May 072015
 
Il Danubio visto dal Ponte delle Catene, Budapest

Il Danubio visto dal Ponte delle Catene, Budapest

Il Danubio è spesso avvolto da un alone simbolico antitedesco, è il fiume lungo il quale s’incontrano, s’incrociano e si mescolano genti diverse, anziché essere, come il Reno, un mitico custode della purezza della stirpe. È il fiume di Vienna, di Bratislava, di Budapest, di Belgrado, della Dacia, il nastro che attraversa e cinge, come l’Oceano cingeva il mondo greco, l’Austria absburgica, della quale il mito e l’ideologia hanno fatto il simbolo di una koinè plurima e sovrannazionale, l’impero il cui sovrano si rivolgeva «ai miei popoli» e il cui inno veniva cantato in undici lingue diverse. Il Danubio è la Mitteleuropa tedesca-magiara-slava-romanza-ebraica, polemicamente contrapposta al Reich germanico, un’ecumene «hinternazionale», come la celebrava a Praga Johannes Urzidil, un mondo «dietro le nazioni».” (1)

Un gioco di destini, quello delle acque del Danubio, le cui radici succhiano linfa vitale da millenni di Storia, almeno dai Celti nel I sec. a.C. e poi dai Romani, un continuum che appartiene vuoi all’Europa dell’Est come dell’Ovest, vuoi del Nord come del Sud, e in cui palpitavano e palpitano ancora le più disparate culture, dalla magiara a quella tedesca a quella ebrea a quella rumena…

E allora il Ponte delle Catene di Budapest, ovvero il Széchenyi Lánchíd, potrebbe rappresentare una mano tesa verso un florido futuro cui l’Ungheria sembra lentamente spingersi dopo l’entrata nell’Unione europea nel maggio 2004.

Acque, dunque, in cui due possenti archi-piloni in stile neoclassico sorreggono uno dei ponti più famosi della nazione, ponte che collega comodamente Buda a Pest. Comodamente sì, ché una volta c’erano ben poche vie di comunicazione fra le due rive, attraversando, le persone, in estate in barche o in chiatte, in inverno camminando, quando possibile, sul ghiaccio.

Ponte delle Catene, Budapest.

Ponte delle Catene, Budapest.

Ne fu testimone un conte, il politico e scrittore István Széchenyi (1791-1860), ostacolato nel 1820 a passare dall’altra parte in modo urgente per assistere ai funerali del padre. Problema che lo spinse a costituire una fondazione per finanziare le opere per la costruzione di un ponte permanente i cui lavori, dopo incertezze e pareri sfavorevoli, iniziarono nel 1839.

Alla testa di centinaia di operai, fra cui alcuni specializzati venuti anche dalla Gran Bretagna, lo scozzese Adam Clark (1811-1866) supervisionò il progetto dell’ingegnere inglese William Tierney Clark (1783-1852), che aveva già alle spalle l’esperienza del Marlow Bridge (1832). Un elegante ponte sospeso che avrebbe fatto rimanere tutti meravigliati la cui campata centrale avrebbe misurato ben 202 m., la più lunga dell’epoca.

L’inaugurazione avvenne il 21 novembre del 1849, dopo dieci anni di fatiche e di lotte. Lo stesso Adam Clark salvò per ben due volte la sua distruzione, una prima durante la rivoluzione del 1849 da un generale austriaco, la seconda da un generale ungherese che aveva ordinato abbatterlo dopo la ritirata delle sue truppe.

Ma il vero colpo di grazia fu dato nel gennaio del 1945, minato, insieme agli altri ponti sul Danubio, dalle truppe tedesche che non riuscivano a tener testa all’avanzata russa. Stavolta buona parte delle strutture caddero, il Széchenyi Lánchíd si sedeva ferito sulle tristi acque del suo amato fiume.

Fu infine ricostruito e inaugurato il 21 novembre 1949. Lungo quasi 380 metri, è sostenuto da catene fissate a due massicci piloni che s’innalzano per circa 50 metri, ornati da 4 statue di leoni, scolpite da János Marschalkò (1818-1877).

I leoni del Ponte delle Catene, Budapest

I leoni del Ponte delle Catene, Budapest

*****

– 1. Claudio Magris, Danubio, Garzanti, Milano, 2006.

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Pin on PinterestEmail this to someone
Feb 082015
 
Il generale Napoleone Bonaparte, comandante dell'Armata d'Italia

Il generale Napoleone Bonaparte, comandante dell’Armata d’Italia

Una serie di video su Napoleone Bonaparte (1769-1821), il suo esercito e alcune delle sue battaglie.

Dal colpo di stato, attraverso gli avvenimenti della Grande Armée, nel mezzo di vittorie e sconfitte, avanzate e accampamenti, vita privata e pubblica, un video che ci porta nell’esercito di Napoleone, un esercito che ha combattuto in Austria, in Italia, in Egitto, in Russia, in Spagna, in Prussia, in mezza Europa, un esercito diventato leggendario.

