Dec 262012
 

Eletto quasi a sorpresa, nel senso che lo stesso Adriaan Florensz non se l’aspettava, il futuro papa non avrà vita facile, in una Roma piena di corrotti e corruttori, e nella quale era deciso a mettere un po’ d’ordine. Ma si sa, non è facile cambiare abitudini che proseguono il loro corso da decenni e decenni, e l’intento cadde nel nulla.

Adriano VI, nato a Utrecht nel 1459 e morto a Roma nel 1523, non era il favorito di nessun imperatore dell’epoca, giacché Carlo V voleva Giulio de’ Medici, mentre Francesco I minacciava scissione se questi veniva eletto, ed Enrico VIII premeva per il suo cardinale Volsey. Ci vollero così ben 14 giorni di conclave per eleggere Adriaan, proposto dallo stesso Giulio de’ Medici, in quanto straniero, neutrale, ex partis. Ma in effetti il Florensz era stato tutore di Carlo V, persona, il futuro papa, colta, umanista, prelato dai sani principi.
Sani principi che tentò portare a Roma, iniziando con il revocare gli indulti dei cardinali, mettendo in chiaro, fra le altre cose, che dovevano attenersi a una rigorosa economia.
Il malcontento girava così non solo fra gli stessi religiosi, ma anche fra il popolo che vedeva in Adriano VI uno straniero venuto a comandare a casa loro, un popolo abituato a feste e baldorie che ora venivano limitate dalle sue ordinanze, dal suo essere severo, dal non avere nessun interesse personale, uno dei pochi, all’epoca, forse immune di nepotismo.
Di nemici ne aveva in abbondanza, sicuramente l’unico a lui fedele fu un suo connazionale, Wilhelm Enkenvoert (1464-1534), uomo di sua totale fiducia che lo seguirà fino alla morte. Una morte avvenuta dopo appena due anni di pontificato, nel settembre 1523, una morte festeggiata dai romani.
Lo stesso Wilhelm Enkenvoert scriverà nell’epitaffio: “Qui giace Adriano VI, che ebbe la maggiore delle sventure, quella di regnare“.

Incisione di papa Adriano VI di Hendrik Bary

Dec 142012
 

Fra i due litiganti, il terzo gode, dice una massima, e così fu: mentre gli Orsini litigavano con i Colonna per mettere un loro “raccomandato” sul soglio pontificio, gli spagnoli conquistavano la tiara con un Borgia, Alfonso o Alonso de Borja, nato a Xativa, vicino Valencia, in Spagna, nel 1378 e morto a Roma a 80 anni, nel 1458.
E gli spagnoli, in quegli anni che vanno dal 1455, anno di elezione di Callisto III, fino al suo decesso, sbarcarono e invasero letteralmente Roma, nel senso che decine furono i parenti gli amici i conoscenti di Alfonso entrati a far parte della corte papale, spesso in posti creati all’uopo senza valore senza una reale necessità, posti, a volte, occupati da persone del tutto ignoranti.

Ricordiamo che, fra gli altri, nominò cardinale suo nipote Rodrigo Borgia, futuro papa Alessandro VI.
Poco propenso verso la cultura, Callisto III s’interessò maggiormente della disciplina e dell’ordine della città, nel proporre una crociata contro i turchi, che nel 1453 avevano conquistato Costantinopoli, una crociata finanziata – anche ma non solo – con la vendita da parte sua di preziosi oggetti del tesoro papale e beni ecclesiastici, una crociata che non ebbe un successo rilevante.
Alla sua morte, i romani, incitati dalla famiglia Orsini, riversarono tutta la loro rabbia sui catalani, saccheggiando edifici e averi dei Borgia.
Ovviamente non si trattò di un personaggio di rilievo nella storia pontificia, ma il suo papato aprì le porte al nipote, nipote sepolto insieme allo zio nella chiesa degli Spagnoli, S. Maria di Monserrato.

Nov 242012
 

I giochi di potere sono stati sempre presenti quando si trattava, e si tratta ancora oggi, di favorire uno o l’altro contendente, giochi che, senza esclusione di colpi, hanno altresì uno sfondo di interesse economico.
Così anche nella elezione di un pontefice, così anche nella votazione che portò Gregorio XV al soglio pontificio, papa voluto dal Sacro Collegio, papa che, in un certo qual modo, era politicamente neutrale.

