“Prima di iniziare la lezione, controllo generale dei compiti
assegnati per casa.”
“Profe…”
“Dimmi cara.”
“Lei lo sa, io le voglio tanto bene, ma i compiti non li ho fatti.”
(sorridendo dolcemente) “Ok, va bene, ho capito.”
“Profe, scusi, cosa sta scrivendo sul registro?”
“Ti sto mettendo quattro.”
“Ma come, profe! Prima mi sorride piena di dolcezza e poi mi
mette quattro?!”
“Tu mi vuoi bene, ma non fai i compiti. Anch’io ti voglio bene
(per questo ti sorrido), ma ti metto quattro.”
“Allora non le voglio più bene.”
“Allora neanch’io.” (1)
Antonella Landi riesce a coniugare le attività di docente scrittrice e blogger in maniera davvero mirabile. Oramai da qualche anno curioso periodicamente il suo blog, un modo per entrare nelle dinamiche dell’insegnamento e leggere del suo rapporto con studenti cinesi, in modo particolare. Il suo ultimo libro, Tutta colpa dei genitori, poi, è un piacevole testo che dovrebbe condurci a riflettere sul ruolo dei genitori – ma non solo – nello sviluppo formativo dei giovani, e capire che, a mio avviso, prima di educare i figli, bisognerebbe formare i grandi. E se c’è un aspetto del suo modo di essere che mi affascina, questo è la sua franchezza, la sua spontaneità, la sua chiarezza.
- Che cos’è per te la Storia, che rapporto hai con essa?
La Storia è diventata il mio pane quotidiano a partire dagli anni del Liceo, momento in cui me ne sono innamorata. Avevo un ottimo docente, il professor Sergio Sammicheli, che ce la insegnava mescolandola alla Filosofia e con essa completandola. La Storia mi ha guidata attraverso una lettura nuova anche della religione a cui appartengo per nascita e cultura, quella cattolica. La Storia è diventata poi un lavoro: insegnarla a scuola, spiegarla ai ragazzi che ho davanti ogni mattina è l’occasione per provare a illuminarli sul presente, a fornire loro la strumentazione necessaria per leggere il mondo che si sono ritrovati tra le mani. La Storia è anche sinonimo di speranza. Io credo (voglio farlo) che da questa barbarie nascerà (auspicabilmente presto) un’era migliore.
- Che cosa significa avere coscienza storica e a che cosa serve?
Avere una coscienza storica significa vivere con gli occhi aperti sul presente e le spalle non completamente girate verso il passato. Bisogna sempre camminare un po’ di traverso e con la coda dell’occhio guardarsi dietro. Quello che successe ieri aiuta a capire affrontare e migliorare quello che succede oggi. Guai a chi dimentica. Primo Levi lanciò una vera e propria maledizione a coloro che scordano che “tutto questo è stato”.
- Credi che la Storia abbia dei corsi e ricorsi?
Sono abbastanza vichiana, effettivamente. Anche perché (purtroppo) non mi pare che l’uomo sia migliorato così significativamente nel corso del tempo. Anzi, proprio guardando la Storia si vede come i peggiori crimini siano stati commessi nel secolo più prossimo al nostro, nel secolo appena passato. Mi riferisco alla shoah, la più grande vergogna commessa dall’uomo, appena una manciata di decenni fa. Per questo dobbiamo vigilare su noi stessi. Potremmo ricommettere errori già commessi.
- Qualcuno parla di revisionismo storico, di rivedere la Storia – anche, ma non solo – alla luce di nuove idee, spesso politiche e di parte, che ne pensi?
Se per revisionismo storico s’intende la rilettura ridimensionante che è stata fatta di certi episodi come quello che citavo sopra, lo sterminio del popolo ebraico, trovo che si tratti di un’operazione abominevole al pari del negazionismo.
- Tu che hai insegnato e insegni a ragazzi cinesi, che approccio hanno con la nostra storia, la nostra letteratura, la nostra cultura?
Ho riscontrato molto interesse per la nostra cultura da parte dei miei studenti cinesi. Essi reagiscono con vivace curiosità agli argomenti che propongo e tentano spesso paragoni e parallelismi tra la nostra e la loro storia. L’anno scorso, in prima, è stato molto divertente sovrapporre la mitologia greco-latina con le leggende cinesi e sostituire i nostri mostri classici ai loro draghi. Ne sortivano sempre messaggi morali e umani analoghi, in cui tutti noi ci ritrovavamo puntualmente. Credo che quelle siano state le lezioni migliori. Per me, prima di tutto. Ho imparato moltissimo dai miei nuovi studenti. E loro hanno perso la testa per Italo Calvino! Mi è toccato dedicare l’ora settimanale di narrativa a un numero esagerato di Fiabe italiane: era diventata una dipendenza, si divertivano da matti e senza neanche rendersene conto hanno assimilato molti dei nostri usi e costumi popolari.
- Quanta storia c’è nei tuoi libri?
Dipende: nel primo (La profe. Diario di un’insegnante con gli anfibi) c’è soprattutto la mia storia. La storia della mia passione per l’insegnamento, della mia avventura scolastica. Certo, indirettamente si parla anche della Storia come materia d’insegnamento e di come sia arduo ma contemporaneamente stimolante proporla ai giovani. Nel secondo (Storia parecchio alternativa della Letteratura italiana) la Storia si fa presenza naturalmente più tangibile perché va ad accompagnare la presentazione dei vari autori di cui racconto ironicamente la vicenda biografica e l’opera. Nel terzo (Tutta colpa dei genitori) c’è forse una storia in qualche modo sociologica: un ritratto “a pelle” di come sono mutati i rapporti tra le categorie educatrici più importanti, quella dei genitori e quella dei professori.
- Come si potrebbe attirare l’attenzione dei giovani verso la Storia?
È sbagliato pensare che con i giovani si debbano per forza fare salti mortali per interessarli a qualcosa. I giovani non vanno ingannati. Vanno trattati da adulti pensanti. Va fatto loro capire che l’ignoranza è la malattia peggiore che possa colpirli, che sapere è vivere meglio, è avere più possibilità, è salvarsi dalla prospettiva di una vita grigia e mediocre. Non bisogna aver paura di imporre obblighi e doveri ai ragazzi: la Storia va studiata, punto. Prima sarà un obbligo esoso. Dalla prima volta in cui percepiranno il valore immenso del sapere, scatterà la molla e il dovere diventerà piacere. Ho visto ragazzi farsi vanto (bellissimo a vedersi) di quello che avevano imparato a scuola e ragazzi mortificati per le occasioni perse.
- Un libro che consiglieresti in questo momento?
Sto leggendo un libro molto interessante che questa estate ho trovato recensito su “La Stampa”. Lo ha scritto Vinicio Ongini e si intitola Noi domani. Un viaggio nella scuola multiculturale, pubblicato da Laterza. A ben guardare si tratta di un reportage storico sulla situazione della scuola oggi e sulle previsioni relative al suo domani. È proprio a scuola che le trasformazioni sociali si fanno più evidenti: tra i banchi aumentano di anno in anno gli studenti stranieri. Se smetteremo di guardare a questo fenomeno come a un limite ma inizieremo a viverlo come l’eccezionale privilegio che effettivamente è, la scuola non potrà altro che trarne immensi benefici. Nell’istituto dove insegno, il 75% dell’utenza (una brutta parola, ma si fa per fare prima) viene da Paesi diversi dall’Italia. A me ogni mattina sembra di entrare in un meraviglioso mercato multietnico. Ho imparato più dai ragazzi in questi due anni che nei precedenti diciotto. A vivere a contatto con tanti stranieri, la mente si apre, le prospettive mutano, i punti di vista si rivoluzionano, le priorità si trasformano. E tutti noi cresciamo.
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- 1. fonte »»»qua.