May 132015
 

I giochi evolutivi dell’essere umano hanno prodotto materiali che sono serviti al suo continuum storico su questa Terra, necessità tecniche che sono cambiate con il trascorso dei secoli.

Romance Papyrus, papiro greco miniato del I-II secolo (da BNF)

Romance Papyrus, papiro greco miniato del I-II secolo (da BNF)

Intorno al 3000-3500 a.C. in Egitto venne impiegato il Cyperus papyrus, una pianta palustre, per preparare un qualcosa di simile a ciò che oggi conosciamo come carta. Gli steli di quella bella specie botanica, tagliati longitudinalmente e disposti uno accanto all’altro, formavano una fine superficie su cui, dopo essersi seccata, si poteva scrivere. Per rendere più robusto e omogeneo il rotolo, si sovrapponeva al primo strato un secondo in modo trasversale.

Col tempo si scoprì la pergamena, fatta di pelli di animali, materiale ben resistente che costituì il prodotto più adoperato per vari secoli.

Le prime notizie sulla carta ci vengono dalla Cina nel II sec. a.C., quando un eunuco, un tale Ts’ai Lum, della corte cinese dell’imperatore Ho Ti, la produsse per la prima volta ricavandola – non solo – dalla corteccia di una pianta tipica di quelle zone, la Brussonetia papyrifera, coltivata oggi in Italia per scopi ornamentali.

Fu Marco Polo che ci parla, in un brano del suo famoso libro Il Milione, della carta, citando l’abilità dei cinesi nella sua lavorazione e fabbricazione.

Per molti anni la tecnica fu mantenuta segreta fino a quando si diffuse intorno al 610 dapprima in Corea e poi in Giappone, per passare verso il 750 in Asia centrale. Da lì, gli arabi, avendone imparato i segreti, la portano con loro nella conquista della Spagna, dove iniziarono a produrla intorno il 1150 a Xativa, cittadina vicino Valencia. Raccontano poeti e scrittori locali che si vedevano in quelle zone vaste aree di terra piene di fiori azzurri di lino, giacché si adoperavano gli stracci di lino per la sua lavorazione.

Lettera della Contessa Adelasia del Vasto, XII sec.

Lettera della Contessa Adelasia del Vasto, XII sec.

Un altro percorso dice che la carta giunse da Tunisi a Palermo e da qui si portò la tecnica di lavorazione a Fabriano. Una delle prime testimonianze di scrittura su carta sembra essere stata la lettera del 1109 di Adelasia del Vasto, nota anche come Adelasia degli Aleramici (1074-1118), contessa di Sicilia e terza moglie di Ruggero I di Sicilia, lettera scritta in greco e arabo.

La prima cartiera italiana sembra essere stata a Bologna, nel XII sec., mentre quella di Amalfi è datata 1220. Vari documenti attestano che già nel 1283 a Fabriano si produceva la migliore carta d’Italia, esportandosi in tutta Europa. Addirittura, raccontano i fatti, alcuni nostri maestri cartai si stabilirono in varie città europee per produrla.

Interessante le citazioni che il fiorentino Cennino Cennini (1370-1440) fa sulla carta nel suo “Libro dell’arte” dei primi anni del XV sec., parlando fra l’altro di carta lucida, carta tinta carta pecorina carta bambagina (vedi »»»qua).

Dopo varie alterne vicende, crisi, periodi di peste, guerre, resistenze alla sua diffusione perché conoscenze di provenienza arabo-giudaica, eccoci nel XV secolo con l’introduzione dei caratteri mobili gutenberghiani e una maggiore richiesta di carta, un materiale ancora caro, certamente sempre meno che la pergamena.

Furono i fratelli ed editori britannici Henry e Sealy Fourdrinier che, nel 1803, migliorando la macchina inventata dal francese Nicholas-Louis Robert nel 1798, diffusero maggiormente l’uso della carta, fabbricandola in modo industriale e abbattendone i costi.

Da allora lo sviluppo delle tecnologie ha permesso di produrre carta di tutti i tipi e in modo relativamente economico.

Ma oggi, con l’introduzione di internet, che valore ha quel pregiato materiale che per secoli permise la diffusione della cultura? Fra 70-100 anni si stamperanno ancora libri riviste quotidiani così come li conosciamo oggi?

