Oct 112009
 

Il Seicento, lo abbiamo visto, è stato un secolo che alcuni studiosi hanno chiamato di crisi, crisi rispetto – anche, ma non solo – al Rinascimento del Cinquecento, alla sua arte, ai suoi sviluppi politici ed economici.
Jan Steen, Gioiosa compagniaIl Barocco sarà la caratterizzante di quegli anni, così come le monarchie assolutiste, lo sviluppo delle ricerche scientifiche, e via dicendo. Barocco che sarà diffuso in quasi tutta Europa, e diciamo quasi in quanto vi fu uno stato, un piccolo ma importante stato, in cui non prese piede, o quanto meno poco: l’Olanda.
Scrive Johan Huizinga nel suo bellissimo La civiltà olandese del Seicento:

“Uno dei più forti impulsi del Seicento è di conformarsi alle norme stabilite, dottrinarie o politiche, plastiche o prosodiche. Dominano lo splendore e la dignità, la posa teatrale, la regola rigorosa e la dottrina chiusa; l’ideale è il deferente rispetto per la chiesa e per lo stato. La monarchia viene divinizzata come regime politico, mentre i vari paesi adottano come norma fondamentale di condotta uno sfrenato egoismo e arbitrio nazionalistico. Tutta la vita pubblica si svolge entro i canoni di un’ampollosa eloquenza che vuol essere presa per serietà assoluta. Magnificenza e ostentazione, con pomposo formalismo, toccano il culmine: La fede rinnovata si esprime plasticamente in figurazioni altisonanti e trionfali: Rubens, i pittori spagnoli, Bernini.”

Ma tutto ciò toccherà poco o nulla l’Olanda. A parte Joost van den Vondel (1587-1679), poeta e drammaturgo, di tendenze barocche, il resto si dedicherà a realizzare la quotidianità, come i pittori del genere, che rappresenteranno lo sviluppo economico e l’agiatezza della classe borghese dell’epoca. I Paesi Bassi in generale vivranno, durante quasi tutto l’arco del Seicento, un periodo di maturità davvero unica, basta dare un’occhiata alle tele di Jan Steen o di Jan Vermeer.
Grazie al commercio marittimo e alla forza della borghesia, l’Olanda sarà uno dei pochi stati europei a spiccare il volo e a differenziarsi dal resto del mondo. I mercanti saranno la classe più influente, così come i magistrati. Amsterdam, intorno alla fine del 1500, poteva dichiarare ad alta voce di aver superato la Francia e l’Inghilterra per volume di scambi e per numero di navi. L’assolutismo non radicherà in quelle regioni, sia per la debolezza della forza nobiliare, che per quella dell’autorità centrale.
In tutto ciò salta alla vista un particolare, forse determinate, nella storia olandese del Seicento:

“Ciò che permise agli olandesi di dominare nel commercio internazionale non fu dunque un’organizzazione commerciale o una teoria economica progredita. Al contrario, si può dire che essi trassero giovamento proprio dalla mancanza d’ingerenza statale.” (J. Huizinga, La civiltà olandese del Seicento).

Le varie attività, come la produzione di aceto, di sale, di sapone, di zucchero, di tabacco, di lavorazione del ferro, del legno, della pietra, e via dicendo, non dovevano sottostare a restrizioni corporative, avevano dunque un margine di libertà superiore alla media europea. Punto di forza, così, della struttura, se di struttura si possa parlare, dello sviluppo economico di quel paese nordico, modello significativo.
Sarà nel 1700 che l’Olanda attraverserà un periodo poco felice, a causa della guerra di successione spagnola.

Bartholomeus van der Helst, Banchetto della Guardia Civica di Amsterdam in celebrazione della Pace di Münster, 1648

Oct 062009
 

Segue la serie di articoli di Alessio Miglietta sulla vita degli storici, stavolta ci presenta Jules Michelet.

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Jules Michelet, la storia del popolo

Storia della Rivoluzione Francese, 1847-1853


Le dispute socialiste, le idee che oggi sono credute nuove e paradossali, si agitarono nel seno del Cristianesimo e della Rivoluzione.

Jules Michelet[1]

 

La caratteristica principale, più evidente che mi ha colpito nel mio lungo studio sul popolo è che, pur in mezzo ai disordini dell’abbandono, ai vizi della  miseria, vi ho trovato una ricchezza di  sentimenti e una bontà di cuore molto rara nelle classi ricche.

Jules Michelet[2]

Jules MicheletIl 18 novembre 1853, un signore malato, che già da qualche anno aveva superato la cinquantina, passeggiava sulla scogliera di Nervi, vicino Genova. Quel signore, guardato con diffidenza dai pescatori indigeni, era francese; e non era un francese qualunque. Era un esule illustre; non solo: era il più grande storico vivente, l’indefesso difensore del popolo e della Francia. Era Jules Michelet, lo storico della Rivoluzione, l’inventore del Rinascimento[3]. Un esule volontario, d’accordo; ma un professore scacciato dalla sua università, emarginato dal potere, osteggiato e maltrattato per le sue idee, non è forse in esilio? Sì, Jules Michelet lo era, e sperava di trovare nel bel clima ligure, nella sua gente laboriosa, la giusta tranquillità per riprendersi dai dolori fisici e dell’anima. Ma il desiderio di scrivere e, soprattutto, di studiare costumi e radici storiche dei popoli, lo indusse ad interessarsi alla vita e alle condizioni dei Liguri, poveri pescatori e “zappatori di una terra secca e grigia che dà soprattutto sassi[4]”. L’indigenza degli abitanti lo portò a definire Nervi il “paese della fame[5]”, ma dal quel fango, da quella miseria, credette di intravedere l’oro del popolo, l’onestà e la rettitudine di chi è abituato da generazioni a fare i conti con le numerose rinunce. “Stranieri che venite in Italia a cercare le arti, imparate una grande arte, quella di soffrire e di astenersi. Riportatene la pazienza[6]”.