Nato a Bologna nel 1554 e morto a Roma nel 1623 per un attacco di gotta, fu in carica per soli due anni (dal 1621 al 1623), essendo di salute cagionevole. Non possiamo certo dire essere stato un grande pontificato, ma, nei suoi lavori, Gregorio XV, allievo del collegio Romano dei Gesuiti, canonizzò, fra gli altri, Santa Teresa d’Avila, Isidoro di Siviglia, Ignazio di Loyola, tentando frenare, tramite delle disposizioni, l’intromissione degli altri stati cattolici, specialmente di Francia e Spagna, nell’elezione del papa, favorendo la votazione segreta dei cardinali durante il conclave. Le grandi ricchezze accumulate, grazie alla sua posizione, gli permisero acquistare ducati, terre, favorendo familiari e amici – creò cardinale suo nipote Ludovico che lo aiuterà negli affari -, permettendo alla sua famiglia essere presente fra le nobiltà dell’epoca. Fu lui che, nel 1622, promosse cardinale Armand-Jean du Plessis de Richelieu.
Diede inizio all’edificazione della Chiesa di Sant’Ignazio, a Roma, dove poi verrà sepolto, chiesa dedicata ai Gesuiti.

Gregorio XV con suo nipote Ludovico Ludovisi

Nov 202012
 

“… non pensa che a far restaurare i battisteri di Roma, affinché si possa battezzare per immersione, come una volta…”: così annotava Montesquieu nel suo Voyage d’Italie (»»qua) riferendosi a Benedetto XIII.

Nato a Gravina in Puglia il 2 febbraio 1650 (1649 secondo alcuni), Pier Francesco Orsini rinunciò al ducato di Gravina per intraprendere la carriera ecclesiastica, una devota carriera che lo porterà al soglio pontificio nel 1724, all’età di 74 anni. Vecchio, debole di corpo, Benedetto XIII morirà dopo pochi anni, nel 1730. Ma in quei sei anni di pontificato darà vita a effettive riforme, iniziando dal rafforzamento della disciplina ecclesiastica, pronunciandosi contro il lusso dei cardinali, proibendo l’uso di parrucche e barbe, spingendoli a portare vesti lunghe, senza strascico, vietando ai Gesuiti qualsiasi polemica.

Particolarmente devoto, era capace di dar messa due tre volte al giorno e di seguire battezzando per intere ore. Poco propenso verso l’uso del Lotto, lo abolì, ma i romani, seguendo nel vizio, portarono i loro denari nei vicini stati, giocando altrove le loro fortune.
Benedetto XIII, inesperto del mondo finanziario ed economico, diede a Nicolò Coscia (1682-1775) l’amministrazione dello Stato pontificio, cardinale che abusò del potere e della fiducia conferitagli a tal punto da far cadere nella crisi le finanze della Chiesa, favorendo parenti e amici, preoccupandosi di riempire le proprie tasche. Lo stesso cardinale Lambertini (1675-1758), futuro Benedetto XIV, insisteva che il papa: “… non aveva la minima idea di ciò che è governare…”.
E a lui gli piaceva sempre più celebrare funzioni religiose, consacrare chiese, dedicarsi al culto, vivendo una vita quasi da povero, semplice, da vero domenicano qual era.

