Jun 052011
 

La storia della fortezza di San Juan de Ulùa è una lunga, dolorosa storia. A noi qua interessa dare solo dei cenni del primo insediamento spagnolo, giacché da quelle coste partivano le navi cariche di oro e argento dirette verso la Spagna, verso il porto di Siviglia (>>qua e >>qua e >>qua), oro protetto in quei famosi bauli a tre chiavi di cui abbiamo già detto (>>qua).
Veracruz fu la prima città fondata dagli europei nell’America continentale, città edificata per volere di Hernán Cortéz nel Golfo del Messico. I primi spagnoli ad arrivare furono quelli di una spedizione comandata da Juan de Grijalva, la cui avanguardia era diretta dal capitano Pedro de Alvarado. Correva l’anno del Signore 1518. L’anno seguente si fondò San Juan de Ulúa, in un isolotto, Tecpan Tlayácac, di fronte all’attuale porto di Veracruz: San Juan in onore al capitano Juan de Grijalva, mentre Ulúa era una storpiatura del nome indigeno acolhua, giacché, si racconta, quando i conquistadores giunsero da quelle parti videro due ragazzi sacrificati e domandando a un’indigena cosa stesse accadendo, si sentirono rispondere che i culùa avevano ordinato immolare due giovani.
Nel 1535 si iniziò la vera e propria costruzione della fortezza con materiali del luogo, sia per proteggere le navi dal maltempo, sia come difesa dai filibustieri e dai pirati che in quegli anni solcavano quelle acque alla ricerca di preziosi bottini. E infatti è famosa la battaglia del 1568 contro una flotta inglese al comando di Francis Drake, pirata battuto proprio dagli spagnoli.
La fortezza fu base per le successive spedizioni, punto di ritrovo e di ricovero, fu una delle più possenti dell’epoca.

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Feb 042011
 

Sembrerà strano, ma i metalli preziosi, oro e argento, che provenivano sia dalle nuove terre americane sia dal nord e dall’est europeo, oltre che dall’Africa, una volta giunti in Europa, prendevano la via per l’Oriente, denari per comprare e commerciare beni che nel nostro continente si vendevano per la maggiore. Oriente che importava poco ed esportava abbondanza di merci verso il Mediterraneo: spezie, droghe, sete e via dicendo, erano comprate con monete coniate a Genova, a Firenze, a Venezia, poi con il Real de a ocho spagnolo (qua). Il cui valore d’acquisto in quelle terre esotiche, come India, Cina, era maggiore che nei paesi cristiani. La lettera di cambio, tipica e di comune uso in Europa, quasi mai era accettata in quei luoghi, raramente nei paesi islamici.
Cosicché sembra che proprio dal XVI secolo, i metalli preziosi diedero una forte spinta all’economia, iniziando forse dalla metà del XV secolo, potendosi notare i risultati nel secolo successivo.
Questi, prima della scoperta dell’America, provenivano dalle miniere della Vecchia Serbia, dalla Sardegna, dalle Alpi, da Neusohl nella vecchia Ungheria, da Mansfeld in Sassonia, da Kuttenberg vicino Praga, e ancora da Schwaz nella vallata dell’Inn, dal Sudan e dall’Etiopia, poi ancora dalla Guinea portoghese, convergendo verso il Mediterraneo. Dai primi decenni del XVI secolo, l’oro e l’argento americano prenderà il sopravvento, sostituendo come importanza prima le sorgenti africane e poi quelle tedesche. Metalli che entreranno via mare a Siviglia in un paese protezionista, tutto barricato di dogane, pronto a sorvegliare in modo certosino le uscite. Ma, si sa, in un modo o nell’altro, ufficialmente o sottobanco, le monete spagnole sfuggivano e andavano a finire in Francia, in Inghilterra, in Germania, etc.: “Una volta, è il battello francese Le Croissant di Saint-Malo, sequestrato in Andalusia per commercio illegale d’argento; un’altra, due barche marsigliesi fermate nel golfo del Leone e trovate cariche di monete spagnuole”(1), insomma, c’è bisogno di denaro sonante affinché l’economia vada avanti e le barriere non possono fermare la richiesta. I tempi sono cambiati, il baratto è sempre meno di moda. Per non dimenticare che erano lo stesso Carlo V e poi Filippo II i maggiori esportatori di denaro, con le loro spese al di fuori della Spagna. Denari che nei primi decenni del XVI secolo andavano a finire ad Anversa, dove nel 1531 nasce la borsa. Città, oltre ad essere attivo centro economico di quegli anni, era florido centro finanziario, da dove il prezioso metallo partiva alla volta dell’Europa settentrionale, verso la Germania e le isole britanniche.
Cambiando le sorti dei Paesi Bassi, intorno ai primi anni del 1570 – forse qualche anno prima -, seguendo la crisi di Lione, più o meno nello stesso periodo, il Mediterraneo riacquista una certa centralità nei traffici monetari. Barcellona rifiorisce, l’Italia è invasa dai preziosi metalli, ad Algeri si contratta in scudi spagnoli, in Turchia si inviano casse piene di denaro, così come a Ragusa, a Livorno. Era a Genova dove sbarcavano però ingenti quantità di monete spagnole, genovesi che si erano inseriti già dagli inizi del XVI secolo saldamente in Siviglia, per poi mettersi nei mercati di Anversa. “Come il Secolo dei Fugger, il secolo dei Genovesi, più tardi quello di Amsterdam, durò appena due o tre generazioni umane.” (2)