YouTube Preview Image

*****

Battaglia di Austerlitz, 2 dicembre 1805, fu combattuta tra Napoleone, Alessandro I zar di Russia e Francesco II imperatore del Sacro Romano Impero nei pressi dell’odierno paesino di Slavkov u Brna nella Moravia, Repubblica Ceca. Vinta da Napoleone, è ritenuto uno dei più grandi successi tattici del francese.

YouTube Preview Image

*****

18 giugno 1815, si scontrano francesi, britannici e prussiani. Ultima sanguinosa battaglia di Napoleone. Durata circa otto ore, si svolse in realtà nei pressi del villaggio belga di Mont-Saint-Jean, a 5 chilometri da Waterloo. La sconfitta condurrà Napoleone all’esilio a Sant’Elena, dove morirà nel 1821.

YouTube Preview Image

*****

Famosa anche per la morte di Horatio Nelson (1758-1805), la battaglia navale di Trafalgar, tra francesi e spagnoli contro inglesi, vide la sconfitta napoleonica, nei pressi di Cadice, Spagna. Era il 21 ottobre 1805. Da ora in avanti il controllo dei mari sarà in mano agli inglesi, Bonaparte abbandonerà l’idea di invadere l’isola.

YouTube Preview Image

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Pin on PinterestEmail this to someone
Jan 162015
 

Potremmo azzardare dire che nella storia del costume c’è altresì la storia dell’evoluzione umana, dalle caverne africane agli odierni grattacieli americani, dalle case condominiali inglesi di fine Settecento ai villini estivi mediterranei degli anni ’70 del Novecento, dal semplice drappo che copre il corpo dei romani agli elaborati vestiti barocchi dell’epoca di Luigi XIV fino a raggiungere i jeans di questi giorni e il lusso di certi stilisti di nota fama.

Cosicché proporre solo tre testi sul continuum storico della moda e dell’abbigliarsi nel trascorso dei secoli, è impresa davvero ardua, ché dovremmo considerare il luogo, il continente, l’ambiente politico e religioso, il decennio, così come lo stato civile, l’età, la sessualità, l’eredità ricevuta e acquisita, la mentalità locale, insomma tutta una serie di fattori che hanno influito nelle decisioni di indossare un determinato “oggetto”.

Eppure ci proviamo con alcuni volumi che potrebbero dare una visione generale dell’argomento, magari alternativa, magari spingendo ad approfondire il periodo che più suscita la nostra curiosità.

Nel contempo approfitto per segnalare una serie di articoli presenti in questo blog che fanno il nostro caso (»»qua).

Frédéric Monneyron, Sociologia della moda

Del prof. Frédéric Monneyron, Sociologia della moda, un libro per entrare in un contesto che appartiene a una dimensione psicologica, alla scelta del capo, all’influenza degli “altri”, all’ambito sociale. Una moda che, diremmo, essere creazione europea più o meno recente, che ha oramai investito tutti, e che definiremmo espressione di libertà, forse di individualismo, forse ancora “fenomeno” che ha impregnato indelebilmente il quotidiano recente, almeno dall’Ottocento a oggi.

*****

Marnie Fogg, Moda. La storia completa

Di Marnie Fogg, Moda. La storia completa, un ricco volumone illustrato e particolareggiato che ci porta nell’evoluzione del vestire dall’antichità ai nostri giorni, nelle tecniche, nelle stoffe, nei modelli che hanno caratterizzato una determinata epoca, nelle tendenze, nei colori, nelle trame e negli orditi. Un cammino che si sofferma sui punti più netti, più significativi del nostro coprirci per ripararci fino al consumismo di massa moderno.

*****

Lars F. H. Svendsen, Filosofia della moda

Lars F. H. Svendsen gioca invece a “teorizzare” in questo Filosofia della moda, nel senso che si pone domande quali se può esistere una filosofia della moda. Domanda di difficile risposta, ma che serve a indagare nella comprensione di sé stessi e del relativo comportamento, in un mondo odierno in cui “la moda comincia presso i clienti più giovani per poi estendersi ai più vecchi”. Un’analisi fra moda corpo linguaggio che investe anche personaggi come Klimt, Matisse, Dalì per spostare la mira sugli “abiti firmati” e il loro significato. Insomma, un esame filosofico che potrebbe raccontare la moda come “verità della cui realizzazione essa ha rappresentato la più attiva forza motrice”.

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Pin on PinterestEmail this to someone
Dec 012014
 
Vino Marsala  (da wikipedia)

Vino Marsala (da wikipedia)

di Ivana Palomba

Il Marsala, questo vino siciliano, dolce e forte come la terra da cui origina, che esprime la macchia mediterranea, la salinità del mare, gli agrumi, le erbe officinali ha avuto un ruolo fondamentale, anche se indiretto, nello sbarco dei Mille in Sicilia.

