Jun 282014
 

di Daniela Nutini

Ménagier de Paris, ed. 1401-1500

Ménagier de Paris, ed. 1401-1500

Riguardo ai matrimoni nel periodo tardo medievale, abbiamo alcune testimonianze che ci trasmettono come quelle unioni fossero in genere felici. Parliamo ovviamente della borghesia, i matrimoni della nobiltà erano spesso combinati per motivi dinastici e di terre, e molto spesso mandati all’aria con la scusa della parentela, difatti la parentela fino al quarto grado rendeva un matrimonio spiritualmente illegale. E così fabbricando un falso albero genealogico, un uomo poteva liberarsi della moglie, ammesso che fosse in condizioni di pagarsi le spese. Per principi e sovrani vi erano poi dispense papali a volontà, anche se talvolta rimaneggiate se non andavano bene agli interessi del momento. Esemplare il caso di Enrico VIII Tudor con la prima moglie, Caterina di Aragona.

Ma per la borghesia, allora in ascesa, i casi erano ben diversi. Vi sono testimonianze che concordano, per esempio, un anziano funzionario di Parigi (1) scrisse intorno al 1393 un manuale di comportamento per la moglie-bambina, un’orfana, con pagine colme di grande affetto e comprensione, e sappiamo come la giovanissima moglie lo ricambiasse con un tenero amore.

Abbiamo, per continuare, le parole del cavaliere Geoffroy La Tour Landry (1320 ca-1391 ca.) che diceva essere felicemente sposato, poi inconsolabile per la perdita della moglie, e di molti altri (2). E ancora: la scrittrice e poetessa Christine de Pisan (1362-1431 ca.) rimase triste fino alla fine dei suoi giorni per la perdita del marito, teneramente amato, morto nella terribile epidemia di peste del 1402.

Christine de Pisan in una miniatura, XV sec.

Christine de Pisan in una miniatura, XV sec.

Preziosa è la vicenda di Thomas Betson, un mercante inglese di circa quarant’anni, che viveva a Calais. Questi aveva una fidanzata giovanissima, come si usava frequentemente all’epoca, e ne era innamoratissimo. Annoterà nel 1476:

Mia teneramente amata cugina Katherine mi raccomando a te con tutto il cuore… Se tu mangiassi sempre con appetito cosa che ti farebbe diventare presto donna, mi renderesti l’uomo più felice del mondo… Ti prego di portare i miei saluti al mio cavallo e di chiedergli in dono quattro dei suoi anni per crescere più in fretta. E quando tornerò gli darò quattro dei miei anni e quattro focacce da cavallo in compenso. Digli che sono io di pregarlo di questo favore. E l’onnipotente Gesù ti faccia diventare una donna buona… Nella grande Calais il primo giorno di giugno, quando ogni uomo è già andato a pranzo e l’orologio batte le nove e tutta la tua famiglia si metterebbe a chiamarmi dicendo di andare subito a cena… Da parte del tuo fedele cugino e innamorato Thomas Betson. Ti mando questo anello per ricordo.” (3)

Dalla lettera traspare una pace domestica e serena. Più tardi scriverà ancora alla madre di lei:

… ho sognato che Katherine aveva trent’anni e quando mi svegliai desiderai che ne avesse solo venti così il mio desiderio si avverrà prima del mio sogno.” (4)

Poco tempo dopo, Thomas sposò la sua Katherine e sappiamo che ella divenne una moglie amorevole e sollecita. Quando un anno dopo Thomas si ammalò gravemente, Katherine, benché solo sedicenne e in attesa del primo figlio, lo curò con grande affetto e si occupò dei suoi affari con quella competenza che le donne medioevali delle classi superiori apprendevano fin dalla prima infanzia.

Venivano, infatti, tali donne, istruite sulle erbe medicinali e sui massaggi ed era indice di buona cultura sapere giocare a scacchi e a dama, oltre che tirare d’arco. Importante era avere un’infarinatura in materia legale perché spesso la moglie era lasciata a custodire le terre e i commerci del marito, talvolta assente. A tal pro, testimonia una lettera che, nel 1465, Margaret Paston scriveva al marito John:

Mio adorato marito hai fatto bene a parlare con i giudici prima che venissero qui. Se vuoi che io porti avanti il nostro affare, se Dio mi aiuta farò come tu mi consigli… il mio fisico è debole e il mio umore molto basso ma secondo le mia capacità farò ciò che posso e devo per le tue faccende”. (5)

©Daniela Nutini

*****

- 1. a cura di Eileen Power, The Goodman of Paris (Le Ménegier de Paris), Londra 1928.
- 2. La Tour Landry, Livre por l’éducation de mes filles, a cura di A. de Montaiglon, Paris, 1854.
- 3, 4. in Barbara A. Hanawalt, The Wealth of Wives: Women, Law, and Economy in Late Medieval London, Oxford University Press, New York, 2007.
- 5. in Sir John Fenn, Paston Letters, London, 1840.

Mar 012014
 

Questo non vuole essere un articolo sulle mongolfiere (ne avevo accennato »»qua), né essere dedicato al volo e alla sua storia, desidera solo rilevare le grandi possibilità dell’ingegno umano (»»qua), del suo passare dalle idee alla realizzazione, dalla fantasia alla realtà, una realtà concreta e tangibile che ha accompagnato lo sviluppo del nostro esistere su questa Terra a trasformazioni davvero sbalorditive. Trasformazioni avvenute, se lo pensiamo bene, specialmente in questi ultimi due secoli quando, a partire dalla Rivoluzione industriale, gli avanzi tecnologi sono stati di un livello e di una rapidità prima impensabile. L’Illuminismo, inoltre, supponiamo essere stato ulteriore motore di spinta di quella ricerca scientifica che già procedeva dal XVII secolo.

L'elicotterro, o la vite aerea, di Leonardo da Vinci

L’elicotterro, o la vite aerea, di Leonardo da Vinci

Si accennava all’ingegno: chi meglio di Leonardo potrebbe personificarlo? Fu suo un primitivo tentativo di creare un’elica per portare l’uomo fra le nuvole.

Trovo, se questo strumento a vite sarà ben fatto, cioè fatto di tela lina, stopata i suoi pori con amido, e svoltata con prestezza, che detta vite si fa la femmina nell’aria e monterà in alto” (1).

Ma tutto finì lì, su qui fogli che sono giunti fino a noi e che testimoniano il suo acume, la sua fantasia.

Sebbene vi siano stati vari tentativi fra il Seicento e il primo Settecento (1709), ricordiamo a mo’ d’esempio il gesuita portoghese Bartolomeu Lourenço de Gusmão, furono solo i famosi fratelli francesi a dar avvio ai giochi.

La mongolfiera dei fratelli Montgolfier, 1783

La mongolfiera dei fratelli Montgolfier, 1783

Dicono esserci stati 130.000 spettatori in quel 19 settembre francese del 1783. In presenza di Luigi XVI e Maria Antonietta, il pallone gonfiato con aria calda dei Montgolfier s’innalzava lentamente. E fu tale l’impatto che ebbe nella mente collettiva del tempo – l’uomo sfidava la natura e si preparava a emulare gli uccelli -, che l’eco si propagò ben presto per il continente europeo, aprendo le sfide sulla creatività e sulle immense possibilità della mente.

Una sfida, dicevamo, non da tutti recepita e compresa, allora come oggi. Mettiamoci nei pensieri di un povero contadino vedersi cadere sulla testa un tale oggetto sconosciuto e non sapere che cosa essere e che reazione avrebbe dato, immaginiamoci la sua paura, il suo comportamento, il suo difendersi.