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1. Fernand Braudel, Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II, Einaudi, 2010, vol. I, pag. 511.
2. Fernand Braudel, op. cit. pag. 547.

Mar 042010
 

Qualcuno dice che analizzando le opere di un pittore nella sua terra d’origine si scoprono sfumature e sottigliezze che generalmente sfuggono quando si estraggono dal loro contesto territoriale. Murillo ne è un esempio, artista che si comprende solo se si studiano colori, emozioni, sentimenti della Siviglia del XVII secolo, di quella Spagna fatta grande da Carlo V e Filippo II, di cui la città era importante centro commerciale che apriva il suo porto fluviale per l’entrata di mercanzie da tutto il mondo.
Proprio in questi giorni la città ospita nel museo delle Belle Arti un’esposizione dal titolo El joven Murillo, una quarantina di tele provenienti da varie collezioni e istituzioni, tele che vogliono raffigurare l’itinerario giovanile del famoso artista.
Cosicché, trovandomi in Spagna e propriamente a Siviglia qualche giorno fa, non perdetti l’occasione di girovagare per le sale del museo, un museo che vale la pena visitare con somma attenzione anche per le opere permanenti che alberga.

L’Hotel Petit Palace Canalejas si trova proprio a due passi dall’istituzione, un piccolo ma confortevole hotel nel pieno centro storico della città. Uscendo, girando a sinistra, e dopo un centinaio di metri svoltando a destra, ecco a breve distanza il museo, davanti un vecchio giardino pubblico che accoglie piante di Ficus magnolioides che potrebbero raccontare fatti e misfatti di oltre un secolo fa. Ebbene, quella mattina, anzi tarda mattinata, giacché mi piace visitare i musei quando tutti pranzano e c’è poca gente in giro, ebbi il piacere di assaporare un pittore che è tra i miei preferiti.
Entrata gratis, come quasi in tutti i musei spagnoli, e due sale ben ricolme di quadri mi aspettavano.

