Jun 012012
 

Costretto a inaugurare gli Stati Generali – 5 maggio 1789 -, Luigi XVI spera risolvere con nuove imposte il deficit della sua Francia e calmare gli animi di un paese in piena crisi politica sociale economica. La situazione non è certo piacevole, la tensione aumenta ancor più quando la folla parigina scende per le strade chiedendo pane, dopo periodi di carestia, perdite nei raccolti e forte inflazione. Il 14 luglio 1789 si prende d’assalto la Bastiglia, la Rivoluzione francese è oramai un evento in fase di sviluppo.
In quegli anni, fra il 1785-1789, Thomas Jefferson (1743-1826), futuro presidente degli Stati Uniti, si trovava a Parigi, inviato come diplomatico. E Jefferson, illuminista convinto, fu un testimone attivo di quel periodo di cambi, recatosi a Parigi e a Versailles per assistere in prima persona a quelle tensioni che avrebbero visto la morte di Luigi XVI, di Maria Antonietta, che, anni dopo, sarebbero sfociate nel Terrore, e così via.
In una serie di lettere dirette al Segretario di Stato americano, John Jay (1745-1829), Jefferson riporta la sua esperienza. Leggiamone qualche estratto per “vedere” la Parigi di fine Settecento con gli occhi di un americano democratico, che viveva in una casa vicino i Champs Élysées e che corrispondeva spesso con i sostenitori della rivoluzione, per esempio con il conte di Mirabeau e il marchese de La Fayette.

12 luglio
[…]
Nel pomeriggio un corpo di circa 100 cavalieri tedeschi affluirono in Place Louis XV e circa 300 soldati svizzeri si sistemarono a poca distanza dietro loro. Questo movimento ha attirato le persone in quel punto, che naturalmente in un primo momento si sono fermate davanti alle truppe solo per guardarle. Ma quando il loro numero è via via aumentato, la loro indignazione si fece più palese: si ritirarono di pochi passi, dietro grandi mucchi di pietra, raccolti in quel luogo per un ponte adiacente, e attaccarono i cavalli con le pietre. [...] Questo era il segnale dell’insurrezione generale, e il corpo di cavalleria, per evitare di essere massacrato, si ritirò verso Versailles.
La gente ora si impossessava di qualsiasi arma che potevano trovare nei negozi degli armaioli e che avevano in casa, e con mazze, e vagarono per tutta la notte attraverso la città […]

13 luglio
[…]
La folla, ora appoggiata apertamente dalle guardie francesi, forza le carceri di St. Lazare, libera tutti i prigionieri, e assalta un grande negozio di grano, grano che portarono al mercato. Qui si appropriano di alcune armi, e guardie francesi cominciano a osteggiarli […]

14 luglio
[…]
La demolizione della Bastiglia è stata ordinata, e iniziata. Un corpo delle guardie svizzere, del reggimento di Ventimiglia, e le guardie cittadine a cavallo si uniscono al popolo. L’allarme a Versailles aumenta invece di diminuire. Credevano che i nobili di Parigi erano sotto saccheggio e strage, che 150.000 uomini in armi marciavano a Versailles per massacrare la famiglia reale, la corte, i ministri e quanti con loro […]
Gli aristocratici della nobiltà e del clero negli Stati Generali gareggiavano tra loro nel dichiarare quanto sinceramente sono pronti a sostenere la causa di giustizia del popolo […]

16 luglio
[…]
Ogni ministro si dimise […] e quella notte e la mattina seguente il conte d’Artois e Monsieur de Montesson (un deputato) vicino a lui, Madame de Polignac, Madame de Guiche e il conte de Vaudreuil preferiti della regina, l’abate de Vermont suo confessore, il principe di Condé e il duca di Borbone, sono tutti fuggiti, non sappiamo dove.
Il re venne a Parigi, lasciando la regina nel dolore per il suo ritorno […]. La carrozza reale era al centro, su ciascun lato di essa gli Stati Generali, in due file, a piedi, alla loro testa il marchese de la Fayette come comandante in capo, a cavallo, e le guardie davanti e dietro.

