Sep 142014
 

di Ivana Palomba

Francesco II Borbone delle Due Sicilie

Francesco II Borbone delle Due Sicilie

Il modo di dire “essere l’esercito di Franceschiello”, patrimonio del nostro lessico, ha un significato dispregiativo volendo significare “un reparto, un’istituzione dissestata, disorganizzata senza disciplina, né mezzi.”[1]

Mai modo di dire fu più ingiusto, perché nel crollo del regno borbonico fu proprio l’esercito col suo valore e fedeltà, morale e politica, a salvare l’onore della dinastia.

Il “Franceschiello” in questione è Francesco II di Borbone (1836-1894), re delle Due Sicilie, soprannome datogli dal popolo napoletano per affetto e simpatia, ma passato alla storia come epiteto dispregiativo poiché, come si sa, la storia la scrivono i vincitori e chi perde è sempre dalla parte del torto.

Francesco II nato a Napoli nel 1836 non conobbe la madre, Maria Cristina di Savoia beatificata nel gennaio del 2014, che ad appena quindici giorni dal parto morì. Salì al trono nel 1859, ricevendo dal padre, Ferdinando II (1810-1859) che aveva regnato per oltre trent’anni trasformando il Regno delle Due Sicilie in uno degli stati più ricchi e potenti d’Europa, un’eredità pesante per la sua giovane età e proprio quando iniziava la fase più difficile della storia del Sud. Gli avvenimenti infatti travolsero la dinastia e mutarono la storia del popolo.

Ma anche se Franceschiello regnò per un breve spazio di tempo riuscì lo stesso a farsi apprezzare dal suo popolo per bontà d’animo, spirito di carità verso i più deboli e grande fede cattolica.

In pochi mesi attuò importanti riforme sociali e politiche: dimezzò l’imposta sul macinato, ridusse le tasse doganali, emanò amnistie, ampliò la rete ferroviaria del regno. Per sua iniziativa furono create cattedre universitarie, licei e collegi.

L’iconografia ci rimanda l’immagine di un giovane con spalle cadenti, aspetto impacciato e occhi tristi e la storiografia, anche quella più recente, ci riporta ad un re che viene quasi trascinato nella difesa di Gaeta dall’entusiasmo incosciente e talvolta imprudente della giovane moglie Maria Sofia di Baviera (1841-1925), riconosciuta come “eroina di Gaeta”.

Quest’immagine stereotipata di un monarca perdente, di un re pavido e inetto, dove le parole potere e trionfo non trovano spazio, stride con la realtà di un re dal profilo umano, morale, intellettuale e cristiano, altissimo e rigoroso.

Il 6 settembre 1860, Francesco, per risparmiare alla sua città atroci combattimenti con l’esercito garibaldino ormai alle porte, partì per Gaeta denunciando all’Europa, con un proclama dai toni gravi, ciò che riteneva una violazione ai popoli delle Due Sicilie:

“… una guerra ingiusta e contro la ragione delle genti ha invaso i miei Stati, non ostante che io fossi in pace con tutte le Potenze Europee.”[2]

Egli denunciava ai rappresentanti delle potenze europee la violazione alle più elementari norme del diritto internazionale. Ciò che adesso succedeva al suo stato apriva le porte all’autolegittimazione dei governi spianando la strada a dei regimi che avrebbero basato la loro potenza sulla forza e la violenza e non sul consenso dei popoli. Denunciava inoltre il Piemonte che pubblicamente sconfessava l’azione garibaldina ma in segreto la sosteneva:

“… questa guerra spezza ogni fede ed ogni giustizia ed arriva fino a violare le leggi militari che nobilitano la vita ed il mestiere di soldato… L’Europa non può riconoscere il blocco decretato da un potere illegittimo… L’azione di Garibaldi è quella di un pirata. Accettandola, l’Europa civile tollererebbe la pirateria nel Mediterraneo…”[3]

Francesco II Borbone delle Due Sicilie con la moglie Maria Sofia di Baviera

Francesco II Borbone delle Due Sicilie con la moglie Maria Sofia di Baviera

Lasciando Napoli, Francesco non aveva portato nulla con sé. Dopo appena una settimana dalla sua partenza, i suoi beni furono dichiarati da Garibaldi “beni nazionali”. Alla successione di Vittorio Emanuele II (1820-1878) fu avanzata la proposta di rendergli i suoi beni privati con la condizione che non avanzasse alcuna pretesa al trono delle Due Sicilie ma Francesco non accettò, non volendo alcuna strumentalizzazione della sua persona:

“La restituzione del mio non mi adesca; quando si perde un trono, poco importa il patrimonio. Se l’abbia l’usurpatore o li restituisca, né quello mi strappa un lamento, né questo un sorriso. Povero sono, come oggi tanti altri migliori di me. Stimo più la dignità che la ricchezza.”[4]

Federico si acquartierò, con i suoi uomini più fedeli, nella fortezza di Gaeta che fu assediata dalle forze, comandate dal generale Cialdini, inviate da Cavour (Camillo Benso, conte di Cavour 1810-1861), che voleva dare l’ultimo colpo di grazia alle resistenze borboniche.

Francesco combatteva contro l’indifferenza europea e protestava instancabilmente sul fronte diplomatico. Convinto della legittimità della sua opera si era messo a fianco dei suoi soldati per osteggiare tale sopruso.

Così si esprimeva:

Ma quando veggo i sudditi miei che tanto amo in preda a tutti i mali della dominazione straniera, quando li vedo come popoli conquistati portando il loro sangue e le loro sostanze ad altri paesi, calpestati dal piede di straniero padrone, il mio cuore napolitano batte indegnato nel mio petto, consolato soltanto dalla lealtà di questa prode armata, dallo spettacolo delle nobili proteste che da tutti gli angoli del Regno si alzano contro il trionfo della violenza e dell’astuzia. Io sono napolitano; nato tra voi, non ho respirato altra aria, non ho veduto altri paesi, non conosco altro che il suolo natio. Tutte le mie affezioni sono dentro il Regno: i vostri costumi sono i miei costumi: la vostra lingua è la mia lingua; le vostre ambizioni mie ambizioni. Sono un principe vostro che ha sacrificato tutto al suo desiderio di conservare la pace, la concordia, la prosperità tra suoi sudditi.”[5]

Non voleva assumersi la responsabilità dei massacri che l’esercito piemontese stava facendo ai suoi napoletani che la propaganda dipingeva come “briganti”.

Ora s’appellano briganti e banditi chi in lotta disuguale difendono la indipendenza della patria; così ho l’onore d’essere un bandito anch’io.”[6]

La resistenza di Gaeta fu accanita, animata anche dalla bella e animosa regina Maria Sofia di Baviera (1841-1925), ma a metà febbraio la città dovette capitolare. L’11 febbraio 1861, anche per risparmiare ulteriori perdite, Francesco II dava mandato al governatore della piazzaforte di negoziare la resa. I due giorni di trattative non risparmiarono però altri lutti perché il generale Cialdini continuava a bombardare la fortezza militare. Alla fine si registreranno: tra le file piemontesi 46 morti, 321 feriti, 0 dispersi e tra le file borboniche 826 morti, 569 feriti, 200 dispersi senza contare la popolazione civile che pure aveva subito il grave assedio.

Povero e in esilio l’ultimo discendente di una delle monarchie più potenti d’Europa visse ad Arco di Trento gli ultimi anni della sua breve vita, in umiltà e dignitoso anonimato. Il 27 dicembre 1894 uscirà definitivamente dalla scena del mondo sobriamente come aveva vissuto.

