Oct 052011
 

Figura poco o del nulla conosciuta è quella di Michele Amari (1806-1889), studioso orientalista impegnato sul fronte politico in un’Italia che iniziava a lottare per la sua indipendenza.
Ce ne parla Ivana Palomba, esperta di manufatti tessili antichi che ha intrapreso un percorso universitario di storia e tutela dei beni artistici presso l’Università di Firenze per approfondire quelle tematiche sottese ai capolavori d’arte. Attualmente collabora con musei e riviste specializzate nel settore antiquariato.

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Michele Amari (archivio fam. Messeri )

Fra i fautori della nostra storia risorgimentale emerge la figura di Michele Benedetto Gaetano Amari. Patriota, storico, arabista, nacque nel 1806 a Palermo, in quella terra siciliana ai tempi del governo borbonico.
Ben presto dovette lasciare gli amati studi per lavorare e sostenere la famiglia che si ritrovava in ristrettezze economiche a causa dell’arresto del padre, Ferdinando Maria, coinvolto in una congiura carbonara e antiborbonica. Ancora nel 1843 manteneva suo padre, come si evince da una lettera del 10 marzo 1843 ad Antonio Panizzi, divenuto nel 1856 direttore del Museo Britannico:

Io non ho altra famiglia a carico mio, in Sicilia, che il povero vecchio di mio padre, vittima degl’infelici tentativi del 1821, ch’espiò col terrore d’una sentenza di morte e con la rovina de’ suoi interessi e una prigiona di tredici anni”.

Questo concatenarsi di eventi e la sua terra sotto il dominio straniero gli infuocarono l’animo di sdegno e ribellione, che profuse nella sua prima opera: La guerra del Vespro Siciliano, che la censura obbligò a titolare Un periodo delle istorie siciliane del XIII secolo.
La prima edizione, uscita il 31 maggio 1841 in mille copie, andò quasi tutta esaurita nell’arco di una settimana avendo il giudizio unanime di uomini illustri italiani e stranieri, ma poiché da ogni pagina dell’opera trasudava un pericoloso richiamo al nazionalismo siciliano, fu perseguitato dal governo borbonico e costretto a fuggire a Parigi dove apprese l’arabo da Joseph T. Reinaud.
Nel 1848 a seguito della parentesi dei moti antiborbonici siciliani tornò a Palermo e grazie al prestigio raggiunto fu nominato alla cattedra di diritto pubblico siciliano all’università della città, poi deputato e successivamente, cedendo alle insistenze dell’amicissimo Mariano Stabile, gli fu assegnato il Ministero delle Finanze che accettò nonostante la sua inesperienza ed il momento di grandi incertezze economiche del paese.
Superata l’euforia di un governo siciliano e ritornati i Borboni, dovette di nuovo allontanarsi per raggiungere il suo vecchio esilio dove rimase fino al 1859 ricoprendo, anche per necessità economiche, il prestigioso incarico di conservatore dei manoscritti arabi della Biblioteca imperiale (poi nazionale) di Parigi di cui compilò un catalogo. Condivise le idee mazziniane e dall’esilio concorse a diffonderne il pensiero come ci testimonia la lettera, datata 1914, della figlia Carolina al filologo Pio Rajna.
Ma il suo cuore era in Italia, alla sua terra, e tramite i buoni uffici dei suoi amici, l’intellettuale François Sabatier e il prof. Antonio D’Ancona, poté ottenere una cattedra di lingua e storia araba all’Università di Pisa. Nel 1860 Giuseppe Garibaldi lo volle nel suo governo siciliano, dove ricoprì la carica di ministro degli esteri, mentre con l’unificazione del nostro Paese divenne Ministro dell’Istruzione nel gabinetto Farini-Minghetti dal 7.12.1862 fino al 23.9.1864.
Il motivo per cui aveva accettato tale carica, lui che si trovava a completo agio solo con gli amati studi, ci viene chiarito da una sua lettera del 7 gennaio 1862 all’amico Sabatier:

Vorrei con la mia buona fama politica e morale, contribuire al bene del paese e coi miei consigli alla riconciliazione della Sicilia col Governo italiano”; ma si ritrovò ben presto preso d’assalto da vari postulanti “qual con la voce e con l’impeto degli atti, qual con lettere, e tutti domandano per sé o per altrui cattedre, danaro, dispense, privilegi, impieghi.

Nel 1864 assunse a Firenze l’insegnamento di lingua araba presso L’Istituto di Studi Superiori (oggi Università), cattedra che tenne fino al 1873, e nel 1865, nel pieno della sua maturità e fama mondiale, sposò la signorina Louise Boucher, figlia adottiva di François Sabatier e Caroline Ungher, famosa cantante di camera dell’imperatore d’Austria e del Granduca di Toscana. Le nozze furono celebrate il 29 ottobre 1865 nella parrocchia di Santa Lucia de’ Magnoli a Firenze con testimoni il politico e naturalista John Ball e il patriota Vito Beltrani. Il matrimonio fu allietato dalla nascita di tre figli: Carolina, la primogenita, Francesca, detta Checca, forse la sua preferita, e Michele Amari junior.
La prestigiosa fama di cui godé nel mondo culturale è legata principalmente alla sua monumentale opera Storia dei musulmani di Sicilia, a cui si dedicò per trent’anni, per aggiornarla con una seconda edizione che, con marginali correzioni dell’arabista Carlo Afonso Nallino, verrà pubblicata a partire dal 1933. Ebbe numerosi riconoscimenti da parte di società scientifiche italiane, francesi, inglesi, tedesche, austriache, russe, danesi ecc., e da numerose università che gli conferirono il dottorato honoris causa: Leida nel 1876, Tubinga nel 1877 e Strasburgo nel 1886.
L’Amari rivestì anche numerose alte cariche pubbliche, fu membro del Consiglio superiore degli Archivi (1874-1880), dell’Istituto Storico italiano (1885-1889), socio Accademia della Crusca, Socio nazionale Accademia dei Lincei, e di varie commissioni.
La morte lo colse improvvisamente, il 16 luglio 1889, dopo aver trascorso una mattinata alla Biblioteca Nazionale di Firenze per correggere le bozze del suo lavoro e mentre si recava presso l’Istituto di Studi Superiori per un’adunanza riguardante il monumento di Atto Vannucci, amico e partecipe delle vecchie idealità risorgimentali, che aveva conosciuto durante l’esilio parigino del 1843.
Le sue ceneri, concordemente alla richiesta del sindaco siciliano, e confermata dalla famiglia, furono traslatate a Palermo nella chiesa di San Domenico, tempio delle glorie siciliane.
Ma al di là dei suoi meriti storici, politici e letterari, emerge nitida e chiara la sua alta statura morale, come ricordato da Pasquale Villari:

Fu nella vita pubblica e nella privata, in ogni giorno in ogni ora della sua non breve esistenza devoto costantemente al dovere. Grandissimi furono di certo i suoi meriti letterari, scientifici, politici, ma sopra tutti e sopra tutto, come faro luminoso, risplendeva il suo carattere morale.

©Ivana Palomba

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Riferimenti bibliografici

- Rosario Romeo, Amari Michele, ad vocem, in Dizionario biografico degli Italiani, vol. II, Roma, Istituto per l’Enciclopedia Italiana, 1960, pp. 637-654.
- Biblioteca Marucelliana, Firenze (BMF), C. Ra. 25, VI.
- Michele Amari, Alessandro D’Ancona (a cura di), Carteggio di Michele Amari, vol. III, Torino, Societa tipografico-editrice nazionale (gia Roux e Viarengo), 1907, p. 229.
- La Nazione, 18 luglio 1899, p. 3.
- Ivana Palomba, L’arte ricamata. Uno strumento di emancipazione femminile nell’opera di Carolina Amari, Collana I Sugheri, Le Arti Tessili, 2011.

Dec 272010
 

Suggerisco a caso, così come sovvengono nella mia mente, tre libri del grande storico italiano Carlo M. Cipolla, tre dei tanti e preziosi libri da leggere e rileggere con immensa attenzione. Studioso, il nostro Carlo, che lo storico francese Jacques Le Goff così definisce:

“… collega e amico Carlo Cipolla, uno degli storici più originali che abbia mai conosciuto“.(1)

Il primo, Vele e cannoni, dedicato al perfezionamento delle tecniche di navigazione e di guerra, perfezionamento che condusse alla supremazia dell’Europa sul resto del mondo.

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Il secondo parla delle ricchezze spagnole provenienti dalle terre conquistate americane, Conquistadores, pirati, mercatanti. L’argento che sbarcava a Siviglia e si muoveva per la Spagna e l’Europa in generale.

