Apr 012015
 
Giovanni VIII Paleologo nell'affresco di Benozzo Gozzoli nella Cappella dei Magi, Firenze

Giovanni VIII Paleologo nell’affresco di Benozzo Gozzoli nella Cappella dei Magi, Firenze

Quando l’8 febbraio 1438 circa settecento greci approdarono a Venezia, ricevuti dal doge navigando nel suo prezioso Bucintoro, la galea di stato, l’incontro di due culture fu, probabilmente, la scintilla che attizzò ancor più gli studi classici che già da anni si venivano compiendo in Italia.

L’imperatore di Bisanzio Giovanni VIII Paleologo (1392-1448), il patriarca Giuseppe II (1360 ca.-1439), una ventina di vescovi, numerosi prelati, monaci e vari intellettuali dell’epoca, ricordiamo Basilio Bessarione (1403-1472), Isidoro di Kiev (1380 ca.-1463), Giorgio Gemisto Pletone (1355 ca.-1452), Giovanni Argiropulo (1416 ca.-1487) e vari altri, portarono con loro, per discutere al prossimo Concilio di Ferrara poi spostato a Firenze nel 1439, una buona quantità di codici in greco poco facili da incontrare a quell’epoca che suscitarono in gran modo l’interesse degli italiani. Ma la curiosità era reciproca, ché pure i greci furono attratti dai manoscritti latini, volumi poco o del nulla noti nelle terre d’Oriente. E la cosa fu tale che se li prestarono e si hanno addirittura resoconti di lamentele, ché talvolta non venivano restituiti alla data pattuita (1).

Il Concilio di Firenze (che veniva da Basilea e poi Ferrara) era stato convocato da papa Martino V (1368-1431) con lo scopo di facilitare la riunione delle Chiese latina e ortodossa, un immane lavoro che fino ad allora non era stato portato a termine, e mai lo sarà nella pratica. Insieme all’interesse religioso, c’era inoltre uno politico, quello di sollecitare l’aiuto dell’Occidente davanti la minaccia dei turchi, che varie volte si erano affacciati sulla città per conquistarla. In tutta questa “eccitazione”, il clima culturale fu quello che più si respirava nell’aria, un clima in cui i dibattiti religiosi, le diversità degli stili di vita e del modo di ragionare, misero in rilievo i diversi possibili approcci per avvicinarsi agli studi e, momento significativo, sviluppare un fertile dibattito.

Un gioco, quello di confrontarsi con i classici, facilitato grazie – anche ma non solo – ai testi greci provenienti da Costantinopoli, che avrebbero favorito lo sviluppo del Rinascimento italiano. Cosicché, vari furono coloro che si installarono in Italia a insegnare il greco, vedi Demetrio Calcondila (1423-1511) a Padova o qualche decennio prima Emanuele Crisolora (1350-1415), o a restare come traduttori o copisti, un fruttifero viavai che durava e perdurò per decenni.

Insieme ai codici, altri “preziosi beni” arrivano dalle terre Orientali, fra i tanti quel sottile razionalismo che aveva caratterizzato i greci e quel loro caratteristico individualismo, valori che si scontravano con il misticismo Occidentale, preparando la strada a una nuova concezione dell’essere umano. E non bisogna pur dimenticare che

“… I bizantini – che, ricordiamolo sempre, si chiamarono loro stessi rhomaioi (romani) – furono sempre coscienti dell’enorme eredità di cui erano depositari: la filosofia e la letteratura greca, le costituzioni giuridiche e la storia romana e il primato dell’ortodossia… “ (2)

Marsilio Ficino, Cristoforo Landino, Angelo Poliziano e Demetrio Calcondila. Affresco di Domenico Ghirlandaio in Santa Maria Novella (Firenze), 1486-1490

Marsilio Ficino, Cristoforo Landino, Angelo Poliziano e Demetrio Calcondila. Affresco di Domenico Ghirlandaio in Santa Maria Novella (Firenze), 1486-1490

Avendo ben presente il parere del politico scrittore Theodoros Metochite (1270-1332), favorevole all’unione delle due Chiese:

La nostra razza e la nostra lingua non ci fanno compatrioti ed eredi degli antichi greci?’” (3)

Un momento di rilevante importanza, dunque, in cui si favorirono gli intercambi culturali, uno stimolo per gli umanisti italiani a studiare e approfondire il greco e i relativi testi, mentre per i greci l’opportunità di conoscere gli scrittori latini, un flusso di manoscritti, specialmente dopo il Concilio di Firenze, verso Italia, e viceversa con i latini (4). Momento che si vide incrementare dopo la caduta di Costantinopoli nel 1453 nelle mani di Maometto II (1432-1481).

