May 232015
 
Planisfero di Battista Agnese, 1544, con la rotta del viaggio di Ferdinando Magellano

Planisfero di Battista Agnese, 1544, con la rotta del viaggio di Ferdinando Magellano

Avevano lasciato il Muelle de las Mulas, un po’ più al sud della Torre dell’Oro, nel fiume spagnolo Guadalquivir, il 10 agosto 1519, scendendo lentamente verso Sanlucar de Barrameda per mettersi definitivamente nell’Oceano Atlantico.

Erano cinque navi, Trinidad, San Antonio, Concepción, Victoria, Santiago, partite da Siviglia al comando di Ferdinando Magellano (1480-1521) e poi, alla morte di questi, da Juan Sebastián Elcano (1486/87-1526). Li accompagnava un italiano di Vicenza, Antonio Pigafetta (1492 ca.-1531), diventato famoso per aver descritto minuziosamente quel lungo viaggio nel suo Relazione del primo viaggio intorno al mondo.

Poi andando a 52 gradi al medesimo polo, trovassemo nel giorno delle Undecimila vergine uno stretto, el capo del quale chiamammo Capo de le undece mila Vergine, per grandissimo miracolo. Questo stretto è longo cento e dieci leghe, che sono 440 miglia, e largo più o manco de mezza lega, che va a riferire in un altro mare, chiamato mar Pacifico, circondato da montagne altissime caricate de neve.” (1)

Finanziata dalla corona spagnola, all’epoca di Carlo V quasi al culmine della sua gloria e potenza mondiale, la spedizione, la prima circumnavigazione del globo, partita con 234 uomini, sarebbe tornata in patria il 6 settembre 1522 con una sola nave ad aver raggiunto il proposito (2), la Victoria, e 18 superstiti, fra cui Elcano – Magellano era stato ucciso dagli indigeni nell’isola di Mactan, nelle Filippine, nel 1521.

Di seguito un video in cui il prof. Alessandro Barbero ci parla di quell’esperienza.

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– 1. Antonio Pigafetta, Relazione del primo viaggio intorno al mondo.
– 2. La Trinidad non completò il giro, rientrerà in Spagna nel 1525.

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May 182015
 

pàprica (o pàprika) s. f. [dal serbocr. (ma anche ungh. e ted.) paprika, propr. «peperone», der. di papar «pepe» che risale al lat. piper «pepe»]. – Polvere di colore rosso vivo, ricavata da alcune varietà di peperone, leggermente piccante o fortemente acre a seconda che si utilizzino i pericarpi e i semi lavati in acqua, oppure il frutto intero con i semi non lavati; è detta anche pepe rosso, pimento rosso, capsico”:

così recita il vocabolario Treccani alla voce paprica. Ma andiamo con ordine.

Mercato centrale di Budapest

Mercato centrale di Budapest (foto G. Armato)

Sicuramente Cristoforo Colombo non avrebbe mai immaginato che i prodotti vegetali caricati nelle stive dei suoi vascelli nelle terre americane da lui raggiunte a fine Quattrocento avrebbero cambiato nel lungo periodo le abitudini alimentari di mezzo continente europeo, anzi di mezzo mondo (»»vedi qua). Uno di questi è il capsicum di cui accennava nel suo diario a metà gennaio del 1493. Pianticella da secoli conosciuta dagli indigeni del Messico e del Perù, sarà una delle prime specie vegetali introdotte nell’impero spagnolo, un impero che, ricordiamolo, prima con Carlo V e poi con Filippo II comprenderà peraltro le lontane terre asiatiche.

In breve il capsicum si diffuse in tutti questi paesi col nome di pimiento, peperone, spagnolino, paprika. Con l’unione delle corone di Spagna e di Portogallo sotto Filippo II le Molucche del Nord, dove a Cebù morì Magellano, divennero Filippine, ed il piccante e clorato vegetale invase l’Asia fino alle vette dell’Himalaia.” (1)

E giacché la Storia è una grande ragnatela che tutto copre e tutto collega, basta andar per il mercato centrale di Budapest per vedere assaporare e comprare il risultato di quell’avventura del nostro genovese: la paprica. Passeggiando per i lunghi corridoi del Nagyvásárcsarnok, edificio dalla possente struttura principale in ferro della fine dell’800, ci si imbatte in decine e decine di locali che la offrono nei più disparati sapori, da piccante a meno piccante, a dolce e ancor più dolce, insomma per tutti i palati.

