Oct 262010
 

Con l’assedio di Vienna, del 1683, e la successiva battaglia di Kahlemberg del settembre 1683, l’impero ottomano iniziava un lento e irrevocabile declino. Attaccata da tutte le parti, la Porta arretrava le sue frontiere, subendo una serie di sconfitte: in Ungheria dal duca di Lorena (1684-1686), in Albania e in Bosnia dai veneziani (1685), poi decisiva la battaglia condotta dal principe Eugenio di Savoia (1663-1736) al comando delle truppe imperiali in quel di Zenta nel 1697, dove l’esercito turco, al comando di Mustafa II (1664-1703), perdeva circa 30.000 soldati.
Col trattato di Carlowitz del gennaio 1699, la Turchia cedeva definitivamente la Transilvania, l’Ungheria (meno il banato di Temesvar), la Slovenia. Alla Polonia andava Kamenietz, la Podolia, l’Ucraina occidentale; mentre a Venezia una parte della Dalmazia, la Morea, le isole di Egina e Santa Maura; alla Russia Azov.

L’impero turco morì anche, in parte, per il suo mancato adattamento alle nuove tecniche. E infine, per il fatto che contro di esso, nel Sette e Ottocento, si rizzò la massa potente della Russia moderna“. (1)

A una rapida espansione territoriale, non era seguito, da parte dei turchi, un ammodernamento militare, economico e politico. La debolezza interna fu uno dei fattori della sconfitta, una debolezza caratterizzata da un’organizzazione obsoleta che non ebbe la forza di modernizzarsi. Con il passare degli anni i sultani si facevano vedere ben poco fra i sudditi o fra le truppe, accrescendo sempre più il distacco con il popolo. Passavano le giornate nell’harem, rinchiusi nei loro palazzi, lontani dalla vera vita quotidiana, mentre i gran visir si sovrapponevano alle decisioni dei sovrani creando confusione o spesso una stasi delle decisioni, fino al punto, talvolta, di non nominare neppure i funzionari, personaggi importanti nella vita amministrativa dell’impero.
Altro elemento di fragilità era l’importante ruolo esercitato da certi stranieri non convertiti all’islam che con il passare dei decenni entrarono a far parte dell’amministrazione, come Nikusios da Chio che negoziò la capitolazione di Candia, o Nicola Mavrocordato, medico e consigliere di Köprülü III e IV e che firmò la pace di Carlowitz, che, simpatizzanti della Chiesa ortodossa, iniziarono a introdurre caratteri discordanti all’interno dello stato ottomano.
Nello stesso tempo l’agricoltura, che costituiva la base dell’economia, restava legata ai vecchi paradigmi, arretrata e priva di spunti per andare al passo con i tempi: allevamento allo stato brado di capre e di ovini associato alle colture alimentari, estrema povertà delle campagne, brigantaggio, fuga di contadini verso le grandi e medie città.
Istanbul contava, all’inizio del XVIII secolo, circa 800.000 abitanti, Aleppo più di 100.000, il Cairo 200.000, centri urbani in cui le attività commerciali erano articolate in organizzazioni politiche, religiose, in corporazioni chiuse.
Il commercio internazionale con l’Occidente era variopinto, si esportava tabacco, lana, cuoio, cotone, pepe, caffè, la bilancia sembrava indicare l’impero ottomano come “una colonia mercantile dell’Occidente”.
Le forze spese dal gran visir Damad Ibrahim (1666-1730), durante il sultanato di Ahmed III (1673-1736), non riuscirono nell’intento di fare uscire dal letargo i turchi, cercando di occidentalizzarli. Religiosi e politici desideravano ben poco progredire e rompere uno status quo cui si erano abituati e grazie al quale sopravvivevano, oltre al fatto che iniziavano a nascere focolai d’indipendenza in Iraq, Libano, Egitto, per non dimenticare l’animo conservatore dei giannizzeri.
L’impero ottomano sembrava un gigante dai piedi di argilla.

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1. Fernand Braudel, Il mondo attuale, Einaudi, 1966, vol. 1, pag. 117.

