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Gli ebrei marrani, cenni

“Quanto alle vicende di Spagna,
i poveri sono sempre stati bene accolti nella nostra casa
e gli esuli trovavano rifugio sotto il nostro tetto.
Ebrei spagnoli, ospiti distinti e graditi,
passavano di continuo tra noi…
e mi raccontavano tutta la terribile storia dell’espulsione…”
(Eliya Capsali il Cretese, Seder ‘Eliyahu Zuta)

A volte rifletto che la storia economica dell’Europa nell’età moderna – epoca da noi investigata in questo blog – è, anche ma non solo, legata agli ebrei e ai loro flussi migratori, flussi, spesso e volentieri, indotti da volontà e forze esterne. I loro prestiti, i loro commerci, i loro interessi finanziari erano tali da poter far pendere il piatto della bilancia vuoi da una parte vuoi dall’altra: l’unione era un punto di forza. Gli imprenditori ebrei avevano un ruolo importante nei traffici del Mediterraneo, negli scambi commerciali con l’Oriente, così come nelle elezioni di certi imperatori – vedi Sacro Romano impero. Pepe, spezie, gioielli, stoffe, denaro, lettere di cambio, crediti, e via dicendo, furono gli articoli maggiormente negoziati, articoli che entravano e uscivano da determinate città o porti che agevolavano il loro commercio e permettevano sviluppare, più o meno liberamente, le loro attività; ricordiamo, in Italia, Ancona, Livorno, Pisa, Pesaro…
Sappiamo bene che l’editto di espulsione dalla Spagna del 1492, promulgato dai re cattolici, indusse gli ebrei a rifugiarsi sia verso il Portogallo che verso le terre del nord Europa, una migrazione temporanea, giacché proprio il Portogallo, qualche anno dopo, il 19 marzo 1497, costrinse loro battezzarsi la domenica successiva, almeno tutti coloro compresi fra i quattro e i quarant’anni. Ordine che causò scompiglio, panico, decisioni affrettate, oltre che umiliazione. Eppure, nonostante la conversione di alcuni alla fede cristiana, la vita in quelle terre non fu certo facile, accusati di professare segretamente la loro religione e sempre presi di mira o incolpati.
Vi furono città che, vedendo possibilità di sviluppo economico, incoraggiarono con leggi speciali accogliere comunità sefardite, provenienti dalla Spagna e dal Portogallo, città come, per fare un solo esempio, Venezia e Ferrara. Ma non sempre, giacché anche queste, a un certo punto della storia, sono costrette a rivedere le proprie decisioni: Venezia, nel 1550, decreterà la loro espulsione. E Ferrara ne accoglierà un buon numero, grazie alla protezione degli Estensi – in modo particolare Alfonso I (1476-1534) ed Ercole II (1508-1559) -, Ferrara, città in cui si sviluppò durante il XVI sec. un pacifico scambio culturale, religioso, fra sacerdoti cattolici e rabbini. Fra i grandi che vissero per qualche anno nella città emiliana, ricordiamo l’umanista Abraham ben Mordekai Farissol (1451-1525) e il medico Amato Lusitano (1511-1568), docente di botanica e anatomia. Poi, sul finire del ‘500, il clima cambierà e numerosi furono costretti a partire, taluni anche verso la lontana Turchia, pronta a ospitarli.
I marrani, gli ebrei battezzati, non avevano dunque un’esistenza pacifica: visti dalla parte cristiana erano sempre ebrei, visti dalla parte ebrea erano apostati, poco affidabili e poco credibili. Inoltre, loro stessi, gli stessi marrani, per continuare a mantenere relazioni con gli ebrei dovevano dimostrare essere, nella loro intimità, ancora ebrei, per non parlare degli squilibri, della sofferenza che portava l’esser stati obbligati a convertirsi. Una dualità che condurrà peraltro a problemi psicologici e a traumi esistenziali. Costretti com’erano a vivere in zone limitrofe alla città o in ghetti – ricordiamo quello di San Girolamo a Venezia voluto con un provvedimento del 1516 -, a girare con copricapo o con simboli che li identificavano, queste persone erano di solito considerate sospette e tenute sotto sorveglianza. Infatti, la bolla di papa Paolo IV (1476-1559), Cum nimis absurdum, ordinava loro, fra le altre cose, indossare segni di riconoscimento.
Coloro che abbracciarono il cristianesimo, lo fecero di malavoglia, cercando di perpetuare le loro tradizioni, come sempre, in forma orale, sostituendo i libri ebraici con la Bibbia, professando solo esternamente la nuova fede. E le donne, e gli anziani, svolsero un ruolo decisivo nella trasmissione delle tradizioni orali, poiché quando un ragazzo diventava adolescente, in grado cioè di mantenere un segreto, quello della loro vera fede, veniva iniziato nella sua vera credenza giudaica. Tradizione, oralità, credenza, memoria, elementi tipici di un popolo costretto a sfuggire alle persecuzioni. Da qui, l’importanza della parola ebraica Zakhar, ovvero ricordare, è tale che nella Bibbia è ripetuta nelle varie declinazioni ben 169 volte.

