Sep 272010
 

Homann Heirs, mappa d'Italia, 1752

Dopo le pesti del 1630 e del 1656, e la terribile guerra dei Trent’anni che, sebbene toccando poco l’Italia, avrà pur sempre una ripercussione indiretta, la popolazione italiana ed europea in generale iniziò la sua corsa demografica che, a vicende alterne, continua ancora oggi.

Particolarmente popolosi erano i territori della Terraferma veneta e il Ducato di Milano, con una densità intorno ai 70 ab/km2, con punte di 120 nella provincia di Padova, così come la Liguria, verso la metà del secolo, di 90 ab/km2.

La città era sempre un punto di richiamo, luogo di scambi commerciali e operazioni finanziarie, città che nei periodi di crisi alimentare soffrivano maggiormente delle campagne. D’altra parte, spesso e volentieri, i confini fra le due realtà si confondevano, in quanto terreni coltivati si potevano incontrare a pochi passi dai centri urbani, oltre al fatto che le mura iniziano a perdere il loro peso e valore con il passare del tempo e con il potenziamento delle armi da fuoco. In ogni caso, le città conservavano il ruolo propulsore economico, sociale, culturale, politico.

Per fare un esempio, nel 1707 Torino che aveva 43.000 abitanti passava a 94.000 nel 1791, diventando un punto di riferimento per l’intero Piemonte, crescita dovuta alla migrazione per il fervore edilizio di quegli anni.

Di seguito due tabelle che ci danno un quadro generale della popolazione italiana ed europea.

Italia:

Zone 1650 1700 1750 1800
Italia Settentrionale (1) 4.225.000 5.660.000 6.511.000 7.206.000
Italia Centrale (2) 2.738.000 2.777.000 3.100.000 3.605.000
Regno di Napoli 2.850.000 3.300.000 3.900.000 4.847.000
Sicilia e Sardegna 1.522.000 1.456.000 1.776.000 2.136.000
Totale 11.365.000 13.193.000 15.287.000 17.794.000


1. Piemonte, Lombardia, Terraferma Veneta, Ducati.
2. Granducato di Toscana, Stato Pontificio.

Europa:

Anni Italia Resto d’Europa Totale
1700 13.200.000 101.800.000 115.000.000
1750 15.300.000 124.700.000 140.000.000
1800 17.800.000 170.200.000 188.000.000

Abbiamo accennato a Torino, ma anche Livorno, durante tutto il ’700, ebbe una rilevante crescita demografica ed economica. Il porto, che nei primi anni del secolo era abitato da circa 31.000 persone, passerà a 41.000 verso la fine del XVIII secolo, sviluppo dovuto alle particolari franchigie di cui fruiva, centro di un florido commercio mercantile, sia come deposito che come transito, insomma una città in cui inglesi, francesi, fiamminghi, ebrei lavoravano con una certa libertà.

Città in crescita, ma anche città in decrescita, come Messina, dove nel 1743 un’epidemia di peste ridusse la popolazione a 40.000 abitanti, o città, come Pistoia e Arezzo che conservarono più o meno la stessa densità demografica.

*****
da:
- A. Bellettini, Aspetti e problemi della ripresa demografica nell’Italia del Settecento, in “Società e storia”, 6, 1979, pag. 820 e pag. 822.
- D. Carpanetto, G. Ricuperati, L’Italia del Settecento, Laterza, Roma-Bari, 1986.
Aug 182010
 

Il risveglio dell’uomo nel Rinascimento, l’essere consapevole delle proprie capacità, le ferventi attività economiche, l’espansione europea e una prima forma di capitalismo che prendevano fermezza e potere agli albori dell’età moderna, potrebbero essere considerati, alla luce degli insegnamenti di Braudel, come semi che abbiano poi dato origine alle scoperte scientifiche del XVII secolo, un secolo colmo di attività, basti pensare a Nepero, a Galileo, a Newton, a Bacone, e via dicendo.
Tutti uomini, tutti maschi. E le donne?
La professoressa Annarita Ruberto, che fra le altre cose conosciamo per un’intervista di qualche mese fa, ci propone una figura poco nota di quel XVII secolo: una donna laureata, la prima nel mondo.

*****

Elena Lucrezia Cornaro Piscopia nacque a Venezia nel palazzo dei Cornaro, che si affaccia sul Canal Grande a Rialto, in una famiglia di nobile casata, il 5 giugno 1646. Era, infatti, quinta figlia di Giovanni Battista Cornaro Piscopia, procuratore di San Marco (la più alta carica dello Stato dopo quella del doge) e stimatissimo veneziano.
I Piscopia erano un ramo di quei Cornaro che dettero alla Serenissima una regina, Caterina di Cipro (1434-1510), quattro dogi e nove cardinali.
La madre di Elena, Zanetta Giovanna Boni, non era invece un membro della classe privilegiata prima del matrimonio. Il bisnonno di Elena, Giacomo Alvise, era stato un grande amico di Galileo Galilei. La sua biblioteca, che raccoglieva un gran numero di opere scientifiche di chiara ispirazione galileiana, fu ereditata da Giovanni Battista e costituì un punto di riferimento per gli studi di Elena. Secondo il Montfaucon, che vide la biblioteca alla fine del secolo, non ve ne era un’altra che avesse “tot codices ad historiam Venetianam spectantes” anche se per lo più non superavano “trecentos annos“. Egli vide “Oratorum Reipublicae diaria bene multa, historiae bellorum, et alia huiusmodi pene innumera
A partire dall’età di sette anni, Elena Lucrezia ricevette un tutoraggio nelle lingue classiche latino e greco, nello studio della grammatica e della musica. Oltre a parlare il latino e il greco correntemente, Elena padroneggiava l’ebraico, lo spagnolo, il francese e l’arabo.
La sua padronanza delle lingue le valse il titolo di Oraculum Septilingue. Elena dimostrò, inoltre, una meravigliosa capacità di ragionamento. Studiò le scienze e le lingue, la matematica e l’astronomia oltre alla filosofia e alla teologia, e amò in particolare le ultime due. Nel 1672, Giovanni Cornaro consentì alla figlia di continuare gli studi all’Università degli Studi di Padova.

