Jul 192011
 

Tre libri da leggere con attenzione per entrare nelle dinamiche della Rivoluzione francese:

Iniziamo con i due tomi di François Furet e Denis Richet, La Rivoluzione francese, che partendo dall’Ancién Regime ci conducono passo a passo fino a Bonaparte.

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Lo storico inglese Alan Forrest, con la sua Rivoluzione francese, ci da un diverso punto di vista, entrando anche nell’aspetto popolare dell’evento.

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Jules Michelet, Le donne della rivoluzione, non poteva mancare. Un libro che parla della forza delle donne, del loro coraggio, della loro essenziale parte nella rivoluzione dell’89.

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»»»Qua una serie di articoli sulla Rivoluzione francese.

Jul 072011
 

Abbiamo accennato tempo addietro a Louis Sébastien Mercier (»»»qua), per cui andiamo a leggere come ci presenta la Bastiglia poco prima della Rivoluzione del 1789, dal suo Tableau de Paris, pubblicato in dodici tomi tra il 1781 e il 1788. Il presente brano è tratto dal libro Parigi fantasma (0):

“Prigione di Stato: questo basta a definirla. «È un castello – dice Saint-Foix – che, senza essere fortificato, è il più temuto d’Europa». (1)
Chi può sapere cosa è avvenuto dentro la Bastiglia, chi vi è rinchiuso, chi vi è stato rinchiuso? Ma come si potrà scrivere la storia di Luigi XIII, di Luigi XIV e di Luigi XV, se non si conosce la storia della Bastiglia? Tra le sue mura sono accadute le cose più interessanti, più curiose, più strane. La parte più interessante della nostra storia rimarrà dunque nascosta per sempre: niente trapela da quel baratro, non più che dal muto abisso delle tombe.
Enrico IV fece conservare il tesoro reale alla Bastiglia. Luigi XV vi fece rinchiudere il Dizionario enciclopedico, che ancora vi marcisce. (2)
Il duca di Guisa, padrone di Parigi nel 1588, lo fu anche della Bastiglia e dell’Arsenale. Ne nominò governatore Bussi le Clerc, procuratore del parlamento (3). Bussi le Clerc, fece prendere d’assalto il parlamento, che si rifiutava di sollevare i francesi dal giuramento di fedeltà e obbedienza, condusse alla Bastiglia presidenti e consiglieri, tutti in toga e tocco; e là li mise a pane e acqua.
Oh larghe mura della Bastiglia, che, durante gli ultimi tre regni, avete raccolto i sospiri e i gemiti di tante vittime, se poteste parlare, come verrebbe smentito dai vostri racconti terribili e fedeli il linguaggio timido e adulatorio della storia!
Vicino alla Bastiglia si trova l’Arsenale (4), che funge da polveriera, dipendenza altrettanto terribile della dimora principale.
La torre di Vincennes rinchiude ancora dei prigionieri di Stato che, a quanto pare, devono finire là i loro tristi giorni. Chi ha potuto calcolare con precisione il numero delle lettere sigillate (5) inviate durante gli ultimi tre regni?
Abbiamo una storia della Bastiglia in cinque volumi, che riferisce alcuni aneddoti singolari e bizzarri, ma nulla di ciò che si desidererebbe tanto conoscere, in una parola, nulla che possa gettare un po’ di luce su certi segreti di stato, coperti da un velo impenetrabile. Se dobbiamo credere all’autore, all’epoca di un Argenson, vi si trattavano con rigore inaudito e tirannica violenza i detenuti, già fin troppo puniti con la perdita della libertà.
La direzione della prigione, oggi più mite e umana di quanto non lo sia mai stata dopo la morte di Enrico IV, si è indubbiamente molto ammorbidita rispetto a quella crudele severità, e non infligge più quelle punizioni spaventose e inutili.
Quando un detenuto muore alla Bastiglia, viene seppellito a Saint-Paul, alle tre di notte. Invece dei preti, sono i secondini che portano la bara, e i membri dello stato maggiore assistono alla sepoltura. Il cadavere sfugge pertanto al terribile potere solo attraverso la tomba.
Non appena si parla della Bastiglia a Parigi, si evoca subito la storia della maschera di ferro: ognuno se la foggia a piacere e vi mescola riflessioni non meno fantasiose (6).
Il popolo, d’altronde, ha più paura dello Châtelet (7) che della Bastiglia: non teme questa prigione estrema, perché gli appare come qualcosa di remoto, dato che esso non possiede nessuno dei requisiti che ne aprono le porte. Di conseguenza, non compiange molto coloro che vi sono detenuti, e per lo più ne ignora perfino i nomi. Non testimonia alcuna riconoscenza verso i generosi difensori della sua stessa causa. I parigini preferiscono comprare pane per vivere, rispetto al più bel discorso in cui venisse dimostrato che essi hanno diritto a una vita agiata. Una volta, gli scrittori venivano mandati alla Bastiglia per un nonnulla; ci si è accorti che l’autore, il libro e le sue opinioni acquistavano in tal modo maggiore celebrità; si è preferito lasciare che l’opinione di ieri venisse cancellata da quella di domani; e si è capito che, disponendo della forza fisica, non bisogna preoccuparsi molto delle idee politiche e morali, instabili, e mutevoli per loro natura.
Là geme, o non geme più, il celebre Linguet (8). Qual è il suo delitto? Non si sa.

L’effetto è spaventoso, la causa sconosciuta. (Voltaire)”

-III, 283-

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0. Louis Sébastien Mercier, Parigi fantasma, Edizioni Medusa, 2008, pp. 33 e sgg.

