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Isabella d’Este, donna del Rinascimento

Se pensiamo che solo gli uomini ebbero un ruolo rilevante durante l’epoca rinascimentale, be’, siamo in errore, giacché anche le donne contribuirono alla fioritura di un periodo che contrassegnò la storia italiana, e influirono decisamente in quella europea. Donne come Bianca Maria Visconti (1425-1468), Isabella d’Este (1474-1539), Lucrezia Borgia (1480-1519), Vittoria Colonna (1490-1547), Caterina de’ Medici (1519-1589), e tante altre, che, con le loro doti, il loro carattere spesso forte e deciso, con la loro cultura, con le loro idee, con il loro sesto senso, lasciarono un’impronta indelebile.
Di seguito Rosalia de Vecchi ci descrive la figura di Isabella d’Este.

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Il 17 maggio 1474 a Ferrara nasceva Isabella d’Este e solo pochi mesi più tardi, l’8 settembre, a Reggio Emilia, anche lui di nobili natali, nasceva il futuro autore dell’Orlando Furioso, che di Isabella avrebbe detto che non si sarebbe potuto scegliere tra le sue tante doti quale apprezzare di più. Il poeta, l’artista che più incarna l’ideale di equilibrio e di armonia connaturato agli uomini del Rinascimento, al servizio dei due fratelli d’Este, Ippolito prima e Alfonso poi, di Isabella lodò non solo la grazia, la bellezza, l’affabilità, ma anche l’intelligenza, la cultura e il mecenatismo. Ed egli stesso scrisse, infatti, il suo poema avendo come patroni Isabella e il suo consorte Francesco II Gonzaga. Ariosto non fu il solo “grande” ad aver ricevuto l’ospitalità dei Marchesi di Mantova, ma anche Raffaello, Leonardo, Mantegna, Tiziano e musicisti quali Tromboncino e Cara furono chiamati e/o accolti alla corte di Mantova. E non fu l’unico a voler esaltare con la sua opera le nobili eroiche origini dei Marchesi Gonzaga, poiché Bembo, Ariosto e Tasso dedicarono le loro opere ad Isabella, che peraltro collezionò libri ed opere d’arte con intelligenza e con discernimento, come di chi sa studiare ed approfondire e pertanto scegliere e classificare. Né Ariosto fu l’unico ad elogiare la persona di Isabella. Sono rimaste ancor oggi famose le frasi di apprezzamento su di lei provenienti da più parti, come anche i celebri ritratti che hanno reso per sempre vivo il suo aspetto e lo consegnano ai nostri occhi, quando essi hanno la fortuna di soffermarsi a guardare i tratti eleganti del suo volto e le pieghe raffinate dei suoi abiti.
Fu il poeta Niccolò da Correggio, imparentato con la famiglia d’Este e al servizio della stessa, che chiamò Isabella: “La prima donna del mondo” e spesso, infatti, la si ricorda come la Primadonna del Rinascimento. Non certo, questo, tanto per la sua posizione sociale e politica quanto e soprattutto per la sua persona, che, in ogni aspetto della vita che il destino volle assegnarle, incarnò in modo eccellente l’ideale di Perfezione, di Armonia e di Bellezza che ispirava il sentimento e il pensiero rinascimentali, volgendoli alla realizzazione di opere che vi si conformassero. D’altronde Isabella e Francesco riconobbero come proprio punto di riferimento il modello di vita indicato dal Cortegiano di Baldassare Castiglione.
Bella, anche se non di eccezionale bellezza, ma decisamente attraente, donna garbata e di fascino, un fascino che le derivava soprattutto dall’intelligenza e l’acutezza del suo dire e del suo agire, Isabella, come altre donne poste dalla vita al governo di uno Stato, seppe allacciare e mantenere alla pari rapporti di amicizia con i più eminenti uomini del suo tempo: duchi, principi, re, studiosi, artisti, poeti, e, contraddistinta da un tatto e da un buon senso, che invece mancavano al suo consorte, seppe tenere in mano le redini del governo sia durante la malattia di Francesco che dopo la sua morte, come reggente del figlio Federico. Negoziò con abile diplomazia con Cesare Borgia, che aveva spodestato il duca di Urbino, Guidobaldo da Montefeltro, marito della a lei assai cara cognata Elisabetta e non esitò a chiedergli il Cupido di Michelangelo ch’egli aveva rubato durante la presa di Urbino. Ottenne che uno dei suoi sette figli, Ercole, divenisse Cardinale e che il marchesato di Mantova venisse elevato a ducato. Divenne un modello di comportamento e di eleganza in tutta Europa. Del resto, i suoi avi erano d’illustre casato e avevano coperto ruoli di primo piano tra gli uomini di Stato di allora: Ercole I d’Este di Ferrara il padre, Eleonora d’Aragona, figlia del re di Napoli, la madre. Sua sorella fu Beatrice d’Este sposa di Ludovico Sforza, duca di Milano.