A Elena Lucrezia furono affiancati tutori d’eccezione, tra cui don Giovanni Battista Fabris, parroco a San Luca, che per primo le insegnò il greco e segnalò al Cornaro Piscopia il talento della figlia di sette anni.
Giovanni Cornaro era orgoglioso della figlia e teneva molto al fatto che fosse riconosciuto il suo naturale talento. Così, dietro sua insistenza, Elena Lucrezia seguì un dottorato in Teologia presso l’Università di Padova. La sua candidatura incontrò però una forte resistenza: i Funzionari della Chiesa cattolica romana si rifiutarono, infatti, di assegnare il titolo di Dottore in Teologia a una donna.
La Teologia era stata materia fino ad allora mai approfondita da una donna, all’epoca ritenuta incapace di ragionamenti difficili soprattutto sulle verità della fede.
Il cardinale Gregorio Barbarigo, vescovo di Padova e cancelliere dell’Università, oppose un netto rifiuto al quale non venne meno neanche in ossequio alla Patavina libertas.
Per i meriti straordinari riconosciuti alla giovane donna e per l’appoggio influente del potente padre, Elena Lucrezia riuscì però ad ottenere il permesso di laurearsi in filosofia.
Si presentò il sabato mattina alle ore 9 del 25 giugno 1678 e discusse davanti al Collegio dei filosofi e medici i due puncta, due tesi di Aristotele, che le erano stati comunicati soltanto il giorno prima, affinché si preparasse.
La sua prova fu talmente brillante che i membri del Collegio decisero di tralasciare la solita votazione segreta e di acclamare all’unanimità la candidata magistra et doctrix in philosophia tantum.
Avvenne così che Elena Lucrezia Cornaro Piscopia, che aveva da poco compiuto trentadue anni, sfidando le convenzioni e la mentalità dell’epoca, diventò la prima donna al mondo a ricevere, all’Università di Padova, il titolo di doctor, aprendo la strada ad altre donne che vennero dopo di lei.
Il 9 luglio 1678, Elena Lucrezia fu aggregata al Collegio dei filosofi e medici dell’Università; il 15 del medesimo mese partecipò alla seduta solenne organizzata dall’Accademia dei Ricoverati di Padova (cui era stata aggregata nel 1669) per celebrare la sua laurea.
Oltre che ai Ricoverati di Padova, fu aggregata agli Infecondi di Roma, agli Intronati di Siena, agli Erranti di Brescia, alle due accademie veneziane dei Pacifici e Dodonea.
Nel 1679, si trasferì definitivamente da Venezia a Padova
Elena non insegnò mai, ma divenne membro di varie accademie e intrattenne rapporti epistolari con i maggiori studiosi italiani e stranieri del secolo. Votata alla castità, non volle mai sposarsi; visse in ritiro, diventando un’ablata benedettina e dedicandosi ai poveri.
Elena Piscopia fu anche considerata un’esperta musicista sin dall’età di diciassette anni. Durante la sua vita, oltre a padroneggiare lo scibilis del suo tempo, il che significa che dominò quasi l’intero corpo di conoscenze, Elena Lucrezia suonò con maestria il clavicembalo, il clavicordo, l’arpa e il violino, strumenti con cui accompagnava le sue composizioni musicali.
Gli ultimi sette anni della sua vita furono dedicati intensamente allo studio e al ministero per i poveri.
Elena Lucrezia Cornaro Piscopia morì all’età di trentotto anni, il 26 luglio 1684, probabilmente minata dalla tubercolosi. La sua dipartita causò un grande lutto a Padova, dove era stimata quale donna di notevole valore. Il suo ultimo desiderio fu di essere sepolta nella chiesa padovana di Santa Giustina.
Nel 1685 l’Università di Padova coniò una medaglia in onore della sua grande allieva.
I suoi scritti sono stati pubblicati nel 1688 a Parma, dopo la sua morte. Anche oggi Elena Lucrezia Cornaro Piscopia è ampiamente citata da altri studiosi e scrittori.
Patrizia Carrano le ha dedicato il romanzo Illuminata. La storia di Elena Lucrezia Cornaro, pubblicato alcuni anni fa da Mondadori.
Di questa grande donna resta poco: una statua a Palazzo Bò, sede storica dell’università padovana; una vetrata policroma al Vasser College, negli Stati Uniti; un affresco all’Università di Pittsburg; una lapide nel suo palazzo, a Venezia.
Ma lei, che visse lontano dalle luci della ribalta, dedicandosi allo studio e alla carità verso i poveri, sarà sempre ricordata come la “prima scandalosa donna” ad aver conquistato un territorio riservato in precedenza solo agli uomini, segnando così una vittoria molto importante nella storia delle conquiste femminili.

Qualcosa che si legge su di lei:
«Quivi mentre sfogliavo le opere di Archimede, che stavano sul tavolo, m’imbattei nel teorema dell’applicazione di una retta tirata tra la circonferenza e il diametro [d’una sfera]. Quand’ecco apparire in biblioteca una giovane, bellissima in volto, ben proporzionata nelle membra, di colorito delicato, con il capo maestoso, dignitosa nel tratto, e cominciò a parlare su quel teorema. Restai stupefatto tanto che mi mancò la parola, […]»
[Racconto di Carlo Rinaldini del 1668 che racconta il suo primo incontro con Elena Lucrezia Cornaro Piscopia nella biblioteca Cornaro, cit. in Maschietto, 1978, pp. 86-7]

«Studiò le lingue greca, latina, ebraica, spagnola, francese, ed un poco l’arabica. Conobbe la filosofia, la matematica, la teologia, l’astronomia, e fu laureata nel duomo di Padova nel 1678. Fu dotta altresì nella musica, e s’accompagnava cantando i suoi versi. Va annoverata fra le più illustri donne Italiane […]»
[Canonici Fachini, 1824, p. 159]

(di Annarita Ruberto)

Jul 212010
 

Galileo Galilei, Dialogo sopra i due massimi sistemi, frontespizio, edizione del 1632