Napoli apprese la notizia della morte di Francesco II di Borbone dalle colonne de Il Mattino. In prima pagina Matilde Serao aveva scritto:

Don Francesco di Borbone è morto, cristianamente, in un piccolo paese alpino, rendendo a Dio l’anima tribolata ma serena. Giammai principe sopportò le avversità della fortuna con la fermezza silenziosa e la dignità di Francesco secondo. Colui che era stato o era parso debole sul trono, travolto dal destino, dalla ineluttabile fatalità, colui che era stato schernito come un incosciente, mentre egli subiva una catastrofe creata da mille cause incoscienti, questo povero re, questo povero giovane che non era stato felice un anno, ha lasciato che tutti i dolori umani penetrassero in lui, senza respingerli, senza lamentarsi; ed ha preso la via dell’esilio e vi è restato trentaquattro anni, senza che mai nulla si potesse dire contro di lui. Detronizzato, impoverito, restato senza patria, egli ha piegato la sua testa sotto la bufera e la sua rassegnazione ha assunto un carattere di muto eroismo… Galantuomo come uomo e gentiluomo come principe, ecco il ritratto di Don Francesco di Borbone”.[7]

©Ivana Palomba

*****

[1] Carlo Lapucci, Dizionario modi dire, Garzanti-Avallardi, 1993.
[2] Harold Acton, Gli ultimi Borboni di Napoli (1825-1861), Giunti Editore, 1997, pag. 553.
[3] Angelo Insogna, Francesco II, re di Napoli: storia del Reame delle Due Sicilie, 1859-1896, Grimaldi, 2004, pag.168.
[4] Giacinto De Sivo, Storia delle Due Sicilie, Trabant, Vol. II, 2013, pag. 555.
[5] Proclama reale, Gaeta 8 dicembre 1860.
[6] Ibidem.
[7] Matilde Serao, Il re di Napoli, “Il Mattino di Napoli”, del 29 dicembre 1894.

*****

Bibliografia:

– Giacinto De Sivo, Storia delle Due Sicilie, Vol. II, edizioni Trabant, 2013.
– Harold Acton, Gli ultimi Borboni di Napoli (1825-1861), Giunti Editore, 1997.
– Angelo Insogna, Francesco II, re di Napoli: storia del Reame delle Due Sicilie, 1859-1896, Grimaldi, 2004.
– Stefano Preite, Il Risorgimento, ovvero, Un passato che pesa sul presente: rivolte contadine e brigantaggio nel sud, Lacaita, 2009.
– Raffaele Di Lauro, L’assedio e la resa di Gaeta, 1860-61, ed. Marino, Caserta, 1923.
– Mariolina Spadaro, Francesco II di Borbone, l’ultimo Re di Napoli, La Riviera, 2007.

Jul 162014
 
The Costume of China, William Alexander, 1805

The Costume of China, William Alexander, 1805

La Cina è stata da sempre un paese misterioso, poco conosciuto, meta di intraprendenti viaggiatori alla ricerca di spezie e prodotti da importare, un mercato (»»qua) sostanzialmente a via univoca, gelosa, potremmo azzardare, la Cina, delle proprie ancestrali memorie.

E quando il re inglese Giorgio III inviò una delegazione, 1793 (»»qua), l’occasione giovò a una serie di diplomatici pittori letterati artisti in genere per prendere contatto e raccontare una realtà diversa dall’europea.

A questo punto entra in gioco il nostro personaggio.

Dopo aver completato i suoi studi alla Royal Accademy Schools di Londra, William Alexander (1767-1816) nel 1792, all’età di 25 anni, fu uno dei disegnatori che accompagnavano in Cina la Macartney Embassy. Periodo ben fruttifero quello trascorso nelle terre orientali che permisero a William immortalare il quotidiano cinese di fine Settecento, quello in cui regnava l’imperatore Qianlong (1711-1799) della dinastia Qing.

Nei due anni – ritornerà a Londra nel 1794 -, seguendo il conte George Macarteny (1737-1806), che in quel mentre cercava convincere il sovrano cinese ad aprirsi ai commerci con l’Occidente, operazione fallita, il nostro pittore ebbe bastante tempo per preparare ciò che poi sarà dato alle stampe nel 1805 come The Costume of China, un volume in cui si raccoglievano ben 48 preziose immagini che presentavano all’Europa dell’epoca la società di quelle terre esotiche, immagini seguite da un’accurata descrizione.

Prima di lasciare lo spazio ad alcune tratte dal libro di William Alexander, che ci danno una visione storica di un mondo ancora oggi a noi poco conosciuto, desidero segnalare l’interessante sito della Fondazione Intorcetta – Prospero Intorcetta (1625-1696) fu il primo a tradurre in latino le opere di Confucio – che segnala alcuni dei tanti gesuiti siciliani che viaggiarono vissero studiarono quella cultura.

Contadino con moglie e figli, Cina fine XVIII sec.

Contadino con moglie e figli, Cina fine XVIII sec.

Ritratto di lama, o monaco, Cina fine XVIII sec.

Ritratto di lama, o monaco, Cina fine XVIII sec.

Donna cinese con suo figlio, accompagnata da un servo, Cina fine XVIII sec.

Donna cinese con suo figlio, accompagnata da un servo, Cina fine XVIII sec.

Facchino cinese, Cina fine XVIII sec.

Facchino cinese, Cina fine XVIII sec.

Ritratto di soldato in uniforme, Cina fine XVIII sec.

Ritratto di soldato in uniforme, Cina fine XVIII sec.

Jun 132014
 

di Carla Citarella

Pierre-Auguste Renoir, La Seine à Asniéres, 1879

Pierre-Auguste Renoir, La Seine à Asniéres, 1879

Il movimento impressionista si è formato a Parigi tra il 1860 e il 1870. La storia dell’Impressionismo non è tuttavia solo un fenomeno francese, ma un movimento d’arte internazionale (1860-1920) per la sua rapida diffusione. L’impressionismo è l’epilogo grandioso di un modo particolare di impossessarsi del mondo dipingendolo. Sarebbe incompleto senza il suo specifico proseguimento nel Neoimpressionismo di Georges Seurat.

Scopo della ricerca:

- trovare una pittura che rendesse “l’impressione” visiva nella sua immediatezza, e che permettesse loro di tradurre sulla tela a due dimensioni le impressioni prodotte in loro dai giochi di luce e movimento;

- adottare una tecnica rapida, senza ritocchi, a tocco, in modo da non pregiudicare la sensazione visiva e la soggettività dell’artista. I contorni sono aboliti, perché il colore, in un certo senso, straripa da un oggetto o da un personaggio, e si prolunga in forma di ombra colorata;

- abbandonare le regole di atelier nel disporre e illuminare i modelli sempre sotto la stessa falsa luce, nella solita posa tradizionale per poi passare al tratto e al chiaroscuro: tutto è equilibrio e banali giochi di luce ombre nere;

- avversione totale per l’arte accademica: prospettiva, composizione, soggetto storico,  personaggio, chiaroscuro. Queste regole erano state stabilite dalle accademie d’arte e indicavano proporzioni e rapporti ideali di linee e forme che dovevano essere osservati scrupolosamente.

Metodo: lavoro en plein air dal principio alla fine. Un’immersione totale nella luce e nel colore.

La Montagne Sainte-Victoire vue de Bellevue, Paul Cézanne, 1855 ca.

La Montagne Sainte-Victoire vue de Bellevue, Paul Cézanne, 1855 ca.