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Note del curatore del libro da cui è tratto il brano:

1. Poullain de Saint-Foix (1698-1776): autore degli Essais historiques sur Paris (1754).
2. Si tratta della celebre Encyclopédie, diretta da Diderot e d’Alembert.
3. S’intenda Bussy-Leclerc, morto in esilio nel 1635; il duca di Guisa (Enrico I di Lorena, 1550-1588) fu uno dei capi della Lega santa ai tempi delle guerre di religione in Francia; fu uno dei principali responsabili della notte di San Bartolomeo in cui vennero massacrati gli ugonotti (1572).
4. Mercier si riferisce plausibilmente al Petit Arsenal, oggi scomparso; mentre esiste tuttora l’Arsenal.
5. Le lettres de chacet erano ordini di arresto (o di esilio) emanati direttamente dal re, anche su istanza di privati cittadini, senza che venissero esaminati e approvati dalla giustizia ordinaria: rappresentano uno dei simboli dell’arbitrarietà del potere assoluto.
6. Fu Voltaire che, tra i primi (o, forse, per primo), riprese e diede credito a questa storia in Le siécle de Louis XIV (tr. it. Il secolo di Luigi XIV, Einaudi, Torino 1951, pp. 284-286).
7. Prigione che si trova sull’Île de la Cité.
8. Nicolas-Simon-Henry Linguet (1736-1794) avvocato e polemista; dopo una lunga reclusione alla Bastiglia, pubblicò un Mémoire sur la Bastille (1783). Venne condannato alla ghigliottina durante la reazione termidoriana.

Oct 122010
 

Un articolo di Bianca Maria Rizzoli che ci illustra sulla moda Neoclassica.

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Durante la Rivoluzione francese, e precisamente l’8 brumaio anno II, corrispondente al 29 ottobre 1793, la Convenzione emise un decreto che recitava così: “Nessuna persona, dell’uno o dell’altro sesso, potrà costringere alcun cittadino o cittadina a vestirsi in modo particolare, sotto pena di essere trattata come sospetta, o perseguita come perturbatrice della pubblica quiete; ognuno è libero di portare l’abito e gli accessori del suo sesso che preferisce”. Editto rivoluzionario, perché si opponeva in modo radicale al divieto, perpetuato da secoli, di indossare qualsiasi tipologia vestiaria che non fosse gradita al potere e alla morale comune ed ecclesiastica, e che spartiva con specifiche leggi Suntuarie la distanza sociale che divideva ricchi e poveri.
In odio alla vesti stracariche e lussuose dell’antica aristocrazia, l’abbigliamento maschile e femminile si semplificò notevolmente, con specifici riferimenti all’antico costume greco.
La riscoperta dell’arte classica e le nuove forme artistiche che ne derivarono prendono il nome di Neoclassicismo, ed erano state veicolate anche dal sensazionale ritrovamento, avvenuto nel 1748, del primo reperto della città di Pompei, in seguito scavata e in parte saccheggiata. Le bianche statue drappeggiate con fogge antiche incantarono tutta l’Europa, che non era consapevole che i primitivi colori con cui erano state dipinte si erano completamente dilavati coi secoli. In Francia, che ancora nell’Ottocento era al centro della moda, pioniere del nuovo gusto furono Juliette Recamier e Madame Tallien, tra le maggiori esponenti del jet set parigino. Come loro, le donne che si vestivano alla moda erano chiamate “Merveilleuses”. Gli abiti che portavano davano l’impressione di una spigliata leggerezza, sia per la semplicità del taglio, sia per la quasi trasparenza delle stoffe. Ma, cosa più importante, era stato abolito il busto, tortura del corpo femminile ormai in uso da secoli; per circa vent’anni questo doloroso accessorio scomparve dalla scena, per poi ritornarvi con l’avvento delle mode romantiche.
Finalmente libera di mostrare le forme, la donna adottò con entusiasmo i nuovi abiti longilinei, con la vita sotto al seno, l’ampissima scollatura, le maniche corte a palloncino. Perfino le acconciature furono influenzate dall’arte greca, e le signore comparivano con capelli rialzati, spesso fasciati da bende ricamate, mentre tra i gioielli rifioriva l’arte del cammeo.
La moda delle vesti trasparenti, detta dapprima “del nudo” e poi “alla romana”, furoreggiò fino all’esagerazione. Ormai non si diceva che una signora era ben vestita, ma “ben svestita”; per alleggerire ulteriormente i capi indossati, anche scarpe e gioielli si semplificarono: era “à la page” solo colei che pesando il tutto non superava i 200 grammi di roba indossata. Il problema era che questo stile non veniva modificato nemmeno l’inverno, a parte un morbido scialle di cachemire indiano, unica copertura dai rigori della stagione: solo dopo il 1805, forse in concomitanza con una grave epidemia di influenza, ricomparvero gli abiti con maniche lunghe.
Napoleone inoltre, pur amando per sé la semplice divisa militare, stava costituendo una corte parigina simile per sfarzo a quella del Re Sole. Durante la cerimonia della sua incoronazione a Imperatore dei Francesi (1804) volle ispirarsi a quella di Carlo Magno e ne realizzò la regia aiutato da molti artisti, tra cui il pittore Isabey che era incaricato di disegnare i costumi. Pur rimanendo fedele alla linea sotto al seno, Giuseppina di Beauharnais, moglie di Napoleone, portava un abito di seta bianca ricamato e un lungo mantello a strascico di velluto rosso che partiva dalla vita a cui era agganciato per mezzo di lacci. Dietro alla nuca aveva un rigido colletto rialzato in pizzo detto “cherusque”, lontano parente dei colletti di Caterina de’ Medici. Questo complesso abito da cerimonia diventò poi il prototipo delle vesti di corte di epoca napoleonica.
Lo stesso Bonaparte, per proteggere il commercio francese, vietò l’importazione delle leggere mussole dell’India, che faceva parte dell’impero coloniale britannico. Così, con queste ultime mosse, l’uso dissennato del nudo finì per essere abbandonato in favore di tessuti spessi e pesanti in raso lucido a cui furono poi aggiunte guarnizioni ricamate, a frappe, a volants, a passamaneria, che andavano dall’orlo fino a metà della veste. Le scollature furono mitigate e infine quasi nascoste da una camicetta trasparente con un piccolo collo a gorgiera. Ricomparvero infine i soprabiti, soprannominati in francese “douillettes”, forse a causa del tepore che sprigionavano anche grazie alle fodere di pelliccia.
Come si è visto i richiami storici erano frequenti: d’altro canto, fin dall’inizio dell’Ottocento lo studio della storia e dell’antichità diventarono una nuova disciplina che sarebbe entrata non solo nella moda, ma nella letteratura, nell’arte e nella lirica.
Dopo la morte di Napoleone, il 5 maggio 1821, il tentativo di Restaurazione degli antichi regimi e l’avvento nella moda di gusto romantico cambieranno completamente il vestito, le usanze e il corpo femminile che per vent’anni aveva conosciuto una breve stagione di libertà. Solo agli inizi del XX secolo il couturier parigino Paul Poiret ricreò gli abiti a vita alta e senza busto, dimostrando che l’eredità neoclassica non era andata persa.

