Una delle decisioni a seguito della Rivoluzione francese del 1789 fu di imprigionare il re Luigi XVI e passarlo alla ghigliottina, una decisione travagliata che suscitò non poche proteste sia nella stessa Francia che nei vari Paesi europei.
Luigi XVI fu recluso insieme ai congiunti nel Tempio prima di essere processato e avviato al patibolo, un duro periodo in cui dimostrò, dicono, saldezza di nervi e forte carattere. Al suo seguito c’era Cléry, Jean-Baptiste Hanet, la sola persona autorizzata dai rivoluzionari a risiedere con la famiglia reale durante la prigionia e fino al giorno della decapitazione del re, e di cui possediamo il diario tenuto dal 26 agosto 1792 al 21 gennaio 1793. Marie-Thérèse-Charlotte, primogenita di Luigi XVI e della regina Maria Antonietta sarà l’unica prigioniera a salire viva da quella fortezza, mentre Henri Essex Edgeworth de Firmont, abate confessore della sorella di Luigi XVI, rimase a confortare il re nelle ultime ore di vita, avendolo seguito fino alla ghigliottina.
Ebbene, di seguito, una brevissima parte delle loro testimonianze di quei tragici momenti.
Scriveva Cléry:
“Un giorno, al risveglio, avendo il re scambiato il commissario di guardia per quello della sera avanti e mostrato interesse per il fatto che era stato dimenticato di sostituirlo, il municipale rispose a queste affermazioni del re con ingiurie. «Io vengo qui – disse – per osservare la vostra condotta e non perché voi vi occupiate della mia». E avvicinandosi al re, col cappello in testa: «Nessuno, e voi meno di un altro, ha il diritto di mischiarsene». Fu insolente per tutto il resto della giornata. Ho poi saputo che si chiamava Meunier”. (1)
“La sera, all’ora di coricarsi, i municipali mettevano i loro letti in anticamera, in modo da sbarrare la stanza occupata da sua maestà. Chiudevano anche una delle porte della mia camera, dalla quale sarei potuto entrare in quella de re, e ne portavano via la chiave; dovevo dunque passare dall’anticamera, quando sua maestà mi chiamava durante la notte, e subire il cattivo umore dei commissari e aspettare che volessero alzarsi”. (2)
“Pochi giorni dopo il principino, che dormiva nella camera di sua maestà e che i municipali non avevano più voluto trasferire nella camera della regina, ebbe la febbre. La regina ne sentì ancor più inquietudine perché non poté ottenere, malgrado le più insistenti richieste, di passare la notte accanto a suo figlio. Gli prodigava le più tenere cure nei momenti in cui le era permesso restare con lui. La stessa malattia contagiò la regina, madame Royale e madame Elizabeth. Monsieur Le Monnier ottenne il permesso di continuare a visitarli”. (3)
“Alle nove il rumore aumentò, le porte furono aperte con fracasso, Santerre, accompagnato da sette o otto municipali, entrò alla testa di dieci gendarmi e li collocò su due file. Udendo questo movimento il re uscì dalla stanzetta: «Venite a prendermi?», disse a Santerre. «Si». «Vi chiedo un minuto», e rientrò nella stanzetta. Sua maestà uscì subito, il confessore lo seguiva; il re teneva in mano il suo testamento e, rivolgendosi a un municipale di nome Jacques Roux, prete giurato, che si trovava più avanti: «Vi prego di consegnare questo foglio alla regina, a mia moglie». «La cosa non mi riguarda – rispose il prete, rifiutando di prendere lo scritto – sono qui per condurvi al patibolo». Sua maestà si rivolse poi a Gobeau, altro municipale: «Consegnate questo foglio, vi prego, a mia moglie; potete leggerlo, contiene disposizioni che desidero che la Comune conosca»”. (4)
Dagli scritti di Marie-Thérèse-Charlotte di Francia:
“All’inizio di ottobre ci tolsero penne, carta, inchiostro e matite; perquisirono tutto e con durezza. Questo non impedì che mia madre ed io nascondessimo le nostre matite; mio padre e mia zia consegnarono le loro. (5)
[…]
Il 2 dicembre la Comune cambiò; i nuovi municipali vennero a vedere mio padre e la sua famiglia alle dieci di sera. Qualche giorno dopo vi fu un decreto che ordinava di far uscire dai nostri appartamenti Tison e Cléry, di toglierci coltelli, forbici e tutti gli oggetti taglienti; ordinava anche che fossero assaggiati con attenzione tutti i cibi che ci venivano serviti. Una perquisizione fu fatta per gli oggetti taglienti: mia madre ed io consegnammo le nostre forbici. (6)
[…]
Durante il cammino lesse le preghiere degli agonizzanti. Giunto al patibolo, volle parlare al popolo, ma Santerre glielo impedì facendo battere i tamburi; le poche parole che poté pronunciare furono comprese da poche persone. Si spogliò da solo; le sue mani furono legate con il suo fazzoletto, e non con una corda. Nel momento in cui stava per morire, l’abate gli disse: «Figlio di San Luigi, sali al cielo». Ricevette il colpo mortale il 21 gennaio 1793, alle dieci e dici del mattino. Così morì Luigi XVI, re di Francia, all’età di trentanove anni, cinque mesi e tre giorni, dopo aver regnato per diciotto anni. Era rimasto in prigione cinque mesi e otto giorni.” (7)
Le ultime ore raccontate dall’abate Edgeworth de Firmont:
“Dalle sette alle otto vennero sovente, con diversi pretesti, a bussare alla porta della stanzetta dov’ero chiuso con il re e, ogni volta, tremavo al pensiero che fosse l’ultima; ma il re più sicuro di me, si alzava senza emozione, andava alla porta e rispondeva tranquillamente che così venivano a interromperlo. (8)
[…]
Infine bussarono alla porta per l’ultima volta: era Santerre con la sua truppa. Il re aperse la porta come al solito e gli annunciarono (non potei sentire in quali termini) che bisognava andare a morire. «Sono occupato – disse loro il re con autorità -; attendetemi qui, verrò da voi». Dicendo queste parole, chiuse la porta e venne a gettarsi alle mie ginocchia. «Tutto è compiuto – mi disse -; datemi l’ultima benedizione e pregate Dio che mi sostenga fino alla fine»”. (9)
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1. Jean-Baptiste Hanet (Cléry), Marie-Thérèse-Charlotte di Francia, Edgeworth de Firmont, Il prigioniero del Tempio. Detenzione, processo e morte di Luigi XVI, Bonacci editore, Roma, 1993, pag. 77.
2. op. cit. pag. 95.
3. op. cit. pag. 103.
4. op. cit. pag. 146.
5. op. cit. pag. 155.
6. op. cit. pag. 158.
7. op. cit. pag. 161.
8. op. cit. pag. 198.
9. op. cit. pagg. 198,199.
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