Avrebbero avuto le scoperte scientifiche lo stesso progresso senza i torchi di Gutenberg? E i primi fogli informativi che peso hanno avuto nella realtà locale? Sarà legato alla stampa lo sviluppo delle lingue nazionali? È stato un mezzo, l’oggetto-libro, di comunicazione fra dotti, fra letterati, fra scienziati?
Proprio il 20 gennaio 1612 per i tipi della tipografia Alberti, in quel di Venezia, usciva il primo Vocabolario degli accademici della Crusca, opera che ebbe immediato successo, non senza mancare le polemiche. Seguiva quello francese del 1694, Dictionnaire dell’Académie Française. Negli stessi anni si moltiplicavano tutta una serie di pubblicazioni dedicate alle scoperte scientifiche, ricordiamo solo Dialoghi sopra i due massimi sistemi del mondo, dell’italiano Galileo Galilei, volume rivoluzionario che, pur avendo avuto ben due visti ufficiali, fu causa di problemi per l’autore, chiamato a testimoniare davanti al tribunale dell’Inquisizione.
Anni duri, di lotte, di battaglie, fra cui la violenta Guerra dei Trent’anni (1618-1648) causata ufficialmente da divergenze religiose. Eppure la stampa, fra alti e bassi, seppe andare avanti, seppe dare informazione, seppe continuare il cammino che aveva intrapreso nella metà del 1400.
I fogli costituiranno la base divulgativa del futuro quotidiano, quei fogli che catturavano l’attenzione del popolo per le notizie spesso curiose, particolari, crude, quei fogli da cui scaturirà il The Spectator, un giornale che uscirà a Londra fra il marzo 1711 e il dicembre 1712, una delle prime forme di giornalismo.
In Italia riscuote un successo strepitoso il romanzo di Gian Francesco Biondi, Eromena, uno dei primi testi eroico galante. In Olanda si stampano atlanti e cartine geografiche. In Francia si fonda l’Académie française, voluta dal cardinale Richelieu nel 1635.
In tutto questo fermento, c’è una famiglia di stampatori che tra seconda metà del 1500 e il 1600 salta alla vista, gli olandesi Elzevir. Gente innovativa, laboriosa, che, costretta dalla carestia di carta, inventarono un nuovo formato, un rivoluzionario formato per l’epoca, il dodicesimo. L’uso di caratteri più piccoli, ben chiari e definiti, resero famose le loro pubblicazioni. Fra le tante, due edizioni del Nuovo Testamento, del 1624 e 1633, sono le più ricercate, ancora oggi, da collezionisti e bibliofili. Louis, iniziatore della dinastia, lavorò alle dipendenze di un altro grande stampatore, Plantin; lì, si crede, imparò i primi rudimenti. Lo sviluppo fu tale che dopo la stamperia di Leida ne aprirono una ad Amsterdam, dove, fra le altre cose, si stampavano i lavori dei più rilevanti autori inglesi e francesi, diffondendoli in tutta Europa tramite una eccellente rete commerciale.
In questi anni gli editori, almeno i più grandi, quelli con decine e decine di titoli, presero l’abitudine di stampare un loro catalogo, alcuni di loro addirittura lo inseriranno alla fine del libro. Modo semplice e facile per far conoscere e divulgare la loro attività.
Ancora nel XVII secolo la stampa poteva essere considerata, in alcuni casi, arte, poteva essere paragonata a essa. Gente che per dare alla luce una sola pagina faceva prove e prove, dosando l’inchiostro, la pressione dei torchi, verificando rilegature, tastando la pesantezza della copertina, e via dicendo.

Jun 052010
 

7 ottobre 1571:

l’Impero Ottomano, guidato da Mehmet Alì Pascià (?-1571), si scontra sul mare con la Lega Santa formata dallo Stato Pontificio, l’Impero spagnolo, la Repubblica di Venezia, quella di Genova, il Granducato di Toscana, i Cavalieri di Malta e il ducato di Savoia, al comando di Don Giovanni d’Austria (1547-1578). Sul mare veleggiano più di 210 galee per la Lega, mentre i turchi ne schierano qualcuna in più. Lo scontro è feroce, all’ultimo sangue, dura più di quattro ore, i morti sono decina di mila. Alla fine la flotta cristiana vince, ma i turchi ben presto riprenderanno il cammino sul continente europeo e ricostruiranno una nuova forte marina militare. Non si seppe sfruttare una vittoria che avrebbe potuto fermare l’avanzata musulmana ed evitare la loro offensiva nel cuore dell’Europa. Vienna sarà assediata ancora una volta nel 1683.

Di seguito un video in lingua spagnola che illustra sommariamente i fatti.

*****

YouTube Preview Image

Feb 202010
 

Italia
Venezia
Bianca Maria ci presenta le maschere:

*****

La Repubblica di Venezia, che si era data una forma definitiva di governo nel XIV secolo, era retta da un Patriziato mercantile che ne aveva fatto il principale emporio europeo di tutto il Mediterraneo. Governata solo formalmente dal Doge, ma nella realtà dal Maggior Consiglio, era anche l’unico stato dove il Patriarca (il Vescovo) godeva di una certa indipendenza dalla Chiesa di Roma. I traffici con l’Oriente e la sua libertà, ne fecero il più potente stato italiano del XV secolo, e permisero l’arrivo di oggetti di moda e di usanze altrove sconosciute. Probabilmente per questo motivo gli uomini e le donne veneziane assunsero presto costumi diversi dal resto d’Italia, senza soffrire delle limitazioni con cui le Leggi sull’abbigliamento vigenti altrove costringevano la popolazione. Nemmeno la Caduta di Costantinopoli (1453) e la scoperta dell’America (1492) che pure ne limitarono gravemente i traffici mercantili, riuscirono a piegare la Serenissima, che cominciò a perdere la sua potenza dal XVIII secolo, brillando tuttavia ancora per le eccezionali qualità dei suoi artisti.

A cominciare dal XVI secolo, quando la moda spagnola imperversava in tutta Italia, racchiudendo la figura femminile dentro abiti rigidi e accollatissimi, i ritratti di Tiziano, del Veronese e del Tintoretto mostrano signore in vesti talmente scollate che solo un velo nascondeva i capezzoli. Anche i colli di trine rialzati dietro la testa tramite armature metalliche nascoste, quasi a sottolineare il volto, erano molto diffusi, grazie anche all’abilità delle merlettaie di Burano, i cui segreti erano severamente controllati dalla Serenissima. Vestiti sontuosi erano corredati da vari accessori: i Ventagli, che allora avevano una forma a banderuola e non erano pieghevoli; le scarpe che a Venezia erano chiamate Calcagnini, alte circa 50 centimetri e che obbligavano le signore a camminare appoggiandosi a due cameriere; gli orecchini a pendente, assoluta novità per quel tempo, biasimati perché – come osserva un cronista del tempo – forando i lobi ricordavano “il costume di more”; i “Calzoni a la galeota” che erano corte braghe al ginocchio nascoste sotto la gonna, portati non solo a Venezia ma in particolare dalle cortigiane di questa città. Cesare Vecellio, mediocre pittore ma attento osservatore della moda contemporanea, ricorda nella sua opera illustrata più famosa “Habiti antichi et moderni di diverse parti del mondo” che le meretrici usavano “braghesse come gl’uomini” intonate ad un abbigliamento che per l’epoca era sfacciatamente virile. Una delle glorie di Venezia era infine il colore dei capelli delle donne, una sorta di rosso tiziano, che si otteneva stando sedute per ore su un’altana, con indosso un cappello senza cupola e a tesa larga, detto Solana, spalmandosi le chiome con acque a base di cenere, guscio d’uovo, scorza d’arancio e zolfo.