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Il commercio delle spezie nella Spagna del ‘600

Sappiamo che gli scambi di mercanzie sono oggi uno dei fattori di sviluppo economico, e non di meno lo erano nei secoli passati. E quando un paese entrava in guerra con un altro, generalmente, le attività commerciali diminuivano e spesso si bloccavano, un modo – anche ma non solo – per costringere il nemico a trattare.
Durante il XVI secolo erano stati i portoghesi ad avere una posizione privilegiata nella distribuzione delle spezie in Europa, lottando con i veneziani che godevano di una ubicazione avvantaggiata territorialmente e di abili mercanti. Ai principi del Seicento gli olandesi, che iniziavano a vivere la loro epoca d’oro, erano, poco a poco, penetrati nelle zone asiatiche, togliendo al Portogallo sia il controllo della produzione delle spezie, sia la vendita in Europa. La efficiente attività e l’intraprendenza imprenditoriale olandese aveva fatto sì questi avessero in mano buona parte del mercato europeo delle spezie, determinando, per quanto possibile, i prezzi. Una certa importanza aveva avuto la Compagnia Olandese delle Indie Orientali, fondata nel 1602. “[… ] Amsterdam poteva dichiarare in un messaggio agli stati generali che la Repubblica, per mole di scambi e numero di navi, superava di gran lunga Inghilterra e Francia.” (1)
Nel 1621 gli spagnoli entrarono in guerra con le Province Unite, fermando immediatamente le importazioni dei prodotti che venivano da quei paesi, in tal modo la Spagna si trovò a corto di pepe, cannella, chiodi di garofani, e via dicendo. Ma non solo, quelle poche libbre che riuscivano a entrare o esistevano già nei depositi dei commercianti ebbero un’impennata di prezzo notevole. Da considerare altresì che la città portoghese (2) di Goa, in India, fu in stato di assedio olandese a partire dal 1636 e per nove anni, motivo per cui arrivavano in Europa ben pochi carichi, a tal punto che nella Borsa di Amsterdam il prezzo del pepe salì da 60 fiorini le 100 libbre a 175. In più: il 1640 segnò anche l’uscita del Portogallo dalla corona spagnola, paralizzando i traffici fra i due paesi iberici e incidendo nei prezzi delle spezie, si pensi che fra il 1641 e il 1650 quasi si duplicarono. Nel 1662 Filippo IV (1605-1665) decise, oltre a sospendere i pagamenti, bloccare economicamente il Portogallo, quindi le merci da lì provenienti, le ripercussioni dei paesi europei furono immediate, opponendosi con risoluzione alle disposizioni del sovrano spagnolo. Il re fu pertanto costretto l’anno seguente a revocare l’ordine, vista la situazione che si era venuta a creare.
Finanche le guerre anglo-olandesi e franco-olandesi ebbero ripercussioni negative dirette e indirette nei traffici con la Spagna, e nella distribuzione delle spezie, infatti vari porti dei paesi in lotta erano controllati dagli avversari e non si permetteva il carico-scarico delle mercanzie. Per esempio, la via di Amburgo, in Germania, fu durante un buon periodo ostacolata, avendo negato gli inglesi il passaggio delle navi.
Poi, nel 1663, Amsterdam fu colpita dalla peste, il cui culmine fu l’anno seguente, cosicché le navi procedenti dalla città non potevano entrare per legge nei porti spagnoli, addirittura a Malaga si ordinò cannoneggiarli (3).
I prezzi delle spezie continuavano a oscillare, legati, com’erano, agli andamenti politici degli stati. Quando la monarchia spagnola intervenne nel 1673 nella guerra franco-olandese del 1672-1678, appoggiando i secondi, cannella e chiodi di garofano furono i prodotti più colpiti, aumentando il loro prezzo di vendita. Pur in questa situazione, bisogna tener conto che talvolta le merci, dovendo saltare ostacoli di origine diplomatica, facevano dei percorsi insoliti e più lunghi: si registra, per esempio, un carico di cannella che, imbarcata da Isaac Brainer per la società Kies e Jäger nella città di Amsterdam, passa da Genova per infine entrare a Barcellona (4). In tutto ciò, non sottovalutiamo l’interesse dei commercianti olandesi a controllare il mercato spagnolo delle spezie, un mercato ricco che permetteva lauti guadagni, guadagni che potevano essere impiegati per diversificare gli investimenti o per ripartire i pericoli in più attività.
Cadice e zone limitrofe ricevevano fra il 40 e il 50% delle spezie provenienti dalle Province Unite, mentre nei porti del Cantabrico il 35-40%, poca cosa in quelli del Mediterraneo, fra cui Alicante, per seguire con Malaga e Barcellona. Cadice era inoltre il porto da cui salpavano le navi dirette vuoi nei paesi del mediterraneo, vuoi verso le coste atlantiche, così come Bilbao deteneva 80% delle esportazioni, città con un buon porto e ben comunicata anche via fluviale.

