May 232013
 

di Daniela Nutini

Cavalieri di Cristo, Jan van Eyck, 1432, particolareLa cavalleria fu alimento e vita della cultura di ogni nobile del XIV secolo. Più che un codice di comportamento, la cavalleria era un sistema morale che governava tutta la sua vita. Per poter conciliare la Spada con la Chiesa, grazie all’aiuto dei pensatori benedettini, venne creato un codice che metteva teoricamente la spada del cavaliere al servizio della giustizia, della pietà, della Chiesa, degli orfani e degli oppressi. Ma ben presto si creò un codice tutto suo: l’essere “prode” – una combinazione di coraggio, forza e abilità – era l’elemento essenziale. Vi erano inoltre l’onore e la lealtà, e l’amore cortese. L’amore avrebbe reso il cavaliere più raffinato, cortese, gaio e galante e di conseguenza la società sarebbe risultata più gioiosa. Che questo amore fosse poi in genere rivolto alla moglie di un altro, non turbava minimamente le coscienze dell’epoca.

Vi era inoltre la “liberalità”, cioè una generosità illimitata che doveva contrassegnare il gentiluomo affinché i suoi doni e ospitalità potessero attrarre altri cavalieri a combattere sotto il vessillo, la munificenza del ”Gran Signore”. Magnificata da trovatori e cronisti, questa famosa liberalità portava spesso ad incaute e spensierate bancarotte.

Comunque l’essere prodi non era solo una questione di parole, perché l’esercizio della violenza fisica richiedeva una straordinaria capacità di resistenza. Combattere a cavallo o a piedi con addosso 25 chili di armatura metallica, scontrarsi con un avversario lanciato al galoppo reggendo contemporaneamente una lancia di 5 metri e mezzo – la metà di un palo telefonico –, dare e ricevere colpi con spade e mazze che potevano con un colpo solo amputare un arto in una armatura, passare metà della propria vita in sella con qualunque tempo per giorni di seguito, non era un lavoro per gente gracile.

Inoltre privazioni, paure, dormire poco e con indosso l’armatura, fare la guardia, stare all’erta giorno e notte, provvedere al foraggiamento… insomma, non era facile, né per tutti! Le calorie medie per una vita simile si aggiravano sulle 5000 e il vino ne era una parte essenziale. Infatti, la penitenza più terribile era una dieta di “pane e acqua”, difficilmente sopportata.

La cavalleria era considerata un ordinamento universale che comprendeva tutti i cavalieri cristiani al di là delle nazioni, in quanto si riteneva che fosse mossa da un unico ideale. Si credeva che si dovesse sempre combattere in aiuto dei fratelli e sacrificare la vita sebbene molti fossero mossi più da genuino amore per la lotta che per amore di una causa.

Morte Giovanni I di BoemiaEsempio perfetto fu il cieco re Giovanni I di Boemia: gli piaceva combattere per il gusto di farlo. Difficilmente si lasciava sfuggire una contesa in qualsiasi parte d’Europa e negli intervalli partecipava a tornei tra cavalieri, nel corso di uno dei quali ebbe a subire la ferita che lo rese cieco. Ma la menomazione non lo fece desistere dal combattere. Alleato con Filippo IV di Francia contro gli inglesi, a capo di 500 cavalieri, guerreggiò in lungo e largo per tutta la Piccardia, sempre temerario e in testa a tutti. Nella battaglia di Crecy chiese ai suoi cavalieri di portarlo nel mezzo della mischia per poter combattere di spada. Dodici di loro si legarono con le briglie al cavallo del re e si gettarono nel combattimento: i loro corpi furono poi trovati insieme a quello del re, tutti massacrati.

Si è parlato di tornei: essi furono l’attività più emozionante, dispendiosa, rovinosa e piacevole delle classi nobili del trecento.
Un torneo poteva durare anche due settimane. Si arrivava perfino ad ottanta partecipanti e poteva essere con armi spuntate oppure ad oltranza, senza limitazioni, nel qual caso molti contendenti potevano restare feriti e anche uccisi.