Bartolomé Esteban Murillo, sivigliano di nascita (1617-1682), fu allievo di Juan del Castillo, artista locale di buone doti pittoriche. Influenzato anche da Juan de Roelas, Francisco de Zurbarán, nonché dalle opere sivigliane dello stesso Velázquez, rivela la costante inquietudine per superarsi, per dare il meglio di sé stesso, sia nella ricerca dei colori che nella tecnica. Opere come La visión de San Antonio (1655) o la monumentale  Inmaculada (1653) chiamata anche La colosal, sono l’espressione di un cammino artistico iniziato con impegno e passione fin da apprendista, fin da quando legato alla tradizione naturalistica presente nella sua città. Il giovane artista è immediato, spontaneo, naturale, direi, forse, particolarmente sentimentale.
Una delle sue prime tele sembra essere stata La Virgen entregando el rosario a Santo Domingo (1638 ca.), opera di forte carica iconografica, in cui si evidenzia una certa influenza anche del manierismo italiano dell’epoca precedente. Aspetti della vita quotidiana possiamo osservare nel San Diego de Alcalá dando de comer a los pobres (1645), in cui contrasti cromatici comunicano un’immagine altamente reale della Siviglia a lui coeva, quando i conventi distribuivano alimenti fra i poveri. Per non dimenticare l’Inquisizione che Murillo raffigurerà nel San Salvador de Horta y el inquisidor de Aragón (1645), dove lo stesso inquisitore, incredulo dei miracoli del santo, andrà ad accertarsi personalmente della verità. Tutte tele, quelle dedicate alla religione, in cui risalta sempre la forte presenza umana dei personaggi.
In un’altra grande sala adeguatamente illuminata, toccanti i ritratti di due anziane, Vieja con gallina y cesta de huevos (1645 ca.) e Vieja hilandera (1650 ca.), così come El joven mendigo (1645-1648) e Dos muchachos comiendo melón y uva (1645-1648), manifestazioni di un artista alla ricerca della propria tecnica.

La mostra è davvero un piccolo gioiello, specialmente per coloro che amano i percorsi artistici, l’evoluzione di una tecnica, il cammino, spesso sofferto, della trasformazione dei colori. Murillo è uno che seppe dare al suo tempo un’impronta notevole, influenzando in modo particolare i futuri artisti, ma, nello stesso tempo, ricevendo da Siviglia stimolo e ispirazione che imprimerà nelle sue tele.

Esco dalle sale, faccio un salto nella piccola ma fornita biblioteca, compro un paio di libri e mi incammino per andare ad almorzar ne El Corte Ingles. Dopotutto sono già le tre del pomeriggio, il mio spirito è appagato, adesso tocca al corpo fisico.

Sevilla me encanta, siempre.

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Alcune belle foto di Siviglia: qua.

May 082009
 

Baule coloniale spagnolo XVI sec.Con la scoperta dell’America, nel 1492, e lo sfruttamento delle sue risorse, in particolare dell’oro, avvenne, nella seconda metà del ’500, un fatto caratteristico, quanto meno per l’epoca.
L’oro e l’argento, proveniente dalle colonie dell’America centro-meridionale, erano usati come denaro. Arrivava tramite i vascelli spagnoli più o meno una volta l’anno e durante quel periodo tutti erano presi dalla frenesia del comprare, dello spendere, dell’avere, nel mentre  si aspettava il prossimo carico. Si calcolò che dal 1500 al 1650 approdarono in terra spagnola, principalmente nel porto di Siviglia, circa 180 tonnellate d’oro e 160.000 tonnellate d’argento, per lo più destinato ai mercanti e banchieri italiani, fiamminghi, tedeschi.
Cosicché la Spagna importava l’oro e lo consumava rapidamente. Si era creato, dunque, un incremento della quantità di denaro disponibile, con una grave conseguenza  per l’economia spagnola: restando la produzione invariata e accrescendo il consumo i prezzi rincararono. Per esempio, alla fine del 1500, il valore del pane era cresciuto 16 volte dall’inizio del secolo.
Per soddisfare il fabbisogno interno, gli spagnoli necessitavano materie, prodotti, articoli di cui non disponevano, pertanto iniziarono a comprare merce dall’Italia, dalla Francia, da altri paesi, al punto che l’import divenne  di conseguenza superiore all’export. In tal modo, scarseggiando la mercanzia, non producendosene maggiori quantità, il costo della vita si innalzò anche in altre nazioni europee.Filippo II

