Oct 192014
 
Allegoria della battaglia di Lepanto, Paolo Veronese, 1571

Allegoria della battaglia di Lepanto, Paolo Veronese, 1571

Partendo dalla conquista di Cipro, dettagliando i preliminari nel preparare la flotta cattolica e musulmana, accennando all’accordo voluto da Pio V fra Venezia Spagna e vari altri alleati, il prof. Barbero ci porta nel XVI secolo, in un famoso scontro fra ottomani e Lega Santa: la Battaglia di Lepanto, 7 ottobre 1571. Una battaglia che, fermo restando la sua importanza storica, poche conseguenze strategiche ebbe nei mesi successivi. Fu grazie alla stampa dell’epoca, dice Barbero, che restò impressa in breve tempo nella memoria collettiva.

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Apr 082013
 

Proseguiamo i brevi post “visivi” su Venezia nel XVIII sec., adesso, sempre grazie a pittori dell’epoca, quattro raffigurazioni che ci mostrano determinate prospettive della città.

Vista del Canal Grande, Bellotto, 1738

Vista del Canal Grande, Bellotto, 1738

Palazzo Ducale e Piazza di San Marco, Canaletto, 1755 circa

Palazzo Ducale e Piazza di San Marco, Canaletto, 1755 circa

Molo visto dal bacino di San Marco, Gaspar Van Wittel, 1697

Molo visto dal bacino di San Marco, Gaspar Van Wittel, 1697

Ponte di Rialto, Francesco Guardi, 1763

Ponte di Rialto, Francesco Guardi, 1763

Apr 082013
 

In secco durante buona parte dell’anno, il Bucintoro, la galea di stato dei dogi di Venezia, veniva messo in mare durante il periodo dell’Ascensione, dopo esser stato ben calafatato. Così Goethe, in Viaggio in Italia, parla del Bucintoro:
Per esprimere in due parole che cosa è il Bucintoro, lo chiamerò una galea da parata… “ (5 ottobre 1786).
Di seguito, l’imbarcazione in un dipinto del pittore veneziano Francesco Guardi, del 1775 circa. (»»»qua la storia)

Il Bucintoro, Francesco Guardi, 1775 circa

Il Bucintoro, Francesco Guardi, 1775 circa

Nov 062012
 

La storia è una grande ragnatela – non ci stancheremo mai di ripeterlo – in cui ogni filo regge l’altro, in una dipendenza-interdipendenza che a volte può sfuggire, ma se vista dall’alto con un’ampia visione acquista una globalità e una lettura quanto più completa possibile.

In questo gioco, durante l’Età moderna, l’impero ottomano fu pedina chiave negli eventi dell’Occidente, eventi vuoi sociali, economici, vuoi culturali, e via dicendo. Ma la Porta fu anche tramite fra Europa e India e Cina, fu terra di transito di merci che dal lontano Oriente raggiungevano, dopo varie tappe e processi, l’America coloniale del XVI-XVII sec.

Massima espansione dell’Impero ottomano, fine XVI sec.

Cerchiamo di dare dei cenni che possano illustrarci il commercio in questione in quell’epoca.

Partiamo dal fatto che la loro cultura si basava principalmente su valori intrinseci della religione islamica, religione che influiva nelle decisioni di tutti i giorni. I sultani avevano l’abitudine di invitare nella loro corte esperti stranieri, artisti letterati musici scultori…, ma anche viceversa, nel senso che non furono pochi coloro che anelavano visitare quelle terre “esotiche”.

Ricordiamo per esempio una sollecitudine di Leonardo da Vinci (1452-1519) che desiderava viaggiare a Istanbul per realizzare opere per il sultano (»»qua), o Gentile Bellini (1429-1507) al servizio di Mehmet II (1432-1481). Scambio di culture che attraversarono i secoli e che produssero trasformazioni nel breve e nel lungo periodo. Pensiamo, per seguire con un altro dato, all’Illuminismo, all’Encyclopédie, idee che si radicarono, in un modo o nell’altro, negli alti vertici dello stato, impulsando riforme più o meno visibili. In effetti, potremmo periodizzare la storia ottomana in base alle riforme ai cambiamenti che giungevano dall’alto e dall’esterno dei confini, che provenivano – anche ma non solo – dall’Europa (1).

Solimano il Magnifico

Cosicché le due civilizzazioni, l’europea cattolica e l’ottomana islamica avevano con buona frequenza scambi di opinioni intercambi culturali economici, oltre che, certamente, contrasti militari che variarono nel tempo l’aspetto territoriale del continente. Accenniamo al caffè introdotto a Vienna dopo la battaglia del 1683, o alle coltivazioni di riso in Ungheria, o al tulipano importato (metà del XVI sec.) nei Paesi Bassi da un ambasciatore di Ferdinando I (1503-1564) alla corte di Solimano il Magnifico (1494-1566), Augherius de Busbecq (1522-1592), di stanza a Istanbul: eventi la cui base di partenza fu l’impero ottomano.

E non è da dimenticare che Venezia ebbe un ruolo di primaria importanza nei traffici economici fra occidente e oriente, grazie a una serie di privilegi che aveva ottenuto. Eppure, con il passare dei decenni, i giochi cambiarono e, dalla presa di Cipro nel 1570-‘73, nuove possibilità si aprirono per tutti. Per porre fine al monopolio veneziano, gli ottomani invitarono gli altri stati europei, Francia Inghilterra Olanda, a commerciare con loro, mettendo da parte l’intermediazione veneziana e favorendoli con una serie di agevolazioni, così come la famiglia Medici ebbe, già dalla metà del XV sec., la possibilità di avere agenti a Pera, Bursa, Edirne, etc.

L’economia della Porta era d’ispirazione libero-scambista, nel senso che le basse tasse, sia d’importazione sia d’esportazione, cercavano agevolare i traffici. Con una tariffa intorno al 5% sul valore delle merci – per gli inglesi al 3% – la circolazione di beni e prodotti prese un certo sviluppo, sviluppo che influirà nell’economia occidentale favorendo, in un certo qual modo, un primo accenno di capitalismo.

Al contrario la pensavano in alcuni paesi europei, dove alti canoni e divieti proibivano l’entrata, per esempio, di frumento cera lana cotone di origine ottomana, con il fine di frenare la grande quantità di denaro che viaggiava verso quelle terre. Decisioni che, intorno alla fine del XVII sec., penalizzarono l’economia del vicino che si vide costretto a chiudere fabbriche e a ridurre il lavoro, un lavoro che aveva una manodopera più economica rispetto all’occidente, motivo, peraltro, dei bassi prezzi che potevano offrire.

Un cammino che indusse a ricercare, grazie allo sviluppo scientifico occidentale, nuovi mezzi per ridurre i costi produttivi e competere con un Impero che, nel mentre, restava legato a vecchi paradigmi basati sulla forza umana, un processo tecnologico che aprirà le porte all’industrializzazione del XVIII sec.

*****
– 1. AA.VV, Historia de la Humanidad, Planeta, 1994-2004, vol. 5, pag. 249.

Nov 232011
 

“Quanto alle vicende di Spagna,
i poveri sono sempre stati bene accolti nella nostra casa
e gli esuli trovavano rifugio sotto il nostro tetto.
Ebrei spagnoli, ospiti distinti e graditi,
passavano di continuo tra noi…
e mi raccontavano tutta la terribile storia dell’espulsione…”
(Eliya Capsali il Cretese, Seder ‘Eliyahu Zuta)

Marranos, Moshe Maimon, 1893

A volte rifletto che la storia economica dell’Europa nell’età moderna – epoca da noi investigata in questo blog – è, anche ma non solo, legata agli ebrei e ai loro flussi migratori, flussi, spesso e volentieri, indotti da volontà e forze esterne. I loro prestiti, i loro commerci, i loro interessi finanziari erano tali da poter far pendere il piatto della bilancia vuoi da una parte vuoi dall’altra: l’unione era un punto di forza. Gli imprenditori ebrei avevano un ruolo importante nei traffici del Mediterraneo, negli scambi commerciali con l’Oriente, così come nelle elezioni di certi imperatori – vedi Sacro Romano impero. Pepe, spezie, gioielli, stoffe, denaro, lettere di cambio, crediti, e via dicendo, furono gli articoli maggiormente negoziati, articoli che entravano e uscivano da determinate città o porti che agevolavano il loro commercio e permettevano sviluppare, più o meno liberamente, le loro attività; ricordiamo, in Italia, Ancona, Livorno, Pisa, Pesaro…

Bautizo de judíos conversos

Sappiamo bene che l’editto di espulsione dalla Spagna del 1492, promulgato dai re cattolici, indusse gli ebrei a rifugiarsi sia verso il Portogallo che verso le terre del nord Europa, una migrazione temporanea, giacché proprio il Portogallo, qualche anno dopo, il 19 marzo 1497, costrinse loro battezzarsi la domenica successiva, almeno tutti coloro compresi fra i quattro e i quarant’anni. Ordine che causò scompiglio, panico, decisioni affrettate, oltre che umiliazione. Eppure, nonostante la conversione di alcuni alla fede cristiana, la vita in quelle terre non fu certo facile, accusati di professare segretamente la loro religione e sempre presi di mira o incolpati.

