Dec 202014
 
Battaglia di Pavia, 1525, aut. fiammingo sconosciuto

Battaglia di Pavia, 1525, aut. fiammingo sconosciuto

Accennando all’Umanesimo, al Rinascimento, alle varie coeve scoperte geografiche principalmente portoghesi e spagnole, il prof. Giuseppe Galasso ci spiega le Guerre d’Italia, entrando nel periodo storico moderno, punto di partenza temporale che prepara il terreno al nostro mondo contemporaneo. Una serie di eventi diplomatici e bellici dal 1494 al 1559, dagli accordi talvolta di fragile equilibrio, che vedranno formarsi poco a poco i vari Stati europei, Stati connessi fra loro spesso per legami dinastici, Stati che dipenderanno l’uno dall’altro con una serie di trattati che cercheranno evitare l’egemonia di uno di loro.

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Dec 152014
 
Cattedrale di Valencia

Cattedrale di Valencia, consacrata nel 1238, edificata su un’antica moschea che a sua volta poggiava le basi su una cattedrale visigota.

Valencia. È martedì, 9 dicembre 2014, esco da casa intorno le ore 8:30 del mattino. Le strade attorno al mio appartamento si riempiono poco a poco di venditori ambulanti, è il mercato rionale settimanale, una babele che invita a comprare le più disparate merci, da coperte e mantelli prodotti in Thainlandia, a pentole e tegami italiani, a calze e calzettini francesi, a viti e cacciaviti che ricordano la Russia pre-Gorbaciov. Oggetti offerti non solo dai locali venditori valenciani, ma perfino di origine asiatica, cinesi coreani indiani, così come africani, marocchini algerini tunisini maliani, un cosmopolitismo visibile e tangibile che potrebbe ricordare, in un certo qual modo, la Spagna musulmana del XIII-XIV-XV sec., poco prima della cacciata degli ebrei, 1492.

E la storia di Valencia ha avuto uno sviluppo non solo legato alla penisola Iberica e all’Europa, ricordiamo Carlo I di Spagna ovvero Carlo V d’Asburgo, ma anche alla tradizione musulmana, con la dinastia omayyade che giunse nell’VIII sec. in quella che si chiamerà al-Andalus.

Cattedrale di Valencia dedicata all'Assunzione di Maria, cupola a forma ottagonale.

Cattedrale di Valencia dedicata all’Assunzione di Maria, cupola a forma ottagonale.

La città divenne, nel trascorso dei secoli e con alti-bassi, uno dei principali centri commerciali grazie al suo porto e ai suoi traffici con mezza Europa e Africa, uno sviluppo che favorì inoltre le arti e la cultura in generale. È proprio nella seconda metà del ‘400 che arriva il primo torchio da stampa, pubblicando, nel 1478, la prima Bibbia a caratteri mobili in una lingua neolatina.

Periodo d’oro che iniziò il declino con i viaggi di Colombo verso l’America e lo spostamento dei traffici mercantili dal Mediterraneo verso l’Atlantico (inizi-metà XVI sec.). Epoca, d’altronde, caratterizzata dal clima di terrore dell’Inquisizione e dalla Controriforma, dall’espulsione degli ebrei e dei musulmani (1609), epoca ancora, in cui si susseguono una serie di proteste popolari contro monarchia e nobiltà (vedi la ben nota “rebelión de las Germanías”, 1520-1522).

Il Municipio di Valencia nel Natale del 2014

Il Municipio di Valencia nel Natale del 2014, espressione neoclassica e neobarocca del XVIII sec.

Nel Seicento si ha un rafforzamento del potere assolutista, incarnato da Filippo IV d’Asburgo (1605-1665), nel vasto impero che aveva oramai raggiunto la massima espansione territoriale e che stava fallendo le necessarie riforme politiche ed economiche. Cosicché Valencia perse il controllo sulle cariche municipali, permettendo al re immischiarsi in quelle competenze una volta della città.

Il XVII secolo vide oltretutto le strade vestirsi di palazzi e dimore barocche (Palacio del Marqués de Dos Aguas) e di facciate (Convento di San Domenico), di fari e di fiaccole per preparare magiche atmosfere, di spettacoli di potere, di celebrazioni per osannare l’assolutismo, di affollate processioni religiose.

Alla morte di Carlo II (1661-1700) e con la Guerra di Successione spagnola (1701-1713) si raggiunse il vero tramonto della città: oramai il Regno di Valencia non aveva più indipendenza politica e giuridica. Un declino in cui apparirà una debole luce solo nel XVIII secolo grazie all’industria tessile e della ceramica, sebbene il porto non avesse più le buoni funzioni di una volta. Prodotti, quelli della seta e degli azulejos, che approdarono finanche nelle lontane terre americane.

Il Mercato centrale di Valencia

Il Mercato centrale di Valencia, in stile modernista, fu iniziato a costruire, così come lo vediamo oggi, nei primi anni del XX sec.

L’Illuminismo fu introdotto per via di personaggi di prestigio come lo storico e linguista Gregorio Mayans (1669-1781) o il numismatico e filologo Pérez Bayer (1711-1794). Un movimento di idee che diede vita alla Sociedad Económica de Amigos del País, che cercava diffondere le nuove concezioni oltre che le recenti acquisizioni tecniche e scientifiche.

La regione valenciana è peraltro nota per aver dato natali a famosi personaggi e artisti fra i quali a Joanot Martorell (1413-1468), scrittore, autore di Tirante el Blanco (1511), uno dei primi romanzi moderni della letteratura cavalleresca europea dell’Età moderna, o a Joaquín Sorolla (1863-1923), pittore ben celebre nei cui quadri imprime la tipica luce del Mediterraneo, o ancora all’architetto Santiago Calatrava e tanti tanti altri ancora.