Correva l’anno 1860, l’11 di un maggio gravido di eventi di portata nazionale. Il mitico eroe dei due mondi era partito da Quarto, a bordo dei piroscafi Piemonte e Lombardo, con le sue “camicie rosse” alla volta della Sicilia. In un primo momento lo sbarco doveva avvenire a Castellamare del Golfo o Porto Palo, ma Garibaldi (1807-1882) era stato dissuaso dall’amico ed ex ufficiale borbonico Salvatore Castiglia (1819-1895) a causa dei bassi fondali che avrebbero provocato l’arenamento delle navi.

Si era diretto quindi verso Marsala, dove alla fonda nel porto vi erano due navi inglesi: Argus e Intrepid, intente al carico di vino dai magazzini vinicoli Woodhouse e Ingham. Garibaldi sfruttò l’occasione e mettendosi fra i legni inglesi e la costa fece sbarcare i suoi uomini.

Intanto erano arrivate, anche se in ritardo, le navi borboniche: lo Stromboli, la Partenope ed il Capri, ma il fuoco nemico fu ritardato per le insistenze di Richard Brown Cossins, vice console inglese a Marsala e direttore degli stabilimenti vinicoli Ingham, che ammonì Guglielmo Acton, comandante della corvetta Stromboli, sostenendo che lo avrebbe ritenuto responsabile se il cannoneggiamento avesse danneggiato le vicine proprietà vinicole inglesi.

Ciò diede ampio respiro al generale Garibaldi facilitando il completamento dello sbarco dei garibaldini, e l’Italia fu unificata.

La fama del Marsala nasce invece per merito degli inglesi nel 1773.

John Woodhouse, un commerciante inglese diretto a Mazara del Vallo per un carico di cenere di soda, fu costretto da una tempesta a rifugiarsi col suo brigantino nel porto di Marsala.

La Sicilia era luogo di commercio assai frequentato dagli inglesi che vi acquistavano tonno, sale, miele, olio e alcuni materiali minerali. Woodhouse a Marsala assaggiò il vino locale, il cosiddetto Perpetuum, solare e robusto, invecchiato in botti di rovere dalle quali se ne prelevava un certo quantitativo rimpiazzato da altrettanto vino giovane.

Woodhouse si accorse subito che il Perpetuum assomigliava in maniera strabiliante al Porto, saporoso, dolce e con sentori di resina e ne intuì le grandi potenzialità, infatti se i suoi connazionali erano disposti a sborsare cifre enormi per il Porto, senz’altro avrebbero apprezzato quel vino che, cosa di non poco conto, costava una bazzecola.

Quando il brigantino riprese il mare, oltre alla cenere di soda aveva come carico anche “cinquanta pipes” di 412 litri ciascuna di Marsala e l’astuto commerciante per timore che durante il lungo viaggio il vino si potesse deteriorare, vi aggiunse il 2% di acquavite di vino.

Il vino, inutile dirlo, riscosse grande successo e divenne così famoso che l’ammiraglio Nelson convinse Sua Maestà britannica a rifornire di vino siciliano le navi reali.

Altri commercianti, fra cui Benjamin Ingham, visto il successo commerciale di Woodhouse, si recarono in Sicilia per commerciare il vino aprendo ad altre destinazioni fra cui l’America. Alla sua morte Ingham lasciò tutto al nipote Giuseppe Whitaker, che collezionò grandi premi e riconoscimenti.

Il primo stabilimento tutto italiano fu invece realizzato nel 1832 da Vincenzo Florio, facoltoso armatore, che per poter competere con gli inglesi abbassò i prezzi. La sua flotta navale, nata da una costola della società fondata con Ingham, ben presto monopolizzò il mercato esportando il vino siciliano in tutti i continenti.

Alexandre Dumas raccontò addirittura che un barone tedesco catturato dai briganti ebbe salva la vita perché come ultimo desiderio chiese di bere un bicchiere di Marsala.

Per molto tempo fu chiamato “vino inglese”, ma poi prese il nome di Marsala dalla sua terra d’origine, condividendone la prelibatezza insita nel nome che le diedero gli arabi: Marsa Allah = porto di Dio.

© Ivana Palomba

*****

Bibliografia:

– Michela D’Angelo, Mercanti inglesi in Sicilia 1806-1815, A. Giuffrè, Milano 1988.
– AA. VV., Cronaca degli avvenimenti di Sicilia da aprile 1860 a marzo 1861, Harvard College Library, 1863.
– Salvatore Mondini, Il Marsala, Cassone, Casale Monferrato, 1900.

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Pin on PinterestEmail this to someone
Sep 142014
 

di Ivana Palomba

Francesco II Borbone delle Due Sicilie

Francesco II Borbone delle Due Sicilie

Il modo di dire “essere l’esercito di Franceschiello”, patrimonio del nostro lessico, ha un significato dispregiativo volendo significare “un reparto, un’istituzione dissestata, disorganizzata senza disciplina, né mezzi.”[1]

Mai modo di dire fu più ingiusto, perché nel crollo del regno borbonico fu proprio l’esercito col suo valore e fedeltà, morale e politica, a salvare l’onore della dinastia.

