Mar 142012
 

Inviato dall’imperatore Leopoldo I, Augustin de Mayerberg, barone, diplomatico tedesco, viaggia in Russia con lo scopo di ristabilire la pace fra la Polonia e la Russia dello zar Alessio I, viaggio di cui farà minuto resoconto nel suo scritto “Relation d’un voyage en Moscovie”.

Partito da Vienna il 16 febbraio 1661, dopo varie peripezie e ritardi, giunge a Mosca il 25 maggio. Isolato, giacché non poteva comunicare con altri stranieri, ritornò a Vienna nel marzo 1663.

In questo interessante volume ci descrive in modo davvero particolareggiato gli usi e i costumi dei moscoviti del XVII secolo, così come del loro rapporto con gli stranieri.

Di seguito come usualmente banchettavano.

Su di un lungo e stretto tavolo, ricoperto di tela di lino grossolana, si pone una fiala di aceto, con vasetto di sale e uno di pepe. Ognuno dei presenti riceve del pane ed un cucchiaio, quest’ultimo non sempre. Soltanto ad ospiti di particolare riguardo si danno piatti, forchette, coltelli salviette. Ed ora si portano i cibi. Le stoviglie anche presso le persone ragguardevoli e ricche sono di stagno e, per trascuratezza dei domestici, nere da far nausea. S’incomincia il pranzo con l’acquavite. La prima portata è costituita da carne di vitella fredda con aceto e cipolle, cui seguono brodo, arrosto ecc., il tutto condito con olio e cipolle, che i Russi apprezzano molto. Non si vede alcun manicaretto di cucina fina, che a Mosca è ignota. Tuttavia i Russi consumano la loro carne con tale bramosia, che sembrano piuttosto sbranarla che mangiarla. Quando hanno spolpato un osso, lo rimettono in una scodella con tale disinvoltura da far ribrezzo ai non abituati. Vino e birra sono poco usati, ma si fanno molte bevande d’altro genere, e l’acquavite chiude il pranzo come lo aveva aperto. Tutte queste svariate bevande si prendono da speciali recipienti, bicchieri, calici, tazze, pentole, per lo più di stagno o di legno, raramente d’argento: questi però sono molto neri e brutti, perché i Moscoviti non li fanno pulire. Nei banchetti festivi, oltre alla carne ed ai volatili, si portano anche pesci, che però sono assai malamente preparati, ma che essi gustano anche quando sono del tutto guasti. Al dessert fanno poca attenzione, giacché prima che esso compaia si sono già talmente riempito lo stomaco, che non vi resta più posto. Soltanto la sbornia mette fine al banchetto, e nessuno abbandona la sala da pranzo, se non lo si tira fuori a forza. Durante il pranzo la puzza dei rutti si unisce con quella dell’acquavite, delle cipolle, dell’aria emessa altrimenti, sì che uno quasi vien meno. Portano i fazzoletti da tasca sotto i berretti, ma seggono a tavola senza questi ultimi. Quando poi vogliono pulirsi il naso, lo fanno con l’aiuto delle dita, e nettano poi queste ed il naso con la tovaglia. Siccome non hanno alcuna cultura, la loro conversazione si riduce ad inezie ed oscenità. Per lo più si sentono chiacchierare sul prossimo e racconti di fatti scandalosi inventati. Queste feste tuttavia hanno un lato gradevole. La padrona di casa, rivestita dei suoi migliori abiti e coperta d’ornamenti, entra insieme con numerose donne di servizio nella sala, e porge al più ragguardevole tra gli ospiti un bicchiere d’acquavite, dopo aver posto le sue labbra all’orlo del vetro. Mentre egli beve, la donna si ritira, muta abiti, e poi si rivolge all’ospite più vicino. Dopo aver così pensato a tutti, infine si colloca presso la parete ad un’estremità del tavolo, e con occhi bassi riceve un bacio da ciascuno dei presenti.” (1)

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1. in Valentin Gitermann, Storia della Russia, La Nuova Italia ed., Firenze, 1973, pag. 886.

Mar 062012
 

Di seguito un documento, una lettera del principe Pronskij allo zar Alessio I (1629-1676), figlio di Michele I Romanov, in cui descrive la terribile situazione a Mosca, una epidemia di peste che stava decimando la popolazione. Periodo ancor più tragico se pensiamo alle guerre con l’Ucraina, con la Polonia, la Svezia, oltre alle rivolte interne, e via dicendo, in cui la moria di soldati era impressionante e la fame era all’ordine del giorno. Così precaria era la situazione a Mosca che lo zar, di ritorno da una campagna militare contro la Polonia, dovette fermarsi a Vjaz’ma per un anno, raggiunto ben presto dai membri della famiglia.
L’autore di questa missiva morirà poche ore dopo averla scritta, mentre il suo successore nella carica, Chilkov, il giorno seguente, tale era la situazione in quei mesi.

Mosca, primi di settembre del 1654

…. Nelle nostre case non si sta meglio, e perciò le abbiamo abbandonate e viviamo in aperta campagna. Dal giorno di S. Simenone (1° settembre) in poi l’epidemia è diventata di giorno in giorno più perniciosa. Sia a Mosca, sia nei sobborghi è ancora in vita solo un piccolo numero di cristiani ortodossi. In sei reggimenti non c’è più nemmeno un soldato; negli altri, molti giacciono ammalati; parecchi soldati sono fuggiti. Non c’è nessuno là, che possa montar la guardia. Il comandante del reggimento degli Strelizzi è morto, e così pure sono morti molti capitani (comandanti di cento uomini). Quasi tutte le cattedrali e le chiese hanno sospeso il servizio divino; solo nella grande cattedrale il servizio divino ha ancora luogo tutti i giorni, sebbene con grande difficoltà, poiché sono superstiti solo tre sacerdoti… Così i cristiani ortodossi muoiono senza i conforti religiosi e vengono seppelliti senza la presenza di alcun sacerdote. Nella città e nei dintorni giacciono molti cadaveri, che sono straziati dai cani. Non c’è nessuno che possa scavare una fossa per i morti; i becchini che prima portavano via i cadaveri e scavavano fosse vicino agli ospizi dei poveri, sono morti anch’essi; tutti gli altri, vedendo ciò, sono stati presi dal terrore e non osano avvicinarsi ai cadaveri. Tutti gli uffici sono chiusi: impiegati e scrivani sono tutti morti. Le nostre case sono vuote, quasi tutti sono morti, e anche noi, Tuoi schiavi, aspettiamo di ora in ora che la morte venga a trovarci…

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1. in Valentin Gitermann, Storia della Russia, vol. I, La Nuova Italia ed., Firenze, 1973, pag. 884.