Allarme generale degli abitanti di Gonesse, Francia, causato dalla caduta della pallone volante dei Montgolfier, 1783

Allarme generale degli abitanti di Gonesse, Francia, causato dalla caduta della pallone volante dei Montgolfier, 1783

Nel frattempo il nostro Monti, Vincenzo il poeta del Settecento, celebrava nel suo “Al Signor Montgolfier”:

“[…]
Deh! perchè al nostro secolo
non diè propizio il Fato
d’un altro Orfeo la cetera,
se Montgolfier n’ha dato?
[…]” (2)

La mongolfiera di Vincenzo Lunardi, 1784

La mongolfiera di Vincenzo Lunardi, 1784

Tuttavia ci voleva qualcosa di più leggero dell’aria. Nel 1766, Henry Cavendish aveva ideato un apparato per produrre diidrogeno.

L’immagine di sopra rappresenta sicuramente la prima mongolfiera che sorvolò i cieli inglesi: era il 15 settembre del 1784. Il pallone era stato gonfiato con idrogeno da Lunardi, quel Vincenzo nato nella nostra Toscana Lucca, e si elevava da Chelsea, Londra. Gli spettatori erano migliaia, da tutte le parti, addirittura dai tetti delle case. Presente altresì la corte reale. Il volo durò ben oltre due ore.

Oramai la competizione era stata lanciata, di lì a poco gli sforzi dell’intelletto umano daranno origine a macchine sempre più complesse, per arrivare ai primi rudimenti dei fratelli Wright e del loro Flyer (1903).

Crocifissione, 1350 c.ca, nel Monastero Visoki Decani, Kosovo

Crocifissione, 1350 c.ca, nel Monastero Visoki Decani, Kosovo

Giochiamo adesso un po’ con l’immaginazione e trasportiamoci in pieno Medioevo. Siamo sicuri che le prime macchine volanti con uomini dentro siano state quelle dei fratelli Montgolfier?

1350 circa: questo affresco di sopra che rappresenta la Crocifissione, è in Kosovo, sull’altare del monastero Visoki Dečani. Ai due lati, due individui sembrano pilotare due palle, due “oggetti volanti” poco usuali, siamo a metà XIV secolo (sic!).

E mentre riflettiamo, vediamoci questo simpatico video:

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*****

- 1. Manoscritto B, foglio 83 v., 1483-1486.
- 2. »»qua.

Oct 232013
 
Impero Tahuantinsuyo

Impero Tahuantinsuyo

L’Impero inca fu il più esteso impero delle terre americane prima dell’arrivo di Cristoforo Colombo, la cui capitale fu Cuzco, nell’odierno Perù, civiltà che iniziò la sua decadenza nel XVI secolo a causa della conquista spagnola. Ebbene, nel loro avanzare conquistando territori e tribù, quindi diversità culturali, gli incas avevano la disposizione a lasciar gli usi e costumi come li trovava, per cui rispettavano, in linea di massima, tradizioni ataviche, imponevano solo la lingua quechua e la religione. Motivo per cui, secondo la zona andina o costiera, il matrimonio acquistava determinato valore, celebrato in diverso modo.

Generalmente, e con le dovute eccezioni, nello stato tahuantinsuyo, prima di sposarsi, uomo e donna erano soliti convivere per un certo periodo di tempo più o meno lungo, chiamato tincunacuspa nel sud dell’impero, pantanaco nel nord. Dopo aver verificato una buona compatibilità di carattere e adattamento reciproco, sempre sotto vigilanza dei genitori, era il momento di formalizzare l’unione, essendo le autorità a stabilire la data.

Nella donna l’uomo cercava la sua abilità nel dirigere la casa, preparare gli alimenti, crescere i figli, mentre dall’uomo la donna si aspettava un individuo capace di produrre per sfamare la famiglia, dedito a essa e pronto a difenderla.

La donna, sebbene sottostante all’uomo, aveva pur sempre diritti civili, per esempio, una vedova, sia con figli o senza, era considerata capo famiglia, con tutti i doveri e diritti all’uomo riservati. Quando una donna raggiungeva posti di potere, ciò avveniva con il permesso esplicito dell’uomo.

Una volta spostati acquistavano autonomia, facendo già parte attiva della comunità. Era il momento in cui i genitori permettevano ai figli di andar via di casa, costruirsene una, vuoi vicino vuoi anche lontano. Momento altresì in cui la nuova coppia riceveva un appezzamento di terreno per produrre gli alimenti per il loro sostentamento.

Donne incas

Donne incas

L’età matrimoniale poteva variare a secondo la classe sociale, per i meno abbienti era pratica fissarla in età giovanile, mentre fra i nobili, per garantire la purezza della discendenza, già bambini erano compromessi. L’amore, fra questi ultimi, era poco o del nulla preso in considerazione, giacché talvolta si sposavano fra i cinque e i nove anni, vivendo nelle famiglie dei rispettivi genitori fino a quando non sarebbero stati adulti e pronti a rendersi indipendenti. Diverso per il sovrano il cui momento dell’incoronazione era anche momento del matrimonio, ché non si poteva considerare un sovrano senza consorte.

Rari erano i divorzi, solo per motivi molto gravi, essendo permesso risposarsi dopo un qualche tempo trascorso o dalla morte di uno di loro o dal divorzio.

Si sa che agli uomini di alto ceto sociale era consentita la poligamia, vietata invece la poliandria, così come fortemente castigato era l’adulterio nelle donne, poco o nulla negli uomini.

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Immagine di sotto tratta da: Waldemar Espinoza Soriano, Los Incas. Economia sociedad y estado en la era del Tahuantinsuyo, Amaru ed., Lima, 2011, pag. 130.

Apr 242013
 

Nella ricerca storica a volte bisogna forzare la mano, lanciare la prima pietra, dare il primo urlo affinché si possa, nei limiti della documentazione posseduta, proporre una diversa visione, una probabile alternativa lettura dei fatti.
Abbiamo già accennato alla cultura Katía, indigeni presenti nel momento della conquista spagnola nell’America del Sud, etnia ben diffusa nella zona antioqueña dell’odierna Colombia. Sebbene si conosca a grandi linee la loro storia grazie ai dettagli lasciati dagli esploratori e dai prelati dell’epoca, il prof. Ricardo Saldarriaga Gaviria, antropologo dell’Universidad de Antioquia, avanza una tesi, nel suo libro El Paisa y sus origenes. Lo que non se ha dicho del descubrimiento, che potrebbe indurre a profonde riflessioni, riflessioni che porterebbero a pensare la cultura sudamericana, o almeno parte di essa, di origine asiatica e mediterranea. Lo abbiamo già letto nei Quimbaya, a suo avviso di provenienza cinese, mentre i Darienes, un altro gruppo indigeno, soffrì l’influenza egizia e romana, così come i Katíos traevano indizi di discendenza birmana.

Soffermiamo dunque la nostra attenzione su quest’ultima etnia, secondo il nostro autore, i migliori orefici d’America, le cui figure che rappresentavano divinità con sfere o seni nella testa:

“… avrebbero avuto origine nel Nepal o in Birmania dove si venerò circa 3.500 anni addietro il dio tibetano Bon. I Catíos dell’Impero Ylama [*] come i Catíos della Birmania hanno voluto lasciare la sintesi di una strana divinità cosmica…” (1).

Un modo per affermare che nella storia le relazioni e interrelazioni sono sempre e ovunque presenti, per dire che nessuna cultura nasce dal nulla, ma deriva dallo sviluppo dall’evoluzione dall’espansione di una precedente o coeva le cui basi potrebbero essere distanti perfino migliaia di chilometri. Nel senso che il mondo di allora, come il mondo di oggi, avrebbe avuto connessioni più di quanto immaginiamo (per es., uno sigillo egizio scarabeo trovato in una necropoli etrusca).