Eppure la storiella è tuttavia più curiosa.

Paprica nel mercato centrale di Budapest

Paprica nel mercato centrale di Budapest (foto G. Armato)

Quantunque fosse dunque presente in Spagna già dai primi del ‘500, coltivata localmente nella provincia di Murcia e Cáceres, furono i turchi, probabilmente prendendola in India – giunta, come letto, dalle nuove terre americane -, a portarla durante la loro avanzata del XVI-XVII sec. verso il centro Europa, conosciuta in Ungheria nel 1569 (»»qua), a Buda, ma solo nel XIX secolo diventata famosa e di uso comune. I turchi la adoperavano sia come alimento, sia come medicina contro febbre e malaria.

Il peperoncino fu, ed è, specie che si adattò molto bene al clima mite continentale ungherese, pianta di facile riproduzione che si propagò in modo davvero veloce per le varie regioni del sud a partire dalla fine del Settecento inizi dell’Ottocento, considerando che un ben noto chef francese, Georges Auguste Escoffier (1846-1935), fu colui che nel 1879 introdusse la paprica ungherese nella cucina occidentale, avendola comprata a Szeged (Seghedino). Due i piatti da lui proposti nel Casinò di Montecarlo: Poulet au Paprika, Gulyás Hongroise (»»qua le ricette di Escoffier).

Motivo per cui l’Ungheria si convertì in paese produttore ed esportatore di paprika, ingrediente principale di uno dei loro piatti più famosi, il gulasch. Basta altresì ricordare la cittadina di Kalocsa a poco meno di 130 km. al sud di Budapest con il suo museo dedicato proprio alla paprika.

Adesso non ci resta che preparare un buon piatto di Gulasch:

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– 1. Giovanni Rebora, La civiltà della forchetta. Storie di cibi e di cucine, ed. Laterza, Roma-Bari, 2011, Kindle pos. 1364-1374.

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Apr 072015
 
Codice Fiorentino, Bernardino de Sahagún, 1540-1585, part.

Codice Fiorentino, Bernardino de Sahagún, 1577, part.

La Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze alberga un risultato che qualche autore considera uno dei primi testi antropologici, manoscritti compilati dal frate francescano Bernardino de Sahagún (1499-1590), il cosiddetto “Codice Fiorentino.

Giunto in Messico nel 1529, pochi anni dopo la conquista di quei territori da parte di Hernán Cortés, il missionario spagnolo tentava convertire al cristianesimo la popolazione indigena devota agli dei “pagani”. Eppure il nostro ammirava, in un certo qual modo, i locali, basta leggere nel prologo al Libro I quando affermava essere, questi, “… in materia di cultura e raffinatezza, sono un passo avanti di altre nazioni che presumono di essere molto politica…”, riferendosi al disordine sociale introdotto dagli spagnoli nel corso delle loro conquiste.

Uno dei lavori che ebbe il coraggio di svolgere Bernardino de Rivera fu inoltre comprendere e tradurre la lingua locale, il náhuatl, allo spagnolo. Nacque così la “Historia general de las cosas de nueva España”, un’opera a carattere enciclopedico sulla cultura degli indigeni del Messico centrale, che voleva essere – anche ma non solo – un aiuto agli evangelizzatori che venivano da quelle parti, e testimonianza di un mondo sconosciuto ai più.

Codice Fiorentino, Bernardino de Sahagún, 1577

Codice Fiorentino, Bernardino de Sahagún, 1577

E allora girovagava per i villaggi, si sedeva con i ragazzi e gli anziani e iniziava a giocare, a parlare, a decifrare il loro alfabeto vocabolo dopo vocabolo, frase dopo frase, raccogliendo modi di dire, racconti degli anziani sulla conquista e tanto altro ancora. Dalle immagini che lui proponeva nascevano le parole, trascritte poco a poco con lettere latine. Un lavoro certosino di grande valore altresì etnologico che racconta e cerca di ricostruire una parte della storia che gli “invasori” stavano distruggendo, lavoro che vide la luce ben 30 anni dopo l’inizio, completato sicuramente fra il 1575 e il 1577.

Il codice è organizzato su due colonne, da un lato la lingua degli indigeni, dall’altra lo spagnolo. I 12 libri furono rilegati in 4 volumi, a noi giunti 3, adornati da oltre 2.400 illustrazioni. Per esempio, i primi sei trattano degli aspetti religiosi degli indigeni, il settimo di astronomia, del calendario solare e rituale, altri della loro vita sociale, etc.: un impegno unico nel suo genere.