Oltre allo stoico popolo ligure, Michelet pose la sua attenzione sull’altro elemento principe di quella terra: il mare, così importante per il ruolo che rivestiva nella storia, sociale o economica che fosse, e così affascinante agli occhi dell’uomo, per la sua stessa natura e per la sua maestosa bellezza. Assistette, rapito, ad una tempesta: lo storico, attirato dai marosi, scese “tra i vicoli tortuosi, tra gli alti palazzi”, sulla “cornice di nere rocce vulcaniche che delimitavano la riva”, “spesso a strapiombo sul mare[7]”, e raggiunto il punto più vicino possibile alle acque salmastre si assicurò ad un muretto di pietra, appoggiandosi su di esso, per evitare di essere travolto dal vento; e lì, stordito dalle correnti d’aria e dagli schizzi delle onde, rimase incantato ad osservare “il contrasto diabolico tra la neve ribollente del mare in questa lava così nera[8].” E mentre assisteva alla violenza terribile e sublime della natura, riprendeva energie preziose, spese negli ultimi anni a realizzare la più ambiziosa delle sue opere: aveva appena ultimato il sesto e ultimo volume del suo affresco sulla Rivoluzione Francese, frutto di anni di duro lavoro e di totale dedizione. Mentre in tutta Europa soffiava il vento della Rivoluzione, nel pieno dei moti del quarantotto, il non più giovane Michelet partecipava alle generali, giovani, istanze di ribellione contro il potere autocratico e sclerotizzato, nel modo che più gli si confaceva: scrivere di storia, raccontare la prima e più grande sommossa del popolo contro l’ancien régime, tenere lezioni accademiche d’ispirazione riformatrice e illuminista. Già a quell’epoca progettava uno studio sui protagonisti del Quarantotto, che sarà pubblicato postumo col titolo di Les soldats de la Revolution, e su quelli che considerava i nuovi veri rivoluzionari: i patrioti italiani che, ironia della sorte, trovarono in Napoleone III il loro più acerrimo nemico[9].

Il mare non cessava di scaricare sulla costa la sua immane potenza. Ma la vera tempesta era tutta interiore: “contro venti e maree, attraverso ogni sorta di avvenimenti, l’opera mia procedette sino alla fine, sanguinante, tanto più vivente, una di anima e di spirito, senza che le dure traversie della sorte l’abbiano fatta deviare dalla sua linea prima. Gli ostacoli, lungi dall’arrestare, concorsero[10]”. Ma ormai l’opera era compiuta, lo sforzo aveva dato i suoi frutti: era tempo per un consuntivo della sua vita e della sua carriera, per un nuovo inizio, per una Rinascita.

Jules Michelet nacque a Parigi, il 21 agosto 1798, da una famiglia di tipografi emigrati nella capitale francese durante gli anni della Rivoluzione, che fecero presto fortuna; ben nota è la grande fioritura che, a quei tempi, ebbe la stampa periodica di opinione[11]: anche in questo senso si può affermare che il piccolo Jules fu figlio di quel vento fresco di libertà. Il padre gli raccontò sovente episodi della Rivoluzione, ai quali assistette personalmente. La libertà durò, purtroppo, molto poco: nel 1800 Napoleone Bonaparte soppresse i giornali, causando la rovina della famiglia Michelet.

Fu educato da un collega del padre, ex maestro di scuola, che gli trasmise la passione rivoluzionaria, ma una sommaria formazione. Con estremi sacrifici, i genitori consentirono al giovane Jules di poter frequentare il Collegio Carlomagno, dove si distinse nonostante i modesti mezzi economici. Cominciò qui, frequentando gli studenti provenienti da famiglie ricche, con i quali ingaggiò una spietata competizione, la sua diffidenza verso la classe più agiata e la sua accesa simpatia nei confronti degli strati più deboli della società.

Egli stesso ci racconta di come è nata in lui la passione per la storia e, in particolare, per il medioevo. Durante una visita al Musée des Monuments français ebbe “per la prima volta l’impressione viva della storia”. Sentiva “quei morti attraverso i marmi e non fu senza un certo terrore” che s’insinuò “sotto le basse volte in cui dormivano Dagoberto, Cilperico e Fredegonda”. La passione va coltivata, il talento sottoposto al sacrificio dello studio e dell’esercizio: iniziò così un periodo di lavoro incessante e faticoso.

Nel 1819 concluse i suoi studi con la tesi di dottorato su Le vite parallele di Plutarco. Pochi anni dopo conobbe il futuro collega e compagno Quinet, autore anch’egli di una Storia della Rivoluzione e futura vittima della mannaia censoria di Napoleone III.

Dopo essersi guadagnato da vivere come precettore, per anni, nel 1827 Michelet venne nominato professore di filosofia e di storia a l’Ecole Normale Supérieure. L’anno precedente pubblicava Tableaux chronoligique de l’histoire moderne (1453-1648), mentre nel 1831 ultimerà una Storia della Repubblica Romana, con alcune pagine memorabili sui Gracchi[12]. Una delle sue opere più note cominciò ad uscire, volume dopo volume, dal 1833 fino al 1844: l’Histoire de France, l’ambizioso progetto di una storia completa della sua nazione.

Non fu solamente come scrittore che Jules Michelet ottenne la celebrità e i consensi, fu anche la sua opera di professore, grazie ai memorabili corsi tenuti al Collège de France, spalla a spalla con i repubblicani Edgar Quinet, Guizot e Mickiewicz: l’Italia nel Rinascimento (1839), la Storia Moderna (1842), una nuova interpretazione del medioevo (1842) e uno studio polemico sulla Compagnia di Gesù (1843). L’ultimo di questi corsi guastò i suoi rapporti, già incrinati, con il regime. Il 14 aprile 1845, quando Michelet aveva da poco cominciato il suo nuovo corso sullo spirito della Rivoluzione, un’interpellanza alla Camera di Parigi contro le attività, giudicate sovversive, sue e del suo amico Quinet, inaugurava un periodo di aperti contrasti con l’autorità. Fu di questi tempi, infatti, la sua iscrizione al partito repubblicano.

Mentre il Popolo, dichiarazione d’amore verso la piccola borghesia, vedeva la luce, nel 1846, i corsi di Quinet venivano sospesi; in questo contesto drammatico, alla vigilia di una nuova e inevitabile rivoluzione (quella del 1848), osservato da mille occhi conservatori e censori, Michelet cominciò a scrivere l’opera che l’avrebbe immortalato, più di ogni altra: la Storia della Rivoluzione Francese, che uscì con i suoi primi due volumi nel febbraio del ’47, i successivi tre nel 1850, gli ultimi, sul Terrore, in un piovoso gennaio del 1853.Honore Daumier, The Uprising

Jules Michelet fu storico di parte, è noto, e non è nostra intenzione giudicare se si tratti di quella giusta, visto che pensiamo di dover trattare la Storia con il massimo di obiettività di cui siamo capaci. Abbiamo già detto che la Storia è una montagna[13]: ognuno la osserva dal proprio punto di vista e non è possibile concludere quale sia quello più indicato. Una montagna, sì, come quella che si parò davanti a Michelet poco prima di scrivere la sua Rivoluzione Francese, durante un’escursione. Gli ricordò, quella roccia deforme e imponente, la montagna, altrettanto oscura, dei dogmi della Chiesa che fino alla Rivoluzione aveva soggiogato il popolo e la sua libertà. Era la montagna, pensava Michelet, eretta durante i secoli bui del Medioevo, durante il quale “la libertà e la giustizia abdicarono in favore della grazia[14]”. Quel Medioevo che a lungo aveva studiato e che consegnò ai posteri come quel periodo truculento e oscurantista che ancora oggi fa parte dell’immaginario collettivo, vittima di quel giudizio stereotipato, tipico di chi scrive di storia senza obiettività.