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(Articolo rivisto e aggiornato il 03 Febbario 2012)

Jun 052010
 

7 ottobre 1571:

l’Impero Ottomano, guidato da Mehmet Alì Pascià (?-1571), si scontra sul mare con la Lega Santa formata dallo Stato Pontificio, l’Impero spagnolo, la Repubblica di Venezia, quella di Genova, il Granducato di Toscana, i Cavalieri di Malta e il ducato di Savoia, al comando di Don Giovanni d’Austria (1547-1578). Sul mare veleggiano più di 210 galee per la Lega, mentre i turchi ne schierano qualcuna in più. Lo scontro è feroce, all’ultimo sangue, dura più di quattro ore, i morti sono decina di mila. Alla fine la flotta cristiana vince, ma i turchi ben presto riprenderanno il cammino sul continente europeo e ricostruiranno una nuova forte marina militare. Non si seppe sfruttare una vittoria che avrebbe potuto fermare l’avanzata musulmana ed evitare la loro offensiva nel cuore dell’Europa. Vienna sarà assediata ancora una volta nel 1683.

Di seguito un video in lingua spagnola che illustra sommariamente i fatti.

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May 042010
 

Paese geograficamente ben posizionato, l’Italia era per i turchi ambita terra di razzia e di rapidi attacchi, quasi trampolino di lancio per colpire il cuore dell’Europa. Le coste del sud, partendo da quelle siciliane a quelle pugliesi e calabresi e continuando con quelle romane e toscane, erano preda di frequenti assalti. Le città del Salento, fra le altre, ricevettero frequenti visite dalle navi turche, nemico a cui piaceva depredare, terrorizzare e fare schiavi. Otranto, Gallipoli, Brindisi, Lecce e via dicendo furono città bombardate e prese d’assalto, causa anche della vicinanza con la Balcania ottomana, città talvolta tenute per qualche mese o addirittura per qualche anno, come Otranto.
Ma l’interesse del turco era rivolto anche ai presidi di confine del Friuli, quei presidi che subirono negli anni finali del Quattrocento le loro incursioni per ben cinque volte: negli anni 1472, 1477, 1478, 1479 e infine nel 1499. Distruzione dei raccolti, boschi bruciati, sterminio del bestiame, peso fiscale, furono conseguenze dirette e indirette di una guerra che durava e sarebbe durata sino al XVII secolo, sino a quando con la battaglia di Vienna del 1683, i turchi cominciarono a indietreggiare poco a poco.
E la guerra era anche una guerra di comunicazione, una guerra che desiderava infondere paura al nemico e intimidirlo. Proprio nel 1683, alla vigilia della battaglia di Vienna, Leopoldo I d’Asburgo si vide recapitare una lettera che recitava:

“Stiamo per colpire con la guerra il tuo paesello e lo calpesteremo […] Ti ordiniamo di aspettarci a Vienna affinché possiamo decapitarti, tu infima fra le creature di Dio, come è solamente un giaurro [infedele].” (1)

Per non dimenticare inoltre il massacro culturale, chiese, monasteri, luoghi di culto e preghiera convertiti in moschee o distrutte, come distrutte le immagini sacre al cristianesimo.
Tanto era tragica la situazione che Enea Silvio Piccolomini, papa Pio II, scrisse una lettera, mai inviata, a Maometto II, invitandolo alla conversione religiosa e offrendogli in cambio il titolo di imperatore dei cristiani. Poi cambiò idea e convocò una crociata, nel 1459. Famoso un dipinto del Pinturicchio, nel Duomo di Siena, in cui Pio II benedice la flotta cristiana nel porto di Ancona (1502-1508).
Venezia, commercialmente legata all’ottomano, non si mostrò mai decisamente né da una parte né dall’altra, non appoggiando apertamente nessuno, ma giocando sull’ambiguità.
Lepanto diede un po’ di respiro in quegli anni del 1571, dimostrando, fra le altre cose, che i turchi non erano invincibili e che l’unione di tutti può far battere in ritirata un nemico feroce e combattivo. Ma la cosa restò nell’aria, i turchi ripresero la loro offensiva e gli europei ruppero le loro alleanze.
Sarebbero dovuti passare molti anni prima che Carlo di Lorena al comando di settantamila uomini sconfiggesse l’esercito turco.