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- 1. Johan Huzinga, La civiltà olandese del Seicento, Einaudi, Torino, 2008, pag. 16.
- 2. Si ricorda che il Portogallo fu in mano spagnola dal 1580 al 1640.
- 3. Quintana Toret, F. J., La crisis del comercio malagueño en la transición del siglo XVII al XVIII (1678-1714), Baetica, 7, 1984, p. 286.
- 4. Archivo General de Simancas, Guerra Antigua, leg. 3572. Registros del año 1674.
- La tabella è tratta da: Juan A. Sánchez Bélen, El comercio Holandés de las especias en España en la segunda mitad del siglo XVII, in Hispania, n. 236, vol. LXX, 2010, p. 637.


La nascita dei Monti di Pietà nel ‘400

La seconda metà del Quattrocento vide la nascita dei Monti di Pietà, istituzioni pubbliche il cui obiettivo era aiutare economicamente le persone necessitate, con fini solidaristici e senza scopo di lucro. Uno dei promotori fu Michele da Carcano (1427-1484), religioso e predicatore francescano acclamato a Roma come a Firenze, a Siena come a Venezia, che, fra le altre cose, sostenne la fondazione degli ospedali nel modo in cui li vediamo oggi. E in effetti il primo Monte di Pietà nasce a Perugia nel 1462, diffondendosi all’inizio in Umbria e nelle Marche.
Il religioso più influente dal punto di vista persuasivo fu Bernardino da Feltre (1439-1494), dei Frati Minori osservanti, un uomo di corporatura esile e di non buona salute, ma di una forza intellettuale davvero notevole e di una vitalità che suggestionava, riuscendo a convincere facilmente. Bernardino, contro l’usura e contro gli ebrei, era favorevole e predicava l’istituzione dei Monti di Pietà e fu tale il suo intervento nelle varie città che quello di Mantova nacque nel 1484, quello di Parma nel 1488, poi venne quello di Piacenza nel 1490, Padova nel 1491, seguì Pavia 1493, Milano nel 1496, e via dicendo. La rapidità della loro diffusione lascia riflettere sia sulle doti di convincimento del frate, sia sulle necessità della società del tempo, sia sulle capacità organizzative e legislative. In realtà non fu facile mettersi d’accordo, per esempio sul tasso d’interesse, giacché se consideriamo i tempi in cui sorgevano tali istituzioni e consideriamo che la chiesa era contro ogni attività di usura perché vietato dal Vangelo di Luca (2), non mancarono certamente i contrasti e le discordie.
Nicolò Bariani (metà XV sec.-1515 ca.), piacentino, agostiniano, nel suo trattatello De monte impietatis (Cremona 1496), sosteneva la necessità gratuita del prestito, prestito che non doveva avere come ritorno economico nessun tipo di beneficio se non lo scopo di aiutare i necessitati. Diceva difatti che il denaro, essendo merce di scambio, per sua natura non può produrre frutti. Differente era la posizione del francescano Bernardino de Busti (1450 ca.-1513 ca.), il quale affermava nel suo Defensorium Montis Pietatis contra figmenta omnia aemulae falsitatis (Milano 1497) la necessità di un pur minimo tasso di interesse per consentire la continuità e la solidità dei Monti, in un’epoca in cui la richiesta di denaro sembrava essere sempre maggiore.
Milano ha una storia particolare in questo movimento, poiché non fu ben accettato sin dall’inizio, oltre al fatto che sia il duca che i patrizi cittadini entrarono subito nella gestione del Monte, intervenendo spesso in modo determinante e palese nella gestione dei prestiti e nella scrittura dello statuto, cosa che non avevano fatto nel ducato in generale. Cosicché, l’istituzione nacque per volontà e tramite delle famiglie nobili che ne gestirono anche l’andamento, imponendo, il duca, un suo luogotenente. E a Milano si stabilì un tasso d’interesse intorno al 5% annuo, per lo più in linea con la media degli altri che si aggirava dal 6 al 10%.
L’obiettivo di questi Monti era mettere a disposizione delle persone meno abbienti piccole somme di denaro affinché potessero sopravvivere, indicazione che lo stesso Bernardino da Feltre palesava in una sua famosa frase:

