Mar 142012
 

Inviato dall’imperatore Leopoldo I, Augustin de Mayerberg, barone, diplomatico tedesco, viaggia in Russia con lo scopo di ristabilire la pace fra la Polonia e la Russia dello zar Alessio I, viaggio di cui farà minuto resoconto nel suo scritto “Relation d’un voyage en Moscovie”.

Partito da Vienna il 16 febbraio 1661, dopo varie peripezie e ritardi, giunge a Mosca il 25 maggio. Isolato, giacché non poteva comunicare con altri stranieri, ritornò a Vienna nel marzo 1663.

In questo interessante volume ci descrive in modo davvero particolareggiato gli usi e i costumi dei moscoviti del XVII secolo, così come del loro rapporto con gli stranieri.

Di seguito come usualmente banchettavano.

Su di un lungo e stretto tavolo, ricoperto di tela di lino grossolana, si pone una fiala di aceto, con vasetto di sale e uno di pepe. Ognuno dei presenti riceve del pane ed un cucchiaio, quest’ultimo non sempre. Soltanto ad ospiti di particolare riguardo si danno piatti, forchette, coltelli salviette. Ed ora si portano i cibi. Le stoviglie anche presso le persone ragguardevoli e ricche sono di stagno e, per trascuratezza dei domestici, nere da far nausea. S’incomincia il pranzo con l’acquavite. La prima portata è costituita da carne di vitella fredda con aceto e cipolle, cui seguono brodo, arrosto ecc., il tutto condito con olio e cipolle, che i Russi apprezzano molto. Non si vede alcun manicaretto di cucina fina, che a Mosca è ignota. Tuttavia i Russi consumano la loro carne con tale bramosia, che sembrano piuttosto sbranarla che mangiarla. Quando hanno spolpato un osso, lo rimettono in una scodella con tale disinvoltura da far ribrezzo ai non abituati. Vino e birra sono poco usati, ma si fanno molte bevande d’altro genere, e l’acquavite chiude il pranzo come lo aveva aperto. Tutte queste svariate bevande si prendono da speciali recipienti, bicchieri, calici, tazze, pentole, per lo più di stagno o di legno, raramente d’argento: questi però sono molto neri e brutti, perché i Moscoviti non li fanno pulire. Nei banchetti festivi, oltre alla carne ed ai volatili, si portano anche pesci, che però sono assai malamente preparati, ma che essi gustano anche quando sono del tutto guasti. Al dessert fanno poca attenzione, giacché prima che esso compaia si sono già talmente riempito lo stomaco, che non vi resta più posto. Soltanto la sbornia mette fine al banchetto, e nessuno abbandona la sala da pranzo, se non lo si tira fuori a forza. Durante il pranzo la puzza dei rutti si unisce con quella dell’acquavite, delle cipolle, dell’aria emessa altrimenti, sì che uno quasi vien meno. Portano i fazzoletti da tasca sotto i berretti, ma seggono a tavola senza questi ultimi. Quando poi vogliono pulirsi il naso, lo fanno con l’aiuto delle dita, e nettano poi queste ed il naso con la tovaglia. Siccome non hanno alcuna cultura, la loro conversazione si riduce ad inezie ed oscenità. Per lo più si sentono chiacchierare sul prossimo e racconti di fatti scandalosi inventati. Queste feste tuttavia hanno un lato gradevole. La padrona di casa, rivestita dei suoi migliori abiti e coperta d’ornamenti, entra insieme con numerose donne di servizio nella sala, e porge al più ragguardevole tra gli ospiti un bicchiere d’acquavite, dopo aver posto le sue labbra all’orlo del vetro. Mentre egli beve, la donna si ritira, muta abiti, e poi si rivolge all’ospite più vicino. Dopo aver così pensato a tutti, infine si colloca presso la parete ad un’estremità del tavolo, e con occhi bassi riceve un bacio da ciascuno dei presenti.” (1)

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1. in Valentin Gitermann, Storia della Russia, La Nuova Italia ed., Firenze, 1973, pag. 886.

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Mar 062012
 

Di seguito un documento, una lettera del principe Pronskij allo zar Alessio I (1629-1676), figlio di Michele I Romanov, in cui descrive la terribile situazione a Mosca, una epidemia di peste che stava decimando la popolazione. Periodo ancor più tragico se pensiamo alle guerre con l’Ucraina, con la Polonia, la Svezia, oltre alle rivolte interne, e via dicendo, in cui la moria di soldati era impressionante e la fame era all’ordine del giorno. Così precaria era la situazione a Mosca che lo zar, di ritorno da una campagna militare contro la Polonia, dovette fermarsi a Vjaz’ma per un anno, raggiunto ben presto dai membri della famiglia.
L’autore di questa missiva morirà poche ore dopo averla scritta, mentre il suo successore nella carica, Chilkov, il giorno seguente, tale era la situazione in quei mesi.