Il “Franceschiello” in questione è Francesco II di Borbone (1836-1894), re delle Due Sicilie, soprannome datogli dal popolo napoletano per affetto e simpatia, ma passato alla storia come epiteto dispregiativo poiché, come si sa, la storia la scrivono i vincitori e chi perde è sempre dalla parte del torto.

Francesco II nato a Napoli nel 1836 non conobbe la madre, Maria Cristina di Savoia beatificata nel gennaio del 2014, che ad appena quindici giorni dal parto morì. Salì al trono nel 1859, ricevendo dal padre, Ferdinando II (1810-1859) che aveva regnato per oltre trent’anni trasformando il Regno delle Due Sicilie in uno degli stati più ricchi e potenti d’Europa, un’eredità pesante per la sua giovane età e proprio quando iniziava la fase più difficile della storia del Sud. Gli avvenimenti infatti travolsero la dinastia e mutarono la storia del popolo.

Ma anche se Franceschiello regnò per un breve spazio di tempo riuscì lo stesso a farsi apprezzare dal suo popolo per bontà d’animo, spirito di carità verso i più deboli e grande fede cattolica.

In pochi mesi attuò importanti riforme sociali e politiche: dimezzò l’imposta sul macinato, ridusse le tasse doganali, emanò amnistie, ampliò la rete ferroviaria del regno. Per sua iniziativa furono create cattedre universitarie, licei e collegi.

L’iconografia ci rimanda l’immagine di un giovane con spalle cadenti, aspetto impacciato e occhi tristi e la storiografia, anche quella più recente, ci riporta ad un re che viene quasi trascinato nella difesa di Gaeta dall’entusiasmo incosciente e talvolta imprudente della giovane moglie Maria Sofia di Baviera (1841-1925), riconosciuta come “eroina di Gaeta”.

Quest’immagine stereotipata di un monarca perdente, di un re pavido e inetto, dove le parole potere e trionfo non trovano spazio, stride con la realtà di un re dal profilo umano, morale, intellettuale e cristiano, altissimo e rigoroso.

Il 6 settembre 1860, Francesco, per risparmiare alla sua città atroci combattimenti con l’esercito garibaldino ormai alle porte, partì per Gaeta denunciando all’Europa, con un proclama dai toni gravi, ciò che riteneva una violazione ai popoli delle Due Sicilie:

“… una guerra ingiusta e contro la ragione delle genti ha invaso i miei Stati, non ostante che io fossi in pace con tutte le Potenze Europee.”[2]

Egli denunciava ai rappresentanti delle potenze europee la violazione alle più elementari norme del diritto internazionale. Ciò che adesso succedeva al suo stato apriva le porte all’autolegittimazione dei governi spianando la strada a dei regimi che avrebbero basato la loro potenza sulla forza e la violenza e non sul consenso dei popoli. Denunciava inoltre il Piemonte che pubblicamente sconfessava l’azione garibaldina ma in segreto la sosteneva:

“… questa guerra spezza ogni fede ed ogni giustizia ed arriva fino a violare le leggi militari che nobilitano la vita ed il mestiere di soldato… L’Europa non può riconoscere il blocco decretato da un potere illegittimo… L’azione di Garibaldi è quella di un pirata. Accettandola, l’Europa civile tollererebbe la pirateria nel Mediterraneo…”[3]

Francesco II Borbone delle Due Sicilie con la moglie Maria Sofia di Baviera

Francesco II Borbone delle Due Sicilie con la moglie Maria Sofia di Baviera

Lasciando Napoli, Francesco non aveva portato nulla con sé. Dopo appena una settimana dalla sua partenza, i suoi beni furono dichiarati da Garibaldi “beni nazionali”. Alla successione di Vittorio Emanuele II (1820-1878) fu avanzata la proposta di rendergli i suoi beni privati con la condizione che non avanzasse alcuna pretesa al trono delle Due Sicilie ma Francesco non accettò, non volendo alcuna strumentalizzazione della sua persona:

“La restituzione del mio non mi adesca; quando si perde un trono, poco importa il patrimonio. Se l’abbia l’usurpatore o li restituisca, né quello mi strappa un lamento, né questo un sorriso. Povero sono, come oggi tanti altri migliori di me. Stimo più la dignità che la ricchezza.”[4]

Federico si acquartierò, con i suoi uomini più fedeli, nella fortezza di Gaeta che fu assediata dalle forze, comandate dal generale Cialdini, inviate da Cavour (Camillo Benso, conte di Cavour 1810-1861), che voleva dare l’ultimo colpo di grazia alle resistenze borboniche.

Francesco combatteva contro l’indifferenza europea e protestava instancabilmente sul fronte diplomatico. Convinto della legittimità della sua opera si era messo a fianco dei suoi soldati per osteggiare tale sopruso.