Codice Fiorentino, Bernardino de Sahagún, 1577.

Codice Fiorentino, Bernardino de Sahagún, 1577.

Codice Fiorentino, Bernardino de Sahagún, 1577

Codice Fiorentino, Bernardino de Sahagún, 1577

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Feb 112015
 
Erasmo da Rotterdam, incisione di Hieronymus Cock, 1555

Erasmo da Rotterdam, incisione di Hieronymus Cock, 1555

Erasmo da Rotterdam (1466-1536), olandese, Tommaso Moro (1478-1535), inglese, Juan Luis Vives (1492-1540), spagnolo: tre personaggi europei che dettero all’Umanesimo una spinta divulgativa di un certo rilievo, tre figure che credevano nella forza rivoluzionaria dell’uomo, di quell’uomo che, capace di impregnare il proprio cammino con le decisioni personali, doveva e poteva slegarsi dai nodi di un passato ancora affollato da superstizioni e credenze irrazionali. Di là da tutto ciò, bisogna pur notare le relazioni-interrelazioni che occorrevano fra Spagna Inghilterra Olanda – certamente non solo -, quei legami non esclusivamente dinastici, ma altresì culturali, connessioni, azzarderemo dire, di unione, per quanto possibile, europea. E Carlo V forse rappresenterebbe l’utopica esperienza politica del momento.

Avvicinati da rapporti di amicizia, i tre, ognuno a modo proprio, riprendendo i passi dei classici, tentavano stabilire con il presente un rapporto innovativo, un rapporto che doveva superare gli stessi limiti del classicismo. Sia il “valenciano”, come Moro chiamava Vives, sia lo stesso inglese, sottolineavano l’importanza della cultura come mezzo di cambio sociale.

Nel maggio 1520, Moro, in una lettera a Erasmo, dirà di Vives (*):

Juan Luis Vives

Juan Luis Vives

Anche se tutti i suoi scritti mi sono graditi, il trattato In pseudo-dialecticos mi cagiona un piacere speciale. Non solo per l’abilità con cui Vives si fa beffe di assurde piccolezze e confonde i sofisti con ragionamenti serratissimi; un piacere speciale, dicevo, giacché inquadra i problemi esattamente nello stesso modo con cui li vedevo io nella mia mente molto prima di leggere il suo libro. […] È ormai notissimo come maestro di latino e greco, ché Vives eccelle in entrambe le lingue […] Chi insegna meglio, in un modo più efficace o più affascinante di lui? […]” (1)

Juan Luis Vives, spagnolo, figlio di ebrei convertiti, formatosi in Francia, docente in Inghilterra all’Università di Oxford, vissuto parte della vita e morto in Belgio, fu, fra l’altro, precettore della futura regina d’Inghilterra, Maria Tudor (1516-1558), moglie di Filippo II di Spagna, figlia di Enrico VIII e Caterina d’Aragona, uomo, il Vives, che potremmo definire europeista praticante. Dall’incontro con Tommaso Moro se ne intuisce l’influenza di quest’ultimo nelle sue opere (vedi De subventione pauperum, »»qua), e del Moro, Juan Luis, riceve una positiva testimonianza di vita familiare, una energica spinta per seguire riflessioni di tipo etico-sociale. Il “valenciano” era un vivace difensore dell’educazione, della sanità e della salute pubblica, così come della sicurezza sociale per i più poveri. Difensore peraltro del suo amico Erasmo, annotava in una corrispondenza:

“[…] Quanto a te, [Francisco de Vitoria] ti ammira e ti venera. Com’è acutissimo d’ingegno, così è tranquillo di carattere, perfino un po’ remissivo. Tuttavia, se avesse partecipato a queste dispute [in Spagna], avrebbe frenato suo fratello, che s’infervorava più del dovuto.” (2),

Tommaso Moro, incisione di  Magdalena de Passe o Willem de Passe, 1620

Tommaso Moro, incisione di Magdalena de Passe o Willem de Passe, 1620

Testimone privilegiato di quell’epoca che Erasmo chiamò Età d’Oro, Tommaso Moro fu inizialmente consigliere e segretario dello stesso re d’Inghilterra Enrico VIII, uomo dotto, il nostro, che difendeva tenacemente il primato del papato e della Chiesa cattolica, vuoi dal punto di vista religioso vuoi temporale. Basta ricordare il suo costante inveire contro eretici, riformisti, e loro opere. Quando il sovrano inglese si slegò da Roma e si mise a capo della nuova Chiesa anglicana, Moro se ne distaccò, dimettendosi da cancelliere. Nel momento in cui gli si chiese giuramento al recente ordine, il suo diniego fu causa che lo portò nelle carceri della Torre di Londra. La scure cadde sulla sua testa il 6 luglio 1535.

