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Noi, la storia e Antonella Landi, l’intervista

“Prima di iniziare la lezione, controllo generale dei compiti
assegnati per casa.”
“Profe…”
“Dimmi cara.”
“Lei lo sa, io le voglio tanto bene, ma i compiti non li ho fatti.”
(sorridendo dolcemente) “Ok, va bene, ho capito.”
“Profe, scusi, cosa sta scrivendo sul registro?”
“Ti sto mettendo quattro.”
“Ma come, profe! Prima mi sorride piena di dolcezza e poi mi
mette quattro?!”
“Tu mi vuoi bene, ma non fai i compiti. Anch’io ti voglio bene
(per questo ti sorrido), ma ti metto quattro.”
“Allora non le voglio più bene.”
“Allora neanch’io.” (1)

Antonella Landi riesce a coniugare le attività di docente scrittrice e blogger in maniera davvero mirabile. Oramai da qualche anno curioso periodicamente il suo blog, un modo per entrare nelle dinamiche dell’insegnamento e leggere del suo rapporto con studenti cinesi, in modo particolare. Il suo ultimo libro, Tutta colpa dei genitori, poi, è un piacevole testo che dovrebbe condurci a riflettere sul ruolo dei genitori – ma non solo – nello sviluppo formativo dei giovani, e capire che, a mio avviso, prima di educare i figli, bisognerebbe formare i grandi. E se c’è un aspetto del suo modo di essere che mi affascina, questo è la sua franchezza, la sua spontaneità, la sua chiarezza.

- Che cos’è per te la Storia, che rapporto hai con essa?
La Storia è diventata il mio pane quotidiano a partire dagli anni del Liceo, momento in cui me ne sono innamorata. Avevo un ottimo docente, il professor Sergio Sammicheli, che ce la insegnava mescolandola alla Filosofia e con essa completandola. La Storia mi ha guidata attraverso una lettura nuova anche della religione a cui appartengo per nascita e cultura, quella cattolica. La Storia è diventata poi un lavoro: insegnarla a scuola, spiegarla ai ragazzi che ho davanti ogni mattina è l’occasione per provare a illuminarli sul presente, a fornire loro la strumentazione necessaria per leggere il mondo che si sono ritrovati tra le mani. La Storia è anche sinonimo di speranza. Io credo (voglio farlo) che da questa barbarie nascerà (auspicabilmente presto) un’era migliore.

- Che cosa significa avere coscienza storica e a che cosa serve?
Avere una coscienza storica significa vivere con gli occhi aperti sul presente e le spalle non completamente girate verso il passato. Bisogna sempre camminare un po’ di traverso e con la coda dell’occhio guardarsi dietro. Quello che successe ieri aiuta a capire affrontare e migliorare quello che succede oggi. Guai a chi dimentica. Primo Levi lanciò una vera e propria maledizione a coloro che scordano che “tutto questo è stato”.

- Credi che la Storia abbia dei corsi e ricorsi?
Sono abbastanza vichiana, effettivamente. Anche perché (purtroppo) non mi pare che l’uomo sia migliorato così significativamente nel corso del tempo. Anzi, proprio guardando la Storia si vede come i peggiori crimini siano stati commessi nel secolo più prossimo al nostro, nel secolo appena passato. Mi riferisco alla shoah, la più grande vergogna commessa dall’uomo, appena una manciata di decenni fa. Per questo dobbiamo vigilare su noi stessi. Potremmo ricommettere errori già commessi.

- Qualcuno parla di revisionismo storico, di rivedere la Storia – anche, ma non solo – alla luce di nuove idee, spesso politiche e di parte, che ne pensi?
Se per revisionismo storico s’intende la rilettura ridimensionante che è stata fatta di certi episodi come quello che citavo sopra, lo sterminio del popolo ebraico, trovo che si tratti di un’operazione abominevole al pari del negazionismo.

- Tu che hai insegnato e insegni a ragazzi cinesi, che approccio hanno con la nostra storia, la nostra letteratura, la nostra cultura?
Ho riscontrato molto interesse per la nostra cultura da parte dei miei studenti cinesi. Essi reagiscono con vivace curiosità agli argomenti che propongo e tentano spesso paragoni e parallelismi tra la nostra e la loro storia. L’anno scorso, in prima, è stato molto divertente sovrapporre la mitologia greco-latina con le leggende cinesi e sostituire i nostri mostri classici ai loro draghi. Ne sortivano sempre messaggi morali e umani analoghi, in cui tutti noi ci ritrovavamo puntualmente. Credo che quelle siano state le lezioni migliori. Per me, prima di tutto. Ho imparato moltissimo dai miei nuovi studenti. E loro hanno perso la testa per Italo Calvino! Mi è toccato dedicare l’ora settimanale di narrativa a un numero esagerato di Fiabe italiane: era diventata una dipendenza, si divertivano da matti e senza neanche rendersene conto hanno assimilato molti dei nostri usi e costumi popolari.

- Quanta storia c’è nei tuoi libri?
Dipende: nel primo (La profe. Diario di un’insegnante con gli anfibi) c’è soprattutto la mia storia. La storia della mia passione per l’insegnamento, della mia avventura scolastica. Certo, indirettamente si parla anche della Storia come materia d’insegnamento e di come sia arduo ma contemporaneamente stimolante proporla ai giovani. Nel secondo (Storia parecchio alternativa della Letteratura italiana) la Storia si fa presenza naturalmente più tangibile perché va ad accompagnare la presentazione dei vari autori di cui racconto ironicamente la vicenda biografica e l’opera. Nel terzo (Tutta colpa dei genitori) c’è forse una storia in qualche modo sociologica: un ritratto “a pelle” di come sono mutati i rapporti tra le categorie educatrici più importanti, quella dei genitori e quella dei professori.

- Come si potrebbe attirare l’attenzione dei giovani verso la Storia?
È sbagliato pensare che con i giovani si debbano per forza fare salti mortali per interessarli a qualcosa. I giovani non vanno ingannati. Vanno trattati da adulti pensanti. Va fatto loro capire che l’ignoranza è la malattia peggiore che possa colpirli, che sapere è vivere meglio, è avere più possibilità, è salvarsi dalla prospettiva di una vita grigia e mediocre. Non bisogna aver paura di imporre obblighi e doveri ai ragazzi: la Storia va studiata, punto. Prima sarà un obbligo esoso. Dalla prima volta in cui percepiranno il valore immenso del sapere, scatterà la molla e il dovere diventerà piacere. Ho visto ragazzi farsi vanto (bellissimo a vedersi) di quello che avevano imparato a scuola e ragazzi mortificati per le occasioni perse.

- Un libro che consiglieresti in questo momento?
Sto leggendo un libro molto interessante che questa estate ho trovato recensito su “La Stampa”. Lo ha scritto Vinicio Ongini e si intitola Noi domani. Un viaggio nella scuola multiculturale, pubblicato da Laterza. A ben guardare si tratta di un reportage storico sulla situazione della scuola oggi e sulle previsioni relative al suo domani. È proprio a scuola che le trasformazioni sociali si fanno più evidenti: tra i banchi aumentano di anno in anno gli studenti stranieri. Se smetteremo di guardare a questo fenomeno come a un limite ma inizieremo a viverlo come l’eccezionale privilegio che effettivamente è, la scuola non potrà altro che trarne immensi benefici. Nell’istituto dove insegno, il 75% dell’utenza (una brutta parola, ma si fa per fare prima) viene da Paesi diversi dall’Italia. A me ogni mattina sembra di entrare in un meraviglioso mercato multietnico. Ho imparato più dai ragazzi in questi due anni che nei precedenti diciotto. A vivere a contatto con tanti stranieri, la mente si apre, le prospettive mutano, i punti di vista si rivoluzionano, le priorità si trasformano. E tutti noi cresciamo.

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- 1. fonte »»»qua.

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- Altre interviste »»»qua.


Michele Amari, fra storia e impegno sociale

Figura poco o del nulla conosciuta è quella di Michele Amari (1806-1889), studioso orientalista impegnato sul fronte politico in un’Italia che iniziava a lottare per la sua indipendenza.
Ce ne parla Ivana Palomba, esperta di manufatti tessili antichi che ha intrapreso un percorso universitario di storia e tutela dei beni artistici presso l’Università di Firenze per approfondire quelle tematiche sottese ai capolavori d’arte. Attualmente collabora con musei e riviste specializzate nel settore antiquariato.

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Michele Amari (archivio fam. Messeri )

Fra i fautori della nostra storia risorgimentale emerge la figura di Michele Benedetto Gaetano Amari. Patriota, storico, arabista, nacque nel 1806 a Palermo, in quella terra siciliana ai tempi del governo borbonico.
Ben presto dovette lasciare gli amati studi per lavorare e sostenere la famiglia che si ritrovava in ristrettezze economiche a causa dell’arresto del padre, Ferdinando Maria, coinvolto in una congiura carbonara e antiborbonica. Ancora nel 1843 manteneva suo padre, come si evince da una lettera del 10 marzo 1843 ad Antonio Panizzi, divenuto nel 1856 direttore del Museo Britannico:

Io non ho altra famiglia a carico mio, in Sicilia, che il povero vecchio di mio padre, vittima degl’infelici tentativi del 1821, ch’espiò col terrore d’una sentenza di morte e con la rovina de’ suoi interessi e una prigiona di tredici anni”.

Questo concatenarsi di eventi e la sua terra sotto il dominio straniero gli infuocarono l’animo di sdegno e ribellione, che profuse nella sua prima opera: La guerra del Vespro Siciliano, che la censura obbligò a titolare Un periodo delle istorie siciliane del XIII secolo.
La prima edizione, uscita il 31 maggio 1841 in mille copie, andò quasi tutta esaurita nell’arco di una settimana avendo il giudizio unanime di uomini illustri italiani e stranieri, ma poiché da ogni pagina dell’opera trasudava un pericoloso richiamo al nazionalismo siciliano, fu perseguitato dal governo borbonico e costretto a fuggire a Parigi dove apprese l’arabo da Joseph T. Reinaud.
Nel 1848 a seguito della parentesi dei moti antiborbonici siciliani tornò a Palermo e grazie al prestigio raggiunto fu nominato alla cattedra di diritto pubblico siciliano all’università della città, poi deputato e successivamente, cedendo alle insistenze dell’amicissimo Mariano Stabile, gli fu assegnato il Ministero delle Finanze che accettò nonostante la sua inesperienza ed il momento di grandi incertezze economiche del paese.
Superata l’euforia di un governo siciliano e ritornati i Borboni, dovette di nuovo allontanarsi per raggiungere il suo vecchio esilio dove rimase fino al 1859 ricoprendo, anche per necessità economiche, il prestigioso incarico di conservatore dei manoscritti arabi della Biblioteca imperiale (poi nazionale) di Parigi di cui compilò un catalogo. Condivise le idee mazziniane e dall’esilio concorse a diffonderne il pensiero come ci testimonia la lettera, datata 1914, della figlia Carolina al filologo Pio Rajna.
Ma il suo cuore era in Italia, alla sua terra, e tramite i buoni uffici dei suoi amici, l’intellettuale François Sabatier e il prof. Antonio D’Ancona, poté ottenere una cattedra di lingua e storia araba all’Università di Pisa. Nel 1860 Giuseppe Garibaldi lo volle nel suo governo siciliano, dove ricoprì la carica di ministro degli esteri, mentre con l’unificazione del nostro Paese divenne Ministro dell’Istruzione nel gabinetto Farini-Minghetti dal 7.12.1862 fino al 23.9.1864.
Il motivo per cui aveva accettato tale carica, lui che si trovava a completo agio solo con gli amati studi, ci viene chiarito da una sua lettera del 7 gennaio 1862 all’amico Sabatier:

Vorrei con la mia buona fama politica e morale, contribuire al bene del paese e coi miei consigli alla riconciliazione della Sicilia col Governo italiano”; ma si ritrovò ben presto preso d’assalto da vari postulanti “qual con la voce e con l’impeto degli atti, qual con lettere, e tutti domandano per sé o per altrui cattedre, danaro, dispense, privilegi, impieghi.

Nel 1864 assunse a Firenze l’insegnamento di lingua araba presso L’Istituto di Studi Superiori (oggi Università), cattedra che tenne fino al 1873, e nel 1865, nel pieno della sua maturità e fama mondiale, sposò la signorina Louise Boucher, figlia adottiva di François Sabatier e Caroline Ungher, famosa cantante di camera dell’imperatore d’Austria e del Granduca di Toscana. Le nozze furono celebrate il 29 ottobre 1865 nella parrocchia di Santa Lucia de’ Magnoli a Firenze con testimoni il politico e naturalista John Ball e il patriota Vito Beltrani. Il matrimonio fu allietato dalla nascita di tre figli: Carolina, la primogenita, Francesca, detta Checca, forse la sua preferita, e Michele Amari junior.
La prestigiosa fama di cui godé nel mondo culturale è legata principalmente alla sua monumentale opera Storia dei musulmani di Sicilia, a cui si dedicò per trent’anni, per aggiornarla con una seconda edizione che, con marginali correzioni dell’arabista Carlo Afonso Nallino, verrà pubblicata a partire dal 1933. Ebbe numerosi riconoscimenti da parte di società scientifiche italiane, francesi, inglesi, tedesche, austriache, russe, danesi ecc., e da numerose università che gli conferirono il dottorato honoris causa: Leida nel 1876, Tubinga nel 1877 e Strasburgo nel 1886.
L’Amari rivestì anche numerose alte cariche pubbliche, fu membro del Consiglio superiore degli Archivi (1874-1880), dell’Istituto Storico italiano (1885-1889), socio Accademia della Crusca, Socio nazionale Accademia dei Lincei, e di varie commissioni.
La morte lo colse improvvisamente, il 16 luglio 1889, dopo aver trascorso una mattinata alla Biblioteca Nazionale di Firenze per correggere le bozze del suo lavoro e mentre si recava presso l’Istituto di Studi Superiori per un’adunanza riguardante il monumento di Atto Vannucci, amico e partecipe delle vecchie idealità risorgimentali, che aveva conosciuto durante l’esilio parigino del 1843.
Le sue ceneri, concordemente alla richiesta del sindaco siciliano, e confermata dalla famiglia, furono traslatate a Palermo nella chiesa di San Domenico, tempio delle glorie siciliane.
Ma al di là dei suoi meriti storici, politici e letterari, emerge nitida e chiara la sua alta statura morale, come ricordato da Pasquale Villari:

Fu nella vita pubblica e nella privata, in ogni giorno in ogni ora della sua non breve esistenza devoto costantemente al dovere. Grandissimi furono di certo i suoi meriti letterari, scientifici, politici, ma sopra tutti e sopra tutto, come faro luminoso, risplendeva il suo carattere morale.

©Ivana Palomba

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Riferimenti bibliografici

- Rosario Romeo, Amari Michele, ad vocem, in Dizionario biografico degli Italiani, vol. II, Roma, Istituto per l’Enciclopedia Italiana, 1960, pp. 637-654.
- Biblioteca Marucelliana, Firenze (BMF), C. Ra. 25, VI.
- Michele Amari, Alessandro D’Ancona (a cura di), Carteggio di Michele Amari, vol. III, Torino, Societa tipografico-editrice nazionale (gia Roux e Viarengo), 1907, p. 229.
- La Nazione, 18 luglio 1899, p. 3.
- Ivana Palomba, L’arte ricamata. Uno strumento di emancipazione femminile nell’opera di Carolina Amari, Collana I Sugheri, Le Arti Tessili, 2011.


Noi, la storia e Laura Costantini, l’intervista

Conosco Laura Costantini da diversi anni, da quando ambedue avevamo i blog sulla stessa piattaforma (adesso è »»qua), seguendo da vicino le sue produzioni letterarie insieme all’immancabile compagna di penna Loredana Falcone. Pur impegnata in Rai, riesce a trovare il tempo per scrivere romanzi (vedi »»qua) in cui la Storia è parte essenziale nello sviluppo delle trame, e difatti Laura è laureata in Storia moderna e contemporanea. L’ultima fatica è la cura di un’antologia che racconta il decennio 2001-2011, di cui 32 autori ne tracciano un profilo: Cronache di inizio millennio… presente la storia!

- Che cos’è per te la Storia, che rapporto hai con essa?
A scuola era la mia materia preferita. Mi sono laureata in storia moderna e contemporanea. Mi affascina, da sempre. Non riesco a guardare un qualsiasi manufatto umano senza pensare a quale storia ci stia raccontando, spesso inascoltato. La storia per la società è l’equivalente dei ricordi per una persona. In questi giorni viene trasmesso uno spot molto efficace in tv. Mostra come l’Alzheimer cancellando i ricordi, cancelli l’essere umano. Se cancellassimo la storia, cancelleremmo noi stessi.

- Che significa avere coscienza storica e a che serve?
Significa avere coscienza di come il nostro paese e noi tutti siamo arrivati ad essere ciò che siamo. Credo che il miglior insegnamento che la scuola potrebbe dare, e non dà, sarebbe la capacità di inquadrare i fatti nel contesto storico. E capire le radici profonde dei fenomeni attuali.

- Credi che la Storia abbia dei corsi e ricorsi?
Non credo sia la Storia ad avere corsi e ricorsi. Penso piuttosto che siano gli esseri umani a riproporre nei secoli determinati atteggiamenti che poi sortiscono conseguenze assimilabili. È il motivo per cui bisognerebbe studiare la storia, conservarne memoria e imparare a non ripetere gli stessi errori.

- Qualcuno parla di revisionismo storico, di rivedere la Storia – anche, ma non solo – alla luce di nuove idee, spesso politiche e di parte, che ne pensi?
Penso che la conoscenza si sviluppa nel tempo. Che la storia vada osservata con la giusta distanza dai fatti. Ma che i fatti vadano presi per ciò che sono e per gli effetti che hanno determinato. In linea di massima sono contraria ad ogni tipo di revisionismo. In testa a tutti quello che vede nel nostro paese il tentativo, altamente offensivo per la memoria storica recente, di equiparare la lotta partigiana alla reazione repubblichina. Inquadrare i fatti nel contesto storico non deve mai significare abdicare ai concetti di giusto e sbagliato. Ed è inoppugnabile che Salò si prestasse a una guerra fratricida, trucidando combattenti per la libertà per ordine del Terzo Reich. Una delle dittature, insieme a quella di Stalin, peggiori che la storia ricordi.

- Credi che bisogna snazionalizzare la Storia, nel senso che essa, pur concependosi in Nazioni, Paesi, vada oltre?
No, non lo credo. La storia ha profonde radici nazionali. Il recente tentativo di far passare l’Unità d’Italia come una guerra di conquista da parte del regno sabaudo, dimostra come si vogliano tradire le fondamenta del nostro paese. Ben prima degli interessi espansionistici del Piemonte, Dante Alighieri piangeva i destini della “serva Italia”. La nostra è una storia peculiare, un nostro patrimonio. Non avrebbe senso snazionalizzarla, perché ci appartiene. D’altro canto, uno dei pochi meriti che riconosco alla scuola italiana è che i nostri studenti studiano, o almeno tentano di studiare, la storia di tutto il mondo. Contrariamente a quanto accade negli altri paesi. Ogni volta che mi sono trovata a parlare con cittadini americani, ho preso atto del loro stupore davanti alla mia conoscenza della storia degli Stati Uniti. Una conoscenza che non potevano in alcun modo ricambiare visti i programmi scolastici statunitensi, totalmente ignari di tutto ciò che è accaduto al di fuori dei patri confini. Ovviamente sto parlando di persone che hanno conseguito un diploma, non di laureati.

- Quanto influisce la storia nei tuoi romanzi?
Moltissimo. Io e Loredana Falcone, mia socia di penna, scriviamo da sempre romanzi storici. Non solo, ma di sicuro la possibilità di ricreare un mondo del passato e di regalare un viaggio nel tempo al lettore resta una delle nostre passioni nel variegato panorama della narrativa.

- Come si potrebbe attirare l’attenzione dei giovani verso la Storia?
Domanda difficile. Io riscontro quotidianamente la pressoché totale ignoranza storica dei giovani. Però riscontro, anche, un grande interesse per i romanzi storici. Per la storia raccontata piuttosto che per quella infarcita di date e nozioni. Grande demerito è quello della scuola che non riesce più a rendere interessante la materia. Ma è fatto incontrovertibile che sta passando ogni giorno di più il messaggio che lo studio sia una perdita di tempo e che il valore di una persona non passi attraverso il bagaglio culturale. Considerando che tutti noi sappiamo quanto lo studio costi fatica, appare evidente che questo messaggio venga favorevolmente accolto dai giovani. Da adolescenti anche noi scalpitavamo di fronte all’impegno sui libri.

- Un libro che consiglieresti in questo momento?
Viva l’Italia” di Aldo Cazzullo. Un saggio che percorrendo la storia nazionale dal Risorgimento a oggi ci ricorda chi siamo e i molti motivi che abbiamo per dirci orgogliosi della nostra nazionalità. Oggi che subiamo un continuo attacco in quanto italiani, lo trovo un libro benemerito.

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Noi, la storia e Remo Bassini, l’intervista

Le parole in Remo Bassini sono storie che diventano narrazione, sviluppano azioni, ricordi, si traducono in vita vissuta. Remo, che durante il giorno dirige il periodico “La Sesia” di Vercelli, la notte si dedica ai suoi romanzi, a quegli intrecci narrativi che si riconoscono nel suo particolare modo di scrivere. Fra le ultime uscite ricordiamo Lo scommettitore (Fernandel 2006), La donna che parlava con i morti (Newton Compton 2007), Bastardo posto (Perdisa 2010). A novembre uscirà il suo nuovo libro Vicolo del precipizio (Perdisa)

- Che cos’è per te la Storia, che rapporto hai con essa?
Era la mia materia preferita a scuola, mi sono laureato in storia del risorgimento, per un certo periodo della mia vita – quando sono stato allievo di Corrado Vivanti, curatore della Storia d’Italia Einaudi – ho sognato di fare lo storico. Un rapporto profondo ma ora interrotto.

- Che significa avere coscienza storica e a che serve?
Non so dire quanto serva avere coscienza del proprio passato storico. Le pagine di storia hanno tanti problemi: le scrive chi vince, il primo; tante pagine vengono oscurate affinché non si sappia nulla. Io penso comunque che sia importante avere una coscienza storica abbinata alla consapevolezza che, punto primo, sono i grandi poteri economici che da sempre muovono le pedine della storia per i loro sporchi interessi e che, punto secondo, è più importante la ricerca delle verità nascoste della coscienza storica.

- Credi che la Storia abbia dei corsi e ricorsi?
Penso di sì, penso d’essere d’accordo con Machiavelli: tutti li tempi cambiano ma li omini son sempre li medesimi. Bisogna fare attenzione a una grande novità, però: il pianeta è in serio pericolo ambientale, insomma rischiamo di autodistruggerci, e questo non era mai successo.

- Qualcuno parla di revisionismo storico, di rivedere la Storia – anche, ma non solo – alla luce di nuove idee, spesso politiche e di parte, che ne pensi?
Ogni tentativo di rivedere e riscrivere la storia va bene purché sia fatto in assoluta buona fede.

- Credi che bisogna snazionalizzare la Storia, nel senso che essa, pur concependosi in Nazioni, Paesi, vada oltre?
Le storie nazionali son poca cosa, occorre andare ben oltre.

- Quanto è influente la storia di tutti i giorni nei tuoi romanzi?
Parecchio.

- Come si potrebbe attirare l’attenzione dei giovani verso la Storia?
Con buone letture, buoni cinema, buoni spettacoli teatrali e buoni insegnanti… in altre parole: la vedo grigia.

- Un libro che consiglieresti in questo momento?
Trilogia della città di K. di Agota Kristof.

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Noi, la Storia e Annarita Verzola, l’intervista

Conosco Annarita Verzola da almeno 4-5 anni, assidui lettori dei nostri reciproci blog. Annarita lavora da anni nel mondo della scuola, dapprima come insegnante precaria (scuola dell’infanzia e primaria) e oramai da un po’ di tempo in segreteria.
Le sue più grandi passioni sono la lettura e la scrittura per ragazzi, amori nati e cresciuti con lei sui banchi di scuola. Ha pubblicato due libri di narrativa scolastica per la scuola secondaria di primo grado: Fiammetta dei dipinti e Il mistero dell’altopiano. Oltre all’interessante blog dedicato alla letteratura per ragazzi, dal febbraio 2010 ha iniziato la traduzione dall’inglese delle fiabe raccolte e pubblicate dal folclorista scozzese Andrew Lang dal 1889 al 1910: Le favole di Lang.
Collabora con racconti per bambini alla rivista on-line Fili d’aquilone.

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- Che cos’è per te la Storia, che rapporto hai con essa?
La Storia è sempre stata la mia materia preferita a scuola e, crescendo, la mia biblioteca personale si è arricchita di numerosi volumi che spaziano in tutte le epoche, da un punto di vista cronologico e dei fatti. A volte mi capita di appassionarmi ad un personaggio, a un fatto o a un particolare periodo in seguito ad altri libri che ho letto, o viaggi che ho fatto e, da quando ti seguo, incuriosita dagli spunti di riflessione che ci offri. Devo dire però che soprattutto mi ha sempre affascinata, all’interno della Storia, la storia minore e quotidiana, quella che ci rivela come vivevano, come agivano, come pensavano le donne e gli uomini che ci hanno preceduti, e in questo senso sono numerosi i libri nella mia biblioteca, a cominciare dall’interessante serie dedicata alla ricostruzione della vita quotidiana in varie epoche. Il mio grande interesse però va soprattutto al Medioevo, sin dai tempi della scuola, quando ancora qualche insegnante si ostinava a definirlo i secoli bui.

- Che significa avere coscienza storica e a che serve?
La coscienza storica è fondamentale perché è il processo attraverso il quale i singoli e spesso la collettività si sono fatti protagonisti di movimenti di affermazione della propria coscienza, dell’intelletto, dello spirito che hanno generato grandi periodi di rivolgimento. È importante avere coscienza storica per non abbandonare il sentiero della presa di coscienza delle realtà e delle necessità di generazioni e di popoli. In questo senso mi sembra interessante il libro di Mario Mieggie Che cos’è la coscienza storica, e intendo leggerlo presto.

- Credi che la Storia abbia dei corsi e ricorsi?
Indubbiamente sì, l’uomo e la società si sono evoluti e sviluppati in maniera a volte rapidissima, ma ciclicamente si ripresentano grandi avvenimenti come le guerre, le epidemie, i periodi di tensione nazionale e internazionale. Ovviamente queste situazioni vengono affrontate in modo diverso, in negativo e in positivo, grazie ai grandi progressi del sapere umano, ma certamente si tratta di corsi e ricorsi.

- Qualcuno parla di revisionismo storico, di rivedere la Storia – anche, ma non solo – alla luce di nuove idee, spesso politiche e di parte, che ne pensi?
Il revisionismo è inevitabile, alla luce di nuove conoscenze e di nuovi fatti, emersi magari dopo anni di ricerche, per correggere opinioni e tesi in campo storico, politico o ideologico, che si rivelano non più del tutto corrette. Diverso è l’atteggiamento del negazionismo, volto a negare appunto realtà incontrovertibili come ad esempio l’Olocausto. Ultimamente ho la sensazione che il revisionismo stia scivolando più verso la deriva del negazionismo, ma spero di sbagliare.

- Credi che bisogna snazionalizzare la Storia, nel senso che essa, pur concependosi in Nazioni, Paesi, debba andare oltre?
Credo oramai sia inevitabile, vista la globalizzazione delle conoscenze e delle comunicazioni nella nostra era in cui Internet ci permette di accedere a livelli di conoscenza che alcuni decenni fa non era probabilmente neppure immaginabili. Non ha senso barricarsi in un ottuso nazionalismo, la Storia ci insegna che il tessuto dei fatti è una sottile trama nella quale spesso è impossibile discernere l’inizio dalla fine, lo sfumato passaggio da un tono all’altro. Non è pensabile la fruizione storica per comparti stagni, i personaggi, gli eventi, le svolte epocali sono troppo intimamente intrecciati per nasconderci le ripercussioni che hanno avuto sui paesi vicini. È un po’ come gettare un sasso in una pozza d’acqua e osservare i cerchi concentrici ampliarsi e giungere sino a lambire le propaggini della sponda.

- C’è differenza fra ricerca storica condotta in Italia e in altri Paesi europei, in generale?
Ammetto di non avere una grande conoscenza della ricerca storica di altri paesi, ma ho avuto modo di notare, ricercando fatti e personaggi di mio interesse, che la ricerca storica dei paesi anglosassoni pur essendo molto rigorosa riesce ad avere anche un ottimo tono divulgativo, che coinvolge il lettore profano e lo invoglia ad approfondire. Penso per esempio agli ottimi esempi di Antonia Fraser o alla narrativa storica di Carolly Erickson.

- Come si potrebbe attirare l’attenzione dei giovani verso la Storia? Come vorresti fosse insegnata?
Ritorno a ciò che dicevo prima riguardo il mio interesse per la storia quotidiana. Credo sarebbe un buon approccio offrire ai giovani questo tipo di conoscenza, permettere loro di frugare tra le pieghe minute della storia minore in cui si riflette la storia con l’iniziale maiuscola. A volte poi l’insegnamento scolastico della storia è ancora troppo nozionistico. Inoltre trovo discutibile che l’attuale programma di storia della scuola primaria si fermi alla caduta dell’impero romano.

- Un libro che consiglieresti in questo momento?
In questo momento consiglierei non un solo libro, ma un gruppo di sei: non sono libri di storia, ma romanzi che dipingono con accuratezza e ironia l’Inghilterra rurale vittoriana. Si tratta del cosiddetto Ciclo del Barset di Anthony Trollope, composto di sei romanzi che ci introducono alla conoscenza di una società sì rurale, ma dalle gerarchie ben delineate e i cui personaggi a volte ritornano da un romanzo all’altro, dandoci un preciso e a volte graffiante ritratto della società dell’epoca. Anche qui dunque una storia minore, ma non per questo meno interessante. I titoli sono i seguenti: L’amministratore, Le torri di Barchester, Il dottor Thorne, La Canonica di Framley, La casetta ad Allington e Ultime cronache del Barset. Sono tutti pubblicati da Sellerio.

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