Mar 012012
 

Ponendo fine al Periodo dei Torbidi, con Michele I (1596-1645) entriamo nell’era dei Romanov, famiglia che dirigerà le sorti della Russia fino al 1762, anno di morte della zarina Elisabetta (1709-1762).
Era figlio di un nobile feudale, Fiódor Nikítich Románov, divenuto poi patriarca nel 1619, e che per nove anni era stato ostaggio del re di Polonia, la cui influenza si sentirà nel figlio e nelle decisioni del governo. Eletto ad appena sedici anni contro la volontà della madre Ksenija Ivanovna Šestova che lo considerava ancora piccolo e poco esperto per dirigere, Michele, che in quel tempo viveva nel Monastero Ipatiev con la famiglia, ben presto si metterà al lavoro, avendo il padre come sostegno, genitore che talvolta prendeva decisioni senza consultare il figlio, in un paese devastato dalle guerre e in cui le casse dello stato erano vuote. E in effetti tanto fu il potere di Fiódor, che il paese si trovò ad avere contemporaneamente due sovrani.
Nel 16 febbraio 1617, a Stolbovo, firmava la pace con la Svezia di Gustavo II Adolfo, e grazie alla tregua di Deulino del dicembre 1618 con la Polonia, aveva permesso al padre rientrare in Russia – ricordiamo essere stato prigioniero. Nel 1634 porrà fine al conflitto russo-polacco, ottenendo dal re polacco Ladislao IV Vasa rinunciare al trono di Russia. Nello stesso tempo cercò riorganizzare lo stato feudale, rafforzandolo, così come l’esercito e il fisco, sempre a favore della casa regnante, tentando aprire al commercio estero.

Michele I di Russia riceve la corona a 16 anni (Grigory Ugryumov)

Noi, Michail Fëdorovič, grande Gosudar’, Zar e Gran Principe di tutta la Russia, in conoscenza delle fraterne e amichevole relazioni dei nostri predecessori con la regina Elisabetta e con il re Giacomo, desideriamo perciò di rimanere d’or innanzi in fraterno amore e salda amicizia con il nostro caro fratello re Giacomo, e agli ospiti (grandi mercanti) del paese inglese sir Thomas Smith (e ad altri menzionati per nome) abbiamo dato libertà di approdare con le loro navi nel nostro paese, nella regione della Dvina, di praticare il commercio con merci di qualsiasi specie […]” (1).

Per incentivare l’economia, cercò di arruolare maestri dall’Europa occidentale.

E lo Zar ha ordinato agli scrivani del Consiglio Ivan Grjazev e Maksim Matjuškin d’inviare al Principe elettore di Sassonia e al duca di Brunswik delle lettere di raccomandazione per chieder loro di permettere che nei loro territori s’ingaggino maestri, che nelle miniere sappiano ricavare rame dal minerale, e siano pratici di tutti i mestieri, di cui v’è bisogno per fondere il rame dal minerale […] (2).

Nel 1624, Michele sposò Marija Vladimirovna Dolgorukova (1601-1625), morta ben presto, forse per avvelenamento, e nel 1627 Evdokija Luk’janovna Strešnëva (1608 –1645) in seconde nozze e con la quale avrà dieci figli, di cui Alessio I suo successore.
Morirà nel 1645, a 49 anni, in seguito a un incidente a una gamba avuto da giovane mentre cavalcava.

Michele I in una riunione della Duma Boiarda

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1. in Valentin Gitermann, Storia della Russia, vol.1, La Nuova Italia ed., Firenze, 1973, pag. 853.
2. op. cit. pag. 862.

Feb 252011
 

Nella Russia del XVI secolo, Ivan IV rappresenta l’inizio dell’assolutismo moscovita, essendo stato il primo a essere incoronato zar e adoperare il titolo sia nei rapporti con l’estero che nel governare i suoi stessi territori. Ivan IV (1530-1584) usualmente viene identificato come un tiranno, un tiranno che amministrava in modo dispotico, secondo gli interessi personali, eppure la prima parte del governo del suo regno registra dei risultati che bisogna pur considerare.

Nato nel 1530 da Basilio III (1479-1533) e dalla moglie Elena Glinskaja (?-1538), si ritrovò ben presto senza padre, morto quando il futuro zar aveva appena tre anni. Qualche anno dopo anche la madre muore, si dice avvelenata. Il decennio successivo fu un periodo d’incertezze e di continue lotte intestine, un periodo caratterizzato da versamenti di sangue e anarchia. In questo ambiente non certo piacevole, che influenzerà il carattere e il futuro modo di operare, crebbe Ivan IV, che i resoconti dell’epoca indicano come ragazzo sensibile, intelligente, divoratore di libri. A tredici anni ebbe la forza di arrestare Andrej Šujskij, suo oppositore, e porre fine al periodo di guerra civile. Il 1547 viene considerato come l’anno in cui ebbe inizio il suo regno, anno in cui sposò Anastasia (?-1560), della famiglia Romanov (1), anno in cui un incendio percuoteva Mosca.

Quella che avvenne fu epoca di riforme, convocando il Zemskij Sobor, una specie di assemblea dei rappresentanti delle classi sociali (1549), per approvare un nuovo codice di leggi e nello stesso tempo ascoltare le loro lamentele. Poi ancora nel 1551 una serie di decreti che disciplinavano i rapporti tra chiesa e stato, tra chiesa e società civile. Seguirono norme per il servizio militare e si fissò un parametro per il numero di militi che i proprietari terrieri dovevano fornire, oltre a formare i primi reggimenti permanenti per la difesa dello stato con un parco artiglieria di tutto rispetto. Cercando di aprirsi verso le potenze europee, si intraprese una serie di scambi commerciali con l’Inghilterra.

L’ormai vasto impero russo fu ripetutamente attaccato alle frontiere dai tatari, spesso con incursioni a sorpresa e su larga scala, vuoi alla ricerca di un bottino, vuoi per la cattura di schiavi, vuoi per destabilizzare e disorganizzare la struttura militare moscovita. Particolarmente accanita fu la Crimea negli anni 1554, 1557, 1558, attacchi respinti a duro prezzo, così come la Livonia, nel nord-ovest, intorno al 1558.

La svolta governativa di Ivan IV si verificò, più o meno, con la rottura con il “consiglio eletto” e la successiva violenza esercitata dallo zar nei confronti dei suoi componenti, fino a colpire i boiari, che, sebbene poco organizzati e poco solidari fra loro, erano pur sempre un pensiero nel potere assolutistico dello zar. Quando nel 1560 morì Anastasia, i boiari furono accusati di avvelenarla, con la conseguente ira di Ivan IV, che, sconvolto e in piena crisi di nervi (forse con un ben preciso scopo), nel 1564 abbandonò Mosca per andare a vivere nella piccola Aleksandrov, cittadina a un centinaio di chilometri dalla capitale. Accadde che ben presto gente di Mosca e boiari, dopo due lettere inviate dallo zar in cui, in una di queste, si accusava i boiari per la lamentevole situazione del paese, si recarono da lui supplicandolo di ritornare e, difatti, rientrò nella città nel febbraio del 1565, creando un’istituzione, la Opričnina, uno strumento da lui diretto con il fine di punire o allontanare ogni traditore.