Vi furono città che, vedendo possibilità di sviluppo economico, incoraggiarono con leggi speciali accogliere comunità sefardite, provenienti dalla Spagna e dal Portogallo, città come, per fare un solo esempio, Venezia e Ferrara. Ma non sempre, giacché anche queste, a un certo punto della storia, sono costrette a rivedere le proprie decisioni: Venezia, nel 1550, decreterà la loro espulsione. E Ferrara ne accoglierà un buon numero, grazie alla protezione degli Estensi – in modo particolare Alfonso I (1476-1534) ed Ercole II (1508-1559) -, Ferrara, città in cui si sviluppò durante il XVI sec. un pacifico scambio culturale, religioso, fra sacerdoti cattolici e rabbini. Fra i grandi che vissero per qualche anno nella città emiliana, ricordiamo l’umanista Abraham ben Mordekai Farissol (1451-1525) e il medico Amato Lusitano (1511-1568), docente di botanica e anatomia.Poi, sul finire del ‘500, il clima cambierà e numerosi furono costretti a partire, taluni anche verso la lontana Turchia, pronta a ospitarli.

I marrani, gli ebrei battezzati, non avevano dunque un’esistenza pacifica: visti dalla parte cristiana erano sempre ebrei, visti dalla parte ebrea erano apostati, poco affidabili e poco credibili. Inoltre, loro stessi, gli stessi marrani, per continuare a mantenere relazioni con gli ebrei dovevano dimostrare essere, nella loro intimità, ancora ebrei, per non parlare degli squilibri, della sofferenza che portava l’esser stati obbligati a convertirsi. Una dualità che condurrà peraltro a problemi psicologici e a traumi esistenziali. Costretti com’erano a vivere in zone limitrofe alla città o in ghetti – ricordiamo quello di San Girolamo a Venezia voluto con un provvedimento del 1516 -, a girare con copricapo o con simboli che li identificavano, queste persone erano di solito considerate sospette e tenute sotto sorveglianza. Infatti, la bolla di papa Paolo IV (1476-1559), Cum nimis absurdum, ordinava loro, fra le altre cose, indossare segni di riconoscimento.

Coloro che abbracciarono il cristianesimo, lo fecero di malavoglia, cercando di perpetuare le loro tradizioni, come sempre, in forma orale, sostituendo i libri ebraici con la Bibbia, professando solo esternamente la nuova fede. Le donne, e gli anziani, svolsero un ruolo decisivo nella trasmissione delle tradizioni orali, poiché quando un ragazzo diventava adolescente, in grado cioè di mantenere un segreto, quello della loro vera fede, veniva iniziato nella sua vera credenza giudaica. Tradizione, oralità, credenza, memoria, elementi tipici di un popolo costretto a sfuggire alle persecuzioni. Da qui, l’importanza della parola ebraica Zakhar, ovvero ricordare, è tale che nella Bibbia è ripetuta nelle varie declinazioni ben 169 volte.

Jul 292011
 

Sappiamo che gli scambi di mercanzie sono oggi uno dei fattori di sviluppo economico, e non di meno lo erano nei secoli passati. E quando un paese entrava in guerra con un altro, generalmente, le attività commerciali diminuivano e spesso si bloccavano, un modo – anche ma non solo – per costringere il nemico a trattare.

Parte orientale dell’impero portoghese

Durante il XVI secolo erano stati i portoghesi ad avere una posizione privilegiata nella distribuzione delle spezie in Europa, lottando con i veneziani che godevano di una ubicazione avvantaggiata territorialmente e di abili mercanti. Ai principi del Seicento gli olandesi, che iniziavano a vivere la loro epoca d’oro, erano, poco a poco, penetrati nelle zone asiatiche, togliendo al Portogallo sia il controllo della produzione delle spezie, sia la vendita in Europa. La efficiente attività e l’intraprendenza imprenditoriale olandese aveva fatto sì questi avessero in mano buona parte del mercato europeo delle spezie, determinando, per quanto possibile, i prezzi. Una certa importanza aveva avuto la Compagnia Olandese delle Indie Orientali, fondata nel 1602.

“[… ] Amsterdam poteva dichiarare in un messaggio agli stati generali che la Repubblica, per mole di scambi e numero di navi, superava di gran lunga Inghilterra e Francia.” (1)

Prezzo delle spezie in Spagna fra il 1601 e il 1700

Nel 1621 gli spagnoli entrarono in guerra con le Province Unite, fermando immediatamente le importazioni dei prodotti che venivano da quei paesi, in tal modo la Spagna si trovò a corto di pepe, cannella, chiodi di garofani, e via dicendo. Ma non solo, quelle poche libbre che riuscivano a entrare o esistevano già nei depositi dei commercianti ebbero un’impennata di prezzo notevole. Da considerare altresì che la città portoghese (2) di Goa, in India, fu in stato di assedio olandese a partire dal 1636 e per nove anni, motivo per cui arrivavano in Europa ben pochi carichi, a tal punto che nella Borsa di Amsterdam il prezzo del pepe salì da 60 fiorini le 100 libbre a 175. In più: il 1640 segnò anche l’uscita del Portogallo dalla corona spagnola, paralizzando i traffici fra i due paesi iberici e incidendo nei prezzi delle spezie, si pensi che fra il 1641 e il 1650 quasi si duplicarono. Nel 1662 Filippo IV (1605-1665) decise, oltre a sospendere i pagamenti, bloccare economicamente il Portogallo, quindi le merci da lì provenienti, le ripercussioni dei paesi europei furono immediate, opponendosi con risoluzione alle disposizioni del sovrano spagnolo. Il re fu pertanto costretto l’anno seguente a revocare l’ordine, vista la situazione che si era venuta a creare.

Finanche le guerre anglo-olandesi e franco-olandesi ebbero ripercussioni negative dirette e indirette nei traffici con la Spagna, e nella distribuzione delle spezie, infatti vari porti dei paesi in lotta erano controllati dagli avversari e non si permetteva il carico-scarico delle mercanzie. Per esempio, la via di Amburgo, in Germania, fu durante un buon periodo ostacolata, avendo negato gli inglesi il passaggio delle navi.

Poi, nel 1663, Amsterdam fu colpita dalla peste, il cui culmine fu l’anno seguente, cosicché le navi procedenti dalla città non potevano entrare per legge nei porti spagnoli, addirittura a Malaga si ordinò cannoneggiarli (3).

I prezzi delle spezie continuavano a oscillare, legati, com’erano, agli andamenti politici degli stati. Quando la monarchia spagnola intervenne nel 1673 nella guerra franco-olandese del 1672-1678, appoggiando i secondi, cannella e chiodi di garofano furono i prodotti più colpiti, aumentando il loro prezzo di vendita. Pur in questa situazione, bisogna tener conto che talvolta le merci, dovendo saltare ostacoli di origine diplomatica, facevano dei percorsi insoliti e più lunghi: si registra, per esempio, un carico di cannella che, imbarcata da Isaac Brainer per la società Kies e Jäger nella città di Amsterdam, passa da Genova per infine entrare a Barcellona (4). In tutto ciò, non sottovalutiamo l’interesse dei commercianti olandesi a controllare il mercato spagnolo delle spezie, un mercato ricco che permetteva lauti guadagni, guadagni che potevano essere impiegati per diversificare gli investimenti o per ripartire i pericoli in più attività.

Cadice e zone limitrofe ricevevano fra il 40 e il 50% delle spezie provenienti dalle Province Unite, mentre nei porti del Cantabrico il 35-40%, poca cosa in quelli del Mediterraneo, fra cui Alicante, per seguire con Malaga e Barcellona. Cadice era inoltre il porto da cui salpavano le navi dirette vuoi nei paesi del mediterraneo, vuoi verso le coste atlantiche, così come Bilbao deteneva 80% delle esportazioni, città con un buon porto e ben comunicata anche via fluviale.

*****
– 1. Johan Huzinga, La civiltà olandese del Seicento, Einaudi, Torino, 2008, pag. 16.
– 2. Si ricorda che il Portogallo fu in mano spagnola dal 1580 al 1640.
– 3. Quintana Toret, F. J., La crisis del comercio malagueño en la transición del siglo XVII al XVIII (1678-1714), Baetica, 7, 1984, p. 286.
– 4. Archivo General de Simancas, Guerra Antigua, leg. 3572. Registros del año 1674.
– La tabella è tratta da: Juan A. Sánchez Bélen, El comercio Holandés de las especias en España en la segunda mitad del siglo XVII, in Hispania, n. 236, vol. LXX, 2010, p. 637.