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1. In W. Sturminger (a cura di), Die Türken vor Wien in Augenzeugenberichten, München, 1983, pag.27.

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Apr 032009
 

Omnia cum pretio

(Ogni cosa si compra a prezzo)

Giovenale                                                                                                                                                     

Mehmed II, 1480 c.aSi sa, la storia è fatta anche di guerre, di battaglie, quindi di pistole, fucili, cannoni, armi letali che hanno contribuito a cambiare gli eventi, mutare il destino degli imperi.

Sembra che i primi a usare il cannone in occidente siano stati gli inglesi a Calais, ma con scarsi risultati. Poi, un certo  Urban, un cristiano ungherese, lo offrì all’imperatore di Bisanzio, Costantino XI, concedendo le sue prestazioni e la sua esperienza come fonditore di cannoni. L’imperatore rifiutò, anche perché le casse dello Stato erano vuote. Urban, abile commerciante, si rivolse allora al sultano turco Mehmet II (1432-1481), il quale accettò senza indugio, offrendogli addirittura un compenso quattro volte superiore a quello richiesto e incaricandogli di costruirne uno gigante.

L’armaiolo si mise all’opera approntando uno stampo di argilla che, dopo vari tentativi, alla fine sopportò il peso di un’immensa colata di bronzo fuso. Si costruì un cannone di 48 tonnellate, che sparava 8 palle di granito da 500 chili al giorno.

Raccontano le cronache dell’epoca che occorrevano 50 paia di buoi per trasportare la pesante arma. Annotava il cronista greco Critobulo:                                                                      

“Dapprima veniva udito un suono simile a un sordo muggito, poi la terra tremava, il botto rintronava mentre un lampo solcava l’aria e il proiettile colpiva con violenza terrificante, seminando la morte fra i difensori.”                                                                                                                                             

Eravamo nel 1453, l’anno del feroce e sanguinario attacco dei turchi alla fortezza di Costantinopoli.

Fu, appunto, una delle prime palle sparate da quel cannone a colpire le mura della città nei pressi  della porta di San Romano, porta poi ribattezzata Topkapi, ossia porta del cannone.

La città cadeva nell’assalto finale del 29-30 maggio 1453: l’impero bizantino, nato nel 395 d.C. dalla scissione dell’impero romano, non esisteva più, gli ottomani si apprestavano a marciare verso il cuore dell’Europa.

E proprio in quelle fatidiche giornate di inaudita violenza, Nicolò Barbaro (1420-1494), cronista veneziano del XV sec., fu testimone dell’assedio, avvenimenti che descrisse con particolari e dettagli in un giornale che ci dà un resoconto più o meno completo. Riferisce, per esempio, delle parole che avrebbe detto il sultano Mehmet II a un suo soldato che si accingeva a distruggere l’antico pavimento di marmo della cattedrale della Divina Sapienza, Santa Sofia:                                                                                                                                                                                                                                                      

Accontentati del denaro e dei prigionieri, gli edifici della città lasciali a me.” (1)                                                                                                                                              

Cannone turco usato a Costantinopoli nel 1453

                                                                                                                                                           

*****                                                                                                                                                          

 1. Nicolò Barbaro, Giornale dell’assedio di Costantinopoli, 1453 (»»»qua). 

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(Rivisto e aggiornato 13 Ottobre 2011)

Mar 202009
 

La storia non è solo il ricordo di una battaglia, il racconto di una pace, la cronaca di un viaggio, non è solo analizzare questo o quel personaggio, la storia è anche fatta di piccole preziosità che abbelliscono il suo percorso. Così come la diffusione in Europa del caffè e del cappuccino, leggenda legata al frate Marco d’Aviano (1631-1699).                

           

Ma andiamo con ordine e identifichiamo i fatti.

– Luogo: Austria, Vienna, capitale degli Asburgo.

– Periodo: seconda metà del XVII secolo, per l’esattezza 1683.