Di Erasmo da Rotterdam ne abbiamo accennato varie volte (»»qua e anche »»qua), forse il personaggio più famoso dell’epoca, il cui modo di pensare ebbe tanta ripercussione nel trascorso dei secoli a venire. Erasmo fu buon amico del Moro, a tal punto che gli dedicò il suo saggio sulla follia, Elogio alla follia, un’amicizia che però si iniziò a flettere quando Tommaso insisteva fortemente nel difendere le posizioni cattoliche, mentre Erasmo tentava criticare i possibili errori di tale confessione. In una lettera del 17 febbraio 1516 all’amico Erasmo, Moro sottolineava:

“[…] È inutile sprecar parole per dirti che cosa pensano di te i nostri vescovi, in particolare l’arcivescovo di Canterbury, e la benevolenza speciale che ha per te il nostro re.” (3)

Erasmo, Moro, Vives, autori che incarnavano un movimento di idee che avrebbe portato, nel lungo periodo, al risveglio dell’uomo, alla presa di coscienza, all’elaborazione di un modus vivendi che oramai ci appartiene e di cui sarebbe bene, di tanto in tanto, ricordarne il cammino.

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– (*) ricordiamo che fu Erasmo da Rotterdam a invogliare Tommaso Moro a leggere gli scritti di Juan Luis Vives
– 1. a cura di Laureano Robles, E la filosofia scoprì l’America, Jaca Book, Milano, 2003, pag. 15.
– 2. a cura di Laureano Robles, op. cit., pag. 240.
– 3. a cura di Francesco Rognoni, Tommaso Moro, Lettere, Vita e Pensiero, Milano, 2008, pag. 163.

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Jan 162015
 

Potremmo azzardare dire che nella storia del costume c’è altresì la storia dell’evoluzione umana, dalle caverne africane agli odierni grattacieli americani, dalle case condominiali inglesi di fine Settecento ai villini estivi mediterranei degli anni ’70 del Novecento, dal semplice drappo che copre il corpo dei romani agli elaborati vestiti barocchi dell’epoca di Luigi XIV fino a raggiungere i jeans di questi giorni e il lusso di certi stilisti di nota fama.

Cosicché proporre solo tre testi sul continuum storico della moda e dell’abbigliarsi nel trascorso dei secoli, è impresa davvero ardua, ché dovremmo considerare il luogo, il continente, l’ambiente politico e religioso, il decennio, così come lo stato civile, l’età, la sessualità, l’eredità ricevuta e acquisita, la mentalità locale, insomma tutta una serie di fattori che hanno influito nelle decisioni di indossare un determinato “oggetto”.

Eppure ci proviamo con alcuni volumi che potrebbero dare una visione generale dell’argomento, magari alternativa, magari spingendo ad approfondire il periodo che più suscita la nostra curiosità.

Nel contempo approfitto per segnalare una serie di articoli presenti in questo blog che fanno il nostro caso (»»qua).

Frédéric Monneyron, Sociologia della moda

Del prof. Frédéric Monneyron, Sociologia della moda, un libro per entrare in un contesto che appartiene a una dimensione psicologica, alla scelta del capo, all’influenza degli “altri”, all’ambito sociale. Una moda che, diremmo, essere creazione europea più o meno recente, che ha oramai investito tutti, e che definiremmo espressione di libertà, forse di individualismo, forse ancora “fenomeno” che ha impregnato indelebilmente il quotidiano recente, almeno dall’Ottocento a oggi.

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Marnie Fogg, Moda. La storia completa

Di Marnie Fogg, Moda. La storia completa, un ricco volumone illustrato e particolareggiato che ci porta nell’evoluzione del vestire dall’antichità ai nostri giorni, nelle tecniche, nelle stoffe, nei modelli che hanno caratterizzato una determinata epoca, nelle tendenze, nei colori, nelle trame e negli orditi. Un cammino che si sofferma sui punti più netti, più significativi del nostro coprirci per ripararci fino al consumismo di massa moderno.

