Oct 192014
 
Allegoria della battaglia di Lepanto, Paolo Veronese, 1571

Allegoria della battaglia di Lepanto, Paolo Veronese, 1571

Partendo dalla conquista di Cipro, dettagliando i preliminari nel preparare la flotta cattolica e musulmana, accennando all’accordo voluto da Pio V fra Venezia Spagna e vari altri alleati, il prof. Barbero ci porta nel XVI secolo, in un famoso scontro fra ottomani e Lega Santa: la Battaglia di Lepanto, 7 ottobre 1571. Una battaglia che, fermo restando la sua importanza storica, poche conseguenze strategiche ebbe nei mesi successivi. Fu grazie alla stampa dell’epoca, dice Barbero, che restò impressa in breve tempo nella memoria collettiva.

YouTube Preview Image

Oct 052014
 

di Floriana Guidetti

Cristoforo da Messisbugo

Cristoforo da Messisbugo

Vale la pena soffermarsi un attimo su una ‘curiosità’, se così la vogliamo chiamare, riguardante il famoso ‘pane intorto’ che ha segnato la nascita del celebrato (giustamente!) pane ferrarese, creando le premesse per la ciupéta (coppietta), formata da due ‘panetti’ attorcigliati e accostati, una ‘coppia’ insomma.

È tradizione consolidata che la prima volta che fu presentato questo tipo di pane intorto (altre volte detto ‘intorto tagliato’, ma altre più precisamente ‘intortogliato’, attorcigliato) fosse il giovedì di carnevale del 1536, ad opera di Messer Girolamo Giliolo (dei conti Giglioli), come si legge nella pagina seguente, dal trattato di Messisbugo “”:

Su Messer Girolamo Giliolo, in Messisbugo

Evidentemente il termine Giobbia ricalca perfettamente Źòbia del dialetto ferrarese.

Ma guardando poi con attenzione (e a dire il vero va osservato che la descrizione delle cene e dei banchetti non è riportata in ordine cronologico preciso, il che può ovviamente indurre in equivoco) anche nel “Desinare” del 28 Maggio 1530 viene già citato questo ‘pane intorto’:

Pane intorto, in Messisbugo

Si noti anche il termine sosamelli, ovvero focaccine all’olio contenenti sesamo, ma questi non dovevano essere particolarmente gustosi se poi il nome (accrescitivo) suśamlóƞ è passato ad indicare persona insulsa e ingombrante, della quale si potrebbe dire che al zarvèl al gh’è sól d’impìć… (il cervello gli è solo d’impiccio…)

Ma ancora non basta in quanto alle date, perché lo stesso ‘pane intorto’ si trova anche nella “Cena di pesce” del 20 maggio 1529:

Pane intorto, in Messisbugo.

Comunque sia, pochi anni non fanno troppa differenza a distanza di quasi 5 secoli! È opinione comunque diffusa che l’occasione del carnevale, quando ogni scherzo vale, fosse la più adatta per presentare questo pane nel quale i cornetti potrebbero rappresentare le gambe delle donne… con gli annessi e connessi!

Pane intorto, intortogliatto, in Messisbugo

Bellissimo il vocabolo ‘intortogliatto’ dal dialetto ferrarese inturtià che rende al meglio il concetto di attorcigliare, avvolgere i due componenti di quella che sarà dunque la ‘coppia’ o ‘coppietta’, la ciupéta. Ed è anche presumibile che almeno inizialmente questo ‘attorcigliamento’ riguardasse i due ‘panetti’ (i panìt) come tuttora si trovano in Romagna come ‘coppie ferraresi’ nella versione ‘chiusa’ e poi in quella aperta per noi usuale.

Nell’immagine si vedono citate anche le ‘bracciatelle’ altrove (anche nella cena del 1536) scritte ‘brazzatelle’, dove il riferimento a braz, braza, braccio, braccia, è evidente, data l’usanza poi di infilare nel braccio una o più ‘bracciatelle’ per la successiva distribuzione. Ancora fino a non tanti decenni fa era tradizione regalare ai bambini che ‘facevano la Cresima’, all’uscita della chiesa, una piccola ciambella che andava appunto infilata al polso. Qualcuno vorrebbe l’origine da ‘brace’, braśa, riferendosi alla cottura, ma sembra ragionevole non ammettere questa ipotesi, dato che nel nostro termine brazadèla la z ha il suono semplice ma sordo e non dolce come in braśa.

La coppia ‘inturtià’, attorcigliata:

Pane intorto, foto F. Guidetti

Pane intorto, foto F. Guidetti

e la ciupéta (da Wikipedia):

Ciupéta (da Wikipedia)

Ciupéta (da Wikipedia)

Da notare che la parte terminale del grustìƞ è detta grugnòl e la sua punta, proprio la parte più croccante, è il grugnulìƞ.

Il termine grugnòl viene dal lat. corneolus che significa ‘a forma di corno’, probabilmente attraverso un *croneolus>grognòl(us)>grugnòl.

© Floriana Guidetti

Oct 012014
 

Dettagli!

George Simenon, La finestra dei Rouet

George Simenon, La finestra dei Rouet

Sono i dettagli che fanno la storia, quei dettagli, tasselli di un grande puzzle, che completano e danno una visione d’insieme dei fatti. Dettagli, inoltre, che analizzati con applicazione possono portarci nelle relative trasformazioni che quel dato oggetto, per esempio, ha avuto.

E ancora oggi, facendo flanella per le strade delle nostre città paesini borghi campagne, possiamo toccare con le mani la patina che certe costruzioni hanno sommato nel trascorso dei secoli, quell’aura, parafrasando Walter Benjamin, che li circonda e li caratterizza. Un dialogo, fra storico flâneur e manufatto, che risente dunque delle metamorfosi che interessano economia politica sociologia cultura, percorso del nostro cammino.