Il primo giorno si selezionava e si accoppiava i partecipanti, poi vi erano i giorni di riposo con feste e trattenimenti, una festa che richiamava tutto il popolo, mercanti, artigiani, ciarlatani, prostitute, borsaioli. In genere erano presenti un centinaio di cavalieri accompagnati da due gentiluomini a cavallo, un armaiolo e sei servitori in livrea. L’equipaggiamento consisteva in una preziosa armatura con elmo e pennacchio, molto cara, un palafreno, un cavallo da guerra, stendardi, gualdrappe e abiti eleganti. Tutto ciò costava moltissimo, tanto da indebitare il cavaliere stesso, ma dato che chi perdeva doveva cedere tutto il suo equipaggiamento, si sperava così di rifarsi vendendo subito ai mercanti presenti quello che si era conquistato.
Si assisteva comunque a molte bancarotte e i tornei furono denunciati da papi e re sia per l’altissimo costo sia per la violenza e la vanagloria: il tutto invano!
Anche quando San Bernardo tuonò che chi moriva in un torneo sarebbe andato all’Inferno, anche le minacce di scomunica restarono senza effetto.

Premi in un torneo, Codice ManesseIl torneo era l’apogeo dell’orgoglio e del diletto della nobiltà del trecento, un compiacimento del proprio valore e della propria bellezza: gli spettatori lussuosamente vestiti, l’ondeggiare delle bandiere, gli squilli di tromba degli araldi, la parata dei torneanti che facevano caracollare e impennare i propri cavalli ingualdrappati, le dame che gettavano sciarpe ai loro beniamini, l’araldo che annunciava i campioni, tutto ciò era una tradizione della cavalleria e in realtà nulla poteva affievolire l’entusiasmo che suscitavano.

Paradossalmente però i tornei furono l’attività più dannosa per la classe nobile, per quella che era la sua specifica funzione militare. Infatti ne assorbiva interessi e capacità, orientandoli verso aspetti formali e di gloria a detrimento della tattica e della strategia del vero combattimento. Le rovinose battaglie perdute della, se pur valorosissima, cavalleria francese in tutto il XIV secolo dimostrò questa teoria: la vanagloria di una bella armatura e la prodezza personale non portò mai vittorie, anzi, da Crecy ad Azincourt fu tutto un susseguirsi di sconfitte per mancanze di tattiche e strategie di guerra, impiegate invece dai loro avversari, sia che fossero inglesi, popolani fiamminghi, oppure guerrieri saraceni.

© Daniela Nutini

May 112013
 

Dalla Francia, due siti da tenere in particolare attenzione e da scoprire con immensa calma e curiosità per la gran quantità di informazioni che contengono:

- L’Histoire par l’image.
- Bibliothèque virtuelle des manuscrits médiévaux.

Il primo, dedicato principalmente alle immagini alla loro descrizione alla storia correlata, contenente documenti cha vanno principalmente dal 1643 al 1945, con l’interessante possibilità di ricercare per tema.

Nel secondo sito invece possiamo trovare preziosi manoscritti così come incunaboli che ci immettono direttamente nel Medioevo e nella prima Età moderna. Un portale imprescindibile per lo storico che non ha possibilità di viaggiare direttamente per archivi e biblioteche

Bibliothèque virtuelle des manuscrits médiévaux.

Apr 242013
 

Nella ricerca storica a volte bisogna forzare la mano, lanciare la prima pietra, dare il primo urlo affinché si possa, nei limiti della documentazione posseduta, proporre una diversa visione, una probabile alternativa lettura dei fatti.
Abbiamo già accennato alla cultura Katía, indigeni presenti nel momento della conquista spagnola nell’America del Sud, etnia ben diffusa nella zona antioqueña dell’odierna Colombia. Sebbene si conosca a grandi linee la loro storia grazie ai dettagli lasciati dagli esploratori e dai prelati dell’epoca, il prof. Ricardo Saldarriaga Gaviria, antropologo dell’Universidad de Antioquia, avanza una tesi, nel suo libro El Paisa y sus origenes. Lo que non se ha dicho del descubrimiento, che potrebbe indurre a profonde riflessioni, riflessioni che porterebbero a pensare la cultura sudamericana, o almeno parte di essa, di origine asiatica e mediterranea. Lo abbiamo già letto nei Quimbaya, a suo avviso di provenienza cinese, mentre i Darienes, un altro gruppo indigeno, soffrì l’influenza egizia e romana, così come i Katíos traevano indizi di discendenza birmana.

