Un rapido excursus sull’Impero russo dal XV al XIX sec., spunto per approfondire l’argomento.
Inviato dall’imperatore Leopoldo I, Augustin de Mayerberg, barone, diplomatico tedesco, viaggia in Russia con lo scopo di ristabilire la pace fra la Polonia e la Russia dello zar Alessio I, viaggio di cui farà minuto resoconto nel suo scritto “Relation d’un voyage en Moscovie”. Partito da Vienna il 16 febbraio 1661, dopo varie peripezie e ritardi, giunge a Mosca il 25 maggio. Isolato, giacché non poteva comunicare con altri stranieri, ritornò a Vienna nel marzo 1663. In questo interessante volume ci descrive in modo davvero particolareggiato gli usi e i costumi dei moscoviti del XVII secolo, così come del loro rapporto con gli stranieri. Di seguito come usualmente banchettavano.
“Su di un lungo e stretto tavolo, ricoperto di tela di lino grossolana, si pone una fiala di aceto, con vasetto di sale e uno di pepe…
Di seguito un documento, una lettera del principe Pronskij allo zar Alessio I (1629-1676), figlio di Michele I Romanov, in cui descrive la terribile situazione a Mosca, una epidemia di peste che stava decimando la popolazione. Periodo ancor più tragico se pensiamo alle guerre con l’Ucraina, con la Polonia, la Svezia, oltre alle rivolte interne, e via dicendo, in cui la moria di soldati era impressionante e la fame era all’ordine del giorno. Tanto precaria era la situazione a Mosca che lo zar, di ritorno da una campagna militare contro la Polonia, dovette fermarsi a Vjaz’ma per un anno, raggiunto ben presto dai membri della famiglia.
L’autore di questa missiva morirà poche ore dopo averla scritta, mentre il suo successore nella carica, Chilkov, il giorno seguente, tale era la situazione in quei mesi.
“Mosca, primi di settembre del 1654
…. Nelle nostre case non si sta meglio, e perciò le abbiamo abbandonate e viviamo in aperta campagna. Dal giorno di S. Simenone (1° settembre) in poi l’epidemia è diventata di giorno in giorno più perniciosa. Sia a Mosca, sia nei sobborghi è ancora in vita solo un piccolo numero di cristiani ortodossi. In sei reggimenti non c’è più nemmeno un soldato; negli altri, molti giacciono ammalati; parecchi soldati sono fuggiti. Non c’è nessuno là, che possa montar la guardia. Il comandante del reggimento degli Strelizzi è morto, e così pure sono morti molti capitani (comandanti di cento uomini). Quasi tutte le cattedrali e le chiese hanno sospeso il servizio divino; solo nella grande cattedrale il servizio divino ha ancora luogo tutti i giorni, sebbene con grande difficoltà, poiché sono superstiti solo tre sacerdoti… Così i cristiani ortodossi muoiono senza i conforti religiosi e vengono seppelliti senza la presenza di alcun sacerdote. Nella città e nei dintorni giacciono molti cadaveri, che sono straziati dai cani. Non c’è nessuno che possa scavare una fossa per i morti; i becchini che prima portavano via i cadaveri e scavavano fosse vicino agli ospizi dei poveri, sono morti anch’essi; tutti gli altri, vedendo ciò, sono stati presi dal terrore e non osano avvicinarsi ai cadaveri. Tutti gli uffici sono chiusi: impiegati e scrivani sono tutti morti. Le nostre case sono vuote, quasi tutti sono morti, e anche noi, Tuoi schiavi, aspettiamo di ora in ora che la morte venga a trovarci…”
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1. in Valentin Gitermann, Storia della Russia, vol. I, La Nuova Italia ed., Firenze, 1973, pag. 884.
Ponendo fine al Periodo dei Torbidi, con Michele I (1596-1645) entriamo nell’era dei Romanov, famiglia che dirigerà le sorti della Russia fino al 1762, anno di morte della zarina Elisabetta (1709-1762).
Era figlio di un nobile feudale, Fiódor Nikítich Románov, divenuto poi patriarca nel 1619, e che per nove anni era stato ostaggio del re di Polonia, la cui influenza si sentirà nel figlio e nelle decisioni del governo. Eletto ad appena sedici anni contro la volontà della madre Ksenija Ivanovna Šestova che lo considerava ancora piccolo e poco esperto per dirigere, Michele, che in quel tempo viveva nel Monastero Ipatiev con la famiglia, ben presto si metterà al lavoro, avendo il padre come sostegno, genitore che talvolta prendeva decisioni senza consultare il figlio, in un paese devastato dalle guerre e in cui le casse dello stato erano vuote. E in effetti tanto fu il potere di Fiódor, che il paese si trovò ad avere contemporaneamente due sovrani.