Caciques, El Paisa y sus origenes. Lo que non se ha dicho del descubrimiento, Ricardo Saldarriaga Gaviria

Ma andiamo avanti e, considerando la lingua degli egizi, i Katíos avrebbero potuto avere ascendenza nord africana, infatti, prosegue il prof. Saldarriaga:

“… Fra i Catíos dell’Impero Ylama e alcuni di discendenza egizia, ci sono stati molti cachiques con il cognome Ra, come Abu-Ra, I-Ra, U-Ra e altri con il Ra nei loro nomi come Urrao e Carrapa. I Catíos chiamavano murrapo alla dea del sole e alla dea della terra arracacha.” (2)

Ra era difatti il dio-sole nell’antico Egitto, unitosi poi ad Amon, essendo infine la più importante divinità del pantheon egizio con il nome di Amon-Ra.

Ancora oggi sembra che l’ipotesi della matrice birmana (birmani ed egizi avevano avuto una certa relazione) sia ben visibile a occhi nudi, sempre secondo il nostro antropologo, per le vie, per esempio, della città di Medellin, dove le persone hanno fisionomie che ricordano l’oriente: capelli intensamente neri e lunghi, narice corta, pelle scura e liscia quelli d’ispirazione indocinese, mentre i melanesi sono leggermente più alti, capelli lunghi neri e un po’ ondulati, narice poco più lunga dei primi e a forma di aquila, pelle brunastra. Popoli venuti da lontane terre portando con loro genti di altri luoghi e altre stirpi – dall’Egitto e dal Mediterraneo in generale -: in poche parole, un variopinto mosaico di geni che oggi si ritrovano nei tratti somatici antioqueñi.

Figure tipiche birmane, El Paisa y sus origenes. Lo que non se ha dicho del descubrimiento, Ricardo Saldarriaga Gaviria

Ma non solo geni, anche usanze e costumi. Nessi archeologici – diamo un’occhiata alla foto di sopra – che varrebbe la pena comparare con maggiore attenzione. Inoltre, avrebbero messo in pratica conoscenze e tecniche che riportano all’oriente, per esempio sul modo di lavorare il bronzo che si rifà a quello indocinese o birmano (4).

Il serpente fu uno degli animali che più rappresentò i Catíos, lo notiamo nelle varie figure che ci sono pervenute, così come la rana, elementi tipici orientali. E se forziamo ancora un po’ la storia dei “paragoni”, potremmo affermare che

“… queste effigie del Poporoso dio del Cosmo rappresenterebbero a Vishnu del bramanesimo.” (5)

Figure con serpenti, El Paisa y sus origenes. Lo que non se ha dicho del descubrimiento, Ricardo Saldarriaga Gaviria

Tiriamo momentaneamente le somme, un totale che dovrebbe indurre ogni storico a non fermarsi alle solite e consuete tesi, ma, talvolta e quando i documenti lo permettono, azzardare ipotesi che inciterebbero a ulteriori indagini, teorie che uscirebbero fuori dal solito seminato.
Chissà, forse la storia acquisterebbe una marcia in più!

—–

- 1. Ricardo Saldarriaga Gaviria, El Paisa y sus origenes. Lo que non se ha dicho del descubrimiento, Susaeta ed. sa. Medellin, 2011, pag. 105.
- 2. op. cit., pag. 106.
- 3. op. cit., pag. 113.
- 4. op. cit., pag. 123.
- 5. op. cit., pag. 135.

* L’Impero Ylama era, secondo il prof. Saldarriaga, un grande complesso di culture che abitava la zona antioqueña e territori limitrofi, fra il 1.600 prima di Cristo e l’arrivo degli spagnoli nel XVI sec.

N.b.:
- Le immagini sono prese dal libro del prof. Ricardo Saldarriaga Gaviria.
- Tutte le traduzioni dallo spagnolo sono di Gaspare Armato.

(aggiunta del seguente video il 10 giugno 2014)

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Sep 252012
 

Quantunque nel Medioevo si siano registrate rivolte contadine di un certo rilievo – ricordiamo fra l’altro la Jaquerie del 1358, quella inglese di Tyler del 1381 -, queste non sembrano, con le debite eccezioni, essere state di tali dimensioni estensioni problematiche come nell’Età moderna. Rivolte che si estesero dalla Francia all’Italia, dalla Spagna all’Inghilterra, e via dicendo, interessando buona parte del territorio europeo, a tal punto che quelle tedesche, per lo storico Leopold von Ranke (1795-1886), sono state parte integrante del futuro sviluppo del suddetto stato. Rivolta, quella tedesca del 1525, che resta particolarmente viva per la sua violenza e diffusione che preoccupò, e non poco, le autorità civili e religiose del tempo.
Procediamo con un certo ordine e diamo degli accenni generali che ci possano far conoscere meglio alcuni dettagli.

Martin Schongauer, Famiglia contadini si reca al mercato

Partiamo da un elemento spesso sottovalutato, il fatto che, usualmente, si crede che i contadini non abbiano avuto armi a disposizione, o che esse siano state di poco valore e consistenza. Bisogna però considerare che buona parte di loro avevano combattuto e combattevano come soldati agli ordini di signori duchi principi re, e ritornando a casa portavano parte del loro armamento (almeno fino ad avanzato XVIII sec.), inoltre, vivendo talvolta isolati e lontano dai centri abitati, ne avevano bisogno per difendersi vuoi dalle bestie feroci vuoi dai ladri vuoi da vicini invasivi, così come coloro che, conducendo al pascolo gli animali, viaggiavano ben lontano, spesso per diverse settimane o mesi, dalle loro case. Armi non potenti, ma di sicura offesa quando a riunirsi erano centinaia e migliaia, uniti dalla stessa causa e sotto lo stesso comando.

Seguiamo con un secondo argomento da tenere in evidenza. Le loro sommosse erano dovute a una rottura dei diritti consuetudinari, al forte aumento delle imposte, a un’interruzione dello status quo in cui vivevano da decenni da secoli, erano contro abusi e innovazioni che minavano il loro conservatorismo. Potevano peraltro essere indotte dall’arrivo di un nuovo signore, un nuovo padrone che poteva provocare precarietà e incertezza tentando sovvertire usi e costumi ancorati al passato e come tali accettati. Motivi, questi, generali, ma potevano esserci casi ben diversi, oltre alla fame alle crisi alle carestie. Per esempio la sommossa della Catalogna del maggio 1640 – siamo in piena Guerra dei Trent’anni – contro i soldati che, attraversando le montagne della frontiera, si alloggiavano da quelle parti, con conseguenti saccheggi furti e problemi vari, contadini costretti ad alimentare e sostentare le truppe.
E il loro numero, come accennavamo, poteva raggiungere cifre consistenti, menzioniamo i circa 20.000 russi, nel 1774, al comando di Pugačëv (1740 ca.-1775), uomini non molto disciplinati e ordinati, ma che rappresentavano un’insidia per l’autorità, uomini che, dopo una battaglia, tornavano a casa o si disperdevano per le zone.

Emel’jan Ivanovič Pugačëv

C’è inoltre da notare che i dirigenti, chi comandava le fila contadine, solitamente non provenivano dalle terre, erano per lo più borghesi artigiani nobili ex-militari sacerdoti e così via. E nonostante il già citato Pugačëv era figlio di un proprietario terriero, Georg Dózsa (1470-1514) apparteneva alla piccola nobiltà ungara, Stenka Razin (1630-1671) era un cosacco del Volga, Matija Gubec (1548 ca.-1573) si era distinto nella guerra contro i turchi, etc. Contadini che pensavano che non era il re il loro nemico, sicuramente ignaro degli abusi che commettevano i suoi avidi funzionari, e che mai sarebbe andato contro i suoi sudditi, ma erano quei nobili che volevano tassarli ancor più con il fine di arricchirsi alle spalle dello stesso sovrano.

