Oct 222014
 

La quantità di volumi sulla Rivoluzione industriale del Settecento è di tale mole che proporne solo tre si farebbe cosa poco giusta per quelli non segnalati e che hanno un valore indiscutibile, cosicché, dolente, mi limiterò a proporne tre lasciando idea per futuri approfondimenti.

Eventi, quei fatti del XVIII secolo (»»qua), che hanno segnato l’inizio della nostra era meccanica e tecnologica, un continuum storico che ci porta dalle ricerche scientifiche del Seicento alla macchina a vapore modificata da James Watt, proseguendo con i progressi dell’Ottocento e Novecento, il tutto collegato da un filo conduttore, da quella passione per la ricerca che caratterizza il miglioramento dell’esistenza dell’uomo.

Arnold Toynbee, La rivoluzione industriale

Ebbene, partiamo da un uomo che ha vissuto in pieno l’Ottocento, Arnold Toynbee con il suo La rivoluzione industriale, un testo che ci presenta l’analisi di uno storico economista deceduto all’età di appena 30 anni (1852-1883), un modo per affacciarsi ai profondi cambi che interessarono la società inglese.

L’essenza della rivoluzione industriale è la sostituzione della concorrenza alle norme medievali che in precedenza avevano regolamentato la produzione e la distribuzione della ricchezza… “

scriverà Toynbee.

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Joel Mokyr, Leggere la rivoluzione industriale

Ma che cosa fu realmente la Rivoluzione industriale?

”… fu in primo luogo un’età caratterizzata da una tecnologia di produzione in rapido mutamento alimentata dall’attività tecnologica… ”

ci dice Joel Mokyr ne Leggere la rivoluzione industriale. Libro da tenere sottomano per entrare nelle dinamiche di una realtà che iniziava a mutare cammino, una realtà di cui la storiografia si è occupata in modo ampio e dettagliato, esaminando fattori geografici, creatività, dando peso ai giochi istituzionali, agli aspetti economici e scientifici, fra l’altro.

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Thomas S. Ashton, La rivoluzione industriale 1760-1830

Sebbene datato, il volume di Thomas S. Ashton, La rivoluzione industriale, è uno di quei volumi che permette capire, anche ma non solo, i mutevoli percorsi storiografici avvenuti nel trascorso di questi ultimi due secoli. Un’opera ricca di riferimenti storici che prendendo il via da analisi pre-rivoluzionarie (settore tessile, metallurgico e carbone), passando per le innovazioni tecniche, si occupa del capitale, del lavoro e delle varie conclusioni che se ne possono trarre.

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Feb 012014
 
Il villaggio inglese di Coalbrookdale, culla dell'industria mineraria e metallurgica della prima rivoluzione industriale, nel Shropshire in una tela del 1801 di Philip James de Loutherbourg.

Il villaggio inglese di Coalbrookdale, culla dell’industria mineraria e metallurgica della prima rivoluzione industriale, nel Shropshire, in una tela del 1801 di Philip James de Loutherbourg.

La storia sembra accelerare il passo fra la metà e la fine del Settecento, un secolo che vide, fra l’altro, idee concretizzarsi, progetti prendere forma, scoperte e innovazioni migliorare un passato che oramai si spingeva su binari che lo avrebbero mutato strutturalmente in buona parte.

Lo sviluppo delle scienze del secolo anteriore aveva gettato le basi affinché ci fosse un passaggio da un’economia principalmente agricola, a un’economia che volgeva la vista verso una proto-industrializzazione avanzata. Le ottimizzazioni erano più veloci che nei secoli precedenti, ottimizzazioni che meccanizzarono sempre più il lavoro, preparando lo sviluppo del capitalismo e le sue conseguenze.

E, in un certo qual modo, possiamo affermare essere noi figli di quel secolo, di quei giochi economici che, poco a poco, hanno portato alla nascita della tecnologia come la concepiamo oggi, una tecnologia che globalizza oramai il nostro presente.

