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Michele Amari, fra storia e impegno sociale

Figura poco o del nulla conosciuta è quella di Michele Amari (1806-1889), studioso orientalista impegnato sul fronte politico in un’Italia che iniziava a lottare per la sua indipendenza.
Ce ne parla Ivana Palomba, esperta di manufatti tessili antichi che ha intrapreso un percorso universitario di storia e tutela dei beni artistici presso l’Università di Firenze per approfondire quelle tematiche sottese ai capolavori d’arte. Attualmente collabora con musei e riviste specializzate nel settore antiquariato.

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Michele Amari (archivio fam. Messeri )

Fra i fautori della nostra storia risorgimentale emerge la figura di Michele Benedetto Gaetano Amari. Patriota, storico, arabista, nacque nel 1806 a Palermo, in quella terra siciliana ai tempi del governo borbonico.
Ben presto dovette lasciare gli amati studi per lavorare e sostenere la famiglia che si ritrovava in ristrettezze economiche a causa dell’arresto del padre, Ferdinando Maria, coinvolto in una congiura carbonara e antiborbonica. Ancora nel 1843 manteneva suo padre, come si evince da una lettera del 10 marzo 1843 ad Antonio Panizzi, divenuto nel 1856 direttore del Museo Britannico:

Io non ho altra famiglia a carico mio, in Sicilia, che il povero vecchio di mio padre, vittima degl’infelici tentativi del 1821, ch’espiò col terrore d’una sentenza di morte e con la rovina de’ suoi interessi e una prigiona di tredici anni”.

Questo concatenarsi di eventi e la sua terra sotto il dominio straniero gli infuocarono l’animo di sdegno e ribellione, che profuse nella sua prima opera: La guerra del Vespro Siciliano, che la censura obbligò a titolare Un periodo delle istorie siciliane del XIII secolo.
La prima edizione, uscita il 31 maggio 1841 in mille copie, andò quasi tutta esaurita nell’arco di una settimana avendo il giudizio unanime di uomini illustri italiani e stranieri, ma poiché da ogni pagina dell’opera trasudava un pericoloso richiamo al nazionalismo siciliano, fu perseguitato dal governo borbonico e costretto a fuggire a Parigi dove apprese l’arabo da Joseph T. Reinaud.
Nel 1848 a seguito della parentesi dei moti antiborbonici siciliani tornò a Palermo e grazie al prestigio raggiunto fu nominato alla cattedra di diritto pubblico siciliano all’università della città, poi deputato e successivamente, cedendo alle insistenze dell’amicissimo Mariano Stabile, gli fu assegnato il Ministero delle Finanze che accettò nonostante la sua inesperienza ed il momento di grandi incertezze economiche del paese.
Superata l’euforia di un governo siciliano e ritornati i Borboni, dovette di nuovo allontanarsi per raggiungere il suo vecchio esilio dove rimase fino al 1859 ricoprendo, anche per necessità economiche, il prestigioso incarico di conservatore dei manoscritti arabi della Biblioteca imperiale (poi nazionale) di Parigi di cui compilò un catalogo. Condivise le idee mazziniane e dall’esilio concorse a diffonderne il pensiero come ci testimonia la lettera, datata 1914, della figlia Carolina al filologo Pio Rajna.
Ma il suo cuore era in Italia, alla sua terra, e tramite i buoni uffici dei suoi amici, l’intellettuale François Sabatier e il prof. Antonio D’Ancona, poté ottenere una cattedra di lingua e storia araba all’Università di Pisa. Nel 1860 Giuseppe Garibaldi lo volle nel suo governo siciliano, dove ricoprì la carica di ministro degli esteri, mentre con l’unificazione del nostro Paese divenne Ministro dell’Istruzione nel gabinetto Farini-Minghetti dal 7.12.1862 fino al 23.9.1864.
Il motivo per cui aveva accettato tale carica, lui che si trovava a completo agio solo con gli amati studi, ci viene chiarito da una sua lettera del 7 gennaio 1862 all’amico Sabatier:

Vorrei con la mia buona fama politica e morale, contribuire al bene del paese e coi miei consigli alla riconciliazione della Sicilia col Governo italiano”; ma si ritrovò ben presto preso d’assalto da vari postulanti “qual con la voce e con l’impeto degli atti, qual con lettere, e tutti domandano per sé o per altrui cattedre, danaro, dispense, privilegi, impieghi.

Nel 1864 assunse a Firenze l’insegnamento di lingua araba presso L’Istituto di Studi Superiori (oggi Università), cattedra che tenne fino al 1873, e nel 1865, nel pieno della sua maturità e fama mondiale, sposò la signorina Louise Boucher, figlia adottiva di François Sabatier e Caroline Ungher, famosa cantante di camera dell’imperatore d’Austria e del Granduca di Toscana. Le nozze furono celebrate il 29 ottobre 1865 nella parrocchia di Santa Lucia de’ Magnoli a Firenze con testimoni il politico e naturalista John Ball e il patriota Vito Beltrani. Il matrimonio fu allietato dalla nascita di tre figli: Carolina, la primogenita, Francesca, detta Checca, forse la sua preferita, e Michele Amari junior.
La prestigiosa fama di cui godé nel mondo culturale è legata principalmente alla sua monumentale opera Storia dei musulmani di Sicilia, a cui si dedicò per trent’anni, per aggiornarla con una seconda edizione che, con marginali correzioni dell’arabista Carlo Afonso Nallino, verrà pubblicata a partire dal 1933. Ebbe numerosi riconoscimenti da parte di società scientifiche italiane, francesi, inglesi, tedesche, austriache, russe, danesi ecc., e da numerose università che gli conferirono il dottorato honoris causa: Leida nel 1876, Tubinga nel 1877 e Strasburgo nel 1886.
L’Amari rivestì anche numerose alte cariche pubbliche, fu membro del Consiglio superiore degli Archivi (1874-1880), dell’Istituto Storico italiano (1885-1889), socio Accademia della Crusca, Socio nazionale Accademia dei Lincei, e di varie commissioni.
La morte lo colse improvvisamente, il 16 luglio 1889, dopo aver trascorso una mattinata alla Biblioteca Nazionale di Firenze per correggere le bozze del suo lavoro e mentre si recava presso l’Istituto di Studi Superiori per un’adunanza riguardante il monumento di Atto Vannucci, amico e partecipe delle vecchie idealità risorgimentali, che aveva conosciuto durante l’esilio parigino del 1843.
Le sue ceneri, concordemente alla richiesta del sindaco siciliano, e confermata dalla famiglia, furono traslatate a Palermo nella chiesa di San Domenico, tempio delle glorie siciliane.
Ma al di là dei suoi meriti storici, politici e letterari, emerge nitida e chiara la sua alta statura morale, come ricordato da Pasquale Villari:

Fu nella vita pubblica e nella privata, in ogni giorno in ogni ora della sua non breve esistenza devoto costantemente al dovere. Grandissimi furono di certo i suoi meriti letterari, scientifici, politici, ma sopra tutti e sopra tutto, come faro luminoso, risplendeva il suo carattere morale.

©Ivana Palomba

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Riferimenti bibliografici

- Rosario Romeo, Amari Michele, ad vocem, in Dizionario biografico degli Italiani, vol. II, Roma, Istituto per l’Enciclopedia Italiana, 1960, pp. 637-654.
- Biblioteca Marucelliana, Firenze (BMF), C. Ra. 25, VI.
- Michele Amari, Alessandro D’Ancona (a cura di), Carteggio di Michele Amari, vol. III, Torino, Societa tipografico-editrice nazionale (gia Roux e Viarengo), 1907, p. 229.
- La Nazione, 18 luglio 1899, p. 3.
- Ivana Palomba, L’arte ricamata. Uno strumento di emancipazione femminile nell’opera di Carolina Amari, Collana I Sugheri, Le Arti Tessili, 2011.


Tre libri di Carlo M. Cipolla

Suggerisco a caso, così come sovvengono nella mia mente, tre libri del grande storico italiano Carlo M. Cipolla, tre dei tanti e preziosi libri da leggere e rileggere con immensa attenzione. Studioso, il nostro Carlo, che lo storico francese Jacques Le Goff così definisce:

“… collega e amico Carlo Cipolla, uno degli storici più originali che abbia mai conosciuto“.(1)

Il primo, Vele e cannoni, dedicato al perfezionamento delle tecniche di navigazione e di guerra, perfezionamento che condusse alla supremazia dell’Europa sul resto del mondo.

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Il secondo parla delle ricchezze spagnole provenienti dalle terre conquistate americane, Conquistadores, pirati, mercatanti. L’argento che sbarcava a Siviglia e si muoveva per la Spagna e l’Europa in generale.

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Infine, Tre storie Extra vaganti, storie curiose, divertenti, poco note, storie reali che hanno caratterizzato la nostra età moderna.

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1. Jacques Le Goff, Con Hanka, Laterza, Bari-Roma, 2010, pag. 82.



Lo storico del 2060

Vi lascio tre link che si riferiscono a un intervento del prof. Tommaso Detti sulle fonti per il futuro storico, un convegno tenuto a Torino nell’aprile del 2010, il cui tema era: 2060: con quali fonti si farà la storia del nostro presente. Tecniche, pratiche e scienze sociali a confronto.

- Lo storico del 2060.

- Le fonti storiche del web.

- La storia e l’accademia.


Walter Benjamin e l’Angelo della storia

Nel 1921 Walter Benjamin (1892-1940) acquistò un acquerello di Paul Klee che lo seguirà fino al giorno della sua morte, Angelus Novus. A lui guarderà spesso come un’entità che dovrà accompagnarlo nel cammino della vita, nel viaggio nella storia. E l’angelo diventerà proprio L’angelo della storia, a quella storia cui ci si dovrà rivolgere per predisporre il futuro. Ci si dovrà impossessare del passato, volgerci indietro per preparare un domani migliore, riscoprendo quella dimensione mnemonica dimenticata, nascosta, assopita, quella dimensione che sfugge.
E proprio negli appunti per preparare la Tesi di filosofia della storia, 1940, affermava che “Non è che il passato getti la sua luce sul presente o che il presente getti la sua luce sul passato; l’immagine è piuttosto ciò in cui il passato viene a convergere con il presente in una costellazione.”

Scriveva Benjamin:
“C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è cosi forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta”. (1)

In poche parole, si guardi al passato per evitare un suo ripetersi, e capire che tutto è collegato, facente parte di un grande insieme.

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1. W. Benjamin, Angelus novus, Tesi di filosofia della storia, Einaudi, 1962, pp. 76-77

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Piccola bibliografia:

- Hannah Arendt, Walter Benjamin 1892-1940 (Testi e documenti), SE, 2009.
- Walter Benjamin, Opere complete: 1, Einaudi, 2008.
- Walter Benjamin, Opere complete: 2, Einaudi, 2001.
- Walter Benjamin, Sul concetto di storia, Einaudi, 1997.
- Walter Benjamin, Infanzia berlinese intorno al millenovecento, Einaudi, 2007.


La Storia, maestra di vita?

Sulla storia si è detto di tutto, si è scritto di tutto, si è urlato di tutto: che è finita, che non serve a un bel nulla, che è maestra di vita. E proprio su questo ultimo punto leggiamo cosa ha da dirci un grande storico, Carlo M. Cipolla:

Vien sovente ripetuto da persone che si credono o vogliono parere dotte e sagge, che la storia è maestra di vita e che l’uomo apprende molto dall’esperienza! Io sono uno storico di professione ma più di quarant’anni di ricerche e indagini storiche mi hanno convinto che questa ingenua convinzione fa acqua da tutte le parti e che l’uomo non impara un accidente di nulla, né dalla sua esperienza personale né da quella, collettiva o individuale, dei suoi simili e continua pertanto a ripetere con monotonica pervicacia gli stessi errori e gli stessi misfatti, con conseguenze deleterie per il progresso umano.” (1)

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Carlo M. Cipolla, Tre storie extra vaganti, il Mulino, Bologna, 2008, pagg. 17,18


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