Nel 16 febbraio 1617, a Stolbovo, firmava la pace con la Svezia di Gustavo II Adolfo, e grazie alla tregua di Deulino del dicembre 1618 con la Polonia, aveva permesso al padre rientrare in Russia – ricordiamo essere stato prigioniero. Nel 1634 porrà fine al conflitto russo-polacco, ottenendo dal re polacco Ladislao IV Vasa rinunciare al trono di Russia. Nello stesso tempo cercò riorganizzare lo stato feudale, rafforzandolo, così come l’esercito e il fisco, sempre a favore della casa regnante, tentando aprire al commercio estero.
“Noi, Michail Fëdorovič, grande Gosudar’, Zar e Gran Principe di tutta la Russia, in conoscenza delle fraterne e amichevole relazioni dei nostri predecessori con la regina Elisabetta e con il re Giacomo, desideriamo perciò di rimanere d’or innanzi in fraterno amore e salda amicizia con il nostro caro fratello re Giacomo, e agli ospiti (grandi mercanti) del paese inglese sir Thomas Smith (e ad altri menzionati per nome) abbiamo dato libertà di approdare con le loro navi nel nostro paese, nella regione della Dvina, di praticare il commercio con merci di qualsiasi specie […]” (1).
Per incentivare l’economia, cercò di arruolare maestri dall’Europa occidentale.
“E lo Zar ha ordinato agli scrivani del Consiglio Ivan Grjazev e Maksim Matjuškin d’inviare al Principe elettore di Sassonia e al duca di Brunswik delle lettere di raccomandazione per chieder loro di permettere che nei loro territori s’ingaggino maestri, che nelle miniere sappiano ricavare rame dal minerale, e siano pratici di tutti i mestieri, di cui v’è bisogno per fondere il rame dal minerale […] (2).
Nel 1624, Michele sposò Marija Vladimirovna Dolgorukova (1601-1625), morta ben presto, forse per avvelenamento, e nel 1627 Evdokija Luk’janovna Strešnëva (1608 –1645) in seconde nozze e con la quale avrà dieci figli, di cui Alessio I suo successore.
Morirà nel 1645, a 49 anni, in seguito a un incidente a una gamba avuto da giovane mentre cavalcava.
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1. in Valentin Gitermann, Storia della Russia, vol.1, La Nuova Italia ed., Firenze, 1973, pag. 853.
2. op. cit. pag. 862.
Personaggio poco conosciuto, la contessa di Bentinck sembra aver avuto una certa influenza nella vita della futura Zarina. Ce ne parla Daniela Nutini.
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Seconda metà del Diciottesimo secolo.
Principato di Anhalt-Zerbst, uno dei trecento piccoli stati di lingua tedesca.
Prima attrice: Sofia Augusta Federica.
Comprimari: il padre Cristiano Augusto e la madre Giovanna di Holstein–Gottorp, povera, ma di nobili natali.
Teatro dell’azione: il suddetto principato, poche centinaia di chilometri quadrati, confinante con l’elettorato della Sassonia, con l’arcivescovato di Magdeburgo e con la Prussia, il cui re era protettore e nemico di tutti quei principati, arcivescovati, libere città, ducati, uniti solo dal labile legame politico della decaduta autorità del Sacro Romano Impero.
Ora mi immagino i pascoli, le paludi, le pinete di quella terra desolata, la lugubre Stettino dell’epoca, ai confini della Pomerania, dove Cristiano Augusto era di guarnigione al soldo del re di Prussia, i lunghi inverni, il freddo glaciale di quelle case male arredate, squallide, le lunghe ore di noia totale, la povertà intellettuale. E con quanta sorpresa ho saputo che per curare la piccola Sofia, che aveva riportato la deviazione della colonna vertebrale per una caduta, fu chiamato il boia locale. Per un minimo di pudore, di nascosto e di notte. D’altronde, ripensandoci mi pare logico: chi meglio di uno che per mestiere rendeva storpia la gente avrebbe saputo curare una deformità grave? Rendendo onore alla maestria del suddetto boia, bisogna riconoscere che medicò la fanciulla perfettamente: con saliva di vergine e con un busto strettissimo da portare giorno e notte. In pochi mesi la restituì guarita e più forte di prima.