- Personaggi: Georg Michaelowitz, padre Marco d’Aviano, generale Starhemberg, Carlo di Lorena.                                        

     

Carlo V di LorenaSiamo nella Vienna assediata dai turchi, settembre 1683. Poche le speranze di vittoria se non si esorta Carlo di Lorena e le sue truppe a intervenire quanto prima. Cosicché il generale Starhemberg, comandante della piazzaforte austriaca, invia un giovanotto di origine polacca, un tale Georg Michaelowitz, per sollecitare Carlo ad attaccare i turchi immediatamente. Diceva il messaggio: “Non perdete tempo, clementissimo Signore, non perdete tempo! Vienna laborat in extremis.”

Cosicché Carlo di Lorena, il 12 settembre 1683, alla testa di circa settantamila uomini, si abbatte sullo schieramento nemico, che, dopo alterne vicende, cede e si ritira disordinatamente. Vienna é salva!

Fino a questo punto la storia ci racconta i soliti fatti e misfatti, ma il dato curioso – forse leggenda – è quello che segue e che ci viene raccontato da Vittorio Messori, noto scrittore.

Per ricompensare il giovane del suo buon lavoro, gli si dà in premio dei sacchi contenenti strani chicchi abbrustoliti, che si pensava fossero cibo per animali. Ma il nostro amico sa bene che questi semi sono caffè e che i turchi li adoperavano per preparare una ricca bevanda. Georg, forte di questo sapere, apre la prima bottega che vende caffè. Padre Marco d'Aviano

Continua a dirci Messori che un giorno entra in quella bottega padre Marco d’Aviano, famoso per aver convinto gli stati europei ad allearsi e a soccorrere l’Austria. Questi assaggia la nuova e curiosa bevanda e trovandola di forte e aspro sapore dice a Georg di aggiungere del latte. Il gusto ora gli è gradevole! Notando che il colore era quello del saio del cappuccino Marco, il giovanotto chiama questo nuovo intruglio cappuccino.

Beh, direte voi, bella storia!

Ma non finisce qua!

Un pasticciere di Vienna, per festeggiare la vittoria sui turchi, aveva inventato un dolce a forma di mezzaluna, che chiamò croissant ovvero luna crescente o mezza luna.

Buona colazione!


Feb 042009
 

Europa del 1690, Vincenzo Maria CoronelliPrendo spunto da uno scambio epistolare di qualche giorno fa con una giovane studentessa campana, Mirella, riguardante le frontiere dell’Europa nella storia moderna per accennare un tema che mi sembra interessante.

Parlare di confini terrestri e marittimi nella storia non è certamente facile, per il fatto che questi non erano ben definiti, in quanto le ripetute guerre cambiavano sovente gli assetti territoriali delle varie nazioni, e non solo europee. Per esempio, la guerra dei Cent’anni, quella dei Trent’anni, poi ancora quella dei Sette anni, dove le frontiere erano le prime file degli eserciti e dove la conformazione di un paese mutava dall’oggi al domani. Insomma, non poteva considerarsi stabile frontiera una semplice linea tracciata su una mappa, anche perché spesso fortificazioni, castelli, fortezze potevano incunearsi, isolandosi, in una determinata regione fuori del proprio stato di appartenenza. Melilla, in terre africane, era spagnola già nel 1497, così come il Peñon di Velez occupato nel 1508. La frontiera, dunque, è quasi sempre associata a un’idea di guerra… una frontiera non è mai immobile. 1

E ancor più nel mare dove questa non esisteva e non poteva facilmente essere segnalata, né difesa. Ecco dunque nascere denominazioni come mar di Sardegna, mar Nero, mar di Genova, e così via, solo per indicare una certa appartenenza. Solo col passare dei secoli si stabilì, per gli stati che si affacciavano sul Mediterraneo, essere a tre miglia nautiche, il massimo, di allora, della gittata dei cannoni, oltre tale distanza nessuno aveva potere giurisdizionale. Barbarossa, corsaro

Il Mediterraneo, che giocava un importantissimo ruolo nel commercio fra gli stati, addirittura fra cattolici, protestanti, ebrei, musulmani, non era frontiera. Era luogo di incontri, scontri, era luogo di scambi, il Mediterraneo era denaro, era tratta di schiavi, era sviluppo, era cultura. Ricordiamo i corsari turchi attaccare ripetutamente le coste spagnole o italiane nel XVI secolo, la Calabria, la Sicilia, la Puglia, ma anche Nizza, citiamo Francesco I essere loro alleato contro Carlo V: una frontiera che non esisteva fisicamente, un mare che, generalmente, era di tutti, era del più forte, un mare che, a volte, era necessario solcare per rifornire, appunto, enclavi in terre straniere.

