Oct 102011
 

“Prima di iniziare la lezione, controllo generale dei compiti
assegnati per casa.”
“Profe…”
“Dimmi cara.”
“Lei lo sa, io le voglio tanto bene, ma i compiti non li ho fatti.”
(sorridendo dolcemente) “Ok, va bene, ho capito.”
“Profe, scusi, cosa sta scrivendo sul registro?”
“Ti sto mettendo quattro.”
“Ma come, profe! Prima mi sorride piena di dolcezza e poi mi
mette quattro?!”
“Tu mi vuoi bene, ma non fai i compiti. Anch’io ti voglio bene
(per questo ti sorrido), ma ti metto quattro.”
“Allora non le voglio più bene.”
“Allora neanch’io.” (1)

Antonella Landi riesce a coniugare le attività di docente scrittrice e blogger in maniera davvero mirabile. Oramai da qualche anno curioso periodicamente il suo blog, un modo per entrare nelle dinamiche dell’insegnamento e leggere del suo rapporto con studenti cinesi, in modo particolare. Il suo ultimo libro, Tutta colpa dei genitori, poi, è un piacevole testo che dovrebbe condurci a riflettere sul ruolo dei genitori – ma non solo – nello sviluppo formativo dei giovani, e capire che, a mio avviso, prima di educare i figli, bisognerebbe formare i grandi. E se c’è un aspetto del suo modo di essere che mi affascina, questo è la sua franchezza, la sua spontaneità, la sua chiarezza.

- Che cos’è per te la Storia, che rapporto hai con essa?
La Storia è diventata il mio pane quotidiano a partire dagli anni del Liceo, momento in cui me ne sono innamorata. Avevo un ottimo docente, il professor Sergio Sammicheli, che ce la insegnava mescolandola alla Filosofia e con essa completandola. La Storia mi ha guidata attraverso una lettura nuova anche della religione a cui appartengo per nascita e cultura, quella cattolica. La Storia è diventata poi un lavoro: insegnarla a scuola, spiegarla ai ragazzi che ho davanti ogni mattina è l’occasione per provare a illuminarli sul presente, a fornire loro la strumentazione necessaria per leggere il mondo che si sono ritrovati tra le mani. La Storia è anche sinonimo di speranza. Io credo (voglio farlo) che da questa barbarie nascerà (auspicabilmente presto) un’era migliore.

- Che cosa significa avere coscienza storica e a che cosa serve?
Avere una coscienza storica significa vivere con gli occhi aperti sul presente e le spalle non completamente girate verso il passato. Bisogna sempre camminare un po’ di traverso e con la coda dell’occhio guardarsi dietro. Quello che successe ieri aiuta a capire affrontare e migliorare quello che succede oggi. Guai a chi dimentica. Primo Levi lanciò una vera e propria maledizione a coloro che scordano che “tutto questo è stato”.

- Credi che la Storia abbia dei corsi e ricorsi?
Sono abbastanza vichiana, effettivamente. Anche perché (purtroppo) non mi pare che l’uomo sia migliorato così significativamente nel corso del tempo. Anzi, proprio guardando la Storia si vede come i peggiori crimini siano stati commessi nel secolo più prossimo al nostro, nel secolo appena passato. Mi riferisco alla shoah, la più grande vergogna commessa dall’uomo, appena una manciata di decenni fa. Per questo dobbiamo vigilare su noi stessi. Potremmo ricommettere errori già commessi.

- Qualcuno parla di revisionismo storico, di rivedere la Storia – anche, ma non solo – alla luce di nuove idee, spesso politiche e di parte, che ne pensi?
Se per revisionismo storico s’intende la rilettura ridimensionante che è stata fatta di certi episodi come quello che citavo sopra, lo sterminio del popolo ebraico, trovo che si tratti di un’operazione abominevole al pari del negazionismo.

- Tu che hai insegnato e insegni a ragazzi cinesi, che approccio hanno con la nostra storia, la nostra letteratura, la nostra cultura?
Ho riscontrato molto interesse per la nostra cultura da parte dei miei studenti cinesi. Essi reagiscono con vivace curiosità agli argomenti che propongo e tentano spesso paragoni e parallelismi tra la nostra e la loro storia. L’anno scorso, in prima, è stato molto divertente sovrapporre la mitologia greco-latina con le leggende cinesi e sostituire i nostri mostri classici ai loro draghi. Ne sortivano sempre messaggi morali e umani analoghi, in cui tutti noi ci ritrovavamo puntualmente. Credo che quelle siano state le lezioni migliori. Per me, prima di tutto. Ho imparato moltissimo dai miei nuovi studenti. E loro hanno perso la testa per Italo Calvino! Mi è toccato dedicare l’ora settimanale di narrativa a un numero esagerato di Fiabe italiane: era diventata una dipendenza, si divertivano da matti e senza neanche rendersene conto hanno assimilato molti dei nostri usi e costumi popolari.

- Quanta storia c’è nei tuoi libri?
Dipende: nel primo (La profe. Diario di un’insegnante con gli anfibi) c’è soprattutto la mia storia. La storia della mia passione per l’insegnamento, della mia avventura scolastica. Certo, indirettamente si parla anche della Storia come materia d’insegnamento e di come sia arduo ma contemporaneamente stimolante proporla ai giovani. Nel secondo (Storia parecchio alternativa della Letteratura italiana) la Storia si fa presenza naturalmente più tangibile perché va ad accompagnare la presentazione dei vari autori di cui racconto ironicamente la vicenda biografica e l’opera. Nel terzo (Tutta colpa dei genitori) c’è forse una storia in qualche modo sociologica: un ritratto “a pelle” di come sono mutati i rapporti tra le categorie educatrici più importanti, quella dei genitori e quella dei professori.