Vediamo di seguito una serie di articoli che ci trasportano nell’epoca in questione:

L’Inghilterra e la Rivoluzione industriale
La rivoluzione industriale e la Gran Bretagna del XVIII secolo
Sulla Rivoluzione industriale del XVIII sec.
La rivoluzione industriale vista da Toynbee
La giornata lavorativa nel Settecento
Londra nel XVIII secolo
Prima Rivoluzione industriale, video

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Aug 232012
 

I processi industriali portarono una maggiore produzione di beni, una certa materialità che investirà inizialmente la Gran Bretagna di metà-fine XVIII sec. e poi, poco a poco, tutta l’Europa e l’Occidente, per conquistare l’intero pianeta, un processo che perdura ancora oggi, a tal punto da poter affermare essere figli della Rivoluzione industriale.

Se prima un dato bene di lusso era venduto a un prezzo cui potevano permetterselo solo poche persone, la meccanizzazione del lavoro favorì un abbassamento dei costi di produzione e una conseguente accessibilità da parte della massa: stoffe, vestiti, cappelli, guanti, bicchieri, piatti, suppellettili per la casa talvolta superflui, libri, mobili e, col passare dei decenni, perfino abitazioni case appartamenti, via dicendo.

La Rivoluzione industriale aveva consentito ai meno abbienti, che si affacciavano e salivano i gradini della moderna scena sociale, acquistare oggetti prima destinati ai nobili ai borghesi ai ricchi.

Cambiavano i modi di avvicinarsi alla materialità, cambiavano le classi sociali, cambiava pertanto la mentalità, un percorso che, grazie allo sviluppo meccanico, aveva dato l’avvio al nostro mondo contemporaneo.

L’epoca georgiana, quella che vide i vari Giorgio della Casa di Hannover, dal I al IV, sul trono inglese, è usualmente definita da alcuni storici come “age of manufactury”, età della manifattura, quando cioè uomini e donne britannici hanno avuto possibilità di possedere merci in quantità maggiore che in precedenza.

Sovrani, gli Hannover, che sebbene si interessassero poco delle faccende statali – qualcuno di loro non parlava addirittura l’inglese -, avevano permesso governare, in un modo o nell’altro, i loro ministri, favorendo, direttamente o indirettamente, un cambio anche artistico architettonico culturale sociale, un’evoluzione che portò alla costruzione del British Museum nel 1753, aperto al pubblico dal 1759, del Westminster Bridge nel 1750, del Royal Crescent a Bath, che favorì lo sviluppo di intellettuali del calibro di John Keats, di Lord Byron, di pittori come William Turner, John Constable, e tanti altri.

A questi pochi accenni, seguono alcune immagini per illustrare visivamente l’epoca in questione.

Negozio di vetri e cristalli, Messrs. Pellatt and Green, Londra, 1809

Negozio di vetri e cristalli, Messrs. Pellatt and Green, Londra, 1809

Migliorando le vie di comunicazione, crescendo di numero la popolazione cittadina e di conseguenza trasformando l’organizzazione della città, le vetrine diventarono occasione per comunicare e mostrare i più disparati prodotti, andare per strade, come per l’allora esclusiva Pall Mall o per Haymarket, per negozi a comprare o solo guardare, era oramai una parte imprescindibile dell’attività quotidiana.

L’immagine rappresenta il negozio Pellat and Green di Londra (1809), in cui si lavorava il cristallo, punto di ritrovo per rifarsi la vista e portarsi a casa un buon prodotto.

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Negozio di tele, Londra, 1809

Negozio di tele, Londra, 1809

Altra conseguenza della Rivoluzione industriale fu quella di poter disporre sempre più di tele stoffe tessuti di varia consistenza e stampo, con cui chiunque, secondo la propria disponibilità economica, poteva confezionarsi un vestito – ricordiamo la diffusione delle sartorie delle modisterie delle case di moda.

E allora cosa c’era di più appagante che visitare botteghe piene di materiale tessile e scegliere comodamente il proprio panno!