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Jun 282014
 

di Daniela Nutini

Ménagier de Paris, ed. 1401-1500

Ménagier de Paris, ed. 1401-1500

Riguardo ai matrimoni nel periodo tardo medievale, abbiamo alcune testimonianze che ci trasmettono come quelle unioni fossero in genere felici. Parliamo ovviamente della borghesia, i matrimoni della nobiltà erano spesso combinati per motivi dinastici e di terre, e molto spesso mandati all’aria con la scusa della parentela, difatti la parentela fino al quarto grado rendeva un matrimonio spiritualmente illegale. E così fabbricando un falso albero genealogico, un uomo poteva liberarsi della moglie, ammesso che fosse in condizioni di pagarsi le spese. Per principi e sovrani vi erano poi dispense papali a volontà, anche se talvolta rimaneggiate se non andavano bene agli interessi del momento. Esemplare il caso di Enrico VIII Tudor con la prima moglie, Caterina di Aragona.

Ma per la borghesia, allora in ascesa, i casi erano ben diversi. Vi sono testimonianze che concordano, per esempio, un anziano funzionario di Parigi (1) scrisse intorno al 1393 un manuale di comportamento per la moglie-bambina, un’orfana, con pagine colme di grande affetto e comprensione, e sappiamo come la giovanissima moglie lo ricambiasse con un tenero amore.

Abbiamo, per continuare, le parole del cavaliere Geoffroy La Tour Landry (1320 ca-1391 ca.) che diceva essere felicemente sposato, poi inconsolabile per la perdita della moglie, e di molti altri (2). E ancora: la scrittrice e poetessa Christine de Pisan (1362-1431 ca.) rimase triste fino alla fine dei suoi giorni per la perdita del marito, teneramente amato, morto nella terribile epidemia di peste del 1402.

Christine de Pisan in una miniatura, XV sec.

Christine de Pisan in una miniatura, XV sec.

Preziosa è la vicenda di Thomas Betson, un mercante inglese di circa quarant’anni, che viveva a Calais. Questi aveva una fidanzata giovanissima, come si usava frequentemente all’epoca, e ne era innamoratissimo. Annoterà nel 1476:

Mia teneramente amata cugina Katherine mi raccomando a te con tutto il cuore… Se tu mangiassi sempre con appetito cosa che ti farebbe diventare presto donna, mi renderesti l’uomo più felice del mondo… Ti prego di portare i miei saluti al mio cavallo e di chiedergli in dono quattro dei suoi anni per crescere più in fretta. E quando tornerò gli darò quattro dei miei anni e quattro focacce da cavallo in compenso. Digli che sono io di pregarlo di questo favore. E l’onnipotente Gesù ti faccia diventare una donna buona… Nella grande Calais il primo giorno di giugno, quando ogni uomo è già andato a pranzo e l’orologio batte le nove e tutta la tua famiglia si metterebbe a chiamarmi dicendo di andare subito a cena… Da parte del tuo fedele cugino e innamorato Thomas Betson. Ti mando questo anello per ricordo.” (3)

Dalla lettera traspare una pace domestica e serena. Più tardi scriverà ancora alla madre di lei:

… ho sognato che Katherine aveva trent’anni e quando mi svegliai desiderai che ne avesse solo venti così il mio desiderio si avverrà prima del mio sogno.” (4)

Poco tempo dopo, Thomas sposò la sua Katherine e sappiamo che ella divenne una moglie amorevole e sollecita. Quando un anno dopo Thomas si ammalò gravemente, Katherine, benché solo sedicenne e in attesa del primo figlio, lo curò con grande affetto e si occupò dei suoi affari con quella competenza che le donne medioevali delle classi superiori apprendevano fin dalla prima infanzia.

