Dec 132010
 

Tanto, tantissimo si è scritto sul Rinascimento, desidero solo segnalare tre libri con cui approfondire ulteriormente l’argomento.

Necessario, se non obbligatorio, è iniziare con il buon Jacob Burckhardt e il suo intramontabile La civiltà del Rinascimento in Italia. Un volume che, con i suoi limiti e i suoi pregi, ci introduce nella vita politica e culturale dell’epoca. (Qua un mio breve articolo.)

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Affari di genio della storica inglese Lisa Jardine ci porta invece nei particolari del Rinascimento, nelle merci, nei quadri, negli arazzi, nei libri, insomma in quegli articoli che si muovevano per l’Europa e che caratterizzavano – anche ma non solo – il nuovo stato borghese nascente.

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A cura di Eugenio Garin, L’uomo del Rinascimento, una raccolta di testi di famosi storici quali Peter Burke, Alberto Tenenti, Tzvetan Todorov e via dicendo, autori la cui analisi rivela unuomo che inizia a prendere coscienza di sé, della sua potenza, della sua centralità.

Nov 052010
 

Periodo di cambio, periodo che introduce allo studio della Storia moderna, il Rinascimento influenzò in maniera diretta o indiretta quasi tutte le attività, da quelle politiche a quelle sociali, dalle arti alla letteratura, dai viaggi ai commerci, e così via. E il particolare che risalta immediatamente alla vista è che crebbe e si sviluppò in un’Italia divisa politicamente, attaccata dalle potenti dinastie estere, invasa, saccheggiata, e in cui il papato ebbe un ruolo decisivo. Lo storico ottocentesco Burckhardt (1818-1897) ce ne dipinge un bel quadro in uno scritto del 21 ottobre 1880:

L’Italia e la grande trasformazione dello spirito europeo da essa originata: il Rinascimento. Questo infranse ovunque la scienza, il pensiero e la visione del Medioevo. Gli antichi e ben presto i modernissimi soppiantarono completamente le autorità del Medioevo, a cominciare dalla sua teologia scolastica; l’intero firmamento spirituale venne orientato in una nuova direzione; inoltre ebbe origine un’arte che ben presto travolse o immiserì quella dell’intera Europa. Il massimo periodo di produzione dell’Italia coincide con invasioni periodiche; la cosiddetta pace venne solo con l’incontrastata supremazia spagnola.
In quest’Italia abbracciata e magnificata dal Rinascimento, ma anche caduta in preda allo spirito politico italiano e abbandonatasi fino all’estremo, risiedeva il papato, padrone di uno Stato della Chiesa.
Il papato è in un rapporto del tutto irrazionale con l’Italia e con l’Europa, di fronte a nazioni che già brontolano e a dinastie avide. Dimentico della missione di un tempo, esso si diede allo sfruttamento, e per molto tempo fu nelle mani di scellerati, che se ne impossessarono perché era troppo desiderabile e troppo mal custodito, come ai tempi della pornocrazia. Ora contro di esso si leva un grandissimo pericolo:
La Riforma tedesca”. (1)

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1. Jacob Burckhardt, Lezioni sulla storia d’Europa, SE ed., Milano, 2009,  pag.91.

Aug 022010
 

Ieri come oggi, ai nostri giorni come nel Cinquecento, particolare cura si aveva per la nascita e la crescita di un bambino. Si preparavano fasce in lino o di seta, lenzuola semplici e bordati, asciugamani, copertine, insomma tutto un corredo, spesso passato da un figlio all’altro, che seguiva il neonato anche negli spostamenti. A secondo del ceto sociale, il vestiario era più o meno prezioso, più o meno ricamato, lavorato.
Di seguito un video che illustra particolari di questo tema.

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May 092010
 

Mi ricorda spesso la mia cara amica Barbara, insegnante di moda a Milano, facendo suo un detto di Sir Robert Baden-Powell – fondatore degli Scout -, che non esiste buono o cattivo tempo, ma buono o cattivo equipaggiamento. E stavolta mi preparai a dovere, considerato che i primi giorni di maggio mi videro girovagando per strade, vie e viuzze di Ferrara, talvolta sotto improvvisi piovaschi, talvolta immerso nell’umidità, talvolta infreddolito da temperature non certo normali per questa stagione.
Oramai mi muovo in treno, mezzo di trasporto più consono al mio flaneggiare per l’Italia, sia perché posso scambiare quattro parole con i vicini viaggiatori, sia perché la lentezza mi permette godere campagne e città che si trasformano rapidamente.