Jul 132011
 

Il palazzo del Monte di Pietà, Milano

La seconda metà del Quattrocento vide la nascita dei Monti di Pietà, istituzioni pubbliche il cui obiettivo era aiutare economicamente le persone necessitate, con fini solidaristici e senza scopo di lucro. Uno dei promotori fu Michele da Carcano (1427-1484), religioso e predicatore francescano acclamato a Roma come a Firenze, a Siena come a Venezia, che, fra le altre cose, sostenne la fondazione degli ospedali nel modo in cui li vediamo oggi. In effetti il primo Monte di Pietà nasce a Perugia nel 1462, diffondendosi all’inizio in Umbria e nelle Marche.

Il religioso più influente dal punto di vista persuasivo fu Bernardino da Feltre (1439-1494), dei Frati Minori osservanti, un uomo di corporatura esile e di non buona salute, ma di una forza intellettuale davvero notevole e di una vitalità che suggestionava, riuscendo a convincere facilmente. Bernardino, contro l’usura e contro gli ebrei, era favorevole e predicava l’istituzione dei Monti di Pietà e fu tale il suo intervento nelle varie città che quello di Mantova nacque nel 1484, quello di Parma nel 1488, poi venne quello di Piacenza nel 1490, Padova nel 1491, seguì Pavia 1493, Milano nel 1496, e via dicendo.

La rapidità della loro diffusione lascia riflettere sia sulle doti di convincimento del frate, sia sulle necessità della società del tempo, sia sulle capacità organizzative e legislative.

Nella realtà non fu facile mettersi d’accordo, per esempio, sul tasso d’interesse, giacché se consideriamo i tempi in cui sorgevano tali istituzioni e consideriamo che la chiesa era contro ogni attività di usura perché vietato dal Vangelo di Luca (2), non mancarono certamente i contrasti e le discordie.

Nicolò Bariani (metà XV sec.-1515 ca.), piacentino, agostiniano, nel suo trattatello De monte impietatis (Cremona 1496), sosteneva l’esigenza gratuita del prestito, prestito che non doveva avere come ritorno economico nessun tipo di beneficio se non lo scopo di aiutare i necessitati. Affermava che il denaro, essendo merce di scambio, per sua natura non può produrre frutti.

Differente era la posizione del francescano Bernardino de Busti (1450 ca.-1513 ca.), il quale scriveva nel suo Defensorium Montis Pietatis contra figmenta omnia aemulae falsitatis (Milano 1497) il bisogno di un pur minimo tasso di interesse per consentire la continuità e la solidità dei Monti, in un’epoca in cui la richiesta di denaro sembrava essere sempre maggiore.

Milano ha una storia particolare in questo movimento, poiché non fu ben accettato sin dall’inizio, oltre al fatto che sia il duca sia i patrizi cittadini entrarono subito nella gestione del Monte, intervenendo spesso in modo determinante e palese nella gestione dei prestiti e nella scrittura dello statuto, cosa che non avevano fatto nel ducato in generale. Cosicché, l’istituzione nacque per volontà e tramite delle famiglie nobili che ne organizzarono anche l’andamento, imponendo, il duca, un suo luogotenente. E a Milano si stabilì un tasso d’interesse intorno al 5% annuo, per lo più in linea con la media degli altri che si aggirava dal 6 al 10%.
L’obiettivo di questi Monti era mettere a disposizione delle persone meno abbienti piccole somme di denaro affinché potessero sopravvivere, indicazione che lo stesso Bernardino da Feltre palesava in una sua famosa frase:

Da Monti, et dedesti omnia. Hic imples semptem opera pietatis. De illo denario subvenitur a chi compra panem, vinum, vestitum, medicinas et omnia.” (2)

Eppure il frate andava oltre, cercava non solo il benessere del singolo, ma quello dell’intera società, e nello stesso tempo sconfiggere gli usurai e mettere fuori gioco gli ebrei – ricordiamo la sua predica antiebraica nella cattedrale di Trento del 1475. Nelle sue avvincenti predicazioni, Bernardino premeva per una maggiore moralizzazione del popolo, della vita cittadina, invogliava i bisognosi a rivolgersi ai Monti di Pietà per riprendersi da eventuali piccole difficoltà.

Tali organismi erano retti da un organo collegiale, formato usualmente da dodici presidenti. La componente laica era sempre maggioritaria rispetto alla religiosa, per esempio a Pavia otto dei dodici presidenti erano laici, a Parma erano nove, così come a Piacenza. I dirigenti laici erano eletti annualmente con la possibilità di essere richiamati, alla scadenza del mandato, un anno in più, mentre gli ecclesiastici erano a carica vitalizia. Costoro nominavano gli officiali, per prima cosa il conservatore e il depositario e, se c’era bisogno, anche altri impiegati per semplificare il lavoro.

Con il passare del tempo e per avere una certa sicurezza nel recuperare il debito, i Monti stabilirono l’uso del pegno, un pegno eventualmente da mettere all’incanto se il debitore non avesse pagato.

All’apertura di un Monte vi era una specie di offerta spontanea iniziale che veniva fatta durante una cerimonia ufficiale, con la possibilità di accettare donazioni e lasciti per incrementare i depositi.
C’erano però delle regole da seguire, come il dover essere residente nella data città o nel relativo contado, non si poteva richiedere oltre una certa quantità di denaro, inoltre si stabilì durata, finalità e saggio d’interesse, interesse che doveva solo coprire le spese di gestione, si determinò alla fine che il prestito non era per finalità speculative, quindi per commerciare, e lo si negò per ultimo agli ebrei.

I Monti di Pietà, che dovevano aiutare, almeno momentaneamente, i meno fortunati, non ebbero una così profonda ripercussione come indicavano le fervorose prediche dei frati e, a lungo andare, divennero luoghi di deposito, luoghi dove era possibile anche “investire”.

Purtroppo la gestione non sempre fu corretta, si registrarono alcuni casi di furto di denaro, contabilità disorganizzata, smarrimento della cassa dove era tenuto il denaro, cause, insomma, che portarono talvolta alla chiusura di alcune sedi.

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- Nella foto, il Monte di Pietà di Milano oggi.
– 1. Luca, 6,34: “E se prestate a quelli dai quali sperate di ricevere, qual grazia ne avete? Anche i peccatori prestano ai peccatori per riceverne altrettanto.”
– 2. Sermoni del beato Bernardino da Feltre, a cura di C. Varischi da Milano, Milano, 1964, II, pp. 182-212, De Monte Pietatis Papie, frase pronunciata nella predicazione della “feria quarta post octavam Pace” (ibid., pag 207).

May 242011
 

Juan Luis Vives

Uno dei maggiori problemi del XVI secolo fu quello della povertà, dei mendicanti, degli indesiderati, di chi vagabondava alla ricerca di viveri per sopravvivere in una società che apriva le porte alla borghesia, che sviluppava ulteriormente paesi e città, che, in un certo qual modo, si affacciava a una proto-industrializzazione.

Nel 1526 a Bruges veniva alla luce un volume di Juan Luis Vivés (1492-1540), umanista e filologo spagnolo, vicino a Erasmo da Rotterdam (1466 ca.-1536) e a Thomas More (1478-1535), dal titolo De Subventione Pauperum. In questo testo Vivés si soffermava sulla necessità di aiutare i poveri, andando oltre il concetto medievale della semplice carità come forma assistenziale. L’autore era contrario all’accattonaggio, favorevole a costruire una serie di ospizi per togliere il povero dalle strade e prestando tutto il possibile aiuto, sia materiale sia spirituale. Lo stato cristiano, dunque, era l’ente che doveva prendere in mano la situazione, dando ai magistrati delle città la responsabilità dell’assistenza. Necessarie le donazioni, le fondazioni caritative, tutte quelle attività che i ricchi dovevano e potevano permettersi per evitare che il “meno fortunato” gironzolasse per le città, disturbasse le funzioni religiose, si perdesse nei vizi. In poche parole il Vivés era propenso a centralizzare gli aiuti.

In quello stesso secolo uscirono altri libri che trattavano del problema assistenziale, basti ricordare De la orden que en algunos pueblos de España se ha puesto en la limosna para remedio de los verdaderos pobres, di Juan de Medina (1490-1547), del 1545, poi quello del domenicano Domingo de Soto (1494-1560) dello stesso anno, Deliberación en la causa de los pobres, poi ancora nel 1598 Discurso del amparo de los legítimos pobres, di Cristóbal Peréz (1558-1620).

Era davvero così numeroso questo ceto sociale? E chi erano questi poveri?

Con il progressivo sviluppo delle città, una massa di persone si era avvicinata a un diverso stile di vita, attratta da un modus vivendi meno duro che nelle campagne, massa che, non essendo preparata ben presto si vide esclusa dal processo produttivo cittadino. Pertanto, uomini e donne che avevano abbandonato i campi, poi vedove di soldati caduti in guerra, poi ancora ciechi, zoppi, malformati, denutriti, sopravvissuti alla peste o alle malattie, bambini orfani lasciati al destino, in poche parole una quantità non indifferente di individui che potevano mettere in crisi il sistema sociale provocando tumulti non facili da controllare.

