Parliamo spesso di cartografia (»»»qua), di seguito quattro città italiane del XV sec. rappresentate in altrettante mappe di Hartmann Schedel (1440-1514), famoso per le sue Cronache di Norimberga, uno dei primi cartografi ad avvalersi dei torchi gutenberghiani.
In un mio precedente articolo, Roma, fra la fine del 1400 e gli inizi del 1500, abbiamo accennato al fatto che nella città vivevano più uomini che donne. Uomini in cerca di fortuna, potere, favori, lavoro, commercio, ricchezze, e via dicendo. Donne, alcune certamente, che si prostituivano in cambio di una remunerazione materiale, non sempre sottoforma di denaro. Roma era un luogo dove le peripatetiche, generalmente e con le dovute eccezioni, potevano esercitare la professione senza essere quasi molestate, in quanto cortigiane protette da questo o da quel personaggio più o meno influente. Giacché ognuna di loro aveva uno o più sostenitori, signori che le difendevano e le garantivano un certo benessere economico. Ricordiamo, per fare un esempio, Fiammetta, preferita da Cesare Borgia, cortigiana che diede il nome alla piazza che ancora oggi lo porta. E la stessa Fiammetta Michaelis si fece erigere una cappella funeraria. Donne, queste, che andavano regolarmente in chiesa e si confessavano, mostrando rispetto verso la religione cattolica, a tal punto che un luogo di prediche era la chiesa di Sant’Agostino. Seppur condannate dal governo papale, questi esigeva da loro tasse e contributi per opere anche pubbliche.
Quando poi venne il Concilio di Trento, nel 1566, Pio V cercò di liberare Roma dalle prostitute, ma le proteste vuoi degli albergatori, vuoi della gente per bene, vuoi di tutti, prelati inclusi, lasciarono vano il tentativo del papa troppo rigorista.
La loro provenienza era varia, normalmente da città italiane come Siena, Forlì, Firenze, Napoli, Venezia, etc., qualcuna spagnola, qualcuna greca, qualche altra turca, in ogni caso è difficile stilare una classifica geografica, anche perché alcune cercavano di nascondere il proprio passato, la loro vera identità, magari attribuendosi nomi fittizi. Sembra che la maggior parte avesse intrapreso quel lavoro dopo la morte del marito, o l’abbandono del compagno, o per racimolare qualche scudo per contribuire al mantenimento familiare. Usualmente risiedevano vicino le taverne, le locande, gli alloggi che ospitavano forestieri, in vie di transito e forte comunicazione, non esistendo veri e propri prostiboli. Molte di loro vivevano da sole, altre condividevano l’alloggio con colleghe, altre ancora, chi poteva permettersi case più ampie, ospitavano familiari e parenti, poche con servitù. Chiamare la gente per strada, affacciarsi dalle finestre, mostrarsi disponibili chiacchierando sul portone di casa, girovagare per il vicinato, frequentare taverne all’ora di pranzo o cena, erano accorgimenti che permettevano farsi conoscere e trovare clienti. Rarissimi i casi in cui esisteva un intermediario, solitamente l’approccio era diretto e si tentava mantenere il cliente per lungo tempo, quasi come
un’amante cui badare, tenendoselo stretto. Difficile calcolare esattamente il loro numero, numero che poteva aumentare come nella carestia del 1590-1592. In ogni caso sembra essere stato circa il 10% della popolazione romana.
Fra loro c’era poi una certa gerarchia, dipendendo questa da cosa poteva offrire, dal grado di cultura, di conoscenze, dalla ricchezza, dal prestigio personale che si era conquistata con il tempo, dalla bellezza fisica, dai modi di fare e di attirare gli uomini. Elementi che davano status quo e alte possibilità di guadagno. Ponte Sisto era il luogo dove si coltivava la prostituzione di bassa classe, quelle donne cadute in disgrazia e desiderate solo da gente di mala fama, volgare, soldati di passaggio. Per tale motivo i prezzi variavano: Pierre Brantôme affermava che una prostituta di valore per una notte poteva finanche costare 12 scudi, mentre per una ordinaria Michel de Montaigne indicava da 1 a 4 scudi (1).
Eppure, le loro case erano luoghi dove gli uomini s’incontravano, discutevano, socializzavano, si conoscevano, s’intrattenevano, giocavano, recitavano, ascoltavano musica, e non solo nelle abitazioni delle cortigiane di lusso, ma anche in quelle delle prostitute comuni, accadendo pertanto che costoro erano più propense a tenere rapporti con pochi uomini regolarmente che con tanti sporadicamente, anche perché i primi potevano offrire protezione, aiuti, favori.
Non sempre andavano d’accordo, e quando litigavano fra loro, cercavano di lasciare un segno, una marca, un riconoscimento nella casa altrui, danneggiandola o sporcandola, spesso insultandosi per strada, parlando malamente l’una dell’altra e, talvolta, arrivando anche alle mani o inviando un’amante a difendere il loro onore. Il tutto per infangare la reputazione della concorrente che magari aveva tradito un tacito accordo rubandogli l’uomo.
A loro qualche poeta avrebbe dedicato dei versi, qualche narratore una storia, qualche pittore le avrebbe dipinte per futura memoria, qualche scultore preso come modelle, qualche altro artista come fonte d’ispirazione. La storia le avrebbe viste come elemento di un insieme, di un periodo, come parte del Rinascimento italiano.
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1. Elisabeth S. Cohen, Camilla la Magra, prostituta romana, in Rinascimento al femminile, a cura di Ottavia Niccoli, ed. Laterza, Roma-Bari, 2008, pag. 180.
La seconda metà del Quattrocento vide la nascita dei Monti di Pietà, istituzioni pubbliche il cui obiettivo era aiutare economicamente le persone necessitate, con fini solidaristici e senza scopo di lucro. Uno dei promotori fu Michele da Carcano (1427-1484), religioso e predicatore francescano acclamato a Roma come a Firenze, a Siena come a Venezia, che, fra le altre cose, sostenne la fondazione degli ospedali nel modo in cui li vediamo oggi. E in effetti il primo Monte di Pietà nasce a Perugia nel 1462, diffondendosi all’inizio in Umbria e nelle Marche.