Soffermiamo dunque la nostra attenzione su quest’ultima etnia, secondo il nostro autore, i migliori orefici d’America, le cui figure che rappresentavano divinità con sfere o seni nella testa:

“… avrebbero avuto origine nel Nepal o in Birmania dove si venerò circa 3.500 anni addietro il dio tibetano Bon. I Catíos dell’Impero Ylama [*] come i Catíos della Birmania hanno voluto lasciare la sintesi di una strana divinità cosmica…” (1).

Un modo per affermare che nella storia le relazioni e interrelazioni sono sempre e ovunque presenti, per dire che nessuna cultura nasce dal nulla, ma deriva dallo sviluppo dall’evoluzione dall’espansione di una precedente o coeva le cui basi potrebbero essere distanti perfino migliaia di chilometri. Nel senso che il mondo di allora, come il mondo di oggi, avrebbe avuto connessioni più di quanto immaginiamo (per es., uno sigillo egizio scarabeo trovato in una necropoli etrusca).

Caciques, El Paisa y sus origenes. Lo que non se ha dicho del descubrimiento, Ricardo Saldarriaga Gaviria

Ma andiamo avanti e, considerando la lingua degli egizi, i Katíos avrebbero potuto avere ascendenza nord africana, infatti, prosegue il prof. Saldarriaga:

“… Fra i Catíos dell’Impero Ylama e alcuni di discendenza egizia, ci sono stati molti cachiques con il cognome Ra, come Abu-Ra, I-Ra, U-Ra e altri con il Ra nei loro nomi come Urrao e Carrapa. I Catíos chiamavano murrapo alla dea del sole e alla dea della terra arracacha.” (2)

Ra era difatti il dio-sole nell’antico Egitto, unitosi poi ad Amon, essendo infine la più importante divinità del pantheon egizio con il nome di Amon-Ra.

Ancora oggi sembra che l’ipotesi della matrice birmana (birmani ed egizi avevano avuto una certa relazione) sia ben visibile a occhi nudi, sempre secondo il nostro antropologo, per le vie, per esempio, della città di Medellin, dove le persone hanno fisionomie che ricordano l’oriente: capelli intensamente neri e lunghi, narice corta, pelle scura e liscia quelli d’ispirazione indocinese, mentre i melanesi sono leggermente più alti, capelli lunghi neri e un po’ ondulati, narice poco più lunga dei primi e a forma di aquila, pelle brunastra. Popoli venuti da lontane terre portando con loro genti di altri luoghi e altre stirpi – dall’Egitto e dal Mediterraneo in generale -: in poche parole, un variopinto mosaico di geni che oggi si ritrovano nei tratti somatici antioqueñi.

Figure tipiche birmane, El Paisa y sus origenes. Lo que non se ha dicho del descubrimiento, Ricardo Saldarriaga Gaviria

Ma non solo geni, anche usanze e costumi. Nessi archeologici – diamo un’occhiata alla foto di sopra – che varrebbe la pena comparare con maggiore attenzione. Inoltre, avrebbero messo in pratica conoscenze e tecniche che riportano all’oriente, per esempio sul modo di lavorare il bronzo che si rifà a quello indocinese o birmano (4).

Il serpente fu uno degli animali che più rappresentò i Catíos, lo notiamo nelle varie figure che ci sono pervenute, così come la rana, elementi tipici orientali. E se forziamo ancora un po’ la storia dei “paragoni”, potremmo affermare che

“… queste effigie del Poporoso dio del Cosmo rappresenterebbero a Vishnu del bramanesimo.” (5)

Figure con serpenti, El Paisa y sus origenes. Lo que non se ha dicho del descubrimiento, Ricardo Saldarriaga Gaviria

Tiriamo momentaneamente le somme, un totale che dovrebbe indurre ogni storico a non fermarsi alle solite e consuete tesi, ma, talvolta e quando i documenti lo permettono, azzardare ipotesi che inciterebbero a ulteriori indagini, teorie che uscirebbero fuori dal solito seminato.
Chissà, forse la storia acquisterebbe una marcia in più!

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- 1. Ricardo Saldarriaga Gaviria, El Paisa y sus origenes. Lo que non se ha dicho del descubrimiento, Susaeta ed. sa. Medellin, 2011, pag. 105.
- 2. op. cit., pag. 106.
- 3. op. cit., pag. 113.
- 4. op. cit., pag. 123.
- 5. op. cit., pag. 135.

