Apr 012015
 
Giovanni VIII Paleologo nell'affresco di Benozzo Gozzoli nella Cappella dei Magi, Firenze

Giovanni VIII Paleologo nell’affresco di Benozzo Gozzoli nella Cappella dei Magi, Firenze

Quando l’8 febbraio 1438 circa settecento greci approdarono a Venezia, ricevuti dal doge navigando nel suo prezioso Bucintoro, la galea di stato, l’incontro di due culture fu, probabilmente, la scintilla che attizzò ancor più gli studi classici che già da anni si venivano compiendo in Italia.

L’imperatore di Bisanzio Giovanni VIII Paleologo (1392-1448), il patriarca Giuseppe II (1360 ca.-1439), una ventina di vescovi, numerosi prelati, monaci e vari intellettuali dell’epoca, ricordiamo Basilio Bessarione (1403-1472), Isidoro di Kiev (1380 ca.-1463), Giorgio Gemisto Pletone (1355 ca.-1452), Giovanni Argiropulo (1416 ca.-1487) e vari altri, portarono con loro, per discutere al prossimo Concilio di Ferrara poi spostato a Firenze nel 1439, una buona quantità di codici in greco poco facili da incontrare a quell’epoca che suscitarono in gran modo l’interesse degli italiani. Ma la curiosità era reciproca, ché pure i greci furono attratti dai manoscritti latini, volumi poco o del nulla noti nelle terre d’Oriente. E la cosa fu tale che se li prestarono e si hanno addirittura resoconti di lamentele, ché talvolta non venivano restituiti alla data pattuita (1).

Il Concilio di Firenze (che veniva da Basilea e poi Ferrara) era stato convocato da papa Martino V (1368-1431) con lo scopo di facilitare la riunione delle Chiese latina e ortodossa, un immane lavoro che fino ad allora non era stato portato a termine, e mai lo sarà nella pratica. Insieme all’interesse religioso, c’era inoltre uno politico, quello di sollecitare l’aiuto dell’Occidente davanti la minaccia dei turchi, che varie volte si erano affacciati sulla città per conquistarla. In tutta questa “eccitazione”, il clima culturale fu quello che più si respirava nell’aria, un clima in cui i dibattiti religiosi, le diversità degli stili di vita e del modo di ragionare, misero in rilievo i diversi possibili approcci per avvicinarsi agli studi e, momento significativo, sviluppare un fertile dibattito.

Un gioco, quello di confrontarsi con i classici, facilitato grazie – anche ma non solo – ai testi greci provenienti da Costantinopoli, che avrebbero favorito lo sviluppo del Rinascimento italiano. Cosicché, vari furono coloro che si installarono in Italia a insegnare il greco, vedi Demetrio Calcondila (1423-1511) a Padova o qualche decennio prima Emanuele Crisolora (1350-1415), o a restare come traduttori o copisti, un fruttifero viavai che durava e perdurò per decenni.

Insieme ai codici, altri “preziosi beni” arrivano dalle terre Orientali, fra i tanti quel sottile razionalismo che aveva caratterizzato i greci e quel loro caratteristico individualismo, valori che si scontravano con il misticismo Occidentale, preparando la strada a una nuova concezione dell’essere umano. E non bisogna pur dimenticare che

“… I bizantini – che, ricordiamolo sempre, si chiamarono loro stessi rhomaioi (romani) – furono sempre coscienti dell’enorme eredità di cui erano depositari: la filosofia e la letteratura greca, le costituzioni giuridiche e la storia romana e il primato dell’ortodossia… “ (2)

Marsilio Ficino, Cristoforo Landino, Angelo Poliziano e Demetrio Calcondila. Affresco di Domenico Ghirlandaio in Santa Maria Novella (Firenze), 1486-1490

Marsilio Ficino, Cristoforo Landino, Angelo Poliziano e Demetrio Calcondila. Affresco di Domenico Ghirlandaio in Santa Maria Novella (Firenze), 1486-1490

Avendo ben presente il parere del politico scrittore Theodoros Metochite (1270-1332), favorevole all’unione delle due Chiese:

La nostra razza e la nostra lingua non ci fanno compatrioti ed eredi degli antichi greci?’” (3)

Un momento di rilevante importanza, dunque, in cui si favorirono gli intercambi culturali, uno stimolo per gli umanisti italiani a studiare e approfondire il greco e i relativi testi, mentre per i greci l’opportunità di conoscere gli scrittori latini, un flusso di manoscritti, specialmente dopo il Concilio di Firenze, verso Italia, e viceversa con i latini (4). Momento che si vide incrementare dopo la caduta di Costantinopoli nel 1453 nelle mani di Maometto II (1432-1481).

A tal punto una domanda sorge spontanea: considerato che il Rinascimento italiano sarebbe stato stimolato e influenzato altresì da quella parte del vecchio impero romano oramai decaduto, ossia Costantinopoli, significa ciò che in quelle terre c’era stato un “risveglio culturale” che avrebbe superato i confini locali? Insomma, in poche parole, ci fu una specie di Rinascimento nella Bisanzio di quei decenni?