La piccola Isabella, che a soli 6 anni era già stata fidanzata con un adolescente di 14, Francesco Gonzaga, viveva in un ambiente, quello di Ferrara, allora ritenuto il più brillante d’Italia, affollato di studiosi poeti artisti… e lei stessa era già un prodigio di intellettualità. E come si conveniva ad ogni fanciulla appartenente alla casta dei privilegiati, la sua educazione continuò negli anni a venire ed Isabella si dice che eccellesse in tutto: ricamo, danza, musica… Dicono che danzasse come se avesse le ali ai piedi, che scrivesse versi, che si intendesse di musica e di strumenti musicali, prediligendo quelli a corda, come il liuto ed il clavicembalo che suonava alla perfezione, a quelli a fiato, che considerava associati piuttosto al vizio, che conoscesse egregiamente il gioco degli scacchi. Era chiara di carnagione, i suoi capelli lucevano come oro, uno sguardo di luce brillava nei suoi occhi neri. Il fidanzato, Francesco Gonzaga, era diverso da lei fin nell’aspetto: bruno, dai folti capelli neri, amante della caccia e della guerra e delle donne. Coraggioso sì, ma poco accorto in guerra; infedele nel matrimonio, ebbe presto un’amante fissa. Isabella, come alcune altre prestigiose sovrane di ogni tempo, fingeva di non vedere e continuava la sua vita peraltro ricca di attività e di movimento, di incontri e di viaggi. E, da persona eccellente qual era, intensificò la sua dedizione alle arti alla letteratura agli amici, senza mai cessare di assistere con i suoi preziosi consigli Francesco, marito infedele e uomo di stato non sempre all’altezza della complessità dei suoi compiti; questo lei fece forse anche per evadere dal vuoto d’amore della sua vita di donna e dalla delusione di sposa. Isabella trovò tuttavia un rifugio sicuro nella profonda amicizia che legò lei, di carattere allegro e brillante e di vivo interesse per le arti e la letteratura, alla sorella Beatrice, meno appassionata al mondo della cultura e dell’arte, e alla cognata Elisabetta di indole seria e riservata e di salute piuttosto cagionevole.
E poi c’era la passione dominante della sua vita: raccogliere manoscritti, statue, quadri, oggetti di oreficeria, c’erano gli amici e i conoscenti e gli esperti da incontrare e con i quali trattare, affinché l’aiutassero a reperire delle rarità, c’erano gli eruditi da assumere: Manuzio che stampasse edizioni scelte dei classici, traduttori dal greco antico che traducessero Plutarco, un ebreo che traducesse i Salmi in modo da conservare il loro originario valore artistico. E mentre radunava intorno a sé studiosi e artisti e accumulava libri e tesori d’arte, pur leggendo, conoscendo e rispettando i classici e soprattutto Platone, i suoi gusti personali la orientavano piuttosto verso il romanzo cavalleresco, verso lo stesso suo tempo, quello di Ariosto e poi anche di Tasso.
Ma Isabella, donna dalla vasta cultura non fu mai un’intellettuale, né l’interesse e l’attenzione verso ogni forma di conoscenza e di creatività le impedirono di restare donna, attraente e raffinata, ché anzi amava molto le cose belle, i gioielli, gli abiti alla moda, gli arredi.
Come da costume assai diffuso ai suoi tempi, s’interessava all’astrologia e teneva conto per le sue decisioni del “consiglio” delle stelle. I nani le piacevano e la divertivano tanto che li voleva presenti nel suo seguito e che per loro fece costruire oggetti di dimensioni adatti alla loro statura. Cani e gatti non mancavano mai nelle sue stanze. Per loro, i funerali erano solenni!
Il palazzo ducale, che univa edifici di varie epoche e che all’esterno appariva un po’ simile ad una fortezza, aveva stanze ammobiliate con eleganza, delle quali quelle adibite ad essere da lei abitate Isabella usava cambiare a seconda delle varie ore del giorno e delle occupazioni cui si dedicava.
E, nonostante la situazione finanziaria non le concedesse sufficienti mezzi per arricchire le sue collezioni, tuttavia possedeva sculture di Michelangelo, quadri di Mantegna e Perugino. Non il denaro, il più delle volte, ma tante lodi furono sufficienti come ricompensa delle opere che gli artisti le fornivano! Talvolta, volendo procurarsi opere di pregio, le lodi non furono sufficienti e così, per esempio nel caso di Il passaggio del mar Rosso di Jan van Eyck, per acquistarlo fu costretta a ricorrere ad un grosso debito.
Isabella aveva 55 anni, quando Tiziano le fece un ritratto oggi perduto, del quale resta la copia di Rubens, dove la duchessa di Mantova ci appare come una donna ancora attraente. Di fatto, nonostante il suo dover sostenere l’invalidità di Francesco, governare per lui prima per il figlio dopo, mantenere le redini di un intricato gioco diplomatico tra gli Stati ed i principi, fino alla fine dei suoi giorni, Isabella divertì, adulò, avvinse tutti e mantenne la sua vivacità, la prontezza della sua intelligenza, l’equilibrio e la saggezza delle sue scelte.
Durante il sacco di Roma del 1527 si trovava tra i cardinali di Clemente VII, i quali, con la scusa di volerla trattenere perché dirigesse dei salotti, di fatto la tenevano prigioniera. Essendo riuscita a fuggire, grazie alle sue abituali capacità, ospitò poi e protesse nel suo palazzo circa 2000 persone. Il suo palazzo non fu né assediato né tanto meno saccheggiato!
Isabella ottenne invece la tanto desiderata carica cardinalizia per il figlio Ercole!
Isabella d’Este, definita da Pietro Bembo la donna più saggia e più fortunata fra tutte, aveva 64 anni quando morì. Oggi è ancora sepolta nella Cappella dei Signori nella chiesa di San Francesco, a Mantova.

© Rosalia de Vecchi

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Cucina e ricette rinascimentali, tre libri

I banchetti, durante il periodo rinascimentale, ebbero maggiore diffusione che nei decenni precedenti, pranzi, cene, feste e via dicendo acquistarono una certa rilevanza nelle corti italiane ed europee in generale. Il cibo divenne segno di opulenza, di distinzione e, ancor più, se era preparato e servito in determinate maniere e da famosi cuochi, coppieri, trincianti…
Di seguito tre libri che ci introducono nelle cucine e nelle ricette dell’epoca.

Cristoforo da Messisbugo ci presenta il suo Banchetti, composizioni di vivande e apparecchio in generale, un libro di uno dei cuochi più famosi del ’500. Fra i tanti particolari ci descrive avvenimenti artistici e letterari che si svolgevano prima e dopo i pasti.

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Più che di ricette, il volume di Claudio Paolini, A tavola nel Rinascimento. Luoghi, arredi e comportamenti, si occupa delle professioni e degli oggetti che giravano intorno al banchetto rinascimentale, non perdendo l’occasione di parlare di galateo e comportamento.

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Novanta ricette per deliziare il nostro palato come fossimo nel Cinquecento. Françoise Sabban e Silvano Serventi, A tavola nel Rinascimento, ci servono piatti tipici di quel periodo in ricette di facile preparazione. Il commento storico ne arricchisce l’esperienza.


Lorenzo il Magnifico e alcuni suoi contemporanei

Quant’è bella giovinezza,
che si fugge tuttavia,
Chi vuol essere lieto, sia:
del diman non v’è certezza.

Antonio di Puccio Pucci, Lorenzo de' Medici e Francesco Sassetti con il figlio più giovane. Ghirlandaio, 1485.