Ma non solo nelle zone eleganti nascevano tali negozi, quartieri poveri mostravano decine e decine di locali, competendo l’uno con l’altro, pronti ad attirare l’attenzione del passante e indurlo a entrare.

Nascevano mercatini rionali e si moltiplicavano i venditori ambulanti che offrivano, oltre a frutta verdura dolci pesce, i più diversi oggetti: strade vie piazze vicoli diventavano luoghi di frenetiche attività.

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Libreria Messrs. Lackington, Allen & Co., Londra,1809

Libreria Messrs. Lackington, Allen & Co., Londra,1809

I caratteri mobili gutenberghiani di metà XV secolo avevano permesso lo sviluppo della stampa attraverso i torchi e il conseguente aumento del numero di libri pubblicati e la relativa crescita della tiratura. Il XIX secolo fu un periodo in cui le pubblicazioni conobbero una certa diffusione che, al tempo, potremmo dire capillare, libri di viaggio, di scienza, economia, riviste quotidiani opuscoli foglietti etc., raggiunsero le parti più recondite del regno.

Visitare, pur solo curiosando, una libreria, era così modo per entrare in contatto con le opere di nuovi e vecchi autori, per essere aggiornati delle ultime pubblicazioni, per scambiare punti di vista e opinioni.

James Lackington (1747-1815), figlio di un calzolaio, passò dall’essere povero a ricco grazie ai libri, offrendo volumi a buon prezzo, comprando quelli vecchi e usati, spesso intere librerie, e proponendoli in modo vantaggioso per tutti, pensando che erano, i libri, la chiave della conoscenza, della ragione, della felicità e che tutti, indipendentemente dalla loro situazione economica, classe sociale o sesso, avessero il diritto di accedere a loro.

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Ubriachi e libertini in una taverna di Londra, William Hogarth, 1733

Ubriachi e libertini in una taverna di Londra, William Hogarth, 1733

Ma non tutto era color rosa, problemi, ribellioni, avversità, si propagavano per il regno britannico e la nuova società. Del decadimento dei valori comunitari e sociali se ne fece carico un pittore, William Hogarth (1697-1764), rappresentando, nelle sue tele, una serie di scene che immortalavano una morale che iniziava a prendere ben altre vie lontane dalla rettitudine. Libertini e prostitute erano, per esempio, due soggetti cui usualmente dedicava il suo pennello, così come la decadenza della nobiltà. Una satira ben precisa e dettagliata che rappresentava un’espressione dell’epoca georgiana

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Apr 252012
 

Il caos e la frenesia di una città di notte, da Hogarth, 1738

Che cosa offriva la capitale inglese nel secolo in questione?

Caos, migrazione, strade affollate, fumo, smog, euforia, stupore, alcuni dei tanti aggettivi che potrebbero esserci utili per identificare Londra nel XVIII secolo, un secolo che porta già nei primi decenni i germi della rivoluzione industriale, degli imminenti cambi che percorreranno l’Europa intera.

Proprio in quegli anni la popolazione della Gran Bretagna, lo abbiamo accennato »»qua, cresce in modo davvero rapido, passerà da poco più di 5 milioni nei primi del ‘700 a circa 9 entro fine secolo. Crescita dovuta, fra le altre cose, a un miglior benessere rispetto al secolo anteriore, a una minore mortalità infantile, a un certo incremento economico.

Persone che dalle zone rurali irlandesi, scozzesi, gallesi “invaderanno” non solo Londra, ma anche altre città di una certa importanza, alla ricerca di lavoro e migliori condizioni di vita. Giovani che si impiegheranno come apprendisti, aiuto bottegai, nelle nuove fabbriche, donne contrattate, fra le altre attività, come aiutanti nelle case dei nuovi ricchi.

E non solo la capitale sarà testimone di una rapida crescita, anche città del nord come Manchester e Leeds, dove si apriranno nuove fabbriche, dove migliaia di persone si sposteranno a partire dalla seconda metà del ‘700. La struttura sociale ed economica dell’isola cambierà palesemente.

