1. Chi erano i lanzichenecchi?
2. In che anno si ebbe il Sacco di Roma da parte di Carlo V?
3. Chi era papa ai tempi del Sacco di Roma?
4. In che anno i turchi di Solimano I assediarono Vienna?
5. In che battaglia fu fatto prigioniero Francesco I in Italia?
6. In che periodo si svolsero le guerre d’Italia?
7. Quale sovrano francese contrastava le aspirazioni di Carlo V?
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Articoli che potrebbero aiutare a trovare alcune risposte.
- I lanzichenecchi e il Sacco di Roma.
- L’elezione di Carlo V e la lettera della zia Margherita.
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Risposte:
1. Mercenari tedeschi, soprattutto di fede luterana.
2. 1527.
3. Clemente VII.
4. 1529.
5. Nella battaglia di Pavia.
6. 1494-1559.
7. Francesco I di Francia.
Ai giorni d’oggi quasi tutte le case, siano esse in città che fuori città, hanno la possibilità di avere acqua potabile, ma i nostri avi soffrivano spesso per la mancanza di questo prezioso liquido.
L’approvvigionamento idrico in campagna, nei secoli che vanno dal XV al XIX, era difficoltoso normalmente per la distanza da percorrere, in quanto non tutte le case avevano un pozzo o una fontanella o un fiumiciattolo nelle vicinanze. Nei paesi a clima freddo, dove le piogge erano frequenti, era usuale la raccolta della pioggia, sebbene non sempre sufficiente. Cosicché le donne erano costrette a percorrere lunghe distanze per rifornirsene. Si è calcolato che una contadina inglese del ’500 doveva camminare una media di 500-600 mt., mentre una scozzese anche 1.500 mt. Immaginiamoci, dunque, una donna con un secchio, una brocca o un recipiente contenente 10-20 lt. di acqua, percorrere sotto un sole cocente o nei giorni di pioggia e freddo simili distanze, quotidianamente.
Diverso il problema che si presentava in città e sebbene fontane, fontanelle e pozzi fossero a distanze inferiori che nelle campagne non tutte funzionavano e quasi sempre c’era una lunga fila da fare, talvolta anche per 1-2 ore. In Francia, nel XVIII sec., il consumo giornaliero era più o meno di 5-7 lt. pro-capite, mentre a Londra circa 12-15 lt.
A partire dalla metà del ’400, varie città intrapresero opere idriche. A Roma, papa Nicolò V fece ripristinare la cosiddetta Acqua Vergine, mentre a Castel Sant’Angelo, nel 1530, papa Clemente VII – lo stesso che autorizzò nel 1527 a scavare l’oggi Pozzo di San Patrizio a Orvieto – si fece costruire un bagno con acqua calda e fredda; in Francia nel 1457 si rimise in funzione l’acquedotto di Belleville che si affiancò a quello di Pré-Saint-Gervais e nel 1613 Maria de’ Medici fece risorgere quello di Arcueil; in Spagna solo nel 1481 si riattivò l’eccellente acquedotto di Segovia; in Portogallo ne erano attivi una certa quantità, da quello di Coimbra a quello di Tomar a quello di Elvas e, inoltre, se ne costruì uno nuovo a Lisbona tra il 1729 e il 1748, detto delle Acque Libere. In Italia, nel Regno di Napoli, Carlo III di Borbone fece portare l’acqua nella bella reggia di Caserta.
Tutte queste opere e tante altre contribuirono ad averne maggiore disponibilità nelle grandi città, mentre nelle piccole la figura dell’acquaiolo era ancora presente e operante, sebbene non tutte le famiglie avessero le condizioni economiche per comprarla.
Spesso l’acqua era inquinata, ricordiamo che v’era l’usanza di gettare per strada i rifiuti o di costruire i pozzi neri anche vicino fonti d’acqua potabile, per non parlare poi dell’inquinamento che produrrà la rivoluzione industriale, specialmente in Inghilterra e nei paesi nordici.
Col passare del tempo – siamo già nel XVII secolo – in Francia si sviluppò la moda di avere nei giardini giochi d’acqua, per cui la scienza facilitò nuovi mezzi per migliorare i problemi idraulici. Si iniziò a incanalare il prezioso liquido dirigendolo verso le case, tramite pompe e altri marchingegni che spingevano e sollevavano l’acqua.
