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Con l’assedio di Vienna, del 1683, e la successiva battaglia di Kahlemberg del settembre 1683, l’impero ottomano iniziava un lento e irrevocabile declino. Attaccata da tutte le parti, la Porta arretrava le sue frontiere, subendo una serie di sconfitte: in Ungheria dal duca di Lorena (1684-1686), in Albania e in Bosnia dai veneziani (1685), poi decisiva la battaglia condotta dal principe Eugenio di Savoia (1663-1736) al comando delle truppe imperiali in quel di Zenta nel 1697, dove l’esercito turco, al comando di Mustafa II (1664-1703), perdeva circa 30.000 soldati.
Col trattato di Carlowitz del gennaio 1699, la Turchia cedeva definitivamente la Transilvania, l’Ungheria (meno il banato di Temesvar), la Slovenia. Alla Polonia andava Kamenietz, la Podolia, l’Ucraina occidentale; mentre a Venezia una parte della Dalmazia, la Morea, le isole di Egina e Santa Maura; alla Russia Azov.
“L’impero turco morì anche, in parte, per il suo mancato adattamento alle nuove tecniche. E infine, per il fatto che contro di esso, nel Sette e Ottocento, si rizzò la massa potente della Russia moderna“. (1)
A una rapida espansione territoriale, non era seguito, da parte dei turchi, un ammodernamento militare, economico e politico. La debolezza interna fu uno dei fattori della sconfitta, una debolezza caratterizzata da un’organizzazione obsoleta che non ebbe la forza di modernizzarsi. Con il passare degli anni i sultani si facevano vedere ben poco fra i sudditi o fra le truppe, accrescendo sempre più il distacco con il popolo. Passavano le giornate nell’harem, rinchiusi nei loro palazzi, lontani dalla vera vita quotidiana, mentre i gran visir si sovrapponevano alle decisioni dei sovrani creando confusione o spesso una stasi delle decisioni, fino al punto, talvolta, di non nominare neppure i funzionari, personaggi importanti nella vita amministrativa dell’impero.
Altro elemento di fragilità era l’importante ruolo esercitato da certi stranieri non convertiti all’islam che con il passare dei decenni entrarono a far parte dell’amministrazione, come Nikusios da Chio che negoziò la capitolazione di Candia, o Nicola Mavrocordato, medico e consigliere di Köprülü III e IV e che firmò la pace di Carlowitz, che, simpatizzanti della Chiesa ortodossa, iniziarono a introdurre caratteri discordanti all’interno dello stato ottomano.
Nello stesso tempo l’agricoltura, che costituiva la base dell’economia, restava legata ai vecchi paradigmi, arretrata e priva di spunti per andare al passo con i tempi: allevamento allo stato brado di capre e di ovini associato alle colture alimentari, estrema povertà delle campagne, brigantaggio, fuga di contadini verso le grandi e medie città.
Istanbul contava, all’inizio del XVIII secolo, circa 800.000 abitanti, Aleppo più di 100.000, il Cairo 200.000, centri urbani in cui le attività commerciali erano articolate in organizzazioni politiche, religiose, in corporazioni chiuse.
Il commercio internazionale con l’Occidente era variopinto, si esportava tabacco, lana, cuoio, cotone, pepe, caffè, la bilancia sembrava indicare l’impero ottomano come “una colonia mercantile dell’Occidente”.
Le forze spese dal gran visir Damad Ibrahim (1666-1730), durante il sultanato di Ahmed III (1673-1736), non riuscirono nell’intento di fare uscire dal letargo i turchi, cercando di occidentalizzarli. Religiosi e politici desideravano ben poco progredire e rompere uno status quo cui si erano abituati e grazie al quale sopravvivevano, oltre al fatto che iniziavano a nascere focolai d’indipendenza in Iraq, Libano, Egitto, per non dimenticare l’animo conservatore dei giannizzeri.
L’impero ottomano sembrava un gigante dai piedi di argilla.
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1. Fernand Braudel, Il mondo attuale, Einaudi, 1966, vol. 1, pag. 117.