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Infine, Tre storie Extra vaganti, storie curiose, divertenti, poco note, storie reali che hanno caratterizzato la nostra età moderna.

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1. Jacques Le Goff, Con Hanka, Laterza, Bari-Roma, 2010, pag. 82.


Jun 262010
 

Vi lascio tre link che si riferiscono a un intervento del prof. Tommaso Detti sulle fonti per il futuro storico, un convegno tenuto a Torino nell’aprile del 2010, il cui tema era: 2060: con quali fonti si farà la storia del nostro presente. Tecniche, pratiche e scienze sociali a confronto.

- Lo storico del 2060.

- Le fonti storiche del web.

- La storia e l’accademia.

May 022010
 

Nel 1921 Walter Benjamin (1892-1940) acquistò un acquerello di Paul Klee che lo seguirà fino al giorno della sua morte, Angelus Novus. A lui guarderà spesso come un’entità che dovrà accompagnarlo nel cammino della vita, nel viaggio nella storia. E l’angelo diventerà proprio L’angelo della storia, a quella storia cui ci si dovrà rivolgere per predisporre il futuro. Ci si dovrà impossessare del passato, volgerci indietro per preparare un domani migliore, riscoprendo quella dimensione mnemonica dimenticata, nascosta, assopita, quella dimensione che sfugge.
E proprio negli appunti per preparare la Tesi di filosofia della storia, 1940, affermava che “Non è che il passato getti la sua luce sul presente o che il presente getti la sua luce sul passato; l’immagine è piuttosto ciò in cui il passato viene a convergere con il presente in una costellazione.”

Scriveva Benjamin:
“C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è cosi forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta”. (1)

In poche parole, si guardi al passato per evitare un suo ripetersi, e capire che tutto è collegato, facente parte di un grande insieme.

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1. W. Benjamin, Angelus novus, Tesi di filosofia della storia, Einaudi, 1962, pp. 76-77

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Piccola bibliografia:

- Hannah Arendt, Walter Benjamin 1892-1940 (Testi e documenti), SE, 2009.
- Walter Benjamin, Opere complete: 1, Einaudi, 2008.
- Walter Benjamin, Opere complete: 2, Einaudi, 2001.
- Walter Benjamin, Sul concetto di storia, Einaudi, 1997.
- Walter Benjamin, Infanzia berlinese intorno al millenovecento, Einaudi, 2007.

Mar 252010
 

Sulla storia si è detto di tutto, si è scritto di tutto, si è urlato di tutto: che è finita, che non serve a un bel nulla, che è maestra di vita. E proprio su questo ultimo punto leggiamo cosa ha da dirci un grande storico, Carlo M. Cipolla:

Vien sovente ripetuto da persone che si credono o vogliono parere dotte e sagge, che la storia è maestra di vita e che l’uomo apprende molto dall’esperienza! Io sono uno storico di professione ma più di quarant’anni di ricerche e indagini storiche mi hanno convinto che questa ingenua convinzione fa acqua da tutte le parti e che l’uomo non impara un accidente di nulla, né dalla sua esperienza personale né da quella, collettiva o individuale, dei suoi simili e continua pertanto a ripetere con monotonica pervicacia gli stessi errori e gli stessi misfatti, con conseguenze deleterie per il progresso umano.” (1)

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Carlo M. Cipolla, Tre storie extra vaganti, il Mulino, Bologna, 2008, pagg. 17,18

Mar 082010
 

Abbiamo sempre sottolineato l’importanza delle tradizioni, l’importanza di conoscere il passato, gli usi, i modi, i costumi, gli eventi, essenza della nostra vita di essere umani su questa Terra. (In questo link, un post precedente che Vi suggerisco leggere, insieme ai commenti.)
Edward Carr (1892-1982) fu uno storico inglese che ha illustrato con estrema chiarezza la sua visione della Storia e ci ha lasciato una monumentale ricerca sugli eventi della Russia sovietica. Affermava sovente che “la funzione dello storico non consiste né nell’amare il passato né nel liberarsi del passato, bensì nel rendersene padrone e nel comprenderlo, per giungere così alla comprensione del presente” (1).
In una serie di lezioni tenute nel 1961 all’Università di Cambridge così, a un certo punto, parlava:

Allorché gli uomini cessano di vivere soltanto nel presente, e s’interessano consapevolmente al passato e al futuro, la linea di confine fra preistoria e storia è varcata. La storia comincia con la trasmissione della tradizione; e tradizione significa trasmissione delle consuetudini e degli insegnamenti del passato all’età futura. Si cominciano a conservare le memorie del passato a profitto delle generazioni a venire. (2)

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1. Edward H. Carr, Sei lezioni sulla storia, Einaudi, Torino, 2000, pag. 31.
2. op. cit., pag. 116.

Feb 062010
 

Dopo Gaetano de Sanctis, Jules Michelet e Gregorio de Tours, Alessio Miglietta continua le sue colte dissertazioni sui grandi storici: oggi Henri Pirenne.

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Henri Pirenne, la storia come sintesi
Storia d’Europa, 1916-1918

Mi trovo qui, solo con i miei pensieri, e se non riesco a dominarli, si lasceranno dominare dal dolore, dalla noia e dalle ansie per i miei cari e mi condurranno alla nevrastenia o alla disperazione. Occorre assolutamente che io reagisca. […] L’essenziale è ammazzare il tempo e non farsi ammazzare da lui.
Henri Pirenne, Storia d’Europa(1)

Non esiste, nella storia del mondo, un fatto paragonabile, per l’universalità e l’immediatezza delle sue conseguenze, all’espansione dell’Islam, nel VII secolo.
Henri Pirenne, Storia d’Europa(2)

Quando Jacques Pirenne aprì la porta del severo studio di lavoro dove, sin da bambino, aveva visto il padre chino senza sosta su libri e documenti, intento per ore a scrivere e prendere appunti, fu di colpo pervaso da un intenso odore di carta e inchiostro che lo trascinò in un immediato vortice di ricordi, alcuni sbiaditi dagli anni, altri vivi come se il tempo si fosse fermato, immobile come l’antica pendola che il padre caricava ogni giorno, alle dieci e trenta precise, e che da qualche giorno non muoveva più le sue lancette.
Henri Pirenne, il celebre storico autore della Storia del Belgio, si era infatti spento da pochi giorni: era l’inizio di novembre del 1935. In quei giorni, ad Uccle, si respirava un’atmosfera cupa e opprimente, segnale inquietante di un’imminente tragedia che, proveniente dall’irrequieta Germania, investiva il piccolo stato belga e l’Europa intera. Già si era avvertita nel 1914, quando i Prussiani ignorarono la neutralità dei Belgi e ne invasero il territorio per poter poi accedere all’obiettivo finale: la Francia. Ma essere Belga nel Novecento significava vivere tra due fuochi, la Francia e la Germania, in un paese orgoglioso della propria neutralità ma incapace di mantenerla a causa dei continui attacchi ai confini. Le due potenze, i due fuochi, rappresentavano per un giovane storico non solo due forze politiche e militari contrapposte, e, ovviamente, due modi di vivere e pensare completamente differenti, ma anche due scuole di storiografia antitetiche e in concorrenza. Henri Pirenne le aveva frequentate entrambe negli anni ottanta del XIX secolo, grazie alle borse di studio vinte quando era studente. Tra la storia nazionalista tedesca che tanto seguito avrebbe avuto proprio negli anni del potere hitleriano e che pretendeva di parlare di un’Europa germanica dopo la vittoria del 1870, e la scuola classica di de Coulanges, egli scelse decisamente la seconda. Fin da bambino abituato alla tolleranza e all’apertura alle diverse culture e opinioni, aveva sempre avversato l’ideologia della supremazia tedesca e, nello specifico della sua materia, si poneva in maniera estremamente critica nei confronti della scuola storiografica teutonica il cui principio fondante era quello razziale. Jacques ripensava a quando il padre, ricevuta la notizia della promulgazione delle leggi di Norimberga, che sancivano ufficialmente l’esclusione della comunità ebraica dalla vita civile tedesca, fu profondamente scosso e, impotente, assistette amareggiato all’ascesa politica di Adolf Hitler, ormai all’apice della popolarità, in Germania come nel resto del mondo. La morte gli impedì di vedere coi propri occhi come la sua avversione, coltivata non solo attraverso i libri ma anche da una drammatica esperienza personale, fosse giustificata. Infatti, Henri Pirenne, fu internato in un campo di concentramento tedesco durante la Prima Guerra Mondiale.

Jacques guardò con nostalgia i soprammobili disposti con cura su un tavolino: un guerriero Franco e uno Romano, l’uno di fronte all’altro, sembravano fronteggiarsi in una battaglia senza fine, mentre una rana, un leone e un cane occhieggiavano tra gli scaffali pieni di libri. Erano gli oggetti che molto tempo addietro il padre animava in storie fantastiche, per il diletto dei suoi giovanissimi figli; altre volte il padre leggeva loro pagine intere dell’Odissea o i racconti della Tavola Rotonda ed era facile perdersi tra i sogni a occhi aperti ascoltando la sua voce profonda e severa. Si sedette davanti alla scrivania del padre: sul piano di lavoro la bozza con le ultime correzioni del Maometto e Carlomagno, pronta per la stampa. Un lavoro a cui il padre aveva dedicato molte delle sue risorse e che rappresentava il risultato finale degli studi di una vita sull’influenza che l’invasione islamica del VII e VIII secolo ebbe nell’area del Mediterraneo. Il lavoro raccoglieva e riadattava la serie di lezioni tenute a Bruxelles nel 1930; sfogliandolo, Jacques scorse centinaia di minute correzioni e di brevi glosse a matita, di una scrittura frenetica ma chiara. Era seduto proprio lì, davanti alla scrivania del padre, dove tante volte lo aveva distolto dai suoi studi per chiedergli la traduzione di un passo particolarmente difficile di un autore latino; egli, con fare comprensivo ma sempre un po’ autoritario, non negava mai il suo aiuto. Ma solo la domenica si poteva veramente parlare e trascorrere un po’ di tempo con lui: Henri Pirenne era un uomo abitudinario e legato inderogabilmente ad orari precisi e solo la domenica si concedeva il riposo dal lavoro di storico. Quella giornata, infatti, era dedicata alla corrispondenza e alla visita mattutina al caffè della facoltà di filosofia e di scienze dove incontrava colleghi e studenti, e dove spesso si fermava ben oltre l’ora di pranzo, unico ritardo che si permetteva nella sua scadenzata esistenza, provocando spesso l’ira della moglie. Dopo pranzo s’immergeva in qualche romanzo, di preferenza di Balzac o Hugo, poi si metteva a giocare ai soldatini con i figli fino a sera. Quando il figlio Pierre divenne più grande trascorreva volentieri ore ad ascoltarlo suonare il pianoforte, soprattutto l’amato Beethoven.

Jacques aprì un cassetto della scrivania nel cui fondo trovò due pacchi involti nella carta. Il primo conteneva decine di quaderni di scuola che presto riconobbe: erano i compiti suoi e dei suoi fratelli, insieme ai loro disegni dal tratto incerto che evidentemente il padre aveva conservato e che aveva deciso di avere vicino a sé, nei momenti faticosi della ricerca. Nell’altro pacco, ancora quaderni: la grafia che si muoveva sulla carta ingiallita, però, questa volta non apparteneva ad un ragazzo ma ad una mano sicura, adulta; era la mano di Henri Pirenne ad aver vergato quelle pagine. Jacques guardò l’intestazione del primo quaderno, lesse: “Storia d’Europa”. Nella prima pagina poche righe d’introduzione e una data, il 31 gennaio 1917: “A Holzminden, gli studenti russi ai quali facevo, improvvisandolo, un corso di storia economica, mi esprimevano il desiderio – e lo vedevo sincero – che pubblicassi quelle lezioni. Perché non tentare di schizzare qui, a grandi linee, quella che potrebbe essere una “Storia d’Europa?(3)” ”. Jacques ritornò col pensiero a quegli anni di distacco e di dolore, quando il fratello Pierre perdeva la sua giovane vita sull’Yser e il padre veniva deportato in Germania per le sue posizioni in difesa dell’autonomia del suo paese e della sua università.

Quei tempi terribili erano confusi nella memoria dell’allora poco più che ventenne Jacques, ma il padre Henri l’aveva ricordati mille volte nei suoi discorsi e ne aveva lasciato testimonianza in un suo libro di memorie. Il 4 agosto 1914 la Germania invase il Belgio, e già il 3 novembre la famiglia Pirenne veniva colpita dal lutto: Pierre Pirenne, infatti, moriva sull’Yser contribuendo eroicamente a fermare l’avanzata nemica che, effettivamente, da quel punto non riuscì più a continuare la conquista. All’università di Gand, intanto, pressioni sempre più forti del nemico invasore spingevano affinché le università belghe aprissero le porte ai docenti tedeschi, ma i colleghi indigeni, tra cui lo stesso Henri, rifiutarono con decisione negando ogni compromesso. Giunse l’invito formale del governo tedesco, ma ancora tutti i componenti dell’ateneo rifiutarono di obbedire e sospesero addirittura i corsi. Per ritorsione, i due più illustri professori di Gand, Paul Frédériq e Henri Pirenne, furono arrestati e condotti nel campo di concentramento di Crefeld. Il 19 marzo 1916, alle nove del mattino, Jacques vide arrivare in rue Neuve Sainte-Pierre, l’abitazione sua e della sua famiglia, un ufficiale dell’armata di occupazione tedesca che si presentò e prese in consegna il padre. Lo avrebbe rivisto solo dopo più di due anni.
Al campo di Crefeld, dove erano già imprigionati ottocento ufficiali inglesi, belgi, francesi e russi, giunse immediatamente, senza neppure salutare un’ultima volta la famiglia. Henri si trovò, così, a contatto con diverse culture e da subito fraternizzò con gli altri prigionieri, instaurando amicizie e dialogando con tutti. Con gli ufficiali russi nacque subito una reciproca simpatia e non tardò il principio di una collaborazione e di uno scambio di conoscenze che risultarono ad entrambi estremamente utili. Henri Pirenne prese lezioni di russo da un colonnello zarista, il quale lo istruì anche sui costumi e i principi della civiltà islamica, e, nel contempo, tenne una serie di lezioni di storia economica europea sia al colonnello che agli altri ufficiali. Lo storico belga ben si adattava all’ambiente multiculturale del campo, grazie anche ad una formazione improntata alla tolleranza e all’apertura alle idee altrui. Il padre di Henri era un progressista molto attivo nella vita politica della propria città, fondatore del giornale Le Progrés, colto lettore, e fu anche un noto imprenditore locale; la madre, di idee opposte, era una fervente cattolica e trasmise al figlio il rispetto per la Chiesa ed una spiccata sensibilità religiosa che gli fu estremamente utile per una profonda comprensione del Cristianesimo, soprattutto nello studio del periodo medievale. Coltivò durante l’infanzia, inoltre, la passione per la geografia e per la conoscenza di culture e costumi lontani: trascorreva ore nella biblioteca del padre a leggere intere annate della rivista Tours du monde, celebre periodico illustrato di resoconti di viaggio. Non poteva immaginare, però, che l’incontro più importante con l’alterità lo avrebbe vissuto in un campo di prigionia.
Il governo tedesco era convinto che la detenzione dei due professori non si dovesse protrarre per molto tempo, fiduciosi com’erano che l’università di Gand riaprisse i corsi; ma così non avvenne. Mai l’università cedette. Dopo due mesi di prigionia a Crefeld, Henri fu trasferito nel grande campo di concentramento Holzminden, che allora conteneva ben diecimila prigionieri; una sorta di inasprimento della punizione, per premere sull’università di Gand. Intanto la notizia della deportazione di uno studioso così illustre fece il giro del mondo: il presidente degli Stati Uniti d’America e il papa reclamarono la sua liberazione, invano. Jacques e la famiglia, intanto, non potevano che aspettare a casa, soli.