Quanto mai erroneo sarebbe negare che nella lotta di Ivan con i boiari fosse in gioco un principio, o voler vedere in questa lotta un momento di stagnazione politica. Che Ivan IV ne sia stato o meno l’iniziatore – e con ogni probabilità no – è d’altro canto innegabile che la sua Opričnina fu un tentativo, compiuto centocinquant’anni prima di Pietro il Grande, di fondare un’autocrazia personale simile appunto alla monarchia petrina […]. Così come le “riforme” erano state opera di una coalizione della borghesia e dei boiari, il colpo di mano del 1564 fu reso possibile da una coalizione degli abitanti delle città e dei piccoli vassalli.” (2)

Il terrore che seguì fu la diretta conseguenza: sospettati, presunti infedeli, sleali e via dicendo, furono messi in carcere o fatti passare ad altra vita, i beni confiscati, vari villaggi incendiati. Ivan IV, Ivan il Terribile, non accettava opposizioni. Come se non bastasse, nel 1571, i tatari di Crimea attaccarono Mosca, dando alle fiamme buona parte della città e ritirandosi con un ingente bottino e decine di mila di prigionieri.

Nel 1581 lo zar, in un momento di collera, colpì il figlio, erede al trono, con un bastone appuntito, morendo poco dopo. Nel 1584, a 54 anni, oramai sulla via della follia, lo zar perse la vita, sicuramente avvelenato. Il figlio Fëdor I (1557-1598) sarà suo erede.

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1. Anastasia, mite e fedele, dicono, ebbe una buona influenza sul marito, cercando di frenare gli slanci nervosi dello zar.
2. Michail Nikolaevič Pokrovskij in Nicholas V. Riasanovky, Storia della Russia, dalle origini ai nostri giorni, Bompiani, 2010, pag. 149.

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Mosca, 1547, Braun and Hogenberg

Jan 172011
 

Sovrano illuminato, Caterina la Grande (1729-1796) salì al trono russo quando aveva trentatré anni, essendo nata e cresciuta in un ambiente influenzato dalla cultura francese, nel piccolo stato tedesco di Anhalt-Zerbst, figlia del principe tedesco Cristiano Augusto e di Giovanna Holstein-Gottorp. Sofia Augusta Federica, così fu battezzata dai suoi, cambiò nome in Caterina quando si convertì alla fede russa-ortodossa per sposare Pietro III di Russia (1728-1762).
Una delle prime cose che fece, dopo esser giunta in Russia nel 1744 ad appena quindici anni, fu quella di impararne la lingua e studiare la letteratura del paese che la ospitava. Attratta da Voltaire, Diderot, D’Alembert, Montesquieu e altri illuministi francesi, il suo modo di governare rispecchiò in un certo qual modo quei fecondi e rivoluzionari ideali che i philosophes andavano propugnando alla luce della razionalità. Educazione e assistenza sanitaria furono due dei principali obiettivi di Caterina, difatti si aprirono nuovi ospedali, più farmacie, oltre a scuole anche per adulti, principalmente nei grandi centri urbani. Durante il suo regno aumentarono il numero dei giornali pubblicati e dei libri, che entrarono a far parte della vita culturale russa, aumento che incitava a un maggior dibattito culturale e alla formazione di una nuova classe di studiosi.
La regnante aveva una decisa e forte personalità, spesso dura e persuasiva, di autocontrollo e capace di superare tutti gli ostacoli, raramente si arrendeva davanti una evenienza che la convinceva poco. La distingueva inoltre un innato senso pratico, una volontà di raggiungere i suoi obiettivi a tutti i costi. Dopo Pietro il Grande, si potrebbe dire che Caterina fu uno dei pochi sovrani che lavoravano giorno e notte, sempre presente dove occorreva, sia nelle grandi decisioni sia nelle piccole.
L’ambizione a volte sfociava nel dire una menzogna, nel propagandare abilmente le proprie tesi, nell’essere spietata, un’ambizione che si caricava anche di passione e sentimentalismo, a tal punto da avere ben ventun amanti, almeno quelli noti. Le si riconoscono solo due figli, Anna e Paolo, forse avuti con il marito Pietro III forse con uno dei suoi spasimanti, fatto sta che ebbe ben pochi contatti con loro, cresciuti dalla zarina Elisabetta nei suoi appartamenti. Anna morirà ben presto, mentre Paolo Pietrovič andrà al trono con il nome di Paolo I di Russia.
Caterina II di Russia governò instancabilmente per ben 34 anni.

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Piccola bibliografia:

- Carolly Erickson, La grande Caterina, Mondadori, 1999.
- Henri Troyat, La grande Caterina, Bompiani, 2004.
- M. Vittoria Morokovski, Io Sophie, alias Caterina II, Controluce, 2009.

Jan 132011
 

“Ora accademico, ora invece eroe,
Ora navigatore, o carpentiere,
Lui, spirito che in sé tutto capiva,
Sul trono fu un perenne costruttore”.

(Puškin)

Per oltre 28 anni, dal 1695 al 1723, Pietro I (1672-1725) fu in guerra, sia contro gli svedesi, al nord, che contro i turchi, al sud. E fu tale lo sforzo per riformare l’esercito e la marina che le attività belliche assorbivano il 75%, nel 1701, delle entrate dello stato, raggiungendo l’80% nel 1710 e scendendo al 67% nel 1725 (1), uno sforzo che ricadeva per lo più sul popolo russo, essendo contrario, lo zar, ai prestiti provenienti dall’estero. Marina militare ed esercito furono ristrutturate secondo i parametri occidentali, considerando che Pietro non era stato né il solo né il primo a prendere come modello gli stranieri, giacché anche Ivan III, Ivan IV e Alessio avevano cercato, ognuno a suo modo, assimilare le tecniche e le conoscenze militari francesi, austriache, svedesi, inglesi e via dicendo. Anche, ma non solo, per tale scopo, Pietro aveva mandato all’estero dei giovani:

1) Apprendere l’uso dei disegni, delle carte, dei compassi e degli altri strumenti nautici.
2) Padroneggiare una nave, così come in battaglia come nella rotta ordinaria. Imparare a conoscere i paranchi e tutti gli strumenti relativi: vele, sartie, e nelle galere e vascelli consimili anche il timone ecc.
3) Cercare possibilmente l’occasione di prendere parte ad una battaglia navale; chi non può riuscirvi, deve farsi insegnare diligentemente come comportarsi il tale caso; tutti poi, abbiamo veduto o no una battaglia navale, devono farsi rilasciare dai preposti della flotta un diploma sottoscritto e timbrato, che attesti come essi siano abili al servizio di mare.
4) Chi dopo il suo ritorno vuol conseguire ancora maggior favore, deve cercare oltre ai suddetti ordini, d’imparare come si costruiscono le navi sulle quali avrà compiuto la sua istruzione.” (2)

