Dec 192012
 

di Ivana Palomba

Louis François Armand de Vignerot du Plessis duca di RichelieuQuesta prelibata salsa dal sapore delicato, delizia del palato e degli occhi, è attestata nel nostro lessico dal 1905, prestito dal francese mayonnaise, documentato dal 1807.
La sua storia, almeno la più accreditata dai linguisti, è strettamente legata ad una delle battaglie più ardimentose di Francia e al nome di Louis François Armand de Vignerot du Plessis duca di Richelieu (1696-1788), pronipote del grande cardinale.
Il duca, sempre azzimato e profumato come un damerino, era il dominatore assoluto della scena galante del suo tempo tanto che ingelosì due monarchi, ingannò alcune centinaia di mariti e subì quattordici mesi di detenzione per le eccessive attenzioni nei confronti della duchessa di Borgogna.
Nonostante i suoi eccessi amorosi, le biografie parlano di ben cinquecento femminee torri crollate sotto il suo ardimento, trovò anche il tempo di partecipare all’assedio di Friburgo (1713), di combattere con valore in varie campagne (1733-1734) e nella guerra per la successione d’Austria, meritandosi il bastone di maresciallo di Francia (1748).
Le memorie della sua vita, contenenti un fedele ritratto dell’ambiente di corte durante la Reggenza e sotto Luigi XV, furono compilate sulla base di suoi appunti da Jean Louis Soulavie (1753-1813), abate letterario di dubbia reputazione.

Gli anni precedenti la guerra dei Sette Anni (1756-1763) vedeva la rivalità coloniale tra Francia e Inghilterra farsi sempre più accesa poiché le navi inglesi facevano da padrone nel Mediterraneo rendendo sempre più dura la vita ai vascelli francesi.
Durante uno dei soliti festini, cui era solito partecipare ed esserne il centro di eleganza e facezie, il duca propose al re di togliere Minorca agli inglesi.
La proposta che all’inizio sembrava una boutade fu invece approvata in pieno dal monarca che permise al duca di condurre in prima persona l’impresa.
Agghindato come andasse a una festa, Richelieu partì da Tolone e il 18 aprile1756 sbarcò a Port Mahon cominciando l’assedio alla cittadella fortificata.
Il duca però non aveva fretta e trovato un angolino ben riparato dai cannoni inglesi, di mare e di terra, fece approntare il campo che ben presto assunse il carattere di un gaio festino, con pasti pantagruelici e spassose rappresentazioni su un teatrino improvvisato, allietato dalla presenza delle belle minorchesi che avevano applaudito alla bandiera gigliata francese.
Piatto comune era il pesce, data la naturale abbondanza a portata di mano, anzi di acqua, ed ogni giorno era ammannito in maniera diversa.

Un giorno, il cuoco del maresciallo presentò il pesce con una salsa a base di olio e tuorlo d’uovo, preparata a freddo perché il fuoco acceso avrebbe attirato i colpi di moschetto, che fu graditissima da tutta la brigata.
Fu un vero e proprio trionfo che Richelieu battezzò “sauce mahonnaise” a imperituro ricordo del luogo dove era stata presentata per la prima volta rimpiazzando così la “bayon-naise” salsa di Bayonne. Il tempo ha poi trasformato mahonnaise in majonnaise.
La storia ci dice poi che l’assalto al forte di San Filippo avvenne il 28 giugno 1756 con la vittoria dei francesi, mentre la salsa maionese avrebbe vinto una ben più duratura battaglia, quella del palato.

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Bibliografia:
- Dizionario della letteratura francese, 2002, ad vocem .
- Aldo Gabrielli, Dizionario dello stile corretto, Mondadori, 1960.
- Louis François Armand Du Plessis Richelieu (duc de), François Barrière, Jean Louis Giraud Soulavie, Memorie del duca de Richelieu, Société des bibliofili, 1903.