Da Monti, et dedesti omnia. Hic imples semptem opera pietatis. De illo denario subvenitur a chi compra panem, vinum, vestitum, medicinas et omnia.” (2)

Eppure il frate andava oltre, cercava non solo il benessere del singolo, ma quello dell’intera società, e nello stesso tempo sconfiggere gli usurai e mettere fuori gioco gli ebrei – ricordiamo la sua predica antiebraica nella cattedrale di Trento del 1475. Nelle sue avvincenti predicazioni, Bernardino premeva per una maggiore moralizzazione del popolo, della vita cittadina, invogliava i bisognosi a rivolgersi ai Monti di Pietà per riprendersi da eventuali piccole difficoltà.
Tali organismi erano retti da un organo collegiale, formato usualmente da dodici presidenti. La componente laica era sempre maggioritaria rispetto alla religiosa, per esempio a Pavia otto dei dodici presidenti erano laici, a Parma erano nove, così come a Piacenza. I dirigenti laici erano eletti annualmente con la possibilità di essere richiamati, alla scadenza del mandato, un anno in più, mentre gli ecclesiastici erano a carica vitalizia. Costoro nominano gli officiali, per prima cosa il conservatore e il depositario e, se c’era bisogno, anche altri impiegati per semplificare il lavoro.
Con il passare del tempo e per avere una certa sicurezza nel recuperare il debito, i Monti stabilirono l’uso del pegno, un pegno eventualmente da mettere all’incanto se il debitore non avesse pagato. All’apertura di un determinato Monte vi era una specie di offerta spontanea iniziale che veniva fatta durante una cerimonia ufficiale, con la possibilità di accettare donazioni e lasciti per incrementare i depositi.
C’erano però delle regole da seguire, come il dover essere residente nella data città o nel relativo contado, non si poteva richiedere oltre una certa quantità di denaro, si stabilì durata, finalità e saggio d’interesse, interesse che doveva solo coprire le spese di gestione, si determinò inoltre che il prestito non era per finalità speculative, quindi per commerciare, lo si negò infine agli ebrei.
Tali Monti di Pietà, che dovevano aiutare, almeno momentaneamente, i meno fortunati, non ebbero una così profonda ripercussione come indicavano le fervorose prediche dei frati e, a lungo andare, divennero luoghi di deposito, luoghi dove era possibile anche “investire”. Purtroppo la gestione non sempre fu corretta, si registrarono alcuni casi di furto di denaro, contabilità disorganizzata, smarrimento (!) della cassa dove era tenuto il denaro, cause, insomma, che portarono talvolta alla chiusura di alcune sedi.

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1. Luca, 6,34: “E se prestate a quelli dai quali sperate di ricevere, qual grazia ne avete? Anche i peccatori prestano ai peccatori per riceverne altrettanto.”
2. Sermoni del beato Bernardino da Feltre, a cura di C. Varischi da Milano, Milano, 1964, II, pp. 182-212, De Monte Pietatis Papie, frase pronunciata nella predicazione della “feria quarta post octavam Pace” (ibid., pag 207).