Questa filosofia della percezione sarà adottata sistematicamente a partire dagli anni ’70 dell’Ottocento. I giovani “rivoluzionari” e trasgressivi dell’arte che aprono la via alla ricerca artistica moderna si chiamavano Monet, Renoir, Cézanne, Degas, Pissarro, Sisley e Toulouse-Lautrec. Interessati alle ricerche scientifiche che si stavano conducendo sulla natura fisica del colore, compiono uno vero e proprio studio diretto, sperimentale, all’aperto, sulle continue variazioni apportate dalla luce stessa sul mondo che li circonda: cercano per esempio di cogliere una variazione di luce che suggerisca un preciso momento nel tempo. I paesaggi e il succedersi delle stagioni nelle relative variazioni di tempo e di luce sono i soggetti particolarmente ideali per tali studi pittorici. Bastava, infatti, un cambiamento della luce, una leggera brezza o qualsiasi variazione atmosferica che la percezione non era più la stessa.

In pieno sole i contorni degli oggetti”, scrive Cézanne, “mi sembrano non solo bianchi e neri, ma blu rossi, marroni, viola”; (1)

Nessun ombra è nera”, spiega Renoir, “ha sempre un colore. La natura conosce solo i colori”. (2)

La pittura impressionistica, come afferma Monet, risulta in questo senso ”la registrazione di un’emozione irrepetibile in un istante di tempo che non si presenterà più”. (3)

L’effetto è ben reso dalla descrizione del critico Èmile Zola, con il quale Manet usava trascorrere del tempo assieme per discutere della sua arte:

Il sole cade a piombo sulle gonne di un bianco splendente; l’ombra tiepida di un albero ritaglia sul vialetto e sui vestiti soleggiati, una grande tovaglia grigia, stoffe tagliate in due dall’ombra e dal sole”. (4)

Claude Monet, Springtime, 1872

Claude Monet, Springtime, 1872

L’impressionismo espande la capacità percettiva e analitica della pittura, offrendo una propria soluzione a favore di una visione d’insieme, e innesca nell’osservatore una nuova sensibilità, una nuova capacità di vedere, e una sorta di coinvolgimento emotivo.

©Carla Citarella

*****

- 1. a cura di G. A. Dell’Acqua, Impressionisti francesi, Istituto Italiano d’Arti Grafiche, Bergamo, 1955.
– 2. a cura di G. A. Dell’Acqua, op. cit.
– 3. a cura di Luigina Rossi Bartolatto, Claude Monet 1870-1889, L’opera Completa di Monet, Rizzoli, 1978.
– 4. a cura di Luigina Rossi Bartolatto, op. cit.

May 312014
 

di Ute Margaret Saine

Dorozka, Aleksander Orłowski

Dorozka, Aleksander Orłowski

È concepibile supporre che le scienze cambino quando cambia la realtà? Questo è vero: la realtà può impellere o impedire la curiosità scientifica. Un esempio è l’effetto Doppler.

Per il fisico Christian Doppler (Salisburgo, 1803-1853), conosciuto per l’effetto che porta il suo nome, era opportuno che le carrozze, veicoli tirati da cavalli, che si muovevano per le città a una certa velocità, usassero un suono per allertare i pedoni.

I primi Drozhki [veloce carrozza trainata da cavalli], parola russa che poi in tedesco è diventata Droschken, chiamati Hackneys in Inghilterra, si osservarono negli stati baltici, e da lì il concetto si mosse verso ovest.

Christian Doppler

Christian Doppler

Quante persone avevano ascoltato quello strano cambio di suono, senza minimamente chiedersi il perché? Nel 1841, Christian Doppler notò che il suono percepito dall’orecchio cambiava di frequenza quando la carrozza urbana si avvicinava verso l’osservatore e dopo si allontanava da lui. Il suono si espande in onde, così come la luce. Nel 1842, Doppler presentò davanti la Reale Società Boema di Scienze a Praga una conferenza sulla luce colorata di stelle binarie. Le sue ricerche applicavano lo stesso principio, postulando che la frequenza osservata di un’onda dipendeva dalla velocità relativa della fonte sonora in relazione con l’osservatore.

Verso il 1845, Doppler aveva generalizzato il suo principio per includere ogni fenomeno di onda. Nel frattempo, due fisici contemporanei conosciuti, Joseph Petzval (1807-1891) e Anders Jonas Ångström (1814-1874), entrarono in polemica con Doppler. Ma il fisico e psicologo Ernst Mach (1838-1916), cui nome è legato ai numeri Mach, dedicò i suoi primi importanti progetti scientifici a confermare la teoria di Doppler.

Mach costruì un semplice apparecchio per dimostrare che l’effetto Doppler era reale, almeno in quanto al suono. Fissò a terra un tubo di sei piedi di altezza con un segnale acustico in modo che girasse verticalmente. Quando l’ascoltatore stava sullo stesso piano dell’asse di rotazione, non ascoltava il cambio di frequenza. Quando invece stava sul piano della stessa rotazione, notava una fluttuazione di frequenza corrispondente alla velocità della rotazione.

Senza le carrozze urbane, in quell’epoca, nessuno sarebbe stato capace di scoprire lo spettro dei colori delle stelle binarie. Fino a quando, in occasione successiva, la realtà avrebbe offerto un nuovo contesto per la scoperta scientifica.

©Ute Margaret Saine

Apr 282014
 

Pur avendolo accennato più di una volta (»»qua), è bene sottolineare che una tela, un dipinto, un’opera d’arte va esaminata e riesaminata, nelle diverse ore del giorno, nelle varie sfaccettature che propone, nei diversi nostri stati d’animo, insomma non si finisce mai d’imparare. Ecco perché insisto spesso che non sempre di primo acchito si riesce a cogliere tutti gli elementi che un quadro offre, specialmente quando possono sembrare di secondaria importanza.

First Reading of the Emancipation Proclamation of President Lincoln, Francis Bicknell Carpenter, 1864

Abramo Lincoln e il suo Gabinetto leggono il Proclama di Emancipazione

Sopra: Abramo Lincoln e il suo gabinetto leggono la proclamazione della libertà degli schiavi nei dieci paesi in rivolta contro gli Stati Confederati, nella Guerra civile americana. Era il 1864, il pittore americano Francis Bicknell Carpenter immortalava tale momento.

Voglio dipingere adesso questo quadro, mentre tutti gli attori della scena sono in vita

avrebbe detto Carpenter al congressista dell’Illinois Owen Lovejoy (1).

Lincoln aveva presentato una prima volta tale Proclama al suo Consiglio dei Ministri già il 22 luglio 1862, Proclama entrato in vigore il 1° gennaio dell’anno successivo.

Mappa della schiavitù negli Stati Americani del Sud, 1861

Mappa della schiavitù negli Stati Americani del Sud, 1861

Ebbene, in tale rappresentazione, sulla parte destra si nota una mappa (»»qua). È una mappa del 1861 in cui si evidenziano le percentuali di schiavi nei singoli Stati americani del Sud ottenuti da un censimento del 1860, una carta che mostra esistere ben 3.950.343 schiavi su una popolazione totale di 12.240.296, circa il 32%.

E Abramo Lincoln adoperò – anche ma non solo – tale resoconto per supportare le proprie tesi rivolte all’abolizione della schiavitù.

*****

- 1. Louis P. Masur, The Painter and the President, International NewYorkTimes, 25 luglio 2012.

Mar 052014
 
Giorgio III in avanzata età

Giorgio III in avanzata età

Personaggio chiave nell’Europa del XVIII primi decenni del XIX secolo, Giorgio III Hannover (1738-1820) successe al nonno Giorgio II, morto il padre, Federico di Hannover (1707-1751), quando lui ancora giovane.