Raggiunsi dunque Ferrara la prima settimana di maggio, passando prima per Prato e poi per Bologna, avendo tempo per un caffè, curiosando nel frattempo sbadati viandanti e incalliti viaggiatori che affollavano le stazioni.
Soggiornai in un buon R.B. – D’Elite -, dove qualità, servizio, ospitalità e prezzo sono in accordo, trovandosi a poche centinaia di metri dal centro storico.
Tre giornate riservate all’arte, alla storia, ai costumi di una città in cui il Rinascimento è parte integrante della sua cultura. Il Castello Estense, nella sua imponente mole, è una costruzione in buonissimo stato, forse uno dei pochi ancora circondato da un fossato pieno di acqua, castello iniziato da Niccolò II d’Este intorno al 1385. Le antiche cucine, la Sala dei Giochi, la Sala dell’Aurora, il Giardino degli Aranci, e via dicendo, svegliavano i sentimenti, spingendo a ricordare fatti e misfatti del passato, storie di un’epoca, quel XV e XVI secolo, che in terra estense fiorì rigogliosamente.
Un caffè e un dolce alla mela mi aspettavano nella caffetteria dello stesso castello, dopo essere passato per la libreria e comprato un paio di volumi che mi sono sembrati stimolanti, anche perché pubblicati da editori locali. Ed è una cosa che consiglio, quella di ricercare, quando si visita un luogo, una città, un museo, libri editi localmente, giacché non sempre si reperiscono nel commercio nazionale.
Pomeriggio nella Cattedrale, voluta da Guglielmo degli Adelardi e offerta alla Vergine Maria e a San Giorgio, che data la sua prima pietra intorno il 1135. Interessante, all’esterno, la Loggia dei Merciai, dove nel XV secolo si ubicavano le botteghe, luogo operoso e frequentato dai cittadini.
Nel Palazzo dei Diamanti mi intrattenni prima visitando la pinacoteca, poi la mostra dedicata a Braque, a Kandinsky, a Chagall, a Mirò, a quei pittori ospitati dal grande mecenate Aimé Maeght. Esposizione che terminerà il 2 giugno 2010 e che invito fortemente a visitare.
Camminavo, scrutavo, esploravo, magari con lo sguardo rivolto verso l’alto, gli occhi che percepivano dati, peculiartà, elementi che a un buon flâneur storico non dovrebbero sfuggire.
Giunsi lentamente alla Chiesa di Santa Maria in Vado, grande basilica, dove avvenne un miracolo: durante la celebrazione di una messa, nel 1171, da un’Ostia spezzata schizzarono gocce di sangue che andarono a bagnare la volta dell’allora piccola cappella, possibili da notare ancora oggi.
A due passi da là, mi fermai a pranzare in un ristorante, fuori dalle vie turistiche, meraviglioso e pacifico luogo in cui deliziai il mio palato con piatti ferraresi, nel convento di San Gerolamo dei Gesuati, dove fra l’altro si può anche dormire e trovare cinque belle tartarughe bighellonare per il verde prato interno dell’edificio.
Fra una visita e un’altra, il mio essere flâneur mi invitava a sedermi in un caffè, fra cui nel Leon d’Oro, occhieggiando la gente passare, analizzando usi e costumi locali, studiando masse di turisti contenti scattare foto a destra e a manca, notando lente massaie in bicicletta e anziani gesticolando mentre parlavano con tenacia di sport o dei vecchi tempi. La città va anche, forse soprattutto, vissuta negli attimi giornalieri, nei momenti mattutini, nei mercati rionali, nel sorriso di un bimbo che ti guarda, in un passante cui domandi una via.

Qua fermo la narrazione, non desidero dilungarmi, vi invito solo a trascorrere qualche giorno a Ferrara, città in cui passato e presente si amalgamo elegantemente in cui accoglienza e rispettabilità sono distintivi quotidiani, in cui arte, storia e cucina si fondono fino a trovare un equilibrio che ammalia i sensi.