Venivano, infatti, tali donne, istruite sulle erbe medicinali e sui massaggi ed era indice di buona cultura sapere giocare a scacchi e a dama, oltre che tirare d’arco. Importante era avere un’infarinatura in materia legale perché spesso la moglie era lasciata a custodire le terre e i commerci del marito, talvolta assente. A tal pro, testimonia una lettera che, nel 1465, Margaret Paston scriveva al marito John:

Mio adorato marito hai fatto bene a parlare con i giudici prima che venissero qui. Se vuoi che io porti avanti il nostro affare, se Dio mi aiuta farò come tu mi consigli… il mio fisico è debole e il mio umore molto basso ma secondo le mia capacità farò ciò che posso e devo per le tue faccende”. (5)

©Daniela Nutini

*****

– 1. a cura di Eileen Power, The Goodman of Paris (Le Ménegier de Paris), Londra 1928.
– 2. La Tour Landry, Livre por l’éducation de mes filles, a cura di A. de Montaiglon, Paris, 1854.
– 3, 4. in Barbara A. Hanawalt, The Wealth of Wives: Women, Law, and Economy in Late Medieval London, Oxford University Press, New York, 2007.
– 5. in Sir John Fenn, Paston Letters, London, 1840.

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Mar 012014
 

Questo non vuole essere un articolo sulle mongolfiere (ne avevo accennato »»qua), né essere dedicato al volo e alla sua storia, desidera solo rilevare le grandi possibilità dell’ingegno umano (»»qua), del suo passare dalle idee alla realizzazione, dalla fantasia alla realtà, una realtà concreta e tangibile che ha accompagnato lo sviluppo del nostro esistere su questa Terra a trasformazioni davvero sbalorditive. Trasformazioni avvenute, se lo pensiamo bene, specialmente in questi ultimi due secoli quando, a partire dalla Rivoluzione industriale, gli avanzi tecnologi sono stati di un livello e di una rapidità prima impensabile. L’Illuminismo, inoltre, supponiamo essere stato ulteriore motore di spinta di quella ricerca scientifica che già procedeva dal XVII secolo.

L'elicotterro, o la vite aerea, di Leonardo da Vinci

L’elicotterro, o la vite aerea, di Leonardo da Vinci

Si accennava all’ingegno: chi meglio di Leonardo potrebbe personificarlo? Fu suo un primitivo tentativo di creare un’elica per portare l’uomo fra le nuvole.

Trovo, se questo strumento a vite sarà ben fatto, cioè fatto di tela lina, stopata i suoi pori con amido, e svoltata con prestezza, che detta vite si fa la femmina nell’aria e monterà in alto” (1).

Ma tutto finì lì, su qui fogli che sono giunti fino a noi e che testimoniano il suo acume, la sua fantasia.

Sebbene vi siano stati vari tentativi fra il Seicento e il primo Settecento (1709), ricordiamo a mo’ d’esempio il gesuita portoghese Bartolomeu Lourenço de Gusmão, furono solo i famosi fratelli francesi a dar avvio ai giochi.

La mongolfiera dei fratelli Montgolfier, 1783

La mongolfiera dei fratelli Montgolfier, 1783

Dicono esserci stati 130.000 spettatori in quel 19 settembre francese del 1783. In presenza di Luigi XVI e Maria Antonietta, il pallone gonfiato con aria calda dei Montgolfier s’innalzava lentamente. E fu tale l’impatto che ebbe nella mente collettiva del tempo – l’uomo sfidava la natura e si preparava a emulare gli uccelli -, che l’eco si propagò ben presto per il continente europeo, aprendo le sfide sulla creatività e sulle immense possibilità della mente.

Una sfida, dicevamo, non da tutti recepita e compresa, allora come oggi. Mettiamoci nei pensieri di un povero contadino vedersi cadere sulla testa un tale oggetto sconosciuto e non sapere che cosa essere e che reazione avrebbe dato, immaginiamoci la sua paura, il suo comportamento, il suo difendersi.

Allarme generale degli abitanti di Gonesse, Francia, causato dalla caduta del pallone volante dei Montgolfier, 1783

Allarme generale degli abitanti di Gonesse, Francia, causato dalla caduta del pallone volante dei Montgolfier, 1783

Nel frattempo il nostro Monti, Vincenzo il poeta del Settecento, celebrava nel suo “Al Signor Montgolfier”:

“[…]
Deh! perchè al nostro secolo
non diè propizio il Fato
d’un altro Orfeo la cetera,
se Montgolfier n’ha dato?
[…]” (2)

La mongolfiera di Vincenzo Lunardi, 1784

La mongolfiera di Vincenzo Lunardi, 1784

Tuttavia ci voleva qualcosa di più leggero dell’aria. Nel 1766, Henry Cavendish aveva ideato un apparato per produrre diidrogeno.

