Apr 252012
 

Caos, migrazione, strade affollate, fumo, smog, euforia, stupore, alcuni dei tanti aggettivi che potrebbero esserci utili per identificare Londra nel XVIII secolo, un secolo che porta già nei primi decenni i germi della rivoluzione industriale, degli imminenti cambi che percorreranno l’Europa intera.
Proprio in quegli anni la popolazione della Gran Bretagna cresce in modo davvero rapido, passerà da poco più di 5 milioni nei primi del ‘700 a circa 9 entro fine secolo (»»»qua). Crescita dovuta, fra le altre cose, a un miglior benessere rispetto al secolo anteriore, a una minore mortalità infantile, a un certo incremento economico. Persone che dalle zone rurali irlandesi, scozzesi, gallesi “invaderanno” non solo Londra, ma anche altre città di una certa importanza, alla ricerca di lavoro e migliori condizioni di vita. Giovani che si impiegheranno come apprendisti, aiuto bottegai, nelle nuove fabbriche, donne contrattate, fra le altre attività, come aiutanti nelle case dei nuovi ricchi.
E non solo la capitale sarà testimone di una rapida crescita, anche città del nord come Manchester e Leeds, dove si apriranno nuove fabbriche, dove migliaia di persone si sposteranno a partire dalla seconda metà del ‘700. La struttura sociale ed economica dell’isola cambierà palesemente.
Londra, che agli inizi del XIX secolo conta già un milione di persone, circa un decimo della popolazione di tutta la Gran Bretagna, inizierà a modernizzarsi, teatri, pensioni, attrazioni, negozi con l’ultima moda, luoghi per divertimento. Le strade saranno affollate da gente che va e viene, che compra, che contratta, che beve e che mangia, che chiede l’elemosina, strade dove scarrozzano nobili e nuovi possessori di capitali che metteranno in moto l’economia come non prima.
La folla invaderà però quelle strade e stradine che erano rimaste tali da decenni, dal Medioevo, piccole, strette, buie, che si congestioneranno non appena due o più veicoli trainati da cavalli si incroceranno, magari percorse anche da venditori ambulanti, o che saranno impraticabili d’inverno per la pioggia e il conseguente fango, o per la polvere causata dal caldo estivo.
Londra, sebbene viva e palpitante, poteva apparire ai viaggiatori inquinata, con smog, con alcune vie e viuzze sporche all’estremo, a tal punto che si racconta che certe lettere inviate dalla capitale avevano un odore di “fuliggine”. E non dimentichiamo i fiumi, spesso maleodoranti e pieni di sporcizia, così come le fogne a cielo aperto, così come i rifiuti delle attività economiche giornaliere, dei macellai, dei verdurai, degli animali, e via dicendo.
Solo verso la fine del secolo in questione, si cercherà di rimediare: pavimentazione e migliore drenaggio delle strade (1760), pulizia delle stesse, rimozione insegne pericolose, illuminazione con lampade ad olio, maggior sicurezza urbana. Insomma, il XIX secolo vedrà Londra come una delle città più desiderate d’Europa.

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»»»qua altri articoli relativi a Londra, alla Gran Bretagna, alla Rivoluzione industriale.

May 102011
 

La Rivoluzione industriale del XVIII sec. caratterizzò un’epoca, un determinato momento storico, influì non solo nel campo economico e tecnologico, ma perfino nella società, nei costumi, nella cultura, nella religione, interessò dapprima l’isola inglese e dopo, con il passare del tempo, l’Europa e l’America, per seguire con il mondo intero. Ricercarne le cause è materia difficile, giacché non fu una sola, né due, né tre, furono un insieme di congiunture che fertilizzarono un terreno che si andava preparando già dalla guerra civile inglese o addirittura ancora prima.