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(Articolo rivisto e aggiornato il 03 Febbario 2012)
7 ottobre 1571:
l’Impero Ottomano, guidato da Mehmet Alì Pascià (?-1571), si scontra sul mare con la Lega Santa formata dallo Stato Pontificio, l’Impero spagnolo, la Repubblica di Venezia, quella di Genova, il Granducato di Toscana, i Cavalieri di Malta e il ducato di Savoia, al comando di Don Giovanni d’Austria (1547-1578). Sul mare veleggiano più di 210 galee per la Lega, mentre i turchi ne schierano qualcuna in più. Lo scontro è feroce, all’ultimo sangue, dura più di quattro ore, i morti sono decina di mila. Alla fine la flotta cristiana vince, ma i turchi ben presto riprenderanno il cammino sul continente europeo e ricostruiranno una nuova forte marina militare. Non si seppe sfruttare una vittoria che avrebbe potuto fermare l’avanzata musulmana ed evitare la loro offensiva nel cuore dell’Europa. Vienna sarà assediata ancora una volta nel 1683.
Di seguito un video in lingua spagnola che illustra sommariamente i fatti.
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Paese geograficamente ben posizionato, l’Italia era per i turchi ambita terra di razzia e di rapidi attacchi, quasi trampolino di lancio per colpire il cuore dell’Europa. Le coste del sud, partendo da quelle siciliane a quelle pugliesi e calabresi e continuando con quelle romane e toscane, erano preda di frequenti assalti. Le città del Salento, fra le altre, ricevettero frequenti visite dalle navi turche, nemico a cui piaceva depredare, terrorizzare e fare schiavi. Otranto, Gallipoli, Brindisi, Lecce e via dicendo furono città bombardate e prese d’assalto, causa anche della vicinanza con la Balcania ottomana, città talvolta tenute per qualche mese o addirittura per qualche anno, come Otranto.
Ma l’interesse del turco era rivolto anche ai presidi di confine del Friuli, quei presidi che subirono negli anni finali del Quattrocento le loro incursioni per ben cinque volte: negli anni 1472, 1477, 1478, 1479 e infine nel 1499. Distruzione dei raccolti, boschi bruciati, sterminio del bestiame, peso fiscale, furono conseguenze dirette e indirette di una guerra che durava e sarebbe durata sino al XVII secolo, sino a quando con la battaglia di Vienna del 1683, i turchi cominciarono a indietreggiare poco a poco.
E la guerra era anche una guerra di comunicazione, una guerra che desiderava infondere paura al nemico e intimidirlo. Proprio nel 1683, alla vigilia della battaglia di Vienna, Leopoldo I d’Asburgo si vide recapitare una lettera che recitava:
“Stiamo per colpire con la guerra il tuo paesello e lo calpesteremo […] Ti ordiniamo di aspettarci a Vienna affinché possiamo decapitarti, tu infima fra le creature di Dio, come è solamente un giaurro [infedele].” (1)
Per non dimenticare inoltre il massacro culturale, chiese, monasteri, luoghi di culto e preghiera convertiti in moschee o distrutte, come distrutte le immagini sacre al cristianesimo.
Tanto era tragica la situazione che Enea Silvio Piccolomini, papa Pio II, scrisse una lettera, mai inviata, a Maometto II, invitandolo alla conversione religiosa e offrendogli in cambio il titolo di imperatore dei cristiani. Poi cambiò idea e convocò una crociata, nel 1459. Famoso un dipinto del Pinturicchio, nel Duomo di Siena, in cui Pio II benedice la flotta cristiana nel porto di Ancona (1502-1508).
Venezia, commercialmente legata all’ottomano, non si mostrò mai decisamente né da una parte né dall’altra, non appoggiando apertamente nessuno, ma giocando sull’ambiguità.
Lepanto diede un po’ di respiro in quegli anni del 1571, dimostrando, fra le altre cose, che i turchi non erano invincibili e che l’unione di tutti può far battere in ritirata un nemico feroce e combattivo. Ma la cosa restò nell’aria, i turchi ripresero la loro offensiva e gli europei ruppero le loro alleanze.
Sarebbero dovuti passare molti anni prima che Carlo di Lorena al comando di settantamila uomini sconfiggesse l’esercito turco.
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1. In W. Sturminger (a cura di), Die Türken vor Wien in Augenzeugenberichten, München, 1983, pag.27.
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