Mosca, primi di settembre del 1654

…. Nelle nostre case non si sta meglio, e perciò le abbiamo abbandonate e viviamo in aperta campagna. Dal giorno di S. Simenone (1° settembre) in poi l’epidemia è diventata di giorno in giorno più perniciosa. Sia a Mosca, sia nei sobborghi è ancora in vita solo un piccolo numero di cristiani ortodossi. In sei reggimenti non c’è più nemmeno un soldato; negli altri, molti giacciono ammalati; parecchi soldati sono fuggiti. Non c’è nessuno là, che possa montar la guardia. Il comandante del reggimento degli Strelizzi è morto, e così pure sono morti molti capitani (comandanti di cento uomini). Quasi tutte le cattedrali e le chiese hanno sospeso il servizio divino; solo nella grande cattedrale il servizio divino ha ancora luogo tutti i giorni, sebbene con grande difficoltà, poiché sono superstiti solo tre sacerdoti… Così i cristiani ortodossi muoiono senza i conforti religiosi e vengono seppelliti senza la presenza di alcun sacerdote. Nella città e nei dintorni giacciono molti cadaveri, che sono straziati dai cani. Non c’è nessuno che possa scavare una fossa per i morti; i becchini che prima portavano via i cadaveri e scavavano fosse vicino agli ospizi dei poveri, sono morti anch’essi; tutti gli altri, vedendo ciò, sono stati presi dal terrore e non osano avvicinarsi ai cadaveri. Tutti gli uffici sono chiusi: impiegati e scrivani sono tutti morti. Le nostre case sono vuote, quasi tutti sono morti, e anche noi, Tuoi schiavi, aspettiamo di ora in ora che la morte venga a trovarci…

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1. in Valentin Gitermann, Storia della Russia, vol. I, La Nuova Italia ed., Firenze, 1973, pag. 884.

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Mar 012012
 

Ponendo fine al Periodo dei Torbidi, con Michele I (1596-1645) entriamo nell’era dei Romanov, famiglia che dirigerà le sorti della Russia fino al 1762, anno di morte della zarina Elisabetta (1709-1762).
Era figlio di un nobile feudale, Fiódor Nikítich Románov, divenuto poi patriarca nel 1619, e che per nove anni era stato ostaggio del re di Polonia, la cui influenza si sentirà nel figlio e nelle decisioni del governo. Eletto ad appena sedici anni contro la volontà della madre Ksenija Ivanovna Šestova che lo considerava ancora piccolo e poco esperto per dirigere, Michele, che in quel tempo viveva nel Monastero Ipatiev con la famiglia, ben presto si metterà al lavoro, avendo il padre come sostegno, genitore che talvolta prendeva decisioni senza consultare il figlio, in un paese devastato dalle guerre e in cui le casse dello stato erano vuote. E in effetti tanto fu il potere di Fiódor, che il paese si trovò ad avere contemporaneamente due sovrani.
Nel 16 febbraio 1617, a Stolbovo, firmava la pace con la Svezia di Gustavo II Adolfo, e grazie alla tregua di Deulino del dicembre 1618 con la Polonia, aveva permesso al padre rientrare in Russia – ricordiamo essere stato prigioniero. Nel 1634 porrà fine al conflitto russo-polacco, ottenendo dal re polacco Ladislao IV Vasa rinunciare al trono di Russia. Nello stesso tempo cercò riorganizzare lo stato feudale, rafforzandolo, così come l’esercito e il fisco, sempre a favore della casa regnante, tentando aprire al commercio estero.

Michele I di Russia riceve la corona a 16 anni (Grigory Ugryumov)

Noi, Michail Fëdorovič, grande Gosudar’, Zar e Gran Principe di tutta la Russia, in conoscenza delle fraterne e amichevole relazioni dei nostri predecessori con la regina Elisabetta e con il re Giacomo, desideriamo perciò di rimanere d’or innanzi in fraterno amore e salda amicizia con il nostro caro fratello re Giacomo, e agli ospiti (grandi mercanti) del paese inglese sir Thomas Smith (e ad altri menzionati per nome) abbiamo dato libertà di approdare con le loro navi nel nostro paese, nella regione della Dvina, di praticare il commercio con merci di qualsiasi specie […]” (1).

Per incentivare l’economia, cercò di arruolare maestri dall’Europa occidentale.

E lo Zar ha ordinato agli scrivani del Consiglio Ivan Grjazev e Maksim Matjuškin d’inviare al Principe elettore di Sassonia e al duca di Brunswik delle lettere di raccomandazione per chieder loro di permettere che nei loro territori s’ingaggino maestri, che nelle miniere sappiano ricavare rame dal minerale, e siano pratici di tutti i mestieri, di cui v’è bisogno per fondere il rame dal minerale […] (2).