Durante il XVII secolo erano già diffuse in Europa le feste in maschera, in particolare durante il carnevale. A Venezia tale usanza era stata permessa fin dalla metà del Duecento, poi limitata, dal momento che si prestava a frodi e abusi. Dal Seicento venne estesa a tutti i ceti sociali, con particolari regolamentazioni governative, dal giorno di Santo Stefano alla Quaresima (inizio e fine del Carnevale) e in altre occasioni che non comportassero cerimonie penitenziali. Le maschere erano inoltre permesse dal 5 ottobre al 16 dicembre, quando Doge e procuratori venivano eletti, e in altre occasioni, al punto che si diceva che la città era mascherata per circa metà dell’anno. La maschera era considerata una forma di libertà sotto cui si poteva nascondere la propria identità, ed era collegata alla gioia e alla galanteria.
Nel Settecento le maschere veneziane avevano alcune caratteristiche in comune: uomo e donna indossavano sugli abiti normali il Tabarro, un ampio mantello circolare, solitamente bianco, nero o scarlatto, accoppiato alla Bauta, un mantelletto nero a cappuccio, spesso lavorato in pizzo, che lasciava scoperta solo la faccia. In testa era comune usanza appoggiare il Tricorno, il cappello a tre punte tipico del secolo. Per coprire il viso si usava normalmente la Larva, con naso a becco, bianca e spettrale. Molte donne invece, appoggiavano sul volto la Moretta costituita da una piccola maschera ovale di velluto scuro, indossata con un delicato cappellino e con degli indumenti e delle velature raffinate. La Moretta era un travestimento scomodo e muto, poiché doveva reggersi sul volto tenendo in bocca un bottone interno. Un altro costume tipico di quei tempi era la Gnaga (nome derivato dal miagolio del gatto) semplice travestimento da donna per gli uomini, facile da realizzare e d’uso piuttosto comune. Era costituito da indumenti femminili e da una maschera con le sembianze da gatta, accompagnati da una cesta al braccio che solitamente conteneva un gattino. Chi indossava la gnaga imitava il modo di fare femminile ma ne involgariva il linguaggio, utilizzando toni striduli, da cui l’espressione: “ti ga na vose da gnaga”. A volte chi si travestiva così simulava di essere una balia, facendosi accompagnare anche da bambini.
Nella Commedia dell’arte invece, la tipica maschera veneziana fu Pantalone, nato in questa città intorno alla metà del ’500. Nessuna figura poteva rappresentare con migliore ironia la figura del mercante vecchio, avaro e lussurioso, che recitava spesso assieme al suo servo, lo Zanni. Vestito con una lunga palandrana e con braghe che terminavano sotto ai polpacci questa maschera fu responsabile del nome “pantalone” dato al più comune capo vestiario degli uomini.

Bianca Maria Rizzoli

—————————–

Altri articoli di Bianca Maria qua.

Aug 192009
 

Caratteri mobiliUna delle prime forme di censura del libro stampato si ebbero proprio a Magonza, sede di un arcivescovato, nel 1485, in cui Bertoldo di Magonza, arcivescovo della città, incaricò due prelati e due dottori universitari di esaminare i libri che man mano uscivano dalle tipografie, impedendo quelli che non ottenevano l’autorizzazione. Agli inizi del 1500, ancor prima delle 95 tesi di Lutero del 1517, la stessa Chiesa chiedeva all’imperatore e ai principi tedeschi un’attenta sorveglianza sulle pubblicazioni. Nel 1501 il papa Alessandro VI (1431-1503), della famiglia dei Borgia, con la bolla Inter multiplices proibiva certi libri non in linea con la religione cattolica. E il lavoro non era facile, in quanto alcuni signori erano legati economicamente alle stamperie, altri erano aperti alle novità, altri ancora buoni cattolici che seguivano i consigli del pontefice. Nel 1515, il Concilio Laterano elaborò la famosa bolla Inter sollicitudines per evitare confusioni, affermando che si dovevano far scomparire le opere tradotte dal greco, dall’ebraico, dall’arabo e dal caldeo, tanto in latino che nelle lingue profane, libri contenenti errori di fede e dogmi perniciosi […] così come i libelli diffamatori contro persone di alto rango.
Con l’avvento del luteranesimo e di altre dottrine rivoluzionarie, i libri da disapprovare si moltiplicarono. Lutero ripeteva che La stampa è l’ultimo dono di Dio, e il più grande, Dio vuol far conoscere la causa della vera religione a tutta la terra, fino ai confini del mondo. Il medesimo Lutero era consapevole del ruolo e delle potenzialità dei torchi, specialmente se il testo veniva stampato in volgare, perché era, anche e soprattutto, al popolo che lui si rivolgeva. Tra il 1520 e il 1525 migliaia di pamphlet in volgare divulgarono il suo pensiero in tutta la Germania. Erano piccole pubblicazioni di poche pagine ricche di illustrazioni, illustrazioni che saranno fondamentali nella diffusione del pensiero luterano. Lutero invitava la gente a leggere, ad avvicinarsi con i propri occhi alle sacre scritture, alla Bibbia.
Ancor di più, la peregrinazione delle idee verso Italia, Francia, Svizzera avvenne proprio grazie alla stampa. La Chiesa cattolica sembrava, almeno per i primi anni, non rendersi conto di ciò che stesse accadendo, esitava, era incerta, aspettava, fino a quando si decise a controriformare e a propagandare anch’essa tramite il volgare. Leone X (1475-1521) scomunicò Lutero, condannando i suoi scritti al rogo, nel 1520, poi rinforzò la censura, proibì pubblicazioni di qualunque tipo proferissero contro la chiesa. Eppure, malgrado ciò, non si riuscì a controllare del tutto l’arte grafica, giacché si continuava a pubblicare nei paesi protestanti o in quelli cattolici in forma clandestiIndex Librorum Prohibitorumna.