Oct 192012
 

di Daniela Nutini

*****
Dopo l’annullamento del matrimonio con Giovanni Sforza (1497) – annullamento chiacchieratissimo in tutte le corti italiane, sia per le sue motivazioni, sia per le accuse tremende lanciate dallo Sforza al suocero pontefice Alessandro Borgia –, Lucrezia è di nuovo libera e pronta a nuove nozze. Il matrimonio sarà ovviamente politico: troppo il duca Valentino e il papa tradivano le loro ambizioni per non considerare Lucrezia una semplice pedina nei loro intrighi. La politica del pontefice oscillava tra Casa d’Aragona che regnava a Napoli e il re di Francia che su Napoli aveva delle pretese dinastiche. Figuriamoci come Alessandro VI dovesse destreggiarsi in questi frangenti, tanto più che il Valentino aveva bisogno di un aiuto concreto di truppe e quant’altro per le sue ambizioni personali. Aiuti che non potevano che venire dal re di Francia, che comunque in quel periodo non dava a che vedere nulla delle sue intenzioni. Casa d’Aragona era comunque spagnola e il papa pareva inclinare da quella parte, proprio per le sue origini spagnole. Si risolvette così di dare in moglie Lucrezia ad Alfonso d’Aragona, figlio illegittimo di re Alfonso II di Napoli e di madonna Tuscia Gazzullo. Alfonso era inoltre fratello di Sancha, che aveva sposato il più piccolo di casa Borgia, Jofrè, e viveva abitualmente in Vaticano.
E così inizia per Lucrezia il suo secondo matrimonio. Sarà un matrimonio d’amore. Alfonso ha 19 anni ed è ”l’adolescente più bello che si sia mai visto a Roma”. Per la ventenne Lucrezia, questo ragazzo galante, bello, colto e gentile sarà una folgorazione. I due giovani si amano appassionatamente, il loro è stato un colpo di fulmine. Il matrimonio fu celebrato con gran pompa nell’appartamento Borgia, e così inizia una vita fatta di feste, omaggi, cacce, cavalcate e passione amorosa: i loro sguardi amorosi intenerivano il popolo e i cortigiani canterellavano maliziosi ”piovono baci”.
E questo amore diede il suo frutto nella nascita del piccolo Rodrigo, battezzato così in onore del nonno.
Intorno ai due duchi di Bisceglie – Alfonso aveva avuto il ducato al momento del matrimonio -, nel palazzo di Santa Maria in Portico, si era intanto riunita una corte letteraria composta dagli umanisti più in voga del tempo: Pomponio Leto e i suoi discepoli, il poeta Serafino Aquilano, il Sannazzaro, musicisti provetti, uomini di lettere e di diritto, cardinali e diplomatici. Si era anche riunito un circolo di scontenti, di sostenitori della Spagna e di conseguenza di Napoli, preoccupati della nuova politica filo-francofona del pontefice. Infatti Cesare, partito in grande pompa per la corte di Francia, per sposare l’aragonese Carlotta, era tornato sposato ad un’altra Carlotta, figlia del re di Navarra, e con questo gesto si era legato definitivamente alla Casa di Francia.
Così ora gli Aragonesi non sono più ben visti in Vaticano. Lucrezia ne è terrorizzata, conosce il padre e il fratello, e teme per la sorte dell’amato Alfonso. Il quale, visto l’aria pericolosa che tirava per lui, se ne fugge una notte per Napoli, con pochi bagagli e amici, cercando poi alla disperata di riavere la moglie con sé. Seguono mesi durissimi per Lucrezia, che cerca con ogni mezzo un riavvicinamento tra il papa e il re di Napoli, il quale, incautamente, si fa convincere a rimandare il figlio a Roma, anche per scongiurare quella venuta dei francesi che cercavano di impossessarsi del regno napoletano. L’ultimo tentativo che casa d’Aragona faceva perché il papa tornasse protettore e amico doveva risolversi in un sacrificio.
Troppe erano le congiunture politiche sfavorevoli. Cesare si sente chiamato a grandi imprese, i francesi sono già calati una volta in Italia spezzando la forza sforzesca, e stati e staterelli, feudi papali si sentono minacciati dal Valentino che ha bisogno del re di Francia per le sue imprese. Lucrezia lotta con tutte le armi possibili per avere il favore del padre, fino a tenere presso di sé una fanciulla, giovane e bellissima, che è in quel momento la favorita del papa. Ma Cesare non sopporta più niente di aragonese, perfino vedere il cognato, così bello e dolce, accarezzato e amato dalla sorella, gli pare un affronto insostenibile. Il papa è ora completamente dominato dal figlio. Il destino di Alfonso è segnato.
La sera del 15 luglio 1500, in pieno Anno Santo, Alfonso rientra a casa dopo una cena in Vaticano. È accompagnato dall’amico Tommaso Albanese e da uno staffiere. Sta camminando in Piazza San Pietro quando viene aggredito improvvisamente da alcuni uomini armati. Alfonso, bravo e coraggioso, comincia a difendersi con l’arte della spada dell’eccellente scuola napoletana. Non aspettandosi tale reazione, gli assalitori perdono il loro impeto, riuscendo solo a ferire, seppur gravemente, il giovane duca, mentre lo staffiere invoca soccorso e Albanese copre splendidamente il corpo di Alfonso. Intanto, alle grida, le porte del Vaticano si aprono, e gli assalitori si danno alla fuga. Alfonso viene portato al sicuro.
Si può immaginare da ora in poi lo strazio di Lucrezia. Cura personalmente il marito, che è stato ricoverato in una delle stanze Borgia, la stanza detta “delle Sibille”, con la cognata Sancha al fianco, chiamando i migliori medici, arriva ella stessa a preparare il cibo per l’ammalato su un fornelletto da campo. S’immagina chi è stato il mandante dell’assassinio. Le ritorna in mente il modo della morte del duca di Gandìa, così simile. Alfonso risana lentamente, ma nessuno si fa illusioni sulla sua sorte e tanto meno Lucrezia che concorda con re Federico di farlo partire appena possibile per Napoli, sognando di raggiungerlo ella stessa, per vivere una vita propria nella loro terra di Bisceglie. Ma erano sogni vani, destinati a non durare. Il 18 agosto Cesare, con uno stratagemma, fa allontanare gli amici, la sorella e la cognata dalla stanza di Alfonso. Ed ecco che avanza don Micheletto, l’anima dannata di Cesare. Alfonso si alza in piedi vacillando, in un angosciato tentativo di protesta, in un ultimo gesto di dignità umana, e cade con la mano alzata, come per chiedere grazia per la sua giovinezza.
Per Lucrezia fu uno schianto di orrore. Non ebbe nemmeno il permesso di seguire il modestissimo funerale del marito, sepolto la sera stessa in Santa Maria della Febbre.
Porta un lutto stretto, alla spagnola, angosciata anche per la sorte del figlioletto Rodrigo, legata alla rovina della Casa Aragonese. Le è insoffribile vedere anche il padre, che da parte sua non si capacita di tanto dolore. In quanto a Cesare, appena lo vede, gli getta in faccia amare parole: ”da te, niente mi meraviglia”. Chiede e ottiene di andare a nascondere la sua disperazione nel castello di Nepi da dove scrive agli amici firmandosi “la Infelicissima” e dove copia sul suo libro di ore questo bellissimo verso del Sannazzaro: “per pianto la mia carne si distilla”.
Altri destini si preparano per lei. Tornata in Vaticano, fa pressione sul padre affinché perori la sua causa presso la corte di Ferrara. Lucrezia vuole un porto sicuro, una vita non più legata alle sorti del padre e del fratello, una lontananza dai palazzi del Vaticano dove ha visto uccidere l’amato marito. Ottiene il matrimonio estense e così sarà terminato il tempo di Lucrezia Borgia e inizierà quello, fruttuoso e ammirato da tutti, di Lucrezia, duchessa di Ferrara.