Oggigiorno è conosciuta – certamente non solo – per la Città delle arti e delle scienze, così come per Las Fallas, festa popolare in onore a San Giuseppe, per la paella valenciana e, non per ultimo, per l’horchata de chufa.

Dec 072014
 
San Gerolamo sorretto da un angelo,1593, Jacopo Ligozzi

San Gerolamo sorretto da un angelo,1593, Jacopo Ligozzi

All’epoca ben popolare in Europa, oggi passato in secondo piano, Jacopo Ligozzi (1547-1627) fu un pittore, come si suole dire, a tutto tondo, nel senso che pur interessandosi principalmente di rappresentare flora e fauna, era sempre pronto a soddisfare esigenze di corte, ritratti, temi religiosi, arazzi, arredi, decorazioni, chiamato, fra l’altro a servizio dal Granduca di Toscana Francesco I. Un pittore delicato, preciso, attento ai particolari, che sapeva cogliere con sapienza le esigenze dei committenti. Di lui ricordiamo per esempio San Gerolamo sorretto da un angelo, del 1593, sicuramente la tela più rappresentativa. Di seguito una serie di video.

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Nov 212014
 
Bautizo de judíos conversos

Bautizo de judíos conversos

Il percorso degli ebrei nella Storia è stato un cammino dibattuto, controverso, incerto, doloroso. La prof.ssa Anna Foa, dell’Università di Roma “La Sapienza”, ne presenta un quadro che va dall’Impero romano al Medioevo all’Età contemporanea passando per la Moderna. Storia di una minoranza che, direttamente o indirettamente, tanta influenza ha avuto nelle decisioni economiche politiche e sociali.

In particolar modo in una Chiesa che, sebbene non li ritenesse eretici, sebbene non sottoposti all’Inquisizione, sembrava “ossessionata” con essi, adottando scelte a volte discutibili, a volte tolleranti, altre volte accettandone la presenza. Basti ricordare la funzione dei ghetti, dal primo veneziano al romano… Fino a raggiungere gli anni della nostra attuale società dove sembrano più o meno integrati nella vita quotidiana.

Nov 162014
 

Boton quiz

  1. Quale fu il motivo principale per il quale si giunse alle Guerre d’Italia?
  2. Quale fu la scintilla che innescò i primi combattimenti di fine XV sec.?
  3. In quali anni avvenne il conflitto?
  4. Chi furono i due maggiori contendenti?
  5. In quale battaglia fu fatto prigioniero il sovrano francese Francesco I?
  6. Quale pace sancì definitivamente la chiusura delle contese?
  7. Alla fine degli eventi bellici, quale stato si eresse come potenza europea?
  8. Pur autonomo, da che parte stava il papato alla fine delle guerre?
Le truppe francesi entrano a Napoli, febbraio 1495, in Cronaca figurata del Quattrocento di Melchiorre Ferraiolo, 1498 ca.

Le truppe francesi entrano a Napoli, febbraio 1495, in Cronaca figurata del Quattrocento di Melchiorre Ferraiolo, 1498 ca.

*****

Risposte:

  1. La rivendicazione da parte di Carlo VIII di Francia al diritto del trono di Napoli, in quanto discendente di Maria d’Angiò, nonna paterna.
  2. La discesa in Italia delle truppe francesi che, incontrastate, raggiunsero Napoli nel febbraio 1495.
  3. Le principali battaglie avvennero fra il 1494 e il 1559, la maggior parte in territorio oggi italiano.
  4. Spagna e Francia furono i due principali belligeranti, accompagnati a loro volta dal Sacro Romano impero, da Venezia, dal Ducato di Milano, dallo Stato Pontificio e varie piccole realtà locali.
  5. Nella ben famosa battaglia di Pavia, 24 febbraio 1525, scontro in cui gli archibugi e i cannoni ebbero ruolo rilevante.
  6. La pace di Chateau-Cambrésis nell’aprile 1559.
  7. L’impero spagnolo si eresse per un buon secolo a venire come potenza europea, reggendo le sorti direttamente o indirettamente di buona parte dell’Italia, fra cui Sicilia, Napoli, Milano, Sardegna.
  8. Generalmente da parte spagnola, anche per l’appoggio ricevuto, prima da Carlo V e poi da Filippo II, alla Controriforma cattolica.
Oct 272014
 
La costruzione dell'Arca, Cronache di Norimberga, 1493

La costruzione dell’Arca, Cronache di Norimberga, 1493

Non bisogna mai sottovalutare l’importanza dei commerci marittimi nella storia dell’uomo, dagli albori della nostra civilizzazione fino ad oggi, oramai imprescindibili nella nostra vita quotidiana.

Ibn Battuta, il viaggiatore e scrittore marocchino che percorse l’Asia nel XIV secolo, scrisse che il commercio di tutto il mondo fra la costa del Malabar (nell’India) e la Cina avveniva con barche cinesi.” (1)

Il lungo dinamico percorso che va dalla pentecontera fenicia alla trireme greca fino alla galea medievale finisce per evolversi, nell’età moderna, verso imbarcazioni più maneggevoli che sfrutteranno maggiormente i venti e meno i remi. Percorso che vedrà impegnato non solo l’occidente, ma anche l’oriente:

Ognuno dei grandi barchi da guerra erano lunghi 150 metri (444 chi, l’unità di misura cinese standard, equivalente a circa 32 centimetri) e circa 50 metri di larghezza: sufficiente per alloggiare 50 barche da pesca.” (2)

Navi così come appaiono nella mappa di Fra Mauro del 1460.