E tale è la situazione che nel 1531 in Germania, Carlo V (1500-1558) emette un decreto in cui, fra le altre cose, si legge: “In questo paese i poveri sono oggi molto più numerosi che nel passato…”. Qualche anno prima, 1528, un nobile vicentino annotava che “non è possibile camminare per le strade o fermarsi in una piazza o in una chiesa senza essere circondati da una folla di miserabili che chiedono l’elemosina” (1).

Pass-Room di Bridewell

In effetti le leggi e i divieti operanti nelle varie città europee possono far pensare che la situazione non era certo piacevole: Augusta nel 1522 vietava l’accattonaggio nelle strade, nominando alcuni funzionari incaricati di sorvegliare l’assistenza ai poveri, stessa cosa nel 1524 a Ratisbona e a Magdeburgo, nel 1528 Venezia, in cui operavano già confraternite religiose, preparava un sistema di ospizi, Lione nel 1531 istituiva l’Aumône Générale, un luogo in cui si accentrava il sostegno ai necessitati cercando di creare posti di lavoro per i disoccupati. In quegli anni, le stesse religioni, cattolica e protestante, avevano come obiettivo sopprimere l’accattonaggio, riunire l’assistenza negli enti cittadini e spingere i non invalidi a trovarsi un lavoro.

Certamente uno dei primi problemi da affrontare era quello di evitare gli spostamenti, le migrazioni dei meno abbienti di paese in paese, di città in città, per cui, per esempio a Londra, dal 1520 in poi, i mendicanti dovevano avere una licenza che valeva solo per determinate aree, ciò per distinguere il vagabondaggio dalla mendicità. In tal modo i bisognosi potevano solo chiedere l’elemosina nel luogo in cui vivevano, riuscendo subito a distinguersi dai vagabondi che erano allontanati. Medesima cosa avveniva in Spagna con Carlo V, proibendo ai mendicanti di allontanarsi oltre le sei leghe dal luogo di nascita, mentre in Scozia le vigenti leggi, rinnovate nel 1535, 1551, 1555, che legavano i mendicanti alla parrocchia di nascita, non furono più confermate.

L’ospizio doveva essere d’aiuto al povero, sopportarlo e fornirgli ciò che era necessario per il suo vivere quotidiano e, spingendosi oltre, doveva aiutarlo a cercargli un occupazione. A Londra, nel 1544, fu ristrutturato il St. Bartholomew, e nel 1557 si potevano già contare quattro “ospizi reali”, sovvenzionati da un’imposta assistenziale, in Francia a Saint-Germain si fondò nel 1554 il primo ricovero, luoghi in cui si accoglievano principalmente poveri invalidi, mentre quelli che potevano contare sulle proprie forze alloggiavano nei centri di mendicità. Usualmente si delegava le autorità locali, a cui si concedeva il compito di procurarsi denaro o beni materiali tramite collette nelle parrocchie e tributi locali, ad agire come meglio potevano, almeno per quanto riguarda Francia e Inghilterra, tentando distinguere mendicanti da vagabondi.

Bisogna evidenziare, a tal punto, che la beneficienza delle classi elevate ebbe un indubbio contributo nel tentare risolvere il “problema poveri”, beneficenza fatta, spesso e volentieri, a scopi spirituali, giacché secondo la religione cattolica, ma non solo, era uno degli atti di carità più meritevoli. Accadeva talvolta che un ricco, che sicuramente durante la sua vita non si era preoccupato dei disagiati, donava per testamento una forte somma di denaro a una istituzione religiosa con l’obbligo di soccorrerli, insomma una forma per “guadagnarsi il paradiso”.

Ma il problema era ben lungi dall’essere risolto.

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1. Henry Kamen, L’Europa dal 1500 al 1700, Laterza, Roma-Bari, 2000, pag. 194.

Feb 042011
 

Reales de a Ocho, Spagna

Sembrerà strano, ma i metalli preziosi, oro e argento, che provenivano sia dalle nuove terre americane sia dal nord e dall’est europeo, oltre che dall’Africa, una volta giunti in Europa, prendevano la via per l’Oriente, denari per comprare e commerciare beni che nel nostro continente si vendevano per la maggiore. Oriente che importava poco ed esportava abbondanza di merci verso il Mediterraneo: spezie, droghe, sete e via dicendo, erano comprate con monete coniate a Genova, a Firenze, a Venezia, poi con il Real de a ocho spagnolo. Il cui valore d’acquisto in quelle terre esotiche, come India, Cina, era maggiore che nei paesi cristiani. La lettera di cambio, tipica e di comune uso in Europa, era ben poco accettata in oriente, raramente nei paesi islamici.

Cosicché sembra che proprio dal XVI secolo, i metalli preziosi diedero una forte spinta all’economia, forse già dalla fine del XV secolo, potendosi notare i risultati nei decenni successivi.

Questi, parliamo dei metalli preziosi, prima della scoperta dell’America, provenivano dalle miniere della Vecchia Serbia, dalla Sardegna, dalle Alpi, da Neusohl nell’Ungheria, da Mansfeld in Sassonia, da Kuttenberg vicino Praga, e ancora da Schwaz nella vallata dell’Inn, dal Sudan e dall’Etiopia, poi ancora dalla Guinea portoghese, convergendo verso il Mediterraneo. Dai primi decenni del XVI secolo, l’oro e l’argento americano prenderà il sopravvento, sostituendo come importanza prima le sorgenti africane e poi quelle tedesche.

Metalli che entreranno via mare a Siviglia in un paese protezionista, tutto barricato di dogane, pronto a sorvegliare in modo certosino le uscite. Ma, si sa, in un modo o nell’altro, ufficialmente o sottobanco, le monete spagnole sfuggivano e andavano a finire in Francia, in Inghilterra, in Germania, etc.:

Una volta, è il battello francese Le Croissant di Saint-Malo, sequestrato in Andalusia per commercio illegale d’argento; un’altra, due barche marsigliesi fermate nel golfo del Leone e trovate cariche di monete spagnuole”.(1)

Insomma, c’è bisogno di denaro sonante affinché l’economia vada avanti e le barriere non possono fermare la richiesta. I tempi sono cambiati, il baratto è sempre meno di moda. Per non dimenticare che erano lo stesso Carlo V e poi Filippo II i maggiori esportatori di denaro, con le loro spese al di fuori della Spagna.

Denari che nei primi decenni del XVI secolo andavano a finire ad Anversa, dove nel 1531 nasce la borsa. La città, oltre ad essere attivo centro economico di quegli anni, era florido centro finanziario, da dove il prezioso metallo partiva alla volta dell’Europa settentrionale, verso la Germania e le isole britanniche.

Cambiando le sorti dei Paesi Bassi, intorno ai primi anni del 1570 – forse qualche anno prima -, seguendo la crisi di Lione, più o meno nello stesso periodo, il Mediterraneo riacquisterà una certa centralità nei traffici monetari. Barcellona rifiorisce, l’Italia è invasa dall’argento, ad Algeri si contratta in scudi spagnoli, in Turchia si inviano casse piene di denaro, così come a Ragusa, a Livorno.

Era a Genova dove sbarcavano però ingenti quantità di monete spagnole, genovesi che si erano inseriti già dagli inizi del XVI secolo saldamente in Siviglia, per poi mettersi nei mercati di Anversa.

Come il Secolo dei Fugger, il secolo dei Genovesi, più tardi quello di Amsterdam, durò appena due o tre generazioni umane.” (2)

Una delle monete che più circolava in Europa e nelle terre americane, ma anche in oriente, oltre che in Africa, come oggi potremmo dire del dollaro, era il real a ocho spagnolo, moneta ben accolta, moneta tramite la quale si comprava di tutto.

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- 1. Fernand Braudel, Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II, Einaudi, 2010, vol. I, pag. 511.
– 2. Fernand Braudel, op. cit. pag. 547.

Oct 262010
 

Mustafa II

Con l’assedio di Vienna, del 1683, e la successiva battaglia di Kahlemberg del settembre 1683, l’impero ottomano, apparso per la prima volta nella storia come un piccolo emirato ubicato nel nord-est dell’Anatolia, iniziava un lento e irrevocabile declino. Attaccata da tutte le parti, la Porta arretrava le sue frontiere, subendo una serie di sconfitte: in Ungheria dal duca di Lorena (1684-1686), in Albania e in Bosnia dai veneziani (1685), poi decisiva la battaglia condotta dal principe Eugenio di Savoia (1663-1736) al comando delle truppe imperiali in quel di Zenta nel 1697, dove l’esercito ottomano, al comando di Mustafa II (1664-1703), perdeva circa 30.000 soldati.

Col trattato di Carlowitz del gennaio 1699, la Turchia cedeva definitivamente la Transilvania, l’Ungheria (meno il banato di Temesvar), la Slovenia. Alla Polonia andava Kamenietz, la Podolia, l’Ucraina occidentale; mentre a Venezia una parte della Dalmazia, la Morea, le isole di Egina e Santa Maura; alla Russia Azov.