Alla domanda perché la rivoluzione industriale non avvenne prima, si possono dare molte risposte. Nella prima metà del secolo XVIII l’ingegno e l’inventiva abbondarono, ma occorse del tempo perché dessero i loro frutti. Alcune delle prime invenzioni fallirono perché l’idea non era ancora perfetta, altre perché non era disponibile il materiale adatto, per mancanza di qualificazione o adattabilità da parte dei lavoratori, o per la resistenza della società ai mutamenti. L’industria dovette attendere che il capitale affluisse in quantità sufficiente e a un costo abbastanza basso perché fosse possibile costruire grandi edifici e attrezzature. Dovette attendere fino a quando l’idea di progresso – come ideale e come realtà attiva nel corpo sociale – si diffondesse dalla mente di pochi a quella della maggioranza.” (1)

Ingegno, inventiva, scoperte, esplorazioni di nuove risorse, miglioramenti che proprio dalla seconda metà del Settecento si palesarono maggiormente, infatti:

Lo sviluppo dell’invenzione si rispecchia nei registri dei Commissari ai brevetti. Prima del 1760 il numero dei brevetti concessi annualmente superava di rado la dozzina, ma nel 1766 salì improvvisamente a 31 e nel 1769 a 36. Per alcuni anni la media rimase al di sotto di tale cifra, ma nel 1783 ci fu un improvviso balzo a 64. In seguito il numero diminuì, finché nel 1792 con un altro balzo salì a 85. Si mantenne poi attorno a una media di 67 durante gli otto anni successivi, ma col 1798 iniziò un movimento ascensionale che lo portò a una punta di 107 nel 1802. “ (2)

E il denaro a basso costo, i risparmi, un’economia che si espandeva verso nuovi mercati e classi sociali, imprenditori pronti a sperimentare ed escogitare nuove possibilità produttive, e via dicendo, favorirono quello sviluppo economico che permisero alle invenzioni essere messe in pratica.

Quando il denaro era a buon mercato e le prospettive di guadagno apparivano elevate, gli imprenditori assumevano manodopera per creare impianti industriali o accumulare stocks di materiale; e poiché le persone occupate in questi lavori si trovavano a disporre di maggiori redditi da spendere, anche le ditte che producevano beni di consumo partecipavano alla prosperità. Dopo qualche tempo però l’accresciuta domanda di denaro faceva salire il saggio d’interesse: le prospettive di guadagno si riducevano e gli investimenti si arrestavano.” (3)

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- 1. T. S. Ashton, La rivoluzione industriale, 1760-1830, Laterza, Bari-Roma, 2006, pag. 63.
- 2. op. cit. pag. 97.
- 3. op. cit. pag. 154.

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Oct 012010
 

Sebbene la situazione variasse da mestiere a mestiere, da luogo a luogo, la giornata lavorativa nel Settecento europeo era dura e lunga, non priva di pericoli e orari massacranti.
Nelle botteghe artigiane, così come negli stabilimenti, si lavorava dalle 14 alle 16 ore, con punte anche di 18 ore, e la stessa situazione si poteva trovare anche nei lavori a domicilio. Normalmente si iniziava poco prima dell’alba per terminare al tramonto, con un paio di ore di riposo per il pranzo o per rifocillarsi, pagati, gli operai, spesso e volentieri con una parte in natura e una parte in moneta, o con vitto e alloggio o solo alloggio, in un’epoca, il Settecento, in cui il costo della vita era in continuo aumento, insieme a una rapida crescita demografica.
All’Arsenale di Venezia, per esempio, si entrava un’ora dopo il sorgere del sole e si usciva a mezzanotte, con due pause una alle nove e una a mezzogiorno. Privilegiati erano invece i lavoratori delle vetrerie di Murano che lavoravano solo dodici ore. Il tutto con le dovute eccezioni, poiché spesso e volentieri si era costretti a rimanere fino alle due di notte.
Eccezione, pare, faceva la Spagna, dove era di norma affaticarsi per sei ore, sette nelle manifatture di Barcellona nel 1786. Ed era tale la situazione che diversi viaggiatori inglesi criticavano la precaria situazione economica del paese iberico poco propenso ad adattarsi al ritmo degli altri. Mentre in Francia, i rilegatori di libri reclamavano, con uno sciopero nel 1776, la riduzione della giornata lavorativa da 16 a 14 ore, così come i lavoratori edili che qualche anno dopo, 1780, diedero vita a una serie di agitazioni.
Oltre al severo orario di lavoro, vigeva anche una rigida disciplina, si pensi solo che nella manifattura reale del faubourg di Saint-Antoine, a Parigi, si era costretti a lavorare condizionati da severi sorveglianti che punivano ogni minima trasgressione. Fra le tante regole, alloggiati e mantenuti a spese della compagnia, gli operai – 500 intorno al 1770 -, dovevano rientrare a orari stabiliti e non potevano allontanarsi più di una lega.
Donne e bambini erano trattati ancor peggio degli uomini, sia dal punto di vista remunerativo che dal punto di vista sociale. Le donne, anche quelle che producevano a casa, erano costrette, per l’immensa quantità di lavoro, a fare tardi la notte e alzarsi presto la mattina, aiutati dai figli fin da piccoli, tutto per garantirsi la sussistenza diaria.
A Londra, i fanciulli di appena cinque anni erano costretti a pulire i camini, con conseguenze disastrose per la salute. Solo nel 1788 si preparò una legge che tentava di garantire il loro benessere, ma non era facile in una Inghilterra che entrava a passi accelerati nella Rivoluzione industriale, necessitando braccia e forza di lavoro. Gli orfanotrofi erano particolarmente frequentati da chi richiedeva manodopera a pochissimo prezzo e, una volta a carico del padrone, il ragazzo rimaneva legato a questi fino all’età di 24 anni, 21 con un provvedimento del 1767, una sorta di “schiavitù legale”.
Certi sovrani detti illuminati, Maria Teresa d’Austria, Federico II di Prussia, così come scrittori di una certa fama, erano favorevoli al lavoro infantile, che, dicevano, abituava alla disciplina, all’ordine, evitava l’ozio e favoriva lo sviluppo economico.