Gli sviluppi seguirono anche nell’800, nel senso che questa iniziava a essere disponibile nelle abitazioni, almeno negli ambienti benestanti. A Parigi si creò una società per la fornitura del vitale liquido a domicilio, grazie alle pompe dei fratelli Perrier. A Milano, il primo impianto di acqua potabile risale al 1888, a Valencia, Spagna, al 1850.
Dicevamo, dunque, dell’inquinamento, inquinamento tanto molesto che il Tamigi, la Senna o altri fiumi di grandi città portavano nelle loro acque, oramai poco potabili. Ecco allora, l’alta mortalità per tutta l’Età moderna, maggiore nei centri urbani che in quelli di campagna, che potevano attingere acqua ancora potabile. Nelle città, tante fontane, tanti pozzi erano infetti dai rifiuti, a tal punto che la gente, non avendo altro che bere, l’adoperava, con la conseguenza che malattie e infermità colpivano gran parte della popolazione.
Poco a poco, grazie al lavaggio delle strade, alla raccolta dei rifiuti, alla pulizia delle città, migliorarono le condizioni di salute e il tenore di vita: siamo già ai primi del XIX secolo.
Il tema trattato in questo articolo è uno di quelli che può apparire strano, curioso, insolito, fatto sta che nel periodo da noi preso in considerazione – fine ’400 inizi ’800 – il problema era davvero grave, tanto grave che sovente la popolazione era preda di malattie infettive, peste, colera, e via dicendo.
Con lo sviluppo delle città e l’abbandono delle campagne, la questione dei rifiuti si presentò in maniera palese, con caratterizzazioni drammatiche a secondo dei luoghi. Il loro smaltimento era un problema che i governi locali non riuscivano a risolvere, anche per una mancata educazione cittadina. Il contadino o la gente di campagna abituata a buttare i suoi rifiuti, qualunque tipo fossero, direttamente sul terreno, una volta giunti in un centro abitato ripetevano la stessa operazione, cosicché le strade, i vicoli, le piazze erano immondezzai a cielo aperto che, a parte essere maleodoranti, erano focolai di malattie.
In Europa, città pulite risultavano essere quelle olandesi, i cui cittadini erano usi a lavare il proprio selciato davanti l’abitazione, grazie al fatto che la maggior parte delle loro vie erano lastricate con mattoni, sin dal Medio Evo. V’era una decreto che proibiva gettare spazzatura dalle finestre: una legge puniva i contravventori.
In Friburgo di Brisgovia, Germania, ancora nel XVI secolo, reggevano delle ordinanze che vietavano accumulare l’immondizia nel fossato cittadino o nei canali, questa doveva essere portata in determinati punti di raccolta vicino il fiume Dreisam, nel quale poi veniva gettata.
Nelle restanti città europee, le strade erano piene di letame, non solo degli animali che servivano a trainare carrozze e carri, ma anche di quegli che usualmente girovagavano per le vie cittadine: mucche, pecore, galline, cani randagi, ecc. Si pensi che a Venezia, ancora nel 1746, si ricordava alla cittadinanza che era proibito allevare maiali e lasciarli liberi.
Usualmente lo sterco era raccolto dalla gente che lo utilizzava per i campi come concime o che lo vendeva ai contadini. In alcune cittadine francesi, sino all’ottocento, si autorizzarono i cosiddetti vagabondi utili a raccattare gli escrementi, con lo scopo sia di pulire, che di dare lavoro a suddetta gente.
A Milano, per esempio, nel ’500, nacquero i navazzari, una specie di antenati dei moderni netturbini. Costoro, muniti di carri, andavano per le strade a raccogliere il letame e i liquami dei pozzi neri delle case dei più abbienti.
Ricordiamo che in quei secoli non esistevano i gabinetti, per cui i bisogni venivano fatti all’aperto, dov’era possibile, per tale motivo certe stradicciole nascoste e poco frequentate erano punti di deposito. Mentre in Oriente i bagni pubblici erano edificazioni che la stessa città si incaricava di costruire e che normalmente tutti adoperavano, in Europa non si era sviluppata la consuetudine. Si racconta che un cittadino siriano, trovandosi a Parigi – siamo negli ultimi anni del ’600 – e forzato da una urgenza, si trovò a disagio e, non volendo fare il suo bisogno in una strada pubblica, fu costretto a “farselo addosso”.
A parte che di escrementi umani e animali, le strade erano luogo di ammasso di rifiuti di altra origine: dai residui di produzione di certi materiali a quelle dei macelli, dalle concerie ai rifiuti domestici, e via dicendo, alcuni di essi tossici.