Sofia aveva un precettore tedesco, un maestro di ballo francese un professore di musica, un istitutore calvinista che le insegnava calligrafia e una governante di origine francese che conosceva bene Moliere e Racine. Babette commentò che Sofia aveva un “esprit gauche”: ritengo intendesse un’indole eccentrica e uno spirito individualista, oltre a due occhi grandi azzurri, una figura esile, un volto irregolare, ricciuti capelli castani, una mente acutissima e ragionatrice, una salute di ferro, e una vitalità a tutta prova.
A quattordici anni Sofia è una ragazza adulta per gli standard dell’epoca. Vive a Zerbst, città medioevale, cinta da alte mura, con strade buie e tortuose e un delizioso palazzo. Ha ereditato un possedimento a Jever, sulla costa del Mare del Nord e qui, insieme alla sua famiglia, incontra la donna che avrebbe ricordato per tutta la vita, la Contessa di Bentinck, la donna che dà il nome al nostro breve articolo.
In effetti, non si sa molto di lei, ma quel poco mi ha lasciata stupefatta. Forse c’erano molte donne come lei, in quel tempo, nei cadenti castelli dell’Europa Settecentesca, confinate in terre desolate, che riuscivano a vivere la loro vita seguendo la propria indole fino in fondo. Forse quell’epoca era meno formale della nostra e simili amazzoni avevano più libertà di essere se stesse a qualsiasi strato sociale appartenessero. Di sicuro non importava nulla a nessuno cosa facessero queste oscure figure, mentre per le altre, imperatrici come Maria Teresa d’Austria o Elisabetta di Russia, vi era un plauso profondo e un rispetto senza limiti. Queste donne facevano ciò che volevano, e lo facevano a dispetto o con l’approvazione di chi le circondava.
Entra quindi in scena sul teatro della storia, nelle desolate regioni della Frisia, la nostra contessa. Aveva trenta anni all’epoca e non era bella: alta e robusta, aveva un aspetto mascolino, era esuberante e di animo generoso, intelligente, colto e informale. Era sposata con il conte di Bentinck – che nessuno sapeva dove fosse – e viveva delle rendite materne insieme a un’altra donna che sembrava la sua amante. Aveva anche un figlio di tre anni il cui padre era il domestico della madre.
Questo il ritratto della donna, uno spirito libero. Quando incontrò Sofia, la prese per mano e la coinvolse in una danza campestre sotto gli sguardi di una piccola folla. Mi sembra di vedere la donna, alta, robusta, ridanciana, mentre balla l’allegra danza con la graziosa quattordicenne, sua signora. E mentre cavalcano sfrenate nelle terre della Frisia “come dei corrieri”, e chiacchierano concitate, i capelli al vento, la pelle irrigidita dal freddo, con la gioia di essere stanche, esuberanti e felici. Sofia avrebbe ricordato molti anni dopo: ”da allora il cavalcare divenne la mia passione principale”.
Ma l’aneddoto più delizioso di questa amicizia è il seguente: la contessa condusse la fanciulla nei suoi appartamenti privati dove vi era il ritratto di un uomo molto bello che indicò come suo consorte, con la stupefacente affermazione: ”Se non fosse stato mio marito, sarei stata pazzamente innamorata di lui”.
Considero questo episodio, delizioso. Vi è in esso tutto l’esprit del secolo. Pare essere stato detto alla corte di Versailles, tanto rispecchia lo spirito caustico, leggero dell’epoca, che tuttavia non scandalizzava nessuno oltre misura.
Parole di una donna intelligente e spiritosa che viveva come le pareva, che era sposata, ma indipendente, amoreggiava con i domestici e aveva un’amicizia particolare con un’altra donna, era aperta e libera, e contenta di sé e delle proprie scelte.
Sofia, bambina, sentiva la contessa affine a sé stessa e in quei giorni a Jever si era probabilmente resa conto che avrebbe potuto diventare anche lei una donna eccezionale come la contessa. E lo divenne.
Perché Sofia Augusta Federica non è altro che l’imperatrice Caterina di Russia, la Zarina, che regnò dopo un’altra donna eccezionale, che prese il potere a dispetto del marito, aiutata dal suo amante Grigory Orlov, che ebbe figli da uomini diversi, che regnò per un lunghissimo tempo l’Impero Russo con saggezza e mano di ferro, che licenziava i suoi amanti quando le erano venuti a noia, che era amica personale di Voltaire e Diderot, che cavalcava come una pazza per l’intera giornata. Sono certa che ricordò sempre la contessa di Bentinck e la sua indipendenza di spirito. Nelle sue memorie scrisse ”questa donna avrebbe fatto scalpore sulla scena mondiale”, e ora questo scalpore lo stava facendo lei.