La Storia è spesso lotta, prevaricazione, conflitto: la dicotomia che regge il mondo, il contrasto di cui la storia prende linfa è, per lo storico francese, la battaglia tra oppressori e oppressi, tra ricchi e indigenti, che in occidente si traduce nella lotta tra Cristianesimo e Rivoluzione; uno precede l’altra, una combatte l’altro. “La Rivoluzione continua il Cristianesimo, ed essa lo contraddice. Essa ne è ad un tempo l’erede e l’avversario[15]”. Un Cristianesimo aspramente criticato da Michelet che non ne comprende il dogma del peccato originale e ne critica l’utilizzo cinico del concetto di giudizio eterno: per lo storico il vero giorno del Giudizio è già arrivato, ed è quello della Rivoluzione. Non è sempre questione di cifre, certo, ma come paragonare le innumerevoli morti inflitte dalla Sacra Inquisizione con le poche del Terrore? O come tentare di porre allo stessa stregua le stragi durante le lotte dottrinali del XVI secolo con i caduti durante l’89?

Luigi XIV, che si proclamava un Dio in terra, divorava il denaro del popolo; il successore Luigi XV esaurì ciò che il bisnonno aveva lasciato: anche la natura si ribellò a questa voracità e all’esagerato sfruttamento, e smise di donare copiosamente i suoi frutti. Il popolo era alla fame e il re diventava sempre più impopolare, circolavano leggende e voci terribili sul destino dei sempre più numerosi carcerati: i sudditi avevano paura del sovrano, lo ritenevano un mostro. Se Luigi XIV era Dio, Luigi XV era il Diavolo in persona. Sorgevano, a quell’epoca, i Buffon, i Voltaire, i Rousseau, i veri padri della Rivoluzione, gli illuministi. Clero e nobiltà alzarono gli scudi, ma se i primi avevano pochi argomenti, i secondi, ormai da secoli lontani dai campi di battaglia, ove si guadagnavano i titoli e i privilegi di cui potevano poi disporre, alzarono le mani impotenti. Vivere nobilmente oramai significava soltanto non far niente.

Che fece Luigi XVI? Costruì prigioni, per riempirle. Come si può allora accusare la Rivoluzione di essere malvagia, quando essa ha contrastato ben altre malvagità? Il principio che mosse la Rivoluzione fu un principio di pace: che colpa ne ebbe se dovette difendersi dal “mondo congiurato[16]”, reazionario, con la forza? Gli storici avevano da sempre confuso quella strenua e legittima difesa come la Rivoluzione stessa, ma sbagliarono: essa fu molto di più, anzi, fu altra cosa. La Rivoluzione fu l’ispiratrice dei grandi principi, fondamento della società umana, che rendono ogni individuo veramente emancipato. E tra tutti i grandi principi, quello della fratellanza è il primus inter pares, la Stella Polare. La Rivoluzione aveva intenti del tutto pacifici e giusti ma fu costretta ad armarsi per non soccombere, a trasformarsi in Terrore. “Ah! povera Rivoluzione, si fidente nel tuo primo giorno, avevi convitato il mondo all’amore ed alla pace[17]”. Forse fu per colpa di cattivi ispiratori, che spesso si dividevano in fazioni avverse che indebolivano il movimento, che non meritavano la fiducia del popolo[18]. Un popolo che allora aveva raggiunto vette altissime di consapevolezza e che si faceva, per la prima volta, protagonista della vita pubblica. Il popolo della Restaurazione, invece, aveva assistito alla tirannide senza opporsi, “debole, disarmato, preparato alla tentazione”, insomma: corrotto. Ma la “giovane sorella” del 1848, simile in molti elementi alla prima, grande, Rivoluzione, riaccese i cuori e le menti dei cittadini, i quali trovarono negli antichi protagonisti dell’89, i modelli a cui ispirarsi, nei quali identificarsi, quasi come se quegli eventi non fossero passati, ma fossero al contrario vivi nel presente. E forse ciò fu un limite più che una risorsa, poiché la Storia può essere anche cattiva maestra, se si ritiene erroneamente che essa si ripeta senza variazioni di sorta, priva di sviluppi, avulsa dal contesto che muta necessariamente e, per i componenti in gioco di estrema complessità, non potrà giammai ripetersi. Anche questo aveva intuito Michelet (lo ha imparato l’uomo occidentale del 2000, quando parla di comunismo e fascismo?): la rivoluzione del ’48 fallì anche per questo motivo[19]; occorreva, dunque, guardare in avanti, con ottimismo, poiché il popolo, grazie anche all’educazione e all’incivilimento, avrebbe saputo, un giorno, vincere l’ultima battaglia contro i prevaricatori, contro i potentati religiosi ed economici, e avrebbe potuto finalmente autodeterminarsi.

Non restava, dunque, che guardare il mare di Nervi ancora per un istante e poi ripartire per Parigi, all’università, per proseguire la missione di acculturazione dei cittadini attraverso l’arma più potente che la Rivoluzione avrebbe mai potuto utilizzare: l’insegnamento.

Alessio Miglietta


[1] Jules Michelet, Histoire de la Révolution, Paris, 1853 (tr. it. A. Bizzoni, Storia della Rivoluzione Francese, Milano, Sonzogno, 1897, p. III).

[2] Jules Michelet, Le peuple, Paris, 18.. (tr. it. M. Meriggi, Il popolo, Rizzoli, p. 48)

[3] Michelet fu il primo storico ad utilizzare consapevolmente il termine “Renaissance” per indicare la grande rinascita culturale del XV e XVI secolo.

[4] Jules Michelet, Le pays de la faim, 1854, IV.

[5] Cfr. Jules Michelet , Le pays de la faim, 1854.

[6] Jules Michelet, Le pays de la faim, Paris, 1854, VII.

[7] Jules Michelet, La mer, Paris, 1861, VI.

[8] Jules Michelet, La mer, Paris, 1861, VI.

[9]Fratelli d’Italia è la Marsigliese del 1848”, da Jules Michelet, Le soldats de la Revolution, Paris, Calmann Lévy, 1878, p. 227.

[10] Jules Michelet, Histoire de la Révolution, Paris, 1853 (tr. it. A. Bizzoni, Storia della Rivoluzione Francese, Milano, Sonzogno, 1897, Introduzione del 1868).

[11] Cfr. Alessio Miglietta, Un prodotto popolare, in Gaspare Armato e Alessio Miglietta, Dal codice al libro stampato, Genova, 2009, p. 227-235.

[12] Jules Michelet, Histoire romaine: république.

[13] Vedi supra p. 8.