La risposta non è facile, il parere degli studiosi è discorde, visto peraltro il terreno socio-politico-culturale-religioso in cui le due diverse realtà vivevano. È pur vero che sotto il regno dei Paleologi (XIII-XIV-XV sec.) si è avuto un certo fermento culturale rispetto ai secoli precedenti, un fermento in cui possiamo incontrare l’attività di piccole associazioni e circoli letterari e filosofici, l’attenzione verso la matematica, l’astronomia, la filosofia, la retorica, la medicina (5), particolari che lasciano pensare a un’attrazione verso il passato più rilevante di una volta, ma parlare di Rinascimento vero e proprio così come lo intendiamo nel caso europeo e italiano in particolare forse sarebbe esagerato (vedi libro in nota 1).

Fra i tanti studiosi del tema, alcuni a favore altri in contro, secondo lo storico greco Nicolaos Oikonomides:

“… la magia degli antichi aveva cominciato a prevalere in un circolo chiuso di scelti intellettuali costantinopolitani, così come era accaduto in Italia.” (6)

Il fatto è che Costantinopoli aveva sempre avuto con l’Italia non solo rapporti commerciali – vedi Genova Firenze Venezia etc. -, ma anche relazioni che alimentavano la cultura, un andirivieni di idee pensieri artisti manoscritti che aveva interessato buona parte del Medioevo, un legame che, sebbene meno forte di un tempo, sussisteva e perdurava. Un quasi simultaneo processo di ricerca culturale chissà più o meno parallelo che avrebbe germinato diversamente nel suolo delle due realtà.

Un argomento che tuttavia suscita forti discussioni fra gli studiosi, e che prosegue esplorandosi.

*****

– 1. Antonio Bravo García, Viajes por Bisancio y Occidente, ed. Dykinson, Madrid, 2014, pag. 223.
– 2. David Hernández de la Fuente, Breve historia de Bizancio, ed. Alianza, Madrid, 2014, pag. 303.
– 3. in Alain Ducellier, Bizancio y el mundo ortodoxo, ed. Mondadori, Madrid, 1992, pag. 493.
– 4. A. B. García, Viajes por Bisancio y Occidente, op. cit. pag. 230.
– 5. Alain Ducellier, Bizancio y el mundo ortodoxo, op. cit. pag. 494.
– 6. in A. B. García, Viajes por Bisancio y Occidente, op. cit. pag. 313.

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Mar 232015
 
Bibbia Borso d'Este, XV sec., part.

Bibbia Borso d’Este, XV sec., part.

Quando nel 1455 il primo Duca di Ferrara affittò una casa per albergare alcuni miniatori, nessuno avrebbe potuto immaginare il risultato che sarebbe venuto alla luce dopo sei anni di minuzioso lavoro, un lavoro che lui stesso ispezionava e sorvegliava con somma attenzione.

Unica nel suo genere, la Bibbia di Borso d’Este (1413-1471) rappresenta il culmine della miniatura di tutto il periodo rinascimentale, e non solo. Un’opera d’arte dal Duca commissionata che voleva di sicuro competere con la sontuosità delle corti italiane dell’epoca, vedi quella fiorentina dei Medici, quella di Urbino dei Montefeltro, e altre ancora, per dimostrare la grandezza e la magnificenza della famiglia.

Negli stessi anni in cui i caratteri mobili gutenberghiani approntavano qualche centinaio di “grossolane” ma “rivoluzionarie” bibbie, un gruppo di artisti quali Taddeo Crivelli (1425-1479), Franco dei Russi (o Franco di Mantova, attivo fra il 1453 e il 1482), Girolamo da Cremona (o Girolamo de’ Corradi, circa 1451-1483), Marco dell’Avogadro, Giorgio d’Alemagna, etc., s’ingegnavano per dare vita a una delle più preziose opere d’arte di tutti i tempi, un capolavoro composto da due volumi in folio, con oltre 1000 illustrazioni che rappresentavano scene della Bibbia, eventi storici, vedute della natura, con tanto di dettagli, di motivi mitologi, animalistici, araldici.

Bibbia Borso d'Este, XV sec.

La Bibbia di Borso d’Este, XV sec.

Il testo, organizzato su due colonne, è stato scritto su pergamena dall’amanuense Pietro Paolo Marone. Erano gli anni che andavano dal 1455 al 1461.

Quando nel 1598 la famiglia Estense abbandonava Ferrara per Modena, la Bibbia fu uno di quei beni che l’accompagnarono, ivi rimanendo fino al 1859, anno in cui la città entrava a far parte del nuovo Regno d’Italia. E fu allora che tale meraviglia prese la strada dell’Austria, a seguito di Francesco V d’Austria-Este (1819-1875) fuggendo per Vienna.