Mar 282010
 

Dopo il Rinascimento, l’Italia perdette poco a poco quella centralità europea che l’aveva caratterizzata, da società dinamica, aperta, ricettiva si trasformò quasi in una società conservatrice, società che vedrà la migrazione – anche, ma non solo – di molti artigiani. All’inizio del XVII secolo scriveva il viaggiatore inglese Fynes Moryson (1566-1630):

“[gli italiani] sono convinti di essere tanto intelligenti e il loro paese essere così dotato di fertilità e monumenti d’arte, che non amano recarsi in paesi stranieri…: questa opinione che l’Italia offra tutto ciò che si può vedere o sapere nel mondo, fa sì che gli italiani siano dei provinciali ed abbiano una orgogliosa presunzione del proprio ingegno…” (1)

Intorno gli anni 70 del XVI secolo, gli inglesi acquistarono forza e potenza nel Mediterraneo, commercio e attività marinare erano per lo più loro prerogativa. Le città marinare italiane perdettero vita, l’atlantizzazione giocò poi un fattore decisivo, spostando il gioco economico dal Mare Nostrum all’oceano in questione. Gli olandesi, insieme ai citati inglesi, si dimostrarono aperti alle nuove tecnologie, sia produttive che di navigazione – ricordiamo, per fare un solo esempio, il veliero armato nordico –, per cui seppero conquistare sempre più potere.
L’Italia si trovò così, direi, soffocata da legami tradizionali difficili da rompere e superare.

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1. Fynes Moryson, Itinerary, (a cura di C. Hughes) London, 1903, pag. 419, in Carlo M. Cipolla, Le macchine del tempo, il Mulino, Bologna, 2008, pag. 11.

Mar 122010
 

Si sa, Luigi XIV si lavava ben poco, i bagni erano privilegio solo di certe case, i profumi nascondevano gli odori poco gradevoli…: Bianca Maria Rizzoli ci propone un variopinto quadro.

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Cofanetti per il trucco femminile e maschile sono stati rinvenuti fin dall’antichità. Noti sono gli splendidi lavori in legno e intarsi in pietre dure degli egiziani, meno noti quegli degli antichi romani, che pure ci hanno lasciato alcuni lavori in avorio e argento di raffinata fattura, compreso lo specchio, che a quei tempi era una lastra di metallo lucidata in cui ci si vedeva poco e male (l’invenzione dello specchio attuale risale al XVI secolo). Sappiamo anche che a quei tempi si amava l’acqua e che nelle case più signorili c’erano stanze da bagno.