Apr 052010
 

Il XVIII secolo fu punto di svolta nelle comunicazioni, secolo che vedrà la nascita, grazie alla Rivoluzione industriale, di nuovi modi e mezzi per trasportare, viaggiare.
Ma com’era prima? Analizziamo brevemente il periodo e affidiamoci ai quadri di Jan Brueghel (1568-1625), pittore olandese che dipingerà con dettagli e particolari la sua epoca. Strade con pozzanghere, cavalli infangati, stivali che affondano nella melma fino al ginocchio, carri trainati a fatica da buoi in vie di comunicazioni del tutto precarie, gente che si sposta e cammina a piedi. Viaggiare nel 1600 non era certamente facile, al punto tale che spesso si attraversavano campi arati e seminati per accorciare un tragitto lungo e tortuoso senza rendersi conto che magari il grano era già germogliato o si faceva danno al raccolto. Situazione che appesantiva lo scambio commerciale e non facilitava di sicuro l’economia. Solo le prime strade lastricate, le prime ferrovie, le navi a vapore inaugureranno la vera svolta tecnologica: mezzi che permetteranno ai mercati svilupparsi in un modo diverso, più rapido, su scala quasi mondiale.

Seguiamo però parlando dei dintorni del XVIII secolo, prima di quelle rivoluzioni.
Raccontava Pierre Lescalopier (1574) che per raggiungere Istanbul attraversando i Balcani era meglio camminare da mattina a sera e, al tramonto del sole, fermarsi in un caravanserraglio a riposare e passare la notte, evitando sia affaticare gli animali sia spiacevoli incontri notturni. Importanti dunque questi ricoveri, queste stazioni di posta che, in certi paesi e città, disponevano perfino di cambi di cavalli o affittarne addirittura qualcuno. “Ricchi e poveri [vi] albergano in mancanza di meglio; sono come grandi fienili, dove si riceve luce da feritoie, al posto delle finestre” (1). E la cosa resterà uguale anche nel secolo da noi preso in considerazione, quando intorno il 1693 un viaggiatore napoletano scriveva: “non sono altro […] che lunghe scuderie dove i cavalli occupano il mezzo, mentre i lati restano per i padroni” (2).
Strade poco comode, velocità limitata, pericoli costanti, alcune delle caratteristiche del tempo, eppure, malgrado tutto ciò, le grandi città erano più o meno rifornite con una certa costanza.