Le strade cittadine italiane ed europee – con le dovute eccezioni -, non erano pavimentate, erano strade sterrate o coperte solo di sabbia, cosicché pioggia, acque di scolo e avanzi formavano una melma, una fanghiglia spesso di cattivo odore.
Dicevamo che v’erano eccezioni: Perugia, già agli inizi del 1400 aveva buona parte delle sue piazze pavimentate; Roma, con papa Sisto IV a fine ’400, dette ordine di lastricare; Mantova e Genova: anche qua nel XV sec. si iniziò a lavorare in tal senso; a Londra, solo nel 1533. Accadde che, mentre nel resto d’Europa si continuò ad ammattonare, in Italia i lavori si fermarono (fine ’700 inizio ’800).
Con la venuta dell’età dei lumi e, dopo, con la rivoluzione industriale, si invitò i proprietari della case a scavare una fossa per raccogliere le acque sporche, dandone tutte le caratteristiche, come distanza dalle case, profondità, larghezza, lunghezza, note tecniche che si dovevano rispettare. Malgrado ciò, v’era sempre pericolo di malattie infettive, motivate dal fatto che le acque nere di dette buche, col passar del tempo, inquinavano le falde acquifere, falde da cui si prelevava quella per uso domestico.
Quando si iniziò a usare il gabinetto ad acqua corrente – progettato da Sir John Harington nel 1596 -, i residui venivano diretti, tramite canali, nei pozzi neri, ma anche, ahimè, negli scoli delle strade: il problema persistette sotto altra forma!
Insomma, città popolose, poca educazione civica, rifiuti a cielo aperto nelle piazze e nelle vie, mancanza di pavimentazione, vicinanza dei pozzi neri alle acque potabili, erano problemi difficili da risolvere.
Mi sembra interessante analizzare il percorso educativo che si sviluppò fra la fine del XVI sec. e buona parte del XVII, e in cui la stampa, grazie ai torchi gutenberghiani, ebbe un’influenza davvero profonda.
La cultura, per tanto tempo ristretta ai principi, agli aristocratici, ai religiosi e a qualche fortunato, nei suddetti secoli inizia un processo di espansione e d’accoglienza anche fra il ceto medio. Sostenitori di tale crescita, oltre ai vari letterati e artisti, furono i confessori, i sacerdoti, i ministri della chiesa, che si dedicarono all’insegnamento. Vale la pena ricordare che prima della venuta dei caratteri mobili, i testi erano prerogativa di ben poche persone, giacché il costo di un manoscritto era piuttosto elevato, e lo dobbiamo certamente a Gutenberg se, a partire della fine del XV secolo, i libri saranno ampiamente disponibili.
Notevoli erano le differenze fra i paesi a tendenza cattolica e quelli protestanti. Mentre nei primi la figura ecclesiastica, usualmente amico di famiglia che spesso viveva con loro, era l’istruttore, l’educatore, nel secondo caso il precettore era un laico, un insegnante professionale scelto per le sue capacità, che, alla fine del corso di studi, accompagnava il proprio allievo al grand tour europeo, momento conclusivo della preparazione del giovane e da questi atteso con zelo.
Particolare importanza fu data alla formazione intellettuale delle giovani fanciulle. A tal proposito, l’ordine religioso delle orsoline aveva creato appositi educandati che tenevano conto delle ragazze non interessate a prendere i voti monastici. Vere e proprie scuole, invece, furono istituite nei paesi protestanti.
Nel 1534, lo spagnolo Ignazio di Loyola fondò la Compagnia di Gesù, approvata da papa Paolo III nel 1540. Lo scopo dei gesuiti era quello di evangelizzare tramite l’insegnamento e la predicazione. Ricordiamo che siamo all’inizio della Controriforma, di quei cambiamenti che dovevano fermare la proliferazione di certe sette eretiche, del nuovo protestantesimo, delle nuove forme religiose che contrastavano il potere della chiesa cattolica.
Fu a Messina che nel 1548 si aprì la prima scuola gesuita, con lo scopo di formare i futuri membri dell’ordine. La scuola riceveva donazioni dai privati che avevano altresì la possibilità di far studiare i loro figli. Qualche anno dopo, nel 1558, si inaugurò quella di Roma. Generalmente lo scopo era dare al giovane una buona e completa cultura pre-universitaria. Il loro insegnamento, ciò che si chiamava ratio studiorum, aveva una durata di 8 anni, di cui 5 a livello umanistico e 3 a indirizzo filosofico. Nei primi anni si faceva particolare attenzione allo studio della grammatica, dell’umanità, della retorica, non tralasciando la lingua latina. Seguiva la storia, il greco, la geografia, si continuava con l’approfondimento della filosofia, della matematica, della fisica, dell’astronomia, della chimica. Vi era inoltre un successivo corso della durata di 4 anni che serviva alla specializzazione teologica.