L’immagine di sopra rappresenta sicuramente la prima mongolfiera che sorvolò i cieli inglesi: era il 15 settembre del 1784. Il pallone era stato gonfiato con idrogeno da Lunardi, quel Vincenzo nato nella nostra Toscana Lucca, e si elevava da Chelsea, Londra. Gli spettatori erano migliaia, da tutte le parti, addirittura dai tetti delle case. Presente altresì la corte reale. Il volo durò ben oltre due ore.

Oramai la competizione era stata lanciata, di lì a poco gli sforzi dell’intelletto umano daranno origine a macchine sempre più complesse, per arrivare ai primi rudimenti dei fratelli Wright e del loro Flyer (1903).

Crocifissione, 1350 c.ca, nel Monastero Visoki Decani, Kosovo

Crocifissione, 1350 c.ca, nel Monastero Visoki Decani, Kosovo

Giochiamo adesso un po’ con l’immaginazione e trasportiamoci in pieno Medioevo. Siamo sicuri che le prime macchine volanti con uomini dentro siano state quelle dei fratelli Montgolfier?

1350 circa: questo affresco di sopra che rappresenta la Crocifissione, è in Kosovo, sull’altare del monastero Visoki Dečani. Ai due lati, due individui sembrano pilotare due palle, due “oggetti volanti” poco usuali, siamo a metà XIV secolo (sic!).

E mentre riflettiamo, vediamoci questo simpatico video:

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*****

– 1. Manoscritto B, foglio 83 v., 1483-1486.
– 2. »»qua.

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Oct 232013
 

Colombo e le Nuove Terre


Quale fu la capitale dell’impero inca? Come trattavano gli incas i popoli che man mano assoggettavano? Era d’abitudine, prima di sposarsi, uomo e donna convivere? Quali attitudini cercava l’uomo nella donna e viceversa? Che diritti civili spettavano alla donna? A che età si sposavano?

Alcuni dei temi affrontati in questo ebook che ci porta nel Sud America del ‘500.

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Apr 242013
 

Nella ricerca storica a volte bisogna forzare la mano, lanciare la prima pietra, dare il primo urlo affinché si possa, nei limiti della documentazione posseduta, proporre una diversa visione, una probabile alternativa lettura dei fatti.
Abbiamo già accennato alla cultura Katía, indigeni presenti nel momento della conquista spagnola nell’America del Sud, etnia ben diffusa nella zona antioqueña dell’odierna Colombia. Sebbene si conosca a grandi linee la loro storia grazie ai dettagli lasciati dagli esploratori e dai prelati dell’epoca, il prof. Ricardo Saldarriaga Gaviria, antropologo dell’Universidad de Antioquia, avanza una tesi, nel suo libro El Paisa y sus origenes. Lo que non se ha dicho del descubrimiento, che potrebbe indurre a profonde riflessioni, riflessioni che porterebbero a pensare la cultura sudamericana, o almeno parte di essa, di origine asiatica e mediterranea. Lo abbiamo già letto nei Quimbaya, a suo avviso di provenienza cinese, mentre i Darienes, un altro gruppo indigeno, soffrì l’influenza egizia e romana, così come i Katíos traevano indizi di discendenza birmana.

Soffermiamo dunque la nostra attenzione su quest’ultima etnia, secondo il nostro autore, i migliori orefici d’America, le cui figure che rappresentavano divinità con sfere o seni nella testa:

“… avrebbero avuto origine nel Nepal o in Birmania dove si venerò circa 3.500 anni addietro il dio tibetano Bon. I Catíos dell’Impero Ylama [*] come i Catíos della Birmania hanno voluto lasciare la sintesi di una strana divinità cosmica…” (1).

Un modo per affermare che nella storia le relazioni e interrelazioni sono sempre e ovunque presenti, per dire che nessuna cultura nasce dal nulla, ma deriva dallo sviluppo dall’evoluzione dall’espansione di una precedente o coeva le cui basi potrebbero essere distanti perfino migliaia di chilometri. Nel senso che il mondo di allora, come il mondo di oggi, avrebbe avuto connessioni più di quanto immaginiamo (per es., uno sigillo egizio scarabeo trovato in una necropoli etrusca).