A tal punto una domanda sorge spontanea: considerato che il Rinascimento italiano sarebbe stato stimolato e influenzato altresì da quella parte del vecchio impero romano oramai decaduto, ossia Costantinopoli, significa ciò che in quelle terre c’era stato un “risveglio culturale” che avrebbe superato i confini locali? Insomma, in poche parole, ci fu una specie di Rinascimento nella Bisanzio di quei decenni?

La risposta non è facile, il parere degli studiosi è discorde, visto peraltro il terreno socio-politico-culturale-religioso in cui le due diverse realtà vivevano. È pur vero che sotto il regno dei Paleologi (XIII-XIV-XV sec.) si è avuto un certo fermento culturale rispetto ai secoli precedenti, un fermento in cui possiamo incontrare l’attività di piccole associazioni e circoli letterari e filosofici, l’attenzione verso la matematica, l’astronomia, la filosofia, la retorica, la medicina (5), particolari che lasciano pensare a un’attrazione verso il passato più rilevante di una volta, ma parlare di Rinascimento vero e proprio così come lo intendiamo nel caso europeo e italiano in particolare forse sarebbe esagerato (vedi libro in nota 1).

Fra i tanti studiosi del tema, alcuni a favore altri in contro, secondo lo storico greco Nicolaos Oikonomides:

“… la magia degli antichi aveva cominciato a prevalere in un circolo chiuso di scelti intellettuali costantinopolitani, così come era accaduto in Italia.” (6)

Il fatto è che Costantinopoli aveva sempre avuto con l’Italia non solo rapporti commerciali – vedi Genova Firenze Venezia etc. -, ma anche relazioni che alimentavano la cultura, un andirivieni di idee pensieri artisti manoscritti che aveva interessato buona parte del Medioevo, un legame che, sebbene meno forte di un tempo, sussisteva e perdurava. Un quasi simultaneo processo di ricerca culturale chissà più o meno parallelo che avrebbe germinato diversamente nel suolo delle due realtà.

Un argomento che tuttavia suscita forti discussioni fra gli studiosi, e che prosegue esplorandosi.

*****

- 1. Antonio Bravo García, Viajes por Bisancio y Occidente, ed. Dykinson, Madrid, 2014, pag. 223.
– 2. David Hernández de la Fuente, Breve historia de Bizancio, ed. Alianza, Madrid, 2014, pag. 303.
– 3. in Alain Ducellier, Bizancio y el mundo ortodoxo, ed. Mondadori, Madrid, 1992, pag. 493.
– 4. A. B. García, Viajes por Bisancio y Occidente, op. cit. pag. 230.
– 5. Alain Ducellier, Bizancio y el mundo ortodoxo, op. cit. pag. 494.
– 6. in A. B. García, Viajes por Bisancio y Occidente, op. cit. pag. 313.

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Mar 232015
 
Bibbia Borso d'Este, XV sec., part.

Bibbia Borso d’Este, XV sec., part.

Quando nel 1455 il primo Duca di Ferrara affittò una casa per albergare alcuni miniatori, nessuno avrebbe potuto immaginare il risultato che sarebbe venuto alla luce dopo sei anni di minuzioso lavoro, un lavoro che lui stesso ispezionava e sorvegliava con somma attenzione.

Unica nel suo genere, la Bibbia di Borso d’Este (1413-1471) rappresenta il culmine della miniatura di tutto il periodo rinascimentale, e non solo. Un’opera d’arte dal Duca commissionata che voleva di sicuro competere con la sontuosità delle corti italiane dell’epoca, vedi quella fiorentina dei Medici, quella di Urbino dei Montefeltro, e altre ancora, per dimostrare la grandezza e la magnificenza della famiglia.