Il religioso più influente dal punto di vista persuasivo fu Bernardino da Feltre (1439-1494), dei Frati Minori osservanti, un uomo di corporatura esile e di non buona salute, ma di una forza intellettuale davvero notevole e di una vitalità che suggestionava, riuscendo a convincere facilmente. Bernardino, contro l’usura e contro gli ebrei, era favorevole e predicava l’istituzione dei Monti di Pietà e fu tale il suo intervento nelle varie città che quello di Mantova nacque nel 1484, quello di Parma nel 1488, poi venne quello di Piacenza nel 1490, Padova nel 1491, seguì Pavia 1493, Milano nel 1496, e via dicendo. La rapidità della loro diffusione lascia riflettere sia sulle doti di convincimento del frate, sia sulle necessità della società del tempo, sia sulle capacità organizzative e legislative. In realtà non fu facile mettersi d’accordo, per esempio sul tasso d’interesse, giacché se consideriamo i tempi in cui sorgevano tali istituzioni e consideriamo che la chiesa era contro ogni attività di usura perché vietato dal Vangelo di Luca (2), non mancarono certamente i contrasti e le discordie.
Nicolò Bariani (metà XV sec.-1515 ca.), piacentino, agostiniano, nel suo trattatello De monte impietatis (Cremona 1496), sosteneva la necessità gratuita del prestito, prestito che non doveva avere come ritorno economico nessun tipo di beneficio se non lo scopo di aiutare i necessitati. Diceva difatti che il denaro, essendo merce di scambio, per sua natura non può produrre frutti. Differente era la posizione del francescano Bernardino de Busti (1450 ca.-1513 ca.), il quale affermava nel suo Defensorium Montis Pietatis contra figmenta omnia aemulae falsitatis (Milano 1497) la necessità di un pur minimo tasso di interesse per consentire la continuità e la solidità dei Monti, in un’epoca in cui la richiesta di denaro sembrava essere sempre maggiore.
Milano ha una storia particolare in questo movimento, poiché non fu ben accettato sin dall’inizio, oltre al fatto che sia il duca che i patrizi cittadini entrarono subito nella gestione del Monte, intervenendo spesso in modo determinante e palese nella gestione dei prestiti e nella scrittura dello statuto, cosa che non avevano fatto nel ducato in generale. Cosicché, l’istituzione nacque per volontà e tramite delle famiglie nobili che ne gestirono anche l’andamento, imponendo, il duca, un suo luogotenente. E a Milano si stabilì un tasso d’interesse intorno al 5% annuo, per lo più in linea con la media degli altri che si aggirava dal 6 al 10%.
L’obiettivo di questi Monti era mettere a disposizione delle persone meno abbienti piccole somme di denaro affinché potessero sopravvivere, indicazione che lo stesso Bernardino da Feltre palesava in una sua famosa frase:
“Da Monti, et dedesti omnia. Hic imples semptem opera pietatis. De illo denario subvenitur a chi compra panem, vinum, vestitum, medicinas et omnia.” (2)
Eppure il frate andava oltre, cercava non solo il benessere del singolo, ma quello dell’intera società, e nello stesso tempo sconfiggere gli usurai e mettere fuori gioco gli ebrei – ricordiamo la sua predica antiebraica nella cattedrale di Trento del 1475. Nelle sue avvincenti predicazioni, Bernardino premeva per una maggiore moralizzazione del popolo, della vita cittadina, invogliava i bisognosi a rivolgersi ai Monti di Pietà per riprendersi da eventuali piccole difficoltà.
Tali organismi erano retti da un organo collegiale, formato usualmente da dodici presidenti. La componente laica era sempre maggioritaria rispetto alla religiosa, per esempio a Pavia otto dei dodici presidenti erano laici, a Parma erano nove, così come a Piacenza. I dirigenti laici erano eletti annualmente con la possibilità di essere richiamati, alla scadenza del mandato, un anno in più, mentre gli ecclesiastici erano a carica vitalizia. Costoro nominano gli officiali, per prima cosa il conservatore e il depositario e, se c’era bisogno, anche altri impiegati per semplificare il lavoro.
Con il passare del tempo e per avere una certa sicurezza nel recuperare il debito, i Monti stabilirono l’uso del pegno, un pegno eventualmente da mettere all’incanto se il debitore non avesse pagato. All’apertura di un determinato Monte vi era una specie di offerta spontanea iniziale che veniva fatta durante una cerimonia ufficiale, con la possibilità di accettare donazioni e lasciti per incrementare i depositi.
C’erano però delle regole da seguire, come il dover essere residente nella data città o nel relativo contado, non si poteva richiedere oltre una certa quantità di denaro, si stabilì durata, finalità e saggio d’interesse, interesse che doveva solo coprire le spese di gestione, si determinò inoltre che il prestito non era per finalità speculative, quindi per commerciare, lo si negò infine agli ebrei.
Tali Monti di Pietà, che dovevano aiutare, almeno momentaneamente, i meno fortunati, non ebbero una così profonda ripercussione come indicavano le fervorose prediche dei frati e, a lungo andare, divennero luoghi di deposito, luoghi dove era possibile anche “investire”. Purtroppo la gestione non sempre fu corretta, si registrarono alcuni casi di furto di denaro, contabilità disorganizzata, smarrimento (!) della cassa dove era tenuto il denaro, cause, insomma, che portarono talvolta alla chiusura di alcune sedi.
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1. Luca, 6,34: “E se prestate a quelli dai quali sperate di ricevere, qual grazia ne avete? Anche i peccatori prestano ai peccatori per riceverne altrettanto.”
2. Sermoni del beato Bernardino da Feltre, a cura di C. Varischi da Milano, Milano, 1964, II, pp. 182-212, De Monte Pietatis Papie, frase pronunciata nella predicazione della “feria quarta post octavam Pace” (ibid., pag 207).
Come si presentava Roma nel ‘500, cosa vedevano (o volevano vedere!) gli occhi di un forestiero?
Bartholomäus Sastrow (1520-1603) fu un luterano moderato che viaggiò in Italia nella primavera del 1546, visitando la Città Eterna, essendo papa Paolo III (1469-1549). Figlio di un mercante di Greifswald, attraversò la Germania, raggiungendo il nostro paese, il tutto a piedi salvo alcune lunghe distanze che soleva percorrere sul carro di qualche buon uomo. Stesse modalità nel viaggio di ritorno. Sastrow aveva l’abitudine, arrivato in un luogo, di mettersi a lavorare, vuoi da cuoco, vuoi da infermiere, come quella volta che, a Roma, entrò ad assistere nell’ospedale di Santa Brigida, una maniera sia per entrare nelle dinamiche della società che visitava, sia per rifornirsi di quattrini e proseguire il viaggio.