Dal 1559 al 1966 vigerà l’Index librorum prohibitorum istituito da papa Paolo IV (1476-1559) che segnalava le opere non adatte a essere stampate e, nota curiosa, anche certe bibbie impresse in Germania, perché ritenute non correttamente tradotte. Tra i libri figurava il Decameron di Boccaccio, Il novellino di Masuccio Salernitano, le varie opere di Machiavelli, oltre che Rabelais, Erasmo da Rotterdam e tantissimi altri. Nel 1616 si bandirono le pubblicazioni di Copernico. Le bibbie in volgare potevano essere rese pubbliche solo se stampate da autori che conoscessero il latino, non donne, e autorizzate dalla Chiesa. L’Indice veniva aggiornato con una certa frequenza. Il fedele non poteva detenere, commerciare, leggere, discutere quei testi impediti dalla Chiesa, pena la scomunica. Nell’immaginario collettivo s’era impresso il ricordo dei roghi del 1500, di quei libri che non bisognava sfogliare, per cui una lettura vietata acquistava simbolo di pena.
In Italia, i diversi stati daranno incarico all’autorità ecclesiastica il potere di controllo, con eccezione di Venezia, dove per imprimere un libro bisognava avere una licenza di stampa, già dal 1527.
Ancora nei paesi tedeschi, durante la fratricida guerra dei contadini, centinaia di biblioteche furono messe al rogo da truppe analfabete che desideravano semplicemente saccheggiare e distruggere quei documenti dove erano registrati i loro debiti. Roccaforti e monasteri furono assaliti, devastati, bruciati e con essi tutto quanto contenevano. Per esempio a Maihingen, tre falò di migliaia di libri fanno l’allegria degli insorti, così come a Bamberg, a Wettenhausen e tante altre cittadine. Contadini illetterati presi dalla rabbia e dalla furia contro i loro padroni feudali, contadini che Lutero appoggerà in un primo momento e se ne distaccherà dopo, inveendo addirittura contro la loro malvagità.

In Spagna, lo stesso Stato controllava effettivamente la pubblicazione di tutti i libri, grazie all’Inquisizione. Ferdinando d’Aragona (1452-1516) e Isabella di Castiglia (1451-1504), nel 1502, istituiscono la censura regia, nessuno poteva pubblicare senza la loro autorizzazione, il controllo sarà severissimo e si potevano divulgare solo opere riportanti l’Imprimatur. La reazione è immediata, i librari che avevano una buona scorta di libri da vendere si vedono costretti o a darli clandestinamente o venderli nei Paesi in cui l’Indice non viene seguito. Una bizzarra legge, nella seconda metà del 1500, invitava gli studenti e professori che frequentavano all’estero di ritornare in patria e presentarsi davanti al Sant’Ufficio per sostenere un esame. Gli si faceva vieto portare libri, leggere in lingue che non fosse lo spagnolo. Sempre in quegli anni, le navi che attraccavano nei porti del regno spagnolo erano sottoposte a perquisizione prima ancora di essere sdoganate. Si vietava categoricamente la circolazione delle opere di Calvino, Lutero, Zwingli, del Talmud e del Corano, oltre che di libri che analizzavano la magia e materie correlate.

Rabelais, impegnato a leggereIn Francia, Francesco I (1494-1547), nel 1521, tramite il Parlamento di Parigi, proibisce agli stampatori pubblicare testi sulla fede cristiana senza essere prima esaminati dalla Facoltà di teologia della Sorbona. Poi, tra il 1544 e il 1556, la Sorbona compilerà sei cataloghi di libri vietati, includendo perfino Gargantua e Pantagruel di Rabelais, ritenendolo poco morale. Nel 1563 il sovrano Carlo IX (1550-1574) intervenne con un a legge con cui si accordava la pubblicazione solo dietro suo consenso. Più grave divenne il caso con Colbert, intorno la seconda metà del 1600, quando questi limitò finanche il numero dei librai da 72 a 35, creando addirittura una forza pubblica all’uopo. Fatta la legge, trovato l’inganno, si dice usualmente. Ebbene tanti tipografi si rifugiarono nelle città di confine per continuare la loro attività e fra questi gli illuministi che stamperanno i loro pamphlet, i loro fogli, i loro opuscoli.

Non solo la Chiesa cattolica proibiva certi libri, ma anche i Riformatori asserivano che non tutto il popolo era preparato a leggere qualunque cosa, per cui bisognava verificare la produzione e la diffusione delle opere. A Ginevra, dove operava Calvino, la censura arriverà nel 1539 e da questi sostenuta. In fin dei conti, sia dall’una che dall’altra parte bisognava influenzare la massa, in quanto una massa intelligente, colta, critica è un focolaio di ribellione, ribellione contro un dato status quo. In Germania, a Ulm, nel 1523-’24, così come a Ratisbona nel 1535, le autorità proibirono discutere in pubblico le idee luterane, pensando che le interpretazioni andassero oltre ciò che queste desideravano dire.

Nel 1559, dunque, papa Paolo IV dava l’avvio al primo Index librorum prohibitorum, ovvero il primo Indice con il quale si elencavano ben 3.000 testi ritenuti non idonei al buon cattolico. Sarà ripubblicato per ben 32 volte, aggiornandolo sino al 1948, poi nel 1966 la Chiesa lo soppresse. L’Indice fu riconosciuto in Italia, in Portogallo, nei Paesi Bassi spagnoli, ma non in Francia, mentre la Spagna, come abbiamo detto, seguiva un Indice proprio, autonomo da quello romano e subordinato alla corona.
Fra la fine del ‘500 e per quasi tutto il ‘600, i controlli ecclesiastici furono più o meno risoluti, riuscendo, in un certo qual modo, a influire sull’editoria, in particolar forma in Italia e in Spagna, paesi tradizionalmente cattolici e legati alla Chiesa. E proprio nel 1570 a Venezia, per esempio, la Repubblica diede autorizzazione all’Inquisizione di compiere visite a sorpresa per scovare libri proibiti presso i depositi dove si tenevano i libri pronti alla vendita. Cosa interessante è notare come alcuni di questi magazzini siano stati dati in cessione da alcuni ordini religiosi, ordini che spesso partecipavano commercialmente alla diffusione dei volumi. Qualche anno prima, 1565, l’arcivescovo Leonardo Marini da Roma scriveva al popolo di Lanciano, città dove si svolgeva una ben nota fiera libraria: (…) Darò ancora ordine all’istesso Vicario che riveda i libri che si portano alle fiere, e che si pigli tutti i proibiti, acciò non si vendano, né spargano per il Regno.