Nel 1624, Michele sposò Marija Vladimirovna Dolgorukova (1601-1625), morta ben presto, forse per avvelenamento, e nel 1627 Evdokija Luk’janovna Strešnëva (1608 –1645) in seconde nozze e con la quale avrà dieci figli, di cui Alessio I suo successore.
Morirà nel 1645, a 49 anni, in seguito a un incidente a una gamba avuto da giovane mentre cavalcava.

Michele I in una riunione della Duma Boiarda

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1. in Valentin Gitermann, Storia della Russia, vol.1, La Nuova Italia ed., Firenze, 1973, pag. 853.
2. op. cit. pag. 862.

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Feb 252011
 

Nella Russia del XVI secolo, Ivan IV rappresenta l’inizio dell’assolutismo moscovita, essendo stato il primo a essere incoronato zar e adoperare il titolo sia nei rapporti con l’estero che nel governare i suoi stessi territori. Ivan IV (1530-1584) usualmente viene identificato come un tiranno, un tiranno che amministrava in modo dispotico, secondo gli interessi personali, eppure la prima parte del governo del suo regno registra dei risultati che bisogna pur considerare.

Nato nel 1530 da Basilio III (1479-1533) e dalla moglie Elena Glinskaja (?-1538), si ritrovò ben presto senza padre, morto quando il futuro zar aveva appena tre anni. Qualche anno dopo anche la madre muore, si dice avvelenata. Il decennio successivo fu un periodo d’incertezze e di continue lotte intestine, un periodo caratterizzato da versamenti di sangue e anarchia. In questo ambiente non certo piacevole, che influenzerà il carattere e il futuro modo di operare, crebbe Ivan IV, che i resoconti dell’epoca indicano come ragazzo sensibile, intelligente, divoratore di libri. A tredici anni ebbe la forza di arrestare Andrej Šujskij, suo oppositore, e porre fine al periodo di guerra civile. Il 1547 viene considerato come l’anno in cui ebbe inizio il suo regno, anno in cui sposò Anastasia (?-1560), della famiglia Romanov (1), anno in cui un incendio percuoteva Mosca.

Quella che avvenne fu epoca di riforme, convocando il Zemskij Sobor, una specie di assemblea dei rappresentanti delle classi sociali (1549), per approvare un nuovo codice di leggi e nello stesso tempo ascoltare le loro lamentele. Poi ancora nel 1551 una serie di decreti che disciplinavano i rapporti tra chiesa e stato, tra chiesa e società civile. Seguirono norme per il servizio militare e si fissò un parametro per il numero di militi che i proprietari terrieri dovevano fornire, oltre a formare i primi reggimenti permanenti per la difesa dello stato con un parco artiglieria di tutto rispetto. Cercando di aprirsi verso le potenze europee, si intraprese una serie di scambi commerciali con l’Inghilterra.

L’ormai vasto impero russo fu ripetutamente attaccato alle frontiere dai tatari, spesso con incursioni a sorpresa e su larga scala, vuoi alla ricerca di un bottino, vuoi per la cattura di schiavi, vuoi per destabilizzare e disorganizzare la struttura militare moscovita. Particolarmente accanita fu la Crimea negli anni 1554, 1557, 1558, attacchi respinti a duro prezzo, così come la Livonia, nel nord-ovest, intorno al 1558.

La svolta governativa di Ivan IV si verificò, più o meno, con la rottura con il “consiglio eletto” e la successiva violenza esercitata dallo zar nei confronti dei suoi componenti, fino a colpire i boiari, che, sebbene poco organizzati e poco solidari fra loro, erano pur sempre un pensiero nel potere assolutistico dello zar. Quando nel 1560 morì Anastasia, i boiari furono accusati di avvelenarla, con la conseguente ira di Ivan IV, che, sconvolto e in piena crisi di nervi (forse con un ben preciso scopo), nel 1564 abbandonò Mosca per andare a vivere nella piccola Aleksandrov, cittadina a un centinaio di chilometri dalla capitale. Accadde che ben presto gente di Mosca e boiari, dopo due lettere inviate dallo zar in cui, in una di queste, si accusava i boiari per la lamentevole situazione del paese, si recarono da lui supplicandolo di ritornare e, difatti, rientrò nella città nel febbraio del 1565, creando un’istituzione, la Opričnina, uno strumento da lui diretto con il fine di punire o allontanare ogni traditore.