Scandalizzato, annotava nei suoi diari:
“A Roma ci sono molte persone di ambo i sessi di stato libero; oltre al papa, di solito non meno di quindici o sedici cardinali che mantengono corti come i principi in Germania e possiedono quindi molti ufficiali e cortigiani; qualche centinaio di vescovi con servitù ed altri garzoni della loro corte; molte migliaia di prelati, canonici e preti che hanno pure i loro servi; per non parlare di molte migliaia di giovani monaci, i quali tengono fede al loro voto di castità come il cane osserva il digiuno. A ciò si aggiungano migliaia di assessori, avvocati, procuratori, altri giuristi, notai e così via, presso diversi tribunali, che non hanno moglie e ai quali è vietato prenderla. In mezzo a loro sono migliaia coloro che solo per salvare le apparenze tengono in casa donne come cuoche, lavandaie, cameriere, e quante migliaia di giovani meretrici?! Per esse grande libertà a Roma. Preferirei accoltellare a morte o ferire un uomo piuttosto che percuotere sul collo di una di queste prostitute. I gran signori, il papa, i cardinali, i vescovi e i prelati ordinano, verso sera, al crepuscolo, di portargliele in abiti maschili (…). Le meretrici, però, cedono la loro merce a caro prezzo per poter vestirsi con abiti di velluto e di damaschino, di broccato e di seta; non potrebbero, del resto, venderla meno cara, perché devono pagare un altro tributo, per il fatto che tutta quella pretaglia, che a Roma non è poca, oltre all’obolo dei fedeli, non ha altra entrata se non quella tassa dalle donne libere…” (1)
Accennando al problema della gran quantità di fanciulli orfani, e sebbene Sisto IV (1414-1471) aveva fatto costruire un ospizio, quello di Santo Spirito in Sassia, che funzionava anche come ospedale per adulti, riferiva:
“Potrei quasi dire che a Roma tanti bambini innocenti periscano affogati o assassinati per mano dei loro padri o delle loro madri, quanto Erode, il tiranno di Betlemme, ordinò di soffocare e uccidere.” (2)
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1. in Antoni Mączak, Viaggi e viaggiatori nell’Europa moderna, Editori Laterza, Roma-Bari, 2009, pag. 363.
2. op. cit., pag. 364.
Le Corti Rinascimentali furono – anche, ma non solo – luoghi di passioni, di amore, di odio, di intrighi, luoghi dove la centralità dell’essere umano prendeva forma e si palesava nei più disparati modi.
Di seguito un articolo di Daniela Nutini in cui si sofferma sull’amore fra Pietro Bembo (1470-1547) e Lucrezia Borgia (1480-1519).
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Pietro Bembo è a Ostellato, nel ducato estense, ospite del raffinato poeta e umanista Ercole Strozzi, pubblico funzionario della corte ferrarese, latinista. Il Bembo, veneziano, ha 32 anni, splendidi: di bell’aspetto, abile nel maneggio delle armi, nel cavalcare, preceduto da una fama di conoscitore dell’animo umano, di una eleganza e vivezza spirituali tutte sue, invitatissimo nelle Corti Rinascimentali dove era riconosciuto, senza contrasti, principe degli umanisti di Italia. È appena uscito da una sua storia d’amore con la gentildonna veneziana Maria Savorgnan che gli aveva ispirato lettere appassionate e ardite, ”Amatemi, amatemi, mille volte amatemi”, “Vi piaccia di amarmi un poco più che non fare”. L’amore del Bembo e di Maria era durato un anno, finendo senza reciprochi contrasti ed il delicato umanista si confida con l’amico Strozzi, una particolare simpatia lo lega in una complicità letteraria al cortigiano estense che adesso lo ospita e veglia sul suo soggiorno e che sta per offrirgli una inaspettata sorpresa d’amore. Lo Strozzi ha infatti libero accesso alle stanze della duchessa di Ferrara, a lei ha parlato del veneziano, il figlio di Bernardo Bembo, ambasciatore della serenissima e ha magnificato le doti dell’amico, accendendone la curiosità. E così, in un giorno di Ottobre, in quel rifugio meditativo di Ostellato, ecco presentarsi Lucrezia, la Duchessa di Ferrara, la Borgia. Lucrezia arriva con i suoi vent’anni, le sue vesti colorate, i suoi capelli biondi e leggeri, la sua esilità di pittura gotica, con le sue donzelle ridenti, i suoi musici, i suoi smeraldi, le sue perle. Arriva, ed il bel cavaliere è subito conquistato. Subito ne parla all’amico Strozzi, tesse le lodi di Lucrezia, ne è ammaliato. Ed anche Lucrezia risponde fervorosa a questo amore, lei che “non è superstiziosa di nulla“ come afferma il Bembo, lei che scrive di suo pugno l’indirizzo dell’amato in una lettera cancelleresca, lei che gli manda bigliettini spagnoli e trascrive per lui una cobla di Lopez de Esuniga: ”Yo pienso si me muriese… que todo el mundo quedase sin amar”.
Lucrezia è alla sua seconda stagione di amore. La prima, con il dolce marito aragonese, fu troncata brutalmente dall’omicidio compiuto dal fratello Cesare che assassinò il giovane cognato in un intrigo fatto di torbidi desideri e accuse politiche. Ed ora si abbandona tutta a questo nuovo sentimento, pur con la cautela che le convenienze impongono. Il Bembo le fa dono di una bella sfera di cristallo, accompagnata da un sonetto in lingua italiana, va e viene da Venezia e Ferrara, partecipa alle feste dell’inverno ducale, conversa con Ercole Strozzi su questioni di lingua latina e italiana, guida le letture delle duchessa, è, come sempre, ornamento di quella corte fastosa, amatissimo dal vecchio Duca Ercole. Si intrecciano così giorni su giorni e continua la vicenda d’amore. A fine Giugno Lucrezia fa coniare una medaglia su cui era incisa una fiamma e l’umanista veneziano conia il motto latino da incidere come divisa: “Est animum”, consuma l’anima. Per ringraziarlo la duchessa gli fece avere una sua ciocca di capelli, quella che ancora oggi si ammira nella biblioteca di Milano da cui Byron si vantò di averne sottratti alcuni fili dorati. Il Bembo è ancora a Ferrara e alla sua partenza le fa giungere una lettera, “Io parto, o dolcissima vita mia”, lettera che come le altre sono arrivate per lunghi giri allo Strozzi che fa da intermediario.