[14] Jules Michelet, Histoire de la Révolution, Paris, 1853 (tr. it. A. Bizzoni, Storia della Rivoluzione Francese, Milano, Sonzogno, 1897, Introduzione).

[15] Jules Michelet, Histoire de la Révolution, Paris, 1853 (tr. it. A. Bizzoni, Storia della Rivoluzione Francese, Milano, Sonzogno, 1897, Introduzione).

[16] Jules Michelet, La Rivoluzione Francese, introduzione del 1847.

[17] Jules Michelet, Histoire de la Révolution, Paris, 1853 (tr. it. A. Bizzoni, Storia della Rivoluzione Francese, Milano, Sonzogno, 1897, Introduzione del 1847).

[18] Cfr. Jules Michelet, Histoire de la Révolution, Paris, 1853 (tr. it. A. Bizzoni, Storia della Rivoluzione Francese, Milano, Sonzogno, 1897, Introduzione del 1847).

[19] Cfr. Jules Michelet, Histoire de la Révolution, Paris, 1853 (tr. it. A. Bizzoni, Storia della Rivoluzione Francese, Milano, Sonzogno, 1897, Introduzione del 1868).

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Altri articoli di Alessio Miglietta:

Vite (di storici): Gaetano de Sanctis.

Sep 182009
 

Ricevo da Alessio Miglietta e pubblico con piacere un suo intervento sulla vita di alcuni famosi storici. Il primo, di una serie, è dedicato a Gaetano De Sanctis.

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Vite (di storici)

 

Ogni vera storia è storia contemporanea.
Benedetto Croce[1]

Vita magistra historiae.
Gaetano De Sanctis

Prefazione

Socrate“Vite (di storici)”, parafrasando Svetonio[2], vuole essere una breve rassegna del pensiero e dell’opera di studiosi che, in epoche diverse, si sono occupati delle vicende umane passate, compiendo, al contempo, un’analisi storiografica ricca di chiari e diretti riferimenti al proprio formato culturale e alle proprie esperienze esistenziali.

Scrivere di Storia, infatti, significa anzitutto scrivere del passato con gli occhi del presente: molto spesso le opere di storiografia dicono più del proprio autore e della relativa epoca, di quanto riescano a dire sui fatti oggetto di analisi.

Si cercherà, quindi, d’individuare questo aspetto della produzione storiografica, attraverso lo studio delle opere (spesso ci si soffermerà su una in particolare) e delle vicende personali di alcuni dei più significativi e illustri esponenti della Scienza Nuova. Si è deciso di cominciare con un grande protagonista della scuola italiana di storia antica, greca in particolare, attivo soprattutto nel periodo antecedente la seconda guerra mondiale: Gaetano De Sanctis. Strenuo difensore dei valori cattolici e democratici, fu, tra l’altro, uno di quei dodici professori che rifiutarono il giuramento al regime fascista.. Proprio questo evento drammatico portò lo storico ad elaborare una sentita e personalissima interpretazione della storia greca antica, che divenne un vero e proprio manifesto contro le limitazioni alla libertà individuale: la “Storia dei Greci[3], pubblicata nel 1939, alla vigilia del secondo conflitto mondiale e in pieno regime fascista.

Non a caso, fu proprio Gaetano De Sanctis, riprendendo una celebre, e sovente abusata, frase di Cicerone[4], a dichiarare: Vita magistra historiae.

A questo proposito, la metafora di Edward H. Carr[5] chiarisce, con semplicità, il tema che si vuole affrontare in questi brevi scritti, relativo alla soggettività dell’interpretazione storiografica: una montagna, pur mantenendo la sua forma oggettiva, può essere descritta, a seconda del punto di vista dell’osservatore (che può variare in distanza e prospettiva), in innumerevoli versioni soggettive, tutte differenti tra loro ma tutte egualmente veritiere.

Si può quindi concludere, senza timore di esser smentiti, che l’opera storica può più facilmente consentire al lettore di comprendere il pensiero e la mentalità dell’epoca in cui la stessa è stata scritta, di quanto possa fare nei riguardi dell’epoca sulla quale l’opera è stata scritta. Non è forse vero che La storia delle Crociate di Michaud[6] dice più sull’uomo romantico che su quello medievale?

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Gaetano de Sanctis, la storia come percorso di libertà

Storia dei Greci, 1939

La questione del giuramento [fascista] per me non è soltanto questione politica, ma anche, soprattutto, questione morale.
Gaetano De Sanctis[7]

Sopra le leggi scritte sono le leggi
non scritte, ma eterne. Questo mi ha insegnato per primo Socrate.

Gaetano De Sanctis[8]

Gaetano De SanctisImperversava, in Germania, intorno alla metà dell’Ottocento, una scuola di studiosi di storia antica che soleva individuare un nesso diretto tra il concetto di libertà e il procedere della storia. La storia dei Greci terminava, sempre a parere di questa scuola, con l’evento che, di volta in volta, gli storici individuavano come momento interruttivo della libertà e dell’autonomia delle poleis greche. Venne così variamente individuato il termine dell’esperienza storica del popolo greco antico, a volte nella battaglia di Cheronea, altre volte nella vittoria di Filippo di Macedonia su Atene e Tebe.

Gaetano De Sanctis si formò proprio all’ombra di quella scuola, ma sviluppò ulteriormente la teoria dello stretto legame tra storia e libertà, individuando nella tensione tra libertà personale e Stato, il momento finale della storia di un popolo: per questo motivo la sua “Storia dei Greci” s’interrompe con il processo e la condanna di Socrate da parte degli Ateniesi. De Sanctis dedicherà la propria attività di studioso proprio a questa concezione, attraverso un’opera complessiva incentrata in particolar modo sull’evoluzione della cultura e del pensiero. I suoi eroi, infatti, saranno gli acuti filosofi e i grandi statisti, più che i coraggiosi condottieri e i carismatici generali.

Gaetano de Sanctis nacque a Roma il 15 ottobre 1870, quando l’eco del cannone che fece breccia a Porta Pia ancora risuonava nella città eterna, ultimo baluardo del dominio Pontificio. Pio IX si ritirava sdegnato in San Pietro, inaugurando un lungo periodo di totale chiusura nei confronti della giovane monarchia italiana.

Vittorioso, l’anticlericalismo s’insediava in ogni sede del potere e dell’amministrazione romana. I Savoia imposero immediatamente alle famiglie aristocratiche romane e ai funzionari dell’amministrazione il giuramento di fedeltà alla monarchia. La famiglia De Sanctis, con coerenza, rifiutò di giurare; i parenti dell’appena nato Gaetano persero ogni privilegio, ogni potere e, con quelli, anche il lavoro. La carriera del padre fu troncata senza esitazioni e il piccolo Gaetano fu costretto a trascorrere un’infanzia di sacrifici e privazioni, quasi nell’indigenza. Il comportamento della famiglia, come risulta evidente dagli stessi scritti dello storico, gli servì da esempio e segnò non poco il suo pensiero: molti anni dopo anch’egli prenderà la coraggiosa decisione di rifiutare di prestare giuramento di fedeltà ad un regime contrario ai suoi ideali, in nome della libertà di pensiero.