Caciques, El Paisa y sus origenes. Lo que non se ha dicho del descubrimiento, Ricardo Saldarriaga Gaviria

Ma andiamo avanti e, considerando la lingua degli egizi, i Katíos avrebbero potuto avere ascendenza nord africana, infatti, prosegue il prof. Saldarriaga:

“… Fra i Catíos dell’Impero Ylama e alcuni di discendenza egizia, ci sono stati molti cachiques con il cognome Ra, come Abu-Ra, I-Ra, U-Ra e altri con il Ra nei loro nomi come Urrao e Carrapa. I Catíos chiamavano murrapo alla dea del sole e alla dea della terra arracacha.” (2)

Ra era difatti il dio-sole nell’antico Egitto, unitosi poi ad Amon, essendo infine la più importante divinità del pantheon egizio con il nome di Amon-Ra.

Ancora oggi sembra che l’ipotesi della matrice birmana (birmani ed egizi avevano avuto una certa relazione) sia ben visibile a occhi nudi, sempre secondo il nostro antropologo, per le vie, per esempio, della città di Medellin, dove le persone hanno fisionomie che ricordano l’oriente: capelli intensamente neri e lunghi, narice corta, pelle scura e liscia quelli d’ispirazione indocinese, mentre i melanesi sono leggermente più alti, capelli lunghi neri e un po’ ondulati, narice poco più lunga dei primi e a forma di aquila, pelle brunastra. Popoli venuti da lontane terre portando con loro genti di altri luoghi e altre stirpi – dall’Egitto e dal Mediterraneo in generale -: in poche parole, un variopinto mosaico di geni che oggi si ritrovano nei tratti somatici antioqueñi.

Figure tipiche birmane, El Paisa y sus origenes. Lo que non se ha dicho del descubrimiento, Ricardo Saldarriaga Gaviria

Ma non solo geni, anche usanze e costumi. Nessi archeologici – diamo un’occhiata alla foto di sopra – che varrebbe la pena comparare con maggiore attenzione. Inoltre, avrebbero messo in pratica conoscenze e tecniche che riportano all’oriente, per esempio sul modo di lavorare il bronzo che si rifà a quello indocinese o birmano (4).

Il serpente fu uno degli animali che più rappresentò i Catíos, lo notiamo nelle varie figure che ci sono pervenute, così come la rana, elementi tipici orientali. E se forziamo ancora un po’ la storia dei “paragoni”, potremmo affermare che

“… queste effigie del Poporoso dio del Cosmo rappresenterebbero a Vishnu del bramanesimo.” (5)

Figure con serpenti, El Paisa y sus origenes. Lo que non se ha dicho del descubrimiento, Ricardo Saldarriaga Gaviria

Tiriamo momentaneamente le somme, un totale che dovrebbe indurre ogni storico a non fermarsi alle solite e consuete tesi, ma, talvolta e quando i documenti lo permettono, azzardare ipotesi che inciterebbero a ulteriori indagini, teorie che uscirebbero fuori dal solito seminato.
Chissà, forse la storia acquisterebbe una marcia in più!

—–

– 1. Ricardo Saldarriaga Gaviria, El Paisa y sus origenes. Lo que non se ha dicho del descubrimiento, Susaeta ed. sa. Medellin, 2011, pag. 105.
– 2. op. cit., pag. 106.
– 3. op. cit., pag. 113.
– 4. op. cit., pag. 123.
– 5. op. cit., pag. 135.

* L’Impero Ylama era, secondo il prof. Saldarriaga, un grande complesso di culture che abitava la zona antioqueña e territori limitrofi, fra il 1.600 prima di Cristo e l’arrivo degli spagnoli nel XVI sec.

N.b.:
– Le immagini sono prese dal libro del prof. Ricardo Saldarriaga Gaviria.
– Tutte le traduzioni dallo spagnolo sono di Gaspare Armato.