I gesuiti nei loro insegnamenti erano inflessibili, si basavano sull’onore, sull’educazione e sulla competitività, a tal punto da ricorrere a premi, castighi, gare, recitazioni, rappresentazioni pubbliche. La gerarchia, spesso e volentieri rigida, era qualcosa cui si doveva sottostare e rispettare. Da quelle classi uscirono giuristi, amministratori, esponenti della nobiltà, quel ceto medio-alto che dirigerà le sorti del popolo.
Visto il successo delle scuole gesuite in Italia, ben presto se ne aprirono altre in Germania, Polonia, Boemia, Paesi Bassi, Spagna, Francia. Poco a poco acquistarono tanto potere che influenzeranno addirittura la politica.
I lanzichenecchi, che dal tedesco significa servo del paese, erano truppe speciali, mercenari di fanteria del Sacro romano impero, istituiti ufficialmente dall’imperatore Massimiliano I nel 1493. La maggior parte erano volontari, combattevano dietro ricompenso, diventando soldati a tutti gli effetti, nel senso che la vita militare era il loro lavoro per sostentarsi economicamente. Erano pagati ogni cinque giorni e nel caso non fosse disponibile il denaro avevano l’autorizzazione a saccheggiare per la durata di un giorno la città dove si sarebbero trovati.
Carlo V era diventato imperatore di un grande regno e un pericolo per l’esistenza della Francia, che era stata accerchiata politicamente e militarmente. Cosicché Francesco I, per resistergli, si era alleato con una serie di stati minori, fra i quali Venezia, Firenze e lo Stato della Chiesa. E fu contro quest’ultimo che le truppe mercenarie imperiali lanciarono il loro attacco.
Scesero, dunque, quei combattenti dal nord, attraversando l’Italia, solleticati qua e là da Giovanni (dei Medici) dalle Bande Nere, capitano e abile stratega che morirà ad appena 28 anni, colpito gravemente da un’archibugiata a una gamba.
Spaventato dall’arrivo di questi assoldati tedeschi, la maggior parte luterani, il papa aveva imprecato i romani di rimanere in città e difenderla sino all’ultimo respiro. Qualcuno ascoltò l’esortazione, altri invece fuggirono, altri ancora nascosero i loro beni e tesori, addirittura qualcuno mise in convento mogli e figlie, con la speranza di proteggerle, pochi, in verità, si arruolarono per dar manforte alle truppe pontificie. A comandare la difesa della capitale c’era Renzo di Ceri, con circa 5.000 soldati e una forte artiglieria.
Ma la battaglia non fu facile quel 6 maggio, quando i 30.000 soldati di Carlo V, di cui 14.000 lanzichenecchi comandati dal tirolese Georg Frundsberg, guardarono Roma da Monte Mario. Il conestabile di Borbone, in piedi davanti ai suoi uomini stanchi, affamati e pronti a tutto, disse: “Se mai vi è capitato di pensare al saccheggio di una città per guadagnare ricchezza e tesori, eccovela! La più ricca: la signora del mondo.
”
Avviliti e da tempo non pagati, si lanciarono all’assalto, ma i difensori in un primo momento ebbero la meglio e li respinsero. Ritornarono all’attacco con alla testa il proprio conestabile. La resistenza fu tanto feroce che Carlo di Borbone, 38 anni, cadde morto colpito da un tiro d’archibugio, si dice sparato da Benvenuto Cellini, famoso orafo e artista. Purtroppo la difesa non durò a lungo. Non appena una piccola pattuglia riuscì a entrare per una finestra di una cantina del cardinale Armellini, lo sconforto prese il sopravvento e i difensori non ebbero altra scelta che ritirarsi. Papa Clemente VII, nipote di Lorenzo il Magnifico di Firenze, non volendo lasciare l’altare dove stava pregando, fu trascinato con la forza dai suoi cardinali e vescovi che si stavano rifugiando a Castel Sant’Angelo.