Le lettere del padre di famiglia giungevano puntuali a casa Pirenne, ragguagliandola sulla sua esperienza di prigioniero dei tedeschi. Henri descrisse minuziosamente il campo dove si trovava: diviso in ottantaquattro baracche di legno delimitate da strette vie di collegamento, era tagliato a metà dalla principale di queste stradine, dove una folla di prigionieri di tutte le lingue e culture s‘incontravano in una sorta di moderna agorà. Pian piano quell’agglomerato di capanne si trasformò in una città, con le sue botteghe, i suoi ritrovi, i suoi caffè, le sue chiese, le sue biblioteche. Si costruì anche una piccola capanna che venne nominata “Università”, dove erano custoditi i libri che provenivano dalle donazioni della beneficenza privata e dove alcuni professori cominciarono a tenere lezioni a chiunque volesse ascoltare. Tutto ciò, però, non deve portare a pensare che nel campo di Holzminden si facesse una vita tutto sommato spensierata: i controlli erano rigidissimi, come la disciplina, e ogni prigioniero era sottoposto a continue perquisizioni e controlli. Spesso venivano inferte punizioni terribili e crudeli e lo stesso Henri dovette sperimentare la durezza del carcere all’interno del campo a causa di leggere infrazioni del regolamento.
Henri Pirenne tenne un corso di Storia del Belgio ai suoi compatrioti, che riscosse un successo straordinario, tale da suscitare preoccupazioni da parte dei tedeschi, timorosi del possibile effetto destabilizzante che tali lezioni potevano esercitare sui prigionieri; le lezioni vennero infatti sospese per alcune settimane, per controlli e perquisizioni, e poterono riprendere alla presenza di un soldato tedesco che fungesse da testimone e dopo una preventiva lettura da parte dei dirigenti del campo. Nel frattempo continuò a studiare numerose fonti russe, che grazie alle lezioni di lingua impartitegli durante l’esilio, poteva leggere direttamente senza intermediari, e proprio lì concepì la possibilità di scrivere una storia d’Europa medievale e moderna. Cominciò anche a tenere lezioni sull’argomento e tali lezioni divennero il preludio del libro che poco dopo avrebbe cominciato a scrivere.
Il 24 agosto 1916 venne trasferito a Iena dove poté finalmente riabbracciare il collega e amico Frédéricq. Lì gli fu permesso di soggiornare in una piccola casa, sempre sotto sorveglianza, ma non più in segregazione. Frequentò le biblioteche della città e proseguì lo studio delle fonti russe. Pochi mesi dopo però, nel gelido gennaio di Iena, fu nuovamente arrestato con l’accusa di complottare contro l’Impero e fu condotto in un piccolo paese nei pressi di Eisenach, Creuzburg, in totale isolamento, senza neppure la possibilità di leggere o consultare libri. Jacques, ripensando a quei momenti, immaginò quale potesse essere stato lo sconforto che aveva dovuto colpire il padre, privato degli affetti e della sua passione di una vita: lo studio della storia. Ma Henri Pirenne non era uomo da arrendersi facilmente e, se mai fosse veramente sprofondato nella disperazione, reagì prontamente, individuando subito qualcosa che lo potesse distogliere dalla sensazione di vuoto che provava. Pochi giorni dopo il suo arrivo, esattamente il 31 gennaio 1917, decise di visitare una vicina bottega dove comperò alcuni quaderni di scuola; tornò nella piccola casetta a lui assegnata e si sedette davanti alla scrivania per cominciare a buttare giù, a memoria e senza l’ausilio di alcun testo o appunto, la prefazione e il primo capitolo di quello che sarebbe diventato il suo libro Storia d’Europa. La dedica fu per la famiglia e per il figlio Pierre che tanto gli mancavano: una temporaneamente lontana, l’altro perso per sempre.

Il risultato di quegli scritti, unici compagni in quell’odioso esilio, erano davanti agli occhi del figlio Jacques, ancora seduto davanti alla sua scrivania, nei giorni tristi immediatamente successivi alla sua morte. Jacques, incurante delle ore che passavano veloci, si mise a leggere il contenuto di quei vecchi quaderni, acquistati venti anni prima in un piccolo paese della Germania. Già il titolo potrebbe sembrare ambizioso: raccogliere in un libro di poche centinaia di pagine tutta la storia d’Europa dalle invasioni barbariche all’inizio del XX secolo è un’impresa che può portare solo a due risultati, la banalizzazione degli avvenimenti e dei processi storici o un capolavoro di sintesi che riesca a delineare il senso e l’importanza dell’esperienza storica occidentale. Raro che si compia il secondo obiettivo, raro ma possibile: fu proprio il caso della Storia d’Europa, mirabile sintesi di storia evenemenziale (forse anche a causa dell’impossibilità di consultare alcuna fonte scritta non poté approfondire più di tanto), di storia dei concetti, di storia culturale ed economica. Sintesi, quindi, non solo come operazione di semplificazione, ma anche come onnipervasività disciplinare e tematica. Egli, infatti, avversava ogni tipo di specialismo, sosteneva l’universalità del sapere e il metodo della storia comparata (non per niente fu il maggiore ispiratore delle Annales). Non solo: sintesi di trentacinque anni di studio e di quelle idee originali che nuove si affacciavano nel lavoro di Pirenne e che sarebbero sfociate nei suoi due lavori maturi La città nel medioevo e Maometto e Carlomagno. Sintesi globale, infine, delle molteplici e disparate voci di un’Europa sempre parcellizzata in mille stati e confini territoriali, grazie alla notevole competenza personale in materia geografica: per Henri Pirenne l’obiettivo della storia era la storia dell’umanità tutta.

Cinque volte sintesi, dunque, rivolte ad un lettore non specialista, come furono i soldati russi spettatori di quelle lezioni che furono il preludio al libro; lezioni che ebbero successo, prima di tutto, per la loro semplicità di esposizione e di contenuti (mai più di tre semplici idee a sessione) e per la loro brevità (non superava mai i cinquanta minuti). Non amava riportare date che spesso sfuggivano alla memoria e che poco considerava; preferiva i concetti, i processi di lunga durata, le tendenze umane complessive. Non aveva mai nascosto di detestare la pedanteria e l’erudizione fine a se stessa, preferendo l’applicazione pratica ad astruse teorie, slegate dalla realtà. “Pirenne è il meno accademico degli uomini […]. Nulla vi sa d’effetto, o di tinte forti. Una sola preoccupazione: d’esattezza e di chiarezza. […] È l’espressione spontanea d’un pensiero di storico che, sapendo distinguere l’importante dall’accessorio, vede il paesaggio del passato dall’alto, abbastanza per non ritenerne che le linee guida e i nessi essenziali(4).”

Nella seconda pagina del quaderno, Jacques lesse il piano dell’opera che prevedeva di giungere sino al 1914, alla vigilia della guerra che avrebbe sconvolto la tranquilla esistenza del padre. Già nel primo capitolo, che affronta il periodo delle invasioni barbariche, si percepisce come le ultime tragiche esperienze personali avessero lasciato il segno nella mentalità e nel lavoro dello storico belga. In più riprese, infatti, egli sottolinea come il principio dell’importanza della razza nel dipanarsi della storia e delle forze in campo sia del tutto infondato e indegno di essere preso in considerazione. Ben altro aveva causato il crollo dell’Impero romano e l’ascesa dei popoli nordici, che una vaga e semplicistica supremazia razziale. Non vi sono popoli inferiori e popoli eletti, ma solo popoli diversi. Ancora più stupefacente è la teoria che sottende a tutta la prima parte del testo: la convinzione, ripresa poi in Maometto e Carlomagno, che l’economia e la cultura romane non fossero venute meno con la morte di Romolo Augustolo, ma avessero avuto vita fino al VII secolo e che a distruggere l’impero non fossero state le invasioni barbariche bensì l’offensiva islamica. Era la prima volta che tale teoria veniva esplicitata consapevolmente in un lavoro di storia. Ma altre novità attendono il lettore nella seconda parte dell’opera, sempre redatta a Creuzburg in quei mesi di solitudine.
L’estrema attenzione ai fenomeni economici e sociali fece sì che Pirenne cogliesse, già durante la crisi del Trecento, la genesi di una primitiva classe proletaria, egli che era lontano dal marxismo ma capace di leggere il corso della storia senza pregiudizi ideologici di sorta. Ciò non gli impedì, però, di inquadrare con lucidità un fenomeno come quello delle Crociate, spesso soggetto ad interpretazioni economiche o politiche che risultano fuorvianti e che scaturiscono da una visione che vorrebbe essere sofisticata ma che perde di vista l’oggettività e la giusta collocazione in termini di storia della mentalità: “La causa che muove la crociata è tutta spirituale, svincolata da qualsiasi preoccupazione d’ordine temporale: la conquista dei Luoghi Santi. Solo chi parte senza spirito di lucro partecipa alle indulgenze. Occorrerà attendere fino alle prime guerre della Rivoluzione Francese per trovare combattenti al pari di questi, liberi da ogni altra considerazione che non sia la dedizione a un’idea” (5). Un confronto illuminante che ben esemplifica la semplicità e, al tempo stesso, la profondità del suo pensiero. A dimostrare ancora una volta la sua apertura mentale, sempre nelle pagine della Storia d’Europa, nonostante una formazione giovanile improntata sui valori del romanticismo e dell’idealismo, Henri Pirenne convenne nel considerare la preponderanza delle condizioni economiche e sociali sulle azioni dei singoli, anche quando si fosse trattato di uomini straordinari. Questi uomini, secondo lo storico, possono soltanto interpretare e gestire quelle condizioni esogene e tentare di veicolarle ai propri fini. Queste le posizioni che emergono dallo stile sobrio della Storia d’Europa.
Nel pieno del lavoro, quando ormai la trattazione giungeva agli ultimi anni del medioevo e ai primi della modernità, quando il sole di agosto scaldava le stradine del paesino in cui era costretto in esilio, Henri poté riabbracciare, seppur solo per poche ore, la moglie e il figlio più giovane, Robert, che, con un permesso speciale, riuscirono a superare i blocchi stradali e a raggiungere Creuzburg. Ma la prigionia sarebbe dovuta continuare ancora quattro mesi, durante i quali lo storico belga ebbe la possibilità di continuare a lavorare alla sua Storia d’Europa, sempre senza alcun riferimento scritto. Il 6 dicembre 1918, a guerra già finita, la famiglia Pirenne fu nuovamente tutta unita: Henri raggiunse la sua città in auto, con in mano solo una pila di quaderni, l’ultimo dei quali trattava la monarchia nascente nell’Europa del Cinquecento.

Jacques, proprio mentre ricordava tutti questi avvenimenti, ancora inchiodato alla sedia appartenuta al suo vecchio padre, pose lo sguardo ad una fotografia incorniciata e appoggiata alla scrivania. Era proprio la foto del Natale 1918: intorno ad una tavola apparecchiata, il padre Henri, con uno sguardo dolce e malinconico, così diverso da quello fiero e indagatore che rivelavano le fotografie precedenti all’esilio, e incanutito improvvisamente dalle tristi esperienze di quegli anni, era seduto accanto alla moglie adorata, al figlio minore Robert, alle sue sorelle maggiori, al piccolo nipotino Pierre, lieta novità del ritorno a casa del neo-nonno Henri, e, infine, allo stesso Jacques, ancora molto giovane. Una sedia vuota sembrava ricordare amaramente che da quelle tragiche vicende di guerra la famiglia Pirenne non uscì indenne: lo sguardo triste dello storico più illustre del Belgio era rivolto, più che ai ricordi della lunga prigionia, all’abisso della morte nel quale il figlio Pierre fu risucchiato quella maledetta, ed eroica, giornata sull’Yser.
Jacques si alzò dalla sedia di fronte alla scrivania del padre, appena scorsa l’ultima pagina del manoscritto che era rimasto congelato nella sua redazione a quel 6 dicembre 1918 e che mai più il padre avrebbe proseguito (il testo infatti interrompe la sua analisi al periodo intorno al 1550), forse per i molti impegni che lo travolsero quando riottenne la libertà o forse per i troppi insostenibili ricordi che quei quaderni gli suscitavano. In mano stringeva non solo i quaderni della Storia d’Europa, ma anche la bozza finale del Maometto e Carlomagno, con l’intenzione determinata di pubblicare entrambi i testi al più presto, perché tutto il mondo della cultura potesse godere di quei capolavori di storiografia.
Chiuse dietro di sé la porta dello studio, non prima di aver dato un ultimo sguardo ai due soldati di terracotta, alla rana, al leone e al cane, i muti compagni di quella giornata di ricordi, un tempo complici dei giochi paterni, gli parve che una parte importante di sé fosse rimasta chiusa per sempre tra quelle quattro mura.

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Storia d’Europa di Henri Pirenne fu pubblicata, a cura dello storico Jacques Pirenne, figlio di Henri e anch’egli storico illustre, nel 1936, in un’edizione che integrava al manoscritto date e riferimenti bibliografici che l’autore non aveva potuto reperire durante l’isolamento a cui era stato condannato.

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1.Henri Pirenne, Storia d’Europa, Prefazione.
2.Henri Pirenne, Storia d’Europa, Libro I, Cap. III.
3.Henri Pirenne, Storia d’Europa, Prefazione.
4.Marc Bloch, Histoire et historiens, Armand Colinm Paris, 1995 (tr. it. G. Gouthier, Storici e storia, Einaudi, 1997, p. 274).
5.Henri Pirenne, Storia d’Europa, Libro IV, Cap. III.

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Jan 032010
 

“La ricerca storica è per me uno spazio di gioia e di passione intellettuale. Provo sempre un brivido prima di entrare in un archivio o in una biblioteca: cosa troverò? Leggendo i registri della sua piantagione, finirò per trovare la schiava che sto cercando? Troverò la firma da lei lasciata per ragioni sue e da me accolta come segno della verità della sua esistenza e del fatto che sapesse scrivere, come sosteneva il suo amante? Che fortuna aver potuto leggere tante storie interessanti, alcune divertenti, altre da far gelare il sangue, alcune sorprendenti altre familiari.”(1)

Queste parole descrivono subito il vero essere della storica americana Natalie Zemon Davis, forse una storica sui generis, forse una storica più umana a quanto siamo abituati, forse una storica che ha un diverso approccio verso i fatti e uno stile particolare tutto suo. Nata a Detroit nel 1928 da una famiglia ebrea, si occupa principalmente di Storia moderna, con particolare riguardo verso la Francia del XVI secolo, individualizzando aspetti sociali, antropologici e culturali.
Zemon ha la peculiarità di penetrare i caratteri più intimi dei personaggi che studia, gente a volte umile e poco conosciuta come, ad esempio, gli stampatori lionesi del XVI secolo, riuscendo a scavare nel loro profondo, nella loro anima, sebbene certe volte lavori d’istinto, e allora lo dice e lo sottolinea quando inizia un discorso con “io” o “forse” o “può aver pensato”. Per lei la Storia è passione, anche, per i particolari, è gioia di leggere un documento che “parla” ancora dopo secoli, è dubbio sempre presente, è costante ricerca pur dopo aver terminato un lavoro, sempre pronta e stimolata per una nuova sfida.
Dice:

“A volte sento le mie ricerche come un dono, un dono che mi giunge dalle persone del passato e da altri storici, vivi e morti. Questo mi impone l’obbligo di raccontare le loro vite e i loro mondi nel quadro dell’esercizio della responsabilità, e di narrarli non come loro li avrebbero narrati, ma prestando attenzione ai loro racconti e alle loro istanze.”(2)

La sua forza sta nella curiosità, nella volontà di indagare quegli aspetti che spesso e volentieri si presentano ardui e difficili da concludere. Ma la Zemon va avanti, non si ferma, e se proprio deve, lascia decantare, aspetta, dopotutto afferma che bisogna accostarsi al passato con molta umiltà, non pensare troppo presto di avere le capacità di comprenderlo e assimilarlo.
Il suo vuole essere un dialogo con i lettori, i suoi libri, da Il ritorno di Martin Guerre – Un caso di doppia identità nella Francia del Cinquecento a Donne ai margini – Tre vite del XVII secolo, da Il dono – Vita familiare e relazioni pubbliche nella Francia del Cinquecento a La doppia vita di Leone l’Africano, e via dicendo, sono inviti a riflettere, a imparare, a indagare, a osservare.
Le fonti storiche per la Zemon, sia quelle dirette che indirette, non sono una prigione dentro la quale marcire e restare a vita, sono invece come un filo di Arianna, un filo quasi magico che porta all’uscita, alla scoperta, sono i mezzi che “mettono in moto la mia riflessione e la mia immaginazione, io rimango in dialogo con loro – e amo questa relazione con il passato: essa è al cuore della mia vocazione.” E allora rimane uno spazio libero per la speculazione, quella possibilità che conduce, grazie all’istinto e alla professionalità, a immaginare che forse Rabelais abbia sentito parlare di al-Hasan al-Wazzan (Leone l’Africano) e addirittura abbia consultato uno dei due manoscritti che circolavano – Descrizione dell’Africa -, quando si trovava in Italia, o tentare di dare un finale alla vita dell’africano, di cui si conosce ben poco dei suoi ultimi anni. Tenta così, lo storico Zemon, di fare dei salti con l’immaginazione partendo però da dati sicuri, dando allo studioso la parte della ricerca sia di un modo per spiegare le scelte, sia di un modo per narrarle.
La Storia deve andare oltre i confini nazionali, deve scavalcare le frontiere patrie per

“tentare un “salto di coscienza” europea o americana, di compiere uno sforzo per porre domande in un’ottica eccentrica. Dovremmo scrivere la storia degli uni in rapporto agli altri: vale a dire che agli storici europei e americani non compete solo di scrivere la propria storia o quella degli altri, di allargare gli orizzonti lavorando sulla storia degli Indiani o degli Africani, ma anche di cercare di immaginare la storia attraverso le modalità per mezzo delle quali gli Indiani e gli Africani potrebbero volerla scrivere.”(3)

Da qui nasce forse il non volersi considerare una “storica dell’Europa”.
Su di lei, nella sua visione dei fatti, hanno avuto una certa influenza le sue radici ebraiche e le iniziali convinzioni socialiste marxiste che, addirittura, hanno indotto il governo americano a toglierle per diversi anni il passaporto, costringendola a interrompere le sue ricerche a Lione, in Francia. Anni pieni di esperienza, gli anni ’60, in cui l’ombra del comunismo sovietico sembrava aggirarsi per le strade dell’America, sono quelli che la Zemon percepisce. Addirittura il marito, Davis Chandler, accusato di andare contro gli ideali democratici, fu arrestato e tenuto in carcere per 5 mesi. Lei non si abbatte, non è sola, ha “la presenza della storia e delle persone che studiavo.”
Poi la riflessione che il socialismo non era una panacea, che il regime staliniano aveva commesso delle atrocità, e un conseguente ridimensionamento delle sue idee politiche in cui “il senso del particolare” può essere messo in relazione con “il senso della condivisione”.
I primi anni del mestiere di storica furono pieni di accadimenti, in cui ogni scoperta, ogni lavoro veniva fatto circolare con il ciclostile, tramite posta, tanta era la sua passione. Passione specialmente per la storia delle donne che la induce a indagare in particolar modo gli eventi del XVI secolo, secolo pieno di dubbi, di rivolte, secolo in cui il contrasto e la tensione sembrano essere due caratteristiche dominanti, elementi, questi, che non è possibile analizzare se si trascurano le posizioni delle donne nella produzione, nella distribuzione, nel consumo di oggetti e servizi, nella famiglia, nella religione. Ruolo femminile tanto importante che spesso è sottovalutato.

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1. Natalie Zemon Davis, La passione della storia, Viella, Roma, 2007, pag. 174.
2. Cit. pag. 174.
3. Cit. pag. 78.

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Piccola bibliografia:

- Natalie Zemon Davis, La doppia vita di Leone l’Africano, Laterza, 2008.
- Natalie Zemon Davis, La passione della storia. Un dialogo con Denis Crouzet, Viella, 2007.

Dec 282009
 

«Il buon Ballanche, fra tutti i suoi oscuri romanzi mistici, ebbe talora veri lampi d’intuizione. Un giorno in cui, per metterlo in imbarazzo, gli domandammo: “Cos’è la donna secondo voi?”, sembrò sognare per qualche minuto. I suoi occhi dolci di serva spaurita si fecero più selvatici del solito. Poi arrossendo come una giovanetta, il vecchio rispose: “È iniziazione”.»

Così si conclude il libro dello storico francese Jules Michelet (1798-1874), Le donne della rivoluzione, un libro dedicato alla loro partecipazione nelle vicende di fine 1700, donne che hanno avuto un’importanza davvero rilevante nella Rivoluzione francese.
Se leggiamo alcuni cahiers de doléances dell’epoca, alcune di loro si lamentavano della poca possibilità di istruirsi, altre della quasi impossibilità di essere autonome e guadagnarsi da vivere, altre ancora della loro condizione di servilismo. Iniziarono così una serie di lotte che li condurrà, poco a poco, a una certa libertà, come quella del 24 gennaio 1789 in cui un Regolamento reale per l’elezione dei deputati agli Stati generali riconosce il diritto di voto a parecchie categorie di donne proprietarie.
Fino al 1792 libelli e periodici femminili saranno di notevole diffusione, elementi cartacei che circoleranno non solo a Parigi ma altresì nelle medie città francesi. Una libertà di stampa decretata il 24 agosto del 1789 che favorirà, anche, la divulgazione delle loro idee, delle loro aspirazioni, delle loro necessità.
E la donna, come dicevamo, avrà un ruolo di primo piano durante i mesi della Rivoluzione, versando addirittura il proprio sangue in svariate battaglie.

«Alla Bastiglia, dice Michelet, ce ne fu una che, più tardi, partì per la guerra, divenne capitano d’artiglieria; il marito era soldato. Il 18 luglio, quando il re tornò a Parigi, molte donne erano armate. Le donne furono all’avanguardia della nostra rivoluzione. […]
È una donna di trentasei anni, ben vestita, onesta, forte e ardita. Vuole che si vada a Versailles, in testa marcerà lei. Qualcuno scherza. Lei gli dà un ceffone. L’indomani, partì tra le prime, sciabola alla mano, a cavallo di un cannone preso all’Hœtel de Ville e che trascina fino a Versailles, con la miccia accesa.»

I salotti saranno uno dei punti di riferimento, luoghi di idee, focolai di pensieri pronti a esplodere al momento giusto. Chi non ricorda il genio di madame de Staël e la sua frequentatissima casa? O quello di madame de Condorcet, nel palazzo delle Monnaie, quasi di fronte alle Tuileries, il cui salotto qualcuno disse essere stato il focolare della Repubblica? Donne che con il loro coraggio tenevano testa a chiunque, pur di promuovere altresì le idee di libertà, di eguaglianza, di fraternità.
C’era, dunque, chi usava le parole e chi usava le armi, armi perfino contro coloro che, incarnando i nuovi ideali rivoluzionari, si erano corrotti strada facendo. Madamoiselle Marie-Charlotte Corday d’Armont ebbe il coraggio di entrare in casa Marat e affondargli violentemente un pugnale mentre si bagnava. La fanciulla di appena 25 anni, di nobile ma povera famiglia, ucciderà colui che riteneva aver ucciso la Legge il 2 giugno 1793, giorno in cui Marat e altri deputati della Convenzione attaccarono definitivamente la Gironda.
Michelet insiste nel ricordarci la loro determinazione, il loro sacrificio, la loro forza caratteriale. Saranno coloro che piangeranno più di tutti, forse più degli uomini, giacché si vedranno spesso privare non solo dei mariti, ma anche dei figli, dei padri. E allora si domanda se possono essere giustiziate.

«Qualunque cosa abbiano fatto, sotto qualunque aspetto appaiono, sovvertono la giustizia, ne distruggono l’idea, la fanno rinnegare e maledire. Giovani, non si possono punire. Perché? Perché sono giovani e portano con sé amore, felicità e fecondità. Vecchie, non si possono punire. Perché? Perché furono vecchie e furono madri e restano sacre, i loro capelli grigi rassomigliano a quelli di vostra madre. Incinte!… Qui la povera giustizia non osa più aprire bocca; a lei di convertirsi, umiliarsi, farsi, se occorre, ingiusta.»

Il bel libro di Michelet, scritto nell’arco di dieci anni, è pieno di esempi, di aneddoti, di storia, è pieno anche di sentimentalismo, è pieno di rispetto verso quelle donne che seppero cambiare la Francia, un libro tuttavia che bisogna prendere per quello che è.

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Jules Michelet, Le donne della rivoluzione, Bompiani, 2003.

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Per ulteriori approfondimenti, scarica la monografia, »»»qua.

Nov 212009
 

Seguiamo con la serie dedicata agli storici. Dopo aver parlato di Gaetano De Sancits e di Jules Michelet, Alessio Miglietta ci regala ora un prezioso articolo sul vescovo Gregorio di Tours.

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Gregorio di Tours, la storia di un popolo

Storia dei Franchi, 573-592 d.C.

Mentre in tutte le città della Gallia va scomparendo la conoscenza delle lettere ed anzi è ormai vicina alla fine, continuano ad accadere fatti giusti o maledetti, l’asprezza dei popoli si fa più crudele, diventa più acceso il furore dei re […]. E sempre più spesso molti si lamentano dicendo: “Guai ai nostri giorni!”

Gregorio di Tours[1]

Ricordo in modo sparso e confuso sia le virtù dei santi che le stragi dei popoli. Non credo sia irrazionale narrare la felice vita dei beati fra i massacri dei miseri, poiché ciò è imposto non da una comoda scrittura ma dalla successione dei tempi.

Gregorio di Tours[2]

Gregorio di ToursNella tenebra dell’istante vissuto. Gregorio, vescovo di Tours alla fine di un travagliato VI secolo, scrutava, dal crocevia di genti che era la sua chiesa, gli avvenimenti che sfilavano confusi nell’oscurità dei suoi tempi, dalla quale emergevano talvolta brevi lampi di luce, scintille di quelle spade fumanti di sangue che criniti e barbari re brandivano e calavano su rei ed innocenti, indistintamente; ed egli, alla perenne ricerca della Luce divina tra i pochi bagliori, assisteva impotente “alle stragi di popoli” ai quali egli giammai riuscì ad attribuire un senso o una spiegazione. Smarrimento, innanzitutto; difficoltà ad individuare appigli a cui affidare speranza e serenità; diffidenza verso gli altri suoi simili, tutti potenziali traditori; terrore che il prossimo a bussare alla porta della chiesa fosse il proprio assassino. Di certo, di indiscutibile, soltanto la presenza di Dio, uno e trino, creatore del mondo, la cui potenza immanente doveva permeare tutte le cose. Doveva, per forza. E allora perché il destino dei giusti, cioè dei cattolici ortodossi, seguiva una strada incerta, subiva brusche interruzioni? Perché i re, nel segno del vero Dio, fallivano affogati nel sangue? Dove lo sbaglio che meritava l’indifferenza divina? Gregorio, nelle sue Storie dei Franchi, non l’ha spiegato, perché nemmeno lui aveva compreso.

No, non fu Dio ad essere assente, ad impedire allo storico di poter saldamente appoggiarsi alla sua idea e a seguire la sua Luce come traccia sicura; ciò non era possibile. Non gli restò altro che rendersi conto, amaramente, della propria incapacità di leggere la volontà divina, il disegno superiore. Gregorio s’arrese: dopo dieci libri intessuti di violenze, soprusi e ingiustizie, gettò la spugna davanti all’insensatezza del dipanarsi degli avvenimenti, all’assenza di un filo, seppur sottile, che legasse logicamente i fatti di cui era testimone. Si arrese quando le forze gli mancarono per proseguire il proprio lavoro che non aveva approdato ad un senso concreto, e chiuse la sua opera storica lasciando una sequenza di fatti come sospesa nel nulla. Appose in calce un riepilogo di quello che egli, agiografo e storico, produsse nella propria esistenza, a futura memoria, affinché qualcosa potesse restare del suo passaggio nel mondo, quasi presentisse il sopraggiungere della morte che, infatti, si presentò solo pochi mesi dopo. Ma quale, allora, il messaggio che Gregorio lanciò alla posterità? Quale la lezione che si può trarre dalla sua tormentata esistenza? Cerchiamo di dare una risposta ripercorrendo la sua vita e la sua opera.

Il piccolo Gregorio crebbe a Clermont, ove visse serenamente la propria infanzia insieme alla famiglia di rango senatoriale, appartenente all’antica romanitas ereditata dagli antenati Galli. Ma la Gallia, ormai dominata dai Merovingi, non era più una tranquilla provincia dell’Impero romano, ma una terra testimone del passaggio, ricco di tensioni, tra le antiche tradizioni imperiali e la nuova mentalità e l’emergente classe dominante barbara. Gregorio finì per non appartenere né all’una né all’altra, fu, per questa ragione, personaggio esemplare del momento di incertezza e precarietà che si respirava nei primi secoli dell’alto medioevo. In tutte le sue opere Gregorio ricorderà con affetto quegli anni trascorsi insieme alla madre e ai parenti, soprattutto nei momenti più difficili del suo impegno come vescovo della non lontana città di Tours. Quando Clermont, con la sua pianura bianca di Sole e il generoso verde delle colline che la circondavano, era ormai soltanto un bel ricordo, come già lo erano i visi delle persone che riempirono i suoi primi anni di vita, Gregorio giungeva a Tours, terra di confine, per insediarsi come vescovo della città, nel cinquecentosettantatreesimo anno dalla nascita di Cristo. Ad attenderlo una chiesa distrutta da uno spaventoso incendio[3] e una città in preda alla paura. Posta all’incrocio di cinque strade romane, la città sorgeva sulle acque placide della Loira, allora arteria commerciale di fondamentale importanza per l’economia della zona. Le strade da secoli non erano più oggetto di manutenzione e stavano progressivamente divenendo impraticabili: i fiumi rimanevano le sole vie di comunicazione ancora affidabili. Qualcuno ancora si azzardava a percorrere le impervie strade costruite dai valorosi condottieri romani, e spesso non lo faceva con le migliori intenzioni, anzi: predoni, assassini di ogni genere, assaltavano di continuo i poveri pellegrini indifesi che si dirigevano ad adorare le reliquie di Martino, il santo vissuto a Tours. Gregorio, chiuso tra le mura della sua basilica, cercava prima di tutto di sopravvivere, difendendosi dai mille pericoli e dall’incertezza di un luogo privo sostanzialmente di reale protezione e in un’epoca che non dava alcuna garanzia per la generale incolumità. Spesso nemmeno una figura carismatica e sacrale come quella del vescovo poteva nulla contro la violenza cieca degli uomini. Talvolta, nell’esercizio delle sue funzioni di vescovo, Gregorio lasciava Tours per recarsi ai sinodi e alle congregazioni ecclesiastiche, spingendosi anche fino a Parigi, dove trascorreva gran parte del suo tempo il re dei Franchi. Il suo lavoro di vescovo cominciò con la ricostruzione della basilica divorata dalle fiamme; solo allora poté dedicarsi anche ai viaggi e agli incontri ufficiali.

Gregorio di Tours, Storia dei FranchiForse fu proprio di ritorno da un viaggio da Parigi, lì dove ebbe la possibilità di trovarsi a contatto con la corte merovingia, che a Gregorio balenò l’idea di accompagnare alla ricca sua produzione di testi agiografici e teologici, una storia del suo popolo e della dinastia dei suoi re; una ricapitolazione, per meglio dire, dei tempi passati, dalle origini del mondo agli ultimi fatti che avevano coinvolto il giovane popolo dei Franchi. L’opera avrebbe avuto due significati distinti: avrebbe costituito un utile calcolo, che ormai non veniva più eseguito da molto tempo, degli anni intercorsi dalla Genesi fino ai suoi giorni, computo fondamentale per poter riconoscere il momento più probabile dell’avvento dell’Apocalisse[4], e, nel contempo, avrebbe consentito alla dinastia dei Merovingi di avere una propria storia scritta. Sì, finalmente il suo popolo sarebbe stato degno delle grandi civiltà del passato che conservavano la propria storia per tramandarla alle generazioni future. Si trovò, quindi, nuovamente a Tours, tra le mura amiche della basilica a dettare al suo copista le prime pagine della sua opera storica; aveva trentacinque anni.

Il suo latino era rozzo, e di questo si scusò col lettore, lontano dalla grazia dei poeti antichi, immensamente distante dall’eleganza dello stile di Virgilio, la cui opera aveva almeno in parte letto e che reputava sublime nello stile ma menzognera nel contenuto. Gregorio si sentì in imbarazzo, probabilmente avvertiva di non possedere i mezzi necessari per realizzare un lavoro di valore letterario, ma i tempi non consentivano troppe raffinatezze intellettuali e, comunque, uno stile rustico più si avvicinava alla sensibilità della sua gente[5]. Più importante, invece, dichiarare esplicitamente e senza equivoci la propria ortodossia in tema religioso e, quindi, la profonda distanza dagli eretici e dai pagani. “[…] Io credo in Dio onnipotente. Credo in Gesù Cristo, suo unico figlio, nostro Signore, nato dal Padre, non creato, non venuto dopo il tempo, ma prima di tutti i tempi, che è stato sempre insieme con il Padre.” Chi non condivideva questi sacri principi, che fosse eretico, ebreo o ariano, non era degno di considerazione nella sua Storia, doveva essere soltanto eliminato, le sue idee estirpate dal mondo, in quanto sacrileghe. Su questo nessuna remora, nessun indugio. Tutte queste parole, dettate nella prefazione al primo libro, furono in realtà apposte da Gregorio molti anni dopo il resto del libro e di altri successivi; forse le numerose incongruenze che i fatti storici sollevavano sul concetto di provvidenza e di immanenza divina, lo spinsero a precisare con veemenza la sua posizione, in modo che chi avesse letto le sue Storie non potesse dubitare della sua fede e del suo rigore contro gli eretici.

Clodoveo I, re dei FranchiLa storia che si dipana nel primo libro non è rivolta, come si potrebbe pensare, a rivisitare il remoto passato dell’umanità per analizzarlo, più o meno approfonditamente, ma esclusivamente al fine di un calcolo cronologico, di mera ricapitolazione, che aiuti a determinare la fine dei tempi, forse imminente: non una storia per il passato ma una storia per individuare il futuro, per leggere la volontà di Dio attraverso i suoi messaggi profetici e spesso enigmatici. Le sue fonti non furono gli storici latini classici, ma i padri della Chiesa: Gerolamo, Eusebio, Orosio i più utilizzati. Versioni molto partigiane, in effetti, della storia passata (Storia contro i pagani è il titolo delle storie di Eusebio) che contenevano descrizioni stereotipate (come quelle di Nerone e Diocleziano, nemici dei Cristiani), ma di grande impatto per la mentalità medievale e che permarranno a lungo (forse ancora oggi) nell’immaginario della civiltà occidentale. Circa cinquemila e seicento anni vennero riassunti nel primo libro delle Storie dei Franchi, poche righe dedicate a Cristo, altrettante a Costantino e Teodosio. La rassegna era serrata, precipitosa in più punti, rassomigliava più ad un elenco di date che a un discorso; qualche frenata ogni tanto per riferire episodi che appaiono a noi moderni del tutto insignificanti. Gregorio era ancora un acerbo scrittore e la struttura della sua opera ne risentì, tanto era sproporzionata e spesso incoerente. Più i tempi si avvicinavano ai suoi, più la storia si concentrò nell’ambito della Gallia, più il discorso si metteva a fuoco, e fatti e personaggi non sfilavano più come fugaci maschere nel teatro della Storia, ma diventavano progressivamente attori più credibili e dal carattere meglio definito. Il primo grande eroe che si presentò nella Storia dei Franchi fu il re Clodoveo, convertito al cristianesimo e vincitore dei Goti, assistito dal santo vescovo Martino. Gli stessi antenati di Gregorio dovettero assistere alla presa di Clermont, nel 507, che lo stesso Clodoveo strappò ai Visigoti. Dio partecipò e portò al trionfo il re Merovingio che non lesinava di certo stragi e tradimenti. Gregorio omise qualsiasi giudizio morale sui crimini di questo despota barbaro, poiché di fatto li giustificava in nome dell’affermazione del Cristianesimo e dell’ordine politico e militare; tali valori erano da preferire sopra a tutto e il loro raggiungimento poteva ben valere l’utilizzo di mezzi anche contrari ai principi cattolici. Il Dio che traspare da queste pagine non è quello dell’Antico né del Nuovo Testamento, ma un Dio barbaro, guerriero, epico, immorale[6].

I primi quattro libri delle Storie si concludono con l’assassinio di Sigeberto I, l’ennesimo debole re, negli anni in cui Gregorio giungeva a Tours, quando ormai i gloriosi tempi di Clodoveo erano da molto svaniti e i suoi successori insanguinavano le terre divise senza mai ottenere ordine e unità e offrendo il fianco alle invasioni di altri popoli. E davvero pare che, secondo Gregorio (che comunque esplicitamente non lo ammette), il merito di Clodoveo risiedesse soltanto nel fatto di aver sterminato tutti i parenti e gli avversari[7] pur di mantenere ordine e unità del regno, e che i successi ottenuti altro non fossero che il giusto premio ricevuto da Dio. Si avvicendavano, nei racconti di Gregorio, re e regine sanguinari, martiri e santi, e caldi ricordi della sua infanzia, in quei giorni “peggiori di quelli delle persecuzioni di Diocleziano[8]”. Il padre Florenzio, morto troppo presto, fece in tempo a trasmettergli l’amore e il rispetto per le reliquie, che significavano, tutto sommato, conforto morale in un mondo di incertezze. Alla sua morte Gregorio ereditò dal padre alcune di queste reliquie, che conservò gelosamente fino alla morte. La madre (mater venerabilis), invece, ricordata più volte, rimase tutta la vita a Clermont e le rare volte in cui la incontrava erano per lui motivo di grande gioia, e ciò traspare chiaramente sia nella Storia che in altri scritti suoi[9]. Nelle stesse pagine Gregorio ricordò con affetto il tutore Nicezio[10] e lo zio Gallo vescovo di Clermont (poi diventato santo), che lo visitò quando, ancora bambino, giaceva a letto malato. Ricordi, quindi, che rari appaiono nella trama del passato che il vescovo di Tours rievoca in questi primi quattro libri. Il successivo libro non è più un’opera di storia, ma una cronaca dei tempi presenti. Gregorio dettò al suo copista non più avvenimenti passati recuperati da fonti scritte o da ricordi personali, ma i presenti avvenimenti di cui fu diretto testimone, spesso da protagonista; con l’ultima prefazione scritta al quinto libro, sembra accomiatarsi dalla storia per cominciare la cronaca. Un’ultima esaltazione di Clodoveo e del suo regno servì ad esempio per l’esortazione che Gregorio fece ai nuovi regnanti, per rinverdire i fasti di quel glorioso e antico condottiero. Dopodiché i tempi presenti; nient’altro che una confusa rete di voci e di episodi slegati che non portano a nulla, ma che ci donano il Gregorio di Tours più limpido, testimone esemplare del suo tempo.

A quarant’anni Gregorio, vescovo di una importante città, cominciava a trovarsi meno smarrito tra i pericoli e i tranelli che affioravano da ogni angolo e ad ogni strada. Aveva compreso che in tale situazione l’elemento più importante era l’informazione, la conoscenza, e per questo motivo raccoglieva notizie di ogni genere sia a corte, sia nelle vie di Tours, sia nei sinodi ecclesiastici; non tanto per arricchire la sua storia, ma semplicemente per garantire a sé la propria sopravvivenza. Che poi le informazioni ottenute fossero riversate nella seconda parte delle sue Storie, ciò era del tutto marginale. E nelle dense pagine dei successivi cinque libri, trovarono spazio tutte le informazioni, attendibili o meno, raccolte in giro nei quindici anni successivi.

Gontrano e Childeberto IIL’odiato re Chilperico, capace solo di originare discordie e guerre civili, esempio di cattivo condottiero, contrastava il pupillo di Gregorio, l’unico che apparve ai suoi occhi degno delle gesta del mitico Clodoveo, il re Gontrano, proprio colui che bussò alla basilica di San Martino per chiedere rifugio dalla furia omicida dei suoi nemici. In quell’occasione Gregorio ebbe la possibilità di approfondire la conoscenza di Gontrano, aumentandone la fiducia e l’entusiasmo, riconoscendo in lui il protetto da Dio. Ma ben presto anche il progetto di Gontrano, all’alba dell’ultimo decennio del secolo, dovette fallire e a Gregorio non rimase nemmeno la speranza, mentre inesorabili e caotici, proseguivano uno dopo l’altro gli avvenimenti, dei quali ancora una volta non riuscì a decifrare il senso.

È vero che forse, nelle ultime pagine della sua opera[11], affiora la vaga sensazione di Gregorio che il mondo si avvicinasse alla fine, che tutto sommato un percorso coerente sembrava ripresentarsi: si moltiplicavano, infatti, epidemie, pestilenze, carestie, inquietanti segni del cielo, eclissi di Sole annunciatrici di terribili disgrazie; Gregorio citò il Vangelo: “Ci saranno carestie e terremoti ovunque[12]”. Erano davvero quelli i primi segni dell’avvento dell’Apocalisse? Anche qui Gregorio non prese posizione, preferì solo testimoniare, non azzardò ipotesi. Ma se della fine del mondo imminente non aveva certezze, della sua fine sentiva l’approssimarsi. Occorreva chiudere al più presto l’opera storica che aveva composto lungo gran parte della sua esistenza. Uno sguardo ancora alle preziose reliquie che egli stesso aveva ritrovate per caso nell’antica basilica qualche anno prima[13], e a quelle che aveva ereditato, lo avrà forse riportato all’amata Clermont e al ricordo del padre, così devoto a quei sacri tesori.

Stanco, ormai vecchio e malato, cosciente della indecifrabilità del senso delle vicende umane e della volontà divina, smarrito in un’oscurità che in tutta la sua vita non accennò a schiarirsi, si accontentò di lasciare testimonianza di quell’inquietudine, di quei suoi tempi incerti e senza senso, rinunciando a qualsiasi interpretazione. No, nemmeno un epilogo avrebbe avuto una funzione, una qualche utilità, in una storia del non-senso. Meglio chiudere così, ex abrupto, proprio allora che le forze fisiche e mentali venivano meno. Il momento ormai era giunto; dettò, allora, al proprio copista, con flebile voce le ultime parole: “Ho scritto dieci libri di Storie, sette di Miracoli, un libro intorno alle Vite dei Padri…


[1] Historia Francorum, Prefatio,  tr. it. Massimo Oldoni, Storia dei Franchi, Napoli, Liguori, 2001, p. 7.

[2] Historia Francorum (II,1) traduzione dell’autore.

[3] Historia Francorum (X, XVIII).

[4] Historia Francorum (I,1).

[5] Historia Francorum, Prefatio.

[6] Cfr. Gustavo Vinay, Alto medioevo latino, Napoli, Liguori, 2003, p. 39.

[7] Cfr. Gustavo Vinay, Alto medioevo latino, Napoli, Liguori, 2003, p. 38.

[8] Historia Francorum (IV, 47).

[9] Vedi ad esempio il Liber in Gloria Confessorum 3.

[10] Historia Francorum, (IV, 36).

[11] Historia Francorum, (X, 25) e (X, 30).

[12] Matteo, 24, 7-8.

[13] Historia Francorum (X, XVIII).