L’ultima proprietaria, la principessa Zita d’Asburgo, la vende e va a finire in Francia (fine XIX – inizi XX sec.), e dobbiamo a Giovanni Treccani degli Alfieri (1877-1961) l’averla acquistata presso un libraio-antiquario parigino nel 1923 e donata poi alla Repubblica italiana. Oggi è conservata nella Biblioteca Estense di Modena.

La Bibbia di Borso d'Este, XV sec..

La Bibbia di Borso d’Este, XV sec.

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Mar 072015
 
Maometto II, di Gentile Bellini, 1480

Maometto II, di Gentile Bellini, 1480

Con la caduta di Costantinopoli nel 1453 nella mani di Maometto II (1432-1481), le porte dell’Occidente si aprono oramai ai turchi, marciando quasi indisturbati verso il cuore dell’Europa, Vienna in particolare.

Costantinopoli rappresentava il cosmopolitismo dell’epoca in cui si incontravano i tre continenti – Europa Asia Africa -, un crocevia di culture che fiorivano nelle vecchie terre che avevano visto i greci e l’eredità dell’impero romano.

Tanti furono i “letterati” che prenderanno le vie d’Europa e d’Italia in particolare, favorendo ancor più quel Rinascimento che segnerà indelebilmente un momento storico di alto valore – anche, ma non solo – intellettuale.

Segnalo una serie di podcast (di seguito i primi tre, gli altri ti invito ad ascoltarli nel sito di Radio 2 »»qua) in cui Silvia Ronckey ci presenta uno spaccato di quella realtà.

 

 

 

→ Segui ascoltando »»qua.

 

      

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Feb 112015
 
Erasmo da Rotterdam, incisione di Hieronymus Cock, 1555

Erasmo da Rotterdam, incisione di Hieronymus Cock, 1555

Erasmo da Rotterdam (1466-1536), olandese, Tommaso Moro (1478-1535), inglese, Juan Luis Vives (1492-1540), spagnolo: tre personaggi europei che dettero all’Umanesimo una spinta divulgativa di un certo rilievo, tre figure che credevano nella forza rivoluzionaria dell’uomo, di quell’uomo che, capace di impregnare il proprio cammino con le decisioni personali, doveva e poteva slegarsi dai nodi di un passato ancora affollato da superstizioni e credenze irrazionali. Di là da tutto ciò, bisogna pur notare le relazioni-interrelazioni che occorrevano fra Spagna Inghilterra Olanda – certamente non solo -, quei legami non esclusivamente dinastici, ma altresì culturali, connessioni, azzarderemo dire, di unione, per quanto possibile, europea. E Carlo V forse rappresenterebbe l’utopica esperienza politica del momento.

Avvicinati da rapporti di amicizia, i tre, ognuno a modo proprio, riprendendo i passi dei classici, tentavano stabilire con il presente un rapporto innovativo, un rapporto che doveva superare gli stessi limiti del classicismo. Sia il “valenciano”, come Moro chiamava Vives, sia lo stesso inglese, sottolineavano l’importanza della cultura come mezzo di cambio sociale.

Nel maggio 1520, Moro, in una lettera a Erasmo, dirà di Vives (*):

Juan Luis Vives

Juan Luis Vives

Anche se tutti i suoi scritti mi sono graditi, il trattato In pseudo-dialecticos mi cagiona un piacere speciale. Non solo per l’abilità con cui Vives si fa beffe di assurde piccolezze e confonde i sofisti con ragionamenti serratissimi; un piacere speciale, dicevo, giacché inquadra i problemi esattamente nello stesso modo con cui li vedevo io nella mia mente molto prima di leggere il suo libro. […] È ormai notissimo come maestro di latino e greco, ché Vives eccelle in entrambe le lingue […] Chi insegna meglio, in un modo più efficace o più affascinante di lui? […]” (1)

Juan Luis Vives, spagnolo, figlio di ebrei convertiti, formatosi in Francia, docente in Inghilterra all’Università di Oxford, vissuto parte della vita e morto in Belgio, fu, fra l’altro, precettore della futura regina d’Inghilterra, Maria Tudor (1516-1558), moglie di Filippo II di Spagna, figlia di Enrico VIII e Caterina d’Aragona, uomo, il Vives, che potremmo definire europeista praticante. Dall’incontro con Tommaso Moro se ne intuisce l’influenza di quest’ultimo nelle sue opere (vedi De subventione pauperum, »»qua), e del Moro, Juan Luis, riceve una positiva testimonianza di vita familiare, una energica spinta per seguire riflessioni di tipo etico-sociale. Il “valenciano” era un vivace difensore dell’educazione, della sanità e della salute pubblica, così come della sicurezza sociale per i più poveri. Difensore peraltro del suo amico Erasmo, annotava in una corrispondenza:

“[…] Quanto a te, [Francisco de Vitoria] ti ammira e ti venera. Com’è acutissimo d’ingegno, così è tranquillo di carattere, perfino un po’ remissivo. Tuttavia, se avesse partecipato a queste dispute [in Spagna], avrebbe frenato suo fratello, che s’infervorava più del dovuto.” (2),

