Oct 222014
 

La quantità di volumi sulla Rivoluzione industriale del Settecento è di tale mole che proporne solo tre si farebbe cosa poco giusta per quelli non segnalati e che hanno un valore indiscutibile, cosicché, dolente, mi limiterò a proporne tre lasciando idea per futuri approfondimenti.

Eventi, quei fatti del XVIII secolo (»»qua), che hanno segnato l’inizio della nostra era meccanica e tecnologica, un continuum storico che ci porta dalle ricerche scientifiche del Seicento alla macchina a vapore modificata da James Watt, proseguendo con i progressi dell’Ottocento e Novecento, il tutto collegato da un filo conduttore, da quella passione per la ricerca che caratterizza il miglioramento dell’esistenza dell’uomo.

Arnold Toynbee, La rivoluzione industriale

Ebbene, partiamo da un uomo che ha vissuto in pieno l’Ottocento, Arnold Toynbee con il suo La rivoluzione industriale, un testo che ci presenta l’analisi di uno storico economista deceduto all’età di appena 30 anni (1852-1883), un modo per affacciarsi ai profondi cambi che interessarono la società inglese.

L’essenza della rivoluzione industriale è la sostituzione della concorrenza alle norme medievali che in precedenza avevano regolamentato la produzione e la distribuzione della ricchezza… “

scriverà Toynbee.

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Joel Mokyr, Leggere la rivoluzione industriale

Ma che cosa fu realmente la Rivoluzione industriale?

”… fu in primo luogo un’età caratterizzata da una tecnologia di produzione in rapido mutamento alimentata dall’attività tecnologica… ”

ci dice Joel Mokyr ne Leggere la rivoluzione industriale. Libro da tenere sottomano per entrare nelle dinamiche di una realtà che iniziava a mutare cammino, una realtà di cui la storiografia si è occupata in modo ampio e dettagliato, esaminando fattori geografici, creatività, dando peso ai giochi istituzionali, agli aspetti economici e scientifici, fra l’altro.

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Thomas S. Ashton, La rivoluzione industriale 1760-1830

Sebbene datato, il volume di Thomas S. Ashton, La rivoluzione industriale, è uno di quei volumi che permette capire, anche ma non solo, i mutevoli percorsi storiografici avvenuti nel trascorso di questi ultimi due secoli. Un’opera ricca di riferimenti storici che prendendo il via da analisi pre-rivoluzionarie (settore tessile, metallurgico e carbone), passando per le innovazioni tecniche, si occupa del capitale, del lavoro e delle varie conclusioni che se ne possono trarre.

Feb 012014
 
Il villaggio inglese di Coalbrookdale, culla dell'industria mineraria e metallurgica della prima rivoluzione industriale, nel Shropshire in una tela del 1801 di Philip James de Loutherbourg.

Il villaggio inglese di Coalbrookdale, culla dell’industria mineraria e metallurgica della prima rivoluzione industriale, nel Shropshire, in una tela del 1801 di Philip James de Loutherbourg.

La storia sembra accelerare il passo fra la metà e la fine del Settecento, un secolo che vide, fra l’altro, idee concretizzarsi, progetti prendere forma, scoperte e innovazioni migliorare un passato che oramai si spingeva su binari che lo avrebbero mutato strutturalmente in buona parte.

Lo sviluppo delle scienze del secolo anteriore aveva gettato le basi affinché ci fosse un passaggio da un’economia principalmente agricola, a un’economia che volgeva la vista verso una proto-industrializzazione avanzata. Le ottimizzazioni erano più veloci che nei secoli precedenti, ottimizzazioni che meccanizzarono sempre più il lavoro, preparando lo sviluppo del capitalismo e le sue conseguenze.

E, in un certo qual modo, possiamo affermare essere noi figli di quel secolo, di quei giochi economici che, poco a poco, hanno portato alla nascita della tecnologia come la concepiamo oggi, una tecnologia che globalizza oramai il nostro presente.

Vediamo di seguito una serie di articoli che ci trasportano nell’epoca in questione:

- L’Inghilterra e la Rivoluzione industriale
La rivoluzione industriale e la Gran Bretagna del XVIII secolo
Sulla Rivoluzione industriale del XVIII sec.
La rivoluzione industriale vista da Toynbee
La giornata lavorativa nel Settecento
Londra nel XVIII secolo
Prima Rivoluzione industriale, video

Aug 232012
 

I processi industriali portarono una maggiore produzione di beni, una certa materialità che investirà inizialmente la Gran Bretagna di metà-fine XVIII sec. e poi, poco a poco, tutta l’Europa e l’Occidente, per conquistare l’intero pianeta, un processo che perdura ancora oggi, a tal punto da poter affermare essere figli della Rivoluzione industriale.

Se prima un dato bene di lusso era venduto a un prezzo cui potevano permetterselo solo poche persone, la meccanizzazione del lavoro favorì un abbassamento dei costi di produzione e una conseguente accessibilità da parte della massa: stoffe, vestiti, cappelli, guanti, bicchieri, piatti, suppellettili per la casa talvolta superflui, libri, mobili e, col passare dei decenni, perfino abitazioni case appartamenti, via dicendo.

La Rivoluzione industriale aveva consentito ai meno abbienti, che si affacciavano e salivano i gradini della moderna scena sociale, acquistare oggetti prima destinati ai nobili ai borghesi ai ricchi.

Cambiavano i modi di avvicinarsi alla materialità, cambiavano le classi sociali, cambiava pertanto la mentalità, un percorso che, grazie allo sviluppo meccanico, aveva dato l’avvio al nostro mondo contemporaneo.

L’epoca georgiana, quella che vide i vari Giorgio della Casa di Hannover, dal I al IV, sul trono inglese, è usualmente definita da alcuni storici come “age of manufactury”, età della manifattura, quando cioè uomini e donne britannici hanno avuto possibilità di possedere merci in quantità maggiore che in precedenza.

Sovrani, gli Hannover, che sebbene si interessassero poco delle faccende statali – qualcuno di loro non parlava addirittura l’inglese -, avevano permesso governare, in un modo o nell’altro, i loro ministri, favorendo, direttamente o indirettamente, un cambio anche artistico architettonico culturale sociale, un’evoluzione che portò alla costruzione del British Museum nel 1753, aperto al pubblico dal 1759, del Westminster Bridge nel 1750, del Royal Crescent a Bath, che favorì lo sviluppo di intellettuali del calibro di John Keats, di Lord Byron, di pittori come William Turner, John Constable, e tanti altri.