Il re si fermava all’Hotel de Ville. Lì, lo riceveva Monsieur Bailly che metteva nel suo cappello la coccarda popolare, rivolgendosi a lui. Il re sembrava impreparato e incapace di rispondere, Bailly gli si avvicina, raccoglie da lui alcuni frammenti di frasi, come dando una risposta, che riferisce all’auditorio da parte del re.
Al loro ritorno, il popolo gridava “vive il re e la nazione” […].”

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- traduzione libera di Gaspare Armato.

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»»» qui come un toscano vedeva la Rivoluzione francese.
- President Jefferson Letters for the years 1775 thru 1820, »»» here.
- Letters of Thomas Jefferson, »»» here.
- Thomas Jefferson, Onset of the French Revolution, 1789, »»» here.

Jul 192011
 

Tre libri da leggere con attenzione per entrare nelle dinamiche della Rivoluzione francese:

Iniziamo con i due tomi di François Furet e Denis Richet, La Rivoluzione francese, che partendo dall’Ancién Regime ci conducono passo a passo fino a Bonaparte.

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Lo storico inglese Alan Forrest, con la sua Rivoluzione francese, ci da un diverso punto di vista, entrando anche nell’aspetto popolare dell’evento.

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Jules Michelet, Le donne della rivoluzione, non poteva mancare. Un libro che parla della forza delle donne, del loro coraggio, della loro essenziale parte nella rivoluzione dell’89.

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»»»Qua una serie di articoli sulla Rivoluzione francese.

Jul 072011
 

Abbiamo accennato tempo addietro a Louis Sébastien Mercier (»»»qua), per cui andiamo a leggere come ci presenta la Bastiglia poco prima della Rivoluzione del 1789, dal suo Tableau de Paris, pubblicato in dodici tomi tra il 1781 e il 1788. Il presente brano è tratto dal libro Parigi fantasma (0):

“Prigione di Stato: questo basta a definirla. «È un castello – dice Saint-Foix – che, senza essere fortificato, è il più temuto d’Europa». (1)
Chi può sapere cosa è avvenuto dentro la Bastiglia, chi vi è rinchiuso, chi vi è stato rinchiuso? Ma come si potrà scrivere la storia di Luigi XIII, di Luigi XIV e di Luigi XV, se non si conosce la storia della Bastiglia? Tra le sue mura sono accadute le cose più interessanti, più curiose, più strane. La parte più interessante della nostra storia rimarrà dunque nascosta per sempre: niente trapela da quel baratro, non più che dal muto abisso delle tombe.
Enrico IV fece conservare il tesoro reale alla Bastiglia. Luigi XV vi fece rinchiudere il Dizionario enciclopedico, che ancora vi marcisce. (2)
Il duca di Guisa, padrone di Parigi nel 1588, lo fu anche della Bastiglia e dell’Arsenale. Ne nominò governatore Bussi le Clerc, procuratore del parlamento (3). Bussi le Clerc, fece prendere d’assalto il parlamento, che si rifiutava di sollevare i francesi dal giuramento di fedeltà e obbedienza, condusse alla Bastiglia presidenti e consiglieri, tutti in toga e tocco; e là li mise a pane e acqua.
Oh larghe mura della Bastiglia, che, durante gli ultimi tre regni, avete raccolto i sospiri e i gemiti di tante vittime, se poteste parlare, come verrebbe smentito dai vostri racconti terribili e fedeli il linguaggio timido e adulatorio della storia!
Vicino alla Bastiglia si trova l’Arsenale (4), che funge da polveriera, dipendenza altrettanto terribile della dimora principale.
La torre di Vincennes rinchiude ancora dei prigionieri di Stato che, a quanto pare, devono finire là i loro tristi giorni. Chi ha potuto calcolare con precisione il numero delle lettere sigillate (5) inviate durante gli ultimi tre regni?
Abbiamo una storia della Bastiglia in cinque volumi, che riferisce alcuni aneddoti singolari e bizzarri, ma nulla di ciò che si desidererebbe tanto conoscere, in una parola, nulla che possa gettare un po’ di luce su certi segreti di stato, coperti da un velo impenetrabile. Se dobbiamo credere all’autore, all’epoca di un Argenson, vi si trattavano con rigore inaudito e tirannica violenza i detenuti, già fin troppo puniti con la perdita della libertà.
La direzione della prigione, oggi più mite e umana di quanto non lo sia mai stata dopo la morte di Enrico IV, si è indubbiamente molto ammorbidita rispetto a quella crudele severità, e non infligge più quelle punizioni spaventose e inutili.
Quando un detenuto muore alla Bastiglia, viene seppellito a Saint-Paul, alle tre di notte. Invece dei preti, sono i secondini che portano la bara, e i membri dello stato maggiore assistono alla sepoltura. Il cadavere sfugge pertanto al terribile potere solo attraverso la tomba.
Non appena si parla della Bastiglia a Parigi, si evoca subito la storia della maschera di ferro: ognuno se la foggia a piacere e vi mescola riflessioni non meno fantasiose (6).
Il popolo, d’altronde, ha più paura dello Châtelet (7) che della Bastiglia: non teme questa prigione estrema, perché gli appare come qualcosa di remoto, dato che esso non possiede nessuno dei requisiti che ne aprono le porte. Di conseguenza, non compiange molto coloro che vi sono detenuti, e per lo più ne ignora perfino i nomi. Non testimonia alcuna riconoscenza verso i generosi difensori della sua stessa causa. I parigini preferiscono comprare pane per vivere, rispetto al più bel discorso in cui venisse dimostrato che essi hanno diritto a una vita agiata. Una volta, gli scrittori venivano mandati alla Bastiglia per un nonnulla; ci si è accorti che l’autore, il libro e le sue opinioni acquistavano in tal modo maggiore celebrità; si è preferito lasciare che l’opinione di ieri venisse cancellata da quella di domani; e si è capito che, disponendo della forza fisica, non bisogna preoccuparsi molto delle idee politiche e morali, instabili, e mutevoli per loro natura.
Là geme, o non geme più, il celebre Linguet (8). Qual è il suo delitto? Non si sa.

