Jan 202015
 

Ogni condannato a morte avrà tagliata la testa.”
(1)

Joseph-Ignace Guillotin

Joseph-Ignace Guillotin

Quest’uomo dagli occhi azzurri e parrucca bianca nell’immagine a sinistra fu il medico e politico francese Joseph-Ignace Guillotin (1738-1814), celebre per aver dato il nome alla triste macchina “taglia-teste”, protagonista indiscussa della Rivoluzione francese.

Ma il vero padre della Louisette, nome con cui inizialmente venne chiamata la ghigliottina, fu il chirurgo, sempre francese, Antoine Louis (1738-1792), incaricato proprio da Guillotin, che gli aveva suggerito disegnare un arnese che potesse decapitare senza dolore, una macchina “democratica”, non più riservata a nobili e ad aristocratici, ma a tutti indistintamente, preti, artigiani, contadini, borghesi, alta società. Giacché sotto l’Ancien Régime, secondo il reato commesso, la vittima poteva esser uccisa con un colpo di spada, bruciata sul rogo, con la ruota della tortura e via dicendo.

E Antoine Louis, sulla base di altre già esistenti – ricordiamo che oggetti simili erano già stati adoperati in Boemia nel XIII sec., in Germania (chiamata Fallbeil), in Scozia (la Maiden di Edimburgo), in Inghilterra (il Patibolo di Halifax), in Italia (la Mannaia) – e avendo come assessore il boia ufficiale di Parigi Charles-Henri Sanson (1739-1806), ne abbozza una che poi sarà fabbricata dal costruttore tedesco di clavicembali Tobias Schmidt (1768-1821) per la modica somma, si fa per dire, di 960 franchi d’oro.

Le prime prove si eseguono nel 1792 su pecore e poi su cadaveri nell’ospedale parigino di Bicêtre, modificando la lama orizzontale per una di forma obliqua, più efficace nel taglio. I risultati furono tali che l’Assemblea Nazionale l’adottò immediatamente, adoperandola per tutti, senza distinzione di ceto sociale.

Ma la vera grande protagonista della Rivoluzione è proprio la ghigliottina ed è lei a ottenere il meritato riconoscimento artistico. Durante il Terrore questo strumento di vendetta è talmente idolatrato da divenire l’eroina di un’opera teatrale, La Guillotine d’amour. Il 16 luglio 1793 il «Journal des spectacles» annunciava:

«Si preparano due nuove pantomime al teatro Lycée, i cui titoli sono Adéle de Sacy e La Guillotine d’amour. Ignoriamo quali sono i soggetti dell’una e dell’altra, ma il titolo orribilmente singolare della seconda è ben capace senza dubbio di stimolare la curiosità pubblica.»” (2)

Maria Antonietta di Francia verso la ghigliottina, 1793

Maria Antonietta di Francia verso la ghigliottina, 1793

Esecuzione di Robespierre, 1794

Esecuzione di Robespierre, 1794

Così fu.
Fra i tanti ghigliottinati della Rivoluzione francese ricordiamo il re di Francia Luigi XVI e la regina Maria Antonietta, Maximilien de Robespierre, Georges Jacques Danton, Antoine Lavoisier, per seguire con Camille Desmoulins, Louis Saint-Just, Charlotte Corday e tanti altri, essendo stato Nicolas-Jean Pelletier, accusato di furto e omicidio, il primo della serie, 25 aprile 1792.

La ghigliottina, marchingegno di orrore, fu altresì rito teatrale, fu spettacolo cui partecipava il pubblico, un pubblico spesso diverso a secondo del soggetto decapitato e natura del crimine, e talvolta il “programma”

“[…] sfortunatamente non funziona a dovere, perché si scopre che la maggior parte degli aristocratici non ha paura di morire: noblesse oblige. Spesso, una volta issati sul patibolo, ridono, scherzano e prendono in giro boia e spettatori, continuando a guardare dall’alto in basso il Terzo Stato, e non solo per la scomoda posizione in cui si trovano. In preda a una luttuosa euforia, c’è anche chi balla elegantemente sulla carretta che lo conduce al supplizio.” (3)

Eppure

Ciò non toglie che, durante la dittatura di quaranta giorni dello stesso Robespierre, la ghigliottina non smise di funzionare. Dal 10 giugno al 27 luglio 1794, milletrecentosettantatre teste caddero «come tegole»: l’espressione da costruttore è di Fouquier-Tinville in persona. Fu l’apogeo dell’applicazione legale della pena di morte in Francia.” (4)

Nel corso della Rivoluzione, la definizione di reato punibile con la pena di morte diventò vieppiù vaga, passando dal cospirare contro la repubblica al dichiarare esser per il ritorno della monarchia, dall’esser sfavorevoli a ulteriori cambiamenti rivoluzionari a opinioni discutibili, dal semplice omicidio-vendetta al furto per la sopravvivenza e addirittura all’offrire cibo e acqua a soldati austriaci contro cui si combatteva. La testa poteva cadere facilmente! Cosicché il suo uso fu sempre più ampio ed equivoco.

Un oggetto che conquisterà rapidamente l’interesse dell’epoca:

Che la ghigliottina costituisca una perversa «macchina estetica» lo comprovavo unanimemente la sua poetica e la sua efficacia e lo conferma perfino una somma di circostanze empiriche, solo in apparenza gratuite. La poetica è riassunta nelle parole pronunciate da Saint-Just all’Assemblea Nazionale: essere la ghigliottina una macchina gradita aux âmes sensibles, ‘alle anime sensibili’. L’attenzione spettacolare è attestata dal nereggiare della folla che, nei suoi giorni di gloria, non si stancherà mai di accalcarglisi attorno. Così il palco della ghigliottina si trasforma in un palcoscenico tanto per le vittime che per la massa degli spettatori.” (5)

Dal peso totale di circa 550 kg. e una lama di 39 kg., la ghigliottina resterà in vigore in Francia fino al 1977, la cui ultima decapitazione avverrà nel carcere di Marsiglia.