Quanto mai erroneo sarebbe negare che nella lotta di Ivan con i boiari fosse in gioco un principio, o voler vedere in questa lotta un momento di stagnazione politica. Che Ivan IV ne sia stato o meno l’iniziatore – e con ogni probabilità no – è d’altro canto innegabile che la sua Opričnina fu un tentativo, compiuto centocinquant’anni prima di Pietro il Grande, di fondare un’autocrazia personale simile appunto alla monarchia petrina […]. Così come le “riforme” erano state opera di una coalizione della borghesia e dei boiari, il colpo di mano del 1564 fu reso possibile da una coalizione degli abitanti delle città e dei piccoli vassalli.” (2)

Il terrore che seguì fu la diretta conseguenza: sospettati, presunti infedeli, sleali e via dicendo, furono messi in carcere o fatti passare ad altra vita, i beni confiscati, vari villaggi incendiati. Ivan IV, Ivan il Terribile, non accettava opposizioni. Come se non bastasse, nel 1571, i tatari di Crimea attaccarono Mosca, dando alle fiamme buona parte della città e ritirandosi con un ingente bottino e decine di mila di prigionieri.

Nel 1581 lo zar, in un momento di collera, colpì il figlio, erede al trono, con un bastone appuntito, morendo poco dopo. Nel 1584, a 54 anni, oramai sulla via della follia, lo zar perse la vita, sicuramente avvelenato. Il figlio Fëdor I (1557-1598) sarà suo erede.

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1. Anastasia, mite e fedele, dicono, ebbe una buona influenza sul marito, cercando di frenare gli slanci nervosi dello zar.
2. Michail Nikolaevič Pokrovskij in Nicholas V. Riasanovky, Storia della Russia, dalle origini ai nostri giorni, Bompiani, 2010, pag. 149.

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Mosca, 1547, Braun and Hogenberg

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Jan 172011
 

Caterina II di Russia

Sovrano cosiddetto illuminato, Caterina la Grande (1729-1796) salì sul trono russo quando aveva trentatré anni, essendo nata e cresciuta in un ambiente influenzato dalla cultura francese, nel piccolo stato tedesco di Anhalt-Zerbst, figlia del principe tedesco Cristiano Augusto e di Giovanna Holstein-Gottorp. Sofia Augusta Federica, così fu battezzata dai suoi, cambiò nome in Caterina quando si convertì alla fede russa-ortodossa per sposare Pietro III di Russia (1728-1762).

Una delle prime attività intraprese, dopo esser giunta in Russia nel 1744 ad appena quindici anni, fu quella di imparare la lingua e studiare la letteratura del paese che la ospitava. Attratta da Voltaire, Diderot, D’Alembert, Montesquieu e altri illuministi francesi, il suo modo di governare rispecchiò in un certo qual modo quei fecondi e rivoluzionari ideali che i philosophes andavano propugnando alla luce della razionalità.

Caterina II in età avanzata

Educazione e assistenza sanitaria furono due dei principali obiettivi di Caterina, difatti si aprirono nuovi ospedali, più farmacie, oltre a scuole anche per adulti, principalmente nei grandi centri urbani. Durante il suo regno aumentarono il numero dei giornali pubblicati e dei libri, che entrarono a far parte della vita culturale russa, aumento che incitava a un maggior dibattito culturale e alla formazione di una nuova classe di studiosi.

La regnante aveva una decisa e forte personalità, spesso dura e persuasiva, di autocontrollo e capace di superare tutti gli ostacoli, raramente si arrendeva davanti una evenienza che la convinceva poco. La distingueva inoltre un innato senso pratico, una volontà di raggiungere i suoi obiettivi a tutti i costi. Dopo Pietro il Grande, si potrebbe dire che Caterina fu uno dei pochi sovrani che lavoravano giorno e notte, sempre presente dove occorreva, sia nelle grandi decisioni sia nelle piccole.

L’ambizione a volte sfociava nel dire una menzogna, nel propagandare abilmente le proprie tesi, nell’essere spietata, un’ambizione che si caricava anche di passione e sentimentalismo, a tal punto da avere ben ventun amanti, almeno quelli noti. Le si riconoscono solo due figli, Anna e Paolo, forse avuti con il marito Pietro III forse con uno dei suoi spasimanti, fatto sta che ebbe ben pochi contatti con loro, cresciuti dalla zarina Elisabetta nei suoi appartamenti. Anna morirà ben presto, mentre Paolo Pietrovič andrà al trono con il nome di Paolo I di Russia.
Caterina II di Russia governò instancabilmente per ben 34 anni.

Caterina II in un biglietto da 100 rubli

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Piccola bibliografia:

– Carolly Erickson, La grande Caterina, Mondadori, 1999.
– Henri Troyat, La grande Caterina, Bompiani, 2004.
– M. Vittoria Morokovski, Io Sophie, alias Caterina II, Controluce, 2009.