Amante delle arti – ricordiamo fondò nel dicembre 1798 la Royal Academy of Arts -, delle scienze, buon collezionista di libri, di mappe, di musica, religioso a tal punto da restare per varie ore al giorno in preghiera, ebbe ben 15 figli dalla regina Carlotta di Meclemburgo-Strelitz (1744-1818), molti dei quali raggiunsero l’età adulta, e addirittura due furono sovrani britannici, uno re di Hannover e una principessa di Württemberg.

Nel 1811, il sovrano britannico, quasi cieco e pieno di reumatismi, fu dichiarato pazzo, vivendo rinchiuso nel castello di Windsor fino alla sua morte. E a proposito dei suoi disturbi mentali, vale la pena sottolineare il film, diretto da Nicholas Hytner,  La pazzia di Re Giorgio, del 1994, in cui si sottolinea, fra l’altro, anche la perdita di potere da parte della corona inglese a favore del Parlamento. Nello stesso tempo l’opera cinematografica, premio Oscar per la migliore scenografia, mostra le pratiche mediche del periodo giorgiano che tentavano curare il re cercando di comprendere il corpo umano, per esempio, attraverso le analisi delle feci e delle urine, proponendo cure come le purghe e altro ancora.

Vari eventi di un certo rilievo interessarono il suo regno, fra cui ricordiamo:

→1763:
Trattato di Parigi, termina la Guerra dei Sette Anni, la Gran Bretagna diventa una potenza mondiale;

→ 1776:
Dichiarazione di Indipendenza Americana, la Gran Bretagna in seguito perde parte dell’America;

→ 1789-1815:
Rivoluzione francese e successive guerre napoleoniche;

→1805:
Battaglia di Trafalgar, morte dell’ammiraglio Lord Nelson, oramai la Gran Bretagna è una potenza marittima;

→ 1807:
Abolizione del commercio degli schiavi.

YouTube Preview Image

Feb 182014
 

La questione è la seguente: le biblioteche, lo ripetiamo fino alla noia, sono stimolo ed energia per lo sviluppo culturale di un Paese, senza biblioteche la storia di un popolo è zoppa, manca di quella sostanza che lo muove avanti coscientemente.

Nella società moderna, il libro è un elemento essenziale dello sviluppo. Tutto l’accidentato cammino che ha seguito il genere umano per giungere al suo stato attuale di progresso, è contenuto nei libri. Tutto ciò che può motivare il suo ingegno per continuare a esercitare i suoi talenti, è anche in questi.” (1)

Biblioteca Nacional de Chile

Biblioteca Nacional de Chile

Orbene, l’autobus 403 mi porta in meno di mezz’ora da casa mia, nel quartiere Ñuñoa, proprio davanti al bellissimo edificio della Biblioteca Nacional de Chile, nella via che ricorda il “Libertador Bernardo O’Higgins”. Un percorso fra le vie poco affollate di una Santiago del Cile che assapora una calda estate: febbraio qua è l’agosto italiano!

Salgo le larghe scalinate delineate da alte colonne di ordine composito, entro, mi ritrovo in un ambiente prettamente neoclassico, un gusto che mi appartiene. Chiedo informazioni, mi accompagna la bibliotecaria Paulina Olivos Opazo, mi dà notizie generali dell’edificio, mi propone la lettura di vari testi per meglio entrare nelle dinamiche del passato, della sua formazione e della prima raccolta di libri, nel 1813, proprio quando Cile lottava per diventare repubblica, inseguendo un cammino tutto suo, rompendo con la dominazione spagnola, un gesto, quello di creare una biblioteca, che potrebbe simbolizzare il voler essere indipendente e iniziare a raccogliere la propria storia. Quello è l’anno della fondazione della Biblioteca Nacional, non ancora però nell’edificio di oggi, in cui passerà i suoi volumi solo a fine costruzione, 1925.

Biblioteca Nacional de Chile, sala Gabriela Mistral, inizi anni '80

Biblioteca Nacional de Chile, sala Gabriela Mistral, inizi anni ’80

E, in effetti, il 1813, il 10 agosto, data l’apertura al pubblico dell’allora piccola realtà, una realtà rivolta non solo agli studiosi, ma soprattutto al pubblico in generale, persone da educare, alfabetizzare, abituare alla lettura. Dirà D. Mariano Egaña, allora ventenne, all’inaugurazione:

Cittadini tutti: una grande biblioteca, superiore agli scarsi ricorsi di questo paese, vi apre il Governo con tutti gli strumenti per la vostra illuminazione, entrate, approfittate di ciò che sapevano i nostri anziani e quello che anticipa il nostro secolo.” (2)

Più avanti aggiunge:

Artisti, naturalisti: là troverete anche modelli, macchine e strumenti per il vostro lavoro, le arti e le scienze.” (3)

Cammino per le sale, girovago senza un apparente senso, poche le persone che leggono, per lo più sono di avanzata età: ma è piena estate! Mi rassicurano che durante il periodo scolastico i ragazzi affollano le sale, attenti nei loro studi e nelle loro ricerche, la biblioteca si anima con il loro simpatico parlottio. Le statistiche che mi fornisce gentilmente Paulina dicono che nel 2013 sono entrate più di 200.000 persone, nello stesso tempo in cui le visite al sito internet Memoria Cilena e correlati furono oltre 66.000.000, scaricando ben oltre 25.000.000 di documenti: cifre di una certa importanza, cifre che connotano la voglia di sapere di uno Stato di circa 17.000.000 di abitanti.

Mi sento in Europa, come fossi a casa mia, fra mura che parlano le più disparate lingue, fra testi che spaziano fra le più diverse materie dell’ingegno umano: i volumi che contengono queste stanze sono 2.000.000, alcuni ancora da catalogare.

Biblioteca Nacional de Chile, sala José Toribio Medina

Biblioteca Nacional de Chile, sala José Toribio Medina

La sala dedicata a José Toribio Medina, che nel 1925 donò la sua pregiata collezione, coinvolge i miei sensi, mi avvolge con il suo fascino. Libri, mappe, scaffali colmi di atavico sapere: è pane per i miei denti abituati a masticare pagine e memorie. 35.000 titoli, uno dei fondi bibliografici a tema coloniale più importanti del Cile, forse del Sud America, una raccolta che contiene i più validi documenti sicuramente dell’intero edificio.

Mi siedo in una delle belle sedie di legno – tutta la sala è di eccellente legno, tutti e tre i piani -, lui, Don José, mi guarda dai due ritratti che ho a destra e a sinistra, posso quasi annusare l’odore dei sigari che lui amava fumare (4), mentre un dolce ticchettio scandisce un tempo che pare dialogare con il presente. Socchiudo gli occhi, respiro aria ancestrale, quell’aria tipicamente culturale dei primi decenni del Novecento, e in effetti l’ambiente ha tanto dell’architettura di quel periodo.

Girovago ancora un po’, su e giù per le scale. Grande, l’edificio è grande, quasi mi perdo per le varie sale, i vari uffici, le varie aree, fra le riviste della sala Pablo Neruda, l’Archivo del escritor, la Colección Chilena e tante altre ancora fra cui l’Archivo de literatura oral y tradiciones populares in cui si conserva la testimonianza viva e vibrante della storia locale. Qua si può sbirciare un fumetto, ascoltare un cd, sfogliare un giornale o un qualsiasi quotidiano, si può bisbigliare a bassissima voce che il vicino sta traducendo un testo dal latino o che una ragazza sta copiando un poema d’amore di Neruda o finanche che uno sconosciuto studioso italiano è affannato a indagare le leggende del popolo Mapuche.