Anche l’acqua, con i suoi fiumi, i suoi canali, i suoi mari, sarà importante per sostenere un commercio che premeva le frontiere per universalizzarsi. Dove c’era acqua potevano esserci mercati, paesini e villaggi pronti a ricevere l’ospite o la mercanzia. La Senna, la Loira, il Reno, il Po, l’Adige, l’Ebro, il Danubio e via dicendo erano percorsi utilizzati ampiamente sin dall’antichità, erano vie di comunicazioni di rilievo, anche se talvolta più lente rispetto a quelle terrestri. Per non dimenticare il Mediterraneo e poi l’Atlantico, mari e oceani che invoglieranno il commercio e lo spostamento di popolazioni. Città come Venezia, Parigi, Siviglia, Toledo, Londra, saranno impensabili senza un fiume che li rifornirà di prodotti. Su piatti battelli che scenderanno l’Ebro da Tudela a Tortosa e poi fino al mare, si trasporteranno balle, polvere, granate, munizioni che si fabbricavano in Navarra: il tutto evitando il famoso Salto di Flix, dove le merci venivano scaricare e ricaricate poco più avanti.

I trasporti in generale avevano una grossa incidenza sul prezzo finale e, sebbene variasse da regione a regione e da città a città, si poteva calcolare fra un 10 e un 12%, con punte anche del 20%, con particolari eccezioni: “Nel Seicento bisogna <pagare da cento a duecento lire per far portare da Beaune a Parigi una queue di vino, che spesso non vale più di una quarantina di lire>” (3).
Il passare degli anni e dei secoli permetterà agevolare le comunicazioni: i cavalli si moltiplicheranno, i tiri saranno a sei, a otto, per favorire il trasporto di carri più pesanti; i cambi forniranno animali sempre freschi per evitare di fermarsi e farli riposare; le strade, poco a poco, saranno migliorate e rese più sicure. Non di meno saranno le vie fluviali dove il carbone farà la sua entrata favorendo una maggiore velocità. L’economia si preparerà lentamente per la vera Rivoluzione industriale.

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1. Voyage faict par moy Pierre Lescalopier, pubblicato parzialmente da E. Cléray, in “Revue d’histoire diplomatique”, 1921, pag. 28.
2. Gemelli Careri, Voyage di tour du monde, 1727, I, pag. 256.
3. Fernad Braudel, Civiltà materiale, economia e capitalismo, Le strutture del quotidiano (secoli XV-XVIII), Einaudi, 2009, pag. 393.

Dec 052009
 

Boton quiz

1. Con la Rivoluzione industriale del XVIIII sec. si iniziò a cambiare il processo produttivo: vero o falso?
2. In che anno fu inaugurata la prima linea ferroviaria inglese?
3. La borghesia inglese era poco aperta ai nuovi sistemi tecnologici: vero o falso?
4. Che cos’era la rotazione quadriennale nel campo agricolo?
5. Fu grazie allo sviluppo scientifico del XVII sec. che si migliorarono e prepararono nuove invenzioni: vero o falso?
6. Come operò lo stato inglese?
7. In che anno James Watt perfezionò la macchina a vapore?

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Articoli che potrebbero aiutare:

- Tre personaggi della Rivoluzione industriale, immagini.
- Due macchine della Rivoluzione industriale, immagini.
- L’Inghilterra e la Rivoluzione industriale.
- La rivoluzione industriale e la Gran Bretagna del XVIII secolo.
- La Rivoluzione industriale vista da Toynbee.

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Un telaio di J. Jacquard, primissimi del 1800

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Risposte:

1. Vero.
2. 1830.
3. Falso.
4. Una parte del terreno doveva essere destinata alle coltivazioni di leguminose che servivano per l’allevamento del bestiame.
5. Vero.
6. Lo stato inglese intervenne nell’industria favorendo il libero commercio sia dei beni lavorati che dei capitali, oltre a permettere la libertà di movimento dei lavoratori.
7. 1769.

Jun 132009
 

Precedentemente abbiamo visto due delle tante invenzioni introdotte nell’economia inglese che permisero un rapido sviluppo. Adesso delle immagini che riguardano tre personaggi che hanno contribuito a rendere meno pesante il lavoro dell’epoca.

