontera fenicia alla trireme greca fino alla galea medievale finisce per evolversi, nell’età moderna, verso imbarcazioni più maneggevoli che sfrutteranno maggiormente i venti e meno i remi. Percorso che vedrà impegnato non solo l’occidente, ma anche l’oriente:

Ognuno dei grandi barchi da guerra erano lunghi 150 metri (444 chi, l’unità di misura cinese standard, equivalente a circa 32 centimetri) e circa 50 metri di larghezza: sufficiente per alloggiare 50 barche da pesca.” (2)

Navi così come appaiono nella mappa di Fra Mauro del 1460.

Navi così come appaiono nella mappa di Fra Mauro del 1460.

Ed ecco dunque la caracca o nao, che solcava con i suoi tre o quattro alberi il Mediterraneo durante il XV sec., caracca pronta a portare provvigioni e restare in mare anche per diversi mesi, sebbene si dicesse essere poco stabile. Navi, quelle caracche, con le quali spagnoli e portoghesi solcheranno gli oceani di mezza terra, almeno durante il XV e XVI sec. La Santa Maria che varcò l’Atlantico al comando di Colombo ne fu esempio.

Certo c’era anche la caravella, si dice introdotta nel 1441 nel porto di Lisbona, strutturata per circumnavigare l’Africa e tanto adoperata dai marinai del re portoghese Enrico il Navigante per le loro esplorazioni costiere. Più piccola, quest’imbarcazione, rispetto alla caracca, sebbene più veloce e talvolta più resistente, sarà ben presto messa da parte per far spazio a mezzi più efficaci in grado di affrontare le rotte delle nuove conquiste transoceaniche. Famose la Niña e la Pinta, a Colombo care.

Con il passar dei decenni, apparve in pieno XVI sec. il galeone, evoluzione della vecchia caracca: stavolta l’ingegneria navale metteva nelle mani di capitani e ammiragli un poderoso veliero da guerra pronto per sfidare le bufere e le flotte nemiche. Un veliero così poteva misurare pur 40-42 metri con una larghezza di una decina. Inglesi e francesi ne fecero la punta di diamante della loro forza navale fino ad almeno tutto il Seicento.

Nel Settecento inoltrato entra in scena il vascello, possente nave da guerra a vela, spina dorsale delle potenze del Mediterraneo così come di quelle nascenti, Stati Uniti d’America. Oramai

La supremazia nella guerra marittima si dimostrò un presupposto essenziale per l’espansione economica nel resto del globo e per la difesa degli interessi commerciali minacciati dai vari competitori, europei o locali. Particolarmente efficace si dimostrò l’uso di vascelli che avevano un impiego al tempo stesso commerciale e militare: colpire economicamente la potenza rivale danneggiando il suo commercio divenne un obiettivo di ciascuno dei paesi concorrenti.” (3)

Solo le moderne navi corazzate a vapore lo sostituiranno, il mondo della vela sarà nel XX sec. solo un lontano ricordo, le nuove innovazioni industriali dell’Ottocento congederanno un modo di commerciare e battagliare vecchio di millenni.

Questo breve resoconto dovrebbe farci riflettere sull’importanza che i mari hanno avuto nelle comunicazioni fra popoli, nel desiderio di andar oltre il conosciuto, oltre le mitiche colonne d’Ercole. Voglia innata nell’uomo di ieri, come in quello di oggi, sfida che supera capacità e limiti personali.

Quelle che seguono sono alcune delle tante rappresentazioni del pittore olandese Willem van de Velde il Giovane (1633-1707), chiamato alla corte di Carlo II d’Inghilterra (1630-1685) ad aiutare il padre nei suoi lavori artistici. Abile disegnatore, esperto in scene marine, spesso a bordo delle navi, testimoniò con grande destrezza, grazie anche a una buona conoscenza delle tecniche navali, l’epoca in cui la marina inglese iniziava a padroneggiare i mari del mondo.

Tale è la precisione dei suoi dipinti che saranno presi come documenti sulle flotte navali del XVII sec., memoria storica di un periodo, quello moderno, che tanta influenza avrà nel continuum storico.

Confrontazione a Bergen, 3 agosto 1665, Willem van de Velde il Giovane, 1666.

Confrontazione a Bergen, 3 agosto 1665, Willem van de Velde il Giovane, 1666.