Londra, che agli inizi del XIX secolo conta già un milione di persone, circa un decimo della popolazione di tutta la Gran Bretagna, inizierà a modernizzarsi, teatri, pensioni, attrazioni, negozi con l’ultima moda, luoghi per divertimento. Le vie saranno affollate da gente che va e viene, che compra, che contratta, che beve e che mangia, che chiede l’elemosina, strade dove scarrozzano nobili e nuovi possessori di capitali che metteranno in moto l’economia come non prima.

La folla invaderà però quelle strade e stradine che erano rimaste tali da decenni, dal Medioevo, piccole, strette, buie, che si congestioneranno non appena due o più veicoli trainati da cavalli si incroceranno, magari percorse anche da venditori ambulanti, o che saranno impraticabili d’inverno per la pioggia e il conseguente fango, o per la polvere causata dal caldo estivo.

Londra, sebbene viva e palpitante, poteva apparire ai viaggiatori inquinata, con smog, con alcune vie e viuzze sporche all’estremo, a tal punto che si racconta che certe lettere inviate dalla capitale avevano un odore a “fuliggine”. E non dimentichiamo i fiumi, spesso maleodoranti e pieni di sporcizia, così come le fogne a cielo aperto, così come i rifiuti delle attività economiche giornaliere, dei macellai, dei verdurai, degli animali, e via dicendo.
 Solo verso la fine del secolo in questione, si cercherà di rimediare: pavimentazione e migliore drenaggio delle strade (1760), pulizia delle stesse, rimozione insegne pericolose, illuminazione con lampade a olio, maggior sicurezza urbana.

Il XIX secolo vedrà, però, Londra come una delle città più desiderate d’Europa.

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May 102011
 

La spinning jenny impiegata nelle fabbriche tessili

La Rivoluzione industriale del XVIII secolo caratterizzò un’epoca, un determinato momento storico, influì non solo nel campo economico e tecnologico, ma perfino nella società, nei costumi, nella cultura, nella religione, interessò dapprima l’isola inglese e dopo, con il passare del tempo, l’Europa e l’America, per seguire con il mondo intero.

Ricercarne le cause è materia difficile, giacché non fu una sola, né due, né tre, furono un insieme di congiunture che fertilizzarono un terreno che si andava preparando già dalla guerra civile inglese o addirittura ancora prima.

Alla domanda perché la rivoluzione industriale non avvenne prima, si possono dare molte risposte. Nella prima metà del secolo XVIII l’ingegno e l’inventiva abbondarono, ma occorse del tempo perché dessero i loro frutti. Alcune delle prime invenzioni fallirono perché l’idea non era ancora perfetta, altre perché non era disponibile il materiale adatto, per mancanza di qualificazione o adattabilità da parte dei lavoratori, o per la resistenza della società ai mutamenti. L’industria dovette attendere che il capitale affluisse in quantità sufficiente e a un costo abbastanza basso perché fosse possibile costruire grandi edifici e attrezzature. Dovette attendere fino a quando l’idea di progresso – come ideale e come realtà attiva nel corpo sociale – si diffondesse dalla mente di pochi a quella della maggioranza.” (1)

Ingegno, inventiva, scoperte, esplorazioni di nuove risorse, miglioramenti che proprio dalla seconda metà del Settecento si palesarono maggiormente, infatti:

Lo sviluppo dell’invenzione si rispecchia nei registri dei Commissari ai brevetti. Prima del 1760 il numero dei brevetti concessi annualmente superava di rado la dozzina, ma nel 1766 salì improvvisamente a 31 e nel 1769 a 36. Per alcuni anni la media rimase al di sotto di tale cifra, ma nel 1783 ci fu un improvviso balzo a 64. In seguito il numero diminuì, finché nel 1792 con un altro balzo salì a 85. Si mantenne poi attorno a una media di 67 durante gli otto anni successivi, ma col 1798 iniziò un movimento ascensionale che lo portò a una punta di 107 nel 1802. “ (2)

Il denaro a basso costo, i risparmi, un’economia che si espandeva verso nuovi mercati e classi sociali, imprenditori pronti a sperimentare ed escogitare nuove possibilità produttive, e via dicendo, favorirono quello sviluppo economico che permisero alle invenzioni essere messe in pratica.