Bianca Maria Rizzoli.

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Altri articoli sulla moda di Bianca Maria Rizzoli qua.

Oct 082010
 

Gli scritti di Francesco Favi, segretario della Legazione toscana a Parigi durante la rivoluzione francese, o almeno sino al 1794, anno in cui fu costretto a lasciare la Francia, sono un’interessante fonte per “vedere” la Rivoluzione francese con occhio italiano – toscano in questo caso – un occhio attento e preciso, un occhio ben informato secondo la tipica tradizione diplomatica italiana.
Il Granducato toscano, in quegli anni, si sforzava, nei limiti della politica europea, essere neutrale e indipendente, dedicandosi per lo più alle riforme interne. La politica estera di Pietro Leopoldo e poi di Ferdinando III era generalmente legata a quella dell’Austria, e Vienna tollerava ben poco che la Toscana avesse i propri ministri nelle corti estere, insistendo sul fatto di adoperare quelli imperiali, con la possibilità di nominare segretari di legazione toscani presso gli stessi rappresentanti imperiali all’estero.
Francesco Favi aveva occupato il posto dell’abate Niccoli che aveva risieduto a Parigi fin dal dicembre del 1769 frequentando, seppur con capacità economiche ristrette, la Corte. Favi, nipote dell’abate, era di idee abbastanza aperte, così come lo zio Niccoli, tanto aperte da accogliere lodando la rivoluzione americana, e mostrando simpatie verso un’economia di tipo liberista. Le sue notizie erano sempre attese con desiderio, sia perché ben precise e attente, sia perché davano il punto di vista di un uomo che viveva in prima persona quei tragici anni.
Leggiamo qua e là in che modo raccontava gli eventi di fine ‘700.

Parigi, 19 aprile, 1790

[…]
Il Clero è stato spogliato dei suoi Beni, e l’amministrazione dei medesimi sarà affidata ai Dipartimenti, e Distretti, delle diverse Provincie, dovendo in avvenire i Vescovi e gli altri Ecclesiastici ricevere in denaro il trattamento, che gli sarò fissato quanto prima, e che sarà molto moderato.
[…]
Tutti convengono, che il rimettere i beni Ecclesiastici ai Dipartimenti è una cattiva operazione perché l’amministrazione sarà abusiva, ma il Clero non deve sperare di recuperare i Suoi Beni, e tutti i suoi tentativi potranno produrre dei torbidi, ma saranno inutili, dovendo questi servire per pagare gli Assegnati, l’estinzione dei quali interessa tutto il Regno, il partito del Clero non sarà mai vittorioso.
[…]
Questa sera i Deputati del Partito dell’Aristocrazia e del Clero si sono adunati in numero di circa trecento in casa del Visconte di Mirabeau, dove io sono alloggiato: il popolo vedendo molte carrozze aveva cominciato ad attrupparsi, ma si è poi dissipato, e non è successo alcun tumulto. (1)

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Parigi, 29 giugno 1790

[…] I Nobili Francesi sono veramente irritati per il Decreto dell’Assemblea del 19 del corrente, che abolisce la nobiltà ereditaria, i titoli, le armi, le livree, e che dispiace a loro anco più di quello, che sopprime i loro diritti feudali anco lucrativi. Dicono che l’Assemblea ha voluto così avvilirli, e disonorarli, e non possono consolarsi; dicono inoltre che la Monarchia senza la Nobiltà non può più sussistere, e che l’Assemblea precisamente vuol distruggerla, aggiungendo, che alla fine si verrà alla Legge Agraria, e alla divisione delle terre perché ci sia una eguaglianza più perfetta. Molti Nobili dovendo riprendere gli antichi nomi delle loro famiglie avranno dei nomi ignobili, e quelli, che potranno espatriarsi senza gran detrimento della loro fortuna lo faranno per non essere privi di quelle distinzioni tanto valutate dalla Nobiltà francese, e che hanno acquistato con dei sacrifici non indifferenti.
[…]
I rivoluzionari si lusingano, che questo decreto farà effetto anco negli altri paesi, e che solleverà i plebei contro i nobili, onde si propagherà più facilmente la rivoluzione della Francia, che in sostanza è la guerra dei poveri contro i ricchi. (2)