La nostra attenzione si sofferma stavolta sulle finestre, una componente essenziale delle odierne abitazioni, costruzione che ha subito mutazioni di cui possiamo prender nota grazie ai dipinti dell’epoca.

Percorriamo visivamente alcune delle riforme che queste hanno avuto dal XV al XVIII secolo, dettagliando così quell’aspetto fisico che qua ci interessa. Una finestra che, nell’arte, per buona parte del Rinascimento non è “demarcazione” fra fuori e dentro, ché intesa come “settore” di un insieme, di una “lunga veduta”, dove ciò che è fuori è “porzione” di ciò che è dentro, un confine che se c’è sembra esser poco palese. Il bello “di là” è integrante al “bello di qua”, stretto dialogo che si avvantaggia l’uno dall’altro.

Un’architettura dipinta, aperta sull’esterno attraverso una serie di grandi finestre, che mostrano la realtà che sta dietro ad esse, con un cielo azzurro diffuso dappertutto, che ne costituisce il fondale scenico.” (1)

L'Ultima cena, Dieric Bouts, 1464 ca., particolare

L’Ultima cena, Dieric Bouts, 1464 ca., particolare

Elemento, la finestra, che presenta varie connotazioni, da influssi ancora gotici, nel XV-XVI sec., a proposte bifore e trifore, per continuare con un’influenza tipica italiana, l’abbaino, che si apre sul tetto. Tante e diverse le derivazioni, moresche e saracene tanto per citarne due, come il loro essere protette dalle inferriate o dalle persiane o dal portello e altro ancora.

La coppia, Lucas Cranach il Vecchio, 1532, particolare

La coppia, Lucas Cranach il Vecchio, 1532, particolare

Con l’arrivo e il rafforzamento della borghesia – siamo entrati in pieno Seicento – prende energia e vigore la vita privata, una vita svolta all’interno della casa, in cui oramai le finestre diventano divisione spaziale, uno spazio che custodisce gelosamente averi e sentimenti: il mio è mio, il tuo resta dall’altra parte delle vetrate. Un gioco in cui le mura domestiche rappresentano oramai uno sviluppo sociale che porterà all’oggi, al sempre più privato.

L'alchimista, Cornelis Pietersz Bega, 1663

L’alchimista, Cornelis Pietersz Bega, 1663

Le miserie dell'ozio, George Morland, 1780 ca., particolare

Le miserie dell’ozio, George Morland, 1780 ca., particolare

Dietro una finestra, oramai rappresentata come intima familiare confidenziale, si può celare un alchimista che ricerca la pietra filosofare, o le disgrazie di una famiglia in miseria, fatti e problemi quotidiani che, ieri come oggi, impregnano e identificano il cammino della nostra civilizzazione.

Per giochi riflessivi si entra così nel XX secolo, e vengono in mente le parole di Stella:

Siamo una bella razza di guardoni

ne La finestra sul cortile, del 1954, in cui protagonista, Jeff, interloquisce interviene e si immette nella vita della comunità. Un film capolavoro di Alfred Hitchcock in cui l’oggetto-finestra è comunicazione, interazione attiva, strumento che permette intervenire nella vita del “villaggio”.

Se andiamo ancor più indietro nei decenni e diamo uno sguardo alla letteratura, basta rileggerci La finestra dei Rouet, un romanzo noir del 1945 di George Simenon, un libro in cui Dominique Salès, una quarantenne che vive in un piccolo appartamentino di Faubourg Saint-Honoré, a Parigi, assiste il padre. Una donna che spia da dietro le persiane la vita degli altri. Finestra – eccola ancora la nostra finestra – che isola e nello stesso tempo comunica unilateralmente con un mondo in cui non si desidera entrare.

Dicevamo del privato e del pubblico, una sottile delicata linea che ai nostri giorni si varca facilmente, grazie anche all’uso della rete e dei social network in particolare, finestre dove giovani e meno giovani si affacciano per far partecipi della loro vita diaria per mezzo della condivisione di foto e aggiornamenti di stato.

*****
– Philippe Daverio, Guardar lontano Veder vicino, Rizzoli, Milano 2013, e.book, kindle pos. 365.

Sep 272014
 

di Floriana Guidetti

Banchetti, compositioni di vivande et apparecchio in generale, Cristoforo da MessisbugoIntanto diamo soddisfazione a quanti, ora anziani, in età scolare saranno stati severamente sgridati a scuola quando usavano parole prese dal dialetto e trasferite, secondo il loro ingenuo buon senso, nella forma che pensavano corretta in italiano.

Così usando i termini: spoglia, pevere, mollena, piriotto, renga, scarane, formento, solaro, strazzi, cavedoni, mogliette, zampini ecc. si saranno guadagnati qualche bacchettata sulle dita o un paio di scapaccioni, di quelli elargiti allora senza economia dalla maestra, per non aver riportato invece i corrispondenti: sfoglia, pepe, mollica, imbuto, aringa, sedie, frumento, soffitto, stracci, alari, molle (per il fuoco), attizzatoi ecc. dell’italiano.

Sarebbe stata una piccola consolazione e non si sarebbero sentiti vergognosamente ignoranti se avessero saputo, allora (e ci sembra doveroso fare giustizia almeno adesso), che nel ‘500 a Ferrara, alla Corte degli Este, lo scalco Cristoforo di Messisbugo, nel suo famoso trattato “Banchetti, compositioni di vivande et apparecchio generale” (FE. 1549), nell’italiano di allora, quello delle persone colte che sapevano quindi leggere e scrivere, riportava esattamente quei vocaboli, certamente nella forma ‘italianizzata’ dei corrispondenti vocaboli dialettali usati dai suoi servi di cucina: spója, pévar, muléna, piriòt, rénga, scarànn, furmént, sulàr, straz, cavdùη, mujét, zampìη.