A questi pochi accenni, seguono alcune immagini per illustrare visivamente l’epoca in questione.

Negozio di vetri e cristalli, Messrs. Pellatt and Green, Londra, 1809

Negozio di vetri e cristalli, Messrs. Pellatt and Green, Londra, 1809

Migliorando le vie di comunicazione, crescendo di numero la popolazione cittadina e di conseguenza trasformando l’organizzazione della città, le vetrine diventarono occasione per comunicare e mostrare i più disparati prodotti, andare per strade, come per l’allora esclusiva Pall Mall o per Haymarket, per negozi a comprare o solo guardare, era oramai una parte imprescindibile dell’attività quotidiana.

L’immagine rappresenta il negozio Pellat and Green di Londra (1809), in cui si lavorava il cristallo, punto di ritrovo per rifarsi la vista e portarsi a casa un buon prodotto.

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Negozio di tele, Londra, 1809

Negozio di tele, Londra, 1809

Altra conseguenza della Rivoluzione industriale fu quella di poter disporre sempre più di tele stoffe tessuti di varia consistenza e stampo, con cui chiunque, secondo la propria disponibilità economica, poteva confezionarsi un vestito – ricordiamo la diffusione delle sartorie delle modisterie delle case di moda.

E allora cosa c’era di più appagante che visitare botteghe piene di materiale tessile e scegliere comodamente il proprio panno!

Ma non solo nelle zone eleganti nascevano tali negozi, quartieri poveri mostravano decine e decine di locali, competendo l’uno con l’altro, pronti ad attirare l’attenzione del passante e indurlo a entrare.

Nascevano mercatini rionali e si moltiplicavano i venditori ambulanti che offrivano, oltre a frutta verdura dolci pesce, i più diversi oggetti: strade vie piazze vicoli diventavano luoghi di frenetiche attività.

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Libreria Messrs. Lackington, Allen & Co., Londra,1809

Libreria Messrs. Lackington, Allen & Co., Londra,1809

I caratteri mobili gutenberghiani di metà XV secolo avevano permesso lo sviluppo della stampa attraverso i torchi e il conseguente aumento del numero di libri pubblicati e la relativa crescita della tiratura. Il XIX secolo fu un periodo in cui le pubblicazioni conobbero una certa diffusione che, al tempo, potremmo dire capillare, libri di viaggio, di scienza, economia, riviste quotidiani opuscoli foglietti etc., raggiunsero le parti più recondite del regno.

Visitare, pur solo curiosando, una libreria, era così modo per entrare in contatto con le opere di nuovi e vecchi autori, per essere aggiornati delle ultime pubblicazioni, per scambiare punti di vista e opinioni.

James Lackington (1747-1815), figlio di un calzolaio, passò dall’essere povero a ricco grazie ai libri, offrendo volumi a buon prezzo, comprando quelli vecchi e usati, spesso intere librerie, e proponendoli in modo vantaggioso per tutti, pensando che erano, i libri, la chiave della conoscenza, della ragione, della felicità e che tutti, indipendentemente dalla loro situazione economica, classe sociale o sesso, avessero il diritto di accedere a loro.

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Ubriachi e libertini in una taverna di Londra, William Hogarth, 1733

Ubriachi e libertini in una taverna di Londra, William Hogarth, 1733

Ma non tutto era color rosa, problemi, ribellioni, avversità, si propagavano per il regno britannico e la nuova società. Del decadimento dei valori comunitari e sociali se ne fece carico un pittore, William Hogarth (1697-1764), rappresentando, nelle sue tele, una serie di scene che immortalavano una morale che iniziava a prendere ben altre vie lontane dalla rettitudine. Libertini e prostitute erano, per esempio, due soggetti cui usualmente dedicava il suo pennello, così come la decadenza della nobiltà. Una satira ben precisa e dettagliata che rappresentava un’espressione dell’epoca georgiana

Apr 252012
 

Il caos e la frenesia di una città di notte, da Hogarth, 1738

Che cosa offriva la capitale inglese nel secolo in questione?

Caos, migrazione, strade affollate, fumo, smog, euforia, stupore, alcuni dei tanti aggettivi che potrebbero esserci utili per identificare Londra nel XVIII secolo, un secolo che porta già nei primi decenni i germi della rivoluzione industriale, degli imminenti cambi che percorreranno l’Europa intera.

Proprio in quegli anni la popolazione della Gran Bretagna, lo abbiamo accennato »»qua, cresce in modo davvero rapido, passerà da poco più di 5 milioni nei primi del ‘700 a circa 9 entro fine secolo. Crescita dovuta, fra le altre cose, a un miglior benessere rispetto al secolo anteriore, a una minore mortalità infantile, a un certo incremento economico.

Persone che dalle zone rurali irlandesi, scozzesi, gallesi “invaderanno” non solo Londra, ma anche altre città di una certa importanza, alla ricerca di lavoro e migliori condizioni di vita. Giovani che si impiegheranno come apprendisti, aiuto bottegai, nelle nuove fabbriche, donne contrattate, fra le altre attività, come aiutanti nelle case dei nuovi ricchi.

E non solo la capitale sarà testimone di una rapida crescita, anche città del nord come Manchester e Leeds, dove si apriranno nuove fabbriche, dove migliaia di persone si sposteranno a partire dalla seconda metà del ‘700. La struttura sociale ed economica dell’isola cambierà palesemente.

Londra, che agli inizi del XIX secolo conta già un milione di persone, circa un decimo della popolazione di tutta la Gran Bretagna, inizierà a modernizzarsi, teatri, pensioni, attrazioni, negozi con l’ultima moda, luoghi per divertimento. Le vie saranno affollate da gente che va e viene, che compra, che contratta, che beve e che mangia, che chiede l’elemosina, strade dove scarrozzano nobili e nuovi possessori di capitali che metteranno in moto l’economia come non prima.

La folla invaderà però quelle strade e stradine che erano rimaste tali da decenni, dal Medioevo, piccole, strette, buie, che si congestioneranno non appena due o più veicoli trainati da cavalli si incroceranno, magari percorse anche da venditori ambulanti, o che saranno impraticabili d’inverno per la pioggia e il conseguente fango, o per la polvere causata dal caldo estivo.

Londra, sebbene viva e palpitante, poteva apparire ai viaggiatori inquinata, con smog, con alcune vie e viuzze sporche all’estremo, a tal punto che si racconta che certe lettere inviate dalla capitale avevano un odore a “fuliggine”. E non dimentichiamo i fiumi, spesso maleodoranti e pieni di sporcizia, così come le fogne a cielo aperto, così come i rifiuti delle attività economiche giornaliere, dei macellai, dei verdurai, degli animali, e via dicendo.
 Solo verso la fine del secolo in questione, si cercherà di rimediare: pavimentazione e migliore drenaggio delle strade (1760), pulizia delle stesse, rimozione insegne pericolose, illuminazione con lampade a olio, maggior sicurezza urbana.

Il XIX secolo vedrà, però, Londra come una delle città più desiderate d’Europa.

May 102011
 

La spinning jenny impiegata nelle fabbriche tessili

La Rivoluzione industriale del XVIII secolo caratterizzò un’epoca, un determinato momento storico, influì non solo nel campo economico e tecnologico, ma perfino nella società, nei costumi, nella cultura, nella religione, interessò dapprima l’isola inglese e dopo, con il passare del tempo, l’Europa e l’America, per seguire con il mondo intero.

Ricercarne le cause è materia difficile, giacché non fu una sola, né due, né tre, furono un insieme di congiunture che fertilizzarono un terreno che si andava preparando già dalla guerra civile inglese o addirittura ancora prima.

Alla domanda perché la rivoluzione industriale non avvenne prima, si possono dare molte risposte. Nella prima metà del secolo XVIII l’ingegno e l’inventiva abbondarono, ma occorse del tempo perché dessero i loro frutti. Alcune delle prime invenzioni fallirono perché l’idea non era ancora perfetta, altre perché non era disponibile il materiale adatto, per mancanza di qualificazione o adattabilità da parte dei lavoratori, o per la resistenza della società ai mutamenti. L’industria dovette attendere che il capitale affluisse in quantità sufficiente e a un costo abbastanza basso perché fosse possibile costruire grandi edifici e attrezzature. Dovette attendere fino a quando l’idea di progresso – come ideale e come realtà attiva nel corpo sociale – si diffondesse dalla mente di pochi a quella della maggioranza.” (1)

Ingegno, inventiva, scoperte, esplorazioni di nuove risorse, miglioramenti che proprio dalla seconda metà del Settecento si palesarono maggiormente, infatti:

Lo sviluppo dell’invenzione si rispecchia nei registri dei Commissari ai brevetti. Prima del 1760 il numero dei brevetti concessi annualmente superava di rado la dozzina, ma nel 1766 salì improvvisamente a 31 e nel 1769 a 36. Per alcuni anni la media rimase al di sotto di tale cifra, ma nel 1783 ci fu un improvviso balzo a 64. In seguito il numero diminuì, finché nel 1792 con un altro balzo salì a 85. Si mantenne poi attorno a una media di 67 durante gli otto anni successivi, ma col 1798 iniziò un movimento ascensionale che lo portò a una punta di 107 nel 1802. “ (2)

Il denaro a basso costo, i risparmi, un’economia che si espandeva verso nuovi mercati e classi sociali, imprenditori pronti a sperimentare ed escogitare nuove possibilità produttive, e via dicendo, favorirono quello sviluppo economico che permisero alle invenzioni essere messe in pratica.

Quando il denaro era a buon mercato e le prospettive di guadagno apparivano elevate, gli imprenditori assumevano manodopera per creare impianti industriali o accumulare stocks di materiale; e poiché le persone occupate in questi lavori si trovavano a disporre di maggiori redditi da spendere, anche le ditte che producevano beni di consumo partecipavano alla prosperità. Dopo qualche tempo però l’accresciuta domanda di denaro faceva salire il saggio d’interesse: le prospettive di guadagno si riducevano e gli investimenti si arrestavano.” (3)

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– 1. T. S. Ashton, La rivoluzione industriale, 1760-1830, Laterza, Bari-Roma, 2006, pag. 63.
– 2. op. cit. pag. 97.
– 3. op. cit. pag. 154.

Oct 012010
 

Sebbene la situazione variasse da mestiere a mestiere, da luogo a luogo, la giornata lavorativa nel Settecento europeo era dura e lunga, non priva di pericoli e orari massacranti.

Nelle botteghe artigiane, così come negli stabilimenti, si lavorava dalle 14 alle 16 ore, con punte anche di 18 ore, e la stessa situazione si poteva trovare anche nei lavori a domicilio. Normalmente si iniziava poco prima dell’alba per terminare al tramonto, con un paio di ore di riposo per il pranzo o per rifocillarsi, pagati, gli operai, spesso e volentieri con una parte in natura e una parte in moneta, o con vitto e alloggio o solo alloggio, in un’epoca, il Settecento, in cui il costo della vita era in continuo aumento, insieme a una rapida crescita demografica.

All’Arsenale di Venezia, per esempio, si entrava un’ora dopo il sorgere del sole e si usciva a mezzanotte, con due pause una alle nove e una a mezzogiorno. Privilegiati erano invece i lavoratori delle vetrerie di Murano che lavoravano solo dodici ore. Il tutto con le dovute eccezioni, poiché spesso e volentieri si era costretti a rimanere fino alle due di notte.

Eccezione, pare, faceva la Spagna, dove era di norma affaticarsi per sei ore, sette nelle manifatture di Barcellona nel 1786. Ed era tale la situazione che diversi viaggiatori inglesi criticavano la precaria situazione economica del paese iberico poco propenso ad adattarsi al ritmo degli altri. Mentre in Francia, i rilegatori di libri reclamavano, con uno sciopero nel 1776, la riduzione della giornata lavorativa da 16 a 14 ore, così come i lavoratori edili che qualche anno dopo, 1780, diedero vita a una serie di agitazioni.

Oltre al severo orario di lavoro, vigeva anche una rigida disciplina, si pensi solo che nella manifattura reale del faubourg di Saint-Antoine, a Parigi, si era costretti a faticare condizionati da severi sorveglianti che punivano ogni minima trasgressione. Fra le tante regole, alloggiati e mantenuti a spese della compagnia, gli operai – 500 intorno al 1770 -, dovevano rientrare a orari stabiliti e non potevano allontanarsi più di una lega.

Donne e bambini erano trattati ancor peggio degli uomini, sia dal punto di vista remunerativo che dal punto di vista sociale. Le donne, anche quelle che producevano a casa, erano costrette, per l’immensa quantità di lavoro, a fare tardi la notte e alzarsi presto la mattina, aiutati dai figli fin da piccoli, tutto per garantirsi la sussistenza diaria.

A Londra, i fanciulli di appena cinque anni erano costretti a pulire i camini, con conseguenze disastrose per la loro salute. Solo nel 1788 si preparò una legge che tentava garantire il loro benessere, ma non era facile in un Paese, l’Inghilterra, che entrava a passi accelerati nella Rivoluzione industriale, necessitando braccia e forza di lavoro.

Gli orfanotrofi erano particolarmente frequentati da chi richiedeva manodopera a pochissimo prezzo e, una volta a carico del padrone, il ragazzo rimaneva legato a questi fino all’età di 24 anni, 21 con un provvedimento del 1767, una sorta di “schiavitù legale”.

Certi sovrani detti illuminati, Maria Teresa d’Austria, Federico II di Prussia, così come scrittori di una certa fama, erano favorevoli al lavoro infantile, che, dicevano, abituava alla disciplina, all’ordine, evitava l’ozio e favoriva lo sviluppo economico, uno sviluppo che adesso entrava a far parte della vita quotidiana di tutti, nessuno escluso, entrava, sembra quasi a tappe forzate, in un tipo di mentalità che volgerà l’occidente definitivamente verso una sempre maggiore e imprescindibile industrializzazione.

Apr 052010
 

Jan Brueghel il Vecchio, Paesaggio con viaggiatori, 1610 ca.

Il Settecento fu punto di svolta nelle comunicazioni, secolo che vedrà la nascita, grazie alla Rivoluzione industriale, di nuovi modi e mezzi di trasporto, di comunicazione.

Ma com’era la situazione prima? Analizziamo brevemente il periodo e affidiamoci ai quadri di Jan Brueghel (1568-1625), pittore olandese che dipingerà con dettagli e particolari la sua epoca.

Strade con pozzanghere, cavalli infangati, stivali che affondano nella melma fino al ginocchio, carri trainati a fatica da buoi in vie di comunicazioni del tutto precarie, gente che si sposta e cammina usualmente a piedi. Viaggiare nel ‘600 non era certamente facile, al punto tale che spesso si attraversavano campi arati e seminati per accorciare un tragitto lungo e tortuoso senza rendersi conto che magari il grano era già germogliato o si faceva danno al raccolto.

Situazione che appesantiva lo scambio commerciale e non facilitava di sicuro l’economia. Solo le prime strade lastricate, le prime ferrovie, le navi a vapore inaugureranno la vera svolta tecnologica: mezzi che permetteranno ai mercati svilupparsi in un modo diverso, più rapido, su scala quasi mondiale.

Jan Brueghel il Vecchio, Paesaggio, 1603

Jan Brueghel il Vecchio, Paesaggio, 1603.

Seguiamo però parlando dei dintorni del XVIII secolo, prima di quei progressi.

Raccontava Pierre Lescalopier (1574) che per raggiungere Istanbul attraversando i Balcani era meglio camminare da mattina a sera e, al tramonto del sole, fermarsi in un caravanserraglio a riposare e passare la notte, evitando sia affaticare gli animali sia spiacevoli incontri notturni. Importanti dunque questi ricoveri, queste stazioni di posta che, in certi paesi e città, disponevano perfino di cambi di cavalli o affittarne addirittura qualcuno.

Ricchi e poveri [vi] albergano in mancanza di meglio; sono come grandi fienili, dove si riceve luce da feritoie, al posto delle finestre” (1).

E la cosa resterà uguale anche nel secolo da noi preso in considerazione, quando intorno al 1693 un viaggiatore napoletano scriveva:

non sono altro […] che lunghe scuderie dove i cavalli occupano il mezzo, mentre i lati restano per i padroni” (2).

Strade poco comode, velocità limitata, pericoli costanti, alcune delle caratteristiche del tempo, eppure, malgrado tutto ciò, le grandi città erano più o meno rifornite con una certa costanza.

Anche l’acqua, con i suoi fiumi, i suoi canali, i suoi mari, sarà importante per sostenere un commercio che premeva le frontiere per universalizzarsi. Dove c’era acqua potevano esserci mercati, paesini e villaggi pronti a ricevere l’ospite o la mercanzia. La Senna, la Loira, il Reno, il Po, l’Adige, l’Ebro, il Danubio e via dicendo erano percorsi utilizzati ampiamente sin dall’antichità, erano vie di comunicazioni di rilievo, anche se talvolta più lente rispetto a quelle terrestri. Per non dimenticare il Mediterraneo e poi l’Atlantico, mari e oceani che invoglieranno il commercio e lo spostamento di popolazioni. Città come Venezia, Parigi, Siviglia, Toledo, Londra, saranno impensabili senza un fiume che li rifornirà di prodotti. Su piatti battelli che scenderanno l’Ebro da Tudela a Tortosa e poi fino al mare, si trasporteranno balle, polvere, granate, munizioni che si fabbricavano in Navarra, evitando il famoso Salto di Flix, dove le merci venivano scaricare e ricaricate poco più avanti.

Jan Brueghel il Vecchio, Paesaggio con riva, 1607.

Jan Brueghel il Vecchio, Paesaggio con riva, 1607. 

I trasporti in generale avevano una grossa incidenza sul prezzo finale e, sebbene variasse da regione a regione e da città a città, si poteva calcolare fra un 10% e un 12%, con punte anche del 20%, con particolari eccezioni:

Nel Seicento bisogna «pagare da cento a duecento lire per far portare da Beaune a Parigi una queue di vino, che spesso non vale più di una quarantina di lire»”. (3)

Il passare degli anni e dei secoli permetterà agevolare le comunicazioni: i cavalli si moltiplicheranno, i tiri saranno a sei, a otto, per favorire il trasporto di carri più pesanti; i cambi forniranno animali sempre freschi per evitare di fermarsi e farli riposare; le strade, poco a poco, saranno migliorate e rese più sicure. Non di meno saranno le vie fluviali dove il carbone farà la sua entrata favorendo una maggiore velocità.

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1. Voyage faict par moy Pierre Lescalopier, pubblicato parzialmente da E. Cléray, in “Revue d’histoire diplomatique”, 1921, pag. 28.
2. Gemelli Careri, Voyage di tour du monde, 1727, I, pag. 256.
3. Fernad Braudel, Civiltà materiale, economia e capitalismo, Le strutture del quotidiano (secoli XV-XVIII), Einaudi, 2009, pag. 393.

Dec 052009
 

Boton quiz

1. Con la Rivoluzione industriale del XVIII sec. si iniziò a cambiare il processo produttivo: vero o falso?
2. In che anno fu inaugurata la prima linea ferroviaria inglese che univa due città di un certo rilievo?
3. La borghesia inglese era poco aperta ai nuovi sistemi tecnologici: vero o falso?
4. Che cos’era la rotazione quadriennale nel campo agricolo?
5. Fu grazie allo sviluppo scientifico del XVII sec. che si migliorarono e prepararono nuove invenzioni: vero o falso?
6. Come operò lo stato inglese?
7. In che anno James Watt perfezionò la macchina a vapore?

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Articoli che potrebbero aiutare:

- Tre personaggi della Rivoluzione industriale, immagini.
Due macchine della Rivoluzione industriale, immagini.
L’Inghilterra e la Rivoluzione industriale.
La rivoluzione industriale e la Gran Bretagna del XVIII secolo.
La Rivoluzione industriale vista da Toynbee.

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Un telaio di J. Jacquard, primissimi del 1800

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Risposte:

1. Vero, entrò in scena la meccanizzazione del lavoro.
2. Nel 1830, collegando due città, Manchester e Liverpool.
3. Falso. Fu proprio la loro apertura uno dei motivi (certamente né l’unico né il principale) a permettere un certo sviluppo industriale.
4. Una parte del terreno doveva essere destinata alle coltivazioni di leguminose che servivano per l’allevamento del bestiame.
5. Vero. La scienza contribuì non poco al processo di miglioramento delle macchine e all’invenzione di nuove.
6. Lo stato inglese intervenne nell’industria favorendo il libero commercio sia dei beni lavorati che dei capitali, oltre a permettere la libertà di movimento dei lavoratori.
7. Nel 1769, apportando modifiche a quella di Thomas Newcomen.

Jun 132009
 

Tre, dei tanti, personaggi che hanno contribuito a rendere meno pesante il lavoro dell’epoca.

 James Watt

James Watt (1736-1819), matematico e ingegnere scozzese, modificando la macchina a vapore, la rese ben quattro volte superiore a quella precedente.

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Richard Arkwright

Richard Arkwright (1732-1792), ingegnere e imprenditore inglese, inventore del filatoio idraulico.

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Joseph Marie Jacquard

Joseph Marie Jacquard (1752-1834), francese, introdusse nei primi dell’800 le schede perforate nei telai, meccanizzando ancor più la produzione.

Jun 082009
 

Vediamo due delle tante innovazioni che svilupparono un diverso modo di fare economia, di produrre mercanzia in quella Rivoluzione industriale che a poco a poco avrebbe interessato l’occidente.
Diamo spazio alle immagini per meglio entrare nelle dinamiche.

Macchina a vapore: capace di convertire il calore del vapore prodotto dal riscaldamento dell'acqua in energia meccanica.

Macchina a vapore: capace di convertire il calore del vapore prodotto dal riscaldamento dell’acqua in energia meccanica.

Il telaio di Joseph Marie Jacquard (1752-1834)

Il telaio di Joseph Marie Jacquard (1752-1834)

May 212009
 
Marsiglia, 1760

Marsiglia, 1760

Con la riduzione della mortalità e grazie a un alto tasso di natalità, il ‘700 fu un secolo di crescita demografica. A parte due isolati episodi di peste, a Marsiglia nel 1720 e a Messina nel 1743, in questi cento anni non abbiamo né pandemie né pestilenze di rilevante importanza, cosicché la popolazione europea aumentò di numero, merito anche a un buon sviluppo economico e a migliori condizioni igienico-sanitarie.

In Inghilterra si passò da 5.800.000 abitanti a circa 9.000.000, in Germania da 14 a 23 milioni, in Spagna da 13 a quasi 18 milioni, in Francia da 22 a 29 milioni, mentre in Italia da 13 a 17 milioni di persone. Il vero boom si ebbe in Russia che da 13 milioni raggiunse i 30 milioni. D’ora in avanti l’accrescimento demografico europeo sarà costante più o meno sino ai giorni d’oggi.

Un contributo notevole fu dato dal potenziamento di nuove forme di sostentamento alimentare, quali il mais e la patata, importati dall’America meridionale e oramai largamente diffusi. Mentre il mais ebbe un immediato successo e una notevole accettazione, per la patata dobbiamo aspettare quasi la fine del ’700.

Da notare che, se si sarebbe presentato un periodo di carestia, come quello del 1763-1764, i commerci fra le nazioni, europee e non, potevano supplire determinate carenze: le probabilità di mancanza di cibo erano più ridotte rispetto al passato.

Altri fattori che influirono sull’incremento della popolazione fu sia l’abbassamento dell’età al matrimonio delle donne, pertanto un’estensione del suo periodo fertile, sia una riduzione del celibato maschile e femminile, dovuti soprattutto a una nuova presa di coscienza popolare, alla sua alfabetizzazione e, certamente non meno, alla libertà di pensiero.

Ritornando ai numeri, notiamo come le grandi città ebbero un loro particolare sviluppo demografico: Londra passò da quasi 600.000 abitanti a 900.000, Parigi da 450.000 a 600.000, Napoli da 300.000 a 450.000. Stessa cosa accadde in quelle più piccole come Marsiglia, Amburgo, Liverpool, diventando importanti centri commerciali, e non dimenticando il peso che ebbe la rivoluzione industriale.

Per tale ragione nacquero infrastrutture, strade, ponti, canali navigabili, porti, nuove vie di comunicazioni. Nacquero altresì nuove forme di tecniche agricole produttive. Si pensi che nel ‘700 si pubblicarono un numero considerevole di libri riguardanti l’agronomia e, nello stesso tempo, si diffusero in tutta Europa accademie di agraria; tanta era l’attenzione a essa dedicata che il grande Voltaire, in uno dei suoi scritti, adoperò il termine agromania.

Londra 1751

Londra 1751

A seguito della crescita demografica e a un fiorire di un’agricoltura più redditizia, si sviluppò un mercato secondario, con attività legate alla trasformazione e alla lavorazione dei prodotti. Accrebbe la possibilità di lavorare, quindi di guadagnare. Lino, canapa, birra, vino, acquavite, seta e tanti altri prodotti derivati dalla terra venivano ora elaborati non in città, bensì nelle stesse campagne, con la conseguente proliferazione di un lavoro che definiremo a domicilio.

Come conseguenza di tale progresso sorsero nei campi case, edifici, strutture. Le corporazioni di arti e mestieri, che controllavano, gestivano e regolamentavano l’economia del medioevo e che condannavano le iniziative individuali, iniziarono a decadere, a non avere più un ruolo decisivo.

Gli stati dovettero intervenire regolamentando la produzione, ma anche i traffici nazionali e internazionali, riconsiderando i dazi doganali, proteggendo i propri prodotti, favorendo lo sviluppo di determinate aeree. Fu nel 1709 che, per esempio, nacque in Inghilterra la prima banca centrale, mentre in Francia iniziarono a circolare le prime monete cartacee.

Lo sviluppo economico era appena abbozzato, i commerci avevano un peso nell’economia e nella politica dei singoli stati, la gente poteva esprimere le proprie idee, le proprie capacità, le proprie convinzioni: l’illuminismo aveva contribuito all’avvio di un’epoca davvero rivoluzionaria.

Apr 142009
 
Londra vista da Gustave Doré

Londra vista da Gustave Doré

La Rivoluzione industriale, abbiamo visto, portò cambiamenti sociali, economici, politici in tutto il nostro continente. La vita dell’uomo mutò di percorso, si formarono nuovi ceti sociali, si fondarono città e si svilupparono principalmente quelle che avevano una buona rete di comunicazione, si realizzarono bonifiche, si prepararono nuove strade, si allestirono nuovi ponti, ci fu una massiccia emigrazione verso le nuove zone di produzione, si concepirono nuove idee politiche, si formarono nuove potenze.

A principio del ‘700, la maggior parte della popolazione europea viveva nelle campagne, circa l’80-85% erano contadini che coltivavano la terra per il loro fabbisogno, mentre il prodotto eccedente veniva portato nei mercati cittadini.

In Inghilterra, alla fine della seconda metà del XVIII sec., la rivoluzione industriale aveva determinato un nuovo modo di vivere, sia per coloro che usualmente abitavano in città, che per gli agricoltori. Questi ultimi, in difficoltà per la pesante tassazione, ma anche con il sogno d’iniziare una nuova e più degna vita, abbandonarono le loro case per andare alla ricerca di nuove fonti di guadagno, nelle fabbriche, ma si incontrarono con una realtà ben diversa, una realtà difficile, dura, spesso violenta, a cui non erano preparati. La famiglia si disgregò, si accentuò il divario sociale.

In documenti risalenti al 1840, si legge che l’orario di lavoro era di 13-14 ore il giorno per sei giorni la settimana, mentre i bambini di 5-6 anni erano obbligati a lavorare persino 13-15 ore negli opifici o nelle miniere in situazioni malsane e pericolose. Non avevano facilitazioni, si ammalavano frequentemente, erano malpagati, sfruttati, denutriti. Solo nella seconda metà dell’800 si approverà una legge che cercherà di disciplinare il lavoro minorile.

In uno scritto del 1845, Engels annotava che gli alloggi degli operai erano situati in una parte quasi nascosta delle città, affinché fossero separati dalla borghesia, dagli industriali, dagli aristocratici, insomma dai ricchi. Parlando della città di Manchester, commentava:

“… Tuttavia, il meglio di questa situazione è che i facoltosi aristocratici del denaro possono superare i rioni operai percorrendo la via più diretta per raggiungere i loro uffici nel cuore della città, senza minimamente avvedersi passare accanto alla miseria più nera che regna tutt’intorno.” (1)

Riferendo ciò che vedeva passeggiando vicino le fabbriche, registrava:

“… In basso scorre, o meglio ristagna, l’Irk [N.d.R. fiume di Manchester], uno stretto corso d’acqua scura e maleodorante, che deposita la spazzatura e i rifiuti di cui è zeppo sulla riva destra, più piatta. Quando il clima è secco su questa riva resta una lunga fila di pozzanghere repellenti e fangose, di colore verdognolo, la cui superficie ribolle di continuo per i gas mefitici che salgono dal fondo, emanando un fetore insopportabile anche per chi è sul ponte, una quindicina di metri sopra il livello dell’acqua.” (2)

Le preoccupazioni di Engels erano confermate da una relazione di un’inchiesta parlamentare inglese sul lavoro degli operai in fabbrica:

A Tyldesley gli uomini lavorano a una temperatura da 29 a 30 gradi, 14 ore al giorno, compresa l’ora di pranzo. Durante le ore di lavoro la porta è chiusa, salvo una mezz’ora per il tè; gli operai non possono andare a prendere l’acqua per rinfrescarsi nell’atmosfera soffocante della filatura; anche l’acqua piovana è sottochiave, per ordine del padrone (…).”

E a proposito dell’abuso dei bambini, scriveva Bertrand Russell:

I fanciulli entravano dai cancelli della filanda alle cinque o alle sei del mattino, e ne uscivano alle sette o alle otto di sera. Unica sosta durante questa reclusione di 14 o 15 ore era costituita dai pasti, al massimo mezz’ora per la colazione e un’ora per la cena. Ma questi intervalli significavano unicamente un mutamento di lavoro: anziché badare ad una macchina in azione, pulivano una macchina ferma, mangiando il loro pasto come meglio potevano in mezzo alla polvere a alla lanugine che soffocava i loro polmoni.” (3)

Certamente non era una situazione igienica sopportabile: malattie, febbri, rare infermità colpivano chi viveva in quelle condizioni. Le prime leggi assistenziali si ebbero nella seconda metà del XIX sec., così come le prime associazioni operaie.

Lavoro minorile

Lavoro minorile

 

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– 1. Friedrich Engels, La situazione della classe operaia in Inghilterra, 1845.
– 2. Friedrich Engels, op. cit.
– 3. Bertrand Russel, Storia delle idee del XIX secolo, 1959.

Feb 172009
 

Arnold Toynbee

Come analizzava un inglese della metà dell’800 la Rivoluzione industriale?

Per fortuna esistono vari autori che hanno parlato della loro epoca, da Adam Smith (1723-1790) a David Ricardo (1772-1823), da James Mill (1773-1836) a Arthur Young (1741-1820).

La mia attenzione, però, si è fermata su uno storico economista deceduto all’età di appena 30 anni, Arnold Toynbee (1852-1883). La sua repentina morte non gli permise pubblicare alcuna opera. Ciò che ci rimane è una serie di lezioni date a Oxford che sono state raccolte in un libro dal titolo La rivoluzione industriale, un libro che ritengo importante per lo studio della stessa.

Arnold introduce il concetto di “rivoluzione industriale” nella storiografia economica non marxista, dando un certo peso all’economia nella ricerca storica. La sua analisi di quel periodo pieno di sviluppi e contraddizioni parte da lontano, iniziando addirittura nel medioevo, per esempio quando osserva le Poor Laws, per continuare sino ai suoi giorni con i Trade Unions. E sebbene prima del XIX secolo non si hanno dati certi e confermati, riesce a dare un’ampia visione economica dell’Inghilterra prima della rivoluzione.

Parlando dello sviluppo inglese affermava:

Uno dei grandi segreti del suo progresso stava nella facilità del trasporto su acqua consentito dai suoi fiumi, dal momento che tutte le comunicazioni via terra erano in pessime condizioni. Un secondo motivo era l’assenza di barriere doganali interne, come esistevano in Francia, e in Prussia fino al tempo di Stein. In Inghilterra il commercio interno era completamente libero.” (1)

I cambiamenti che avvennero in quegli anni, iniziando più o meno dal 1760, hanno modificato la struttura sociale inglese. Se una volta il lavoro veniva svolto principalmente nelle famiglie, con l’avvento delle nuove tecniche questa sarà quasi smembrata per andare a cercare lavoro nelle città. Si avrà quindi una migrazione verso i grandi agglomerati urbani, con le conseguenti problematiche e difficoltà. L’agricoltura passerà dai grandi pascoli demaniali a essere recintata e in mano a proprietari terrieri, proprietari che avranno, a differenza che in Francia e in Prussia, un peso politico a volte forte e decisivo. I cosiddetti freeholders saranno danneggiati enormemente.

Nel ‘600 il salario medio giornaliero di un agricoltore era, dice Toynbee, di 10 pence e ¼, mentre il prezzo medio del grano era di 38 scellini e 2 pence. Nei primi sessant’anni del XVIII secolo, la sua paga ascendeva a 1 scellino e il prezzo medio del grano 32 scellini. In quell’intervallo di tempo il suo potere di acquisto era aumentato. Tutto ciò dovuto a una serie di buoni raccolti e alla conseguente caduta del prezzo del grano. Dopo il 1771, la condizione economica dei salariati venne meno, con successive difficoltà per trovare il sostentamento diario.

Nelle sue lezioni Toynbee affrontava inoltre il problema delle colonie americane, a cui era vietato produrre. Qualunque cosa doveva essere importata dall’Inghilterra, dai cappelli agli stivali, dal ferro alla lana, ogni articolo doveva sbarcare da navi inglesi. Tutto ciò sino alla loro Dichiarazione d’Indipendenza, causata, fra l’altro, anche per questo tipo di proibizioni.

Per il nostro storico:

L’essenza della rivoluzione industriale è la sostituzione della concorrenza alle norme medievali che in precedenza avevano regolamentato la produzione e la distribuzione della ricchezza. Per questa ragione essa non è solo uno dei più importanti fatti della storia inglese, ma l’Europa deve ad essa lo sviluppo di due sistemi di pensiero – la scienza economica, e la sua antitesi, il socialismo.” (2)

Il libero scambio seppur conveniente, continuava a dire, non sempre si rivelava vantaggioso, così come lo stato doveva intervenire con accertate leggi secondo della situazione economica del momento.

L’importanza dei Trade Unions era da lui risaltata quando affermava che avevano migliorato i rapporti fra le classi: gli imprenditori iniziavano a riconoscere le necessità degli operai e questi il vantaggio di associarsi per meglio trattare. Le due categorie imparavano dunque, tramite un confronto civile e dialettico, a rispettarsi a vicenda.

Il suo corso chiudeva dando la dovuta attenzione al futuro delle classi lavoratrici, parlando del libero scambio, dell’incremento della ricchezza globale del paese, alla concorrenza dei mercati, del rapporto fra operai e padroni, e nello stesso tempo accennava alla depressione del 1877. Infine si domandava come assicurare la completa indipendenza materiale dell’operaio.

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1. Arnold Toynbee, La rivoluzione industriale, Odradek editore, Roma, 2004, pag. 35.
2. A. Toynbee, op. cit., pag. 71.

Jan 312009
 

Rivoluzione industriale

Fra il 1760 e il 1830 una serie di cambiamenti interessarono, in modo particolare, la Gran Bretagna, alterando vistosamente non solo la sua economia, perfino la struttura della società. La rivoluzione industriale cambiò le famiglie, cambiò il modo di lavorare, cambiò la cultura e il pensiero, cambiò la nazione. Certamente, il tutto non avvenne né in pochi mesi, né in pochi anni, ma fu tale che lo stato inglese dopo il 1830 era un altro.

Ma che cosa fu esattamente la Rivoluzione industriale?
Per dirla con Joel Mokyr:

”… fu in primo luogo un’età caratterizzata da una tecnologia di produzione in rapido mutamento alimentata dall’attività tecnologica”. (1)

Ciò che risulta subito evidente, analizzando certi eventi, è che mentre le scoperte e le invenzioni avvennero sul continente europeo, in Francia in particolare, gli adattamenti furono prerogativa inglese, ricordiamo il caso della macchina in piano per la fabbricazione della carta di origine francese – N. L. Robert, 1798 -, introdotta a Londra nel 1807 da Bryan Donkin, o l’illuminazione a gas, o ancora il candeggio delle fibre tessili mediante il cloro, e via dicendo. Insomma, gli inglesi seppero apportare miglioramenti a tecnologie già note, microinvenzioni a macroinvenzioni, come la macchina a vapore, quella macchina che seppe combinare energia cinetica e energia termica. E fu proprio nel 1712 che Thomas Newcomen produsse la prima, sebbene solo nel 1765 James Watt, con l’introduzione del condensatore separato e altri dettagli, la perfezionò a tal punto da diventare uno dei motori della rivoluzione.

Accanto a questa, nel 1769, nacque, grazie a Richard Arkwright, la filatrice ad acqua, e tutta una serie di invenzioni che porteranno, in pochi decenni, la Gran Bretagna all’avanguardia tecnologica nel continente europeo.