Biblioteca Nacional de Chile, sala Gabriela Mistral

Biblioteca Nacional de Chile, sala Gabriela Mistral

I giochi si fanno sempre più piacevoli quando entro nel salone della poetessa Gabriela Mistral, una zona dedicata alla lettura, dove si va per immergersi nel testo, dove la luce è così ben studiata che agevola la riflessione e aiuta a meglio considerare l’enorme importanza che ha la biblioteca per il popolo cileno.

Constato con soddisfazione che Cile è una realtà che palpita di vita, che ha voglia di affrontare a testa alta il secolo appena iniziato, ma ha altresì desiderio di scoprire il proprio passato, una memoria che non vuole lasciare nel dimenticatoio, di cui la Biblioteca Nacional è strumento indispensabile e imprescindibile di deposito e trasmissione.

*****

-1. Sergio Martínez Baeza, Biblioteca Nacional, Ed. Dirección de bibliotecas, archivos y museos, 1982, pag. 11 (trad. di Gaspare Armato).
– 2. Sergio Martínez Baeza, Biblioteca Nacional, op. cit., pag. 18 (trad. di Gaspare Armato).
– 3. in Mapocho, Revista de Humanidases, Ed. Dirección de bibliotecas, archivos y museos, n. 73, Primer semestre de 2013, pag. 12 (trad. di Gaspare Armato).
– 4. Revista Pat, Ed. Dirección de bibliotecas, archivos y museos, n. 56, invierno 2013, pag. 24.
– seconda immagine: primi anni ’80, sala dedicata a Gabriela Mistral, tratta da: Sergio Martínez Baeza, Biblioteca Nacional, op. cit., pag. 107.

Feb 102014
 

Una possibile storia della gomma da masticare, invenzione per alcuni dovuta a William F. Semple, per altri a Thomas Adams.

*****

Gomma da masticare, vecchia pubblicità, 1905

Gomma da masticare, vecchia pubblicità, 1905 (Wikipedia)

“Sappiamo che l’uomo neolitico masticava resina tratta da alberi e piante con proprietà medicinali, però l’origine della gomma da masticare lo dobbiamo alla cultura maya. Inizialmente una specie di latex estratto da un albero chiamato tzicli – nativo delle zone tropicali del Centroamerica -, il suo consumo fu immediatamente popolare nelle grandi civilizzazioni mesoamericane già più di 2.000 anni fa.

Tuttavia, la massiccia commercializzazione dell’estratto inizia durante l’esilio a New York del presidente messicano Antonio López de Santa Ana, conosciuto come appassionato alla gomma da masticare.

Fu lì dove conobbe l’inventore nordamericano Thomas Adams, nel 1869, che stava cercando una sostanza alternativa al caucciù, per abbassare il costo di gomme per biciclette e carrozze. Per far in modo che la gomma non indurisse sufficientemente per soddisfare i suoi obiettivi, decise invece mescolarla con aromatizzanti e zucchero, creando la prima versione della gomma da masticare moderna.

Nel 1869 Adams registrò la sua idea e due anni più tardi i “Chiclets Adams” furono venduti per la prima volta in una farmacia di Hoboken, New Jersey. La diffusione verso il resto del mondo iniziò durante la Prima guerra mondiale, quando i soldati statunitensi la portarono con loro in Europa per diminuire i livelli di stress e ansietà.

Oggi, fabbricata con latex artificiale, il suo consumo è massiccio al punto da rappresentare quasi il 14% del mercato mondiale delle caramelle.” (1)

*****

- 1. tratto dal quotidiano cileno El Mercurio, miercoles 29 de enero de 2014, pag. A8 (tradotto dallo spagnolo da Gaspare Armato).

Jan 262014
 

Sembrerà banale affermarlo, Colombo (1451-1506) non sarebbe approdato sulle coste della futura America, se non avesse viaggiato e sfidato le credenze del tempo. Gli esploratori portoghesi del XV secolo non avrebbero dato i nomi alle nuove terre se non avessero forzato i limiti della conoscenza. Ancor più, Magellano (1480-1521) non avrebbe circumnavigato il globo se non avesse avuto la spinta interiore di andare oltre il sicuro, il noto, portando nell’attraversata la sua esperienza. Questo per quanto riguarda l’età da noi studiata, la moderna.

Jan Bruegel, Paesaggio con viaggiatori, seconda metà XVI sec.

Jan Bruegel, Paesaggio con viaggiatori, seconda metà XVI sec.

Vogliamo andar avanti?

Sulle nostre tavole non ci sarebbero le patate, il peperoncino, il mais se qualcuno, per curiosità, per indagine, per interesse per non li avesse imbarcati in uno dei vascelli diretti verso l’Europa, così come non avremmo conosciuto gli indigeni del nord America se John White non avesse visitato l’odierna Nord Carolina. Non avremmo “visto” certa flora e fauna del sud America se Maria Sybilla Merian non fosse andata in Suriname a disegnare piante e insetti poco noti nel Seicento.

Insomma, per quanto ovvio e logico possa sembrare alla luce della nostra concezione contemporanea della vita, i viaggi sono stati, e sono ancora in un certo qual senso, la forza motrice della nostra civilizzazione, della nostra crescita. L’incontro e incrocio di culture differenti potrebbe essere indicato come punto di forza per lo sviluppo dell’umanità.

Vengono per associazione di idee immediatamente in mente i 15.000 km. del ben famoso viaggio di Marco Polo (1254-1324), un lungo cammino da Venezia a Pechino che avrebbe portato notizie di popoli e mondi lontani (»»qua Il Milione da ascoltare), in quel Medioevo età precorritrice dei grandi viaggi dei secoli successivi.

Non bisogna altresì dimenticare che il nostro Paese fu meta preferita di artisti e letterati del Settecento e dell’Ottocento – certamente non solo di quei secoli -, basta ricordare al Goethe scrittore, al Winckelmann scopritore di Ercolano e Pompei, a Johann Jacob Volkmann anch’egli scrittore, a Guy de Maupassant ammiratore della Venere di Siracusa, fra i tantissimi, personaggi alla ricerca delle impronte del passato per completare il loro percorso di studi, quel Grand Tour a cui tutti, aristocratici e non, aspiravano, e che poteva durare da pochi mesi ad anni interi.

L’Italia senza la Sicilia, non lascia nello spirito immagine alcuna. È in Sicilia che si trova la chiave di tutto [...] La purezza dei contorni, la morbidezza di ogni cosa, la cedevole scambievolezza delle tinte, l’unità armonica del cielo col mare e del mare con la terra… chi li ha visti una sola volta, li possederà per tutta la vita […]”. (1)

Vuoi in carrozza, vuoi a cavallo, vuoi in barca, percorrevano, in condizioni per noi poco comode, le strade e le campagne di mezza Europa, ritraendo con i colori con la matita con la scrittura gli aspetti più bizzarri e interessanti di paesaggi e costumi che colpivano la loro attenzione, prodotto per ricordare e far conoscere le loro peregrinazioni.

Goethe ammirando il Colosseo, Jakob Phillip Hackert, 1790 ca.

Goethe ammirando il Colosseo, Jakob Phillip Hackert, 1790 ca.