(aggiunta del seguente video il 10 giugno 2014)

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Sep 252012
 

Quantunque nel Medioevo si siano registrate rivolte contadine di un certo rilievo – ricordiamo fra l’altro la Jaquerie del 1358, quella inglese di Tyler del 1381 -, queste non sembrano, con le debite eccezioni, essere state di tali dimensioni estensioni problematiche come nell’Età moderna. Rivolte che si estesero dalla Francia all’Italia, dalla Spagna all’Inghilterra, e via dicendo, interessando buona parte del territorio europeo, a tal punto che quelle tedesche, per lo storico Leopold von Ranke (1795-1886), sono state parte integrante del futuro sviluppo del suddetto stato. Rivolta, quella tedesca del 1525, che resta particolarmente viva per la sua violenza e diffusione che preoccupò, e non poco, le autorità civili e religiose del tempo.
Procediamo con un certo ordine e diamo degli accenni generali che ci possano far conoscere meglio alcuni dettagli.

Martin Schongauer, Famiglia contadini si reca al mercato

Partiamo da un elemento spesso sottovalutato, il fatto che, usualmente, si crede che i contadini non abbiano avuto armi a disposizione, o che esse siano state di poco valore e consistenza. Bisogna però considerare che buona parte di loro avevano combattuto e combattevano come soldati agli ordini di signori duchi principi re, e ritornando a casa portavano parte del loro armamento (almeno fino ad avanzato XVIII sec.), inoltre, vivendo talvolta isolati e lontano dai centri abitati, ne avevano bisogno per difendersi vuoi dalle bestie feroci vuoi dai ladri vuoi da vicini invasivi, così come coloro che, conducendo al pascolo gli animali, viaggiavano ben lontano, spesso per diverse settimane o mesi, dalle loro case. Armi non potenti, ma di sicura offesa quando a riunirsi erano centinaia e migliaia, uniti dalla stessa causa e sotto lo stesso comando.

Seguiamo con un secondo argomento da tenere in evidenza. Le loro sommosse erano dovute a una rottura dei diritti consuetudinari, al forte aumento delle imposte, a un’interruzione dello status quo in cui vivevano da decenni da secoli, erano contro abusi e innovazioni che minavano il loro conservatorismo. Potevano peraltro essere indotte dall’arrivo di un nuovo signore, un nuovo padrone che poteva provocare precarietà e incertezza tentando sovvertire usi e costumi ancorati al passato e come tali accettati. Motivi, questi, generali, ma potevano esserci casi ben diversi, oltre alla fame alle crisi alle carestie. Per esempio la sommossa della Catalogna del maggio 1640 – siamo in piena Guerra dei Trent’anni – contro i soldati che, attraversando le montagne della frontiera, si alloggiavano da quelle parti, con conseguenti saccheggi furti e problemi vari, contadini costretti ad alimentare e sostentare le truppe.
E il loro numero, come accennavamo, poteva raggiungere cifre consistenti, menzioniamo i circa 20.000 russi, nel 1774, al comando di Pugačëv (1740 ca.-1775), uomini non molto disciplinati e ordinati, ma che rappresentavano un’insidia per l’autorità, uomini che, dopo una battaglia, tornavano a casa o si disperdevano per le zone.

Emel’jan Ivanovič Pugačëv

C’è inoltre da notare che i dirigenti, chi comandava le fila contadine, solitamente non provenivano dalle terre, erano per lo più borghesi artigiani nobili ex-militari sacerdoti e così via. E nonostante il già citato Pugačëv era figlio di un proprietario terriero, Georg Dózsa (1470-1514) apparteneva alla piccola nobiltà ungara, Stenka Razin (1630-1671) era un cosacco del Volga, Matija Gubec (1548 ca.-1573) si era distinto nella guerra contro i turchi, etc. Contadini che pensavano che non era il re il loro nemico, sicuramente ignaro degli abusi che commettevano i suoi avidi funzionari, e che mai sarebbe andato contro i suoi sudditi, ma erano quei nobili che volevano tassarli ancor più con il fine di arricchirsi alle spalle dello stesso sovrano.

Resta chiaro che in poche righe non si può affrontare un argomento complesso dinamico multiforme che ha influito e partecipato attivamente nella costruzione degli stati quali oggi li viviamo. Argomento che, insieme alla rivoluzione francese, a quella industriale, e via dicendo, dovrebbe essere affrontato da un ben diverso angolo, da quell’angolo che, entrando nei loro ranghi, nella loro vita quotidiana, nelle loro case, nella mentalità dell’epoca, dovrebbe evidenziare particolari che hanno condotto alla loro affermazione come individui, come classe sociale importante nella Storia.