Castel Sant’Angelo non era stato preparato a dovere, mai si sarebbe immaginata una tale sconfitta. Non c’erano viveri, munizioni, riserve, nessuna difesa era stata approntata: la situazione era davvero drammatica. Tutti volevano entrare per fuggire da quelle masse infuriate e barbare che stavano devastando Roma. Quest’ultima resistenza durò circa un mese, fino a quando il 5 giugno 1527 il papa fu costretto a capitolare, pagando un’ingente somma di denaro – una cosa come 400 mila ducati -, perdendo parte dei territori dello Stato Pontificio, sottomettendosi al Sacro romano impero.
Per quasi nove mesi i lanzichenecchi restarono a Roma, depredandola, distruggendola, razziandola, a tal punto che buona parte dell’edilizia civile della città fu incenerita. Solo una tremenda peste, che ridusse gli effettivi di molte unità, e la discesa di un corpo di spedizione francese, li costrinse a ritirarsi. Era il 17 febbraio del 1528.
Dei circa 90.000 abitanti (alcuni dicono essere stati poco più di 50 mila), i superstiti erano appena 30.000. Le chiese erano state rovinate, profanate, spogliate dei loro tesori. Molti quadri e opere d’arte erano stati fatti a pezzi, i monasteri distrutti, quasi nessuna casa fu risparmiata, colpiti specialmente i palazzi dei ricchi che vennero dati alle fiamme. Migliaia di persone furono torturate affinché rivelassero il nascondiglio dei loro beni, le donne violentate. Le vie erano piene di cadaveri, di ubriachi, di feriti, di gente che girovagava senza sapere dove andare, l’acqua del Tevere, si diceva, era diventata rossa dal sangue versato: Roma era uno squallore.
Il 1527 passerà alla storia come uno degli anni più tristi dell’Urbe.
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Suggerimenti di lettura:
- Antonio Di Pierro, Il sacco di Roma. 6 maggio 1527: l’assalto dei lanzichenecchi, Mondadori, 2003.
- a cura di, P. P. Piergentili, G. Venditti, Scorribande, lanzichenecchi e soldati ai tempi del Sacco di Roma. Papato e Colonna in un inedito epistolare dall’Archivio Della Valle-Del Bufalo (1526-1527), Gangemi, 2009.
- Andrea Moneti, 1527. I lanzichenecchi a Roma, Nuovi Equilibri, 2005.
In una società come la nostra sempre più superficiale, fatta di oggetti passeggeri, di forte materialità e di mode di brevissimo periodo, che manca di cultura o in cui l’unica cultura è la non-cultura, mi vengono in mente le parole che i letterati del tempo solevano ripetere più o meno così:
“Noi vogliamo restituire il mondo all’uomo, e l’uomo a se stesso. Egli acquisterà una nuova nobiltà. Non intendiamo distruggere la sua mente per salvare la sua anima immortale: senza una vigorosa e libera mente creativa l’uomo è semplicemente un animale, destinato a morire come un bruto, privo d’ogni spiritualità. Noi vogliamo ridare all’uomo le arti, la letteratura, le scienze, la libertà individuale di pensiero e di sentimento, perché non sia avvinto al dogma come uno schiavo e non abbia a marcire in catene.”
L’Umanesimo fu un movimento intellettuale che si sviluppò principalmente in Italia intorno il XV secolo. Prese l’avvio dalla ricerca e dallo studio dei testi antichi, classici, quali Omero, Virgilio, Ovidio, Cicerone, Platone, considerati come maestri di vita. Si partì dall’idea della centralità dell’uomo, sintesi di tutte le potenzialità della natura, l’uomo come nucleo dell’universo e non più, come nel passato, contemplativo del divino e delle cose soprannaturali. Riflessione, quindi, sull’uomo, sulla sua parola, sul suo comportamento sociale e mondano, sulla sua storia.
Nella corte fiorentina di Lorenzo il Magnifico si riunivano letterati e filosofi, Poliziano, Luigi Pulci, Marsilio Ficino, Pico della Mirandola, oltre che pittori e scultori, Michelangelo, Verrocchio, Botticelli, Pollaiolo. Uno dei primi umanisti sembra sia stato Francesco Petrarca, grande amante dei classici della letteratura latina e greca, classici da lui considerati non in contrasto col suo tempo.
Dunque, le corti diventavano centro di sviluppo di nuove idee, nuove forme di pensare, di vedere la vita. Stessa cosa accadde con gli Estensi a Ferrara, i Montefeltro a Urbino, luoghi dove si leggevano poesie, si dibatteva di storia, filosofia, arte, dove le riunioni erano momenti di riflessione, di preparazione e di sviluppo.