Dopo la formazione a Roma, all’età di trent’anni, Gaetano de Sanctis ottenne la cattedra di Storia Antica all’università di Torino, dove insegnò ininterrottamente, fino al 1929.

Fu quindi a Torino che il professore, convinto sostenitore del partito popolare, accolse con seria preoccupazione la notizia dell’ascesa al potere del fascismo: “il 22 ottobre il re spergiuro capitolò a fronte di un avventuriero[9]. La sua posizione di netta contrarietà al fascismo fu immediata e rimase fermissima per tutto il ventennio, come fu sempre ferma la sua avversione nei confronti di quei liberali che, dal 1924 in poi, rimasero soli al governo coi fascisti.

Nella sua autobiografia, leggiamo un giudizio sprezzante su Mussolini, in chiave, peraltro, storiografica: “Debbo riconoscere che la tirannide ha storicamente una funzione nelle vicende dei popoli. Quando un regime invecchiato si irrigidisce e marcisce […] in generale avviene che […] il passaggio tra i vecchi e i nuovi regimi sia segnato da avventurieri più o meno abili che, senza averne bene consapevolezza, abbattono le istituzioni vecchie e preparano la via alle nuove. […] Disgraziatamente il duce era ben lontano dalla genialità di un Napoleone o di un Pisistrato[10].”

Nel marzo del 1923, ebbe occasione di conoscere direttamente il duce che lo aveva convocato, insieme al collega Colonnetti, per discutere delle sovvenzioni statali necessarie al mantenimento dell’università di Torino. Lo storico romano ne riporta i dettagli, non senza una punta di sarcasmo: “Mussolini ci ricevette, come allora soleva, in piedi, con tight e gambali di cuoio, in veste cioè di perfetto cavallerizzo. […] A me fece, nella movimentata conversazione che seguì, particolarmente l’impressione di un attore [..]. Certo dall’istrionismo non sono mai liberi i tiranni. […] “Quanto volete dunque?” “Un milione.” Rispose Colonnetti […]. “Non è possibile.” rispose Mussolini. “Allora noi il 27 di questo mese chiuderemo gli sportelli.” […] “Ve lo proibisco.” “Quel che voi dite”, riprese imperterrito Colonnetti, “significa che voi ci darete i mezzi per provvedere ai pagamenti.” Il duce rispose: “Mettetevi d’accordo col ministro Gentile.” Il colloquio era terminato, e la vittoria nostra era pienissima[11].

Il colpo di Stato del 1925, che limitò drasticamente la libertà di parola e di pensiero, non indusse ancora Gaetano de Sanctis a prendere una posizione ufficiale nei confronti del regime. Nonostante le insistenze di alcuni colleghi e amici, mantenne l’incarico di membro del Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione. La gioia e la fiducia che aveva suscitato, in tanti cattolici italiani, la conciliazione dello stato fascista con la Chiesa, si erano ben presto spente davanti alla svolta autoritaria del fascismo. Lo stesso sentimento nutriva Gaetano de Sanctis che, se da una parte decideva di non opporsi ancora frontalmente alla dittatura, dall’altra, sicuro della precarietà delle tirannidi, ripeteva a bassa voce e a denti stretti: nihil violento durabile.Gaetano De Sanctis, Storia dei greci

Nel 1929 fu chiamato a sostituire il maestro Beloch alla cattedra di Storia Greca dell’università di Roma. Proprio a quell’epoca il regime si preparava a un deciso giro di vite nei confronti degli intellettuali antifascisti.

La prima iniziativa in tal senso fu quella dei professori universitari, vicini ideologicamente al regime, che pubblicarono il manifesto di fede fascista. A ciò rispose l’iniziativa di Benedetto Croce con un manifesto dalle opposte intenzioni. Gaetano De Sanctis lo firmò, sebbene non condividesse per nulla l’impostazione liberale e anticlericale. Ma la tirannide era sempre in cerca di nuove vie di dominio: su suggerimento di Giovanni Gentile, il duce in persona pretese il giuramento al regime di tutti i professori universitari; per chi rifiuta, pronto il licenziamento.

Gaetano De Sanctis ricevette nel suo studio il foglio dattiloscritto con l’intimazione di firmarlo: “Giuro di essere fedele al Re, ai suoi Reali successori e al Regime Fascista, di osservare lealmente lo Statuto e le altre leggi dello Stato, di esercitare l’ufficio di insegnante e adempiere a tutti i doveri accademici col proposito di formare cittadini operosi, probi e devoti alla Patria ed al Regime Fascista”.

Rifiutò recisamente: “il giuramento non poteva essere accettato da professori probi e di retta coscienza[12].” La motivazione non poteva essere più chiara e netta: il giuramento fascista era contrario alla libertà di pensiero e ai principi cristiani. Giovanni Gentile, reale ideatore di questa imposizione, insistette non poco affinché l’illustre storico, cocciuto idealista, firmasse quelle carte. Si trattava, tutto sommato, diceva il ministro del duce, solo di questioni politiche, aliene al mondo dei puri intellettuali. Ma per il professor De Sanctis era soprattutto una questione morale: consegnò, infatti, le sue dimissioni alle autorità accademiche, che, con eccessivo zelo, lo sospesero senz’altro da ogni attività e interruppero immediatamente i relativi emolumenti.

Gaetano De Sanctis conservò ancora i suoi incarichi presso le istituzioni private. Ma non era ancora finita. Tra l’estate e l’autunno del 1938 arrivarono anche in Italia le leggi razziali. Le potentissime lobby ebraiche d’Inghilterra e Stati Uniti d’America, paesi che fino ad allora perseguivano una politica di amicizia nei confronti del fascismo, reagirono con sdegno. Le istituzioni di cultura italiane, finora escluse dalle imposizioni governative, dovettero espellere tutti i membri non ariani e non fascisti. Gaetano De Sanctis ricevette un nuovo ultimatum: o presentava dichiarazione scritta di appartenenza alla razza ariana e alla fede cattolica o sarebbe stato allontanato dalle associazioni di storia e archeologia. De Sanctis, non solo consegnò la dichiarazione in bianco, sebbene fosse cattolico, ma aiutò e sostenne i propri allievi ebrei. Fu costretto, così, al completo isolamento culturale; era il 1939.