Resta chiaro che in poche righe non si può affrontare un argomento complesso dinamico multiforme che ha influito e partecipato attivamente nella costruzione degli stati quali oggi li viviamo. Argomento che, insieme alla rivoluzione francese, a quella industriale, e via dicendo, dovrebbe essere affrontato da un ben diverso angolo, da quell’angolo che, entrando nei loro ranghi, nella loro vita quotidiana, nelle loro case, nella mentalità dell’epoca, dovrebbe evidenziare particolari che hanno condotto alla loro affermazione come individui, come classe sociale importante nella Storia.

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Piccola bibliografia:
- M. Bourin, G. Cherubini, G. Pinto, Rivolte urbane e rivolte contadine nell’Europa del Trecento, Firenze University Press, 2009.
- James C. Scott, I contadini tra sopravvivenza e rivolta, Liguori, 1983.
- Ernst Bloch, Thomas Münzer teologo della rivoluzione, Feltrinelli, 2010.

May 022012
 

Quelle che seguono sono scene di vita del periodo di fine Medioevo inizi del Rinascimento, scene che rappresentano i due principali pasti, il primo, usualmente servito fra le ore 10 e 11 del mattino, il secondo fra le ore 4 e le 7 del pomeriggio. Ricordiamo che nei campi ci si svegliava all’alba, per cui pranzare o far colazione a metà mattinata era d’abitudine, sia pure per seguire i ritmi della luce solare e del lavoro.

La merenda contadina, Aristotele, Politiques et économiques, Francia, XV sec.

La merenda contadina, Aristotele, Politiques et économiques, Francia, XV sec.

Igiene delle mani, Jean Froissart, Cronache, Fiandre, Bruges, XV sec.

Igiene delle mani, Jean Froissart, Cronache, Fiandre, Bruges, XV sec. 

Si mangiava ancora con le mani, con le tre dita della destra, talvolta con un cucchiaio e dei coltelli, accessori che l’ospite poteva portarsi appresso; la forchetta, associata al consumo della pasta (1), comparve solo agli inizi del XIV secolo, si dice inventata a Bisanzio e introdotta in alcune tavole italiane in quei decenni. Famoso è l’episodio della principessa bizantina che, ospite in Francia, prendeva il cibo con la forchetta per una questione di “buone maniere” bizantine. Agli invitati d’onore, nei banchetti dei nobili, i servi del padrone di casa porgevano dei vassoi per lavarsi le mani e dei tovaglioli per asciugarsele, prima e dopo i pasti.

Le inservienti, Libro d'ore, fine XV sec.

Le inservienti, Libro d’ore, fine XV sec. 

A differenza che nelle famiglie benestanti, dove i servitori provvedevano alle portate con un certo rituale, accompagnati da trincianti coppieri musici e via dicendo, nelle case dei contadini e dei meno abbienti, erano le mogli o le donne in generale a portare a tavola i cibi.

Suore cenando in silenzio, Pietro Lorenzetti, 1341

Suore cenando in silenzio, Pietro Lorenzetti, 1341. 

Nei monasteri e nei conventi, i pasti, regolati dalle preghiere, erano consumati in silenzio, ed era d’uso servirsi delle gesta delle mani per comunicare.

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- 1. Giovanni Rebora, La civiltà della forchetta, storie di cibi e di cucina, Laterza, 2012, ebook. pos. 234.

Banchetto, da una stampa del Cinquecento.

Banchetto, da una stampa del Cinquecento.

 

Jun 232011
 

Lorenzo Valla

Abbiamo accennato al Rinascimento per lo più in terra italica, che cosa accadeva invece oltre le Alpi?

L’influenza che ebbe il Rinascimento nelle varie parti d’Europa non fu omogeneo, dipendendo, fra i tanti fattori, dai contatti che personaggi di spicco oltralpe avevano con l’Italia. Università, corti, cancellerie furono i principali, ma non i soli, centri di diffusione.

Renato d’Angiò (1409-1480), per esempio, scoprì e si innamorò degli studi umanistici nella sua venuta in Italia, restando nel bel paese fra il 1438 e il 1441. Il d’Angiò aveva nella sua biblioteca testi di Platone, Livio, Boccaccio, Lorenzo Valla (1405 ca.-1457), un volume dello storico e geografo greco Strabone, che gli era stato regalato dall’amico Jacopo Marcello, inoltre aveva incaricato Francesco Laurana (1430-1502) di vari lavori, fra cui varie medaglie sullo stile di Antonio di Puccio Pisano, il Pisanello (1395?-1455?). Così come Francesco I di Valois (1494-1547) s’innamorò della cultura italiana e degli studi umanistici che avevano preso piede nel nostra paese, desiderando nella sua corte letterati, artisti, dotti, basta citare Leonardo da Vinci che visse gli ultimi anni della sua vita nel castello di Clos-Lucé, vicino Amboise.

Lo stesso Maometto II il Conquistatore (1432-1481), colui che aveva attaccato e fatto cadere Costantinopoli nel 1453, era entrato in contatto con testi classici, Livio era uno dei suoi preferiti. Nel suo palazzo aveva chiamato un erudito italiano, Ciriaco di Ancona (1391-1452), oltre al pittore Gentile Bellini (1429-1507), incaricato di ritrattarlo.

Beatrice d’Aragona e Mattia Corvino

Beatrice d’Aragona e Mattia Corvino

Un altro sovrano affascinato dai greci e latini era il re d’Ungheria Mattia I Corvino (1443-1490), che seguiva ben da vicino gli sviluppi degli studi e dell’arte italiana. Sposato con la figlia del re di Napoli, Ferdinando I, Beatrice d’Aragona (1457-1508), era stato influenzato ben presto dal modus vivendi del nostro paese e si era circondato di artisti e letterati, inoltre aveva inviato per l’Europa i suoi agenti alla ricerca di volumi classici, essendone un buon collezionista. Ricordiamo i suoi libri essere stati miniati da artisti fiorentini. Era in costante contatto con Marsilio Ficino (1433-1499), chiamato Antonio Bonfini (1427-1505) a scrivere una storia d’Ungheria, per non dimenticare che il Verrocchio (1437-1488) e Filippino Lippi (1457-1504), fra i tanti, avevano soggiornato nei suoi possedimenti.

Così come nelle corti, anche nelle cancellerie si ebbe una certa diffusione dell’umanesimo rinascimentale. Quella catalana di Pietro il Cerimonioso (1319-1387) fu organizzata prendendo da modello quella fiorentina; Enrico IV di Castiglia (1425-1474) assunse l’umanista Alfonso di Cartagena (1384-1456), figlio di un rabbino convertito e vissuto a Firenze; János Vitéz (1408-1472), arcivescovo di Esztergom, educatore del re Mattia Corvino, affascinato dai modelli classici, li introdusse nella cancelleria reale ungherese. Piccoli casi che avranno importanza nel lungo periodo.

Accadeva talvolta che università straniere assumessero come lettori studiosi italiani, a Parigi erano presenti Filippo Beroaldo (1453-1503), Gregorio Tifernate (1414-1462), e via dicendo. Nello stesso tempo anche letterati locali iniziavano a dissertare sulla cultura classica, a Cracovia si registra la presenza di Gregorio di Sanok (1406-1477) con un corso su Virgilio, a Heidelberg Peter Luder (1443 ca.-1509) tratterà degli studia humanitatis.

Nel lungo andare la diffusione umanistica rinascimentale avrà una diffusione sempre maggiore, più evidente in alcuni casi, meno in altri, più influente in certi paesi, meno in altri.

