Jul 092013
 

“… Vengono; son trenta, son quaranta, son cinquanta mila; son diavoli, sono ariani, sono anticristi; hanno saccheggiato Cortenuova; han dato fuoco a Primaluna: devastano Introbbio, Pasturo, Barsio; sono arrivati a Balabbio; domani son qui: tali eran le voci che passavan di bocca in bocca; e insieme un correre, un fermarsi a vicenda, un consultare tumultuoso, un’esitazione tra il fuggire e il restare, un radunarsi di donne, un metter le mani ne’ capelli… “ (1),

scriveva Manzoni ne I promessi Sposi.

Lanzichenecchi, Daniel Hopfer, 1530 circa

Lanzichenecchi, Daniel Hopfer, 1530 circa

Soldati rimasti nell’immaginario collettivo come feroci accaniti pronti a tutto, legati altresì al Sacco di Roma del 1527, i lanzichenecchi, servitori della terra della patria, ebbero un ruolo di primo piano nell’esercito del Sacro romano impero, almeno dalla loro creazione, fine XV secolo, agli ultimi decenni del XVII secolo.
Sempre lesti al combattimento, erano esperti nel corpo a corpo, dopo che, infranto l’attacco nemico con il loro potente quadrato, si buttavano nella mischia con forza e ferocia a cominciare dal loro comandante, spesso di origine non nobile, magari eletto dagli stessi soldati.

Assemblea di gente di guerra, Dürer, 1496

Assemblea di gente di guerra, Dürer, 1496

Abilmente organizzate, le truppe, nel loro apparato logistico, erano accompagnate talvolta dalle mogli dei mercenari che servivano come cuoche, infermiere, alcune, tollerate, come peripatetiche; erano, le donne, insomma, fattore sociale d’incontro e d’unione.

Ufficiale dei lanzichenecchi, Charles Bianchini, 1886

Ufficiale dei lanzichenecchi, Charles Bianchini, 1886

La paga nel XVI secolo, secondo i resoconti dell’epoca, era, per il soldato semplice, di 4 fiorini il mese, cioè ogni ventotto giorni secondo gli assoldati, trenta per i signori che dovevano sborsare il denaro, diverso per gli ufficiali che potevano arrivare a percepirne anche 12 il mese fino a 40 per il capitano e 100 per il tenente colonnello. Fatto sta che spesso e volentieri, le truppe non venivano compensate, per cui i saccheggi erano all’ordine del giorno, unico modo per arricchirsi e portare a casa un buon bottino.

Dama a cavallo con lanzichenecco, Dürer, 1497

Dama a cavallo con lanzichenecco, Dürer, 1497

Il colonnello era l’incaricato di reclutare gli uomini, dopo aver eletto il suo secondo, ossia il tenente colonnello e i vari capitani di compagnie, colonnello che condivideva con i suoi il campo di battaglia. Qualcuno poi, distinguendosi nella lotta, poteva raggiungere i bassi gradi e dirigere piccole squadre, come il Feldwebel, maresciallo.

Lanzichenecchi in marcia, Michael Ostendorfer, 1532

Lanzichenecchi in marcia, Michael Ostendorfer, 1532

Eterogenee e vistose erano le divise, spesso semplici vestiti portati da casa, così come era compito loro comprarsi le armi, armi che potevano costare da poco meno di un fiorino, una lancia, a quindici-sedici, una buona corazza.

“… Nella Magna [Alemagna, Germania] in soldati non spendono, perché tengono li uomini loro armati ed esercitati; e li giorni delle feste tali uomini, in cambio delli giuochi, chi si esercita collo scoppietto, chi colla picca, e chi con una arme e chi con una altra, giocando tra loro onori et similia […] Le fanterie sono bonissime, e uomini di bella statura: al contrario de’ Svizzeri, che sono piccoli e non puliti né belli personaggi; ma non si armono, o pochi, con altro che con la picca o daga, per essere più destri e spediti e leggeri. E usano dire che fanno così per non avere altro nemico che le artiglierie, dalle quali o petto o corsaletto o gorzarino non li difenderebbe. Delle altre arme non temono, perché dicono tenere tale ordine che non è possibile entrare tra loro, né accostarsegli quando è la picca lunga… “ (2).

*****

-1. Alessandro Manzoni, I promessi sposi, cap. XXIX.
-2. Niccolò Machiavelli, Ritratto delle cose della Magna, 1512.

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Dec 262012
 

Eletto quasi a sorpresa, nel senso che lo stesso Adriaan Florensz non se l’aspettava, il futuro papa non avrà vita facile, in una Roma piena di corrotti e corruttori, e nella quale era deciso a mettere un po’ d’ordine. Ma si sa, non è facile cambiare abitudini che proseguono il loro corso da decenni e decenni, e l’intento cadde nel nulla.