Ma si addensano nubi: Alfonso d’Este, il marito di Lucrezia comincia a sospettare qualcosa dell’intrigo amoroso. Alfonso non ha mai amato Ercole Strozzi, si occupa di lettere quel tanto che basta ad un principe del rinascimento e non ha quindi una particolare predilezione per gli umanisti di cui si circonda il vecchio Duca. Poi ecco, ad un tratto muore il Papa, Alessandro VI, il padre di Lucrezia. Lei ne è schiantata, annientata, assiste anche alla rovina della sua casata, non può essere consolata da nessuno. Pietro Bembo lo sa, lo intuisce. Sa che questo amore è alla fine, che gli ardenti giorni di Ostellato sono lontani. Ora le parole sono di rimpianto, di dolcezze. A lei la dedica degli Asolani, la sua più compiuta fatica, ragionamenti e versi d’amore. Morirà poi anche il vecchio Duca Ercole e Lucrezia sarà realmente al potere al fianco di Alfonso, più prigioniera ancora in questa sua dignità. Alfonso osteggia il Bembo come e dove può, non lo invita, gli fa capire di non essere più gradito. I due amanti sanno che tra poco non sarà più nemmeno concesso loro di vedersi, dopo il loro ultimo incontro nel viaggio che il Bembo compie a Roma, a capo di una ambasceria veneziana.
Non si vedranno in effetti mai più. Ed anche le loro lettere cesseranno. Pietro Bembo fu alla corte di Urbino e poi a Roma, segretario in fluentissimo di Leone X e infine cardinale, e quale magnifico cardinale, potentissimo, ed ammirato da tutte le corti. Anche da quella corte di Ferrara ove ora Alfonso gli mandava a dire che venisse il tempo che voleva. Anche Lucrezia scriveva e ripeteva le offerte del marito ma entrambi lo capivano che non si sarebbero mai più rivisti. Ai perfetti amanti di una volta doveva parere insoffribile il pensiero di rincontrarsi non più raggianti della tenerezza amorosa della gioventù. Lucrezia muore, ancora giovane, con l’abito di terziaria francescana. Pietro Bembo continuò la sua ascesa politica e letteraria in quella Roma, fastosa e sfavillante, ebbe altri amori, ebbe dei figli, assurse alla gloria, ma rileggendo la dedica dei suoi Asolani si sarà rammentato “la bella treccia simile ad oro” e “le ciglia d’ebano”, e “le morbide guance”, e “l’agile piede che si abbandonava al ritmo della danza”, come ebbe a scrivere molti anni addietro, affascinato e ammaliato dalla “sua Duchessa”, Lucrezia Borgia, Signora di Ferrara.
(Daniela Nutini)
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Se pensiamo che il problema dei profughi, degli emigranti, sia solo attuale, certamente siamo in errore, giacché anche nel periodo preso in considerazione in questo blog – Età moderna – era significativo e destava non poche preoccupazioni ai governanti. Accanto alle migrazioni interne, migrazioni dai villaggi, causate dalla ricerca di una migliore occupazione, dallo sfuggire alla miseria, dalla necessità di trovare un coniuge, si aggiungeva un considerevole movimento di popolazione che, per varie cause, lasciava il proprio paese.
In Spagna, per esempio, dopo la rivolta del 1569 e vari tentativi di cristianizzazione, la cacciata dei moriscos fu un momento che segnò un’epoca. L’esodo, in seguito alla decisione di espulsione del 1609, di circa 300.000 persone provocò un certo disequilibrio nei commerci, nella struttura sociale, si pensi solo che dalla regione valenciana partì più o meno un terzo della popolazione. Alcuni si rifugiarono in Nord Africa, alcuni a Istanbul, altri in Francia, altri, in numero variabile ma inferiore, in vari stati europei. Per non dimenticare che in tutto il XVI secolo salparono dalla Spagna intorno a 250.000 fra uomini e donne diretti verso le Nuove Terre.
Così come dalle isole inglesi si allontanarono fra il 1620 e il 1640, stabilendosi nel Nord America e nelle Indie occidentali, circa 80.000 persone. E alla volta dei Paesi Baltici, gioco forza l’egemonia inglese, si spinsero molti scozzesi, mentre gli irlandesi si dirigevano verso i paesi cattolici.
Dal Portogallo, si stima – ricordo che le indicazioni statistiche sono approssimative, in considerazione del fatto che, con le dovute eccezioni, non si possiedono precisi dati – emigrarono dalla seconda metà del Cinquecento sia verso il Brasile sia verso le nuove terre atlantiche circa 3.000 uomini l’anno, oltre a circa 2.400 che andavano distribuendosi, già dai primi decenni del XVI sec., lungo le coste dell’India: quantità non poca giudicando il milione di abitanti che viveva in Portogallo.
Ma non solo, anche i pellegrinaggi furono causa di importanti spostamenti. A Roma, si dice, giunsero per l’Anno santo del 1575 quattrocentomila visitatori, in una città di quasi 100.000 abitanti, cifra che salì a oltre cinquecentomila nel 1600. La religione, dunque, influiva sia positivamente che negativamente nelle grandi emigrazioni. I protestanti si allontanarono dai paesi cattolici in cui risiedevano, e viceversa. In Francia, la feroce repressione della notte di San Bartolomeo, 1572, fu il culmine del problema, un problema di intolleranza religiosa che già fra il 1540 e il 1550 aveva causato vari flussi migratori. Alcuni autori calcolano che si rifugiarono in Svizzera fra il 1549 e il 1587 circa 12.000 francesi, sfuggiti alle persecuzioni, mentre altri si imbarcarono in direzione dell’America. E sempre in Francia, la revoca (1685) dell’Editto di Nantes - stipulato da Enrico IV nel 1598, che assicurava una certa tolleranza religiosa verso gli ugonotti – da parte di Luigi XIV, fu causa di ulteriori emigrazioni: fra il 1680 e il 1720 espatriarono circa 200.000 persone, la maggior parte verso le Province Unite, alcuni in Inghilterra, altri nei paesi riformati.