- Come si potrebbe attirare l’attenzione dei giovani verso la Storia?
È sbagliato pensare che con i giovani si debbano per forza fare salti mortali per interessarli a qualcosa. I giovani non vanno ingannati. Vanno trattati da adulti pensanti. Va fatto loro capire che l’ignoranza è la malattia peggiore che possa colpirli, che sapere è vivere meglio, è avere più possibilità, è salvarsi dalla prospettiva di una vita grigia e mediocre. Non bisogna aver paura di imporre obblighi e doveri ai ragazzi: la Storia va studiata, punto. Prima sarà un obbligo esoso. Dalla prima volta in cui percepiranno il valore immenso del sapere, scatterà la molla e il dovere diventerà piacere. Ho visto ragazzi farsi vanto (bellissimo a vedersi) di quello che avevano imparato a scuola e ragazzi mortificati per le occasioni perse.

- Un libro che consiglieresti in questo momento?
Sto leggendo un libro molto interessante che questa estate ho trovato recensito su “La Stampa”. Lo ha scritto Vinicio Ongini e si intitola Noi domani. Un viaggio nella scuola multiculturale, pubblicato da Laterza. A ben guardare si tratta di un reportage storico sulla situazione della scuola oggi e sulle previsioni relative al suo domani. È proprio a scuola che le trasformazioni sociali si fanno più evidenti: tra i banchi aumentano di anno in anno gli studenti stranieri. Se smetteremo di guardare a questo fenomeno come a un limite ma inizieremo a viverlo come l’eccezionale privilegio che effettivamente è, la scuola non potrà altro che trarne immensi benefici. Nell’istituto dove insegno, il 75% dell’utenza (una brutta parola, ma si fa per fare prima) viene da Paesi diversi dall’Italia. A me ogni mattina sembra di entrare in un meraviglioso mercato multietnico. Ho imparato più dai ragazzi in questi due anni che nei precedenti diciotto. A vivere a contatto con tanti stranieri, la mente si apre, le prospettive mutano, i punti di vista si rivoluzionano, le priorità si trasformano. E tutti noi cresciamo.

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- 1. fonte »»»qua.

Jul 162011
 

Conosco Annarita Verzola da almeno 4-5 anni, assidui lettori dei nostri reciproci blog. Annarita lavora da anni nel mondo della scuola, dapprima come insegnante precaria (scuola dell’infanzia e primaria) e oramai da un po’ di tempo in segreteria.
Le sue più grandi passioni sono la lettura e la scrittura per ragazzi, amori nati e cresciuti con lei sui banchi di scuola. Ha pubblicato due libri di narrativa scolastica per la scuola secondaria di primo grado: Fiammetta dei dipinti e Il mistero dell’altopiano. Oltre all’interessante blog dedicato alla letteratura per ragazzi, dal febbraio 2010 ha iniziato la traduzione dall’inglese delle fiabe raccolte e pubblicate dal folclorista scozzese Andrew Lang dal 1889 al 1910: Le favole di Lang.
Collabora con racconti per bambini alla rivista on-line Fili d’aquilone.

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- Che cos’è per te la Storia, che rapporto hai con essa?
La Storia è sempre stata la mia materia preferita a scuola e, crescendo, la mia biblioteca personale si è arricchita di numerosi volumi che spaziano in tutte le epoche, da un punto di vista cronologico e dei fatti. A volte mi capita di appassionarmi ad un personaggio, a un fatto o a un particolare periodo in seguito ad altri libri che ho letto, o viaggi che ho fatto e, da quando ti seguo, incuriosita dagli spunti di riflessione che ci offri. Devo dire però che soprattutto mi ha sempre affascinata, all’interno della Storia, la storia minore e quotidiana, quella che ci rivela come vivevano, come agivano, come pensavano le donne e gli uomini che ci hanno preceduti, e in questo senso sono numerosi i libri nella mia biblioteca, a cominciare dall’interessante serie dedicata alla ricostruzione della vita quotidiana in varie epoche. Il mio grande interesse però va soprattutto al Medioevo, sin dai tempi della scuola, quando ancora qualche insegnante si ostinava a definirlo i secoli bui.

- Che significa avere coscienza storica e a che serve?
La coscienza storica è fondamentale perché è il processo attraverso il quale i singoli e spesso la collettività si sono fatti protagonisti di movimenti di affermazione della propria coscienza, dell’intelletto, dello spirito che hanno generato grandi periodi di rivolgimento. È importante avere coscienza storica per non abbandonare il sentiero della presa di coscienza delle realtà e delle necessità di generazioni e di popoli. In questo senso mi sembra interessante il libro di Mario Mieggie Che cos’è la coscienza storica, e intendo leggerlo presto.

- Credi che la Storia abbia dei corsi e ricorsi?
Indubbiamente sì, l’uomo e la società si sono evoluti e sviluppati in maniera a volte rapidissima, ma ciclicamente si ripresentano grandi avvenimenti come le guerre, le epidemie, i periodi di tensione nazionale e internazionale. Ovviamente queste situazioni vengono affrontate in modo diverso, in negativo e in positivo, grazie ai grandi progressi del sapere umano, ma certamente si tratta di corsi e ricorsi.

- Qualcuno parla di revisionismo storico, di rivedere la Storia – anche, ma non solo – alla luce di nuove idee, spesso politiche e di parte, che ne pensi?
Il revisionismo è inevitabile, alla luce di nuove conoscenze e di nuovi fatti, emersi magari dopo anni di ricerche, per correggere opinioni e tesi in campo storico, politico o ideologico, che si rivelano non più del tutto corrette. Diverso è l’atteggiamento del negazionismo, volto a negare appunto realtà incontrovertibili come ad esempio l’Olocausto. Ultimamente ho la sensazione che il revisionismo stia scivolando più verso la deriva del negazionismo, ma spero di sbagliare.

- Credi che bisogna snazionalizzare la Storia, nel senso che essa, pur concependosi in Nazioni, Paesi, debba andare oltre?
Credo oramai sia inevitabile, vista la globalizzazione delle conoscenze e delle comunicazioni nella nostra era in cui Internet ci permette di accedere a livelli di conoscenza che alcuni decenni fa non era probabilmente neppure immaginabili. Non ha senso barricarsi in un ottuso nazionalismo, la Storia ci insegna che il tessuto dei fatti è una sottile trama nella quale spesso è impossibile discernere l’inizio dalla fine, lo sfumato passaggio da un tono all’altro. Non è pensabile la fruizione storica per comparti stagni, i personaggi, gli eventi, le svolte epocali sono troppo intimamente intrecciati per nasconderci le ripercussioni che hanno avuto sui paesi vicini. È un po’ come gettare un sasso in una pozza d’acqua e osservare i cerchi concentrici ampliarsi e giungere sino a lambire le propaggini della sponda.

- C’è differenza fra ricerca storica condotta in Italia e in altri Paesi europei, in generale?
Ammetto di non avere una grande conoscenza della ricerca storica di altri paesi, ma ho avuto modo di notare, ricercando fatti e personaggi di mio interesse, che la ricerca storica dei paesi anglosassoni pur essendo molto rigorosa riesce ad avere anche un ottimo tono divulgativo, che coinvolge il lettore profano e lo invoglia ad approfondire. Penso per esempio agli ottimi esempi di Antonia Fraser o alla narrativa storica di Carolly Erickson.

- Come si potrebbe attirare l’attenzione dei giovani verso la Storia? Come vorresti fosse insegnata?
Ritorno a ciò che dicevo prima riguardo il mio interesse per la storia quotidiana. Credo sarebbe un buon approccio offrire ai giovani questo tipo di conoscenza, permettere loro di frugare tra le pieghe minute della storia minore in cui si riflette la storia con l’iniziale maiuscola. A volte poi l’insegnamento scolastico della storia è ancora troppo nozionistico. Inoltre trovo discutibile che l’attuale programma di storia della scuola primaria si fermi alla caduta dell’impero romano.

- Un libro che consiglieresti in questo momento?
In questo momento consiglierei non un solo libro, ma un gruppo di sei: non sono libri di storia, ma romanzi che dipingono con accuratezza e ironia l’Inghilterra rurale vittoriana. Si tratta del cosiddetto Ciclo del Barset di Anthony Trollope, composto di sei romanzi che ci introducono alla conoscenza di una società sì rurale, ma dalle gerarchie ben delineate e i cui personaggi a volte ritornano da un romanzo all’altro, dandoci un preciso e a volte graffiante ritratto della società dell’epoca. Anche qui dunque una storia minore, ma non per questo meno interessante. I titoli sono i seguenti: L’amministratore, Le torri di Barchester, Il dottor Thorne, La Canonica di Framley, La casetta ad Allington e Ultime cronache del Barset. Sono tutti pubblicati da Sellerio.

Apr 272011
 

Nella Prefazione al bel libro di Peter Burke, The European Renaissance. Center and Peripheries, uscito a Oxford nel 1998, libro inserito nella collana “Fare l’Europa”, un’iniziativa che coinvolgeva cinque editori europei, fra cui l’italiano Laterza, così scriveva lo storico francese Jacques Le Goff sulla speranza di un’Europa unita:

L’Europa si costruisce. È una grande speranza che si realizzerà soltanto se terrà conto della storia: un’Europa senza storia sarebbe orfana e miserabile. Perché l’oggi discende dall’ieri, e il domani è frutto del passato. Un passato che non deve paralizzare il presente, ma aiutarlo a essere diverso nella fedeltà, e nuovo nel progresso. Tra l’Atlantico, l’Asia e l’Africa, la nostra Europa esiste infatti da un tempo lunghissimo, disegnata dalla geografia, modellata dalla storia, fin da quando i Greci le hanno dato il suo nome. L’avvenire deve poggiare su queste eredità che fin dall’antichità, e anzi fin dalla preistoria hanno progressivamente arricchito l’Europa, rendendola straordinariamente creativa nella sua unità e nella sua diversità, anche in un contesto mondiale più ampio.” (1)

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1. Peter Burke, Il Rinascimento Europeo. Centri e periferie, Laterza, Roma-Bari, 1999, pag. IX.

Apr 112011
 

Sganciare la storia dalla mitologia, dare rilevanza alla verità, conferire ai documenti e alle testimonianze il loro giusto peso e contesto nella prova storica, adoperare la ragione più che la memoria, “scrivere soltanto di cose nuove e vere”. Voltaire (1694-1778) aveva le idee ben chiare su come si doveva fare storia. E con lui entra nella storiografia il concetto di “civiltà”, un concetto che abbraccia l’universo umano nelle varie sfaccettature, e non più aneddoti o favole, resoconti di battaglie o esaltazioni di gesta, sterile cronaca, Voltaire vuole una storia umana, una storia che comprenda la politica, l’economia, la cultura, l’amministrazione, e via dicendo, una storia che studi a fondo e penetri l’essere. “Quel che manca di solito a coloro che scrivono di storia è lo spirito filosofico: la maggior parte, invece di discutere dei fatti con gli uomini, raccontano storielle a dei bambini” (1).

La studio della storia deve andare oltre i singoli avvenimenti, o addirittura i singoli archivi, la storia, interessandosi degli uomini, deve curiosare nei loro comportamenti, nelle mutazioni che avvengono, nei vizi e nelle virtù dei personaggi:

Io vorrei sapere quali erano le forze di un paese prima di una certa guerra, e se questa le abbia aumentate o diminuite. Prima della conquista del Nuovo Mondo la Spagna era o no più ricca di oggi? Quant’era più popolata nei tempi di Carlo V che non in quelli di Filippo II? Perché Amsterdam duecento anni fa contava soltanto ventimila abitanti? E come lo si sa in modo positivo? Quant’è più popolata oggi l‘Inghilterra che non sotto Enrico VIII?” (2).

Ma la storia non si ferma qua, la storia non è solo questo, potrebbe essere il punto di partenza, lo spunto, affinché l’uomo curioso entri in un contesto nel quale:

Cercherà quale sia stato il vizio radicale e la virtù dominante di una nazione; perché sia stata potente o debole sul mare; come e sino a qual punto si sia arricchita nell’ultimo secolo” (3).

E andrà oltre, approfondirà la cultura, le arti, la moda, s’interesserà dei particolari, entrerà nelle dinamiche, nei flussi, nei riflussi, considererà anche i minuscoli tasselli che compongono il grande mosaico:

Vorrà sapere come si siano affermate le arti e le manifatture; ne seguirà il passaggio e il ritorno da un paese in un altro. Ma il suo grande oggetto saranno i mutamenti intervenuti nei costumi e nelle leggi. Si saprebbe così la storia degli uomini, e non soltanto di una piccola parte della storia dei re e delle corti”(4).

Una storia laica, al lume della ragione, una storia fatta da uomini per gli uomini, in cui sensazionalismo, falsità, leggende, fantasticherie sono bandite.

*****
1. Voltaire, Scritti filosofici, Laterza, 1972, vol. I, pag. 268.
2. 3. 4. Voltaire, op. cit., pag. 273-276.

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Altri articoli su Voltaire:
- Sul concetto di Storia moderna.
- Voltaire, Luigi XIV e la quarta età d’oro.

Dec 232010
 

Emilia Peatini è un’insegnante della scuola primaria che si occupa da molti anni di didattica della storia. Coordina la Rete di Storia di Treviso che progetta formazione per gli insegnanti e laboratori didattici per gli studenti, in collaborazione con i Musei, l’Archivio di Stato, gli Istituti di Storia del territorio ed è partner dell’Assessorato alla Cultura del Comune e della Società Iconografica Trivigiana nella progettazione della Biennale di Storia a Treviso.

- Che cos’è per te la Storia, che rapporto hai con essa?
La storia pian piano ha conquistato il posto della narrativa, della musica e di altre passioni che mi hanno fatto tanta compagnia e consolato in tempi meno favorevoli. Cos’è per me la storia? Spesso, questa domanda me la faccio anch’io. Storia permeante, penetrante nel mio lavoro e nei momenti della distensione. Passione per la storia, per le sue rappresentazioni, per le immagini mentali che un documento, un’immagine, un oggetto archeologico, un buon testo storiografico riescono a plasmare. Questa passione ho cercato e cerco di trasmettere agli alunni e agli insegnanti che lavorano con me.
Non cerco l’assoluta oggettività nella storia, quanto la costruzione della sua rappresentazione, l’analisi delle fonti e l’utilizzo che lo storico ne fa. Mi interessa lo storico, il suo presente e il suo punto di vista.
Mi scopro uno sguardo storico, ché tutto quanto mi circonda è testimonianza del passato.

- Che significa avere coscienza storica e a che serve?
La testimonianza del passato… Ma passato è una categoria troppo generica: sottende la vita di tanti uomini, donne, le opere, le aspirazioni, le mentalità, le genialità e le tragedie… le storie nascoste o negate. Sapere, avere coscienza che molto potremmo comprendere, che nulla è definivo e concluso, che siamo sempre “in ricerca”, che siamo responsabili di questa memoria e la dobbiamo tramandare… forse questa per me è coscienza storica e la sua finalità è superare la finitezza della nostra esistenza e darle un senso. Siamo chiamati alla cura di ciò che del passato è giunto a noi e, con forza, alla riflessione per non reiterare errori.

- Credi che la Storia abbia dei corsi e ricorsi?
A volte abbiamo una falsa percezione, nel ripetersi di tragedie volute o non evitate, della ricorsività della storia. Sarebbe negare la possibilità dell’uomo di intervenire sugli eventi. Sarebbe negare i principi della responsabilità e della irreversibilità della storia.

- Qualcuno parla di revisionismo storico, di rivedere la Storia – anche, ma non solo – alla luce di nuove idee, spesso politiche e di parte, che ne pensi?
La storia è stata usata fin dai tempi più antichi per avvalorare scelte politiche e tanto altro. Succede anche oggi e non mi meraviglia. Porterei l’attenzione sulla distinzione tra storia e cattiva storia. Credo che in ogni periodo l’uomo abbia posto al passato le domande che vengono dal suo presente, abbia guardato al passato con la sua mentalità. Possiamo trovarci di fronte a narrazioni che si collegano, che si integrano, che, a volte, si contraddicono. Per questo è importante contestualizzare la ricostruzione storica: occuparci del punto di vista del suo autore. La storia non è mai conclusa, finita.
Diverso è il caso di chi manipola documenti o addirittura nega la documentazione e la memoria. Oggi il caso più eclatante è la negazione della Shoah, ma c’è anche altro…

- Credi che bisogna snazionalizzare la Storia, nel senso che essa, pur concependosi in Nazioni, Paesi, va oltre?
Credo che la storia sia debitrice alla geografia di una categoria determinante: la scala spaziale. La ricerca storica gode di molte prospettive e, credo, le debba tutte comprendere: dalla storia locale fino alla storia dell’ecumene. È il tema dell’indagine che renderà possibili il coinvolgimento, il dialogo e i collegamenti tra le diverse scale… La visione attraverso uno sguardo multi prospettico sarà capace di superare confini e differenze e a farne comprendere l’umanità.

- C’è differenza fra ricerca storica condotta in Italia e in altri Paesi europei, in generale?
Penso si debba essere riconoscenti alla storiografia francese. Credo che attualmente ci sia uno scambio proficuo, grazie anche alle nuove tecnologie.

- Come si potrebbe attirare l’attenzione dei giovani verso la Storia? Come la insegni tu?
I giovani amano la storia! Non amano la disciplina (materia) della storia. Ma si fanno domande sul passato e si incantano davanti ad una pergamena, ad un coccio d’argilla o alla veduta di una città perché riconoscono nelle tracce le risposte che l’uomo ha saputo dare alle sue necessità e alle sue tensioni. Credo che la storia dovrebbe essere insegnata offrendo ai ragazzi, fin da piccoli, l’esperienza di un laboratorio di storia. Tematizzare, problematizzare, lavorare con i documenti, fare storia nei Musei, negli Archivi, nel territorio non li faranno diventare degli storici ma daranno loro gli strumenti della storia. Insegneranno loro anche una lezione importantissima: la cura, la tutela e la responsabilità verso i Beni Culturali ed il territorio.

- Un libro che consiglieresti in questo momento?
Se solo uno deve essere: Sei lezioni sulla storia di Edward Carr.

Dec 152010
 

Una delle tante opportunità che ci dà internet è di entrare in contatto con persone che hanno la stessa passione, pronte a condividere le proprie esperienze, disponibili a partecipare attivamente con le proprie conoscenze. E grazie alla rete conobbi, qualche mese fa, il blog di Marina Minelli, un blog che tratta di “Altezze reali” e che invito a scoprire insieme alla sua autrice.

Che cos’è per te la Storia, che rapporto hai con essa?
Posso dire che la Storia è la passione della mia vita? In senso culturale ovvio. È una materia che ho adorato a scuola, nonostante insegnanti non sempre interessanti, però venendo da una famiglia di grandi lettori, non avevo problemi a procurarmi libri e ad approfondire qualsiasi argomento destasse la mia curiosità. Ho comperato il mio primo libro di storia verso gli 8 anni, mettendo da parte ogni settimana quella che allora si chiamava “paghetta”. Il titolo? Grandi Regine, naturalmente. Un bel volume illustrato per bambini edito da Mondatori e scritto da Giuliana Pistoso. Nello stesso periodo sono andata a vedere “Anna dei mille giorni”, un film storico con Richard Burton nella parte di Enrico VIII. A ripensarci era un po’ crudo per una bambina, però che bello. Al liceo la mia era considerata solo una “mania”, all’epoca andava di moda la filosofia e il fatto che nei licei la cattedra sia storia e filosofia crea confusione e non aiuta perché in genere i docenti sono laureati in filosofia e tendono a dare più spazio alla loro materia. Mi sono rifatta all’università con una laurea in Storia indirizzo moderno all’Università di Bologna. Gli anni più belli della mia vita. Poi ho fatto altro, cioè la giornalista di cronaca, ma due anni fa ho deciso che era ora di ricominciare a parlare con la storia e l’ho fatto aprendo un sito.

- Che significa avere coscienza storica e a che serve?
La Storia, come dice De’ Gregori, siamo noi. La Storia è il passato che ci consente di capire il presente e di affrontare il futuro. La coscienza storica vuol dire conoscersi, sapere chi siamo e da dove veniamo, con la speranza di non commettere più gli stessi errori. Mi sono laureata con una tesi su una grande famiglia di Ancona, i conti Ferretti di Castelferretto e trovavo meraviglioso che gli attuali componenti della famiglia conoscessero il nome dei loro antenati, le loro gesta, i loro pensieri. Mi affascina essere in luoghi storici, sapere che lì prima di me altri sono passati. Ogni volta che capito a Bologna faccio una sosta a San Petronio e mi dico “l’imperatore Carlo V era qui…”.

- Credi che la Storia abbia dei corsi e ricorsi?
Assolutamente sì, peccato che la stupidità umana a volte non consenta di vederli. Ad ogni modo è come nelle storie d’amore, nulla di nuovo sotto il sole, perché gli uomini quelli sono e spesso tendono a ripetersi.

- Qualcuno parla di revisionismo storico, di rivedere la Storia – anche, ma non solo – alla luce di nuove idee, spesso politiche e di parte, che ne pensi?
Sinceramente sono abbastanza turbata dai revisionismi, da quelli che tentano di riabilitare certi personaggi o periodi storici e, adesso, dal revisionismo feroce a cui si sta sottoponendo tutto il nostro Risorgimento.

- Credi che bisogna snazionalizzare la Storia, nel senso che essa, pur concependosi in Nazioni, Paesi, va oltre?
Be’ sì, direi che è fondamentale. Purtroppo noi siamo un po’ troppo legati al “libro di testo” delle superiori che per la Storia (e per altre materie, purtroppo) è saldamente ancorato all’italianità, punto e basta. Una visione di insieme sarebbe molto più utile, specie oggi, in una Europa senza frontiere e in un mondo molto più vicino.

- C’è differenza fra ricerca storica condotta in Italia e in altri Paesi europei, in generale?
Non mi occupo di ricerca storica – in senso accademico/universitario – da molti anni, però direi che all’estero c’è molta più passione. E in generale l’interesse per la Storia è sicuramente più elevato rispetto all’Italia, dove questa materia continua ad essere estremamente marginale o talmente di nicchia da non essere neanche presa in considerazione.

- Come si potrebbe attirare l’attenzione dei giovani verso la Storia?
Smettendo di dire che la Storia è noiosa e che non serve a niente, come fanno da anni quelli che scrivono i programmi per le scuole i quali sembrano averci preso gusto a sminuire l’importanza della Storia. Facendola vivere sul campo e soprattutto considerandola perno attorno al quale possono ruotare tante altre materie, dalla letteratura, alla storia dell’arte, dalla musica, alla storia delle religioni e del pensiero.

- Un libro che consiglieresti in questo momento?
La mia passione sono le biografie, che in Italia o non vengono scritte o sono prese a piè pari dall’estero e tradotte spesso malamente per non dire altro. Sì, vai lo dico. Mi è capitata per le mani una biografia su Eleonora d’Aquitania, la celebre reine Aliénor, peccato che in copertina come illustrazione ci fosse un ritratto di Eleonora d’Austria, la sorella di Carlo V, nata qualche secolo dopo. Però di recente è uscita una bellissima biografia di un personaggio sui generis scritta da Pablo Dell’Osa (uscita per i tipi di Mursia), un bravissimo ricercatore, che per vivere fa il giornalista a Pescara. Dell’Osa ha studiato per quattro anni la vita di Luigi Amedeo di Savoia, duca degli Abruzzi, il figlio di quell’Amedeo duca d’Aosta che la politica mette per un brevissimo periodo sul trono spagnolo. Al giovanotto i panni eleganti e disimpegnati del rampollo reale nulla facente o al più destinato a qualche vago incarico onorifico o ad un comando militare del tutto simbolico, stanno stretti, anzi strettissimi. Così Luigi (cadetto del ramo cadetto) parte per destinazioni ancora ignote e la sua vita si trasforma quasi in un romanzo che Dell’Osa ci racconta con prosa brillante e dovizia di particolari. Il libro si intitola “Il principe esploratore.

Aug 262010
 

Alla base della Storia ci sono le fonti, le notizie che sopportano i fatti, le vicende, gli eventi, che danno vita a un continuum narrativo storico che ci permette avere un quadro più o meno completo del nostro passato. E una delle principali preoccupazioni dello storico è proprio quella di ricercare documenti, confutare la loro veridicità e prendere atto della loro possibile importanza ai fini di una buona stesura storica.
L’analisi, una attenta analisi del “pezzo”, è necessaria, anzi doverosa, un percorso che parte da un esame estrinseco e intrinseco, che ci aiuta a controllare se il materiale in nostre mani corrisponde ai canoni del tempo, se la scrittura, per esempio, è consimile a quella che sappiamo essere dell’epoca, se cioè parole, frasi, espressioni essere in linea di massima tipiche del periodo. Ma andiamo con ordine e offriamo brevemente qualche cenno di analisi estrinseca:

1. Materia o sopporto: se abbiamo fra le mani un papiro e stiamo leggendo un editto o una cronaca del 1300, chiaramente c’è qualcosa che non va, giacché sappiamo che generalmente dall’uso del papiro si passa all’uso della pergamena intorno la fine del VII secolo principio dell’VIII, e successivamente alla carta quando gli arabi la introdussero prima in Sicilia e poi, pian piano, in Spagna ed Europa nei secoli XII, XIII, più diffusamente ancora nel XIV.

2. Scrittura: non potremmo mai immaginarci una corrispondenza in volgare italiano nel X secolo, o parole in un inglese moderno nel XV secolo, né tantomeno una “minuscola carolina” nel VI secolo, giacché si sa che questa cominciò a essere praticata intorno l’VIII secolo, o, per continuare, un libro del 1590 stampato in caratteri bodoni, caratteri del XVIII secolo.

3. Formule: per esempio le formule di saluto, i sistemi di datazione e altre particolarità tipiche dei periodi in questione. “Servus servorum Dei” iniziò a essere adoperata come formula alla fine del VI secolo, con Gregorio I detto Gregorio Magno.

4. Stile: ovvero il periodare, i vocaboli scelti, la costruzione delle frasi e via dicendo, servono a riscontrare anacronismi glottologici. Determinate parole o espressioni non si adoperarono prima di una certa data che sappiamo con un buon margine di sicurezza, per cui bisogna vagliare con attenzione questa quarta ipotesi di lavoro.