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Parigi, 9 maggio 1791

Il popolo bruciò martedì scorso nel Palazzo Reale l’effige del Papa e M. di Saint Huruge uno dei capi dei sediziosi, lesse una specie di processo colla sentenza, che condannava alle fiamme Pio VI rappresentato sotto forma di un fantoccio rivestito di tutti gli ornamenti Pontificali. La Guardia nazionale non cercò d’impedire questo indecente spettacolo, che fu applaudito dagli spettatori, ma che in generale non è stato approvato. (3)

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Parigi, 29 gennaio 1793

La morte, e il supplizio di Luigi XVI non ha lasciato nel popolo una profonda impressione; non se ne parla quasi più, e questo avvenimento è quasi dimenticato coll’istessa leggerezza come tanti altri.
Non si sa se sarà fatto il processo alla Regina, e a Madame Elisabetta; molti però lo vorrebbero, e se è deciso saranno tradotte ai Tribunali ordinarj, e forse rinchiuse nelle Carcerii della Conciergerie.
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1. Zeffiro Ciuffoletti, Parigi-Firenze 1789-1794, Leo S. Olschki editore, Firenze, 1990, pagg. 93-94.
2. op. cit. pagg. 110-111.
3. op. cit. pag. 157.
4. op. cit. pag. 260.

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Altri articoli sulla Rivoluzione francese qua.

Massacro dei prigionieri dell'Abbazia di St. Germain

Sep 162010
 

Una delle decisioni a seguito della Rivoluzione francese del 1789 fu di imprigionare il re Luigi XVI e passarlo alla ghigliottina, una decisione travagliata che suscitò non poche proteste sia nella stessa Francia che nei vari Paesi europei.
Luigi XVI fu recluso insieme ai congiunti nel Tempio prima di essere processato e avviato al patibolo, un duro periodo in cui dimostrò, dicono, saldezza di nervi e forte carattere. Al suo seguito c’era Cléry, Jean-Baptiste Hanet, la sola persona autorizzata dai rivoluzionari a risiedere con la famiglia reale durante la prigionia e fino al giorno della decapitazione del re, e di cui possediamo il diario tenuto dal 26 agosto 1792 al 21 gennaio 1793. Marie-Thérèse-Charlotte, primogenita di Luigi XVI e della regina Maria Antonietta sarà l’unica prigioniera a salire viva da quella fortezza, mentre Henri Essex Edgeworth de Firmont, abate confessore della sorella di Luigi XVI, rimase a confortare il re nelle ultime ore di vita, avendolo seguito fino alla ghigliottina.
Ebbene, di seguito, una brevissima parte delle loro testimonianze di quei tragici momenti.

Scriveva Cléry:
Un giorno, al risveglio, avendo il re scambiato il commissario di guardia per quello della sera avanti e mostrato interesse per il fatto che era stato dimenticato di sostituirlo, il municipale rispose a queste affermazioni del re con ingiurie. «Io vengo qui – disse – per osservare la vostra condotta e non perché voi vi occupiate della mia». E avvicinandosi al re, col cappello in testa: «Nessuno, e voi meno di un altro, ha il diritto di mischiarsene». Fu insolente per tutto il resto della giornata. Ho poi saputo che si chiamava Meunier”. (1)

La sera, all’ora di coricarsi, i municipali mettevano i loro letti in anticamera, in modo da sbarrare la stanza occupata da sua maestà. Chiudevano anche una delle porte della mia camera, dalla quale sarei potuto entrare in quella de re, e ne portavano via la chiave; dovevo dunque passare dall’anticamera, quando sua maestà mi chiamava durante la notte, e subire il cattivo umore dei commissari e aspettare che volessero alzarsi”. (2)

Pochi giorni dopo il principino, che dormiva nella camera di sua maestà e che i municipali non avevano più voluto trasferire nella camera della regina, ebbe la febbre. La regina ne sentì ancor più inquietudine perché non poté ottenere, malgrado le più insistenti richieste, di passare la notte accanto a suo figlio. Gli prodigava le più tenere cure nei momenti in cui le era permesso restare con lui. La stessa malattia contagiò la regina, madame Royale e madame Elizabeth. Monsieur Le Monnier ottenne il permesso di continuare a visitarli”. (3)

Alle nove il rumore aumentò, le porte furono aperte con fracasso, Santerre, accompagnato da sette o otto municipali, entrò alla testa di dieci gendarmi e li collocò su due file. Udendo questo movimento il re uscì dalla stanzetta: «Venite a prendermi?», disse a Santerre. «Si». «Vi chiedo un minuto», e rientrò nella stanzetta. Sua maestà uscì subito, il confessore lo seguiva; il re teneva in mano il suo testamento e, rivolgendosi a un municipale di nome Jacques Roux, prete giurato, che si trovava più avanti: «Vi prego di consegnare questo foglio alla regina, a mia moglie». «La cosa non mi riguarda – rispose il prete, rifiutando di prendere lo scritto – sono qui per condurvi al patibolo». Sua maestà si rivolse poi a Gobeau, altro municipale: «Consegnate questo foglio, vi prego, a mia moglie; potete leggerlo, contiene disposizioni che desidero che la Comune conosca»”. (4)