In questo brevissimo quadro bisogna includere la feroce Guerra dei Trent’anni (1618-1648), che, oltre a causare morti, feriti, crisi, depressioni, malattie e via dicendo, indusse, specialmente dopo la battaglia della Montagna Bianca del 1620 e quindi della fine dell’indipendenza ceca, una buona quantità di nobili che appoggiarono l’elettore palatino Federico V (1596-1632) a emigrare. A fine conflitto, si conteggia che la popolazione della Boemia si ridusse del 45% e quella della Moravia del 25%, cifre davvero considerevoli.
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Nota: i dati statistici sono presi da Henry Kamen, L’Europa dal 1500 al 1700, Laterza, Bari-Roma, 2000, pag. 205 e segg.
La ricerca della bellezza nell’arte e la natura furono due dei motivi che spinsero i viaggiatori tedeschi a visitare l’Italia del Settecento, un’Italia frammentata politicamente e territorialmente. Gli Asburgo in particolare avevano un occhio puntato sul nostro paese, basti considerare i numerosi contratti matrimoniali, nel trascorso dei secoli, con le dinastie italiane, vedi i Medici, i Gonzaga, gli Este e, nello stesso tempo, vari artisti italiani lavoravano in terra austriaca, Vienna, Innsbruck, Praga, e via dicendo. Non dimenticando che i tedeschi consideravano gli italiani dei vassalli che “erano regolarmente tenuti a prestare il loro aiuto così come avveniva in passato” (1).
Spinti da migliorie nelle strutture delle comunicazioni (qua) sia all’estero che da noi, i vari viaggiatori che visitarono l’Italia ritornavano in patria a pubblicare le loro impressioni, vuoi in manuali di viaggio, vuoi in riviste, una buona mole di informazione che appassionava le vari classi sociali.
Uno dei primi a percorrere le nostre città fu Johann Jacob Volkmann (1732-1803) nel 1757-58, che stamperà nel 1770-71 Notizie storico-critiche dell’Italia (2). Pagine in cui riferisce del Piemonte sabaudo, indi Genova, che descriverà sì come una città debole e povera, ma in cui banchieri dinamici portano avanti un glorioso passato. Poi Milano, dove l’autore troverà una certa armonia fra nobiltà locale e classe dirigente austriaca, poi ancora si sofferma con simpatia sulla Toscana di Pietro Leopoldo (1747-1792), oltre che su Roma, in cui evidenzierà una condotta politica catastrofica, “dove tutti danno ordini e nessuno obbedisce”. D’altronde, lo stesso Goethe parlando della città eterna annoterà nel suo Viaggio in Italia alla data del 7 novembre di qualche anno dopo, 1786: “ […] Si trovano vestigia di una magnificenza e di uno sfacelo che superano la nostra immaginazione. Ciò che hanno rispettato i barbari, l’han devastato i costruttori della nuova Roma”. Passando per Napoli, il Volkmann scrive sulla lotta contro clero e nobiltà da parte del ministro Bernardo Tanucci (1698-1783) e una qualche apertura verso le riforme (3). Venezia viene apprezzata per l’antichissima costituzione, ma in cui esiste una numerosa nobiltà povera priva di spunti innovativi.
Un altro autore, vissuto a lungo in Italia, dal 1752 al 1773, fu Joseph Jagemann (1735-1804), confessore alla corte granducale toscana. Il suo Briefe über Italien (4) raccoglie una serie di informazioni redatte in maniera epistolare davvero utili, sebbene si riferisca più al nord che al sud, luogo che trascura. Particolare attenzione dedica a Milano e alle riforme del ministro Karl Joseph von Firmian (1716-1782), riforme che permettono il rifiorire delle scuole, la razionalizzazione dello stato, le tante opere benefiche. Anche la Toscana è da lui lodata per la politica riformistica di Pietro Leopoldo, reggente che mette in pratica le concezioni illuministiche tedesche. A loro volta i tedeschi considerano Milano e Firenze come avamposti stranieri dell’illuminismo tedesco (5).
Esplicito e preciso è il prussiano Johann Wilhelm von Archenholz (1741-1812), che nel suo England und Italien (6), seppur ammirando l’Inghilterra, esaminerà i due paesi nella medesima trattazione. Archenholz sarà in Italia la prima volta nel 1774-75 e qualche anno dopo nel 1780, viaggio che lo porterà a una buona conoscenza delle varie situazioni locali. Venezia è definita come un “dispotismo”, su Milano accenna brevemente alle riforme del Firmian, stima la monarchia piemontese e la Toscana che definisce il “paese più felice in Italia”. Roma e Napoli, che esalta per le bellezze naturali e architettoniche, hanno una politica fortemente impregnata dalla Chiesa. In poche parole, con le dovute eccezioni, l’Italia appare agli occhi di von Archenholz, come un paese in decadenza, specialmente se paragonato al glorioso passato.
Non solo nei libri di viaggio troviamo descrizioni del nostro paese, ma anche nelle riviste che uscivano con una certa frequenza nelle varie città oltralpe. Speciale riguardo all’Italia, più che ad altri paesi, dedicava la “Mainzer Monatsschrift von geistlichen Sachen”, così come il “Magazin zum Gebrauch der Staaten- und Kirchengeschichte…”, di Johann Friedrich Le Bret (1732-1807), in cui si scriveva di temi mondani e religiosi, magari con un occhio alle realtà tedesche per poter azzardare una proposta di soluzione ai problemi.
In tutto ciò, bisogna sottolineare l’interesse tedesco per le tematiche politiche, sociali e culturali dell’Italia, tematiche che attiravano il lettore e nello stesso tempo lo incuriosivano. Poca rilevanza avevano le questioni economiche, spesso trascurate e messe in secondo piano. Mentre la Toscana, Roma e Napoli (7) erano i luoghi maggiormente frequentati e su di cui si versava maggior inchiostro, a Milano, al Regno di Sardegna e a Venezia si dedicavano meno pagine. Talvolta i pregiudizi e una visione generale distorta erano alla base di una disamina poco corretta e parziale – ricordiamo il loro scarso interesse verso l’illuminismo italiano, o l’idea di un’Italia decadente e priva di forza progressista -, eppur c’è da notare l’attrattiva che ebbe l’Italia nel pensiero tedesco, cosa dagli italiani non ricambiata, almeno sino a quando il Romanticismo tedesco non prese piede.