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Jan 132011
 

“Ora accademico, ora invece eroe,
Ora navigatore, o carpentiere,
Lui, spirito che in sé tutto capiva,
Sul trono fu un perenne costruttore”.

(Puškin)

Pietro I il Grande

Per oltre 28 anni, dal 1695 al 1723, Pietro I (1672-1725) fu in guerra, sia contro gli svedesi, al nord, che contro i turchi, al sud. E fu tale lo sforzo per riformare l’esercito e la marina che le attività belliche assorbivano il 75%, nel 1701, delle entrate dello stato, raggiungendo l’80% nel 1710 e scendendo al 67% nel 1725 (1), uno sforzo che ricadeva per lo più sul popolo russo, essendo contrario, lo zar, ai prestiti provenienti dall’estero. Marina militare ed esercito furono ristrutturate secondo i parametri occidentali, considerando che Pietro non era stato né il solo né il primo a prendere come modello gli stranieri, giacché anche Ivan III, Ivan IV e Alessio avevano cercato, ognuno a suo modo, assimilare le tecniche e le conoscenze militari francesi, austriache, svedesi, inglesi e via dicendo. Anche, ma non solo, per tale scopo, Pietro aveva mandato all’estero dei giovani:

1) Apprendere l’uso dei disegni, delle carte, dei compassi e degli altri strumenti nautici.
2) Padroneggiare una nave, così come in battaglia come nella rotta ordinaria. Imparare a conoscere i paranchi e tutti gli strumenti relativi: vele, sartie, e nelle galere e vascelli consimili anche il timone ecc.
3) Cercare possibilmente l’occasione di prendere parte ad una battaglia navale; chi non può riuscirvi, deve farsi insegnare diligentemente come comportarsi il tale caso; tutti poi, abbiamo veduto o no una battaglia navale, devono farsi rilasciare dai preposti della flotta un diploma sottoscritto e timbrato, che attesti come essi siano abili al servizio di mare.
4) Chi dopo il suo ritorno vuol conseguire ancora maggior favore, deve cercare oltre ai suddetti ordini, d’imparare come si costruiscono le navi sulle quali avrà compiuto la sua istruzione.” (2)

Uno degli obiettivi dello zar era quello di “formare” il carattere al suo popolo, inculcandogli il senso del dovere, del lavoro, il senso degli obiettivi e della responsabilità, suscitando uno spirito imprenditoriale intraprendente e consentendo sfruttare le immense risorse naturali della Russia. E difatti, i decreti del 1711 spingevano in tal senso, cioè ad autorizzare chiunque volesse a commerciare qualunque bene in qualunque luogo, tentando porre fine ai monopoli e ai controlli statali. Si abolirono le restrizioni sulla produzione del sale, del tabacco, delle setole, a parte che sulla potassa e sulla resina.

Pietro I al lavoro, Vassily Petrovich Khudoyarov

Eppure lo stato doveva essere d’esempio, doveva dare il primo avvio, la prima spinta. La formazione mercantile e l’istruzione artigiana furono inoltre mete di Pietro I, si pensi solo all’invito a conciare le pelli con il grasso del montone invece che con la pece, o consigliare la tessitura di pezze di lana più larghe del normale, o ancora l’uso della falce invece che del falcetto, insomma una serie di esempi concreti che dovevano portare sia a una trasformazione di mentalità che a una trasformazione pratica.

Armi leggere, cannoni, polvere da sparo, zolfo, ferro, rame, ma anche tessuti, carta, furono i punti su cui lui insisteva, e si calcola che durante il suo regno nacquero circa 200 manifatture, di cui 86 fabbriche statali e 114 società in mano a privati (3). La produzione del ferro crebbe con più vigore rispetto ad altri beni, spinta in particolar modo dalla richiesta di armi, ferro lavorato nelle fabbriche poste a Tula, a sud di Mosca, e a Olonec, nel nord del paese. Mentre a Mosca, intorno il 1705, e a Voronež, nel 1704, nascevano le prime filande statali che provvedevano alle uniformi dell’esercito. Con l’introduzione di migliorie, si aumentò finanche la produzione cerealicola, a tal punto da essere, il surplus, esportato in Europa occidentale.

Tutto ciò condusse a un certo rinnovamento delle comunicazioni, il fondo delle arterie stradali fu corretto, si svilupparono le vie fluviali costruendo nuovi canali di collegamento come quello che univa la Neva al Volga, i porti furono ampliati.

Grazie a ingegneri e collaboratori occidentali, ma a capitali russi, le riforme di Pietro I presero vita, non sempre ben accettate – ricordiamo che lottava anche contro una forte e radicata immobilità e mancanza di iniziativa -, ma che alla fine continuarono, seppur meno vistosamente, durante i periodi successivi alla sua morte. La Russia entrerà a far parte come protagonista nelle decisioni delle grandi potenze.