L’arte della cosmesi e della profumeria fu diffusa per tutto il Medioevo e Rinascimento, e benché tuttora si creda che i nostri antenati avessero poca dimestichezza con l’acqua, ricettari, miniature e dipinti ci mostrano che, almeno fino al 1400, il bagno era ancora una pratica diffusa in Europa fin dall’antichità. Vi erano bagni pubblici, le cosiddette “stufe”, dove in capaci tinozze ci si poteva prendere un bagno in due e mangiare con una tavola apparecchiata nel mezzo. In taluni casi le “stufe” avevano anche camerini appartati per incontri intimi. Nel 1500 il concetto di igiene mutò radicalmente, e dalla pulizia del medioevo si passò alla sporcizia, da cui ci si libererà solo all’inizio del XX secolo.
Diverse le cause: le città, ingranditesi troppo rapidamente per l’afflusso di molti contadini poveri, non riuscirono più a soddisfare il fabbisogno d’acqua. Si cominciò a considerare il bagno un pericoloso veicolo di malattie, la sifilide ad esempio, e moltissimi bagni pubblici furono chiusi. L’acqua dunque diventò pericolosa. Di conseguenza lavarsi significò semplicemente farsi versare liquido sulla faccia e sulle mani con uno strumento apposito, una brocca decorata detta acquamanile, mentre la mediazione della forchetta per mangiare si diffuse soprattutto nel secolo successivo. Solo pochissimi possedevano una vera e propria stanza da bagno. Le uniche che si lavavano le parti intime erano le prostitute. I denti subivano lo stesso destino e in pochi casi erano puliti da uno stuzzicadenti prezioso a forma di uncino che si poteva portare attaccato al collo. Questi oggetti sono dei veri e propri capolavori, con la punta in argento e decorazioni in pietre dure o perle. Da quando scomparve il bagno, si diffuse la mania dei profumi, anche per nascondere i terribili odori che provenivano da case e persone, mentre ingenuamente si credeva che queste essenze avessero il potere di scacciare le malattie. Venivano raccolte entro piccoli globi preziosi traforati, i pomander. La forma tondeggiante del pomander ricordava la vita eterna, mentre al suo interno erano rinchiusi, muschio (sostanza odorosa di un mammifero, il mosco, che vive in Asia) ambra (sostanza profumata ricavata dai cetacei), altre resine e profumi, come chiodi di garofano, nardo, cannella, radici di iris.
Nel barocco (XVII–XVIII secolo) la situazione non era migliorata. L’acqua era profusa in grande quantità nei leggendari giardini di Versailles, tuttavia aveva solo una funzione monumentale e simbolica, servendo soprattutto ad esaltare la figura di Luigi XIV. Il “Journal de la santé” redatto dai suoi medici farebbe intendere che il re dal 1647 alla sua morte avesse fatto un solo bagno. Si puliva unicamente il viso ogni due giorni con un batuffolo intriso di alcool etilico. Nonostante ciò gli oggetti di toeletta diventarono più numerosi. Il termine “toilette” era un diminutivo della parola francese toile (tela) e indicava pezzi di lino o taffetà in cui si avvolgevano scatolette, vasetti, bottigliette, nonché pettine e spazzole, per proteggerli dalla polvere. Il che ci fa intendere che non esistessero mobili adeguati. La toilette e i suoi oggetti erano un lusso e un dono molto apprezzato. Luigi XIV ne possedeva parecchie, alcune contenenti addirittura cinquanta pezzi, che comprendevano tazze, brocche, catini, bruciaprofumi, scatolette da cipria, ecc. Le scatolette erano, come si può immaginare, fabbricate da rinomati orafi, maiolicai, lavoratori in pietre dure. C’erano anche quelle portanei, ossia pezzetti di taffetà incollati alla pelle detti in francese “mouches”. I nei (portati da uomini e da donne) erano qualificati a seconda del punto particolare dove si applicavano: il maestoso sulla fronte, l’appassionato vicino all’occhio, il tirabaci, il galante sulla guancia, lo sfrontato all’angolo del naso, il birichino o civettuolo vicino alla bocca, il brioso in una fossetta, il ladro per nascondere un foruncolo. Si poteva così utilizzare una sorta di codice per rendere noto se si fosse o meno disponibili a seconda dei giorni.
Nel Settecento cominciarono a praticarsi i primi bagni di bellezza, ma l’idea di vedersi nudi era talmente intollerabile che si scioglieva nell’acqua una polvere intorbidante. Ricchissima invece era la dotazione di oggetti per la cosmesi, alcuni veri e propri capolavori artistici. Le boccette dei sali soccorrevano i malori delle signore, mentre nacque una vera e propria mania per i flaconcini, che si portavano in tasca o sul tavolino da toilette. I flaconi erano realizzati con materiali nuovi, tra cui il cristallo e la porcellana (che permetteva un’infinita varietà di forme). Certe tecniche riconobbero rinnovato favore, in particolare la lavorazione delle pietre dure e dello smalto. La decorazione di questi oggetti artistici testimonia la ricerca, tipica dell’aristocrazia Settecentesca, del piacere e della gioia di vivere. Gli oggetti erano riposti in cofanetti o astucci da viaggio, menzionati per la prima volta nel 1718. Flaconi chiamati vinaigrette avevano una piccola grata entro cui si metteva una spugna imbevuta di essenze preziose. Per migliorare l’odore dell’ambiente si usavano bruciaprofumi o fornellini dove si facevano ardere pastiglie.
Durante tutto l’Ottocento, ad eccezione degli anni fine secolo, l’ideale femminile fu di restare naturale mentre una pelle candida era l’imperativo per tutte le signore. Molto curati erano i capelli delle donne, anche se i pettini, assai costosi, non erano alla portata di tutti. La cosmesi moderna nacque alla fine dell’Ottocento, e quasi subito i sarti di Parigi cominciarono ad abbinare abiti e profumi. Uno dei primi fu Paul Poiret, noto per aver lanciato una moda che liberò definitivamente le donne dal busto. Uno dei suoi profumi, le Minaret o Nuit de Chine, che aveva la forma di un emanatore da oppio.

Bianca Maria Rizzoli.

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Altri articoli di Bianca Maria Rizzoli: qua.

Mar 022010
 

Non è facile definire cosa e chi era “straniero” nel periodo da noi preso in considerazione, giacché il solo fatto di essere diverso e di non appartenere a una data, ristretta, comunità era già di per sé segno di identificazione, di esclusione, di catalogazione. Era inoltre l’epoca in cui gli stessi principi e sovrani che governavano spesso e volentieri non erano nati e cresciuti nei regni che amministravano, basti ricordare Carlo V, imperatore del Sacro romano impero e re di Spagna, sovrano nato a Gand, nelle Fiandre.
Consideriamo che all’epoca non erano ancora diffusi dizionari geografici od opere che illustrassero l’Europa, o libri che si dedicassero alla geografia. Il latino era una lingua che iniziava a tramontare, dedicato per lo più ai rapporti diplomatici. Le lingue locali, grazie anche ai torchi gutenberghiani, prendevano man mano campo, sebbene succedesse che in una stessa nazione e addirittura in una stessa regione si parlassero vari dialetti. Il processo di standardizzazione era ben lungi dall’essere completato. Nella stessa Francia, la lingua d’oïl del nord era quasi incomprensibile a quelli del Mezzogiorno che parlavano l’oc; ad Anversa, in Belgio, l’amministrazione comunicava in fiammingo, gli ecclesiastici in latino, mentre la corrispondenza con il duca o la corte in francese. In Italia, lo sappiamo, un meridionale capiva ben poco un fiorentino e addirittura in Sicilia restavano zone in cui si parlava il greco. Non faceva eccezione la Russia, dove convivevano il grande russo, l’ucraino e il bielorusso, per non dimenticare lo slavo ecclesiastico. Insomma, l’Europa era un mosaico di idiomi, di dialetti, di nascenti lingue nazionali. Eppure all’interno di una stessa terra c’era qualcosa che li identificava. Un francese, agli occhi di uno straniero, era frivolo, un fiammingo goloso e troppo pulito, un inglese pieno di pregiudizi e avaro. Per un italiano, al di là delle Alpi c’erano i barbari. Zwingli annotava che dobbiamo compartire la supponenza degli italiani […] il fatto è che non possono sopportare che i tedeschi li superino nell’erudizione (1).
Chi poteva essere dunque lo straniero?

Dentro certi limiti anche gli abiti distinguevano il forestiero, un italiano non era vestito come un fiammingo, un francese sfoggiava un diverso abbigliamento rispetto a uno spagnolo. E gli artisti dipingevano ciò che vedevano con attenzione e fedeltà di particolari. Le classi sociali si identificavano con facilità dal loro modo di abbigliarsi, per esempio i servitori dei regnanti aragonesi avevano una livrea color bianca e scarlatta, i musicanti di Leone X si evidenziavano per il bianco, rosso e verde, per non dimenticare che un borghese aveva un abito più elegante rispetto a un contadino, e via dicendo. La moda si diffondeva tramite i dipinti dei pittori, le compagnie di danza, i movimenti di certe famiglie nobili che facevano tendenza, tramite i contatti commerciali, diplomatici, perfino militari, una moda che cercava oltre che di accomunare anche di separare. Straniero poteva essere, dunque, anche l’appartenere a un diverso ceto, a una diversa comunità, a una diversa regione, a una diversa lingua, a una diversa nazione, a una diversa alimentazione.

Sì, alimentazione. Quando Carlo V giunse in Spagna portò le abitudini nordiche in una terra che si cibava frugalmente, era un diverso, uno straniero anche in questo senso. In Svizzera un ambasciatore italiano si inorridiva di come i suoi ospiti trascorrevano ore divorando una portata dopo l’altra, e molte condite di spezie barbariche. Accadeva in un’epoca in cui non c’era certo abbondanza di cibo per tutti.
Straniero pertanto chi si alimentava diversamente.
Ma la religione univa, i cattolici stavano con i cattolici, i futuri protestanti con i futuri protestanti, un’unione che varcava le frontiere, al di là delle lingue, degli abbigliamenti, al di là, talvolta, del ceto sociale.