James Watt

James Watt (1736-1819), matematico e ingegnere scozzese, modificando la macchina a vapore, la rese ben quattro volte superiore a quelle precedenti.

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Richard Arkwright

Richard Arkwright (1732-1792), ingegnere e imprenditore inglese, inventore del filatoio idraulico.

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Joseph Marie Jacquard

Joseph Marie Jacquard (1752-1834), francese, introdusse nei primi del 1800 le schede perforate nei telai.

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Per ulteriori approfondimenti, scarica la monografia, »»»qua.

Jun 082009
 

Abbiamo già trattato della Rivoluzione industriale, analizzando temi quali: L’Inghilterra e la Rivoluzione industriale, La Rivoluzione industriale vista da Toynbee, La Rivoluzione industriale e la Gran Bretagna del XVIII secolo, in questo post diamo spazio alle immagini per meglio conoscere due delle tante invenzioni che hanno trasformato l’economia mondiale.

Pompa a vapore di Thomas Savery

Pompa a vapore di Thomas Savery. (Foto Wikipedia)

Macchina a vapore, XVIII secolo.

Macchina a vapore: era capace di convertire il calore del vapore prodotto dal riscaldamento dell’acqua in energia meccanica. (Foto Encarta)

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Un telaio di J. Jacquard, primissimi del 1800

Il telaio Joseph Marie Jacquard (1752-1834).

Il telaio di J. M. Jacquard, inizi 1800

Il telaio di Joseph Marie Jacquard automatizzato con le schede perforate (primi dell’800). (Foto Wikipedia)

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May 212009
 

Con la riduzione della mortalità e grazie a un alto tasso di natalità, il ‘700 fu un secolo di crescita demografica. A parte due isolati episodi di peste, a Marsiglia nel 1720 e a Messina nel 1743, in questi cento anni non abbiamo né pandemie né pestilenze di rilevante importanza, cosicché la popolazione europea aumentò di numero, merito anche a un buon sviluppo economico e a migliori condizioni igienico-sanitarie.
Marsiglia 1760In Inghilterra si passò da 5.800.000 abitanti a circa 9.000.000, in Germania da 14 a 23 milioni, in Spagna da 13 a quasi 18 milioni, in Francia da 22 a 29 milioni, mentre in Italia da 13 a 17 milioni di persone. Il vero boom si ebbe in Russia che da 13 milioni raggiunse i 30 milioni. D’ora in avanti l’accrescimento demografico europeo sarà costante più o meno sino ai giorni d’oggi.
Un contributo notevole fu dato dallo sviluppo di nuove forme di sostentamento alimentare, quali il mais e la patata, importati dall’America meridionale. Mentre il mais ebbe un immediato successo e una grande diffusione, per la patata dobbiamo aspettare quasi la fine del XVIII sec..
Da notare che, se si sarebbe presentato un periodo di carestia, come quello del 1763-1764, i commerci fra le nazioni, europee e non, potevano supplire determinate carenze: le possibilità di mancanza di cibo erano più ridotte rispetto al passato.
Altri fattori che influirono sull’incremento della popolazione fu sia l’abbassamento dell’età al matrimonio delle donne, pertanto un ampliamento del periodo fertile, sia una riduzione del celibato maschile e femminile, dovuti soprattutto a una nuova presa di coscienza popolare, alla sua alfabetizzazione e, certamente non meno, alla libertà di pensiero.Napoli 1727
Ritornando ai numeri, notiamo come le grandi città ebbero un loro particolare sviluppo demografico: Londra passò da quasi 600.000 abitanti a 900.000, Parigi da 450.000 a 600.000, Napoli da 300.000 a 450.000. Stessa cosa accadde in quelle più piccole come Marsiglia, Amburgo, Liverpool, diventando importanti centri commerciali, e non dimenticando il peso che ebbe la rivoluzione industriale. Per tale ragione nacquero infrastrutture, strade, ponti, canali navigabili, porti, nuove vie di comunicazioni. Nacquero altresì nuove forme di tecniche agricole produttive. Si pensi che nel ‘700 si pubblicarono un numero considerevole di libri riguardanti l’agronomia e, nello stesso tempo, si diffusero in tutta Europa accademie di agraria: tanto era l’attenzione a essa dedicata che il grande Voltaire, in uno dei suoi scritti, adoperò il termine agromania.
La rivoluzione industriale vista da Gustave DoréA seguito della crescita demografica e a un fiorire di un’agricoltura più redditizia, si sviluppò un mercato secondario, con attività legate alla trasformazione e alla lavorazione dei prodotti. Accrebbe la possibilità di lavorare, quindi di guadagnare. Lino, canapa, birra, vino, acquavite, seta e tanti altri prodotti derivati dalla terra venivano ora elaborati non in città, bensì nelle stesse campagne, con la conseguente proliferazione di un lavoro che definirei a domicilio. Come conseguenza di tale progresso sorsero nei campi case, edifici, strutture. Le corporazioni di arti e mestieri, che controllavano, gestivano e regolamentavano l’economia del medioevo e che condannavano le iniziative individuali, iniziarono a decadere, a non avere più un ruolo decisivo.
Gli stati dovettero intervenire regolamentando la produzione, ma anche i traffici nazionali e internazionali, riconsiderando i dazi doganali, proteggendo i propri prodotti, favorendo lo sviluppo di determinate aeree. Fu nel 1709 che nacque in Inghilterra la prima banca centrale, mentre in Francia iniziarono a circolare le prime monete cartacee.
Lo sviluppo economico era appena abbozzato, i commerci avevano un peso nell’economia e nella politica dei singoli stati, la gente poteva esprimere le proprie idee, le proprie capacità, le proprie convinzioni: l’Illuminismo aveva contribuito all’avvio di un’epoca davvero rivoluzionaria.