© Daniela Nutini

Aug 202012
 

Una delle amanti di papa Alessandro VI nella descrizione di Daniela Nutini.

*****

Giulia Farnese (1474-1524) era così giovane e splendente che appena arrivata a Roma fu chiamata col nome di Giulia la Bella. Di questa mitica bellezza si era innamorato caldamente l’allora cardinale Rodrigo Borgia – futuro papa Alessandro VI (1431-1503) -, tanto da aprire il suo palazzo alle nozze della fanciulla.
Vediamo chi fossero i protagonisti di questo intrigo amoroso.
Giulia apparteneva alla famiglia Farnese, nobiltà di provincia che darà alla storia il futuro papa Paolo III (1468-1549), che per adesso era solo il protonotario ecclesiastico Alessandro Farnese, fratello maggiore di Giulia. Nel 1489, la giovane aveva sposato in quelle famose nozze patrocinate dal cardinal Rodrigo, Orsino Orsini, figlio di un Orsini di Bassanello e di Adriana Mila, parente dei Borgia. Ma il cardinale Borgia era anche l’amante di Giulia, aiutato in quella conquista proprio da Adriana Mila, sua suocera e madre dello sventurato Orsino.
Come si fosse giunto a questo punto, non si sa. Era uno scandalo che amareggiava i Farnese e gli Orsini, e che pone interrogativi a tutt’oggi, considerando lo spirito tollerante dei tempi e la potenza maestosa e prevaricante del Borgia. In ogni caso, il fatto rimane e le due donne, Giulia, con la figlioletta Laura – avuta nel 1492 -, e Adriana vivevano insieme nel palazzo adiacente al Vaticano, in Santa Maria dei Portici, che con la giovanissima Lucrezia ricevevano visitatori, ambasciate, accoglievano suppliche .