Così cantava Lorenzo il Magnifico (1449-1492) in pieno ‘400, secolo che vede l’Umanesimo al massimo sviluppo, il Rinascimento, secolo che prepara la strada alle scoperte geografiche, a nuovi mondi e a nuovi commerci, che prelude a nuove teorie scientifiche. Nei suoi palazzi si riunivano i più disparati artisti, poeti, scrittori, letterati, traduttori, personaggi di spicco della nostra cultura. Le ville di Cafaggiolo, di Fiesole, di Careggi, quella stessa residenza in via Larga a Firenze (oggi via Cavour) vedranno Michelangelo, il Ghirlandaio, Guicciardini, Angelo Poliziano, Pico della Mirandola dissertando di filosofia storia arte politica religione latino greco.
Periodo, il XV secolo, in cui in Italia si riscopre il valore dei classici, classici intesi non come punto di arrivo, ma come partenza verso un nuovo modo di vedere e vivere la vita, in cui la centralità dell’individuo viene messa in risalto. A Milano, Ludovico Maria Sforza, il Moro (1452-1508), di qualche anno più giovane del Magnifico, riceve pittori e artisti come Bramante, Leonardo da Vinci, Baldassarre Castiglione, e tanti altri. E nel 1482, per giustificare, il Moro, il suo governare, “finanziò una edizione a stampa della biografia in latino di suo padre, Francesco Sforza, opera di Giovanni Simonetta, e fece in modo che venisse largamente diffusa […]” (1). Cultura e potere si davano la mano in un’epoca in cui gli artisti viaggiavano, si spostavano di città in città, da corte in corte, comunicavano tramite i nuovi caratteri mobili gutenberghiani, tramite dipinti affreschi sculture musiche.
Non solo le grandi corti avevano il loro entourage, anche il piccolo ducato di Urbino, per fare un solo esempio, con il suo buon – si fa per dire – duca Federico da Montefeltro (1422-1482), contribuì a diffondere, anche ma non solo, le arti e le lettere. Quel Montefeltro che riceveva Francesco Laurana, Piero della Francesca, Paolo Uccello, Giusto di Gand, Pedro Berruguete, Vespasiano da Bisticci, uomini, insomma, che saranno d’esempio a tanti, quel Montefeltro che concepì il bel palazzo ducale.
Altro contemporaneo di Lorenzo fu il papa Sisto IV (1414-1484), teologo di professione, non sempre in buoni rapporti con il Medici, cui si deve il nome della cappella Sistina, pronto a sostenere l’edilizia, ampliando la Biblioteca Apostolica Vaticana, aprendo la via Sistina, riorganizzazione che investirà anche il personale della curia, reclutandone più di quanto fosse necessario.
Per forza maggiore, dobbiamo citare – lo abbiano ripetuto spesso che la storia è un intreccio, una dipendenza-interdipendenza di eventi – il sultano turco Maometto II (1432-1481) che conquistando Costantinopoli nel 1453 spinse vari letterati a emigrare da oriente a occidente, portando con loro i classici greci, invogliando ad approfondire e riprendere argomenti lasciati nel dimenticatoio o solo riservati agli addetti ai lavori, nelle abbazie, nei monasteri. L’oriente non era meno che l’occidente: “Sua Altezza il Sultano aveva l’abitudine di leggere opere filosofiche tradotte in arabo dal persiano e dal greco, e di discutere di temi in esse trattati con gli studiosi della sua corte […].” (2), scriveva il linguista cretese Giorgio di Trebisonda (Trapezunzio).
Coeve, queste persone – l’elenco potrebbe essere molto, ma molto più lungo -, di un Lorenzo de’ Medici che con il suo mecenatismo segnerà un secolo, un secolo di cui ancora oggi, a distanza di seicento anni, si parla… e ci fa vivere.

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Maometto II entra a Costantinopoli. Alla destra l'enorme cannone che aprì una breccia nelle mura, permettendo l'assalto finale.

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1. Lisa Jardine, Affari di genio, Carocci, Roma, 2001, pag. 251.
2. op. cit. pag. 201.