Quando il denaro era a buon mercato e le prospettive di guadagno apparivano elevate, gli imprenditori assumevano manodopera per creare impianti industriali o accumulare stocks di materiale; e poiché le persone occupate in questi lavori si trovavano a disporre di maggiori redditi da spendere, anche le ditte che producevano beni di consumo partecipavano alla prosperità. Dopo qualche tempo però l’accresciuta domanda di denaro faceva salire il saggio d’interesse: le prospettive di guadagno si riducevano e gli investimenti si arrestavano.” (3)

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– 1. T. S. Ashton, La rivoluzione industriale, 1760-1830, Laterza, Bari-Roma, 2006, pag. 63.
– 2. op. cit. pag. 97.
– 3. op. cit. pag. 154.

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Oct 012010
 

Sebbene il contesto variasse da mestiere a mestiere, da luogo a luogo, la giornata lavorativa nel Settecento europeo era dura e lunga, non priva di pericoli e orari massacranti.

Nelle botteghe artigiane, così come negli stabilimenti, si lavorava dalle 14 alle 16 ore, con punte anche di 18 ore, e la stessa situazione si poteva trovare anche nei lavori a domicilio. Normalmente si iniziava poco prima dell’alba per terminare al tramonto, con un paio di ore di riposo per il pranzo o per rifocillarsi, pagati, gli operai, spesso e volentieri con una parte in natura e una parte in moneta, o con vitto e alloggio o solo alloggio, in un’epoca, il Settecento, in cui il costo della vita era in continuo aumento, insieme a una rapida crescita demografica.

All’Arsenale di Venezia, per esempio, si entrava un’ora dopo il sorgere del sole e si usciva a mezzanotte, con due pause una alle nove e una a mezzogiorno. Privilegiati erano invece i lavoratori delle vetrerie di Murano che lavoravano solo dodici ore. Il tutto con le dovute eccezioni, poiché spesso e volentieri si era vincolati a rimanere fino alle due di notte.

Eccezione, pare, faceva la Spagna, dove era di norma affaticarsi per sei ore, sette nelle manifatture di Barcellona nel 1786. Ed era tale la faccenda che diversi viaggiatori inglesi criticavano il precario momento economico del paese iberico poco propenso ad adattarsi al ritmo degli altri. Mentre in Francia, i rilegatori di libri reclamavano, con uno sciopero nel 1776, la riduzione della giornata lavorativa da 16 a 14 ore, così come i lavoratori edili che qualche anno dopo, 1780, diedero vita a una serie di agitazioni.

Oltre al severo orario di lavoro, vigeva anche una rigida disciplina, si pensi solo che nella manifattura reale del faubourg di Saint-Antoine, a Parigi, si era obbligati a faticare condizionati da severi sorveglianti che punivano ogni minima trasgressione. Fra le tante regole, alloggiati e mantenuti a spese della compagnia, gli operai – 500 intorno al 1770 -, dovevano rientrare a orari stabiliti e non potevano allontanarsi più di una lega.

Donne e bambini erano trattati ancor peggio degli uomini, sia dal punto di vista remunerativo che dal punto di vista sociale. Le donne, anche quelle che producevano a casa, erano forzate, per l’immensa quantità di lavoro, a fare tardi la notte e alzarsi presto la mattina, aiutati dai figli fin da piccoli, tutto per garantirsi la sussistenza diaria.