In quell’anno, mentre la Germania nazista cominciava il suo progetto di espansione territoriale e di guerra, Gaetano De Sanctis pubblicava la sua Storia dei Greci, insieme opera di dottrina e di pensiero. Lo storico pose al centro della sua dissertazione la polis e la sua autonoma struttura; un’organizzazione sociale, peculiare del popolo greco, che solo semplicisticamente può essere tradotta in “città” o “città-stato”. La polis fu molto di più. Non c’é quindi da stupirsi se molti storici ritennero di individuare nella fine delle poleis la fine della storia del popolo greco. De Sanctis ne era convinto; individuò nel processo a Socrate l’inizio del declino della polis più rappresentativa, almeno dal punto di vista culturale, dell’universo di piccole autonomie della realtà della Grecia classica. Ne uscì un testo storico concepito come analisi della storia greca come un’unità sostanziale, anche se somma di singole realtà. Non era, peraltro, la prima volta che lo storico dedicava uno studio ad Atene[13], ma, in questo caso, volle comprendere anche tutte le altre poleis. Come sempre, dedicò ampio spazio ai fatti di cultura, dedicando interi capitoli a personaggi come Omero, Eschilo, Sofocle, Fidia, Tucidide e il già menzionato Socrate. Ed è proprio Socrate a essere protagonista dell’ultimo, fondamentale, capitolo, spesso definito, e a ragione, “una professione di fede“. Quello stesso Socrate che, in varie occasioni, viene da De Sanctis accostato a Gesù: “Cristo e Socrate vinti in apparenza, sono stati in realtà vittoriosi dei loro giudici e carnefici. Anzi precisamente la loro sconfitta apparente, cioè la loro morte, è stata il suggello e il pegno della loro vittoria[14].Il primo che morì per aver reso liberamente testimonianza a un’idea nobilissima rifiutandosi fino all’ultimo a un qualsiasi compromesso che l’attenuasse o la negasse, il protomartire nella storia del pensiero europeo, così ricca di martiri, fu Socrate[15]. Ma il protagonista di questi scritti non è né Socrate, né Gesù: è lo stesso Gaetano De Sanctis che, fedele alle sue idee e coerente fino alle estreme conseguenze, si era sacrificato in nome degli stessi principi di libertà che avevano sostenuto i martiri della Storia.

Nihil violento durabile: arrivò il 1943 e, con esso, la disfatta fascista. L’anno seguente lo storico romano fu reintegrato e nominato professore a vita. Dal 1950 fu senatore a vita della Repubblica.

Nella primavera del 1957, dopo lunga malattia, il grande storico si spense. Rimase, fino all’ultimo respiro, fedele all’idea dell’immortalità individuale, che fu di Socrate e di Cristo; le sue ultime parole ne sono la più chiara testimonianza: “Ora sta per cominciare la vera mia vita.

Opere principali di Gaetano De Sanctis: Per la scienza dell’antichità, 1909; Atthis, 1912; Problemi di storia antica, 1932; Storia dei Greci, 2 voll., 1939; Storia dei Romani, 8 tomi, 1907-1964, gli ultimi tre postumi; Pericle, 1944; Studi di storia della storiografia greca, 1951. Postuma la pubblicazione di alcune lezioni tenute nel secondo dopoguerra: Ricerche sulla storiografia siceliota, 1958; La guerra sociale, 1976 e l’autobiografico Ricordi della mia vita, 1970. Gli Scritti minori (6 voll.) sono stati pubblicati nel 1970-1983.

Bibliografia

Carmine Ampolo, Storie greche, Torino, Einaudi, 1997, pp.162.

M. Bettalli, A. L. D’Agata, A. Magnetto, Storia greca, Roma, Carocci, 2006, pp. 341.

Lorenzo Braccesi, Guida allo studio della storia greca, Bari, Laterza, 2005, pp.195.

Gaetano De Sanctis, Ricordi della mia vita, a cura di Silvio Accame, Firenze, Le Monnier, 1970, pp. 269.

Gaetano De Sanctis, Storia dei Greci. Dalle origini alla fine del secolo V, Firenze, La Nuova Italia, 1939, p. 505.

Gaetano De Sanctis, Il diario segreto (1917-1933), Milano, Le Monnier, 1996, pp. 228.

Lelia Cracco Ruggini, La Storia Antica oggi, in AAVV, Storia Antica, a cura di Lelia Cracco Ruggini, Bologna, Il Mulino, 1996, pp.383.

Bibliografia aNobii di “Vite (di storici)”.


[1]              Benedetto Croce, Teoria e storia della storiografia, Milano, Adelphi, 2001, p. 14.

[2]              Gaio Svetonio Tranquillo, De vita Caesarum.

[3]              Gaetano De Sanctis, Storia dei Greci. Dalle origini alla fine del secolo V, Firenze, La Nuova Italia, 1939, pp. 505.

[4]              “Historia magistra vitae”, Cicerone, De oratore, II, 36.

[5]              Edward H. Carr, What is History?, Cambridge, 1961.

[6]              Michaud, Histoire des Croisades, Paris, 1822.

[7]              Gaetano De Sanctis, Ricordi della mia vita, a cura di Silvio Accame, Firenze, Le Monnier, 1970, p. 149.

[8]              Gaetano De Sanctis, Ricordi della mia vita, a cura di Silvio Accame, Firenze, Le Monnier, 1970, p. 149.

[9]              Gaetano De Sanctis, Ricordi della mia vita, a cura di Silvio Accame, Firenze, Le Monnier, 1970, p. 131.

[10]             Gaetano de Sanctis, Ricordi della mia vita, a cura di Silvio Accame, Firenze, Le Monnier, 1970, p. 134.

[11]             Gaetano de Sanctis, Ricordi della mia vita, a cura di Silvio Accame, Firenze, Le Monnier, 1970, p. 135-138.

[12]             Gaetano De Sanctis, Ricordi della mia vita, a cura di Silvio Accame, Firenze, Le Monnier, 1970, p. 149.

[13]             Atthis, 1912.

[14]             Gaetano De Sanctis, Il diario segreto (1917-1933), Milano, Le Monnier, 1996, p. 207.

[15]             Gaetano De Sanctis, Storia dei Greci. Dalle origini alla fine del secolo V, Firenze, La Nuova Italia, 1939, p. 501.

Sep 142009
 

Acquaiolo di Siviglia, Velazquez, 1620Parliamoci chiaro, la Storia è un’entità viva, è un’essenza che respira, che parla, che ascolta, che comunica, è un essere che ha una indelebile memoria. Anzi, vive della propria memoria, vive dei propri ricordi.
Diceva il Santayana: Coloro che non ricordano il passato, saranno condannati a viverlo di nuovo.
E allora penso sia giunto il momento di conoscere questa Storia, questa Signora che ci cammina intorno, che ci accompagna giorno e notte, che a volte si ribella in Asia a volte in Africa, a volte si appacifica in Europa, a volte si nasconde in Australia, a volte addirittura cambia volto in America. Eppure è sempre con noi, in un vicolo buio ad aspettare con un colpo in canna, in una piazza dietro un corteo a prima vista pacifico, in un’immagine di una donna violentata dalla repressione, in un urlo dedicato alla libertà. Prepotente ci segue, e non ce ne accorgiamo, anzi la fuggiamo spaventati.
Ecco perché è bene sapere con chi si ha da fare.