L’impero turco morì anche, in parte, per il suo mancato adattamento alle nuove tecniche. E infine, per il fatto che contro di esso, nel Sette e Ottocento, si rizzò la massa potente della Russia moderna“. (1)

Ahmed III

A una rapida espansione territoriale, non era seguito, da parte dei turchi, un ammodernamento militare, economico e politico. La debolezza interna fu uno dei fattori della sconfitta, una debolezza caratterizzata da un’organizzazione obsoleta che non ebbe la forza di modernizzarsi. Con il passare degli anni i sultani si facevano vedere ben poco fra i sudditi o fra le truppe, accrescendo sempre più il distacco con il popolo. Passavano le giornate nell’harem, rinchiusi nei loro palazzi, lontani dalla vera vita quotidiana, mentre i gran visir si sovrapponevano alle decisioni dei sovrani creando confusione o spesso una stasi delle decisioni, fino al punto, talvolta, di non nominare neppure i funzionari, personaggi importanti nella vita amministrativa dell’impero.

Altro elemento di fragilità era l’importante ruolo esercitato da certi stranieri non convertiti all’islam che con il passare dei decenni entrarono a far parte dell’amministrazione, come Nikusios da Chio che negoziò la capitolazione di Candia, o Nicola Mavrocordato, medico e consigliere di Köprülü III e IV e che firmò la pace di Carlowitz, che, simpatizzanti della Chiesa ortodossa, iniziarono a introdurre caratteri discordanti all’interno dello stato ottomano.

Nello stesso tempo l’agricoltura, che costituiva la base dell’economia, restava legata ai vecchi paradigmi, arretrata e priva di spunti per andare al passo con i tempi: allevamento allo stato brado di capre e di ovini associato alle colture alimentari, estrema povertà delle campagne, brigantaggio – dovuto, anche ma non solo, dalla smobilitazione di mercenari -, fuga di contadini verso le grandi e medie città. Un sistema agrario basato su piccole aziende familiari autonome capaci di produrre le proprie necessità e pagare le tasse. Un regime che lo stato faceva di tutto per mantenere in piedi e inalterato, malgrado l’aumento di popolazione e le conseguenti necessità venutesi a creare nel XVI sec.

Istanbul contava, all’inizio del XVIII secolo, circa 800.000 abitanti, Aleppo più di 100.000, il Cairo 200.000, centri urbani in cui le attività commerciali erano articolate in organizzazioni politiche, religiose, in corporazioni chiuse.
Il commercio internazionale con l’Occidente era variopinto, si esportava tabacco, lana, cuoio, cotone, pepe, caffè, la bilancia però sembrava indicare l’impero ottomano come “una colonia mercantile dell’Occidente”.

Le forze spese dal gran visir Damad Ibrahim (1666-1730), durante il sultanato di Ahmed III (1673-1736), non riuscirono nell’intento di fare uscire dal letargo i turchi, cercando di occidentalizzarli. Religiosi e politici desideravano ben poco progredire e rompere uno status quo cui si erano abituati e grazie al quale sopravvivevano, oltre al fatto che iniziavano a nascere focolai d’indipendenza in Iraq, Libano, Egitto, per non dimenticare l’animo conservatore dei giannizzeri che avevano oramai acquistato una potenza tale da permettersi un colpo di stato, 1622, contro Osman II (1604-1622), ferendolo a morte.

Un insieme di cause che, con il passare dei decenni, concorsero al suo declino. L’impero ottomano poteva sembrare un gigante dai piedi di argilla.

Impero turco, 1683

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1. Fernand Braudel, Il mondo attuale, Einaudi, 1966, vol. 1, pag. 117.

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(Articolo rivisto e aggiornato il 18 ottobre 2012)

Oct 012010
 

Sebbene la situazione variasse da mestiere a mestiere, da luogo a luogo, la giornata lavorativa nel Settecento europeo era dura e lunga, non priva di pericoli e orari massacranti.

Nelle botteghe artigiane, così come negli stabilimenti, si lavorava dalle 14 alle 16 ore, con punte anche di 18 ore, e la stessa situazione si poteva trovare anche nei lavori a domicilio. Normalmente si iniziava poco prima dell’alba per terminare al tramonto, con un paio di ore di riposo per il pranzo o per rifocillarsi, pagati, gli operai, spesso e volentieri con una parte in natura e una parte in moneta, o con vitto e alloggio o solo alloggio, in un’epoca, il Settecento, in cui il costo della vita era in continuo aumento, insieme a una rapida crescita demografica.

All’Arsenale di Venezia, per esempio, si entrava un’ora dopo il sorgere del sole e si usciva a mezzanotte, con due pause una alle nove e una a mezzogiorno. Privilegiati erano invece i lavoratori delle vetrerie di Murano che lavoravano solo dodici ore. Il tutto con le dovute eccezioni, poiché spesso e volentieri si era costretti a rimanere fino alle due di notte.

Eccezione, pare, faceva la Spagna, dove era di norma affaticarsi per sei ore, sette nelle manifatture di Barcellona nel 1786. Ed era tale la situazione che diversi viaggiatori inglesi criticavano la precaria situazione economica del paese iberico poco propenso ad adattarsi al ritmo degli altri. Mentre in Francia, i rilegatori di libri reclamavano, con uno sciopero nel 1776, la riduzione della giornata lavorativa da 16 a 14 ore, così come i lavoratori edili che qualche anno dopo, 1780, diedero vita a una serie di agitazioni.

Oltre al severo orario di lavoro, vigeva anche una rigida disciplina, si pensi solo che nella manifattura reale del faubourg di Saint-Antoine, a Parigi, si era costretti a faticare condizionati da severi sorveglianti che punivano ogni minima trasgressione. Fra le tante regole, alloggiati e mantenuti a spese della compagnia, gli operai – 500 intorno al 1770 -, dovevano rientrare a orari stabiliti e non potevano allontanarsi più di una lega.

Donne e bambini erano trattati ancor peggio degli uomini, sia dal punto di vista remunerativo che dal punto di vista sociale. Le donne, anche quelle che producevano a casa, erano costrette, per l’immensa quantità di lavoro, a fare tardi la notte e alzarsi presto la mattina, aiutati dai figli fin da piccoli, tutto per garantirsi la sussistenza diaria.

A Londra, i fanciulli di appena cinque anni erano costretti a pulire i camini, con conseguenze disastrose per la loro salute. Solo nel 1788 si preparò una legge che tentava garantire il loro benessere, ma non era facile in un Paese, l’Inghilterra, che entrava a passi accelerati nella Rivoluzione industriale, necessitando braccia e forza di lavoro.

Gli orfanotrofi erano particolarmente frequentati da chi richiedeva manodopera a pochissimo prezzo e, una volta a carico del padrone, il ragazzo rimaneva legato a questi fino all’età di 24 anni, 21 con un provvedimento del 1767, una sorta di “schiavitù legale”.

Certi sovrani detti illuminati, Maria Teresa d’Austria, Federico II di Prussia, così come scrittori di una certa fama, erano favorevoli al lavoro infantile, che, dicevano, abituava alla disciplina, all’ordine, evitava l’ozio e favoriva lo sviluppo economico, uno sviluppo che adesso entrava a far parte della vita quotidiana di tutti, nessuno escluso, entrava, sembra quasi a tappe forzate, in un tipo di mentalità che volgerà l’occidente definitivamente verso una sempre maggiore e imprescindibile industrializzazione.

Sep 272010
 

Homann Heirs, mappa d'Italia, 1752

Dopo le pesti del 1630 e del 1656, e la terribile guerra dei Trent’anni che, sebbene toccando poco l’Italia, avrà pur sempre una ripercussione indiretta, la popolazione italiana ed europea in generale iniziò la sua corsa demografica che, a vicende alterne, continua ancora oggi.

Particolarmente popolosi erano i territori della Terraferma veneta e il Ducato di Milano, con una densità intorno ai 70 ab/km2, con punte di 120 nella provincia di Padova, così come la Liguria, verso la metà del secolo, di 90 ab/km2.

La città era sempre un punto di richiamo, luogo di scambi commerciali e operazioni finanziarie, città che nei periodi di crisi alimentare soffrivano maggiormente delle campagne. D’altra parte, spesso e volentieri, i confini fra le due realtà si confondevano, in quanto terreni coltivati si potevano incontrare a pochi passi dai centri urbani, oltre al fatto che le mura iniziano a perdere il loro peso e valore con il passare del tempo e con il potenziamento delle armi da fuoco. In ogni caso, le città conservavano il ruolo propulsore economico, sociale, culturale, politico.

Per fare un esempio, nel 1707 Torino che aveva 43.000 abitanti passava a 94.000 nel 1791, diventando un punto di riferimento per l’intero Piemonte, crescita dovuta alla migrazione per il fervore edilizio di quegli anni.