Navi così come appaiono nella mappa di Fra Mauro del 1460.

Ed ecco dunque la caracca o nao, che solcava con i suoi tre o quattro alberi il Mediterraneo durante il XV sec., caracca pronta a portare provvigioni e restare in mare anche per diversi mesi, sebbene si dicesse essere poco stabile. Navi, quelle caracche, con le quali spagnoli e portoghesi solcheranno gli oceani di mezza terra, almeno durante il XV e XVI sec. La Santa Maria che varcò l’Atlantico al comando di Colombo ne fu esempio.

Certo c’era anche la caravella, si dice introdotta nel 1441 nel porto di Lisbona, strutturata per circumnavigare l’Africa e tanto adoperata dai marinai del re portoghese Enrico il Navigante per le loro esplorazioni costiere. Più piccola, quest’imbarcazione, rispetto alla caracca, sebbene più veloce e talvolta più resistente, sarà ben presto messa da parte per far spazio a mezzi più efficaci in grado di affrontare le rotte delle nuove conquiste transoceaniche. Famose la Niña e la Pinta, a Colombo care.

Con il passar dei decenni, apparve in pieno XVI sec. il galeone, evoluzione della vecchia caracca: stavolta l’ingegneria navale metteva nelle mani di capitani e ammiragli un poderoso veliero da guerra pronto per sfidare le bufere e le flotte nemiche. Un veliero così poteva misurare pur 40-42 metri con una larghezza di una decina. Inglesi e francesi ne fecero la punta di diamante della loro forza navale fino ad almeno tutto il Seicento.

Nel Settecento inoltrato entra in scena il vascello, possente nave da guerra a vela, spina dorsale delle potenze del Mediterraneo così come di quelle nascenti, Stati Uniti d’America. Oramai

La supremazia nella guerra marittima si dimostrò un presupposto essenziale per l’espansione economica nel resto del globo e per la difesa degli interessi commerciali minacciati dai vari competitori, europei o locali. Particolarmente efficace si dimostrò l’uso di vascelli che avevano un impiego al tempo stesso commerciale e militare: colpire economicamente la potenza rivale danneggiando il suo commercio divenne un obiettivo di ciascuno dei paesi concorrenti.” (3)

Solo le moderne navi corazzate a vapore lo sostituiranno, il mondo della vela sarà nel XX sec. solo un lontano ricordo, le nuove innovazioni industriali dell’Ottocento congederanno un modo di commerciare e battagliare vecchio di millenni.

Questo breve resoconto dovrebbe farci riflettere sull’importanza che i mari hanno avuto nelle comunicazioni fra popoli, nel desiderio di andar oltre il conosciuto, oltre le mitiche colonne d’Ercole. Voglia innata nell’uomo di ieri, come in quello di oggi, sfida che supera capacità e limiti personali.

Quelle che seguono sono alcune delle tante rappresentazioni del pittore olandese Willem van de Velde il Giovane (1633-1707), chiamato alla corte di Carlo II d’Inghilterra (1630-1685) ad aiutare il padre nei suoi lavori artistici. Abile disegnatore, esperto in scene marine, spesso a bordo delle navi, testimoniò con grande destrezza, grazie anche a una buona conoscenza delle tecniche navali, l’epoca in cui la marina inglese iniziava a padroneggiare i mari del mondo.

Tale è la precisione dei suoi dipinti che saranno presi come documenti sulle flotte navali del XVII sec., memoria storica di un periodo, quello moderno, che tanta influenza avrà nel continuum storico.

Confrontazione a Bergen, 3 agosto 1665, Willem van de Velde il Giovane, 1666.

Confrontazione a Bergen, 3 agosto 1665, Willem van de Velde il Giovane, 1666.

La partenza di Guglielmo d'Orange e la Principessa Mary per l'Olanda, novembre 1677, Willem van de Velde il Giovane, dopo il 1677

La partenza di Guglielmo d’Orange e la Principessa Mary per l’Olanda, novembre 1677, Willem van de Velde il Giovane, dopo il 1677

L'incendio di navi francesi nella battaglia di La Hogue, 23 maggio 1692, Willem van de Velde il Giovane

L’incendio di navi francesi nella battaglia di La Hogue, 23 maggio 1692, Willem van de Velde il Giovane

Visita reale alla flotta nell'estuario del Tamigi, 1696, Willem van de Velde il Giovane

Visita reale alla flotta nell’estuario del Tamigi, 1696, Willem van de Velde il Giovane

*****
– 1. Gavin Menzies, 1421. El año en que la China descubrió el mundo, DeBolsillo, Bogotà, 2009, pag. 94 (trad. dallo spagnolo di G. Armato).
– 2. Gavin Menzies, op. cit. pag. 66.
– 3. Maria Fusaro, Reti commerciali e traffici globali nell’età moderna, ed. Laterza, 2011, kindle pos. 374.

Oct 192014
 
Allegoria della battaglia di Lepanto, Paolo Veronese, 1571

Allegoria della battaglia di Lepanto, Paolo Veronese, 1571

Partendo dalla conquista di Cipro, dettagliando i preliminari nel preparare la flotta cattolica e musulmana, accennando all’accordo voluto da Pio V fra Venezia Spagna e vari altri alleati, il prof. Barbero ci porta nel XVI secolo, in un famoso scontro fra ottomani e Lega Santa: la Battaglia di Lepanto, 7 ottobre 1571. Una battaglia che, fermo restando la sua importanza storica, poche conseguenze strategiche ebbe nei mesi successivi. Fu grazie alla stampa dell’epoca, dice Barbero, che restò impressa in breve tempo nella memoria collettiva.