Ragiono dunque che bisogna farla uscire dai licei, dalle università, dalle istituzioni, farla scendere dal piedistallo che gli studiosi gli hanno dato, liberarla da tutti quei termini altisonanti, da quei concetti misteriosi e indecifrabili che solo gli addetti ai lavori penetrano.
Ma servono due elementi affinché accada tutti ciò. Uno è la curiosità, l’altro è la passione.
Se non c’è curiosità non c’è ricerca, se non c’è passione non c’è conoscenza. Due elementi che vanno mano nella mano, che passeggiano insieme. Sì, passeggiano, perché la Storia deve passeggiare con noi, deve essere nostra amica, consigliera, deve incoraggiarci, e nello stesso tempo dobbiamo comprenderla.

Comprenderla, non criticarla, giacché non va giudicata. Ogni episodio, ogni avvenimento, ogni misfatto va inquadrato nel corrispondente periodo di tempo, in quella corrispondente struttura mentale, ogni periodo va studiato come parte di un continuum. Marc Bloch diceva che è facile giudicare col senno di poi, è facile dire io avrei fatto così, avrei preso queste e quelle decisioni: Malauguratamente, a forza di giudicare, si finisce, quasi fatalmente, per perdere persino il gusto di spiegare. Siccome le passioni del passato mescolano i loro riflessi ai preconcetti del presente, la realtà umana non è più che un quadro in bianco e nero.
Mai e poi mai aborrire eventi che hanno caratterizzato il nostro percorso evolutivo, mai gettare pietre al passato, mai rifiutare ciò che ancora oggi ci fa vivere. La Storia, ripeto, va compresa.

Abbiamo or ora introdotto il concetto di continuum, visto che la Storia è collegata, momento attuale a momento Maitre du Jugement de Salomon, Les Philosophes (1615-1625)precedente, momento precedente a momento remoto. La Storia è un tutt’uno che non si può separare, neanche per studiarlo isolatamente, non lo penetreremo mai. E ancor più: la Storia è globale, avvenimenti accaduti in Italia, in un certo qual modo, hanno ripercussioni o radici o legami con altri avvenuti vuoi nei Paesi limitrofi vuoi in quelli distanti. Osservo allora che si dovrebbe integrare lo studio della Storia europea con quella americana, indiana, cinese, e via dicendo, magari un’infarinatura, magari nelle linee generali.

Una buona civilizzazione inizia da una buona coscienza storica, dall’accertare da dove veniamo, chi siamo stati. Mio nonno insisteva che per conoscere me bisognava conoscere mio padre, lui, suo padre, il padre di suo padre, bisognava conoscere il passato recente e il passato remoto, bisognava, asseriva con forza, conoscere i miei avi e la storia del loro dintorno. E io, tu, tutti, siamo frutto delle decisioni prese ieri e l’altro ieri, siamo frutto delle loro idee, così come i nostri figli saranno e sono il frutto di questa nostra società.

E allora abbiamo bisogno che sia a noi più vicina, che coloro che la insegnano siano capaci di attirare curiosità e passione dello studente, delle persone in generale. Il divulgatore si servirà di immagini, slides, si servirà di video, si servirà di aneddoti, si spiegherà con parole semplici e facili. Adopererà una saggistica chiara, si avvarrà di congressi, conferenze, tavole rotonde aperte e adatte a tutti i tipi di pubblico, utilizzerà i media, la rete, i social network, i siti e i blog, impiegherà tutti quei mezzi che l’evoluzione storica, che la stessa Storia, ci ha messo a disposizione affinché la sua memoria sia tramandata, perpetuata.
Giacché la Storia è un essere vivo.

Sep 022009
 

Jules MicheletJules Michelet (1798-1874), famoso storico francese, lo ricordiamo anche per l’immenso lavoro della sua Storia di Francia, opera in 19 volumi incentrata nell’indissolubile rapporto che la Storia ha anche con il popolo, con il semplice cittadino, e non solo con il personaggio famoso o l’uomo di potere. E ancor più tale concetto si evince quando scrive i sette volumi della Storia della rivoluzione francese, interrogando finanche i protagonisti ancora in vita. Di idee liberali, interpretò la Storia in forma totale, Storia imbevuta di religione, filosofia, scienze, arte.
In un discorso dato al Collège de France, 29 dicembre 1842 diceva:

Devo ringraziare le persone compiacenti che raccolgono le mie lezioni, ma nel contempo devo pregarle di non dare a questo alcuna pubblicità. Parlo con fiducia a voi, a voi soli, e non alla gente di fuori. Non vi confido solamente la mia scienza, ma il mio pensiero intimo sul tema più vitale. Appunto perché è molto numeroso, molto completo (per età, sesso, province, nazioni, …), in questo uditorio sento l’umanità, l’uomo, cioè me stesso. Da me a voi, da uomo a uomo, tutto può dirsi. Sembra che uno solo parli, qui: errore, anche voi parlate. Io agisco e voi reagite, io insegno e voi m’insegnate. Le vostre obiezioni, le vostre approvazioni sono per me molto sensibili […] L’insegnamento non è, come si crede, un discorso accademico o un’esibizione; è la comunicazione vicendevole, doppiamente feconda tra un uomo e un’assemblea che cercano insieme. La stenografia più completa, più esatta, riprodurrà il dialogo? No, riprodurrà solamente ciò che ho detto e non anche ciò che non ho detto: io parlo anche con lo sguardo e il gesto. La mia presenza e la mia persona sono una parte considerevole del mio insegnamento. La migliore stenografia parrà ridicola perché riprodurrà le lungaggini, le ripetizioni utilissime qui, le risposte che di sovente alle obiezioni che vedo nei vostri occhi, gli ampliamenti che do su un punto, in cui l’approvazione di tale o talaltra persona mi indica che vorrebbe fermarmi. Occorre lasciare volare queste parole alate. Che si perdano, alla buon’ora! che si cancellino dalla vostra memoria, se ne resta lo spirito, va bene. Sta qui ciò che di toccante e di sacro c’è nell’insegnamento. Che sia un sacrificio, che non ne resti niente di materiale, ma che tutti ne escano forti, abbastanza forti per dimenticare questo debole punto di partenza. Quanto a me, se temessi che le mie parole rischiassero di gelare nell’aria e di essere riprodotte così, isolate da colui per il quale avete una qualche benevolenza, non oserei più parlare. Vi insegnerei qualche tavola cronologica, qualche secca e triviale formula, ma mi guarderei dall’apportare qui, come faccio, me stesso, la mia vita, il mio pensiero più intimo.