Apr 142009
 

Abbiamo diverse volte trattato di questo argomento (»»»qua e »»»qua), ed è di tale importanza che seguiamo a dissertare su esso.
La Rivoluzione industriale portò cambiamenti sociali, economici, politici in tutto il nostro continente, cambiamenti sia positivi, che negativi. La vita dell’uomo mutò di percorso, si formarono nuovi ceti sociali, si fondarono città e si svilupparono principalmente quelle che avevano una buona rete di comunicazione, si realizzarono bonifiche, si prepararono nuove strade, si allestirono nuovi ponti, ci fu una massiccia emigrazione verso le nuove zone di produzione, si concepirono nuove idee politiche, si formarono nuove potenze.
Londra, Rivoluzione industriale, Gustave DoréA principio del XVIII sec., la maggior parte della popolazione europea viveva nelle campagne, circa l’80-85% erano contadini che coltivavano la terra per il loro fabbisogno, mentre il prodotto eccedente veniva portato ai mercati cittadini. In Inghilterra, alla fine della seconda metà del XVIII sec., la rivoluzione industriale aveva determinato un nuovo modo di vivere, sia per coloro che usualmente abitavano in città, che per gli agricoltori. Questi ultimi, in difficoltà per la pesante tassazione, ma anche con il sogno d’iniziare una nuova e più degna vita, abbandonarono le loro case per andare alla ricerca di nuove fonti di guadagno, nelle fabbriche, ma si incontrarono con una realtà ben diversa, una realtà difficile, dura, spesso violenta. La famiglia si disgregò, si accentuò il divario sociale.
In certi documenti risalenti al 1840 si legge che l’orario di lavoro era di 13-14 ore il giorno per sei giorni la settimana, mentre i bambini di 5-6 anni erano obbligati a lavorare persino 13-15 ore negli opifici o nelle miniere in situazioni malsane e pericolose. Non avevano facilitazioni, si ammalavano frequentemente, erano malpagati, sfruttati, denutriti. Solo nella seconda metà dell’800 si approverà una legge che cercherà di regolamentare il lavoro minorile.
In uno suo scritto del 1845, Engels annotava che gli alloggi degli operai erano situati in una parte quasi nascosta delle città, affinché fossero separati dalla borghesia, dagli industriali, dagli aristocratici, insomma dai ricchi. Parlando della città di Manchester, commentava:

“… Tuttavia, il meglio di questa situazione è che i facoltosi aristocratici del denaro possono superare i rioni operai percorrendo la via più diretta per raggiungere i loro uffici nel cuore della città, senza minimamente avvedersi passare accanto alla miseria più nera che regna tutt’intorno”. (1)

Riferendo ciò che vedeva passeggiando vicino le fabbriche, registrava:

“… In basso scorre, o meglio ristagna, l’Irk [N.d.R. fiume di Manchester], uno stretto corso d’acqua scura e maleodorante, che deposita la spazzatura e i rifiuti di cui è zeppo sulla riva destra, più piatta. Quando il clima è secco su questa riva resta una lunga fila di pozzanghere repellenti e fangose, di colore verdognolo, la cui superficie ribolle di continuo per i gas mefitici che salgono dal fondo, emanando un fetore insopportabile anche per chi è sul ponte, una quindicina di metri sopra il livello dell’acqua”. (2)

Le preoccupazioni di Engels erano confermate da una relazione di un’inchiesta parlamentare inglese sul lavoro degli operai in fabbrica:

“A Tyldesley gli uomini lavorano a una temperatura da 29 a 30 gradi, 14 ore al giorno, compresa l’ora di pranzo. Durante le ore di lavoro la porta è chiusa, salvo una mezz’ora per il tè; gli operai non possono andare a prendere l’acqua per rinfrescarsi nell’atmosfera soffocante della filatura; anche l’acqua piovana è sottochiave, per ordine del padrone…”.

E a proposito dell’abuso dei bambini, scriveva Bertrand Russell:Rivoluzione industriale, Lavoro minorile

“I fanciulli entravano dai cancelli della filanda alle cinque o alle sei del mattino, e ne uscivano alle sette o alle otto di sera. Unica sosta durante questa reclusione di 14 o 15 ore era costituita dai pasti, al massimo mezz’ora per la colazione e un’ora per la cena. Ma questi intervalli significavano unicamente un mutamento di lavoro: anziché badare ad una macchina in azione, pulivano una macchina ferma, mangiando il loro pasto come meglio potevano in mezzo alla polvere a alla lanugine che soffocava i loro polmoni”. (3)

Certamente non era una situazione igienica sopportabile: malattie, febbri, rare infermità colpivano chi viveva in quelle condizioni. Le prime leggi assistenziali si ebbero nella seconda metà del XIX sec., così come le prime associazioni operaie.

Samuel Scott, Una banchina sul Tamigi, XVIII sec.

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1. Friedrich Engels, La situazione della classe operaia in Inghilterra, 1845.
2. Friedrich Engels, op. cit.
3. Bertrand Russel, Storia delle idee del XIX secolo, 1959.

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Piccola bibliografia:

- Salvatore Ciriacono, La Rivoluzione industriale. Dalla protoindustrializzazione alla produzione flessibile, Bruno Mondadori, 2000.
- Edward A. Wrigley, La rivoluzione industriale in Inghilterra. Continuità, caso e cambiamento, il Mulino, 1992.
- Robert C. Allen, La rivoluzione industriale inglese. Una prospettiva globale (Le vie della civiltà), il Mulino, 2011.

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Feb 172009
 

Arnold ToynbeeCome vedeva, come considerava, come analizzava un inglese della metà dell’800 la Rivoluzione industriale?

Per nostra fortuna esistono vari autori che hanno parlato della loro epoca, da Adam Smith (1723-1790) a David Ricardo (1772-1823), da James Mill (1773-1836) a Arthur Young (1741-1820). La mia attenzione, ultimamente, si è fermata su uno storico economista morto all’età di appena 30 anni, Arnold Toynbee (1852-1883). La sua repentina morte non gli permise pubblicare alcuna opera. Ciò che ci rimane è una serie di lezioni date a Oxford che sono state raccolte in un libro dal titolo La rivoluzione industriale, un libro che ritengo importante nello studio della stessa.

