In un mio precedente articolo, Roma, fra la fine del 1400 e gli inizi del 1500, abbiamo accennato al fatto che nella città vivevano più uomini che donne. Uomini in cerca di fortuna, potere, favori, lavoro, commercio, ricchezze, e via dicendo. Donne, alcune certamente, che si prostituivano in cambio di una remunerazione materiale, non sempre sottoforma di denaro. Roma era un luogo dove le peripatetiche, generalmente e con le dovute eccezioni, potevano esercitare la professione senza essere quasi molestate, in quanto cortigiane protette da questo o da quel personaggio più o meno influente. Giacché ognuna di loro aveva uno o più sostenitori, signori che le difendevano e le garantivano un certo benessere economico. Ricordiamo, per fare un esempio, Fiammetta, preferita da Cesare Borgia, cortigiana che diede il nome alla piazza che ancora oggi lo porta. E la stessa Fiammetta Michaelis si fece erigere una cappella funeraria. Donne, queste, che andavano regolarmente in chiesa e si confessavano, mostrando rispetto verso la religione cattolica, a tal punto che un luogo di prediche era la chiesa di Sant’Agostino. Seppur condannate dal governo papale, questi esigeva da loro tasse e contributi per opere anche pubbliche.
Quando poi venne il Concilio di Trento, nel 1566, Pio V cercò di liberare Roma dalle prostitute, ma le proteste vuoi degli albergatori, vuoi della gente per bene, vuoi di tutti, prelati inclusi, lasciarono vano il tentativo del papa troppo rigorista.
La loro provenienza era varia, normalmente da città italiane come Siena, Forlì, Firenze, Napoli, Venezia, etc., qualcuna spagnola, qualcuna greca, qualche altra turca, in ogni caso è difficile stilare una classifica geografica, anche perché alcune cercavano di nascondere il proprio passato, la loro vera identità, magari attribuendosi nomi fittizi. Sembra che la maggior parte avesse intrapreso quel lavoro dopo la morte del marito, o l’abbandono del compagno, o per racimolare qualche scudo per contribuire al mantenimento familiare. Usualmente risiedevano vicino le taverne, le locande, gli alloggi che ospitavano forestieri, in vie di transito e forte comunicazione, non esistendo veri e propri prostiboli. Molte di loro vivevano da sole, altre condividevano l’alloggio con colleghe, altre ancora, chi poteva permettersi case più ampie, ospitavano familiari e parenti, poche con servitù. Chiamare la gente per strada, affacciarsi dalle finestre, mostrarsi disponibili chiacchierando sul portone di casa, girovagare per il vicinato, frequentare taverne all’ora di pranzo o cena, erano accorgimenti che permettevano farsi conoscere e trovare clienti. Rarissimi i casi in cui esisteva un intermediario, solitamente l’approccio era diretto e si tentava mantenere il cliente per lungo tempo, quasi come
un’amante cui badare, tenendoselo stretto. Difficile calcolare esattamente il loro numero, numero che poteva aumentare come nella carestia del 1590-1592. In ogni caso sembra essere stato circa il 10% della popolazione romana.
Fra loro c’era poi una certa gerarchia, dipendendo questa da cosa poteva offrire, dal grado di cultura, di conoscenze, dalla ricchezza, dal prestigio personale che si era conquistata con il tempo, dalla bellezza fisica, dai modi di fare e di attirare gli uomini. Elementi che davano status quo e alte possibilità di guadagno. Ponte Sisto era il luogo dove si coltivava la prostituzione di bassa classe, quelle donne cadute in disgrazia e desiderate solo da gente di mala fama, volgare, soldati di passaggio. Per tale motivo i prezzi variavano: Pierre Brantôme affermava che una prostituta di valore per una notte poteva finanche costare 12 scudi, mentre per una ordinaria Michel de Montaigne indicava da 1 a 4 scudi (1).
Eppure, le loro case erano luoghi dove gli uomini s’incontravano, discutevano, socializzavano, si conoscevano, s’intrattenevano, giocavano, recitavano, ascoltavano musica, e non solo nelle abitazioni delle cortigiane di lusso, ma anche in quelle delle prostitute comuni, accadendo pertanto che costoro erano più propense a tenere rapporti con pochi uomini regolarmente che con tanti sporadicamente, anche perché i primi potevano offrire protezione, aiuti, favori.
Non sempre andavano d’accordo, e quando litigavano fra loro, cercavano di lasciare un segno, una marca, un riconoscimento nella casa altrui, danneggiandola o sporcandola, spesso insultandosi per strada, parlando malamente l’una dell’altra e, talvolta, arrivando anche alle mani o inviando un’amante a difendere il loro onore. Il tutto per infangare la reputazione della concorrente che magari aveva tradito un tacito accordo rubandogli l’uomo.
A loro qualche poeta avrebbe dedicato dei versi, qualche narratore una storia, qualche pittore le avrebbe dipinte per futura memoria, qualche scultore preso come modelle, qualche altro artista come fonte d’ispirazione. La storia le avrebbe viste come elemento di un insieme, di un periodo, come parte del Rinascimento italiano.
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1. Elisabeth S. Cohen, Camilla la Magra, prostituta romana, in Rinascimento al femminile, a cura di Ottavia Niccoli, ed. Laterza, Roma-Bari, 2008, pag. 180.

