Alla diffusione sia dell’Umanesimo che della cultura antica collaborò in modo specifico l’invenzione della stampa.
Dall’Italia, in modo particolare da Firenze, Roma, Bologna, Venezia, Mantova e via dicendo, si propagò in Francia, Germania, Spagna, seppur a carattere locale. Di seguito una mappa che ci dà un’idea generale .
E il termine Umanesimo è una parola coniata dagli storici tedeschi dell’Ottocento (1808 per l’esattezza). “Pierre de Nolhac, autore di Pétrarque et l’Humanisme, «reclamò l’onore di averla introdotta per primo nella lingua ufficiale dell’università francese, nel 1866, in occasione di un corso tenuto all’Ecole des Hautes-Etudes». Dunque è un termine «tardo», che per ciò stesso si presta facilmente alle interpretazioni personali, lecite o no. Fino a quel momento si era parlato di «umanisti», designando un gruppo di uomini ben identificati che, nei secoli XV e XVI, avevano adottato essi stessi quell’appellativo“. (1)
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Pensando di raffigurare l’Umanesimo con un dipinto dell’epoca, questo potrebbe ben essere La scuola di Atene, di Raffaello, opera in cui si cerca di risaltare le facoltà mentali dell’uomo, facoltà tramite le quali ci si avvicina alla razionalità della vita. Personaggi come Eraclito, Aristotele, Platone, Euclide e tanti altri sono rappresentati dagli artisti del tempo di Raffaello, vedi Michelangelo, Leonardo da Vinci, Bramante…, un rapporto fra età classica e moderna che continua, un legame imprescindibile per risaltare le capacità del pensiero umano.
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1. Fernand Braudel, Il mondo attuale, Einaudi, 1966, vol. 2, pag. 389.
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(Rivisto e aggiornato il 03 Febbraio 2012)
Fra i tanti documenti che uno storico può analizzare per le sue ricerche vi sono anche i diari di viaggio, testimonianza scritta dei viaggiatori di un tempo.
Per approfondire la Roma del ‘700, mi sembra interessante dare una buona occhiata a Goethe e al suo Viaggio in Italia.
Venuto nel nostro Paese anche alla ricerca della sua perfezione di intellettuale e di artista, Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832), già famoso all’epoca per I dolori del giovane Werther, iniziò il suo giro quasi in segreto, il 3 settembre 1786, e soggiornò nella nostra penisola sino all’aprile 1788. Si innamorò di Napoli, sebbene la sua vera passione fosse stata Roma, quella Roma di papa Pio VI, papa dal 1775 al 1799.
Goethe la incontrò diversa da come l’aveva immaginata, scoprendo una città in decadenza e del cui passato splendore restava ben poco. Annotava nel suo diario il 7 novembre:
” … è una dura e contristante fatica quella di scovare pezzetto per pezzetto, nella nuova Roma, l’antica, fidando in una soddisfazione finale impareggiabile. Si trovano vestigia di una magnificenza e di uno sfacelo che superano la nostra immaginazione. Ciò che hanno rispettato i barbari, l’han devastato i costruttori della nuova Roma”.
Ben sappiamo che lo scrittore era un amante della bellezza e dell’arte e riferendosi a essa e ai romani in particolare scriveva il 20 luglio 1787:
“Mi trovo nel paese delle arti: è necessario lavorare questo campo a fondo, così che ce ne venga pace e gioia per il resto della vita e si possano imboccare altre strade. Non v’è, a tal fine, luogo migliore di Roma. Qui non si trovano solo opere di ogni specie, ma anche uomini d’ogni specie, che fanno le cose sul serio, che procedono nella via giusta e frequentando i quali è possibile progredire senza difficoltà e senza indugio. Grazie a Dio, comincio a saper imparare e acquistare dagli altri”.
Se invece ci interessa esaminare la quotidianità della vita cittadina, qualche pagina dopo leggiamo:
“Per tutto l’anno, la domenica e i giorni festivi, regna sul Corso una forte animazione. I cittadini più distinti e più ricchi vi convergono numerosi a passeggiare in carrozza, per un’ora o un’ora e mezza prima della notte; i cocchi scendono da Piazza Venezia tendono la mano sinistra; quando il tempo è bello escono di porta, passando dinnanzi all’obelisco, e proseguendo sulla via Flaminia, spingendosi sino a Ponte Molle”.
Qualche anno prima Piranesi si era dedicato a immortalare la città Eterna.