Adriano VI, nato a Utrecht nel 1459 e morto a Roma nel 1523, non era il favorito di nessun imperatore dell’epoca, giacché Carlo V voleva Giulio de’ Medici, mentre Francesco I minacciava scissione se questi veniva eletto, ed Enrico VIII premeva per il suo cardinale Volsey. Ci vollero così ben 14 giorni di conclave per eleggere Adriaan, proposto dallo stesso Giulio de’ Medici, in quanto straniero, neutrale, ex partis. Ma in effetti il Florensz era stato tutore di Carlo V, persona, il futuro papa, colta, umanista, prelato dai sani principi.
Sani principi che tentò portare a Roma, iniziando con il revocare gli indulti dei cardinali, mettendo in chiaro, fra le altre cose, che dovevano attenersi a una rigorosa economia.
Il malcontento girava così non solo fra gli stessi religiosi, ma anche fra il popolo che vedeva in Adriano VI uno straniero venuto a comandare a casa loro, un popolo abituato a feste e baldorie che ora venivano limitate dalle sue ordinanze, dal suo essere severo, dal non avere nessun interesse personale, uno dei pochi, all’epoca, forse immune di nepotismo.
Di nemici ne aveva in abbondanza, sicuramente l’unico a lui fedele fu un suo connazionale, Wilhelm Enkenvoert (1464-1534), uomo di sua totale fiducia che lo seguirà fino alla morte. Una morte avvenuta dopo appena due anni di pontificato, nel settembre 1523, una morte festeggiata dai romani.
Lo stesso Wilhelm Enkenvoert scriverà nell’epitaffio: “Qui giace Adriano VI, che ebbe la maggiore delle sventure, quella di regnare“.

Incisione di papa Adriano VI di Hendrik Bary

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Dec 142012
 

Fra i due litiganti, il terzo gode, dice una massima, e così fu: mentre gli Orsini litigavano con i Colonna per mettere un loro “raccomandato” sul soglio pontificio, gli spagnoli conquistavano la tiara con un Borgia, Alfonso o Alonso de Borja, nato a Xativa, vicino Valencia, in Spagna, nel 1378 e morto a Roma a 80 anni, nel 1458.
E gli spagnoli, in quegli anni che vanno dal 1455, anno di elezione di Callisto III, fino al suo decesso, sbarcarono e invasero letteralmente Roma, nel senso che decine furono i parenti gli amici i conoscenti di Alfonso entrati a far parte della corte papale, spesso in posti creati all’uopo senza valore senza una reale necessità, posti, a volte, occupati da persone del tutto ignoranti.

Ricordiamo che, fra gli altri, nominò cardinale suo nipote Rodrigo Borgia, futuro papa Alessandro VI.
Poco propenso verso la cultura, Callisto III s’interessò maggiormente della disciplina e dell’ordine della città, nel proporre una crociata contro i turchi, che nel 1453 avevano conquistato Costantinopoli, una crociata finanziata – anche ma non solo – con la vendita da parte sua di preziosi oggetti del tesoro papale e beni ecclesiastici, una crociata che non ebbe un successo rilevante.
Alla sua morte, i romani, incitati dalla famiglia Orsini, riversarono tutta la loro rabbia sui catalani, saccheggiando edifici e averi dei Borgia.
Ovviamente non si trattò di un personaggio di rilievo nella storia pontificia, ma il suo papato aprì le porte al nipote, nipote sepolto insieme allo zio nella chiesa degli Spagnoli, S. Maria di Monserrato.

Callisto III, statua a Gandia, Spagna

Callisto III, statua a Gandia, Spagna

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Nov 242012
 

I giochi di potere sono stati sempre presenti quando si trattava, e si tratta ancora oggi, di favorire uno o l’altro contendente, giochi che, senza esclusione di colpi, hanno altresì uno sfondo di interesse economico.
Così anche nella elezione di un pontefice, così anche nella votazione che portò Gregorio XV al soglio pontificio, papa voluto dal Sacro Collegio, papa che, in un certo qual modo, era politicamente neutrale.

Nato a Bologna nel 1554 e morto a Roma nel 1623 per un attacco di gotta, fu in carica per soli due anni (dal 1621 al 1623), essendo di salute cagionevole. Non possiamo certo dire essere stato un grande pontificato, ma, nei suoi lavori, Gregorio XV, allievo del collegio Romano dei Gesuiti, canonizzò, fra gli altri, Santa Teresa d’Avila, Isidoro di Siviglia, Ignazio di Loyola, tentando frenare, tramite delle disposizioni, l’intromissione degli altri stati cattolici, specialmente di Francia e Spagna, nell’elezione del papa, favorendo la votazione segreta dei cardinali durante il conclave. Le grandi ricchezze accumulate, grazie alla sua posizione, gli permisero acquistare ducati, terre, favorendo familiari e amici – creò cardinale suo nipote Ludovico che lo aiuterà negli affari -, permettendo alla sua famiglia essere presente fra le nobiltà dell’epoca. Fu lui che, nel 1622, promosse cardinale Armand-Jean du Plessis de Richelieu.
Diede inizio all’edificazione della Chiesa di Sant’Ignazio, a Roma, dove poi verrà sepolto, chiesa dedicata ai Gesuiti.