Di seguito due tabelle che ci danno un quadro generale della popolazione italiana ed europea.

Italia:

Zone 1650 1700 1750 1800
Italia Settentrionale (1) 4.225.000 5.660.000 6.511.000 7.206.000
Italia Centrale (2) 2.738.000 2.777.000 3.100.000 3.605.000
Regno di Napoli 2.850.000 3.300.000 3.900.000 4.847.000
Sicilia e Sardegna 1.522.000 1.456.000 1.776.000 2.136.000
Totale 11.365.000 13.193.000 15.287.000 17.794.000


1. Piemonte, Lombardia, Terraferma Veneta, Ducati.
2. Granducato di Toscana, Stato Pontificio.

Europa:

Anni Italia Resto d’Europa Totale
1700 13.200.000 101.800.000 115.000.000
1750 15.300.000 124.700.000 140.000.000
1800 17.800.000 170.200.000 188.000.000

Abbiamo accennato a Torino, ma anche Livorno, durante tutto il ‘700, ebbe una rilevante crescita demografica ed economica. Il porto, che nei primi anni del secolo era abitato da circa 31.000 persone, passerà a 41.000 verso la fine del XVIII secolo, sviluppo dovuto alle particolari franchigie di cui fruiva, centro di un florido commercio mercantile, sia come deposito che come transito, insomma una città in cui inglesi, francesi, fiamminghi, ebrei lavoravano con una certa libertà.

Città in crescita, ma anche città in decrescita, come Messina, dove nel 1743 un’epidemia di peste ridusse la popolazione a 40.000 abitanti, o città, come Pistoia e Arezzo che conservarono più o meno la stessa densità demografica.

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da:
- A. Bellettini, Aspetti e problemi della ripresa demografica nell’Italia del Settecento, in “Società e storia”, 6, 1979, pag. 820 e pag. 822.
- D. Carpanetto, G. Ricuperati, L’Italia del Settecento, Laterza, Roma-Bari, 1986.

Jul 212010
 

Galileo Galilei, Dialogo sopra i due massimi sistemi, frontespizio, edizione del 1632

Avrebbero avuto le scoperte scientifiche lo stesso progresso senza i torchi di Gutenberg? E i primi fogli informativi che peso hanno avuto nella realtà locale? Sarà legato alla stampa lo sviluppo delle lingue nazionali? È stato un mezzo, l’oggetto-libro, di comunicazione fra dotti, fra letterati, fra scienziati?

Proprio il 20 gennaio 1612 per i tipi della tipografia Alberti, in quel di Venezia, usciva il primo Vocabolario degli accademici della Crusca, opera che ebbe immediato successo, non senza mancare le polemiche. Seguiva quello francese del 1694, Dictionnaire dell’Académie Française. Negli stessi anni si moltiplicavano tutta una serie di pubblicazioni dedicate alle scoperte scientifiche, ricordiamo solo Dialoghi sopra i due massimi sistemi del mondo, dell’italiano Galileo Galilei, volume rivoluzionario che, pur avendo avuto ben due visti ufficiali, fu causa di problemi per l’autore, chiamato a testimoniare davanti al tribunale dell’Inquisizione.

Anni duri, di lotte, di battaglie, fra cui la violenta Guerra dei Trent’anni (1618-1648) causata ufficialmente da divergenze religiose. Eppure la stampa, fra alti e bassi, seppe andare avanti, seppe dare informazione, seppe continuare il cammino che aveva intrapreso nella metà del ‘400.

I fogli costituiranno la base divulgativa del futuro quotidiano, quei fogli che catturavano l’attenzione del popolo per le notizie spesso curiose, particolari, crude, quei fogli da cui scaturirà il The Spectator, un giornale che uscirà a Londra fra il marzo 1711 e il dicembre 1712, una delle prime forme di giornalismo.

In Italia riscuote un successo strepitoso il romanzo di Gian Francesco Biondi, Eromena, uno dei primi testi eroico galante. In Olanda si stampano atlanti e cartine geografiche. In Francia si fonda l’Académie française, voluta dal cardinale Richelieu nel 1635.

In tutto questo fermento, c’è una famiglia di stampatori che tra seconda metà del ‘500 e il ‘600 salta alla vista, gli olandesi Elzevir. Gente innovativa, laboriosa, che, costretta dalla carestia di carta, inventarono un nuovo formato, un rivoluzionario formato per l’epoca, il dodicesimo. L’uso di caratteri più piccoli, ben chiari e definiti, resero famose le loro pubblicazioni. Fra le tante, due edizioni del Nuovo Testamento, del 1624 e 1633, sono le più ricercate, ancora oggi, da collezionisti e bibliofili. Louis, iniziatore della dinastia, lavorò alle dipendenze di un altro grande stampatore, Plantin; lì, si crede, imparò i primi rudimenti. Lo sviluppo fu tale che dopo la stamperia di Leida ne aprirono una ad Amsterdam, dove, fra le altre cose, si stampavano i lavori dei più rilevanti autori inglesi e francesi, diffondendoli in tutta Europa tramite una eccellente rete commerciale.

In questi anni gli editori, almeno i più grandi, quelli con decine e decine di titoli, presero l’abitudine di stampare un loro catalogo, alcuni di loro addirittura lo inseriranno alla fine del libro. Modo semplice e facile per far conoscere e divulgare la loro attività.

Ancora nel XVII secolo la stampa poteva essere considerata, in alcuni casi, arte, poteva essere paragonata a essa. Gente che per dare alla luce una sola pagina faceva prove e prove, dosando l’inchiostro, la pressione dei torchi, verificando rilegature, tastando la pesantezza della copertina, e via dicendo.

Aug 192009
 

Caratteri mobili

Una delle prime forme di censura del libro stampato si ebbero proprio a Magonza, sede di un arcivescovato, nel 1485, in cui Bertoldo di Magonza, arcivescovo della città, incaricò due prelati e due dottori universitari di esaminare i libri che man mano uscivano dalle tipografie, impedendo quelli che non ottenevano l’autorizzazione.

Agli inizi del ‘500, ancor prima delle 95 tesi di Lutero del 1517, la stessa Chiesa chiedeva all’imperatore e ai principi tedeschi un’attenta sorveglianza sulle pubblicazioni. Nel 1501 il papa Alessandro VI (1431-1503), della famiglia dei Borgia, con la bolla Inter multiplices proibiva certi libri non in linea con la religione cattolica.

E il lavoro non era facile, in quanto alcuni signori erano legati economicamente alle stamperie, altri erano aperti alle novità, altri ancora buoni cattolici che seguivano i consigli del pontefice. Nel 1515, il Concilio Laterano elaborò la famosa bolla Inter sollicitudines per evitare confusioni, affermando che si dovevano far scomparire “… le opere tradotte dal greco, dall’ebraico, dall’arabo e dal caldeo, tanto in latino che nelle lingue profane, libri contenenti errori di fede e dogmi perniciosi […] così come i libelli diffamatori contro persone di alto rango”.

Con l’avvento del luteranesimo e di altre dottrine rivoluzionarie, i libri da disapprovare si moltiplicarono. Lutero ripeteva che “La stampa è l’ultimo dono di Dio, e il più grande, Dio vuol far conoscere la causa della vera religione a tutta la terra, fino ai confini del mondo”.

Il medesimo Lutero era consapevole del ruolo e delle potenzialità dei torchi, specialmente se il testo veniva stampato in volgare, perché era, anche e soprattutto, al popolo che lui si rivolgeva. Tra il 1520 e il 1525 migliaia di pamphlet in volgare divulgarono il suo pensiero in tutta la Germania. Erano piccole pubblicazioni di poche pagine ricche di illustrazioni, illustrazioni che saranno fondamentali nella diffusione del pensiero luterano.

Lutero invitava la gente a leggere, ad avvicinarsi con i propri occhi alle sacre scritture, alla Bibbia.
Ancor di più, la peregrinazione delle idee verso Italia, Francia, Svizzera avvenne proprio grazie alla stampa.

La Chiesa cattolica sembrava, almeno per i primi anni, non rendersi conto di ciò che stesse accadendo, esitava, era incerta, aspettava, fino a quando si decise a controriformare e a propagandare anch’essa tramite il volgare. Leone X (1475-1521) scomunicò Lutero, condannando i suoi scritti al rogo, nel 1520, poi rinforzò la censura, proibì pubblicazioni di qualunque tipo proferissero contro la chiesa. Eppure, malgrado ciò, non si riuscì a controllare del tutto l’arte grafica, giacché si continuava a pubblicare nei paesi protestanti o in quelli cattolici in forma clandestina.