Galileo Galilei, Dialogo sopra i due massimi sistemi, frontespizio, edizione del 1632

Galileo Galilei, Dialogo sopra i due massimi sistemi, frontespizio, edizione del 1632

Gli stampatori reagirono male, i libri non si vendevano, l’Indice cambiava spesso, nessuno voleva rischiare, per cui l’unica scelta da fare era quella di dare alla luce opere che la Chiesa accordava, libri religiosi che avevano un ampio mercato ed evitava loro mal di testa. L’editore veneziano Gabriele Giolito (1508-1578) capì che codesta era la strada da intraprendere, e ben presto lo seguiranno vari suoi colleghi, si era già nella seconda metà del 1500.
La Chiesa farà di certi libri una sorta di demone, demone da evitare, condannare, demone che bisognava mettere al rogo. E fu tanta la paura inferita nel cattolico che costui doveva fare attenzione a ciò che leggeva e se avesse posseduto libri, era un possibile sospettoso da parte degli inquisitori.
Ma l’avversione ai libri non era solo in Europa occidentale. Solimano il Magnifico (1494-1566), nella sua avanzata verso Vienna, conquistata Buda e Pest nel 1526, ordina l’incendio della città, che con essa vanno al rogo migliaia di testi di una delle prime grandi biblioteche umanistiche d’Europa, quella del re di Ungheria Mattia Corvino, amante delle lettere e delle arti. La sua biblioteca, la più dotata dopo quella Vaticana, era stata rifornita da agenti che operavano un po’ ovunque in Europa, raccogliendo circa tremila volumi, tutti impreziositi da famosi amanuensi e riprodotti in modo magistrale, alcuni addirittura datavano prima del 1470. Si crede che solo un decimo dei 2-2500 libri si salvò.
L’anno dopo, quel fatidico maggio del 1527, quando le truppe lanzichenecche di Carlo V (1500-1558) entrarono a Roma, libri, manoscritti, documenti, ricoprivano le strade della città pontificia: la cultura buttata a terra! Si narra che tante pallottole furono fatte fondendo i sigilli di piombo delle bolle papali.
Se da una parte le censure e i roghi frenarono in un certo qual modo la produzione di libri, dall’altra parte scatenarono la corsa al libro vietato, al libro illegale. Le tipografie si adeguarono ai tempi, alcune di loro emigrando verso territori in cui i controlli erano minori, altre si dedicarono a editare testi religiosi o consentiti dalla legge. Altre ancora si diedero alla clandestinità, clandestinità che vedrà fiorire a partire dal 1500 un economicamente ricco mercato. Cosicché, i librai che desideravano dare alla luce opere censurate adottarono la stampa alla macchia, appunto per evitare di essere perseguiti. Falsi luoghi di pubblicazione, false date, frontespizi semplici ed essenziali, niente marca, niente nome dello stampatore: elementi caratteristici di un libro nascosto. Si sviluppavano oltre che in luoghi remoti, anche in cittadine lontane dai centri di potere, in Olanda, a Ginevra, nel principato di Neuchâtel, ma anche a Napoli, a Venezia, dove la stampa alla macchia, col passare degli anni, costituirà addirittura il 40% del mercato librario, per esempio a Roma. In Inghilterra, a fine XVI secolo, lo stampatore John Charlewood ricavò ampi profitti in una attività clandestina che stampava libri in lingue straniere che poi spediva in Europa.Papa Paolo IV
Dicevamo di Napoli, dove le opere illegali erano stampate in una quantità enorme. Ciò era dovuto all’incertezza riguardo chi doveva controllare. Epica è la storia di Lorenzo Ciccarelli, nel XVIII sec., che avrebbe arredato la sua casa per dare vita a una tipografia degna di nota. Da là usciranno i libri inquisiti di Boccaccio, Galileo Galilei, e perfino del cappellano maggiore Celestino Galliani, nome legato alla censura. Napoli sarà città florida in tal senso, sarà punto di riferimento anche per la Rivoluzione francese, sarà porto d’esportazione per opere censurate. Si giunse al punto che l’affare economico era così grande che gli stessi censori chiuderanno un occhio per consentire la pubblicazione di certi libri molto richiesti. Secondo il de Santillana, preti, monaci, persino prelati, fanno a gara tra loro per accaparrarsi copie del Dialogo al mercato nero […] il prezzo del libro al mercato nero sale dall’originale mezzo scudo a quattro e sei scudi in tutt’Italia. Libri proibiti erano anche quelli erotici, che avevano un commercio illegale davvero unico e sviluppato. Robert Darnton in una sua investigazione presso la Société Typographique de Neuchâtel in Svizzera ha calcolato che su 457 titoli ordinati dai librai il 21 per cento erano proprio pornografici.

Aug 042009
 

Oggigiorno si parla di malattie rare e curiose, incurabili, malattie che potrebbero decimare la popolazione mondiale. Se il presente ci appare inquieto, il futuro ci viene disegnato con colori davvero neri e bui, ma la capacità di sopravvivenza dell’essere umano è ben forte, la medicina oggi ha fatto passi da gigante, abbiamo più possibilità di curarci di una volta.
Se curiosiamo nella Storia, troviamo che la nostra umanità è stata, quasi periodicamente, colpita da tali eventi, come quello del ‘300.
La “morte nera” che martellò Europa nel XIV secolo fu davvero impressionante, alcuni calcoli dicono che la popolazione si ridusse di circa 50 milioni, mentre altri parlano di 25-30 milioni; la gente emigrò dalle città alle campagne; i prezzi dei prodotti agricoli aumentarono a dismisura; la manodopera scarseggiò.
Ma andiamo con ordine e diamo un quadro generale.

Dipinto gotico della pesta neraNell’estate del 1347, una nave proveniente dalla colonia genovese di Caffa (l’odierna Teodosia in Ucraina) seminò l’infermità dapprima a Costantinopoli e poi a Messina, porti dove era approdata. Da qui si diffuse in Siria, Egitto, Italia, Francia mietendo vittime in tutta Europa. L’epidemia sembra essere stata portata dai topi e trasmessa alle pulci e di conseguenza agli uomini. La vera origine era stata l’Asia centrale, le steppe.
La pandemia si ripeté varie volte: una prima negli anni 1347-1350, poi seguì un ciclo che colpì dal 1360 al 1390, e per finire un terzo dal 1397 al 1402, insomma, tutta la seconda metà del XIV sec. fu una triste epoca.
I medici del tempo, trovandosi di fronte un qualcosa di nuovo e non sapendo come agire, consigliavano stare in campagna, all’aria aperta, in luoghi non colpiti dall’infermità, stare lontano dai malati. Raccomandavano lavarsi le mani, il naso, il collo, la bocca con aceto e acqua rosata, tenere in bocca due chiodi di garofano. Non bisognava avvicinarsi all’ammalato, in quanto il semplice contatto era mortale. Coloro i quali restavano in città dovevano aprire le finestre per cambiare l’aria, lavare spesso i vestiti, utilizzare la massima igiene.