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*****

– 1. Code pénal, 6 ottobre 1791, art. 3.
– 2. Antonio Fichera, Breve storia della vendetta: arte, letteratura, cinema: la giustizia originaria, ed. Castelvecchi, Roma, 2004, pag. 175.
– 3. Antonio Fichera, op. cit., pag. 277.
– 4. Julia Kristeva, La testa senza il corpo. Il viso e l’invisibile nell’immaginario dell’Occidente, ed. Donzelli, Roma, 2009, pag. 122.
– 5. Alberto Boatto, Della ghigliottina considerata una macchina célibe, Libri Scheiwiller, Milano, 2008 pag. 11.

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Jun 062014
 

Non si porta la libertà sulla punta delle baionette.” (1)

Maximilien Robespierre, ritratto da Pierre Roch Vigneron, 1786

Maximilien Robespierre, ritratto da Pierre Roch Vigneron, 1786

La “rivoluzione”, in lato sensu, la fanno i giovani.
Sono loro che, con forza coraggio spavalderia inventiva, cercano sfidare lo status quo, disponibili a dare, spesso inconsapevolmente, la loro vita, pronti, in poche parole, a scendere per le strade della storia e dimostrare che talvolta i vecchi giochi non servono più e bisogna creare nuove regole per permettere l’evoluzione, anche sociale, di un popolo, di una nazione, di un gruppo di individui.

E allora Marat, assassinato all’età di 50 anni da Charlotte Corday, ghigliottinata a sua volta a 25 anni, Camille Desmoulins decapitato a 34 anni, Danton a 35 anni, Robespierre a 36, potrebbero rappresentare alcuni dei tanti personaggi che, accessi dalla realizzazione di nuovi ideali, hanno saputo dare una spallata all’Ancien Régime e preparare la strada a nuove forme di governo.

Questo che segue non desidera essere un articolo conclusivo né esaustivo, ma solo un panorama che spazia per alcuni dei “pareri” offerti da Robespierre, Robespierre che, prodotto dell’epoca in questione, quel Settecento in cui idee illuministe imbevevano la cultura quotidiana, affermava:

“La legge è forse l’espressione della volontà generale, quando il maggior numero di coloro per cui essa è fatta non possono in alcun modo concorrere alla sua formazione?” (2)

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Robespierre è già un seguace delle idee di Rousseau quando, appena trentenne, viene eletto rappresentante del Terzo Stato agli Stati Generali, era il 1789. Pochi anni dopo, 1793, entra nel Comitato di Salute Pubblica.

Politico democratico e repubblicano, il nostro si animava di moralità nei discorsi, duri ed espliciti, per far presa sul popolo, esprimendo con enfasi il suo modo di proporre una diversa realtà politica, una politica più sana, più vicina ai bisogni della gente, più onesta.

Additato come freddo intransigente incorruttibile pronto a giustificare l’assassinio per favorire la causa rivoluzionaria, il giovane Maximilien lottava inoltre per l’uguaglianza e la giustizia verso i meno abbienti:

Ma se la bilancia della giustizia cessasse di essere in equilibrio, non dovrebbe forse pendere in favore dei cittadini meno agiati?” (3)

Quest’uomo di potere, quest’abile avvocato di Arras, descritto da George Sand come “Il più grande uomo della rivoluzione e uno dei più grandi della storia” (4), che qualcuno disse essere stato ateo, nel medesimo tempo in cui lui stesso gridava:

Abbandoniamo i preti e torniamo a Dio. Costruiamo la moralità su fondamenta sacre ed eterne; ispiriamo nell’uomo quel rispetto religioso per l’uomo, quel profondo senso del dovere, che è l’unica garanzia della felicità sociale; nutriamo in lui questo sentimento attraverso tutte le nostre istituzioni e facciamo sì che l’istruzione pubblica sia diretta verso questo fine” (5),

quest’avvocato, dicevamo, incarnò la figura principale del Terrore, quel triste periodo che va, più o meno, dal luglio 1793 al luglio dell’anno seguente con la sua morte. La stessa ghigliottina che aveva ucciso migliaia di persone fece cadere la lama sulla testa proprio di Maximilien: aveva 36 anni.

Esecuzione di Maximilien Robespierre, 1794

Esecuzione di Maximilien Robespierre, 1794

Caro fratello, non riesco a nasconderti i miei timori, tu suggellerai la causa del popolo con il tuo sangue, e forse il popolo stesso sarà così disgraziato da colpirti; ma io giuro di vendicare la tua morte, e di meritarla con me.” (6)

avrebbe scritto il fratello Agustin qualche tempo prima della morte dei due.

La figura storica di Maximilien Robespierre è stata da sempre una figura controversa, campo di studi e di ricerca di storici che, analizzando perfino i particolari della sua vita, dal non essersi mai sposato all’essere austero alle possibili amanti – M.lle Anaïs Deshorties potrebbe essere stata una – e tanti altri dettagli ancora, hanno mostrato al mondo un uomo che seppe spendere la sua esistenza al servizio di una causa che cambierà per sempre la storia dell’Europa e dell’occidente intero, un uomo che ha lasciato una impronta indelebile che varrebbe la pena riprendere, specialmente nei suoi discorsi pubblici (»»qua).

*****

-1. Maximilien de Robespierre, in Simone Weil, Riflessioni sulla guerra (1933), in Incontri libertari, Elèuthera, Milano, 2001, p. 38.
– 2. da Ouvres de Maximilien Robespierre, VII, pp. 161-166, Société des études roberspierristes; citato in George Rudé, Robespierre, Editori Riuniti, Milano, 1981.
– 3. in Maximilien Robespierre, La rivoluzione giacobina, ed. Studio Tesi, Pordenone, 1992, pag.10.
– 4. George Rudé, Robespierre, Editori Riuniti, Milano, 1981.
– 5. da Ouvres de Maximilien Robespierre, X, pp. 462-464, Société des études roberspierristes; citato in George Rudé, Robespierre, Editori Riuniti, Milano, 1981.
– 6. Sergio Luzzatto, Bonbon Robespierre, Einaudi, Milano, 2009.