Sofia Augusta: hai fatto un lungo viaggio, sei partita dalle terre della Frisia per regnare su un impero, una piccola e povera principessa di un insignificante staterello tedesco, hai abbandonato tutto, lingua, genitori, religione, abitudini, nome, ma hai conservato nelle tue memorie un gradito ricordo della gioviale contessa di Bentinck e della sua indimenticabile affermazione ”Se non fosse stato mio marito, sarei stata pazzamente innamorata di lui”. Complimenti, cara contessa.
Non sappiamo altro di lei: sarebbe rimasta una figura senza volto, persa come tante altre nelle pieghe della storia, e non avremmo dunque nemmeno conosciuto questa sua straordinaria asserzione, se una giovane quattordicenne non ne fosse rimasta colpita a tal punto da conservarla per noi nelle sue Memorie da Imperatrice di tutte le Russie.
©Daniela Nutini
Nella Russia del XVI secolo, Ivan IV rappresenta l’inizio dell’assolutismo moscovita, essendo stato il primo a essere incoronato zar e adoperare il titolo sia nei rapporti con l’estero che nel governare i suoi stessi territori. Ivan IV (1530-1584) usualmente viene identificato come un tiranno, un tiranno che amministrava in modo dispotico, secondo gli interessi personali, eppure la prima parte del governo del suo regno registra dei risultati che bisogna pur considerare.
Nato nel 1530 da Basilio III (1479-1533) e dalla moglie Elena Glinskaja (?-1538), si ritrovò ben presto senza padre, morto quando il futuro zar aveva appena tre anni. Qualche anno dopo anche la madre muore, si dice avvelenata. Il decennio successivo fu un periodo d’incertezze e di continue lotte intestine, un periodo caratterizzato da versamenti di sangue e anarchia. In questo ambiente non certo piacevole, che influenzerà il carattere e il futuro modo di operare, crebbe Ivan IV, che i resoconti dell’epoca indicano come ragazzo sensibile, intelligente, divoratore di libri. A tredici anni ebbe la forza di arrestare Andrej Šujskij, suo oppositore, e porre fine al periodo di guerra civile. Il 1547 viene considerato come l’anno in cui ebbe inizio il suo regno, anno in cui sposò Anastasia (?-1560), della famiglia Romanov (1), anno in cui un incendio percuoteva Mosca.
Quella che avvenne fu epoca di riforme, convocando il Zemskij Sobor, una specie di assemblea dei rappresentanti delle classi sociali (1549), per approvare un nuovo codice di leggi e nello stesso tempo ascoltare le loro lamentele. Poi ancora nel 1551 una serie di decreti che disciplinavano i rapporti tra chiesa e stato, tra chiesa e società civile. Seguirono norme per il servizio militare e si fissò un parametro per il numero di militi che i proprietari terrieri dovevano fornire, oltre a formare i primi reggimenti permanenti per la difesa dello stato con un parco artiglieria di tutto rispetto. Cercando di aprirsi verso le potenze europee, si intraprese una serie di scambi commerciali con l’Inghilterra.
L’ormai vasto impero russo fu ripetutamente attaccato alle frontiere dai tatari, spesso con incursioni a sorpresa e su larga scala, vuoi alla ricerca di un bottino, vuoi per la cattura di schiavi, vuoi per destabilizzare e disorganizzare la struttura militare moscovita. Particolarmente accanita fu la Crimea negli anni 1554, 1557, 1558, attacchi respinti a duro prezzo, così come la Livonia, nel nord-ovest, intorno al 1558.
La svolta governativa di Ivan IV si verificò, più o meno, con la rottura con il “consiglio eletto” e la successiva violenza esercitata dallo zar nei confronti dei suoi componenti, fino a colpire i boiari, che, sebbene poco organizzati e poco solidari fra loro, erano pur sempre un pensiero nel potere assolutistico dello zar. Quando nel 1560 morì Anastasia, i boiari furono accusati di avvelenarla, con la conseguente ira di Ivan IV, che, sconvolto e in piena crisi di nervi (forse con un ben preciso scopo), nel 1564 abbandonò Mosca per andare a vivere nella piccola Aleksandrov, cittadina a un centinaio di chilometri dalla capitale. Accadde che ben presto gente di Mosca e boiari, dopo due lettere inviate dallo zar in cui, in una di queste, si accusava i boiari per la lamentevole situazione del paese, si recarono da lui supplicandolo di ritornare e, difatti, rientrò nella città nel febbraio del 1565, creando un’istituzione, la Opričnina, uno strumento da lui diretto con il fine di punire o allontanare ogni traditore.