*****
Piccola bibliografia:
– M. Bourin, G. Cherubini, G. Pinto, Rivolte urbane e rivolte contadine nell’Europa del Trecento, Firenze University Press, 2009.
– James C. Scott, I contadini tra sopravvivenza e rivolta, Liguori, 1983.
– Ernst Bloch, Thomas Münzer teologo della rivoluzione, Feltrinelli, 2010.

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May 022012
 

Quelle che seguono sono scene di vita del periodo di fine Medioevo inizi del Rinascimento, scene che rappresentano i due principali pasti, il primo, usualmente servito fra le ore 10 e 11 del mattino, il secondo fra le ore 4 e le 7 del pomeriggio. Ricordiamo che nei campi ci si svegliava all’alba, per cui pranzare o far colazione a metà mattinata era d’abitudine, sia pure per seguire i ritmi della luce solare e del lavoro.

La merenda contadina, Aristotele, Politiques et économiques, Francia, XV sec.

La merenda contadina, Aristotele, Politiques et économiques, Francia, XV sec.

Igiene delle mani, Jean Froissart, Cronache, Fiandre, Bruges, XV sec.

Igiene delle mani, Jean Froissart, Cronache, Fiandre, Bruges, XV sec. 

Si mangiava ancora con le mani, con le tre dita della destra, talvolta con un cucchiaio e dei coltelli, accessori che l’ospite poteva portarsi appresso; la forchetta, associata al consumo della pasta (1), comparve solo agli inizi del XIV secolo, si dice inventata a Bisanzio e introdotta in alcune tavole italiane in quei decenni. Famoso è l’episodio della principessa bizantina che, ospite in Francia, prendeva il cibo con la forchetta per una questione di “buone maniere” bizantine. Agli invitati d’onore, nei banchetti dei nobili, i servi del padrone di casa porgevano dei vassoi per lavarsi le mani e dei tovaglioli per asciugarsele, prima e dopo i pasti.

Le inservienti, Libro d'ore, fine XV sec.

Le inservienti, Libro d’ore, fine XV sec. 

A differenza che nelle famiglie benestanti, dove i servitori provvedevano alle portate con un certo rituale, accompagnati da trincianti coppieri musici e via dicendo, nelle case dei contadini e dei meno abbienti, erano le mogli o le donne in generale a portare a tavola i cibi.

Suore cenando in silenzio, Pietro Lorenzetti, 1341

Suore cenando in silenzio, Pietro Lorenzetti, 1341. 

Nei monasteri e nei conventi, i pasti, regolati dalle preghiere, erano consumati in silenzio, ed era d’uso servirsi delle gesta delle mani per comunicare.

*****

– 1. Giovanni Rebora, La civiltà della forchetta, storie di cibi e di cucina, Laterza, 2012, ebook. pos. 234.

Banchetto, da una stampa del Cinquecento.

Banchetto, da una stampa del Cinquecento.

 

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Jun 232011
 

Il Rinascimento, un’introduzione


Si diffuse la Rinascita italiana equamente per l’Europa? Che importanza ebbe nella civilizzazione occidentale? Quali furono i luoghi di partenza? Quali testi preferiva Maometto II il Conquistatore e quali artisti italiani aveva chiamato alla sua corte? E l’ungherese Mattia I Corvino?

Uno stimolante argomento, trattato in questo ebook insieme a tanti altri, che vale la pena approfondire per comprendere fino a che punto si “propagò” il Rinascimento italiano.

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May 062011
 

Il Rinascimento, un’introduzione


Che cosa ne sarebbe stato dell’Umanesimo, del Rinascimento senza i libri, senza la parola scritta? Che ruolo svolsero le biblioteche? Che cosa era il “corsivo umanistico“, e la “littera antiqua”? Quanti libri conteneva la biblioteca di Palla di Nofri Strozzi? Che importanza ebbe il formato dei libri di Aldo Manuzio?

Uno dei tanti argomenti trattati in questo ebook che ci apre il cammino per comprendere un periodo storico di rilevante importanza nella nostra storia occidentale.