Gregorio XV con suo nipote Ludovico Ludovisi

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Nov 202012
 

“… non pensa che a far restaurare i battisteri di Roma, affinché si possa battezzare per immersione, come una volta…”: così annotava Montesquieu nel suo Voyage d’Italie (»»qua) riferendosi a Benedetto XIII.

Nato a Gravina in Puglia il 2 febbraio 1650 (1649 secondo alcuni), Pier Francesco Orsini rinunciò al ducato di Gravina per intraprendere la carriera ecclesiastica, una devota carriera che lo porterà al soglio pontificio nel 1724, all’età di 74 anni. Vecchio, debole di corpo, Benedetto XIII morirà dopo pochi anni, nel 1730. Ma in quei sei anni di pontificato darà vita a effettive riforme, iniziando dal rafforzamento della disciplina ecclesiastica, pronunciandosi contro il lusso dei cardinali, proibendo l’uso di parrucche e barbe, spingendoli a portare vesti lunghe, senza strascico, vietando ai Gesuiti qualsiasi polemica.

Particolarmente devoto, era capace di dar messa due tre volte al giorno e di seguire battezzando per intere ore. Poco propenso verso l’uso del Lotto, lo abolì, ma i romani, seguendo nel vizio, portarono i loro denari nei vicini stati, giocando altrove le loro fortune.
Benedetto XIII, inesperto del mondo finanziario ed economico, diede a Nicolò Coscia (1682-1775) l’amministrazione dello Stato pontificio, cardinale che abusò del potere e della fiducia conferitagli a tal punto da far cadere nella crisi le finanze della Chiesa, favorendo parenti e amici, preoccupandosi di riempire le proprie tasche. Lo stesso cardinale Lambertini (1675-1758), futuro Benedetto XIV, insisteva che il papa: “… non aveva la minima idea di ciò che è governare…”.
E a lui gli piaceva sempre più celebrare funzioni religiose, consacrare chiese, dedicarsi al culto, vivendo una vita quasi da povero, semplice, da vero domenicano qual era.

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Dec 132011
 

Roma alla fine del XV secolo

Abbiamo accennato al fatto che nella città vivevano più uomini che donne. Uomini in cerca di fortuna, potere, favori, lavoro, commercio, ricchezze, e via dicendo. Donne, alcune certamente, che si prostituivano in cambio di una remunerazione materiale, non sempre sottoforma di denaro.

Roma era un luogo dove le peripatetiche, generalmente e con le dovute eccezioni, potevano esercitare la professione senza essere quasi molestate, in quanto cortigiane protette da questo o da quel personaggio più o meno influente. Giacché ognuna di loro aveva uno o più sostenitori, signori che le difendevano e le garantivano un certo benessere economico.

Ricordiamo, per fare un esempio, Fiammetta, preferita da Cesare Borgia, cortigiana che diede il nome alla piazza che ancora oggi lo porta. E la stessa Fiammetta Michaelis si fece erigere una cappella funeraria.

Donne, queste, che andavano regolarmente in chiesa e si confessavano, mostrando rispetto verso la religione cattolica, a tal punto che un luogo di prediche era la chiesa di Sant’Agostino.

Seppur condannate dal governo papale, questi esigeva da loro tasse e contributi per opere anche pubbliche.
Quando poi venne il Concilio di Trento, nel 1566, Pio V cercò di liberare Roma dalle prostitute, ma le proteste vuoi degli albergatori, vuoi della gente per bene, vuoi di tutti, prelati inclusi, lasciarono vano il tentativo del papa troppo rigorista.

La loro provenienza era varia, normalmente da città italiane come Siena, Forlì, Firenze, Napoli, Venezia, etc., qualcuna spagnola, qualcuna greca, qualche altra turca, in ogni caso è difficile stilare una classifica geografica, anche perché alcune cercavano di nascondere il proprio passato, la loro vera identità, magari attribuendosi nomi fittizi.

Sembra che la maggior parte avesse intrapreso quel lavoro dopo la morte del marito, o l’abbandono del compagno, o per racimolare qualche scudo per contribuire al mantenimento familiare.

Usualmente risiedevano vicino le taverne, le locande, gli alloggi che ospitavano forestieri, in vie di transito e forte comunicazione, non esistendo veri e propri postriboli. Molte di loro vivevano da sole, altre condividevano l’alloggio con colleghe, altre ancora, chi poteva permettersi case più ampie, ospitavano familiari e parenti, poche con servitù.

Cortigiana dopo la morte di papa Pio V, Roma, metà-fine XVI sec.

