Aug 182014
 

Somos embera. Venimos de la naturaleza, somos hijos de agua,
del okendo, de nuestra madre tierra, por eso la defendemos.
Somos pueblos indígenas con historia y cultura propia,
somos del territorio, de la naturaleza,
tenemos gobiernos propios, lengua propia y tradiciones ancestrales,
nos alimentamos de la selva, de la montaña
y de lo que cultivamos,
somos verdaderos y auténticos embera. (1)

Indigenas Catíos

Indigenas Catíos di Dabeiba

Annoto per ricordo personale, oltre che per condivisione, parte di un colloquio avuto qualche giorno fa in un paese della Valle di Aburrá (Colombia) con un discendente indigeno dell’etnia Emberá-Chamí che al tempo degli spagnoli popolavano quelle terre (»»qua). La questione era sulla memoria storica, giacché loro, ancor oggi, la tramandano verbalmente grazie alle parole dei più anziani, fatti ed eventi che, attorno a un fuoco familiare o nelle riunioni di villaggio, narrano, talvolta danzando talvolta cantando, alle giovani generazioni.

Preciso che l’influenza spagnola ed europea in generale, e da qualche decennio quella nord americana, oramai è ben visibile, sforzandosi proseguire con la loro ancestrale cultura. Il dialogo è avvenuto in spagnolo.

A un certo punto:

- Come chiamerebbe lei - mi disse l’anziano nativo - l’azione che si è compiuta 500 anni fa, quando da tre navi sono scesi soldati armati, che a poco a poco si sono addentrati nei nostri territori costieri?

- Persone che avevano voglia di conoscere e intavolare rapporti? (sic!)

- E lei va con le armi a conoscere nuove persone? Non sa quanti morti ha generato quell’invasione, distruggendo le nostre tradizioni e imponendo credenze per noi insignificanti? Oltre a tutte le malattie che ci ha portato? Quello è stato un vero e proprio attacco. Il primo viaggio, poi il secondo, poi il terzo, poi sono arrivati anche altri, portoghesi inglesi francesi olandesi… io ho studiato, ho parlato con quelli che insegnano la vostra Storia… ma non è la nostra, è diventata nostra da quando ce l’avete imposta…

- Avrà pur apportato dei vantaggi, avrà favorito una certa evoluzione sociale?

- Sociale? quale, quella del disgregamento dei nostri villaggi e la morte di quei giovani che dovevano lavorare con la forza? Quella delle nostre donne violentate? Si ricordi: azione e reazione. Secondo le nostre convinzioni, non possiamo tagliare un albero senza averci prima scusato e ringraziato, per poi ripiantare nuovi semi per favorire l’equilibrio. La vita ha un’armonia che l’uomo non può variare a proprio egoismo… anche fra gli stessi esseri umani è così.

- La Storia oramai è quella che è, non si può cambiare?

- Certo che no, ma potete migliorare il presente, accettare il passato, chiedere scusa. Il fatto è che voi occidentali vedete tutto solo dal punto di vista fisico, come semplici eventi materiali, tangibili, corporei. Questa carne viva ha uno spirito, ha un corpo etereo che lo segue e a cui si deve rispondere. Se io uccido qualcuno, l’energia di rabbia di quello aleggerà sempre nei miei dintorni e nelle mie decisioni; se io ti ferisco, prima o poi tu o un tuo parente ti vendicherà in un modo o nell’altro. L’analisi che fate della vostra Storia è solo parziale, superficiale, vuota di sentimenti, relativa all’aspetto evidente, ma l’uomo, nella sua comunità, nei suoi rapporti con gli altri, agisce pure per impulso, per collera che si è persa nel tempo.

- In questo modo è difficile analizzare e scrivere la Storia?

- Immagino di sì. Per il vostro materialismo, dove tutto deve essere dimostrato scientificamente, certamente lo è. Il mondo che vediamo è il prodotto di una evoluzione che va oltre il corporeo… relazione con il cosmo che voi avete perso…

*****

- 1. I Congreso Nacional del Pueblo Embera, octubre de 2006 (»»qua).
– L’immagine è tratta da: H. Estefanía Martínez V., Genealogias de los indigenas Katíos de Dabeiba, Imprenta Departamental de Antioquia, 1989.

Aug 022013
 

Ripeterlo non è vano: nella Storia non esistono “documenti inutili”, “documenti superflui”, tutto quanto possa servire ad approssimarsi alla verità dei fatti è benvenuto, può questo essere una statua, un orologio da tasca, una parte di un manoscritto, un incunabolo danneggiato, una ricetta culinaria, una lettera a un figlio, una serie di date, un reperto archeologico, e perfino un falso.

Se poi ci avviciniamo ai nostri giorni, con l’introduzione della fotografia, del cinema, delle immagini, la storia acquista la possibilità di essere “visibile”, può avere, in poche parole, un ulteriore angolo di “osservazione”.

Sì, possono esserci, per una specifica ricerca, memorie dirette o indirette, fonti di prima mano e secondarie, tracce di ieri e di oggi, ed è nelle abilità dello storico riuscire a tessere un percorso che risulti, con testimonianze alla mano, quanto più vicino alla ricostruzione della “realtà passata”, rimanendo pur sempre soggettiva parziale incompleta e pronta a essere rivista.

Però, la storia va oltre i singoli avvenimenti – histoire événementielle -, è altresì storia della mentalità, degli usi religiosi, delle relazioni sociali, della follia e del crimine come insegna Michel Foucault, storia del potere taumaturgico ricordando Marc Bloch, il tutto meglio se “visto” nel lungo periodo come suggerisce Fernand Braudel.
Può perfino essere storia della numismatica, della filatelia…

Enrico VIII, 500 anni dall'ascesa al trono d'Inghilterra, serie di francobolli emessa da Gibilterra, 2009

Enrico VIII, 500 anni dall’ascesa al trono d’Inghilterra, serie di francobolli emessa da Gibilterra, 2009

E allora, riprendendo l’esempio della volta scorsa (vi suggerisco leggere »» qua per avere un quadro più ampio), Enrico VIII riportato nei francobolli di oggi ed entrato a pieno titolo nella recente storia della filatelia – che in un certo senso è anche storia degli stati -, acquista inoltre “connotazione” di ricordo, di commemorazione, di immortalità, di lode, acquista cioè quel continuum storico che contraddistingue la società umana e che lega indelebilmente il passato al presente in un gioco di rimandi di cui dovremmo tener in conto.

Enrico VIII per i 450 anni dalla morte, Gran Bretagna, 1997

Enrico VIII per i 450 anni dalla morte, Gran Bretagna, 1997

Enrico VIII e la Mary Rose, Gran Bretagna, 1982

Enrico VIII e la Mary Rose, Gran Bretagna, 1982

Il famoso sovrano inglese, marito di sei mogli, iniziatore dello scisma anglicano, attivo personaggio del ‘500, è connazionale di Sir Rowland Hill (1795-1879), considerato padre del francobollo – 1840, anno di emissione del Penny Nero in Gran Bretagna. Rowland Hill, che s’ingegnò un sistema per far pagare il trasporto in base al peso piuttosto che alla distanza, giacché i costi maggiori avvenivano nelle procedure di gestione alla partenza e alla destinazione, tutto scritto e presentato al governo del tempo nel suo libello del 1837, Post Office Reform: its Importance and Practicability. La sua proposta era tassare anticipatamente, mediante un francobollo, l’invio di una lettera un penny per mezza oncia, indipendentemente dalla distanza che questa doveva percorrere.

Contrastata all’inizio, l’idea di Hill cominciò a essere messa in pratica qualche anno dopo, per essere “copiata” col tempo da altri stati europei e non, fino a giungere ai nostri giorni, sembrando, almeno per le lettere, finita un’epoca con l’introduzione delle e.mail.
Uno dei tanti cambiamenti, delle mutazioni, delle evoluzioni che caratterizzano la storia.

Oct 102011
 

“Prima di iniziare la lezione, controllo generale dei compiti
assegnati per casa.”
“Profe…”
“Dimmi cara.”
“Lei lo sa, io le voglio tanto bene, ma i compiti non li ho fatti.”
(sorridendo dolcemente) “Ok, va bene, ho capito.”
“Profe, scusi, cosa sta scrivendo sul registro?”
“Ti sto mettendo quattro.”
“Ma come, profe! Prima mi sorride piena di dolcezza e poi mi
mette quattro?!”
“Tu mi vuoi bene, ma non fai i compiti. Anch’io ti voglio bene
(per questo ti sorrido), ma ti metto quattro.”
“Allora non le voglio più bene.”
“Allora neanch’io.” (1)

Antonella Landi riesce a coniugare le attività di docente scrittrice e blogger in maniera davvero mirabile. Oramai da qualche anno curioso periodicamente il suo blog, un modo per entrare nelle dinamiche dell’insegnamento e leggere del suo rapporto con studenti cinesi, in modo particolare. Il suo ultimo libro, Tutta colpa dei genitori, poi, è un piacevole testo che dovrebbe condurci a riflettere sul ruolo dei genitori – ma non solo – nello sviluppo formativo dei giovani, e capire che, a mio avviso, prima di educare i figli, bisognerebbe formare i grandi. E se c’è un aspetto del suo modo di essere che mi affascina, questo è la sua franchezza, la sua spontaneità, la sua chiarezza.

- Che cos’è per te la Storia, che rapporto hai con essa?
La Storia è diventata il mio pane quotidiano a partire dagli anni del Liceo, momento in cui me ne sono innamorata. Avevo un ottimo docente, il professor Sergio Sammicheli, che ce la insegnava mescolandola alla Filosofia e con essa completandola. La Storia mi ha guidata attraverso una lettura nuova anche della religione a cui appartengo per nascita e cultura, quella cattolica. La Storia è diventata poi un lavoro: insegnarla a scuola, spiegarla ai ragazzi che ho davanti ogni mattina è l’occasione per provare a illuminarli sul presente, a fornire loro la strumentazione necessaria per leggere il mondo che si sono ritrovati tra le mani. La Storia è anche sinonimo di speranza. Io credo (voglio farlo) che da questa barbarie nascerà (auspicabilmente presto) un’era migliore.

- Che cosa significa avere coscienza storica e a che cosa serve?
Avere una coscienza storica significa vivere con gli occhi aperti sul presente e le spalle non completamente girate verso il passato. Bisogna sempre camminare un po’ di traverso e con la coda dell’occhio guardarsi dietro. Quello che successe ieri aiuta a capire affrontare e migliorare quello che succede oggi. Guai a chi dimentica. Primo Levi lanciò una vera e propria maledizione a coloro che scordano che “tutto questo è stato”.