Si accavallano i decenni, passano i secoli. I viaggi restano ancora oggi un modo per incontrare “l’altro” e andar oltre le frontiere patrie della mentalità e delle proprie tradizioni. Scriveva Bruce Chatwin (1940-1989), autore britannico di racconti di viaggi, nel suo Anatomia dell’irrequietezza:

Il viaggio non soltanto allarga la mente: le dà forma.” (2)

Lo stesso autore che in un’altra sua opera annotava:

Non riescono a star fermi [gli sherpa], e nella terra degli sherpa, ogni pista è contrassegnata da cumuli di sassi e bandiere da preghiere, messi lì a rammentare che la vera casa dell’Uomo non è una casa, ma la Strada, e che la vita stessa è un viaggio da fare a piedi” (3),

quasi a dire che l’essere nomadi è insito nel DNA di noi umani.

Oggigiorno la tecnologia ha accorciato le distanze, attenuato le incertezze, ha eliminato i possibili pericoli, si sa già a che cosa si andrà incontro, il viaggio sembra, per alcuni, più una ricerca interiore, una sfida con sé stessi.

Una maniera, il “girovagare”, per entrare nelle dinamiche contemporanee di un mondo che oramai appare senza più confini fisici territoriali, un mondo alla portata di tutti, e ancor più con le immense possibilità che offre internet, fra cui quella di poter viaggiare e lavorare nello stesso tempo, un nomadismo che, nell’accezione moderna, diventa digitale (»»qua).

Prima del viaggio si scrutano gli orari,
le coincidenze, le soste, le pernottazioni
e le prenotazioni (di camere con bagno
o doccia, a un letto o due o addirittura un flat);
si consultano le guide Hachette e quelle dei musei,
si cambiano valute, si dividono
franchi da escudos, rubli da copechi;
prima del viaggio s’informa
qualche amico o parente, si controllano
valige e passaporti, si completa
il corredo, si acquista un supplemento
di lamette da barba, eventualmente
si dà un’occhiata al testamento, pura
scaramanzia perché i disastri aerei
in percentuale sono nulla;
prima del viaggio si è tranquilli ma si sospetta che
il saggio non si muova e che il piacere
di ritornare costi uno sproposito.
E poi si parte e tutto è O.K. e tutto
è per il meglio e inutile.

E ora, che ne sarà
del mio viaggio?
Troppo accuratamente l’ho studiato
senza saperne nulla. Un imprevisto
è la sola speranza. Ma mi dicono
che è una stoltezza dirselo.” (4)

E allora un viaggio potrebbe iniziare così:

YouTube Preview Image

*****

- 1. Johann Wolfgang von Goethe, Viaggio in Italia, Mondadori, 2004.
– 2. Bruce Chatwin, Anatomia dell’irrequietezza, Adelphi, 2012.
– 3. Bruce Chatwin, Che ci faccio qui?, Adelphi, 1990.
– 4. Eugenio Montale, Prima del viaggio, in Satura (1962-1970).

Jan 022014
 

Elementi di storia moderna.Un e.book che raccoglie ben 16 monografie dedicate ai principali avvenimenti della Storia moderna, dalla scoperta dell’America da parte di Cristoforo Colombo, al problema della schiavitù, al cosiddetto Rinascimento, alla Rivoluzione industriale e alle sue conseguenze, alla Rivoluzione francese, passando per l’erotismo, per gli indumenti tipici dell’epoca, per le cucine e le ricette culinarie, per elementi di storiografia. Un volume necessario e indispensabile per entrare nelle dinamiche di un periodo del quale siamo figli.

→ Scarica le 677 pagine a solo €. 6,50 

*****

Indice generale

– Sulla scoperta dell’America e dintorni
– Carlo V
– Enrico VIII
– Il denaro nell’età moderna
– L’Europa religiosa del XVI sec.
– Il Rinascimento
– Sulla schiavitù nell’Età Moderna fra il XV e XIX sec.
– Studiare fra il XVI e il XVII secolo
– L’erotismo nell’Età moderna
– A tavola nell’Età moderna
– Su Oliver Cromwell e la Rivoluzione inglese
– I primi passi dell’America a stelle e strisce
– La Rivoluzione industriale
– La Rivoluzione francese
– Vestirsi nell’Età Moderna
– Storiografia e dintorni

Dec 222013
 

Non è mai vano sottolineare l’importanza dei cartografi e della cartografia in generale nel trascorso della Storia moderna, cartografi spesso autori ed editori nello stesso tempo. E sebbene almeno fino a metà del XVI sec., nelle mappe venivano inseriti anche dettagli poco concreti, fantasiosi, con il tempo si perfezionarono, grazie anche alle scoperte scientifiche, sempre più con il fine di raffigurare, per quanto possibile, le realtà territoriali del tempo.

Di seguito due libri che mi sembrano validi per avvicinarci a una materia essenziale nello studio dei fatti dell’epoca, per capire che, per un certo periodo di tempo, le mappe servivano anche come propaganda, per esaltare gesta e conquiste di un re imperatore principe papa, mappe dunque anche a carattere sociale politico, oltre che geografico. E ogni mappa talvolta avrà una storia tutta sua, magari legata alla leggenda, ai racconti dei marinai, dei naviganti, degli esploratori, avrà, per dirla con Attilio Brilli, “del romanzesco” (1).

David Buisseret, I nuovi mondi 

David Buisseret, con I mondi nuovi. La Cartografia nell’Europa moderna, ci immerge letteralmente nelle rappresentazioni territoriali dell’epoca, un’epoca in piena trasformazione politica e geografica, piena di scoperte. Partendo dall’influenza della Grecia e di Roma, per continuare con il Medioevo, approfondisce determinati aspetti dell’Età moderna. Un continuum che serve a capire le trasformazioni avvenute e l’influenza che la cartografia ha avuto nel trascorso della storia, una cartografia utile, fra l’altro, per controllare possedimenti oltremare e preparare battaglie.

*****

Juergen Schulz, La cartografia fra scienza e arte 

Juergen Schultz, La cartografia tra scienza e arte. Carte e cartografi nel Rinascimento italiano.
Premettendo che “È scorretto attendersi da una mappa assoluta attendibilità e precisione, perché alla fin fine il proposito di un cartografo, anche del più moderno, non è mai quello di registrare la nuda verità”, il libro inizia analizzando la famosa veduta di Jacopo de’ Barbari, fino a parlare di Cristoforo Sorte e del Palazzo Ducale di Venezia, per concludere con le belle rappresentazioni murali cartografiche nell’Italia del Rinascimento. Un libro che, scrivendo di carte e cartografi, ci porta in un aspetto del Rinascimento italiano poco conosciuto.

****

- Attilio Brilli, Dove finiscono le mappe. Storie di esplorazione e di conquiste, il Mulino, Bologna 2012, Kindle pos. 3636.

Dec 102013
 

“Cane non mangia cane;
«i feroci leoni non si fanno guerra»;
il serpente non aggredisce il suo simile;
v’è pace tra le bestie velenose.
Ma per l’uomo non c’è bestia più pericolosa dell’uomo.”
(1)

YouTube Preview Image

I “giochi” della guerra hanno avuto parte rilevante nella storia dello sviluppo dell’umanità, hanno preparato e dato vita a stati nazioni confini identità in un mondo che raggiunge i giorni d’oggi ancora dilaniato da lotte spesso intestine, spesso religiose, spesso economiche.

Il sempre maggiore “perfezionamento” delle armi, dalla nascita dell’uomo che si difendeva con pietre e mazze, catapulte e balestre, per passare alla spada alla lancia all’archibugio al cannone alla pistola al fucile alla bomba atomica, identifica periodi più o meno ben precisi che delineano inoltre sviluppi e declini economici e politici che hanno avuto effetto sulle varie società, società che pare essersi evolute – certamente non solo -, almeno in termini materiali, grazie proprio all’uso di questi marchingegni, modificando tuttavia la geografia politica.