Tommaso Moro, incisione di  Magdalena de Passe o Willem de Passe, 1620

Tommaso Moro, incisione di Magdalena de Passe o Willem de Passe, 1620

Testimone privilegiato di quell’epoca che Erasmo chiamò Età d’Oro, Tommaso Moro fu inizialmente consigliere e segretario dello stesso re d’Inghilterra Enrico VIII, uomo dotto, il nostro, che difendeva tenacemente il primato del papato e della Chiesa cattolica, vuoi dal punto di vista religioso vuoi temporale. Basta ricordare il suo costante inveire contro eretici, riformisti, e loro opere. Quando il sovrano inglese si slegò da Roma e si mise a capo della nuova Chiesa anglicana, Moro se ne distaccò, dimettendosi da cancelliere. Nel momento in cui gli si chiese giuramento al recente ordine, il suo diniego fu causa che lo portò nelle carceri della Torre di Londra. La scure cadde sulla sua testa il 6 luglio 1535.

Di Erasmo da Rotterdam ne abbiamo accennato varie volte (»»qua e anche »»qua), forse il personaggio più famoso dell’epoca, il cui modo di pensare ebbe tanta ripercussione nel trascorso dei secoli a venire. Erasmo fu buon amico del Moro, a tal punto che gli dedicò il suo saggio sulla follia, Elogio alla follia, un’amicizia che però si iniziò a flettere quando Tommaso insisteva fortemente nel difendere le posizioni cattoliche, mentre Erasmo tentava criticare i possibili errori di tale confessione. In una lettera del 17 febbraio 1516 all’amico Erasmo, Moro sottolineava:

“[…] È inutile sprecar parole per dirti che cosa pensano di te i nostri vescovi, in particolare l’arcivescovo di Canterbury, e la benevolenza speciale che ha per te il nostro re.” (3)

Erasmo, Moro, Vives, autori che incarnavano un movimento di idee che avrebbe portato, nel lungo periodo, al risveglio dell’uomo, alla presa di coscienza, all’elaborazione di un modus vivendi che oramai ci appartiene e di cui sarebbe bene, di tanto in tanto, ricordarne il cammino.

*****

– (*) ricordiamo che fu Erasmo da Rotterdam a invogliare Tommaso Moro a leggere gli scritti di Juan Luis Vives
– 1. a cura di Laureano Robles, E la filosofia scoprì l’America, Jaca Book, Milano, 2003, pag. 15.
– 2. a cura di Laureano Robles, op. cit., pag. 240.
– 3. a cura di Francesco Rognoni, Tommaso Moro, Lettere, Vita e Pensiero, Milano, 2008, pag. 163.

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Jan 162015
 

Potremmo azzardare dire che nella storia del costume c’è altresì la storia dell’evoluzione umana, dalle caverne africane agli odierni grattacieli americani, dalle case condominiali inglesi di fine Settecento ai villini estivi mediterranei degli anni ’70 del Novecento, dal semplice drappo che copre il corpo dei romani agli elaborati vestiti barocchi dell’epoca di Luigi XIV fino a raggiungere i jeans di questi giorni e il lusso di certi stilisti di nota fama.

Cosicché proporre solo tre testi sul continuum storico della moda e dell’abbigliarsi nel trascorso dei secoli, è impresa davvero ardua, ché dovremmo considerare il luogo, il continente, l’ambiente politico e religioso, il decennio, così come lo stato civile, l’età, la sessualità, l’eredità ricevuta e acquisita, la mentalità locale, insomma tutta una serie di fattori che hanno influito nelle decisioni di indossare un determinato “oggetto”.

Eppure ci proviamo con alcuni volumi che potrebbero dare una visione generale dell’argomento, magari alternativa, magari spingendo ad approfondire il periodo che più suscita la nostra curiosità.

Nel contempo approfitto per segnalare una serie di articoli presenti in questo blog che fanno il nostro caso (»»qua).

Frédéric Monneyron, Sociologia della moda

Del prof. Frédéric Monneyron, Sociologia della moda, un libro per entrare in un contesto che appartiene a una dimensione psicologica, alla scelta del capo, all’influenza degli “altri”, all’ambito sociale. Una moda che, diremmo, essere creazione europea più o meno recente, che ha oramai investito tutti, e che definiremmo espressione di libertà, forse di individualismo, forse ancora “fenomeno” che ha impregnato indelebilmente il quotidiano recente, almeno dall’Ottocento a oggi.

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Marnie Fogg, Moda. La storia completa

Di Marnie Fogg, Moda. La storia completa, un ricco volumone illustrato e particolareggiato che ci porta nell’evoluzione del vestire dall’antichità ai nostri giorni, nelle tecniche, nelle stoffe, nei modelli che hanno caratterizzato una determinata epoca, nelle tendenze, nei colori, nelle trame e negli orditi. Un cammino che si sofferma sui punti più netti, più significativi del nostro coprirci per ripararci fino al consumismo di massa moderno.