Negli stessi anni in cui i caratteri mobili gutenberghiani approntavano qualche centinaio di “grossolane” ma “rivoluzionarie” bibbie, un gruppo di artisti quali Taddeo Crivelli (1425-1479), Franco dei Russi (o Franco di Mantova, attivo fra il 1453 e il 1482), Girolamo da Cremona (o Girolamo de’ Corradi, circa 1451-1483), Marco dell’Avogadro, Giorgio d’Alemagna, etc., s’ingegnavano per dare vita a una delle più preziose opere d’arte di tutti i tempi, un capolavoro composto da due volumi in folio, con oltre 1000 illustrazioni che rappresentavano scene della Bibbia, eventi storici, vedute della natura, con tanto di dettagli, di motivi mitologi, animalistici, araldici.

Bibbia Borso d'Este, XV sec.

La Bibbia di Borso d’Este, XV sec.

Il testo, organizzato su due colonne, è stato scritto su pergamena dall’amanuense Pietro Paolo Marone. Erano gli anni che andavano dal 1455 al 1461.

Quando nel 1598 la famiglia Estense abbandonava Ferrara per Modena, la Bibbia fu uno di quei beni che l’accompagnarono, ivi rimanendo fino al 1859, anno in cui la città entrava a far parte del nuovo Regno d’Italia. E fu allora che tale meraviglia prese la strada dell’Austria, a seguito di Francesco V d’Austria-Este (1819-1875) fuggendo per Vienna.

L’ultima proprietaria, la principessa Zita d’Asburgo, la vende e va a finire in Francia (fine XIX – inizi XX sec.), e dobbiamo a Giovanni Treccani degli Alfieri (1877-1961) l’averla acquistata presso un libraio-antiquario parigino nel 1923 e donata poi alla Repubblica italiana. Oggi è conservata nella Biblioteca Estense di Modena.

La Bibbia di Borso d'Este, XV sec..

La Bibbia di Borso d’Este, XV sec.

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Sep 272014
 

di Floriana Guidetti

Banchetti, compositioni di vivande et apparecchio in generale, Cristoforo da MessisbugoIntanto diamo soddisfazione a quanti, ora anziani, in età scolare saranno stati severamente sgridati a scuola quando usavano parole prese dal dialetto e trasferite, secondo il loro ingenuo buon senso, nella forma che pensavano corretta in italiano.

Così usando i termini: spoglia, pevere, mollena, piriotto, renga, scarane, formento, solaro, strazzi, cavedoni, mogliette, zampini ecc. si saranno guadagnati qualche bacchettata sulle dita o un paio di scapaccioni, di quelli elargiti allora senza economia dalla maestra, per non aver riportato invece i corrispondenti: sfoglia, pepe, mollica, imbuto, aringa, sedie, frumento, soffitto, stracci, alari, molle (per il fuoco), attizzatoi ecc. dell’italiano.

Sarebbe stata una piccola consolazione e non si sarebbero sentiti vergognosamente ignoranti se avessero saputo, allora (e ci sembra doveroso fare giustizia almeno adesso), che nel ‘500 a Ferrara, alla Corte degli Este, lo scalco Cristoforo di Messisbugo, nel suo famoso trattato “Banchetti, compositioni di vivande et apparecchio generale” (FE. 1549), nell’italiano di allora, quello delle persone colte che sapevano quindi leggere e scrivere, riportava esattamente quei vocaboli, certamente nella forma ‘italianizzata’ dei corrispondenti vocaboli dialettali usati dai suoi servi di cucina: spója, pévar, muléna, piriòt, rénga, scarànn, furmént, sulàr, straz, cavdùη, mujét, zampìη.

In modo particolare, il termine spoglia compare nella descrizione di tutte le preparazioni nelle quali si parla di pasta spianata, come nell’esempio sotto riportato:

Sfoglie

e anche il compilatore dell’opera e ancora di più il copista del manoscritto avrebbero dovuto fare i conti con la maestra per aver scritto piati, sotille, adaggio, zuccharo oltre a tutto il resto!

Resta il fatto che Messisbugo suggerisce, rivolgendosi a chi si accinge a fare la sfoglia: “tira la detta spoglia tu et uno compagno, tanto che venga sottile come carta”.

Quindi il ‘compagno’, dall’altra parte del tavolo, come viene chiaramente illustrato in una delle immagini che corredano l’analogo trattato “Opera” di Bartolomeo Scappi (VE. 1570)

Cucina rinascimentale

provvederà a tirare letteralmente la sfoglia insieme all’altro che usa il mattarello, il lesgnaturo ovvero il ‘lasagnaturo’, che serve a fare le lasagne di sfoglia spianata, nel nostro dialetto śgnadùr, il lasagnatore, tante volte usato dalle massaie di un tempo anche come ‘arma impropria’ o almeno con intenti minacciosi, ad esempio per scoraggiare chi, di robusto appetito, si fosse avvicinato in un momento non appropriato alla scafa dal paη, allo scaffale dove veniva riposto il pane.

© Floriana Guidetti

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May 272014
 

Ciò che l’occhio è per il corpo,
la ragione lo è per l’anima” (1)

Erasmo da Rotterdam,  Holbein Hans il Giovane, 1530 ca.

Erasmo da Rotterdam, Holbein Hans il Giovane, 1530 ca.

Figura imprescindibile per comprendere il periodo storico in questione, fine Medioevo-inizi dell’Età Moderna, Erasmo da Rotterdam è uno di quei personaggi su cui tanti autori contemporanei e non hanno dissertato.

Desiderius Erasmus, come si firmava, era un uomo dal pensiero poliedrico, razionale per quel si poteva all’epoca, contro la guerra e le ingiustizie, a favore dell’ascolto prima di intraprendere una decisione che avrebbe recato danno all’altro, il dialogo come punto d’appoggio per una necessaria comprensione.

La figura di Erasmo da Rotterdam come intellettuale ha caratteri intrinseci di modernità. Ne ha la complessità di volti e di funzioni; ne ha la tensione di una ricerca sempre in itinere; ne ha la volontà di essere protagonista e insieme mediatrice. Ma ha anche aspetti ulteriori: la fede nella parola stampata; l’atteggiamento del “propagandista” (di idee, di valori); la dimensione internazionale del suo pensiero. Ma soprattutto manifesta due connotati decisivi: l’essere testimone e interprete dei valori in gestazione del Moderno (l’individualità e la coscienza; la tolleranza; la pace; la persuasione razionale: valori che si dipanano in Occidente, pur tra ecclissi e contrasti, dall’Umanesimo all’Illuminismo, e anche oltre, e che proprio la “classe dei colti” elabora, richiama, propugna), e di esserlo in un modo costante e convinto all’interno di un itinerario esistenziale e intellettuale tormentato e carico di tensioni; l’assumere un ruolo di “educatore” della società nel suo complesso, alla quale indica non solo valori e ideali, ma anche gli strumenti per realizzarli e uno stile di vita per incarnarli. (2)

Umanista, dunque, che avrebbe influenzato i pensieri e le tendenze non solo del XVI secolo, ma anche quelli a venire, amico, fra l’altro, di Tommaso Moro.

Come umanista Erasmo si sente apparentato alla società dalla duttile forza della parola che ne saggia criticamente le valenze in termini di ironia, sarcasmo, gioco allusivo, bonariamente lungimirante, tolleranza magnanina, moralismo contenuto.
Rivive in lui la vena ilare di tanta letteratura pagana, irrobustita dall’arguzia umanistica di Boccaccio, Leonardo Bruni, Poggio Bracciolini, che avevano recentemente espresso pratica di mondo precisamente in qualità di cristiani rinascimentali. […] (3)

La follia scende dal palco, Hans Holbein il Giovane, 1515

La follia scende dal palco, Hans Holbein il Giovane, 1515

Vissuto in un’epoca irrequieta dal punto di vista religioso, ricordiamo Lutero e i vari “riformatori” della chiesa cattolica,

Erasmo fu spesso definito come «teologo» dai suoi contemporanei. Ci possono essere motivi per etichettarlo in questo modo invece che «umanista», «educatore» o «intellettuale», ma non ne consegue che tutte le opere di Erasmo siano teologiche. (3)

Questi pochi accenni per considerare che ci troviamo davanti un uomo che regalò all’umanità importanti tesi su cui riflettere, su cui costruire un mondo meno bellicoso, un mondo in cui la conversazione, la comunicazione dovrebbe essere pilastro della nostra società.

Erasmo da Rotterdam con il suo segretario Gilbert Cousin

Erasmo da Rotterdam con il suo segretario Gilbert Cousin

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– 1. Erasmo da Rotterdam, Il libero arbitrio, Fabbri ed., Milano, 1996.
– 2. a cura di Franco Cambi, Erasmo da Rotterdam, Sulle buone maniere dei bambini, Armando ed., 2000, pag. 9.
– 3. Erasmo da Rotterdam, Elogio alla follia, Newton Compton ed., Roma 1995, dall’Introduzione di Paolo Miccoli.
– 4. a cura di Erika Rummel, I colloqui di Erasmo da Rotterdam, Jaca Book, Milano, 1997, pag. 13.

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Feb 072014
 

La storia non è un racconto lineare, non parte da un punto e raggiunge un altro, tantomeno si può cercare di “afferrarla” restando nei limiti territoriali in cui si svolge un determinato avvenimento.

La storia è invece una grande ragnatela nel cui centro si agita e vive l’uomo, con tutta una serie di fili che si muovono qua e là, connessi-interconnessi, dipendenti-interdipendenti, fili che si rinnovano e si rinforzano ogniqualvolta idee concetti pensieri acquistano maggior vigore.

Premessa per considerare che il nostro presente viene dal passato, un passato di cui è necessaria aver memoria per comprendere che i giochi di oggi poggiano le basi su soggettività spesso dimenticate e delle quali spesso ci meravigliamo.

E allora introduciamo un simpatico tema “visivo”, la rappresentazione pittorica di cibi e bevande durante il XVI secolo, alimenti giunti a noi dalle più disparate parti del mondo che poco a poco entrano a far parte della tavola di tutti i giorni, un ‘500 che potremmo dire essere stato padre della cucina a noi contemporanea. Secolo ancora che prepara i piatti in un ben determinato modo, presentandoli con un occhio rivolto alla bellezza, all’armonia, alla “vista”.

Sappiamo che ritrarre banchetti feste baccanali ci viene addirittura dall’antica Grecia, passando per Roma, interessando il Medioevo, fino al periodo storico moderno, in cui il Rinascimento, ispirato dalla cultura classica, ne riprende temi e materia di studio.

Fra realtà quotidiana, significato simbolico e allusioni varie, il pittore si diletta a mostrare le sue abilità, la sua capacità di osservazione, il suo modo di concepire forma colore consistenza.

La Madonna e Gesù, Joos van Cleve, 1525 ca.

La Madonna e Gesù, Joos van Cleve, 1525 ca.

Agli inizi del ‘500, 1525, il fiammingo Joos van Cleve (1485 ca.-1540) metteva – non fu certamente né l’unico né il primo – un bel vassoio di frutta davanti Gesù e la Madonna, fra cui il melograno, frutto tipico delle coste del Mediterraneo, segno di fertilità, oltre che di resurrezione e immortalità.

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Il mangiatore di fagioli, Annibale Carracci, 1584 ca.

Il mangiatore di fagioli, Annibale Carracci, 1584 ca.

Scendiamo per le strade, anzi per le campagne, un affamato uomo degusta un piatto di fagioli, accompagnati da una manciata di cipolle, da un tozzo di pane sicuramente cotto nei forni pubblici – ché le autorità dovevano controllare per evitare speculazioni -, annaffiando il tutto con un bicchiere di vino rosso. Annibale Carracci ci illustra una consuetudine contadina di fine del XVI secolo.

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Banchetto Nuziale, Pieter Bruegel il Vecchio, 1566 ca.

Banchetto Nuziale, Pieter Bruegel il Vecchio, 1566 ca.

Ancora fra il popolo, ancora nel ceto meno avvantaggiato: Pieter Bruegel il Vecchio ci porta in un banchetto matrimoniale della sua Olanda, una maniera per segnalarci come si viveva nella quotidianità fiamminga. Birra, polenta (?), zuppa d’avena, minestra, pane.

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L'imperatore Rodolfo II in veste di Vertumno, Arcimboldo, 1590 ca.

L’imperatore Rodolfo II in veste di Vertumno, Arcimboldo, 1590 ca.

Arcimboldo invece, nella sua genialità, ci presenta il reggente del Sacro Romano impero, Rodolfo II d’Asburgo, nelle vesti di prodotti autunnali. Uva, pere, melograni, zucche, carciofi, ciliegie, insieme alla recente importazione del mais dalle nuove terre, insomma un simpatico amalgama di frutta verdura e fiori.

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Donna al mercato - Pieter Aertsen, 1567

Donna al mercato, Pieter Aertsen, 1567

Per la gioia dei vegetariani, Pieter Aertsen (1508 ca.-1575) dipinge le prelibatezze di metà secolo, mentre una mucca muggisce che il latte è pronto.

Cento anni prima, Martino da Como, famoso cuoco dell’epoca, pubblicava ciò che avrebbe rappresentato il passaggio da una cucina medievale a una rinascimentale: Libro de Arte Coquinaria, metà XV sec.

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Cristo nella casa di Maria e Marta, 1580 ca., Vincenzo Campi

Cristo nella casa di Maria e Marta, 1580 ca., Vincenzo Campi

Per il godimento dei carnivori, Vincenzo Campi (1536 ca.-1591): pesci polli cacciagione varia, spicca qualche frutto e qualche ortaggio, gli occhi si riempiono di ogni ben di Dio, anzi di Gesù, mentre parla, al fondo a sinistra, comodamente con Maria e Marta.

La lepre di Hans Burgkmair, agli inizi del XVI sec., mi è rimasta impressa nella memoria »»qua.

Storie che in un certo qual modo si ravvisano tuttavia »»qua.

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Jan 062014
 
Lo Scheggia, Trionfo della Fama, 1449 ca.

Lo Scheggia, Trionfo della Fama, 1449 ca.

Giovanni di Bicci de’ Medici (1360-1429), fondatore del Banco Medici, viene considerato come uno dei primi esponenti di rilievo di una famiglia che tanta influenza ha avuto dagli ultimi decenni del Medioevo fino a inoltrata l’Età moderna, epoca in cui le loro decisioni hanno contribuito a dare un corso ben determinato alla storia dell’Europa. Condottieri, mecenati, duchi, granduchi, papi, cardinali, banchieri, i Medici di Firenze giocarono ruoli ben decisivi.

E fra tutti, Lorenzo de’ Medici è colui che ha rappresentato la famiglia, rendendola famosa ben oltre i confini patri, uomo che, grazie ai vari artisti di cui ha avuto intelligenza circondarsi, ha fatto sì che la Firenze di oggi – ma non solo la città – sia visitata da migliaia di turisti l’anno.

L’immagine di sopra (»»qua), Trionfo della fama (1449), è rappresentata in un vassoio commemorativo dell’epoca – desco da parto -, vassoio adoperato per portare vivande alla nuova madre, nel nostro caso a Lucrezia Tornabuoni (1425-1482), dipinto dallo Scheggia, Giovanni di Ser Giovanni (1406-1486) per celebrare la nascita di Lorenzo de’ Medici, 1449.

Di seguito, una serie di articoli per approfondire alcuni aspetti dell’epoca.

- L’Italia rinascimentale in Europa.
I Medici rappresentati da Botticelli.
Lorenzo il Magnifico e alcuni suoi contemporanei.
I Medici e la congiura dei Pazzi nella Firenze del 1478.
Cosimo I de’ Medici e l’orologio.
Gli ultimi Medici.

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Dec 032013
 

Il Rinascimento non è un’epoca, ma un temperamento.
(1)

Tanto, tantissimo si è scritto sul Rinascimento, desidero solo segnalare tre libri con cui approfondire ulteriormente l’argomento.

La civiltà del Rinascimento in Italia.

Necessario, se non obbligatorio, è iniziare con il buon Jacob Burckhardt e il suo intramontabile La civiltà del Rinascimento in Italia. Un volume che, con i suoi limiti e i suoi pregi, ci introduce nella vita politica e culturale dell’epoca.

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Affari di genio. Una storia del Rinascimento europeo

Affari di genio. Una storia del Rinascimento europeo della storica inglese Lisa Jardine ci porta invece nei particolari del Rinascimento, nelle merci, nei quadri, negli arazzi, nei libri, insomma in quegli articoli che si muovevano per l’Europa e che caratterizzavano – anche ma non solo – il nuovo stato borghese nascente.

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L'uomo del Rinasciment

A cura di Eugenio Garin, L’uomo del Rinascimento, una raccolta di testi di famosi storici quali Peter Burke, Alberto Tenenti, Tzvetan Todorov e via dicendo, autori la cui analisi rivela un uomo che inizia a prendere coscienza di sé, della sua potenza, della sua centralità. Un’epoca che, secondo il filosofo russo Berdjaev, sta finendo oggi:

La modernità, che sta giungendo alla propria fine, venne concepita all’epoca del Rinascimento Noi oggi stiamo assistendo alla fine del Rinascimento.” (2)

*****
– 1. Ezra Pound, Aforismi e detti memorabili, a cura di G. Singh, Newton Compton, Roma, 1993, pag. 31.
– 2. Nikolaj Aleksandrovič Berdjaev, Nuovo Medioevo, a cura di Massimo Boffa, Fazi, Roma, 2000.

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Sep 022013
 
Biblioteca Forteguerriana.

Biblioteca Forteguerriana, Pistoia

A casa mia, mi ritiro un po’ più spesso nella mia biblioteca,
da dove comodamente governo la mia casa.
Sono sull’ingresso e vedo sotto di me il giardino, la corte,
il cortile e quasi tutte le parti della mia casa.
Qui sfoglio ora un libro, ora un altro,
senz’ordine e senza programma, come capita;
ora fantastico, ora annoto e detto,
passeggiando, queste mie idee. […]”
(Michel de Montaigne, Saggi)

Con il passaggio dal Medioevo al Rinascimento si evolve poco a poco il concetto di “studium”, due periodi strettamente connessi in cui l’interesse per i testi classici prende ancor più forza con l’Umanesimo. E mentre prima i manoscritti erano patrimonio della Chiesa, degli ordini monastici e dei nobili, così come l’insegnamento veniva “dettato” principalmente da religiosi, con il Rinascimento, con l’invenzione dei caratteri mobili gutenberghiani, con il migliorare le condizioni di vita, con l’avvento della borghesia, i libri passano dall’essere esclusiva di pochi a risiedere anche nelle case dei più abbienti, destinati insomma a un pubblico sempre più ampio e maggiore.

Si sviluppa lentamente l’idea della condivisione, del mettere a disposizione i propri testi per dare possibilità a “chiunque” accedere ai classici greci e latini, e alle nuove pubblicazioni. Un percorso che porta nel trascorso dei secoli all’apertura, per gli interessati e non, delle collezioni una volta private.

Di seguito alcuni video che ci immettono nelle biblioteche in questione, che bisogna pur studiare nella complessità del tempo e del luogo.

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Iniziamo il nostro percorso visivo dalla Malatestiana, voluta dal Signore della città Novello Malatesta, unico esempio di biblioteca a tre navate. Sembra essere stata la prima in occidente che aprì le sue porte al pubblico, nell’agosto del 1455. I testi venivano legati ai banchi per evitare essere portati via.

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La biblioteca Marciana di Venezia ha una storia ben più complessa, sebbene debba l’esistenza al cardinale Bessarione, vescovo di Nicea, che donò nel 1468 la sua preziosa raccolta, contenente, fra l’altro, opere manoscritte di Esiodo, Eschilo, Aristofane, scritti di Aristotele ed Euclide. Già nel 1362, il Petrarca ne aveva proposto il progetto, ma alla sua morte i suoi libri andarono ai Signori di Padova, Da Carrara.

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I libri sono portatori di civiltà. Senza libri, la storia è silenziosa, la letteratura è muta, la scienza è inetta, il pensiero e la speculazione sono ad un punto morto. I libri sono i motori del cambiamento, le finestre sul mondo, i fari eretti nel mare del tempo“. (Barbara Tuchman)

Lo sapeva bene il nostro Federico da Montefeltro, la cui biblioteca privata, nel famoso Studiolo (1473-’76), pur non essendo una vera e propria biblioteca, ma solo una libreria di un principe, è degna di nota per la qualità dei codici che conteneva, raccolta famosa nel Quattrocento anche fra collezionisti: novecento codici, di cui seicento latini, centosessantotto greci, ottantadue ebraici e due arabi.

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Il destino di molti uomini dipese dall’esserci o non esserci stata una biblioteca nella loro casa paterna”, diceva alla fine del XIX secolo Edmondo De Amicis. Agevolati stimolati privilegiati sembra essere stati quegli umanisti del tempo che dedicavano i propri lavori ai membri della casa d’Este, usufruendo dei 450 volumi presenti nel 1467 nella biblioteca Estense
 di Modena, di cui uno dei volumi più famosi fu ed è la rinomata Bibbia di Borso d’Este, riccamente miniata.

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A Roma, per volere di papa Sisto IV, nacque ufficialmente, nel 1475, la Biblioteca apostolica vaticana, oggi una delle più autorevoli al mondo per albergare raccolte di testi unici rari introvabili altrove. Oggi, come allora, destinata a studiosi e ricercatori accreditati.

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Spesso il piacere della lettura dipende in gran parte dalla comodità fisica del lettore […] Ci sono libri che ho letto in poltrona e altri che ho letto alla scrivania. Ci sono libri che ho letto nella metropolitana, in macchina, in autobus. Trovo che i libri letti in treno partecipino della qualità di quelli letti in poltrona, forse perché in entrambi i casi posso facilmente astrarmi da quanto mi circonda […]”, scrive Albert Manguel, in Una storia della lettura (»»qua una recensione).

E il buon Cosimo de’ Medici, i libri, anzi i manoscritti, se li portava spesso dietro quando viaggiava.

Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, disegnata da Michelangelo Buonarroti.
Fu grazie a Cosimo de’ Medici, il Vecchio, che si deve questa biblioteca fiorentina, appassionato e collezionista di manoscritti principalmente di autori latini e greci. Sarà poi Lorenzo il Magnifico a ingrandire la collezione. Fu aperta al pubblico nel 1571.

Quale sarà il futuro delle biblioteche nell’era di internet?

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May 022012
 

Quelle che seguono sono scene di vita del periodo di fine Medioevo inizi del Rinascimento, scene che rappresentano i due principali pasti, il primo, usualmente servito fra le ore 10 e 11 del mattino, il secondo fra le ore 4 e le 7 del pomeriggio. Ricordiamo che nei campi ci si svegliava all’alba, per cui pranzare o far colazione a metà mattinata era d’abitudine, sia pure per seguire i ritmi della luce solare e del lavoro.

La merenda contadina, Aristotele, Politiques et économiques, Francia, XV sec.

La merenda contadina, Aristotele, Politiques et économiques, Francia, XV sec.

Igiene delle mani, Jean Froissart, Cronache, Fiandre, Bruges, XV sec.

Igiene delle mani, Jean Froissart, Cronache, Fiandre, Bruges, XV sec. 

Si mangiava ancora con le mani, con le tre dita della destra, talvolta con un cucchiaio e dei coltelli, accessori che l’ospite poteva portarsi appresso; la forchetta, associata al consumo della pasta (1), comparve solo agli inizi del XIV secolo, si dice inventata a Bisanzio e introdotta in alcune tavole italiane in quei decenni. Famoso è l’episodio della principessa bizantina che, ospite in Francia, prendeva il cibo con la forchetta per una questione di “buone maniere” bizantine. Agli invitati d’onore, nei banchetti dei nobili, i servi del padrone di casa porgevano dei vassoi per lavarsi le mani e dei tovaglioli per asciugarsele, prima e dopo i pasti.

Le inservienti, Libro d'ore, fine XV sec.

Le inservienti, Libro d’ore, fine XV sec. 

A differenza che nelle famiglie benestanti, dove i servitori provvedevano alle portate con un certo rituale, accompagnati da trincianti coppieri musici e via dicendo, nelle case dei contadini e dei meno abbienti, erano le mogli o le donne in generale a portare a tavola i cibi.

Suore cenando in silenzio, Pietro Lorenzetti, 1341

Suore cenando in silenzio, Pietro Lorenzetti, 1341. 

Nei monasteri e nei conventi, i pasti, regolati dalle preghiere, erano consumati in silenzio, ed era d’uso servirsi delle gesta delle mani per comunicare.

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- 1. Giovanni Rebora, La civiltà della forchetta, storie di cibi e di cucina, Laterza, 2012, ebook. pos. 234.

Banchetto, da una stampa del Cinquecento.

Banchetto, da una stampa del Cinquecento.

 

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