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Aug 052010
 

Mulino ad acqua di Braine-le-Château, XII secolo

Lo sviluppo economico e sociale umano è passato attraverso piccole e grandi rivoluzioni, attraverso forme più o meno palesi di cambiamenti, cambiamenti che spesso si possono solo notare su una lunga scala di tempo. Ciò che adesso stiamo vivendo con l’era internettiana, sicuramente lo potremmo meglio analizzare fra qualche decina di anni se non addirittura fra qualche secolo, quando avremmo, o meglio i nostri figli avranno, una più completa visione degli eventi e dell’insieme.

Mulino ad acqua orizzontale

Nei secoli XI, XII e XIII, le lente trasformazioni dei mulini ad acqua e a vento hanno portato un certo cambiamento nelle abitudini sia economiche che sociali, svolgendo una ben precisa funzione nella crescita dell’Europa. I mulini ad acqua avevano un’importanza superiore a quelli a vento, in balìa, questi ultimi, ai capricci del vento, alla loro direzione, alla loro forza, alla loro frequenza. Mentre, nei limiti ritmici della natura, quelli ad acqua erano più costanti nel funzionare. Pertanto il loro sviluppo avvenne nei pressi di un fiume, di un fiumiciattolo ben fornito, delle dighe, degli acquedotti, elementi che permettevano alle pale di girare con una certa forza e costanza. Caso eccezionale erano i mulini nella laguna veneta, mossi, come ci dice un viaggiatore dell’epoca (1533) “dall’acqua del mare in una via quando il mare cresce o decresce”(1).

Il primo mulino ad acqua era orizzontale, sembra comparso nell’antica Grecia e non deve stupirci se lo troviamo nel ‘400 in Boemia o addirittura in Romania verso il 1850 ancora funzionante, dopotutto il semplice meccanismo riusciva a soddisfare i primi bisogni di meccanizzazione del lavoro e necessitava ben poca manutenzione. Furono i romani, nei primi secoli della nostra era, ad adoperare la ruota verticalmente.

Gli usi di questa prima forma idraulica sono stati molteplici: muoveva piloni che frantumavano minerali, pesanti martinetti che battevano il ferro da forgiare, aprivano e chiudevano i mantici delle fucine, per non dimenticare l’enorme aiuto dato allo sviluppo dell’industria mineraria intorno al XV secolo.

Avvenne pertanto che nei pressi di questi mulini si iniziarono a formare degli insediamenti proto-industriali via via più grandi: Praga, posta su varie anse della Moldava, Norimberga che fa girare i suoi mulini grazie al fiume Pegnitz, Parigi e dintorni sul corso della Senna.

Descrizione medievale di un mulino a vento, 1340 c.

E dove non c’è acqua o c’è poco vento continua sempre il mulino girato dagli animali o dalle braccia umane, vedi la pianura ungherese. Conseguenza di tutto ciò fu la necessità di un nuovo mestiere, i mugnai. Accanto a loro poi gli albergatori, i mercanti di bestiame, i falegnami, gli eventuali tecnici, tutta una serie di lavoratori e lavori che apportarono una piccola ma significativa rivoluzione per l’epoca medievale e prima parte di quella moderna.

Il mulino a vento appare molto tempo dopo di quello idraulico, forse originario dell’alto Tibet o dell’Iran, dove si sono scoperti mulini esistenti fin dal VII secolo. Nel XII secolo compaiono in Inghilterra, nelle Fiandre, in Francia nel XIII secolo, nel XIV in Polonia e Germania, mentre sembra che in Spagna siano stati presenti, a Tarragona, fin dal X secolo forse portati dagli arabi che lo hanno diffuso nel Mediterraneo e, addirittura, introdotto in Cina. Ricordiamo lo stupore del Chisciotte al vedere gli alti mulini girare nella Mancia, mulini diffusi tardivamente rispetto alle altre zone iberiche. Ampia diffusione ebbero ancor più in Olanda, paese in cui si incontrano venti provenienti dall’Atlantico al Baltico.

La grande e vera rivoluzione fu anche scoprire che era possibile, una sola ruota, trasmettere il proprio movimento a più strumenti, per esempio a due macine, a due o più seghe, e via dicendo.

Georg Agricola, De re metallica, 1556, Mantice azionato con mulino ad acqua

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1. G. Affagart, Relation de Terre Sainte (1533-1534), a cura di J. Chavanon, 1902, pag. 20.

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