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Lars F. H. Svendsen, Filosofia della moda

Lars F. H. Svendsen gioca invece a “teorizzare” in questo Filosofia della moda, nel senso che si pone domande quali se può esistere una filosofia della moda. Domanda di difficile risposta, ma che serve a indagare nella comprensione di sé stessi e del relativo comportamento, in un mondo odierno in cui “la moda comincia presso i clienti più giovani per poi estendersi ai più vecchi”. Un’analisi fra moda corpo linguaggio che investe anche personaggi come Klimt, Matisse, Dalì per spostare la mira sugli “abiti firmati” e il loro significato. Insomma, un esame filosofico che potrebbe raccontare la moda come “verità della cui realizzazione essa ha rappresentato la più attiva forza motrice”.

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Dec 232014
 
La Lonja de la seda o Loggia dei mercanti, Valencia, finestra ed entrata principale

La Lonja de la seda o Loggia dei mercanti, Valencia, finestra ed entrata principale

Casa famosa soy en quince años edificada.
Probad y ved cuan bueno es el comercio
que no usa fraude en la palabra,
que jura al prójimo y no falta,
que no da su dinero con usura.
El mercader que vive de este modo
rebosará de riquezas y gozará,
por último, de la vida eterna.” (1)

La Phoenix dactylifera è pianta tipica delle coste del Mediterraneo, palma che gli arabi del Medioevo coltivavano – anche ma non solo – in al-Andalus, terra iberica che li vide per circa settecento anni.

E fu tanta l’influenza di codesta specie nella cultura locale che potremmo azzardare a suggerire che le alte colonne elicoidali di 12 e più metri che sostengono l’interno della sala della contrattazione della Lonja de la seda a Valencia sono state fatte a loro somiglianza.

La Lonja de la seda o Loggia dei mercanti, Valencia, colonne Sala de contratacion

La Lonja de la seda o Loggia dei mercanti, Valencia, colonne Sala de contratacion

Ma andiamo con un certo ordine e iniziamo osservando che la funzione di questo luogo rifletteva quella della “Bourses de Commerce” di Parigi o di Marsiglia, o come “The Corn Exchange” di Londra, e altri ancora, luogo dove i mercanti, locali e non, si riunivano e patteggiavano le loro mercanzie, in un’epoca, inizi-metà del XVI sec., in cui Valencia, già prospera nei due secoli anteriori, poteva competere con mercati europei come Marsiglia e Genova. Generalmente le operazioni non erano pubbliche e si definivano con una stretta di mano, garanzia di accordo raggiunto e da mantenere.

Sebbene ci fossero un centinaio di tavoli, posti fissi ottenuti dietro pagamento di una determinata tariffa, la maggior parte delle discussioni avveniva in piedi, talvolta interrotte da una campana se entrava un’autorità o se terminava una sessione.

L’intera struttura fu costruita dal 1482 al 1548, di cui il maestro valenciano Pere Compte, ispirandosi al modello della Lonja di Palma di Maiorca, fu il primo architetto che gettò le basi di quello che potremmo definire essere la più emblematica rappresentazione del Secolo d’oro valenciano, edificio che risente tuttavia dell’influenza gotica e dei primi passi del Rinascimento italiano. Tre corpi lo formano, iniziando dal vero e proprio Salone di contrattazione, poi dalla Torre centrale e, per finire, dal Consolato del mare. Un cosiddetto Patio de los Naranjos allietava le giornate di lavoro dei mercanti.

La Lonja de la seda o Loggia dei mercanti, Valencia, Patio de los naranjos

La Lonja de la seda o Loggia dei mercanti, Valencia, Patio de los naranjos

L’elegante pavimento del Salone, dal marmo bianco nero e color cannella, attrae fortemente la nostra attenzione per un simpatico disegno che forma stelle a sei punte con attorno dei quadrati, mentre il soffitto, una volta policromo, fu dipinto nel 1498 dal maestro Martí Girbes di colore blu con le stelle, volendo simulare il cielo. Un gioco di luci pensieri e caratteri impressi nell’intero complesso che potremmo dire contenere l’antica anima edetana iberica, la religiosità cristiana e il senso degli affari dei sefarditi e degli arabi.

La Lonja de la seda o Loggia dei mercanti, Valencia, pavimento

La Lonja de la seda o Loggia dei mercanti, Valencia, pavimento

Per non dimenticare che in questa sala si installò la Taula de Canvis i depòsits, ovvero la Tavola di cambio e deposito, istituita a Valencia nel lontano 1407. Una cappella dedicata all’Immacolata Concezione è situata nel sotterraneo della Torre. Mentre una scala esterna porta al piano del Consulado del Mar, che risente già delle forme rinascimentali, consolato che trattava degli affari marittimi e commerciali della città.

Nel 1996, l’Unesco la dichiarò Patrimonio dell’Umanità. Di seguito un video che, percorrendo alcune vie di Valencia, ci porta nella Loggia.