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Jun 032014
 

Fiumi di parole si sono scritte sulla Rivoluzione francese, decine centinaia migliaia di libri che vanno dal singolo particolare alla visione d’insieme, da prima della caduta dell’Ancien Régime agli anni del Terrore fino all’ascesa al potere di Napoleone. Consigliarne tre è lavoro arduo e difficile, in ogni modo segnalo quelli che di solito ho sott’occhio per rivedere una data un concetto una sequenza di fatti una opinione una critica, una maniera di affrontare la storiografia del tempo.

Lynn Hunt La rivoluzione francese. Politica, cultura, classi sociali

Partiamo da Lynn Hunt e il suo La rivoluzione francese. Politica, cultura, classi sociali, un testo che ci immette in eventi che hanno caratterizzato la fine del Settecento e che si sono protratti, con modificazioni e variazioni di contenuto, fino ai giorni d’oggi. Pagine per comprendere che la politicizzazione della vita quotidiana, così come la concepiamo oggi, potrebbe aver origine in quei decenni di lotta e sangue, di mobilitazione delle classi meno abbienti, di propaganda di massa.

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lan Forrest, La Rivoluzione francese

Di Alan Forrest, segnalo La Rivoluzione francese, libro che analizza l’aspetto politico, le riforme, le fazioni in lotta, le ragioni vuoi sociali che religiose, libro ancora che, seppur breve, è ricco di spunti riflessivi e che vale la pena analizzare con cura per quel continuum che ci conduce all’oggi.

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François Furet, Denis Richet, La Rivoluzione francese

Due eminenti storici francesi, François Furet, Denis Richet, analizzano a mo’ della storiografia degli Annales La Rivoluzione francese, un complesso e ben articolato testo che ci permette entrare nelle varie dinamiche di quella che fu la rottura definitiva con il passato e l’apertura a un diverso e nuovo modo di vivere e vedere la vita.

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Feb 252014
 
A sinistra, esecuzione di Carlo I d'Inghilterra, a destra esecuzione di Luigi XVI di Francia

A sinistra, esecuzione di Carlo I d’Inghilterra, a destra esecuzione di Luigi XVI di Francia

È assai probabile che Luigi XVI e soprattutto sua moglie sognassero di ripetere la storia di Carlo 1°, e di dare una battaglia in piena regola al parlamento, ma con successo migliore. La storia del re inglese era il loro incubo: si afferma anzi che l’unico libro che Luigi XVI fece venire dalla sua biblioteca di Versaglia a Parigi, dopo il 6 ottobre, fosse la storia di Carlo 1°.” (1)

Londra, 30 gennaio 1649, decapitano Carlo I d’Inghilterra;
Parigi, 21 gennaio 1793, Luigi XVI di Francia subisce la stessa sorte: la Rivoluzione francese accelera il passo.

La testa del sovrano inglese, di rimbalzo, ha colpito quella di Luigi XVI facendola cadere a distanza di 144 anni. Due eventi distanti nel tempo e nello spazio, un lungo percorso storico che, in un certo qual senso, è collegato. Se l’hanno fatto gli inglesi, possono farlo anche i francesi, si potrebbe suggerire (sic!).

Nella storia, gli avvenimenti hanno sempre una causa e una conseguenza, così come se di primo acchito possono sembrare slegati, discontinui e indipendenti, alla fine risultano essere, analizzati a distanza di anni, un insieme di fili che si sorreggono a vicenda, una matassa intrecciata dall’uomo nella quale, lo ripetiamo spesso, tutto ha una relazione-interrelazione.

E in effetti, lo scossone che ebbe nel XVII secolo l’Inghilterra degli Stuart, la ricerca di un miglior modo di vivere e governare, quelle tasse – certamente non solo – che gravavano sulle spalle dei meno abbienti, ebbe ripercussioni, con il trascorrere dei decenni, anche nella Francia dell’Ancien Régime di fine XVIII secolo, una Francia in crisi economica e sociale, una Francia che spesso insorgeva per la mancanza di pane, una Francia che vedrà peraltro nella guerra d’indipendenza delle colonie americane motivo d’ispirazione per la sua.

Leggiamo di seguito una serie di articoli riguardanti alcuni particolari della Rivoluzione francese.

Introduzione alla Rivoluzione francese del 1789.
La marcia su Versailles, ottobre 1789.
L’abolizione dei diritti feudali in Francia: 1789.
I cahiers de doléances nella Francia del XVIII secolo.
Le donne della Rivoluzione francese.

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- 1. Petr Alekseevic Kropotkin, La Grande Rivoluzione: 1789-1793, kindle pos. 2195.

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Jun 012012
 

Costretto a inaugurare gli Stati Generali – 5 maggio 1789 -, Luigi XVI spera risolvere con nuove imposte il deficit della sua Francia e calmare gli animi di un paese in piena crisi sociale politica economica. La situazione non è certo piacevole, la tensione aumenta ancor più quando la folla parigina scende per le strade chiedendo pane, dopo periodi di carestia, perdite nei raccolti e forte inflazione. Il 14 luglio 1789 si prende d’assalto la Bastiglia, la Rivoluzione francese è oramai un evento in fase di sviluppo.

In quegli anni, fra il 1785-1789, Thomas Jefferson (1743-1826), futuro presidente degli Stati Uniti, si trovava a Parigi, inviato come diplomatico. E Jefferson, illuminista convinto, fu un testimone attivo di quel periodo di cambi, recatosi a Parigi e a Versailles per assistere in prima persona a quelle tensioni che avrebbero visto la morte di Luigi XVI, di Maria Antonietta, che, anni dopo, sarebbero sfociate nel Terrore, e così via.