La partenza di Guglielmo d'Orange e la Principessa Mary per l'Olanda, novembre 1677, Willem van de Velde il Giovane, dopo il 1677

La partenza di Guglielmo d’Orange e la Principessa Mary per l’Olanda, novembre 1677, Willem van de Velde il Giovane, dopo il 1677

L'incendio di navi francesi nella battaglia di La Hogue, 23 maggio 1692, Willem van de Velde il Giovane

L’incendio di navi francesi nella battaglia di La Hogue, 23 maggio 1692, Willem van de Velde il Giovane

Visita reale alla flotta nell'estuario del Tamigi, 1696, Willem van de Velde il Giovane

Visita reale alla flotta nell’estuario del Tamigi, 1696, Willem van de Velde il Giovane

*****
– 1. Gavin Menzies, 1421. El año en que la China descubrió el mundo, DeBolsillo, Bogotà, 2009, pag. 94 (trad. dallo spagnolo di G. Armato).
– 2. Gavin Menzies, op. cit. pag. 66.
– 3. Maria Fusaro, Reti commerciali e traffici globali nell’età moderna, ed. Laterza, 2011, kindle pos. 374.

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Oct 012014
 

Dettagli!

George Simenon, La finestra dei Rouet

George Simenon, La finestra dei Rouet

Sono i dettagli che fanno la storia, quei dettagli, tasselli di un grande puzzle, che completano e danno una visione d’insieme dei fatti. Dettagli, inoltre, che analizzati con applicazione possono portarci nelle relative trasformazioni che quel dato oggetto, per esempio, ha avuto.

E ancora oggi, facendo flanella per le strade delle nostre città paesini borghi campagne, possiamo toccare con le mani la patina che certe costruzioni hanno sommato nel trascorso dei secoli, quell’aura, parafrasando Walter Benjamin, che li circonda e li caratterizza. Un dialogo, fra storico flâneur e manufatto, che risente dunque delle metamorfosi che interessano economia politica sociologia cultura, percorso del nostro cammino.

La nostra attenzione si sofferma stavolta sulle finestre, una componente essenziale delle odierne abitazioni, costruzione che ha subito mutazioni di cui possiamo prender nota grazie ai dipinti dell’epoca.

Percorriamo visivamente alcune delle riforme che queste hanno avuto dal XV al XVIII secolo, dettagliando così quell’aspetto fisico che qua ci interessa. Una finestra che, nell’arte, per buona parte del Rinascimento non è “demarcazione” fra fuori e dentro, ché intesa come “settore” di un insieme, di una “lunga veduta”, dove ciò che è fuori è “porzione” di ciò che è dentro, un confine che se c’è sembra esser poco palese. Il bello “di là” è integrante al “bello di qua”, stretto dialogo che si avvantaggia l’uno dall’altro.

Un’architettura dipinta, aperta sull’esterno attraverso una serie di grandi finestre, che mostrano la realtà che sta dietro ad esse, con un cielo azzurro diffuso dappertutto, che ne costituisce il fondale scenico.” (1)

L'Ultima cena, Dieric Bouts, 1464 ca., particolare

L’Ultima cena, Dieric Bouts, 1464 ca., particolare

Elemento, la finestra, che presenta varie connotazioni, da influssi ancora gotici, nel XV-XVI sec., a proposte bifore e trifore, per continuare con un’influenza tipica italiana, l’abbaino, che si apre sul tetto. Tante e diverse le derivazioni, moresche e saracene tanto per citarne due, come il loro essere protette dalle inferriate o dalle persiane o dal portello e altro ancora.

La coppia, Lucas Cranach il Vecchio, 1532, particolare

La coppia, Lucas Cranach il Vecchio, 1532, particolare

Con l’arrivo e il rafforzamento della borghesia – siamo entrati in pieno Seicento – prende energia e vigore la vita privata, una vita svolta all’interno della casa, in cui oramai le finestre diventano divisione spaziale, uno spazio che custodisce gelosamente averi e sentimenti: il mio è mio, il tuo resta dall’altra parte delle vetrate. Un gioco in cui le mura domestiche rappresentano oramai uno sviluppo sociale che porterà all’oggi, al sempre più privato.

L'alchimista, Cornelis Pietersz Bega, 1663

L’alchimista, Cornelis Pietersz Bega, 1663

Le miserie dell'ozio, George Morland, 1780 ca., particolare

Le miserie dell’ozio, George Morland, 1780 ca., particolare

Dietro una finestra, oramai rappresentata come intima familiare confidenziale, si può celare un alchimista che ricerca la pietra filosofare, o le disgrazie di una famiglia in miseria, fatti e problemi quotidiani che, ieri come oggi, impregnano e identificano il cammino della nostra civilizzazione.

Per giochi riflessivi si entra così nel XX secolo, e vengono in mente le parole di Stella:

Siamo una bella razza di guardoni

ne La finestra sul cortile, del 1954, in cui protagonista, Jeff, interloquisce interviene e si immette nella vita della comunità. Un film capolavoro di Alfred Hitchcock in cui l’oggetto-finestra è comunicazione, interazione attiva, strumento che permette intervenire nella vita del “villaggio”.

Se andiamo ancor più indietro nei decenni e diamo uno sguardo alla letteratura, basta rileggerci La finestra dei Rouet, un romanzo noir del 1945 di George Simenon, un libro in cui Dominique Salès, una quarantenne che vive in un piccolo appartamentino di Faubourg Saint-Honoré, a Parigi, assiste il padre. Una donna che spia da dietro le persiane la vita degli altri. Finestra – eccola ancora la nostra finestra – che isola e nello stesso tempo comunica unilateralmente con un mondo in cui non si desidera entrare.

Dicevamo del privato e del pubblico, una sottile delicata linea che ai nostri giorni si varca facilmente, grazie anche all’uso della rete e dei social network in particolare, finestre dove giovani e meno giovani si affacciano per far partecipi della loro vita diaria per mezzo della condivisione di foto e aggiornamenti di stato.

*****
– Philippe Daverio, Guardar lontano Veder vicino, Rizzoli, Milano 2013, e.book, kindle pos. 365.

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Sep 022014
 
Willem Piso, Historia Naturalis Brasiliae, 1648

Willem Piso, Historia Naturalis Brasiliae, 1648

Una delle conseguenze delle navigazioni, della scoperta di nuovi mondi, delle esplorazioni geografiche, a partire almeno da Enrico il Navigante (1394-1460), fu altresì quella di descrivere analizzare e studiare flora e fauna di quei luoghi esotici che man mano alimenteranno l’immaginazione dei lettori europei.

Non c’è pianta esotica che Dampier non descriva con estrema cura e sistematicità, dal cacao all’albero del pane. Basta scorgere per questo le note che dedica alla vaniglia che definisce «un piccolo baccello pieno di semini; è lungo quattro o cinque pollici, grosso all’incirca come il gambo di una foglia di tabacco e, quando si secca, gli assomiglia anche molto […]»” (1)

Fiori alberi uccelli animali sconosciuti entravano poco a poco a far parte delle conoscenze che aggiungevano tasselli mancanti al necessario bagaglio del sapere che servivano per i dialoghi nei salotti letterari, nei futuri caffè, nelle riunioni nobiliari e borghesi del tempo, nonché per lo studio dei relativi settori.

E le illustrazioni, che completavano i testi dell’epoca, erano vere e proprie opere d’arte, immagini la cui completezza dei dettagli è tale da meravigliarci tuttavia. Basta ricordare la naturalista tedesca Maria Sibylla Merian (1647-1717) che, ritornata da Paramaribo, in Suriname, pubblicò un meraviglioso libro dal titolo Metamorfosi degli insetti del Suriname, del 1705.

Willem Piso (1611-1678), medico e naturalista olandese, fu uno di coloro che, grazie alla sponsorizzazione del principe John Maurice di Nassau (1604-1679), al tempo governatore delle colonie olandesi in Brasile, viaggiò a seguito della Compagnia Olandese delle Indie Occidentali proprio in Brasile, dal 1637 al 1644. Uno dei fondatori della medicina tropicale, Piso, insieme al naturalista e astronomo tedesco Georg Marcgraf (1611-1648) e all’apporto di Joannes de Laet e H. Gralitzio, diede alle stampe al rientro ad Amsterdam un prezioso testo, Historia naturalis Brasiliae, 1648, forse il primo a carattere medico che tratta di quelle lontane terre in cui si analizzavano, fra l’altro, le malattie tropicali e i rimedi indigeni.

Redatto in latino, è un’opera di una certa importanza, giacché, descrivendo flora e fauna della regione a nord-est del Brasile, fu punto di riferimento per i futuri lavori scientifici realizzati da Carlo Linneo (1707-1778) per il suo Systema naturae (1735).

Di seguito una serie di immagini di piante contenute nel bellissimo libro.

Willem Piso, Historia naturalis Brasiliae,, Zinziber

Willem Piso, Historia naturalis Brasiliae, Zinziber

Willem Piso, Historia naturalis Brasiliae, specie di palme

Willem Piso, Historia naturalis Brasiliae, specie di palme

Willem Piso, Historia naturalis Brasiliae, Ananas

Willem Piso, Historia naturalis Brasiliae, Ananas

Willem Piso, Historia naturalis Brasiliae, Guyaba

Willem Piso, Historia naturalis Brasiliae, Guyaba

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– 1. in Attilio Brilli, Dove finiscono le mappe. Storia di esplorazioni e conquiste, il Mulino, 2012, kindle pos. 517.

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Aug 272014
 
Ritratto di Luigi XIV, Bernard Picart, 1702

Ritratto di Luigi XIV, Bernard Picart, 1702

Epoca di cambi, il Seicento è un secolo colmo di eventi, dalla rivoluzione scientifica che superava poco a poco le teorie aristotelico-tolemaiche, a una proto-industrializzazione che sfocerà a metà Settecento nella vera e propria nascita delle industrie, dalla rottura da parte dell’arte dei vecchi canoni allo sviluppo del Barocco e del Manierismo, e ancora alla Guerra civile inglese ai primi Padri Pellegrini che danno origine alle colonie nordamericane.

Decenni in cui personaggi come Galileo Galilei, Cartesio, Keplero, Bacone, Newton, e ancora Molière, Velázquez, Vermeer, per seguire con Spinoza, Hobbes, Locke, Tommaso Campanella, fra i tanti, lasceranno le loro impronte su cui cammineranno altri che costruiranno quelle vie che condurranno all’oggi.

Il Seicento è altresì famoso per essere stato chiamato periodo dell’Assolutismo. Ma che definizione potremmo dare di Assolutismo? Thomas Hobbes, sicuramente il maggiore teorico dell’Assolutismo, diceva essere un sistema politico il cui potere legislativo ed esecutivo risiedeva, senza limiti e controlli, nelle mani di una sola persona.

Potremo distinguere un Assolutismo borghese, di cui la Francia di Luigi XIV del XVII secolo è modello, con una stretta alleanza tra borghesia nazionale e monarchia, e Assolutismo aristocratico-feudale, sviluppatosi per esempio in Spagna Austria Prussia Russia, con un sovrano sorretto e affiancato dagli aristocratici e dai proprietari terrieri. (1)

“[…] L’alleanza tra il capitalismo commerciale e l’assolutismo monarchico rafforzò il duplice monopolio (fiscale e militare) dello stato, e con esso la sicurezza pubblica e la capacità di far rispettare i contratti all’interno dei propri confini, ma non ne intaccò in modo decisivo l’inclinazione aggressiva verso gli altri stati. Il rapporto tra lo stato guerriero e la borghesia commerciale in ascesa divenne simbiotico. Questa piegò le guerre ai suoi interessi, e fece scomparire gradualmente le guerre aristocratiche, combattute per l’onore, la vendetta e per la sola sete di potere del re e principi.” (2)

Luigi XIV sarà colui che più di tutti rappresenterà tale forma di governo, un sovrano che potrà legiferare, imporre tasse, coniare moneta, amministrare la giustizia in modo autoritario, sicuramente unico in Europa per la lunga durata del suo regno.

Sarà fra la fine del XVI sec. e gli inizi del XVII sec. che si inizieranno a formare gli stati e i primi eserciti permanenti:

“[…] le monarchie cercano di evolvere verso l’assolutismo. Ma, un po’ dappertutto, esistono anche assemblee di «stati» particolari, la Dieta imperiale, gli Stati Generali francesi o il Parlamento inglese. Là dove questi «stati» sono deboli, l’assolutismo si stabilisce effettivamente; invece, là dove queste assemblee rappresentative si sanno imporre, nasce un regime più liberale, magari fra crisi e convulsioni dolorose. La storia dell’Inghilterra è un esempio di questa situazione.” (3)

Da sinistra a destra: Molière, Galilei, Hobbes, Velázquez

Da sinistra a destra: Molière, Galilei, Hobbes, Velázquez

Cosicché:

“[…] Nel XVII secolo lo stato diventa il punto di riferimento per una serie di realtà che, di fatto, sarebbero da lui indipendenti. Lo Stato si confonde con la nazione, con la patria, con la corona o con il potere. Esso non tralascia neppure l’economia che viene assorbita mediante il mercantilismo ed il monopolio delle manifatture (colbertismo)”. (4)

Eppure non mancheranno le lotte che si opporranno in un modo o nell’altro a tale regime:

“[…] I conflitti politico confessionali si succedono uno dopo l’altro, con la Guerra dei Trent’anni (1618-1648), che finisce per dividere tutta l’Europa, con la rivoluzione di Oliver Cromwell del 1645 in nome di un presbiterianesimo repubblicano che metterà a morte il re Carlo I nel 1649, con le ribellioni locali del 1640 e 1641 contro il dominio castigliano in Catalogna, Portogallo e in Andalusia. Infine, ultimo tentativo messo in atto dai feudali e dai corpi intermedi per cercare di mantenere una parte del potere di fronte all’ascesa della monarchia assoluta, vi è la Fronda, una specie si guerra civile delle élite francesi, protrattasi dal 1648 al 1653, la cui esperienza segna la fine del tirocinio politico del giovane Luigi XIV.” (5)

Gli esisti dell’Assolutismo, se di esiti si possa parlare, non furono uguali in tutta Europa, mentre in Francia in Olanda e in Inghilterra aveva favorito un certo sviluppo economico, quanto meno commerciale, la Spagna ne usciva indebolita, così come i territori a lei legata, vedi una buona parte dell’Italia nel caso nostro. Viceversa, altri stati se ne beneficeranno nei decenni a venire, la Prussia.

In tutto ciò, la vecchia aristocrazia che si trasforma in nobiltà di casta restava, almeno agli inizi, parte del sistema, nobiltà che, attaccata dall’avanzare della borghesia, cedeva infine con il passare degli anni, lasciando il posto con la fine dell’Ancien Régime.

Assolutismo, dunque, che regna in mezza Europa, nel Piemonte Sabaudo, nella Prussia degli Hohenzollern, nella Russia di Pietro il Grande e di Caterina, negli Stati Asburgici di Maria Teresa e Giuseppe II, un assolutismo, dicevamo, che contrasta il potere religioso, vuoi cattolico che protestante – in lato sensu -, potere religioso che si sforzava trovare il proprio posto di fronte un’istituzione che non accettava rivali.

Verrà la rivoluzione illuminista che metterà in discussione tale forma di autorità: l’Assolutismo entrava definitivamente in crisi.

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– 1. Bianca Spadolini, Educazione e società. I processi storico-sociali in Occidente, Armando editore, Roma, 2004, pag. 181.
– 2. Pino Arlacchi, L’inganno e la paura. Il mito del caos globale, Il Saggiatore, Milano, 2011, pag. 165.
– 3. a cura di Roberto Barbieri, Emanuela Rodriguez, Paola Rumi, Storia dell’Europa moderna: secoli XVI-XIX, Jaca Book, Milano, 1993, pgg. 23-24.
– 4. Guy Bedouelle, La storia della Chiesa, Jaca Book, Milano, 1993, pag. 115.
– 5. Guy Bedouelle, op. cit., pag. 115.

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Jul 282014
 

di Daniela Nutini

Eugenio di Savoia

Eugenio di Savoia

Il Principe di Savoia si firmava così: Eugenio von Savoye. Questo al termine della sua carriera… e per dare risalto al percorso della sua vita.

Eugenio, nato nel 1663, era nipote di un principe del ramo Savoia-Carignano, figlio del conte di Saissons, generale del re, e di Olimpia Mancini, la celebre nipote di Mazzarino, sorella di Maria e amante di Luigi XIV. Era stato destinato allo stato ecclesiastico, a 15 anni aveva ricevuto la tonsura, ma aveva preferito la carriera delle armi: per tutta la vita i suoi nemici lo scherniranno come “l’abate Savoia”. La sua infanzia fu di un bambino abbandonato, praticamente nessuno si occupava di lui e crebbe tra la servitù di Palazzo Soissons. A questo si deve forse il suo carattere freddo e sicuro al tempo stesso. Ricevette comunque una buona educazione, specialmente scientifica.