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1. J. J. Moser, Teutsches Auswärtiges Staatsrecht, Francoforte-Lipsia, 1772 (ristampa Osnabrück, 1946), pag.420.
2. J. J. Volkmann, Historische-kritischen Nachrichten von Italien, 3 vol., Leipzig, 1770-71.
3. Ricordiamo che il Tanucci nel 1776 fu rovesciato e con lui la possibilità di riforme statali. Del caos che regnerà successivamente alla caduta del ministro descriverà un altro tedesco, mai sceso realmente in Italia, Anton Friedrich Büsching (1724-1793), nel Erdbeschreibung 4. Teil, welcher Italien und Großbrittannien enthält, Amburgo, 1789.
4. C. J. Jagemann, Briefe über Italien, Weimar, 3 voll., 1778-85.
5. Christof Dipper, L’immagine politica dell’Italia nel tardo illuminismo tedesco, in “Società e Storia”, n. 59, 1993, pag. 80, trad. a cura di Silvia Marzagalli.
6. J. W. von Archenholz, England und Italien, Lipsia, 2 voll., 1786.
7. Ricordiamo che il gruppo illuminista dell’epoca dell’Italia meridionale era ben conosciuto nei paesi tedeschi.
Vari papi si successero sul soglio pontificio durante il XVII secolo, da Leone XI a Urbano VIII a Innocenzo XI, papi che, in un modo o nell’altro, hanno determinato il corso della storia. E le loro decisioni si sono fatte sentire sia pure in ambito locale, a Roma, a livello delle arti e dei mestieri.
Nell’Urbe, tutto girava intorno alle corporazioni o “università”, di cui ogni categoria regolava il proprio settore con una serie di leggi spesso davvero particolari e dettagliate. Nessuno poteva esercitare un mestiere senza esserne iscritto, acquaroli, speziali, pescatori, macellai, pizzicaroli e via dicendo, dovevano far parte della loro categoria e seguirne le leggi e i dettami. A Roma c’erano almeno un centinaio di “università”, con un proprio statuto, una propria organizzazione, un proprio santo patrono e una festività, insomma tutto un sistema che permetteva lo svolgersi delle varie attività. Per esempio, chi apparteneva ai pizzicaroli, poteva vendere uova, carni varie, caviale, salmone, oltre che scope, candele, sporte, filo, per continuare con frutta secca, ortaggi, olive, cipolle, fichi, etc. La loro corporazione era una delle più ricche e potenti. Mentre i barbieri, in aggiunta alle solite funzioni, esercitavano anche interventi di piccola chirurgia, dovendo, per far parte della loro “università”, conoscere le varie vene del corpo umano, “cavar sangue dalle dette vene, metter mignatte e ventose e far cauterj” (1).
L’ammissione all’«università» della categoria avveniva solitamente dopo uno specifico esame tecnico, che serviva a vagliare la preparazione del richiedente. I librai dovevano aver fatto un tirocinio di otto anni, i vermicellari – produttori di pasta – almeno due anni, i droghieri circa dieci. Talvolta il prosieguo del mestiere o dell’arte era per diritto ereditario e non si doveva aspettare l’età di venti-venticinque anni per richiedere farne parte.
Artigiani e commercianti dovevano seguire una certa disciplina e rispettare le leggi sia della propria corporazione che editti e bandi, all’ordine del giorno. Pena era la messa alla berlina nelle pubbliche piazze e, se grave, anche l’arresto, oltre al pagamento di una certa somma di denaro. Nello statuto dei pollaroli si legge: “Che nissuno dell’arte possa vendere ova marce sotto la pena di dieci scudi d’oro per ciascuna volta” (2).
L’edilizia era legata alle ambizioni dei papi, edilizia che assorbiva architetti, pittori, scalpellini, muratori, persone che generalmente venivano da fuori Roma. Nelle basse manovalanze non si richiedeva nessuna specializzazione.
Nei giorni di festa il lavoro si fermava, ma non tutto, giacché si doveva garantire un minimo di servizio: gli albergatori sfamare i loro inquilini, i maniscalchi in caso di necessità ferrare i cavalli, gli osti vendere vino, purché non bevuto sul posto, i barbieri curare le piccole ferite.
L’orario di lavoro era libero: dal sorgere del sole al tramonto, tempo meteorologico permettendo.
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1. Almo Paita, La vita quotidiana a Roma ai tempi di Gian Lorenzo Bernini, Rizzoli, Milano, 1998, pag. 257.
2. op. cit. pag 254.
1. L’Umanesimo era una cultura laica o religiosa?
2. A chi si rifacevano gli umanisti?
3. In quale nazione si sviluppò inizialmente l’Umanesimo?
4. Da dove nasce il termine mecenate?
5. Cosa si indica con Rinascimento?
6. In che anno Gutenberg stampa la sua prima Bibbia?
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Risposte:
1. Laica.
2. Al mondo classico.
3. In Italia, in particolare a Firenze e a Roma, ma anche in tante altre città.
4. Deriva da Mecenate, collaboratore dell’imperatore romano Augusto (I sec. d.C.) che favorì le arti.
5. Si vuole significare una rinascita, anche, culturale dopo un lungo periodo “chiamato buio”.
6. Nel 1455.
Una delle prime forme di censura del libro stampato si ebbero proprio a Magonza, sede di un arcivescovato, nel 1485, in cui Bertoldo di Magonza, arcivescovo della città, incaricò due prelati e due dottori universitari di esaminare i libri che man mano uscivano dalle tipografie, impedendo quelli che non ottenevano l’autorizzazione. Agli inizi del 1500, ancor prima delle 95 tesi di Lutero del 1517, la stessa Chiesa chiedeva all’imperatore e ai principi tedeschi un’attenta sorveglianza sulle pubblicazioni. Nel 1501 il papa Alessandro VI (1431-1503), della famiglia dei Borgia, con la bolla Inter multiplices proibiva certi libri non in linea con la religione cattolica. E il lavoro non era facile, in quanto alcuni signori erano legati economicamente alle stamperie, altri erano aperti alle novità, altri ancora buoni cattolici che seguivano i consigli del pontefice. Nel 1515, il Concilio Laterano elaborò la famosa bolla Inter sollicitudines per evitare confusioni, affermando che si dovevano far scomparire le opere tradotte dal greco, dall’ebraico, dall’arabo e dal caldeo, tanto in latino che nelle lingue profane, libri contenenti errori di fede e dogmi perniciosi […] così come i libelli diffamatori contro persone di alto rango.