May 062011
 

Che cosa ne sarebbe stato dell’Umanesimo, del Rinascimento senza i libri, senza la parola scritta? Nulla, sicuramente l’essere umano non avrebbe avuto quello sviluppo, sviluppo inteso in lato sensu, che lo ha condotto fino ai nostri giorni. La cultura scritta ha avuto, ha, e sempre avrà un ruolo decisivo nella crescita e nel miglioramento delle condizioni dell’uomo, miglioramento, fra le altre cose, come avvicinamento alla vera felicità, quella interiore, quell’armonia interna che ci dovrebbe sostenere nei momenti meno piacevoli.

Sulla via indicata dal Petrarca (1304-1374), una serie di studiosi dell’epoca e delle epoche seguenti si misero a lavoro, indicando i classici come maestri di vita, modelli da studiare, copiare, seguire, ma nello stesso tempo modelli da superare. Prendeva vita lo studio del latino, del greco, dell’ebraico, addirittura il cancelliere di Firenze Coluccio Salutati (1331-1406) aveva chiamato da Bisanzio Manuele Crisolora (1350-1415), per affidargli la nuova cattedra di greco. Giungevano così nella città, oltre a insigni letterati, anche manoscritti dall’Oriente, da quella parte del fu grande Impero Romano. Manoscritti che diventavano vivi, diventavano veicolo di comunicazione, di discussione, uscivano dalle abbazie, dai monasteri, uscivano dai conventi, venivano tradotti, e, con l’avvento della stampa grazie a Gutenberg, raggiungevano in modo più meno agevole anche le parti più recondite dell’Europa, entravano nelle corti, nelle scuole, nelle biblioteche, nelle accademie, nelle cancellerie, la loro circolazione si faceva viepiù capillare.

Littera antiqua, La congiura di Catilina, Sallustio

Littera antiqua, La congiura di Catilina, Sallustio

Coluccio Salutati, Poggio Bracciolini (1380-1459), fra gli altri, adoperavano il “corsivo umanistico”, sostituivano alla faticosa grafia “gotica” la “littera antiqua”, agevole da leggere, chiara ed elegante. Enea Silvio Piccolomini (1405-1464), futuro papa Pio II, per esempio, nel 1450, raccomandava “la forma delle lettere antiche, di più facile lettura, più nitida, più vicina ai caratteri greci da cui trae origine” (1).

Quando Palla di Nofri Strozzi (1372-1462) si accinse a fare un inventario dei suoi libri, alcuni dei quali provenienti da Costantinopoli, si accorse di aver nelle sua biblioteca ben quattrocento manoscritti, fra cui spiccavano Cicerone, Seneca, Livio, Orazio, Quintiliano, Esiodo, Platone, Cicerone, testi la maggior parte classici greci e latini. Niccolò Niccoli (1364 ca.-1437) spese buona parte del suo tempo e del suo patrimonio nella ricerca e nell’acquisto di libri, adoperandosi a farli tradurre. Vespasiano da Bisticci (1421-1498) sarà considerato il “re dei librai del mondo”. Famosa fu la biblioteca di Mattia Corvino (1443 ca.-1490) re d’Ungheria, così come quella di Federico da Montefeltro (1422-1482), per non dimenticare quella dei Medici, iniziando da Cosimo, continuando con Lorenzo, e via dicendo. A Roma, papa Niccolò V (1397-1455), dotto umanista, incaricò i suoi agenti di recuperare opere classiche ovunque, sia pure nei più remoti angoli del mondo. Il cardinale Bessarione (1408 ca.-1472), nome legato alla biblioteca Marciana di Venezia, porterà con sé da Costantinopoli, alla caduta della città nel 1453, la sua fornita libreria. Lo stesso cardinale Orsini offrirà alla Vaticana i suoi manoscritti.

Le biblioteche acquisteranno, insomma, una parte importante nella divulgazione delle nuove idee umaniste, saranno aperte agli studiosi, ai curiosi, ai letterati, saranno fonte d’ispirazione, di lavoro, di discussione. Quando vennero poi le guerre d’Italia di fine ‘400, svariate opere manoscritte e stampate presero la via dell’Europa, Francia, Spagna, Inghilterra, e via dicendo, venivano così a conoscenza del nuovo modo di pensare, agire, del nuovo risorgere, in cui l’uomo diventava la figura principale, uomo non più legato al “buio degli anni di mezzo”, ma uomo che prendeva cognizione della propria forza di ragionare e discernere.

In tutto ciò, parte di rilievo ebbero, come accennato, i caratteri mobili gutenberghiani, che permisero una più facile diffusione e moltiplicazione dei testi. E fra tutti, in Italia spicca Aldo Manuzio (1449-1515), umanista, filologo, stampatore, ammiratore di Poliziano (1454-1494), amico di Giovanni Pico della Mirandola (1463-1494) e di Erasmo da Rotterdam (1466 ca.-1536). Le edizioni aldine saranno maneggevoli, tascabili, facili da leggere, saranno famose in tutta Europa.

Marsilio Ficino (1433-1499), nel 1492, scrivendo all’astronomo Paolo di Middelburg diceva: 

“Questo secolo d’oro ha riportato alla luce le arti liberali già quasi scomparse, la grammatica, la poesia l’oratoria, la pittura, la scultura, l’architettura, la musica […] ha recato a perfezione l’astronomia; in Firenze ha richiamato alla luce la sapienza platonica; in Germania sono stati trovati gli strumenti per stampare libri” (2).

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-1. E. Garin, La cultura del Rinascimento, il Saggiatore, 2006, pag. 58.
- 2. G. Armato, A. Miglietta, Dal codice al libro stampato, Lulu, 2009, pag. 93.

Aug 052010
 

Mulino ad acqua di Braine-le-Château, XII secolo

Lo sviluppo economico e sociale umano è passato attraverso piccole e grandi rivoluzioni, attraverso forme più o meno palesi di cambiamenti, cambiamenti che spesso si possono solo notare su una lunga scala di tempo. Ciò che adesso stiamo vivendo con l’era internettiana, sicuramente lo potremmo meglio analizzare fra qualche decina di anni se non addirittura fra qualche secolo, quando avremmo, o meglio i nostri figli avranno, una più completa visione degli eventi e dell’insieme.

Mulino ad acqua orizzontale

Nei secoli XI, XII e XIII, le lente trasformazioni dei mulini ad acqua e a vento hanno portato un certo cambiamento nelle abitudini sia economiche che sociali, svolgendo una ben precisa funzione nella crescita dell’Europa. I mulini ad acqua avevano un’importanza superiore a quelli a vento, in balìa, questi ultimi, ai capricci del vento, alla loro direzione, alla loro forza, alla loro frequenza. Mentre, nei limiti ritmici della natura, quelli ad acqua erano più costanti nel funzionare. Pertanto il loro sviluppo avvenne nei pressi di un fiume, di un fiumiciattolo ben fornito, delle dighe, degli acquedotti, elementi che permettevano alle pale di girare con una certa forza e costanza. Caso eccezionale erano i mulini nella laguna veneta, mossi, come ci dice un viaggiatore dell’epoca (1533) “dall’acqua del mare in una via quando il mare cresce o decresce”(1).

Il primo mulino ad acqua era orizzontale, sembra comparso nell’antica Grecia e non deve stupirci se lo troviamo nel ’400 in Boemia o addirittura in Romania verso il 1850 ancora funzionante, dopotutto il semplice meccanismo riusciva a soddisfare i primi bisogni di meccanizzazione del lavoro e necessitava ben poca manutenzione. Furono i romani, nei primi secoli della nostra era, ad adoperare la ruota verticalmente.