Poveri, mendicanti e vagabondi nel XVI secolo, cenni

Uno dei maggiori problemi del XVI secolo fu quello della povertà, dei mendicanti, degli indesiderati, di chi vagabondava alla ricerca di viveri per sopravvivere in una società che apriva le porte alla borghesia, che sviluppava ulteriormente paesi e città, che, in un certo qual modo, si affacciava a una proto-industrializzazione.
Nel 1526 a Bruges veniva alla luce un volume di Juan Luis Vivés (1492-1540), umanista e filologo spagnolo, vicino a Erasmo da Rotterdam (1466 ca.-1536) e a Thomas More (1478-1535), dal titolo De Subventione Pauperum. In questo testo Vivés si soffermava sulla necessità di aiutare i poveri, andando oltre il concetto medievale della semplice carità come forma assistenziale. L’autore era contrario all’accattonaggio, favorevole a costruire una serie di ospizi per togliere il povero dalle strade e prestando tutto il possibile aiuto, sia materiale sia spirituale. Lo stato cristiano, dunque, era l’ente che doveva prendere in mano la situazione, dando ai magistrati delle città la responsabilità dell’assistenza. Necessarie le donazioni, le fondazioni caritative, tutte quelle attività che i ricchi dovevano e potevano permettersi per evitare che il “meno fortunato” gironzolasse per le città, disturbasse le funzioni religiose, si perdesse nei vizi. In poche parole il Vivés era propenso a centralizzare gli aiuti.
In quello stesso secolo uscirono altri libri che trattavano del problema assistenziale, basti ricordare De la orden que en algunos pueblos de España se ha puesto en la limosna para remedio de los verdaderos pobres, di Juan de Medina (1490-1547), del 1545, poi quello del domenicano Domingo de Soto (1494-1560) dello stesso anno, Deliberación en la causa de los pobres, poi ancora nel 1598 Discurso del amparo de los legítimos pobres, di Cristóbal Peréz (1558-1620).
Era davvero così numeroso questo ceto sociale? E chi erano questi poveri?
Con il progressivo sviluppo delle città, una massa di persone si era avvicinata a un diverso stile di vita, attratta da un modus vivendi meno duro che nelle campagne, massa che, non essendo preparata ben presto si vide esclusa dal processo produttivo cittadino. Pertanto, uomini e donne che avevano abbandonato i campi, poi vedove di soldati caduti in guerra, poi ancora ciechi, zoppi, malformati, denutriti, sopravvissuti alla peste o alle malattie, bambini orfani lasciati al destino, in poche parole una quantità non indifferente di individui che potevano mettere in crisi il sistema sociale provocando tumulti non facili da controllare.
E tale è la situazione che nel 1531 in Germania, Carlo V (1500-1558) emette un decreto in cui, fra le altre cose, si legge: “In questo paese i poveri sono oggi molto più numerosi che nel passato…”. Qualche anno prima, 1528, un nobile vicentino annotava che “non è possibile camminare per le strade o fermarsi in una piazza o in una chiesa senza essere circondati da una folla di miserabili che chiedono l’elemosina” (1). In effetti le leggi e i divieti operanti nelle varie città europee possono far pensare che la situazione non era certo piacevole: Augusta nel 1522 vietava l’accattonaggio nelle strade, nominando alcuni funzionari incaricati di sorvegliare l’assistenza ai poveri, stessa cosa nel 1524 a Ratisbona e a Magdeburgo, nel 1528 Venezia, in cui operavano già confraternite religiose, preparava un sistema di ospizi, Lione nel 1531 istituiva l’Aumône Générale, un luogo in cui si accentrava il sostegno ai necessitati cercando di creare posti di lavoro per i disoccupati. In quegli anni, le stesse religioni, cattolica e protestante, avevano come obiettivo sopprimere l’accattonaggio, riunire l’assistenza negli enti cittadini e spingere i non invalidi a trovarsi un lavoro.
Certamente uno dei primi problemi da affrontare era quello di evitare gli spostamenti, le migrazioni dei meno abbienti di paese in paese, di città in città, per cui, per esempio a Londra, dal 1520 in poi, i mendicanti dovevano avere una licenza che valeva solo per determinate aree, ciò per distinguere il vagabondaggio dalla mendicità. In tal modo i bisognosi potevano solo chiedere l’elemosina nel luogo in cui vivevano, riuscendo subito a distinguersi dai vagabondi che erano allontanati. Medesima cosa avveniva in Spagna con Carlo V, proibendo ai mendicanti di allontanarsi oltre le sei leghe dal luogo di nascita, mentre in Scozia le vigenti leggi, rinnovate nel 1535, 1551, 1555, che legavano i mendicanti alla parrocchia di nascita, non furono più confermate.
L’ospizio doveva essere d’aiuto al povero, sopportarlo e fornirgli ciò che era necessario per il suo vivere quotidiano e, spingendosi oltre, doveva aiutarlo a cercargli un occupazione. A Londra, nel 1544, fu ristrutturato il St. Bartholomew, e nel 1557 si potevano già contare quattro “ospizi reali”, sovvenzionati da un’imposta assistenziale, in Francia a Saint-Germain si fondò nel 1554 il primo ricovero, luoghi in cui si accoglievano principalmente poveri invalidi, mentre quelli che potevano contare sulle proprie forze alloggiavano nei centri di mendicità. Usualmente si delegava le autorità locali, a cui si concedeva il compito di procurarsi denaro o beni materiali tramite collette nelle parrocchie e tributi locali, ad agire come meglio potevano, almeno per quanto riguarda Francia e Inghilterra, tentando distinguere mendicanti da vagabondi.
Bisogna evidenziare, a tal punto, che la beneficienza delle classi elevate ebbe un indubbio contributo nel tentare risolvere il “problema poveri”, beneficenza fatta, spesso e volentieri, a scopi spirituali, giacché secondo la religione cattolica, ma non solo, era uno degli atti di carità più meritevoli. Accadeva talvolta che un ricco, che sicuramente durante la sua vita non si era preoccupato dei disagiati, donava per testamento una forte somma di denaro a una istituzione religiosa con l’obbligo di soccorrerli, insomma una forma per “guadagnarsi il paradiso”.
Ma il problema era ben lungi dall’essere risolto.