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– 1. Iscrizione presente lungo le pareti della Sala di contrattazione.

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Dec 202014
 
Battaglia di Pavia, 1525, aut. fiammingo sconosciuto

Battaglia di Pavia, 1525, aut. fiammingo sconosciuto

Accennando all’Umanesimo, al Rinascimento, alle varie coeve scoperte geografiche principalmente portoghesi e spagnole, il prof. Giuseppe Galasso ci spiega le Guerre d’Italia, entrando nel periodo storico moderno, punto di partenza temporale che prepara il terreno al nostro mondo contemporaneo. Una serie di eventi diplomatici e bellici dal 1494 al 1559, dagli accordi talvolta di fragile equilibrio, che vedranno formarsi poco a poco i vari Stati europei, Stati connessi fra loro spesso per legami dinastici, Stati che dipenderanno l’uno dall’altro con una serie di trattati che cercheranno evitare l’egemonia di uno di loro.

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Dec 152014
 
Cattedrale di Valencia

Cattedrale di Valencia, consacrata nel 1238, edificata su un’antica moschea che a sua volta poggiava le basi su una cattedrale visigota.

Valencia. È martedì, 9 dicembre 2014, esco da casa intorno le ore 8:30 del mattino. Le strade attorno al mio appartamento si riempiono poco a poco di venditori ambulanti, è il mercato rionale settimanale, una babele che invita a comprare le più disparate merci, da coperte e mantelli prodotti in Thainlandia, a pentole e tegami italiani, a calze e calzettini francesi, a viti e cacciaviti che ricordano la Russia pre-Gorbaciov. Oggetti offerti non solo dai locali venditori valenciani, ma perfino di origine asiatica, cinesi coreani indiani, così come africani, marocchini algerini tunisini maliani, un cosmopolitismo visibile e tangibile che potrebbe ricordare, in un certo qual modo, la Spagna musulmana del XIII-XIV-XV sec., poco prima della cacciata degli ebrei, 1492.

E la storia di Valencia ha avuto uno sviluppo non solo legato alla penisola Iberica e all’Europa, ricordiamo Carlo I di Spagna ovvero Carlo V d’Asburgo, ma anche alla tradizione musulmana, con la dinastia omayyade che giunse nell’VIII sec. in quella che si chiamerà al-Andalus.

Cattedrale di Valencia dedicata all'Assunzione di Maria, cupola a forma ottagonale.

Cattedrale di Valencia dedicata all’Assunzione di Maria, cupola a forma ottagonale.

La città divenne, nel trascorso dei secoli e con alti-bassi, uno dei principali centri commerciali grazie al suo porto e ai suoi traffici con mezza Europa e Africa, uno sviluppo che favorì inoltre le arti e la cultura in generale. È proprio nella seconda metà del ‘400 che arriva il primo torchio da stampa, pubblicando, nel 1478, la prima Bibbia a caratteri mobili in una lingua neolatina. Decenni in cui Cristoforo Colombo – almeno fra il 1478 e il 1483 – trafficava e visitava Valencia più di una volta durante i suoi viaggi per il Mediterraneo (1).

Periodo d’oro che iniziò il declino con i viaggi del genovese verso l’America e lo spostamento dei traffici mercantili dal Mediterraneo verso l’Atlantico (inizi-metà XVI sec.). Epoca, d’altronde, caratterizzata dal clima di terrore dell’Inquisizione e dalla Controriforma, dall’espulsione degli ebrei e dei musulmani (1609), epoca ancora, in cui si susseguono una serie di proteste popolari contro monarchia e nobiltà (vedi la ben nota “rebelión de las Germanías”, 1520-1522).

Il Municipio di Valencia nel Natale del 2014

Il Municipio di Valencia nel Natale del 2014, espressione neoclassica e neobarocca del XVIII sec.

Nel Seicento si ha un rafforzamento del potere assolutista, incarnato da Filippo IV d’Asburgo (1605-1665), nel vasto impero che aveva oramai raggiunto la massima espansione territoriale e che stava fallendo le necessarie riforme politiche ed economiche. Cosicché Valencia perse il controllo sulle cariche municipali, permettendo al re immischiarsi in quelle competenze una volta della città.

Il XVII secolo vide oltretutto le strade vestirsi di palazzi e dimore barocche (Palacio del Marqués de Dos Aguas) e di facciate (Convento di San Domenico), di fari e di fiaccole per preparare magiche atmosfere, di spettacoli di potere, di celebrazioni per osannare l’assolutismo, di affollate processioni religiose.

Alla morte di Carlo II (1661-1700) e con la Guerra di Successione spagnola (1701-1713) si raggiunse il vero tramonto della città: oramai il Regno di Valencia non aveva più indipendenza politica e giuridica. Un declino in cui apparirà una debole luce solo nel XVIII secolo grazie all’industria tessile e della ceramica, sebbene il porto non avesse più le buoni funzioni di una volta. Prodotti, quelli della seta e degli azulejos, che approdarono finanche nelle lontane terre americane.