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Oct 052014
 

di Floriana Guidetti

Cristoforo da Messisbugo

Cristoforo da Messisbugo

Vale la pena soffermarsi un attimo su una ‘curiosità’, se così la vogliamo chiamare, riguardante il famoso ‘pane intorto’ che ha segnato la nascita del celebrato (giustamente!) pane ferrarese, creando le premesse per la ciupéta (coppietta), formata da due ‘panetti’ attorcigliati e accostati, una ‘coppia’ insomma.

È tradizione consolidata che la prima volta che fu presentato questo tipo di pane intorto (altre volte detto ‘intorto tagliato’, ma altre più precisamente ‘intortogliato’, attorcigliato) fosse il giovedì di carnevale del 1536, ad opera di Messer Girolamo Giliolo (dei conti Giglioli), come si legge nella pagina seguente, dal trattato di Messisbugo “”:

Su Messer Girolamo Giliolo, in Messisbugo

Evidentemente il termine Giobbia ricalca perfettamente Źòbia del dialetto ferrarese.

Ma guardando poi con attenzione (e a dire il vero va osservato che la descrizione delle cene e dei banchetti non è riportata in ordine cronologico preciso, il che può ovviamente indurre in equivoco) anche nel “Desinare” del 28 Maggio 1530 viene già citato questo ‘pane intorto’:

Pane intorto, in Messisbugo

Si noti anche il termine sosamelli, ovvero focaccine all’olio contenenti sesamo, ma questi non dovevano essere particolarmente gustosi se poi il nome (accrescitivo) suśamlóƞ è passato ad indicare persona insulsa e ingombrante, della quale si potrebbe dire che al zarvèl al gh’è sól d’impìć… (il cervello gli è solo d’impiccio…)

Ma ancora non basta in quanto alle date, perché lo stesso ‘pane intorto’ si trova anche nella “Cena di pesce” del 20 maggio 1529:

Pane intorto, in Messisbugo.

Comunque sia, pochi anni non fanno troppa differenza a distanza di quasi 5 secoli! È opinione comunque diffusa che l’occasione del carnevale, quando ogni scherzo vale, fosse la più adatta per presentare questo pane nel quale i cornetti potrebbero rappresentare le gambe delle donne… con gli annessi e connessi!

Pane intorto, intortogliatto, in Messisbugo

Bellissimo il vocabolo ‘intortogliatto’ dal dialetto ferrarese inturtià che rende al meglio il concetto di attorcigliare, avvolgere i due componenti di quella che sarà dunque la ‘coppia’ o ‘coppietta’, la ciupéta. Ed è anche presumibile che almeno inizialmente questo ‘attorcigliamento’ riguardasse i due ‘panetti’ (i panìt) come tuttora si trovano in Romagna come ‘coppie ferraresi’ nella versione ‘chiusa’ e poi in quella aperta per noi usuale.

Nell’immagine si vedono citate anche le ‘bracciatelle’ altrove (anche nella cena del 1536) scritte ‘brazzatelle’, dove il riferimento a braz, braza, braccio, braccia, è evidente, data l’usanza poi di infilare nel braccio una o più ‘bracciatelle’ per la successiva distribuzione. Ancora fino a non tanti decenni fa era tradizione regalare ai bambini che ‘facevano la Cresima’, all’uscita della chiesa, una piccola ciambella che andava appunto infilata al polso. Qualcuno vorrebbe l’origine da ‘brace’, braśa, riferendosi alla cottura, ma sembra ragionevole non ammettere questa ipotesi, dato che nel nostro termine brazadèla la z ha il suono semplice ma sordo e non dolce come in braśa.

La coppia ‘inturtià’, attorcigliata:

Pane intorto, foto F. Guidetti

Pane intorto, foto F. Guidetti

e la ciupéta (da Wikipedia):

Ciupéta (da Wikipedia)

Ciupéta (da Wikipedia)

Da notare che la parte terminale del grustìƞ è detta grugnòl e la sua punta, proprio la parte più croccante, è il grugnulìƞ.

Il termine grugnòl viene dal lat. corneolus che significa ‘a forma di corno’, probabilmente attraverso un *croneolus>grognòl(us)>grugnòl.

© Floriana Guidetti

Oct 012014
 

Dettagli!

George Simenon, La finestra dei Rouet

George Simenon, La finestra dei Rouet

Sono i dettagli che fanno la storia, quei dettagli, tasselli di un grande puzzle, che completano e danno una visione d’insieme dei fatti. Dettagli, inoltre, che analizzati con applicazione possono portarci nelle relative trasformazioni che quel dato oggetto, per esempio, ha avuto.

E ancora oggi, facendo flanella per le strade delle nostre città paesini borghi campagne, possiamo toccare con le mani la patina che certe costruzioni hanno sommato nel trascorso dei secoli, quell’aura, parafrasando Walter Benjamin, che li circonda e li caratterizza. Un dialogo, fra storico flâneur e manufatto, che risente dunque delle metamorfosi che interessano economia politica sociologia cultura, percorso del nostro cammino.

La nostra attenzione si sofferma stavolta sulle finestre, una componente essenziale delle odierne abitazioni, costruzione che ha subito mutazioni di cui possiamo prender nota grazie ai dipinti dell’epoca.