Uno degli obiettivi dello zar era quello di “formare” il carattere al suo popolo, inculcandogli il senso del dovere, del lavoro, il senso degli obiettivi e della responsabilità, suscitando uno spirito imprenditoriale intraprendente e consentendo sfruttare le immense risorse naturali della Russia. E difatti, i decreti del 1711 spingevano in tal senso, cioè ad autorizzare chiunque volesse a commerciare qualunque bene in qualunque luogo, tentando porre fine ai monopoli e ai controlli statali. Si abolirono le restrizioni sulla produzione del sale, del tabacco, delle setole, a parte che sulla potassa e sulla resina.
Eppure lo stato doveva essere d’esempio, doveva dare il primo avvio, la prima spinta. La formazione mercantile e l’istruzione artigiana furono inoltre mete di Pietro I, si pensi solo all’invito a conciare le pelli con il grasso del montone invece che con la pece, o consigliare la tessitura di pezze di lana più larghe del normale, o ancora l’uso della falce invece che del falcetto, insomma una serie di esempi concreti che dovevano portare sia a una trasformazione di mentalità che a una trasformazione pratica.
Armi leggere, cannoni, polvere da sparo, zolfo, ferro, rame, ma anche tessuti, carta, furono i punti su cui lui insisteva, e si calcola che durante il suo regno nacquero circa 200 manifatture, di cui 86 fabbriche statali e 114 società in mano a privati (3). La produzione del ferro crebbe con più vigore rispetto ad altri beni, spinta in particolar modo dalla richiesta di armi, ferro lavorato nelle fabbriche poste a Tula, a sud di Mosca, e a Olonec, nel nord del paese. Mentre a Mosca, intorno il 1705, e a Voronež, nel 1704, nascevano le prime filande statali che provvedevano alle uniformi dell’esercito. Con l’introduzione di migliorie, si aumentò finanche la produzione cerealicola, a tal punto da essere, il surplus, esportato in Europa occidentale.
Tutto ciò condusse a un certo rinnovamento delle comunicazioni, il fondo delle arterie stradali fu corretto, si svilupparono le vie fluviali costruendo nuovi canali di collegamento come quello che univa la Neva al Volga, i porti furono ampliati.
Grazie a ingegneri e collaboratori occidentali, ma a capitali russi, le riforme di Pietro I presero vita, non sempre ben accettate – ricordiamo che lottava anche contro una forte e radicata immobilità e mancanza di iniziativa -, ma che alla fine continuarono, seppur meno vistosamente, durante i periodi successivi alla sua morte. La Russia entrerà a far parte come protagonista nelle decisioni delle grandi potenze.

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1. William Marshall, Pietro il Grande e la Russia del suo tempo, il Mulino, Bologna, 1999, pag. 47.
2. in Valentin Gitermann, Storia della Russia, La Nuova Italia ed., Firenze, 1973, pag. 899.
3. Nicholas V. Riasanovsky, Storia della Russia dalle origini ai nostri giorni, Bompiani, Milano, 2003, pag. 240.

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(Aggiornato e rivisto il 20 Febbraio 2012)

Dec 112010
 

Limitando la possibilità di movimento, lo zar Boris Godunov (1551 ca.-1605) favorì l’affermarsi della servitù della gleba in Russia: siamo nei primi anni del XVII secolo. E solo sotto il governo di Alessandro II (1818-1881), nel 1861, fu in un certo qual modo abolita, più o meno una cinquantina d’anni dopo che nel resto dell’Europa occidentale.
Leggiamo di seguito le motivazioni che ne dà Sumner:

La servitù della gleba nella sua forma più completa durò più a lungo in Russia che nei paesi occidentali perché gli svantaggi economici che essa comportava non ne superarono se non tardivamente i vantaggi; ancora, perché l’incremento demografico non si tradusse in una carenza di terre sufficientemente acuta tra i contadini se non nella prima metà del XIX secolo; perché le classi medie erano deboli a paragone dei proprietari dei servi; perché le idee umanitarie e quelle sul valore dello spirito di iniziativa individuale avevano scarsa presa; perché le reazioni contro le idee della Rivoluzione francese rafforzò la vis inertiae propria di qualsiasi istituzione di lunga durata; e infine perché la servitù della gleba non costituiva semplicemente il fondamento economico di proprietari di servi ma anche il principale fondamento dello stato russo impegnato nell’enorme compito di governare, in qualche modo, tanti milioni di rozzi sudditi. (1)

Fra il 1800 e il 1801 Edward Daniel Clarke, professore a Cambridge, fece un viaggio attraverso la Russia, relazionando quanto segue.

La ricchezza dei nobili russi è veramente immensa, ed in Inghilterra non si trova alcun privato, a qualunque classe appartenga, che possa vantare simili patrimoni. Vi sono dei nobili russi che posseggono 70-80 e fino a 100 mila contadini, giacché il loro patrimonio si calcola appunto soltanto secondo il numero dei contadini. Infatti ogni contadino deve pagare annualmente in media 10 rubli in denaro contante; siccome però è tenuto a lavorare tre giorni alla settimana per il padrone, questo canone annuo dovrebbe essere relativamente minore. Senonché, ad onta di tutte le disposizioni emanate a favore dei contadini, tanto il canone in denaro quanto la prestazioni di lavoro dipendono unicamente dall’umore e dai bisogni del padrone. Ed i lavori si esigono non soltanto dal sesso maschile, ma anche le donne e i ragazzi da 10 anni in su debbono prestare il loro proporzionato lavoro quotidiano. Inoltre da tutto quello che i contadini possono mai possedere si esige la decina parte; e ciò non soltanto per il pollame, per le uova, per il burro, per i colombi, per le pecore, per i maiali, ma anche per le tele di lino fabbricate dai contadini e per il prodotto di ogni lavoro domestico.” (2)

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- 1. Benedict Humphrey Sumner, Pietro il Grande e l’Impero ottomano, in Nicholas V. Riasanovsky, Storia della Russia, dalle origini ai nostri giorni, Bompiani, Milano, 2003, pag. 279.
- 2. in Valentin Gitermann, Storia della Russia, vol. 1, La Nuova Italia ed., Firenze 1973, pagg. 989-900.

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(Aggiornato e rivisto il 20 Febbraio 2012)

Dec 092010
 

Primogenito superstite di Ivan IV (1530-1584), ovvero Ivan il Terribile, Teodoro I (Fëdor I) (1557- 1598) fece di tutto per assicurare alla Russia un relativo periodo di pace, dal 1584 al 1598. Sebbene fisicamente debole e con scarsa intelligenza, però pieno di buone intenzioni, si affidò a dei consiglieri che si rivelarono ingegnosi, specialmente nella figura di Boris Godunov (1551 ca.-1605). E fu proprio grazie alle abilità diplomatiche di quest’ultimo che nel 1589 il patriarca di Costantinopoli, al tempo Geremia II Tranos (1530 ca.-1595), permise elevare il capo della chiesa russa al rango di patriarca. L’organizzazione ecclesiastica si rafforzò notevolmente con la nomina di nuovi metropoliti, arcivescovi e vescovi.

Per quanto riguarda i rapporti con l’estero, Teodoro si era candidato al trono polacco, alla morte di Stefano Bathory nel 1586 – che ricordiamo essere divenuto re di Polonia dopo la rinuncia di Enrico di Valois -, una candidatura infruttuosa. Nel 1595 condusse una vittoriosa guerra contro gli svedesi, riprendendosi le città e i territori lungo il golfo di Finlandia.