La parola guerra sembra incerta a detta di Erasmo da Rotterdam (»»qua altre origini):

Anche i grammatici hanno intuito la natura della guerra: alcuni sostengono che essa si chiama «bellum» per antitesi, perché non ha niente di buono né di bello; la guerra è «bellum» nello stesso senso in cui le Furie sono le «Eumènidi». Altri preferiscono far derivare la parola «bellum» da «bellua», belva: perché è da belve, non da uomini, impegnarsi in uno sterminio reciproco.” (2)

YouTube Preview Image

Un mestiere, quello dei soldati, che prende maggior forza e vigore nell’Età moderna con la formazione di eserciti stabili che scorrazzeranno per mezza Europa, basta ricordare solo la ben famosa Guerra dei Trent’anni (1618-1648) dove ogni mille uomini c’erano a disposizione circa quattro cannoni, oltre all’uso di altre armi da fuoco che cambieranno tattiche e strategie, dove castelli fortezze mura perderanno poco a poco la loro importanza e le battaglie diventeranno sempre più sanguinarie.

Dalla caduta di Costantinopoli – 1453 -, in cui le ancora primitive grandi bocche da fuoco hanno avuto un certo peso, fino alla battaglia di Pavia – 1525 -, in cui gli archibugi hanno dato una buona mano agli spagnoli di Carlo V per sconfiggere i francesi di Francesco I, per passare alla tenace difesa di Vienna – 1683 -, momenti storici in cui l’uso di armi tattiche strategie hanno influito nelle successive decisioni dei governanti per preparare nuove realtà territoriali che formeranno la presente Europa.

Federico il Grande, a capo di uno dei primi eserciti professionali più organizzati e moderni del tempo, la sapeva ben lunga quando scriveva:

La guerra è una sciagura così immane, il suo esito così incerto e le conseguenze, per un paese, così catastrofiche, che i sovrani non avranno mai riflettuto abbastanza prima di intraprenderla.” (3)

Lui, che aveva combattuto per quasi tre decenni in cerca di nuovi confini, per ampliare il suo piccolo regno, lottando contro i grandi che cercavano sottometterlo da est da ovest da sud, lui fautore degli eserciti mercenari, pensando di lasciare continuare a lavorare la popolazione affinché potesse avere i mezzi per pagare i soldati del re.

YouTube Preview Image

Passano i decenni, ma battaglie e guerre sembrano non diminuire d’intensità, morti e feriti servono per “sedersi al tavolo delle trattative” (»»qua) con il fine di imporre e far prevalere le proprie aspirazioni.

E se una volta c’erano i cronisti a raccontare i fatti, descrivendo che cosa avevano visto e che cosa avevano ascoltato, poi entrò la fotografia che aiutò nel lavoro di divulgazione, oggi abbiamo altresì i filmati, le telecamere che presentano il mondo così come appare agli occhi dei giornalisti.

Questo rapido percorso, breve resoconto di idee e pensieri, desidera solo ricordare il triste ruolo che hanno avuto le armi nel destino della nostra evoluzione, soffermando l’attenzione sulle innate capacità distruttive dell’essere umano.

YouTube Preview Image

*****

– 1. Erasmo da Rotterdam, Dulce bellum inexpertis, 1521.
– 2. Erasmo da Rotterdam, Dulce bellum inexpertis, 1521.
– 3. Federico il Grande, L’Anti-Machiavel, 1740.

Nov 212013
 

Ma dobbiamo stare attenti a non cadere nell’errore di coloro che, abbagliati da un esasperato materialismo, ritengono che un elemento molto importante e necessario sia per questo sufficiente. È facile ma assurdo dimenticare che non sono i capitali che fanno gli uomini, ma sono gli uomini che fanno i capitali.” (1)

Nei giochi economici che l’uomo ha creato, i bisogni rivestono una parte importante per lo sviluppo della società, bisogni che, – talvolta ma non sempre – motore di spinta per le innovazioni, hanno dato vita al materialismo nel quale stiamo vivendo. Nel trascorso della storia, ciò che una volta era oggetto di desiderio di lusso di necessità, con il passar del tempo, poteva trasformarsi, rimpiazzato da un altro (ne abbiamo parlato qua).

Crisi depressioni crolli, alti e bassi, elementi costanti nel continuum storico. Oggi ci lamentiamo che il nostro stipendio non ci permette arrivare a fine mese, mentre i nostri genitori rimpiangono l’ieri dove tutto era più “maneggevole”, e i nostri nonni ci ricordano le difficoltà della loro epoca di guerra. Un costante lagnarsi che ci riporta, per esempio, al memorialista francese Gilles de Gouberville (1521-1578) quando nel 1560 scriveva nel suo Journal:

Al tempo di mio padre, si mangiava carne tutti i giorni, si facevano pasti abbondanti e si trangugiava il vino come fosse acqua. Ma oggi tutto è diverso; tutto costa caro… il cibo dei contadini più abbienti è di gran lunga inferiore a quello dei servi di una volta.” (2)

Annibale Caracci, Il mangiafagioli – 1583

A fine XVIII sec., Thomas Malthus (1766-1834) sosteneva che

La popolazione, se non è controllata, cresce in proporzione geometrica. I mezzi di sussistenza crescono solo in proporzione aritmetica” (3),

un concetto che influenzerà le idee dai suoi coevi in poi, da Charles Darwin a Alfred Russel Wallace a John Maynard Keynes, mentre l’economia diventava man mano sempre più globale, l’industria iniziava a far da protagonista.

Una rete commerciale, un “compra-vendi”, che andava da est a ovest da nord a sud. Una Cina, che fino al Quattrocento sembrava esser sviluppata tecnologicamente come o forse più dell’occidente, perderà terreno, così come Portogallo e Spagna lasceranno il dominio dei mari favorendo, con l’avanzare l’età moderna, Francia e Gran Bretagna. Giochi sociali spesso imprevedibili.

Come imprevedibili saranno, secoli dopo, le manipolazioni borsistiche degli anni ’20 del Novecento negli Stati Uniti, potenza mondiale che influisce oramai nelle decisioni di mezzo mondo.

YouTube Preview Image

Passano gli anni, l’Italia cambia la propria economia da agricola a industriale, la Vespa la Fiat 600 la televisione i frigoriferi, gli elettrodomestici in generale, saranno oggetti da tutti desiderati. Gli anni ’60 saranno così ricordati:

YouTube Preview Image

In tutto questo andirivieni, chissà se qualcuno si ricordava delle parole di Adam Smith (1723-1790), quando scriveva nel XVIII sec.:

“Nella corsa alla ricchezza, agli onori e all’ascesa sociale, ognuno può correre con tutte le proprie forze, […] per superare tutti gli altri concorrenti. Ma se si facesse strada a gomitate o spingesse per terra uno dei suoi avversari, l’indulgenza degli spettatori avrebbe termine del tutto. […] la società non può sussistere tra coloro che sono sempre pronti a danneggiarsi e a farsi torto l’un l’altro. “(4)

Cosicché resta la riflessione che i cambi sono il pane della nostra vita, nulla resta immutabile nel passaggio del tempo, ciò che ieri era vero oggi potrebbe essere da rivalutare e ciò che stiamo costruendo domani sarà modificato in qualcos’altro, entrando nella vita liquida contemporanea tanto cara a Bauman. Un percorso evolutivo economico che dovrebbe tener in conto delle risorse della nostra Terra, giacché sembrano essere limitate.