Per fare un esempio: pirati turchi che depredavano le coste calabre portavano le merci sequestrate ad Algeri. In codesta città commercianti genovesi o veneziani compravano e riportavano la merce a Livorno. Se nel tragitto la nave veniva assalita da altri pirati, be’, ritornava in Africa o in altre città europee per essere rivenduta. Per continuare: la caduta di Costantinopoli nel 1453 aiutò il fiorire dell’Umanesimo e successivamente del Rinascimento in Italia e altrove; eccellenti studiosi, Bessarione per ricordarne uno, emigrarono verso terre europee, contribuendo allo sviluppo della cultura classica, delle arti, del greco. Ancora: Michelangelo era stato chiamato dal sultano turco per disegnarli un ponte e cose simili. Il Mediterraneo, pertanto, via di scambio nel senso più ampio della parola.

Il Mare Nostrum non lo si poteva definire frontiera, ma nello stesso tempo delimitava teoricamente l’Europa.

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1. Autori Vari, Le radici storiche dell’Europa, a cura di M. A. Visceglia, Viella, Roma, 2007, pag. 108.

Aug 212008
 

“Mi chiamo Redouane Rais.

Sono diventato corsaro per essere libero di amare.

E per esser ancor più libero mi sono fatto turco.

E turca è la mano che si è presa il mio cuore.

E sempre turca sarà la lama che armerà la mia vendetta.”


Il piacevole libro che ho letto nella primavera di quest’anno porta il titolo di Cristiani di Allah, di Massimo Carlotto, edito da edizioni e/o. Ambientato ad Algeri, nel nord Africa, città cosmopolita, multietnica, commerciale, è un romanzo a sfondo storico, come storico è l’attacco di Carlo V a Tunisi nel 1535 e quello ad Algeri nel 1541, epoca in cui si svolge l’azione. Il protagonista è un cristiano rinnegato, Redouane, che ama un altro uomo, Othmane, uomo che lo tradirà con un giannizzero.

“Tre giorni dopo l’arrivo dell’ultima flotta venne dato l’annuncio dell’apertura del mercato degli schiavi. La piazza di El Djenina era piena all’inverosimile di mercanti, compratori, venditori ambulanti curiosi. […] Gli schiavi erano nudi e ogni compratore aveva il diritto di avvicinarsi e accertarsi dei loro pregi e difetti.”

Queste poche parole del libro ci riportano indietro nei tempi, periodo di schiavitù, di servitù, di prigionia, di quando i corsari barbareschi scorrazzavano per il Mediterraneo, saccheggiando città e prendendo uomini e donne per schiavizzarli. Gli schiavi saranno merce di scambio per molti secoli, simbolo di potere di colui che li possedeva. L’origine di molti pirati e corsari era calabrese, napoletana, sarda, ma anche spagnola, olandese, tedesca, inglese, gente alla ricerca di un bottino, gente che sfuggiva alla giustizia, impostori, debitori, ladri, gente che non aveva di che mangiare, gente a cui piaceva l’avventura. E non importava se andassero a depredare la loro stessa città natale, e non importava se lo schiavo appena catturato fosse calabrese o romano, a loro importava commerciare, e lo schiavo era merce di scambio. E l’impero ottomano li accettò, con poche regole, ma li accettò.

Lampedusa, in quei tempi, era una zona franca, una zona dove si rifugiavano per riposare e per riassettare le navi corsare. Nessuno sapeva come mai l’isola fosse da tutti ritenuta tale, sia dai cristiani sia dai musulmani, ma una volta lì, ognuno poteva rifornire i propri legni o cacciare selvaggina senza venire alle armi se incontrava il nemico. V’era una grotta dedicata dai cattolici alla Madonna, dove si mescolavano oggetti e simboli di culto delle varie religioni. Ancor di più, c’era sepolto un marabutto turco. La tolleranza e l’accettazione era da tutti praticata. A volte.

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- Massimo Carlotto, Cristiani di Allah, E/O, 2007.


Mar 282008
 

Barbarossa, corsaro

Siamo negli anni della pirateria ottomana, nei secoli XV, XVI, anni di scorribanda dei famosi corsari Barbarossa, Occhialì, Dragut e tanti altri. Costoro attaccavano le navi spagnole, francesi, genovesi, dello Stato Pontificio, le depredavano, facevano schiavi i marinai e trasportavano la mercanzia nei porti barbareschi di Algeri e Tunisi.

Scriveva in quel tempo un ambasciatore veneziano al suo governo:

” (…) In Algeri e in Tunisi risiedono mercanti livornesi, corsi, genovesi, fiamminghi, francesi, inglesi, giudei, veneziani e di altri Stati. Costoro comperano tutte le robe predate e le mandano allo scalo franchissimo di Livorno e di là si diffondono per tutta Italia. Se ne fa parimenti qualche spedizione per Genova, Villafranca, Nizza sotto Savoia e da Nizza per Marsiglia. Ma il principale inviamento è per Livorno dove all’entrata non si esige il dazio e per un anno il mercante può tenere in quella piazza tutta la mercanzia senza essere sottoposto a gravezza alcuna.” [1]

Interessante è notare il percorso di un determinato prodotto che, per esempio, partito da Napoli per la Spagna, veniva rubato dai corsari, scaricato ad Algeri e da qui, tramite i mercanti italiani, ritonava in Italia, a Livorno. Livorno, pertanto, era in quegli anni, grazie al porto franco, città di una fiorente economia, piena di attività secondarie legate spesso al commerci portuali.

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[1] A. Petacco, L’ultima crociata, ed. Mondadori, 2007, pg. 47.

Mar 272008
 

Avviso per un’asta di schiavi in America, 1829La storia è fatta anche di cifre che parlano, che hanno un loro linguaggio, una loro concretezza, a volte triste.
Agli inizi dell’Ottocento, dopo tre secoli di commercio di schiavi, alcuni stati coloniali ne dichiararono, finalmente, l’illegalità: la Gran Bretagna nel 1807, gli Stati Uniti d’America nel 1808, la Danimarca nel 1792. Almeno formalmente, giacché sino al gennaio 1870 continuavano a sbarcare a Cuba schiavi provenienti dall’Africa. La loro compravendita aveva arricchito nobili, principi, re, aveva sostenuto diverse economie statali, aveva prodotto innocenti vittime.
Desidero postare solo dei numeri, dei numeri che identificano una realtà passata.
Di seguito, la quantità di schiavi che arrivarono nel Nuovo Mondo fra il 1492 e il 1870 [1].

Sbarcati in: Messico 200.000, Cuba 702.000, Porto Rico 77.000, Santo Domingo 30.000, Centro America 21.000, Ecuador e Panamá e Colombia 200.000, Venezuela 121.000, Perù 95.000, Bolivia e Rio della Plata 100.000, Cile 6.000:
Totale 1.552.000

Scriveva Bartolomé de Las Casas nel 1542:

“Per terminare con questa vicenda di infamie e di ferocie voglio soltanto aggiungere che, da quando han posto piede nel paese [si riferisce agli spagnoli] fino a oggi, nel corso cioè dei suddetti 16 anni, quegli aguzzini non han cessato di mettere in mare navi piene zeppe di indiani che hanno mandato a vendere a Santa Marta [N.d.R. Colombia], all’isola Spagnola, alla Giamaica e a San Juan: in tutto più di un milione di schiavi.” [2]

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[1] da: The Atlantic Slave Trade: a census, di P.D. Curtin.
[2] da: Brevisima relación de la Destrución de las Indias,  Bartolomé de Las Casas.