Nov 152012
 

Arrestato il 18 marzo 1916, nel Belgio occupato dai tedeschi, Henri Pirenne (1862-1935), storico belga che ben conosciamo, fu prima portato a Crefeld e poi trasferito a Holzminden, un campo che ospitava, come lui stesso scriveva, dagli 8 ai 10.000 prigionieri. Persone di tutte le nazionalità, strati sociali, dell’est e dell’ovest, giovani e meno giovani, donne e bambini, dalle più disparate lingue, ricchi poveri, e via dicendo.
Persone che, nonostante la triste situazione, non si deprimevano e andavano avanti a qualunque costo, persone che avevano addirittura aperto una specie di “Università” per continuare a essere informati, per seguire con i loro studi, per “amore alla cultura”.
Ed Henri Pirenne rivestì un ruolo davvero bello e particolare in quell’ambiente poco confortevole, ma, si sa, chi ama la cultura non conosce ostacoli, per apprendere ancor più si compiono azioni fuori dal normale (sic!).
Ecco la sua descrizione:

«Quanto a me, tenevo due corsi, uno di storia economica per due o trecento studenti russi fatti prigionieri a Liegi nell’agosto del 1914, l’altro, in cui raccontavo ai miei compatrioti la storia del loro paese. Non ho mai avuto allievi più attenti e mai ho insegnato con tanto piacere. Il corso di storia del Belgio era veramente avvincente. L’uditorio si stipava, gli uni appollaiati su pagliericci accatastati uno sopra l’altro su un angolo della baracca adibita ad aula, altri ammassati su banchi o in piedi, lungo le tramezzature… Qualcuno si radunava all’esterno, davanti alle finestre aperte. Dentro, dal tetto di cartone catramato, veniva un caldo asfissiante. Migliaia di pulci venivano fuori da ogni dove, saltellando al sole come le goccioline di una leggera innaffiatura. Talvolta mi immaginavo di udirle, tanto era profondo il silenzio di tutti quegli uomini che ascoltavano uno dei loro parlare della patria lontana e ricordare tante catastrofi che aveva subito e superato. Senza dubbio l’affluenza del pubblico allarmò la “Kommandantur”. Un giorno mi venne intimato l’ordine di interrompere l’insegnamento. Naturalmente, protestai contro una misura che, di tutti i professori del campo, colpiva soltanto me. Rimisi al generale una memoria che egli promise di inviare a Berlino, e subito ebbe inizio una corrispondenza interminabile. Per quindici giorni dovetti fornire note, rapporti, spiegazioni di tutti i tipi. Per farla breve, alla fine giunse l’autorizzazione a riprendere le lezioni. Ma dovetti impegnarmi a consegnare il giorno prima all’ufficio del campo il sommario della lezione quotidiana e a subire la presenza, fra l’auditorio, di due o tre soldati che conoscevano la lingua francese.» (1)

Lo stesso Pirenne per tenersi impegnato, nel campo di prigionia, prese lezioni di lingua russa.

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- 1. Henri Pirenne, Souvenirs de Captivité en Allemagne (Mars 1916 – Novembre 1918), Bruxelles (Lamertin), 1921, pagg. 38-39, in Henri Pirenne, Storia dell’Europa dalle invasioni al XVI sec., Newton Compton, 2012, ebook, pos. 349, 356, 361.

May 022010
 

Nel 1921 Walter Benjamin (1892-1940) acquistò un acquerello di Paul Klee a cui tanto si affezionò che lo seguì fino al giorno della sua morte: Angelus Novus. Lo osserverà spesso come un’entità “stellare” che dovrà accompagnarlo nel cammino della vita, nel viaggio nella storia. E l’angelo diventerà proprio L’angelo della storia, di quella storia fatta di disastri errori distruzioni. Ci si dovrà impossessare del passato, analizzarlo, esaminarlo, riscoprendo quella dimensione mnemonica dimenticata, nascosta, assopita, quella dimensione che sfugge, sfugge come l’angelo portato via dalle ali, ma il cui sguardo è rivolto all’indietro.
E proprio negli appunti per preparare la Tesi di filosofia della storia, 1940, affermava: “Non è che il passato getti la sua luce sul presente o che il presente getti la sua luce sul passato; l’immagine è piuttosto ciò in cui il passato viene a convergere con il presente in una costellazione.”

Scriveva Benjamin:
“C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è cosi forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta”. (1)

Insomma, si guardi al passato per evitare un ripetersi, comprendere che tutto è collegato è un continuum è connessione interconnessione relazione interrelazione, parte di un grande insieme.

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1. W. Benjamin, Angelus novus, Tesi di filosofia della storia, Einaudi, 1962, pp. 76-77

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Piccola bibliografia:

- Hannah Arendt, Walter Benjamin 1892-1940 (Testi e documenti), SE, 2009.
- Walter Benjamin, Opere complete: 1, Einaudi, 2008.
- Walter Benjamin, Opere complete: 2, Einaudi, 2001.
- Walter Benjamin, Sul concetto di storia, Einaudi, 1997.
- Walter Benjamin, Infanzia berlinese intorno al millenovecento, Einaudi, 2007.

Jan 032010
 

“La ricerca storica è per me uno spazio di gioia e di passione intellettuale. Provo sempre un brivido prima di entrare in un archivio o in una biblioteca: cosa troverò? Leggendo i registri della sua piantagione, finirò per trovare la schiava che sto cercando? Troverò la firma da lei lasciata per ragioni sue e da me accolta come segno della verità della sua esistenza e del fatto che sapesse scrivere, come sosteneva il suo amante? Che fortuna aver potuto leggere tante storie interessanti, alcune divertenti, altre da far gelare il sangue, alcune sorprendenti altre familiari.”(1)

Natalie Zemon Davis

Queste parole accennano al carattere più intimo della storica americana Natalie Zemon Davis, forse una storica sui generis, più umana a quanto siamo abituati, una storica che ha un diverso approccio con i fatti e uno stile particolare tutto suo. Nata a Detroit nel 1928 da una famiglia ebrea, si occupa principalmente di Storia moderna, con un occhio verso la Francia del XVI secolo, verso aspetti sociali, antropologici e culturali.

Zemon ha la peculiarità di penetrare i caratteri più intimi dei personaggi che studia, gente a volte umile e poco conosciuta come, ad esempio, gli stampatori lionesi del XVI secolo, riuscendo a scavare nel loro profondo, nella loro anima, sebbene certe volte lavori d’istinto, e allora lo sottolinea quando inizia un discorso con “io” o “forse” o “può aver pensato”. Per lei la Storia è passione, anche, per i particolari, è gioia di leggere un documento che “parla” ancora dopo secoli, è dubbio sempre presente, è costante ricerca pur dopo aver terminato un lavoro, sempre pronta e stimolata per una nuova sfida.
Dice:

“A volte sento le mie ricerche come un dono, un dono che mi giunge dalle persone del passato e da altri storici, vivi e morti. Questo mi impone l’obbligo di raccontare le loro vite e i loro mondi nel quadro dell’esercizio della responsabilità, e di narrarli non come loro li avrebbero narrati, ma prestando attenzione ai loro racconti e alle loro istanze.”(2)

La sua forza motrice è la curiosità, la volontà di indagare quegli aspetti che spesso e volentieri si presentano ardui e difficili da concludere. Ma la Zemon va avanti, non si ferma, e se proprio deve, lascia decantare, aspetta, dopotutto afferma che bisogna accostarsi al passato con molta umiltà, non pensare troppo presto di avere le capacità di comprenderlo e assimilarlo.

Il suo vuole essere un dialogo con i lettori, i suoi libri, da Il ritorno di Martin Guerre – Un caso di doppia identità nella Francia del Cinquecento a Donne ai margini – Tre vite del XVII secolo, da Il dono – Vita familiare e relazioni pubbliche nella Francia del Cinquecento a La doppia vita di Leone l’Africano, e via dicendo, sono inviti a riflettere, a indagare, a osservare oltre.

Le fonti storiche per la Zemon, sia quelle dirette che indirette, non sono una prigione dentro la quale marcire e restare a vita, sono invece come un filo di Arianna, un filo quasi magico che porta all’uscita, alla scoperta, sono i mezzi che “mettono in moto la mia riflessione e la mia immaginazione, io rimango in dialogo con loro – e amo questa relazione con il passato: essa è al cuore della mia vocazione.” E allora rimane uno spazio libero per la speculazione, quella possibilità che conduce, grazie all’istinto e alla professionalità, a immaginare che forse Rabelais abbia sentito parlare di al-Hasan al-Wazzan (Leone l’Africano) e addirittura abbia consultato uno dei due manoscritti che circolavano – Descrizione dell’Africa -, quando si trovava in Italia, o tentare di dare un finale alla vita dell’africano, di cui si conosce ben poco dei suoi ultimi anni. Prova così, lo storico Zemon, con la creatività partendo però da dati sicuri, dando allo studioso la parte della ricerca sia di un modo per spiegare le scelte, sia di un modo per narrarle.
La Storia deve andare oltre i confini nazionali, deve scavalcare le frontiere patrie per

“… tentare un “salto di coscienza” europea o americana, di compiere uno sforzo per porre domande in un’ottica eccentrica. Dovremmo scrivere la storia degli uni in rapporto agli altri: vale a dire che agli storici europei e americani non compete solo di scrivere la propria storia o quella degli altri, di allargare gli orizzonti lavorando sulla storia degli Indiani o degli Africani, ma anche di cercare di immaginare la storia attraverso le modalità per mezzo delle quali gli Indiani e gli Africani potrebbero volerla scrivere.” (3)

Da qui nasce forse il non volersi considerare una “storica dell’Europa”.
Nella sua visione dei fatti, hanno avuto una certa influenza le sue radici ebraiche e le iniziali convinzioni socialiste marxiste che, addirittura, hanno indotto il governo americano a toglierle per diversi anni il passaporto, costringendola a interrompere le sue ricerche a Lione, in Francia. Anni pieni di esperienza, gli anni ’60, in cui l’ombra del comunismo sovietico sembrava aggirarsi per le strade dell’America, sono quelli che la Zemon percepisce. Addirittura il marito, Davis Chandler, accusato di andare contro gli ideali democratici, fu arrestato e tenuto in carcere per 5 mesi. Lei non si abbatte, non è sola, ha “la presenza della storia e delle persone che studiavo.”

Poi la riflessione che il socialismo non era una panacea, che il regime staliniano aveva commesso delle atrocità, e un conseguente ridimensionamento delle sue idee politiche in cui “il senso del particolare” può essere messo in relazione con “il senso della condivisione”.

I primi tempi del mestiere di storica furono pieni di accadimenti, in cui ogni scoperta, ogni lavoro veniva fatto circolare con il ciclostile, tramite posta, tanta era la sua passione. Passione specialmente per la storia delle donne che la induce a indagare in particolar modo gli eventi del XVI secolo, secolo pieno di dubbi, di rivolte, secolo in cui il contrasto e la tensione sembrano essere due caratteristiche dominanti, elementi, questi, che non è possibile analizzare se si trascurano le posizioni delle donne nella produzione, nella distribuzione, nel consumo di oggetti e servizi, nella famiglia, nella religione. Ruolo femminile tanto importante spesso sottovalutato.

*****

1. Natalie Zemon Davis, La passione della storia, Viella, Roma, 2007, pag. 174.
2. Cit. pag. 174.
3. Cit. pag. 78.

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Piccola bibliografia:

- Natalie Zemon Davis, La doppia vita di Leone l’Africano, Laterza, 2008.
- Natalie Zemon Davis, La passione della storia. Un dialogo con Denis Crouzet, Viella, 2007.

Dec 282009
 

«Il buon Ballanche, fra tutti i suoi oscuri romanzi mistici, ebbe talora veri lampi d’intuizione. Un giorno in cui, per metterlo in imbarazzo, gli domandammo: “Cos’è la donna secondo voi?”, sembrò sognare per qualche minuto. I suoi occhi dolci di serva spaurita si fecero più selvatici del solito. Poi arrossendo come una giovanetta, il vecchio rispose: “È iniziazione”».

Così si conclude il libro dello storico francese Jules Michelet (1798-1874), Le donne della rivoluzione, un libro dedicato alla loro partecipazione nelle vicende di fine 1700, donne che hanno avuto un’importanza davvero rilevante nella Rivoluzione francese.

Se leggiamo alcuni cahiers de doléances dell’epoca – ne abbiamo accennato »»qua -, alcune di loro si lamentavano della poca possibilità di istruirsi, altre della quasi impossibilità di essere autonome e guadagnarsi da vivere, altre ancora della loro condizione di servilismo.

Iniziarono così una serie di lotte che le condurrà, poco a poco, a una certa libertà, come quella del 24 gennaio 1789 in cui un Regolamento reale per l’elezione dei deputati agli Stati generali riconosce il diritto di voto a parecchie categorie di donne proprietarie.

Fino al 1792 libelli e periodici femminili saranno di notevole diffusione, elementi cartacei che circoleranno non solo a Parigi, ma finanche nelle medie città francesi. Una libertà di stampa decretata il 24 agosto del 1789 che favorirà, altresì, la divulgazione delle loro idee, delle loro aspirazioni, delle loro necessità.

E la donna, come dicevamo, avrà un ruolo di primo piano durante i mesi della Rivoluzione, versando il proprio sangue in svariate battaglie, mai tirandosi indietro. Le donne francesi, costrette dalla situazione, avevano dimostrato non essere di meno degli uomini.

Alla Bastiglia - dice Michelet - ce ne fu una che, più tardi, partì per la guerra, divenne capitano d’artiglieria; il marito era soldato. Il 18 luglio, quando il re tornò a Parigi, molte donne erano armate. Le donne furono all’avanguardia della nostra rivoluzione. […] È una donna di trentasei anni, ben vestita, onesta, forte e ardita. Vuole che si vada a Versailles, in testa marcerà lei. Qualcuno scherza. Lei gli dà un ceffone. L’indomani, partì tra le prime, sciabola alla mano, a cavallo di un cannone preso all’Hœtel de Ville e che trascina fino a Versailles, con la miccia accesa.”

La marcia su Versailles

La marcia su Versailles

I salotti saranno punto di riferimento, luoghi di idee, focolai di pensieri pronti a esplodere al momento giusto, ponti fra i pensieri allo stato puro e la loro realizzazione fisica. Chi non ricorda il genio di Madame de Staël e la sua frequentatissima casa? O quello di Madame de Condorcet, nel palazzo delle Monnaie, quasi di fronte alle Tuileries, il cui salotto qualcuno disse essere stato il focolare della Repubblica? Donne che con il loro coraggio tenevano testa a chiunque, pur di promuovere le idee di libertà, di eguaglianza, di fraternità.

C’era, dunque, chi usava le parole e chi usava le armi, armi perfino contro coloro che, incarnando i nuovi ideali rivoluzionari, si erano corrotti strada facendo. Madamoiselle Marie-Charlotte Corday d’Armont ebbe il coraggio di entrare in casa Marat e affondargli violentemente un pugnale mentre questi si bagnava. La fanciulla di appena 25 anni, di nobile ma povera famiglia, pugnalerà colui che riteneva aver ucciso la Legge il 2 giugno 1793, giorno in cui Marat e altri deputati della Convenzione attaccarono definitivamente la Gironda.

Michelet insiste nel ricordarci la loro determinazione, il loro sacrificio, il sangue versato. Saranno loro che piangeranno più di tutti, fsicuramente più degli uomini, giacché si vedranno spesso privare non solo dei mariti, ma anche dei figli, dei padri. E allora si domanda se possono essere giustiziate.

Qualunque cosa abbiano fatto, sotto qualunque aspetto appaiono, sovvertono la giustizia, ne distruggono l’idea, la fanno rinnegare e maledire. Giovani, non si possono punire. Perché? Perché sono giovani e portano con sé amore, felicità e fecondità. Vecchie, non si possono punire. Perché? Perché furono vecchie e furono madri e restano sacre, i loro capelli grigi rassomigliano a quelli di vostra madre. Incinte!… Qui la povera giustizia non osa più aprire bocca; a lei di convertirsi, umiliarsi, farsi, se occorre, ingiusta.”

Il bel libro di Michelet, scritto nell’arco di dieci anni, è pieno di esempi, di aneddoti, di storia, è pieno anche di sentimentalismo, è pieno di rispetto verso quelle donne che seppero cambiare la Francia, un libro tuttavia che bisogna prendere per quello che è.

Oct 112009
 

Il Seicento, lo abbiamo visto, è stato un secolo che alcuni studiosi hanno chiamato di crisi, crisi rispetto – anche, ma non solo – al Rinascimento del Cinquecento, alla sua arte, ai suoi sviluppi politici ed economici.

Jan Steen, Gioiosa compagnia

Jan Steen, Gioiosa compagnia

Il Barocco sarà la caratterizzante di quegli anni, così come le monarchie assolutiste, lo sviluppo delle ricerche scientifiche, e via dicendo. Barocco che sarà diffuso in quasi tutta Europa, e diciamo quasi in quanto vi fu uno stato, un piccolo ma importante stato, in cui non prese piede, o quanto meno poco: l’Olanda.
Scrive Johan Huizinga nel suo La civiltà olandese del Seicento:

“Uno dei più forti impulsi del Seicento è di conformarsi alle norme stabilite, dottrinarie o politiche, plastiche o prosodiche. Dominano lo splendore e la dignità, la posa teatrale, la regola rigorosa e la dottrina chiusa; l’ideale è il deferente rispetto per la chiesa e per lo stato. La monarchia viene divinizzata come regime politico, mentre i vari paesi adottano come norma fondamentale di condotta uno sfrenato egoismo e arbitrio nazionalistico. Tutta la vita pubblica si svolge entro i canoni di un’ampollosa eloquenza che vuol essere presa per serietà assoluta. Magnificenza e ostentazione, con pomposo formalismo, toccano il culmine: La fede rinnovata si esprime plasticamente in figurazioni altisonanti e trionfali: Rubens, i pittori spagnoli, Bernini.”

Ma tutto ciò toccherà poco o nulla l’Olanda. A parte Joost van den Vondel (1587-1679), poeta e drammaturgo, di tendenze barocche, il resto si dedicherà a realizzare la quotidianità, come i pittori del genere, che rappresenteranno lo sviluppo economico e l’agiatezza della classe borghese dell’epoca. I Paesi Bassi in generale vivranno, durante quasi tutto l’arco del Seicento, un periodo di maturità davvero unica, basta dare un’occhiata alle tele di Jan Steen o di Jan Vermeer.

Grazie al commercio marittimo e alla forza della borghesia, l’Olanda sarà uno dei pochi stati europei a spiccare il volo e a differenziarsi dal resto del mondo. I mercanti saranno la classe più influente, così come i magistrati. Amsterdam, intorno alla fine del ’500, poteva dichiarare ad alta voce di aver superato la Francia e l’Inghilterra per volume di scambi e per numero di navi. L’assolutismo non radicherà in quelle regioni, sia per la debolezza della forza nobiliare, che per quella dell’autorità centrale.
In tutto ciò salta alla vista un particolare, forse determinate, nella storia olandese del Seicento:

“Ciò che permise agli olandesi di dominare nel commercio internazionale non fu dunque un’organizzazione commerciale o una teoria economica progredita. Al contrario, si può dire che essi trassero giovamento proprio dalla mancanza d’ingerenza statale.” (J. Huizinga, La civiltà olandese del Seicento).

Le varie attività, come la produzione di aceto, di sale, di sapone, di zucchero, di tabacco, di lavorazione del ferro, del legno, della pietra, e via dicendo, non dovevano sottostare a restrizioni corporative, avevano dunque un margine di libertà superiore alla media europea. Punto di forza, così, della struttura, se di struttura si possa parlare, dello sviluppo economico di quel paese nordico, modello significativo.

Sarà nel ’700 che l’Olanda attraverserà un periodo poco felice, a causa della guerra di successione spagnola.

Bartholomeus van der Helst, Banchetto della Guardia Civica di Amsterdam in celebrazione della Pace di Münster, 1648

Bartholomeus van der Helst, Banchetto della Guardia Civica di Amsterdam in celebrazione della Pace di Münster, 1648

Sep 142009
 

Acquaiolo di Siviglia, Velazquez, 1620

Parliamoci chiaro, la Storia è un’entità viva, è un’essenza che respira, che parla, che ascolta, che comunica, è un essere che ha una indelebile memoria. Anzi, vive della propria memoria, vive dei propri ricordi. Diceva il Santayana: “Coloro che non ricordano il passato, saranno condannati a viverlo di nuovo.”

E allora penso sia giunto il momento di conoscere questa storia, questa Signora che ci cammina intorno, che ci accompagna giorno e notte, che a volte si ribella in Asia a volte in Africa, a volte si appacifica in Europa, a volte si nasconde in Australia, a volte addirittura cambia volto in America. Eppure è sempre con noi, in un vicolo buio ad aspettare con un colpo in canna, in una piazza dietro un corteo a prima vista pacifico, in un’immagine di una donna violentata dalla repressione, in un urlo dedicato alla libertà. Prepotente ci segue, e non ce ne accorgiamo, anzi la fuggiamo spaventati.

Ecco perché è bene sapere con chi si ha da fare.

Ragiono dunque che bisogna farla uscire dai licei, dalle università, dalle istituzioni, farla scendere dal piedistallo che gli studiosi gli hanno dato, liberarla da tutti quei termini altisonanti, da quei concetti misteriosi e indecifrabili che solo gli addetti ai lavori penetrano.

Ma servono due elementi affinché accada tutto ciò. Uno è la curiosità, l’altro è la passione.

Se non c’è curiosità non c’è ricerca, se non c’è passione non c’è conoscenza. Due elementi che vanno mano nella mano, che passeggiano insieme. Sì, passeggiano, perché la Storia deve passeggiare con noi, deve essere nostra amica, consigliera, deve incoraggiarci, e nello stesso tempo dobbiamo comprenderla.

Comprenderla, non criticarla, giacché non va giudicata. Ogni episodio, ogni avvenimento, ogni misfatto va inquadrato nel correlato periodo di tempo, in quella corrispondente struttura mentale, ogni periodo va studiato come parte di un continuum. Marc Bloch diceva che è facile giudicare col senno di poi, è facile dire io avrei fatto così, avrei preso queste e quelle decisioni:

Malauguratamente, a forza di giudicare, si finisce, quasi fatalmente, per perdere persino il gusto di spiegare. Siccome le passioni del passato mescolano i loro riflessi ai preconcetti del presente, la realtà umana non è più che un quadro in bianco e nero.”

Mai e poi mai aborrire eventi che hanno caratterizzato il nostro percorso evolutivo, mai gettare pietre al passato, mai rifiutare ciò che ancora oggi ci fa vivere. La Storia, ripeto, va compresa.

Abbiamo or ora introdotto il concetto di continuum, in considerazione del fatto che la Storia è collegata, momento attuale a momento precedente, momento precedente a momento remoto. La Storia è un tutt’uno che non si può separare, neanche per studiarlo isolatamente, non lo penetreremo mai.

E ancor più: la Storia è globale, avvenimenti accaduti in Italia, in un certo qual modo, hanno ripercussioni o radici o legami con altri avvenuti vuoi nei paesi limitrofi vuoi in quelli distanti. Osservo allora che si dovrebbe integrare lo studio della Storia europea con quella americana, indiana, cinese, e via dicendo, magari un’infarinatura, magari nelle linee generali.

Una buona civilizzazione inizia da una buona coscienza storica, dall’accertare da dove veniamo, chi siamo stati. Mio nonno insisteva che per conoscere me bisognava conoscere mio padre, lui, suo padre, il padre di suo padre, bisognava conoscere il passato recente e il passato remoto, bisognava, asseriva con forza, conoscere i miei avi e la storia del loro dintorno. Tu, io, tutti, siamo frutto delle decisioni prese ieri e l’altro ieri, siamo frutto delle loro idee, così come i nostri figli saranno e sono il frutto di questa nostra società.

E allora abbiamo bisogno che sia a noi più vicina, che coloro che la insegnano siano capaci di attirare curiosità e passione dello studente, delle persone in generale. Il divulgatore si servirà di immagini, slides, si servirà di video, si servirà di aneddoti, si spiegherà con parole semplici e facili. Adopererà una saggistica chiara, si avvarrà di congressi, conferenze, tavole rotonde aperte e adatte a tutti i tipi di pubblico, utilizzerà i media, la rete, i social network, i siti e i blog, impiegherà tutti quei mezzi che l’evoluzione storica, che la stessa Storia, ci ha messo a disposizione affinché la sua memoria sia tramandata, perpetuata.

Giacché la Storia è un essere vivo.

Sep 022009
 

Jules MicheletJules Michelet (1798-1874), famoso storico francese, lo ricordiamo anche per l’immenso lavoro della sua Storia di Francia, opera in 19 volumi incentrata nell’indissolubile rapporto che la Storia ha anche con il popolo, con il semplice cittadino, e non solo con il personaggio famoso o l’uomo di potere. E ancor più tale concetto si evince quando scrive i sette volumi della Storia della rivoluzione francese, interrogando finanche i protagonisti ancora in vita. Di idee liberali, interpretò la Storia in forma totale, Storia imbevuta di religione, filosofia, scienze, arte.
In un discorso dato al Collège de France, 29 dicembre 1842 diceva:

Devo ringraziare le persone compiacenti che raccolgono le mie lezioni, ma nel contempo devo pregarle di non dare a questo alcuna pubblicità. Parlo con fiducia a voi, a voi soli, e non alla gente di fuori. Non vi confido solamente la mia scienza, ma il mio pensiero intimo sul tema più vitale. Appunto perché è molto numeroso, molto completo (per età, sesso, province, nazioni, …), in questo uditorio sento l’umanità, l’uomo, cioè me stesso. Da me a voi, da uomo a uomo, tutto può dirsi. Sembra che uno solo parli, qui: errore, anche voi parlate. Io agisco e voi reagite, io insegno e voi m’insegnate. Le vostre obiezioni, le vostre approvazioni sono per me molto sensibili […] L’insegnamento non è, come si crede, un discorso accademico o un’esibizione; è la comunicazione vicendevole, doppiamente feconda tra un uomo e un’assemblea che cercano insieme. La stenografia più completa, più esatta, riprodurrà il dialogo? No, riprodurrà solamente ciò che ho detto e non anche ciò che non ho detto: io parlo anche con lo sguardo e il gesto. La mia presenza e la mia persona sono una parte considerevole del mio insegnamento. La migliore stenografia parrà ridicola perché riprodurrà le lungaggini, le ripetizioni utilissime qui, le risposte che di sovente alle obiezioni che vedo nei vostri occhi, gli ampliamenti che do su un punto, in cui l’approvazione di tale o talaltra persona mi indica che vorrebbe fermarmi. Occorre lasciare volare queste parole alate. Che si perdano, alla buon’ora! che si cancellino dalla vostra memoria, se ne resta lo spirito, va bene. Sta qui ciò che di toccante e di sacro c’è nell’insegnamento. Che sia un sacrificio, che non ne resti niente di materiale, ma che tutti ne escano forti, abbastanza forti per dimenticare questo debole punto di partenza. Quanto a me, se temessi che le mie parole rischiassero di gelare nell’aria e di essere riprodotte così, isolate da colui per il quale avete una qualche benevolenza, non oserei più parlare. Vi insegnerei qualche tavola cronologica, qualche secca e triviale formula, ma mi guarderei dall’apportare qui, come faccio, me stesso, la mia vita, il mio pensiero più intimo.

 

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