Questione non certo gradevole. E sembra avesse le idee chiare Bernard Mandeville (1670-1733) quando ai primi del XVIII sec. nel suo La favola delle api annotava seppur satiricamente le sue impressioni:

Affinché la società sia felice e la gente si senta comoda sotto le peggiori circostanze, è necessario che un gran numero di persone siano ignoranti oltre che povere. La conoscenza aumenta e moltiplica i nostri desideri… Il benessere e la felicità di tutti gli Stati e Regni, per conseguenza, richiedono che la conoscenza dei poveri che lavorano si trovi chiusa dentro i limiti delle sue occupazioni e mai vada oltre (in ciò che si riferisce alle cose visibili) a ciò che è in relazione con la sua vocazione. Quanto più saprà del mondo un pastore, un agricoltore o qualunque altro contadino, così come delle cose che sono estranee al suo lavoro o impiego, meno portato sarà ad attraversare le fatiche e le penalità del medesimo con allegria e contentezza.” (1)

A Londra, i fanciulli di appena cinque anni erano costretti a pulire i camini, con conseguenze disastrose per la loro salute. Solo nel 1788 si preparò una legge che tentava garantire il loro benessere, ma non era facile in un Paese, l’Inghilterra, che entrava a passi accelerati nella Rivoluzione industriale, necessitando braccia e forza di lavoro.

Gli orfanotrofi erano particolarmente frequentati da chi richiedeva manodopera a pochissimo prezzo e, una volta a carico del padrone, il ragazzo rimaneva legato a questi fino all’età di 24 anni, 21 con un provvedimento del 1767, una sorta di “schiavitù legale”.

Certi sovrani detti illuminati, Maria Teresa d’Austria, Federico II di Prussia, così come scrittori di una certa fama, erano favorevoli al lavoro infantile, che, dicevano, abituava alla disciplina, all’ordine, evitava l’ozio e favoriva lo sviluppo economico, uno sviluppo che adesso entrava a far parte della vita quotidiana di tutti, nessuno escluso, entrava, sembra quasi a tappe forzate, in un tipo di mentalità che volgerà l’occidente definitivamente verso una sempre maggiore e imprescindibile industrializzazione.

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-1. Bernard Mandeville, The fable of bees, Harmondsworth, 1970, pag. 334.

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Apr 052010
 

Jan Brueghel il Vecchio, Paesaggio con viaggiatori, 1610 ca.

Il Settecento fu punto di svolta nelle comunicazioni, secolo che vedrà la nascita, grazie alla Rivoluzione industriale, di nuovi modi e mezzi di trasporto, di comunicazione.

Ma com’era la situazione prima? Analizziamo brevemente il periodo e affidiamoci ai quadri di Jan Brueghel (1568-1625), pittore olandese che dipingerà con dettagli e particolari la sua epoca.

Strade con pozzanghere, cavalli infangati, stivali che affondano nella melma fino al ginocchio, carri trainati a fatica da buoi in vie di comunicazioni del tutto precarie, gente che si sposta e cammina usualmente a piedi. Viaggiare nel ‘600 non era certamente facile, al punto tale che spesso si attraversavano campi arati e seminati per accorciare un tragitto lungo e tortuoso senza rendersi conto che magari il grano era già germogliato o si faceva danno al raccolto.

Situazione che appesantiva lo scambio commerciale e non facilitava di sicuro l’economia. Solo le prime strade lastricate, le prime ferrovie, le navi a vapore inaugureranno la vera svolta tecnologica: mezzi che permetteranno ai mercati svilupparsi in un modo diverso, più rapido, su scala quasi mondiale.

Jan Brueghel il Vecchio, Paesaggio, 1603

Jan Brueghel il Vecchio, Paesaggio, 1603.

Seguiamo però parlando dei dintorni del XVIII secolo, prima di quei progressi.

Raccontava Pierre Lescalopier (1574) che per raggiungere Istanbul attraversando i Balcani era meglio camminare da mattina a sera e, al tramonto del sole, fermarsi in un caravanserraglio a riposare e passare la notte, evitando sia affaticare gli animali sia spiacevoli incontri notturni. Importanti dunque questi ricoveri, queste stazioni di posta che, in certi paesi e città, disponevano perfino di cambi di cavalli o affittarne addirittura qualcuno.