In una serie di lettere dirette al Segretario di Stato americano, John Jay (1745-1829), Jefferson riporta la sua esperienza. Leggiamone qualche estratto per “vedere” la Parigi di fine Settecento con gli occhi di un americano democratico, che viveva in una casa vicino i Champs Élysées e che corrispondeva spesso con i sostenitori della rivoluzione, per esempio con il conte di Mirabeau e il marchese de La Fayette.

“12 luglio.

[…]

Nel pomeriggio un corpo di circa 100 cavalieri tedeschi affluirono in Place Louis XV e circa 300 soldati svizzeri si sistemarono a poca distanza dietro loro. Questo movimento ha attirato le persone in quel punto, che naturalmente in un primo momento si sono fermate davanti alle truppe solo per guardarle. Ma quando il loro numero è via via aumentato, la loro indignazione si fece più palese: si ritirarono di pochi passi, dietro grandi mucchi di pietra, raccolti in quel luogo per un ponte adiacente, e attaccarono i cavalli con le pietre. […] Questo era il segnale dell’insurrezione generale, e il corpo di cavalleria, per evitare di essere massacrati, si ritirò verso Versailles.

La gente ora si impossessava di qualsiasi arma che potevano trovare nei negozi degli armaioli e che avevano in casa, e con mazze, e vagarono per tutta la notte attraverso la città […]

13 luglio.

[…]

La folla, ora appoggiata apertamente dalle guardie francesi, forza le carceri di St. Lazare, libera tutti i prigionieri, e assalta un grande negozio di grano, grano che portarono al mercato. Qui si appropriano di alcune armi, e guardie francesi cominciano a osteggiarli […]

14 luglio

[…]

La demolizione della Bastiglia è stata ordinata, e iniziata. Un corpo delle guardie svizzere, del reggimento di Ventimiglia, e le guardie cittadine a cavallo si uniscono al popolo. L’allarme a Versailles aumenta invece di diminuire. Credevano che i nobili di Parigi erano sotto saccheggio e strage, che 150.000 uomini in armi marciavano a Versailles per massacrare la famiglia reale, la corte, i ministri e quanti con loro […]

Gli aristocratici della nobiltà e del clero negli Stati Generali gareggiavano tra loro nel dichiarare quanto sinceramente sono pronti a sostenere la causa di giustizia del popolo[…]

16 luglio

[…]

Ogni ministro si dimise […] e quella notte e la mattina seguente il conte d’Artois e Monsieur de Montesson (un deputato) vicino a lui, Madame de Polignac, Madame de Guiche e il conte de Vaudreuil preferiti della regina, l’abate de Vermont suo confessore, il principe di Condé e il duca di Borbone, sono tutti fuggiti, non sappiamo dove.

Il re venne a Parigi, lasciando la regina nel dolore per il suo ritorno […] La carrozza reale era al centro, su ciascun lato di essa gli Stati Generali, in due file, a piedi, alla loro testa il marchese de la Fayette come comandante in capo, a cavallo, e le guardie davanti e dietro.

Il re si fermava all’Hotel de Ville. Lì, lo riceveva Monsieur Bailly che metteva nel suo cappello la coccarda popolare, rivolgendosi a lui. Il re sembrava impreparato e incapace di rispondere, Bailly gli si avvicina, raccoglie da lui alcuni frammenti di frasi, come dando una risposta, che riferisce all’auditorio da parte del re.

Al loro ritorno, il popolo gridava “vive il re e la nazione” […].”

*****

– traduzione libera di Gaspare Armato dal sito:
http://www.archives.gov/exhibits/eyewitness/html.php?section=1

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Jul 072011
 

Abbiamo accennato tempo addietro a Louis Sébastien Mercier (»»»qua), per cui andiamo a leggere come ci presenta la Bastiglia poco prima della Rivoluzione del 1789, dal suo Tableau de Paris, pubblicato in dodici tomi tra il 1781 e il 1788. Il presente brano è tratto dal libro Parigi fantasma (*):