Così si esprimeva:

Ma quando veggo i sudditi miei che tanto amo in preda a tutti i mali della dominazione straniera, quando li vedo come popoli conquistati portando il loro sangue e le loro sostanze ad altri paesi, calpestati dal piede di straniero padrone, il mio cuore napolitano batte indegnato nel mio petto, consolato soltanto dalla lealtà di questa prode armata, dallo spettacolo delle nobili proteste che da tutti gli angoli del Regno si alzano contro il trionfo della violenza e dell’astuzia. Io sono napolitano; nato tra voi, non ho respirato altra aria, non ho veduto altri paesi, non conosco altro che il suolo natio. Tutte le mie affezioni sono dentro il Regno: i vostri costumi sono i miei costumi: la vostra lingua è la mia lingua; le vostre ambizioni mie ambizioni. Sono un principe vostro che ha sacrificato tutto al suo desiderio di conservare la pace, la concordia, la prosperità tra suoi sudditi.”[5]

Non voleva assumersi la responsabilità dei massacri che l’esercito piemontese stava facendo ai suoi napoletani che la propaganda dipingeva come “briganti”.

Ora s’appellano briganti e banditi chi in lotta disuguale difendono la indipendenza della patria; così ho l’onore d’essere un bandito anch’io.”[6]

La resistenza di Gaeta fu accanita, animata anche dalla bella e animosa regina Maria Sofia di Baviera (1841-1925), ma a metà febbraio la città dovette capitolare. L’11 febbraio 1861, anche per risparmiare ulteriori perdite, Francesco II dava mandato al governatore della piazzaforte di negoziare la resa. I due giorni di trattative non risparmiarono però altri lutti perché il generale Cialdini continuava a bombardare la fortezza militare. Alla fine si registreranno: tra le file piemontesi 46 morti, 321 feriti, 0 dispersi e tra le file borboniche 826 morti, 569 feriti, 200 dispersi senza contare la popolazione civile che pure aveva subito il grave assedio.

Povero e in esilio l’ultimo discendente di una delle monarchie più potenti d’Europa visse ad Arco di Trento gli ultimi anni della sua breve vita, in umiltà e dignitoso anonimato. Il 27 dicembre 1894 uscirà definitivamente dalla scena del mondo sobriamente come aveva vissuto.

Napoli apprese la notizia della morte di Francesco II di Borbone dalle colonne de Il Mattino. In prima pagina Matilde Serao aveva scritto:

Don Francesco di Borbone è morto, cristianamente, in un piccolo paese alpino, rendendo a Dio l’anima tribolata ma serena. Giammai principe sopportò le avversità della fortuna con la fermezza silenziosa e la dignità di Francesco secondo. Colui che era stato o era parso debole sul trono, travolto dal destino, dalla ineluttabile fatalità, colui che era stato schernito come un incosciente, mentre egli subiva una catastrofe creata da mille cause incoscienti, questo povero re, questo povero giovane che non era stato felice un anno, ha lasciato che tutti i dolori umani penetrassero in lui, senza respingerli, senza lamentarsi; ed ha preso la via dell’esilio e vi è restato trentaquattro anni, senza che mai nulla si potesse dire contro di lui. Detronizzato, impoverito, restato senza patria, egli ha piegato la sua testa sotto la bufera e la sua rassegnazione ha assunto un carattere di muto eroismo… Galantuomo come uomo e gentiluomo come principe, ecco il ritratto di Don Francesco di Borbone”.[7]

©Ivana Palomba

*****

[1] Carlo Lapucci, Dizionario modi dire, Garzanti-Avallardi, 1993.
[2] Harold Acton, Gli ultimi Borboni di Napoli (1825-1861), Giunti Editore, 1997, pag. 553.
[3] Angelo Insogna, Francesco II, re di Napoli: storia del Reame delle Due Sicilie, 1859-1896, Grimaldi, 2004, pag.168.
[4] Giacinto De Sivo, Storia delle Due Sicilie, Trabant, Vol. II, 2013, pag. 555.
[5] Proclama reale, Gaeta 8 dicembre 1860.
[6] Ibidem.
[7] Matilde Serao, Il re di Napoli, “Il Mattino di Napoli”, del 29 dicembre 1894.

*****

Bibliografia:

– Giacinto De Sivo, Storia delle Due Sicilie, Vol. II, edizioni Trabant, 2013.
– Harold Acton, Gli ultimi Borboni di Napoli (1825-1861), Giunti Editore, 1997.
– Angelo Insogna, Francesco II, re di Napoli: storia del Reame delle Due Sicilie, 1859-1896, Grimaldi, 2004.
– Stefano Preite, Il Risorgimento, ovvero, Un passato che pesa sul presente: rivolte contadine e brigantaggio nel sud, Lacaita, 2009.
– Raffaele Di Lauro, L’assedio e la resa di Gaeta, 1860-61, ed. Marino, Caserta, 1923.
– Mariolina Spadaro, Francesco II di Borbone, l’ultimo Re di Napoli, La Riviera, 2007.