Era il tempo in cui Filippo II di Spagna, fedele cattolico, forte dei suoi capitali, intraprese una lunga guerra, senza successo, contro i Paesi Bassi, a religione protestante. Nello stesso tempo, desiderava dimostrare che la sua nazione era una potenza, cercando per ben tre volte di sottomettere l’Inghilterra di Elisabetta I. Subì una clamorosa sconfitta nel 1588, da parte degli inglesi che distrussero un buon numero delle navi dell’Invincibile Armada.
Il suo regno si caratterizzò per il fanatismo religioso, cacciando dal paese sia gli ebrei che i mori convertiti al cristianesimo, i quali detenevano buona parte del potere economico. Aumentò le tasse e dilapidò i ricavi dei suoi domini americani in guerre e in spese militari. A causa di tale sperpero, per ben sei volte Filippo II dichiarò bancarotta, con gli effetti che tutti immaginiamo.
La Spagna, alla sua morte, era in ginocchio, non aveva più quella forte e solida economia di principio secolo: artigiani, operai specializzati, agricoltori dovettero lasciare il paese in cerca di una nuova confortevole vita. Le colonie americane si ribellavano, il commercio si deteneva, le flotte arrivavano con pochi carichi, il morale del popolo era davvero basso.
Eppure, a costo di sacrifici gli spagnoli seppero esercitare un ruolo importante nell’Europa del ’600.

 

Aug 182008
 

C’è una parte della storia che stimola la mia attenzione, quella parte che parla dell’economia e delle monete in particolare, quella parte che è sempre stata il motore degli eventi nel trascorrere lento del tempo. Le monete, come gli uomini, hanno una nascita, uno sviluppo, un declino, hanno misfatti a loro legati, hanno leggende da raccontare.

Nella seconda metà del ‘400, con la scoperta di giacimenti di argento nelle Alpi e negli Erzgebirge (Monti metalliferi), a Schwaz, nel Tirolo, e a Schneeberg, in Sassonia, si cambiò l’aspetto della monetizzazione in quasi tutta Europa. L’abbondanza del materiale prezioso permise coniare monete più solide, più forti, più pure. Retrocedendo un po’ nel Medioevo, ricordiamo che quelle di prima erano sottili e fragili, tanto che si potevano spezzare facendo forza con le due mani, oltre ad avere una bassa percentuale di argento.

Il miglioramento, dunque, iniziò a Venezia, dove si coniò nel 1472 una moneta spessa e dura chiamata lira Tron. Si distingueva inoltre dalle anteriori perché v’era raffigurato il doge del tempo, appunto Nicolò Tron.

Pochi anni dopo, nel 1474, anche Milano ne foggiò una, leggermente più robusta di quella veneziana, recante sul rovescio il ritratto del duca Galeazzo Maria Sforza. Le due monete furono volgarmente chiamate testoni, dal ritratto delle teste dei principi governanti, e valevano 20 soldi.

Seguirono a ruota altre città italiane, Torino nel 1483, Genova nel 1492, Firenze 1535, oltre che nazioni straniere come i Paesi Bassi nel 1487, Inghilterra nel 1509, Francia nel 1513. (1)

Codesto denaro, ben accetto quasi ovunque, fu la base di un solido commercio fra gli stati europei e non, sino a quando, con la scoperta delle Nuove Terre, l’argento e l’oro spagnolo invase letteralmente il mercato monetario internazionale. La loro valuta, il real, e in particolare il real de a ocho, che aveva lo stesso peso di otto reali castigliani d’argento, istituito con una ordinanza reale del 18 novembre 1537, fu la moneta maggiormente adoperata nelle transazioni mercantili, e non solo in Europa, ma anche in Oriente, in Turchia, in Cina, in India. Si hanno notizie che a Milano arrivò nel 1551, a Firenze l’anno dopo, a Venezia nel 1585, nei Balcani nel 1530, ad Algeri si era già nel 1570, addirittura in Estonia, 1579. Prussia ricevette i primi reales nel 1590.

