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Il Nuovo Mondo e il problema linguistico

Il sovrano azteca Axayacatl

Uno dei problemi che la Spagna di Filippo II dovette affrontare nella gestione delle Nuove Terre fu quello della comunicazione con gli indios americani, con le diverse lingue e dialetti che ivi si parlavano ancor prima della conquista iberica. Si calcola, pur in modo approssimativo, che le popolazioni del luogo adoperavano dai 400 ai 2.000 linguaggi diversi (1), una miriade di parole poco o del nulla chiare ai primi bianchi che presero contatto con quelle genti. Idiomi non tutti aventi la stessa importanza e diffusione, talvolta incomprensibili fra loro. Nell’impero Incas, per fare qualche esempio, il Quechua era la lingua ufficiale, così come nel Messico Azteca era il Náhuatl, e accanto a loro c’era poi lo Zapoteco, il Misteco, il Maya, e via dicendo. E non solo: con l’arrivo dei primi negri provenienti dall’Africa, la situazione sembrò peggiorare, altri idiomi, altri dialetti, altre parole ed espressioni si mescolarono per complicare ancor più la situazione. Tale era la varietà che qualche predicatore occidentale la paragonò alla proliferazione babelica del Vecchio testamento.
Alfabetizzare dunque quella massa di persone non era certo semplice, compito che ricadde principalmente sui frati francescani e domenicani, frati che in un primo tempo cercarono di farsi capire tramite gesti e segni corporali, passando poco a poco all’interpretazione delle parole amerindie e alla traduzione allo spagnolo. Sembra che i bambini aiutarono in un certo qual modo i missionari, i quali, a contatto giornaliero e giocando con loro, si sforzarono comprendere il significato dei termini:

E avevano [i frati] sempre carta e inchiostro a portata di mano e, appena sentivano una parola detta dal piccolo Indio, la trascrivevano, insieme al significato che aveva la parola pronunciata.” (2).

Una pagina di "Arte para aprender la lengua mexicana" di Andrés de Olmos

Così, parola dopo parola, sia il Náhuatl sia il Quechua furono traslitterati al latino, un lavoro certosino e lento non facile, in quanto bisognava distinguere fra sostantivi, verbi, suffissi, meccanismi insomma del tutto ignoti ai predicatori.
La prima grammatica Náhuatl risale al 1547 e si deve al frate francescano Andrés de Olmos (1485-1571), quella Quechua al 1560 grazie al domenicano Domingo de Santo Tomás (1499-1570), e tantissime altre. Più o meno verso la fine del XVI secolo, la maggior parte delle lingue indigene avevano una grammatica e potevano essere intese. Tutto ciò non fu semplice, né prodotto di pochi anni o decenni, né si potevano in poco tempo sostituire lingue ancestrali con lo spagnolo, anche perché, fra l’altro, l’amministrazione coloniale non aveva le idee chiare al riguardo, basta solo riflettere sul fatto che i francescani erano propensi a divulgare, per esempio in Guatemala, più il Náhuatl che lo spagnolo. Nel 1550 un’ordinanza regia ordinava di insegnare il castigliano agli indios, poi, intorno al 1570, si ritornò a imporre il linguaggio Náhuatl, per vietare addirittura ai bambini indios la loro lingua madre nel 1590 e obbligare alla fine studiare lo spagnolo. Ma il problema dell’ispanizzazione durò ancora per lungo tempo e addirittura lo stesso Filippo II era poco convinto nel costringere i nativi ad abbandonare definitivamente la loro lingua naturale.
Il tempo, l’evoluzione, farà infine la sua parte.

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1. George Baudot, La vita quotidiana nell’America latina ai tempi di Filippo II, Rizzoli, Milano, 1996.
2. Fray Gerónimo de Mendieta, Historia Eclesiástica Indiana, I, cap. XXVII, pag. 75.