Bisogna pur ricordare che nelle città europee del ’300 la presenza di fogne e di immondezzai a cielo aperto era consuetudine, e ciò favoriva la diffusione del contagio.
Si moriva quasi subito. Al malato si gonfiavano le ascelle, l’inguine, macchie nere si sviluppavano nel corpo, se si superava il decimo giorno si poteva avere la fortuna di sopravvivere. Accadeva che il padre lasciasse i figli, il marito la moglie, il fratello la sorella, ognuno scappava, si rifugiava lontano dai luoghi colpiti dal morbo. Lo stesso Petrarca, per esempio, si ritirò in un luogo isolato. I ricchi erano seppelliti con cerimonie religiose, mentre i poveri spesso in buche comuni, senza l’estrema unzione, riservata solo ai nobili e ai potenti.

Boccaccio scrisse nel suo famoso Decameron:

“E lasciamo stare che l’uno cittadino l’altro schifasse e quasi niuno vicino avesse dell’altro cura e i parenti insieme rade volte o non mai si visitassero e di lontano: era con sì fatto spavento questa tribulazione entrata né petti degli uomini e delle donne, che l’un fratello l’altro abbandonava e il zio il nipote e la sorella il fratello e spesse volte la donna il suo marito; e (che maggior cosa è e quasi non credibile), li padri e le madri i figliuoli, quasi loro non fossero, di visitare e di servire schifavano.” Crollo demografico del  1300

I governanti presero, o cercarono di prendere, provvedimenti per arginare la “morte nera”. Pistoia vietò agli abitanti di uscire dal paese per recarsi a Lucca o a Pisa, e per chi infrangeva la legge c’era una pena pecuniaria di cinquecento lire. Si stabilì inoltre che i morti dovevano essere portati fuori le mura in casse inchiodate. Nel marzo 1348 a Venezia si nominarono tre funzionari delegati di controllare la sanità. A Firenze, nell’aprile dello stesso anno, alcuni ufficiali furono incaricati di sorvegliare i mercanti e i mercati, nonché la rivendita d’indumenti appartenenti ai morti di peste. A Ragusa si decretò che le navi provenienti da Genova e Venezia stessero in quarantena. Medesima cosa a Venezia, dove fra l’altro si crearono “lazzaretti” in zone isolate.
Eppure malgrado queste precauzioni, Firenze ebbe oltre 45.000 morti, Siena circa 37.000: la violenza dell’epidemia lasciò sgomenti i testimoni dell’epoca.
Il mercante e scrittore Giovanni Morelli così la descriveva:

“Negli anni di Cristo 1348 fu nella città di Firenze una grande mortalità di persone umane le quali morivano di male pestilenziale (…) E venne la cosa a tanto, che molti ne morivano pella via e su pelle panche, come abbandonati, senza aiuto o conforto di persona (…). Ora, come voi avete in parte veduto e potuto comprendere, la moria fu inistimabile, e dicesi, e così fu di certo, che nella nostra città morirono i due terzi delle persone; ché era istimato che in Firenze avesse in quel tempo 120 mila anime, che ne morirono, cioè de’ corpi, ottantamila. Pensate se fu fracasso!”.

Diffusione della peste nera dal 1347 (marroncino) al 1351 (giallo)Un fatto curioso avvenne in Germania – ma non solo lì – : gruppi di penitenti, giacché la peste fu vista come flagello divino, come espiazione di colpe, vagarono fra il 1348 e il 1349 da una città all’altra e una volta raggiunta la loro meta si autoflagellavano con fruste aventi punte metalliche. Dicevano che per trentatré giorni e mezzo dovevano eseguire questa pratica, giorni che corrispondevano agli anni vissuti da Cristo. Il movimento dei “flagellanti” ebbe un grande consenso popolare; i partecipanti erano uomini, essendo le donne severamente escluse. La Chiesa cattolica autorizzò disperdere queste manifestazioni con la forza, accusandoli di eresia, convinta anche dal fatto che la “peste nera” fosse una punizione divina, punizione che colpiva coloro i quali si concedevano alla lussuria, al peccato, all’immoralità. Nello stesso tempo si diffuse una corrente contraria che riteneva che, siccome la malattia colpiva indiscriminatamente, era meglio vivere sfrenatamente.

L’Europa, dunque, percossa e fustigata fu messa in ginocchio, solo nel XV sec. cominciò a riprendersi, poco a poco, con sacrifici, con forza, con volontà.

Jul 222009
 
May 312009
 

Il tema trattato in questo articolo è uno di quelli che può apparire strano, curioso, insolito, fatto sta che nel periodo da noi preso in considerazione – fine ’400 inizi ’800 – il problema era davvero grave, tanto grave che sovente la popolazione era preda di malattie infettive, peste, colera, e via dicendo.