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1. Henry Kamen, L’Europa dal 1500 al 1700, Laterza, Roma-Bari, 2000, pag. 194.


Ad Bembum de Lucretia, ragionamenti d’amore alla corte degli Este

Le Corti Rinascimentali furono – anche, ma non solo – luoghi di passioni, di amore, di odio, di intrighi, luoghi dove la centralità dell’essere umano prendeva forma e si palesava nei più disparati modi.
Di seguito un articolo di Daniela Nutini in cui si sofferma sull’amore fra Pietro Bembo (1470-1547) e Lucrezia Borgia (1480-1519).

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Pietro Bembo è a Ostellato, nel ducato estense, ospite del raffinato poeta e umanista Ercole Strozzi, pubblico funzionario della corte ferrarese, latinista. Il Bembo, veneziano, ha 32 anni, splendidi: di bell’aspetto, abile nel maneggio delle armi, nel cavalcare, preceduto da una fama di conoscitore dell’animo umano, di una eleganza e vivezza spirituali tutte sue, invitatissimo nelle Corti Rinascimentali dove era riconosciuto, senza contrasti, principe degli umanisti di Italia. È appena uscito da una sua storia d’amore con la gentildonna veneziana Maria Savorgnan che gli aveva ispirato lettere appassionate e ardite, ”Amatemi, amatemi, mille volte amatemi”, “Vi piaccia di amarmi un poco più che non fare”. L’amore del Bembo e di Maria era durato un anno, finendo senza reciprochi contrasti ed il delicato umanista si confida con l’amico Strozzi, una particolare simpatia lo lega in una complicità letteraria al cortigiano estense che adesso lo ospita e veglia sul suo soggiorno e che sta per offrirgli una inaspettata sorpresa d’amore. Lo Strozzi ha infatti libero accesso alle stanze della duchessa di Ferrara, a lei ha parlato del veneziano, il figlio di Bernardo Bembo, ambasciatore della serenissima e ha magnificato le doti dell’amico, accendendone la curiosità. E così, in un giorno di Ottobre, in quel rifugio meditativo di Ostellato, ecco presentarsi Lucrezia, la Duchessa di Ferrara, la Borgia. Lucrezia arriva con i suoi vent’anni, le sue vesti colorate, i suoi capelli biondi e leggeri, la sua esilità di pittura gotica, con le sue donzelle ridenti, i suoi musici, i suoi smeraldi, le sue perle. Arriva, ed il bel cavaliere è subito conquistato. Subito ne parla all’amico Strozzi, tesse le lodi di Lucrezia, ne è ammaliato. Ed anche Lucrezia risponde fervorosa a questo amore, lei che “non è superstiziosa di nulla“ come afferma il Bembo, lei che scrive di suo pugno l’indirizzo dell’amato in una lettera cancelleresca, lei che gli manda bigliettini spagnoli e trascrive per lui una cobla di Lopez de Esuniga: ”Yo pienso si me muriese… que todo el mundo quedase sin amar”.
Lucrezia è alla sua seconda stagione di amore. La prima, con il dolce marito aragonese, fu troncata brutalmente dall’omicidio compiuto dal fratello Cesare che assassinò il giovane cognato in un intrigo fatto di torbidi desideri e accuse politiche. Ed ora si abbandona tutta a questo nuovo sentimento, pur con la cautela che le convenienze impongono. Il Bembo le fa dono di una bella sfera di cristallo, accompagnata da un sonetto in lingua italiana, va e viene da Venezia e Ferrara, partecipa alle feste dell’inverno ducale, conversa con Ercole Strozzi su questioni di lingua latina e italiana, guida