 

Jul 122009
 

La Storia va criticata, rimproverata, compresa, accettata… ? L’errore comune è quello di giudicare il passato con il metro di oggi, con le idee, la forma mentis, i tabù, i modelli con il quale viviamo e vediamo il presente. Ma i fatti di ieri si svolgevano in ben altre circostanze, in ben altri contesti storici, in particolari e determinate situazioni che hanno poco a che vedere con la nostra realtà. Ecco dunque perché, generalmente, consideriamo negativi certi aspetti di ieri.
Marc Bloch ce lo insegna egregiamente. Qua di seguito alcune riflessioni riportate nel suo immortale Apologia della storia.

Marc Bloch“È famosa la formula del vecchio Ranke: lo storico non si propone null’altro che di descrivere le cose «come sono avvenute» (wie es eigentlich gewesen). L’aveva detto ancor prima Erodoto: «raccontare ciò che fu» (ton eonta). In altre parole, il dotto, lo storico, è invitato a eclissarsi di fronte ai fatti. Come molte massime, anche questa dové forse la sua fortuna alla sua ambiguità. Vi si può leggere, modestamente, un consiglio di probità: tale ne era, senza dubbio, il senso per Ranke. Ma anche un consiglio di passività. Di modo che, ecco, ad un tempo, sollevati due problemi: quello dell’imparzialità storica, e quello della storia come tentativo di riproduzione o come tentativo di analisi.

[…]
Per lungo tempo, si vide nello storico, una specie di giudice degli Inferi, incaricato di distribuire elogi o condanne agli eroi morti. Bisogna credere che quest’opinione risponda a un istinto fortemente radicato, perché tutti i professori che si son trovati a correggere lavori di studenti sanno quanto difficilmente i giovani si lascino dissuadere dal rappresentare, dall’alto dei loro scranni, la parte di Minosse o di Osiride. Vale più che mai la frase di Pascal: «Ciascuno crede di essere Dio, giudicando: “questo è buono o cattivo”». Si dimentica che un giudizio di valore non ha ragione di essere se non come preparazione di un’azione e ha senso soltanto in rapporto a un sistema volontariamente accettato, di punti di riferimento morali. Nella vita quotidiana, le esigenze del comportamento ci impongono questa etichettatura, di solito molto sommaria. Là dove non possiamo più nulla, là dove gli ideali comunemente accettati differiscono profondamente dai nostri, essa non è che un impaccio. Siamo davvero tanto sicuri di noi stessi e del nostro tempo, per separare, nella folla dei nostri padri, i giusti dai reprobi? Assolutizzando i criteri, puramente relativi, di un individuo, di un partito, di una generazione, che stupidaggine applicarne i dettami al modo con cui Silla governò Roma o Richelieu gli stati del re cristianissimo!

[…]
Malauguratamente, a forza di giudicare, si finisce, quasi fatalmente, per perdere persino il gusto di spiegare. Siccome le passioni del passato mescolano i loro riflessi ai preconcetti del presente, la realtà umana non è più che un quadro in bianco e nero. Montaigne ci aveva già ammoniti: «Dal momento che il giudizio pende da un lato, non ci si può trattenere dal delineare e storcere la narrazione in quel verso». Dopotutto, per intendere una coscienza estranea, separata da noi dall’intervallo delle generazioni, occorre quasi spogliarsi del nostro Io. Per dirle il fatto suo, basta restare se stessi. Lo sforzo è certamente meno gravoso. Quanto più facile scrivere a favore o contro Lutero che scrutarne l’anima; credere a papa Gregorio VII piuttosto che all’imperatore Enrico IV, o ad Enrico IV piuttosto che a Gregorio VII, invece di tentare di dipanare le ragioni profonde d’uno dei maggiori drammi della civiltà occidentale! E prendiamo, fuori del piano individuale, la questione dei beni nazionali. Il governo rivoluzionario, rompendo con la legislazione anteriore, decise di venderli a lotti anziché metterli all’incanto. Indubbiamente, ciò significava compromettere gravemente gli interessi del Tesoro. Alcuni eruditi dei giorni nostri hanno protestato con veemenza contro quelli politica. Che uomini di coraggio se, alla Convenzione, avessero osato parlare con quel tono! Lontano dalla ghigliottina, questa violenza senza rischi diverte. Molto meglio cercare ciò che realmente volevano gli uomini del Novantatre. Anzitutto, desideravano favorire l’acquisto della terra da parte del popolo minuto delle campagne; all’equilibrio del bilancio, essi preferivano il miglioramento delle condizioni di vita dei contadini poveri, garanzia della loro fedeltà al nuovo regime. Avevano torto o ragione? Che m’importa la tardiva decisione di uno storico a tale riguardo? Noi gli chiediamo soltanto di non lasciarsi ipnotizzare sulla propria scelta al punto di non riuscire più ad ammettere che un’altra sia stata un tempo possibile. La lezione dello sviluppo intellettuale dell’umanità è, nondimeno, chiarissima: le scienze si sono sempre mostrate tanto più feconde e, di conseguenza, tanto più utili alla stessa pratica, quanto più deliberatamente abbandonavano il vecchio antropocentrismo del bene e del male. Oggi si riderebbe di un chimico che mettesse da un lato i gas cattivi, come il cloro, e dall’altro i buoni, come l’ossigeno. Ma, se la chimica ai suoi primordi, avesse adottato questa classificazione, avrebbe rischiato fortemente di impantanarsi a tutto scapito della conoscenza dei corpi.

[…]
Una parola domina e illumina i nostri studi: «comprendere». Non diciamo che il buon storico è senza passioni; ha per lo meno quella di comprendere. Parola, non nascondiamocelo, gravida di difficoltà, ma anche di speranze. Soprattutto, carica di amicizia. Persino nell’azione, noi giudichiamo troppo. È così comodo gridare: «Alla forca!» Non comprendiamo mai abbastanza. Colui che differisce da noi ‑ straniero, avversario politico – passa, quasi necessariamente, per un malvagio. Anche per condurre le lotte che si presentano come inevitabili, occorrerebbe un po’ più di intelligenza delle anime; a maggior ragione per evitarle, quando si è ancora in tempo. La storia, pur che rinunci alle sue false arie di arcangelo, deve aiutarci a guarire di questo difetto. È una vasta esperienza delle varietà umane, un lungo incontro degli uomini. La vita, al pari della scienza, ha tutto da guadagnare da che questo incontro sia fraterno.”

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- da Marc Bloch, Apologia della storia, Einaudi, Torino, 1969, pp. 123-127.

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