La presa della Bastiglia, Charles Thévenin

“Prigione di Stato: questo basta a definirla. «È un castello – dice Saint-Foix – che, senza essere fortificato, è il più temuto d’Europa». (1)
Chi può sapere cosa è avvenuto dentro la Bastiglia, chi vi è rinchiuso, chi vi è stato rinchiuso? Ma come si potrà scrivere la storia di Luigi XIII, di Luigi XIV e di Luigi XV, se non si conosce la storia della Bastiglia? Tra le sue mura sono accadute le cose più interessanti, più curiose, più strane. La parte più interessante della nostra storia rimarrà dunque nascosta per sempre: niente trapela da quel baratro, non più che dal muto abisso delle tombe.
Enrico IV fece conservare il tesoro reale alla Bastiglia. Luigi XV vi fece rinchiudere il Dizionario enciclopedico, che ancora vi marcisce. (2)
Il duca di Guisa, padrone di Parigi nel 1588, lo fu anche della Bastiglia e dell’Arsenale. Ne nominò governatore Bussi le Clerc, procuratore del parlamento (3). Bussi le Clerc, fece prendere d’assalto il parlamento, che si rifiutava di sollevare i francesi dal giuramento di fedeltà e obbedienza, condusse alla Bastiglia presidenti e consiglieri, tutti in toga e tocco; e là li mise a pane e acqua.
Oh larghe mura della Bastiglia, che, durante gli ultimi tre regni, avete raccolto i sospiri e i gemiti di tante vittime, se poteste parlare, come verrebbe smentito dai vostri racconti terribili e fedeli il linguaggio timido e adulatorio della storia!
Vicino alla Bastiglia si trova l’Arsenale (4), che funge da polveriera, dipendenza altrettanto terribile della dimora principale.
La torre di Vincennes rinchiude ancora dei prigionieri di Stato che, a quanto pare, devono finire là i loro tristi giorni. Chi ha potuto calcolare con precisione il numero delle lettere sigillate (5) inviate durante gli ultimi tre regni?
Abbiamo una storia della Bastiglia in cinque volumi, che riferisce alcuni aneddoti singolari e bizzarri, ma nulla di ciò che si desidererebbe tanto conoscere, in una parola, nulla che possa gettare un po’ di luce su certi segreti di stato, coperti da un velo impenetrabile. Se dobbiamo credere all’autore, all’epoca di un Argenson, vi si trattavano con rigore inaudito e tirannica violenza i detenuti, già fin troppo puniti con la perdita della libertà.
La direzione della prigione, oggi più mite e umana di quanto non lo sia mai stata dopo la morte di Enrico IV, si è indubbiamente molto ammorbidita rispetto a quella crudele severità, e non infligge più quelle punizioni spaventose e inutili.
Quando un detenuto muore alla Bastiglia, viene seppellito a Saint-Paul, alle tre di notte. Invece dei preti, sono i secondini che portano la bara, e i membri dello stato maggiore assistono alla sepoltura. Il cadavere sfugge pertanto al terribile potere solo attraverso la tomba.
Non appena si parla della Bastiglia a Parigi, si evoca subito la storia della maschera di ferro: ognuno se la foggia a piacere e vi mescola riflessioni non meno fantasiose (6).
Il popolo, d’altronde, ha più paura dello Châtelet (7) che della Bastiglia: non teme questa prigione estrema, perché gli appare come qualcosa di remoto, dato che esso non possiede nessuno dei requisiti che ne aprono le porte. Di conseguenza, non compiange molto coloro che vi sono detenuti, e per lo più ne ignora perfino i nomi. Non testimonia alcuna riconoscenza verso i generosi difensori della sua stessa causa. I parigini preferiscono comprare pane per vivere, rispetto al più bel discorso in cui venisse dimostrato che essi hanno diritto a una vita agiata. Una volta, gli scrittori venivano mandati alla Bastiglia per un nonnulla; ci si è accorti che l’autore, il libro e le sue opinioni acquistavano in tal modo maggiore celebrità; si è preferito lasciare che l’opinione di ieri venisse cancellata da quella di domani; e si è capito che, disponendo della forza fisica, non bisogna preoccuparsi molto delle idee politiche e morali, instabili, e mutevoli per loro natura.
Là geme, o non geme più, il celebre Linguet (8). Qual è il suo delitto? Non si sa.

L’effetto è spaventoso, la causa sconosciuta. (Voltaire)”

-III, 283-

*****

La presa della Bastilla, Jean-Pierre Houël.

*****
*. Louis Sébastien Mercier, Parigi fantasma, Edizioni Medusa, 2008, pp. 33 e sgg.

—–
Note del curatore del libro da cui è tratto il brano:

1. Poullain de Saint-Foix (1698-1776): autore degli Essais historiques sur Paris (1754).
2. Si tratta della celebre Encyclopédie, diretta da Diderot e d’Alembert.
3. S’intenda Bussy-Leclerc, morto in esilio nel 1635; il duca di Guisa (Enrico I di Lorena, 1550-1588) fu uno dei capi della Lega santa ai tempi delle guerre di religione in Francia; fu uno dei principali responsabili della notte di San Bartolomeo in cui vennero massacrati gli ugonotti (1572).
4. Mercier si riferisce plausibilmente al Petit Arsenal, oggi scomparso; mentre esiste tuttora l’Arsenal.
5. Le lettres de chacet erano ordini di arresto (o di esilio) emanati direttamente dal re, anche su istanza di privati cittadini, senza che venissero esaminati e approvati dalla giustizia ordinaria: rappresentano uno dei simboli dell’arbitrarietà del potere assoluto.
6. Fu Voltaire che, tra i primi (o, forse, per primo), riprese e diede credito a questa storia in Le siécle de Louis XIV (tr. it. Il secolo di Luigi XIV, Einaudi, Torino 1951, pp. 284-286).
7. Prigione che si trova sull’Île de la Cité.
8. Nicolas-Simon-Henry Linguet (1736-1794) avvocato e polemista; dopo una lunga reclusione alla Bastiglia, pubblicò un Mémoire sur la Bastille (1783). Venne condannato alla ghigliottina durante la reazione termidoriana.

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Oct 082010
 

Gli scritti di Francesco Favi, segretario della Legazione toscana a Parigi durante la rivoluzione francese, o almeno sino al 1794, anno in cui fu costretto a lasciare la Francia, sono un’interessante fonte per analizzare la Rivoluzione francese con occhio italiano – toscano in questo caso – un occhio attento e preciso, un occhio ben informato secondo la tipica tradizione diplomatica italiana.

Il Granducato toscano, in quegli anni, si sforzava, nei limiti della politica europea, essere neutrale e indipendente, dedicandosi per lo più alle riforme interne. La politica estera di Pietro Leopoldo e poi di Ferdinando III era generalmente legata a quella dell’Austria, e Vienna tollerava ben poco che la Toscana avesse i propri ministri alle corti estere, insistendo sul fatto di adoperare quelli imperiali, con la possibilità di nominare segretari di legazione toscani presso gli stessi ministri imperiali alle varie corti estere.

Francesco Favi aveva occupato il posto dell’abate Niccoli che aveva risieduto a Parigi fin dal dicembre del 1769 frequentando, seppur con capacità economiche ristrette, la Corte. Favi, nipote dell’abate, era di idee abbastanza aperte, così come lo zio Niccoli, tanto aperte da accogliere lodando la rivoluzione americana, e mostrando simpatie verso un’economia di tipo liberista. Le sue notizie erano sempre attese con desiderio, sia perché ben precise e attente, sia perché davano il punto di vista di uno che viveva personalmente quei tragici anni.

Leggiamo qua e là con che parole raccontava gli eventi di fine ‘700.

Parigi, 19 aprile, 1790

“[…]

Il Clero è stato spogliato dei suoi Beni, e l’amministrazione dei medesimi sarà affidata ai Dipartimenti, e Distretti, delle diverse Provincie, dovendo in avvenire i Vescovi e gli altri Ecclesiastici ricevere in denaro il trattamento, che gli sarò fissato quanto prima, e che sarà molto moderato.

[…]

Tutti convengono, che il rimettere i beni Ecclesiastici ai Dipartimenti è una cattiva operazione perché l’amministrazione sarà abusiva, ma il Clero non deve sperare di recuperare i Suoi Beni, e tutti i suoi tentativi potranno produrre dei torbidi, ma saranno inutili, dovendo questi servire per pagare gli Assegnati, l’estinzione dei quali interessa tutto il Regno, il partito del Clero non sarà mai vittorioso.

[…]

Questa sera i Deputati del Partito dell’Aristocrazia e del Clero si sono adunati in numero di circa trecento in casa del Visconte di Mirabeau, dove io sono alloggiato: il popolo vedendo molte carrozze aveva cominciato ad attrupparsi, ma si è poi dissipato, e non è successo alcun tumulto.” (1)

*****

Parigi, 29 giugno 1790

“[…] I Nobili Francesi sono veramente irritati per il Decreto dell’Assemblea del 19 del corrente, che abolisce la nobiltà ereditaria, i titoli, le armi, le livree, e che dispiace a loro anco più di quello, che sopprime i loro diritti feudali anco lucrativi. Dicono che l’Assemblea ha voluto così avvilirli, e disonorarli, e non possono consolarsi; dicono inoltre che la Monarchia senza la Nobiltà non può più sussistere, e che l’Assemblea precisamente vuol distruggerla, aggiungendo, che alla fine si verrà alla Legge Agraria, e alla divisione delle terre perché ci sia una eguaglianza più perfetta. Molti Nobili dovendo riprendere gli antichi nomi delle loro famiglie avranno dei nomi ignobili, e quelli, che potranno espatriarsi senza gran detrimento della loro fortuna lo faranno per non essere privi di quelle distinzioni tanto valutate dalla Nobiltà francese, e che hanno acquistato con dei sacrifici non indifferenti.

[…]

I rivoluzionari si lusingano, che questo decreto farà effetto anco negli altri paesi, e che solleverà i plebei contro i nobili, onde si propagherà più facilmente la rivoluzione della Francia, che in sostanza è la guerra dei poveri contro i ricchi.” (2)

*****

Parigi, 9 maggio 1791

Il popolo bruciò martedì scorso nel Palazzo Reale l’effige del Papa e M. di Saint Huruge uno dei capi dei sediziosi, lesse una specie di processo colla sentenza, che condannava alle fiamme Pio VI rappresentato sotto forma di un fantoccio rivestito di tutti gli ornamenti Pontificali. La Guardia nazionale non cercò d’impedire questo indecente spettacolo, che fu applaudito dagli spettatori, ma che in generale non è stato approvato.” (3)

*****

Parigi, 29 gennaio 1793

La morte, e il supplizio di Luigi XVI non ha lasciato nel popolo una profonda impressione; non se ne parla quasi più, e questo avvenimento è quasi dimenticato coll’istessa leggerezza come tanti altri.

Non si sa se sarà fatto il processo alla Regina, e a Madame Elisabetta; molti però lo vorrebbero, e se è deciso saranno tradotte ai Tribunali ordinarj, e forse rinchiuse nelle Carcerii della Conciergerie.” (4)

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1. Zeffiro Ciuffoletti, Parigi-Firenze 1789-1794, Leo S. Olschki editore, Firenze, 1990, pagg. 93-94.
2. op. cit. pagg. 110-111.
3. op. cit. pag. 157.
4. op. cit. pag. 260.

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Sep 162010
 

L’esecuzione di Luigi XVI.

Una delle decisioni a seguito della Rivoluzione fu di imprigionare il re Luigi XVI e passarlo alla ghigliottina, una decisione travagliata che suscitò non poche proteste sia nella stessa Francia che nei vari Paesi europei.

Luigi XVI fu recluso insieme ai congiunti nel Tempio prima di essere processato e avviato al patibolo, un duro periodo in cui dimostrò, dicono, saldezza di nervi e forte carattere. Al suo seguito c’era Cléry, Jean-Baptiste Hanet, la sola persona autorizzata dai rivoluzionari a risiedere con la famiglia reale durante la prigionia e fino al giorno della decapitazione del re, e di cui possediamo il diario tenuto dal 26 agosto 1792 al 21 gennaio 1793. Marie-Thérèse-Charlotte, primogenita di Luigi XVI e della regina Maria Antonietta sarà l’unica prigioniera a salire viva da quella fortezza, mentre Henri Essex Edgeworth de Firmont, abate confessore della sorella di Luigi XVI, rimase a confortare il re nelle ultime ore di vita, avendolo seguito fino alla ghigliottina.

Ebbene, di seguito, una brevissima parte delle loro testimonianze di quei tragici momenti.

Scriveva Cléry:

Un giorno, al risveglio, avendo il re scambiato il commissario di guardia per quello della sera avanti e mostrato interesse per il fatto che era stato dimenticato di sostituirlo, il municipale rispose a queste affermazioni del re con ingiurie. «Io vengo qui – disse – per osservare la vostra condotta e non perché voi vi occupiate della mia». E avvicinandosi al re, col cappello in testa: «Nessuno, e voi meno di un altro, ha il diritto di mischiarsene». Fu insolente per tutto il resto della giornata. Ho poi saputo che si chiamava Meunier”. (1)

La sera, all’ora di coricarsi, i municipali mettevano i loro letti in anticamera, in modo da sbarrare la stanza occupata da sua maestà. Chiudevano anche una delle porte della mia camera, dalla quale sarei potuto entrare in quella de re, e ne portavano via la chiave; dovevo dunque passare dall’anticamera, quando sua maestà mi chiamava durante la notte, e subire il cattivo umore dei commissari e aspettare che volessero alzarsi”. (2)

Pochi giorni dopo il principino, che dormiva nella camera di sua maestà e che i municipali non avevano più voluto trasferire nella camera della regina, ebbe la febbre. La regina ne sentì ancor più inquietudine perché non poté ottenere, malgrado le più insistenti richieste, di passare la notte accanto a suo figlio. Gli prodigava le più tenere cure nei momenti in cui le era permesso restare con lui. La stessa malattia contagiò la regina, madame Royale e madame Elizabeth. Monsieur Le Monnier ottenne il permesso di continuare a visitarli”. (3)