Cortigiana dopo la morte di papa Pio V, Roma, metà-fine XVI sec. (da Cesare Vecellio, Degli habiti antichi e moderni)

Chiamare la gente per strada, affacciarsi dalle finestre, mostrarsi disponibili chiacchierando sul portone di casa, girovagare per il vicinato, frequentare taverne all’ora di pranzo o cena, erano accorgimenti che permettevano farsi conoscere e trovare clienti. Rarissimi i casi in cui esisteva un intermediario, solitamente l’approccio era diretto e si tentava mantenere il cliente per lungo tempo, quasi come un’amante cui badare, tenendoselo stretto.

Difficile calcolare esattamente il loro numero, numero che poteva aumentare come nella carestia del 1590-1592. In ogni caso sembra essere stato circa il 10% della popolazione romana.

Fra loro c’era poi una certa gerarchia, dipendendo questa da cosa poteva offrire, dal grado di cultura, di conoscenze, dalla ricchezza, dal prestigio personale che si era conquistata con il tempo, dalla bellezza fisica, dai modi di fare e di attirare gli uomini. Elementi che davano status quo e alte possibilità di guadagno.

Ponte Sisto era il luogo dove si coltivava la prostituzione di bassa classe, quelle donne cadute in disgrazia e desiderate solo da gente di mala fama, volgare, soldati di passaggio. Per tale motivo i prezzi variavano: Pierre Brantôme affermava che una prostituta di valore per una notte poteva finanche costare 12 scudi, mentre per una ordinaria Michel de Montaigne indicava da 1 a 4 scudi (1).

Eppure, le loro case erano luoghi dove gli uomini s’incontravano, discutevano, socializzavano, si conoscevano, s’intrattenevano, giocavano, recitavano, ascoltavano musica, e non solo nelle abitazioni delle cortigiane di lusso, ma anche in quelle delle prostitute comuni, accadendo pertanto che costoro erano più propense a tenere rapporti con pochi uomini regolarmente che con tanti sporadicamente, anche perché i primi potevano offrire protezione, aiuti, favori.

Non sempre andavano d’accordo, e quando litigavano fra loro, cercavano di lasciare un segno, una marca, un riconoscimento nella casa altrui, danneggiandola o sporcandola, spesso insultandosi per strada, parlando malamente l’una dell’altra e, talvolta, arrivando anche alle mani o inviando un’amante a difendere il loro onore. Il tutto per infangare la reputazione della concorrente che magari aveva tradito un tacito accordo rubandogli l’uomo.

A loro qualche poeta avrebbe dedicato dei versi, qualche narratore una storia, qualche pittore le avrebbe dipinte per futura memoria, qualche scultore preso come modelle, qualche altro artista come fonte d’ispirazione. La storia le avrebbe viste come elemento di un insieme, di un periodo, come parte del Rinascimento italiano.

*****

1. Elisabeth S. Cohen, Camilla la Magra, prostituta romana, in Rinascimento al femminile, a cura di Ottavia Niccoli, ed. Laterza, Roma-Bari, 2008, pag. 180.

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Jul 132011
 

Il palazzo del Monte di Pietà, Milano

La seconda metà del Quattrocento vide la nascita dei Monti di Pietà, istituzioni pubbliche il cui obiettivo era aiutare economicamente le persone necessitate, con fini solidaristici e senza scopo di lucro. Uno dei promotori fu Michele da Carcano (1427-1484), religioso e predicatore francescano acclamato a Roma come a Firenze, a Siena come a Venezia, che, fra le altre cose, sostenne la fondazione degli ospedali nel modo in cui li vediamo oggi. In effetti il primo Monte di Pietà nasce a Perugia nel 1462, diffondendosi all’inizio in Umbria e nelle Marche.

Il religioso più influente dal punto di vista persuasivo fu Bernardino da Feltre (1439-1494), dei Frati Minori osservanti, un uomo di corporatura esile e di non buona salute, ma di una forza intellettuale davvero notevole e di una vitalità che suggestionava, riuscendo a convincere facilmente. Bernardino, contro l’usura e contro gli ebrei, era favorevole e predicava l’istituzione dei Monti di Pietà e fu tale il suo intervento nelle varie città che quello di Mantova nacque nel 1484, quello di Parma nel 1488, poi venne quello di Piacenza nel 1490, Padova nel 1491, seguì Pavia 1493, Milano nel 1496, e via dicendo.

La rapidità della loro diffusione lascia riflettere sia sulle doti di convincimento del frate, sia sulle necessità della società del tempo, sia sulle capacità organizzative e legislative.

Nella realtà non fu facile mettersi d’accordo, per esempio, sul tasso d’interesse, giacché se consideriamo i tempi in cui sorgevano tali istituzioni e consideriamo che la chiesa era contro ogni attività di usura perché vietato dal Vangelo di Luca (2), non mancarono certamente i contrasti e le discordie.