* L’Impero Ylama era, secondo il prof. Saldarriaga, un grande complesso di culture che abitava la zona antioqueña e territori limitrofi, fra il 1.600 prima di Cristo e l’arrivo degli spagnoli nel XVI sec.

N.b.:
- Le immagini sono prese dal libro del prof. Ricardo Saldarriaga Gaviria.
- Tutte le traduzioni dallo spagnolo sono di Gaspare Armato.

Apr 212013
 

di Daniela Nutini

Paesaggio invernale, 1565, Pieter Bruegel il VecchioIl Trecento fu un secolo “destinato” alla sventura, segnato da calamità naturali e dalle terribili azioni dell’uomo. Fin dai primissimi anni calò un clima gelido che dette vita a sofferenze a non finire. Il Mar Baltico gelò due volte. Seguirono periodi di freddo fuori stagione e tempeste. Era l’inizio della cosiddetta Piccola Glaciazione che terminò, secondo alcuni autori, nel ‘700: le coltivazioni sparirono dalla Groenlandia e dalla Islanda, il grano dalla Scandinavia, si ebbero ripetute carestie, piogge incessanti che fecero marcire i raccolti. Si aggiunse poi un’altra calamità non meno spaventosa per le conseguenze che ebbe il trasferimento della Sede Pontificia ad Avignone e da lì lo scadimento morale della Chiesa.

In seguito allo scontro tra autorità temporale e autorità papale, tra Filippo il Bello di Francia e Bonifacio VIII, si ebbe, alla morte del papa, l’elezione di un Pontefice francese, Clemente V – ricordiamo che Benedetto XI governò solo per circa otto mesi -, che non andò a Roma a prendere possesso della Santa Sede. I maligni dissero che la ragione fosse la sua amante francese, la bella contessa del Perigord, figlia del conte di Foix. In ogni caso, Clemente si stabilì ad Avignone, in Provenza, in quel tempo feudo del Regno di Napoli e di Sicilia, ma comunque nel raggio della sfera francese: egli doveva al sovrano francese la sua elezione al Soglio Pontificio.

Filippo IV di Francia, detto il BelloSi ebbero così sei papi francesi che fecero di Avignone uno stato eminentemente temporale, di grande attrazione culturale certamente, oltre che di illimitata simonia, vale a dire traffico di compra-vendita delle cariche, a tal punto che tutto era in vendita, le indulgenze, tasse sulle crociate, regali, doni, scomuniche revocate, dispense per matrimoni, per legittimare i figli, con tariffe fissate anche per commercio con gli infedeli e nomine pagate di ecclesiasti giovanissimi. Le banche italiane prosperavano.

Fu costruito frattanto, a più riprese, l’immenso palazzo papale di Avignone, sovrastante il Rodano, un enorme edificio in forma di fortezza, intorno a cortili interni, con spalti dello spessore di tre metri e mezzo, strani camini piramidali, saloni per banchetti, giardini, uffici, cappelle con finestre a rosoni, aprendosi sulla pubblica piazza da dove uscivano i cardinali ”ricchi, arroganti e rapaci”, a sentire il Petrarca, con lo sfarzo dei rispettivi seguiti. Nel palazzo era tutto un brulicare di persone, famigli, parenti, postulanti, ecclesiastici, il complesso dei cerimonieri di corte sembra si aggirasse sulle 400 persone.
Il palazzo stesso era lussuosissimo con i pavimenti decorati. Clemente VI, che amava il lusso e aveva 1800 pelli di ermellino per il proprio guardaroba, fece venire a decorare le pareti Matteo Giovannetti della scuola di Simone Martini. Le quattro pareti dello studio del papa erano interamente affrescate con scene di caccia al cervo, con giardini, frutteti e con un gruppo di ambigui bagnanti nudi. Niente di religioso, quindi. Si banchettava in piatti d’oro e d’argento, vi erano arazzi fiamminghi e tappezzerie di seta, si mangiavano le fragole con forchettine di cristallo.