Con l’avvento del luteranesimo e di altre dottrine rivoluzionarie, i libri da disapprovare si moltiplicarono. Lutero ripeteva che La stampa è l’ultimo dono di Dio, e il più grande, Dio vuol far conoscere la causa della vera religione a tutta la terra, fino ai confini del mondo. Il medesimo Lutero era consapevole del ruolo e delle potenzialità dei torchi, specialmente se il testo veniva stampato in volgare, perché era, anche e soprattutto, al popolo che lui si rivolgeva. Tra il 1520 e il 1525 migliaia di pamphlet in volgare divulgarono il suo pensiero in tutta la Germania. Erano piccole pubblicazioni di poche pagine ricche di illustrazioni, illustrazioni che saranno fondamentali nella diffusione del pensiero luterano. Lutero invitava la gente a leggere, ad avvicinarsi con i propri occhi alle sacre scritture, alla Bibbia.
Ancor di più, la peregrinazione delle idee verso Italia, Francia, Svizzera avvenne proprio grazie alla stampa. La Chiesa cattolica sembrava, almeno per i primi anni, non rendersi conto di ciò che stesse accadendo, esitava, era incerta, aspettava, fino a quando si decise a controriformare e a propagandare anch’essa tramite il volgare. Leone X (1475-1521) scomunicò Lutero, condannando i suoi scritti al rogo, nel 1520, poi rinforzò la censura, proibì pubblicazioni di qualunque tipo proferissero contro la chiesa. Eppure, malgrado ciò, non si riuscì a controllare del tutto l’arte grafica, giacché si continuava a pubblicare nei paesi protestanti o in quelli cattolici in forma clandesti
na.
Dal 1559 al 1966 vigerà l’Index librorum prohibitorum istituito da papa Paolo IV (1476-1559) che segnalava le opere non adatte a essere stampate e, nota curiosa, anche certe bibbie impresse in Germania, perché ritenute non correttamente tradotte. Tra i libri figurava il Decameron di Boccaccio, Il novellino di Masuccio Salernitano, le varie opere di Machiavelli, oltre che Rabelais, Erasmo da Rotterdam e tantissimi altri. Nel 1616 si bandirono le pubblicazioni di Copernico. Le bibbie in volgare potevano essere rese pubbliche solo se stampate da autori che conoscessero il latino, non donne, e autorizzate dalla Chiesa. L’Indice veniva aggiornato con una certa frequenza. Il fedele non poteva detenere, commerciare, leggere, discutere quei testi impediti dalla Chiesa, pena la scomunica. Nell’immaginario collettivo s’era impresso il ricordo dei roghi del 1500, di quei libri che non bisognava sfogliare, per cui una lettura vietata acquistava simbolo di pena.
In Italia, i diversi stati daranno incarico all’autorità ecclesiastica il potere di controllo, con eccezione di Venezia, dove per imprimere un libro bisognava avere una licenza di stampa, già dal 1527.
Ancora nei paesi tedeschi, durante la fratricida guerra dei contadini, centinaia di biblioteche furono messe al rogo da truppe analfabete che desideravano semplicemente saccheggiare e distruggere quei documenti dove erano registrati i loro debiti. Roccaforti e monasteri furono assaliti, devastati, bruciati e con essi tutto quanto contenevano. Per esempio a Maihingen, tre falò di migliaia di libri fanno l’allegria degli insorti, così come a Bamberg, a Wettenhausen e tante altre cittadine. Contadini illetterati presi dalla rabbia e dalla furia contro i loro padroni feudali, contadini che Lutero appoggerà in un primo momento e se ne distaccherà dopo, inveendo addirittura contro la loro malvagità.
In Spagna, lo stesso Stato controllava effettivamente la pubblicazione di tutti i libri, grazie all’Inquisizione. Ferdinando d’Aragona (1452-1516) e Isabella di Castiglia (1451-1504), nel 1502, istituiscono la censura regia, nessuno poteva pubblicare senza la loro autorizzazione, il controllo sarà severissimo e si potevano divulgare solo opere riportanti l’Imprimatur. La reazione è immediata, i librari che avevano una buona scorta di libri da vendere si vedono costretti o a darli clandestinamente o venderli nei Paesi in cui l’Indice non viene seguito. Una bizzarra legge, nella seconda metà del 1500, invitava gli studenti e professori che frequentavano all’estero di ritornare in patria e presentarsi davanti al Sant’Ufficio per sostenere un esame. Gli si faceva vieto portare libri, leggere in lingue che non fosse lo spagnolo. Sempre in quegli anni, le navi che attraccavano nei porti del regno spagnolo erano sottoposte a perquisizione prima ancora di essere sdoganate. Si vietava categoricamente la circolazione delle opere di Calvino, Lutero, Zwingli, del Talmud e del Corano, oltre che di libri che analizzavano la magia e materie correlate.
In Francia, Francesco I (1494-1547), nel 1521, tramite il Parlamento di Parigi, proibisce agli stampatori pubblicare testi sulla fede cristiana senza essere prima esaminati dalla Facoltà di teologia della Sorbona. Poi, tra il 1544 e il 1556, la Sorbona compilerà sei cataloghi di libri vietati, includendo perfino Gargantua e Pantagruel di Rabelais, ritenendolo poco morale. Nel 1563 il sovrano Carlo IX (1550-1574) intervenne con un a legge con cui si accordava la pubblicazione solo dietro suo consenso. Più grave divenne il caso con Colbert, intorno la seconda metà del 1600, quando questi limitò finanche il numero dei librai da 72 a 35, creando addirittura una forza pubblica all’uopo. Fatta la legge, trovato l’inganno, si dice usualmente. Ebbene tanti tipografi si rifugiarono nelle città di confine per continuare la loro attività e fra questi gli illuministi che stamperanno i loro pamphlet, i loro fogli, i loro opuscoli.
Non solo la Chiesa cattolica proibiva certi libri, ma anche i Riformatori asserivano che non tutto il popolo era preparato a leggere qualunque cosa, per cui bisognava verificare la produzione e la diffusione delle opere. A Ginevra, dove operava Calvino, la censura arriverà nel 1539 e da questi sostenuta. In fin dei conti, sia dall’una che dall’altra parte bisognava influenzare la massa, in quanto una massa intelligente, colta, critica è un focolaio di ribellione, ribellione contro un dato status quo. In Germania, a Ulm, nel 1523-’24, così come a Ratisbona nel 1535, le autorità proibirono discutere in pubblico le idee luterane, pensando che le interpretazioni andassero oltre ciò che queste desideravano dire.