Nicolò Bariani (metà XV sec.-1515 ca.), piacentino, agostiniano, nel suo trattatello De monte impietatis (Cremona 1496), sosteneva l’esigenza gratuita del prestito, prestito che non doveva avere come ritorno economico nessun tipo di beneficio se non lo scopo di aiutare i necessitati. Affermava che il denaro, essendo merce di scambio, per sua natura non può produrre frutti.

Differente era la posizione del francescano Bernardino de Busti (1450 ca.-1513 ca.), il quale scriveva nel suo Defensorium Montis Pietatis contra figmenta omnia aemulae falsitatis (Milano 1497) il bisogno di un pur minimo tasso di interesse per consentire la continuità e la solidità dei Monti, in un’epoca in cui la richiesta di denaro sembrava essere sempre maggiore.

Milano ha una storia particolare in questo movimento, poiché non fu ben accettato sin dall’inizio, oltre al fatto che sia il duca sia i patrizi cittadini entrarono subito nella gestione del Monte, intervenendo spesso in modo determinante e palese nella gestione dei prestiti e nella scrittura dello statuto, cosa che non avevano fatto nel ducato in generale. Cosicché, l’istituzione nacque per volontà e tramite delle famiglie nobili che ne organizzarono anche l’andamento, imponendo, il duca, un suo luogotenente. E a Milano si stabilì un tasso d’interesse intorno al 5% annuo, per lo più in linea con la media degli altri che si aggirava dal 6 al 10%.
L’obiettivo di questi Monti era mettere a disposizione delle persone meno abbienti piccole somme di denaro affinché potessero sopravvivere, indicazione che lo stesso Bernardino da Feltre palesava in una sua famosa frase:

Da Monti, et dedesti omnia. Hic imples semptem opera pietatis. De illo denario subvenitur a chi compra panem, vinum, vestitum, medicinas et omnia.” (2)

Eppure il frate andava oltre, cercava non solo il benessere del singolo, ma quello dell’intera società, e nello stesso tempo sconfiggere gli usurai e mettere fuori gioco gli ebrei – ricordiamo la sua predica antiebraica nella cattedrale di Trento del 1475. Nelle sue avvincenti predicazioni, Bernardino premeva per una maggiore moralizzazione del popolo, della vita cittadina, invogliava i bisognosi a rivolgersi ai Monti di Pietà per riprendersi da eventuali piccole difficoltà.

Tali organismi erano retti da un organo collegiale, formato usualmente da dodici presidenti. La componente laica era sempre maggioritaria rispetto alla religiosa, per esempio a Pavia otto dei dodici presidenti erano laici, a Parma erano nove, così come a Piacenza. I dirigenti laici erano eletti annualmente con la possibilità di essere richiamati, alla scadenza del mandato, un anno in più, mentre gli ecclesiastici erano a carica vitalizia. Costoro nominavano gli officiali, per prima cosa il conservatore e il depositario e, se c’era bisogno, anche altri impiegati per semplificare il lavoro.

Con il passare del tempo e per avere una certa sicurezza nel recuperare il debito, i Monti stabilirono l’uso del pegno, un pegno eventualmente da mettere all’incanto se il debitore non avesse pagato.

All’apertura di un Monte vi era una specie di offerta spontanea iniziale che veniva fatta durante una cerimonia ufficiale, con la possibilità di accettare donazioni e lasciti per incrementare i depositi.
C’erano però delle regole da seguire, come il dover essere residente nella data città o nel relativo contado, non si poteva richiedere oltre una certa quantità di denaro, inoltre si stabilì durata, finalità e saggio d’interesse, interesse che doveva solo coprire le spese di gestione, si determinò alla fine che il prestito non era per finalità speculative, quindi per commerciare, e lo si negò per ultimo agli ebrei.

I Monti di Pietà, che dovevano aiutare, almeno momentaneamente, i meno fortunati, non ebbero una così profonda ripercussione come indicavano le fervorose prediche dei frati e, a lungo andare, divennero luoghi di deposito, luoghi dove era possibile anche “investire”.

Purtroppo la gestione non sempre fu corretta, si registrarono alcuni casi di furto di denaro, contabilità disorganizzata, smarrimento della cassa dove era tenuto il denaro, cause, insomma, che portarono talvolta alla chiusura di alcune sedi.

*****

- Nella foto, il Monte di Pietà di Milano oggi.
– 1. Luca, 6,34: “E se prestate a quelli dai quali sperate di ricevere, qual grazia ne avete? Anche i peccatori prestano ai peccatori per riceverne altrettanto.”
– 2. Sermoni del beato Bernardino da Feltre, a cura di C. Varischi da Milano, Milano, 1964, II, pp. 182-212, De Monte Pietatis Papie, frase pronunciata nella predicazione della “feria quarta post octavam Pace” (ibid., pag 207).