Bonifacio VIIITutti i benpensanti stigmatizzavano tale andazzo di cose, ma inutilmente. Si elevavano grida di indignazione da tutte le parti. Il Petrarca nel 1340 scriveva: ”vivo tra prelati coperti d’oro, masticanti oro”. Tanti speculavano intorno a questo stato di cose: re, banchieri, governanti. La credibilità della Chiesa sprofondava, lo stesso clero tralignava, si udivano lamenti da parte di vescovi probi sul fatto che il clero vestiva come i laici a scacchi rossi e verdi, con corpetti succinti, maniche larghe per far vedere pellicce e sete, lunghissimi cappucci e lunghissime scarpe a punta, pietre preziose e capelli fino alle spalle e barbe lunghe e curate. La corruzione si propagò dappertutto.

La permanenza del papa ad Avignone aiutò inoltre Filippo il Bello a provocare la caduta dei Templari.
Mai crollo fu più totale e spettacolare. Re Filippo, avendo esaurito ogni altra sorgente di fondi, pensò di impadronirsi delle immense ricchezze dei Cavalieri, servendosi dell’appoggio del papa ad Avignone. Costoro, esenti dalle tasse, avevano accumulato ricchezze ingentissime facendo anche i banchieri per la Santa Sede, prestando denaro a tasso bassissimo. Furono anche danneggiati dalla loro segretezza, dal vivere come un’enclave virtualmente autonoma, che attirava odi, pettegolezzi, sospetti.
Clemente VCon un balzo felino, Filippo s’impadronì del Tempio di Parigi e fece arrestare tutti i membri in una sola notte, di sorpresa. L’accusa era eresia, dalla quale era impossibile salvarsi. Torture a non finire fecero confessare anche l’inconfessabile. L’Ordine venne soppresso da papa Clemente V e alla fine ci fu la morte sul rogo del Gran Maestro, Jacques de Molay, che era stato amico personale del re e padrino di sua figlia. Costui mandò una maledizione di morte allo stesso sovrano e al papa – morirono nel giro di un anno -, e alla dinastia del re. Ciò si avverò: i tre figli del re decedettero a breve distanza, al trono salì un parente. Più tragico fu il destino della figlia del sovrano, data in moglie al reggente d’Inghilterra.

Con l’inaridirsi della dinastia, furono così aperte le porte alla rivendicazione inglese sulla corona francese che dette inizio alla Guerra dei Cent’anni, che devastò la Francia e l’Europa in generale, oltre alla nascita delle compagnie di ventura. Venne poi la Peste Nera, immane flagello, che si presentò in varie ondate e decimò la popolazione europea, e a finire lo Scisma di Occidente con il seguente raddoppio della simonia, delle varie discussioni, delle violente battaglie.
Vedremo tutto questo nei prossimi articoli.

©Daniela Nutini

Nov 122012
 

di Daniela Nutini.

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Niccolò III d’Este è ora insediato stabilmente come marchese di Ferrara, dopo varie lotte per la successione dovute alla sua nascita illegittima. Siamo alla fine del 1300 primi del 1400, e Niccolò governa la sua città con mano ferma, abbellendola, ingrandendo la corte, in quella tradizione fastosa che è sempre stata peculiare di casa d’Este. Niccolò è un libertino, un uomo carnale, tanto da essere coniato per lui il motto burlesco: ”di qua e di là da Po son tutti figli di Niccolò”. È però sposato con Gigliola da Carrara, per suggellare un’alleanza politica. La moglie è scialba, schiva e non gli ha dato figli. Niccolò ha un’amante ufficiale, la bellissima Stella de Tolomei, che gli ha dato vari figli, Ugo, Borso, Lionello e due fanciulle gemelle, ma le sue conquiste amorose sono ancora molteplici .
Quando viene a mancare la moglie, gli occhi inquieti di Niccolò si rivolgono verso la quindicenne Parisina Malatesta, allevata presso lo zio Carlo Malatesta a Rimini. Parisina è colta, allegra, vivace, bionda e graziosa. Si può vedere ancora da una medaglia che la raffigura un viso infantile, dal naso breve, un’aria di allegria, un’eleganza puntigliosa anche nell’acconciatura.
Arriva in una Ferrara dilaniata dalla peste, ma subito si accomoda nel bel palazzo, negli appartamenti di Rigobello, che arreda con gusto semplice e fresco. La corte è rallegrata da questa fanciulla che suona melodie d’amore con la sua piccola arpa fissata al collo con un cordone di seta, che riempie le sale con le sue risate. Anche Niccolò ne è entusiasta. Solo punto oscuro in tanta felicità coniugale è il comportamento di Ugo, primogenito del marchese e suo erede. Ugo è un bel ragazzo, amatissimo dal padre e dai cortigiani. Egli odia la matrigna che ha solo un anno più di lui, la considera usurpatrice del posto che sarebbe spettato alla madre Stella, che intanto languisce in un profondo dolore che presto la porterà alla morte.
Gli anni passano, Parisina dà al marito due figlie e un figlio. È cresciuta, è maturata, la bambina di un tempo è scomparsa. Anche Ugo è fiorito in un uomo forte, dai corti capelli biondi, alla moda dell’epoca. Gioca a palla nel cortile, sotto la Torre di Rigobello e Parisina lo guarda dalle sue finestre: lo ammira, e sente per lui un sentimento che ancora non vuole definire. I due giovani suonano insieme le conchiuse arie trecentesche e Ugo non può fare a meno di accorgersi che la tanto detestata matrigna è solo una giovane e bella ragazza, festosa e sorridente.
Intanto è in progetto un viaggio a Loreto e Niccolò vuole a tutti i costi che il figlio accompagni Parisina per tentare di dissipare la freddezza del figlio verso la matrigna. I due giovani partono in bucintoro, per i fiumi e i canali, attraverso la Romagna, in un paesaggio da sogno. Ma la vicinanza ha un diverso effetto da quello sperato dall’incauto Niccolò: Parisina è bellissima e l’amore tra i due scoppia irruento, una passione troppo a lungo trattenuta.
La relazione continua anche al ritorno a Ferrara, tra mille precauzioni. Ugo si confida con l’amico Aldobrandino Rangoni che lo aiuta nei suoi incontri, mentre Parisina confida il suo segreto a un’ancella. Sarà proprio lei a dare inizio alla tragedia: un giorno, Parisina, in un accesso di collera è arrivata persino a batterla e così, tra le lacrime, ella si lascia sfuggire delle parole che mettono tutti sull’avviso, primo di tutti Zoese, uomo di fiducia del marchese. Niccolò non vuole credere a questa infamia, ma ne è ben presto convinto: ha potuto vedere con i suoi occhi i due giovani insieme, nel letto, attraverso un’apertura nel pavimento del suo studio, sovrastante la camera della moglie.
La sua collera è terribile, li fa arrestare e li condanna in un processo il cui esito è già scontato, malgrado alcuni cortigiani siano venuti, tra le lacrime, ad implorare clemenza. Intanto Parisina, nella sua cella, invoca a gran voce il nome dell’amato, si odono le sue grida disperate che oltrepassano le spesse mura della prigione. Ma entrambi verranno decapitati e la stessa sorte toccherà perfino al fedele amico Aldobrandino Rangoni.
È una tiepida sera di maggio del 1425, Parisina ha vent’anni e Ugo diciannove. Ella è rassegnata e pare che nulla più le importi, ferma i suoi capelli con un velo e poggia la testa sul ceppo, dove prima era già stato giustiziato Ugo.
Niccolò è in preda ad un dolore lancinante. Invoca il figlio perduto, la moglie che ama, e proclama un editto, quasi a voler confermare per tutti i suoi sudditi la sua intima tragedia: tutte le mogli trovate in stato di adulterio dovranno essere decapitate, e, per ironia di una sorte beffarda, la prima a cadere vittima del suo forsennato dolore sarà una sua antica amante.

©Daniela Nutini

Sep 252012
 

Quantunque nel Medioevo si siano registrate rivolte contadine di un certo rilievo – ricordiamo fra l’altro la Jaquerie del 1358, quella inglese di Tyler del 1381 -, queste non sembrano, con le debite eccezioni, essere state di tali dimensioni estensioni problematiche come nell’Età moderna. Rivolte che si estesero dalla Francia all’Italia, dalla Spagna all’Inghilterra, e via dicendo, interessando buona parte del territorio europeo, a tal punto che quelle tedesche, per lo storico Leopold von Ranke (1795-1886), sono state parte integrante del futuro sviluppo del suddetto stato. Rivolta, quella tedesca del 1525, che resta particolarmente viva per la sua violenza e diffusione che preoccupò, e non poco, le autorità civili e religiose del tempo.
Procediamo con un certo ordine e diamo degli accenni generali che ci possano far conoscere meglio alcuni dettagli.