Dagli scritti di Marie-Thérèse-Charlotte di Francia:
All’inizio di ottobre ci tolsero penne, carta, inchiostro e matite; perquisirono tutto e con durezza. Questo non impedì che mia madre ed io nascondessimo le nostre matite; mio padre e mia zia consegnarono le loro. (5)
[…]
Il 2 dicembre la Comune cambiò; i nuovi municipali vennero a vedere mio padre e la sua famiglia alle dieci di sera. Qualche giorno dopo vi fu un decreto che ordinava di far uscire dai nostri appartamenti Tison e Cléry, di toglierci coltelli, forbici e tutti gli oggetti taglienti; ordinava anche che fossero assaggiati con attenzione tutti i cibi che ci venivano serviti. Una perquisizione fu fatta per gli oggetti taglienti: mia madre ed io consegnammo le nostre forbici. (6)
[…]
Durante il cammino lesse le preghiere degli agonizzanti. Giunto al patibolo, volle parlare al popolo, ma Santerre glielo impedì facendo battere i tamburi; le poche parole che poté pronunciare furono comprese da poche persone. Si spogliò da solo; le sue mani furono legate con il suo fazzoletto, e non con una corda. Nel momento in cui stava per morire, l’abate gli disse: «Figlio di San Luigi, sali al cielo». Ricevette il colpo mortale il 21 gennaio 1793, alle dieci e dici del mattino. Così morì Luigi XVI, re di Francia, all’età di trentanove anni, cinque mesi e tre giorni, dopo aver regnato per diciotto anni. Era rimasto in prigione cinque mesi e otto giorni.” (7)

Le ultime ore raccontate dall’abate Edgeworth de Firmont:
Dalle sette alle otto vennero sovente, con diversi pretesti, a bussare alla porta della stanzetta dov’ero chiuso con il re e, ogni volta, tremavo al pensiero che fosse l’ultima; ma il re più sicuro di me, si alzava senza emozione, andava alla porta e rispondeva tranquillamente che così venivano a interromperlo. (8)
[…]
Infine bussarono alla porta per l’ultima volta: era Santerre con la sua truppa. Il re aperse la porta come al solito e gli annunciarono (non potei sentire in quali termini) che bisognava andare a morire. «Sono occupato – disse loro il re con autorità -; attendetemi qui, verrò da voi». Dicendo queste parole, chiuse la porta e venne a gettarsi alle mie ginocchia. «Tutto è compiuto – mi disse -; datemi l’ultima benedizione e pregate Dio che mi sostenga fino alla fine»”. (9)

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1. Jean-Baptiste Hanet (Cléry), Marie-Thérèse-Charlotte di Francia, Edgeworth de Firmont, Il prigioniero del Tempio. Detenzione, processo e morte di Luigi XVI, Bonacci editore, Roma, 1993, pag. 77.
2. op. cit. pag. 95.
3. op. cit. pag. 103.
4. op. cit. pag. 146.
5. op. cit. pag. 155.
6. op. cit. pag. 158.
7. op. cit. pag. 161.
8. op. cit. pag. 198.
9. op. cit. pagg. 198,199.

Sep 082010
 

La Rivoluzione francese portò con sé tante speranze, dalla libertà all’eguaglianza, dalla fratellanza a un miglioramento delle condizioni di vita, e fu anche quest’ultima che diede particolare impulso a una frenesia coniugale, a una voglia di trovare l’anima gemella per condividere gli anni a venire. Più che in ogni altro periodo si stipularono contratti matrimoniali già da tempo progettati e non realizzati a causa delle precarie situazioni economiche dei due interessati.
Nei primi anni del regno di Luigi XVI la media di matrimoni era all’incirca di 239 mila, passando a 327 mila nel 1793 e 325 mila nel 1794, con una età media di 28 anni e mezzo per i maschi e 26 per le ragazze, con una tendenza ad abbassarsi (1). Bisogna pur considerare l’epoca della leva in massa in cui i giovani per essere esonerati dall’arruolarsi cercavano in qualunque modo una donna, non importando l’età, né la condizione sociale, né la bellezza, ciò perché i mariti erano generalmente esentati.
Agli esordi della Rivoluzione, la cerimonia iniziava con la lettura dei documenti concernenti lo stato delle parti, dei diritti dell’uomo, dei doveri e degli obblighi morali e sociali, poi sulle leggi che disciplinavano l’unione, infine la dichiarazione vera e propria in cui ognuno dei due dichiarava di essere fedele all’altro e sposarsi. Cerimonia, usualmente, che avveniva davanti l’altare della patria, simbolo della Francia libera, una festa per elevare la coscienza rivoluzionaria dei tempi e infondere una nuova cultura.
Talvolta ci si sposava anche in gruppi, come in quel 30 marzo 1794 (10 germinale anno II) ad Ambérieu, in piazza, tra bande che suonavano l’inno nazionale, per seguire con musiche folcloristiche e sfilate al grido di “Viva la Repubblica!” L’unità, la sovranità, l’eguaglianza, la fratellanza dei popoli era alla base di un evento che doveva rimanere nei ricordi come un momento unico, come un momento da cui partivano tutta una serie di doveri e diritti sia davanti alla Patria che davanti al coniuge. Dio era messo da parte, quasi allontanato, al suo posto l’Illuminismo poneva la Ragione e la Patria, il sacerdote non aveva più una missione.
Non tutto, come è d’aspettarsi, andava per il verso giusto. La legge sui divorzi permetteva a ragazze e donne ingannate liberarsi dal marito tiranno o ubriacone, o venuto solo per interesse, o emigrato in cerca di lavoro e benessere e mai più tornato. Le separazioni erano più numerose nei grandi centri cittadini e nelle città portuali che non nelle campagne e nei paesini rurali, dove la donna rimaneva legata al vincolo matrimoniale per consuetudine, per prassi.
Mentre prima della Rivoluzione era la Chiesa cattolica a dettare il calendario delle nozze, adesso queste possono essere celebrate anche durante la Quaresima e l’Avvento, o marzo e dicembre, un tempo periodi vietati, il tutto con le dovute eccezioni, anche perché nei campi, nei borghi e nelle piccole città le usanze erano dure a scomparire. Il nuovo calendario, utilizzato dal 5 ottobre 1793 anche per accelerare la scristianizzazione, contribuirà a rompere con certe tradizioni, aumentando l’incertezza e favorendo l’introduzione di nuovi costumi.

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1. Jean- Paul Bertaud, La vita quotidiana in Francia al tempo della Rivoluzione (1789-1795), Rizzoli, Milano, 1997, pag. 181.

Aug 302010
 

Che cosa accadeva nel quotidiano popolare durante la Rivoluzione francese? Come cambiavano le abitudini, la vita, le cose?
Salta immediatamente alla vista un maggiore uso di oggetti specifici come le casseruole, le zuccheriere, i macinini da caffè, tazze di varie misure, scodelle e via dicendo. Lo stagno poco a poco scompare dalla tavola popolare, mentre il grès, le terrecotte verniciate e le maioliche prendono il sopravvento: primo accenno di una società che pensa più al consumo che a far durare un oggetto. Si abbassano certi prezzi come quelli dei piatti, delle forchette, dei coltelli; la maiolica bruna da fuoco costa 7 lire contro le 40 di quella bianca. Specchi e rasoi sono adoperati in larga misura dagli uomini che si radono e si lavano più di una volta, sebbene l’acqua costi 3-4 livres il metro cubo. I bisogni qualcuno li fa nei gabinetti collettivi, altri nelle “comode” – per lo più riservate ai ricchi -, altri ancora nei “vasi da notte” il cui contenuto si butta dalla finestra.
Per le strade si smontano o si rompono i vecchi stemmi nobiliari, oramai l’Assemblea ha abolito i titoli aristocratici, non esistono più né conti, né marchesi, né principi, addirittura qualcuno di loro cambia nome. Le insegne dei negozi, una volta poste sotto la protezione di sant’Eligio o di san Dionigi, ora sono dedicate alla “presa della Bastiglia” o “all’Assemblea nazionale”. Il linguaggio popolare è di uso frequente, lavandaie, operai, facchini parlano la lingua di tutti i giorni accettata da chiunque senza riserve.
I giornali, i fogli, le riviste aumentano la tiratura e si vendono quotidianamente con le ultime notizie della rivoluzione, delle decisioni prese, della condotta della guerra, dei problemi di ogni giorno. Vivono pubblicazioni come “Le Patriote français”, Le Journal du soir”, “La Cronique de Paris”. Nel 1790 a Parigi ci sono 335 testate, 236 nel ’91, 216 nel ’92, 113 nel ’93, nascono facilmente e scompaiono se non hanno avuto buona accoglienza, spesso cambiando nome. Dopotutto, la libera espressione di idee e opinioni sta alla base della rivoluzione. Tiratura media di un giornale è sulle 300-500 copie, con punte di 2.000 come “L’ami du Peuple” di Marat, o di 5.000 de “L’ami du Roi” dell’abate Royu, o ancora delle 10 mila copie del giornale di Mirabeau, eccezioni queste ultime, certo, ma che fanno capire il desiderio di aver notizie sempre fresche e di essere parte di un processo rivoluzionario in atto, di un cambio come mai avvenuto, e stavolta prodotto dalla base sociale. (1)
Venditori ambulanti si affannano a vendere latte, caffè, te, tisane, versati in una tazza di terracotta da una caraffa, bastano appena 2 soldi. Altri vendono acquavite urlando: “La vita, la vita a un soldo al bicchierino” o “Alla buona acquavite per tirarsi su!” I più piccoli si avvicinano al venditore di cialde: “Due cialde per pochi soldi”, recitano.
Figura strana e curiosa è “l’ammazzatopi” che, con un cappello a piramide e una giubba oramai logora, porta con sé una scatola con una polvere velenosa. Entra nelle case, nelle cantine, nelle taverne e sparge qua e là, con cura ed esperienza, la sua formula magica. I topi, oramai migliaia, muoiono a decine, ma proliferano ancor più rapidamente.
La vita popolare di tutti i giorni è quella che fa capire la vera essenza di quegli anni.

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1. Jean-Paul Bertaud, La vita quotidiana in Francia al tempo della Rivoluzione (1789-1795), Rizzoli, Milano, 1997, pagg. 120 e segg.

Aug 142010
 

Chi sono i personaggi delle seguenti immagini relativi alla Rivoluzione francese?

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Alcuni articoli che potrebbero aiutare:

- Abolizione dei diritti feudali in Francia.

- La Rivoluzione francese, un video.

- Alcune immagini della Rivoluzione francese.

- Le donne della Rivoluzione francese.

- Augustin Robespierre, un rivoluzionario sconosciuto.

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La Bastiglia, anonimo, stampa dell'Ottocento

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Risposte:
- Maria Antonietta e i suoi figli.
- Charlotte Corday.
- Maximilien Robespierre.

Jan 192010
 

Le parrucche? Ce ne parla Bianca Maria Rizzoli.