Gli usi di questa prima forma idraulica sono stati molteplici: muoveva piloni che frantumavano minerali, pesanti martinetti che battevano il ferro da forgiare, aprivano e chiudevano i mantici delle fucine, per non dimenticare l’enorme aiuto dato allo sviluppo dell’industria mineraria intorno al XV secolo.

Avvenne pertanto che nei pressi di questi mulini si iniziarono a formare degli insediamenti proto-industriali via via più grandi: Praga, posta su varie anse della Moldava, Norimberga che fa girare i suoi mulini grazie al fiume Pegnitz, Parigi e dintorni sul corso della Senna.

Descrizione medievale di un mulino a vento, 1340 c.

E dove non c’è acqua o c’è poco vento continua sempre il mulino girato dagli animali o dalle braccia umane, vedi la pianura ungherese. Conseguenza di tutto ciò fu la necessità di un nuovo mestiere, i mugnai. Accanto a loro poi gli albergatori, i mercanti di bestiame, i falegnami, gli eventuali tecnici, tutta una serie di lavoratori e lavori che apportarono una piccola ma significativa rivoluzione per l’epoca medievale e prima parte di quella moderna.

Il mulino a vento appare molto tempo dopo di quello idraulico, forse originario dell’alto Tibet o dell’Iran, dove si sono scoperti mulini esistenti fin dal VII secolo. Nel XII secolo compaiono in Inghilterra, nelle Fiandre, in Francia nel XIII secolo, nel XIV in Polonia e Germania, mentre sembra che in Spagna siano stati presenti, a Tarragona, fin dal X secolo forse portati dagli arabi che lo hanno diffuso nel Mediterraneo e, addirittura, introdotto in Cina. Ricordiamo lo stupore del Chisciotte al vedere gli alti mulini girare nella Mancia, mulini diffusi tardivamente rispetto alle altre zone iberiche. Ampia diffusione ebbero ancor più in Olanda, paese in cui si incontrano venti provenienti dall’Atlantico al Baltico.

La grande e vera rivoluzione fu anche scoprire che era possibile, una sola ruota, trasmettere il proprio movimento a più strumenti, per esempio a due macine, a due o più seghe, e via dicendo.

Georg Agricola, De re metallica, 1556, Mantice azionato con mulino ad acqua

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1. G. Affagart, Relation de Terre Sainte (1533-1534), a cura di J. Chavanon, 1902, pag. 20.

Jan 052010
 

Com’erano i volti di certi personaggi, le loro sembianze, come vestivano, come si differenziavano dagli altri, come erano rappresentati? A parte le varie descrizioni che ne danno le lettere, le novelle, le cronache, e via dicendo, l’arte ci viene in appoggio, aiutandoci a scoprire particolari che spesso sfuggono alla parola scritta.

I Medici ebbero grande influenza non solo nella storia fiorentina, ma anche in quella italiana, cominciando da Giovanni Averardo, detto Bicci, de’ Medici (1360-1429), artefice della ricchezza familiare, fondatore del Banco Medici, seguendo con il figlio Cosimo il Vecchio (1389-1464), il quale seppe aumentare le fortune della famiglia e nello stesso tempo essere buon mecenate. Potremmo continuare con suo figlio Piero il Gottoso (1416-1469), che governò la città con una certa moderazione e diplomazia, e poi ancora Lorenzo (1449-1492), quel Magnifico anche poeta.

E l’arte ebbe il compito di esaltare la loro grandezza, le loro gesta.
Botticelli (1445-1510), incaricato da un banchiere fiorentino, Gaspare di Zanobi del Lama, dipinse una stupenda tela, Adorazione dei Magi, dove incornicia con dovizia di dettagli la famiglia de’ Medici. Siamo intorno al 1475, mondo politico e mondo finanziario sono rappresentati insieme.
A noi qua interessa memorizzare visivamente i volti di alcuni personaggi.

 Botticelli, Adorazione dei Magi, 1475

1. Lorenzo il Magnifico, sebbene per alcuni storici sia Giuliano de’ Medici.

2. Pico della Mirandola.

3. Angelo Poliziano.

4. Cosimo il Vecchio.

5. Piero il Gottoso, figlio di Cosimo.

6. Giovanni de’ Medici, fratello di Piero il Gottoso.

7. Giuliano, fratello di Lorenzo de’ Medici.

8. Gaspare del Lama, committente della tela. Per altri autori invece è il 9.

10. Botticelli.

Dec 242009
 

1. L’Umanesimo era una cultura laica o religiosa?
2. A chi si rifacevano gli umanisti?
3. In quale nazione si sviluppò inizialmente l’Umanesimo?
4. Da dove nasce il termine mecenate?
5. Cosa si indica con Rinascimento?
6. In che anno Gutenberg stampa la sua prima Bibbia?

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Articoli che potrebbero aiutare:

- Delle mode e del Galateo nel Rinascimento italiano.
- Tre personaggi del Rinascimento italiano.
- Il ’400 in Italia, eventi e personaggi.
- Il Rinascimento e Firenze fra la fine del ’400 e gli inizi del ’500.

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Risposte:

1. Laica.
2. Al mondo classico.
3. In Italia, in particolare nelle città di Firenze, di Roma, ma anche Urbino, Mantova e via dicendo.
4. Deriva da Mecenate, collaboratore dell’imperatore romano Augusto (I sec. d.C.) che favorì le arti.
5. Si vuole significare una rinascita, anche, culturale dopo un lungo periodo “chiamato buio”.
6. Fra il 1452 e il 1455, a Magonza, Germania.

Sep 252009
 

di Daniela Nutini

Clemente V

Clemente V

Il Trecento fu un secolo “destinato” alla sventura, segnato da calamità naturali e dalle terribili azioni dell’uomo. Fin dai primissimi anni calò un clima gelido che dette vita a sofferenze a non finire. Il Mar Baltico gelò due volte. Seguirono periodi di freddo fuori stagione e tempeste. Era l’inizio della cosiddetta Piccola Glaciazione che terminò, secondo alcuni autori, nel ‘700: le coltivazioni sparirono dalla Groenlandia e dalla Islanda, il grano dalla Scandinavia, si ebbero ripetute carestie, piogge incessanti che fecero marcire i raccolti. Si aggiunse poi un’altra calamità non meno spaventosa per le conseguenze che ebbe il trasferimento della Sede Pontificia ad Avignone e da lì lo scadimento morale della Chiesa.

In seguito allo scontro tra autorità temporale e autorità papale, tra Filippo il Bello di Francia e Bonifacio VIII, si ebbe, alla morte del papa, l’elezione di un Pontefice francese, Clemente V – ricordiamo che Benedetto XI governò solo per circa otto mesi -, che non andò a Roma a prendere possesso della Santa Sede. I maligni dissero che la ragione fosse la sua amante francese, la bella contessa del Perigord, figlia del conte di Foix. In ogni caso, Clemente si stabilì ad Avignone, in Provenza, in quel tempo feudo del Regno di Napoli e di Sicilia, ma comunque nel raggio della sfera francese: egli doveva al sovrano francese la sua elezione al Soglio Pontificio.

Si ebbero così sei papi francesi che fecero di Avignone uno stato eminentemente temporale, di grande attrazione culturale certamente, oltre che di illimitata simonia, vale a dire traffico di compra-vendita delle cariche, a tal punto che tutto era in vendita, le indulgenze, tasse sulle crociate, regali, doni, scomuniche revocate, dispense per matrimoni, per legittimare i figli, con tariffe fissate anche per commercio con gli infedeli e nomine pagate di ecclesiasti giovanissimi. Le banche italiane prosperavano.