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1. William Marshall, Pietro il Grande e la Russia del suo tempo, il Mulino, Bologna, 1999, pag. 47.
2. in Valentin Gitermann, Storia della Russia, La Nuova Italia ed., Firenze, 1973, pag. 899.
3. Nicholas V. Riasanovsky, Storia della Russia dalle origini ai nostri giorni, Bompiani, Milano, 2003, pag. 240.

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(Aggiornato e rivisto il 20 Febbraio 2012)

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Dec 112010
 

Limitando la possibilità di movimento, lo zar Boris Godunov (1551 ca.-1605) favorì l’affermarsi della servitù della gleba in Russia: siamo nei primi anni del XVII secolo. E solo sotto il governo di Alessandro II (1818-1881), nel 1861, fu in un certo qual modo abolita, più o meno una cinquantina d’anni dopo che nel resto dell’Europa occidentale.
Leggiamo di seguito le motivazioni che ne dà Sumner:

La servitù della gleba nella sua forma più completa durò più a lungo in Russia che nei paesi occidentali perché gli svantaggi economici che essa comportava non ne superarono se non tardivamente i vantaggi; ancora, perché l’incremento demografico non si tradusse in una carenza di terre sufficientemente acuta tra i contadini se non nella prima metà del XIX secolo; perché le classi medie erano deboli a paragone dei proprietari dei servi; perché le idee umanitarie e quelle sul valore dello spirito di iniziativa individuale avevano scarsa presa; perché le reazioni contro le idee della Rivoluzione francese rafforzò la vis inertiae propria di qualsiasi istituzione di lunga durata; e infine perché la servitù della gleba non costituiva semplicemente il fondamento economico di proprietari di servi ma anche il principale fondamento dello stato russo impegnato nell’enorme compito di governare, in qualche modo, tanti milioni di rozzi sudditi. (1)

Fra il 1800 e il 1801 Edward Daniel Clarke, professore a Cambridge, fece un viaggio attraverso la Russia, relazionando quanto segue.

La ricchezza dei nobili russi è veramente immensa, ed in Inghilterra non si trova alcun privato, a qualunque classe appartenga, che possa vantare simili patrimoni. Vi sono dei nobili russi che posseggono 70-80 e fino a 100 mila contadini, giacché il loro patrimonio si calcola appunto soltanto secondo il numero dei contadini. Infatti ogni contadino deve pagare annualmente in media 10 rubli in denaro contante; siccome però è tenuto a lavorare tre giorni alla settimana per il padrone, questo canone annuo dovrebbe essere relativamente minore. Senonché, ad onta di tutte le disposizioni emanate a favore dei contadini, tanto il canone in denaro quanto la prestazioni di lavoro dipendono unicamente dall’umore e dai bisogni del padrone. Ed i lavori si esigono non soltanto dal sesso maschile, ma anche le donne e i ragazzi da 10 anni in su debbono prestare il loro proporzionato lavoro quotidiano. Inoltre da tutto quello che i contadini possono mai possedere si esige la decina parte; e ciò non soltanto per il pollame, per le uova, per il burro, per i colombi, per le pecore, per i maiali, ma anche per le tele di lino fabbricate dai contadini e per il prodotto di ogni lavoro domestico.” (2)

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– 1. Benedict Humphrey Sumner, Pietro il Grande e l’Impero ottomano, in Nicholas V. Riasanovsky, Storia della Russia, dalle origini ai nostri giorni, Bompiani, Milano, 2003, pag. 279.
– 2. in Valentin Gitermann, Storia della Russia, vol. 1, La Nuova Italia ed., Firenze 1973, pagg. 989-900.

Alfons Mucha, L’abolizione della servitù della gleba in Russia, 1914

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(Aggiornato e rivisto il 20 Febbraio 2012)

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Dec 092010
 

Fedor I di Russia

Primogenito superstite di Ivan IV (1530-1584), ovvero Ivan il Terribile, Teodoro I (Fëdor I) (1557- 1598) fece di tutto per assicurare alla Russia un relativo periodo di pace, dal 1584 al 1598. Sebbene fisicamente debole e con scarsa intelligenza, però pieno di buone intenzioni, si affidò a dei consiglieri che si rivelarono ingegnosi, specialmente nella figura di Boris Godunov (1551 ca.-1605). E fu proprio grazie alle abilità diplomatiche di quest’ultimo che nel 1589 il patriarca di Costantinopoli, al tempo Geremia II Tranos (1530 ca.-1595), permise elevare il capo della chiesa russa al rango di patriarca. L’organizzazione ecclesiastica si rafforzò notevolmente con la nomina di nuovi metropoliti, arcivescovi e vescovi.