- Credi che la Storia abbia dei corsi e ricorsi?
Sono abbastanza vichiana, effettivamente. Anche perché (purtroppo) non mi pare che l’uomo sia migliorato così significativamente nel corso del tempo. Anzi, proprio guardando la Storia si vede come i peggiori crimini siano stati commessi nel secolo più prossimo al nostro, nel secolo appena passato. Mi riferisco alla shoah, la più grande vergogna commessa dall’uomo, appena una manciata di decenni fa. Per questo dobbiamo vigilare su noi stessi. Potremmo ricommettere errori già commessi.

- Qualcuno parla di revisionismo storico, di rivedere la Storia – anche, ma non solo – alla luce di nuove idee, spesso politiche e di parte, che ne pensi?
Se per revisionismo storico s’intende la rilettura ridimensionante che è stata fatta di certi episodi come quello che citavo sopra, lo sterminio del popolo ebraico, trovo che si tratti di un’operazione abominevole al pari del negazionismo.

- Tu che hai insegnato e insegni a ragazzi cinesi, che approccio hanno con la nostra storia, la nostra letteratura, la nostra cultura?
Ho riscontrato molto interesse per la nostra cultura da parte dei miei studenti cinesi. Essi reagiscono con vivace curiosità agli argomenti che propongo e tentano spesso paragoni e parallelismi tra la nostra e la loro storia. L’anno scorso, in prima, è stato molto divertente sovrapporre la mitologia greco-latina con le leggende cinesi e sostituire i nostri mostri classici ai loro draghi. Ne sortivano sempre messaggi morali e umani analoghi, in cui tutti noi ci ritrovavamo puntualmente. Credo che quelle siano state le lezioni migliori. Per me, prima di tutto. Ho imparato moltissimo dai miei nuovi studenti. E loro hanno perso la testa per Italo Calvino! Mi è toccato dedicare l’ora settimanale di narrativa a un numero esagerato di Fiabe italiane: era diventata una dipendenza, si divertivano da matti e senza neanche rendersene conto hanno assimilato molti dei nostri usi e costumi popolari.

- Quanta storia c’è nei tuoi libri?
Dipende: nel primo (La profe. Diario di un’insegnante con gli anfibi) c’è soprattutto la mia storia. La storia della mia passione per l’insegnamento, della mia avventura scolastica. Certo, indirettamente si parla anche della Storia come materia d’insegnamento e di come sia arduo ma contemporaneamente stimolante proporla ai giovani. Nel secondo (Storia parecchio alternativa della Letteratura italiana) la Storia si fa presenza naturalmente più tangibile perché va ad accompagnare la presentazione dei vari autori di cui racconto ironicamente la vicenda biografica e l’opera. Nel terzo (Tutta colpa dei genitori) c’è forse una storia in qualche modo sociologica: un ritratto “a pelle” di come sono mutati i rapporti tra le categorie educatrici più importanti, quella dei genitori e quella dei professori.

- Come si potrebbe attirare l’attenzione dei giovani verso la Storia?
È sbagliato pensare che con i giovani si debbano per forza fare salti mortali per interessarli a qualcosa. I giovani non vanno ingannati. Vanno trattati da adulti pensanti. Va fatto loro capire che l’ignoranza è la malattia peggiore che possa colpirli, che sapere è vivere meglio, è avere più possibilità, è salvarsi dalla prospettiva di una vita grigia e mediocre. Non bisogna aver paura di imporre obblighi e doveri ai ragazzi: la Storia va studiata, punto. Prima sarà un obbligo esoso. Dalla prima volta in cui percepiranno il valore immenso del sapere, scatterà la molla e il dovere diventerà piacere. Ho visto ragazzi farsi vanto (bellissimo a vedersi) di quello che avevano imparato a scuola e ragazzi mortificati per le occasioni perse.

- Un libro che consiglieresti in questo momento?
Sto leggendo un libro molto interessante che questa estate ho trovato recensito su “La Stampa”. Lo ha scritto Vinicio Ongini e si intitola Noi domani. Un viaggio nella scuola multiculturale, pubblicato da Laterza. A ben guardare si tratta di un reportage storico sulla situazione della scuola oggi e sulle previsioni relative al suo domani. È proprio a scuola che le trasformazioni sociali si fanno più evidenti: tra i banchi aumentano di anno in anno gli studenti stranieri. Se smetteremo di guardare a questo fenomeno come a un limite ma inizieremo a viverlo come l’eccezionale privilegio che effettivamente è, la scuola non potrà altro che trarne immensi benefici. Nell’istituto dove insegno, il 75% dell’utenza (una brutta parola, ma si fa per fare prima) viene da Paesi diversi dall’Italia. A me ogni mattina sembra di entrare in un meraviglioso mercato multietnico. Ho imparato più dai ragazzi in questi due anni che nei precedenti diciotto. A vivere a contatto con tanti stranieri, la mente si apre, le prospettive mutano, i punti di vista si rivoluzionano, le priorità si trasformano. E tutti noi cresciamo.

*****

- 1. fonte »»»qua.

Jul 162011
 

Conosco Annarita Verzola da almeno 4-5 anni, assidui lettori dei nostri reciproci blog. Annarita lavora da anni nel mondo della scuola, dapprima come insegnante precaria (scuola dell’infanzia e primaria) e oramai da un po’ di tempo in segreteria.
Le sue più grandi passioni sono la lettura e la scrittura per ragazzi, amori nati e cresciuti con lei sui banchi di scuola. Ha pubblicato due libri di narrativa scolastica per la scuola secondaria di primo grado: Fiammetta dei dipinti e Il mistero dell’altopiano. Oltre all’interessante blog dedicato alla letteratura per ragazzi, dal febbraio 2010 ha iniziato la traduzione dall’inglese delle fiabe raccolte e pubblicate dal folclorista scozzese Andrew Lang dal 1889 al 1910: Le favole di Lang.
Collabora con racconti per bambini alla rivista on-line Fili d’aquilone.

*****

- Che cos’è per te la Storia, che rapporto hai con essa?
La Storia è sempre stata la mia materia preferita a scuola e, crescendo, la mia biblioteca personale si è arricchita di numerosi volumi che spaziano in tutte le epoche, da un punto di vista cronologico e dei fatti. A volte mi capita di appassionarmi ad un personaggio, a un fatto o a un particolare periodo in seguito ad altri libri che ho letto, o viaggi che ho fatto e, da quando ti seguo, incuriosita dagli spunti di riflessione che ci offri. Devo dire però che soprattutto mi ha sempre affascinata, all’interno della Storia, la storia minore e quotidiana, quella che ci rivela come vivevano, come agivano, come pensavano le donne e gli uomini che ci hanno preceduti, e in questo senso sono numerosi i libri nella mia biblioteca, a cominciare dall’interessante serie dedicata alla ricostruzione della vita quotidiana in varie epoche. Il mio grande interesse però va soprattutto al Medioevo, sin dai tempi della scuola, quando ancora qualche insegnante si ostinava a definirlo i secoli bui.

- Che significa avere coscienza storica e a che serve?
La coscienza storica è fondamentale perché è il processo attraverso il quale i singoli e spesso la collettività si sono fatti protagonisti di movimenti di affermazione della propria coscienza, dell’intelletto, dello spirito che hanno generato grandi periodi di rivolgimento. È importante avere coscienza storica per non abbandonare il sentiero della presa di coscienza delle realtà e delle necessità di generazioni e di popoli. In questo senso mi sembra interessante il libro di Mario Mieggie Che cos’è la coscienza storica, e intendo leggerlo presto.

- Credi che la Storia abbia dei corsi e ricorsi?
Indubbiamente sì, l’uomo e la società si sono evoluti e sviluppati in maniera a volte rapidissima, ma ciclicamente si ripresentano grandi avvenimenti come le guerre, le epidemie, i periodi di tensione nazionale e internazionale. Ovviamente queste situazioni vengono affrontate in modo diverso, in negativo e in positivo, grazie ai grandi progressi del sapere umano, ma certamente si tratta di corsi e ricorsi.

- Qualcuno parla di revisionismo storico, di rivedere la Storia – anche, ma non solo – alla luce di nuove idee, spesso politiche e di parte, che ne pensi?
Il revisionismo è inevitabile, alla luce di nuove conoscenze e di nuovi fatti, emersi magari dopo anni di ricerche, per correggere opinioni e tesi in campo storico, politico o ideologico, che si rivelano non più del tutto corrette. Diverso è l’atteggiamento del negazionismo, volto a negare appunto realtà incontrovertibili come ad esempio l’Olocausto. Ultimamente ho la sensazione che il revisionismo stia scivolando più verso la deriva del negazionismo, ma spero di sbagliare.

- Credi che bisogna snazionalizzare la Storia, nel senso che essa, pur concependosi in Nazioni, Paesi, debba andare oltre?
Credo oramai sia inevitabile, vista la globalizzazione delle conoscenze e delle comunicazioni nella nostra era in cui Internet ci permette di accedere a livelli di conoscenza che alcuni decenni fa non era probabilmente neppure immaginabili. Non ha senso barricarsi in un ottuso nazionalismo, la Storia ci insegna che il tessuto dei fatti è una sottile trama nella quale spesso è impossibile discernere l’inizio dalla fine, lo sfumato passaggio da un tono all’altro. Non è pensabile la fruizione storica per comparti stagni, i personaggi, gli eventi, le svolte epocali sono troppo intimamente intrecciati per nasconderci le ripercussioni che hanno avuto sui paesi vicini. È un po’ come gettare un sasso in una pozza d’acqua e osservare i cerchi concentrici ampliarsi e giungere sino a lambire le propaggini della sponda.

- C’è differenza fra ricerca storica condotta in Italia e in altri Paesi europei, in generale?
Ammetto di non avere una grande conoscenza della ricerca storica di altri paesi, ma ho avuto modo di notare, ricercando fatti e personaggi di mio interesse, che la ricerca storica dei paesi anglosassoni pur essendo molto rigorosa riesce ad avere anche un ottimo tono divulgativo, che coinvolge il lettore profano e lo invoglia ad approfondire. Penso per esempio agli ottimi esempi di Antonia Fraser o alla narrativa storica di Carolly Erickson.

- Come si potrebbe attirare l’attenzione dei giovani verso la Storia? Come vorresti fosse insegnata?
Ritorno a ciò che dicevo prima riguardo il mio interesse per la storia quotidiana. Credo sarebbe un buon approccio offrire ai giovani questo tipo di conoscenza, permettere loro di frugare tra le pieghe minute della storia minore in cui si riflette la storia con l’iniziale maiuscola. A volte poi l’insegnamento scolastico della storia è ancora troppo nozionistico. Inoltre trovo discutibile che l’attuale programma di storia della scuola primaria si fermi alla caduta dell’impero romano.

- Un libro che consiglieresti in questo momento?
In questo momento consiglierei non un solo libro, ma un gruppo di sei: non sono libri di storia, ma romanzi che dipingono con accuratezza e ironia l’Inghilterra rurale vittoriana. Si tratta del cosiddetto Ciclo del Barset di Anthony Trollope, composto di sei romanzi che ci introducono alla conoscenza di una società sì rurale, ma dalle gerarchie ben delineate e i cui personaggi a volte ritornano da un romanzo all’altro, dandoci un preciso e a volte graffiante ritratto della società dell’epoca. Anche qui dunque una storia minore, ma non per questo meno interessante. I titoli sono i seguenti: L’amministratore, Le torri di Barchester, Il dottor Thorne, La Canonica di Framley, La casetta ad Allington e Ultime cronache del Barset. Sono tutti pubblicati da Sellerio.

Apr 112011
 

Sganciare la storia dalla mitologia, dare rilevanza alla verità, conferire ai documenti e alle testimonianze il loro giusto peso e contesto nella prova storica, adoperare la ragione più che la memoria, “scrivere soltanto di cose nuove e vere”. Voltaire (1694-1778) aveva le idee ben chiare su come si doveva fare storia. E con lui entra nella storiografia il concetto di “civiltà”, un concetto che abbraccia l’universo umano nelle varie sfaccettature, e non più aneddoti o favole, resoconti di battaglie o esaltazioni di gesta, sterile cronaca, Voltaire vuole una storia umana, una storia che comprenda la politica, l’economia, la cultura, l’amministrazione, e via dicendo, una storia che studi a fondo e penetri l’essere. “Quel che manca di solito a coloro che scrivono di storia è lo spirito filosofico: la maggior parte, invece di discutere dei fatti con gli uomini, raccontano storielle a dei bambini” (1).

La studio della storia deve andare oltre i singoli avvenimenti, o addirittura i singoli archivi, la storia, interessandosi degli uomini, deve curiosare nei loro comportamenti, nelle mutazioni che avvengono, nei vizi e nelle virtù dei personaggi:

Io vorrei sapere quali erano le forze di un paese prima di una certa guerra, e se questa le abbia aumentate o diminuite. Prima della conquista del Nuovo Mondo la Spagna era o no più ricca di oggi? Quant’era più popolata nei tempi di Carlo V che non in quelli di Filippo II? Perché Amsterdam duecento anni fa contava soltanto ventimila abitanti? E come lo si sa in modo positivo? Quant’è più popolata oggi l‘Inghilterra che non sotto Enrico VIII?” (2).

Ma la storia non si ferma qua, la storia non è solo questo, potrebbe essere il punto di partenza, lo spunto, affinché l’uomo curioso entri in un contesto nel quale:

Cercherà quale sia stato il vizio radicale e la virtù dominante di una nazione; perché sia stata potente o debole sul mare; come e sino a qual punto si sia arricchita nell’ultimo secolo” (3).

E andrà oltre, approfondirà la cultura, le arti, la moda, s’interesserà dei particolari, entrerà nelle dinamiche, nei flussi, nei riflussi, considererà anche i minuscoli tasselli che compongono il grande mosaico:

Vorrà sapere come si siano affermate le arti e le manifatture; ne seguirà il passaggio e il ritorno da un paese in un altro. Ma il suo grande oggetto saranno i mutamenti intervenuti nei costumi e nelle leggi. Si saprebbe così la storia degli uomini, e non soltanto di una piccola parte della storia dei re e delle corti”(4).

Una storia laica, al lume della ragione, una storia fatta da uomini per gli uomini, in cui sensazionalismo, falsità, leggende, fantasticherie sono bandite.

*****
1. Voltaire, Scritti filosofici, Laterza, 1972, vol. I, pag. 268.
2. 3. 4. Voltaire, op. cit., pag. 273-276.

Dec 232010
 

Emilia Peatini è un’insegnante della scuola primaria che si occupa da molti anni di didattica della storia. Coordina la Rete di Storia di Treviso che progetta formazione per gli insegnanti e laboratori didattici per gli studenti, in collaborazione con i Musei, l’Archivio di Stato, gli Istituti di Storia del territorio ed è partner dell’Assessorato alla Cultura del Comune e della Società Iconografica Trivigiana nella progettazione della Biennale di Storia a Treviso.

- Che cos’è per te la Storia, che rapporto hai con essa?
La storia pian piano ha conquistato il posto della narrativa, della musica e di altre passioni che mi hanno fatto tanta compagnia e consolato in tempi meno favorevoli. Cos’è per me la storia? Spesso, questa domanda me la faccio anch’io. Storia permeante, penetrante nel mio lavoro e nei momenti della distensione. Passione per la storia, per le sue rappresentazioni, per le immagini mentali che un documento, un’immagine, un oggetto archeologico, un buon testo storiografico riescono a plasmare. Questa passione ho cercato e cerco di trasmettere agli alunni e agli insegnanti che lavorano con me.
Non cerco l’assoluta oggettività nella storia, quanto la costruzione della sua rappresentazione, l’analisi delle fonti e l’utilizzo che lo storico ne fa. Mi interessa lo storico, il suo presente e il suo punto di vista.
Mi scopro uno sguardo storico, ché tutto quanto mi circonda è testimonianza del passato.

- Che significa avere coscienza storica e a che serve?
La testimonianza del passato… Ma passato è una categoria troppo generica: sottende la vita di tanti uomini, donne, le opere, le aspirazioni, le mentalità, le genialità e le tragedie… le storie nascoste o negate. Sapere, avere coscienza che molto potremmo comprendere, che nulla è definivo e concluso, che siamo sempre “in ricerca”, che siamo responsabili di questa memoria e la dobbiamo tramandare… forse questa per me è coscienza storica e la sua finalità è superare la finitezza della nostra esistenza e darle un senso. Siamo chiamati alla cura di ciò che del passato è giunto a noi e, con forza, alla riflessione per non reiterare errori.

- Credi che la Storia abbia dei corsi e ricorsi?
A volte abbiamo una falsa percezione, nel ripetersi di tragedie volute o non evitate, della ricorsività della storia. Sarebbe negare la possibilità dell’uomo di intervenire sugli eventi. Sarebbe negare i principi della responsabilità e della irreversibilità della storia.

- Qualcuno parla di revisionismo storico, di rivedere la Storia – anche, ma non solo – alla luce di nuove idee, spesso politiche e di parte, che ne pensi?
La storia è stata usata fin dai tempi più antichi per avvalorare scelte politiche e tanto altro. Succede anche oggi e non mi meraviglia. Porterei l’attenzione sulla distinzione tra storia e cattiva storia. Credo che in ogni periodo l’uomo abbia posto al passato le domande che vengono dal suo presente, abbia guardato al passato con la sua mentalità. Possiamo trovarci di fronte a narrazioni che si collegano, che si integrano, che, a volte, si contraddicono. Per questo è importante contestualizzare la ricostruzione storica: occuparci del punto di vista del suo autore. La storia non è mai conclusa, finita.
Diverso è il caso di chi manipola documenti o addirittura nega la documentazione e la memoria. Oggi il caso più eclatante è la negazione della Shoah, ma c’è anche altro…

- Credi che bisogna snazionalizzare la Storia, nel senso che essa, pur concependosi in Nazioni, Paesi, va oltre?
Credo che la storia sia debitrice alla geografia di una categoria determinante: la scala spaziale. La ricerca storica gode di molte prospettive e, credo, le debba tutte comprendere: dalla storia locale fino alla storia dell’ecumene. È il tema dell’indagine che renderà possibili il coinvolgimento, il dialogo e i collegamenti tra le diverse scale… La visione attraverso uno sguardo multi prospettico sarà capace di superare confini e differenze e a farne comprendere l’umanità.

- C’è differenza fra ricerca storica condotta in Italia e in altri Paesi europei, in generale?
Penso si debba essere riconoscenti alla storiografia francese. Credo che attualmente ci sia uno scambio proficuo, grazie anche alle nuove tecnologie.

- Come si potrebbe attirare l’attenzione dei giovani verso la Storia? Come la insegni tu?
I giovani amano la storia! Non amano la disciplina (materia) della storia. Ma si fanno domande sul passato e si incantano davanti ad una pergamena, ad un coccio d’argilla o alla veduta di una città perché riconoscono nelle tracce le risposte che l’uomo ha saputo dare alle sue necessità e alle sue tensioni. Credo che la storia dovrebbe essere insegnata offrendo ai ragazzi, fin da piccoli, l’esperienza di un laboratorio di storia. Tematizzare, problematizzare, lavorare con i documenti, fare storia nei Musei, negli Archivi, nel territorio non li faranno diventare degli storici ma daranno loro gli strumenti della storia. Insegneranno loro anche una lezione importantissima: la cura, la tutela e la responsabilità verso i Beni Culturali ed il territorio.

- Un libro che consiglieresti in questo momento?
Se solo uno deve essere: Sei lezioni sulla storia di Edward Carr.

Dec 152010
 

Una delle tante opportunità che ci dà internet è di entrare in contatto con persone che hanno la stessa passione, pronte a condividere le proprie esperienze, disponibili a partecipare attivamente con le proprie conoscenze. E grazie alla rete conobbi, qualche mese fa, il blog di Marina Minelli, un blog che tratta di “Altezze reali” e che invito a scoprire insieme alla sua autrice.

Che cos’è per te la Storia, che rapporto hai con essa?
Posso dire che la Storia è la passione della mia vita? In senso culturale ovvio. È una materia che ho adorato a scuola, nonostante insegnanti non sempre interessanti, però venendo da una famiglia di grandi lettori, non avevo problemi a procurarmi libri e ad approfondire qualsiasi argomento destasse la mia curiosità. Ho comperato il mio primo libro di storia verso gli 8 anni, mettendo da parte ogni settimana quella che allora si chiamava “paghetta”. Il titolo? Grandi Regine, naturalmente. Un bel volume illustrato per bambini edito da Mondatori e scritto da Giuliana Pistoso. Nello stesso periodo sono andata a vedere “Anna dei mille giorni”, un film storico con Richard Burton nella parte di Enrico VIII. A ripensarci era un po’ crudo per una bambina, però che bello. Al liceo la mia era considerata solo una “mania”, all’epoca andava di moda la filosofia e il fatto che nei licei la cattedra sia storia e filosofia crea confusione e non aiuta perché in genere i docenti sono laureati in filosofia e tendono a dare più spazio alla loro materia. Mi sono rifatta all’università con una laurea in Storia indirizzo moderno all’Università di Bologna. Gli anni più belli della mia vita. Poi ho fatto altro, cioè la giornalista di cronaca, ma due anni fa ho deciso che era ora di ricominciare a parlare con la storia e l’ho fatto aprendo un sito.

- Che significa avere coscienza storica e a che serve?
La Storia, come dice De’ Gregori, siamo noi. La Storia è il passato che ci consente di capire il presente e di affrontare il futuro. La coscienza storica vuol dire conoscersi, sapere chi siamo e da dove veniamo, con la speranza di non commettere più gli stessi errori. Mi sono laureata con una tesi su una grande famiglia di Ancona, i conti Ferretti di Castelferretto e trovavo meraviglioso che gli attuali componenti della famiglia conoscessero il nome dei loro antenati, le loro gesta, i loro pensieri. Mi affascina essere in luoghi storici, sapere che lì prima di me altri sono passati. Ogni volta che capito a Bologna faccio una sosta a San Petronio e mi dico “l’imperatore Carlo V era qui…”.

- Credi che la Storia abbia dei corsi e ricorsi?
Assolutamente sì, peccato che la stupidità umana a volte non consenta di vederli. Ad ogni modo è come nelle storie d’amore, nulla di nuovo sotto il sole, perché gli uomini quelli sono e spesso tendono a ripetersi.

- Qualcuno parla di revisionismo storico, di rivedere la Storia – anche, ma non solo – alla luce di nuove idee, spesso politiche e di parte, che ne pensi?
Sinceramente sono abbastanza turbata dai revisionismi, da quelli che tentano di riabilitare certi personaggi o periodi storici e, adesso, dal revisionismo feroce a cui si sta sottoponendo tutto il nostro Risorgimento.

- Credi che bisogna snazionalizzare la Storia, nel senso che essa, pur concependosi in Nazioni, Paesi, va oltre?
Be’ sì, direi che è fondamentale. Purtroppo noi siamo un po’ troppo legati al “libro di testo” delle superiori che per la Storia (e per altre materie, purtroppo) è saldamente ancorato all’italianità, punto e basta. Una visione di insieme sarebbe molto più utile, specie oggi, in una Europa senza frontiere e in un mondo molto più vicino.

- C’è differenza fra ricerca storica condotta in Italia e in altri Paesi europei, in generale?
Non mi occupo di ricerca storica – in senso accademico/universitario – da molti anni, però direi che all’estero c’è molta più passione. E in generale l’interesse per la Storia è sicuramente più elevato rispetto all’Italia, dove questa materia continua ad essere estremamente marginale o talmente di nicchia da non essere neanche presa in considerazione.

- Come si potrebbe attirare l’attenzione dei giovani verso la Storia?
Smettendo di dire che la Storia è noiosa e che non serve a niente, come fanno da anni quelli che scrivono i programmi per le scuole i quali sembrano averci preso gusto a sminuire l’importanza della Storia. Facendola vivere sul campo e soprattutto considerandola perno attorno al quale possono ruotare tante altre materie, dalla letteratura, alla storia dell’arte, dalla musica, alla storia delle religioni e del pensiero.

- Un libro che consiglieresti in questo momento?
La mia passione sono le biografie, che in Italia o non vengono scritte o sono prese a piè pari dall’estero e tradotte spesso malamente per non dire altro. Sì, vai lo dico. Mi è capitata per le mani una biografia su Eleonora d’Aquitania, la celebre reine Aliénor, peccato che in copertina come illustrazione ci fosse un ritratto di Eleonora d’Austria, la sorella di Carlo V, nata qualche secolo dopo. Però di recente è uscita una bellissima biografia di un personaggio sui generis scritta da Pablo Dell’Osa (uscita per i tipi di Mursia), un bravissimo ricercatore, che per vivere fa il giornalista a Pescara. Dell’Osa ha studiato per quattro anni la vita di Luigi Amedeo di Savoia, duca degli Abruzzi, il figlio di quell’Amedeo duca d’Aosta che la politica mette per un brevissimo periodo sul trono spagnolo. Al giovanotto i panni eleganti e disimpegnati del rampollo reale nulla facente o al più destinato a qualche vago incarico onorifico o ad un comando militare del tutto simbolico, stanno stretti, anzi strettissimi. Così Luigi (cadetto del ramo cadetto) parte per destinazioni ancora ignote e la sua vita si trasforma quasi in un romanzo che Dell’Osa ci racconta con prosa brillante e dovizia di particolari. Il libro si intitola “Il principe esploratore.

Aug 262010
 

Alla base della storia ci sono le fonti, le notizie che sopportano i fatti, le vicende, gli eventi, che danno vita a un continuum narrativo storico che ci permette avere un quadro più o meno completo del nostro passato. E una delle principali preoccupazioni dello storico è proprio quella di ricercare documenti, confutare la loro veridicità e prendere atto della loro possibile importanza ai fini di una buona stesura storica.

L’analisi, una attenta analisi del “pezzo”, è necessaria, anzi doverosa, un percorso che parte da un esame estrinseco e intrinseco, che ci aiuta a controllare se il materiale in nostre mani corrisponde ai canoni del tempo, se la scrittura, per esempio, è consimile a quella che sappiamo essere dell’epoca, se cioè parole, frasi, espressioni essere in linea di massima tipiche del periodo.

Ma andiamo con ordine e offriamo brevemente qualche cenno di analisi estrinseca:

1. Materia o sopporto: se abbiamo fra le mani un papiro e stiamo leggendo un editto o una cronaca del 1300, chiaramente c’è qualcosa che non va, giacché sappiamo che generalmente dall’uso del papiro si passa all’uso della pergamena intorno la fine del VII secolo principio dell’VIII, e successivamente alla carta quando gli arabi la introdussero prima in Sicilia e poi, pian piano, in Spagna ed Europa nei secoli XII, XIII, più diffusamente ancora nel XIV.

2. Scrittura: non potremmo mai immaginarci una corrispondenza in volgare italiano nel X secolo, o parole in un inglese moderno nel XV secolo, né tantomeno una “minuscola carolina” nel VI secolo, giacché si sa che questa cominciò a essere praticata intorno l’VIII secolo, o, per continuare, un libro del 1590 stampato in caratteri bodoni, caratteri del XVIII secolo.

3. Formule: per esempio le formule di saluto, i sistemi di datazione e altre particolarità tipiche dei periodi in questione. “Servus servorum Dei” iniziò a essere adoperata come formula alla fine del VI secolo, con Gregorio I detto Gregorio Magno.

4. Stile: ovvero il periodare, i vocaboli scelti, la costruzione delle frasi e via dicendo, servono a riscontrare anacronismi glottologici. Determinate parole o espressioni non si adoperarono prima di una certa data che sappiamo con un buon margine di sicurezza, per cui bisogna vagliare con attenzione questa quarta ipotesi di analisi.

Analisi, questa estrinseca, che ci permette appurare se il contenuto del documento può da noi essere adoperato o no, se è nella norma di quando generalmente accadeva in quella data epoca.

Certo, non sempre si può chiarire con facilità l’autenticità del documento, bisogna continuare l’indagine, magari verificando – e qui entriamo nell’analisi intrinseca – se i fatti riportati non siano in contraddizione con quando generalmente è noto.

Bisogna pur aprire gli occhi, in quando può accadere che in un documento ritenuto veritiero vi sia stato aggiunto a posteriori un passo, una riga, una nota, per cui, pur sapendo di possedere una testimonianza valida, il contenuto può essere stato manomesso per una o più ragioni. O ancora, che un altro documento sia stato preparato con passi di altri tutti veri, cosicché il falsario è riuscito a creare un nuovo “pezzo” sulla falsariga degli originali, adoperando le formule di saluto, le espressioni, lo stile dell’epoca.

Se poi ci troviamo in presenza di due uguali testimonianze che riportano all’incirca lo stesso contenuto, ma una delle due è più scorrevole limata, precisa, pulita, generalmente quella più rozza o meno fluente è la veritiera, giacché l’autore, si suppone, per un motivo o un altro, aver scritto di getto.

L’anacronismo, il contrasto cronologico, deve anche essere elemento di analisi: una lettera firmata da Carlo V il 15 aprile 1535 e recante come luogo di origine Napoli, è sicuramente un falso, perché l’imperatore in quel periodo era a Barcellona, sapendo che giunse nel napoletano solo il 25 novembre.

Eppur bisogna far particolare caso ai lapsus calami, errori che tutti possiamo commettere involontariamente, errori di datazione, errori possibili dovuti a una svista, a un soprappensiero. O, attenzione!, desiderati appositamente da parte di un governo, di una istituzione, di un re: aspettando la scadenza di un precedente contratto d’alleanza, il sovrano ne aveva già firmato un altro con il nemico, ma, per ragioni diplomatiche, si doveva aspettare la conclusione del primo per convalidare pacificamente il secondo… intanto l’accordo era stato già preparato e concordato con anticipo.

Tutto quanto sopra – accennato semplicemente e nella maniera più possibile elementare – non esclude che un falso non debba venir studiato, in quando anch’esso può rivelarci la mentalità di un’epoca, le tendenze, gli atteggiamenti. La Costituto di Costantino, che oramai sappiamo da secoli essere falsa, in cui Costantino, fra le altre cose, donò la città di Roma alla Chiesa cattolica, rispecchia, anche ma non solo, le aspirazioni del papato a un potere temporale.

Insomma, come ci dice Marc Bloch:

“[…] i testi o i documenti archeologici, anche se fossero i più chiari a prima vista e i più facili da interpretare, non parlano se non quando li si sappia interrogare”. (1)

Pertanto la bravura, l’esperienza, le tecniche adoperate entrano all’unisono in un gioco da realizzare con somma cura e diligenza. Ma c’è una cosa di cui bisogna tener in conto, che cioè, pur esistendo un cammino scientifico, più o meno valido, nell’individuare un falso, bisogna pur sempre avvalersi del proprio istinto, della propria intuizione, quel sesto senso che ci permette entrare in contatto con il lato palpitante dei fatti.

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- 1. Marc Bloch, Apologia della storia, Einaudi, Milano, 1998, pag. 51.

Jul 302010
 

Un’intervista a Elisabetta Gnignera, autrice del volume appena pubblicato “I soperchi ornamenti”.

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- Che cos’è per te la Storia, che rapporto hai con essa?
Nella storia si trova il fondamento di tutto quello che siamo oggi pertanto non è possibile ignorare quegli avvenimenti o fenomeni culturali e di pensiero che ininterrottamente si sono susseguiti sino a modellare il nostro presente.
Per me è non solo auspicabile, ma doveroso, perseguire la conoscenza – perlomeno a grandi linee – dei fenomeni storici (andando a pescare anche nella micro-storia) che hanno caratterizzato la nostra civiltà partendo da quella occidentale che mi riguarda più da vicino ma cercando di spingermi sino alla comprensione storica di civiltà geograficamente – ma spesso non culturalmente- distanti dalla nostra.

- Che significa avere coscienza storica e a che serve?
Significa essere in grado di rintracciare l’eco dei grandi avvenimenti storici nei piccoli fatti quotidiani i quali talvolta sono altrettanto rivelatori e contribuiscono a gettare una luce nuova e chiarificatrice sulla storia “ dei grandi”.
A questo proposito ricordo ancora un brano contenuto in un mio “originale” manuale di Storia del Liceo in cui veniva descritto con accuratezza un pasto frugalissimo del pontefice Giulio II (la cui parsimonia è ben nota a storici e non ….); ebbene a distanza di anni rimane indelebile il mio ricordo del brano in oggetto mentre circostanziati saggi di illustri storici sono caduti nell’oblio: potere della micro-storia!
Ritengo, con gli antichi, che la Storia – e di conseguenza la coscienza storica – sia a tutt’oggi e sempre di più Magistra vitae.

- Credi che la Storia abbia dei corsi e ricorsi?
Credo che l’animo umano [e i moti dell’…] pur adeguandosi all’evolversi delle epoche, sia sostanzialmente uguale a se stesso pertanto più che di ricorsi di avvenimenti parlerei di ricorsi di meccaniche psicologiche e sociali che stanno alla base di molti avvenimenti storici.

- Qualcuno parla di revisionismo storico, di rivedere la Storia – anche, ma non solo – alla luce di nuove idee, spesso politiche e di parte, che ne pensi?
Penso che se si “ascoltasse” con maggiore attenzione ciò che i documenti rivelano (e lo fanno sempre e in ogni caso, anche quelli apparentemente più insignificanti) lasciando da parte teorie spesso confezionate a tavolino o poco riguardose degli avvenimenti storici e si ricercasse attraverso il rigore e la comparazione, di approdare a punti di vista il più possibile obiettivi senza preconcetti o aberrazioni storiche di ordine politico, la Storia, quella vera, quella di tutti e che appartiene a tutti perché parla dei grandi e dei piccoli, ne uscirebbe arricchita.

- Credi che bisogna snazionalizzare la Storia, nel senso che essa, pur concependosi in determinate nazioni, paesi, deve andare oltre?
Diciamo che determinati fenomeni storici hanno delle caratteristiche in ogni caso “nazionali” e locali; occorre essere consapevoli, nella ricerca così come nella fruizione storica, di queste caratteristiche senza operare forzature “transnazionali” che risulterebbero altrettanto nocive di una cecità campanilistica nei casi di fenomeni storici dove gli “internazionalismi” siano di fatto accertati. In altre parole, se è auspicabile che nel prossimo futuro possa esservi una comprensione globale di fenomeni locali bisogna stare attenti a non avallare in modo arbitrario, punti di contatto tra fenomeni dove storicamente, punti di contatto non vi sono.

- C’è differenza fra ricerca storica condotta in Italia e in altri Paesi, in generale?
In generale credo che se in Italia si eccelle spesso nel rigore storico e nell’analisi circostanziata dei fatti e delle fonti, di pari passo, è fin troppo presente un certo pregiudizio di stampo accademico secondo il quale soltanto alcune fonti documentarie sono degne di essere analizzate mentre si tralasciano spesso delle fonti minori le quali – se indagate – contribuirebbero ad illuminare in maniera magistrale degli aspetti poco conosciuti di argomenti quali ad esempio il costume, che di fonti cosiddette minori si sostanziano.
Un altro aspetto che balza agli occhi nella ricerca storica in Italia è il carattere poco divulgativo di molti lavori il cui intento sembra spesso improntato ad una sorta di auto-referenzialità volta ad acquistare credito all’interno del mondo accademico e non a raggiungere veramente i lettori.

- Hai appena pubblicato un libro dal titolo “I soperchi ornamenti”, dicci in poche parole di che cosa tratta?
Si tratta di una pubblicazione nella quale ho voluto tracciare uno spaccato inedito ma storicamente rigoroso della figura e della storia della donna nel Quattrocento in Italia attraverso l’analisi dei copricapi e delle acconciature ma anche della cosmèsi e accogliendo volutamente all’interno, la trattazione – resa attraverso le acconciature – delle principali categorie sociali di appartenenza delle donne del tempo: vergini, spose, vedove, prostitute, schiave, balie etc.
Fondamentale è stato il metodo ossia l’uso attento e selezionato ma senza preconcetti accademici, di fonti letterarie, documentarie e iconografiche per approdare ad un’indagine storica aperta e non tematizzata a priori.

- C’è un qualche rapporto storico fra acconciature rinascimentali e acconciature moderne?
In generale posso instaurare dei paralleli ‘per negazione’ nel senso che oggi le acconciature ed i copricapi intesi come sovrastrutture in senso stretto, hanno perso via via di importanza a differenza del Quattrocento-Cinquecento quando anche l’identità sociale passava spesso per la testa delle donne. Evidentemente oggi la testa delle donne non serve più come mezzo di connotazione dell’identità femminile che va ricercata altrove…

- Che tipo di difficoltà hai avuto durante le ricerche?
Lo scoglio principale da superare è stato quello di dover parlare delle donne dovendo filtrare delle testimonianze documentarie, letterarie etc., eminentemente maschili analogamente a quanto evidenziato dal Prof. Francesco Furlan, autore del saggio La donna, la famiglia, l’amore tra Medioevo e rinascimento, Leo Olschki Editore:

[…] all’ostinato silenzio della donne si oppone, insomma, una loquacità magari relativa ma persistente degli uomini. Non di tutti gli uomini, certo […] è innanzitutto con chierici, con filosofi e letterati, con medici e giuristi che abbiamo a che fare. Lo schermo che essi innalzano e col quale ricoprono il nostro oggetto è senz’altro uno schermo maschile, e sovente concepito e collaudato a partire da ambienti nei quali la donna è assente, dai quali anzi – com’è per gli ecclesiastici – essa è esclusa.

Attraverso tale schermo ho cercato di raggiungere via via dei punti di vista che approdassero ad una certa obiettività storica mediando tra idealizzazione e denigrazione che sono gli estremi entro i quali dover definire la figura della Donna. Con mia sorpresa ho notato come, in senso storico, si progredisca di più attraverso fonti che intendono denigrare piuttosto che non attraverso quelle che tendono ad idealizzare perché si ha un maggiore appiattimento dei dati storici.

- Pensi che la moda abbia influito in certe decisioni o che sia uno specifico periodo storico ad aver determinato un modo di vestirsi, di acconciarsi?
Credo che entrambe le circostanze si siano verificate e si verifichino tuttora: se ad esempio nelle acconciature quattrocentesche è tangibile la stessa evoluzione storico-filosofica della società coeva passando dal verticalismo del gotico flamboyant alla simmetria/chiarezza dell’umanesimo rinascimentale, per altri fenomeni di costume quali la gorgiera adottata dai nobili spagnoli per volere del loro sovrano con lo scopo di mantenere la testa (e più precisamente il mento) più alta possibile, per conferire a chi la portava un aspetto più altero possibile, si può parlare di vere e proprie implicazioni sociali scaturite da essi.

Jul 122010
 

La prof.ssa Bianca Maria Rizzoli è una studiosa della moda, dei costumi, della maniera di abbigliarsi e della relativa storia, consiglio visitare il suo blog (»»qua una sua biografia).

Che cos’è per te la Storia, che rapporto hai con essa?
Noi esseri umani siamo nati in un passato molto remoto in cui eravamo semplici cellule. L’evoluzione ci ha portato alla coscienza e quindi alla Storia, che è stata formulata quando abbiamo imparato a scrivere. Non possiamo né dobbiamo dimenticare questo passato di cui siamo l’ultimo frutto. La Storia, come dice un celebre programma televisivo, siamo noi.

Che significa avere coscienza storica e a che serve?
In parte ho risposto con la prima domanda. Ma la coscienza storica è difficile da conquistare. Avere coscienza storica significa imparare dagli errori del passato ed evitare di ripeterli, e questo mi sembra che a tutt’ora non sia avvenuto.

Credi che la Storia abbia dei corsi e ricorsi?
Le civiltà nascono e muoiono in continuazione: è la Storia che ce lo insegna. Se vogliamo questo potrebbe definirsi corso e ricorso. Eppure la civiltà successiva non è mai uguale a quella precedente e questo fa parte dell’evoluzione della natura umana: un uomo medievale non è uguale a un uomo del 2000. Tuttavia non vorrei cadere nell’ingenuo ottimismo che ha caratterizzato il positivismo di fine Ottocento, che prima della Guerra del 1915/18 credeva di avere sconfitto malattie e paura con la modernità. L’evoluzione può portarci a un’involuzione. In fondo anche i Dinosauri si sono estinti nel Cretaceo. Se l’uomo si autodistrugge svanirà anche la Storia.

Qualcuno parla di revisionismo storico, di rivedere la Storia – anche – alla luce di nuove idee, spesso politiche e di parte, che ne pensi?
La revisione storica è quasi inevitabile, anche alla luce delle continue scoperte documentali. Tuttavia bisognerebbe sempre ricordarsi che, come dicevo prima, la storia e l’evoluzione comportano anche un cambiamento della coscienza e della morale, ormai diverse dal passato. Non dico migliori o peggiori, ma diverse. Per questo diffido fortemente delle interpretazioni politiche o di parte. Bisognerebbe avere la massima obiettività possibile, anche se non è facile. Diversi anni fa la scuola francese rivide la storia partendo non dai condottieri, dai re e dai papi, ma dalla vita dei comuni esseri umani. Mi sembra un approccio corretto, che considerava come la storia fosse fatta da tutti, dal più umile al più potente.

C’è differenza fra ricerca storica condotta in Italia e in altri paesi europei, in generale?
C’è sicuramente, ma non sono abbastanza edotta per fare distinzioni approfondite. Mi piacciono molto i francesi e gli inglesi. Gli americani mi sembrano a volte peccare di un eccesso di sensazionalismo pubblicitario. Un’ottima storica in Italia è Chiara Frugoni, che ha anche il merito di essere “chiara” come il suo nome.

Ti occupi di usi e costumi, che influenza ha avuto la storia nella moda e viceversa?
Storia e moda vanno a braccetto, così come storia e arte. Per fare un esempio non è un caso che le leggi sulla moda siano state abolite per la prima volta proprio in Francia durante la Rivoluzione che proclamava libertà, uguaglianza e fraternità. In ogni caso credo molto nel potere fascinoso delle immagini: una donna o un uomo belli e ben vestiti possono – se dotati anche di un buon quoziente di intelligenza e di cinismo – determinare efficaci illusioni e indirizzare destini. È nota la confusione che Cleopatra causò alla morente Repubblica romana. Immagino che si presentasse a Cesare e a Marco Antonio ben truccata e vestita.

Come si potrebbe attirare l’attenzione dei giovani verso la Storia?
I giovani odiano spesso la Storia perché è veicolata da cattivi insegnanti. Dal momento che la scuola è il secondo importante strumento formativo dopo la famiglia, occorrerebbe spiegarla in modo semplice, vivace e scorrevole. Anche Internet potrebbe essere di aiuto, visto che i ragazzi lo seguono molto. Mi capita di trovare siti che preparano gli studenti per gli esami. Wikipedia ad esempio è una buona enciclopedia ricca di informazioni utili che io stessa ho utilizzato parecchio. Ma attenzione: occorre sempre fare delle verifiche serie, perché parecchi disinformati scrivono un mucchio di sciocchezze. Non bisogna dimenticare che sulla rete ci va di tutto e bisogna filtrare i dati.

Un libro che consiglieresti, oggi, così, senza pensarci due volte.
Ce ne sarebbero parecchi, ma siccome amo il periodo direi “Dizionario del Medioevo”di Alessandro Barbero e Chiara Frugoni. Semplice da consultare e ricco di informazioni.

Jul 012010
 

Pistoia, cupola della Madonna dell’Umiltà

Prodotto dell’uomo, la città è il luogo in cui la storia ha occupato e occupa un posto geografico, giocando la sua partita. Alla città, elemento indispensabile per l’accrescimento sociale, culturale, economico, spesso e volentieri non viene da noi, semplici cittadini, riservata quell’attenzione che si dovrebbe, eppure, in questi ultimi millenni, è proprio qua dove fatti, misfatti, eventi hanno trovato la loro massima espressione.

Pertanto mi sembra giusto dedicarle qualche minuto del nostro tempo, noi che la viviamo, la glorifichiamo, la denigriamo. Sarebbe interessante, di tanto in tanto, far flanella per e nelle sue strade, alzare lo sguardo, vedere e non solo guardare, assaporare e sbirciare magari come stranieri alla ricerca della curiosità, sedendoci nelle piazze, temporeggiare e godere la storia che ci circonda.

Nella città coesistono dunque gli elementi temporali più eterogenei. Quando passiamo da un edificio del XVIII secolo in uno del XVI, discendiamo a precipizio un versante del tempo, e se accanto c’è una chiesa gotica, sprofondiamo in un abisso, e risaliamo la china del tempo, se qualche passo più in là ci troviamo in una strada dell’epoca della rivoluzione industriale. Chi entra in una città si sente come in una trama di sogni in cui il passato più lontano si intreccia anche all’evento di oggi. Una casa è unita all’altra, senza riguardo al tempo cui esse risalgono: così sorge una strada. E più in là, dove questa strada magari dell’epoca di Goethe, sfocia in un’altra, d’epoca magari guglielmina sorge il quartiere… I punti culminanti della città sono le sue piazze, dove non si irradiano solo le strade, ma sfociano i mille rivoli della sua storia. Appena affluiti, la piazza li cinge con i suoi bordi, le sue sponde, di modo che già la sua forma esteriore parla della storia che in essa si svolge… Cose, che negli eventi politici non giungono affatto all’espressione, o solo a stento, si svelano nelle città che sono uno strumento sottilissimo e, malgrado il loro peso, sensibili come un’arpa eoliche alle vive oscillazioni della storia”. (1)

*****

1. Ferdinand Lion, Geschichte biologisch gesehen, Zuric-Leipzig, 1935, pp.125-26, 128 (Nota sulla città); in Walter Benjamin, I Passages di Parigi, Einaudi, Milano, 2010, pag. 486.

Jun 222010
 

Continuiamo con le interviste proposte lo scorso anno, che ci hanno permesso conoscere l’opinione di insegnanti, scrittori, storici, studiosi, sulla Storia.
Ho conosciuto la professoressa Rosalia De Vecchi grazie al social network Facebook, avviando con lei una buona amicizia virtuale, scambiandoci spesso opinioni e pareri sia su argomenti storici che letterari che artistici. Ciò che mi ha colpito immediatamente, oltre alla profonda cultura, è la chiarezza del suo pensiero e il suo modo di insegnare, un insegnamento che ha le basi nella pedagogia steineriana.

Che cos’è per te la Storia, che rapporto hai con essa?
Per me la Storia è il “racconto”, orale, scritto, testimoniato da “presenze” di vario tipo, – archeologiche, artistiche, o connesse con il dinamico divenire della Terra -, delle tappe evolutive dell’umanità, del suo sentire, del suo pensare e del suo operare, il racconto delle sue prese di coscienza, quali si sono manifestate nei tempi sia ad opera di singole personalità che ad opera di “risvegli” di masse, il racconto variegato e ricco, esaltante e tragico, delle scelte operate. La storia è l’uomo. L’uomo con tutta la complessità delle sue volizioni, del suo Bene e del suo Male, della sua libertà: la libertà di affidarsi al volo coraggioso e creativo delle proprie ali o di naufragare nella schiavitù dei propri istinti di potenza e sopraffazione, ignoranza ed egoismo, materialismo e violenza. La Storia è il racconto dell’uomo che lotta con l’uomo, mentre interagisce con le forze cosmiche, sia quelle manifeste che quelle occulte, dell’uomo, che si cerca, si smarrisce, si ritrova in un processo evolutivo che non si può esaurire né nella soddisfazione dei suoi bisogni materiali, né confondere con dei vagheggiamenti di auliche perfezioni da raggiungere.
Pertanto non condivido un’interpretazione unilaterale della Storia, né di tipo materialistico né di tipo spiritualistico, perché entrambe, a mio parere, sono necessarie per pervenire ad una comprensione più obiettiva di essa, dato che l’uomo è terra e cielo, fisicità e spirito, e le sue vicende, quelle individuali come quelle collettive, presentano fittamente intessuti tra loro entrambi gli aspetti. Apprezzo per vari aspetti, ad esempio, la visione hegeliana della Storia come apprezzo per altri quella marxista, ma nell’una né l’altra ritengo sia l’unica chiave di lettura dei fatti storici.
Il rapporto che io ho con la Storia forse si deduce da quanto già espresso: conoscere la Storia per me è conoscere una parte fondamentale di me stessa. Io sono la Storia e la Storia è me. Sono convinta che se, in un processo di autoconoscenza e di conseguente evoluzione di sé, ciascuno sentisse questo nei confronti di se stesso come “Verità”, la Storia dell’uomo si “colorerebbe dello splendore dei caldi colori” della coscienza e forse muterebbe il suo corso.

Che significa avere coscienza storica e a che serve?
Coscienza storica per me significa avere il coraggio di penetrare nei significati dei grandi come dei piccoli avvenimenti con spassionatezza, acutezza di osservazione, volontà di prenderne in considerazione tutte le componenti, sia quelle “visibili” che quelle “occulte”, per approdare ad una visione complessiva chiara e consapevole, obiettiva e realistica, che non finisca col cristallizzarsi in un giudizio ma rimanga il più possibile nella caratterizzazione dell’evento preso in esame attraverso la visione d’insieme di tutte le sue parti. Non che io ritenga illegittimo il pervenire ad un giudizio storico, o anche ad un’opinione personale, ma coltivo la convinzione che solo da una analisi oggettiva e completa, che consideri tutti gli aspetti d’un fatto, sia possibile avviare una probabile “catarsi”. E aggiungo che solo una conoscenza storica così concepita, accompagnata da un’accettazione spassionata dei fatti, può far maturare una coscienza storica, primo e indispensabile passo per una probabile liberazione dall’errore.

Credi che la Storia abbia dei corsi e ricorsi?
Sì, ma non in modo rigido; né penso che sarà sempre così. Infatti, sebbene si ripetano delle situazioni simili, in esse sono sempre rintracciabili vari elementi di diversità. Inoltre, fintanto che l’uomo non riesca a risolvere completamente, con una spinta evolutiva in avanti, i propri nodi, credo che le situazioni tenderanno a ripetersi. Come per le leggi del Karma individuale si ripetono a volte lungo il corso di una singola vita delle prove che hanno tra loro molto di simile, fintanto che l’individuo in questione non riesca ad affrontarle e a superarle, così nella vita dell’umanità esiste, io credo, un Karma collettivo, che obbliga gli eventi a ripetersi fino a quando l’umanità non avrà risolto il suo nodo e cambiato se stessa. Interessante, a questo proposito, voler considerare per un momento l’ipotesi della reincarnazione: chi in passato ha lottato per un ideale, potrebbe riproporlo, pur se in parte cambiato, in una nuova incarnazione…
In ultima analisi, posso dire che se l’uomo non farà autoeducazione, la Storia non muterà il suo corso. Ma se in passato la Storia era il più delle volte il risultato di scelte ed azioni di alcune singole personalità e/o di pochi gruppi di uomini, oggi sempre più si va diffondendo la consapevolezza dell’Io e dunque la Storia va dirigendosi pur con passi dolorosi e assai faticosi, verso una Storia che sempre più sarà la manifestazione dell’azione consapevole di tutta l’umanità.

Qualcuno parla di revisionismo storico, di rivedere la Storia – anche – alla luce di nuove idee, spesso politiche e di parte, che ne pensi?
Prescindendo dal fatto che è sempre possibile rivedere un evento con occhi nuovi o accorgersi di elementi che ci erano sfuggiti o di errori di valutazione che si ha il dovere di correggere, io, pur con le dovute eccezioni, in generale non condivido il “revisionismo” tipo dei nostri tempi, il quale il più delle volte (ovviamente non sempre!) sembra voler diffondere interpretazioni arbitrarie e volutamente dissacranti, che spesso manifestano – sia perdonata la mia schiettezza! – la presunzione di voler rettificare, in nome di una presunta modernità, visioni storiche già frutto di accurati studi fondati su testimonianze ancor oggi reperibili e facilmente controllabili. In linea di massima, noto che gli storici, oggi più di ieri, quando rivisitano il passato, tendono impropriamente a sentire e pensare il passato come fosse presente e non si immedesimano per comprenderli davvero negli uomini di tempi più o meno lontani che possedevano per vari aspetti sensibilità diverse. Come infatti si potrebbe giudicare, ad esempio, un uomo dell’antico Egitto con la mentalità di uno della Belle èpoque? … O come si potrebbe pretendere da un uomo del Medioevo la spregiudicatezza e l’abilità di un capitano di ventura o il razionalismo di un illuminista? Allora perché attribuire a Garibaldi l’avidità delle nostre compagnie petrolifere o la volontà di conquista dei conquistadores spagnoli? Amare e conoscere la Storia, secondo me, significa lasciarsi compenetrare dalle situazioni interiori ed esteriori di un personaggio… di un evento… di un popolo… ecc… Vivere per un momento con chi ci ha preceduti, le loro stesse pulsioni, le loro stesse vicende… mettendo da parte le nostre abitudini di pensiero. Certamente è cosa inevitabile che la Storia possa essere oggetto di speculazioni politiche e/o di parte; giudico legittimo che ciascuna ideologia possa esprimere la propria passione e il proprio punto di vista, ma questo io trovo assai pericoloso, sia dal punto di vista pedagogico che in considerazione anche del fatto che molti sono oggi coloro che, pur senza avere delle basi storiche, diffondono giudizi e pregiudizi fondati su visioni unilaterali della realtà, mentre invece, per risolvere i gravi problemi del mondo attuale occorre realismo ed obiettività.

C’è differenza fra ricerca storica condotta in Italia e in altri paesi europei, in generale?
Una volta in Italia abbiamo avuto eccellenti storici, penso ad esempio a Machiavelli.
Oggi non so… non conosco chi mi attragga in modo particolare. Anzi, ammetto che ne sono respinta. All’estero, in linea di massima, mi sembra che il sistema di indagine sia più libero, più, almeno in apparenza, scientifico, ma troppo spesso le conclusioni per me sono deludenti. Bisognerebbe poi distinguere un paese dall’altro. Personalmente, ma sono certamente di parte, prediligo i Francesi e gli Inglesi. In Italia chi gioca un ruolo eccessivamente predominante mi sembra sia la politica e questo è l’opposto del mio pensiero sulla Storia.

Qual è il periodo storico che più di appassiona, perché?
Non ho un periodo che mi affascini in particolare, anche perché riconosco di ignorare gran parte della Storia del mondo. Ho dei personaggi che prediligo ed amo come mi fossero grandi amici: uno di essi è Federico II… un altro Lorenzo il Magnifico… e senz’altro umanisti quali Erasmo da Rotterdam o anche, saltando altrove nel tempo e nello spazio, spiriti illuminati come Confucio o Pericle… e in generale gli uomini liberi fermi nelle proprie convinzioni e nel contempo esenti da faziosità. Amo di più i periodi della Storia in cui fiorirono le Arti, la letteratura, la filosofia e le scienze. Non riesco a concepire un’umanità dotata di un tipo di cultura che ne prescinda.

Come si potrebbe attirare l’attenzione dei giovani verso la Storia?
Prima di tutto amando noi stessi la Storia, facendo loro sentire che la Storia attiene all’uomo ed essendo veritieri. Poi ristrutturando i programmi scolastici, in modo da affrontare lo studio di ciascun periodo storico all’età giusta, né prima né dopo. Sopprimendo con cura tutti i testi scadenti, pieni di errori di vario tipo e sostituendoli con buoni testi di consultazione da usare con un’intelligente e creativa guida del docente. Saper scegliere materiali e sussidi didattici che non siano, come accade per la maggior parte dei casi, costruiti all’insegna del qualunquismo e della semplicità superficiale, come se i ragazzi fossero incapaci di sentire e pensare. Presentare delle biografie, cosa che ormai non è più di moda ma che invece ha un ruolo incredibilmente importante. E poi c’è l’ambiente in cui si forma il giovane che bisogna tener d’occhio: troppi falsi stimoli e troppi richiami fuorvianti! Pensiamo che tra le ultime riforme, è stato soppresso lo studio in prima media delle civiltà antiche comprese la greca e la latina… E pensare che ad 11 anni l’uomo è un greco! A 11 anni ogni uomo è inscrivibile in un cerchio!!! Quest’armonia la si ha solo ad 11 anni, come l’armonia dell’arte scultorea per esempio l’ebbero solo i Greci. Non esistono espedienti che rendano bello lo studio della Storia, esiste la possibilità di fare per ogni età ciò che è bene fare e sviluppare così passo dopo passo l’amore per la materia e stimolare nel fanciullo il processo di formazione di una futura coscienza storica.

Un libro che consiglieresti, oggi, così, senza pensarci due volte.
Difficile rispondere. Non c’è un libro che va bene per tutti. Dovrei sapere a chi consigliarlo per poterne scegliere uno. Così, solo perché improvvisamente mi viene in mente: di Henry Morton Stanley, “Diari dell’esplorazione africana”… o lo stesso diario di Livingstone… A chi desiderasse leggere qualcosa di molto insolito in fatto di Storia, consiglio: La storia dal punto di vista dell’antropologia, Sintomi storici, Storia occulta di Rudolf Steiner.

Jun 162010
 

Lo abbiamo accennato diverse volte, la storia non va giudica, né criticata, né tantomeno deve esaltare gesta e politica, uomini e fatti d’armi.

Marc Bloch, fra i tanti, lo insegnava già agli inizi del Novecento. Eppur ancora prima, intorno al 166 d.C., un siriano di nome Luciano di Samosata lo scriveva nel suo “Come si deve scrivere la storia”, un libello in cui la protagonista era la “storia obiettiva”, la storia che non doveva essere di parte.

Luciano, in una lettera a Filone, suo amico – su di cui si sa ben poco -, inizia dicendo che ultimamente c’era un proliferare di nuovi storici, storici che non avevano la minima idea di come si erano svolti certi fatti, o che addirittura non sapevano come ci si muoveva sul campo di battaglia, o storici che adulavano questo o quel personaggio, nascondendo la verità degli eventi e cambiandoli per comodo.

Dice:

“[…] la maggior parte degli storici, trascurando di raccontare gli eventi, si dilunga nelle lodi dei capi o dei generali, esalta quelli della propria parte e deprime oltre misura quelli nemici [...] elogiare e far contento in qualunque modo chi sia oggetto dell’elogio, e che non avrebbe problemi a raggiungere questo fine facendo ricorso alla menzogna.

Non solo, afferma aver sentito un tale aver descritto eventi che dovevano ancor accadere, eventi futuri, quasi profetizzando. Accenna a particolari che aveva letto e ascoltato, d’imprese mai avvenute, di storici che si dilungavano a sproposito descrivendo l’armatura di un soldato o di un luogo geografico, di uomini che morivano in modo straordinario e fuori del normale, insomma quella storia che non è vera storia.

E Luciano di Samosata ha le idee ben chiare quando si addentra nel tema, al riguardo annota:

Dello storico uno solo è il compito: riferire i fatti come sono stati compiuti […]”

Lui – riferendosi allo storico – è solo il narratore, colui che è franco, impavido, incorruttibile, libero, amico della franchezza e della verità:

“[…] uno che, non in base all’odio o all’amicizia, prende partito, si fa dei riguardi o prova compassione, vergogna, timore; giudice giusto, benevolo con tutti ma non fino ad assegnare a una delle due parti più del dovuto, straniero nei suoi libri e non legato a una città, non soggetto a leggi né a un sovrano; uno che non tiene conto di cosa sembrerà al tale, ma racconta quel che è stato fatto”.

Per la divulgazione si dovrebbero adoperare termini comprensibili tali che il popolo capisse e il colto apprezzasse, evitando di parlare come se si rivolgesse a iniziati, con un lessico “chiaro e sobrio, tale da mostrare il soggetto nel modo più marcato”.

La domanda che sorge spontanea potrebbe essere: da dove prendere le notizie? Luciano afferma che la cosa migliore sarebbe quella di essere presenti e osservare con i propri occhi, nell’impossibilità rivolgersi a persone per quanto possibile imparziali e serie, persone che non aggiungano né tolgano a quanto accaduto.

Aveva sempre apprezzato, nei loro limiti, i lavori di Tucidide, Erodoto, Senofonte, una triade che teneva sempre ben in vista.

Se poi un ascoltatore riesce a percepire quello che di cui tratta, allora:

“[…] l’opera è giunta a perfezione e ha ricevuto l’elogio che si deve a un Fidia della storia.”

Jun 072010
 

Con la sua caratteristica flemma inglese, Sherlock Holmes riusciva sempre a dipanare complicate matasse e a scoprire il vero colpevole. Pipa in una mano e lente d’ingrandimento nell’altra, il suo intuito era infallibile.

E lo storico ha ancor oggi bisogno della lente d’ingrandimento, così come dell’intuizione, elementi che aiutano nella ricerca della verità dei fatti. Non scherzo quando dico che ancora oggi la lente d’ingrandimento è un oggetto utile, anzi, a volte necessario per evidenziare una nota a margine di un documento manoscritto, una firma quasi illeggibile in una lettera, uno scarabocchio che ha bisogno essere ingigantito per potersi meglio identificare.

Fonti epistolari, notarili, contabili, epigrafiche, per continuare con quelle cronachistiche e oratorie, iconografiche e diaristiche: alcune delle tante prove da esaminare con estrema cura e attenzione affinché possano essere considerati, per prima cosa, elementi utili dell’indagine.

Già, perché la storia della stessa fonte è il primo passo per individuarne la corretta utilizzazione. Un elemento che a primo acchito si rivela conclusivo può apparire, alla luce di ulteriori ricerche o confronti, privo di validità, poco attendibile o falso in parte. Lo storico deve andare cauto nelle conclusioni, deve saper porre le giuste domande all’archivio che in quel dato momento ha sotto gli occhi, deve soppesare addirittura le eventuali risposte e vagliarne l’attendibilità svariate volte, capita sovente che qualcosa sfugga a una prima analisi.

Un interessante libro a cura di Sergio Luzzatto, Prima lezione di metodo storico, in cui concorrono altri eminenti storici, rivela come avvicinarsi ai documenti, alla metodologia adoperata, accenna a come si possono scoprire certi falsi, il tutto sulla base di esempi concreti. Alessandro Barbero inizia parlandoci di documenti notarili nel XIII secolo, di una lite fra il vescovo d’Ivrea e un suo dipendente, Bongiovanni d’Albiano, per certe prestazioni che questi doveva in cambio delle terre che teneva in feudo dalla Chiesa. Ottavia Niccoli affronta una storia di fantasmi, Roberto Bizzocchi ci delucida sulle fonti epigrafiche e sul CIL, ovvero sul Corpus Inscriptionum Latinarum, segue l’omicidio del principe Savelli di Lisa Roscioni, che ci invita a soppesare le fonti cronachistiche spesso di parte o volutamente manomesse. Fino ai diari di Anne Frank e le varie edizioni, descritto dallo stesso Luzzatto, e all’utilizzo della nuova fonte elettronica, Wikipedia, da parte di Miguel Gotor. Alcuni dei temi affrontati dal libro.

Un volume, dunque, che ci aiuta a capire come lavorano gli storici e quali difficoltà incontrano nella ricerca della verità, storici spesso a contatto con la polvere di volumi e archivi da decenni chiusi e sepolti nelle cantine di privati e pubblici uffici, spesso dovendo affrontare centinaia di chilometri solo per prendere visione di una lettera, spesso intervistando personaggi contemporanei minacciati di morte o che vivono in condizioni davvero disastrose: il mestiere dello storico è tanto avventuroso come quello del buon Sherlock Holmes.

*****

- Sergio Luzzatto, Prima lezione di metodo storico, Laterza, 2010.

Jan 102010
 

Quando nel 1982 mi dedicai a scrivere “41 mesi di guerra”, un saggio che si occupava della Prima guerra mondiale, trascorrevo intere giornate nelle biblioteche, negli archivi pubblici e privati, intervistando i superstiti, pochi in verità, di quell’immane tragedia che sconvolse la nostra Italia. Lettere, riviste, quotidiani, libri, cartine militari e civili, insomma quanto era possibile indagare fu oggetto della mia attenzione.

E la loro forma era cartacea. Pagine che si toccavano, si sfogliavano, si annusavano, che era possibile vedere in controluce, che talvolta potevo analizzare solo per poco tempo. Trascorsi più di un anno viaggiando qua e là, scrivendo con una vecchia Olivetti Everest dal nastro nero-rosso, accumulando fogli sino a raggiungere, dopo tre o quattro volte, una stesura definitiva.

Quando poi nel 2008 si decise con Alessio Miglietta approfondire un argomento caro ad ambedue, il percorso del libro, “Dal codice al libro stampato”, il computer, internet, la rete ci venne in aiuto semplificando molti passaggi.

Per prima cosa ci mantenevamo in contatto tramite email o chat, mentre anni prima avrebbe richiesto l’impiego di lettere, le Poste, un tempo più lungo rispetto ad oggi; poi, grazie alle librerie online riuscimmo a trovare preziosi libri, anche oltre le nostre frontiere patrie, acquistandoli con un semplice click direttamente da casa nostra e recapitatici in pochissimi giorni, al contrario di una volta che bisognava andare in libreria, ordinarli, attendere, per poi sentirsi dire che erano fuori catalogo.

Un’altra agevolazione fu navigare nei siti delle biblioteche e di certi archivi pubblici, ma anche privati, sfogliando testi e volumi che ci hanno aiutato, evitando di peregrinare qua e là per l’Italia talvolta in modo poco fruttifero. Per continuare con la possibilità di esaminare in forma digitale documenti che si trovavano a migliaia di chilometri di distanza, in America o in Olanda o in Germania.

Di grande aiuto è dunque il web: biblioteche che mettono online lavori oramai fuori commercio; archivi che talune istituzioni digitalizzano, per esempio, corrispondenza fra ambasciatori e capi di governo o una lettera di un soldato inglese della Seconda guerra mondiale alla moglie o un atto di donazione; appassionati che hanno catalogato e messo a disposizione documenti familiari e non, che possono collaborare nell’indagine; ricerche di gente comune o tesi di laurea che hanno un buon fondamento storico; e via dicendo.

Quale è il ruolo del web nella ricerca storica di oggi?

La risposta potrebbe essere palese: la rete aiuta, migliorando e facilitando il compito dello studioso. Potrebbe, dico potrebbe, perché bisogna pur considerare una serie di elementi che inducono a riflettere e a ponderare le notizie digitalizzate.

Il trasferimento delle informazioni dal supporto cartaceo al supporto digitale senza dubbio muta, varia in una o un’altra forma il contenuto, l’informazione riceve passivamente un cambiamento intimo, un cambiamento tattile e visivo.

Inoltre: sarà diversa la lettura di un testo cartaceo a un testo su uno schermo, così come quella di un manoscritto a uno impresso con i torchi gutenberghiani? Sarà la stessa l’analisi filologica di un libro stampato con inchiostro chimico e di un libro digitalizzato?

Rifletto: una cosa è avere in mano un foglio, toccarlo, sfiorarlo, soppesarlo, verificando la grafia, l’ortografia, o le diverse mani che lo hanno scritto, le annotazioni ai margini o la presenza di cancellazioni, di timbri e sigilli, la provenienza, il tipo di inchiostro, la carta, tutta una serie di particolari che servono per accertarne l’autenticità e verificare l’attendibilità del contenuto. Un’altra cosa è leggere la stessa pagina in rete, magari poco visibile, scarsamente decifrabile, per non parlare del fatto che la si estrapola da un ben preciso contesto, inserendolo in un altro che, a volte, non ha nulla a che vedere con esso.

Accade che, in certi siti, tale documento non ha dati di riferimento, da dove viene, quando fu scritto, chi è l’autore, in che situazione uscì alla luce, riferimenti necessari al tecnico per meglio capire, cosicché per una seria analisi storica ci è di ben poco aiuto. Per dirla in altre parole, il documento digitalizzato sembra acquistare una nuova ricontestualizzazione, forse impoverendo, forse arricchendo il significato intrinseco.

Eppure vi è il risvolto della medaglia, quel risvolto che la rete e il computer aiuta nella ricerca della possibile verità, il paragonare due, tre, quattro prove della stessa testimonianza, magari una depositata in Francia, una in Spagna, un’altra in Italia, poter inviare rapidamente l’oggetto digitalizzato a un nostro amico o collaboratore affinché ci dica la sua opinione, stamparlo e tenerlo a portata di mano, oppure riuscire a scovare un poco noto documento di storia locale, possibilmente messo in rete da un amatore che lo aveva comprato nei bouquinistes lungo la Senna, e che ci porterebbe a un nuovo percorso storico – avendone accertata la veridicità -: tutte opzioni che un tempo non c’erano.

Ricordando la diffusione della stampa ai tempi di Gutenberg, quando uno stesso volume poteva essere messo a confronto da più studiosi, potendosi comunicare pareri e impressioni magari facendo riferimento al paragrafo due del quinto capitolo, cosa impensabile prima dell’avvento dei torchi.

Ma chi ci dice che in rete non vengono messe determinate testimonianze e non altre? Chi ci dice che una certa entità privata o pubblica non sia interessata solo a digitalizzare un elemento e non un altro? Ecco allora che per Lorenzo De Carli:

L’esito della contesa tra digitale e analogico inciderà sulla storia come una rivoluzione. È un momento propizio per cancellare archivi, cancellare culture, fare roghi di libri senza nemmeno toccarli, inventarsi una tradizione.”(1)

A mio avviso forse una leggera esagerazione, sebbene non tutti i Paesi sono liberi e democratici, per cui il potere che governa potrebbe decidere cosa rendere pubblico e cosa no, magari distruggendo ciò che non interessa o proibendone altri nocivi alla sua immagine. Dopotutto la Storia ce lo dimostra.

Viceversa la rete può mettere in evidenza materiali poco adoperati, o forse sconosciuti ai più, materiali che una volta digitalizzati possono essere presi in considerazione contemporaneamente da 5-10-15 addetti ai lavori, una e più volte, materiali che si possono scaricare, stampare, riprodurre ogni qualvolta desideriamo, esaminare anche di notte, archiviare nel nostro pc, essere presenti nei computer di tutto il mondo.

Ci dice Stefano Vitali che

A seconda infatti dei materiali che vengono pubblicati online e di come vengono pubblicati si può assistere un maggiore o minore ricorso da parte dei ricercatori a Internet come strumento utile al reperimento di fonti storiche.”(2)

Ecco allora l’importanza di certi siti che facilitano la ricerca, come l’History Virtual Library, o il Social Sciences Information Gateway, ma anche biblioteche come la Library of Congress, National Archives and Records Administration, o il nostro Progetto Manuzio, o ancora l’Istituto Luce o l’archivio Mediceo avanti il Principato conservato presso l’Archivio di Stato di Firenze, o gli stessi quotidiani come il Corriere della Sera o Repubblica o il New York Times, che hanno digitalizzato, chi più chi meno, gli ultimi anni delle loro uscite, per non dimenticare le teche della Rai. E la lista potrebbe essere ancora più lunga, lista che comprenderebbe la Russia, il Giappone, la Francia, il Sud Africa, tutto il mondo.

A volte basta una ricerca serendipitosa, una ricerca in cui il caso, il destino, la fortuna ci porta a ritrovare un qualcosa che non cercavamo, o di cui sconoscevamo l’esistenza, ma che ci sarà utile nel nostro lavoro. Lo stesso Thomas Merton scrive:

“Da semplice novizio quale sono nell’arte di navigare in Internet alla ricerca dei dati giusti, perfino io posso testimoniare che si tratta di un’autentica fonte di serendipity.” (3)

Certo, può accadere lo stesso sbirciando in libreria o biblioteca, ma la quantità delle possibilità è di molto inferiore rispetto a una ricerca in rete. L’immensità del web, senza frontiere, senza ostacoli, senza limitazioni, aiuta di molto l’investigazione, collabora come non prima allo svolgimento di un tema, e maggiore ancora sarà nel futuro.

Lo studioso dovrà però andare con i piedi di piombo, affidarsi a istituzioni serie, esplorare siti affidabili, e, malgrado ciò, dovrà sempre tenere in conto che prima di utilizzare l’informazione bisognerà pur sempre valutarla più di una volta.

L’immaterialità di un testo digitale è evidente, come evidente è la possibilità di modificarlo, mutarne in contenuto, volontariamente o involontariamente, decontestualizzarlo, ricopiarlo malamente, pensiamo a tutte le inesattezze che si fecero nello stampare con i torchi gutenberghiani, nel trasportare un contenuto da un manoscritto, per esempio del 1200, a un libro di fine 1400.

E non è detto che oggi non possa accadere la stessa cosa, o già è accaduta: il fatto di essere in un’era tecnologica non significa essere esenti da errori. Una scansione, una trasposizione, una ricopiatura, una fotoriproduzione spesso e volentieri può contenere piccoli errori che possono cambiare l’intera sostanza.

Ecco allora che di fronte a questi materiali, lo storico non dovrà essere ingenuo – se mai lo è stato -, dovrà saperli interrogare per leggervi perfino particolari che non dicono, dovrà metterli alla critica forse più di uno cartaceo, dovrà assicurarsi che contenuto e contenitore rispecchino la verità che va cercando.

Fiuto, esperienza, professionalità, e perché no, istinto, dovranno sempre essere pronti e messi all’azione.

*****

– 1. L. De Carli, Internet. Memoria e oblio, Bollati Boringhieri, Torino, 1997, pp.123,124.
– 2. S. Vitali, Passato digitale, Bruno Mondadori, Milano, 2004, pag. 103.
– 3. T. K. Merton, E. G. Barber, Viaggi e avventure della Serendipity. Saggio di semantica sociologica e sociologia della scienza, il Mulino, Bologna, 2002, pag. 439.

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