Presentatosi dal re con la richiesta di un comando in battaglia, fu mandato via in malo modo. A parte la sua giovane età (19 anni), Luigi lo aveva in antipatia per diverse ragioni: era figlio di una donna che in gioventù aveva amato, ma che ora disprezzava per i suoi facili costumi. Inoltre, il ragazzo era noto per la propensione verso gli uomini e faceva parte della scapestrata gioventù alla moda. Lisolette del Palatinato, cognata del re, scriveva che “il piccolo scapestrato […] non si sarebbe mosso per le donne, essendo preferibili un paio di bei paggi”.

Luigi, che stava diventando puritano, rifiutò, e fu un errore. Eugenio, irritatissimo, scappò di notte con il cugino Borbone Conti, travestiti da donna, e offrì le sue competenze, tutte da provare ancora, a Leopoldo di Asburgo. Il quale austriaco era in ambasce: i turchi marciavano, assediavano Vienna e lui aveva un disperato bisogno di tutti. Quel ragazzo, capitato all’improvviso e per rabbia, fu utilissimo, anche grazie alle sue sortite notturne il Gran Visir Kara Mustafa fu sconfitto e Vienna salvata (1683).

Da allora in poi Eugenio non depose mai le armi, infaticabile combatté a favore di casa d’Austria tutte le guerre che in quello scorcio di secolo erano continue. In quel periodo in cui il maggior nemico era la Francia di Luigi XIV, lottava a fianco dei suoi soldati e non si risparmiava. Batté ancora una volta i turchi a Zenta, con una sortita di sorpresa, costruendo un ponte di barche. Quello degli attacchi improvvisi e delle imboscate era una sua specialità, abbastanza nuova nelle tattiche di guerra dell’epoca. Tolse anche definitivamente i francesi dall’Italia, venendo in soccorso al cugino Vittorio Amedeo di Savoia e liberando Torino dall’assedio francese.

Eugenio di Savoia, 1718

Eugenio di Savoia, 1718

Eccelse perfino in diplomazia, frequentando tutte le corti europee da quel gran signore che era. Fu amico degli inglesi ed in particolar modo di John Churchill, duca di Marlborough, insieme al quale si unisce in varie campagne militari. Fu invitato perfino alla corte di Russia da Pietro il Grande ad una festa in maschera, dove si presentò “da ragazzo, che non aveva mai conosciuto donna”. Ma i suoi gusti sessuali non scandalizzavano nessuno, Eugenio non era di quelli che si metteva in mostra, a parte alcune bravate in società. Dicerie, ma nessun scandalo palese.

Fu inoltre mecenate, bibliofilo e protettore delle arti, costruendo castelli e raccogliendo quadri, statue e oggetti di gusto finissimo. La sua casa era il Belvedere di Vienna, magnifico palazzo Barocco. Fuggito da Parigi senza il becco di un quattrino, Eugenio era ora ricchissimo, onusto di cariche amministrative e militari, tutto grazie alla sua abilità, giacché dalla famiglia non ebbe mai né aiuto, né sostegno. Lo ammiriamo, al colmo della gloria, con la parrucca grigia a riccioli fitti, da soldato, il viso segnato, lo sguardo acuto, Eugenio von Savoye, italiano, austriaco, francese, come aveva declinato il suo nome, col proposito di sottolineare una mentalità e una cultura cosmopolita.

Gli ultimi anni della sua vita li trascorse al Belvedere dove era ascoltatissimo consigliere di Carlo di Asburgo, che lo invidiava un po’ ma lo ascoltava e lo rispettava. La piccola Maria Teresa, futura imperatrice, è una bambina che lo adora come uno zio amatissimo. Lui propugna l’unione con la casa di Lorena per la piccola Asburgo, sia per gratitudine – ché nella cacciata dei turchi, Carlo di Lorena era stato un alleato prezioso e valido, e quella amicizia era durata per tutta la vita -, sia perché i Lorena e gli Asburgo erano parenti. Eugenio aveva dichiarato che “con i tempi che corrono è rassicurante sapere chi ci si porta in casa”, e questo era stato l’argomento conclusivo.

Il matrimonio viene concluso con il sacrificio della Lorena alla Francia. Ma Eugenio sparisce ad un tratto, all’improvviso. Una mattina dell’aprile 1736, lo trovano, vestito compostamente, sulla sua poltrona: sulla tavola c’è la teca con gli speroni d’oro – dono dell’amico Lorena dopo la vittoria contro i turchi -, carte, gli occhiali e la penna ancora umida di inchiostro. Per la sua scomparsa fu decretato il lutto cittadino.

© Daniela Nutini

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