Alle nove il rumore aumentò, le porte furono aperte con fracasso, Santerre, accompagnato da sette o otto municipali, entrò alla testa di dieci gendarmi e li collocò su due file. Udendo questo movimento il re uscì dalla stanzetta: «Venite a prendermi?», disse a Santerre. «Si». «Vi chiedo un minuto», e rientrò nella stanzetta. Sua maestà uscì subito, il confessore lo seguiva; il re teneva in mano il suo testamento e, rivolgendosi a un municipale di nome Jacques Roux, prete giurato, che si trovava più avanti: «Vi prego di consegnare questo foglio alla regina, a mia moglie». «La cosa non mi riguarda – rispose il prete, rifiutando di prendere lo scritto – sono qui per condurvi al patibolo». Sua maestà si rivolse poi a Gobeau, altro municipale: «Consegnate questo foglio, vi prego, a mia moglie; potete leggerlo, contiene disposizioni che desidero che la Comune conosca»”. (4)

Dagli scritti di Marie-Thérèse-Charlotte di Francia:

All’inizio di ottobre ci tolsero penne, carta, inchiostro e matite; perquisirono tutto e con durezza. Questo non impedì che mia madre ed io nascondessimo le nostre matite; mio padre e mia zia consegnarono le loro. (5)

[…]

Il 2 dicembre la Comune cambiò; i nuovi municipali vennero a vedere mio padre e la sua famiglia alle dieci di sera. Qualche giorno dopo vi fu un decreto che ordinava di far uscire dai nostri appartamenti Tison e Cléry, di toglierci coltelli, forbici e tutti gli oggetti taglienti; ordinava anche che fossero assaggiati con attenzione tutti i cibi che ci venivano serviti. Una perquisizione fu fatta per gli oggetti taglienti: mia madre ed io consegnammo le nostre forbici. (6)

[…]

Durante il cammino lesse le preghiere degli agonizzanti. Giunto al patibolo, volle parlare al popolo, ma Santerre glielo impedì facendo battere i tamburi; le poche parole che poté pronunciare furono comprese da poche persone. Si spogliò da solo; le sue mani furono legate con il suo fazzoletto, e non con una corda. Nel momento in cui stava per morire, l’abate gli disse: «Figlio di San Luigi, sali al cielo». Ricevette il colpo mortale il 21 gennaio 1793, alle dieci e dici del mattino. Così morì Luigi XVI, re di Francia, all’età di trentanove anni, cinque mesi e tre giorni, dopo aver regnato per diciotto anni. Era rimasto in prigione cinque mesi e otto giorni.” (7)

Processo a Luigi XVI

Processo a Luigi XVI

Le ultime ore raccontate dall’abate Edgeworth de Firmont:

Dalle sette alle otto vennero sovente, con diversi pretesti, a bussare alla porta della stanzetta dov’ero chiuso con il re e, ogni volta, tremavo al pensiero che fosse l’ultima; ma il re più sicuro di me, si alzava senza emozione, andava alla porta e rispondeva tranquillamente che così venivano a interromperlo. (8)

[…]

Infine bussarono alla porta per l’ultima volta: era Santerre con la sua truppa. Il re aperse la porta come al solito e gli annunciarono (non potei sentire in quali termini) che bisognava andare a morire. «Sono occupato – disse loro il re con autorità -; attendetemi qui, verrò da voi». Dicendo queste parole, chiuse la porta e venne a gettarsi alle mie ginocchia. «Tutto è compiuto – mi disse -; datemi l’ultima benedizione e pregate Dio che mi sostenga fino alla fine»”. (9) 

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1. Jean-Baptiste Hanet (Cléry), Marie-Thérèse-Charlotte di Francia, Edgeworth de Firmont, Il prigioniero del Tempio. Detenzione, processo e morte di Luigi XVI, Bonacci editore, Roma, 1993, pag. 77.
2. op. cit. pag. 95.
3. op. cit. pag. 103.
4. op. cit. pag. 146.
5. op. cit. pag. 155.
6. op. cit. pag. 158.
7. op. cit. pag. 161.
8. op. cit. pag. 198.
9. op. cit. pagg. 198, 199.

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Sep 082010
 

Le donne della rivoluzione

La Rivoluzione francese portò tante speranze, fra le quali un miglioramento delle condizioni di vita, che diede particolare impulso a una frenesia coniugale, a una voglia di trovare l’anima gemella per condividere gli anni a venire. Più che in ogni altro periodo si stipularono contratti matrimoniali già da tempo progettati e non realizzati a causa delle precarie situazioni economiche dei due fidanzati.

Nei primi anni del regno di Luigi XVI la media di matrimoni era all’incirca di 239 mila l’anno, passando a 327 mila nel 1793 e 325 mila nel 1794, con una età media di 28 anni e mezzo per i maschi e 26 per le ragazze, con una tendenza ad abbassarsi (1). Bisogna pur considerare l’epoca della leva di massa in cui i giovani per essere esonerati dall’arruolarsi cercavano in qualunque modo una donna, non importando l’età, né la condizione sociale, né la bellezza, ciò perché i mariti erano generalmente esentati dal servizio militare.

Agli esordi della Rivoluzione, la cerimonia iniziava con la lettura dei documenti concernenti lo stato delle parti, dei diritti dell’uomo, dei doveri e degli obblighi morali e sociali, poi sulle leggi che disciplinavano l’unione, infine la dichiarazione vera e propria in cui ognuno dei due dichiarava di essere fedele all’altro e sposarsi. Cerimonia, usualmente, che avveniva davanti l’altare della patria, simbolo della Francia libera, una festa per elevare la coscienza rivoluzionaria dei tempi e infondere una nuova cultura.