L’effetto è spaventoso, la causa sconosciuta. (Voltaire)”

-III, 283-

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0. Louis Sébastien Mercier, Parigi fantasma, Edizioni Medusa, 2008, pp. 33 e sgg.

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Note del curatore del libro da cui è tratto il brano:

1. Poullain de Saint-Foix (1698-1776): autore degli Essais historiques sur Paris (1754).
2. Si tratta della celebre Encyclopédie, diretta da Diderot e d’Alembert.
3. S’intenda Bussy-Leclerc, morto in esilio nel 1635; il duca di Guisa (Enrico I di Lorena, 1550-1588) fu uno dei capi della Lega santa ai tempi delle guerre di religione in Francia; fu uno dei principali responsabili della notte di San Bartolomeo in cui vennero massacrati gli ugonotti (1572).
4. Mercier si riferisce plausibilmente al Petit Arsenal, oggi scomparso; mentre esiste tuttora l’Arsenal.
5. Le lettres de chacet erano ordini di arresto (o di esilio) emanati direttamente dal re, anche su istanza di privati cittadini, senza che venissero esaminati e approvati dalla giustizia ordinaria: rappresentano uno dei simboli dell’arbitrarietà del potere assoluto.
6. Fu Voltaire che, tra i primi (o, forse, per primo), riprese e diede credito a questa storia in Le siécle de Louis XIV (tr. it. Il secolo di Luigi XIV, Einaudi, Torino 1951, pp. 284-286).
7. Prigione che si trova sull’Île de la Cité.
8. Nicolas-Simon-Henry Linguet (1736-1794) avvocato e polemista; dopo una lunga reclusione alla Bastiglia, pubblicò un Mémoire sur la Bastille (1783). Venne condannato alla ghigliottina durante la reazione termidoriana.

Oct 122010
 

Un articolo di Bianca Maria Rizzoli che ci illustra sulla moda Neoclassica.

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Durante la Rivoluzione francese, e precisamente l’8 brumaio anno II, corrispondente al 29 ottobre 1793, la Convenzione emise un decreto che recitava così: “Nessuna persona, dell’uno o dell’altro sesso, potrà costringere alcun cittadino o cittadina a vestirsi in modo particolare, sotto pena di essere trattata come sospetta, o perseguita come perturbatrice della pubblica quiete; ognuno è libero di portare l’abito e gli accessori del suo sesso che preferisce”. Editto rivoluzionario, perché si opponeva in modo radicale al divieto, perpetuato da secoli, di indossare qualsiasi tipologia vestiaria che non fosse gradita al potere e alla morale comune ed ecclesiastica, e che spartiva con specifiche leggi Suntuarie la distanza sociale che divideva ricchi e poveri.
In odio alla vesti stracariche e lussuose dell’antica aristocrazia, l’abbigliamento maschile e femminile si semplificò notevolmente, con specifici riferimenti all’antico costume greco.
La riscoperta dell’arte classica e le nuove forme artistiche che ne derivarono prendono il nome di Neoclassicismo, ed erano state veicolate anche dal sensazionale ritrovamento, avvenuto nel 1748, del primo reperto della città di Pompei, in seguito scavata e in parte saccheggiata. Le bianche statue drappeggiate con fogge antiche incantarono tutta l’Europa, che non era consapevole che i primitivi colori con cui erano state dipinte si erano completamente dilavati coi secoli. In Francia, che ancora nell’Ottocento era al centro della moda, pioniere del nuovo gusto furono Juliette Recamier e Madame Tallien, tra le maggiori esponenti del jet set parigino. Come loro, le donne che si vestivano alla moda erano chiamate “Merveilleuses”. Gli abiti che portavano davano l’impressione di una spigliata leggerezza, sia per la semplicità del taglio, sia per la quasi trasparenza delle stoffe. Ma, cosa più importante, era stato abolito il busto, tortura del corpo femminile ormai in uso da secoli; per circa vent’anni questo doloroso accessorio scomparve dalla scena, per poi ritornarvi con l’avvento delle mode romantiche.
Finalmente libera di mostrare le forme, la donna adottò con entusiasmo i nuovi abiti longilinei, con la vita sotto al seno, l’ampissima scollatura, le maniche corte a palloncino. Perfino le acconciature furono influenzate dall’arte greca, e le signore comparivano con capelli rialzati, spesso fasciati da bende ricamate, mentre tra i gioielli rifioriva l’arte del cammeo.
La moda delle vesti trasparenti, detta dapprima “del nudo” e poi “alla romana”, furoreggiò fino all’esagerazione. Ormai non si diceva che una signora era ben vestita, ma “ben svestita”; per alleggerire ulteriormente i capi indossati, anche scarpe e gioielli si semplificarono: era “à la page” solo colei che pesando il tutto non superava i 200 grammi di roba indossata. Il problema era che questo stile non veniva modificato nemmeno l’inverno, a parte un morbido scialle di cachemire indiano, unica copertura dai rigori della stagione: solo dopo il 1805, forse in concomitanza con una grave epidemia di influenza, ricomparvero gli abiti con maniche lunghe.
Napoleone inoltre, pur amando per sé la semplice divisa militare, stava costituendo una corte parigina simile per sfarzo a quella del Re Sole. Durante la cerimonia della sua incoronazione a Imperatore dei Francesi (1804) volle ispirarsi a quella di Carlo Magno e ne realizzò la regia aiutato da molti artisti, tra cui il pittore Isabey che era incaricato di disegnare i costumi. Pur rimanendo fedele alla linea sotto al seno, Giuseppina di Beauharnais, moglie di Napoleone, portava un abito di seta bianca ricamato e un lungo mantello a strascico di velluto rosso che partiva dalla vita a cui era agganciato per mezzo di lacci. Dietro alla nuca aveva un rigido colletto rialzato in pizzo detto “cherusque”, lontano parente dei colletti di Caterina de’ Medici. Questo complesso abito da cerimonia diventò poi il prototipo delle vesti di corte di epoca napoleonica.
Lo stesso Bonaparte, per proteggere il commercio francese, vietò l’importazione delle leggere mussole dell’India, che faceva parte dell’impero coloniale britannico. Così, con queste ultime mosse, l’uso dissennato del nudo finì per essere abbandonato in favore di tessuti spessi e pesanti in raso lucido a cui furono poi aggiunte guarnizioni ricamate, a frappe, a volants, a passamaneria, che andavano dall’orlo fino a metà della veste. Le scollature furono mitigate e infine quasi nascoste da una camicetta trasparente con un piccolo collo a gorgiera. Ricomparvero infine i soprabiti, soprannominati in francese “douillettes”, forse a causa del tepore che sprigionavano anche grazie alle fodere di pelliccia.
Come si è visto i richiami storici erano frequenti: d’altro canto, fin dall’inizio dell’Ottocento lo studio della storia e dell’antichità diventarono una nuova disciplina che sarebbe entrata non solo nella moda, ma nella letteratura, nell’arte e nella lirica.
Dopo la morte di Napoleone, il 5 maggio 1821, il tentativo di Restaurazione degli antichi regimi e l’avvento nella moda di gusto romantico cambieranno completamente il vestito, le usanze e il corpo femminile che per vent’anni aveva conosciuto una breve stagione di libertà. Solo agli inizi del XX secolo il couturier parigino Paul Poiret ricreò gli abiti a vita alta e senza busto, dimostrando che l’eredità neoclassica non era andata persa.