Ricchi e poveri [vi] albergano in mancanza di meglio; sono come grandi fienili, dove si riceve luce da feritoie, al posto delle finestre” (1).

E la cosa resterà uguale anche nel secolo da noi preso in considerazione, quando intorno al 1693 un viaggiatore napoletano scriveva:

non sono altro […] che lunghe scuderie dove i cavalli occupano il mezzo, mentre i lati restano per i padroni” (2).

Strade poco comode, velocità limitata, pericoli costanti, alcune delle caratteristiche del tempo, eppure, malgrado tutto ciò, le grandi città erano più o meno rifornite con una certa costanza.

Anche l’acqua, con i suoi fiumi, i suoi canali, i suoi mari, sarà importante per sostenere un commercio che premeva le frontiere per universalizzarsi. Dove c’era acqua potevano esserci mercati, paesini e villaggi pronti a ricevere l’ospite o la mercanzia. La Senna, la Loira, il Reno, il Po, l’Adige, l’Ebro, il Danubio e via dicendo erano percorsi utilizzati ampiamente sin dall’antichità, erano vie di comunicazioni di rilievo, anche se talvolta più lente rispetto a quelle terrestri. Per non dimenticare il Mediterraneo e poi l’Atlantico, mari e oceani che invoglieranno il commercio e lo spostamento di popolazioni. Città come Venezia, Parigi, Siviglia, Toledo, Londra, saranno impensabili senza un fiume che li rifornirà di prodotti. Su piatti battelli che scenderanno l’Ebro da Tudela a Tortosa e poi fino al mare, si trasporteranno balle, polvere, granate, munizioni che si fabbricavano in Navarra, evitando il famoso Salto di Flix, dove le merci venivano scaricare e ricaricate poco più avanti.

Jan Brueghel il Vecchio, Paesaggio con riva, 1607.

Jan Brueghel il Vecchio, Paesaggio con riva, 1607. 

I trasporti in generale avevano una grossa incidenza sul prezzo finale e, sebbene variasse da regione a regione e da città a città, si poteva calcolare fra un 10% e un 12%, con punte anche del 20%, con particolari eccezioni:

Nel Seicento bisogna «pagare da cento a duecento lire per far portare da Beaune a Parigi una queue di vino, che spesso non vale più di una quarantina di lire»”. (3)

Il passare degli anni e dei secoli permetterà agevolare le comunicazioni: i cavalli si moltiplicheranno, i tiri saranno a sei, a otto, per favorire il trasporto di carri più pesanti; i cambi forniranno animali sempre freschi per evitare di fermarsi e farli riposare; le strade, poco a poco, saranno migliorate e rese più sicure. Non di meno saranno le vie fluviali dove il carbone farà la sua entrata favorendo una maggiore velocità.

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1. Voyage faict par moy Pierre Lescalopier, pubblicato parzialmente da E. Cléray, in “Revue d’histoire diplomatique”, 1921, pag. 28.
2. Gemelli Careri, Voyage di tour du monde, 1727, I, pag. 256.
3. Fernad Braudel, Civiltà materiale, economia e capitalismo, Le strutture del quotidiano (secoli XV-XVIII), Einaudi, 2009, pag. 393.

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Dec 052009
 

Boton quiz

1. Con la Rivoluzione industriale del XVIII sec. si iniziò a cambiare il processo produttivo: vero o falso?
2. In che anno fu inaugurata la prima linea ferroviaria inglese che univa due città di un certo rilievo?
3. La borghesia inglese era poco aperta ai nuovi sistemi tecnologici: vero o falso?
4. Che cos’era la rotazione quadriennale nel campo agricolo?
5. Fu grazie allo sviluppo scientifico del XVII sec. che si migliorarono e prepararono nuove invenzioni: vero o falso?
6. Come operò lo stato inglese?
7. In che anno James Watt perfezionò la macchina a vapore?