Boris Godunov

Per quanto riguarda i rapporti con l’estero, Teodoro si era candidato al trono polacco, alla morte di Stefano Bathory nel 1586 – che ricordiamo essere divenuto re di Polonia dopo la rinuncia di Enrico di Valois -, una candidatura infruttuosa. Nel 1595 condusse una vittoriosa guerra contro gli svedesi, riprendendosi le città e i territori lungo il golfo di Finlandia.

Un fatto particolarmente tragico, nel maggio 1591, fu la morte del principe Demetrio di Uglič, fratello dello zar e unico membro maschio superstite della casa regnante. Il piccolo Demetrio, che aveva poco più di nove anni e mezzo, fu trovato con la gola squarciata nel cortile della sua residenza, appunto a Uglič. Le indagini avevano concluso essere stata una morte accidentale, mentre lui giocava con un coltello, in uno stato di epilessia. Alcuni contemporanei accusarono invece Boris Godunov esserne il mandante, giacché faceva di tutto per impadronirsi del potere.

In effetti Godunov, intelligente e ben pratico negli intrighi di corte, e che aveva tratto vantaggi dall’essere parente acquisito dello zar Teodoro, in quanto questi aveva sposato sua sorella Irene, era diventato intorno il 1588 l’effettivo governatore della Russia, da lui passavano quasi tutte le importanti decisioni. Alla morte dello zar, Boris Godunov era pronto a prendere il potere.

La mancanza di eredi portò la Russia a un periodo di anarchia assoluta, meglio conosciuto come Periodo dei Torbidi.

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Oct 262010
 

Mustafa II

Con l’assedio di Vienna, del 1683, e la successiva battaglia di Kahlemberg del settembre 1683, l’impero ottomano, apparso per la prima volta nella storia come un piccolo emirato ubicato nel nord-est dell’Anatolia, iniziava un lento e irrevocabile declino. Attaccata da tutte le parti, la Porta arretrava le sue frontiere, subendo una serie di sconfitte: in Ungheria dal duca di Lorena (1684-1686), in Albania e in Bosnia dai veneziani (1685), poi decisiva la battaglia condotta dal principe Eugenio di Savoia (1663-1736) al comando delle truppe imperiali in quel di Zenta nel 1697, dove l’esercito ottomano, al comando di Mustafa II (1664-1703), perdeva circa 30.000 soldati.

Col trattato di Carlowitz del gennaio 1699, la Turchia cedeva definitivamente la Transilvania, l’Ungheria (meno il banato di Temesvar), la Slovenia. Alla Polonia andava Kamenietz, la Podolia, l’Ucraina occidentale; mentre a Venezia una parte della Dalmazia, la Morea, le isole di Egina e Santa Maura; alla Russia Azov.

L’impero turco morì anche, in parte, per il suo mancato adattamento alle nuove tecniche. E infine, per il fatto che contro di esso, nel Sette e Ottocento, si rizzò la massa potente della Russia moderna“. (1)

Ahmed III

A una rapida espansione territoriale, non era seguito, da parte dei turchi, un ammodernamento militare, economico e politico. La debolezza interna fu uno dei fattori della sconfitta, una debolezza caratterizzata da un’organizzazione obsoleta che non ebbe la forza di modernizzarsi. Con il passare degli anni i sultani si facevano vedere ben poco fra i sudditi o fra le truppe, accrescendo sempre più il distacco con il popolo. Passavano le giornate nell’harem, rinchiusi nei loro palazzi, lontani dalla vera vita quotidiana, mentre i gran visir si sovrapponevano alle decisioni dei sovrani creando confusione o spesso una stasi delle decisioni, fino al punto, talvolta, di non nominare neppure i funzionari, personaggi importanti nella vita amministrativa dell’impero.

Altro elemento di fragilità era l’importante ruolo esercitato da certi stranieri non convertiti all’islam che con il passare dei decenni entrarono a far parte dell’amministrazione, come Nikusios da Chio che negoziò la capitolazione di Candia, o Nicola Mavrocordato, medico e consigliere di Köprülü III e IV e che firmò la pace di Carlowitz, che, simpatizzanti della Chiesa ortodossa, iniziarono a introdurre caratteri discordanti all’interno dello stato ottomano.

Nello stesso tempo l’agricoltura, che costituiva la base dell’economia, restava legata ai vecchi paradigmi, arretrata e priva di spunti per andare al passo con i tempi: allevamento allo stato brado di capre e di ovini associato alle colture alimentari, estrema povertà delle campagne, brigantaggio – dovuto, anche ma non solo, dalla smobilitazione di mercenari -, fuga di contadini verso le grandi e medie città. Un sistema agrario basato su piccole aziende familiari autonome capaci di produrre le proprie necessità e pagare le tasse. Un regime che lo stato faceva di tutto per mantenere in piedi e inalterato, malgrado l’aumento di popolazione e le conseguenti necessità venutesi a creare nel XVI sec.