Bianca Maria Rizzoli.

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Altri articoli sulla moda di Bianca Maria Rizzoli qua.

Oct 082010
 

Gli scritti di Francesco Favi, segretario della Legazione toscana a Parigi durante la rivoluzione francese, o almeno sino al 1794, anno in cui fu costretto a lasciare la Francia, sono un’interessante fonte per “vedere” la Rivoluzione francese con occhio italiano – toscano in questo caso – un occhio attento e preciso, un occhio ben informato secondo la tipica tradizione diplomatica italiana.
Il Granducato toscano, in quegli anni, si sforzava, nei limiti della politica europea, essere neutrale e indipendente, dedicandosi per lo più alle riforme interne. La politica estera di Pietro Leopoldo e poi di Ferdinando III era generalmente legata a quella dell’Austria, e Vienna tollerava ben poco che la Toscana avesse i propri ministri nelle corti estere, insistendo sul fatto di adoperare quelli imperiali, con la possibilità di nominare segretari di legazione toscani presso gli stessi rappresentanti imperiali all’estero.
Francesco Favi aveva occupato il posto dell’abate Niccoli…

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Sep 162010
 

Una delle decisioni a seguito della Rivoluzione francese del 1789 fu di imprigionare il re Luigi XVI e passarlo alla ghigliottina, una decisione travagliata che suscitò non poche proteste sia nella stessa Francia che nei vari Paesi europei.
Luigi XVI fu recluso insieme ai congiunti nel Tempio prima di essere processato e avviato al patibolo, un duro periodo in cui dimostrò, dicono, saldezza di nervi e forte carattere. Al suo seguito c’era Cléry, Jean-Baptiste Hanet, la sola persona autorizzata dai rivoluzionari a risiedere con la famiglia reale durante la prigionia e fino al giorno della decapitazione del re, e di cui possediamo il diario tenuto dal 26 agosto 1792 al 21 gennaio 1793. Marie-Thérèse-Charlotte, primogenita di Luigi XVI e della regina Maria Antonietta sarà l’unica prigioniera a salire viva da quella fortezza, mentre Henri Essex Edgeworth de Firmont, abate confessore della sorella di Luigi XVI, rimase a confortare il re nelle ultime ore di vita, avendolo seguito fino alla ghigliottina.
Ebbene, di seguito, una brevissima parte delle loro testimonianze di quei tragici momenti…

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Sep 082010
 

La Rivoluzione francese portò con sé tante speranze, dalla libertà all’eguaglianza, dalla fratellanza a un miglioramento delle condizioni di vita, e fu anche quest’ultima che diede particolare impulso a una frenesia coniugale, a una voglia di trovare l’anima gemella per condividere gli anni a venire. Più che in ogni altro periodo si stipularono contratti matrimoniali già da tempo progettati e non realizzati a causa delle precarie situazioni economiche dei due interessati.
Nei primi anni del regno di Luigi XVI la media di matrimoni era all’incirca di 239 mila, passando a 327 mila nel 1793 e 325 mila nel 1794, con una età media di 28 anni e mezzo per i maschi e 26 per le ragazze, con una tendenza ad abbassarsi…

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Suggerimenti lettura:

- François Furet e Denis Richet, La Rivoluzione francese, Laterza, 1998.
- Alan Forrest, Rivoluzione francese, il Mulino, 1999.
- Jules Michelet, Le donne della rivoluzione, Bompiani, 2003.

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