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Jun 302011
 

Roma alla fine del XV-primi XVI sec.

Come si presentava Roma nel ‘500, che cosa vedevano (o volevano vedere!) gli occhi di un forestiero?

Bartholomäus Sastrow (1520-1603) fu un luterano moderato che viaggiò in Italia nella primavera del 1546, visitando la Città Eterna, essendo papa Paolo III (1469-1549). Figlio di un mercante di Greifswald, attraversò la Germania, raggiungendo il nostro paese, il tutto a piedi salvo alcune lunghe distanze che soleva percorrere sul carro di qualche buon uomo. Stesse modalità nel viaggio di ritorno. Sastrow aveva l’abitudine, arrivato in un luogo, di mettersi a lavorare, vuoi da cuoco, vuoi da infermiere, come quella volta che, a Roma, entrò ad assistere nell’ospedale di Santa Brigida, una maniera sia per entrare nelle dinamiche della società che visitava, sia per rifornirsi di quattrini e proseguire il viaggio.
Scandalizzato, annotava nei suoi diari:

A Roma ci sono molte persone di ambo i sessi di stato libero; oltre al papa, di solito non meno di quindici o sedici cardinali che mantengono corti come i principi in Germania e possiedono quindi molti ufficiali e cortigiani; qualche centinaio di vescovi con servitù ed altri garzoni della loro corte; molte migliaia di prelati, canonici e preti che hanno pure i loro servi; per non parlare di molte migliaia di giovani monaci, i quali tengono fede al loro voto di castità come il cane osserva il digiuno. A ciò si aggiungano migliaia di assessori, avvocati, procuratori, altri giuristi, notai e così via, presso diversi tribunali, che non hanno moglie e ai quali è vietato prenderla. In mezzo a loro sono migliaia coloro che solo per salvare le apparenze tengono in casa donne come cuoche, lavandaie, cameriere, e quante migliaia di giovani meretrici?! Per esse grande libertà a Roma. Preferirei accoltellare a morte o ferire un uomo piuttosto che percuotere sul collo di una di queste prostitute. I gran signori, il papa, i cardinali, i vescovi e i prelati ordinano, verso sera, al crepuscolo, di portargliele in abiti maschili (…). Le meretrici, però, cedono la loro merce a caro prezzo per poter vestirsi con abiti di velluto e di damaschino, di broccato e di seta; non potrebbero, del resto, venderla meno cara, perché devono pagare un altro tributo, per il fatto che tutta quella pretaglia, che a Roma non è poca, oltre all’obolo dei fedeli, non ha altra entrata se non quella tassa dalle donne libere…” (1)

Accennando al problema della gran quantità di fanciulli orfani, e sebbene Sisto IV (1414-1471) aveva fatto costruire un ospizio, quello di Santo Spirito in Sassia, che funzionava anche come ospedale per adulti, riferiva:

Potrei quasi dire che a Roma tanti bambini innocenti periscano affogati o assassinati per mano dei loro padri o delle loro madri, quanto Erode, il tiranno di Betlemme, ordinò di soffocare e uccidere.” (2)

*****

Le Cronache di Bartholomäus Sastrow

*****
1. in Antoni Mączak, Viaggi e viaggiatori nell’Europa moderna, Editori Laterza, Roma-Bari, 2009, pag. 363.
2. op. cit., pag. 364.

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Apr 222011
 

Espulsione dei moriscos da Alicante, 1609

Se pensiamo che il problema dei profughi, degli emigranti, sia solo attuale, certamente siamo in errore, giacché anche nel periodo preso in considerazione in questo blog – Età moderna – era significativo e destava non poche preoccupazioni ai governanti. Accanto alle migrazioni interne, migrazioni dai villaggi, causate dalla ricerca di una migliore occupazione, dallo sfuggire alla miseria, dalla necessità di trovare un coniuge, si aggiungeva un considerevole movimento di popolazione che, per varie cause, lasciava il proprio paese.

In Spagna, per esempio, dopo la rivolta del 1569 e vari tentativi di cristianizzazione, la cacciata dei moriscos fu un momento che segnò un’epoca. L’esodo, in seguito alla decisione di espulsione del 1609, di circa 300.000 persone provocò un certo disequilibrio nei commerci, nella struttura sociale, si pensi solo che dalla regione valenciana partì più o meno un terzo della popolazione. Alcuni si rifugiarono in Nord Africa, alcuni a Istanbul, altri in Francia, altri, in numero variabile ma inferiore, in vari stati europei. Per non dimenticare che in tutto il XVI secolo salparono dalla Spagna intorno a 250.000 fra uomini e donne diretti verso le Nuove Terre.

Così come dalle isole inglesi si allontanarono fra il 1620 e il 1640, stabilendosi nel Nord America e nelle Indie occidentali, circa 80.000 persone. E alla volta dei Paesi Baltici, gioco forza l’egemonia inglese, si spinsero molti scozzesi, mentre gli irlandesi si dirigevano verso i paesi cattolici.