In modo particolare, il termine spoglia compare nella descrizione di tutte le preparazioni nelle quali si parla di pasta spianata, come nell’esempio sotto riportato:

Sfoglie

e anche il compilatore dell’opera e ancora di più il copista del manoscritto avrebbero dovuto fare i conti con la maestra per aver scritto piati, sotille, adaggio, zuccharo oltre a tutto il resto!

Resta il fatto che Messisbugo suggerisce, rivolgendosi a chi si accinge a fare la sfoglia: “tira la detta spoglia tu et uno compagno, tanto che venga sottile come carta”.

Quindi il ‘compagno’, dall’altra parte del tavolo, come viene chiaramente illustrato in una delle immagini che corredano l’analogo trattato “Opera” di Bartolomeo Scappi (VE. 1570)

Cucina rinascimentale

provvederà a tirare letteralmente la sfoglia insieme all’altro che usa il mattarello, il lesgnaturo ovvero il ‘lasagnaturo’, che serve a fare le lasagne di sfoglia spianata, nel nostro dialetto śgnadùr, il lasagnatore, tante volte usato dalle massaie di un tempo anche come ‘arma impropria’ o almeno con intenti minacciosi, ad esempio per scoraggiare chi, di robusto appetito, si fosse avvicinato in un momento non appropriato alla scafa dal paη, allo scaffale dove veniva riposto il pane.

© Floriana Guidetti

Aug 122014
 
Poporo, Quimbaya

Poporo, Quimbaya, Colombia

In questi ultimi anni, interessandomi in situ dei nativi sudamericani, ho notato un diverso approccio storico da parte degli studiosi latinoamericani cercando di superare l’eurocentrismo che ha caratterizzato e caratterizza tuttavia la visione del mondo.

Vari autori si sono sforzati nell’affrontare le questioni partendo dalle ancestrali radici indigene che dovrebbero essere punti-forza per approfondire temi che li riguardano. Basta pensare al filosofo argentino-messicano Enrique Dussel o all’antropologo colombiano Ricardo Saldarriaga Gaviria o ancora all’arche-astronomo peruviano Carlos Milla Villena, persone che, mettendo in dubbio tradizionali opinioni, le hanno sfidate per presentare una diversa tesi.

E allora, il Museo de oro di Bogotà, museo che raccoglie protegge e tramanda dal 1939 un tesoro memoria, fra l’altro, della locale arte orafa, potrebbe essere spunto per considerare che la cultura andina aveva raggiunto uno sviluppo che non aveva nulla da invidiare all’Europa del tempo, una cultura non da intendersi come periferica o secondaria, ma una realtà storica interrotta dall’invasione spagnola e che adesso cerca riprendere i contatti di continuità con le ancestrali memorie (»»qua il Museo de oro Quimbaya in Armenia, Colombia). Una realtà, insomma, che dovrebbe vedere oggi la pacifica convivenza fra l’indigeno, per esempio, Mapuche o Emberá, e l’europeo venuto nel XVI secolo.

Per tal motivo, è valido necessario e doveroso che tali istituzioni siano depositi di memoria non passivi, non semplici vetrine inerte, ma spingano a studiare e approfondite temi che hanno un lungo continuum storico che si intreccia e confluisce in un unico fiume.

YouTube Preview Image

Suggerimenti lettura:

Luoghi e storia, Bogotà, immagini
Chibcha, un popolo fra luce e oscurità
Cultura Quimbaya, Colombia
Laguna di Guatavita, Colombia
Società Quimbaya, immagini

May 272014
 

Ciò che l’occhio è per il corpo,
la ragione lo è per l’anima” (1)

Erasmo da Rotterdam,  Holbein Hans il Giovane, 1530 ca.

Erasmo da Rotterdam, Holbein Hans il Giovane, 1530 ca.

Figura imprescindibile per comprendere il periodo storico in questione, fine Medioevo-inizi dell’Età Moderna, Erasmo da Rotterdam è uno di quei personaggi su cui tanti autori contemporanei e non hanno dissertato.

Desiderius Erasmus, come si firmava, era un uomo dal pensiero poliedrico, razionale per quel si poteva all’epoca, contro la guerra e le ingiustizie, a favore dell’ascolto prima di intraprendere una decisione che avrebbe recato danno all’altro, il dialogo come punto d’appoggio per una necessaria comprensione.

La figura di Erasmo da Rotterdam come intellettuale ha caratteri intrinseci di modernità. Ne ha la complessità di volti e di funzioni; ne ha la tensione di una ricerca sempre in itinere; ne ha la volontà di essere protagonista e insieme mediatrice. Ma ha anche aspetti ulteriori: la fede nella parola stampata; l’atteggiamento del “propagandista” (di idee, di valori); la dimensione internazionale del suo pensiero. Ma soprattutto manifesta due connotati decisivi: l’essere testimone e interprete dei valori in gestazione del Moderno (l’individualità e la coscienza; la tolleranza; la pace; la persuasione razionale: valori che si dipanano in Occidente, pur tra ecclissi e contrasti, dall’Umanesimo all’Illuminismo, e anche oltre, e che proprio la “classe dei colti” elabora, richiama, propugna), e di esserlo in un modo costante e convinto all’interno di un itinerario esistenziale e intellettuale tormentato e carico di tensioni; l’assumere un ruolo di “educatore” della società nel suo complesso, alla quale indica non solo valori e ideali, ma anche gli strumenti per realizzarli e uno stile di vita per incarnarli. (2)

Umanista, dunque, che avrebbe influenzato i pensieri e le tendenze non solo del XVI secolo, ma anche quelli a venire, amico, fra l’altro, di Tommaso Moro.