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1. John R. Hale, L’Europa nell’età del Rinascimento, 1480-1520, il Mulino, Bologna, 2003, pag.133.

Feb 122010
 

A partire dal XIV secolo, seppur lentamente, gli orologi iniziarono a diffondersi, scandendo le ore nelle città italiane ed europee in generale. Ma non sempre la maniera di conteggiare era la stessa, per esempio in Italia si adoperava battere gli orologi 24 volte partendo dal tramonto, mentre in Germania dal sorgere del sole. Inghilterra e Fiandra invece si limitavano a dodici battiti cominciando a mezzogiorno e a mezzanotte rispettivamente. Insomma, ogni città decideva, secondo la sua tradizione e i suoi interessi, il miglior modo di segnalare il lento passare delle ore. E ricordiamo che non tutti i sistemi meccanici avevano la lancetta dei minuti, sistemi che richiedevano usualmente l’intervento degli esperti sia per la manutenzione, che per le frequenti rettifiche.
Cambiava così, poco a poco, il rapportarsi con il tempo, il mutare abitudini legate a costumi ancestrali. Addirittura una petizione dei lionesi del 1481 chiedeva l’introduzione di un orologio al fine di aiutare le attività commerciali: “se fosse fatto un orologio di questo tipo, verrebbero alla fiera più mercanti, oltre al fatto che i cittadini sarebbero molto confortati e contenti, e condurrebbero una vita più ordinata e la città ne acquisterebbe in decoro” (1). Cosicché tali congegni avrebbero regolato appuntamenti e riunioni, aperture e chiusure di negozi e porte cittadine, orario di lavoro per i dipendenti, e via dicendo.
Ciò che una volta si affidava al ciclo della natura, al sorgere e al calare del sole, adesso si affidava a un apparato meccanico, tentando di fissare il momento del risveglio mattutino e la misurazione del giorno, degli anni. Degli anni sì, in quanto pochi conoscevano la loro età fisica e pochi erano registrati nei documenti ecclesiastici. Per cui, accadeva che si poteva più o meno facilmente sfuggire a una tassazione – di solito iniziava a 15 anni d’età – o al servizio militare, la cui età minima variava dai 15 ai 20 anni.
Intorno ai primi del XVI secolo, la propagazione degli orologi anche portatili riflettevano oltre che una necessità, anche una moda. Ci informa Antonio de Beatis che, nel 1517-1518, accompagnando il cardinale d’Aragona a Norimberga, lo aveva visto acquistare vari orologi al fine di regalarli a eminenti personalità.
Normalmente era la primavera a segnalare un nuovo risveglio e un nuovo anno, la gente comune si affidava ai primi fiori, ai primi germogli, i contadini erano legati alle stagioni, al loro raccolto, alle loro semine. Nei documenti legali però c’era bisogno di un tempo ufficiale, un tempo che determinasse una certa uniformità e universalità. Non sempre il nuovo anno iniziava in modo uguale in tutti i paesi: alcuni partivano dal 25 dicembre, altri dal 1° gennaio, altri ancora dal 25 marzo, chi dal 1° settembre. Le ricorrenze segnalavano anche certi eventi, per esempio la Sorbona apriva i propri corsi il giorno dopo la festa di san Martino, o, secondo “The Great Chronicle of London”, la pace fra Inghilterra e Scozia del 1499 fu proclamata nel giorno di San Nicola, ossia il sesto giorno di dicembre.
Le stagioni, i riti religiosi, i pasti giornalieri, le festività, i raccolti avevano individuato il lento passare del tempo, non solo nel primo Rinascimento, ma nel Medioevo in generale, dove le campane di chiese e monasteri giocavano un ruolo davvero essenziale. Fino a quando l’orologio non cambiò il modo di affrontare la nuova realtà imprenditoriale.

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1. John R. Hale, L’Europa nell’età del Rinascimento, 1480-1520, il Mulino, Bologna, 2003, pagg. 21-29.
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