Un fatto particolarmente tragico, nel maggio 1591, fu la morte del principe Demetrio di Uglič, fratello dello zar e unico membro maschio superstite della casa regnante. Il piccolo Demetrio, che aveva poco più di nove anni e mezzo, fu trovato con la gola squarciata nel cortile della sua residenza, appunto a Uglič. Le indagini avevano concluso essere stata una morte accidentale, mentre lui giocava con un coltello, in uno stato di epilessia. Alcuni contemporanei accusarono invece Boris Godunov esserne il mandante, giacché faceva di tutto per impadronirsi del potere.

In effetti Godunov, intelligente e ben pratico negli intrighi di corte, e che aveva tratto vantaggi dall’essere parente acquisito dello zar Teodoro, in quanto questi aveva sposato sua sorella Irene, era diventato intorno il 1588 l’effettivo governatore della Russia, da lui passavano quasi tutte le importanti decisioni. Alla morte dello zar, Boris Godunov era pronto a prendere il potere.

La mancanza di eredi portò la Russia a un periodo di anarchia assoluta, meglio conosciuto come Periodo dei Torbidi.

Oct 262010
 

Mustafa II

Con l’assedio di Vienna, del 1683, e la successiva battaglia di Kahlemberg del settembre 1683, l’impero ottomano, apparso per la prima volta nella storia come un piccolo emirato ubicato nel nord-est dell’Anatolia, iniziava un lento e irrevocabile declino. Attaccata da tutte le parti, la Porta arretrava le sue frontiere, subendo una serie di sconfitte: in Ungheria dal duca di Lorena (1684-1686), in Albania e in Bosnia dai veneziani (1685), poi decisiva la battaglia condotta dal principe Eugenio di Savoia (1663-1736) al comando delle truppe imperiali in quel di Zenta nel 1697, dove l’esercito ottomano, al comando di Mustafa II (1664-1703), perdeva circa 30.000 soldati.

Col trattato di Carlowitz del gennaio 1699, la Turchia cedeva definitivamente la Transilvania, l’Ungheria (meno il banato di Temesvar), la Slovenia. Alla Polonia andava Kamenietz, la Podolia, l’Ucraina occidentale; mentre a Venezia una parte della Dalmazia, la Morea, le isole di Egina e Santa Maura; alla Russia Azov.

L’impero turco morì anche, in parte, per il suo mancato adattamento alle nuove tecniche. E infine, per il fatto che contro di esso, nel Sette e Ottocento, si rizzò la massa potente della Russia moderna“. (1)

Ahmed III

A una rapida espansione territoriale, non era seguito, da parte dei turchi, un ammodernamento militare, economico e politico. La debolezza interna fu uno dei fattori della sconfitta, una debolezza caratterizzata da un’organizzazione obsoleta che non ebbe la forza di modernizzarsi. Con il passare degli anni i sultani si facevano vedere ben poco fra i sudditi o fra le truppe, accrescendo sempre più il distacco con il popolo. Passavano le giornate nell’harem, rinchiusi nei loro palazzi, lontani dalla vera vita quotidiana, mentre i gran visir si sovrapponevano alle decisioni dei sovrani creando confusione o spesso una stasi delle decisioni, fino al punto, talvolta, di non nominare neppure i funzionari, personaggi importanti nella vita amministrativa dell’impero.

Altro elemento di fragilità era l’importante ruolo esercitato da certi stranieri non convertiti all’islam che con il passare dei decenni entrarono a far parte dell’amministrazione, come Nikusios da Chio che negoziò la capitolazione di Candia, o Nicola Mavrocordato, medico e consigliere di Köprülü III e IV e che firmò la pace di Carlowitz, che, simpatizzanti della Chiesa ortodossa, iniziarono a introdurre caratteri discordanti all’interno dello stato ottomano.

Nello stesso tempo l’agricoltura, che costituiva la base dell’economia, restava legata ai vecchi paradigmi, arretrata e priva di spunti per andare al passo con i tempi: allevamento allo stato brado di capre e di ovini associato alle colture alimentari, estrema povertà delle campagne, brigantaggio – dovuto, anche ma non solo, dalla smobilitazione di mercenari -, fuga di contadini verso le grandi e medie città. Un sistema agrario basato su piccole aziende familiari autonome capaci di produrre le proprie necessità e pagare le tasse. Un regime che lo stato faceva di tutto per mantenere in piedi e inalterato, malgrado l’aumento di popolazione e le conseguenti necessità venutesi a creare nel XVI sec.

Istanbul contava, all’inizio del XVIII secolo, circa 800.000 abitanti, Aleppo più di 100.000, il Cairo 200.000, centri urbani in cui le attività commerciali erano articolate in organizzazioni politiche, religiose, in corporazioni chiuse.
Il commercio internazionale con l’Occidente era variopinto, si esportava tabacco, lana, cuoio, cotone, pepe, caffè, la bilancia però sembrava indicare l’impero ottomano come “una colonia mercantile dell’Occidente”.

Le forze spese dal gran visir Damad Ibrahim (1666-1730), durante il sultanato di Ahmed III (1673-1736), non riuscirono nell’intento di fare uscire dal letargo i turchi, cercando di occidentalizzarli. Religiosi e politici desideravano ben poco progredire e rompere uno status quo cui si erano abituati e grazie al quale sopravvivevano, oltre al fatto che iniziavano a nascere focolai d’indipendenza in Iraq, Libano, Egitto, per non dimenticare l’animo conservatore dei giannizzeri che avevano oramai acquistato una potenza tale da permettersi un colpo di stato, 1622, contro Osman II (1604-1622), ferendolo a morte.

Un insieme di cause che, con il passare dei decenni, concorsero al suo declino. L’impero ottomano poteva sembrare un gigante dai piedi di argilla.

Impero turco, 1683

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1. Fernand Braudel, Il mondo attuale, Einaudi, 1966, vol. 1, pag. 117.

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(Articolo rivisto e aggiornato il 18 ottobre 2012)

Jul 272010
 

Siamo poco familiarizzati con la storia della Svezia, una storia che sembra ai margini di quella europea ma che, in effetti, si incastra in un più ampio contesto storico, contesto che prende finanche la Russia, la Polonia, la Germania, l’Europa settentrionale in particolare.

Con la salita al trono di Gustavo I (1496-1560) nel 1523, eletto dai nobili del paese, e dopo aver guidato la rivolta contro il dominio danese, la Svezia inizia un lungo periodo di ammodernamento statale ed espansione territoriale. Ricordiamo per inciso che la Svezia, insieme alla Norvegia e alla Danimarca, era governata da un sovrano danese. Il re, il primo della dinastia Vasa, iniziò con introdurre la recente confessione luterana come religione di stato e a procedere all’incameramento di tutti i beni ecclesiastici, riuscendo, infine, a rendere ereditaria la corona – 1544 -, a spese del potere nobiliario.

Poi, con l’intervento nella lunga Guerra dei Trent’anni, Gustavo II Adolfo (1594-1632) giocò un ruolo decisivo nelle sorti dell’Europa continentale, a favore del luteranesimo e sconfiggendo varie volte gli eserciti imperiali. La politica aggressiva svedese fu seguita da quasi tutta la dinastia Vasa, a parte il ventennio di Cristina (1632-1654), fino all’ultimo sovrano Carlo XII (1718). Conquistata la Livonia, la Curlandia e varie città della Prussia orientale, vinto l’esercito del conte di Tilly nella battaglia di Breitenfeld, vicino Lipsia, nel 1631, Gustavo II Adolfo era arrivato indenne alla porte di Monaco di Baviera, ma, sebbene vincitore, trovò la morte nel famoso scontro di Lützen, 1632.

Con l’abdicazione di Cristina sale al trono Carlo X (1622-1660) proseguendo le linee del suo predecessore maschile, stavolta a danno della Danimarca e della Polonia. Lo segue Carlo XI (1655-1697), dalle buone abilità belliche e Carlo XII (1682-1718) che, occupata Varsavia nel 1702, s’incammina verso l’Ucraina, ma stavolta viene sconfitto da Pietro I il Grande a Poltava nel 1709. Non ancora soddisfatto riversa le sue truppe contro la Norvegia: la morte fermerà per forza maggiore le sue mire espansionistiche.

La mancanza di eredi e un certo malcontento all’interno della società nobiliare, bloccano il sogno di una grande Svezia, un sogno reso possibile per qualche secolo grazie alla buona situazione economica del paese, ricco di miniere di ferro e rame, nonché aperto agli investimenti olandesi e dell’Europa occidentale. Altro fattore determinante delle prime vittorie fu il potenziamento dell’esercito, costituito non più da mercenari, bensì da soldati regolari comandati da ufficiali meritevoli, di carriera. Anche l’impiego in massa delle nuove armi da fuoco contribuì a rendere l’esercito trionfante.

Svezia e Norvegia nel 1650

Mar 022010
 

Giovanni Antonio Magini, Geografia, 1597-98

 Non è facile definire che cosa e chi era “straniero” nel periodo da noi preso in considerazione, giacché il solo fatto di essere diverso e di non appartenere a una data, ristretta, comunità era già di per sé segno di identificazione, di esclusione, di catalogazione. Era inoltre l’epoca in cui gli stessi principi e sovrani che governavano spesso e volentieri non erano nati e cresciuti nei regni che amministravano, basti ricordare Carlo V, imperatore del Sacro romano impero e re di Spagna, sovrano nato a Gand, nelle Fiandre.

Consideriamo che all’epoca non erano ancora diffusi dizionari geografici od opere che illustrassero l’Europa, o libri che si dedicassero alla geografia. Il latino era una lingua che iniziava a tramontare, riservato per lo più ai rapporti diplomatici. Le lingue locali, grazie anche ai torchi gutenberghiani, prendevano man mano campo, sebbene succedesse che in una stessa nazione e addirittura in una stessa regione si parlassero vari dialetti. Il processo di standardizzazione era ben lungi dall’essere completato.

Nella stessa Francia, la lingua d’oïl del nord era quasi incomprensibile a quelli del Mezzogiorno che parlavano l’oc; ad Anversa, in Belgio, l’amministrazione comunicava in fiammingo, gli ecclesiastici in latino, mentre la corrispondenza con il duca o la corte in francese.

In Italia, lo sappiamo, un meridionale capiva ben poco un fiorentino e addirittura in Sicilia restavano zone in cui si parlava il greco. Non faceva eccezione la Russia, dove convivevano il grande russo, l’ucraino e il bielorusso, per non dimenticare lo slavo ecclesiastico. Insomma, l’Europa era un mosaico di idiomi, di dialetti, di nascenti lingue nazionali.

Eppure all’interno di una stessa terra c’era qualcosa che li identificava. Un francese, agli occhi di uno straniero, era frivolo, un fiammingo goloso e troppo pulito, un inglese pieno di pregiudizi e avaro. Per un italiano, al di là delle Alpi c’erano i barbari. Zwingli annotava che

dobbiamo compartire la supponenza degli italiani […] il fatto è che non possono sopportare che i tedeschi li superino nell’erudizione. “(1)

Chi poteva essere dunque lo straniero?

Dentro certi limiti anche gli abiti distinguevano il forestiero, un italiano non era vestito come un fiammingo, un francese sfoggiava un diverso abbigliamento rispetto a uno spagnolo. E gli artisti dipingevano ciò che vedevano con attenzione e fedeltà di particolari, seppur non sempre. Le classi sociali si identificavano con facilità dal loro modo di abbigliarsi, per esempio i servitori dei regnanti aragonesi avevano una livrea color bianca e scarlatta, i musicanti di Leone X si evidenziavano per il bianco, rosso e verde, per non dimenticare che un borghese aveva un abito più elegante rispetto a un contadino, e via dicendo. La moda si diffondeva tramite i dipinti dei pittori, le compagnie di danza, i movimenti di certe famiglie nobili che facevano tendenza, tramite i contatti commerciali, diplomatici, perfino militari, una moda che cercava oltre che accomunare anche di separare.

Straniero poteva essere, dunque, anche l’appartenere a un diverso ceto, a una diversa comunità, a una diversa regione, a una diversa lingua, a una diversa nazione, a una diversa alimentazione.

Sì, alimentazione. Quando Carlo V giunse in Spagna portò le abitudini nordiche in una terra che si cibava frugalmente, era un diverso, uno straniero anche in questo senso. In Svizzera un ambasciatore italiano si inorridiva di come i suoi ospiti trascorrevano ore divorando una portata dopo l’altra, e molte condite di spezie barbariche. Accadeva in un’epoca in cui non c’era certo abbondanza di cibo per tutti. Straniero pertanto chi si alimentava diversamente.

La religione univa, aggregava, i cattolici stavano con i cattolici, i futuri protestanti con i futuri protestanti, un’unione che varcava le frontiere, al di là delle lingue, degli abbigliamenti, al di là, talvolta, del ceto sociale.

E univa anche la cultura, le future biblioteche, i libri stampati grazie a Gutenberg, univano gli studi classici…

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- 1. John R. Hale, L’Europa nell’età del Rinascimento, 1480-1520, il Mulino, Bologna, 2003, pag.133.


Jul 172009
 

Luigi XIVQuando nel 1661 il cardinale Mazzarino (1602-1661), voluto primo ministro dalla regina Anna d’Austria nel 1643 alla morte di suo marito Luigi XIII, lascia il corpo fisico, Luigi XIV (1638-1715) prende il controllo diretto del governo, in quella Francia in cui Richelieu aveva avviato un programma di rafforzamento dell’autorità regia. Quell’assolutismo che “era una rivendicazione antica del potere sovrano, di ascendenza anche romana, che in vario modo si era conservata nella tradizione medievale e – soprattutto nelle lotte fra la Chiesa e l’Impero – era stata spesso riaffermata come costitutiva nella concezione della natura e della funzione del potere imperiale“. (1)
Il giovane re, addottrinato dal cardinale, seguì con l’idea di accentrare nelle sue mani quanto più potere possibile. Fra le tante disposizioni declassò il ruolo dei parlamentari, limitò le attività politiche della nobiltà, tentò una riforma del sistema giuridico. Riorganizzò e potenziò l’esercito, uno dei migliori del tempo, aumentando le imposte e favorendo una politica mercantilista, favorendo la produzione e l’esportazione di prodotti di origine francese.
Durante il suo regno combatté varie guerre che miravano al rafforzamento territoriale e politico, ricordiamo quella di Devoluzione contro la Spagna (1665-1668); il conflitto contro l’Olanda e la stessa Spagna fra il 1675 e il 1678; le ostilità della Lega di Augusta (1689-1697), in cui Spagna, Svezia, Olanda, Inghilterra, Austria e Savoia si opponevano alle sue mire egemoniche; la guerra di Secessione spagnola (1701- 1714/1715). In effetti nella strategia del Re Sole possiamo distinguere tre fasi: una prima, tra il 1661 e il 1678, in cui fece di tutto per perseguire una politica che lo aiutasse a conseguire gloria per sé e la sua famiglia, una seconda, fra il 1678 e il 1697, il cui fine era consolidare i risultati, e non solo politici, ma anche militari, infine una terza, in cui il problema principale era la successione al trono spagnolo.Pietro I Romanov di Russia

Il modello assolutistico di Luigi XIV fu preso d’esempio da vari regnanti europei.
Pietro I di Russia (1672-1725) tentò modernizzare il suo stato, creando un esercito permanente e dotandolo di un regolamento tattico, favorendo la produzione nazionale e mettendo imposte sulle importazioni, riorganizzando l’apparato amministrativo, riunendo il potere nelle sue mani togliendolo ai boiardi – i nobili proprietari terrieri russi. Nel 1701, ricordiamo fra le altre cose, istituì a Mosca una scuola di matematica e di navigazione, e nel 1703 dà vita alla città di San Pietroburgo, base per una flotta che si svilupperà in modo davvero lodevole. Malgrado le trasformazioni tecniche apportate, la struttura sociale dello stato rimase arretrata.

Federico Guglielmo I di PrussiaCon la stessa idea giocava Federico Guglielmo I (1688-1740) nella sua Prussia, desiderando rafforzare il sistema fiscale e ristrutturare l’esercito per renderlo efficiente e dinamico, riuscendo a creare una potenza di circa 80.000 uomini al suo servizio, e fondando addirittura un Plankammer (gabinetto di carte), con successivamente un corpo di ingegneri (Ingenieurkorps) per, anche ma non solo, rilevamenti topografici. Centralizzò l’amministrazione finanziaria e risanò il debito statale. Anch’egli, come Luigi XIV e Pietro I, diede impulso all’industria nazionale a discapito delle importazioni. Rese obbligatoria l’istruzione elementare.

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-1. Giuseppe Galasso, Prima lezione di storia moderna, Laterza, 2012, ebook, pos. 1611-1618.

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(Articolo aggiornato il 29 giugno 2012)

May 212009
 
Marsiglia, 1760

Marsiglia, 1760

Con la riduzione della mortalità e grazie a un alto tasso di natalità, il ‘700 fu un secolo di crescita demografica. A parte due isolati episodi di peste, a Marsiglia nel 1720 e a Messina nel 1743, in questi cento anni non abbiamo né pandemie né pestilenze di rilevante importanza, cosicché la popolazione europea aumentò di numero, merito anche a un buon sviluppo economico e a migliori condizioni igienico-sanitarie.

In Inghilterra si passò da 5.800.000 abitanti a circa 9.000.000, in Germania da 14 a 23 milioni, in Spagna da 13 a quasi 18 milioni, in Francia da 22 a 29 milioni, mentre in Italia da 13 a 17 milioni di persone. Il vero boom si ebbe in Russia che da 13 milioni raggiunse i 30 milioni. D’ora in avanti l’accrescimento demografico europeo sarà costante più o meno sino ai giorni d’oggi.

Un contributo notevole fu dato dal potenziamento di nuove forme di sostentamento alimentare, quali il mais e la patata, importati dall’America meridionale e oramai largamente diffusi. Mentre il mais ebbe un immediato successo e una notevole accettazione, per la patata dobbiamo aspettare quasi la fine del ’700.

Da notare che, se si sarebbe presentato un periodo di carestia, come quello del 1763-1764, i commerci fra le nazioni, europee e non, potevano supplire determinate carenze: le probabilità di mancanza di cibo erano più ridotte rispetto al passato.

Altri fattori che influirono sull’incremento della popolazione fu sia l’abbassamento dell’età al matrimonio delle donne, pertanto un’estensione del suo periodo fertile, sia una riduzione del celibato maschile e femminile, dovuti soprattutto a una nuova presa di coscienza popolare, alla sua alfabetizzazione e, certamente non meno, alla libertà di pensiero.

Ritornando ai numeri, notiamo come le grandi città ebbero un loro particolare sviluppo demografico: Londra passò da quasi 600.000 abitanti a 900.000, Parigi da 450.000 a 600.000, Napoli da 300.000 a 450.000. Stessa cosa accadde in quelle più piccole come Marsiglia, Amburgo, Liverpool, diventando importanti centri commerciali, e non dimenticando il peso che ebbe la rivoluzione industriale.

Per tale ragione nacquero infrastrutture, strade, ponti, canali navigabili, porti, nuove vie di comunicazioni. Nacquero altresì nuove forme di tecniche agricole produttive. Si pensi che nel ‘700 si pubblicarono un numero considerevole di libri riguardanti l’agronomia e, nello stesso tempo, si diffusero in tutta Europa accademie di agraria; tanta era l’attenzione a essa dedicata che il grande Voltaire, in uno dei suoi scritti, adoperò il termine agromania.

Londra 1751

Londra 1751

A seguito della crescita demografica e a un fiorire di un’agricoltura più redditizia, si sviluppò un mercato secondario, con attività legate alla trasformazione e alla lavorazione dei prodotti. Accrebbe la possibilità di lavorare, quindi di guadagnare. Lino, canapa, birra, vino, acquavite, seta e tanti altri prodotti derivati dalla terra venivano ora elaborati non in città, bensì nelle stesse campagne, con la conseguente proliferazione di un lavoro che definiremo a domicilio.

Come conseguenza di tale progresso sorsero nei campi case, edifici, strutture. Le corporazioni di arti e mestieri, che controllavano, gestivano e regolamentavano l’economia del medioevo e che condannavano le iniziative individuali, iniziarono a decadere, a non avere più un ruolo decisivo.

Gli stati dovettero intervenire regolamentando la produzione, ma anche i traffici nazionali e internazionali, riconsiderando i dazi doganali, proteggendo i propri prodotti, favorendo lo sviluppo di determinate aeree. Fu nel 1709 che, per esempio, nacque in Inghilterra la prima banca centrale, mentre in Francia iniziarono a circolare le prime monete cartacee.