Fu costruito frattanto, a più riprese, l’immenso palazzo papale di Avignone, sovrastante il Rodano, un enorme edificio in forma di fortezza, intorno a cortili interni, con spalti dello spessore di tre metri e mezzo, strani camini piramidali, saloni per banchetti, giardini, uffici, cappelle con finestre a rosoni, aprendosi sulla pubblica piazza da dove uscivano i cardinali ”ricchi, arroganti e rapaci”, a sentire il Petrarca, con lo sfarzo dei rispettivi seguiti. Nel palazzo era tutto un brulicare di persone, famigli, parenti, postulanti, ecclesiastici, il complesso dei cerimonieri di corte sembra si aggirasse sulle 400 persone.

Il palazzo stesso era lussuosissimo con i pavimenti decorati. Clemente VI, che amava il lusso e aveva 1800 pelli di ermellino per il proprio guardaroba, fece venire a decorare le pareti Matteo Giovannetti della scuola di Simone Martini. Le quattro pareti dello studio del papa erano interamente affrescate con scene di caccia al cervo, con giardini, frutteti e con un gruppo di ambigui bagnanti nudi. Niente di religioso, quindi. Si banchettava in piatti d’oro e d’argento, vi erano arazzi fiamminghi e tappezzerie di seta, si mangiavano le fragole con forchettine di cristallo.

Filippo IV di Francia, detto il Bello

Filippo IV di Francia, detto il Bello

Tutti i benpensanti stigmatizzavano tale andazzo di cose, ma inutilmente. Si elevavano grida di indignazione da tutte le parti. Il Petrarca nel 1340 scriveva: ”vivo tra prelati coperti d’oro, masticanti oro”. Tanti speculavano intorno a questo stato di cose: re, banchieri, governanti. La credibilità della Chiesa sprofondava e anche lo stesso clero tralignava, si udivano lamenti da parte di vescovi probi sul fatto che il clero vestiva come i laici a scacchi rossi e verdi, con corpetti succinti, maniche larghe per far vedere pellicce e sete, lunghissimi cappucci e lunghissime scarpe a punta, pietre preziose e capelli fino alle spalle e barbe lunghe e curate. La corruzione si propagò dappertutto.

La permanenza del papa ad Avignone aiutò inoltre Filippo il Bello a provocare la caduta rovinosa dei Templari.

Mai crollo fu più totale e spettacolare. Re Filippo, avendo esaurito ogni altra sorgente di fondi, pensò di impadronirsi delle immense ricchezze dei Cavalieri, servendosi dell’appoggio del papa ad Avignone. Costoro, esenti dalle tasse, avevano accumulato ricchezze ingentissime facendo anche i banchieri per la Santa Sede, prestando denaro a tasso bassissimo. Furono anche danneggiati dalla loro segretezza, dal vivere come un’enclave virtualmente autonoma, che attirava odi, pettegolezzi, sospetti.

Con un balzo felino, Filippo s’impadronì del Tempio di Parigi e fece arrestare tutti i membri in una sola notte, di sorpresa. L’accusa era eresia, dalla quale era impossibile salvarsi. Torture a non finire fecero confessare anche l’inconfessabile. L’Ordine venne soppresso da papa Clemente V e alla fine ci fu la morte sul rogo del Gran Maestro, Jacques de Molay, che era stato amico personale del re e padrino di sua figlia. Costui mandò una maledizione di morte allo stesso sovrano e al papa – morirono nel giro di un anno -, e alla dinastia del re. Ciò si avverò: i tre figli del re decedettero a breve distanza, al trono salì un parente. Più tragico fu il destino della figlia del sovrano, data in moglie al reggente d’Inghilterra.

Con l’inaridirsi della dinastia, furono così aperte le porte alla rivendicazione inglese sulla corona francese che dette inizio alla Guerra dei Cent’anni, che devastò la Francia e l’Europa in generale, oltre alla nascita delle compagnie di ventura. Venne poi la Peste Nera, immane flagello, che si presentò in varie ondate e decimò la popolazione europea, e a finire lo Scisma di Occidente con il seguente raddoppio della simonia, delle varie discussioni, delle violente battaglie.

©Daniela Nutini

Aug 042009
 

Oggigiorno si parla di malattie rare e curiose, incurabili, malattie che potrebbero decimare la popolazione mondiale. Se il presente ci appare inquieto, il futuro ci viene disegnato con colori davvero neri e bui, ma la capacità di sopravvivenza dell’essere umano è ben forte, la medicina oggi ha fatto passi da gigante, abbiamo più possibilità di curarci di una volta.
Se curiosiamo nella Storia, troviamo che la nostra umanità è stata, quasi periodicamente, colpita da tali eventi, come quello del ‘300.
La “morte nera” che martellò Europa nel XIV secolo fu davvero impressionante, alcuni calcoli dicono che la popolazione si ridusse di circa 50 milioni, mentre altri parlano di 25-30 milioni; la gente emigrò dalle città alle campagne; i prezzi dei prodotti agricoli aumentarono a dismisura; la manodopera scarseggiò.
Ma andiamo con ordine e diamo un quadro generale.

Dipinto gotico della pesta nera

Dipinto gotico della pesta nera

Nell’estate del 1347, una nave proveniente dalla colonia genovese di Caffa (l’odierna Teodosia in Ucraina) seminò l’infermità dapprima a Costantinopoli e poi a Messina, porti dove era approdata. Da qui si diffuse in Siria, Egitto, Italia, Francia mietendo vittime in tutta Europa. L’epidemia sembra essere stata portata dai topi e trasmessa alle pulci e di conseguenza agli uomini. La vera origine era stata l’Asia centrale, le steppe.
La pandemia si ripeté varie volte: una prima negli anni 1347-1350, poi seguì un ciclo che colpì dal 1360 al 1390, e per finire un terzo dal 1397 al 1402, insomma, tutta la seconda metà del XIV sec. fu una triste epoca.
I medici del tempo, trovandosi di fronte un qualcosa di nuovo e non sapendo come agire, consigliavano stare in campagna, all’aria aperta, in luoghi non colpiti dall’infermità, stare lontano dai malati. Raccomandavano lavarsi le mani, il naso, il collo, la bocca con aceto e acqua rosata, tenere in bocca due chiodi di garofano. Non bisognava avvicinarsi all’ammalato, in quanto il semplice contatto era mortale. Coloro i quali restavano in città dovevano aprire le finestre per cambiare l’aria, lavare spesso i vestiti, utilizzare la massima igiene.

Bisogna pur ricordare che nelle città europee del ’300 la presenza di fogne e di immondezzai a cielo aperto era consuetudine, e ciò favoriva la diffusione del contagio.
Si moriva quasi subito. Al malato si gonfiavano le ascelle, l’inguine, macchie nere si sviluppavano nel corpo, se si superava il decimo giorno si poteva avere la fortuna di sopravvivere. Accadeva che il padre lasciasse i figli, il marito la moglie, il fratello la sorella, ognuno scappava, si rifugiava lontano dai luoghi colpiti dal morbo. Lo stesso Petrarca, per esempio, si ritirò in un luogo isolato. I ricchi erano seppelliti con cerimonie religiose, mentre i poveri spesso in buche comuni, senza l’estrema unzione, riservata solo ai nobili e ai potenti.

Boccaccio scrisse nel suo famoso Decameron:

Crollo demografico del '300

Crollo demografico del ’300

“E lasciamo stare che l’uno cittadino l’altro schifasse e quasi niuno vicino avesse dell’altro cura e i parenti insieme rade volte o non mai si visitassero e di lontano: era con sì fatto spavento questa tribulazione entrata né petti degli uomini e delle donne, che l’un fratello l’altro abbandonava e il zio il nipote e la sorella il fratello e spesse volte la donna il suo marito; e (che maggior cosa è e quasi non credibile), li padri e le madri i figliuoli, quasi loro non fossero, di visitare e di servire schifavano.”