Istanbul contava, all’inizio del XVIII secolo, circa 800.000 abitanti, Aleppo più di 100.000, il Cairo 200.000, centri urbani in cui le attività commerciali erano articolate in organizzazioni politiche, religiose, in corporazioni chiuse.
Il commercio internazionale con l’Occidente era variopinto, si esportava tabacco, lana, cuoio, cotone, pepe, caffè, la bilancia però sembrava indicare l’impero ottomano come “una colonia mercantile dell’Occidente”.

Le forze spese dal gran visir Damad Ibrahim (1666-1730), durante il sultanato di Ahmed III (1673-1736), non riuscirono nell’intento di fare uscire dal letargo i turchi, cercando di occidentalizzarli. Religiosi e politici desideravano ben poco progredire e rompere uno status quo cui si erano abituati e grazie al quale sopravvivevano, oltre al fatto che iniziavano a nascere focolai d’indipendenza in Iraq, Libano, Egitto, per non dimenticare l’animo conservatore dei giannizzeri che avevano oramai acquistato una potenza tale da permettersi un colpo di stato, 1622, contro Osman II (1604-1622), ferendolo a morte.

Un insieme di cause che, con il passare dei decenni, concorsero al suo declino. L’impero ottomano poteva sembrare un gigante dai piedi di argilla.

Impero turco, 1683

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1. Fernand Braudel, Il mondo attuale, Einaudi, 1966, vol. 1, pag. 117.

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(Articolo rivisto e aggiornato il 18 ottobre 2012)

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Jul 272010
 
Gustavo I di Svevia

Gustavo I di Svevia

Siamo poco familiarizzati con la storia della Svezia, una storia che sembra ai margini di quella europea ma che, in effetti, si incastra in un più ampio contesto storico, contesto che prende finanche la Russia, la Polonia, la Germania, l’Europa settentrionale in particolare.

Con la salita al trono di Gustavo I (1496-1560) nel 1523, eletto dai nobili del paese, e dopo aver guidato la rivolta contro il dominio danese, la Svezia inizia un lungo periodo di ammodernamento statale ed espansione territoriale. Ricordiamo per inciso che la Svezia, insieme alla Norvegia e alla Danimarca, era governata da un sovrano danese. Il re, il primo della dinastia Vasa, iniziò con introdurre la recente confessione luterana come religione di stato e a procedere all’incameramento di tutti i beni ecclesiastici, riuscendo, infine, a rendere ereditaria la corona – 1544 -, a spese del potere nobiliario.

Poi, con l’intervento nella lunga Guerra dei Trent’anni, Gustavo II Adolfo (1594-1632) giocò un ruolo decisivo nelle sorti dell’Europa continentale, a favore del luteranesimo e sconfiggendo varie volte gli eserciti imperiali. La politica aggressiva svedese fu seguita da quasi tutta la dinastia Vasa, a parte il ventennio di Cristina (1632-1654), fino all’ultimo sovrano Carlo XII (1718). Conquistata la Livonia, la Curlandia e varie città della Prussia orientale, vinto l’esercito del conte di Tilly nella battaglia di Breitenfeld, vicino Lipsia, nel 1631, Gustavo II Adolfo era arrivato indenne alla porte di Monaco di Baviera, ma, sebbene vincitore, trovò la morte nel famoso scontro di Lützen, 1632.

Carlo XII di Svezia

Carlo XII di Svezia

Con l’abdicazione di Cristina sale al trono Carlo X (1622-1660) proseguendo le linee del suo predecessore maschile, stavolta a danno della Danimarca e della Polonia. Lo segue Carlo XI (1655-1697), dalle buone abilità belliche e Carlo XII (1682-1718) che, occupata Varsavia nel 1702, s’incammina verso l’Ucraina, ma stavolta viene sconfitto da Pietro I il Grande a Poltava nel 1709. Non ancora soddisfatto riversa le sue truppe contro la Norvegia: la morte fermerà per forza maggiore le sue mire espansionistiche.

La mancanza di eredi e un certo malcontento all’interno della società nobiliare, bloccano il sogno di una grande Svezia, un sogno reso possibile per qualche secolo grazie alla buona situazione economica del paese, ricco di miniere di ferro e rame, nonché aperto agli investimenti olandesi e all’Europa occidentale. Altro fattore determinante delle prime vittorie fu il potenziamento dell’esercito, costituito non più da mercenari, bensì da soldati regolari comandati da ufficiali meritevoli, di carriera. Anche l’impiego in massa delle nuove armi da fuoco contribuì a rendere l’esercito trionfante.

Svezia e Norvegia nel 1650

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