In sostanza, il peso o il duro, come comunemente si chiamava, era ricevuto in quasi tutto il mondo con cui la Spagna aveva contatti commerciali. Sebbene brutti a vedersi, mal coniati, rozzi, ebbero una grande diffusione, fu la moneta maggiormente scambiata per oltre due secoli, moneta che caratterizzò un esteso sviluppo economico e traffici con paesi lontani e poco noti.

Le cose cambiarono quando si introdussero monete a bassa percentuale di argento e leggermente più sottili, potendosi addirittura spezzare; i commercianti, le banche, gli stati, poco a poco, iniziarono a rifiutarla, il declino era vicino. In verità, i reales spagnoli non furono mai monete stabili come  il Fiorino di Firenze o il Ducato di Venezia che contennero sempre la stessa quantità d’argento, il real, a secondo della sua provenienza – se dal Perù, o dal Messico, o da Siviglia -  cambiava la percentuale effettiva di metallo prezioso. E la gente non era certo stupida.

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- 1. Carlo M. Cipolla, Conquistadores, pirati e mercatanti, ed. il Mulino, 1999, pag. 40.

- Prima foto: Lira Tron del 1572 (foto Wikipedia).

- Seconda foto: Un real de a ocho d’argento spagnolo coniato a Toledo nel 1590 (foto Fuenterrebollo).

Jul 152008
 

Che cosa dire di Siviglia? Quali frasi comporre, che parole adoperare per illustrare un’incantevole, memorabile, superba città?

Conosco Siviglia da remoto tempo, da quando mi ospitò alla fine degli anni ’80, poi ebbi l’occasione di visitarla varie volte, l’ultima proprio all’inizio di quest’anno.

Vi lascio un videoclip, una raccolta di foto, per introdurre uno dei più bei capoluoghi iberici, una città piena di leggende, di storia, di fatti, una città che ha visto arrivare nei secoli XVI e XVII quasi tutto l’oro dalle terre conquistate oltreoceano, una città che ha vissuto l’Inquisizione, una città che ha tanto da raccontare solo a chi sa ascoltare.

A Siviglia hanno soggiornato artisti come il famoso pittore Francisco de Zurbarán (1598-1664), autore della famosa Apoteosi di San Tommaso d’Aquino, il grande Velázquez (1599-1660), poi il buon Murillo (1618-1682), esponente della pittura barocca spagnola; e prima ancora, la vicina colonia romana Italica vide la nascita di Adriano e di Traiano, imperatori di Roma; per non dimenticare che fu terra d’ispirazione per poeti, quali Gustavo Adolfo Becquer (1836-1870) e Antonio Machado (1875-1939).

E si potrebbe continuare, magari visitando il museo-palazzo della contessa di Lebrija, camminando lungo le rive del Guadalquivir che ai tempi della dominazione araba era navigabile sino a Cordoba, soffermandosi ad assaporare i quadri del museo delle Belle Arti, o entrando in quello Militare dove, fra le altre cose, si ospita un Archibugio del XVI secolo, o ancora il bellissimo palazzo dell’Archivio delle Indie, o ricordando inoltre l’Esposizione Ibero-americana del 1929 e l’ultima, l’Universale del 1992, due date impresse nella memoria dei sivigliani. Insomma tanto da fare, tanto da vedere, tanto da godere.

Se poi si ha la fortuna di trovare aperta la porta di un vecchio edificio, è doveroso sbirciare cautamente per ascoltare l’acqua che zampilla dalla fonte al centro del patio, patio tipico delle costruzioni arabe, che in estate è luogo di frescura e riposo pomeridiano, di ritrovo familiare, patio adornato spesso con azulejo tipicamente moresco, come nell’indimenticabile Casa de Pilatos.

Qua, a noi interessa solleticare almeno un po’ la curiosità, per approfondire e conoscere una località che merita tutta la nostra attenzione.