Come umanista Erasmo si sente apparentato alla società dalla duttile forza della parola che ne saggia criticamente le valenze in termini di ironia, sarcasmo, gioco allusivo, bonariamente lungimirante, tolleranza magnanina, moralismo contenuto.
Rivive in lui la vena ilare di tanta letteratura pagana, irrobustita dall’arguzia umanistica di Boccaccio, Leonardo Bruni, Poggio Bracciolini, che avevano recentemente espresso pratica di mondo precisamente in qualità di cristiani rinascimentali. […] (3)

La follia scende dal palco, Hans Holbein il Giovane, 1515

La follia scende dal palco, Hans Holbein il Giovane, 1515

Vissuto in un’epoca irrequieta dal punto di vista religioso, ricordiamo Lutero e i vari “riformatori” della chiesa cattolica,

Erasmo fu spesso definito come «teologo» dai suoi contemporanei. Ci possono essere motivi per etichettarlo in questo modo invece che «umanista», «educatore» o «intellettuale», ma non ne consegue che tutte le opere di Erasmo siano teologiche. (3)

Questi pochi accenni per considerare che ci troviamo davanti un uomo che regalò all’umanità importanti tesi su cui riflettere, su cui costruire un mondo meno bellicoso, un mondo in cui la conversazione, la comunicazione dovrebbe essere pilastro della nostra società.

Erasmo da Rotterdam con il suo segretario Gilbert Cousin

Erasmo da Rotterdam con il suo segretario Gilbert Cousin

*****

– 1. Erasmo da Rotterdam, Il libero arbitrio, Fabbri ed., Milano, 1996.
– 2. a cura di Franco Cambi, Erasmo da Rotterdam, Sulle buone maniere dei bambini, Armando ed., 2000, pag. 9.
– 3. Erasmo da Rotterdam, Elogio alla follia, Newton Compton ed., Roma 1995, dall’Introduzione di Paolo Miccoli.
– 4. a cura di Erika Rummel, I colloqui di Erasmo da Rotterdam, Jaca Book, Milano, 1997, pag. 13.

May 022014
 

“Risalta meravigliosamente bene dai lavori mirabili
ai quali Keplero ha consacrato la sua vita,
che la conoscenza non può derivare dall’esperienza sola,
ma che occorre il paragone fra ciò che lo spirito umano
ha concepito e ciò che ha osservato.” (1)

Giovanni Keplero

Giovanni Keplero

Figlio del percorso scientifico a cavallo fra il ‘500 e il ‘600, contemporaneo di Galileo Galilei, assistente di Tycho Brahe, Giovanni Keplero (1571-1630) incarna quella serie di ricercatori a tutto campo che iniziarono ad accettare le teorie copernicane dell’eliocentrismo, teorie che venivano già da Aristarco di Samo (310 a. C. circa – 230 a. C. circa), interrotte dalla concezione aristotelico-tolemaica.

E Keplero, a suo modo, fu un eroe nel percorrere strade che andavano controcorrente, approvando, per esempio, i lavori alternativi dell’italiano Galileo, quantunque ancora legato, il tedesco, a una visione del mondo che stentava allontanarsi dalla contemplazione religiosa degli eventi:

Ma l’astrologia di Keplero, uomo di natura religiosa e mistica, a parte l’aspetto pratico, è soprattutto visione antica delle cose, dominata dal misterioso rapporto tra l’uomo e il cosmo. In tutto ciò che accade, Keplero cerca uno scopo, un ordine superiore, e crederà di trovare l’armonia del mondo in contemplazioni di tipo geometrico. (2)

YouTube Preview Image

Ben sappiamo che i secoli in questione, nel nostro caso, erano decenni in cui tutto girava intorno alla Chiesa o ad altre realtà mistiche, per cui:

Dio è infatti per Keplero fonte della geometria e nella creazione copera come un geometra, prendendo a modello le forme dei poliedri regolari (come già nel Timeo platonico operava il Demiurgo); ne consegue che ogni parte dell’universo corrisponde a principi e archetipi geometrici esistenti a-priori in Dio. Ed è usando l’analogia che Keplero mette in rapporto l’universo con l’azione creatrice divina in generale.(3)

Ma il rapporto tra Keplero e Galileo non fu un rapporto facile, seppur uniti nel rifiutare la cosmologia tradizionale, aderendo al copernicanesimo, un rapporto complesso, un rapporto che vedrà l’italiano costretto all’abiura e il tedesco scomunicato dalla chiesa luterana.

Ricordato per le tre leggi sul moto dei pianeti, il suo contributo spazia inoltre all’astronomia all’ottica alla geometria alla musica, un testimone che rappresentava un tardo umanesimo ancora presente, una cultura che si muoveva per i più disparati campi dello scibile umano, anteponendo alla parola scritta la parola della natura, la visione diretta, di prima mano.

YouTube Preview Image

Il nostro uomo ha un carattere forte, deciso, spigoloso, ha un linguaggio colorito, il suo corpo è frequentemente attaccato da malattie, pur sempre capace di estasiarsi alla vista di un’eclisse di luna, come allo scintillare delle lontane stelle.