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Nella storia della moda la parrucca non aveva le connotazioni ridicole che molti oggi le attribuiscono, ma era un accessorio portato fino dall’antico Egitto da uomini e donne, non necessariamente per compensare la perdita dei capelli, ma principalmente come segno di status. In Europa ebbe il suo massimo splendore nei secoli XVII e XVIII, quando trionfarono Barocco e Rococò: se si pensa alla teatralità e al fasto di questi due stili artistici (avete presente la reggia di Versailles?) la parrucca si trovava perfettamente a suo agio tra gli stucchi, i marmi, le decorazioni, la grandiosità che essi comportavano.
La moda iniziò durante la Guerra dei Trent’anni, durata dal 1618 al 1648, che determinò un netto cambiamento del vestire maschile. A partire dagli anni Trenta del Seicento infatti, tutti gli uomini predilessero abiti in stile militaresco, portando con pose spavalde cinturoni, lunghe spade, pesanti stivali in cuoio. Trionfò la mascolinità bellicosa, e si voleva a tutti i costi esibire un rude aspetto guerresco, oltre che nel vestito anche nell’abbondante peluria, segno evidente di virilità. Parecchi aneddoti raccontano come la parrucca sia entrata nelle case reali e da qui abbracciata da quasi tutta la popolazione che – dati i costi – se la poteva permettere; le parrucche più care erano infatti fabbricate con capelli veri, mentre la gente più modesta doveva accontentarsi di peli di pecora e capra, crine di cavallo o coda di bue.
Nel Seicento e nel Settecento la Francia era considerata il centro del buon gusto europeo e sembra che sia stato proprio un monarca francese, Luigi XIII, a favorire l’uso delle parrucche per nascondere la precoce calvizie causata da una malattia. Il suo successore Luigi XIV, il Re Sole (1638 – 1715) portò quest’accessorio alla sua apoteosi. Nel 1655 il sovrano concesse la licenza di aprire bottega a 48 fabbricanti parigini di parrucche. Alla fine del Seicento, in perfetta armonia con la bizzarria del gusto Barocco, la parrucca maschile si trasformò in una monumentale torre di riccioli, con due bande che scendevano sul torace e un’altra dietro la schiena. Il peso eccessivo la rendeva molto scomoda da indossare, per cui la si portava solo a corte, mentre nel privato si preferiva la ben più comoda berretta. La circonferenza della parrucca impediva l’uso del cappello, che si portava semplicemente sotto braccio. Tuttavia oltre agli svantaggi, essa aveva vantaggi fisici e soprattutto psicologici non trascurabili: indossata sul cranio rasato, favoriva una maggior pulizia in un’epoca in cui pullulavano cimici e pidocchi. Inoltre rialzando la statura, dava alla figura maschile un senso di imponenza regale che aumentava il prestigio dell’individuo.
Durante il Settecento fino alla Rivoluzione francese, la moda della parrucca continuò a contagiare gli uomini e successivamente le donne e i bambini. Particolarità del periodo fu l’uso pressoché universale di imbiancarla cospargendola di cipria solitamente composta di polvere di riso. Un servitore la soffiava sul paziente in un apposito stanzino polverizzandola con un piccolo mantice, mentre il volto e il corpo erano protetti con un accappatoio e un cono che copriva la faccia. Oltre al riso si usavano l’amido mescolato con polvere profumata, e per quelli che non se lo potevano permettere, calcina, gesso, legno tarlato, osso bruciato, il tutto passato con cura al setaccio.
Più frequente per l’uomo che per la donna, la parrucca serviva a coprire teste pelate vuoi dall’età, vuoi da qualche malattia che causava la caduta dei capelli come il vaiolo, allora piuttosto diffuso. La tipica parrucca maschile settecentesca, di moda soprattutto verso la metà del secolo, aveva un ciuffo alto e arricciato sulla fronte, riccioli sulle orecchie e un codino avvolto in un sacchetto di seta nera. Ma i modelli erano molti di più e avevano bisogno di lavorazioni elaborate. I capelli erano impomatati, arricciati, poi, con una specie di permanente avanti lettera, bolliti e infine cuciti a una reticella e fermati da nastri nascosti.
Le donne si accostarono a questo accessorio con un certo ritardo. Una sera Leonard, il parrucchiere personale di Maria Antonietta d’Austria (1755 – 1793), moglie di Luigi XVI di Borbone e re di Francia (1754 – 1793), acconciò la regina con capelli rialzati artificiosamente più di mezzo metro sul capo, frammischiandoli con sciarpe di velo. Questa acconciatura, che crebbe in altezza fino a diventare mastodontica, fu di moda dal 1770 per circa 10 anni, ed era anche detta pouf o tuppè. Il tuppè era una vera e propria parrucca, fatta solo in parte coi propri capelli; aveva un’armatura nascosta di filo metallico ed era imbottito da un cuscinetto di crine. Era scomodo e malsano, sia perché portato su capelli non lavati ma tenuti in piega da oli e pomate profumate, sia perché attirava inevitabilmente ogni tipo di parassita. Ma l’aspetto più sconcertante erano le incredibili decorazioni che vi venivano appoggiate sopra. La fantasia non aveva limiti: palme, pappagalli, frutta, ghirlande d’amore, scale a chiocciole di pietre preziose, navi con le vele al vento spiegate (à la belle poule). Nomi e nomignoli francesi distinguevano i diversi modelli: à la monte du ciel, di altezza vertiginosa, il pouf à sentiment, con usignoli imbalsamati, alla cancelliera, alla flora, piena di fiori, al vezzo di perle (ovviamente circondata da giri di perle) ecc. L’acconciatura fu studiata per meravigliare gli altri, sfruttando persino la cronaca del giorno e la manifestazione dei propri sentimenti pur di attrarre teatralmente l’attenzione. Per fare un esempio, quando i fratelli Montgolfier nel 1783 alzarono per la prima volta su Parigi il primo pallone aerostatico, la moda diventò la “parrucca alla mongolfiera”.
Identificata dal popolo con l’odiata aristocrazia, la parrucca decadde con la Rivoluzione Francese. Nel periodo del Terrore addirittura, anche solo girare con una parrucca incipriata poteva portare alla ghigliottina. In Italia e nelle corti europee che rimasero fedeli alle vecchie idee, essa fu portata ancora per qualche anno. Ma già dopo le conquiste di Napoleone Bonaparte fu abbandonata e rimase a decorare le teste della servitù, o di qualche nostalgico che per scherno era chiamato “codino”.

