Jul 122010
 

Conosciamo la prof.ssa Bianca Maria Rizzoli per gli articoli che ci propone sulla moda, sui costumi nell’età moderna. Attualmente si sta dedicando ad approfondire il tema Storia della moda nel suo nuovo blog, che vi invito a visitare. Leggiamo di seguito cosa ci dice in questa intervista.

Che cos’è per te la Storia, che rapporto hai con essa?
Noi esseri umani siamo nati in un passato molto remoto in cui eravamo semplici cellule. L’evoluzione ci ha portato alla coscienza e quindi alla Storia, che è stata formulata quando abbiamo imparato a scrivere. Non possiamo né dobbiamo dimenticare questo passato di cui siamo l’ultimo frutto. La Storia, come dice un celebre programma televisivo, siamo noi.

Che significa avere coscienza storica e a che serve?
In parte ho risposto con la prima domanda. Ma la coscienza storica è difficile da conquistare. Avere coscienza storica significa imparare dagli errori del passato ed evitare di ripeterli, e questo mi sembra che a tutt’ora non sia avvenuto.

Credi che la Storia abbia dei corsi e ricorsi?
Le civiltà nascono e muoiono in continuazione: è la Storia che ce lo insegna. Se vogliamo questo potrebbe definirsi corso e ricorso. Eppure la civiltà successiva non è mai uguale a quella precedente e questo fa parte dell’evoluzione della natura umana: un uomo medievale non è uguale a un uomo del 2000. Tuttavia non vorrei cadere nell’ingenuo ottimismo che ha caratterizzato il positivismo di fine Ottocento, che prima della Guerra del 1915/18 credeva di avere sconfitto malattie e paura con la modernità. L’evoluzione può portarci a un’involuzione. In fondo anche i Dinosauri si sono estinti nel Cretaceo. Se l’uomo si autodistrugge svanirà anche la Storia.

Qualcuno parla di revisionismo storico, di rivedere la Storia – anche – alla luce di nuove idee, spesso politiche e di parte, che ne pensi?
La revisione storica è quasi inevitabile, anche alla luce delle continue scoperte documentali. Tuttavia bisognerebbe sempre ricordarsi che, come dicevo prima, la storia e l’evoluzione comportano anche un cambiamento della coscienza e della morale, ormai diverse dal passato. Non dico migliori o peggiori, ma diverse. Per questo diffido fortemente delle interpretazioni politiche o di parte. Bisognerebbe avere la massima obiettività possibile, anche se non è facile. Diversi anni fa la scuola francese rivide la storia partendo non dai condottieri, dai re e dai papi, ma dalla vita dei comuni esseri umani. Mi sembra un approccio corretto, che considerava come la storia fosse fatta da tutti, dal più umile al più potente.

C’è differenza fra ricerca storica condotta in Italia e in altri paesi europei, in generale?
C’è sicuramente, ma non sono abbastanza edotta per fare distinzioni approfondite. Mi piacciono molto i francesi e gli inglesi. Gli americani mi sembrano a volte peccare di un eccesso di sensazionalismo pubblicitario. Un’ottima storica in Italia è Chiara Frugoni, che ha anche il merito di essere “chiara” come il suo nome.

Ti occupi di usi e costumi, che influenza ha avuto la storia nella moda e viceversa?
Storia e moda vanno a braccetto, così come storia e arte. Per fare un esempio non è un caso che le leggi sulla moda siano state abolite per la prima volta proprio in Francia durante la Rivoluzione che proclamava libertà, uguaglianza e fraternità. In ogni caso credo molto nel potere fascinoso delle immagini: una donna o un uomo belli e ben vestiti possono – se dotati anche di un buon quoziente di intelligenza e di cinismo – determinare efficaci illusioni e indirizzare destini. È nota la confusione che Cleopatra causò alla morente Repubblica romana. Immagino che si presentasse a Cesare e a Marco Antonio ben truccata e vestita.

Come si potrebbe attirare l’attenzione dei giovani verso la Storia?
I giovani odiano spesso la Storia perché è veicolata da cattivi insegnanti. Dal momento che la scuola è il secondo importante strumento formativo dopo la famiglia, occorrerebbe spiegarla in modo semplice, vivace e scorrevole. Anche Internet potrebbe essere di aiuto, visto che i ragazzi lo seguono molto. Mi capita di trovare siti che preparano gli studenti per gli esami. Wikipedia ad esempio è una buona enciclopedia ricca di informazioni utili che io stessa ho utilizzato parecchio. Ma attenzione: occorre sempre fare delle verifiche serie, perché parecchi disinformati scrivono un mucchio di sciocchezze. Non bisogna dimenticare che sulla rete ci va di tutto e bisogna filtrare i dati.