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Lars F. H. Svendsen, Filosofia della moda

Lars F. H. Svendsen gioca invece a “teorizzare” in questo Filosofia della moda, nel senso che si pone domande quali se può esistere una filosofia della moda. Domanda di difficile risposta, ma che serve a indagare nella comprensione di sé stessi e del relativo comportamento, in un mondo odierno in cui “la moda comincia presso i clienti più giovani per poi estendersi ai più vecchi”. Un’analisi fra moda corpo linguaggio che investe anche personaggi come Klimt, Matisse, Dalì per spostare la mira sugli “abiti firmati” e il loro significato. Insomma, un esame filosofico che potrebbe raccontare la moda come “verità della cui realizzazione essa ha rappresentato la più attiva forza motrice”.

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Jan 112015
 

di Floriana Guidetti

Alfonso II d'Este ritratto da Cesare Aretusi

Alfonso II d’Este ritratto da Cesare Aretusi

Nell’Inventario Testamentario dei Beni di Alfonso II d’Este (1), morto a Ferrara nel 1597, riferendosi alle “barche et robbe diverse trovate nell’arsenale di San Giorgio e Lagoscuro” (2), nell’elenco dei vari beni, al 3447 si legge appunto di questa célega, trovata insieme a “un panno verde avolto in una stuora, due carieghe fornite di panno verde, un panno rosso vecchio per la barca longa… otto cusini di corame pieni di pena” (3), in particolare dunque tra le “diverse robbe che si trovano in detta monitione per servitio di dette barche”.

Non deve confondere il termine ‘beretina’, che in altre occasioni documentate sta ad indicare ‘di colore grigio’ ovvero ‘scuro’. Si può ricordare infatti che Tommaso Garzoni di Bagnacavallo, parlando delle frodi dei fornai e delle angherie dei gabellieri, nell’edizione veneziana del 1586 della sua Piazza universale di tutte le professioni del mondo, dedicata al Duca di Ferrara Alfonso II, dice che “il pane era nero come un carbone o beretino come la pelle di un asino” e aggiunge “tale che i struzzi nol padirebbono… e così caro che s’augurano mille cancheri a chi ne è causa”.

Occorre precisare che dal 1570 al 1586 gli Estensi avevano appaltato per diecimila scudi il monopolio della fabbricazione del ‘pane venale’, quello cioè destinato alla vendita e al consumo della città e dei borghi, quindi le rimostranze popolari in merito alla pessima qualità del pane e al sempre minore peso della ‘pagnotta’ venduta per unità monetaria, si rivolgevano all’appaltatore e ai fornai che da quello dipendevano, non al principe.

Il vocabolo celega invece è sicuramente derivato da caecus, cieco, attraverso il diminutivo femminile caecula che troviamo anche in Isidoro di Siviglia (Etymologiae, XII-IV,33), come nome della piccola serpe a noi nota come orbettino, proprio perché “parva et non habet oculos”, piccola e priva di occhi, almeno a quanto appare.

Da caecula si è arrivati a caeluca, per metatesi, quindi a celega, per assimilazione della u ad e e sonorizzazione della c in g.

Non ci si deve quindi meravigliare per il fatto che celega sia poi un epiteto riservato a chi è ‘orbo’, tant’è che Bartolommeo Gamba (1766 – 1841) nella sua Galleria dei letterati ed artisti illustri delle province austro-venete che fiorirono nel secolo XVIII racconta che il padre dell’artista veneziano Giambattista Piranesi (nato nel 1720) era uno “scarpellino detto l’Orbo Celega”.

Qui però non si può evitare di chiedersi il perché di questa ridondanza, se celega è davvero sinonimo di ‘orbo’. Ma proprio in questo riferimento viene da pensare che col tempo sia prevalso quanto contenuto nell’originario termine caecus, nel senso di ‘cieco’ come ‘nascosto, coperto’ e nel nostro caso potremmo dire ‘bendato’, da una specie di copricapo, celega appunto, simile a una bandana, per nascondere l’occhio guercio (o entrambi gli occhi).

Ci viene in aiuto il dialetto (ferrarese), nel quale è ancora ricordato presso gli anziani il vocabolo zélga, nome popolare della Passera minore o Passera mattugia (Passer montanus), che ha una fascia di colore marron estesa dalla parte posteriore del capo fino agli occhi, come bendata, cieca.