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Pin on PinterestEmail this to someone
Jul 162014
 
The Costume of China, William Alexander, 1805

The Costume of China, William Alexander, 1805

La Cina è stata da sempre un paese misterioso, poco conosciuto, meta di intraprendenti viaggiatori alla ricerca di spezie e prodotti da importare, un mercato (»»qua) sostanzialmente a via univoca, gelosa, potremmo azzardare, la Cina, delle proprie ancestrali memorie.

E quando il re inglese Giorgio III inviò una delegazione, 1793 (»»qua), l’occasione giovò a una serie di diplomatici pittori letterati artisti in genere per prendere contatto e raccontare una realtà diversa dall’europea.

A questo punto entra in gioco il nostro personaggio.

Dopo aver completato i suoi studi alla Royal Accademy Schools di Londra, William Alexander (1767-1816) nel 1792, all’età di 25 anni, fu uno dei disegnatori che accompagnavano in Cina la Macartney Embassy. Periodo ben fruttifero quello trascorso nelle terre orientali che permisero a William immortalare il quotidiano cinese di fine Settecento, quello in cui regnava l’imperatore Qianlong (1711-1799) della dinastia Qing.

Nei due anni – ritornerà a Londra nel 1794 -, seguendo il conte George Macarteny (1737-1806), che in quel mentre cercava convincere il sovrano cinese ad aprirsi ai commerci con l’Occidente, operazione fallita, il nostro pittore ebbe bastante tempo per preparare ciò che poi sarà dato alle stampe nel 1805 come The Costume of China, un volume in cui si raccoglievano ben 48 preziose immagini che presentavano all’Europa dell’epoca la società di quelle terre esotiche, immagini seguite da un’accurata descrizione.

Prima di lasciare lo spazio ad alcune tratte dal libro di William Alexander, che ci danno una visione storica di un mondo ancora oggi a noi poco conosciuto, desidero segnalare l’interessante sito della Fondazione Intorcetta – Prospero Intorcetta (1625-1696) fu il primo a tradurre in latino le opere di Confucio – che segnala alcuni dei tanti gesuiti siciliani che viaggiarono vissero studiarono quella cultura.

Contadino con moglie e figli, Cina fine XVIII sec.

Contadino con moglie e figli, Cina fine XVIII sec.

Ritratto di lama, o monaco, Cina fine XVIII sec.

Ritratto di lama, o monaco, Cina fine XVIII sec.

Donna cinese con suo figlio, accompagnata da un servo, Cina fine XVIII sec.

Donna cinese con suo figlio, accompagnata da un servo, Cina fine XVIII sec.

Facchino cinese, Cina fine XVIII sec.

Facchino cinese, Cina fine XVIII sec.

Ritratto di soldato in uniforme, Cina fine XVIII sec.

Ritratto di soldato in uniforme, Cina fine XVIII sec.

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Pin on PinterestEmail this to someone
Jun 132014
 

di Carla Citarella

Pierre-Auguste Renoir, La Seine à Asniéres, 1879

Pierre-Auguste Renoir, La Seine à Asniéres, 1879

Il movimento impressionista si è formato a Parigi tra il 1860 e il 1870. La storia dell’Impressionismo non è tuttavia solo un fenomeno francese, ma un movimento d’arte internazionale (1860-1920) per la sua rapida diffusione. L’impressionismo è l’epilogo grandioso di un modo particolare di impossessarsi del mondo dipingendolo. Sarebbe incompleto senza il suo specifico proseguimento nel Neoimpressionismo di Georges Seurat.

Scopo della ricerca:

– trovare una pittura che rendesse “l’impressione” visiva nella sua immediatezza, e che permettesse loro di tradurre sulla tela a due dimensioni le impressioni prodotte in loro dai giochi di luce e movimento;

– adottare una tecnica rapida, senza ritocchi, a tocco, in modo da non pregiudicare la sensazione visiva e la soggettività dell’artista. I contorni sono aboliti, perché il colore, in un certo senso, straripa da un oggetto o da un personaggio, e si prolunga in forma di ombra colorata;

– abbandonare le regole di atelier nel disporre e illuminare i modelli sempre sotto la stessa falsa luce, nella solita posa tradizionale per poi passare al tratto e al chiaroscuro: tutto è equilibrio e banali giochi di luce ombre nere;

– avversione totale per l’arte accademica: prospettiva, composizione, soggetto storico,  personaggio, chiaroscuro. Queste regole erano state stabilite dalle accademie d’arte e indicavano proporzioni e rapporti ideali di linee e forme che dovevano essere osservati scrupolosamente.

Metodo: lavoro en plein air dal principio alla fine. Un’immersione totale nella luce e nel colore.

La Montagne Sainte-Victoire vue de Bellevue, Paul Cézanne, 1855 ca.

La Montagne Sainte-Victoire vue de Bellevue, Paul Cézanne, 1855 ca.