Percorriamo visivamente alcune delle riforme che queste hanno avuto dal XV al XVIII secolo, dettagliando così quell’aspetto fisico che qua ci interessa. Una finestra che, nell’arte, per buona parte del Rinascimento non è “demarcazione” fra fuori e dentro, ché intesa come “settore” di un insieme, di una “lunga veduta”, dove ciò che è fuori è “porzione” di ciò che è dentro, un confine che se c’è sembra esser poco palese. Il bello “di là” è integrante al “bello di qua”, stretto dialogo che si avvantaggia l’uno dall’altro.

Un’architettura dipinta, aperta sull’esterno attraverso una serie di grandi finestre, che mostrano la realtà che sta dietro ad esse, con un cielo azzurro diffuso dappertutto, che ne costituisce il fondale scenico.” (1)

L'Ultima cena, Dieric Bouts, 1464 ca., particolare

L’Ultima cena, Dieric Bouts, 1464 ca., particolare

Elemento, la finestra, che presenta varie connotazioni, da influssi ancora gotici, nel XV-XVI sec., a proposte bifore e trifore, per continuare con un’influenza tipica italiana, l’abbaino, che si apre sul tetto. Tante e diverse le derivazioni, moresche e saracene tanto per citarne due, come il loro essere protette dalle inferriate o dalle persiane o dal portello e altro ancora.

La coppia, Lucas Cranach il Vecchio, 1532, particolare

La coppia, Lucas Cranach il Vecchio, 1532, particolare

Con l’arrivo e il rafforzamento della borghesia – siamo entrati in pieno Seicento – prende energia e vigore la vita privata, una vita svolta all’interno della casa, in cui oramai le finestre diventano divisione spaziale, uno spazio che custodisce gelosamente averi e sentimenti: il mio è mio, il tuo resta dall’altra parte delle vetrate. Un gioco in cui le mura domestiche rappresentano oramai uno sviluppo sociale che porterà all’oggi, al sempre più privato.

L'alchimista, Cornelis Pietersz Bega, 1663

L’alchimista, Cornelis Pietersz Bega, 1663

Le miserie dell'ozio, George Morland, 1780 ca., particolare

Le miserie dell’ozio, George Morland, 1780 ca., particolare

Dietro una finestra, oramai rappresentata come intima familiare confidenziale, si può celare un alchimista che ricerca la pietra filosofare, o le disgrazie di una famiglia in miseria, fatti e problemi quotidiani che, ieri come oggi, impregnano e identificano il cammino della nostra civilizzazione.

Per giochi riflessivi si entra così nel XX secolo, e vengono in mente le parole di Stella:

Siamo una bella razza di guardoni

ne La finestra sul cortile, del 1954, in cui protagonista, Jeff, interloquisce interviene e si immette nella vita della comunità. Un film capolavoro di Alfred Hitchcock in cui l’oggetto-finestra è comunicazione, interazione attiva, strumento che permette intervenire nella vita del “villaggio”.

Se andiamo ancor più indietro nei decenni e diamo uno sguardo alla letteratura, basta rileggerci La finestra dei Rouet, un romanzo noir del 1945 di George Simenon, un libro in cui Dominique Salès, una quarantenne che vive in un piccolo appartamentino di Faubourg Saint-Honoré, a Parigi, assiste il padre. Una donna che spia da dietro le persiane la vita degli altri. Finestra – eccola ancora la nostra finestra – che isola e nello stesso tempo comunica unilateralmente con un mondo in cui non si desidera entrare.

Dicevamo del privato e del pubblico, una sottile delicata linea che ai nostri giorni si varca facilmente, grazie anche all’uso della rete e dei social network in particolare, finestre dove giovani e meno giovani si affacciano per far partecipi della loro vita diaria per mezzo della condivisione di foto e aggiornamenti di stato.

*****
– Philippe Daverio, Guardar lontano Veder vicino, Rizzoli, Milano 2013, e.book, kindle pos. 365.

Sep 272014
 

di Floriana Guidetti

Banchetti, compositioni di vivande et apparecchio in generale, Cristoforo da MessisbugoIntanto diamo soddisfazione a quanti, ora anziani, in età scolare saranno stati severamente sgridati a scuola quando usavano parole prese dal dialetto e trasferite, secondo il loro ingenuo buon senso, nella forma che pensavano corretta in italiano.

Così usando i termini: spoglia, pevere, mollena, piriotto, renga, scarane, formento, solaro, strazzi, cavedoni, mogliette, zampini ecc. si saranno guadagnati qualche bacchettata sulle dita o un paio di scapaccioni, di quelli elargiti allora senza economia dalla maestra, per non aver riportato invece i corrispondenti: sfoglia, pepe, mollica, imbuto, aringa, sedie, frumento, soffitto, stracci, alari, molle (per il fuoco), attizzatoi ecc. dell’italiano.

Sarebbe stata una piccola consolazione e non si sarebbero sentiti vergognosamente ignoranti se avessero saputo, allora (e ci sembra doveroso fare giustizia almeno adesso), che nel ‘500 a Ferrara, alla Corte degli Este, lo scalco Cristoforo di Messisbugo, nel suo famoso trattato “Banchetti, compositioni di vivande et apparecchio generale” (FE. 1549), nell’italiano di allora, quello delle persone colte che sapevano quindi leggere e scrivere, riportava esattamente quei vocaboli, certamente nella forma ‘italianizzata’ dei corrispondenti vocaboli dialettali usati dai suoi servi di cucina: spója, pévar, muléna, piriòt, rénga, scarànn, furmént, sulàr, straz, cavdùη, mujét, zampìη.

In modo particolare, il termine spoglia compare nella descrizione di tutte le preparazioni nelle quali si parla di pasta spianata, come nell’esempio sotto riportato:

Sfoglie

e anche il compilatore dell’opera e ancora di più il copista del manoscritto avrebbero dovuto fare i conti con la maestra per aver scritto piati, sotille, adaggio, zuccharo oltre a tutto il resto!

Resta il fatto che Messisbugo suggerisce, rivolgendosi a chi si accinge a fare la sfoglia: “tira la detta spoglia tu et uno compagno, tanto che venga sottile come carta”.

Quindi il ‘compagno’, dall’altra parte del tavolo, come viene chiaramente illustrato in una delle immagini che corredano l’analogo trattato “Opera” di Bartolomeo Scappi (VE. 1570)

Cucina rinascimentale

provvederà a tirare letteralmente la sfoglia insieme all’altro che usa il mattarello, il lesgnaturo ovvero il ‘lasagnaturo’, che serve a fare le lasagne di sfoglia spianata, nel nostro dialetto śgnadùr, il lasagnatore, tante volte usato dalle massaie di un tempo anche come ‘arma impropria’ o almeno con intenti minacciosi, ad esempio per scoraggiare chi, di robusto appetito, si fosse avvicinato in un momento non appropriato alla scafa dal paη, allo scaffale dove veniva riposto il pane.

© Floriana Guidetti

Aug 122014
 
Poporo, Quimbaya

Poporo, Quimbaya, Colombia

In questi ultimi anni, interessandomi in situ dei nativi sudamericani, ho notato un diverso approccio storico da parte degli studiosi latinoamericani cercando di superare l’eurocentrismo che ha caratterizzato e caratterizza tuttavia la visione del mondo.

Vari autori si sono sforzati nell’affrontare le questioni partendo dalle ancestrali radici indigene che dovrebbero essere punti-forza per approfondire temi che li riguardano. Basta pensare al filosofo argentino-messicano Enrique Dussel o all’antropologo colombiano Ricardo Saldarriaga Gaviria o ancora all’arche-astronomo peruviano Carlos Milla Villena, persone che, mettendo in dubbio tradizionali opinioni, le hanno sfidate per presentare una diversa tesi.

E allora, il Museo de oro di Bogotà, museo che raccoglie protegge e tramanda dal 1939 un tesoro memoria, fra l’altro, della locale arte orafa, potrebbe essere spunto per considerare che la cultura andina aveva raggiunto uno sviluppo che non aveva nulla da invidiare all’Europa del tempo, una cultura non da intendersi come periferica o secondaria, ma una realtà storica interrotta dall’invasione spagnola e che adesso cerca riprendere i contatti di continuità con le ancestrali memorie (»»qua il Museo de oro Quimbaya in Armenia, Colombia). Una realtà, insomma, che dovrebbe vedere oggi la pacifica convivenza fra l’indigeno, per esempio, Mapuche o Emberá, e l’europeo venuto nel XVI secolo.

Per tal motivo, è valido necessario e doveroso che tali istituzioni siano depositi di memoria non passivi, non semplici vetrine inerte, ma spingano a studiare e approfondite temi che hanno un lungo continuum storico che si intreccia e confluisce in un unico fiume.

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Suggerimenti lettura:

Luoghi e storia, Bogotà, immagini
Chibcha, un popolo fra luce e oscurità
Cultura Quimbaya, Colombia
Laguna di Guatavita, Colombia
Società Quimbaya, immagini

May 272014
 

Ciò che l’occhio è per il corpo,
la ragione lo è per l’anima” (1)

Erasmo da Rotterdam,  Holbein Hans il Giovane, 1530 ca.

Erasmo da Rotterdam, Holbein Hans il Giovane, 1530 ca.

Figura imprescindibile per comprendere il periodo storico in questione, fine Medioevo-inizi dell’Età Moderna, Erasmo da Rotterdam è uno di quei personaggi su cui tanti autori contemporanei e non hanno dissertato.

Desiderius Erasmus, come si firmava, era un uomo dal pensiero poliedrico, razionale per quel si poteva all’epoca, contro la guerra e le ingiustizie, a favore dell’ascolto prima di intraprendere una decisione che avrebbe recato danno all’altro, il dialogo come punto d’appoggio per una necessaria comprensione.

La figura di Erasmo da Rotterdam come intellettuale ha caratteri intrinseci di modernità. Ne ha la complessità di volti e di funzioni; ne ha la tensione di una ricerca sempre in itinere; ne ha la volontà di essere protagonista e insieme mediatrice. Ma ha anche aspetti ulteriori: la fede nella parola stampata; l’atteggiamento del “propagandista” (di idee, di valori); la dimensione internazionale del suo pensiero. Ma soprattutto manifesta due connotati decisivi: l’essere testimone e interprete dei valori in gestazione del Moderno (l’individualità e la coscienza; la tolleranza; la pace; la persuasione razionale: valori che si dipanano in Occidente, pur tra ecclissi e contrasti, dall’Umanesimo all’Illuminismo, e anche oltre, e che proprio la “classe dei colti” elabora, richiama, propugna), e di esserlo in un modo costante e convinto all’interno di un itinerario esistenziale e intellettuale tormentato e carico di tensioni; l’assumere un ruolo di “educatore” della società nel suo complesso, alla quale indica non solo valori e ideali, ma anche gli strumenti per realizzarli e uno stile di vita per incarnarli. (2)

Umanista, dunque, che avrebbe influenzato i pensieri e le tendenze non solo del XVI secolo, ma anche quelli a venire, amico, fra l’altro, di Tommaso Moro.

Come umanista Erasmo si sente apparentato alla società dalla duttile forza della parola che ne saggia criticamente le valenze in termini di ironia, sarcasmo, gioco allusivo, bonariamente lungimirante, tolleranza magnanina, moralismo contenuto.
Rivive in lui la vena ilare di tanta letteratura pagana, irrobustita dall’arguzia umanistica di Boccaccio, Leonardo Bruni, Poggio Bracciolini, che avevano recentemente espresso pratica di mondo precisamente in qualità di cristiani rinascimentali. […] (3)

La follia scende dal palco, Hans Holbein il Giovane, 1515

La follia scende dal palco, Hans Holbein il Giovane, 1515

Vissuto in un’epoca irrequieta dal punto di vista religioso, ricordiamo Lutero e i vari “riformatori” della chiesa cattolica,

Erasmo fu spesso definito come «teologo» dai suoi contemporanei. Ci possono essere motivi per etichettarlo in questo modo invece che «umanista», «educatore» o «intellettuale», ma non ne consegue che tutte le opere di Erasmo siano teologiche. (3)

Questi pochi accenni per considerare che ci troviamo davanti un uomo che regalò all’umanità importanti tesi su cui riflettere, su cui costruire un mondo meno bellicoso, un mondo in cui la conversazione, la comunicazione dovrebbe essere pilastro della nostra società.

Erasmo da Rotterdam con il suo segretario Gilbert Cousin

Erasmo da Rotterdam con il suo segretario Gilbert Cousin

*****

– 1. Erasmo da Rotterdam, Il libero arbitrio, Fabbri ed., Milano, 1996.
– 2. a cura di Franco Cambi, Erasmo da Rotterdam, Sulle buone maniere dei bambini, Armando ed., 2000, pag. 9.
– 3. Erasmo da Rotterdam, Elogio alla follia, Newton Compton ed., Roma 1995, dall’Introduzione di Paolo Miccoli.
– 4. a cura di Erika Rummel, I colloqui di Erasmo da Rotterdam, Jaca Book, Milano, 1997, pag. 13.

May 022014
 

“Risalta meravigliosamente bene dai lavori mirabili
ai quali Keplero ha consacrato la sua vita,
che la conoscenza non può derivare dall’esperienza sola,
ma che occorre il paragone fra ciò che lo spirito umano
ha concepito e ciò che ha osservato.” (1)

Giovanni Keplero

Giovanni Keplero

Figlio del percorso scientifico a cavallo fra il ‘500 e il ‘600, contemporaneo di Galileo Galilei, assistente di Tycho Brahe, Giovanni Keplero (1571-1630) incarna quella serie di ricercatori a tutto campo che iniziarono ad accettare le teorie copernicane dell’eliocentrismo, teorie che venivano già da Aristarco di Samo (310 a. C. circa – 230 a. C. circa), interrotte dalla concezione aristotelico-tolemaica.

E Keplero, a suo modo, fu un eroe nel percorrere strade che andavano controcorrente, approvando, per esempio, i lavori alternativi dell’italiano Galileo, quantunque ancora legato, il tedesco, a una visione del mondo che stentava allontanarsi dalla contemplazione religiosa degli eventi:

Ma l’astrologia di Keplero, uomo di natura religiosa e mistica, a parte l’aspetto pratico, è soprattutto visione antica delle cose, dominata dal misterioso rapporto tra l’uomo e il cosmo. In tutto ciò che accade, Keplero cerca uno scopo, un ordine superiore, e crederà di trovare l’armonia del mondo in contemplazioni di tipo geometrico. (2)

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Ben sappiamo che i secoli in questione, nel nostro caso, erano decenni in cui tutto girava intorno alla Chiesa o ad altre realtà mistiche, per cui:

Dio è infatti per Keplero fonte della geometria e nella creazione copera come un geometra, prendendo a modello le forme dei poliedri regolari (come già nel Timeo platonico operava il Demiurgo); ne consegue che ogni parte dell’universo corrisponde a principi e archetipi geometrici esistenti a-priori in Dio. Ed è usando l’analogia che Keplero mette in rapporto l’universo con l’azione creatrice divina in generale.(3)

Ma il rapporto tra Keplero e Galileo non fu un rapporto facile, seppur uniti nel rifiutare la cosmologia tradizionale, aderendo al copernicanesimo, un rapporto complesso, un rapporto che vedrà l’italiano costretto all’abiura e il tedesco scomunicato dalla chiesa luterana.

Ricordato per le tre leggi sul moto dei pianeti, il suo contributo spazia inoltre all’astronomia all’ottica alla geometria alla musica, un testimone che rappresentava un tardo umanesimo ancora presente, una cultura che si muoveva per i più disparati campi dello scibile umano, anteponendo alla parola scritta la parola della natura, la visione diretta, di prima mano.

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Il nostro uomo ha un carattere forte, deciso, spigoloso, ha un linguaggio colorito, il suo corpo è frequentemente attaccato da malattie, pur sempre capace di estasiarsi alla vista di un’eclisse di luna, come allo scintillare delle lontane stelle.

Keplero, lo abbiamo accennato, fu anche un musico, anticipando le recenti scoperte sui “suoni” dei pianeti, e in quanto tale:

Riprendendo idee care a Pitagora e a Platone, e di cui si trovano tracce lungo tutta la storia del pensiero medievale, Keplero cercava di dare basi scientifiche al concetto di «musica delle sfere», l’idea secondo la quale ogni pianeta, nel suo moto intorno al Sole, produce un suono ben preciso. Secondo Keplero, la particolare nota musicale emessa doveva essere legata al periodo dell’orbita.(4)

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Lo scienziato morirà ad appena 58 anni, povero, in disgrazia, la cui tomba fu distrutta dalle truppe di Gustavo Adolfo durante la Guerra dei Trent’anni, rimanendo solo le parole con cui lui stesso si identificava:

Mensus eram coelos, nunc terrae metior umbras. Mens coelestis erat, corporis umbra iacet. (Misuravo i cieli, ora fisso le ombre della terra. La mente era nella volta celeste, ora il corpo giace nell’oscurità).

*****

– 1. Albert Einstein, Come io vedo il mondo, Newton Compton, Roma, 1982.
– 2. Mario Rigutti, Storia dell’astronomia occidentale: l’universo sfuggente, Giunti, Firenze, 1999, pag. 87.
– 3. Laura Tundo, L’utopia di Fourier: in cammino verso armonía, Ed. Dédalo, Bari, 1991, pag. 21.
– 4. Amedeo Balbi, La musica del Big Bang: Come la radiazione cosmica di fondo ci ha svelato i segreti dell’Universo, Springer-Verlag, Roma, Milano, 2007, pgg. 113, 114.

Apr 192014
 
Martin Lutero, eretico, di Gaspar Bouttats, XVII sec.

Martin Lutero, eretico, di Gaspar Bouttats, XVII sec.

Geniale figura del Cinquecento, uomo più intuitivo che sistematico e meditativo, cresciuto in un ambiente cattolico severo, contadino e volgare, ma anche superstizioso, Martin Lutero incarnò le “scosse” religiose dell’epoca, preparando e aprendo il terreno a scissioni che smuoveranno le basi della Chiesa. Lutero, in poche parole, riaccese un fuoco che da decenni covava, un fuoco che aspettava essere rimosso per propagarsi per le vie che oggi conosciamo.

Bisogna pur ricordare che

Perché un’idea nuova ottenga successo, è decisivo che attorno ad essa si formi una corrente che la sostenga e la propaghi. Colui che la enuncia deve trovare degli uditori pronti a diffonderla, dei partigiani dei quali divenire il capo.
Lutero trovò e si formò un tale ambiente, dapprima nelle aule, tra i colleghi dell’università di Wittenberg, poi nel suo ordine. (1)

Insomma,

Lutero poi, sotto tutti i punti di vista, esercitava un prodigioso potere di attrazione sulla gioventù studiosa di tutti i paesi. (2)

E allora, la stessa università di Wittenberg – fondata da Federico il Saggio nel 1502/3 in cui lo stesso Martin insegnerà -, sebbene non ancora luterana, sarà focolaio di propagazione delle idee del riformatore tedesco, studenti colleghi amici nemici saranno veicoli di trasmissione, varcando i limiti locali, paesani, territoriali, della stessa scuola e dello stesso ordine.

Giacché, dicono,

Lutero e il cardinale Caetano, Francesco Salviati, affresco 1550-1560 ca.

Lutero e il cardinale Caetano, Francesco Salviati, affresco 1550-1560 ca.

[…] Lutero era uno spirito bellicoso e fanatico, amante della lotta e dello scontro frontale […].
Lutero aveva un concetto fortemente pessimistico dell’uomo e considerava ogni sua forma di agire intellettuale e morale assolutamente impotente in ordine alla salvezza, per cui non poteva giudicare positivamente né gli sforzi della filosofia né quelli della morale: tutto questo andava disprezzato e calpestato in nome della theologia crucis. (3)

In tutto ciò, nella sua “umiltà” scriveva:

Mi ha dato [Dio] vestiti e scarpe, mangiare e bere, casa, moglie e figlio, campo, bestiame e tutti i beni… e tutto questo senza merito né dignità alcuna da parte mia, per pura, paterna, divina misericordia. Per tutto questo io devo ringraziarlo e lodarlo, servirgli e obbedirgli.”(4)

La cui conversione interiore

[…] per quanto riguarda la teologia, era già maturata nella convinzione che la teologia avesse bisogno di una riorganizzazione, che la portasse ad un rinnovamento radicale. La Bibbia, Agostino e la mistica avevano orientato e condotto a maturazione la sua conversione teologica. Già le prime dichiarazioni di Lutero permettono di cogliere la sua ribellione contro il vuoto del meccanicismo teologico.”(5)

E così, mentre

[…] in Germania Lutero divulgava le sue tesi, in Vaticano si allestivano spettacoli teatrali. Sotto Giulio II la situazione era stata seria, ma non disperata; adesso era disperata, ma non la si considerava seriamente. Tra lazzi e  danze, si andava incontro alla rovina. (6)

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– 1. Joseph Lortz,  La Riforma, ed. Jaca Book, Milano, 1971, vol.1, pag. 240.
– 2. Joseph Lortz,  La Riforma, op. cit., pag. 328.
– 3. Battista Mondin, Storia della teologia, Edizioni Studio Domenicano, Bologna, 1996, vol. 3, pag. 189.
– 4. Martin Lutero, Scritti religiosi, a cura di Valdo Vinay, Utet, Torino, 1967.
– 5. Joseph Lortz,  La Riforma, op. cit., pag. 240.
– 6. Ludwig Hertling, Angiolino Bulla, Storia della Chiesa, Città Nuova editrice, Roma, 2001, pag. 304.

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