Keplero, lo abbiamo accennato, fu anche un musico, anticipando le recenti scoperte sui “suoni” dei pianeti, e in quanto tale:

Riprendendo idee care a Pitagora e a Platone, e di cui si trovano tracce lungo tutta la storia del pensiero medievale, Keplero cercava di dare basi scientifiche al concetto di «musica delle sfere», l’idea secondo la quale ogni pianeta, nel suo moto intorno al Sole, produce un suono ben preciso. Secondo Keplero, la particolare nota musicale emessa doveva essere legata al periodo dell’orbita.(4)

YouTube Preview Image

Lo scienziato morirà ad appena 58 anni, povero, in disgrazia, la cui tomba fu distrutta dalle truppe di Gustavo Adolfo durante la Guerra dei Trent’anni, rimanendo solo le parole con cui lui stesso si identificava:

Mensus eram coelos, nunc terrae metior umbras. Mens coelestis erat, corporis umbra iacet. (Misuravo i cieli, ora fisso le ombre della terra. La mente era nella volta celeste, ora il corpo giace nell’oscurità).

*****

– 1. Albert Einstein, Come io vedo il mondo, Newton Compton, Roma, 1982.
– 2. Mario Rigutti, Storia dell’astronomia occidentale: l’universo sfuggente, Giunti, Firenze, 1999, pag. 87.
– 3. Laura Tundo, L’utopia di Fourier: in cammino verso armonía, Ed. Dédalo, Bari, 1991, pag. 21.
– 4. Amedeo Balbi, La musica del Big Bang: Come la radiazione cosmica di fondo ci ha svelato i segreti dell’Universo, Springer-Verlag, Roma, Milano, 2007, pgg. 113, 114.

Apr 192014
 
Martin Lutero, eretico, di Gaspar Bouttats, XVII sec.

Martin Lutero, eretico, di Gaspar Bouttats, XVII sec.

Geniale figura del Cinquecento, uomo più intuitivo che sistematico e meditativo, cresciuto in un ambiente cattolico severo, contadino e volgare, ma anche superstizioso, Martin Lutero incarnò le “scosse” religiose dell’epoca, preparando e aprendo il terreno a scissioni che smuoveranno le basi della Chiesa. Lutero, in poche parole, riaccese un fuoco che da decenni covava, un fuoco che aspettava essere rimosso per propagarsi per le vie che oggi conosciamo.

Bisogna pur ricordare che

Perché un’idea nuova ottenga successo, è decisivo che attorno ad essa si formi una corrente che la sostenga e la propaghi. Colui che la enuncia deve trovare degli uditori pronti a diffonderla, dei partigiani dei quali divenire il capo.
Lutero trovò e si formò un tale ambiente, dapprima nelle aule, tra i colleghi dell’università di Wittenberg, poi nel suo ordine. (1)

Insomma,

Lutero poi, sotto tutti i punti di vista, esercitava un prodigioso potere di attrazione sulla gioventù studiosa di tutti i paesi. (2)

E allora, la stessa università di Wittenberg – fondata da Federico il Saggio nel 1502/3 in cui lo stesso Martin insegnerà -, sebbene non ancora luterana, sarà focolaio di propagazione delle idee del riformatore tedesco, studenti colleghi amici nemici saranno veicoli di trasmissione, varcando i limiti locali, paesani, territoriali, della stessa scuola e dello stesso ordine.

Giacché, dicono,

Lutero e il cardinale Caetano, Francesco Salviati, affresco 1550-1560 ca.

Lutero e il cardinale Caetano, Francesco Salviati, affresco 1550-1560 ca.

[…] Lutero era uno spirito bellicoso e fanatico, amante della lotta e dello scontro frontale […].
Lutero aveva un concetto fortemente pessimistico dell’uomo e considerava ogni sua forma di agire intellettuale e morale assolutamente impotente in ordine alla salvezza, per cui non poteva giudicare positivamente né gli sforzi della filosofia né quelli della morale: tutto questo andava disprezzato e calpestato in nome della theologia crucis. (3)

In tutto ciò, nella sua “umiltà” scriveva:

Mi ha dato [Dio] vestiti e scarpe, mangiare e bere, casa, moglie e figlio, campo, bestiame e tutti i beni… e tutto questo senza merito né dignità alcuna da parte mia, per pura, paterna, divina misericordia. Per tutto questo io devo ringraziarlo e lodarlo, servirgli e obbedirgli.”(4)

La cui conversione interiore

[…] per quanto riguarda la teologia, era già maturata nella convinzione che la teologia avesse bisogno di una riorganizzazione, che la portasse ad un rinnovamento radicale. La Bibbia, Agostino e la mistica avevano orientato e condotto a maturazione la sua conversione teologica. Già le prime dichiarazioni di Lutero permettono di cogliere la sua ribellione contro il vuoto del meccanicismo teologico.”(5)

E così, mentre

[…] in Germania Lutero divulgava le sue tesi, in Vaticano si allestivano spettacoli teatrali. Sotto Giulio II la situazione era stata seria, ma non disperata; adesso era disperata, ma non la si considerava seriamente. Tra lazzi e  danze, si andava incontro alla rovina. (6)

*****

– 1. Joseph Lortz,  La Riforma, ed. Jaca Book, Milano, 1971, vol.1, pag. 240.
– 2. Joseph Lortz,  La Riforma, op. cit., pag. 328.
– 3. Battista Mondin, Storia della teologia, Edizioni Studio Domenicano, Bologna, 1996, vol. 3, pag. 189.
– 4. Martin Lutero, Scritti religiosi, a cura di Valdo Vinay, Utet, Torino, 1967.
– 5. Joseph Lortz,  La Riforma, op. cit., pag. 240.
– 6. Ludwig Hertling, Angiolino Bulla, Storia della Chiesa, Città Nuova editrice, Roma, 2001, pag. 304.