La società si trasformò, artigiani come birrai, cartai, fabbricanti di vasi divennero ben presto membri del parlamento, conti, baroni, uomini d’affari importanti, tutto ciò per la ricchezza ricavata dall’opera industriale.

Nello stesso tempo, aumentò il divario sociale, si ebbe un qualche impoverimento della classe più debole, costretta a lavorare, spesso e volentieri, in condizioni fisico-ambientali non certo idonee. Il lavoro, poco a poco, passò dall’essere eseguito nelle case all’essere sviluppato nelle industrie, nelle aziende, con una serie di problematiche psicologiche e fisiche che avrebbero investivo la collettività. La famiglia avrebbe perso la propria autonomia, la propria forza aggregatrice, la propria libertà.

Come si presentava allora la Gran Bretagna prima della rivoluzione industriale?

A grandi linee, aveva un’economia aperta, importava dall’Asia, dall’America, dall’Africa, commerciava con mezzo mondo; i capitali entravano e uscivano senza grossi problemi; gli intellettuali erano in corrispondenza con l’Europa; le persone viaggiavano per conoscere; le idee circolavano con una certa libertà, così come le tecnologie e le scienze. Insomma, l’isola poteva dirsi pronta a prendere atto delle proprie forze innovatrici. Certamente è da ricordare che il continente soffrì una serie di guerre nel periodo fra il 1760 e il 1830, e sebbene anche la Gran Bretagna abbia partecipato in alcune di esse, la nazione rimase per lo più al riparo di saccheggi o ribellioni o devastazioni.

Un’altra peculiarità del periodo preso in considerazione è che già dall’inizio del XVIII secolo gli scienziati tenevano conferenze pubbliche, letture, riunioni su temi di meccanica e tecnica, coinvolgendo le persone comuni, commercianti e artigiani. Eppure la nazione dove si stampavano più periodici scientifici era Germania!

Considerando che i tenori di vita salirono e che la società ebbe un progresso generale, sorge spontanea una domanda: sarebbe accaduto lo stesso senza la rivoluzione industriale?

La risposta la lasciamo allo storico T. S. Ashton:

Oggi nelle pianure dell’Asia ci sono uomini e donne coperti di piaghe e affamati che conducono una vita non molto diversa […] da quella delle bestie che faticano con loro […] questi livelli asiatici e questi orrori non meccanizzati sono il destino dei popoli che crescono di numero senza passare attraverso una rivoluzione industriale “. (2)

Jan Griffier padre, Veduta di Londra, XVIII secolo

Jan Griffier padre, Veduta di Londra, XVIII secolo. 

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1. Joel Mokyr, Leggere la rivoluzione industriale, il Mulino, Bologna, 2002, pag. 34.
2. T. S. Ashton, La rivoluzione industriale, 1760-1830, Laterza, Bari, 1972, pagg. 168-169.

Jun 112008
 

Il Settecento fu il secolo della svolta nella Storia dell’occidente, nella Storia europea. Per la maggior parte degli storici, questo secolo rientra in ciò che è considerata Storia Moderna, periodo che va, più o meno, dalla scoperta dell’America, 1492, a poco prima della metà dell’800, mentre per certi altri, e fra questi lo storico francese Jacques le Goff, sino alla fine del ’700 siamo ancora nel Medio Evo. Solo con la rivoluzione industriale e francese e con le nuove scoperte della scienza, dicono, si ha l’inizio di una nuova era, di un nuovo modo di pensare, di vedere le cose, di attuare.

Certamente sono solo divisioni volontariamente adottate, che servono a studiare in profondità e capire determinati eventi, fatto è che sono stati anni di frenetico sviluppo, di sensazionali scoperte, di rivoluzionarie idee, anni in cui le idee illuministe influenzarono non poco gli avvenimenti.

Alcuni avvenimenti:

- Il XVIII sec., momento cruciale della rivoluzione industriale, vedeva la nascita e il potenziamento della macchina a vapore nell’industria manifatturiera e nei trasporti. Si trattava di convertire il vapore, prodotto dal riscaldamento dell’acqua, in energia meccanica e utilizzare tale forza per muovere treni, navi, congegni. L’invenzione fu messa a punto dall’inglese James Watt, dopo aver perfezionato le ricerche dei suoi connazionali Thomas Savery e Thomas Newcomen e del francese Denis Papin.

- 1713, succeduto al padre Federico I, Federico Guglielmo I sale al trono di Prussia, preparandola a essere una potenza europea. Risanò i bilanci dello stato, instaurò un sistema economico rigido, rese obbligatoria l’istruzione elementare. Nello stesso tempo, potenziò l’esercito, passando da 38.000 a 83.000 il numero dei soldati.

- 1715, il Rococò, stile artistico e decorativo, si sviluppò in Francia durante il regno di Luigi XV. Caratteristiche erano le decorazioni arabesche, a forma di conchiglia, linee curve e asimmetriche. Si propagava perfino in Germania e in Austria.

- Nel 1726, anonimamente, Jonathan Swift pubblicava i Viaggi di Gulliver, in cui si evidenziava, fra le altre cose, una brillante critica alle istituzioni di quell’epoca. Il fantasioso romanzo è diventato un classico della letteratura per l’infanzia.

- 1748, grazie ai Borboni si iniziavano gli scavi di Pompei, diretti dal tedesco Johann Winckelmann. Usciva così dalle ceneri del Vesuvio una bellissima città dell’epoca romana, che dava testimonianza della vita di quel periodo storico.

- 1751, vedeva la luce il 1° volume dell’Encyclopédie di Diderot e d’Alembert. Se ne stamperanno in un principio 2.000 copie.

- 1762, Caterina II la Grande diventava imperatrice di Russia. Regnerà per 34 anni, cercando di occidentalizzare il suo paese, trasformandolo in una delle principali potenze europee. Le idee degli illuministi francesi dell’epoca ebbero influenza nel suo pensiero, nelle sue decisioni.

- 1793, in Francia si rendeva obbligatoria l’istruzione primaria: una conquista della rivoluzione francese.

Questo fu anche il secolo di William Hogarth e delle sue incisioni satiriche, fu l’epoca della crescita economica e demografica, dello sviluppo della stampa clandestina, del diffondersi della Pellagra, fu il periodo fruttifero dell’illuminismo, della rivoluzione francese, di quella americana, insomma, anni pieni di novità.