le letture delle duchessa, è, come sempre, ornamento di quella corte fastosa, amatissimo dal vecchio Duca Ercole. Si intrecciano così giorni su giorni e continua la vicenda d’amore. A fine Giugno Lucrezia fa coniare una medaglia su cui era incisa una fiamma e l’umanista veneziano conia il motto latino da incidere come divisa: “Est animum”, consuma l’anima. Per ringraziarlo la duchessa gli fece avere una sua ciocca di capelli, quella che ancora oggi si ammira nella biblioteca di Milano da cui Byron si vantò di averne sottratti alcuni fili dorati. Il Bembo è ancora a Ferrara e alla sua partenza le fa giungere una lettera, “Io parto, o dolcissima vita mia”, lettera che come le altre sono arrivate per lunghi giri allo Strozzi che fa da intermediario.
Ma si addensano nubi: Alfonso d’Este, il marito di Lucrezia comincia a sospettare qualcosa dell’intrigo amoroso. Alfonso non ha mai amato Ercole Strozzi, si occupa di lettere quel tanto che basta ad un principe del rinascimento e non ha quindi una particolare predilezione per gli umanisti di cui si circonda il vecchio Duca. Poi ecco, ad un tratto muore il Papa, Alessandro VI, il padre di Lucrezia. Lei ne è schiantata, annientata, assiste anche alla rovina della sua casata, non può essere consolata da nessuno. Pietro Bembo lo sa, lo intuisce. Sa che questo amore è alla fine, che gli ardenti giorni di Ostellato sono lontani. Ora le parole sono di rimpianto, di dolcezze. A lei la dedica degli Asolani, la sua più compiuta fatica, ragionamenti e versi d’amore. Morirà poi anche il vecchio Duca Ercole e Lucrezia sarà realmente al potere al fianco di Alfonso, più prigioniera ancora in questa sua dignità. Alfonso osteggia il Bembo come e dove può, non lo invita, gli fa capire di non essere più gradito. I due amanti sanno che tra poco non sarà più nemmeno concesso loro di vedersi, dopo il loro ultimo incontro nel viaggio che il Bembo compie a Roma, a capo di una ambasceria veneziana.
Non si vedranno in effetti mai più. Ed anche le loro lettere cesseranno. Pietro Bembo fu alla corte di Urbino e poi a Roma, segretario in fluentissimo di Leone X e infine cardinale, e quale magnifico cardinale, potentissimo, ed ammirato da tutte le corti. Anche da quella corte di Ferrara ove ora Alfonso gli mandava a dire che venisse il tempo che voleva. Anche Lucrezia scriveva e ripeteva le offerte del marito ma entrambi lo capivano che non si sarebbero mai più rivisti. Ai perfetti amanti di una volta doveva parere insoffribile il pensiero di rincontrarsi non più raggianti della tenerezza amorosa della gioventù. Lucrezia muore, ancora giovane, con l’abito di terziaria francescana. Pietro Bembo continuò la sua ascesa politica e letteraria in quella Roma, fastosa e sfavillante, ebbe altri amori, ebbe dei figli, assurse alla gloria, ma rileggendo la dedica dei suoi Asolani si sarà rammentato “la bella treccia simile ad oro” e “le ciglia d’ebano”, e “le morbide guance”, e “l’agile piede che si abbandonava al ritmo della danza”, come ebbe a scrivere molti anni addietro, affascinato e ammaliato dalla “sua Duchessa”, Lucrezia Borgia, Signora di Ferrara.

(Daniela Nutini)

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»»Qua altri articoli di Daniela Nutini.


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