Mazzarino, un cardinale italiano in Francia

Il potere e l’influenza di Mazzarino non sono da sottovalutare, conquistata la fiducia della regina, ebbe un ruolo determinante negli avvenimenti europei del XVII secolo. Leggiamo come lo descrive Daniela Nutini.

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Giulio Mazzarino nella sua biblioteca

Si era in tempo di guerra, la Francia combatteva contro la Spagna e l’Impero. La Savoia era invasa dai francesi, mentre la peste – quella ricordata dal Manzoni – stava devastando Milano. Casale Monferrato era teatro di guerra e sarebbe caduta in mano ai francesi se, contro gli ordini precisi di Richelieu, i generali francesi non fossero stati fermati, proprio mentre attaccavano, da un abate a cavallo, che, sventolando da lontano un fazzoletto bianco, gridava, noncurante dei colpi di archibugio, ”la pace, la pace”. Quell’abate caracollante era l’inviato del papa, un meridionale, un giovanotto dai modi simpatici, dai capelli neri. Si chiamava Giulio Mazzarino.
Anna d’Austria aveva avuto la reggenza. Il potere nelle sue mani era troppo. Lo aveva voluto ma le pesava. Le piaceva restare a letto fino a mezzogiorno, farsi vestire con trine e pizze, mangiare cibi succulenti. Ingrassava. Profumi, sete, drappi, merletti, dolciumi: preferiva questo all’esercizio del potere. Anna contava tra i suoi ministri l’avvenente italiano che aveva galoppato a Casale davanti agli archibugi spianati di Crequì, e a cui Richelieu aveva procurato il cappello cardinalizio, raccomandandolo a re. E a lui si affidò.
L’educazione di Giulio Mazzarino era stata pagata dalla famiglia Colonna, di cui suo padre era maggiordomo. Aveva studiato al Collegio Romano dei Gesuiti e alla università di Alcalà, in Spagna, fatto diversi mestieri prima di arrivare ad essere canonico di San Giovanni in Laterano, legato pontificio alla corte di Francia ed infine segretario di Richelieu. Non fu mai ordinato prete, ma secondo i costumi del tempo poté essere cardinale. Mazzarino era energico, umile, squisitamente addobbato di porpora e merletti, e si trascinava dietro una interminabile coda di seta rossa: i valletti dovevano aspettare che fosse passata tutta prima di richiudere la porta. Assomigliava a Lord Buckingam, grande passione di Anna d’Austria, con il pizzo e lo sguardo pensoso di Richelieu. I suoi grandi occhi neri erano tutto fuoco. Era maestro di buone maniere, scriveva versi, recitava travestito da Pulcinella, aveva letto ed imparato moltissimo, era stato attentissimo agli insegnamenti politici del suo maestro. Quasi fosse un prodigioso commediante era capace di entrare in ogni grande parte e recitarla senza spogliarsi di quello stile plebeo che gli era naturale. Ma il suo colpo da maestro fu di conquistare il cuore della Regina.
Anna aveva quarant’anni ed era bella con i suoi occhi verdi, i suoi abbondanti e ricciuti capelli biondissimi, la sua pelle di un bianco latte e le splendide mani. Aveva avuto un matrimonio poco felice, senza amore e aveva bisogno di sentirsi adorata. Mazzarino, parlava un castigliano perfetto e la regina spagnola era estasiata dal poter conversare nella sua lingua. Lui mostrava di essere sopraffatto dall’amore: umile e devoto, dava l’impressione di sacrificarsi interamente alla causa della sovrana, in quei tempi torbidi della reggenza e della Fronda. La Regina lo amava appassionatamente ”con una passione che fu la follia dei suoi quarant’anni”. Aveva disprezzato l’amore di un gigante come Richelieu, trovandolo rigido e scostante, invece impazzì per il piccolo italiano. Si parla anche di un matrimonio religioso tra loro, officiato da Vincenzo de’ Paoli. Abbiamo inoltre del loro amore numerose testimonianze ed un carteggio tenerissimo dove si riscontra da parte di lui una dedizione incondizionata, quasi l’amore di un bel paggio per la sua splendente regina.