Un libro che consiglieresti, oggi, così, senza pensarci due volte.
Ce ne sarebbero parecchi, ma siccome amo il periodo direi “Dizionario del Medioevo”di Alessandro Barbero e Chiara Frugoni. Semplice da consultare e ricco di informazioni.

Jul 012010
 

Prodotto dell’uomo, la città è il luogo in cui la Storia ha occupato e occupa un posto geografico rilevante, giocando la sua partita. Alla città, elemento indispensabile per l’accrescimento sociale, culturale, economico, spesso e volentieri non viene da noi, semplici cittadini, riservata quell’attenzione che si dovrebbe, eppure, in questi ultimi millenni, è proprio qua dove fatti, misfatti, eventi hanno trovato la loro massima espressione.
E allora mi sembra giusto dedicarle qualche minuto del nostro tempo, noi che la viviamo, la glorifichiamo, la denigriamo. Sarebbe interessante, di tanto in tanto, far flanella per e nelle sue strade, alzare lo sguardo, vedere e non solo guardare, assaporare e sbirciare magari come stranieri alla ricerca della curiosità, sedendoci nelle piazze, temporeggiare e godere della storia che ci circonda.

“Nella città coesistono dunque gli elementi temporali più eterogenei. Quando passiamo da un edificio del XVIII secolo in uno del XVI, discendiamo a precipizio un versante del tempo, e se accanto c’è una chiesa gotica, sprofondiamo in un abisso, e risaliamo la china del tempo, se qualche passo più in là ci troviamo in una strada dell’epoca della rivoluzione industriale. Chi entra in una città si sente come in una trama di sogni in cui il passato più lontano si intreccia anche all’evento di oggi. Una casa è unita all’altra, senza riguardo al tempo cui esse risalgono: così sorge una strada. E più in là, dove questa strada magari dell’epoca di Goethe, sfocia in un’altra, d’epoca magari guglielmina sorge il quartiere… I punti culminanti della città sono le sue piazze, dove non si irradiano solo le strade, ma sfociano i mille rivoli della sua storia. Appena affluiti, la piazza li cinge con i suoi bordi, le sue sponde, di modo che già la sua forma esteriore parla della storia che in essa si svolge… Cose, che negli eventi politici non giungono affatto all’espressione, o solo a stento, si svelano nelle città che sono uno strumento sottilissimo e, malgrado il loro peso, sensibili come un’arpa eoliche alle vive oscillazioni della storia”. (1)

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Ferdinand Lion, Geschichte biologisch gesehen, Zuric-Leipzig, 1935, pp.125-26, 128 (Nota sulla città); in Walter Benjamin, I Passages di Parigi, Einaudi, Milano, 2010, pag. 486.

Jun 262010
 

Vi lascio tre link che si riferiscono a un intervento del prof. Tommaso Detti sulle fonti per il futuro storico, un convegno tenuto a Torino nell’aprile del 2010, il cui tema era: 2060: con quali fonti si farà la storia del nostro presente. Tecniche, pratiche e scienze sociali a confronto.

- Lo storico del 2060.

- Le fonti storiche del web.

- La storia e l’accademia.

Jun 222010
 

Continuiamo con le interviste proposte lo scorso anno, che ci hanno permesso conoscere l’opinione di insegnanti, scrittori, storici, studiosi, sulla Storia.
Ho conosciuto la professoressa Rosalia De Vecchi grazie al social network Facebook, avviando con lei una buona amicizia virtuale, scambiandoci spesso opinioni e pareri sia su argomenti storici che letterari che artistici. Ciò che mi ha colpito immediatamente, oltre alla profonda cultura, è la chiarezza del suo pensiero e il suo modo di insegnare, un insegnamento che ha le basi nella pedagogia steineriana.
Incontriamola insieme nel suo blog e nelle sue risposte.

Che cos’è per te la Storia, che rapporto hai con essa?
Per me la Storia è il “racconto”, orale, scritto, testimoniato da “presenze” di vario tipo, – archeologiche, artistiche, o connesse con il dinamico divenire della Terra -, delle tappe evolutive dell’umanità, del suo sentire, del suo pensare e del suo operare, il racconto delle sue prese di coscienza, quali si sono manifestate nei tempi sia ad opera di singole personalità che ad opera di “risvegli” di masse, il racconto variegato e ricco, esaltante e tragico, delle scelte operate. La storia è l’uomo. L’uomo con tutta la complessità delle sue volizioni, del suo Bene e del suo Male, della sua libertà: la libertà di affidarsi al volo coraggioso e creativo delle proprie ali o di naufragare nella schiavitù dei propri istinti di potenza e sopraffazione, ignoranza ed egoismo, materialismo e violenza. La Storia è il racconto dell’uomo che lotta con l’uomo, mentre interagisce con le forze cosmiche, sia quelle manifeste che quelle occulte, dell’uomo, che si cerca, si smarrisce, si ritrova in un processo evolutivo che non si può esaurire né nella soddisfazione dei suoi bisogni materiali, né confondere con dei vagheggiamenti di auliche perfezioni da raggiungere.
Pertanto non condivido un’interpretazione unilaterale della Storia, né di tipo materialistico né di tipo spiritualistico, perché entrambe, a mio parere, sono necessarie per pervenire ad una comprensione più obiettiva di essa, dato che l’uomo è terra e cielo, fisicità e spirito, e le sue vicende, quelle individuali come quelle collettive, presentano fittamente intessuti tra loro entrambi gli aspetti. Apprezzo per vari aspetti, ad esempio, la visione hegeliana della Storia come apprezzo per altri quella marxista, ma nell’una né l’altra ritengo sia l’unica chiave di lettura dei fatti storici.
Il rapporto che io ho con la Storia forse si deduce da quanto già espresso: conoscere la Storia per me è conoscere una parte fondamentale di me stessa. Io sono la Storia e la Storia è me. Sono convinta che se, in un processo di autoconoscenza e di conseguente evoluzione di sé, ciascuno sentisse questo nei confronti di se stesso come “Verità”, la Storia dell’uomo si “colorerebbe dello splendore dei caldi colori” della coscienza e forse muterebbe il suo corso.

Che significa avere coscienza storica e a che serve?
Coscienza storica per me significa avere il coraggio di penetrare nei significati dei grandi come dei piccoli avvenimenti con spassionatezza, acutezza di osservazione, volontà di prenderne in considerazione tutte le componenti, sia quelle “visibili” che quelle “occulte”, per approdare ad una visione complessiva chiara e consapevole, obiettiva e realistica, che non finisca col cristallizzarsi in un giudizio ma rimanga il più possibile nella caratterizzazione dell’evento preso in esame attraverso la visione d’insieme di tutte le sue parti. Non che io ritenga illegittimo il pervenire ad un giudizio storico, o anche ad un’opinione personale, ma coltivo la convinzione che solo da una analisi oggettiva e completa, che consideri tutti gli aspetti d’un fatto, sia possibile avviare una probabile “catarsi”. E aggiungo che solo una conoscenza storica così concepita, accompagnata da un’accettazione spassionata dei fatti, può far maturare una coscienza storica, primo e indispensabile passo per una probabile liberazione dall’errore.

Credi che la Storia abbia dei corsi e ricorsi?
Sì, ma non in modo rigido; né penso che sarà sempre così. Infatti, sebbene si ripetano delle situazioni simili, in esse sono sempre rintracciabili vari elementi di diversità. Inoltre, fintanto che l’uomo non riesca a risolvere completamente, con una spinta evolutiva in avanti, i propri nodi, credo che le situazioni tenderanno a ripetersi. Come per le leggi del Karma individuale si ripetono a volte lungo il corso di una singola vita delle prove che hanno tra loro molto di simile, fintanto che l’individuo in questione non riesca ad affrontarle e a superarle, così nella vita dell’umanità esiste, io credo, un Karma collettivo, che obbliga gli eventi a ripetersi fino a quando l’umanità non avrà risolto il suo nodo e cambiato se stessa. Interessante, a questo proposito, voler considerare per un momento l’ipotesi della reincarnazione: chi in passato ha lottato per un ideale, potrebbe riproporlo, pur se in parte cambiato, in una nuova incarnazione…
In ultima analisi, posso dire che se l’uomo non farà autoeducazione, la Storia non muterà il suo corso. Ma se in passato la Storia era il più delle volte il risultato di scelte ed azioni di alcune singole personalità e/o di pochi gruppi di uomini, oggi sempre più si va diffondendo la consapevolezza dell’Io e dunque la Storia va dirigendosi pur con passi dolorosi e assai faticosi, verso una Storia che sempre più sarà la manifestazione dell’azione consapevole di tutta l’umanità.

Qualcuno parla di revisionismo storico, di rivedere la Storia – anche – alla luce di nuove idee, spesso politiche e di parte, che ne pensi?
Prescindendo dal fatto che è sempre possibile rivedere un evento con occhi nuovi o accorgersi di elementi che ci erano sfuggiti o di errori di valutazione che si ha il dovere di correggere, io, pur con le dovute eccezioni, in generale non condivido il “revisionismo” tipo dei nostri tempi, il quale il più delle volte (ovviamente non sempre!) sembra voler diffondere interpretazioni arbitrarie e volutamente dissacranti, che spesso manifestano – sia perdonata la mia schiettezza! – la presunzione di voler rettificare, in nome di una presunta modernità, visioni storiche già frutto di accurati studi fondati su testimonianze ancor oggi reperibili e facilmente controllabili. In linea di massima, noto che gli storici, oggi più di ieri, quando rivisitano il passato, tendono impropriamente a sentire e pensare il passato come fosse presente e non si immedesimano per comprenderli davvero negli uomini di tempi più o meno lontani che possedevano per vari aspetti sensibilità diverse. Come infatti si potrebbe giudicare, ad esempio, un uomo dell’antico Egitto con la mentalità di uno della Belle èpoque? … O come si potrebbe pretendere da un uomo del Medioevo la spregiudicatezza e l’abilità di un capitano di ventura o il razionalismo di un illuminista? Allora perché attribuire a Garibaldi l’avidità delle nostre compagnie petrolifere o la volontà di conquista dei conquistadores spagnoli? Amare e conoscere la Storia, secondo me, significa lasciarsi compenetrare dalle situazioni interiori ed esteriori di un personaggio… di un evento… di un popolo… ecc… Vivere per un momento con chi ci ha preceduti, le loro stesse pulsioni, le loro stesse vicende… mettendo da parte le nostre abitudini di pensiero. Certamente è cosa inevitabile che la Storia possa essere oggetto di speculazioni politiche e/o di parte; giudico legittimo che ciascuna ideologia possa esprimere la propria passione e il proprio punto di vista, ma questo io trovo assai pericoloso, sia dal punto di vista pedagogico che in considerazione anche del fatto che molti sono oggi coloro che, pur senza avere delle basi storiche, diffondono giudizi e pregiudizi fondati su visioni unilaterali della realtà, mentre invece, per risolvere i gravi problemi del mondo attuale occorre realismo ed obiettività.

C’è differenza fra ricerca storica condotta in Italia e in altri paesi europei, in generale?
Una volta in Italia abbiamo avuto eccellenti storici, penso ad esempio a Machiavelli.
Oggi non so… non conosco chi mi attragga in modo particolare. Anzi, ammetto che ne sono respinta. All’estero, in linea di massima, mi sembra che il sistema di indagine sia più libero, più, almeno in apparenza, scientifico, ma troppo spesso le conclusioni per me sono deludenti. Bisognerebbe poi distinguere un paese dall’altro. Personalmente, ma sono certamente di parte, prediligo i Francesi e gli Inglesi. In Italia chi gioca un ruolo eccessivamente predominante mi sembra sia la politica e questo è l’opposto del mio pensiero sulla Storia.

Qual è il periodo storico che più di appassiona, perché?
Non ho un periodo che mi affascini in particolare, anche perché riconosco di ignorare gran parte della Storia del mondo. Ho dei personaggi che prediligo ed amo come mi fossero grandi amici: uno di essi è Federico II… un altro Lorenzo il Magnifico… e senz’altro umanisti quali Erasmo da Rotterdam o anche, saltando altrove nel tempo e nello spazio, spiriti illuminati come Confucio o Pericle… e in generale gli uomini liberi fermi nelle proprie convinzioni e nel contempo esenti da faziosità. Amo di più i periodi della Storia in cui fiorirono le Arti, la letteratura, la filosofia e le scienze. Non riesco a concepire un’umanità dotata di un tipo di cultura che ne prescinda.

Come si potrebbe attirare l’attenzione dei giovani verso la Storia?
Prima di tutto amando noi stessi la Storia, facendo loro sentire che la Storia attiene all’uomo ed essendo veritieri. Poi ristrutturando i programmi scolastici, in modo da affrontare lo studio di ciascun periodo storico all’età giusta, né prima né dopo. Sopprimendo con cura tutti i testi scadenti, pieni di errori di vario tipo e sostituendoli con buoni testi di consultazione da usare con un’intelligente e creativa guida del docente. Saper scegliere materiali e sussidi didattici che non siano, come accade per la maggior parte dei casi, costruiti all’insegna del qualunquismo e della semplicità superficiale, come se i ragazzi fossero incapaci di sentire e pensare. Presentare delle biografie, cosa che ormai non è più di moda ma che invece ha un ruolo incredibilmente importante. E poi c’è l’ambiente in cui si forma il giovane che bisogna tener d’occhio: troppi falsi stimoli e troppi richiami fuorvianti! Pensiamo che tra le ultime riforme, è stato soppresso lo studio in prima media delle civiltà antiche comprese la greca e la latina… E pensare che ad 11 anni l’uomo è un greco! A 11 anni ogni uomo è inscrivibile in un cerchio!!! Quest’armonia la si ha solo ad 11 anni, come l’armonia dell’arte scultorea per esempio l’ebbero solo i Greci. Non esistono espedienti che rendano bello lo studio della Storia, esiste la possibilità di fare per ogni età ciò che è bene fare e sviluppare così passo dopo passo l’amore per la materia e stimolare nel fanciullo il processo di formazione di una futura coscienza storica.

Un libro che consiglieresti, oggi, così, senza pensarci due volte.
Difficile rispondere. Non c’è un libro che va bene per tutti. Dovrei sapere a chi consigliarlo per poterne scegliere uno. Così, solo perché improvvisamente mi viene in mente: di Henry Morton Stanley, “Diari dell’esplorazione africana”… o lo stesso diario di Livingstone… A chi desiderasse leggere qualcosa di molto insolito in fatto di Storia, consiglio: La storia dal punto di vista dell’antropologia, Sintomi storici, Storia occulta di Rudolf Steiner.

Jun 162010
 

Lo abbiamo accennato diverse volte, la storia non va giudica, né criticata, né tantomeno deve esaltare gesta e politica, uomini e fatti d’armi. Marc Bloch, fra i tanti, lo insegnava già agli inizi del Novecento. Eppur ancora prima, intorno al 166, un siriano di nome Luciano di Samosata lo scriveva nel suo “Come si deve scrivere la storia”, un libello in cui la protagonista era la “storia obiettiva”, la storia che non doveva essere di parte.
Luciano, in una lettera a Filone, suo amico – su di cui si sa ben poco -, inizia dicendo che ultimamente c’era un proliferare di nuovi storici, storici che non avevano la minima idea di come si erano svolti certi fatti, o che addirittura non sapevano come ci si muoveva sul campo di battaglia, o storici che adulavano questo o quel personaggio, nascondendo la verità degli eventi e cambiandoli per comodo. Dice:

“[…] la maggior parte degli storici, trascurando di raccontare gli eventi, si dilunga nelle lodi dei capi o dei generali, esalta quelli della propria parte e deprime oltre misura quelli nemici [...] elogiare e far contento in qualunque modo chi sia oggetto dell’elogio, e che non avrebbe problemi a raggiungere questo fine facendo ricorso alla menzogna.

Ma non solo, afferma aver sentito un tale aver descritto eventi che dovevano ancor accadere, eventi futuri, quasi profetizzando. Accenna a particolari che aveva letto e ascoltato, di imprese mai avvenute, di storici che si dilungavano a sproposito descrivendo l’armatura di un soldato o di un luogo geografico, di uomini che morivano in modo straordinario e fuori del normale, insomma di quella storia che non è vera storia.
E Luciano di Samosata ha le idee ben chiare quando si addentra nel tema, al riguardo annota:

Dello storico uno solo è il compito: riferire i fatti come sono stati compiuti […]”

Lui – riferendosi allo storico – è solo il narratore, colui che è franco, impavido, incorruttibile, libero, amico della franchezza e della verità:

“[…] uno che, non in base all’odio o all’amicizia, prende partito, si fa dei riguardi o prova compassione, vergogna, timore; giudice giusto, benevolo con tutti ma non fino ad assegnare a una delle due parti più del dovuto, straniero nei suoi libri e non legato a una città, non soggetto a leggi né a un sovrano; uno che non tiene conto di cosa sembrerà al tale, ma racconta quel che è stato fatto”.

Per la divulgazione si dovrebbero adoperare termini comprensibili, tali che il popolo capisse e il colto apprezzasse, evitando di parlare come se si rivolgesse a iniziati, con un lessico “chiaro e sobrio, tale da mostrare il soggetto nel modo più marcato”.
La domanda che sorge spontanea potrebbe essere: da dove prendere le notizie? Luciano afferma che la cosa migliore sarebbe quella di essere presenti e osservare con i propri occhi, nell’impossibilità rivolgersi a persone per quanto possibile imparziali e serie, persone che non aggiungano né tolgano a quanto accaduto. Aveva sempre apprezzato, nei loro limiti, i lavori di Tucidide, Erodoto, Senofonte, una triade che teneva sempre ben in vista.
Se poi un ascoltatore riesce a percepire ciò di cui si sta trattando, allora:

“[…] l’opera è giunta a perfezione e ha ricevuto l’elogio che si deve a un Fidia della storia.

Jun 072010
 

Con la sua caratteristica flemma inglese, Sherlock Holmes riusciva sempre a dipanare complicate matasse e a scoprire il vero colpevole. Pipa in una mano e lente d’ingrandimento nell’altra, il suo intuito era infallibile.
E lo storico ha ancor oggi bisogno della lente d’ingrandimento, così come dell’intuizione, elementi che aiutano nella ricerca della verità dei fatti. Non scherzo quando dico che ancora oggi la lente d’ingrandimento è un oggetto utile, anzi, a volte necessario per evidenziare una nota a margine di un documento manoscritto, una firma quasi illeggibile in una lettera, uno scarabocchio che ha bisogno essere ingigantito per potersi meglio identificare.
Fonti epistolari, notarili, contabili, epigrafiche, per continuare con quelle cronachistiche e oratorie, iconografiche e diaristiche: alcune delle tante prove da esaminare con estrema cura e attenzione affinché possano essere considerati, per prima cosa, elementi utili dell’indagine. Già, perché la storia della stessa fonte è il primo passo per individuarne la corretta utilizzazione. Un elemento che a primo acchito si rivela conclusivo può apparire, alla luce di ulteriori ricerche o confronti, privo di validità, poco attendibile o falso in parte. Lo storico deve andare cauto nelle conclusioni, deve saper porre le giuste domande all’archivio che in quel dato momento ha sotto gli occhi, deve soppesare addirittura le eventuali risposte e vagliarne l’attendibilità svariate volte, capita sovente che qualcosa sfugga a una prima analisi.

Un interessante libro a cura di Sergio Luzzatto, Prima lezione di metodo storico, in cui concorrono altri eminenti storici, rivela come avvicinarsi ai documenti, alla metodologia adoperata, accenna a come si possono scoprire certi falsi, il tutto sulla base di esempi concreti. Alessandro Barbero inizia parlandoci di documenti notarili nel XIII secolo, di una lite fra il vescovo d’Ivrea e un suo dipendente, Bongiovanni d’Albiano, per certe prestazioni che questi doveva in cambio delle terre che teneva in feudo dalla Chiesa. Ottavia Niccoli affronta una storia di fantasmi, Roberto Bizzocchi ci delucida sulle fonti epigrafiche e sul CIL, ovvero sul Corpus Inscriptionum Latinarum, segue l’omicidio del principe Savelli di Lisa Roscioni, che ci invita a soppesare le fonti cronachistiche spesso di parte o volutamente manomesse. Fino ai diari di Anne Frank e le varie edizioni, descritto dallo stesso Luzzatto, e all’utilizzo della nuova fonte elettronica, Wikipedia, da parte di Miguel Gotor. Alcuni dei temi affrontati dal libro.
Un volume, dunque, che ci aiuta a capire come lavorano gli storici e quali difficoltà incontrano nella ricerca della verità, storici spesso a contatto con la polvere di volumi e archivi da decenni chiusi e sepolti nelle cantine di privati e pubblici uffici, spesso dovendo affrontare centinaia di chilometri solo per prendere visione di una lettera, spesso intervistando personaggi contemporanei minacciati di morte o che vivono in condizioni davvero disastrose: il mestiere dello storico è tanto avventuroso come quello del buon Sherlock Holmes.

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- Sergio Luzzatto, Prima lezione di metodo storico, Laterza, 2010.

May 302010
 

Per i nostri avi, la tradizione orale, la memoria, la voce, era il sopporto con cui trasmettevano ai figli e ai nipoti il loro passato. Poi venne la scrittura, le prime tavolette, i papiri, le pergamene. A metà XV secolo Gutenberg, grazie ai caratteri mobili, contribuì a che il libro diventasse veicolo principale di comunicazione. Oggi, oltre alla forma cartacea, abbiamo internet, la rete, i siti, i blog, la scrittura virtuale.

E allora mi domando: considerata la immensa mole di testimonianze che il presente sta fornendo allo storico del futuro, secondo voi, è giusto selezionare oggi i documenti da trasmettere al futuro?