Index Librorum ProhibitorumDal 1559 al 1966 vigerà l’Index librorum prohibitorum istituito da papa Paolo IV (1476-1559) che segnalava le opere non adatte a essere stampate e, nota curiosa, anche certe bibbie impresse in Germania, perché ritenute non correttamente tradotte. Tra i libri figurava il Decameron di Boccaccio, Il novellino di Masuccio Salernitano, le varie opere di Machiavelli, oltre che Rabelais, Erasmo da Rotterdam e tantissimi altri. Nel 1616 si bandirono le pubblicazioni di Copernico. Le bibbie in volgare potevano essere rese pubbliche solo se stampate da autori che conoscessero il latino, non donne, e autorizzate dalla Chiesa. L’Indice era aggiornato con una certa frequenza. Il fedele non poteva detenere, commerciare, leggere, discutere quei testi impediti dalla Chiesa, pena la scomunica.

Nell’immaginario collettivo s’era impresso il ricordo dei roghi del 1500, di quei libri che non bisognava sfogliare, per cui una lettura vietata acquistava simbolo di pena.

In Italia, i diversi stati daranno incarico all’autorità ecclesiastica il potere di controllo, con eccezione di Venezia, dove per imprimere un libro bisognava avere una licenza di stampa, già dal 1527.
Ancora nei paesi tedeschi, durante la fratricida guerra dei contadini, centinaia di biblioteche furono messe al rogo da truppe analfabete che desideravano semplicemente saccheggiare e distruggere quei documenti dove erano registrati i loro debiti. Roccaforti e monasteri furono assaliti, devastati, bruciati e con essi tutto quanto contenevano. Per esempio a Maihingen, tre falò di migliaia di libri fanno l’allegria degli insorti, così come a Bamberg, a Wettenhausen e tante altre cittadine. Contadini illetterati presi dalla rabbia e dalla furia contro i loro padroni feudali, contadini che Lutero appoggerà in un primo momento e se ne distaccherà dopo, inveendo addirittura contro la loro malvagità.

In Spagna, lo stesso Stato controllava effettivamente la pubblicazione di tutti i libri, grazie all’Inquisizione. Ferdinando d’Aragona (1452-1516) e Isabella di Castiglia (1451-1504), nel 1502, istituiscono la censura regia, nessuno poteva pubblicare senza la loro autorizzazione, il controllo sarà severissimo e si potevano divulgare solo opere riportanti l’Imprimatur.

La reazione è immediata, i librari che avevano una buona scorta di libri da vendere si vedono costretti o a darli clandestinamente o venderli nei Paesi in cui l’Indice non viene seguito. Una bizzarra legge, nella seconda metà del 1500, invitava gli studenti e professori che frequentavano all’estero di ritornare in patria e presentarsi davanti al Sant’Ufficio per sostenere un esame. Gli si faceva vieto portare libri, leggere in lingue che non fosse lo spagnolo. Sempre in quegli anni, le navi che attraccavano nei porti del regno spagnolo erano sottoposte a perquisizione prima ancora di essere sdoganate. Si vietava categoricamente la circolazione delle opere di Calvino, Lutero, Zwingli, del Talmud e del Corano, oltre che di libri che analizzavano la magia e materie correlate.

In Francia, Francesco I (1494-1547), nel 1521, tramite il Parlamento di Parigi, proibisce agli stampatori pubblicare testi sulla fede cristiana senza essere prima esaminati dalla Facoltà di teologia della Sorbona. Poi, tra il 1544 e il 1556, la Sorbona compilerà sei cataloghi di libri vietati, includendo perfino Gargantua e Pantagruel di Rabelais, ritenendolo poco morale. Nel 1563 il sovrano Carlo IX (1550-1574) intervenne con una legge con cui si accordava la pubblicazione solo dietro suo consenso. Più grave divenne il caso con Colbert, intorno alla seconda metà del 1600, quando questi limitò finanche il numero dei librai da 72 a 35, creando addirittura una forza pubblica all’uopo. Fatta la legge, trovato l’inganno, si dice usualmente. Ebbene tanti tipografi si rifugiarono nelle città di confine per continuare la loro attività e fra questi gli illuministi che stamperanno i loro pamphlet, i loro fogli, i loro opuscoli.

Non solo la Chiesa cattolica proibiva certi libri, ma anche i Riformatori asserivano che non tutto il popolo era preparato a leggere qualunque cosa, per cui bisognava verificare la produzione e la diffusione delle opere.

A Ginevra, dove operava Calvino, la censura arriverà nel 1539 e da questi sostenuta. In fin dei conti, sia dall’una che dall’altra parte bisognava influenzare la massa, in quanto una massa intelligente, colta, critica è un focolaio di ribellione, ribellione contro un dato status quo. In Germania, a Ulm, nel 1523-’24, così come a Ratisbona nel 1535, le autorità proibirono discutere in pubblico le idee luterane, pensando che le interpretazioni andassero oltre ciò che queste desideravano dire.

Nel 1559, dunque, papa Paolo IV dava l’avvio al primo Index librorum prohibitorum, ovvero il primo Indice con il quale si elencavano ben 3.000 testi ritenuti non idonei al buon cattolico. Sarà ripubblicato per ben 32 volte, aggiornandolo sino al 1948, poi nel 1966 la Chiesa lo soppresse. L’Indice fu riconosciuto in Italia, in Portogallo, nei Paesi Bassi spagnoli, ma non in Francia, mentre la Spagna, come abbiamo detto, seguiva un Indice proprio, autonomo da quello romano e subordinato alla corona.

Fra la fine del ‘500 e per quasi tutto il ‘600, i controlli ecclesiastici furono più o meno risoluti, riuscendo, in un certo qual modo, a influire sull’editoria, in particolar forma in Italia e in Spagna, paesi tradizionalmente cattolici e legati alla Chiesa. E proprio nel 1570 a Venezia, per esempio, la Repubblica diede autorizzazione all’Inquisizione di compiere visite a sorpresa per scovare libri proibiti presso i depositi dove si tenevano i libri pronti alla vendita. Cosa interessante è notare come alcuni di questi magazzini siano stati dati in cessione da alcuni ordini religiosi, ordini che spesso partecipavano commercialmente alla diffusione dei volumi.

Qualche anno prima, 1565, l’arcivescovo Leonardo Marini da Roma scriveva al popolo di Lanciano, città dove si svolgeva una ben nota fiera libraria: “[…] Darò ancora ordine all’istesso Vicario che riveda i libri che si portano alle fiere, e che si pigli tutti i proibiti, acciò non si vendano, né spargano per il Regno”.

Gli stampatori reagirono male, i libri non si vendevano, l’Indice cambiava spesso, nessuno voleva rischiare, per cui l’unica scelta da fare era quella di dare alla luce opere che la Chiesa accordava, libri religiosi che avevano un ampio mercato ed evitava loro mal di testa. L’editore veneziano Gabriele Giolito (1508-1578) capì che codesta era la strada da intraprendere, e ben presto lo seguiranno vari suoi colleghi, si era già nella seconda metà del ‘500.

La Chiesa farà di certi libri una sorta di demone, demone da evitare, condannare, demone che bisognava mettere al rogo. E fu tanta la paura inferita nel cattolico che costui doveva fare attenzione a ciò che leggeva e se avesse posseduto libri, era un possibile sospettoso da parte degli inquisitori.

Ma l’avversione ai libri non era solo in Europa occidentale. Solimano il Magnifico (1494-1566), nella sua avanzata verso Vienna, conquistata Buda e Pest nel 1526, ordina l’incendio della città, che con essa vanno al rogo migliaia di testi di una delle prime grandi biblioteche umanistiche d’Europa, quella del re di Ungheria Mattia Corvino, amante delle lettere e delle arti. La sua biblioteca, la più dotata dopo quella Vaticana, era stata rifornita da agenti che operavano un po’ ovunque in Europa, raccogliendo circa tremila volumi, tutti impreziositi da famosi amanuensi e riprodotti in modo magistrale, alcuni addirittura datavano prima del 1470. Si crede che solo un decimo dei 2-2500 libri si salvò.

L’anno dopo, quel fatidico maggio del 1527, quando le truppe lanzichenecche di Carlo V (1500-1558) entrarono a Roma, libri, manoscritti, documenti, ricoprivano le strade della città pontificia: la cultura buttata a terra! Si narra che tante pallottole furono fatte fondendo i sigilli di piombo delle bolle papali.

Se da una parte le censure e i roghi frenarono in un certo qual modo la produzione di libri, dall’altra parte scatenarono la corsa al libro vietato, al libro illegale. Le tipografie si adeguarono ai tempi, alcune di loro emigrando verso territori in cui i controlli erano minori, altre si dedicarono a editare testi religiosi o consentiti dalla legge. Altre ancora si diedero alla clandestinità, clandestinità che vedrà fiorire a partire dal 1500 un economicamente ricco mercato.