Partiamo da un elemento spesso sottovalutato, il fatto che, usualmente, si crede che i contadini non abbiano avuto armi a disposizione, o che esse siano state di poco valore e consistenza. Bisogna però considerare che buona parte di loro avevano combattuto e combattevano come soldati agli ordini di signori duchi principi re, e ritornando a casa portavano parte del loro armamento (almeno fino ad avanzato XVIII sec.), inoltre, vivendo talvolta isolati e lontano dai centri abitati, ne avevano bisogno per difendersi vuoi dalle bestie feroci vuoi dai ladri vuoi da vicini invasivi, così come coloro che, conducendo al pascolo gli animali, viaggiavano ben lontano, spesso per diverse settimane o mesi, dalle loro case. Armi non potenti, ma di sicura offesa quando a riunirsi erano centinaia e migliaia, uniti dalla stessa causa e sotto lo stesso comando.

Seguiamo con un secondo argomento da tenere in evidenza. Le loro sommosse erano dovute a una rottura dei diritti consuetudinari, al forte aumento delle imposte, a un’interruzione dello status quo in cui vivevano da decenni da secoli, erano contro abusi e innovazioni che minavano il loro conservatorismo. Potevano peraltro essere indotte dall’arrivo di un nuovo signore, un nuovo padrone che poteva provocare precarietà e incertezza tentando sovvertire usi e costumi ancorati al passato e come tali accettati. Motivi, questi, generali, ma potevano esserci casi ben diversi, oltre alla fame alle crisi alle carestie. Per esempio la sommossa della Catalogna del maggio 1640 – siamo in piena Guerra dei Trent’anni – contro i soldati che, attraversando le montagne della frontiera, si alloggiavano da quelle parti, con conseguenti saccheggi furti e problemi vari, contadini costretti ad alimentare e sostentare le truppe.
E il loro numero, come accennavamo, poteva raggiungere cifre consistenti, menzioniamo i circa 20.000 russi, nel 1774, al comando di Pugačëv (1740 ca.-1775), uomini non molto disciplinati e ordinati, ma che rappresentavano un’insidia per l’autorità, uomini che, dopo una battaglia, tornavano a casa o si disperdevano per le zone.

C’è inoltre da notare che i dirigenti, chi comandava le fila contadine, solitamente non provenivano dalle terre, erano per lo più borghesi artigiani nobili ex-militari sacerdoti e così via. E nonostante il già citato Pugačëv era figlio di un proprietario terriero, Georg Dózsa (1470-1514) apparteneva alla piccola nobiltà ungara, Stenka Razin (1630-1671) era un cosacco del Volga, Matija Gubec (1548 ca.-1573) si era distinto nella guerra contro i turchi, etc. Contadini che pensavano che non era il re il loro nemico, sicuramente ignaro degli abusi che commettevano i suoi avidi funzionari, e che mai sarebbe andato contro i suoi sudditi, ma erano quei nobili che volevano tassarli ancor più con il fine di arricchirsi alle spalle dello stesso sovrano.

Resta chiaro che in poche righe non si può affrontare un argomento complesso dinamico multiforme che ha influito e partecipato attivamente nella costruzione degli stati quali oggi li viviamo. Argomento che, insieme alla rivoluzione francese, a quella industriale, e via dicendo, dovrebbe essere affrontato da un ben diverso angolo, da quell’angolo che, entrando nei loro ranghi, nella loro vita quotidiana, nelle loro case, nella mentalità dell’epoca, dovrebbe evidenziare particolari che hanno condotto alla loro affermazione come individui, come classe sociale importante nella Storia.

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Piccola bibliografia:
- M. Bourin, G. Cherubini, G. Pinto, Rivolte urbane e rivolte contadine nell’Europa del Trecento, Firenze University Press, 2009.
- James C. Scott, I contadini tra sopravvivenza e rivolta, Liguori, 1983.
- Ernst Bloch, Thomas Münzer teologo della rivoluzione, Feltrinelli, 2010.

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