E se volessimo spingerci oltre, in un volo di fantasia, potremmo anche pensare che la nostra gente conoscesse questo uccelletto anche come pàsara d’muntàgna e che magari, ispirati proprio da questa circostanza, si sia cominciato a parlare di ‘passamontagna’ come copricapo diremmo oggi ‘integrale’, chissà!

Non sarà che per arrivare al passamontagna occorresse partire da quel copricapo che era la celega beretina vecchia della quale si parla nell’inventario dei beni di Alfonso II d’Este?

© Floriana Guidetti

Passer montanus o passera mattugia

Passer montanus o passera mattugia

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– 1. Pietro Sella, Atti della Deputazione Ferrarese di Storia Patria, Tip. Zuffi, 1931.
– 2. San Giorgio e Lagoscuro (oggi Pontelagoscuro) sono località rispettivamente a sud e a nord delle mura di Ferrara.
– 3. Un panno verde avvolto in una stuoia, due sedie ricoperte di panno verde, un panno rosso vecchio per la barca lunga… otto cuscini di cuoio pieni di piume.

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Dec 302014
 

21 luglio 1542: papa Paolo III, al secolo Alessandro Farnese, emana la famosa bolla Licet ab initio, che darà l’avvio ufficialmente all’Inquisizione cattolica, strumento per combattere e fermare la cosiddetta Riforma protestante. Una riforma che già da tempo covava nei Paesi nordici, basti pensare alle spallate che John Wyclif (1320 ca.-1384), Jan Hus (1370 ca.-1415), Huldreich Zwingli (1484-1531) diedero, prima di Lutero, alla Chiesa cattolica.

E allora l’Inquisizione romana, diversa da quella spagnola e portoghese che già esistevano nei rispettivi paesi, sempre con l’autorizzazione di Roma, e che erano strumenti di consolidazione monarchica, creerà nella nostra penisola un apparato repressivo così capillare come nessun altro, una serie di tribunali presenti per lo più nel centro-nord, una eccellente rete informativa e operativa, che potremmo considerare “organo di controllo sociale nell’Italia della Controriforma (E. Bonora, vedi seguente video).

In questa disquisizione, la prof.ssa Elena Bonora (»»qua un suo libro), ci parla di alcuni aspetti dell’Inquisizione, cercando di rispondere a domande quali:

Come era organizzata la giustizia intollerante dell’Inquisizione?
Come ha potuto la sua intransigenza segnare tutta un’epoca della Chiesa prevalendo su altre opzioni?

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Dec 232014
 
La Lonja de la seda o Loggia dei mercanti, Valencia, finestra ed entrata principale

La Lonja de la seda o Loggia dei mercanti, Valencia, finestra ed entrata principale

Casa famosa soy en quince años edificada.
Probad y ved cuan bueno es el comercio
que no usa fraude en la palabra,
que jura al prójimo y no falta,
que no da su dinero con usura.
El mercader que vive de este modo
rebosará de riquezas y gozará,
por último, de la vida eterna.” (1)

La Phoenix dactylifera è pianta tipica delle coste del Mediterraneo, palma che gli arabi del Medioevo coltivavano – anche ma non solo – in al-Andalus, terra iberica che li vide per circa settecento anni.

E fu tanta l’influenza di codesta specie nella cultura locale che potremmo azzardare a suggerire che le alte colonne elicoidali di 12 e più metri che sostengono l’interno della sala della contrattazione della Lonja de la seda a Valencia sono state fatte a loro somiglianza.

La Lonja de la seda o Loggia dei mercanti, Valencia, colonne Sala de contratacion

La Lonja de la seda o Loggia dei mercanti, Valencia, colonne Sala de contratacion

Ma andiamo con un certo ordine e iniziamo osservando che la funzione di questo luogo rifletteva quella della “Bourses de Commerce” di Parigi o di Marsiglia, o come “The Corn Exchange” di Londra, e altri ancora, luogo dove i mercanti, locali e non, si riunivano e patteggiavano le loro mercanzie, in un’epoca, inizi-metà del XVI sec., in cui Valencia, già prospera nei due secoli anteriori, poteva competere con mercati europei come Marsiglia e Genova. Generalmente le operazioni non erano pubbliche e si definivano con una stretta di mano, garanzia di accordo raggiunto e da mantenere.

Sebbene ci fossero un centinaio di tavoli, posti fissi ottenuti dietro pagamento di una determinata tariffa, la maggior parte delle discussioni avveniva in piedi, talvolta interrotte da una campana se entrava un’autorità o se terminava una sessione.

L’intera struttura fu costruita dal 1482 al 1548, di cui il maestro valenciano Pere Compte, ispirandosi al modello della Lonja di Palma di Maiorca, fu il primo architetto che gettò le basi di quello che potremmo definire essere la più emblematica rappresentazione del Secolo d’oro valenciano, edificio che risente tuttavia dell’influenza gotica e dei primi passi del Rinascimento italiano. Tre corpi lo formano, iniziando dal vero e proprio Salone di contrattazione, poi dalla Torre centrale e, per finire, dal Consolato del mare. Un cosiddetto Patio de los Naranjos allietava le giornate di lavoro dei mercanti.

La Lonja de la seda o Loggia dei mercanti, Valencia, Patio de los naranjos

La Lonja de la seda o Loggia dei mercanti, Valencia, Patio de los naranjos

L’elegante pavimento del Salone, dal marmo bianco nero e color cannella, attrae fortemente la nostra attenzione per un simpatico disegno che forma stelle a sei punte con attorno dei quadrati, mentre il soffitto, una volta policromo, fu dipinto nel 1498 dal maestro Martí Girbes di colore blu con le stelle, volendo simulare il cielo. Un gioco di luci pensieri e caratteri impressi nell’intero complesso che potremmo dire contenere l’antica anima edetana iberica, la religiosità cristiana e il senso degli affari dei sefarditi e degli arabi.

La Lonja de la seda o Loggia dei mercanti, Valencia, pavimento

La Lonja de la seda o Loggia dei mercanti, Valencia, pavimento

Per non dimenticare che in questa sala si installò la Taula de Canvis i depòsits, ovvero la Tavola di cambio e deposito, istituita a Valencia nel lontano 1407. Una cappella dedicata all’Immacolata Concezione è situata nel sotterraneo della Torre. Mentre una scala esterna porta al piano del Consulado del Mar, che risente già delle forme rinascimentali, consolato che trattava degli affari marittimi e commerciali della città.

Nel 1996, l’Unesco la dichiarò Patrimonio dell’Umanità. Di seguito un video che, percorrendo alcune vie di Valencia, ci porta nella Loggia.

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– 1. Iscrizione presente lungo le pareti della Sala di contrattazione.

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Dec 202014
 
Battaglia di Pavia, 1525, aut. fiammingo sconosciuto

Battaglia di Pavia, 1525, aut. fiammingo sconosciuto

Accennando all’Umanesimo, al Rinascimento, alle varie coeve scoperte geografiche principalmente portoghesi e spagnole, il prof. Giuseppe Galasso ci spiega le Guerre d’Italia, entrando nel periodo storico moderno, punto di partenza temporale che prepara il terreno al nostro mondo contemporaneo. Una serie di eventi diplomatici e bellici dal 1494 al 1559, dagli accordi talvolta di fragile equilibrio, che vedranno formarsi poco a poco i vari Stati europei, Stati connessi fra loro spesso per legami dinastici, Stati che dipenderanno l’uno dall’altro con una serie di trattati che cercheranno evitare l’egemonia di uno di loro.

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Dec 152014
 
Cattedrale di Valencia

Cattedrale di Valencia, consacrata nel 1238, edificata su un’antica moschea che a sua volta poggiava le basi su una cattedrale visigota.

Valencia. È martedì, 9 dicembre 2014, esco da casa intorno le ore 8:30 del mattino. Le strade attorno al mio appartamento si riempiono poco a poco di venditori ambulanti, è il mercato rionale settimanale, una babele che invita a comprare le più disparate merci, da coperte e mantelli prodotti in Thainlandia, a pentole e tegami italiani, a calze e calzettini francesi, a viti e cacciaviti che ricordano la Russia pre-Gorbaciov. Oggetti offerti non solo dai locali venditori valenciani, ma perfino di origine asiatica, cinesi coreani indiani, così come africani, marocchini algerini tunisini maliani, un cosmopolitismo visibile e tangibile che potrebbe ricordare, in un certo qual modo, la Spagna musulmana del XIII-XIV-XV sec., poco prima della cacciata degli ebrei, 1492.

E la storia di Valencia ha avuto uno sviluppo non solo legato alla penisola Iberica e all’Europa, ricordiamo Carlo I di Spagna ovvero Carlo V d’Asburgo, ma anche alla tradizione musulmana, con la dinastia omayyade che giunse nell’VIII sec. in quella che si chiamerà al-Andalus.

Cattedrale di Valencia dedicata all'Assunzione di Maria, cupola a forma ottagonale.

Cattedrale di Valencia dedicata all’Assunzione di Maria, cupola a forma ottagonale.

La città divenne, nel trascorso dei secoli e con alti-bassi, uno dei principali centri commerciali grazie al suo porto e ai suoi traffici con mezza Europa e Africa, uno sviluppo che favorì inoltre le arti e la cultura in generale. È proprio nella seconda metà del ‘400 che arriva il primo torchio da stampa, pubblicando, nel 1478, la prima Bibbia a caratteri mobili in una lingua neolatina. Decenni in cui Cristoforo Colombo – almeno fra il 1478 e il 1483 – trafficava e visitava Valencia più di una volta durante i suoi viaggi per il Mediterraneo (1).

Periodo d’oro che iniziò il declino con i viaggi del genovese verso l’America e lo spostamento dei traffici mercantili dal Mediterraneo verso l’Atlantico (inizi-metà XVI sec.). Epoca, d’altronde, caratterizzata dal clima di terrore dell’Inquisizione e dalla Controriforma, dall’espulsione degli ebrei e dei musulmani (1609), epoca ancora, in cui si susseguono una serie di proteste popolari contro monarchia e nobiltà (vedi la ben nota “rebelión de las Germanías”, 1520-1522).

Il Municipio di Valencia nel Natale del 2014

Il Municipio di Valencia nel Natale del 2014, espressione neoclassica e neobarocca del XVIII sec.

Nel Seicento si ha un rafforzamento del potere assolutista, incarnato da Filippo IV d’Asburgo (1605-1665), nel vasto impero che aveva oramai raggiunto la massima espansione territoriale e che stava fallendo le necessarie riforme politiche ed economiche. Cosicché Valencia perse il controllo sulle cariche municipali, permettendo al re immischiarsi in quelle competenze una volta della città.

Il XVII secolo vide oltretutto le strade vestirsi di palazzi e dimore barocche (Palacio del Marqués de Dos Aguas) e di facciate (Convento di San Domenico), di fari e di fiaccole per preparare magiche atmosfere, di spettacoli di potere, di celebrazioni per osannare l’assolutismo, di affollate processioni religiose.

Alla morte di Carlo II (1661-1700) e con la Guerra di Successione spagnola (1701-1713) si raggiunse il vero tramonto della città: oramai il Regno di Valencia non aveva più indipendenza politica e giuridica. Un declino in cui apparirà una debole luce solo nel XVIII secolo grazie all’industria tessile e della ceramica, sebbene il porto non avesse più le buoni funzioni di una volta. Prodotti, quelli della seta e degli azulejos, che approdarono finanche nelle lontane terre americane.

Il Mercato centrale di Valencia

Il Mercato centrale di Valencia, in stile modernista, fu iniziato a costruire, così come lo vediamo oggi, nei primi anni del XX sec.

L’Illuminismo fu introdotto per via di personaggi di prestigio come lo storico e linguista Gregorio Mayans (1669-1781) o il numismatico e filologo Pérez Bayer (1711-1794). Un movimento di idee che diede vita alla Sociedad Económica de Amigos del País, che cercava diffondere le nuove concezioni oltre che le recenti acquisizioni tecniche e scientifiche.

La regione valenciana è peraltro nota per aver dato natali a famosi personaggi e artisti fra i quali a Joanot Martorell (1413-1468), scrittore, autore di Tirante el Blanco (1511), uno dei primi romanzi moderni della letteratura cavalleresca europea dell’Età moderna, o a Joaquín Sorolla (1863-1923), pittore ben celebre nei cui quadri imprime la tipica luce del Mediterraneo, o ancora all’architetto Santiago Calatrava e tanti tanti altri ancora.

Oggigiorno è conosciuta – certamente non solo – per la Città delle arti e delle scienze, così come per Las Fallas, festa popolare in onore a San Giuseppe, per la paella valenciana e, non per ultimo, per l’horchata de chufa.

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– 1. a cura di Fernando Díaz Esteban, América y los judíos hispano portuguese, Real Academia de la Historia, Madrid, 2009, pag. 43.

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