Raccoglitore di letameCon lo sviluppo delle città e l’abbandono delle campagne, la questione dei rifiuti si presentò in maniera palese, con caratterizzazioni drammatiche a secondo dei luoghi. Il loro smaltimento era un problema che i governi locali non riuscivano a risolvere, anche per una mancata educazione cittadina. Il contadino o la gente di campagna abituata a buttare i suoi rifiuti, qualunque tipo fossero, direttamente sul terreno, una volta giunti in un centro abitato ripetevano la stessa operazione, cosicché le strade, i vicoli, le piazze erano immondezzai a cielo aperto che, a parte essere maleodoranti, erano focolai di malattie.
In Europa, città pulite risultavano essere quelle olandesi, i cui cittadini erano usi a lavare il proprio selciato davanti l’abitazione, grazie al fatto che la maggior parte delle loro vie erano lastricate con mattoni, sin dal Medio Evo. V’era una decreto che proibiva gettare spazzatura dalle finestre: una legge puniva i contravventori.
In Friburgo di Brisgovia, Germania, ancora nel XVI secolo, reggevano delle ordinanze che vietavano accumulare l’immondizia nel fossato cittadino o nei canali, questa doveva essere portata in determinati punti di raccolta vicino il fiume Dreisam, nel quale poi veniva gettata.
Nelle restanti città europee, le strade erano piene di letame, non solo degli animali che servivano a trainare carrozze e carri, ma anche di quegli che usualmente girovagavano per le vie cittadine: mucche, pecore, galline, cani randagi, ecc. Si pensi che a Venezia, ancora nel 1746, si ricordava alla cittadinanza che era proibito allevare maiali e lasciarli liberi.Spazzino veneziano
Usualmente lo sterco era raccolto dalla gente che lo utilizzava per i campi come concime o che lo vendeva ai contadini. In alcune cittadine francesi, sino all’ottocento, si autorizzarono i cosiddetti vagabondi utili a raccattare gli escrementi, con lo scopo sia di pulire, che di dare lavoro a suddetta gente.
A Milano, per esempio, nel ’500, nacquero i navazzari, una specie di antenati dei moderni netturbini. Costoro, muniti di carri, andavano per le strade a raccogliere il letame e i liquami dei pozzi neri delle case dei più abbienti.
Ricordiamo che in quei secoli non esistevano i gabinetti, per cui i bisogni venivano fatti all’aperto, dov’era possibile, per tale motivo certe stradicciole nascoste e poco frequentate erano punti di deposito. Mentre in Oriente i bagni pubblici erano edificazioni che la stessa città si incaricava di costruire e che normalmente tutti adoperavano, in Europa non si era sviluppata la consuetudine. Si racconta che un cittadino siriano, trovandosi a Parigi – siamo negli ultimi anni del ’600 – e forzato da una urgenza, si trovò a disagio e, non volendo fare il suo bisogno in una strada pubblica, fu costretto a “farselo addosso”.
A parte che di escrementi umani e animali, le strade erano luogo di ammasso di rifiuti di altra origine: dai residui di produzione di certi materiali a quelle dei macelli, dalle concerie ai rifiuti domestici, e via dicendo, alcuni di essi tossici.
Le strade cittadine italiane ed europee – con le dovute eccezioni -, non erano pavimentate, erano strade sterrate o coperte solo di sabbia, cosicché pioggia, acque di scolo e avanzi formavano una melma, una fanghiglia spesso di cattivo odore.
Dicevamo che v’erano eccezioni: Perugia, già agli inizi del 1400 aveva buona parte delle sue piazze pavimentate; Roma, con papa Sisto IV a fine ’400, dette ordine di lastricare; Mantova e Genova: anche qua nel XV sec. si iniziò a lavorare in tal senso; a Londra, solo nel 1533. Accadde che, mentre nel resto d’Europa si continuò ad ammattonare, in Italia i lavori si fermarono (fine ’700 inizio ’800).
Con la venuta dell’età dei lumi e, dopo, con la rivoluzione industriale, si invitò i proprietari della case a scavare una fossa per raccogliere le acque sporche, dandone tutte le caratteristiche, come distanza dalle case, profondità, larghezza, lunghezza, note tecniche che si dovevano rispettare. Malgrado ciò, v’era sempre pericolo di malattie infettive, motivate dal fatto che le acque nere di dette buche, col passar del tempo, inquinavano le falde acquifere, falde da cui si prelevava quella per uso domestico.
Watercloset 1596Quando si iniziò a usare il gabinetto ad acqua corrente – progettato da Sir John Harington nel 1596 -, i residui venivano diretti, tramite canali, nei pozzi neri, ma anche, ahimè, negli scoli delle strade: il problema persistette sotto altra forma!
Insomma, città popolose, poca educazione civica, rifiuti a cielo aperto nelle piazze e nelle vie, mancanza di pavimentazione, vicinanza dei pozzi neri alle acque potabili, erano problemi difficili da risolvere.

Apr 032009
 

Omnia cum pretio

(Ogni cosa si compra a prezzo)

Giovenale                                                                                                                                                     

Mehmed II, 1480 c.aSi sa, la storia è fatta anche di guerre, di battaglie, quindi di pistole, fucili, cannoni, armi letali che hanno contribuito a cambiare gli eventi, mutare il destino degli imperi.

Sembra che i primi a usare il cannone in occidente siano stati gli inglesi a Calais, ma con scarsi risultati. Poi, un certo  Urban, un cristiano ungherese, lo offrì all’imperatore di Bisanzio, Costantino XI, concedendo le sue prestazioni e la sua esperienza come fonditore di cannoni. L’imperatore rifiutò, anche perché le casse dello Stato erano vuote. Urban, abile commerciante, si rivolse allora al sultano turco Mehmet II (1432-1481), il quale accettò senza indugio, offrendogli addirittura un compenso quattro volte superiore a quello richiesto e incaricandogli di costruirne uno gigante.

L’armaiolo si mise all’opera approntando uno stampo di argilla che, dopo vari tentativi, alla fine sopportò il peso di un’immensa colata di bronzo fuso. Si costruì un cannone di 48 tonnellate, che sparava 8 palle di granito da 500 chili al giorno.

Raccontano le cronache dell’epoca che occorrevano 50 paia di buoi per trasportare la pesante arma. Annotava il cronista greco Critobulo:                                                                      

“Dapprima veniva udito un suono simile a un sordo muggito, poi la terra tremava, il botto rintronava mentre un lampo solcava l’aria e il proiettile colpiva con violenza terrificante, seminando la morte fra i difensori.”                                                                                                                                             

Eravamo nel 1453, l’anno del feroce e sanguinario attacco dei turchi alla fortezza di Costantinopoli.

Fu, appunto, una delle prime palle sparate da quel cannone a colpire le mura della città nei pressi  della porta di San Romano, porta poi ribattezzata Topkapi, ossia porta del cannone.

La città cadeva nell’assalto finale del 29-30 maggio 1453: l’impero bizantino, nato nel 395 d.C. dalla scissione dell’impero romano, non esisteva più, gli ottomani si apprestavano a marciare verso il cuore dell’Europa.

E proprio in quelle fatidiche giornate di inaudita violenza, Nicolò Barbaro (1420-1494), cronista veneziano del XV sec., fu testimone dell’assedio, avvenimenti che descrisse con particolari e dettagli in un giornale che ci dà un resoconto più o meno completo. Riferisce, per esempio, delle parole che avrebbe detto il sultano Mehmet II a un suo soldato che si accingeva a distruggere l’antico pavimento di marmo della cattedrale della Divina Sapienza, Santa Sofia:                                                                                                                                                                                                                                                      

Accontentati del denaro e dei prigionieri, gli edifici della città lasciali a me.” (1)                                                                                                                                              

Cannone turco usato a Costantinopoli nel 1453

                                                                                                                                                           

*****                                                                                                                                                          

 1. Nicolò Barbaro, Giornale dell’assedio di Costantinopoli, 1453 (»»»qua). 

*****

(Rivisto e aggiornato 13 Ottobre 2011)