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Jun 122008
 

Normalmente, giunge nella vita di ognuno di noi il momento di decidere dove essere sepolto, cosa fare dei propri resti. Ebbene, qualche giorno fa, discutendo in famiglia, palesai il mio voler essere cremato, spargendo ai venti le mie ceneri. Non desidero essere interrato in nessun luogo, non desidero una tomba, né tantomeno qualcosa che mi indichi.

Tutto ciò per introdurre un tema che, a mio avviso, è avvincente studiare: i monumenti funebri dei grandi personaggi.

Chi di noi non ricorda quell’indimenticabile data del 12 ottobre 1492, quando Colombo gridò al mondo intero di aver raggiunto le Indie percorrendo la strada dell’occidente? Partito con la speranza di trovare una nuova rotta, aveva invece raggiunto l’isola di Guanahanì, nelle Bahamas, ribattezzata San Salvador, in America.

La notizia delle sue gesta fece ben presto il giro dell’Europa, ricevendo onori, incarichi, commissioni, tesori, titoli. Poi si manifestò il risvolto della medaglia, il destino cambiò percorso, il nostro Cristoforo Colombo, povero, ammalato, dimenticato da tutti, morì a Valladolid, in Spagna, nel 1506, ad appena 55 anni.

I governanti di allora, ma anche di dopo, si contesero le sue spoglie, che dicono essere a Siviglia (Spagna), a Santo Domingo, a Cuba, altri ancora che sono in mano a una famiglia genovese, suoi lontani parenti, altri ancora sostengono essere sepolte nell’oceano.

In ogni modo, vi lascio queste foto, scattate nella bella e maestosa cattedrale di Siviglia, che rappresenta il sepolcro (ufficiale?) di Colombo.    

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Apr 262008
 

“Felices, en verdad, una y mil vezes, aquellos cuyos pies pisan, al andar, gemas y piedras preciosas”.

(Apuleio)  

25 gennaio 2008.

Sono le 14,30 di uno splendido pomeriggio. Gironzolo, dopo aver pranzato in un buon ristorantino vegetariano, per le strade soleggiate di Siviglia, senza una meta, senza un fine, raccogliendo le idee dopo aver visitato l’immensa Cattedrale e l’Archivio delle Indie. Alzo gli occhi qua e là, come mia abitudine, cercando particolari, bramando peculiarità, desiderando scoprire caratteristiche di una Spagna che ha sempre affascinato la mia attenzione.

Bighellonavo, dicevo, per una stretta via, la calle Cuna, in pieno centro storico, quando tutto di un tratto mi ritrovo davanti al portone di un palazzo di cui non avevo mai fatto caso. Ebbene, curioso come sono, entrai per scoprire una delle più belle meraviglie di quel viaggio.

Ci sono personaggi il cui destino sembra avergli riservato il compito di tramandare ai posteri i loro beni, beni madidi di storia e leggenda, beni pronti a raccontare fatti e misfatti di un’epoca, beni raccolti, collezionati, raggruppati per soddisfare la curiosità e spingere allo studio. Uno di questi personaggi è stato senza ombra di dubbio la Contessa di Lebrija.

La contessa era un’appassionata collezionista con la brillante consapevolezza che quegli oggetti un giorno sarebbero serviti come temi di ricerca e approfondimento storico.

Doña Regla Manjòn y Mergelina nacque a Sanlùcar de Barrameda, in Andalusia, nel 1851. Ancora giovane si sposò con il sivigliano Don Federico Sànchez Bedoya, ufficiale d’artiglieria, che morì nel 1898. La contessa si trovò così ad appena 47 anni vedova, rivolgendo tutto il suo impegno al collezionismo.

Fu nel 1901 che acquistò e iniziò a decorare quello che ora è un Palazzo-Museo a Siviglia, in calle Cuna. In quegli anni comprò a Italica – la prima colonia fondata dai romani fuori dall’Italia, vicino Siviglia (Hispalis) e che ricordiamo per aver dato i natali a Traiano e Adriano – ciò che possiamo ammirare come pavimento di quasi tutto il primo piano, quei bellissimi mosaici che impreziosiscono riccamente la casa e per tale motivo mi permetto definire essere il miglior palazzo pavimentato d’Europa. Fu tanto l’amore per quelle decorazioni, che non ebbe mai timore di abbattere e ricostruire le pareti delle sale solo per sistemare agevolmente il mosaico acquistato.