I governanti presero, o cercarono di prendere, provvedimenti per arginare la “morte nera”. Pistoia vietò agli abitanti di uscire dal paese per recarsi a Lucca o a Pisa, e per chi infrangeva la legge c’era una pena pecuniaria di cinquecento lire. Si stabilì inoltre che i morti dovevano essere portati fuori le mura in casse inchiodate. Nel marzo 1348 a Venezia si nominarono tre funzionari delegati di controllare la sanità. A Firenze, nell’aprile dello stesso anno, alcuni ufficiali furono incaricati di sorvegliare i mercanti e i mercati, nonché la rivendita d’indumenti appartenenti ai morti di peste. A Ragusa si decretò che le navi provenienti da Genova e Venezia stessero in quarantena. Medesima cosa a Venezia, dove fra l’altro si crearono “lazzaretti” in zone isolate.
Eppure malgrado queste precauzioni, Firenze ebbe oltre 45.000 morti, Siena circa 37.000: la violenza dell’epidemia lasciò sgomenti i testimoni dell’epoca.
Il mercante e scrittore Giovanni Morelli così la descriveva:

“Negli anni di Cristo 1348 fu nella città di Firenze una grande mortalità di persone umane le quali morivano di male pestilenziale (…) E venne la cosa a tanto, che molti ne morivano pella via e su pelle panche, come abbandonati, senza aiuto o conforto di persona (…). Ora, come voi avete in parte veduto e potuto comprendere, la moria fu inistimabile, e dicesi, e così fu di certo, che nella nostra città morirono i due terzi delle persone; ché era istimato che in Firenze avesse in quel tempo 120 mila anime, che ne morirono, cioè de’ corpi, ottantamila. Pensate se fu fracasso!”.

Diffusione della peste nera dal 1347 (marroncino) al 1351 (giallo)

Diffusione della peste nera dal 1347 (marroncino) al 1351 (giallo)

Un fatto curioso avvenne in Germania – ma non solo lì – : gruppi di penitenti, giacché la peste fu vista come flagello divino, come espiazione di colpe, vagarono fra il 1348 e il 1349 da una città all’altra e una volta raggiunta la loro meta si autoflagellavano con fruste aventi punte metalliche. Dicevano che per trentatré giorni e mezzo dovevano eseguire questa pratica, giorni che corrispondevano agli anni vissuti da Cristo. Il movimento dei “flagellanti” ebbe un grande consenso popolare; i partecipanti erano uomini, essendo le donne severamente escluse. La Chiesa cattolica autorizzò disperdere queste manifestazioni con la forza, accusandoli di eresia, convinta anche dal fatto che la “peste nera” fosse una punizione divina, punizione che colpiva coloro i quali si concedevano alla lussuria, al peccato, all’immoralità. Nello stesso tempo si diffuse una corrente contraria che riteneva che, considerato la malattia colpiva indiscriminatamente, era meglio vivere sfrenatamente.

Flagellanti in processione a Doornik (Tournai), 1349

Flagellanti in processione a Doornik (Tournai), 1349

L’Europa, dunque, percossa e fustigata fu messa in ginocchio, solo nel XV sec. cominciò a riprendersi.

Monaci sfigurati dalla peste benedetti dal vescono, James le Palmer, Omne Bonum, Londra, 1360-1375

Monaci sfigurati dalla peste benedetti dal vescono, James le Palmer, Omne Bonum, Londra, 1360-1375

Apr 272009
 

“Chi fu il primo che inventò le spaventose armi? Da quel momento furono stragi, guerre… si aprì la via più breve alla crudele morte. Tuttavia il misero non ne ha colpa! Siamo noi che usiamo malamente quel che egli ci diede per difenderci dalle feroci belve.” (Tibullo, I sec. a. C.)

Oggi, le battaglie si combattono davanti un computer, con la tecnologia, con la precisione, con il minor spreco di vite umane. Una volta – parlo della fine del Medioevo -, bisognava lottare palmo a palmo, metro a metro, con armi di taglio, archibugi, rudimentali cannoni, pesanti corazze ed elmi. Ma alla fine lo scopo è lo stesso, distruggere il nemico, depredarlo, ridurlo al silenzio affinché per anni non abbia modo di riprendersi e replicare all’attacco.

AssedioConquistare una città fortificata, una roccaforte, spesso e volentieri, diventava impossibile, specialmente se questa era ben guarnita, rifornita via mare e l’assediante non riusciva a bloccare l’approviggionamento di viveri. Usualmente gli assedi iniziavano a primavera, tutt’al più a fine primavera, con l’intento di concludere la guerra prima dell’inverno, in quanto, in questa stagione, era difficile manovrare con le truppe e ricevere rifornimenti, sia per il male stato delle strade, sia per la neve, il gelo, i frequenti temporali, ma anche per la scarsità degli alimenti. Inoltre, nella cattiva stagione aumentavano le malattie e le epidemie che colpivano soldati e animali che vivevano all’aperto in condizioni igieniche non certo buone. Bisognava, dunque, che la lotta non durasse a lungo.

Viceversa, l’assediato, dall’alto delle sue mura, se ben equipaggiato, poteva resistere per mesi e, addirittura, qualche volta attaccare il nemico di sorpresa.

L’assediante bruciava e devastava il territorio nei dintorni della città, uccideva e depredava tutto ciò che incontrava, si lasciava andare a saccheggi con lo scopo di indebolire l’assediato. Animali, viveri, arnesi, possibili armi e armature, carri, ecc, venivano requisiti e da loro usati contro lo stesso nemico.

La popolazione assediata raramente capiva il motivo della guerra, ogni battaglia era per loro odiosa, esecrabile, pesante, motivo di sangue, di pianto, di carestia. Erano abituati a passare da una signoria all’altra, da un principe all’altro, da un duca all’altro, da una casata all’altra.

Era solito che l’assediante inviasse un messaggero al popolo invitandolo ad aprire le porte, promettendo loro vita e beni salvi. Iniziava, nella mente dell’assediato, un giuoco che talvolta favoriva l’attaccante: “E se dicesse una menzogna e, una volta entrato, depredasse tutto? E se invece fosse vero? Eppoi, sarebbe riuscito il loro capo a trattenere le truppe che desideravano accaparrarsi un buon bottino da portare a casa?” Armatura del 1500

Per esempio, nell’assedio a Barchi, vicino Mondavio, nelle Marche, – siamo nella seconda metà del ’400 – Federico di Montefeltro avvertì gli assediati che se gli consegneranno il castello, la città sarà risparmiata e lui taglieggerà solo la guarnigione. Nello stesso tempo, invitò la guarnigione ad aprire le porte, anche contro il volere della popolazione, promettendo vita e libertà ai soldati, mentre la città sarebbe stata messa a sacco. Questa duplice mossa ebbe un effetto straordinario: popolazione e militari si affannarono per consegnare per primi la fortezza.

La presa d’una roccaforte avveniva in più tempi: inizialmente l’occupazione della città, che era difesa dai bastioni, poi l’attacco al castello e infine alla rocca, quella parte spesso a strapiombo su un abisso e difficile da conquistare con le armi. Il destino di tutti dipendeva dal vincitore, dalla sua magnanimità. Spesso la fortificazione era saccheggiata e data alle fiamme e alcuni cittadini impiccati, altre volte era risparmiata, pur sempre dimostrando il vincitore la sua forza e il suo potere militare.

Solitamente, si colpiva il povero, il ceto basso, coloro che avevano ben poco, e quel poco, talvolta, lo perdevano. Per quanto riguarda il signore, il duca, il principe, se catturato era adoperato come merce di scambio o addirittura come ricatto per riscuotere ingenti somme di denaro, denaro che, alla fine, sarebbe servito a preparare altre battaglie.

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