Mar 252014
 

Abbiamo trattato (»»qua) delle calzature del periodo rinascimentale, ‘400-‘500, e le abbiamo viste raffigurate in alcuni dei tanti dipinti europei dell’epoca. Ma come erano in realtà, come si sentivano al tatto? Ecco due immagini, grazie al MMA, in cui possiamo ben distinguere la loro forma, il loro essere, in questo caso, di cuoio, una bassa, l’altra alta allacciata: insomma potremmo quasi percepirle al tatto. Scarpe popolari fra il XV e XVI secolo provenienti da un sito archeologico lungo il fiume Tamigi nei pressi di Londra.

Scarpa inglese del XVI secolo

Scarpa popolare inglese del XVI secolo, a collo medio.

Scarpa popolare inglese del XVI secolo, bassa.

Scarpa popolare inglese del XVI secolo, bassa.

 

Mar 182014
 
Solimano il Magnifico da giovane

Solimano il Magnifico da giovane

Ha fama di essere molto giusto, dimodoché quando è bene informato non fa torto ad alcuno. […] È uomo che per la continua pratica che ha avuta già tanti anni che è nell’imperio, intende tutte le cose molto bene, e si risolve il più delle volte al meglio.” (1),

scriveva alla metà del ‘500 l’ambasciatore veneziano Bernardo Navagero parlando del sultano Süleyman Khan.

L’impero ottomano ebbe la sua massima espansione sotto Solimano il Magnifico (1494-1566), un impero che raggiunse le porte di Vienna dopo aver conquistato l’Ungheria e territori vicini, mantenendone il controllo per ben oltre 150 anni. Ad est, l’Iraq veniva assoggettato (1534) dopo esser stato tolto ai Safavidi dell’Iran, inoltre, buona parte dei porti del Mediterraneo erano nelle sue mani, con una flotta che dominava quasi incontrastata. Insomma, l’egemonia ottomana, verso gli ultimi anni del regno di Solimano, andava dall’Asia all’Africa all’Europa, con una capitale, Istanbul, che contava circa 400.000 abitanti, raggiungendo i 700.000 alla fine del suo governo, sicuramente una delle città più popolose del periodo (XVI sec.).

Istanbul, in cui confluivano, liberamente o portati dallo stesso sultano, vuoi genti dai più disparati luoghi per sviluppare ulteriormente le attività commerciali, vuoi artigiani e operai per abbellire ancor più la città, vuoi ancora diplomatici, letterati, artisti di ogni genere. E il Palazzo Topkapı fu motore del tutto, da cui partiva ogni idea, ogni progetto, ogni proposta, raggiungendo le estreme periferie del vasto dominio, adeguandosi poi alle varie realtà locali.

Elmetto ottomano, metà XVI sec.

Elmetto ottomano, metà XVI sec.

Rilevante fu dunque la crescita economica con i relativi scambi che interessavano buona parte del territorio, un territorio in cui anche le arti, la letteratura, le scienze, le matematiche avevano fatto da protagoniste. Così vigorose le attività culturali, a tal punto che qualcuno disse essere stato quel secolo il “Golden Age” del Medio-Oriente, proprio quando il Rinascimento italiano iniziava a trasformarsi, lasciando semi che si svilupperanno ben oltre le frontiere europee. Fra gli artisti ricordiamo Ahmad Karahisari (1468–1566), uno dei più importanti calligrafi del tempo – suo uno dei preziosi Corani scritti per Solimano il Magnifico -, i pittori Shahquli e Kara Memi che illustrarono, fra l’altro, diverse pagine delle Scritture sacre musulmane.

Formulando stili unici, con occhio attento al passato, gli artisti hanno sviluppato esempi davvero alti di codici miniati, di armature e armi, oggetti modellati in oro e argento, lavori di legno intarsiato, recipienti di ceramica, piastrelle, arazzi, tappeti: in sostanza, l’arte di quelle terre ebbe tanto splendore e fecondità che lascerà un’impronta indelebile a cui tanti successivamente attingeranno. Vestigie tuttavia visibili ai nostri giorni.

Decenni altresì di fioritura architettonica, come la costruzione degli edifici pubblici progettati da Sinān (1489/90 ca.-1588), capo del Corpo degli Architetti Reali, personaggio, Sinān, particolarmente celebre e importante, sebbene qualcuno dica essere stato poco originale e innovativo, altri critici lo identificano come il Brunelleschi del Medio-oriente. Delle centinaia di lavori, ricordiamo le moschee di Shehzāde e di Solimano (Suleimaniyye) a İstanbul.

Oltre a edifici sacri, Solimano, abile mecenate cui piaceva ispezionare personalmente i lavori, fece erigere anche scuole, ospizi, mense, mercati, caravanserragli, bagni pubblici in varie parti del suo regno, ogni opera tenendo in contro le tradizioni indigene, così come gli elementi tipici del luogo.

Fatti ed eventi che giocarono un ruolo davvero stimolante nello sviluppo dell’Europa del Cinquecento.

Manoscritto illustrato, metà XVI sec.

Il Futuh al-Haramain è una guida per coloro che vanno in pellegrinaggio alla Mecca e in altri luoghi sacri alla fede musulmana. Di solito, questi testi comprendono descrizioni di rituali e preghiere, oltre a una serie di immagini dei santuari e di vari luoghi di pellegrinaggio.
L’illustrazione di sopra mostra la pianura di Arafat.

*****

- 1. in Alessandro Barbero, Solimano il Magnifico, ed. Laterza, 2012, kindle pos. 15.