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Articoli che potrebbero aiutare:

Tre personaggi della Rivoluzione industriale, immagini.
Due macchine della Rivoluzione industriale, immagini.
L’Inghilterra e la Rivoluzione industriale.
La rivoluzione industriale e la Gran Bretagna del XVIII secolo.
La Rivoluzione industriale vista da Toynbee.

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Un telaio di J. Jacquard, primissimi del 1800

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Risposte:

1. Vero, entrò in scena la meccanizzazione del lavoro.
2. Nel 1830, collegando due città, Manchester e Liverpool.
3. Falso. Fu proprio la loro apertura uno dei motivi (certamente né l’unico né il principale) a permettere un certo sviluppo industriale.
4. Una parte del terreno doveva essere destinata alle coltivazioni di leguminose che servivano per l’allevamento del bestiame.
5. Vero. La scienza contribuì non poco al processo di miglioramento delle macchine e all’invenzione di nuove.
6. Lo stato inglese intervenne nell’industria favorendo il libero commercio sia dei beni lavorati che dei capitali, oltre a permettere la libertà di movimento dei lavoratori.
7. Nel 1769, apportando modifiche a quella di Thomas Newcomen.

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Jun 132009
 

Tre dei tanti personaggi che hanno contribuito a rendere meno pesante il lavoro non solo della loro epoca, ma anche di quella a venire. Un’epoca, la Rivoluzione industriale del Settecento, che aprirà le porte alla meccanizzazione dell’industria, che porterà a una trasformazione che superava i confini del lavoro fisico ed entrava nella politica, nella società, nella religione, nella cultura, nell’immaginario popolare. Personaggi insomma che, forse inconsciamente, hanno permesso l’evoluzione del continuum storico che porta all’oggi.

 James Watt

James Watt (1736-1819), matematico e ingegnere scozzese, modificando la macchina a vapore di Newcomen, la rese ben quattro volte superiore a quella precedente. Watt dà anche il nome alla misura di unità della potenza.

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Richard Arkwright

Richard Arkwright (1732-1792), ingegnere e imprenditore inglese semianalfabeta, inventore del filatoio idraulico, 1769, che avrebbe permesso trasformare il cotone grezzo in filo in modo più semplice, rapido, economico. Un brevetto che lo portò ad accumulare un’ingente fortuna per l’epoca.

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Joseph Marie Jacquard

Joseph Marie Jacquard (1752-1834), francese, introdusse nei primi dell’800 le schede perforate nei telai, meccanizzando ancor più la produzione e favorendo oltremisura lo sviluppo dell’industria tessile. E sebbene all’inizio rifiutato e ostacolato dai lavoratori, ben presto dimostrò essere la soluzione per favorire l’espansione del settore.

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Jun 082009
 

Un lungo processo storico portò alla Rivoluzione industriale, una maturazione che veniva forse dalle scoperte scientifiche e che interesserà, anche ma non solo, l’evoluzione degli attrezzi di produzione. Si passò in poco tempo, da una società agricola a una industriale, dove l’agricoltore, il pastore, il semplice operaio doveva trasformarsi in “esperto” di macchine, in cui il settore tessile sarà la punta diamante dell’intero sistema economico che si svilupperà.

Vediamo due delle tante innovazioni che favorirono un diverso modo di fare economia, di costruire mercanzie, in quella Rivoluzione industriale che a poco a poco avrebbe interessato, quantunque in modo diverso, l’occidente.
Diamo spazio alle immagini per meglio entrare nelle dinamiche.

Macchina a vapore: capace di convertire il calore del vapore prodotto dal riscaldamento dell'acqua in energia meccanica.

Macchina a vapore: capace di convertire il calore del vapore prodotto dal riscaldamento dell’acqua in energia meccanica.

Il telaio di Joseph Marie Jacquard (1752-1834)

Il telaio di Joseph Marie Jacquard (1752-1834)

Telaio Jacquard (fotografato a Valencia, Spagna)

Telaio Jacquard (fotografato a Valencia, Spagna)

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