Apr 222010
 

Ricevo e pubblico di Alessio Miglietta:
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Caro Rino,

la tentazione di metter mano al passato e raccontarlo come più conviene nasce da lontano e porta lontano. Le inevitabili ingerenze del potere nei confronti della memoria è ben nota, come la triste competenza ai vincitori della storia dei vinti, ed è dovere dei bravi storici cercare il più possibile di evitarle (come non ricordare, oltre agli storici, le felici denunce di scrittori di narrativa, anche di genere, come Orwell, Huxley o Bradbury). Difficile, non impossibile, magari attraverso una carriera meno brillante e priva di riconoscimenti e allori o, peggio, con dolorose persecuzioni. Ma i grandi uomini hanno grande coraggio.
Non volevo, però, parlarti precisamente di questo, ma delle continue interpretazioni storiche che ascoltiamo o leggiamo da parte di chi la storia non conosce o non studia, che appartenga al potere o meno. Le incursioni più dannose e più “interessate” provengono, non vi è dubbio, dal mondo della politica e dal giornalismo: alziamo gli scudi contro tali fuorvianti ricostruzioni del passato, che siano di “destra” o di “sinistra”. Assistiamo impotenti ad una vera e propria invasione del giornalismo nei confronti della Storia, giornalismo, peraltro, sempre espressione partigiana di qualche lobby politica. Sovente ci capita di leggere articoli firmati da giornalisti che si qualificano, senza scrupoli, “storici”, pur non avendo minimamente la qualifica per farlo. Prendo ad esempio una delle “storie” più diffuse nel nostro paese che ebbe molto successo all’epoca della sua pubblicazione e che ancora oggi è apprezzatissima: La storia d’Italia di Montanelli (con la collaborazione di Gervaso e Cervi). L’osannato e compianto giornalista, direttore del Giornale e della Voce, da molti consacrato (a ragione) martire della censura, ha in quel frangente operato una enorme mistificazione della Storia e della Verità. Pur mantenendo uno stile scorrevole e a tratti divertente, i volumi contengono numerose, e volontarie, omissioni e, purtroppo, giudizi di merito sconsiderati. Se si legge il capitolo dedicato ai movimenti del Sessantotto si rimane inorriditi con quale facilità si minimizza la validità del movimento culturale che ha coinvolto il mondo occidentale in quegli anni e con quale sfacciataggine si giudica l’opera di Marcuse come una sciocchezza per ragazzi un poco svitati. Denigrare l’avversario politico, giudicare i fenomeni umani con sufficienza e partigianeria non è prerogativa dello storico (e nemmeno del buon giornalista, ma questo è altro discorso) ma del libellista o, con un neologismo, dell’opinionista. Ma l’operazione di Montanelli, reiterata così di frequente nel corso dei secoli da altri suoi predecessori, è palesemente strumentale e si arroga il diritto di riscrivere il passato a proprio piacimento; lo stesso titolo è uno specchietto per le allodole: La storia d’Italia è, in realtà, un’interpretazione libera e di parte del passato; ma il solo fatto di aver inserito il temine “storia” nel titolo dell’opera, l’ha nobilitata con un’operazione di mistificazione che non può essere accettata.
La Storia non serve a confermare la bontà delle proprie convinzioni politiche, o a condannare quelle avverse, ma è utile alla società per comprendere se stessa e deve senza indugi liberarsi del fardello delle ideologie. Cosa interessa alla Storia? La ricerca della verità e del metodo con cui raggiungerla. Poco importa la storia marxista intesa come ricostruzione di parte di singoli eventi analizzati dal punto di vista di chi si schiera apertamente, importa invece il metodo con cui essa viene ricostruita, solo ciò può resistere al giudizio dei posteri. Il come si cerca la verità spesso risulta più importante di quale verità si ricostruisce, almeno per chi la Storia la vuole studiare e comprendere, e non modellare a proprio piacimento. Insomma: salviamo sì il metodo storico del marxismo, non la sua storia partigiana.
Qualcuno dichiara che l’Olocausto non è avvenuto, qualcun altro sostiene la bontà e l’innocenza delle pratiche dell’Inquisizione, altri raccontano un Risorgimento meno idealista e più pragmatico, altri ancora distinguono tra efferatezze di regimi totalitari e di sistemi democratici. Ma una domanda deve precedere tutte queste affermazioni (che il vero storico deve sempre prendere in considerazione, assurde che siano, ed eventualmente confutarle con documenti alla mano, e non solo con generiche condanne più vicine all’etica che alla scienza): chi lo afferma? Bene, se la risposta è: lo afferma uno storico, allora lo documenti e sottoponga a tutti i suoi risultati, rendendosi naturalmente disponibile a rischiare autorevolezza e credibilità; se, invece, la risposta non prevede l’intervento di uno storico, che si ignorino tali ricostruzioni, che hanno la consistenza e la rispettabilità di una barzelletta.
Non permettiamo, dunque, a chi non ne ha il diritto, di mettere le proprie mani sulla Storia, poiché la posta in gioco è alta e a rischiare è, in primis, la nostra libertà: perché la nostra Storia sarà sempre il nostro destino.