Mar 132014
 

Quando mi trastullo con la mia gatta,
chi sa se essa non faccia di me il proprio passatempo
più di quanto io faccia con lei?
(Michel de Montaigne)

Animale presente nelle raffigurazioni pittoriche fin dalla preistoria, passando, fra l’altro, per gli egizi poi saltando nella Grecia classica e nella Roma imperiale, per giungere rafforzato e indenne al nostro oggi, il gatto ha avuto un posto d’onore, insieme al cane, nei quadri rinascimentali, elemento che va oltre il decorativo o il semplice simbolismo, gatto che poteva identificare il male, il bene, l’astuzia, l’indipendenza o addirittura rappresentare le varie razze nell’epoca in questione, diventando con il tempo animale domestico caro ai bambini, partecipe finanche dei salotti perbene. Il gatto è presente nell’Ultima cena, accanto alla Madonna, nella Sacra famiglia, nell’Arca che lo salva,  fra Adamo ed Eva, nelle cucine, giocando con i bambini, accarezzato da donne, dietro a principi e conti, mentre dorme, sbadiglia, si diverte con un cestino o con un ragazzo: insomma sembra sia proprio, azzarderemo dire, il Rinascimento del gatto!

Di seguito una breve serie di immagini di gatti nei dipinti del Cinquecento.

Gatto, volpe e scimmia. Dettaglio da Creazione degli animali, Libro d'ore, Francia, seconda metà XVI sec.

Gatto, volpe e scimmia. Dettaglio da Creazione degli animali, Libro d’ore, Francia, seconda metà XVI sec.

Ritratto di Cleophea Holzhalb con gatto, Hans Asper, 1538

Ritratto di Cleophea Holzhalb con gatto, Hans Asper, 1538

Ritratto di donna con gatto, Ambrosius Benson, 1540 ca.

Ritratto di donna con gatto, Ambrosius Benson, 1540 ca.

Due ragazzi con gatto, Annibale Carracci, 1588 ca.

Due ragazzi con gatto, Annibale Carracci, 1588 ca.

Giovane donna con gatto, Francesco Bacchiacca, 1525

Giovane donna con gatto, Francesco Bacchiacca, 1525

La cucina, Vincenzo Campi, 1580 ca.

La cucina, Vincenzo Campi, 1580 ca.

Henry Wriothesley, attribuito a John de Critz il vecchio, 1603 ca.

Henry Wriothesley, attribuito a John de Critz il vecchio, 1603 ca.

L'Ultima cena, Leandro Bassano, fine XVI sec.

L’Ultima cena, Leandro Bassano, fine XVI sec.

Mar 092014
 

Il 1580, quando già Lima era capitale di un vasto regno spagnolo nell’America del dopo Colombo, è l’anno della definitiva fondazione di Buenos Aires: l’11 giungo, Juan de Garay (1528-1583) la chiama Ciudad de la Santisima Trinidad y Puerto de Santa Maria del Buen Ayre.

Ma la città aveva ricevuto un primo battesimo già il 3 febbraio 1536, quando lo spagnolo Pedro de Mendoza (1487 ca.-1537) aveva stabilito un insediamento con il nome di Nuestra Señora del Buen Ayre, in una regione abitata da aborigeni noti come querandíes. Carestia e conflitti con i locali furono motivi per abbandonarla, distruggendo, gli stessi spagnoli, la località nel 1541.

Buenos Aires dopo la prima fondazione, 1536

Buenos Aires dopo la prima fondazione, 1536

In quel fine ‘500, il luogo aveva ben poco da offrire, ché l’unica cosa attrattiva erano le fertili terre intorno al fiume Paranà, oltre al fatto che si trovava ben lontano dai luoghi di commercio spagnoli e portoghesi del tempo. “La colonia porteña sorse modesta, ridotta e democratica”. (1)

In questa città… non ci sono altri stati sociali… che l’ecclesiastico, il militare, il commerciante, il lavoratore e i mestieri meccanici” (2), scriveva il Cabildo sulla struttura sociale del XVIII secolo. Cosicché nella piazza principale, accanto al potere religioso – grande importanza ebbero i gesuiti nell’evangelizzazione – che si centrava nella chiesa, viveva quello politico militare, con intorno le abitazioni della famiglie più rappresentative.

Ricordando che a Lima erano i nobili a prevalere e dirigere le sorti di quei territori, qua, nel profondo sud americano, erano invece i commercianti a giocare un ruolo di primo piano. Attività principale era l’agricoltura che, sebbene limitata nella produzione, riusciva a soddisfare il fabbisogno locale, agricoltura inoltre pregiudicata da una legislazione che favoriva l’allevamento del bestiame.

Paraguay, Rio de la Plata e province limitrofe, Jan Jansson,1640 ca.

Paraguay, Rio de la Plata e province limitrofe, Jan Jansson,1640 ca.

La corona spagnola agevolava per lo più i porti sul Pacifico, per i preziosi carichi, piuttosto che quelli sull’Atlantico, per cui lo scalo argentino riceveva ben pochi vascelli provenienti dalla madre patria, 1-2 l’anno, talvolta nessuno.

E allora bisognava darsi da fare altrimenti.

Mentre i commercianti a cambio d’oro e argento o cuoio trafficavano dal vicino Brasile, in modo legale o no, ferro, zucchero, tessuti, schiavi negri, e merce varia, gli ecclesiastici e i militari dominavano nella politica e nell’aspetto spirituale. I funzionari ricevevano in denaro contante il loro stipendio, elemento da considerare importante in una zona in cui scarseggiava e per lo più ci si rivolgeva al baratto.

Bisogna pur considerare che solo chi partecipava ai vari commerci poteva dirsi persona influente, difatti, riportano le cronache, non si conosce prelato, militare o funzionario pubblico che abbia avuto un certo potere senza aver negoziato direttamente o indirettamente, ricavandone buoni compensi.

*****

– 1. Guillermo Céspedes del Castillo, Lima y Buenos Aires, in Félix Luna, Historia integral de la Argentina, 2, El sistema colonial,  Booket, 2009, pag. 250.
– 2. Félix Luna, Historia integral de la Argentina, 2, El sistema colonial, op. cit. pag. 250.

Feb 162014
 

La scoperta dell’America ha dato avvio altresì, nel medio lungo periodo, a una trasformazione politico economica e sociale che ha interessato mezzo mondo, forse il mondo intero. Le vie commerciali, che una volta avevano il Mediterraneo come centro, sono adesso spostate verso l’Atlantico e i paesi del nord Europa, fra cui Olanda Francia Inghilterra. Le politiche esteriori degli stati europei guardano con occhio attento alle nuove terre e alle possibilità di arricchirsi e ampliare i propri confini. Le società di casa nostra vedranno persone e merci giungere da oltreoceano, indigeni inviati in Inghilterra, per esempio, a scopo di studio – ricordiamo Jemmy Button arrivare a Londra dal profondo sud americano -, non dimenticando poi l’enorme tratta degli schiavi, così come prodotti agricoli prima sconosciuti, mais patata fagioli, e tanto altro ancora.

Diamo pertanto suggerimento di tre, dei tantissimi testi, che potrebbero introdurci all’argomento in questione.

La conquista dell'America

Partiamo da un volume necessario e utile per capire chi era “l’altro”, chi erano gli indigeni, che rapporto hanno avuto con i conquistatori nel trascorso degli eventi avvenuti durante la conquista del Messico. Erano considerati inferiori o riconosciuti uguali? Tzvetan Todorov in La conquista dell’America analizza con spirito investigativo la storia di un popolo la cui cultura è stata quasi del tutto distrutta.

*****

Conquista. La distruzione degli indios americani

Ma quali furono le cause della loro scomparsa? Quali sono stati i meccanismi che hanno permesso la loro sconfitta essendo pur più numerosi degli spagnoli o degli europei in generale che sbarcavano in quelle terre? Nel suo Conquista. La distruzione degli indios americani, Massimo Livi Bacci ci porta nelle testimonianze di quegli eventi che hanno condotto al loro annientamento, annientamento causato anche, dice l’autore, per la natura umana delle società sottomesse.

*****

Verso il nuovo mondo. L'immaginario europeo e la scoperta dell'America

Francesco Surdich, Verso il nuovo mondo. L’immaginario europeo e la scoperta dell’America. Motivazioni politiche religiose economiche spinsero a ricercare nuove vie di comunicazione, vie che dettero come risultato la scoperta di terre al di fuori dai paradigmi di quel periodo, mettendo l’Europa difronte a una realtà ben diversa e distinta. L’esplorazione dell’America, oltre a sconvolgere tutta una serie di archetipi scientifici e religiosi, fu la porta d’ingresso verso la costruzione di una nuova società, oggigiorno alla base del nostro modus vivendi.

Feb 132014
 
El Primer nueva corónica y buen gobierno, Guamán Poma

El Primer nueva corónica y buen gobierno, Guamán Poma

14 febbraio 1615,
Santiago de Chipao, provincia di Lucanas,
Departamento de Ayacucho, odierno Perù

L’inca Felipe Guamán Poma de Ayala fa sapere al re spagnolo Filippo III che ha appena finito di scrivere le oltre 1200 pagine del suo “El Primer nueva corónica y buen gobierno”, dove annotava tutto ciò aver appreso nei suoi ottanta anni di vita (?), una relazione che trattava della società andina, dagli inizi passando per gli inca fino alla colonizzazione spagnola. Relazione ancora che evidenziava la profonda crisi che stava attraversando tutta la zona dopo la conquista da parte delle truppe iberiche.

Nella complessa descrizione dei fatti, Guamán Poma invitava il sovrano affinché fermasse la distruzione di un’antica società che, costretta a lavorare con la forza nei campi e nelle miniere a ritmi sovrumani, a stento sopravviveva ai nuovi arrivati.

Il testo includeva peraltro 398 disegni che risaltavano visivamente le sue posizioni, in particolar modo sull’abuso coloniale commesso verso la popolazione nativa.

Non si sa se lo scritto sia giunto in alcun modo nelle mani del re, il fatto è che attualmente si trova in una biblioteca danese (»»qua).

Ciò per evidenziare un testo di notevole importanza nello studio degli eventi di quei decenni, un testo scritto da un indigeno, Guamán Poma, di nobile famiglia, che crebbe fra gli spagnoli, apprendendone usi costumi lingua religione, elementi che cercava trasmettere alla sua gente e che, nello stesso tempo, difendeva tenacemente.

E a proposito degli inca, di quella somma di culture che dominò per circa un secolo le terre dal sud della Colombia fino a buona parte del Cile, passando per il Perù, l’Equador e la Bolivia, di seguito una serie di articoli:

L’economia nell’impero inca
Gli incas e la patata
Gli incas e le abitazioni
Gli incas e il matrimonio
Gli incas e le loro vie di comunicazione
Machu Picchu, Montaña vieja
Gli incas e la musica, danza, teatro
Lima, città dei re

iscriviti alla babilonia61 newsletter

distinguiti dalla massa, ama la cultura

 

→ e scarica gratis un e.book in formato pdf che raccoglie, a mo’ di rivista, una serie di articoli

dedicati alla storia moderna, con immagini e video: