Dec 152014
 
Cattedrale di Valencia

Cattedrale di Valencia, consacrata nel 1238, edificata su un’antica moschea che a sua volta poggiava le basi su una cattedrale visigota.

Valencia. È martedì, 9 dicembre 2014, esco da casa intorno le ore 8:30 del mattino. Le strade attorno al mio appartamento si riempiono poco a poco di venditori ambulanti, è il mercato rionale settimanale, una babele che invita a comprare le più disparate merci, da coperte e mantelli prodotti in Thainlandia, a pentole e tegami italiani, a calze e calzettini francesi, a viti e cacciaviti che ricordano la Russia pre-Gorbaciov. Oggetti offerti non solo dai locali venditori valenciani, ma perfino di origine asiatica, cinesi coreani indiani, così come africani, marocchini algerini tunisini maliani, un cosmopolitismo visibile e tangibile che potrebbe ricordare, in un certo qual modo, la Spagna musulmana del XIII-XIV-XV sec., poco prima della cacciata degli ebrei, 1492.

E la storia di Valencia ha avuto uno sviluppo non solo legato alla penisola Iberica e all’Europa, ricordiamo Carlo I di Spagna ovvero Carlo V d’Asburgo, ma anche alla tradizione musulmana, con la dinastia omayyade che giunse nell’VIII sec. in quella che si chiamerà al-Andalus.

Cattedrale di Valencia dedicata all'Assunzione di Maria, cupola a forma ottagonale.

Cattedrale di Valencia dedicata all’Assunzione di Maria, cupola a forma ottagonale.

La città divenne, nel trascorso dei secoli e con alti-bassi, uno dei principali centri commerciali grazie al suo porto e ai suoi traffici con mezza Europa e Africa, uno sviluppo che favorì inoltre le arti e la cultura in generale. È proprio nella seconda metà del ‘400 che arriva il primo torchio da stampa, pubblicando, nel 1478, la prima Bibbia a caratteri mobili in una lingua neolatina.

Periodo d’oro che iniziò il declino con i viaggi di Colombo verso l’America e lo spostamento dei traffici mercantili dal Mediterraneo verso l’Atlantico (inizi-metà XVI sec.). Epoca, d’altronde, caratterizzata dal clima di terrore dell’Inquisizione e dalla Controriforma, dall’espulsione degli ebrei e dei musulmani (1609), epoca ancora, in cui si susseguono una serie di proteste popolari contro monarchia e nobiltà (vedi la ben nota “rebelión de las Germanías”, 1520-1522).

Il Municipio di Valencia nel Natale del 2014

Il Municipio di Valencia nel Natale del 2014, espressione neoclassica e neobarocca del XVIII sec.

Nel Seicento si ha un rafforzamento del potere assolutista, incarnato da Filippo IV d’Asburgo (1605-1665), nel vasto impero che aveva oramai raggiunto la massima espansione territoriale e che stava fallendo le necessarie riforme politiche ed economiche. Cosicché Valencia perse il controllo sulle cariche municipali, permettendo al re immischiarsi in quelle competenze una volta della città.

Il XVII secolo vide oltretutto le strade vestirsi di palazzi e dimore barocche (Palacio del Marqués de Dos Aguas) e di facciate (Convento di San Domenico), di fari e di fiaccole per preparare magiche atmosfere, di spettacoli di potere, di celebrazioni per osannare l’assolutismo, di affollate processioni religiose.

Alla morte di Carlo II (1661-1700) e con la Guerra di Successione spagnola (1701-1713) si raggiunse il vero tramonto della città: oramai il Regno di Valencia non aveva più indipendenza politica e giuridica. Un declino in cui apparirà una debole luce solo nel XVIII secolo grazie all’industria tessile e della ceramica, sebbene il porto non avesse più le buoni funzioni di una volta. Prodotti, quelli della seta e degli azulejos, che approdarono finanche nelle lontane terre americane.

Il Mercato centrale di Valencia

Il Mercato centrale di Valencia, in stile modernista, fu iniziato a costruire, così come lo vediamo oggi, nei primi anni del XX sec.

L’Illuminismo fu introdotto per via di personaggi di prestigio come lo storico e linguista Gregorio Mayans (1669-1781) o il numismatico e filologo Pérez Bayer (1711-1794). Un movimento di idee che diede vita alla Sociedad Económica de Amigos del País, che cercava diffondere le nuove concezioni oltre che le recenti acquisizioni tecniche e scientifiche.

La regione valenciana è peraltro nota per aver dato natali a famosi personaggi e artisti fra i quali a Joanot Martorell (1413-1468), scrittore, autore di Tirante el Blanco (1511), uno dei primi romanzi moderni della letteratura cavalleresca europea dell’Età moderna, o a Joaquín Sorolla (1863-1923), pittore ben celebre nei cui quadri imprime la tipica luce del Mediterraneo, o ancora all’architetto Santiago Calatrava e tanti tanti altri ancora.

Oggigiorno è conosciuta – certamente non solo – per la Città delle arti e delle scienze, così come per Las Fallas, festa popolare in onore a San Giuseppe, per la paella valenciana e, non per ultimo, per l’horchata de chufa.

Nov 162014
 

Boton quiz

  1. Quale fu il motivo principale per il quale si giunse alle Guerre d’Italia?
  2. Quale fu la scintilla che innescò i primi combattimenti di fine XV sec.?
  3. In quali anni avvenne il conflitto?
  4. Chi furono i due maggiori contendenti?
  5. In quale battaglia fu fatto prigioniero il sovrano francese Francesco I?
  6. Quale pace sancì definitivamente la chiusura delle contese?
  7. Alla fine degli eventi bellici, quale stato si eresse come potenza europea?
  8. Pur autonomo, da che parte stava il papato alla fine delle guerre?
Le truppe francesi entrano a Napoli, febbraio 1495, in Cronaca figurata del Quattrocento di Melchiorre Ferraiolo, 1498 ca.

Le truppe francesi entrano a Napoli, febbraio 1495, in Cronaca figurata del Quattrocento di Melchiorre Ferraiolo, 1498 ca.

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Risposte:

  1. La rivendicazione da parte di Carlo VIII di Francia al diritto del trono di Napoli, in quanto discendente di Maria d’Angiò, nonna paterna.
  2. La discesa in Italia delle truppe francesi che, incontrastate, raggiunsero Napoli nel febbraio 1495.
  3. Le principali battaglie avvennero fra il 1494 e il 1559, la maggior parte in territorio oggi italiano.
  4. Spagna e Francia furono i due principali belligeranti, accompagnati a loro volta dal Sacro Romano impero, da Venezia, dal Ducato di Milano, dallo Stato Pontificio e varie piccole realtà locali.
  5. Nella ben famosa battaglia di Pavia, 24 febbraio 1525, scontro in cui gli archibugi e i cannoni ebbero ruolo rilevante.
  6. La pace di Chateau-Cambrésis nell’aprile 1559.
  7. L’impero spagnolo si eresse per un buon secolo a venire come potenza europea, reggendo le sorti direttamente o indirettamente di buona parte dell’Italia, fra cui Sicilia, Napoli, Milano, Sardegna.
  8. Generalmente da parte spagnola, anche per l’appoggio ricevuto, prima da Carlo V e poi da Filippo II, alla Controriforma cattolica.
Jul 112013
 

Uno dei temi più dibattuti del periodo moderno è stato quello dell’Inquisizione, vicende che hanno interessato mezzo mondo, dalla Spagna all’Italia, dalla Francia al Portogallo, raggiungendo finanche il Sud America – basta ricordare i tribunali di Lima e di Messico (1569), seguiti poi da Cartagena de Indias (1610) -, Inquisizione abolita ufficialmente solo nel XIX secolo, 1834.

Esecuzione di Mariana de Carabajal, Messico, 1601

Esecuzione di Mariana de Carabajal, Messico, 1601

Il tribunale inquisitivo, ufficialmente, aveva come missione la difesa della fede e della morale della chiesa cattolica, difesa che poteva essere attuata anche tramite persecuzione contro coloro che attentavano a uno status quo esistente da centinaia di anni minandone la solidità e credibilità.
Cosicché questa perseguiva e giudicava eretici, blasfemi, bigami, pagani convertiti che ritornavano alla loro vecchia fede, malefici e sortilegi, fra l’altro, adoperando gli stessi mezzi con i quali qualunque giudice o tribunale dell’epoca si avvaleva per esaminare ladri traditori assassini.

Interno di una prigione, da Mystères de l’Inquisition et autres sociétés secrétes d’Espagne, di M. V.  De Féréal

Interno di una prigione, da Mystères de l’Inquisition et autres sociétés secrétes d’Espagne, di M. V. De Féréal

Usualmente non era necessario che esistesse una denuncia formale, l’inquisitore poteva indagare e accusare pur solo sospettando lontanamente, con l’obiettivo di scoprire la verità (sic!). L’inquisitorio avveniva in generale in due fasi, la prima dedicata all’investigazione, la seconda al giudicare. L’inquisitore insomma era allo stesso tempo accusatore e giudice.

Scene Inquisizione, Bernard Picart

Scene Inquisizione, Bernard Picart

E se per approfondire e scoprire l’eventuale reato ci fosse stato bisogno della tortura, questa era permessa, detenendo l’imputato preventivamente in un carcere segreto e costringendolo a una completa confessione pubblica di responsabilità impiegando i più disparati mezzi. Torture che avvenivano alla presenza di un notaio, di un medico, dell’inquisitore e, certamente, dei “carnefici”.

Tortura ai piedi da Mystères de l’Inquisition et autres sociétés secrétes d’Espagne, di M. V.  De Féréal

Tortura ai piedi da Mystères de l’Inquisition et autres sociétés secrétes d’Espagne, di M. V. De Féréal

Raramente il processato era assolto per mancanza di prove, bastava la sua dichiarazione di colpevolezza o l’accusa di due o più testimoni. Bastava poi seguire le regole che il teologo cattolico Nicolás Aymerich (1320 ca.-1399) aveva annotato nel suo Directorium inquisitorum, ovvero Manuale dell’Inquisitore, volume in cui descriveva la stregoneria e i modi per combatterla dopo aver “riconosciuto” le streghe, precursore del più famoso Malleus maleficarum (»»qua una risorsa in rete) del 1486 dei domenicani Enrique Kramer (1430 ca.-1505 ca.) e Jakob Sprenger (1434-1495) che grande diffusione ebbe grazie ai torchi gutenberghiani.

Scene d'Inquisizione, Eugenio Lucas Velázquez, metà XIX sec.

Scene d’Inquisizione, Eugenio Lucas Velázquez, metà XIX sec.

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Piccola bibliografia

- Helen Rawlings, L’inquisizione spagnola, il Mulino, 2008.
– Joseph Pérez, Breve storia dell’inquisizione spagnola, Corbaccio, 2006.
– Bartolomé Bennassar, Storia dell’inquisizione spagnola. Fatti e misfatti della «Suprema» dal XV al XIX secolo, Rizzoli, 2003.

Oct 162012
 

Sebbene lo abbiamo ripetuto più di una volta, vale sottolineare che la Storia è un immenso mosaico dove ogni tassello contribuisce a completare, nella sua dipendenza-interdipendenza, un insieme, un grande insieme che comprende ogni operato umano che travalica limiti di spazio e tempo.

Ebbene, dopo una serie di articoli dedicati al Barocco in Italia e in Europa, diamo uno sguardo a cosa avvenne nelle terre che videro Colombo qualche secolo prima. Con la scoperta dell’America, dall’Europa emigrarono non solo militari sacerdoti nobili mercanti, ma anche artisti, pittori e architetti che portarono nelle nuove terre caratteristiche tipiche dell’epoca tardo-rinascimentale e barocca, almeno nel periodo che va dal XVII al XVIII sec., epoca da noi trattata in queste righe.

L’America latina, influenzata dalle mode europee, sviluppò un’arte che potremmo chiamare meticcia, un’arte nata dalla confluenza delle esperienze italiane francesi spagnole portoghesi, e via dicendo, con quelle indigene, del folclore popolare, dove temi religiosi del vecchio continente venivano raffigurati alla luce della cultura locale. Un’arte piena di colori, luminosa, forse priva di pietismo.

Il Cusco, in Perù, fu sicuramente una di quelle realtà in cui si istallarono ben presto scuole di pittura di scultura di architettura, scuole che vedranno, per fare qualche esempio, il leccese Matteo Pérez de Alesio (1547- 1628?) – ricordiamo buona parte dell’Italia meridionale essere, in quell’epoca, parte della Spagna – giungere a Lima nel 1588 e aprire un “Centro Sperimentale” con il fine di preparare pigmenti a modo europeo. Fra i suoi discepoli annotiamo: Pedro Pablo Morón, Domingo Gil, Francisco García, Francisco Bejarano.

Così come il romano Angelino Medoro (1567-1633), di sicura influenza fiamminga, fermatosi per qualche anno in Colombia, viaggiando finanche in Perù ed Ecuador, che influenzò le opere del tempo, opere che rispecchiavano un tardo-rinascimento, un primo accenno di Barocco, stili giunti nell’America latina con un ritardo, se ritardo potremmo chiamarlo, di una cinquantina d’anni, intorno la fine del XVII sec. Modelli da tenere in considerazione erano certamente quelli di Murillo, di Zurbarán, Rembrandt, e tanti altri.

Dal Cusco partirono non solo artisti, ma anche correnti di pittura che si propagarono per l’area andina e oltre, dalla Colombia al Perù, dall’Ecuador al Venezuela a Panama al Cile all’Argentina. Stili che, sebbene in un primo tempo legati agli europei, poco a poco – siamo intorno ai primi del XVIII sec. – se ne distaccarono, anche perché i pittori iniziavano a essere locali, indigeni, nativi, perdendo il contatto con l’Europa e dando vita a una propria tendenza, in cui talvolta si raffiguravano scene campestri poco reali, fantasiose, dove le madonne erano nere così come i Gesù bambini, dove gli angeli indossavano pregiati vestiti e gli arcangeli caricavano armi da fuoco. Fantasie locali palesate tramite soggetti europei, soggetti iconografici che desideravano essere l’espressione del sentimento indigeno. Opere che non hanno nulla da invidiare a quelle prodotte in Europa.

La Madonna della montagna, anonimo, XVIII sec.

Sep 122012
 

Tratta di schiavi, Jacques Grasset de Saint Sauveur

Merce di valore, prodotto molto redditizio, la tratta degli schiavi è stata, nel trascorso della storia, pratica frequente e diffusa, accordata dai diversi governi e perfino dalla Chiesa cattolica.

Nel 1452, papa Niccolò V (1397-1455), con la bolla Dum Diversas, legittimava già i portoghesi a ridurre i nemici della fede cattolica, “Saraceni e pagani”, in schiavitù e poterli adoperare come meglio si credesse.

Schiavi provenienti dalle coste occidentali africane, e talvolta dall’entroterra – ricordiamo originari del Ciad, Sierra Leone, Congo, Angola, etc. -, trasportati in modo poco umano, stipati nelle navi fino all’inverosimile, che sbarcavano nelle nuove terre scoperte a fine XV secolo da Colombo, quell’America che vedrà arrivare decine di migliaia di negri. Qualche autore azzarda indicare cifre che vanno intorno ai 3 milioni, fra uomini donne giovani, altri molto meno, altri ancora indicano solo qualche centinaio di migliaia.

Cartagena de Indias, in Colombia, sarà, almeno dal 1595 al 1615, uno dei pochi porti autorizzati (1) dai re spagnoli a ricevere la “mercanzia”, punto di distribuzione per tutte le aree circostanti, Messico, Perù, Santo Domingo, Cuba, etc. Città, Cartagena, che riuniva le condizioni ufficiali per “importare” e preparare lo smistamento, città in cui risiedevano medici e protomedici, ufficiali governativi incaricati all’uopo, strutture ben definite, insomma tutto un efficiente apparato logistico amministrativo di eccellente livello.

Qualcuno calcola sbarcavano nel porto da 10.000 a 12.000 schiavi all’anno (2), cifra da non poco conto e da prendere con le dovute cautele in quanto non si hanno, fino a data odierna, conteggi ben precisi.

E non solo gli spagnoli s’interessavano del commercio, ma anche olandesi, portoghesi, francesi, inglesi, governi dalla cui tratta ricevevano introiti non indifferenti. Sovrani, gli iberici, per esempio, che fin dall’inizio, percependo le possibilità di guadagno, avevano disposto una serie di leggi, e tasse, per controllare e assicurarsi il negozio.

Uno schiavo negro, nel mercato di Cartagena, poteva essere venduto dai 200 ai 400 pesos, con un ricavo, più o meno, del 700%, in quanto, schiavo, prodotto, all’origine, di baratto – per esempio con armi, ferro, bestiame, tessuti -, il cui valore si aggirava fra i 4 e i 60 pesos spagnoli (3).

Nella Compañia de Portugal, in pieno XVI sec., un negro poteva valere intorno ai 270 pesos, poco meno nella Compañia de Inglaterra, circa 200-240 pesos (4), parliamo di uomini di età fra i 15 e i 40 anni, in buono stato di salute, forti e resistenti. Prezzi stabili, giacché la grande quantità che approdava nel mercato illegale riusciva a controbilanciare offerta e domanda nel trascorso dei decenni del XVI-XVII secolo. Valore che poteva duplicarsi quando erano venduti nei vari mercati locali.

Una volta legalizzati, passata la visita medica e pagata la relativa tassa, erano posti all’asta, singolarmente o in gruppi, trasportati via terra o via fluviale verso quelle zone colombiane in cui richiedevano manodopera per l’agricoltura, l’artigianato, il lavoro nelle miniere, come domestici.

Popayan, Cali, Santa Fe, Antioquia, fra i tanti, luoghi in cui si incontravano con gli indigeni del luogo e con i quali avevano, inizialmente, un buon rapporto, non mancando ovviamente i problemi, abusando i negri dei nativi, delle donne in modo particolare.

Con il passare degli anni, e considerando il loro elevato numero, si vietò la convivenza fra negri e indigeni. Indigeni che, sfruttati eccessivamente e di là dalle loro abitudini, iniziavano a morire a decine, a centinaia (causa, fra l’altro, le malattie infettive), popolazione, poco a poco, sostituita con gli schiavi africani che, si diceva, essere più robusti e forti per il lavoro.

Mentre i primi erano considerati come un “regalo della Natura” e poco “pregevoli”, poiché trovati sul posto, i secondi erano ben calcolati, in considerazione, di essere merce cara e preziosa, merce che doveva essere curata e nutrita in modo opportuno. E in effetti, questi ultimi, potevano “far carriera”, nel senso che talvolta occupavano mansioni di maggiordomo, di amministratori, di camerieri.

Nel 1789 si optò poi per liberalizzare il commercio degli schiavi, una piccola spallata data, anche ma non solo, dalla Rivoluzione francese e dalla presa di coscienza dei vari popoli europei. Ma il cammino verso la totale abolizione sarà ancora ben lungi dal venire.

Contratto di acquisto di uno schiavo, Lima,1794

Contratto di acquisto di uno schiavo, Lima,1794

 

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– 1. Movimenti illegali si registrarono, sempre in Colombia, nelle zone di Santa Marta, Riohacha, Mompox, Buenaventura, Chirambira, Barbacoas.
– 2. AA. VV., Nueva Historia de Colombia, ed. Planeta, 1989, vol. I, pag. 160.
– 3. AA. VV., Nueva Historia de Colombia, op. cit., pag .158.
– 4. AA. VV., Nueva Historia de Colombia, op. cit., pag. 159.

Jul 272012
 

P. A. Mattioli, Dei discorsi di Dioscoride della materia medicinale, Venezia, 1604, Fagioli

Una delle tante conseguenze a seguito della scoperta fu quella del variare e migliorare, in un certo qual modo, il regime alimentare degli europei. Vari furono i prodotti che si importarono da regioni che taluni consideravano sottosviluppate, prodotti che, arrivando sulle mense, ebbero nel lungo periodo un forte e vigoroso impatto sulle nostre società.

Tra i primi vegetali ricordiamo il peperoncino, il capsicum, la cui diffusione fu veloce in tutto il regno di Carlo V e indi di Filippo II, raggiungendo addirittura l’Asia, le Molucche del Nord, una pianta facile da coltivare, sia pure cresciuta in vaso, che poteva sostituire, dissero, alcune spezie. Della pianta ne parla Cristoforo Colombo nel suo diario in data 15 gennaio 1493.

Anche i fagioli, diversi dai nostrani europei giacché più grossi resistenti e molto produttivi, furono ben presto accettati e diedero un ulteriore contributo all’apporto di proteina vegetale della dieta di allora, comparendo finanche nei ricettari dell’epoca, per esempio in quello di Cristoforo da Messisbugo e di Bartolomeo Scappi. Così come le zucche, vuoi le giganti gialle vuoi le zucchine verdi, di rapido accrescimento molto produttive e di semplice coltura. E non dimentichiamo le patate, coltivate dagli indigeni nelle zone più alte delle Ande e introdotte a Genova, si dice, dai Carmelitani Scalzi provenienti dalla Spagna nel 1584; il pomodoro, venuto sotto forma di semi e considerato velenoso, quantunque alcuni sostenessero essere afrodisiaco – da qua il termine pomme d’amour d’origine francese -; le arachidi brasiliane. La maggior parte di queste piante erano conservate negli orti botanici a titolo di rarità.

Mais

Mais

Segue, ma non per ultimo, il mais, vegetale che giunse in Europa nei primi del ‘500, inizialmente in Andalusia, Catalogna, Castiglia, poi Portogallo, Italia – forse introdotto nel 1539 -, Francia e altre parti, chiamato “melegha” da Michele da Cuneo (1448-1503) – navigatore italiano che prese parte al secondo viaggio di Colombo – perché molto simile alla meliga. E lo segnalò con poco convincimento quando disse: “… non è tropo bono per noi. Ha sapore de gianda”. Nel nostro paese fu inizialmente consumato sottoforma di polenta, come s’adoperava fare con il sorgo, iniziandosi a coltivare come alimento per consumo umano intorno alla metà del Seicento.

Pianta succulenta dai dolci e spinosi frutti, il fico d’India ospitava un insetto, la cocciniglia, da cui si estraeva un colorante rosso.

L’ananas, scoperta da Colombo nel 1493 nell’isola di Guadalupe durante il suo secondo viaggio e che Maya Atzechi e Incas conoscevano e coltivavano, ebbe una notevole diffusione, piacevole frutto a forma di pigna considerato come una stravaganza.

Proseguiamo con ciò che divenne una famosa bevanda, la cioccolata, che gli aztechi bevevano addolcita con vaniglia, bevanda che prese piede dapprima fra le famiglie più in vista della Spagna, stavolta però addolcita con lo zucchero. Il cacao fu portato in terra iberica da Hernan Cortes, e per quanto caro, diverrà popolare solo alla fine dell’Ottocento. I semi erano adoperati come moneta di scambio, tanto erano preziosi.

Mar 292012
 

Hernan Cortes e La Malinche incontrano Moctezuma, nov. 1519

Lo sfruttamento degli indigeni fu uno dei problemi dell’epoca, indigeni che dovevano sottostare con la forza ai ritmi dell’operato spagnolo, ritmi cui non erano abituati, giacché seguivano le loro ancestrali abitudini ben diverse da quelle dell’invasore. Indigeni con la loro cultura, la loro capacità di apprendimento, il loro modo di fare e vedere la vita. Indigeni che avevano qualcosa da insegnare. Per esempio, seguiamo la storia de La Malinche.

- Agosto 1511.

- Penisola dello Yucatán – Messico.

Una caravella spagnola, Santa Maria de la Barca, naufraga in quelle coste, una forte tempesta costringe i circa 16 passeggeri a rifugiarsi, dopo un paio di settimane in balia delle onde e delle maree, a Quintana Roo, di fronte all’isola di Cozumel, terre abitate dai maya. Fra coloro che si salvano vi sono Gonzalo Guerrero (1470?-1536) e Gerónimo de Aguilar (1489-1531), che vengono fatti prigionieri. Affrontate varie disavventure, i due si integrano, ognuno a proprio modo, con i maya: mentre Gonzalo prende sposa e fa tre figli, Gerónimo, rimasto schiavo, pensa sempre alla fuga e ritornare dai suoi. Nel frattempo i due apprendono la lingua dei nativi, i loro costumi, le loro usanze, le loro tradizioni.

Circa sette anni dopo, febbraio 1519, Hernán Cortés sbarca in quelle zone e viene a sapere di due “uomini con la barba”. Offrendo un riscatto per riavere gli spagnoli indietro, si vede tornare Gerónimo, ma non Gonzalo, oramai convertitosi addirittura alla religione maya.

Il de Aguilar conosce benissimo il linguaggio dei maya, tanto bene che sembra avesse una diversa intonazione linguistica nel riparlare, dopo tanto tempo, lo spagnolo. E Cortés lo adopererà come interprete insieme a una donna, una donna indigena, La Malinche.

La Malinche, o Malintzin, o Malinali, o Doña Marina come fu poi battezzata nel marzo 1519, era figlia di una famiglia nobile Atzeca originaria della provincia de Paynalla, in Coatzacoalcos, nella región di Veracruz, al sud del Messico. Ancora bambina, fu data in schiava al cacique di Tabasco, Tabscoob, giacché la sua tribù aveva perso una battaglia. Passerà in mano di Hernán Cortés, in seguito alla battaglia di Centla (14 marzo 1519), che a sua volta la darà al capitano Alonso Hernandez Portocarrero.

La Malinche, il cui idioma nativo era il náhuatl, aveva appreso anche la lingua maya degli abitanti della Penisola dello Yucatán. Il capitano scopre ben presto che la donna è agile nel parlare le due lingue e riesce a comunicare in modo sciolto.

Cortés prosegue nella sua conquista, ha bisogno di interpreti, lo accompagna fedelmente Gerónimo de Aguilar, che conosce il maya, ma non il náhuatl. Ed ecco che entra in gioco La Malinche. Nel trattare con tribù che comunicano in náhuatl, lascia parlare la donna che traduce al maya, sarà Gerónimo poi a riportare i discorsi in spagnolo. Lo stesso viceversa: dallo spagnolo al maya, Gerónimo, e dal maya al náhuatl, La Malinche. Un gioco, una triangolazione linguistica che sarà utile per la conquista del Messico.

Moctezuma II, dal Codice Fiorentino di Bernardino di Sahagun

Moctezuma II, dal Codice Fiorentino di Bernardino di Sahagun. 

E la bravura di Doña Marina sarà tale che in poco tempo apprenderà i rudimenti dell’idioma castigliano, s’integrerà con i nuovi arrivati, ne carpirà la storia i costumi le usanze, diventando amante di Cortés fino a dargli un figlio, Martin.

Senza di lei Cortés non poteva trattare alcun affare con gli indiani”, scriveva il cronista spagnolo Bernal Diaz (1), mentre nel Codice Fiorentino l’indigena viene illustrata insieme al conquistador e a Moctezuma, per sottolineare la forte presenza dell’azteca negli eventi del tempo. Informazioni notizie spionaggio, dunque, alcune delle armi di vittoria dell’esercito spagnolo.

Per alcuni storici l’importanza di Malintzin fu tale da facilitare, e di molto, la sconfitta dei maya e il loro completo asservimento, per altri invece fu solo una pedina come tante altre che aiutarono a completare un mosaico, mentre altri ancora la considerano una traditrice.

A noi interessa rilevarla come figura femminile, come personaggio storico “donna”, che una certa influenza ebbe negli eventi della storia, a prova di coloro che pensano che i protagonisti siano stati solo di sesso maschile. Oltre al fatto, seguendo l’idea di Todorov, che La Malinche potrebbe essere stata il primo esempio di ibridazione delle culture (2), né azteca, né spagnola, né maya, ma la somma, il risultato delle tre, un prodotto che contenendo e assimilando le varie forme culturali, non si sottometteva a nessuna.

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- 1. Bernal Diaz del Castillo, Historia verdadera de la conquista de la Nueva España.
– 2. Tzvetan Todorov, La conquista dell’America, Einaudi, 1984.

Feb 272012
 

Pace di Vestfalia, 1648

Dopo trent’anni di battaglie, protestanti e cattolici si siedono per dare atto a una pace che si iniziava oramai da tempo a desiderare. Eppure, ancora una volta divisi: protestanti che si riuniscono a Osnabrück (15 maggio 1648) – Svezia e Impero -, mentre cattolici a Münster (24 ottobre 1648) – Francia e Impero, Provincie Unite e Spagna. I due trattati prendono nome di Pace di Vestfalia (1648).
La Guerra dei Trent’anni (1618-1648) aveva visto buona parte dell’Europa devastata da saccheggi, razzie, epidemie, morti a migliaia, campagne con poca manodopera disponibile, un’economia al limite della sussistenza, un’Europa – almeno alcune nazioni centrali – che per riprendersi avrà bisogno di circa un secolo. Tutto per una guerra inizialmente, e si suole dire l’ultima, a sfondo religioso.
La Spagna ne esce malconcia, il suo secolo d’oro sfuma, la sua economia è alle strette; Svezia e Francia, così come le Provincie Unite che conquistano la loro indipendenza, prendono atto del loro buon periodo di sviluppo sociale ed economico; la Svizzera ottiene la sua indipendenza dall’Impero; l’Inghilterra, intervenuta ben poco, rimarrà sulle sue con i problemi interni di origine politico-sociale.
Fra le tante cose, potremmo affermare che a partire da questi anni inizia a formarsi l’idea della sovranità degli stati, al di là della fede dei singoli regnanti, e quella che nessuno stato dovrà essere tanto potente, da solo o in alleanza con altri, da poter imporre la propria volontà  (1).
La religione cattolica, sebbene ancora forte, si vede costretta a indietreggiare davanti al concetto della libertà religiosa: ognuno era libero di scegliere la propria fede indipendentemente da dove viveva e, se lo riteneva conveniente per la propria credenza, poteva anche trasferirsi (2), si rispettavano, insomma, le minoranze religiose.
Se il Rinascimento era stato un punto di rottura con il passato Medioevo, e nuova presa di coscienza a carattere individuale, la pace di Vestfalia potremmo considerarla base di partenza a livello costituzionale, a livello statale, dove la sovranità nazionale e la conseguente integrità territoriale vengono messi in prima fila. Un continuum che ci porta all’oggi.

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- 1. http://www.lanacion.com.ar/441526-vigencia-de-la-paz-de-westfalia
– 2. http://www.dw.de/dw/article/0,,4280180,00.html

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Ratificazione del Trattato di Münster, 1648

Jan 052012
 

Il sovrano azteca Axayacatl

Uno dei problemi che la Spagna di Filippo II dovette affrontare nella gestione delle Nuove Terre fu quello della comunicazione con gli indios americani – La Malinche ne fu testimone attiva »»qua -, con le diverse lingue e dialetti che ivi si parlavano ancor prima della conquista iberica. Si calcola, pur in modo approssimativo, che le popolazioni del luogo adoperavano dai 400 ai 2.000 linguaggi diversi (1), una miriade di parole poco o del nulla chiare ai primi bianchi che presero contatto con quelle genti. Idiomi non tutti aventi la stessa importanza e diffusione, talvolta incomprensibili fra gli stessi abitanti del luogo. Nell’impero Incas, per fare qualche esempio, il Quechua era la lingua ufficiale, così come nel Messico Azteca era il Náhuatl, inoltre c’era poi lo Zapoteco, il Misteco, il Maya.

Il tutto si complicò ancor più con l’arrivo dei primi negri provenienti dall’Africa, portatori di altri idiomi, altri dialetti, altre parole ed espressioni. Tale era la varietà che qualche predicatore occidentale la paragonò alla proliferazione babelica del Vecchio testamento.

Alfabetizzare dunque quella massa di persone non era certo semplice, compito che ricadde principalmente sui frati francescani e domenicani, frati che in un primo tempo cercarono di farsi capire tramite gesti e segni corporali, passando poco a poco all’interpretazione delle parole amerindie e alla traduzione allo spagnolo.

Sembra che i bambini aiutarono in un certo qual modo i missionari, i quali, a contatto giornaliero e giocando con loro, si sforzarono comprendere il significato dei termini:

E avevano [i frati] sempre carta e inchiostro a portata di mano e, appena sentivano una parola detta dal piccolo Indio, la trascrivevano, insieme al significato che aveva la parola pronunciata.” (2).

Una pagina de Arte para aprender la lengua mexicana, di Andrés de Olmoss

Una pagina de Arte para aprender la lengua mexicana, di Andrés de Olmoss.

Così, parola dopo parola, sia il Náhuatl sia il Quechua furono traslitterati al latino, un lavoro certosino e lento non facile, in quanto bisognava distinguere fra sostantivi, verbi, suffissi, meccanismi insomma del tutto ignoti ai predicatori.

La prima grammatica Náhuatl risale al 1547 e si deve al frate francescano Andrés de Olmos (1485-1571), la Quechua al 1560 grazie al domenicano Domingo de Santo Tomás (1499-1570), e tantissime altre. Più o meno verso la fine del XVI secolo, la maggior parte delle lingue indigene avevano una grammatica e potevano essere intese.

Tutto ciò non fu semplice, né prodotto di pochi anni o decenni, né si potevano in poco tempo sostituire lingue ancestrali con lo spagnolo, anche perché, fra l’altro, l’amministrazione coloniale non aveva le idee chiare al riguardo, basta solo riflettere sul fatto che i francescani erano propensi a divulgare, per esempio in Guatemala, più il Náhuatl che lo spagnolo.

Nel 1550 un’ordinanza regia ordinava di insegnare il castigliano agli indios, poi, intorno al 1570, si ritornò a imporre il linguaggio Náhuatl, per vietare addirittura ai bambini indios la loro lingua madre nel 1590 e obbligare alla fine studiare lo spagnolo.

Il problema dell’ispanizzazione durò ancora per lungo tempo e addirittura lo stesso Filippo II era poco convinto nel costringere i nativi ad abbandonare definitivamente la loro lingua naturale.

*****

– 1. George Baudot, La vita quotidiana nell’America latina ai tempi di Filippo II, Rizzoli, Milano, 1996.
– 2. Fray Gerónimo de Mendieta, Historia Eclesiástica Indiana, I, cap. XXVII, pag. 75.

Nov 232011
 

“Quanto alle vicende di Spagna,
i poveri sono sempre stati bene accolti nella nostra casa
e gli esuli trovavano rifugio sotto il nostro tetto.
Ebrei spagnoli, ospiti distinti e graditi,
passavano di continuo tra noi…
e mi raccontavano tutta la terribile storia dell’espulsione…”
(Eliya Capsali il Cretese, Seder ‘Eliyahu Zuta)

Marranos, Moshe Maimon, 1893

A volte rifletto che la storia economica dell’Europa nell’età moderna – epoca da noi investigata in questo blog – è, anche ma non solo, legata agli ebrei e ai loro flussi migratori, flussi, spesso e volentieri, indotti da volontà e forze esterne. I loro prestiti, i loro commerci, i loro interessi finanziari erano tali da poter far pendere il piatto della bilancia vuoi da una parte vuoi dall’altra: l’unione era un punto di forza. Gli imprenditori ebrei avevano un ruolo importante nei traffici del Mediterraneo, negli scambi commerciali con l’Oriente, così come nelle elezioni di certi imperatori – vedi Sacro Romano impero. Pepe, spezie, gioielli, stoffe, denaro, lettere di cambio, crediti, e via dicendo, furono gli articoli maggiormente negoziati, articoli che entravano e uscivano da determinate città o porti che agevolavano il loro commercio e permettevano sviluppare, più o meno liberamente, le loro attività; ricordiamo, in Italia, Ancona, Livorno, Pisa, Pesaro…

Bautizo de judíos conversos

Sappiamo bene che l’editto di espulsione dalla Spagna del 1492, promulgato dai re cattolici, indusse gli ebrei a rifugiarsi sia verso il Portogallo che verso le terre del nord Europa, una migrazione temporanea, giacché proprio il Portogallo, qualche anno dopo, il 19 marzo 1497, costrinse loro battezzarsi la domenica successiva, almeno tutti coloro compresi fra i quattro e i quarant’anni. Ordine che causò scompiglio, panico, decisioni affrettate, oltre che umiliazione. Eppure, nonostante la conversione di alcuni alla fede cristiana, la vita in quelle terre non fu certo facile, accusati di professare segretamente la loro religione e sempre presi di mira o incolpati.

Vi furono città che, vedendo possibilità di sviluppo economico, incoraggiarono con leggi speciali accogliere comunità sefardite, provenienti dalla Spagna e dal Portogallo, città come, per fare un solo esempio, Venezia e Ferrara. Ma non sempre, giacché anche queste, a un certo punto della storia, sono costrette a rivedere le proprie decisioni: Venezia, nel 1550, decreterà la loro espulsione. E Ferrara ne accoglierà un buon numero, grazie alla protezione degli Estensi – in modo particolare Alfonso I (1476-1534) ed Ercole II (1508-1559) -, Ferrara, città in cui si sviluppò durante il XVI sec. un pacifico scambio culturale, religioso, fra sacerdoti cattolici e rabbini. Fra i grandi che vissero per qualche anno nella città emiliana, ricordiamo l’umanista Abraham ben Mordekai Farissol (1451-1525) e il medico Amato Lusitano (1511-1568), docente di botanica e anatomia.Poi, sul finire del ‘500, il clima cambierà e numerosi furono costretti a partire, taluni anche verso la lontana Turchia, pronta a ospitarli.

I marrani, gli ebrei battezzati, non avevano dunque un’esistenza pacifica: visti dalla parte cristiana erano sempre ebrei, visti dalla parte ebrea erano apostati, poco affidabili e poco credibili. Inoltre, loro stessi, gli stessi marrani, per continuare a mantenere relazioni con gli ebrei dovevano dimostrare essere, nella loro intimità, ancora ebrei, per non parlare degli squilibri, della sofferenza che portava l’esser stati obbligati a convertirsi. Una dualità che condurrà peraltro a problemi psicologici e a traumi esistenziali. Costretti com’erano a vivere in zone limitrofe alla città o in ghetti – ricordiamo quello di San Girolamo a Venezia voluto con un provvedimento del 1516 -, a girare con copricapo o con simboli che li identificavano, queste persone erano di solito considerate sospette e tenute sotto sorveglianza. Infatti, la bolla di papa Paolo IV (1476-1559), Cum nimis absurdum, ordinava loro, fra le altre cose, indossare segni di riconoscimento.

Coloro che abbracciarono il cristianesimo, lo fecero di malavoglia, cercando di perpetuare le loro tradizioni, come sempre, in forma orale, sostituendo i libri ebraici con la Bibbia, professando solo esternamente la nuova fede. Le donne, e gli anziani, svolsero un ruolo decisivo nella trasmissione delle tradizioni orali, poiché quando un ragazzo diventava adolescente, in grado cioè di mantenere un segreto, quello della loro vera fede, veniva iniziato nella sua vera credenza giudaica. Tradizione, oralità, credenza, memoria, elementi tipici di un popolo costretto a sfuggire alle persecuzioni. Da qui, l’importanza della parola ebraica Zakhar, ovvero ricordare, è tale che nella Bibbia è ripetuta nelle varie declinazioni ben 169 volte.

Oct 222011
 

Dopo undici mesi d’assedio, Giustino di Nassau, comandante della piazzaforte olandese di Breda, consegna le chiavi della città agli assedianti spagnoli capeggiati dal genovese Ambrogio Spinola (1569-1630), esponente di una ricca e forte famiglia con interessi economici in Spagna. Giugno del 1625, l’esercito iberico ottiene una grande vittoria. Ricordo siamo in piena fase della guerra d’indipendenza dei Paesi Bassi.

Il pittore spagnolo Diego Velazquez (1599-1660) ne farà tema di uno dei suoi più riusciti quadri, La resa di Breda o Le lance (1634-35), una tela dove emergono e si palesano sentimenti in modo davvero notevole.

Con alle spalle un paesaggio desolato, devastato e pieno di fumi per incendi, Giustino di Nassau porge al nemico le chiavi di Breda, un gesto raffigurato con umiltà nell’intento di chinarsi rispettoso all’avversario, e, nello stesso tempo, Ambrogio Spinola conforta con una mano sulla spalla il nemico. La scena, a mio avviso avvolta in un delicato silenzio, è garbata e discreta, piena di umanità, se di umanità si possa parlare durante una battaglia, una scena in cui c’è ancora posto per una resa onorevole. L’elemento materiale che spicca fra tutti sono quelle lance alzate al cielo, sul campo destro del quadro per chi guarda, lance che spezzando la linea dell’orizzonte danno profondità e solennità all’insieme, lance che simbolizzano la forza delle truppe spagnole.

Diego Velázquez, La resa di Breda, 1634-35

Sep 292011
 

Colombo sbarcato a Guanahani, Theodore de Bry, XVI sec.

Con la scoperta delle nuove terre americane da parte di Cristoforo Colombo (1451-1506) entriamo, secondo alcuni storici, nell’Età Moderna, quel periodo che va da fine Quattrocento a inizi Ottocento. Termina così un’epoca, il Medioevo, e inizia un’altra – ricordiamo che la storia è un continuum e che le periodizzazioni servono solo a scopo di studio -, epoca legata allo sviluppo della borghesia, alle nuove rotte commerciali, giacché il Mediterraneo perdeva la sua centralità economica, epoca che vedeva sorgere nuove potenze come la Francia, l’Inghilterra, l’Olanda e, con il passare dei secoli, vedeva tramontare il sole la Spagna di Carlo V e Filippo II che avevano ricevuto ingenti quantità di metalli preziosi proprio dai territori esplorati dal 1492 in poi.

Dicevamo di Colombo e dei suoi quattro viaggi verso la futura America, viaggi che avevano aperto, sarebbe meglio dire acuito e messo in risalto, il problema della schiavitù, che avevano condotto alla distruzione di vecchie civiltà, vedi Incas Azteca, che avevano portato in Europa nuovi prodotti agricoli come il mais, il pomodoro, la patata e via dicendo.

Alcuni, questi elencati, elementi che caratterizzano la prima metà dell’Età moderna, ma che hanno dato l’avvio, fra le altre cose, a un forte rapporto di dipendenza-interdipendenza con le americhe, rapporto che continua ancora oggi.

Chi erano i contemporanei di Colombo? Che relazione avevano avuto con il navigante?
Di seguito un cenno ai sovrani con cui ebbe maggiori contatti.

Giovanni II del Portogallo

Giovanni II del Portogallo

Fra il 1484 e il 1485, Colombo presenta al re Giovanni II del Portogallo (1455-1495) la tesi secondo la quale è possibile raggiungere l’Oriente passando da Occidente. Il re, aperto alle novità e interessato alle scoperte, non rifiuta immediatamente il progetto, lo sottopone ai suoi esperti che, dopo averlo esaminato, lo escludono, forse perché, i portoghesi, impegnati in altre esplorazioni, forse perché in difficoltà economica, forse perché considerato troppo rischioso.

Colombo, in effetti, aveva solo fatto un’esposizione generica, tralasciando particolari, per timore che gli fosse rubata l’idea. Ritornerà, nel 1489, a proporre le sue convinzioni.

In quegli anni, Bartolomeo Diaz doppiava Capo di Buona Speranza, 1487-88. Le navi portoghesi oramai navigavano lungo le coste dell’Africa occidentale con buona frequenza. Qualche anno dopo, 1498, Vasco da Gama, passando la punta africana, puntava verso il sud dell’India, aprendo nuove possibilità di traffico con l’Oriente, un nuovo modo per evitare di attraversare i paesi controllati dai turchi.

Il Portogallo del XV secolo non era ancora un paese ben organizzato e urbanizzato, né aveva un’economia evoluta, possedeva invece una nobiltà forte e agguerrita, pronta ad arricchirsi, aperta, per quanto possibile, a investire nelle esplorazioni, esplorazioni patrocinate, qualche decennio prima, dal principe Enrico il Navigatore (1394-1460).

Colombo, convinto delle sue teorie, tenta la carta spagnola, ed è ricevuto da Ferdinando D’Aragona (1452-1516) e Isabella di Castiglia (1451-1504) che in quel mentre sono indaffarati a scacciare i mori e riconquistare la Spagna dopo 780 anni circa d’invasione. La commissione che esamina la proposta lo ascolta attentamente. Dopo varie incertezze – la tesi era considerata folle e inattuabile dai dotti dell’epoca – e pretese da parte del navigante – chiedeva tre navi e vari milioni di maravedi, oltre a esser fatto nobile, ecc. -, l’operazione va a buon termine, sebbene le casse reali fossero all’asciutto, considerata la recente conquista di Granada. Trovati i finanziatori, il navigante appronta le navi e salpa da Palos de la Frontera il 3 agosto 1492.
Al suo ritorno in Spagna, il 14 marzo 1493, scriveva ai sovrani:

“[…] Dopo 33 giorni dacchè partii da Cadice, giunsi al mare delle Indie, dove trovai molte isole assai popolate, delle quali, fatto il bando in nome del felicissimo nostro Re e spiegate le bandiere, nessuno opponendovisi, presi possesso. Alla prima diedi il nome del nostro divin Salvatore, con l’aiuto del quale giungemmo a questa ed alle altre tutte. Quella che gl’indigeni chiamano Guanahani e ciascuna delle altre io chiamai con nome nuovo: cioè l’una, isola di Santa Maria della Concezione; Fernandina l’altra; e l’altra, Isabella, e l’altra ancora, Giovanna; e così volli che fossero dagli altri chiamate.
Come approdammo dapprima a quell’isola che testè dissi da me chiamata Giovanna, avanzai alquanto lungo il lido verso occidente. Poichè la vidi grandissima, non avendovi trovato limite alcuno, tanto da crederla non già un’isola, ma una provincia continentale del Catai, non vedendo alcun castello o città situati ne’ confini marittimi, fuorchè alcuni villaggi e poderi rustici, con gli abitanti de’ quali m’era impossibile parlare, dandosi essi alla fuga non appena ci vedevano, proseguii sperando di trovare qualche città o villaggio […]” (1)

*****

- 1. Lettera ai Reali di Spagna.

Aug 182011
 

Obbligazione della Compagnia olandese delle Indie Orientali, 1623

Sebbene si abbiano dati della loro presenza in Spagna sin dalla fine del Medioevo, solo durante il regno di Filippo II (1527-1598) e almeno sino al 1640 questi riuscirono ad imporsi in modo più continuo e massiccio come principali creditori della corona spagnola, somministrando i denari necessari al funzionamento della politica. Misurarsi con i tedeschi o con gli olandesi o con i portoghesi o con altri stessi italiani non era facile, ma il loro esito si deve all’essere stati competitivi e aver conquistato la fiducia del sovrano e dei suoi collaboratori. Cosicché, date le buone opportunità di guadagno che Madrid offriva, molti di loro andarono a risiedere nella capitale.

Sappiamo che nelle zone più evolute d’Europa si lavorava con lettere di cambio emesse da entità pubbliche e private, si accettavano depositi, si concedevano ipoteche, assicurazioni, si gestiva compra-vendita di debiti pubblici, e via dicendo: il paese iberico, e Castiglia in particolare, e Madrid nel caso nostro, non era di meno.

Certamente i genovesi non furono gli unici a lavorare con la monarchia spagnola, ma di sicuro i più abili e coloro i quali somministravano più credito rispetto agli altri, almeno in modo costante.

Risalta che, nonostante gli alti bassi dell’economia spagnola e i mancati pagamenti, furono coloro che subirono le minori perdite (1).

Fra il 1601 e il 1606, Valladolid prima e Madrid poi furono i centri di maggiore concentrazione di banchieri genovesi: Ottavio Centurione, Carlo Strata, Giovanni Luca Pallavicino, Lelio Invrea, Nicolo Antonio Baldi, Francesco Maria Pichenotti, Bartolomeo Spinola, Vincenzo Squarciafico, alcuni dei nomi che fino al 1640 circa negoziarono crediti di un certo rilievo. Banchieri che, per meglio dirigere la propria attività, stabilirono la loro residenza a Madrid, non perdendo però i contatti con Genova, contatti che servivano per essere meglio informati, per comunicare le eventuali richieste e ponderare le decisioni, contatti che furono, in un modo o nell’altro, necessari alla loro sopravvivenza.

E fu grazie a questi “cordoni ombelicali” che, per esempio, Giovanni Luca Pallavicino commerciava agevolmente lana, che i fratelli Balbi lavoravano con successo la seta e il velluto, che Bartolomeo Spinola trafficava sia con la lana che con lo zucchero.

Queste società solitamente non attuavano mai prima di avere le informazioni necessarie affinché un negozio potesse andare a buon fine. Pertanto, comunicazione e contatti, scambi di notizie e public relation, come diremmo oggi, erano alla base del loro successo. Intermediari che prestavano anche denari degli altri, risorse che si trovavano disponibili generalmente nelle fiere italiane.

I banchieri, dunque, erano gli interlocutori della Real Hacienda spagnola, coloro che decidevano come organizzare una provvigione, come trasferire i soldi richiesti, etc., garantendo con la propria reputazione quel particolare affare.
Ogni banchiere aveva un obiettivo da perseguire, un dato interesse da difendere, una società cui far capo. Società che, accadeva talvolta, operavano insieme quando si trattava di grossi affari, o grosse partite di merci, o quando il rischio era così grande da dover agire congiuntamente per suddividere il pericolo.

Ma le cose andavano ben oltre.

Per salvaguardare e aumentare i loro capitali, i matrimoni facevano parte del gioco, vuoi fra gli stessi mercanti genovesi residenti sia in Spagna sia a Genova, vuoi fra genovesi e spagnoli, e non sempre di sangue nobile. Esempio sono le due figlie di Giulio Spinola sposatesi con due banchieri genovesi già residenti nella corte madrilena.

La famiglia Spinola, Giulio in particolare, era in affari con la Corona dalla fine del 1590, famiglia che accettava depositi dai privati, pagando, in quella prima decade del 1600, finanche un interesse del 7% annuale, denari che a loro potevano rendere anche un 15% (2).

Ottavio Centurione era uno dei pochi a negoziare con il re asientos milionari – una volta, si dice, anticipò al re 10.000.000 di scudi -, a differenza degli altri concorrenti i quali si dedicavano a operazioni di relativamente piccolo credito. Famiglia Centurione che, per esempio, era stata pioniera, nella figura di Matteo e poi di Gaspare, nella produzione e commercio di zucchero in Brasile dalla metà del XVI sec.

Carlo Strata, giunto in Spagna ancora giovane, e iniziando la carriera come agente di Ambrogio Spinola, era riuscito ad avere completa fiducia da parte di Filippo IV (1605-1665), lavorando a stretto contatto, tanto che il re fu ospite a casa sua (3). Persone capaci di stipulare con lo stato spagnolo contratti contenenti decine di clausole, di chiuse, di condizioni per salvaguardasi le spalle.

Casa de contratación de Sevilla

Casa de contratación de Sevilla

Con il passare degli anni, i banchieri giunti nel paese iberico alla fine del ‘500 principi del ‘600 iniziarono a invecchiare, per cui si cercavano i sostituti, i continuatori, problema di difficile soluzione.

Carlo Strata morì nel 1639, l’anno dopo suo cognato e un suo stretto amico collaboratore, poi nel 1643 Antonio Balbi, Bartolomeo Spinola nel ‘44, e così via. In pochi anni, chi aveva realizzato una forte e sicura economicamente compagine di banchieri lasciava per causa di forza maggiore i propri negozi, privando la corona spagnola di un valido e sicuro appoggio finanziario.

Quasi nessuno dei successori proseguì con le attività: i vecchi mercanti, che avevano fatto esperienza sul campo giorno dopo giorno, avevano creato società a loro immagine e somiglianza, con il loro modo di vedere e fare affari, avevano dato alle compagnie un’impronta personale difficile da mandare avanti, erano rimasti in contatto con Genova, formato aziende basate sulla famiglia, sui legami.

Non furono quindi le bancarotte della corona – quanto meno non la causa principale -, ricordiamo quella di Filippo IV nel 1627, a creare la caduta di una generazione di banchieri, giacché quasi nessuno, forse escludendo Vincenzo Squarciafico, si vide gravemente coinvolto.

Accadde pertanto che gli eredi non fecero altro che pagare i creditori, azzerare le spese, litigare con la Contaduría Mayor de Cuentas e chiudere, salvo pochi casi, le società.

L’epoca d’oro dei banchieri genovesi a Madrid, che erano riusciti a proporre imprese solide, confidabili, serie, capaci di stare ai passi con le richieste reali, essere competitive, era in declino.

Lettera di cambio prestampata, 1650, Monte dei Paschi di Siena.

Lettera di cambio prestampata, 1650, Monte dei Paschi di Siena.

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- 1. Felipe Ruiz Martin, La banca en España hasta 1782, in VV.AA. El banco de España. Una historia económica, Madrid, 1970, pag. 45.
– 2. Silvano Ghilino, Un banchiere del ‘600: Stefano Balbi. Affari di stato e fiere dei cambi, Università di Genova, 1996, pag.121.
– 3. Dominguez Ortiz, Politica y hacienda de Felipe IV, Pegaso, Madrid, 1983, pp. 114-116.

Aug 102011
 

Come la maggior parte dei sovrani e dei nobili dell’epoca, anche Carlo V (1500-1558) era un amante della caccia, pronto a intraprendere “sacrifici” pur di portare a casa un lauto bottino.

A Bologna, il 24 febbraio 1530, Carlo V è incoronato da papa Clemente VII re d’Italia e imperatore, un evento che, seppur in parte simbolico, segna un passo importante nella sua vita. Nello stesso anno, il suo nemico di sempre, Francesco I, sposò sua sorella, Eleonora, vedova di Emanuele I del Portogallo.

Bene, dicevano della caccia.

Il 27 marzo 1530, a quasi un mese dall’incoronazione, Carlo accettava l’invito a caccia del marchese di Mantova, a Marmirolo. Si dice che diecimila persone (?) (1) presero parte alla battuta, una battuta tanto rumorosa che la selvaggina fuggì, risolvendo il tutto in un fiasco. Fu tanta la delusione del sovrano che poco dopo accolse ben volentieri un’altra proposta, stavolta dai Gonzaga, nella loro piccola riserva. In questa occasione fu più fortunato, uccise un cervo con un giavellotto.

Caccia in onore di Carlo V, Lucas Cranach, 1544

Caccia in onore di Carlo V, Lucas Cranach, 1544

Nel dipinto di sopra, Caccia in onore di Carlo V di Lucas Cranach il Vecchio (1472-1553), del 1544, notiamo – a sinistra in basso vestito di nero – proprio il sovrano con in mano una balestra intento a cacciare. Accanto a lui decine di cacciatori, vestiti all’uopo, con stivali per entrare negli acquitrini, con armi bianche, sono pronti a uccidere cervi, cinghiali, una gara di abilità e resistenza che metteva a “dura prova” i partecipanti. Carlo V non era di meno, circondato da mute di cani e amici fedeli, attendeva il suo turno.

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- 1. C. Giardini, M. Paltrinieri, Carlo Quinto, Mondadori, Milano, 1970, pag. 28.

Jul 292011
 

Sappiamo che gli scambi di mercanzie sono oggi uno dei fattori di sviluppo economico, e non di meno lo erano nei secoli passati. E quando un paese entrava in guerra con un altro, generalmente, le attività commerciali diminuivano e spesso si bloccavano, un modo – anche ma non solo – per costringere il nemico a trattare.

Parte orientale dell’impero portoghese

Durante il XVI secolo erano stati i portoghesi ad avere una posizione privilegiata nella distribuzione delle spezie in Europa, lottando con i veneziani che godevano di una ubicazione avvantaggiata territorialmente e di abili mercanti. Ai principi del Seicento gli olandesi, che iniziavano a vivere la loro epoca d’oro, erano, poco a poco, penetrati nelle zone asiatiche, togliendo al Portogallo sia il controllo della produzione delle spezie, sia la vendita in Europa. La efficiente attività e l’intraprendenza imprenditoriale olandese aveva fatto sì questi avessero in mano buona parte del mercato europeo delle spezie, determinando, per quanto possibile, i prezzi. Una certa importanza aveva avuto la Compagnia Olandese delle Indie Orientali, fondata nel 1602.

“[… ] Amsterdam poteva dichiarare in un messaggio agli stati generali che la Repubblica, per mole di scambi e numero di navi, superava di gran lunga Inghilterra e Francia.” (1)

Prezzo delle spezie in Spagna fra il 1601 e il 1700

Nel 1621 gli spagnoli entrarono in guerra con le Province Unite, fermando immediatamente le importazioni dei prodotti che venivano da quei paesi, in tal modo la Spagna si trovò a corto di pepe, cannella, chiodi di garofani, e via dicendo. Ma non solo, quelle poche libbre che riuscivano a entrare o esistevano già nei depositi dei commercianti ebbero un’impennata di prezzo notevole. Da considerare altresì che la città portoghese (2) di Goa, in India, fu in stato di assedio olandese a partire dal 1636 e per nove anni, motivo per cui arrivavano in Europa ben pochi carichi, a tal punto che nella Borsa di Amsterdam il prezzo del pepe salì da 60 fiorini le 100 libbre a 175. In più: il 1640 segnò anche l’uscita del Portogallo dalla corona spagnola, paralizzando i traffici fra i due paesi iberici e incidendo nei prezzi delle spezie, si pensi che fra il 1641 e il 1650 quasi si duplicarono. Nel 1662 Filippo IV (1605-1665) decise, oltre a sospendere i pagamenti, bloccare economicamente il Portogallo, quindi le merci da lì provenienti, le ripercussioni dei paesi europei furono immediate, opponendosi con risoluzione alle disposizioni del sovrano spagnolo. Il re fu pertanto costretto l’anno seguente a revocare l’ordine, vista la situazione che si era venuta a creare.

Finanche le guerre anglo-olandesi e franco-olandesi ebbero ripercussioni negative dirette e indirette nei traffici con la Spagna, e nella distribuzione delle spezie, infatti vari porti dei paesi in lotta erano controllati dagli avversari e non si permetteva il carico-scarico delle mercanzie. Per esempio, la via di Amburgo, in Germania, fu durante un buon periodo ostacolata, avendo negato gli inglesi il passaggio delle navi.

Poi, nel 1663, Amsterdam fu colpita dalla peste, il cui culmine fu l’anno seguente, cosicché le navi procedenti dalla città non potevano entrare per legge nei porti spagnoli, addirittura a Malaga si ordinò cannoneggiarli (3).

I prezzi delle spezie continuavano a oscillare, legati, com’erano, agli andamenti politici degli stati. Quando la monarchia spagnola intervenne nel 1673 nella guerra franco-olandese del 1672-1678, appoggiando i secondi, cannella e chiodi di garofano furono i prodotti più colpiti, aumentando il loro prezzo di vendita. Pur in questa situazione, bisogna tener conto che talvolta le merci, dovendo saltare ostacoli di origine diplomatica, facevano dei percorsi insoliti e più lunghi: si registra, per esempio, un carico di cannella che, imbarcata da Isaac Brainer per la società Kies e Jäger nella città di Amsterdam, passa da Genova per infine entrare a Barcellona (4). In tutto ciò, non sottovalutiamo l’interesse dei commercianti olandesi a controllare il mercato spagnolo delle spezie, un mercato ricco che permetteva lauti guadagni, guadagni che potevano essere impiegati per diversificare gli investimenti o per ripartire i pericoli in più attività.

Cadice e zone limitrofe ricevevano fra il 40 e il 50% delle spezie provenienti dalle Province Unite, mentre nei porti del Cantabrico il 35-40%, poca cosa in quelli del Mediterraneo, fra cui Alicante, per seguire con Malaga e Barcellona. Cadice era inoltre il porto da cui salpavano le navi dirette vuoi nei paesi del mediterraneo, vuoi verso le coste atlantiche, così come Bilbao deteneva 80% delle esportazioni, città con un buon porto e ben comunicata anche via fluviale.

*****
– 1. Johan Huzinga, La civiltà olandese del Seicento, Einaudi, Torino, 2008, pag. 16.
– 2. Si ricorda che il Portogallo fu in mano spagnola dal 1580 al 1640.
– 3. Quintana Toret, F. J., La crisis del comercio malagueño en la transición del siglo XVII al XVIII (1678-1714), Baetica, 7, 1984, p. 286.
– 4. Archivo General de Simancas, Guerra Antigua, leg. 3572. Registros del año 1674.
– La tabella è tratta da: Juan A. Sánchez Bélen, El comercio Holandés de las especias en España en la segunda mitad del siglo XVII, in Hispania, n. 236, vol. LXX, 2010, p. 637.

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