Arnold introduce il concetto di “rivoluzione industriale” nella storiografia economica non marxista, dando un certo peso all’economia nella ricerca storica. La sua analisi di quel periodo pieno di sviluppi e contraddizioni parte da lontano, iniziando addirittura nel medioevo, per esempio quando osserva le Poor Laws,  per continuare fino ai suoi giorni con i Trade Unions. E sebbene prima del XIX secolo non si abbiano dati certi e confermati, riesce a dare un’ampia visione economica dell’Inghilterra prima della rivoluzione.

Parlando dello sviluppo inglese affermava:                                                        

“Uno dei grandi segreti del suo progresso stava nella facilità del trasporto su acqua consentito dai suoi fiumi, dal momento che tutte le comunicazioni via terra erano in pessime condizioni. Un secondo motivo era l’assenza di barriere doganali interne, come esistevano in Francia, e in Prussia fino al tempo di Stein. In Inghilterra il commercio interno era completamente libero.”1                                                                                                                                                     

I cambiamenti che avvennero in quegli anni, iniziando più o meno dal 1760, hanno modificato la struttura sociale inglese. Se una volta il lavoro veniva svolto principalmente nelle famiglie, con l’avvento delle nuove tecniche questa sarà quasi smembrata per andare a cercare lavoro nelle città. Si avrà quindi una migrazione verso i grandi agglomerati urbani, con le conseguenti problematiche e difficoltà. L’agricoltura passerà dai grandi pascoli demaniali a essere recintata e in mano a proprietari terrieri, proprietari che avranno, a differenza che in Francia e in Prussia, un peso politico a volte forte e decisivo. I cosiddetti freeholders saranno danneggiati enormemente. La rivoluzione industriale vista da Gustave Doré

Nel ’600 il salario medio giornaliero di un agricoltore era, dice Toynbee, di 10 pence e ¼, mentre il prezzo medio del grano era di 38 scellini e 2 pence. Nei primi sessant’anni del XVIII secolo, la sua paga ascendeva a 1 scellino e il prezzo medio del grano 32 scellini. In quel lasso di tempo il suo potere di acquisto era aumentato. Tutto ciò dovuto a una serie di buoni raccolti e alla conseguente caduta del prezzo del grano. Dopo il 1771, la condizione economica dei salariati venne meno, con la conseguente difficoltà di trovare il sostentamento diario.

Nelle sue lezioni Toynbee affrontava il problema delle colonie americane, a cui era vietato produrre. Ogni cosa doveva essere importata dall’Inghilterra, dai cappelli agli stivali, dal ferro alla lana, ogni articolo doveva sbarcare da navi inglesi. Tutto ciò sino alla loro Dichiarazione d’Indipendenza, causata, fra le altre cose, anche per questo tipo di proibizioni.

Per il nostro storico:                                                                                               

“L’essenza  della rivoluzione industriale è la sostituzione della concorrenza alle norme medievali che in precedenza avevano regolamentato la produzione e la distribuzione della ricchezza. Per questa ragione essa non è solo uno dei più importanti fatti della storia inglese, ma l’Europa deve ad essa lo sviluppo di due sistemi di pensiero – la scienza economica, e la sua antitesi, il socialismo.” 2                                                                                                                  

Il libero scambio seppur conveniente, diceva, non sempre si rivelava vantaggioso, così come lo stato doveva intervenire con accertate leggi a secondo della situazione economica del momento.

L’importanza dei Trade Unions era da lui risaltata quando affermava che avevano migliorato i rapporti fra le classi: gli imprenditori iniziavano a riconoscere le necessità degli operai e questi il vantaggio di associarsi per meglio trattare. Le due categorie imparavano dunque, tramite un confronto civile e dialettico, a rispettarsi a vicenda.

Il suo corso chiudeva dando la dovuta attenzione al futuro delle classi lavoratrici, parlando del libero scambio, dell’incremento della ricchezza globale del paese, alla concorrenza dei mercati, del rapporto fra operai e padroni, e nello stesso tempo accennava alla depressione del 1877. Infine si domandava come assicurare la completa indipendenza materiale dell’operaio.


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1. Arnold Toynbee, La rivoluzione industriale, Odradek editore, Roma, 2004, pag. 35.

2. A. Toynbee, op. cit. pag. 71.

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Inf. seconda immagine: qua.