Il Mercato centrale di Valencia

Il Mercato centrale di Valencia, in stile modernista, fu iniziato a costruire, così come lo vediamo oggi, nei primi anni del XX sec.

L’Illuminismo fu introdotto per via di personaggi di prestigio come lo storico e linguista Gregorio Mayans (1669-1781) o il numismatico e filologo Pérez Bayer (1711-1794). Un movimento di idee che diede vita alla Sociedad Económica de Amigos del País, che cercava diffondere le nuove concezioni oltre che le recenti acquisizioni tecniche e scientifiche.

La regione valenciana è peraltro nota per aver dato natali a famosi personaggi e artisti fra i quali a Joanot Martorell (1413-1468), scrittore, autore di Tirante el Blanco (1511), uno dei primi romanzi moderni della letteratura cavalleresca europea dell’Età moderna, o a Joaquín Sorolla (1863-1923), pittore ben celebre nei cui quadri imprime la tipica luce del Mediterraneo, o ancora all’architetto Santiago Calatrava e tanti tanti altri ancora.

Oggigiorno è conosciuta – certamente non solo – per la Città delle arti e delle scienze, così come per Las Fallas, festa popolare in onore a San Giuseppe, per la paella valenciana e, non per ultimo, per l’horchata de chufa.

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– 1. a cura di Fernando Díaz Esteban, América y los judíos hispano portuguese, Real Academia de la Historia, Madrid, 2009, pag. 43.

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Nov 162014
 

Boton quiz

  1. Quale fu il motivo principale per il quale si giunse alle Guerre d’Italia?
  2. Quale fu la scintilla che innescò i primi combattimenti di fine XV sec.?
  3. In quali anni avvenne il conflitto?
  4. Chi furono i due maggiori contendenti?
  5. In quale battaglia fu fatto prigioniero il sovrano francese Francesco I?
  6. Quale pace sancì definitivamente la chiusura delle contese?
  7. Alla fine degli eventi bellici, quale stato si eresse come potenza europea?
  8. Pur autonomo, da che parte stava il papato alla fine delle guerre?
Le truppe francesi entrano a Napoli, febbraio 1495, in Cronaca figurata del Quattrocento di Melchiorre Ferraiolo, 1498 ca.

Le truppe francesi entrano a Napoli, febbraio 1495, in Cronaca figurata del Quattrocento di Melchiorre Ferraiolo, 1498 ca.

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Risposte:

  1. La rivendicazione da parte di Carlo VIII di Francia al diritto del trono di Napoli, in quanto discendente di Maria d’Angiò, nonna paterna.
  2. La discesa in Italia delle truppe francesi che, incontrastate, raggiunsero Napoli nel febbraio 1495.
  3. Le principali battaglie avvennero fra il 1494 e il 1559, la maggior parte in territorio oggi italiano.
  4. Spagna e Francia furono i due principali belligeranti, accompagnati a loro volta dal Sacro Romano impero, da Venezia, dal Ducato di Milano, dallo Stato Pontificio e varie piccole realtà locali.
  5. Nella ben famosa battaglia di Pavia, 24 febbraio 1525, scontro in cui gli archibugi e i cannoni ebbero ruolo rilevante.
  6. La pace di Chateau-Cambrésis nell’aprile 1559.
  7. L’impero spagnolo si eresse per un buon secolo a venire come potenza europea, reggendo le sorti direttamente o indirettamente di buona parte dell’Italia, fra cui Sicilia, Napoli, Milano, Sardegna.
  8. Generalmente da parte spagnola, anche per l’appoggio ricevuto, prima da Carlo V e poi da Filippo II, alla Controriforma cattolica.
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Oct 272014
 
La costruzione dell'Arca, Cronache di Norimberga, 1493

La costruzione dell’Arca, Cronache di Norimberga, 1493

Non bisogna mai sottovalutare l’importanza dei commerci marittimi nella storia dell’uomo, dagli albori della nostra civilizzazione fino ad oggi, oramai imprescindibili nella nostra vita quotidiana.

Ibn Battuta, il viaggiatore e scrittore marocchino che percorse l’Asia nel XIV secolo, scrisse che il commercio di tutto il mondo fra la costa del Malabar (nell’India) e la Cina avveniva con barche cinesi.” (1)

Il lungo dinamico percorso che va dalla pentecontera fenicia alla trireme greca fino alla galea medievale finisce per evolversi, nell’età moderna, verso imbarcazioni più maneggevoli che sfrutteranno maggiormente i venti e meno i remi. Percorso che vedrà impegnato non solo l’occidente, ma anche l’oriente:

Ognuno dei grandi barchi da guerra erano lunghi 150 metri (444 chi, l’unità di misura cinese standard, equivalente a circa 32 centimetri) e circa 50 metri di larghezza: sufficiente per alloggiare 50 barche da pesca.” (2)

Navi così come appaiono nella mappa di Fra Mauro del 1460.