Cosicché, i librai che desideravano dare alla luce opere censurate adottarono la stampa alla macchia, appunto per evitare di essere perseguiti. Falsi luoghi di pubblicazione, false date, frontespizi semplici ed essenziali, niente marca, niente nome dello stampatore: elementi caratteristici di un libro nascosto. Si sviluppavano oltre che in luoghi remoti, anche in cittadine lontane dai centri di potere, in Olanda, a Ginevra, nel principato di Neuchâtel, ma anche a Napoli, a Venezia, dove la stampa alla macchia, col passare degli anni, costituirà addirittura il 40% del mercato librario, per esempio a Roma. In Inghilterra, a fine XVI secolo, lo stampatore John Charlewood ricavò ampi profitti in una attività clandestina che stampava libri in lingue straniere che poi spediva in Europa.

Dicevamo di Napoli, dove le opere illegali erano stampate in una quantità enorme. Ciò era dovuto all’incertezza riguardo chi doveva controllare. Epica è la storia di Lorenzo Ciccarelli, nel XVIII sec., che avrebbe arredato la sua casa per dare vita a una tipografia degna di nota. Da là usciranno i libri inquisiti di Boccaccio, Galileo Galilei, e perfino del cappellano maggiore Celestino Galliani, nome legato alla censura. Napoli sarà città florida in tal senso, sarà punto di riferimento anche per la Rivoluzione francese, sarà porto d’esportazione per opere censurate. Si giunse al punto che l’affare economico era così grande che gli stessi censori chiuderanno un occhio per consentire la pubblicazione di certi libri molto richiesti.

Secondo il de Santillana, “preti, monaci, persino prelati, fanno a gara tra loro per accaparrarsi copie del Dialogo al mercato nero […] il prezzo del libro al mercato nero sale dall’originale mezzo scudo a quattro e sei scudi in tutt’Italia”.

Libri proibiti erano anche quelli erotici, che avevano un commercio illegale davvero unico e sviluppato. Robert Darnton in una sua investigazione presso la Société Typographique di Neuchâtel in Svizzera ha calcolato che su 457 titoli ordinati dai librai il 21 per cento erano proprio pornografici.

Aug 042009
 

Oggigiorno si parla di malattie rare e curiose, incurabili, malattie che potrebbero decimare la popolazione mondiale. Se il presente ci appare inquieto, il futuro ci viene disegnato con colori davvero neri e bui, ma la capacità di sopravvivenza dell’essere umano è ben forte, la medicina oggi ha fatto passi da gigante, abbiamo più possibilità di curarci di una volta.
Se curiosiamo nella Storia, troviamo che la nostra umanità è stata, quasi periodicamente, colpita da tali eventi, come quello del ‘300.
La “morte nera” che martellò Europa nel XIV secolo fu davvero impressionante, alcuni calcoli dicono che la popolazione si ridusse di circa 50 milioni, mentre altri parlano di 25-30 milioni; la gente emigrò dalle città alle campagne; i prezzi dei prodotti agricoli aumentarono a dismisura; la manodopera scarseggiò.
Ma andiamo con ordine e diamo un quadro generale.

Dipinto gotico della pesta nera

Dipinto gotico della pesta nera

Nell’estate del 1347, una nave proveniente dalla colonia genovese di Caffa (l’odierna Teodosia in Ucraina) seminò l’infermità dapprima a Costantinopoli e poi a Messina, porti dove era approdata. Da qui si diffuse in Siria, Egitto, Italia, Francia mietendo vittime in tutta Europa. L’epidemia sembra essere stata portata dai topi e trasmessa alle pulci e di conseguenza agli uomini. La vera origine era stata l’Asia centrale, le steppe.
La pandemia si ripeté varie volte: una prima negli anni 1347-1350, poi seguì un ciclo che colpì dal 1360 al 1390, e per finire un terzo dal 1397 al 1402, insomma, tutta la seconda metà del XIV sec. fu una triste epoca.
I medici del tempo, trovandosi di fronte un qualcosa di nuovo e non sapendo come agire, consigliavano stare in campagna, all’aria aperta, in luoghi non colpiti dall’infermità, stare lontano dai malati. Raccomandavano lavarsi le mani, il naso, il collo, la bocca con aceto e acqua rosata, tenere in bocca due chiodi di garofano. Non bisognava avvicinarsi all’ammalato, in quanto il semplice contatto era mortale. Coloro i quali restavano in città dovevano aprire le finestre per cambiare l’aria, lavare spesso i vestiti, utilizzare la massima igiene.

Bisogna pur ricordare che nelle città europee del ‘300 la presenza di fogne e di immondezzai a cielo aperto era consuetudine, e ciò favoriva la diffusione del contagio.
Si moriva quasi subito. Al malato si gonfiavano le ascelle, l’inguine, macchie nere si sviluppavano nel corpo, se si superava il decimo giorno si poteva avere la fortuna di sopravvivere. Accadeva che il padre lasciasse i figli, il marito la moglie, il fratello la sorella, ognuno scappava, si rifugiava lontano dai luoghi colpiti dal morbo. Lo stesso Petrarca, per esempio, si ritirò in un luogo isolato. I ricchi erano seppelliti con cerimonie religiose, mentre i poveri spesso in buche comuni, senza l’estrema unzione, riservata solo ai nobili e ai potenti.

Boccaccio scrisse nel suo famoso Decameron:

Crollo demografico del '300

Crollo demografico del ‘300

“E lasciamo stare che l’uno cittadino l’altro schifasse e quasi niuno vicino avesse dell’altro cura e i parenti insieme rade volte o non mai si visitassero e di lontano: era con sì fatto spavento questa tribulazione entrata né petti degli uomini e delle donne, che l’un fratello l’altro abbandonava e il zio il nipote e la sorella il fratello e spesse volte la donna il suo marito; e (che maggior cosa è e quasi non credibile), li padri e le madri i figliuoli, quasi loro non fossero, di visitare e di servire schifavano.”

I governanti presero, o cercarono di prendere, provvedimenti per arginare la “morte nera”. Pistoia vietò agli abitanti di uscire dal paese per recarsi a Lucca o a Pisa, e per chi infrangeva la legge c’era una pena pecuniaria di cinquecento lire. Si stabilì inoltre che i morti dovevano essere portati fuori le mura in casse inchiodate. Nel marzo 1348 a Venezia si nominarono tre funzionari delegati di controllare la sanità. A Firenze, nell’aprile dello stesso anno, alcuni ufficiali furono incaricati di sorvegliare i mercanti e i mercati, nonché la rivendita d’indumenti appartenenti ai morti di peste. A Ragusa si decretò che le navi provenienti da Genova e Venezia stessero in quarantena. Medesima cosa a Venezia, dove fra l’altro si crearono “lazzaretti” in zone isolate.
Eppure malgrado queste precauzioni, Firenze ebbe oltre 45.000 morti, Siena circa 37.000: la violenza dell’epidemia lasciò sgomenti i testimoni dell’epoca.
Il mercante e scrittore Giovanni Morelli così la descriveva:

“Negli anni di Cristo 1348 fu nella città di Firenze una grande mortalità di persone umane le quali morivano di male pestilenziale (…) E venne la cosa a tanto, che molti ne morivano pella via e su pelle panche, come abbandonati, senza aiuto o conforto di persona (…). Ora, come voi avete in parte veduto e potuto comprendere, la moria fu inistimabile, e dicesi, e così fu di certo, che nella nostra città morirono i due terzi delle persone; ché era istimato che in Firenze avesse in quel tempo 120 mila anime, che ne morirono, cioè de’ corpi, ottantamila. Pensate se fu fracasso!”.

Diffusione della peste nera dal 1347 (marroncino) al 1351 (giallo)

Diffusione della peste nera dal 1347 (marroncino) al 1351 (giallo)

Un fatto curioso avvenne in Germania – ma non solo lì – : gruppi di penitenti, giacché la peste fu vista come flagello divino, come espiazione di colpe, vagarono fra il 1348 e il 1349 da una città all’altra e una volta raggiunta la loro meta si autoflagellavano con fruste aventi punte metalliche. Dicevano che per trentatré giorni e mezzo dovevano eseguire questa pratica, giorni che corrispondevano agli anni vissuti da Cristo. Il movimento dei “flagellanti” ebbe un grande consenso popolare; i partecipanti erano uomini, essendo le donne severamente escluse. La Chiesa cattolica autorizzò disperdere queste manifestazioni con la forza, accusandoli di eresia, convinta anche dal fatto che la “peste nera” fosse una punizione divina, punizione che colpiva coloro i quali si concedevano alla lussuria, al peccato, all’immoralità. Nello stesso tempo si diffuse una corrente contraria che riteneva che, considerato la malattia colpiva indiscriminatamente, era meglio vivere sfrenatamente.

Flagellanti in processione a Doornik (Tournai), 1349

Flagellanti in processione a Doornik (Tournai), 1349

L’Europa, dunque, percossa e fustigata fu messa in ginocchio, solo nel XV sec. cominciò a riprendersi.

Monaci sfigurati dalla peste benedetti dal vescono, James le Palmer, Omne Bonum, Londra, 1360-1375

Monaci sfigurati dalla peste benedetti dal vescono, James le Palmer, Omne Bonum, Londra, 1360-1375

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