La diffusione del Rinascimento in Europa, cenni

L’influenza che ebbe il Rinascimento nelle varie parti d’Europa non fu omogeneo, dipendendo, fra i tanti fattori, dai contatti che personaggi di spicco oltralpe avevano con l’Italia, e viceversa. Università, corti, cancellerie furono i principali, ma non i soli, centri di diffusione.
Renato d’Angiò (1409-1480), per esempio, scoprì e si innamorò degli studi umanistici nella sua venuta in Italia, restando nel bel paese fra il 1438 e il 1441. Il d’Angiò possedeva testi di Platone, Livio, Boccaccio, Lorenzo Valla (1405 circa-1457), un volume dello storico e geografo greco Strabone, che gli era stato regalato dall’amico Jacopo Marcello, inoltre aveva incaricato Francesco Laurana (1430-1502) di vari lavori, fra cui varie medaglie sullo stile di Antonio di Puccio Pisano, il Pisanello (1395?-1455?). Così come Francesco I di Valois (1494-1547) si appassionò alla cultura italiana e agli studi umanistici che avevano preso piede nel nostra paese, desiderando nella sua corte letterati, artisti, dotti, basta citare Leonardo da Vinci che visse gli ultimi anni della sua vita nel castello di Clos-Lucé, vicino Amboise.
Lo stesso sultano ottomano Maometto II il Conquistatore (1432-1481), il vincitore di Costantinopoli (1453), era entrato in contatto con testi classici, Livio era uno dei preferiti. Nel suo palazzo aveva chiamato un erudito italiano, Ciriaco di Ancona (1391-1452), oltre al pittore Gentile Bellini (1429-1507), incaricato di ritrattarlo.
Un altro sovrano affascinato dai greci e latini era il re d’Ungheria Mattia I Corvino (1443-1490), che seguiva ben da vicino gli sviluppi degli studi e dell’arte italiana. Sposato con la figlia del sovrano di Napoli, Ferdinando I, Beatrice d’Aragona (1457-1508), era stato influenzato ben presto dal modus vivendi del nostro paese e si era circondato di artisti e letterati, inoltre aveva inviato per l’Europa i suoi agenti alla ricerca di volumi classici, essendone un buon collezionista. Ricordiamo i suoi libri essere stati miniati da artisti fiorentini. Era in costante contatto con Marsilio Ficino (1433-1499), chiamato Antonio Bonfini (1427-1505) a scrivere una storia d’Ungheria, per non dimenticare che il Verrocchio (1437-1488) e Filippino Lippi (1457-1504), fra i tanti, avevano soggiornato nei suoi possedimenti.
A tal modo che nelle corti, anche nelle cancellerie si ebbe una certa diffusione dell’umanesimo rinascimentale. Quella catalana di Pietro il Cerimonioso (1319-1387) fu organizzata prendendo da modello la fiorentina; Enrico IV di Castiglia (1425-1474) assunse l’umanista Alfonso di Cartagena (1384-1456), figlio di un rabbino convertito e vissuto a Firenze; János Vitéz (1408-1472), arcivescovo di Esztergom, educatore del re Mattia Corvino, affascinato dai modelli classici, li introdusse nella cancelleria reale ungherese. Piccoli casi che avranno importanza nel lungo periodo.
Accadeva talvolta che università straniere assumessero come lettori studiosi italiani, a Parigi erano presenti Filippo Beroaldo (1453-1503), Gregorio Tifernate (1414-1462), e via dicendo. Nello stesso tempo anche letterati locali iniziavano a dissertare sulla cultura classica, a Cracovia si registra la presenza di Gregorio di Sanok (1406-1477) con un corso su Virgilio, a Heidelberg Peter Luder (1443 circa-1509) tratterà degli studia humanitatis.
Nel lungo andare la diffusione umanistica rinascimentale avrà una diffusione sempre maggiore, più evidente in alcuni casi, meno in altri, più influente in certi paesi, meno in altri.


Francia e Paesi Bassi fra la fine del Medioevo e il Rinascimento, mappe

Due mappe per prendere visione dell’aspetto geo-politico della Francia e dei Paesi Bassi fra la fine del Medioevo e il Rinascimento.

I Paesi Bassi fra la fine del Medioevo e gli inizi del Rinascimento (XV-XVI sec.)

Francia, 1477.


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