Analisi, questa estrinseca, che ci permette appurare se il contenuto del documento può da noi essere adoperato o no, se è nella norma di quando generalmente accadeva in quella data epoca. Certo, non sempre si può chiarire con facilità l’autenticità del documento, bisogna continuare l’indagine, magari verificando – e qui entriamo nell’analisi intrinseca – se i fatti riportati non siano in contraddizione con quando generalmente è noto. E bisogna pur aprire gli occhi, in quando può accadere che in un documento ritenuto veritiero vi sia stato aggiunto a posteriori un passo, una riga, una nota, per cui, pur sapendo di possedere una testimonianza valida, il contenuto può essere stato manomesso per una o più ragioni. O ancora, che un altro documento sia stato preparato con passi di altri tutti veri, cosicché il falsario è riuscito a creare un nuovo “pezzo” sulla falsariga degli originali, adoperando le formule di saluto, le espressioni, lo stile dell’epoca. Se poi ci troviamo in presenza di due uguali testimonianze che riportano all’incirca lo stesso contenuto, ma una delle due è più scorrevole limata, precisa, pulita, generalmente quella più rozza o meno fluente è la veritiera, giacché l’autore, si suppone, per un motivo o un altro, aver scritto di getto.
L’anacronismo, il contrasto cronologico, deve essere anche elemento di analisi: una lettera firmata da Carlo V il 15 aprile 1535 e recante come luogo di origine Napoli, è sicuramente un falso, perché l’imperatore in quel periodo era a Barcellona, sapendo che giunse nel napoletano solo il 25 novembre.
Eppur bisogna far particolare caso ai lapsus calami, errori che tutti possiamo commettere involontariamente, errori di datazione, errori possibili dovuti a una svista, a un soprappensiero. O, attenzione!, desiderati appositamente da parte di un governo, di una istituzione, di un re: aspettando la scadenza di un precedente contratto d’alleanza, il sovrano ne aveva già firmato un altro con il nemico, ma, per ragioni diplomatiche, si doveva aspettare la conclusione del primo per convalidare pacificamente il secondo… intanto l’accordo era stato già preparato e concordato con anticipo.
Tutto quanto sopra – accennato semplicemente e nella maniera più possibile elementare – non esclude che un falso non debba venir studiato, in quando anch’esso può rivelarci la mentalità di un’epoca, le tendenze, gli atteggiamenti. La Costituto di Costantino, che oramai sappiamo da secoli essere falsa, in cui Costantino, fra le altre cose, donò la città di Roma alla Chiesa cattolica, rispecchia, anche ma non solo, le aspirazioni del papato a un potere temporale.
Insomma, come ci dice Marc Bloch: “[…] i testi o i documenti archeologici, anche se fossero i più chiari a prima vista e i più facili da interpretare, non parlano se non quando li si sappia interrogare”. (1)
Dunque la bravura, l’esperienza, le tecniche adoperate entrano all’unisono in un gioco da realizzare con somma cura e diligenza. Ma c’è una cosa di cui bisogna tener in conto, che cioè, pur esistendo un cammino scientifico, più o meno valido, nell’individuare un falso, bisogna pur sempre avvalersi del proprio istinto, della propria intuizione, quel sesto senso che ci permette entrare in contatto con il lato palpitante dei fatti.

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1. Marc Bloch, Apologia della storia, Einaudi, Milano, 1998, pag. 51.

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Piccola bibliografia:

- Marc Bloch, Apologia della storia, Einaudi, Milano, 1998.
- Marc Bloch, Storia e storici, Einaudi, Milano, 1997.
- Federico Chabod, Lezioni di metodo storico, Laterza, Roma-Bari, 2006.
- Angelo d’Orsi, Piccolo manuale di storiografia, Bruno Mondadori, Milano, 2002.
- Jerzy Topolski, Narrare la storia, Bruno Mondadori, Milano, 1997.
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a cura di Sergio Luzzatto, Prima lezione di metodo storico, Laterza, Roma-Bari, 2010.

Aug 232010
 

Liberiamoci dalle illusioni: in primo luogo che l’umanità fosse ansiosa di uscire dal medioevo come da una condizione oscura e infelice. Il Medioevo fu forse, in complesso, un’epoca di salutare indugio. Se avesse sfruttato la superficie terrestre come noi, forse noi non esisteremmo. (E sarebbe un male?) Convinciamoci piuttosto che ogni epoca sia esistita (almeno agli inizi e prima di tutto) per sé, piuttosto che per noi”.

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Jacob Burckhardt, Lezioni sulla storia d’Europa, SE ed., Milano, 2009, pag. 85.

Jul 302010
 

Un’intervista a Elisabetta Gnignera, autrice del volume appena pubblicato “I soperchi ornamenti”.

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- Che cos’è per te la Storia, che rapporto hai con essa?
Nella storia si trova il fondamento di tutto quello che siamo oggi pertanto non è possibile ignorare quegli avvenimenti o fenomeni culturali e di pensiero che ininterrottamente si sono susseguiti sino a modellare il nostro presente.
Per me è non solo auspicabile, ma doveroso, perseguire la conoscenza – perlomeno a grandi linee – dei fenomeni storici (andando a pescare anche nella micro-storia) che hanno caratterizzato la nostra civiltà partendo da quella occidentale che mi riguarda più da vicino ma cercando di spingermi sino alla comprensione storica di civiltà geograficamente – ma spesso non culturalmente- distanti dalla nostra.

- Che significa avere coscienza storica e a che serve?
Significa essere in grado di rintracciare l’eco dei grandi avvenimenti storici nei piccoli fatti quotidiani i quali talvolta sono altrettanto rivelatori e contribuiscono a gettare una luce nuova e chiarificatrice sulla storia “ dei grandi”.
A questo proposito ricordo ancora un brano contenuto in un mio “originale” manuale di Storia del Liceo in cui veniva descritto con accuratezza un pasto frugalissimo del pontefice Giulio II (la cui parsimonia è ben nota a storici e non ….); ebbene a distanza di anni rimane indelebile il mio ricordo del brano in oggetto mentre circostanziati saggi di illustri storici sono caduti nell’oblio: potere della micro-storia!
Ritengo, con gli antichi, che la Storia – e di conseguenza la coscienza storica – sia a tutt’oggi e sempre di più Magistra vitae.

- Credi che la Storia abbia dei corsi e ricorsi?
Credo che l’animo umano [e i moti dell’…] pur adeguandosi all’evolversi delle epoche, sia sostanzialmente uguale a se stesso pertanto più che di ricorsi di avvenimenti parlerei di ricorsi di meccaniche psicologiche e sociali che stanno alla base di molti avvenimenti storici.

- Qualcuno parla di revisionismo storico, di rivedere la Storia – anche, ma non solo – alla luce di nuove idee, spesso politiche e di parte, che ne pensi?
Penso che se si “ascoltasse” con maggiore attenzione ciò che i documenti rivelano (e lo fanno sempre e in ogni caso, anche quelli apparentemente più insignificanti) lasciando da parte teorie spesso confezionate a tavolino o poco riguardose degli avvenimenti storici e si ricercasse attraverso il rigore e la comparazione, di approdare a punti di vista il più possibile obiettivi senza preconcetti o aberrazioni storiche di ordine politico, la Storia, quella vera, quella di tutti e che appartiene a tutti perché parla dei grandi e dei piccoli, ne uscirebbe arricchita.

- Credi che bisogna snazionalizzare la Storia, nel senso che essa, pur concependosi in determinate nazioni, paesi, deve andare oltre?
Diciamo che determinati fenomeni storici hanno delle caratteristiche in ogni caso “nazionali” e locali; occorre essere consapevoli, nella ricerca così come nella fruizione storica, di queste caratteristiche senza operare forzature “transnazionali” che risulterebbero altrettanto nocive di una cecità campanilistica nei casi di fenomeni storici dove gli “internazionalismi” siano di fatto accertati. In altre parole, se è auspicabile che nel prossimo futuro possa esservi una comprensione globale di fenomeni locali bisogna stare attenti a non avallare in modo arbitrario, punti di contatto tra fenomeni dove storicamente, punti di contatto non vi sono.

- C’è differenza fra ricerca storica condotta in Italia e in altri Paesi, in generale?
In generale credo che se in Italia si eccelle spesso nel rigore storico e nell’analisi circostanziata dei fatti e delle fonti, di pari passo, è fin troppo presente un certo pregiudizio di stampo accademico secondo il quale soltanto alcune fonti documentarie sono degne di essere analizzate mentre si tralasciano spesso delle fonti minori le quali – se indagate – contribuirebbero ad illuminare in maniera magistrale degli aspetti poco conosciuti di argomenti quali ad esempio il costume, che di fonti cosiddette minori si sostanziano.
Un altro aspetto che balza agli occhi nella ricerca storica in Italia è il carattere poco divulgativo di molti lavori il cui intento sembra spesso improntato ad una sorta di auto-referenzialità volta ad acquistare credito all’interno del mondo accademico e non a raggiungere veramente i lettori.

- Hai appena pubblicato un libro dal titolo “I soperchi ornamenti”, dicci in poche parole di che cosa tratta?
Si tratta di una pubblicazione nella quale ho voluto tracciare uno spaccato inedito ma storicamente rigoroso della figura e della storia della donna nel Quattrocento in Italia attraverso l’analisi dei copricapi e delle acconciature ma anche della cosmèsi e accogliendo volutamente all’interno, la trattazione – resa attraverso le acconciature – delle principali categorie sociali di appartenenza delle donne del tempo: vergini, spose, vedove, prostitute, schiave, balie etc.
Fondamentale è stato il metodo ossia l’uso attento e selezionato ma senza preconcetti accademici, di fonti letterarie, documentarie e iconografiche per approdare ad un’indagine storica aperta e non tematizzata a priori.

- C’è un qualche rapporto storico fra acconciature rinascimentali e acconciature moderne?
In generale posso instaurare dei paralleli ‘per negazione’ nel senso che oggi le acconciature ed i copricapi intesi come sovrastrutture in senso stretto, hanno perso via via di importanza a differenza del Quattrocento-Cinquecento quando anche l’identità sociale passava spesso per la testa delle donne. Evidentemente oggi la testa delle donne non serve più come mezzo di connotazione dell’identità femminile che va ricercata altrove…

- Che tipo di difficoltà hai avuto durante le ricerche?
Lo scoglio principale da superare è stato quello di dover parlare delle donne dovendo filtrare delle testimonianze documentarie, letterarie etc., eminentemente maschili analogamente a quanto evidenziato dal Prof. Francesco Furlan, autore del saggio La donna, la famiglia, l’amore tra Medioevo e rinascimento, Leo Olschki Editore:

[…] all’ostinato silenzio della donne si oppone, insomma, una loquacità magari relativa ma persistente degli uomini. Non di tutti gli uomini, certo […] è innanzitutto con chierici, con filosofi e letterati, con medici e giuristi che abbiamo a che fare. Lo schermo che essi innalzano e col quale ricoprono il nostro oggetto è senz’altro uno schermo maschile, e sovente concepito e collaudato a partire da ambienti nei quali la donna è assente, dai quali anzi – com’è per gli ecclesiastici – essa è esclusa.

Attraverso tale schermo ho cercato di raggiungere via via dei punti di vista che approdassero ad una certa obiettività storica mediando tra idealizzazione e denigrazione che sono gli estremi entro i quali dover definire la figura della Donna. Con mia sorpresa ho notato come, in senso storico, si progredisca di più attraverso fonti che intendono denigrare piuttosto che non attraverso quelle che tendono ad idealizzare perché si ha un maggiore appiattimento dei dati storici.

- Pensi che la moda abbia influito in certe decisioni o che sia uno specifico periodo storico ad aver determinato un modo di vestirsi, di acconciarsi?
Credo che entrambe le circostanze si siano verificate e si verifichino tuttora: se ad esempio nelle acconciature quattrocentesche è tangibile la stessa evoluzione storico-filosofica della società coeva passando dal verticalismo del gotico flamboyant alla simmetria/chiarezza dell’umanesimo rinascimentale, per altri fenomeni di costume quali la gorgiera adottata dai nobili spagnoli per volere del loro sovrano con lo scopo di mantenere la testa (e più precisamente il mento) più alta possibile, per conferire a chi la portava un aspetto più altero possibile, si può parlare di vere e proprie implicazioni sociali scaturite da essi.