Prendiamo un pianeta: la Terra, la nostra Terra;
scegliamo un’epoca: il XV secolo;
individuiamo un continente: l’Europa, bella, fertile, verdeggiante;
indichiamo uno stato: lo Stato Pontificio, singolare, unico;
parliamo di una città: Roma, eterna, gloriosa;
dettagliamo un evento: l’usura, la colpa, il peccato.
Siamo nella Roma pontificia del ‘400, caso anomalo se lo studiamo sia politicamente, sia economicamente. Un commerciante polacco che vendeva pellicce a Bruges, ricca città del nord ovest europeo, si faceva mandare il denaro a Roma, stessa cosa un mercante della Groenlandia che vendeva stecche di balene sempre a Bruges, e così via dicendo. Il ricompenso, più che alla città, arrivava alla curia, al papa, giacché la Chiesa esigeva rimesse da tutto il mondo cristiano. Era chiaro che Roma desiderava tributi da tutta Europa e… forzatamente, sennò la scomunica papale poteva colpire chiunque senza distinzione e l’inferno era pronto a ricevere il malcapitato. E la gente, per timore, pagava. Certo, vi erano sconti e i messi papali lo comunicavano ad alta voce, come quella volta che informarono i cittadini di Gand, nelle Fiandre, che grazie al giubileo, se costoro andavano a messa e lasciavano laute offerte, il papa concedeva l’indulgenza plenaria.
Ma la cosa non finisce qua, il raccontino segue.
Dunque, la Chiesa era una importante entità economica che operava in tutta Europa, internazionale diremo oggi. Con i soldi che riceveva, comprava beni di lusso, raffinate sete, elaborati broccati, argenteria, oro, quadri, insomma quel che di pregiato offriva il mercato, specialmente italiano – spesso e volentieri anche armi e soldati. Accadeva talvolta che lo Stato pontificio chiedeva denaro in prestito, fin qui tutto normale, o quasi, però, come far pagare, si chiedeva il banchiere, una certa quantità d’interesse, visto che l’usura era condanna dalla stessa Chiesa?
“Ufficialmente la Chiesa aveva interdetto l’usura poiché la Bibbia imponeva all’uomo di guadagnarsi da vivere con il sudore della fronte; il lavoro rientrava nel progetto di Dio per noi, e l’usura non era un lavoro. D’altro canto è proprio l’accesso al credito che consente svincolarsi dal proprio rango e sovvertire lo status quo”. (1)
L’ingegno italiano si mise all’opera, ed ecco che, nelle merci che la medesima banca vendeva al papato, il prezzo finale veniva aumentato sino a coprire il tasso d’interesse per il prestito accordato. Semplice e senza colpa!
V’erano poi vescovi, cardinali, papi che disponevano di cospicue somme da investire, somme depositate magari nella succursale romana della banca dei Medici, ed era logico che dovevano ricevere un qualcosa in cambio. Altro dilemma, altro problema da superare: come accettare denaro che sarebbe derivato dall’usura? Semplicemente con un deposito a discrezione, deposito cioè il cui nome del titolare veniva mantenuto segreto, più o meno come quello che esisteva sino a qualche anno fa in Italia col nome di deposito al portatore. Inoltre, il prelato riceveva in cambio non un interesse, ma un dono a discrezione che il banchiere desiderava fargli, e ciò non era vietato. Ancor di più: tale vescovo o cardinale poteva prelevare il denaro in una succursale della banca a Bruges, ad Amsterdam, a Colonia. Insomma, i quattrini potevano tranquillamente girare per l’Europa sotto la forma di una lettera di credito… e l’economia andava avanti.
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1. Tim Parks, Le vanità prima del rogo: usura, bellezza e santità nella Firenze rinascimentale, in Denaro e Bellezza, Giunti ed., Firenze, 2011, pag. 30.
- Prima foto: Roma nel 1493
- Seconda foto: Papa Sisto IV (1414-1484)
***** (Rivisto e aggiornato il 16 Ottobre 2011)
Epoca:
- seconda metà del XVI sec.
Alcuni eventi:
- fra il 1550 e il 1650, in Germania le autorità religiose e civili mandavano al rogo centinaia di cosiddette streghe;
- Elisabetta I diventava regina d’Inghilterra nel 1558;
- iniziavano le guerre di religione in Francia che dureranno dal 1562 al 1598;
- i turchi erano sconfitti nella famosa battaglia di Lepanto del 1571;
- Luca Cambiaso affrescava il coro e la volta del monastero dell’Escorial, in Spagna;
- William Shakespeare finiva di scrivere l’Enrico IV, 1592;
- nel 1584, si stampava la Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso. *****
Ebbene, proprio alla fine del XVI sec., fra il 1598 e il 1599, si consumava un destino che sconvolgeva la città di Roma di papa Clemente VIII, un fatto che impensierì tantissima gente: la decapitazione di Beatrice Cenci.
Beatrice Cenci (1577-1599) era figlia di Francesco Cenci, un nobile aggressivo – conte – più volte accusato e incriminato per i suoi vizi, la cui ricchezza proveniva dal padre, Cristoforo, tesoriere dello Stato Pontificio. Il carattere di Francesco era violento, brutale, sadico e molestava quotidianamente sia Beatrice che gli altri figli: un vero incubo per i familiari e per i servi.
La madre di lei, tale Ersilia Santacroce, nobildonna di antico casato romano, era morta in seguito a un parto gemellare, nel 1584, dopo aver dato alla luce ben dodici figli in 22 anni di matrimonio. Il padre si risposò 9 anni dopo con Lucrezia Petroni vedova Velli, da cui non ebbe prole.
Tanta era la prepotenza di Francesco – più volte condannato e sempre scagionato -, che gli stessi fratelli di Beatrice chiesero udienza al papa con il fine di denunziarlo, e persino la stessa ragazza, esasperata, scrisse una lettera al pontefice, si dice, mai arrivata.
Passarono i mesi, fino a quando, non sopportando più i maltrattamenti del genitore, Beatrice, insieme ai fratelli, decise di vendicarsi. Dopo un fallito tentativo di sequestro, si riuscì, con l’aiuto di due vassalli, Olimpio Calvetti e Marzio Catalano, che detestavano Francesco, di farlo dormire profondamente mediante una pozione di oppio, dopodiché con un martello conficcarono dei chiodi nella testa.
Morto Francesco, gettarono il corpo da un balconcino, affinché sembrasse una caduta naturale.
Era il 9 settembre 1598, il fatto era accaduto nel loro possedimento di Petrella Salto, vicino a L’Aquila, in Abruzzo.
Qualcosa non andava per il verso giusto. I vicini s’insospettirono, il racconto dei giovani non venne ben accettato, il Pontefice aveva i suoi dubbi.
Un giorno fu arrestato uno dei sicari, che raccontò alle autorità come si svolsero in realtà gli avvenimenti. Si aprì un’inchiesta per esaminare il caso. I ragazzi furono torturati. In difesa dei giovani Cenci si prodigarono addirittura principi e cardinali. Ma il destino ha le sue strade: sia i fratelli, eccetto il giovanissimo Bernardo, che la stessa Beatrice furono condannati a morte. Clemente VIII ordinò la loro esecuzione per l’11 settembre 1599, un anno dopo la morte di Francesco.
La folla mormorava, pregava, si agitava. La giovane salì sul patibolo, sistemò i capelli, lanciò un furioso grido, morì colpita dalla lama affilata della spada del boia. Aveva appena 22 anni. Il corpo fu sepolto nella chiesa di San Pietro in Montorio, al Gianicolo, Roma.
La gente pianse un’innocente vittima, vittima della violenza paterna. La ragazza oramai era diventata un’eroina popolare, era entrata nell’immaginario collettivo, nascevano addirittura leggende.
Eppure, la storia continua.
Nel 1798, durante l’occupazione francese, un gruppo di soldati aprì la sua tomba, rubando il vassoio d’argento su cui era stata appoggiata la testa, giocando finanche con questa come fosse una palla.
Ecco dunque che Beatrice diventa, col passare degli anni, il simbolo dell’ingiustizia, il simbolo di un’infanzia rubata, il simbolo di una giovane che deve subire passivamente torture e molestie.
Beatrice Cenci fu personaggio di vari autori fra cui Stendhal, nelle sue Cronache Italiane, di Percy Shelley, con una sua tragedia, di Alberto Moravia che le dedicò anch’egli una tragedia, e tanti altri.
Vi è poi un ritratto, che si dice di Guido Reni, ma che, in verità, sembra essere di uno dei suoi allievi, dove si rappresenta la giovane Beatrice con un volto quasi angelicale, genuino, innocente, con un turbante bianco sulla testa e un mantello, anch’esso bianco, che le copre il corpo, come a significare la sua purezza.
Perfino il cinema s’interessò di lei.