Dal Portogallo, si stima – ricordo che le indicazioni statistiche sono approssimative, in considerazione del fatto che, con le dovute eccezioni, non si possiedono precisi dati – emigrarono dalla seconda metà del Cinquecento sia verso il Brasile sia verso le nuove terre atlantiche circa 3.000 uomini l’anno, oltre a circa 2.400 che andavano distribuendosi, già dai primi decenni del XVI sec., lungo le coste dell’India: quantità non poca giudicando il milione di abitanti che viveva in Portogallo.

Ma non solo, anche i pellegrinaggi furono causa di importanti spostamenti. A Roma, si dice, giunsero per l’Anno santo del 1575 quattrocentomila visitatori, in una città di quasi 100.000 abitanti, cifra che salì a oltre cinquecentomila nel 1600. La religione, dunque, influiva sia positivamente che negativamente nelle grandi emigrazioni. I protestanti si allontanarono dai paesi cattolici in cui risiedevano, e viceversa. In Francia, la feroce repressione della notte di San Bartolomeo, 1572, fu il culmine del problema, un problema di intolleranza religiosa che già fra il 1540 e il 1550 aveva causato vari flussi migratori. Alcuni autori calcolano che si rifugiarono in Svizzera fra il 1549 e il 1587 circa 12.000 francesi, sfuggiti alle persecuzioni, mentre altri si imbarcarono in direzione dell’America. E sempre in Francia, la revoca (1685) dell’Editto di Nantes - stipulato da Enrico IV nel 1598, che assicurava una certa tolleranza religiosa verso gli ugonotti – da parte di Luigi XIV, fu causa di ulteriori emigrazioni: fra il 1680 e il 1720 espatriarono circa 200.000 persone, la maggior parte verso le Province Unite, alcuni in Inghilterra, altri nei paesi riformati.

In questo brevissimo quadro bisogna includere la feroce Guerra dei Trent’anni (1618-1648), che, oltre a causare morti, feriti, crisi, depressioni, malattie e via dicendo, indusse, specialmente dopo la battaglia della Montagna Bianca del 1620 e quindi della fine dell’indipendenza ceca, una buona quantità di nobili che appoggiarono l’elettore palatino Federico V (1596-1632) a emigrare. A fine conflitto, si conteggia che la popolazione della Boemia si ridusse del 45% e quella della Moravia del 25%, cifre davvero considerevoli.

*****
Nota: i dati statistici sono presi da Henry Kamen, L’Europa dal 1500 al 1700, Laterza, Bari-Roma, 2000, pag. 205 e segg.

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Feb 112011
 

Homann Heirs, mappa d’Italia, 1752

La ricerca della bellezza nell’arte e la natura furono due dei motivi che spinsero i viaggiatori tedeschi a visitare l’Italia del Settecento, un’Italia frammentata politicamente e territorialmente. Gli Asburgo in particolare avevano un occhio puntato sul nostro paese, basti considerare i numerosi contratti matrimoniali, nel trascorso dei secoli, con le dinastie italiane, vedi i Medici, i Gonzaga, gli Este e, nello stesso tempo, vari artisti italiani lavoravano in terra austriaca, Vienna, Innsbruck, Praga, e via dicendo. Non dimenticando che i tedeschi consideravano gli italiani dei vassalli che “erano regolarmente tenuti a prestare il loro aiuto così come avveniva in passato” (1).

Spinti da migliorie nelle strutture delle comunicazioni (qua) sia all’estero che da noi, i vari viaggiatori che visitarono l’Italia ritornavano in patria a pubblicare le loro impressioni, vuoi in manuali di viaggio, vuoi in riviste, una buona mole di informazione che appassionava le vari classi sociali.

Johann Jacob Volkmann

Uno dei primi a percorrere le nostre città fu Johann Jacob Volkmann (1732-1803) nel 1757-58, che stamperà nel 1770-71 Notizie storico-critiche dell’Italia (2). Pagine in cui riferisce del Piemonte sabaudo, indi Genova, che descriverà sì come una città debole e povera, ma in cui banchieri dinamici portano avanti un glorioso passato. Poi Milano, dove l’autore troverà una certa armonia fra nobiltà locale e classe dirigente austriaca, poi ancora si sofferma con simpatia sulla Toscana di Pietro Leopoldo (1747-1792), oltre che su Roma, in cui evidenzierà una condotta politica catastrofica, “dove tutti danno ordini e nessuno obbedisce”.