Questa filosofia della percezione sarà adottata sistematicamente a partire dagli anni ’70 dell’Ottocento. I giovani “rivoluzionari” e trasgressivi dell’arte che aprono la via alla ricerca artistica moderna si chiamavano Monet, Renoir, Cézanne, Degas, Pissarro, Sisley e Toulouse-Lautrec. Interessati alle ricerche scientifiche che si stavano conducendo sulla natura fisica del colore, compiono uno vero e proprio studio diretto, sperimentale, all’aperto, sulle continue variazioni apportate dalla luce stessa sul mondo che li circonda: cercano per esempio di cogliere una variazione di luce che suggerisca un preciso momento nel tempo. I paesaggi e il succedersi delle stagioni nelle relative variazioni di tempo e di luce sono i soggetti particolarmente ideali per tali studi pittorici. Bastava, infatti, un cambiamento della luce, una leggera brezza o qualsiasi variazione atmosferica che la percezione non era più la stessa.

In pieno sole i contorni degli oggetti”, scrive Cézanne, “mi sembrano non solo bianchi e neri, ma blu rossi, marroni, viola”; (1)

Nessun ombra è nera”, spiega Renoir, “ha sempre un colore. La natura conosce solo i colori”. (2)

La pittura impressionistica, come afferma Monet, risulta in questo senso ”la registrazione di un’emozione irrepetibile in un istante di tempo che non si presenterà più”. (3)

L’effetto è ben reso dalla descrizione del critico Èmile Zola, con il quale Manet usava trascorrere del tempo assieme per discutere della sua arte:

Il sole cade a piombo sulle gonne di un bianco splendente; l’ombra tiepida di un albero ritaglia sul vialetto e sui vestiti soleggiati, una grande tovaglia grigia, stoffe tagliate in due dall’ombra e dal sole”. (4)

Claude Monet, Springtime, 1872

Claude Monet, Springtime, 1872

L’impressionismo espande la capacità percettiva e analitica della pittura, offrendo una propria soluzione a favore di una visione d’insieme, e innesca nell’osservatore una nuova sensibilità, una nuova capacità di vedere, e una sorta di coinvolgimento emotivo.

©Carla Citarella

*****

– 1. a cura di G. A. Dell’Acqua, Impressionisti francesi, Istituto Italiano d’Arti Grafiche, Bergamo, 1955.
– 2. a cura di G. A. Dell’Acqua, op. cit.
– 3. a cura di Luigina Rossi Bartolatto, Claude Monet 1870-1889, L’opera Completa di Monet, Rizzoli, 1978.
– 4. a cura di Luigina Rossi Bartolatto, op. cit.

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Pin on PinterestEmail this to someone
May 312014
 

di Ute Margaret Saine

Dorozka, Aleksander Orłowski

Dorozka, Aleksander Orłowski

È concepibile supporre che le scienze cambino quando cambia la realtà? Questo è vero: la realtà può impellere o impedire la curiosità scientifica. Un esempio è l’effetto Doppler.

Per il fisico Christian Doppler (Salisburgo, 1803-1853), conosciuto per l’effetto che porta il suo nome, era opportuno che le carrozze, veicoli tirati da cavalli, che si muovevano per le città a una certa velocità, usassero un suono per allertare i pedoni.

I primi Drozhki [veloce carrozza trainata da cavalli], parola russa che poi in tedesco è diventata Droschken, chiamati Hackneys in Inghilterra, si osservarono negli stati baltici, e da lì il concetto si mosse verso ovest.

Christian Doppler

Christian Doppler

Quante persone avevano ascoltato quello strano cambio di suono, senza minimamente chiedersi il perché? Nel 1841, Christian Doppler notò che il suono percepito dall’orecchio cambiava di frequenza quando la carrozza urbana si avvicinava verso l’osservatore e dopo si allontanava da lui. Il suono si espande in onde, così come la luce. Nel 1842, Doppler presentò davanti la Reale Società Boema di Scienze a Praga una conferenza sulla luce colorata di stelle binarie. Le sue ricerche applicavano lo stesso principio, postulando che la frequenza osservata di un’onda dipendeva dalla velocità relativa della fonte sonora in relazione con l’osservatore.

Verso il 1845, Doppler aveva generalizzato il suo principio per includere ogni fenomeno di onda. Nel frattempo, due fisici contemporanei conosciuti, Joseph Petzval (1807-1891) e Anders Jonas Ångström (1814-1874), entrarono in polemica con Doppler. Ma il fisico e psicologo Ernst Mach (1838-1916), cui nome è legato ai numeri Mach, dedicò i suoi primi importanti progetti scientifici a confermare la teoria di Doppler.

Mach costruì un semplice apparecchio per dimostrare che l’effetto Doppler era reale, almeno in quanto al suono. Fissò a terra un tubo di sei piedi di altezza con un segnale acustico in modo che girasse verticalmente. Quando l’ascoltatore stava sullo stesso piano dell’asse di rotazione, non ascoltava il cambio di frequenza. Quando invece stava sul piano della stessa rotazione, notava una fluttuazione di frequenza corrispondente alla velocità della rotazione.