Alessio

Mar 302010
 

Ricevo e pubblico di Alessio Miglietta.
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Caro Rino,

pochi giorni fa ci siamo intrattenuti nel discorso, tra il serio e il faceto, sulle volute e ostentate pomposità e complessità di certi lavori di storia e storiografia che circolano in ambiente accademico e non, sia in rete che nel vecchio e amato sistema della carta stampata. A stimolarci è stata un’intervista apparsa su un sito dedicato alla nostra passione e rivolta a un noto storico italiano, che apprezziamo entrambi per le sue pubblicazioni e i suoi testi di carattere didattico. Ad infastidirmi, soprattutto, lo sfoggio, in gran parte gratuito, di erudizione e ricercatezza di linguaggio nelle domande rivolte, che parevano più frasi consapevolmente ermetiche e noiosamente allusive, con l’intento unico di dimostrare davanti allo studioso un’inutile prova di bravura, piuttosto che sincere indagini atte a chiarire a un pubblico più vasto possibile il pensiero di un illustre addetto ai lavori. Mi si potrà contestare che quella intervista fosse dedicata proprio solo ai pochi del settore, ma io non credo ad una storia autoreferenziale che esclude la partecipazione del “pubblico”, che poi sarebbe il fruitore principe dei risultati che essa raggiunge. Certo, i Principia di Newton hanno rivoluzionato l’idea della realtà che circondava l’uomo, pur essendo stati compresi e letti, all’epoca della loro pubblicazione, da una manciata di scienziati in tutto il mondo; ma gli strumenti e la complessità che si addicono a un lavoro di fisica e di matematica richiedono conoscenze non disponibili a tutti e, in questi casi, è impossibile ridurre compiutamente a termini comprensibili ad una generalità di persone i contenuti che esprimono. Per fortuna, però, non esistono termini o strumenti non immediatamente comprensibili nello studio della storia e che non possano essere spiegati e chiariti con un minimo di buona volontà, senza altresì cadere nella tentazione di nascondersi dietro al facile alibi di un imprecisato timore di realizzare una cattiva e semplicistica divulgazione.
Questo è il punto che mi sta a cuore: siamo sicuri che questo atteggiamento, un po’ snob, che molti studiosi hanno nei confronti della “cattiva divulgazione”, dedita spesso “a eventi scandalistici” più che alle tematiche davvero importanti, attenta per lo più al gusto del pubblico avido di contenuti scabrosi e truculenti, sia in realtà uno scudo di protezione verso la società tutta, che altro non è che l’oggetto più importante dello studio storico, un po’, forse, come potrebbe accadere ad un biologo che ha orrore del sangue? La questione è delicata, mi rendo conto: difficile scegliere tra una divulgazione approssimativa e i discorsi autoreferenziali di professori assisi sul trono dell’erudizione fine a se stessa. Ma in definitiva non si è realmente costretti, per fortuna, a scegliere tra questo aut aut: esiste un provvidenziale terza via, la via percorsa dal grande Michelet. Una storia del popolo per il popolo, che abbia come fine più alto il raggiungimento della consapevolezza del proprio passato, base fondamentale e imprescindibile (noi ci siamo riusciti?) per ogni democrazia. Una storia comprensibile, sì, ma sempre rigorosa e scientifica, senza farsi tentare dai gusti momentanei di un pubblico volubile e mal-educato, ma bisognoso di formarsi. Come attirare l’interesse dei molti? Con uno stile appassionante, con le armi della psicologia e del coinvolgimento, con la capacità di trasmettere il proprio entusiasmo e la carica intellettuale necessaria per destare l’attenzione del lettore. Un’attenzione ai contenuti, ma anche un’attenta considerazione della forma e dello stile, precetto che, mi spiace dirlo, è quasi sempre disatteso dai nostri storici contemporanei.

Un caro saluto,

Alessio