D’altronde, lo stesso Goethe parlando della città eterna annoterà nel suo Viaggio in Italia alla data del 7 novembre di qualche anno dopo, 1786: “ […] Si trovano vestigia di una magnificenza e di uno sfacelo che superano la nostra immaginazione. Ciò che hanno rispettato i barbari, l’han devastato i costruttori della nuova Roma”. Passando per Napoli, il Volkmann scrive sulla lotta contro clero e nobiltà da parte del ministro Bernardo Tanucci (1698-1783) e una qualche apertura verso le riforme (3). Venezia viene apprezzata per l’antichissima costituzione, ma in cui esiste una numerosa nobiltà povera priva di spunti innovativi.

Un altro autore, vissuto a lungo in Italia, dal 1752 al 1773, fu Joseph Jagemann (1735-1804), confessore alla corte granducale toscana. Il suo Briefe über Italien (4) raccoglie una serie di informazioni redatte in maniera epistolare davvero utili, sebbene si riferisca più al nord che al sud, luogo che trascura. Particolare attenzione dedica a Milano e alle riforme del ministro Karl Joseph von Firmian (1716-1782), riforme che permettono il rifiorire delle scuole, la razionalizzazione dello stato, le tante opere benefiche. Anche la Toscana è da lui lodata per la politica riformistica di Pietro Leopoldo, reggente che mette in pratica le concezioni illuministiche tedesche. A loro volta i tedeschi considerano Milano e Firenze come avamposti stranieri dell’illuminismo tedesco (5).

Johann Wilhelm von Archenholz

Esplicito e preciso è il prussiano Johann Wilhelm von Archenholz (1741-1812), che nel suo England und Italien (6), seppur ammirando l’Inghilterra, esaminerà i due paesi nella medesima trattazione. Archenholz sarà in Italia la prima volta nel 1774-75 e qualche anno dopo nel 1780, viaggio che lo porterà a una buona conoscenza delle varie situazioni locali. Venezia è definita come un “dispotismo”, su Milano accenna brevemente alle riforme del Firmian, stima la monarchia piemontese e la Toscana che definisce il “paese più felice in Italia”. Roma e Napoli, che esalta per le bellezze naturali e architettoniche, hanno una politica fortemente impregnata dalla Chiesa. In poche parole, con le dovute eccezioni, l’Italia appare agli occhi di von Archenholz, come un paese in decadenza, specialmente se paragonato al glorioso passato.

Non solo nei libri di viaggio troviamo descrizioni del nostro paese, ma anche nelle riviste che uscivano con una certa frequenza nelle varie città oltralpe. Speciale riguardo all’Italia, più che ad altri paesi, dedicava la “Mainzer Monatsschrift von geistlichen Sachen”, così come il “Magazin zum Gebrauch der Staaten- und Kirchengeschichte…”, di Johann Friedrich Le Bret (1732-1807), in cui si scriveva di temi mondani e religiosi, magari con un occhio alle realtà tedesche per poter azzardare una proposta di soluzione ai problemi.

In tutto ciò, bisogna sottolineare l’interesse tedesco per le tematiche politiche, sociali e culturali dell’Italia, tematiche che attiravano il lettore e nello stesso tempo lo incuriosivano. Poca rilevanza avevano le questioni economiche, spesso trascurate e messe in secondo piano. Mentre la Toscana, Roma e Napoli (7) erano i luoghi maggiormente frequentati e su di cui si versava maggior inchiostro, a Milano, al Regno di Sardegna e a Venezia si dedicavano meno pagine. Talvolta i pregiudizi e una visione generale distorta erano alla base di una disamina poco corretta e parziale – ricordiamo il loro scarso interesse verso l’illuminismo italiano, o l’idea di un’Italia decadente e priva di forza progressista -, eppur c’è da notare l’attrattiva che ebbe l’Italia nel pensiero tedesco, cosa dagli italiani non ricambiata, almeno sino a quando il Romanticismo tedesco non prese piede.

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1. J. J. Moser, Teutsches Auswärtiges Staatsrecht, Francoforte-Lipsia, 1772 (ristampa Osnabrück, 1946), pag.420.
2. J. J. Volkmann, Historische-kritischen Nachrichten von Italien, 3 vol., Leipzig, 1770-71.
3. Ricordiamo che il Tanucci nel 1776 fu rovesciato e con lui la possibilità di riforme statali. Del caos che regnerà successivamente alla caduta del ministro descriverà un altro tedesco, mai sceso realmente in Italia, Anton Friedrich Büsching (1724-1793), nel Erdbeschreibung 4. Teil, welcher Italien und Großbrittannien enthält, Amburgo, 1789.
4. C. J. Jagemann, Briefe über Italien, Weimar, 3 voll., 1778-85.
5. Christof Dipper, L’immagine politica dell’Italia nel tardo illuminismo tedesco, in “Società e Storia”, n. 59, 1993, pag. 80, trad. a cura di Silvia Marzagalli.
6. J. W. von Archenholz, England und Italien, Lipsia, 2 voll., 1786.
7. Ricordiamo che il gruppo illuminista dell’epoca dell’Italia meridionale era ben conosciuto nei paesi tedeschi.

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