Bianca Maria Rizzoli.

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Altri articoli di Bianca Maria Rizzoli, qua.

Dec 282009
 

«Il buon Ballanche, fra tutti i suoi oscuri romanzi mistici, ebbe talora veri lampi d’intuizione. Un giorno in cui, per metterlo in imbarazzo, gli domandammo: “Cos’è la donna secondo voi?”, sembrò sognare per qualche minuto. I suoi occhi dolci di serva spaurita si fecero più selvatici del solito. Poi arrossendo come una giovanetta, il vecchio rispose: “È iniziazione”.»

Così si conclude il libro dello storico francese Jules Michelet (1798-1874), Le donne della rivoluzione, un libro dedicato alla loro partecipazione nelle vicende di fine 1700, donne che hanno avuto un’importanza davvero rilevante nella Rivoluzione francese.
Se leggiamo alcuni cahiers de doléances dell’epoca, alcune di loro si lamentavano della poca possibilità di istruirsi, altre della quasi impossibilità di essere autonome e guadagnarsi da vivere, altre ancora della loro condizione di servilismo. Iniziarono così una serie di lotte che li condurrà, poco a poco, a una certa libertà, come quella del 24 gennaio 1789 in cui un Regolamento reale per l’elezione dei deputati agli Stati generali riconosce il diritto di voto a parecchie categorie di donne proprietarie.
Fino al 1792 libelli e periodici femminili saranno di notevole diffusione, elementi cartacei che circoleranno non solo a Parigi ma altresì nelle medie città francesi. Una libertà di stampa decretata il 24 agosto del 1789 che favorirà, anche, la divulgazione delle loro idee, delle loro aspirazioni, delle loro necessità.
E la donna, come dicevamo, avrà un ruolo di primo piano durante i mesi della Rivoluzione, versando addirittura il proprio sangue in svariate battaglie.

«Alla Bastiglia, dice Michelet, ce ne fu una che, più tardi, partì per la guerra, divenne capitano d’artiglieria; il marito era soldato. Il 18 luglio, quando il re tornò a Parigi, molte donne erano armate. Le donne furono all’avanguardia della nostra rivoluzione. […]
È una donna di trentasei anni, ben vestita, onesta, forte e ardita. Vuole che si vada a Versailles, in testa marcerà lei. Qualcuno scherza. Lei gli dà un ceffone. L’indomani, partì tra le prime, sciabola alla mano, a cavallo di un cannone preso all’Hœtel de Ville e che trascina fino a Versailles, con la miccia accesa.»

I salotti saranno uno dei punti di riferimento, luoghi di idee, focolai di pensieri pronti a esplodere al momento giusto. Chi non ricorda il genio di madame de Staël e la sua frequentatissima casa? O quello di madame de Condorcet, nel palazzo delle Monnaie, quasi di fronte alle Tuileries, il cui salotto qualcuno disse essere stato il focolare della Repubblica? Donne che con il loro coraggio tenevano testa a chiunque, pur di promuovere altresì le idee di libertà, di eguaglianza, di fraternità.
C’era, dunque, chi usava le parole e chi usava le armi, armi perfino contro coloro che, incarnando i nuovi ideali rivoluzionari, si erano corrotti strada facendo. Madamoiselle Marie-Charlotte Corday d’Armont ebbe il coraggio di entrare in casa Marat e affondargli violentemente un pugnale mentre si bagnava. La fanciulla di appena 25 anni, di nobile ma povera famiglia, ucciderà colui che riteneva aver ucciso la Legge il 2 giugno 1793, giorno in cui Marat e altri deputati della Convenzione attaccarono definitivamente la Gironda.
Michelet insiste nel ricordarci la loro determinazione, il loro sacrificio, la loro forza caratteriale. Saranno coloro che piangeranno più di tutti, forse più degli uomini, giacché si vedranno spesso privare non solo dei mariti, ma anche dei figli, dei padri. E allora si domanda se possono essere giustiziate.

«Qualunque cosa abbiano fatto, sotto qualunque aspetto appaiono, sovvertono la giustizia, ne distruggono l’idea, la fanno rinnegare e maledire. Giovani, non si possono punire. Perché? Perché sono giovani e portano con sé amore, felicità e fecondità. Vecchie, non si possono punire. Perché? Perché furono vecchie e furono madri e restano sacre, i loro capelli grigi rassomigliano a quelli di vostra madre. Incinte!… Qui la povera giustizia non osa più aprire bocca; a lei di convertirsi, umiliarsi, farsi, se occorre, ingiusta.»

Il bel libro di Michelet, scritto nell’arco di dieci anni, è pieno di esempi, di aneddoti, di storia, è pieno anche di sentimentalismo, è pieno di rispetto verso quelle donne che seppero cambiare la Francia, un libro tuttavia che bisogna prendere per quello che è.

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Jules Michelet, Le donne della rivoluzione, Bompiani, 2003.

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