di Daniela Nutini
La cavalleria fu alimento e vita della cultura di ogni nobile del XIV secolo. Più che un codice di comportamento, la cavalleria era un sistema morale che governava tutta la sua vita. Per poter conciliare la Spada con la Chiesa, grazie all’aiuto dei pensatori benedettini, venne creato un codice che metteva teoricamente la spada del cavaliere al servizio della giustizia, della pietà, della Chiesa, degli orfani e degli oppressi. Ma ben presto si creò un codice tutto suo: l’essere “prode” – una combinazione di coraggio, forza e abilità – era l’elemento essenziale. Vi erano inoltre l’onore e la lealtà, e l’amore cortese. L’amore avrebbe reso il cavaliere più raffinato, cortese, gaio e galante e di conseguenza la società sarebbe risultata più gioiosa. Che questo amore fosse poi in genere rivolto alla moglie di un altro, non turbava minimamente le coscienze dell’epoca.
Vi era inoltre la “liberalità”, cioè una generosità illimitata che doveva contrassegnare il gentiluomo affinché i suoi doni e ospitalità potessero attrarre altri cavalieri a combattere sotto il vessillo, la munificenza del ”Gran Signore”. Magnificata da trovatori e cronisti, questa famosa liberalità portava spesso ad incaute e spensierate bancarotte.
Comunque l’essere prodi non era solo una questione di parole, perché l’esercizio della violenza fisica richiedeva una straordinaria capacità di resistenza. Combattere a cavallo o a piedi con addosso 25 chili di armatura metallica, scontrarsi con un avversario lanciato al galoppo reggendo contemporaneamente una lancia di 5 metri e mezzo – la metà di un palo telefonico –, dare e ricevere colpi con spade e mazze che potevano con un colpo solo amputare un arto in una armatura, passare metà della propria vita in sella con qualunque tempo per giorni di seguito, non era un lavoro per gente gracile.
Inoltre privazioni, paure, dormire poco e con indosso l’armatura, fare la guardia, stare all’erta giorno e notte, provvedere al foraggiamento… insomma, non era facile, né per tutti! Le calorie medie per una vita simile si aggiravano sulle 5000 e il vino ne era una parte essenziale. Infatti, la penitenza più terribile era una dieta di “pane e acqua”, difficilmente sopportata.
La cavalleria era considerata un ordinamento universale che comprendeva tutti i cavalieri cristiani al di là delle nazioni, in quanto si riteneva che fosse mossa da un unico ideale. Si credeva che si dovesse sempre combattere in aiuto dei fratelli e sacrificare la vita sebbene molti fossero mossi più da genuino amore per la lotta che per amore di una causa.
Esempio perfetto fu il cieco re Giovanni I di Boemia: gli piaceva combattere per il gusto di farlo. Difficilmente si lasciava sfuggire una contesa in qualsiasi parte d’Europa e negli intervalli partecipava a tornei tra cavalieri, nel corso di uno dei quali ebbe a subire la ferita che lo rese cieco. Ma la menomazione non lo fece desistere dal combattere. Alleato con Filippo IV di Francia contro gli inglesi, a capo di 500 cavalieri, guerreggiò in lungo e largo per tutta la Piccardia, sempre temerario e in testa a tutti. Nella battaglia di Crecy chiese ai suoi cavalieri di portarlo nel mezzo della mischia per poter combattere di spada. Dodici di loro si legarono con le briglie al cavallo del re e si gettarono nel combattimento: i loro corpi furono poi trovati insieme a quello del re, tutti massacrati.
Si è parlato di tornei: essi furono l’attività più emozionante, dispendiosa, rovinosa e piacevole delle classi nobili del trecento.
Un torneo poteva durare anche due settimane. Si arrivava perfino ad ottanta partecipanti e poteva essere con armi spuntate oppure ad oltranza, senza limitazioni, nel qual caso molti contendenti potevano restare feriti e anche uccisi.
Il primo giorno si selezionava e si accoppiava i partecipanti, poi vi erano i giorni di riposo con feste e trattenimenti, una festa che richiamava tutto il popolo, mercanti, artigiani, ciarlatani, prostitute, borsaioli. In genere erano presenti un centinaio di cavalieri accompagnati da due gentiluomini a cavallo, un armaiolo e sei servitori in livrea. L’equipaggiamento consisteva in una preziosa armatura con elmo e pennacchio, molto cara, un palafreno, un cavallo da guerra, stendardi, gualdrappe e abiti eleganti. Tutto ciò costava moltissimo, tanto da indebitare il cavaliere stesso, ma dato che chi perdeva doveva cedere tutto il suo equipaggiamento, si sperava così di rifarsi vendendo subito ai mercanti presenti quello che si era conquistato.
Si assisteva comunque a molte bancarotte e i tornei furono denunciati da papi e re sia per l’altissimo costo sia per la violenza e la vanagloria: il tutto invano!
Anche quando San Bernardo tuonò che chi moriva in un torneo sarebbe andato all’Inferno, anche le minacce di scomunica restarono senza effetto.
Il torneo era l’apogeo dell’orgoglio e del diletto della nobiltà del trecento, un compiacimento del proprio valore e della propria bellezza: gli spettatori lussuosamente vestiti, l’ondeggiare delle bandiere, gli squilli di tromba degli araldi, la parata dei torneanti che facevano caracollare e impennare i propri cavalli ingualdrappati, le dame che gettavano sciarpe ai loro beniamini, l’araldo che annunciava i campioni, tutto ciò era una tradizione della cavalleria e in realtà nulla poteva affievolire l’entusiasmo che suscitavano.
Paradossalmente però i tornei furono l’attività più dannosa per la classe nobile, per quella che era la sua specifica funzione militare. Infatti ne assorbiva interessi e capacità, orientandoli verso aspetti formali e di gloria a detrimento della tattica e della strategia del vero combattimento. Le rovinose battaglie perdute della, se pur valorosissima, cavalleria francese in tutto il XIV secolo dimostrò questa teoria: la vanagloria di una bella armatura e la prodezza personale non portò mai vittorie, anzi, da Crecy ad Azincourt fu tutto un susseguirsi di sconfitte per mancanze di tattiche e strategie di guerra, impiegate invece dai loro avversari, sia che fossero inglesi, popolani fiamminghi, oppure guerrieri saraceni.
© Daniela Nutini









Niccolò III d’Este è ora insediato stabilmente come marchese di Ferrara, dopo varie lotte per la successione dovute alla sua nascita illegittima. Siamo alla fine del 1300 primi del 1400, e Niccolò governa la sua città con mano ferma, abbellendola, ingrandendo la corte, in quella tradizione fastosa che è sempre stata peculiare di casa d’Este. Niccolò è un libertino, un uomo carnale, tanto da essere coniato per lui il motto burlesco: ”di qua e di là da Po son tutti figli di Niccolò”. È però sposato con Gigliola da Carrara, per suggellare un’alleanza politica. La moglie è scialba, schiva e non gli ha dato figli. Niccolò ha un’amante ufficiale, la bellissima Stella de Tolomei, che gli ha dato vari figli, Ugo, Borso, Lionello e due fanciulle gemelle, ma le sue conquiste amorose sono ancora molteplici .