Lo sviluppo economico era appena abbozzato, i commerci avevano un peso nell’economia e nella politica dei singoli stati, la gente poteva esprimere le proprie idee, le proprie capacità, le proprie convinzioni: l’illuminismo aveva contribuito all’avvio di un’epoca davvero rivoluzionaria.

May 282008
 

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Che cosa hanno in comune Elisabetta I d’Inghilterra (1533-1603), Maria Teresa d’Austria (1717-1780) Caterina la Grande di Russia (1729-1796), ma anche tante altre storiche figure femminili? La forza di volontà? il coraggio di dimostrare che anche una donna può amministrare un regno?

Pochi la conoscono come Sofia Federica Amalia, e pochi altri ancora come figlia del principe prussiano di Anhalt-Zerbst, però sicuramente tutti hanno sentito parlare di Caterina la Grande di Russia. Ebbene, Sofia sposò Pietro Fedorovic, futuro Pietro III di Russia e, dopo la sua deposizione e uccisione – giacché lo zar si rivelò stravagante e psichicamente instabile -, salì al trono come Caterina II, nel 1762.
Abbracciando le teorie illuministe, la nuova zarina proseguì l’opera di occidentalizzazione della Russia, mantenendo i contatti con Voltaire e Diderot. Ampliò i confini dell’impero e riformò l’amministrazione, seguendo le idee di Cesare Beccaria e di Charles-Louis de Montesquieu. Amava leggere altresì Machiavelli e Tacito, quest’ultimo con particolare interesse.
Grazie a lei, nacque la prima scuola femminile russa e una scuola di medicina, nonché ospedali e farmacie.
Purtroppo, dopo lo scoppio della Rivoluzione francese, Caterina II, timorosa che le idee rivoluzionarie potessero arrivare sino in Russia, si difese dietro posizioni conservatrici, frenando quello sviluppo economico e sociale che aveva permesso allo Stato russo avvicinarsi alle potenze europee. E in effetti, secondo un rapporto del 2 giugno 1791 del diplomatico inglese W. Fawkener a lord Grenville:

” … [Sua Maestà] mostrò il più grande orrore della Rivoluzione francese, osservando però a questo riguardo che non la si poteva ritenere imparziale. Diceva di non poter capire come questa rivoluzione abbia potuto trovare in Inghilterra dei difensori, e che tra questi vi sia il Fox. Parlava con grande calore dei propri sudditi, dicendo ch’essi avevano per lei fatto molto prima ancora di sapere se ella lo meritasse oppure no, e che ella quindi era in debito di far per loro tutto ciò che stava nelle sue forze…” (1)

L’imperatrice era un’appassionata scrittrice di commedie e drammi storici. I suoi primi lavori sono del 1772, in cui riproduce fedelmente l’atmosfera dell’epoca. Nello stesso tempo si occupava di arte, inviando agenti col compito di comprare in tutta Europa quadri e opere di famosi artisti, ospitandoli nell’Hermitage.
Su di lei si scrissero, e si scrivono, romanzi, saggi, spettacoli teatrali. La sua figura è ben nota al grande pubblico, anche per il fatto di essere stata una grande amante.

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1. Valentin Gitermann, Storia della Russia, La Nuova Italia ed., Firenze, 1973, pag. 975.

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(Rivisto e aggiornato il 20 Febbraio 2012)

Feb 272008
 

Boston nel 1722- Premessa (perché la Storia ha sempre un “passato”):

Nella prima metà del XVIII secolo, ben tre “guerre di successione” furono combattute in Europa: quella per il trono spagnolo (1702-1713), quella polacca (1733-1738), e infine quella per il trono austriaco (1740-1748). Di tutto questo disordine ne approfittò l’Inghilterra, affermandosi come potenza navale, commerciale e coloniale.

La guerra dei Sette anni, 1756-1763, potremmo considerarla come “la prima guerra mondiale”, una guerra in cui gli eserciti d’Inghilterra e Prussia, da una parte, e di Francia, Austria, Russia, e poi Spagna, si scontrarono sia nel territorio europeo sia su quello americano sia su quello indiano.
La Francia perse buona parte delle colonie americane, il Canada passò in mano inglese, così come la Florida, almeno temporaneamente, fu ceduta dalla Spagna all’Inghilterra. In Australia si insediava una prima colonia penale, 1788, anch’essa britannica.

- Svolgimento (perché la Storia è un continuum):

Con circa due milioni e mezzo di abitanti nel 1775, le tredici colonie inglesi del nord America avevano uno sviluppo economico e sociale davvero esemplare. Irlandesi, svedesi, polacchi, tedeschi formavano un operoso miscuglio di genti che sapeva sfruttare le risorse interne e commerciare con la madrepatria.

I gruppi religiosi erano tanti, si passava dai cattolici ai luterani, dai puritani agli ebrei e via dicendo.
Erano persone che avevano lasciato l’Europa per vari motivi, chi perché attratto dall’oro, chi perché perseguitati da Carlo I d’Inghilterra, come i puritani approdati nel Massachusetts nel 1620 – che fra l’altro era uno dei più antichi -, chi perché sfuggiva alla legge, chi perché desiderava rifarsi una vita, chi perché avventuriero, chi perché ricercava maggiore libertà sia politica che religiosa.

Eppure fra le cinque colonie del sud e quelle del centro-nord c’era una certa differenza. Nelle terre meridionali vigevano i latifondi, grandi estensioni di terreno dove un aristocratico o ricco proprietario coltivava tabacco, canna da zucchero, cotone, e lo schiavismo era pratica comune accettata a tal punto che, si pensi, più di un quarto della popolazione erano schiavi negri che lavoravano nei campi, schiavi privi di ogni diritto.

Nel centro e nel nord, invece, era diffusa la piccola proprietà, piccole fattorie di famiglie quasi autosufficienti che lavoravano per il fabbisogno personale, non mancando artigiani e qualche industria nelle grandi città del centro, come a New York, Filadelfia, Boston, dove il commercio con l’Inghilterra era punto forza della loro economia. Il centro nord aveva una vita culturale più attiva rispetto al sud, ricordiamo solo la fondazione dell’università di Harvard, a Boston, proprio nel 1636.

Ognuna di loro con proprie leggi civili, politiche e religiose, che tendevano a stabilire un determinato ordine sociale, ognuna di loro orgogliosa della propria indipendenza, del proprio operato, ma tutte poco propense a rimpinguare le casse inglesi impoverite dalle guerre.

Nel 1775, l'Inghilterra aveva il dominio sulle zone indicate in rosso e rosa sulla mappa e la Spagna su quelle arancione. La zona rossa è quella relativa alle 13 colonie aperte agli insediamenti dopo la proclamazione del 1763. (Wikipedia)

Nel 1775, l’Inghilterra aveva il dominio sulle zone indicate in rosso e rosa sulla mappa e la Spagna su quelle arancione. La zona rossa è quella relativa alle 13 colonie aperte agli insediamenti dopo la proclamazione del 1763. (Wikipedia)

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