Abbiamo testimonianze della bellezza di Giulia. Una di suo cognato, Lorenzo Pucci, in una lettera al fratello: ”… Madonna Giulia si è ingrassata e fatta bellissima: in mia presenza si scapigliò e si fece acconciare i capelli, i quali gli andavano insino a i piè, ed ha i più belli; e si abbigliò con un cuffione di renza e con una certa rete sottile come fumo con certi profili d’oro… aveva un fodero addosso, alla napoletana… ”. Poi, un ritrattino, poche parole che la dipingono nel suo tipo di bellezza e nei suoi precisi colori, per opera di un dottore apostolico, Jacopo Dragazio, inviato da Cesare Borgia: ”Un colorito bruno, occhi neri, viso rotondo e un certo qual ardore, ornano Giulia”.

Si ebbero episodi stranissimi e quasi esilaranti quando tutte le cancellerie italiane furono messe in moto per recuperare la recalcitrante Giulia che, o per capriccio o per calcolo, si era intestardita a restare con il marito, nel corso di un viaggio che l’aveva dapprima portata a Capodimonte, al capezzale di un fratello morente. L’episodio si inserisce nella prima venuta dei francesi in Italia, fra scaramucce, corteggiamenti di uomini d’arme, focosi diritti maritali, rapimenti, e straordinarie lettere del pontefice a Giulia, allo stesso Orsino, al cardinal Farnese, che reagì per primo a tali imposizioni papali per una sua dignità morale che così a lungo aveva patito della relazione della sorella, lui che sopportava di essere chiamato cardinale della Gonnella o addirittura cardinale Fregnese. Sia come sia, alla fine, tra minacce di scomuniche, preghiere e imposizioni, furore amatorio, lettere stupefacenti ad Adriana Mila, la suocera maneggiona, tutti cedettero, compreso il povero marito oltraggiato, e Giulia, nella sua cavalcata di ritorno verso Roma, ebbe anche la ventura di incappare in un drappello di galanti soldati francesi che ebbero però cura di chiedere un enorme riscatto al pontefice. Che pagò tutto, spazzò via tutti gli impedimenti e alla fine, colei per la quale si erano fatte tante pazzie arrivò a Roma, scortata dai francesi, accolta dal Pontefice vestito da soldato. I cronisti dicono che Giulia passò la notte in Vaticano.

Tuttavia in poco tempo il favore di Giulia verso il pontefice diminuì fino a scomparire e nell’anno del Giubileo, 1500, non era più la favorita ufficiale. Il distacco avvenne per gradi, senza drammi per nessuno e Giulia rimase sempre nella tenerezza del pontefice, che sempre conservava affetto e protezione per donne che aveva amato.
Perdiamo poi di vista la bella Farnese. La ritroviamo a Roma per le nozze della figlia Laura. Era rimasta vedova del disgraziato Orsino, morto per la caduta accidentale di un solaio, mentre dormiva. Giulia però aveva contratto un secondo matrimonio. E da donna accorta e amante della vita era convolata a nozze con Ottaviano Caetani, Signore di Fondi, ricco e “benissimo fornito di ciò che non si vedea”.

© Daniela Nutini

Se ami la cultura,

iscriviti alla Storia Moderna Newsletter ↓

e scarica gratis la monografia

"La rivoluzione di Gutenberg"

→ → più di 300 affezionati lettori ricevono settimanalmente la newsletter, unisciti a loro.