Ebbe anche una fortuna sfacciata Giulio Mazzarino: poté valersi di condottieri di straordinario valore per porre fine alla lunga guerra contro l’Impero e arrivare a quella pace di Münster così vantaggiosa per la Francia. Il duca di Enghien, nella battaglia di Recroi, sbaragliò tutta l’armata spagnola nei Paesi Bassi e il visconte di Turenne a Lens distrusse l’esercito dell’arciduca Leopoldo, gli tolse tutte le bandiere e centoventi cannoni e marciò su Vienna. Turenne fu il genio militare dell’epoca, secondogenito del duca di Bouillon, gli si aprì la carriera dei cadetti, il destino delle piume e delle cannonate e della morte a cavallo. A tredici anni le prime armi in Olanda, a trentatré in Italia il bastone di maresciallo. Marciò dunque su Vienna ma i negoziati posero fine a questa guerra: l’imperatore Ferdinando mollò tutto, paragrafo dopo paragrafo, firmando i Trattati di Westfalia con Francia e Svezia, mentre la Spagna continuava una solitaria e noiosa guerra di scaramucce per conto suo.
Mazzarino e Anna avevano così posto fine alla lunga guerra con l’Impero, ma non ebbero modo di riposarsi. Li aspettava la Fronda. Fu un moto di insofferenza un po’ di tutti i ceti e tutte le classi, in un paese stanco di guerra, economicamente esaurito che vedeva Mazzarino arricchirsi con la noncuranza dello straniero e il governo in mano ad una spagnola e ad un napoletano, un letterato avido di denaro, un porporato senza sacramenti. Il cardinale seppe fronteggiare la tempesta e conservare il regno per il giovane re Luigi: le sue espressioni concilianti, i suoi sorrisi da diplomatico disposto sempre a trattare, celavano la più ferma ed ostinata energia, una fedeltà tenace ai disegni, un lungo sogno di potenza. Spezzata la volontà e la forza dei nobili francesi e del Parlamento, si aprirono anni di buon governo e di fasto. Mazzarino fece venire da Roma le sue due sorelle, Margherita Martinozzi e Geronima Mancini e i nipoti. Vi erano tre ragazzi e sette ragazze, dette le “Mazzarinette” e “Mancinette, che furono ricevute a corte come vere principesse, divennero compagne di giochi fisse del piccolo re e di suo fratello e la regina si occupò personalmente della loro educazione, trovandole assai graziose. Per il cardinale erano una carta da giocare nella buona società, con sorvegliati e brillanti matrimoni, che gli avrebbero procurato preziose alleanze: “i Grandi del regno già me le chiedono in spose”, diceva orgoglioso. E le nipoti lo assecondavano perché erano belle, avevano fascino e adoravano la vita mondana. Aggiunse il maresciallo di Villeroy: ”Ecco delle signorine che per ora non sono affatto ricche ma che ben presto avranno bei castelli, buone rendite, pietre preziose, vasellame d’argento e quadri importanti.”
Ma la storia del cardinale, delle Mancinette, delle Mazzarinette, del re e della regina e della piccola Mancini è tutta un’altra storia, tutta da raccontare.

©Daniela Nutini

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»»»qua altri articoli di Daniela Nutini


Gli ebrei marrani, cenni

“Quanto alle vicende di Spagna,
i poveri sono sempre stati bene accolti nella nostra casa
e gli esuli trovavano rifugio sotto il nostro tetto.
Ebrei spagnoli, ospiti distinti e graditi,
passavano di continuo tra noi…
e mi raccontavano tutta la terribile storia dell’espulsione…”
(Eliya Capsali il Cretese, Seder ‘Eliyahu Zuta)

A volte rifletto che la storia economica dell’Europa nell’età moderna – epoca da noi investigata in questo blog – è, anche ma non solo, legata agli ebrei e ai loro flussi migratori, flussi, spesso e volentieri, indotti da volontà e forze esterne. I loro prestiti, i loro commerci, i loro interessi finanziari erano tali da poter far pendere il piatto della bilancia vuoi da una parte vuoi dall’altra: l’unione era un punto di forza. Gli imprenditori ebrei avevano un ruolo importante nei traffici del Mediterraneo, negli scambi commerciali con l’Oriente, così come nelle elezioni di certi imperatori – vedi Sacro Romano impero. Pepe, spezie, gioielli, stoffe, denaro, lettere di cambio, crediti, e via dicendo, furono gli articoli maggiormente negoziati, articoli che entravano e uscivano da determinate città o porti che agevolavano il loro commercio e permettevano sviluppare, più o meno liberamente, le loro attività; ricordiamo, in Italia, Ancona, Livorno, Pisa, Pesaro…
Sappiamo bene che l’editto di espulsione dalla Spagna del 1492, promulgato dai re cattolici, indusse gli ebrei a rifugiarsi sia verso il Portogallo che verso le terre del nord Europa, una migrazione temporanea, giacché proprio il Portogallo, qualche anno dopo, il 19 marzo 1497, costrinse loro battezzarsi la domenica successiva, almeno tutti coloro compresi fra i quattro e i quarant’anni. Ordine che causò scompiglio, panico, decisioni affrettate, oltre che umiliazione. Eppure, nonostante la conversione di alcuni alla fede cristiana, la vita in quelle terre non fu certo facile, accusati di professare segretamente la loro religione e sempre presi di mira o incolpati.
Vi furono città che, vedendo possibilità di sviluppo economico, incoraggiarono con leggi speciali accogliere comunità sefardite, provenienti dalla Spagna e dal Portogallo, città come, per fare un solo esempio, Venezia e Ferrara. Ma non sempre, giacché anche queste, a un certo punto della storia, sono costrette a rivedere le proprie decisioni: Venezia, nel 1550, decreterà la loro espulsione. E Ferrara ne accoglierà un buon numero, grazie alla protezione degli Estensi – in modo particolare Alfonso I (1476-1534) ed Ercole II (1508-1559) -, Ferrara, città in cui si sviluppò durante il XVI sec. un pacifico scambio culturale, religioso, fra sacerdoti cattolici e rabbini. Fra i grandi che vissero per qualche anno nella città emiliana, ricordiamo l’umanista Abraham ben Mordekai Farissol (1451-1525) e il medico Amato Lusitano (1511-1568), docente di botanica e anatomia. Poi, sul finire del ‘500, il clima cambierà e numerosi furono costretti a partire, taluni anche verso la lontana Turchia, pronta a ospitarli.
I marrani, gli ebrei battezzati, non avevano dunque un’esistenza pacifica: visti dalla parte cristiana erano sempre ebrei, visti dalla parte ebrea erano apostati, poco affidabili e poco credibili. Inoltre, loro stessi, gli stessi marrani, per continuare a mantenere relazioni con gli ebrei dovevano dimostrare essere, nella loro intimità, ancora ebrei, per non parlare degli squilibri, della sofferenza che portava l’esser stati obbligati a convertirsi. Una dualità che condurrà peraltro a problemi psicologici e a traumi esistenziali. Costretti com’erano a vivere in zone limitrofe alla città o in ghetti – ricordiamo quello di San Girolamo a Venezia voluto con un provvedimento del 1516 -, a girare con copricapo o con simboli che li identificavano, queste persone erano di solito considerate sospette e tenute sotto sorveglianza. Infatti, la bolla di papa Paolo IV (1476-1559), Cum nimis absurdum, ordinava loro, fra le altre cose, indossare segni di riconoscimento.
Coloro che abbracciarono il cristianesimo, lo fecero di malavoglia, cercando di perpetuare le loro tradizioni, come sempre, in forma orale, sostituendo i libri ebraici con la Bibbia, professando solo esternamente la nuova fede. E le donne, e gli anziani, svolsero un ruolo decisivo nella trasmissione delle tradizioni orali, poiché quando un ragazzo diventava adolescente, in grado cioè di mantenere un segreto, quello della loro vera fede, veniva iniziato nella sua vera credenza giudaica. Tradizione, oralità, credenza, memoria, elementi tipici di un popolo costretto a sfuggire alle persecuzioni. Da qui, l’importanza della parola ebraica Zakhar, ovvero ricordare, è tale che nella Bibbia è ripetuta nelle varie declinazioni ben 169 volte.

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La resa di Breda e Diego Velazquez

Dopo undici mesi d’assedio, Giustino di Nassau, comandante della piazzaforte olandese di Breda, consegna le chiavi della città agli assedianti spagnoli capeggiati dal genovese Ambrogio Spinola (1569-1630), esponente di una ricca e forte famiglia con interessi economici in Spagna. Giugno del 1625, l’esercito iberico ottiene una grande vittoria. Ricordo siamo in piena fase della guerra d’indipendenza dei Paesi Bassi.
Il pittore spagnolo Diego Velazquez (1599-1660) ne farà tema di uno dei suoi più riusciti quadri, La resa di Breda o Le lance (1634-35), una tela dove emergono e si palesano sentimenti in modo davvero notevole.
Con alle spalle un paesaggio desolato, devastato e pieno di fumi per incendi, Giustino di Nassau porge al nemico le chiavi di Breda, un gesto raffigurato con umiltà nell’intento di chinarsi rispettoso all’avversario, e, nello stesso tempo, Ambrogio Spinola conforta con una mano sulla spalla il nemico. La scena, a mio avviso avvolta in un delicato silenzio, è garbata e discreta, piena di umanità, se di umanità si possa parlare durante una battaglia, una scena in cui c’è ancora posto per una resa onorevole. L’elemento materiale che spicca fra tutti sono quelle lance alzate al cielo, sul campo destro del quadro per chi guarda, lance che spezzando la linea dell’orizzonte danno profondità e solennità all’insieme, lance che simbolizzano la forza delle truppe spagnole.

Diego Velázquez, La resa di Breda, 1634-35


Colombo, Ferdinando d’Aragona, Isabella la Cattolica e Giovanni II del Portogallo

Con la scoperta delle nuove terre americane da parte di Cristoforo Colombo (1451-1506) entriamo, secondo alcuni storici, nell’Età Moderna, quel periodo che va da fine Quattrocento a inizi Ottocento. Terminava così un’epoca, il Medioevo, e iniziava un’altra – ricordiamo che la storia è un continuum e che le periodizzazioni servono solo a scopo di studio -, epoca legata allo sviluppo della borghesia, alle nuove rotte commerciali, giacché il Mediterraneo perdeva la sua centralità economica, epoca che vedeva sorgere nuove potenze come la Francia, l’Inghilterra, l’Olanda e, con il passare dei secoli, vedeva tramontare il sole la Spagna di Carlo V e Filippo II che avevano ricevuto ingenti quantità di metalli preziosi proprio dai territori esplorati dal 1492 in poi.
Dicevamo di Colombo e dei suoi quattro viaggi verso la futura America, viaggi che avevano aperto, sarebbe meglio dire acuito e messo in risalto, il problema della schiavitù, che avevano condotto alla distruzione di vecchie civiltà, vedi Incas Azteca, che avevano portato in Europa nuovi prodotti agricoli come il mais, il pomodoro, la patata e via dicendo. Alcuni, questi elencati, elementi che caratterizzano la prima metà dell’Età moderna, ma che hanno dato l’avvio, fra le altre cose, a un forte rapporto di dipendenza-interdipendenza con le americhe, rapporto che continua ancora oggi.
Chi erano i contemporanei di Colombo? Che relazione avevano avuto con il navigante?
Di seguito un cenno ai sovrani con cui ebbe maggiori contatti.

Fra il 1484 e il 1485, Colombo presenta al re Giovanni II del Portogallo (1455-1495) la tesi secondo la quale è possibile raggiungere l’Oriente passando da Occidente. Il re, aperto alle novità e interessato alle scoperte, non rifiuta immediatamente il progetto, lo sottopone ai suoi esperti che, dopo averlo esaminato, lo escludono, forse perché, i portoghesi, impegnati in altre esplorazioni, forse perché in difficoltà economica, forse perché considerato troppo rischioso. Colombo, in effetti, aveva solo fatto un’esposizione generica, tralasciando particolari, per timore che gli fosse rubata l’idea. Ritornerà, nel 1489, a proporre le sue convinzioni.
In quegli anni, Bartolomeo Diaz doppiava Capo di Buona Speranza, 1487-88. Le navi portoghesi oramai navigavano lungo le coste dell’Africa occidentale con buona frequenza. Qualche anno dopo, 1498, Vasco de Gama, passando la punta africana, puntava verso il sud dell’India, aprendo nuove possibilità di traffico con l’Oriente, un nuovo modo per evitare di attraversare i paesi controllati dai turchi. Il Portogallo del XV secolo non era ancora un paese ben organizzato e urbanizzato, né aveva un’economia evoluta, possedeva invece una nobiltà forte e agguerrita, pronta ad arricchirsi, aperta, per quanto possibile, a investire nelle esplorazioni, esplorazioni patrocinate, qualche decennio prima, dal principe Enrico il Navigatore (1394-1460).

Colombo, convinto delle sue teorie, tenta la carta spagnola, ed è ricevuto da Ferdinando D’Aragona (1452-1516) e Isabella di Castiglia (1451-1504) che in quel mentre sono indaffarati a scacciare i mori e riconquistare la Spagna dopo 780 anni circa d’invasione. La commissione che esamina la proposta lo ascolta attentamente. Dopo varie incertezze – la tesi era considerata folle e inattuabile dai dotti dell’epoca – e pretese da parte del navigante – chiedeva tre navi e vari milioni di maravedi, oltre a esser fatto nobile, ecc. -, l’operazione va a buon termine, sebbene le casse reali fossero all’asciutto, considerata la recente conquista di Granada. Trovati i finanziatori, il navigante appronta le navi e salpa da Palos de la Frontera il 3 agosto 1492 (Diario di bordo »»»qua).
Al suo ritorno in Spagna, il 14 marzo 1493, scriveva ai sovrani:

“[…] Dopo 33 giorni dacchè partii da Cadice, giunsi al mare delle Indie, dove trovai molte isole assai popolate, delle quali, fatto il bando in nome del felicissimo nostro Re e spiegate le bandiere, nessuno opponendovisi, presi possesso. Alla prima diedi il nome del nostro divin Salvatore, con l’aiuto del quale giungemmo a questa ed alle altre tutte. Quella che gl’indigeni chiamano Guanahani e ciascuna delle altre io chiamai con nome nuovo: cioè l’una, isola di Santa Maria della Concezione; Fernandina l’altra; e l’altra, Isabella, e l’altra ancora, Giovanna; e così volli che fossero dagli altri chiamate.
Come approdammo dapprima a quell’isola che testè dissi da me chiamata Giovanna, avanzai alquanto lungo il lido verso occidente. Poichè la vidi grandissima, non avendovi trovato limite alcuno, tanto da crederla non già un’isola, ma una provincia continentale del Catai, non vedendo alcun castello o città situati ne’ confini marittimi, fuorchè alcuni villaggi e poderi rustici, con gli abitanti de’ quali m’era impossibile parlare, dandosi essi alla fuga non appena ci vedevano, proseguii sperando di trovare qualche città o villaggio […]” (1)

Da quel momento la Storia sembra ampliare i suoi confini geografici economici sociali politici, sembra acquistare maggiore incisione e vivacità, sembra oramai un’enorme ragnatela interconnessa.

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1. Lettera ai Reali di Spagna, fonte »»»qua.

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