Navi così come appaiono nella mappa di Fra Mauro del 1460.

Ed ecco dunque la caracca o nao, che solcava con i suoi tre o quattro alberi il Mediterraneo durante il XV sec., caracca pronta a portare provvigioni e restare in mare anche per diversi mesi, sebbene si dicesse essere poco stabile. Navi, quelle caracche, con le quali spagnoli e portoghesi solcheranno gli oceani di mezza terra, almeno durante il XV e XVI sec. La Santa Maria che varcò l’Atlantico al comando di Colombo ne fu esempio.

Certo c’era anche la caravella, si dice introdotta nel 1441 nel porto di Lisbona, strutturata per circumnavigare l’Africa e tanto adoperata dai marinai del re portoghese Enrico il Navigante per le loro esplorazioni costiere. Più piccola, quest’imbarcazione, rispetto alla caracca, sebbene più veloce e talvolta più resistente, sarà ben presto messa da parte per far spazio a mezzi più efficaci in grado di affrontare le rotte delle nuove conquiste transoceaniche. Famose la Niña e la Pinta, a Colombo care.

Con il passar dei decenni, apparve in pieno XVI sec. il galeone, evoluzione della vecchia caracca: stavolta l’ingegneria navale metteva nelle mani di capitani e ammiragli un poderoso veliero da guerra pronto per sfidare le bufere e le flotte nemiche. Un veliero così poteva misurare pur 40-42 metri con una larghezza di una decina. Inglesi e francesi ne fecero la punta di diamante della loro forza navale fino ad almeno tutto il Seicento.

Nel Settecento inoltrato entra in scena il vascello, possente nave da guerra a vela, spina dorsale delle potenze del Mediterraneo così come di quelle nascenti, Stati Uniti d’America. Oramai

La supremazia nella guerra marittima si dimostrò un presupposto essenziale per l’espansione economica nel resto del globo e per la difesa degli interessi commerciali minacciati dai vari competitori, europei o locali. Particolarmente efficace si dimostrò l’uso di vascelli che avevano un impiego al tempo stesso commerciale e militare: colpire economicamente la potenza rivale danneggiando il suo commercio divenne un obiettivo di ciascuno dei paesi concorrenti.” (3)

Solo le moderne navi corazzate a vapore lo sostituiranno, il mondo della vela sarà nel XX sec. solo un lontano ricordo, le nuove innovazioni industriali dell’Ottocento congederanno un modo di commerciare e battagliare vecchio di millenni.

Questo breve resoconto dovrebbe farci riflettere sull’importanza che i mari hanno avuto nelle comunicazioni fra popoli, nel desiderio di andar oltre il conosciuto, oltre le mitiche colonne d’Ercole. Voglia innata nell’uomo di ieri, come in quello di oggi, sfida che supera capacità e limiti personali.

Quelle che seguono sono alcune delle tante rappresentazioni del pittore olandese Willem van de Velde il Giovane (1633-1707), chiamato alla corte di Carlo II d’Inghilterra (1630-1685) ad aiutare il padre nei suoi lavori artistici. Abile disegnatore, esperto in scene marine, spesso a bordo delle navi, testimoniò con grande destrezza, grazie anche a una buona conoscenza delle tecniche navali, l’epoca in cui la marina inglese iniziava a padroneggiare i mari del mondo.

Tale è la precisione dei suoi dipinti che saranno presi come documenti sulle flotte navali del XVII sec., memoria storica di un periodo, quello moderno, che tanta influenza avrà nel continuum storico.

Confrontazione a Bergen, 3 agosto 1665, Willem van de Velde il Giovane, 1666.

Confrontazione a Bergen, 3 agosto 1665, Willem van de Velde il Giovane, 1666.

La partenza di Guglielmo d'Orange e la Principessa Mary per l'Olanda, novembre 1677, Willem van de Velde il Giovane, dopo il 1677

La partenza di Guglielmo d’Orange e la Principessa Mary per l’Olanda, novembre 1677, Willem van de Velde il Giovane, dopo il 1677

L'incendio di navi francesi nella battaglia di La Hogue, 23 maggio 1692, Willem van de Velde il Giovane

L’incendio di navi francesi nella battaglia di La Hogue, 23 maggio 1692, Willem van de Velde il Giovane

Visita reale alla flotta nell'estuario del Tamigi, 1696, Willem van de Velde il Giovane

Visita reale alla flotta nell’estuario del Tamigi, 1696, Willem van de Velde il Giovane

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– 1. Gavin Menzies, 1421. El año en que la China descubrió el mundo, DeBolsillo, Bogotà, 2009, pag. 94 (trad. dallo spagnolo di G. Armato).
– 2. Gavin Menzies, op. cit. pag. 66.
– 3. Maria Fusaro, Reti commerciali e traffici globali nell’età moderna, ed. Laterza, 2011, kindle pos. 374.

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