Nel 1559, dunque, papa Paolo IV dava l’avvio al primo Index librorum prohibitorum, ovvero il primo Indice con il quale si elencavano ben 3.000 testi ritenuti non idonei al buon cattolico. Sarà ripubblicato per ben 32 volte, aggiornandolo sino al 1948, poi nel 1966 la Chiesa lo soppresse. L’Indice fu riconosciuto in Italia, in Portogallo, nei Paesi Bassi spagnoli, ma non in Francia, mentre la Spagna, come abbiamo detto, seguiva un Indice proprio, autonomo da quello romano e subordinato alla corona.
Fra la fine del ‘500 e per quasi tutto il ‘600, i controlli ecclesiastici furono più o meno risoluti, riuscendo, in un certo qual modo, a influire sull’editoria, in particolar forma in Italia e in Spagna, paesi tradizionalmente cattolici e legati alla Chiesa. E proprio nel 1570 a Venezia, per esempio, la Repubblica diede autorizzazione all’Inquisizione di compiere visite a sorpresa per scovare libri proibiti presso i depositi dove si tenevano i libri pronti alla vendita. Cosa interessante è notare come alcuni di questi magazzini siano stati dati in cessione da alcuni ordini religiosi, ordini che spesso partecipavano commercialmente alla diffusione dei volumi. Qualche anno prima, 1565, l’arcivescovo Leonardo Marini da Roma scriveva al popolo di Lanciano, città dove si svolgeva una ben nota fiera libraria: (…) Darò ancora ordine all’istesso Vicario che riveda i libri che si portano alle fiere, e che si pigli tutti i proibiti, acciò non si vendano, né spargano per il Regno.
Gli stampatori reagirono male, i libri non si vendevano, l’Indice cambiava spesso, nessuno voleva rischiare, per cui l’unica scelta da fare era quella di dare alla luce opere che la Chiesa accordava, libri religiosi che avevano un ampio mercato ed evitava loro mal di testa. L’editore veneziano Gabriele Giolito (1508-1578) capì che codesta era la strada da intraprendere, e ben presto lo seguiranno vari suoi colleghi, si era già nella seconda metà del 1500.
La Chiesa farà di certi libri una sorta di demone, demone da evitare, condannare, demone che bisognava mettere al rogo. E fu tanta la paura inferita nel cattolico che costui doveva fare attenzione a ciò che leggeva e se avesse posseduto libri, era un possibile sospettoso da parte degli inquisitori.
Ma l’avversione ai libri non era solo in Europa occidentale. Solimano il Magnifico (1494-1566), nella sua avanzata verso Vienna, conquistata Buda e Pest nel 1526, ordina l’incendio della città, che con essa vanno al rogo migliaia di testi di una delle prime grandi biblioteche umanistiche d’Europa, quella del re di Ungheria Mattia Corvino, amante delle lettere e delle arti. La sua biblioteca, la più dotata dopo quella Vaticana, era stata rifornita da agenti che operavano un po’ ovunque in Europa, raccogliendo circa tremila volumi, tutti impreziositi da famosi amanuensi e riprodotti in modo magistrale, alcuni addirittura datavano prima del 1470. Si crede che solo un decimo dei 2-2500 libri si salvò.
L’anno dopo, quel fatidico maggio del 1527, quando le truppe lanzichenecche di Carlo V (1500-1558) entrarono a Roma, libri, manoscritti, documenti, ricoprivano le strade della città pontificia: la cultura buttata a terra! Si narra che tante pallottole furono fatte fondendo i sigilli di piombo delle bolle papali.
Se da una parte le censure e i roghi frenarono in un certo qual modo la produzione di libri, dall’altra parte scatenarono la corsa al libro vietato, al libro illegale. Le tipografie si adeguarono ai tempi, alcune di loro emigrando verso territori in cui i controlli erano minori, altre si dedicarono a editare testi religiosi o consentiti dalla legge. Altre ancora si diedero alla clandestinità, clandestinità che vedrà fiorire a partire dal 1500 un economicamente ricco mercato. Cosicché, i librai che desideravano dare alla luce opere censurate adottarono la stampa alla macchia, appunto per evitare di essere perseguiti. Falsi luoghi di pubblicazione, false date, frontespizi semplici ed essenziali, niente marca, niente nome dello stampatore: elementi caratteristici di un libro nascosto. Si sviluppavano oltre che in luoghi remoti, anche in cittadine lontane dai centri di potere, in Olanda, a Ginevra, nel principato di Neuchâtel, ma anche a Napoli, a Venezia, dove la stampa alla macchia, col passare degli anni, costituirà addirittura il 40% del mercato librario, per esempio a Roma. In Inghilterra, a fine XVI secolo, lo stampatore John Charlewood ricavò ampi profitti in una attività clandestina che stampava libri in lingue straniere che poi spediva in Europa.
Dicevamo di Napoli, dove le opere illegali erano stampate in una quantità enorme. Ciò era dovuto all’incertezza riguardo chi doveva controllare. Epica è la storia di Lorenzo Ciccarelli, nel XVIII sec., che avrebbe arredato la sua casa per dare vita a una tipografia degna di nota. Da là usciranno i libri inquisiti di Boccaccio, Galileo Galilei, e perfino del cappellano maggiore Celestino Galliani, nome legato alla censura. Napoli sarà città florida in tal senso, sarà punto di riferimento anche per la Rivoluzione francese, sarà porto d’esportazione per opere censurate. Si giunse al punto che l’affare economico era così grande che gli stessi censori chiuderanno un occhio per consentire la pubblicazione di certi libri molto richiesti. Secondo il de Santillana, preti, monaci, persino prelati, fanno a gara tra loro per accaparrarsi copie del Dialogo al mercato nero […] il prezzo del libro al mercato nero sale dall’originale mezzo scudo a quattro e sei scudi in tutt’Italia. Libri proibiti erano anche quelli erotici, che avevano un commercio illegale davvero unico e sviluppato. Robert Darnton in una sua investigazione presso la Société Typographique de Neuchâtel in Svizzera ha calcolato che su 457 titoli ordinati dai librai il 21 per cento erano proprio pornografici.