“Quanto mai erroneo sarebbe negare che nella lotta di Ivan con i boiari fosse in gioco un principio, o voler vedere in questa lotta un momento di stagnazione politica. Che Ivan IV ne sia stato o meno l’iniziatore – e con ogni probabilità no – è d’altro canto innegabile che la sua Opričnina fu un tentativo, compiuto centocinquant’anni prima di Pietro il Grande, di fondare un’autocrazia personale simile appunto alla monarchia petrina […]. Così come le “riforme” erano state opera di una coalizione della borghesia e dei boiari, il colpo di mano del 1564 fu reso possibile da una coalizione degli abitanti delle città e dei piccoli vassalli.” (2)
Il terrore che seguì fu la diretta conseguenza: sospettati, presunti infedeli, sleali e via dicendo, furono messi in carcere o fatti passare ad altra vita, i beni confiscati, vari villaggi incendiati. Ivan IV, Ivan il Terribile, non accettava opposizioni. Come se non bastasse, nel 1571, i tatari di Crimea attaccarono Mosca, dando alle fiamme buona parte della città e ritirandosi con un ingente bottino e decine di mila di prigionieri.
Nel 1581 lo zar, in un momento di collera, colpì il figlio, erede al trono, con un bastone appuntito, morendo poco dopo. Nel 1584, a 54 anni, oramai sulla via della follia, lo zar perse la vita, sicuramente avvelenato. Il figlio Fëdor I (1557-1598) sarà suo erede.
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1. Anastasia, mite e fedele, dicono, ebbe una buona influenza sul marito, cercando di frenare gli slanci nervosi dello zar.
2. Michail Nikolaevič Pokrovskij in Nicholas V. Riasanovky, Storia della Russia, dalle origini ai nostri giorni, Bompiani, 2010, pag. 149.
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Sovrano illuminato, Caterina la Grande (1729-1796) salì al trono russo quando aveva trentatré anni, essendo nata e cresciuta in un ambiente influenzato dalla cultura francese, nel piccolo stato tedesco di Anhalt-Zerbst, figlia del principe tedesco Cristiano Augusto e di Giovanna Holstein-Gottorp. Sofia Augusta Federica, così fu battezzata dai suoi, cambiò nome in Caterina quando si convertì alla fede russa-ortodossa per sposare Pietro III di Russia (1728-1762).
Una delle prime cose che fece, dopo esser giunta in Russia nel 1744 ad appena quindici anni, fu quella di impararne la lingua e studiare la letteratura del paese che la ospitava. Attratta da Voltaire, Diderot, D’Alembert, Montesquieu e altri illuministi francesi, il suo modo di governare rispecchiò in un certo qual modo quei fecondi e rivoluzionari ideali che i philosophes andavano propugnando alla luce della razionalità. Educazione e assistenza sanitaria furono due dei principali obiettivi di Caterina, difatti si aprirono nuovi ospedali, più farmacie, oltre a scuole anche per adulti, principalmente nei grandi centri urbani. Durante il suo regno aumentarono il numero dei giornali pubblicati e dei libri, che entrarono a far parte della vita culturale russa, aumento che incitava a un maggior dibattito culturale e alla formazione di una nuova classe di studiosi.
La regnante aveva una decisa e forte personalità, spesso dura e persuasiva, di autocontrollo e capace di superare tutti gli ostacoli, raramente si arrendeva davanti una evenienza che la convinceva poco. La distingueva inoltre un innato senso pratico, una volontà di raggiungere i suoi obiettivi a tutti i costi. Dopo Pietro il Grande, si potrebbe dire che Caterina fu uno dei pochi sovrani che lavoravano giorno e notte, sempre presente dove occorreva, sia nelle grandi decisioni sia nelle piccole.
L’ambizione a volte sfociava nel dire una menzogna, nel propagandare abilmente le proprie tesi, nell’essere spietata, un’ambizione che si caricava anche di passione e sentimentalismo, a tal punto da avere ben ventun amanti, almeno quelli noti. Le si riconoscono solo due figli, Anna e Paolo, forse avuti con il marito Pietro III forse con uno dei suoi spasimanti, fatto sta che ebbe ben pochi contatti con loro, cresciuti dalla zarina Elisabetta nei suoi appartamenti. Anna morirà ben presto, mentre Paolo Pietrovič andrà al trono con il nome di Paolo I di Russia.
Caterina II di Russia governò instancabilmente per ben 34 anni.
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Piccola bibliografia:
- Carolly Erickson, La grande Caterina, Mondadori, 1999.
- Henri Troyat, La grande Caterina, Bompiani, 2004.
- M. Vittoria Morokovski, Io Sophie, alias Caterina II, Controluce, 2009.