E per chiudere questo articolo non resta che affidarci a:

 YouTube Preview Image

*****

– 1. Carlo M. Cipolla, Storia economica dell’Europa pre-industriale, il Mulino, 2009, cap. 28, pag. 242.
– 2. in Fernand Braudel, Espansione europea e capitalismo, il Mulino, Bologna, 2006, pag 39.
– 3.  Robert Malthus, The Principle of Population, 1798.
– 4.  Adam Smith, Teoria dei sentimenti morali, 1759

Nov 082013
 

Un rapido “sguardo” all’insegnamento nel trascorso della Storia moderna, dalla metà-fine XV secolo a inizi dell’Ottocento, quello sguardo che ci dovrebbe far capire il lento difficile percorso che ha avuto la diffusione della cultura in generale, percorso che potremmo dire accelerarsi dopo l’invenzione dei caratteri mobili gutenberghiani e una maggiore, seppur lenta, diffusione dei libri stampati tramite i torchi. Da un sapere riservato a pochi, inizialmente ai più abbienti e, certamente, ai religiosi, da una trasmissione orale a una scritta, fino ad arrivare alla possibilità di accedere, ai giorni d’oggi, a un conoscimento privo di frontiere fisiche e sempre più integrato.

Prendiamo in considerazione una serie di pittori dell’epoca che ci corrisponde per “vedere” con i loro occhi il cammino dell’alfabetizzazione, quadri, testimonianza di uno sviluppo che ci appartiene.

Lezione alla Sorbona di Parigi, metà XV secolo

Lezione alla Sorbona di Parigi, metà XV secolo, da un manoscritto medievale

Insegnando ai bambini, 1516, Hans Holbein il Giovane

Insegnando ai bambini, 1516, Hans Holbein il Giovane

Il Maestro, 1645, Gerrit Dou

Il maestro, 1645, Gerrit Dou

Il Maestro, 1662, Adriaen van Ostade

Il Maestro, 1662, Adriaen van Ostade

Il maestro, 1727, Krzysztof Lubieniecki

Il maestro, 1727, Krzysztof Lubieniecki

Scene di scuola, 1780 ca., Francisco Goya

Scene di scuola, 1780 ca., Francisco Goya

I due colpevoli, 1850 ca., Francis William Edmonds

I due colpevoli, 1850 ca., Francis William Edmonds

 

Oct 282013
 

Certo un oggetto può piacere anche per se stesso, per la diversità delle sensazioni gradevoli che ci suscita in una percezione armoniosa; ma ben più spesso il piacere che un oggetto ti procura non si trova nell’oggetto per se medesimo. […] Nell’oggetto, insomma, noi amiamo quel che vi mettiamo di noi, l’accordo, l’armonia che stabiliamo tra esso e noi, l’anima che esso acquista per noi soltanto e che è formata dai nostri ricordi.” (1)

Li abbiamo accanto, li adoperiamo, li conserviamo, li puliamo, li regaliamo, li portiamo con noi, a volte non ci rendiamo conto della loro importanza, sono quegli oggetti con i quali conviviamo e che fanno parte in modo “intimo” della nostra vita.

Oggi come ieri come l’altro ieri, vari sono i prodotti della nostra creatività (vedi articolo »»qua) che ci accompagnano, dal telefonino all’auto, dal portachiavi all’orologio da polso, dall’anello al dito alla sciarpa per ripararci dal freddo, manufatti che hanno rappresentato e rappresentano l’evoluzione dell’umanità, quel cammino che dalla ruota ci ha portato al personal computer.

La fotografia e i video ci hanno permesso in questi ultimi decenni tramandare la loro storia e prendere “visione” di come erano, dei cambi avvenuti, delle modifiche, dei perfezionamenti (ne abbiamo accennato »»qua).

E allora, perché non domandarci che cosa adoperavano i nostri trisavoli duecento o trecento o cinquecento anni addietro? A parte le descrizioni che possiamo trovare in certe cronache o nella corrispondenza o in documenti notarili, e via dicendo, in aiuto ci viene altresì la pittura, quegli artisti che hanno rappresentato la loro quotidianità, fornendo una chiave di lettura della relativa epoca storica.

Ebbene, divertiamoci ad analizzare superficialmente qualche dipinto, individuando quegli utensili che caratterizzavano i decenni in questione.

Occhiali

Occhiali

Partiamo dagli occhiali: nell’immagine a sinistra il Cardinale Ugone da Provenza (1200-1263), ritratto da Tommaso da Modena, siamo intorno il 1352, mentre a destra un Apostolo che legge con occhiali, dettaglio tratto da La morte della Vergine del pittore austriaco Maestro di Heiligenkreuz, inizi XV sec., due delle prime testimonianze sugli occhiali.

*****

Pieter Bruegel il Vecchio, Lotta tra Carnevale e Quaresima, 1559

Pieter Bruegel il Vecchio, Lotta tra Carnevale e Quaresima, 1559

Sbirciamo ora questo dipinto di Pieter Bruegel il Vecchio, Lotta tra Carnevale e Quaresima, 1559, in cui possiamo dettagliare una gran quantità di oggetti che si adoperavano nel Cinquecento fiammingo: in alto a sinistra l’insegna della locanda, quasi nel centro del quadro una donna che attinge acqua presso un pozzo pubblico grazie a una carrucola, in alto a destra alcuni ragazzi giocano con trottole, tipico intrattenimento dell’epoca. E ancora: ceste, anfore, imbuti, botti, contenitori di tutti i tipi, così come alcuni strumenti musicali (a sinistra).

*****

Anziana friggendo uova, Diego Velazquez, 1618

Anziana friggendo uova, Diego Velazquez, 1618

Facciamo un salto temporale ed entriamo nel Seicento con questo bel quadro dello spagnolo Diego Velazquez, Anziana friggendo uova, del 1618. Ecco, possiamo “vedere” come si preparavano delle uova in piena epoca barocca, un gesto valido ancora oggi. Non manca la cipolla; una decina gli utensili a portata di mano.

Le cose esistono solo grazie ad una creazione che di continuo si rinnova”, dice Marcel Proust ne Il tempo ritrovato. Cosicché andiamo avanti negli anni e “ritroviamoci” in pieno XVIII secolo.

*****

Jean-Baptiste Chardin, La lavandaia, 1740 ca.

Jean-Baptiste Chardin, La lavandaia, 1740 ca.

Il Settecento è tuttavia un secolo legato al passato, sarà la Rivoluzione francese a rompere con l’Ancien Régime e dare una svolta alla vita quotidiana, alla vita sociale, a nuovi modi di affrontare la “modernità” che si avviava, di lì a poco, con i Boulevards e i Passages, e certamente con la Rivoluzione industriale. Non sarebbe vano ricordare che la lavatrice fu sviluppata dopo la fine della Seconda guerra mondiale, mentre una volta il ruolo di lavare i panni veniva riservato alla lavandaia, sebbene sembra che un primo tentativo di meccanizzazione si abbia avuto proprio a fine XVIII secolo.

Jean-Baptiste Chardin ce lo ricorda in questa tela del 1740, La lavandaia, scena a sfondo familiare, che dovrebbe portarci a riflettere sul progresso avvenuto in questi ultimi decenni.

*****

-1. Luigi Pirandello, Il fu Mattia Pascal, Mondadori, 2001, cap. IX.

iscriviti alla babilonia61 newsletter

distinguiti dalla massa, ama la cultura

 

→ e scarica gratis un e.book in formato pdf che raccoglie, a mo’ di rivista, una serie di articoli

dedicati alla storia moderna, con immagini e video: