Feb 232015
 

Anche se uno dei regni insorgerà contro di te
per consegnarti alla distruzione,
sempre ci sarà un altro dove troverai rifugio.”
(1)

Menasseh Ben Israel, ritratto da Rembrandt, 1636

Menasseh Ben Israel, ritratto da Rembrandt, 1636

Nella storia del nomade popolo ebreo (»»qua), grande importanza ha avuto, nel Seicento, l’Olanda, Amsterdam in particolare, vuoi come centro dei loro commerci vuoi come luogo in cui godevano di una certa tolleranza religiosa.

La maggior parte degli ebrei presenti in città proveniva dalle terre iberiche, Spagna e Portogallo, terre che li avevano visti allontanare con la “forza” a fine XV sec. (»»qua), dirigendosi – anche ma non solo – verso il nord Europa. I Paesi Bassi, che avevano proclamato la propria indipendenza nel 1581, sebbene solo nel 1648 riconosciuta, sarà una delle loro destinazioni. Amsterdam già nel 1609 aveva accolto i cosiddetti marranos, ebrei convertiti (»»qua), sebbene qualche decennio prima (1593) si abbiano notizie di una piccola comunità originaria del Portogallo (2).

Nell’epoca da noi considerata, autorizzati dagli Stati Generali delle Provincie Unite, questi potevano esercitare, più o memo indisturbati, il proprio culto e i propri traffici, distinguendosi alcuni nell’esercizio dell’industria della seta, mentre altri lavoravano con lo zucchero, monete, olio, tessuti, libri. Zucchero che arrivava dal Brasile attraverso la Compagnia Olandese delle Indie Occidentali, processato e venduto altresì all’estero. Una delle prime raffinerie fu quella dei fratelli Abraham e Isaac Pereira fondata ad Amsterdam nel 1665. Attiva fu peraltro la commercializzazione del tabacco, prodotto originario del Brasile e che veniva venduto a mezza Europa. Per il traffico dei diamanti e gemme preziose si dovette aspettare la metà del Settecento, controllando loro – per lo più ashkenaziti – il settore.

Dicevamo dei libri, e qua ci basta ricordare che vari furono gli stampatori di origine ebrea che diedero luce a migliaia di volumi, nelle più disparate lingue – olandese portoghese francese spagnolo italiano inglese ebreo -, destinate al mercato non solo locale, realtà che oramai aveva superato Venezia. Il rabbino Menasseh Ben Israel (1604-1657), uno di questi, e unico ebreo a partecipare addirittura alla fiera del libro di Francoforte nel 1634. Di lui Rembrandt, di cui era amico, ci lascerà diversi ritratti. Non dimentichiamo inoltre David de Castro Tartas che fra il 1672 e il 1702 pubblicherà un periodico, La Gazeta de Amsterdam, in lingua spagnola, contenente informazioni politiche, commerciali, marittime, e che sarà un mezzo per comunicare e informare pur oltre le frontiere patrie.

Gazeta de Amsterdam, 1672

Gazeta de Amsterdam, 1672

E sebbene molti fossero coloro che avevano intrapresero attività ben redditizie – ricordiamo che erano finanche azionisti delle due compagnie, Occidentale e Orientale, oltre che della Borsa di Amsterdam -, ciò non significa tutti fossero agiati, ché la maggior parte degli ebrei erano piccoli commercianti, medici, artigiani, pescatori, sarti, orafi, argentieri, gente comune, tuttavia la loro importanza nelle attività giornaliere era di somma importanza e muoveva l’economia. Oltre al fatto che gli immigranti portavano con loro preziosi capitali da investire, di grande utilità in un Paese in pieno sviluppo.

Intorno al 1632 gli ebrei, prevalentemente sefarditi, erano circa 1.500 su una popolazione locale di 114.000 abitanti, pochi anni dopo, 1660, raggiungevano la somma di 4.000, stavolta contando quelli di provenienza polacca e tedesca, ashkenaziti (3). Infatti, durante la Guerra dei Trent’anni (1618-1648), Amsterdam accolse una gran quantità di questi provenienti dalle terre germaniche in guerra e in piena crisi economica, fuggendo dalla miseria e dalla distruzione, e dalla Polonia in lotta contro i russi e le ribellioni (1648-1649) dei cosacchi di Chmielnicki (1596-1657).

La loro vita quotidiana avveniva in libertà, nel senso, peraltro, che il quartiere in cui vivevano non era un ghetto, non c’erano né mura né porte d’entrata, così come nessuno era obbligato a portare determinati distintivi sugli abiti. Vicino la casa del pittore Rembrandt (1606-1669) viveva Daniel Pinto, fondatore insieme a suo fratello Abraham, della comunità portoghese di Amsterdam, all’altro lato abitava Salvador Rodrígues, un mercante, mentre a pochi passi c’era Isaac Montalto, figlio di quell’Elias Montalto medico di Maria de’ Medici alla corte francese.

Il porto di Vlooyenburg, quello che oggi si chiama Waterlooplein, fu il cuore del mondo ebreo. Un agglomerato di case negozi attività che permetteva all’Olanda di quel Seicento esser considerata ambita meta.

Johann Leusden, Dolci ai bambini nella festa del Simchat Torah, 1657

Johann Leusden, Dolci ai bambini nella festa del Simchat Torah, 1657

Nel 1615 avevano poi ottenuto autorizzazione a costruire la prima Sinagoga, che anni dopo si convertirà addirittura in meta turistica: nel 1639 sarà visitata dalla regina madre di Francia Maria de’ Medici (4). Conclusa nel 1675, sarà la più grande del continente.

La prosperità dei nostri vicini Olandesi evidenzia che la diversità religiosa dei nostri fratelli non è un ostacolo, viceversa vivono in pace gli uni con gli altri… sufficientemente uniti nella difesa delle loro libertà comuni e nella lotta contro i comuni nemici” (5),

scriverà nel 1650 William Walwyn (1600-1681) durante il suo esilio in Olanda.

Ciò non significa tutto essere color rosa. Per molti anni non poterono tuttavia partecipare alle cariche pubbliche o alle elezioni municipali, eppure il governo era pronto a proteggere i propri membri ebrei qualora si trovassero all’estero, almeno dal 1657 in poi, anzi, il direttore della Compagnia delle Indie Occidentali, in una lettera al governatore della futura New York, Peter Stuyvesant (1612-1672), poco propenso ad accettare una comunità ebraica nella Nuova Olanda, suggeriva:

Bisogna accogliere gli ebrei nella Nuova Amsterdam, anche in considerazione dei grandi capitali che hanno investito nella Compagnia.” (6)

In un periodo di tempo relativamente breve, la comunità ebraica fiorì oltre misura, economia, scienza, cultura in generale (il filosofo Baruch Spinoza fra i tanti) furono settori in cui eccelsero.

*****
– 1. Samuel Usque, Consolação às Tribulações de Israel, Ferrara, 1552.
– 2. Werner Keller, Historia del pueblo judio, ed. Omega, Barcellona, 1994, pag. 394.
– 3. Jacques Attali, Los judios, el mundo, y el dinero, ed. Fondo de cultura economica de Argentina, Buenos Aires, 2005, pag. 259, 260.
– 4. Jacques Attali, Los judios, el mundo, y el dinero, op. cit., pag. 308.
– 5. Howard Morley Sachar, Adios España, Thassália ed., Barcellona, 1995, pag. 308.
– 6. in Werner Keller, Historia del pueblo judio, op. cit., pag. 398.

Feb 112015
 
Erasmo da Rotterdam, incisione di Hieronymus Cock, 1555

Erasmo da Rotterdam, incisione di Hieronymus Cock, 1555

Erasmo da Rotterdam (1466-1536), olandese, Tommaso Moro (1478-1535), inglese, Juan Luis Vives (1492-1540), spagnolo: tre personaggi europei che dettero all’Umanesimo una spinta divulgativa di un certo rilievo, tre figure che credevano nella forza rivoluzionaria dell’uomo, di quell’uomo che, capace di impregnare il proprio cammino con le decisioni personali, doveva e poteva slegarsi dai nodi di un passato ancora affollato da superstizioni e credenze irrazionali. Di là da tutto ciò, bisogna pur notare le relazioni-interrelazioni che occorrevano fra Spagna Inghilterra Olanda – certamente non solo -, quei legami non esclusivamente dinastici, ma altresì culturali, connessioni, azzarderemo dire, di unione, per quanto possibile, europea. E Carlo V forse rappresenterebbe l’utopica esperienza politica del momento.

Avvicinati da rapporti di amicizia, i tre, ognuno a modo proprio, riprendendo i passi dei classici, tentavano stabilire con il presente un rapporto innovativo, un rapporto che doveva superare gli stessi limiti del classicismo. Sia il “valenciano”, come Moro chiamava Vives, sia lo stesso inglese, sottolineavano l’importanza della cultura come mezzo di cambio sociale.

Nel maggio 1520, Moro, in una lettera a Erasmo, dirà di Vives (*):

Juan Luis Vives

Juan Luis Vives

Anche se tutti i suoi scritti mi sono graditi, il trattato In pseudo-dialecticos mi cagiona un piacere speciale. Non solo per l’abilità con cui Vives si fa beffe di assurde piccolezze e confonde i sofisti con ragionamenti serratissimi; un piacere speciale, dicevo, giacché inquadra i problemi esattamente nello stesso modo con cui li vedevo io nella mia mente molto prima di leggere il suo libro. […] È ormai notissimo come maestro di latino e greco, ché Vives eccelle in entrambe le lingue […] Chi insegna meglio, in un modo più efficace o più affascinante di lui? […]” (1)

Juan Luis Vives, spagnolo, figlio di ebrei convertiti, formatosi in Francia, docente in Inghilterra all’Università di Oxford, vissuto parte della vita e morto in Belgio, fu, fra l’altro, precettore della futura regina d’Inghilterra, Maria Tudor (1516-1558), moglie di Filippo II di Spagna, figlia di Enrico VIII e Caterina d’Aragona, uomo, il Vives, che potremmo definire europeista praticante. Dall’incontro con Tommaso Moro se ne intuisce l’influenza di quest’ultimo nelle sue opere (vedi De subventione pauperum, »»qua), e del Moro, Juan Luis, riceve una positiva testimonianza di vita familiare, una energica spinta per seguire riflessioni di tipo etico-sociale. Il “valenciano” era un vivace difensore dell’educazione, della sanità e della salute pubblica, così come della sicurezza sociale per i più poveri. Difensore peraltro del suo amico Erasmo, annotava in una corrispondenza:

“[…] Quanto a te, [Francisco de Vitoria] ti ammira e ti venera. Com’è acutissimo d’ingegno, così è tranquillo di carattere, perfino un po’ remissivo. Tuttavia, se avesse partecipato a queste dispute [in Spagna], avrebbe frenato suo fratello, che s’infervorava più del dovuto.” (2),

Tommaso Moro, incisione di  Magdalena de Passe o Willem de Passe, 1620

Tommaso Moro, incisione di Magdalena de Passe o Willem de Passe, 1620

Testimone privilegiato di quell’epoca che Erasmo chiamò Età d’Oro, Tommaso Moro fu inizialmente consigliere e segretario dello stesso re d’Inghilterra Enrico VIII, uomo dotto, il nostro, che difendeva tenacemente il primato del papato e della Chiesa cattolica, vuoi dal punto di vista religioso vuoi temporale. Basta ricordare il suo costante inveire contro eretici, riformisti, e loro opere. Quando il sovrano inglese si slegò da Roma e si mise a capo della nuova Chiesa anglicana, Moro se ne distaccò, dimettendosi da cancelliere. Nel momento in cui gli si chiese giuramento al recente ordine, il suo diniego fu causa che lo portò nelle carceri della Torre di Londra. La scure cadde sulla sua testa il 6 luglio 1535.

Di Erasmo da Rotterdam ne abbiamo accennato varie volte (»»qua e anche »»qua), forse il personaggio più famoso dell’epoca, il cui modo di pensare ebbe tanta ripercussione nel trascorso dei secoli a venire. Erasmo fu buon amico del Moro, a tal punto che gli dedicò il suo saggio sulla follia, Elogio alla follia, un’amicizia che però si iniziò a flettere quando Tommaso insisteva fortemente nel difendere le posizioni cattoliche, mentre Erasmo tentava criticare i possibili errori di tale confessione. In una lettera del 17 febbraio 1516 all’amico Erasmo, Moro sottolineava:

“[…] È inutile sprecar parole per dirti che cosa pensano di te i nostri vescovi, in particolare l’arcivescovo di Canterbury, e la benevolenza speciale che ha per te il nostro re.” (3)

Erasmo, Moro, Vives, autori che incarnavano un movimento di idee che avrebbe portato, nel lungo periodo, al risveglio dell’uomo, alla presa di coscienza, all’elaborazione di un modus vivendi che oramai ci appartiene e di cui sarebbe bene, di tanto in tanto, ricordarne il cammino.

*****

– (*) ricordiamo che fu Erasmo da Rotterdam a invogliare Tommaso Moro a leggere gli scritti di Juan Luis Vives
– 1. a cura di Laureano Robles, E la filosofia scoprì l’America, Jaca Book, Milano, 2003, pag. 15.
– 2. a cura di Laureano Robles, op. cit., pag. 240.
– 3. a cura di Francesco Rognoni, Tommaso Moro, Lettere, Vita e Pensiero, Milano, 2008, pag. 163.

Dec 232014
 
La Lonja de la seda o Loggia dei mercanti, Valencia, finestra ed entrata principale

La Lonja de la seda o Loggia dei mercanti, Valencia, finestra ed entrata principale

Casa famosa soy en quince años edificada.
Probad y ved cuan bueno es el comercio
que no usa fraude en la palabra,
que jura al prójimo y no falta,
que no da su dinero con usura.
El mercader que vive de este modo
rebosará de riquezas y gozará,
por último, de la vida eterna.” (1)

La Phoenix dactylifera è pianta tipica delle coste del Mediterraneo, palma che gli arabi del Medioevo coltivavano – anche ma non solo – in al-Andalus, terra iberica che li vide per circa settecento anni.

E fu tanta l’influenza di codesta specie nella cultura locale che potremmo azzardare a suggerire che le alte colonne elicoidali di 12 e più metri che sostengono l’interno della sala della contrattazione della Lonja de la seda a Valencia sono state fatte a loro somiglianza.

La Lonja de la seda o Loggia dei mercanti, Valencia, colonne Sala de contratacion

La Lonja de la seda o Loggia dei mercanti, Valencia, colonne Sala de contratacion

Ma andiamo con un certo ordine e iniziamo osservando che la funzione di questo luogo rifletteva quella della “Bourses de Commerce” di Parigi o di Marsiglia, o come “The Corn Exchange” di Londra, e altri ancora, luogo dove i mercanti, locali e non, si riunivano e patteggiavano le loro mercanzie, in un’epoca, inizi-metà del XVI sec., in cui Valencia, già prospera nei due secoli anteriori, poteva competere con mercati europei come Marsiglia e Genova. Generalmente le operazioni non erano pubbliche e si definivano con una stretta di mano, garanzia di accordo raggiunto e da mantenere.

Sebbene ci fossero un centinaio di tavoli, posti fissi ottenuti dietro pagamento di una determinata tariffa, la maggior parte delle discussioni avveniva in piedi, talvolta interrotte da una campana se entrava un’autorità o se terminava una sessione.

L’intera struttura fu costruita dal 1482 al 1548, di cui il maestro valenciano Pere Compte, ispirandosi al modello della Lonja di Palma di Maiorca, fu il primo architetto che gettò le basi di quello che potremmo definire essere la più emblematica rappresentazione del Secolo d’oro valenciano, edificio che risente tuttavia dell’influenza gotica e dei primi passi del Rinascimento italiano. Tre corpi lo formano, iniziando dal vero e proprio Salone di contrattazione, poi dalla Torre centrale e, per finire, dal Consolato del mare. Un cosiddetto Patio de los Naranjos allietava le giornate di lavoro dei mercanti.

La Lonja de la seda o Loggia dei mercanti, Valencia, Patio de los naranjos

La Lonja de la seda o Loggia dei mercanti, Valencia, Patio de los naranjos

L’elegante pavimento del Salone, dal marmo bianco nero e color cannella, attrae fortemente la nostra attenzione per un simpatico disegno che forma stelle a sei punte con attorno dei quadrati, mentre il soffitto, una volta policromo, fu dipinto nel 1498 dal maestro Martí Girbes di colore blu con le stelle, volendo simulare il cielo. Un gioco di luci pensieri e caratteri impressi nell’intero complesso che potremmo dire contenere l’antica anima edetana iberica, la religiosità cristiana e il senso degli affari dei sefarditi e degli arabi.

La Lonja de la seda o Loggia dei mercanti, Valencia, pavimento

La Lonja de la seda o Loggia dei mercanti, Valencia, pavimento

Per non dimenticare che in questa sala si installò la Taula de Canvis i depòsits, ovvero la Tavola di cambio e deposito, istituita a Valencia nel lontano 1407. Una cappella dedicata all’Immacolata Concezione è situata nel sotterraneo della Torre. Mentre una scala esterna porta al piano del Consulado del Mar, che risente già delle forme rinascimentali, consolato che trattava degli affari marittimi e commerciali della città.

Nel 1996, l’Unesco la dichiarò Patrimonio dell’Umanità. Di seguito un video che, percorrendo alcune vie di Valencia, ci porta nella Loggia.

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– 1. Iscrizione presente lungo le pareti della Sala di contrattazione.

Dec 152014
 
Cattedrale di Valencia

Cattedrale di Valencia, consacrata nel 1238, edificata su un’antica moschea che a sua volta poggiava le basi su una cattedrale visigota.

Valencia. È martedì, 9 dicembre 2014, esco da casa intorno le ore 8:30 del mattino. Le strade attorno al mio appartamento si riempiono poco a poco di venditori ambulanti, è il mercato rionale settimanale, una babele che invita a comprare le più disparate merci, da coperte e mantelli prodotti in Thainlandia, a pentole e tegami italiani, a calze e calzettini francesi, a viti e cacciaviti che ricordano la Russia pre-Gorbaciov. Oggetti offerti non solo dai locali venditori valenciani, ma perfino di origine asiatica, cinesi coreani indiani, così come africani, marocchini algerini tunisini maliani, un cosmopolitismo visibile e tangibile che potrebbe ricordare, in un certo qual modo, la Spagna musulmana del XIII-XIV-XV sec., poco prima della cacciata degli ebrei, 1492.

E la storia di Valencia ha avuto uno sviluppo non solo legato alla penisola Iberica e all’Europa, ricordiamo Carlo I di Spagna ovvero Carlo V d’Asburgo, ma anche alla tradizione musulmana, con la dinastia omayyade che giunse nell’VIII sec. in quella che si chiamerà al-Andalus.

Cattedrale di Valencia dedicata all'Assunzione di Maria, cupola a forma ottagonale.

Cattedrale di Valencia dedicata all’Assunzione di Maria, cupola a forma ottagonale.

La città divenne, nel trascorso dei secoli e con alti-bassi, uno dei principali centri commerciali grazie al suo porto e ai suoi traffici con mezza Europa e Africa, uno sviluppo che favorì inoltre le arti e la cultura in generale. È proprio nella seconda metà del ‘400 che arriva il primo torchio da stampa, pubblicando, nel 1478, la prima Bibbia a caratteri mobili in una lingua neolatina. Decenni in cui Cristoforo Colombo – almeno fra il 1478 e il 1483 – trafficava e visitava Valencia più di una volta durante i suoi viaggi per il Mediterraneo (1).

Periodo d’oro che iniziò il declino con i viaggi del genovese verso l’America e lo spostamento dei traffici mercantili dal Mediterraneo verso l’Atlantico (inizi-metà XVI sec.). Epoca, d’altronde, caratterizzata dal clima di terrore dell’Inquisizione e dalla Controriforma, dall’espulsione degli ebrei e dei musulmani (1609), epoca ancora, in cui si susseguono una serie di proteste popolari contro monarchia e nobiltà (vedi la ben nota “rebelión de las Germanías”, 1520-1522).

Il Municipio di Valencia nel Natale del 2014

Il Municipio di Valencia nel Natale del 2014, espressione neoclassica e neobarocca del XVIII sec.

Nel Seicento si ha un rafforzamento del potere assolutista, incarnato da Filippo IV d’Asburgo (1605-1665), nel vasto impero che aveva oramai raggiunto la massima espansione territoriale e che stava fallendo le necessarie riforme politiche ed economiche. Cosicché Valencia perse il controllo sulle cariche municipali, permettendo al re immischiarsi in quelle competenze una volta della città.

Il XVII secolo vide oltretutto le strade vestirsi di palazzi e dimore barocche (Palacio del Marqués de Dos Aguas) e di facciate (Convento di San Domenico), di fari e di fiaccole per preparare magiche atmosfere, di spettacoli di potere, di celebrazioni per osannare l’assolutismo, di affollate processioni religiose.

Alla morte di Carlo II (1661-1700) e con la Guerra di Successione spagnola (1701-1713) si raggiunse il vero tramonto della città: oramai il Regno di Valencia non aveva più indipendenza politica e giuridica. Un declino in cui apparirà una debole luce solo nel XVIII secolo grazie all’industria tessile e della ceramica, sebbene il porto non avesse più le buoni funzioni di una volta. Prodotti, quelli della seta e degli azulejos, che approdarono finanche nelle lontane terre americane.

Il Mercato centrale di Valencia

Il Mercato centrale di Valencia, in stile modernista, fu iniziato a costruire, così come lo vediamo oggi, nei primi anni del XX sec.

L’Illuminismo fu introdotto per via di personaggi di prestigio come lo storico e linguista Gregorio Mayans (1669-1781) o il numismatico e filologo Pérez Bayer (1711-1794). Un movimento di idee che diede vita alla Sociedad Económica de Amigos del País, che cercava diffondere le nuove concezioni oltre che le recenti acquisizioni tecniche e scientifiche.

La regione valenciana è peraltro nota per aver dato natali a famosi personaggi e artisti fra i quali a Joanot Martorell (1413-1468), scrittore, autore di Tirante el Blanco (1511), uno dei primi romanzi moderni della letteratura cavalleresca europea dell’Età moderna, o a Joaquín Sorolla (1863-1923), pittore ben celebre nei cui quadri imprime la tipica luce del Mediterraneo, o ancora all’architetto Santiago Calatrava e tanti tanti altri ancora.

Oggigiorno è conosciuta – certamente non solo – per la Città delle arti e delle scienze, così come per Las Fallas, festa popolare in onore a San Giuseppe, per la paella valenciana e, non per ultimo, per l’horchata de chufa.

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– 1. a cura di Fernando Díaz Esteban, América y los judíos hispano portuguese, Real Academia de la Historia, Madrid, 2009, pag. 43.

Nov 162014
 

Boton quiz

  1. Quale fu il motivo principale per il quale si giunse alle Guerre d’Italia?
  2. Quale fu la scintilla che innescò i primi combattimenti di fine XV sec.?
  3. In quali anni avvenne il conflitto?
  4. Chi furono i due maggiori contendenti?
  5. In quale battaglia fu fatto prigioniero il sovrano francese Francesco I?
  6. Quale pace sancì definitivamente la chiusura delle contese?
  7. Alla fine degli eventi bellici, quale stato si eresse come potenza europea?
  8. Pur autonomo, da che parte stava il papato alla fine delle guerre?
Le truppe francesi entrano a Napoli, febbraio 1495, in Cronaca figurata del Quattrocento di Melchiorre Ferraiolo, 1498 ca.

Le truppe francesi entrano a Napoli, febbraio 1495, in Cronaca figurata del Quattrocento di Melchiorre Ferraiolo, 1498 ca.

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Risposte:

  1. La rivendicazione da parte di Carlo VIII di Francia al diritto del trono di Napoli, in quanto discendente di Maria d’Angiò, nonna paterna.
  2. La discesa in Italia delle truppe francesi che, incontrastate, raggiunsero Napoli nel febbraio 1495.
  3. Le principali battaglie avvennero fra il 1494 e il 1559, la maggior parte in territorio oggi italiano.
  4. Spagna e Francia furono i due principali belligeranti, accompagnati a loro volta dal Sacro Romano impero, da Venezia, dal Ducato di Milano, dallo Stato Pontificio e varie piccole realtà locali.
  5. Nella ben famosa battaglia di Pavia, 24 febbraio 1525, scontro in cui gli archibugi e i cannoni ebbero ruolo rilevante.
  6. La pace di Chateau-Cambrésis nell’aprile 1559.
  7. L’impero spagnolo si eresse per un buon secolo a venire come potenza europea, reggendo le sorti direttamente o indirettamente di buona parte dell’Italia, fra cui Sicilia, Napoli, Milano, Sardegna.
  8. Generalmente da parte spagnola, anche per l’appoggio ricevuto, prima da Carlo V e poi da Filippo II, alla Controriforma cattolica.
Jul 112013
 

Uno dei temi più dibattuti del periodo moderno è stato quello dell’Inquisizione, vicende che hanno interessato mezzo mondo, dalla Spagna all’Italia, dalla Francia al Portogallo, raggiungendo finanche il Sud America – basta ricordare i tribunali di Lima e di Messico (1569), seguiti poi da Cartagena de Indias (1610) -, Inquisizione abolita ufficialmente solo nel XIX secolo, 1834.

Esecuzione di Mariana de Carabajal, Messico, 1601

Esecuzione di Mariana de Carabajal, Messico, 1601

Il tribunale inquisitivo, ufficialmente, aveva come missione la difesa della fede e della morale della chiesa cattolica, difesa che poteva essere attuata anche tramite persecuzione contro coloro che attentavano a uno status quo esistente da centinaia di anni minandone la solidità e credibilità.
Cosicché questa perseguiva e giudicava eretici, blasfemi, bigami, pagani convertiti che ritornavano alla loro vecchia fede, malefici e sortilegi, fra l’altro, adoperando gli stessi mezzi con i quali qualunque giudice o tribunale dell’epoca si avvaleva per esaminare ladri traditori assassini.

Interno di una prigione, da Mystères de l’Inquisition et autres sociétés secrétes d’Espagne, di M. V.  De Féréal

Interno di una prigione, da Mystères de l’Inquisition et autres sociétés secrétes d’Espagne, di M. V. De Féréal

Usualmente non era necessario che esistesse una denuncia formale, l’inquisitore poteva indagare e accusare pur solo sospettando lontanamente, con l’obiettivo di scoprire la verità (sic!). L’inquisitorio avveniva in generale in due fasi, la prima dedicata all’investigazione, la seconda al giudicare. L’inquisitore insomma era allo stesso tempo accusatore e giudice.

Scene Inquisizione, Bernard Picart

Scene Inquisizione, Bernard Picart

E se per approfondire e scoprire l’eventuale reato ci fosse stato bisogno della tortura, questa era permessa, detenendo l’imputato preventivamente in un carcere segreto e costringendolo a una completa confessione pubblica di responsabilità impiegando i più disparati mezzi. Torture che avvenivano alla presenza di un notaio, di un medico, dell’inquisitore e, certamente, dei “carnefici”.

Tortura ai piedi da Mystères de l’Inquisition et autres sociétés secrétes d’Espagne, di M. V.  De Féréal

Tortura ai piedi da Mystères de l’Inquisition et autres sociétés secrétes d’Espagne, di M. V. De Féréal

Raramente il processato era assolto per mancanza di prove, bastava la sua dichiarazione di colpevolezza o l’accusa di due o più testimoni. Bastava poi seguire le regole che il teologo cattolico Nicolás Aymerich (1320 ca.-1399) aveva annotato nel suo Directorium inquisitorum, ovvero Manuale dell’Inquisitore, volume in cui descriveva la stregoneria e i modi per combatterla dopo aver “riconosciuto” le streghe, precursore del più famoso Malleus maleficarum (»»qua una risorsa in rete) del 1486 dei domenicani Enrique Kramer (1430 ca.-1505 ca.) e Jakob Sprenger (1434-1495) che grande diffusione ebbe grazie ai torchi gutenberghiani.

Scene d'Inquisizione, Eugenio Lucas Velázquez, metà XIX sec.

Scene d’Inquisizione, Eugenio Lucas Velázquez, metà XIX sec.

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Piccola bibliografia

- Helen Rawlings, L’inquisizione spagnola, il Mulino, 2008.
– Joseph Pérez, Breve storia dell’inquisizione spagnola, Corbaccio, 2006.
– Bartolomé Bennassar, Storia dell’inquisizione spagnola. Fatti e misfatti della «Suprema» dal XV al XIX secolo, Rizzoli, 2003.

Oct 162012
 

Sebbene lo abbiamo ripetuto più di una volta, vale sottolineare che la Storia è un immenso mosaico dove ogni tassello contribuisce a completare, nella sua dipendenza-interdipendenza, un insieme, un grande insieme che comprende ogni operato umano che travalica limiti di spazio e tempo.

Ebbene, dopo una serie di articoli dedicati al Barocco in Italia e in Europa, diamo uno sguardo a cosa avvenne nelle terre che videro Colombo qualche secolo prima. Con la scoperta dell’America, dall’Europa emigrarono non solo militari sacerdoti nobili mercanti, ma anche artisti, pittori e architetti che portarono nelle nuove terre caratteristiche tipiche dell’epoca tardo-rinascimentale e barocca, almeno nel periodo che va dal XVII al XVIII sec., epoca da noi trattata in queste righe.

L’America latina, influenzata dalle mode europee, sviluppò un’arte che potremmo chiamare meticcia, un’arte nata dalla confluenza delle esperienze italiane francesi spagnole portoghesi, e via dicendo, con quelle indigene, del folclore popolare, dove temi religiosi del vecchio continente venivano raffigurati alla luce della cultura locale. Un’arte piena di colori, luminosa, forse priva di pietismo.

Il Cusco, in Perù, fu sicuramente una di quelle realtà in cui si istallarono ben presto scuole di pittura di scultura di architettura, scuole che vedranno, per fare qualche esempio, il leccese Matteo Pérez de Alesio (1547- 1628?) – ricordiamo buona parte dell’Italia meridionale essere, in quell’epoca, parte della Spagna – giungere a Lima nel 1588 e aprire un “Centro Sperimentale” con il fine di preparare pigmenti a modo europeo. Fra i suoi discepoli annotiamo: Pedro Pablo Morón, Domingo Gil, Francisco García, Francisco Bejarano.

Così come il romano Angelino Medoro (1567-1633), di sicura influenza fiamminga, fermatosi per qualche anno in Colombia, viaggiando finanche in Perù ed Ecuador, che influenzò le opere del tempo, opere che rispecchiavano un tardo-rinascimento, un primo accenno di Barocco, stili giunti nell’America latina con un ritardo, se ritardo potremmo chiamarlo, di una cinquantina d’anni, intorno la fine del XVII sec. Modelli da tenere in considerazione erano certamente quelli di Murillo, di Zurbarán, Rembrandt, e tanti altri.

Dal Cusco partirono non solo artisti, ma anche correnti di pittura che si propagarono per l’area andina e oltre, dalla Colombia al Perù, dall’Ecuador al Venezuela a Panama al Cile all’Argentina. Stili che, sebbene in un primo tempo legati agli europei, poco a poco – siamo intorno ai primi del XVIII sec. – se ne distaccarono, anche perché i pittori iniziavano a essere locali, indigeni, nativi, perdendo il contatto con l’Europa e dando vita a una propria tendenza, in cui talvolta si raffiguravano scene campestri poco reali, fantasiose, dove le madonne erano nere così come i Gesù bambini, dove gli angeli indossavano pregiati vestiti e gli arcangeli caricavano armi da fuoco. Fantasie locali palesate tramite soggetti europei, soggetti iconografici che desideravano essere l’espressione del sentimento indigeno. Opere che non hanno nulla da invidiare a quelle prodotte in Europa.

La Madonna della montagna, anonimo, XVIII sec.

Sep 122012
 

Tratta di schiavi, Jacques Grasset de Saint Sauveur

Merce di valore, prodotto molto redditizio, la tratta degli schiavi è stata, nel trascorso della storia, pratica frequente e diffusa, accordata dai diversi governi e perfino dalla Chiesa cattolica.

Nel 1452, papa Niccolò V (1397-1455), con la bolla Dum Diversas, legittimava già i portoghesi a ridurre i nemici della fede cattolica, “Saraceni e pagani”, in schiavitù e poterli adoperare come meglio si credesse.

Schiavi provenienti dalle coste occidentali africane, e talvolta dall’entroterra – ricordiamo originari del Ciad, Sierra Leone, Congo, Angola, etc. -, trasportati in modo poco umano, stipati nelle navi fino all’inverosimile, che sbarcavano nelle nuove terre scoperte a fine XV secolo da Colombo, quell’America che vedrà arrivare decine di migliaia di negri. Qualche autore azzarda indicare cifre che vanno intorno ai 3 milioni, fra uomini donne giovani, altri molto meno, altri ancora indicano solo qualche centinaio di migliaia.

Cartagena de Indias, in Colombia, sarà, almeno dal 1595 al 1615, uno dei pochi porti autorizzati (1) dai re spagnoli a ricevere la “mercanzia”, punto di distribuzione per tutte le aree circostanti, Messico, Perù, Santo Domingo, Cuba, etc. Città, Cartagena, che riuniva le condizioni ufficiali per “importare” e preparare lo smistamento, città in cui risiedevano medici e protomedici, ufficiali governativi incaricati all’uopo, strutture ben definite, insomma tutto un efficiente apparato logistico amministrativo di eccellente livello.

Qualcuno calcola sbarcavano nel porto da 10.000 a 12.000 schiavi all’anno (2), cifra da non poco conto e da prendere con le dovute cautele in quanto non si hanno, fino a data odierna, conteggi ben precisi.

E non solo gli spagnoli s’interessavano del commercio, ma anche olandesi, portoghesi, francesi, inglesi, governi dalla cui tratta ricevevano introiti non indifferenti. Sovrani, gli iberici, per esempio, che fin dall’inizio, percependo le possibilità di guadagno, avevano disposto una serie di leggi, e tasse, per controllare e assicurarsi il negozio.

Uno schiavo negro, nel mercato di Cartagena, poteva essere venduto dai 200 ai 400 pesos, con un ricavo, più o meno, del 700%, in quanto, schiavo, prodotto, all’origine, di baratto – per esempio con armi, ferro, bestiame, tessuti -, il cui valore si aggirava fra i 4 e i 60 pesos spagnoli (3).

Nella Compañia de Portugal, in pieno XVI sec., un negro poteva valere intorno ai 270 pesos, poco meno nella Compañia de Inglaterra, circa 200-240 pesos (4), parliamo di uomini di età fra i 15 e i 40 anni, in buono stato di salute, forti e resistenti. Prezzi stabili, giacché la grande quantità che approdava nel mercato illegale riusciva a controbilanciare offerta e domanda nel trascorso dei decenni del XVI-XVII secolo. Valore che poteva duplicarsi quando erano venduti nei vari mercati locali.

Una volta legalizzati, passata la visita medica e pagata la relativa tassa, erano posti all’asta, singolarmente o in gruppi, trasportati via terra o via fluviale verso quelle zone colombiane in cui richiedevano manodopera per l’agricoltura, l’artigianato, il lavoro nelle miniere, come domestici.

Popayan, Cali, Santa Fe, Antioquia, fra i tanti, luoghi in cui si incontravano con gli indigeni del luogo e con i quali avevano, inizialmente, un buon rapporto, non mancando ovviamente i problemi, abusando i negri dei nativi, delle donne in modo particolare.

Con il passare degli anni, e considerando il loro elevato numero, si vietò la convivenza fra negri e indigeni. Indigeni che, sfruttati eccessivamente e di là dalle loro abitudini, iniziavano a morire a decine, a centinaia (causa, fra l’altro, le malattie infettive), popolazione, poco a poco, sostituita con gli schiavi africani che, si diceva, essere più robusti e forti per il lavoro.

Mentre i primi erano considerati come un “regalo della Natura” e poco “pregevoli”, poiché trovati sul posto, i secondi erano ben calcolati, in considerazione, di essere merce cara e preziosa, merce che doveva essere curata e nutrita in modo opportuno. E in effetti, questi ultimi, potevano “far carriera”, nel senso che talvolta occupavano mansioni di maggiordomo, di amministratori, di camerieri.

Nel 1789 si optò poi per liberalizzare il commercio degli schiavi, una piccola spallata data, anche ma non solo, dalla Rivoluzione francese e dalla presa di coscienza dei vari popoli europei. Ma il cammino verso la totale abolizione sarà ancora ben lungi dal venire.

Contratto di acquisto di uno schiavo, Lima,1794

Contratto di acquisto di uno schiavo, Lima,1794

 

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– 1. Movimenti illegali si registrarono, sempre in Colombia, nelle zone di Santa Marta, Riohacha, Mompox, Buenaventura, Chirambira, Barbacoas.
– 2. AA. VV., Nueva Historia de Colombia, ed. Planeta, 1989, vol. I, pag. 160.
– 3. AA. VV., Nueva Historia de Colombia, op. cit., pag .158.
– 4. AA. VV., Nueva Historia de Colombia, op. cit., pag. 159.

Jul 272012
 

P. A. Mattioli, Dei discorsi di Dioscoride della materia medicinale, Venezia, 1604, Fagioli

Una delle tante conseguenze a seguito della scoperta fu quella del variare e migliorare, in un certo qual modo, il regime alimentare degli europei. Vari furono i prodotti che si importarono da regioni che taluni consideravano sottosviluppate, prodotti che, arrivando sulle mense, ebbero nel lungo periodo un forte e vigoroso impatto sulle nostre società.

Tra i primi vegetali ricordiamo il peperoncino, il capsicum, la cui diffusione fu veloce in tutto il regno di Carlo V e indi di Filippo II, raggiungendo addirittura l’Asia, le Molucche del Nord, una pianta facile da coltivare, sia pure cresciuta in vaso, che poteva sostituire, dissero, alcune spezie. Della pianta ne parla Cristoforo Colombo nel suo diario in data 15 gennaio 1493.

Anche i fagioli, diversi dai nostrani europei giacché più grossi resistenti e molto produttivi, furono ben presto accettati e diedero un ulteriore contributo all’apporto di proteina vegetale della dieta di allora, comparendo finanche nei ricettari dell’epoca, per esempio in quello di Cristoforo da Messisbugo e di Bartolomeo Scappi. Così come le zucche, vuoi le giganti gialle vuoi le zucchine verdi, di rapido accrescimento molto produttive e di semplice coltura. E non dimentichiamo le patate, coltivate dagli indigeni nelle zone più alte delle Ande e introdotte a Genova, si dice, dai Carmelitani Scalzi provenienti dalla Spagna nel 1584; il pomodoro, venuto sotto forma di semi e considerato velenoso, quantunque alcuni sostenessero essere afrodisiaco – da qua il termine pomme d’amour d’origine francese -; le arachidi brasiliane. La maggior parte di queste piante erano conservate negli orti botanici a titolo di rarità.

Mais

Mais

Segue, ma non per ultimo, il mais, vegetale che giunse in Europa nei primi del ‘500, inizialmente in Andalusia, Catalogna, Castiglia, poi Portogallo, Italia – forse introdotto nel 1539 -, Francia e altre parti, chiamato “melegha” da Michele da Cuneo (1448-1503) – navigatore italiano che prese parte al secondo viaggio di Colombo – perché molto simile alla meliga. E lo segnalò con poco convincimento quando disse: “… non è tropo bono per noi. Ha sapore de gianda”. Nel nostro paese fu inizialmente consumato sottoforma di polenta, come s’adoperava fare con il sorgo, iniziandosi a coltivare come alimento per consumo umano intorno alla metà del Seicento.

Pianta succulenta dai dolci e spinosi frutti, il fico d’India ospitava un insetto, la cocciniglia, da cui si estraeva un colorante rosso.

L’ananas, scoperta da Colombo nel 1493 nell’isola di Guadalupe durante il suo secondo viaggio e che Maya Atzechi e Incas conoscevano e coltivavano, ebbe una notevole diffusione, piacevole frutto a forma di pigna considerato come una stravaganza.

Proseguiamo con ciò che divenne una famosa bevanda, la cioccolata, che gli aztechi bevevano addolcita con vaniglia, bevanda che prese piede dapprima fra le famiglie più in vista della Spagna, stavolta però addolcita con lo zucchero. Il cacao fu portato in terra iberica da Hernan Cortes, e per quanto caro, diverrà popolare solo alla fine dell’Ottocento. I semi erano adoperati come moneta di scambio, tanto erano preziosi.

Mar 292012
 

Hernan Cortes e La Malinche incontrano Moctezuma, nov. 1519

Lo sfruttamento degli indigeni fu uno dei problemi sociali dell’epoca, indigeni che dovevano sottostare con la forza ai ritmi dell’operato spagnolo, ritmi cui non erano abituati, giacché seguivano le loro ancestrali abitudini ben diverse da quelle dell’invasore. Indigeni con la loro cultura, la loro capacità di apprendimento, il loro modo di fare e vedere la vita. Indigeni che avevano qualcosa da insegnare (sic). Per esempio, seguiamo la storia de La Malinche.

- Agosto 1511.

- Penisola dello Yucatán – Messico.

Una caravella spagnola, Santa Maria de la Barca, naufraga in quelle coste, una forte tempesta costringe i circa 16 passeggeri a rifugiarsi, dopo un paio di settimane in balia delle onde e delle maree, a Quintana Roo, di fronte all’isola di Cozumel, terre abitate dai maya. Fra coloro che si salvano vi sono Gonzalo Guerrero (1470?-1536) e Gerónimo de Aguilar (1489-1531), che vengono fatti prigionieri. Affrontate varie disavventure, i due si integrano, ognuno a proprio modo, con i maya: mentre Gonzalo prende sposa e fa tre figli, Gerónimo, rimasto schiavo, pensa sempre alla fuga e ritornare dai suoi. Nel frattempo i due apprendono la lingua dei nativi, i loro costumi, le loro usanze, le loro tradizioni.

Circa sette anni dopo, febbraio 1519, Hernán Cortés sbarca in quelle zone e viene a sapere di due “uomini con la barba”. Offrendo un riscatto per riavere gli spagnoli indietro, si vede tornare Gerónimo, ma non Gonzalo, oramai convertitosi addirittura alla religione maya.

Il de Aguilar conosce benissimo il linguaggio dei maya, tanto bene che sembra avesse una diversa intonazione linguistica nel riparlare, dopo tanto tempo, lo spagnolo. E Cortés lo adopererà come interprete insieme a una donna, una donna indigena, La Malinche.

La Malinche, o Malintzin, o Malinali, o Doña Marina come fu poi battezzata nel marzo 1519, era figlia di una famiglia nobile Atzeca originaria della provincia de Paynalla, in Coatzacoalcos, nella región di Veracruz, al sud del Messico. Ancora bambina, fu data in schiava al cacique di Tabasco, Tabscoob, giacché la sua tribù aveva perso una battaglia. Passerà in mano di Hernán Cortés, in seguito alla battaglia di Centla (14 marzo 1519), che a sua volta la darà al capitano Alonso Hernandez Portocarrero.

La Malinche, il cui idioma nativo era il náhuatl, aveva appreso anche la lingua maya degli abitanti della Penisola dello Yucatán. Il capitano scopre ben presto che la donna è agile nel parlare le due lingue e riesce a comunicare in modo sciolto.

Cortés prosegue nella sua conquista, ha bisogno di interpreti, lo accompagna fedelmente Gerónimo de Aguilar, che conosce il maya, ma non il náhuatl. Ed ecco che entra in gioco La Malinche. Nel trattare con tribù che comunicano in náhuatl, lascia parlare la donna che traduce al maya, sarà Gerónimo poi a riportare i discorsi in spagnolo. Lo stesso viceversa: dallo spagnolo al maya, Gerónimo, e dal maya al náhuatl, La Malinche. Un gioco, una triangolazione linguistica che sarà utile per la conquista del Messico.

Moctezuma II, dal Codice Fiorentino di Bernardino di Sahagun

Moctezuma II, dal Codice Fiorentino di Bernardino di Sahagun. 

E la bravura di Doña Marina sarà tale che in poco tempo apprenderà i rudimenti dell’idioma castigliano, s’integrerà con i nuovi arrivati, ne carpirà la storia i costumi le usanze, diventando amante di Cortés fino a dargli un figlio, Martin.

Senza di lei Cortés non poteva trattare alcun affare con gli indiani”, scriveva il cronista spagnolo Bernal Diaz (1), mentre nel Codice Fiorentino l’indigena viene illustrata insieme al conquistador e a Moctezuma, per sottolineare la forte presenza dell’azteca negli eventi del tempo. Informazioni notizie spionaggio, dunque, alcune delle armi di vittoria dell’esercito spagnolo.

Per alcuni storici l’importanza di Malintzin fu tale da facilitare, e di molto, la sconfitta dei maya e il loro completo asservimento, per altri invece fu solo una pedina come tante altre che aiutarono a completare un mosaico, mentre altri ancora la considerano una traditrice.

A noi interessa rilevarla come figura femminile, come personaggio storico “donna”, che una certa influenza ebbe negli eventi della storia, a prova di coloro che pensano che i protagonisti siano stati solo di sesso maschile. Oltre al fatto, seguendo l’idea di Todorov, che La Malinche potrebbe essere stata il primo esempio di ibridazione delle culture (2), né azteca, né spagnola, né maya, ma la somma, il risultato delle tre, un prodotto che contenendo e assimilando le varie forme culturali, non si sottometteva a nessuna.

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- 1. Bernal Diaz del Castillo, Historia verdadera de la conquista de la Nueva España.
– 2. Tzvetan Todorov, La conquista dell’America, Einaudi, 1984.

Feb 272012
 

Pace di Vestfalia, 1648

Dopo trent’anni di battaglie, protestanti e cattolici si siedono per dare atto a una pace che si iniziava oramai da tempo a desiderare. Eppure, ancora una volta divisi: protestanti che si riuniscono a Osnabrück (15 maggio 1648) – Svezia e Impero -, mentre cattolici a Münster (24 ottobre 1648) – Francia e Impero, Provincie Unite e Spagna. I due trattati prendono nome di Pace di Vestfalia (1648).
La Guerra dei Trent’anni (1618-1648) aveva visto buona parte dell’Europa devastata da saccheggi, razzie, epidemie, morti a migliaia, campagne con poca manodopera disponibile, un’economia al limite della sussistenza, un’Europa – almeno alcune nazioni centrali – che per riprendersi avrà bisogno di circa un secolo. Tutto per una guerra inizialmente, e si suole dire l’ultima, a sfondo religioso.
La Spagna ne esce malconcia, il suo secolo d’oro sfuma, la sua economia è alle strette; Svezia e Francia, così come le Provincie Unite che conquistano la loro indipendenza, prendono atto del loro buon periodo di sviluppo sociale ed economico; la Svizzera ottiene la sua indipendenza dall’Impero; l’Inghilterra, intervenuta ben poco, rimarrà sulle sue con i problemi interni di origine politico-sociale.
Fra le tante cose, potremmo affermare che a partire da questi anni inizia a formarsi l’idea della sovranità degli stati, al di là della fede dei singoli regnanti, e quella che nessuno stato dovrà essere tanto potente, da solo o in alleanza con altri, da poter imporre la propria volontà  (1).
La religione cattolica, sebbene ancora forte, si vede costretta a indietreggiare davanti al concetto della libertà religiosa: ognuno era libero di scegliere la propria fede indipendentemente da dove viveva e, se lo riteneva conveniente per la propria credenza, poteva anche trasferirsi (2), si rispettavano, insomma, le minoranze religiose.
Se il Rinascimento era stato un punto di rottura con il passato Medioevo, e nuova presa di coscienza a carattere individuale, la pace di Vestfalia potremmo considerarla base di partenza a livello costituzionale, a livello statale, dove la sovranità nazionale e la conseguente integrità territoriale vengono messi in prima fila. Un continuum che ci porta all’oggi.

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- 1. http://www.lanacion.com.ar/441526-vigencia-de-la-paz-de-westfalia
– 2. http://www.dw.de/dw/article/0,,4280180,00.html

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Ratificazione del Trattato di Münster, 1648

Jan 052012
 

Il sovrano azteca Axayacatl

Uno dei problemi che la Spagna di Filippo II dovette affrontare nella gestione delle Nuove Terre fu quello della comunicazione con gli indios americani – La Malinche ne fu testimone attiva »»qua -, con le diverse lingue e dialetti che ivi si parlavano ancor prima della conquista iberica. Si calcola, pur in modo approssimativo, che le popolazioni del luogo adoperavano dai 400 ai 2.000 linguaggi diversi (1), una miriade di parole poco o del nulla chiare ai primi bianchi che presero contatto con quelle genti. Idiomi non tutti aventi la stessa importanza e diffusione, talvolta incomprensibili fra gli stessi abitanti del luogo. Nell’impero Incas, per fare qualche esempio, il Quechua era la lingua ufficiale, così come nel Messico Azteca era il Náhuatl, inoltre c’era poi lo Zapoteco, il Misteco, il Maya.

Il tutto si complicò ancor più con l’arrivo dei primi negri provenienti dall’Africa, portatori di altri idiomi, altri dialetti, altre parole ed espressioni. Tale era la varietà che qualche predicatore occidentale la paragonò alla proliferazione babelica del Vecchio testamento.

Alfabetizzare dunque quella massa di persone non era certo semplice, compito che ricadde principalmente sui frati francescani e domenicani, frati che in un primo tempo cercarono di farsi capire tramite gesti e segni corporali, passando poco a poco all’interpretazione delle parole amerindie e alla traduzione allo spagnolo.

Sembra che i bambini aiutarono in un certo qual modo i missionari, i quali, a contatto giornaliero e giocando con loro, si sforzarono comprendere il significato dei termini:

E avevano [i frati] sempre carta e inchiostro a portata di mano e, appena sentivano una parola detta dal piccolo Indio, la trascrivevano, insieme al significato che aveva la parola pronunciata.” (2).

Una pagina de Arte para aprender la lengua mexicana, di Andrés de Olmoss

Una pagina de Arte para aprender la lengua mexicana, di Andrés de Olmoss.

Così, parola dopo parola, sia il Náhuatl sia il Quechua furono traslitterati al latino, un lavoro certosino e lento non facile, in quanto bisognava distinguere fra sostantivi, verbi, suffissi, meccanismi insomma del tutto ignoti ai predicatori.

La prima grammatica Náhuatl risale al 1547 e si deve al frate francescano Andrés de Olmos (1485-1571), la Quechua al 1560 grazie al domenicano Domingo de Santo Tomás (1499-1570), e tantissime altre. Più o meno verso la fine del XVI secolo, la maggior parte delle lingue indigene avevano una grammatica e potevano essere intese.

Tutto ciò non fu semplice, né prodotto di pochi anni o decenni, né si potevano in poco tempo sostituire lingue ancestrali con lo spagnolo, anche perché, fra l’altro, l’amministrazione coloniale non aveva le idee chiare al riguardo, basta solo riflettere sul fatto che i francescani erano propensi a divulgare, per esempio in Guatemala, più il Náhuatl che lo spagnolo.

Nel 1550 un’ordinanza regia ordinava di insegnare il castigliano agli indios, poi, intorno al 1570, si ritornò a imporre il linguaggio Náhuatl, per vietare addirittura ai bambini indios la loro lingua madre nel 1590 e obbligare alla fine studiare lo spagnolo.

Il problema dell’ispanizzazione durò ancora per lungo tempo e addirittura lo stesso Filippo II era poco convinto nel costringere i nativi ad abbandonare definitivamente la loro lingua naturale.

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– 1. George Baudot, La vita quotidiana nell’America latina ai tempi di Filippo II, Rizzoli, Milano, 1996.
– 2. Fray Gerónimo de Mendieta, Historia Eclesiástica Indiana, I, cap. XXVII, pag. 75.

Nov 232011
 

“Quanto alle vicende di Spagna,
i poveri sono sempre stati bene accolti nella nostra casa
e gli esuli trovavano rifugio sotto il nostro tetto.
Ebrei spagnoli, ospiti distinti e graditi,
passavano di continuo tra noi…
e mi raccontavano tutta la terribile storia dell’espulsione…”
(Eliya Capsali il Cretese, Seder ‘Eliyahu Zuta)

Marranos, Moshe Maimon, 1893

A volte rifletto che la storia economica dell’Europa nell’età moderna – epoca da noi investigata in questo blog – è, anche ma non solo, legata agli ebrei e ai loro flussi migratori, flussi, spesso e volentieri, indotti da volontà e forze esterne. I loro prestiti, i loro commerci, i loro interessi finanziari erano tali da poter far pendere il piatto della bilancia vuoi da una parte vuoi dall’altra: l’unione era un punto di forza. Gli imprenditori ebrei avevano un ruolo importante nei traffici del Mediterraneo, negli scambi commerciali con l’Oriente, così come nelle elezioni di certi imperatori – vedi Sacro Romano impero. Pepe, spezie, gioielli, stoffe, denaro, lettere di cambio, crediti, e via dicendo, furono gli articoli maggiormente negoziati, articoli che entravano e uscivano da determinate città o porti che agevolavano il loro commercio e permettevano sviluppare, più o meno liberamente, le loro attività; ricordiamo, in Italia, Ancona, Livorno, Pisa, Pesaro…

Bautizo de judíos conversos

Sappiamo bene che l’editto di espulsione dalla Spagna del 1492, promulgato dai re cattolici, indusse gli ebrei a rifugiarsi sia verso il Portogallo che verso le terre del nord Europa, una migrazione temporanea, giacché proprio il Portogallo, qualche anno dopo, il 19 marzo 1497, costrinse loro battezzarsi la domenica successiva, almeno tutti coloro compresi fra i quattro e i quarant’anni. Ordine che causò scompiglio, panico, decisioni affrettate, oltre che umiliazione. Eppure, nonostante la conversione di alcuni alla fede cristiana, la vita in quelle terre non fu certo facile, accusati di professare segretamente la loro religione e sempre presi di mira o incolpati.

Vi furono città che, vedendo possibilità di sviluppo economico, incoraggiarono con leggi speciali accogliere comunità sefardite, provenienti dalla Spagna e dal Portogallo, città come, per fare un solo esempio, Venezia e Ferrara. Ma non sempre, giacché anche queste, a un certo punto della storia, sono costrette a rivedere le proprie decisioni: Venezia, nel 1550, decreterà la loro espulsione. E Ferrara ne accoglierà un buon numero, grazie alla protezione degli Estensi – in modo particolare Alfonso I (1476-1534) ed Ercole II (1508-1559) -, Ferrara, città in cui si sviluppò durante il XVI sec. un pacifico scambio culturale, religioso, fra sacerdoti cattolici e rabbini. Fra i grandi che vissero per qualche anno nella città emiliana, ricordiamo l’umanista Abraham ben Mordekai Farissol (1451-1525) e il medico Amato Lusitano (1511-1568), docente di botanica e anatomia. Poi, sul finire del ‘500, il clima cambierà e numerosi furono costretti a partire, taluni anche verso la lontana Turchia, pronta a ospitarli.

Lettura della Torah in una sinagoga sefardita, Haggadah Barcellona, miniatura XIV sec.

Lettura della Torah in una sinagoga sefardita, Haggadah Barcellona, miniatura XIV sec.

I marrani, gli ebrei battezzati, non avevano dunque un’esistenza pacifica: visti dalla parte cristiana erano sempre ebrei, visti dalla parte ebrea erano apostati, poco affidabili e poco credibili. Inoltre, loro stessi, gli stessi marrani, per continuare a mantenere relazioni con gli ebrei dovevano dimostrare essere, nella loro intimità, ancora ebrei, per non parlare degli squilibri, della sofferenza che portava l’esser stati obbligati a convertirsi. Una dualità che condurrà peraltro a problemi psicologici e a traumi esistenziali. Costretti com’erano a vivere in zone limitrofe alla città o in ghetti – ricordiamo quello di San Girolamo a Venezia voluto con un provvedimento del 1516 -, a girare con copricapo o con simboli che li identificavano, queste persone erano di solito considerate sospette e tenute sotto sorveglianza. Infatti, la bolla di papa Paolo IV (1476-1559), Cum nimis absurdum, ordinava loro, fra le altre cose, indossare segni di riconoscimento.

Coloro che abbracciarono il cristianesimo, lo fecero di malavoglia, cercando di perpetuare le loro tradizioni, come sempre, in forma orale, sostituendo i libri ebraici con la Bibbia, professando solo esternamente la nuova fede. Le donne, e gli anziani, svolsero un ruolo decisivo nella trasmissione delle tradizioni orali, poiché quando un ragazzo diventava adolescente, in grado cioè di mantenere un segreto, quello della loro vera fede, veniva iniziato nella sua vera credenza giudaica. Tradizione, oralità, credenza, memoria, elementi tipici di un popolo costretto a sfuggire alle persecuzioni. Da qui, l’importanza della parola ebraica Zakhar, ovvero ricordare, è tale che nella Bibbia è ripetuta nelle varie declinazioni ben 169 volte.

Oct 222011
 

Dopo undici mesi d’assedio, Giustino di Nassau, comandante della piazzaforte olandese di Breda, consegna le chiavi della città agli assedianti spagnoli capeggiati dal genovese Ambrogio Spinola (1569-1630), esponente di una ricca e forte famiglia con interessi economici in Spagna. Giugno del 1625, l’esercito iberico ottiene una grande vittoria. Ricordo siamo in piena fase della guerra d’indipendenza dei Paesi Bassi.

Il pittore spagnolo Diego Velazquez (1599-1660) ne farà tema di uno dei suoi più riusciti quadri, La resa di Breda o Le lance (1634-35), una tela dove emergono e si palesano sentimenti in modo davvero notevole.

Con alle spalle un paesaggio desolato, devastato e pieno di fumi per incendi, Giustino di Nassau porge al nemico le chiavi di Breda, un gesto raffigurato con umiltà nell’intento di chinarsi rispettoso all’avversario, e, nello stesso tempo, Ambrogio Spinola conforta con una mano sulla spalla il nemico. La scena, a mio avviso avvolta in un delicato silenzio, è garbata e discreta, piena di umanità, se di umanità si possa parlare durante una battaglia, una scena in cui c’è ancora posto per una resa onorevole. L’elemento materiale che spicca fra tutti sono quelle lance alzate al cielo, sul campo destro del quadro per chi guarda, lance che spezzando la linea dell’orizzonte danno profondità e solennità all’insieme, lance che simbolizzano la forza delle truppe spagnole.

Diego Velázquez, La resa di Breda, 1634-35

Sep 292011
 

Colombo sbarcato a Guanahani, Theodore de Bry, XVI sec.

Con la scoperta delle nuove terre americane da parte di Cristoforo Colombo (1451-1506) entriamo, secondo alcuni storici, nell’Età Moderna, quel periodo che va da fine Quattrocento a inizi Ottocento. Termina così un’epoca, il Medioevo, e inizia un’altra – ricordiamo che la storia è un continuum e che le periodizzazioni servono solo a scopo di studio -, epoca legata allo sviluppo della borghesia, alle nuove rotte commerciali, giacché il Mediterraneo perdeva la sua centralità economica, epoca che vedeva sorgere nuove potenze come la Francia, l’Inghilterra, l’Olanda e, con il passare dei secoli, vedeva tramontare il sole la Spagna di Carlo V e Filippo II che avevano ricevuto ingenti quantità di metalli preziosi proprio dai territori esplorati dal 1492 in poi.

Dicevamo di Colombo e dei suoi quattro viaggi verso la futura America, viaggi che avevano aperto – sarebbe meglio dire acuito e messo in risalto – il problema della schiavitù, che avevano condotto alla distruzione di vecchie civiltà, vedi Incas Azteca, che avevano portato in Europa nuovi prodotti agricoli come il mais, il pomodoro, la patata e via dicendo.

Alcuni, questi elencati, elementi che caratterizzano la prima metà dell’Età moderna, ma che hanno dato l’avvio, fra le altre cose, a un forte rapporto di dipendenza-interdipendenza con le americhe, rapporto che continua ancora oggi.

Chi erano i contemporanei di Colombo? Che relazione avevano avuto con il navigante?
 Di seguito un cenno ai sovrani con cui ebbe maggiori contatti.

Giovanni II del Portogallo

Giovanni II del Portogallo

Fra il 1484 e il 1485, Colombo presenta al re Giovanni II del Portogallo (1455-1495) la tesi secondo la quale è possibile raggiungere l’Oriente passando da Occidente. Il re, aperto alle novità e interessato alle scoperte, non rifiuta immediatamente il progetto, lo sottopone ai suoi esperti che, dopo averlo esaminato, lo escludono, forse perché, i portoghesi, impegnati in altre esplorazioni, forse perché in difficoltà economica, forse perché considerato troppo rischioso.

Colombo, in effetti, aveva solo fatto un’esposizione generica, tralasciando particolari, per timore che gli fosse rubata l’idea. Ritornerà, nel 1489, a proporre le sue convinzioni.

In quegli anni, Bartolomeo Diaz doppiava Capo di Buona Speranza, 1487-88. Le navi portoghesi oramai navigavano lungo le coste dell’Africa occidentale con buona frequenza. Qualche anno dopo, 1498, Vasco da Gama, passando la punta africana, puntava verso il sud dell’India, aprendo nuove possibilità di traffico con l’Oriente, un nuovo modo per evitare di attraversare i paesi controllati dai turchi.

Il Portogallo del XV secolo non era ancora un paese ben organizzato e urbanizzato, né aveva un’economia evoluta, possedeva invece una nobiltà forte e agguerrita, pronta ad arricchirsi, aperta, per quanto possibile, a investire nelle esplorazioni, esplorazioni patrocinate, qualche decennio prima, dal principe Enrico il Navigatore (1394-1460).

Colombo, convinto delle sue teorie, tenta la carta spagnola, ed è ricevuto da Ferdinando D’Aragona (1452-1516) e Isabella di Castiglia (1451-1504) che in quel mentre sono indaffarati a scacciare i mori e riconquistare la Spagna dopo 780 anni circa d’invasione. La commissione che esamina la proposta lo ascolta attentamente. Dopo varie incertezze e vicissitudini – la tesi era considerata folle e inattuabile dai dotti dell’epoca – e pretese da parte del navigante – chiedeva tre navi e vari milioni di maravedi, oltre a esser fatto nobile, ecc. -, l’operazione va a buon termine, sebbene le casse reali fossero all’asciutto, considerata la recente conquista di Granada. Trovati i finanziatori, il navigante appronta le navi e salpa da Palos de la Frontera il 3 agosto 1492.
 Al suo ritorno in Spagna, il 14 marzo 1493, scriveva ai sovrani:

“[…] Dopo 33 giorni dacchè partii da Cadice, giunsi al mare delle Indie, dove trovai molte isole assai popolate, delle quali, fatto il bando in nome del felicissimo nostro Re e spiegate le bandiere, nessuno opponendovisi, presi possesso. Alla prima diedi il nome del nostro divin Salvatore, con l’aiuto del quale giungemmo a questa ed alle altre tutte. Quella che gl’indigeni chiamano Guanahani e ciascuna delle altre io chiamai con nome nuovo: cioè l’una, isola di Santa Maria della Concezione; Fernandina l’altra; e l’altra, Isabella, e l’altra ancora, Giovanna; e così volli che fossero dagli altri chiamate.
Come approdammo dapprima a quell’isola che testè dissi da me chiamata Giovanna, avanzai alquanto lungo il lido verso occidente. Poichè la vidi grandissima, non avendovi trovato limite alcuno, tanto da crederla non già un’isola, ma una provincia continentale del Catai, non vedendo alcun castello o città situati ne’ confini marittimi, fuorchè alcuni villaggi e poderi rustici, con gli abitanti de’ quali m’era impossibile parlare, dandosi essi alla fuga non appena ci vedevano, proseguii sperando di trovare qualche città o villaggio […]” (1)

*****

- 1. Lettera ai Reali di Spagna.