© Ivana Palomba

Oct 162012
 

Sebbene lo abbiamo ripetuto più di una volta, vale sottolineare che la Storia è un immenso mosaico dove ogni tassello contribuisce a completare, nella sua dipendenza-interdipendenza, un insieme, un grande insieme che comprende ogni operato umano che travalica limiti di spazio e tempo.
Ebbene, dopo una serie di articoli dedicati al Barocco in Italia e in Europa, diamo uno sguardo a cosa avvenne nelle terre che videro Colombo qualche secolo prima. Con la scoperta dell’America, dall’Europa emigrarono non solo militari sacerdoti nobili mercanti, ma anche artisti, pittori e architetti che portarono nelle nuove terre caratteristiche tipiche dell’epoca tardo-rinascimentale e barocca, almeno nel periodo che va dal XVII al XVIII sec., epoca da noi trattata in queste righe.
L’America latina, influenzata dalle mode europee, sviluppò un’arte che potremmo chiamare meticcia, un’arte nata dalla confluenza delle esperienze italiane francesi spagnole portoghesi, e via dicendo, con quelle indigene, del folclore popolare, dove temi religiosi del vecchio continente venivano raffigurati alla luce della cultura locale. Un’arte piena di colori, luminosa, forse priva di pietismo.
Il Cusco, in Perù, fu sicuramente una di quelle realtà in cui si istallarono ben presto scuole di pittura di scultura di architettura, scuole che vedranno, per fare qualche esempio, il leccese Matteo Pérez de Alesio (1547- 1628?) – ricordiamo buona parte dell’Italia meridionale essere, in quell’epoca, parte della Spagna – giungere a Lima nel 1588 e aprire un “Centro Sperimentale” con il fine di preparare pigmenti a modo europeo. Fra i suoi discepoli annotiamo: Pedro Pablo Morón, Domingo Gil, Francisco García, Francisco Bejarano.
Così come il romano Angelino Medoro (1567-1633), di sicura influenza fiamminga, fermatosi per qualche anno in Colombia, viaggiando finanche in Perù ed Ecuador, che influenzò le opere del tempo, opere che rispecchiavano un tardo-rinascimento, un primo accenno di Barocco, stili giunti nell’America latina con un ritardo, se ritardo potremmo chiamarlo, di una cinquantina d’anni, intorno la fine del XVII sec. Modelli da tenere in considerazione erano certamente quelli di Murillo, di Zurbarán, Rembrandt, e tanti altri.
Dal Cusco partirono non solo artisti, ma anche correnti di pittura che si propagarono per l’area andina e oltre, dalla Colombia al Perù, dall’Ecuador al Venezuela a Panama al Cile all’Argentina. Stili che, sebbene in un primo tempo legati agli europei, poco a poco – siamo intorno ai primi del XVIII sec. – se ne distaccarono, anche perché i pittori iniziavano a essere locali, indigeni, nativi, perdendo il contatto con l’Europa e dando vita a una propria tendenza, in cui talvolta si raffiguravano scene campestri poco reali, fantasiose, dove le madonne erano nere così come i Gesù bambini, dove gli angeli indossavano pregiati vestiti e gli arcangeli caricavano armi da fuoco. Fantasie locali palesate tramite soggetti europei, soggetti iconografici che desideravano essere l’espressione del sentimento indigeno. Opere che non hanno nulla da invidiare a quelle prodotte in Europa.

La Madonna della montagna, anonimo, XVIII sec.

Sep 152012
 

di Daniela Nutini

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Juan Borgia, figlio prediletto di papa Alessandro VI Borgia, oltre ai possedimenti e al ducato di Gandìa, aveva ereditato alla morte del fratellastro Pedro Luis anche la promessa sposa Maria Enriquez de Luna, cugina del re di Spagna, e con lei la protezione regale spagnola.
Si avviano così le nozze, sontuosissime per volere del papa. Juan ha sedici anni e la fidanzata attende con gioia quello sposo, che arriva bello, ridente, con le mani ricolme di doni. Anche lei ha sedici anni e il padre è don Enrico Enriquez, cugino del re, che qualche mese prima si era fatto un caso di coscienza per la moralità papale, tanto da richiedere una curiosa lettera di esaltazione e giustificazione a favore dei Borgia. Persuaso, don Enrico dette via, a Roma, alle preparazioni cui il papa aveva dato tutto il credito possibile. E sovrintendeva di persona l’allestimento del corredo del figlio: pellicce di lince, zibellino, vaio e broccati, e velluti e rasi, arazzi, argenterie, tappeti, e poi i gioielli come ci informa Gianandrea Boccaccio: perle grossissime, rubini, smeraldi, zaffiri, legati in collane e anelli. Tutto per Juan. Inoltre il padre si preoccupava molto anche del comportamento del figlio affiancandogli don Ginès Furia e Mossen Jayme Pertusa, suoi fidatissimi, con una lista di ordini che avrebbero regolato la vita di Juan una volta sbarcato in Spagna, pena la scomunica se qualcosa non fosse andato per il verso giusto. Il papa conosceva bene gli usi della sua terra natale, ma conosceva anche la sventatezza del figlio amatissimo: troppe infatti le proibizioni di uscire di notte, giocare ai dadi e alle carte, di toccare le rendite del ducato e le esortazioni a comportarsi bene con la sposa. In Spagna ci sarebbe stato poi il vescovo di Oristano, suo parente, a sovraintendere meglio.
Ed ecco che Juan parte, ma lo raggiunge subito, a Civitavecchia, un messaggio del padre che gli intima di curarsi, nella traversata, la carnagione e i capelli, di vestirsi bene e di mettersi i guanti perché la salsedine non avesse a rovinargli le mani, dato che in Spagna si fa gran caso alla loro morbidezza e bianchezza.
Infine, il 24 di agosto 1493, il duca approda a Barcellona, dove l’attendono la sposa col padre. Il matrimonio avviene alla presenza dei reali di Spagna. Gli sposi partirono poi per Valencia e quindi per Gandìa. L’abitazione dove essi vissero, consumando la loro breve e appassionata storia, si può ancora visitare, con la sua nobile scala scoperta, il salone d’armi a travature dipinte e lo stemma dei Borgia col toro e le fasce e a cui fa da contrappunto, nella piccola cappella, lo stemma reale di Maria Enriquez, i castelli di Castiglia e il leone aragonese.
Vi erano stati dissapori tra il padre e Juan, lettere di accuse e di scuse, presunte spese pazze del duca e sue scappate notturne, ma il tutto venne tacitato dall’annuncio che stava per nascere l’erede del Ducato di Gandìa. Qualche anno dopo Juan veniva richiamato in patria dal padre, trovando la morte efferata (1497) che sappiamo, forse per mano del fratello Cesare.
E per lo stesso Cesare si profilò in un primo momento, dopo la riduzione allo stato laicale, l’ipotesi di sposare la vedova del fratello, cosa che fu rigettata con orrore dalla stessa Maria, perfino dalla corte spagnola fu fatto sapere che non ci pensassero nemmeno in Vaticano ad una simile ipotesi.
Maria Enriquez dedicò tutta la sua vita al culto del marito, racchiusa nel suo palazzo di Gandìa, con quelle preghiere ardenti e tristi che accompagnarono i suoi giorni, e alla cura per i figli, i piccoli Juan II e Isabella, una bambina nata probabilmente in assenza del padre e che il giovane duca non poté mai vedere. In quanto a Juan II, ebbe in sorte di tenere alto il nome dei Borgia con il figlio Francesco, consigliere di Carlo V, quarto Generale della Compagnia di Gesù in Spagna, e che poi assurgerà agli onori dell’altare: San Francesco Borgia.
Maria Enriquez rimase comunque sempre in contatto con la famiglia del marito. Fu sempre in corrispondenza con Lucrezia e sappiamo come si scambiassero doni. Quando già era duchessa di Ferrara, Lucrezia ricevette per esempio “due casse, una piena di odori e di oli e l’altra di confezioni di zucchero”, certamente dolci spagnoli pesanti di zucchero e miele, oli di bergamotto e gelsomino, estratti di fiori di arancio, cui ella rispondeva con un dono di un rosario di corallo rosa, per la cognata che si era ritirata in convento alla maggiore età del figlio Juan. E anche don Enrico Enriquez era passato dalla corte di Ferrara, ricevendone magnifici doni, assicurando la duchessa della sua somiglianza con il nipotino Juan. Lo sventurato Juan riviveva nell’amore della moglie e della sorella, uniche testimoni rimaste della sua breve, abbagliante e infelice vita.

© Daniela Nutini

Sep 122012
 

Merce di valore, prodotto altamente redditizio, la tratta degli schiavi è stata, nel trascorso della storia, e in particolare nell’epoca da noi studiata in questo blog, Moderna, pratica frequente e diffusa, accordata dai diversi governi e perfino dalla Chiesa cattolica. Nel 1452, papa Niccolò V (1397-1455), con la bolla Dum Diversas (»»qua), legittimava

[...]

… autore azzarda indicare cifre che vanno intorno ai 3 milioni, fra uomini donne bambini, altri molto meno (»»qua), altri ancora indicano solo qualche centinaio di migliaia (»»qua).

Cartagena de Indias, in Colombia, sarà, almeno dal 1595 al 1615, uno dei pochi porti autorizzati…

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Sep 072012
 

di Ivana Palomba

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“Quinta colonna” ci rimanda oggi all’omonimo programma televisivo, ma l’espressione, col significato di sabotaggio, ebbe un’immensa fortuna durante la seconda guerra mondiale quando già pochi ne ricordavano l’origine.
Il modo di dire, ampiamente diffuso dai media, indica un corpo clandestino che agisce dietro le linee nemiche e veniva spesso usato, in senso figurato, anche nel linguaggio politico per designare spie e traditori potenziali.
La locuzione risale al tempo della guerra civile spagnola (1936-1939) e lo storico Hugh Thomas, autore della “Storia della guerra civile spagnola”, sostiene che si deve al generale franchista Emilio Mola Vidal.
Entrambi i contendenti – scrive Arrigo Petacco – considerarono la guerra civile spagnola al pari di una crociata:

«La destra si batté per ristabilire il vecchio ordine, per eliminare i “rossi” – come genericamente venivano definiti gli avversari – e per ridare vita a una Spagna pura, monarchica e cristiana; la sinistra si batté per sostenere la giovane Repubblica democratica, ma anche per trasformarla in una repubblica sovietica». (1)

Nell’ottobre del 1936 l’esercito nazionalista del generalissimo Franco stava puntando su Madrid, in mano alle truppe governative repubblicane, e Mola, comandante delle divisioni operanti nella zona settentrionale, disse alla radio in tono trionfalistico che quattro colonne dell’esercito di Franco stavano convergendo sulla capitale, ma che a liberare Madrid sarebbe stata la quinta colonna, quella già in città formata da simpatizzanti della causa nazionale.
Anche se poi la storia ci dice che la capitale spagnola non cadde e Mola non bevve quel caffè nel centro di Madrid, come aveva annunciato ai giornalisti accreditati a Burgos, l’espressione “quinta colonna” si diffuse rapidamente.

© Ivana Palomba

- 1. Arrigo Petacco, Viva la muerte!, Mondadori, 2010, Prologo.

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Bibliografia:
- Arrigo Petacco, Viva la muerte!, Mondadori, 2010.
- Lucio Ceva, Spagna 1936-1939. Politica e guerra civile, Franco Angeli, 2010.
- Hugh Thomas, Storia della guerra civile spagnola, Torino, Einaudi, 1963.
- Bernard Delmay, Usi e difese della lingua, L. S. Olschki, 1990.

Jul 272012
 

Una delle tante conseguenze a seguito della scoperta da parte di Colombo delle Nuove Terre fu quella del variare e migliorare, in un certo qual modo, il regime alimentare degli europei, vari furono infatti i prodotti che si importarono da regioni che taluni consideravano sottosviluppati, prodotti che, arrivando sulle mense, ebbero nel lungo periodo un forte e vigoroso impatto sulle nostre società.
Tra i primi vegetali ricordiamo il peperoncino, il capsicum, la cui diffusione fu veloce in tutto il regno di Carlo V e indi di Filippo II, raggiungendo addirittura l’Asia, le Molucche del Nord, una pianta facile da coltivare, sia pure cresciuta in vaso, che poteva sostituire, dissero, alcune spezie. Della pianta ne parla Cristoforo Colombo nel suo diario in data 15 gennaio 1493 (Martes, 15 de enero).
Anche i fagioli, diversi dai nostrani europei giacché più grossi resistenti e molto produttivi, furono ben presto accettati e diedero un ulteriore contributo all’apporto di proteina vegetale della dieta di allora, comparendo finanche nei ricettari dell’epoca, per esempio in quello di Cristoforo da Messisbugo e di Bartolomeo Scappi…

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Mar 292012
 

Hernan Cortes e La Malinche incontrano Moctezuma, nov. 1519

- Agosto 1511;
- Penisola dello Yucatán – Messico

Una caravella spagnola, Santa Maria de la Barca, naufraga in quelle coste, una forte tempesta costringe i circa 16 passeggeri a rifugiarsi, dopo un paio di settimane in balia delle onde e delle maree, a Quintana Roo, di fronte all’isola di Cozumel, terre abitate dai maya. Fra coloro che si salvano vi sono Gonzalo Guerrero (1470?-1536) (»»»qua abbiamo parlato di lui) e Gerónimo de Aguilar (1489-1531), che vengono fatti prigionieri. Affrontate varie disavventure, i due si integrano, ognuno a proprio modo, con i maya: mentre Gonzalo prende sposa e fa tre figli, Gerónimo, rimasto schiavo, pensa sempre alla fuga e ritornare dai suoi. Nel frattempo i due apprendono la lingua dei nativi, i loro costumi, le loro usanze, le loro tradizioni.
Circa sette anni dopo, febbraio 1519, Hernán Cortés sbarca in quelle zone e viene a sapere di due “uomini con la barba”. Offrendo un riscatto per riavere gli spagnoli indietro, si vede tornare Gerónimo, ma non Gonzalo, oramai convertitosi addirittura alla religione maya. Il de Aguilar conosce benissimo il linguaggio dei maya, tanto bene che sembra avesse una diversa intonazione linguistica nel riparlare, dopo tanto tempo, lo spagnolo. E Cortés lo adopererà come interprete insieme a una donna, una donna indigena, La Malinche…

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Feb 272012
 

Dopo trent’anni di battaglie, protestanti e cattolici si siedono per dare atto a una pace che si iniziava oramai da tempo a desiderare. Eppure, ancora una volta divisi: protestanti che si riuniscono a Osnabrück (15 maggio 1648) – Svezia e Impero -, mentre cattolici a Münster (24 ottobre 1648) – Francia e Impero, Provincie Unite e Spagna. I due trattati prendono nome di Pace di Vestfalia (1648).
La Guerra dei Trent’anni (1618-1648) aveva visto buona parte dell’Europa devastata da saccheggi, razzie, epidemie, morti a migliaia, campagne con poca manodopera disponibile, un’economia al limite della sussistenza, un’Europa – almeno alcune nazioni centrali – che per riprendersi avrà bisogno di circa un secolo. Tutto per una guerra inizialmente, e si suole dire l’ultima, a sfondo religioso.
La Spagna ne esce malconcia, il suo secolo d’oro sfuma, la sua economia è alle strette; Svezia e Francia, così come le Provincie Unite che conquistano la loro indipendenza, prendono atto del loro buon periodo di sviluppo sociale ed economico; la Svizzera ottiene la sua indipendenza dall’Impero; l’Inghilterra, intervenuta ben poco, rimarrà sulle sue con i problemi interni di origine politico-sociale.
Fra le tante cose, potremmo affermare che a partire da questi anni inizia a formarsi l’idea della sovranità degli stati, al di là della fede dei singoli regnanti, e quella che nessuno stato dovrà essere tanto potente, da solo o in alleanza con altri, da poter imporre la propria volontà  (1).
La religione cattolica, sebbene ancora forte, si vede costretta a indietreggiare davanti al concetto della libertà religiosa: ognuno era libero di scegliere la propria fede indipendentemente da dove viveva e, se lo riteneva conveniente per la propria credenza, poteva anche trasferirsi (2), si rispettavano, insomma, le minoranze religiose.
Se il Rinascimento era stato un punto di rottura con il passato Medioevo, e nuova presa di coscienza a carattere individuale, la pace di Vestfalia potremmo considerarla base di partenza a livello costituzionale, a livello statale, dove la sovranità nazionale e la conseguente integrità territoriale vengono messi in prima fila. Un continuum che ci porta all’oggi.

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- 1. http://www.lanacion.com.ar/441526-vigencia-de-la-paz-de-westfalia
- 2. http://www.dw.de/dw/article/0,,4280180,00.html

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Ratificazione del Trattato di Münster, 1648

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Una serie di documenti:

- La pace di Vestfalia fra “due tempi” storici.
La lezione del Trattato di Vestfalia del 1648.
- 1648: con la pace di Vestfalia nasce un nuovo ordine mondiale.
- mappa di eventi.

Jan 052012
 

Il sovrano azteca Axayacatl

Uno dei problemi che la Spagna di Filippo II dovette affrontare nella gestione delle Nuove Terre fu quello della comunicazione con gli indios americani, con le diverse lingue e dialetti che ivi si parlavano ancor prima della conquista iberica. Si calcola, pur in modo approssimativo, che le popolazioni del luogo adoperavano dai 400 ai 2.000 linguaggi diversi (1), una miriade di parole poco o del nulla chiare ai primi bianchi che presero contatto con quelle genti. Idiomi non tutti aventi la stessa importanza e diffusione, talvolta incomprensibili fra loro. Nell’impero Incas, per fare qualche esempio, il Quechua era la lingua ufficiale, così come nel Messico Azteca era il Náhuatl, e accanto a loro c’era poi lo Zapoteco, il Misteco, il Maya, e via dicendo. E non solo: con l’arrivo dei primi negri provenienti dall’Africa, la situazione sembrò peggiorare, altri idiomi, altri dialetti, altre parole ed espressioni si mescolarono per complicare ancor più la situazione. Tale era la varietà che qualche predicatore occidentale la paragonò alla proliferazione babelica del Vecchio testamento…

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Dec 262011
 

Il potere e l’influenza di Mazzarino non sono da sottovalutare, conquistata la fiducia della regina, ebbe un ruolo determinante negli avvenimenti europei del XVII secolo. Leggiamo come lo descrive Daniela Nutini.

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Giulio Mazzarino nella sua biblioteca

Si era in tempo di guerra, la Francia combatteva contro la Spagna e l’Impero. La Savoia era invasa dai francesi, mentre la peste – quella ricordata dal Manzoni – stava devastando Milano. Casale Monferrato era teatro di guerra e sarebbe caduta in mano ai francesi se, contro gli ordini precisi di Richelieu, i generali francesi non fossero stati fermati, proprio mentre attaccavano, da un abate a cavallo, che, sventolando da lontano un fazzoletto bianco, gridava, noncurante dei colpi di archibugio, ”la pace, la pace”. Quell’abate caracollante era l’inviato del papa, un meridionale, un giovanotto dai modi simpatici, dai capelli neri. Si chiamava Giulio Mazzarino.
Anna d’Austria aveva avuto la reggenza. Il potere nelle sue mani era troppo. Lo aveva voluto ma le pesava. Le piaceva restare a letto fino a mezzogiorno, farsi vestire con trine e pizze, mangiare cibi succulenti. Ingrassava. Profumi, sete, drappi, merletti, dolciumi: preferiva questo all’esercizio del potere. Anna contava tra i suoi ministri l’avvenente italiano che aveva galoppato a Casale davanti agli archibugi spianati di Crequì, e a cui Richelieu aveva procurato il cappello cardinalizio, raccomandandolo a re. E a lui si affidò.
L’educazione di Giulio Mazzarino era stata pagata dalla famiglia Colonna, di cui suo padre era maggiordomo. Aveva studiato al Collegio Romano dei Gesuiti e alla università di Alcalà, in Spagna, fatto diversi mestieri prima di arrivare ad essere canonico di San Giovanni in Laterano, legato pontificio alla corte di Francia ed infine segretario di Richelieu. Non fu mai ordinato prete, ma secondo i costumi del tempo poté essere cardinale. Mazzarino era energico, umile, squisitamente addobbato di porpora e merletti, e si trascinava dietro una interminabile coda di seta rossa: i valletti dovevano aspettare che fosse passata tutta prima di richiudere la porta. Assomigliava a Lord Buckingam, grande passione di Anna d’Austria, con il pizzo e lo sguardo pensoso di Richelieu. I suoi grandi occhi neri erano tutto fuoco. Era maestro di buone maniere, scriveva versi, recitava travestito da Pulcinella, aveva letto ed imparato moltissimo, era stato attentissimo agli insegnamenti politici del suo maestro. Quasi fosse un prodigioso commediante era capace di entrare in ogni grande parte e recitarla senza spogliarsi di quello stile plebeo che gli era naturale. Ma il suo colpo da maestro fu di conquistare il cuore della Regina.
Anna aveva quarant’anni ed era bella con i suoi occhi verdi, i suoi abbondanti e ricciuti capelli biondissimi, la sua pelle di un bianco latte e le splendide mani. Aveva avuto un matrimonio poco felice, senza amore e aveva bisogno di sentirsi adorata. Mazzarino, parlava un castigliano perfetto e la regina spagnola era estasiata dal poter conversare nella sua lingua. Lui mostrava di essere sopraffatto dall’amore: umile e devoto, dava l’impressione di sacrificarsi interamente alla causa della sovrana, in quei tempi torbidi della reggenza e della Fronda. La Regina lo amava appassionatamente ”con una passione che fu la follia dei suoi quarant’anni”. Aveva disprezzato l’amore di un gigante come Richelieu, trovandolo rigido e scostante, invece impazzì per il piccolo italiano. Si parla anche di un matrimonio religioso tra loro, officiato da Vincenzo de’ Paoli. Abbiamo inoltre del loro amore numerose testimonianze ed un carteggio tenerissimo dove si riscontra da parte di lui una dedizione incondizionata, quasi l’amore di un bel paggio per la sua splendente regina.
Ebbe anche una fortuna sfacciata Giulio Mazzarino: poté valersi di condottieri di straordinario valore per porre fine alla lunga guerra contro l’Impero e arrivare a quella pace di Münster così vantaggiosa per la Francia. Il duca di Enghien, nella battaglia di Recroi, sbaragliò tutta l’armata spagnola nei Paesi Bassi e il visconte di Turenne a Lens distrusse l’esercito dell’arciduca Leopoldo, gli tolse tutte le bandiere e centoventi cannoni e marciò su Vienna. Turenne fu il genio militare dell’epoca, secondogenito del duca di Bouillon, gli si aprì la carriera dei cadetti, il destino delle piume e delle cannonate e della morte a cavallo. A tredici anni le prime armi in Olanda, a trentatré in Italia il bastone di maresciallo. Marciò dunque su Vienna ma i negoziati posero fine a questa guerra: l’imperatore Ferdinando mollò tutto, paragrafo dopo paragrafo, firmando i Trattati di Westfalia con Francia e Svezia, mentre la Spagna continuava una solitaria e noiosa guerra di scaramucce per conto suo.
Mazzarino e Anna avevano così posto fine alla lunga guerra con l’Impero, ma non ebbero modo di riposarsi. Li aspettava la Fronda. Fu un moto di insofferenza un po’ di tutti i ceti e tutte le classi, in un paese stanco di guerra, economicamente esaurito che vedeva Mazzarino arricchirsi con la noncuranza dello straniero e il governo in mano ad una spagnola e ad un napoletano, un letterato avido di denaro, un porporato senza sacramenti. Il cardinale seppe fronteggiare la tempesta e conservare il regno per il giovane re Luigi: le sue espressioni concilianti, i suoi sorrisi da diplomatico disposto sempre a trattare, celavano la più ferma ed ostinata energia, una fedeltà tenace ai disegni, un lungo sogno di potenza. Spezzata la volontà e la forza dei nobili francesi e del Parlamento, si aprirono anni di buon governo e di fasto. Mazzarino fece venire da Roma le sue due sorelle, Margherita Martinozzi e Geronima Mancini e i nipoti. Vi erano tre ragazzi e sette ragazze, dette le “Mazzarinette” e “Mancinette, che furono ricevute a corte come vere principesse, divennero compagne di giochi fisse del piccolo re e di suo fratello e la regina si occupò personalmente della loro educazione, trovandole assai graziose. Per il cardinale erano una carta da giocare nella buona società, con sorvegliati e brillanti matrimoni, che gli avrebbero procurato preziose alleanze: “i Grandi del regno già me le chiedono in spose”, diceva orgoglioso. E le nipoti lo assecondavano perché erano belle, avevano fascino e adoravano la vita mondana. Aggiunse il maresciallo di Villeroy: ”Ecco delle signorine che per ora non sono affatto ricche ma che ben presto avranno bei castelli, buone rendite, pietre preziose, vasellame d’argento e quadri importanti.”
Ma la storia del cardinale, delle Mancinette, delle Mazzarinette, del re e della regina e della piccola Mancini è tutta un’altra storia, tutta da raccontare.

©Daniela Nutini

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