Durante gli scavi per prelevarli, si rinvenne grande quantità di oggetti che la contessa decise di raccogliere e catalogare: vasi, cocci, terrecotte, frammenti di storia del passato greco, romano, arabo, che affascinavano il nostro personaggio, sono ora custoditi e visibili nelle vetrine di eleganti armadietti.

Il pianterreno, inoltre, ha diversi patii e piccoli giardini adornati da fontane che, oltre a dare luce, rinfrescano le abitazioni nel periodo di massimo calore estivo ed è piacevole girare per quei luoghi assaporando l’aria frizzante.

Tutta la casa risente della sua influenza, ma anche della sua costante presenza, giacché come la contessa diceva: “Le case hanno anima e fisionomia”. Per lei, era la sua dimora, era la dimora della sua passione, delle sue collezioni, dei suoi studi.

Camminavo assorto, scrutando ogni oggetto, ogni suppellettile, ogni particolare, cercando di raccogliere testimonianze di quei manufatti che erano stati l’incanto di Doña Regla.

Sculture, statue, torsi, da quello di Dionisio a quello di Afrodite, a quello di Atena, a tanti altri ancora, illuminano il Palazzo con le loro leggende, riempiendo angoli di atavica storia.

Una bellissima scala c’introduce nel secondo piano.

Ogni stanza, ogni luogo, ogni sala ha una sua caratteristica: quella dedicata al tè, che risente di un influsso arabo; quella dedicata al pranzo, piena di oggetti e utensili importati da tutto il mondo; la biblioteca, la mia preferita; e tante altre. Insomma, stili diversi, ma armoniosamente compaginati decorano il palazzo: dal Rinascimentale al Barocco, dal Romantico all’Inglese.

La forte passione per la cultura la indusse ad ampliare la collezione di libri raggiungendo un totale di oltre 4000 volumi, Baudelaire Dante Virgilio, autori spagnoli, americani, francesi, libri illustrati del XVII e XVIII sec., incunaboli, libri di storia, archeologia, biografie, arte. I miei occhi si posarono, oltre che su un volume da lei fatto stampare come Anonimo dal titolo Agua pasada. Poesias originales – una raccolta di sue poesie data alla luce nel 1930, a Madrid -, anche su una serie di tomi in cui si raccolgono lettere inviate e ricevute: la sua corrispondenza.

Io che vivo e divoro l’arte ho avuto il piacere di ammaliare i miei occhi con dipinti di Francisco de Pacheco – il suocero di Velasquez – Alonso Cano, Zurbaran, Murillo, il valenciano Sorolla, e altri meno famosi, ma non per questo meno pregiati.

La contessa abbandonò questo mondo terreno il 19 febbraio 1938, a 87 anni, senza figli, lasciando in eredità al conte di Bustillo, suo nipote Pedro Armero Manjòn, le sue ricchezze.

Sicuramente avrò fatto un torto, e mi dispiace, giacché il Palazzo – in alcune parti residenza privata – meriterebbe più righe, più dettagliata descrizione, più considerazione, in quanto, non solo custode di preziosi oggetti, ma anche depositario di una cultura, di un modo di vedere la vita, di un modus vivendi che ai nostri giorni manca del tutto e che dovrebbe esserci d’esempio in quanto, a mio avviso, solo conservando e studiando l’armonia e il bello del passato si può vivere degnamente il presente. E la Contessa di Lebrija lo fece.

Mi piacerebbe finire con i versi del poeta Rafael de Leòn, nipote della contessa:

Y en las noches de luna

la casa escucha absorta

y en silencio, el diàlogo

de Sevilla y de Roma.