Talvolta ci si sposava anche in gruppi, come in quel 30 marzo 1794 (10 germinale anno II) ad Ambérieu, in piazza, tra bande che suonavano l’inno nazionale, per seguire con musiche folcloristiche e sfilate al grido di “Viva la Repubblica!”

L’unità, la sovranità, l’eguaglianza, la fratellanza dei popoli era alla base di un evento che doveva rimanere nei ricordi come un momento unico, come un momento da cui iniziavano tutta una serie di doveri e diritti sia davanti alla Patria che davanti al coniuge. Dio era messo da parte, quasi allontanato, al suo posto l’Illuminismo pone la Ragione e la Patria, il sacerdote non ha più una missione ben visibile.

Non tutto, com’è d’aspettarsi, andava per il verso giusto. La legge sui divorzi permetteva a ragazze e donne ingannate liberarsi dal marito tiranno o ubriacone, o venuto solo per interesse, o emigrato in cerca di lavoro e benessere e mai più tornato. Le separazioni erano più numerose nei grandi centri cittadini e nelle città portuali che non nelle campagne e nei paesini rurali, dove la donna rimaneva legata al vincolo matrimoniale per consuetudine, per prassi.

Mentre prima della Rivoluzione era la Chiesa cattolica a dettare il calendario delle nozze, adesso queste possono essere celebrate anche durante la Quaresima e l’Avvento, o marzo e dicembre, un tempo periodi vietati, il tutto con le dovute eccezioni, anche perché nei campi, nei borghi e nelle piccole città le usanze sono dure a scomparire. Il nuovo calendario, utilizzato, dal 24 ottobre 1793, anche per accelerare la scristianizzazione, contribuirà a rompere con certe tradizioni, aumentando l’incertezza e favorendo l’introduzione di nuove usanze.

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1. Jean- Paul Bertaud, La vita quotidiana in Francia al tempo della Rivoluzione (1789-1795), Rizzoli, Milano, 1997, pag. 181.

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Aug 302010
 

L’albero della libertà, Jean-Baptiste Lesueur, 1790.

Entriamo ancor più negli eventi giornalieri del singolo, dell’individuo, di colui che doveva vivere a stretto contatto con una realtà in continua mutazione. Che cosa accadeva nel quotidiano popolare durante la Rivoluzione francese? Come cambiavano le abitudini, la vita, le cose, gli oggetti?

Salta immediatamente alla vista un maggiore uso di oggetti specifici come le casseruole, le zuccheriere, i macinini da caffè, tazze di varie misure, scodelle e via dicendo. Lo stagno poco a poco scompare dalla tavola popolare, mentre il grès, le terrecotte verniciate e le maioliche prendono il sopravvento: primo accenno di una società che pensa più al consumo che a far durare un oggetto.

Si abbassano certi prezzi come quelli dei piatti, delle forchette, dei coltelli; la maiolica bruna da fuoco costa 7 lire contro le 40 di quella bianca. Specchi e rasoi sono adoperati in larga misura dagli uomini che si radono e si lavano più di una volta, sebbene l’acqua costi 3-4 livres il metro cubo. I bisogni qualcuno li fa nei gabinetti collettivi, altri nelle “comode” – per lo più riservate ai ricchi -, altri ancora nei “vasi da notte” il cui contenuto si butta dalla finestra.

Per le strade si smontano o si rompono i vecchi stemmi nobiliari, oramai l’Assemblea ha abolito i titoli aristocratici, non esistono più né conti, né marchesi, né principi, addirittura qualcuno di loro cambia nome. Le insegne dei negozi, una volta poste sotto la protezione di sant’Eligio o di san Dionigi, ora sono dedicate alla “presa della Bastiglia” o “all’Assemblea nazionale”. Il linguaggio popolare è di uso frequente, lavandaie, operai, facchini parlano la lingua di tutti i giorni accettata da chiunque senza riserve.

I giornali, i fogli, le riviste aumentano la tiratura e si vendono quotidianamente con le ultime notizie della rivoluzione, delle decisioni prese, della condotta della guerra, dei problemi di ogni giorno. Vivono pubblicazioni come “Le Patriote français”, “Le Journal du soir”, “La Cronique de Paris”. Nel 1790 a Parigi ci sono 335 testate, 236 nel ’91, 216 nel ’92, 113 nel ’93, nascono facilmente e scompaiono se non hanno avuto buona accoglienza, spesso cambiando nome. Dopotutto, la libera espressione di idee e opinioni sta alla base della rivoluzione. Tiratura media di un giornale è sulle 300-500 copie, con punte di 2.000 come “L’ami du Peuple” di Marat, o di 5.000 de “L’ami du Roi” dell’abate Royu, o ancora delle 10 mila copie del giornale di Mirabeau, eccezioni queste ultime, certo, ma che fanno capire il desiderio di aver notizie sempre fresche e di essere parte di un processo rivoluzionario in atto, di un cambio come mai avvenuto, e stavolta prodotto dalla base sociale. (1)

Venditori ambulanti si affannano a vendere latte, caffè, te, tisane, versati in una tazza di terracotta da una caraffa, bastano appena 2 soldi. Altri vendono acquavite urlando: “La vita, la vita a un soldo al bicchierino” o “Alla buona acquavite per tirarsi su!” I più piccoli si avvicinano al venditore di cialde: “Due cialde per pochi soldi”, recitano.

Figura strana e curiosa è “l’ammazzatopi” che, con un cappello a piramide e una giubba oramai logora, porta con sé una scatola con una polvere velenosa. Entra nelle case, nelle cantine, nelle taverne e sparge qua e là, con cura ed esperienza, la sua formula magica. I topi, oramai migliaia, muoiono a decine, ma proliferano ancor più rapidamente.

La vita popolare di tutti i giorni è quella che fa capire la vera essenza di quegli anni.

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1. Jean-Paul Bertaud, La vita quotidiana in Francia al tempo della Rivoluzione (1789-1795), Rizzoli, Milano, 1997, pag. 120 e segg.

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