Senza le carrozze urbane, in quell’epoca, nessuno sarebbe stato capace di scoprire lo spettro dei colori delle stelle binarie. Fino a quando, in occasione successiva, la realtà avrebbe offerto un nuovo contesto per la scoperta scientifica.

©Ute Margaret Saine

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Pin on PinterestEmail this to someone
Apr 282014
 

Pur avendolo accennato più di una volta (»»qua), è bene sottolineare che una tela, un dipinto, un’opera d’arte va esaminata e riesaminata, nelle diverse ore del giorno, nelle varie sfaccettature che propone, nei diversi nostri stati d’animo, insomma non si finisce mai d’imparare. Ecco perché insisto spesso che non sempre di primo acchito si riesce a cogliere tutti gli elementi che un quadro offre, specialmente quando possono sembrare di secondaria importanza.

First Reading of the Emancipation Proclamation of President Lincoln, Francis Bicknell Carpenter, 1864

Abramo Lincoln e il suo Gabinetto leggono il Proclama di Emancipazione

Sopra: Abramo Lincoln e il suo gabinetto leggono la proclamazione della libertà degli schiavi nei dieci paesi in rivolta contro gli Stati Confederati, nella Guerra civile americana. Era il 1864, il pittore americano Francis Bicknell Carpenter immortalava tale momento.

Voglio dipingere adesso questo quadro, mentre tutti gli attori della scena sono in vita

avrebbe detto Carpenter al congressista dell’Illinois Owen Lovejoy (1).

Lincoln aveva presentato una prima volta tale Proclama al suo Consiglio dei Ministri già il 22 luglio 1862, Proclama entrato in vigore il 1° gennaio dell’anno successivo.

Mappa della schiavitù negli Stati Americani del Sud, 1861

Mappa della schiavitù negli Stati Americani del Sud, 1861

Ebbene, in tale rappresentazione, sulla parte destra si nota una mappa (»»qua). È una mappa del 1861 in cui si evidenziano le percentuali di schiavi nei singoli Stati americani del Sud ottenuti da un censimento del 1860, una carta che mostra esistere ben 3.950.343 schiavi su una popolazione totale di 12.240.296, circa il 32%.

E Abramo Lincoln adoperò – anche ma non solo – tale resoconto per supportare le proprie tesi rivolte all’abolizione della schiavitù.

*****

– 1. Louis P. Masur, The Painter and the President, International NewYorkTimes, 25 luglio 2012.

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Pin on PinterestEmail this to someone
Mar 052014
 
Giorgio III in avanzata età

Giorgio III in avanzata età

Personaggio chiave nell’Europa del XVIII primi decenni del XIX secolo, Giorgio III Hannover (1738-1820) successe al nonno Giorgio II, morto il padre, Federico di Hannover (1707-1751), quando lui ancora giovane.

Amante delle arti – ricordiamo fondò nel dicembre 1798 la Royal Academy of Arts -, delle scienze, buon collezionista di libri, di mappe, di musica, religioso a tal punto da restare per varie ore al giorno in preghiera, ebbe ben 15 figli dalla regina Carlotta di Meclemburgo-Strelitz (1744-1818), molti dei quali raggiunsero l’età adulta, e addirittura due furono sovrani britannici, uno re di Hannover e una principessa di Württemberg.

Nel 1811, il sovrano britannico, quasi cieco e pieno di reumatismi, fu dichiarato pazzo, vivendo rinchiuso nel castello di Windsor fino alla sua morte. E a proposito dei suoi disturbi mentali, vale la pena sottolineare il film, diretto da Nicholas Hytner,  La pazzia di Re Giorgio, del 1994, in cui si sottolinea, fra l’altro, anche la perdita di potere da parte della corona inglese a favore del Parlamento. Nello stesso tempo l’opera cinematografica, premio Oscar per la migliore scenografia, mostra le pratiche mediche del periodo giorgiano che tentavano curare il re cercando di comprendere il corpo umano, per esempio, attraverso le analisi delle feci e delle urine, proponendo cure come le purghe e altro ancora.

Vari eventi di un certo rilievo interessarono il suo regno, fra cui ricordiamo:

→1763:
Trattato di Parigi, termina la Guerra dei Sette Anni, la Gran Bretagna diventa una potenza mondiale;

→ 1776:
Dichiarazione di Indipendenza Americana, la Gran Bretagna in seguito perde parte dell’America;

→ 1789-1815:
Rivoluzione francese e successive guerre napoleoniche;

→1805:
Battaglia di Trafalgar, morte dell’ammiraglio Lord Nelson, oramai la Gran Bretagna è una potenza marittima;

→ 1807:
Abolizione del commercio degli schiavi.

YouTube Preview Image

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Pin on PinterestEmail this to someone