May 272014
 

Ciò che l’occhio è per il corpo,
la ragione lo è per l’anima” (1)

Erasmo da Rotterdam,  Holbein Hans il Giovane, 1530 ca.

Erasmo da Rotterdam, Holbein Hans il Giovane, 1530 ca.

Figura imprescindibile per comprendere il periodo storico in questione, fine Medioevo-inizi dell’Età Moderna, Erasmo da Rotterdam è uno di quei personaggi su cui tanti autori contemporanei e non hanno dissertato.

Desiderius Erasmus, come si firmava, era un uomo dal pensiero poliedrico, razionale per quel si poteva all’epoca, contro la guerra e le ingiustizie, a favore dell’ascolto prima di intraprendere una decisione che avrebbe recato danno all’altro, il dialogo come punto d’appoggio per una necessaria comprensione.

La figura di Erasmo da Rotterdam come intellettuale ha caratteri intrinseci di modernità. Ne ha la complessità di volti e di funzioni; ne ha la tensione di una ricerca sempre in itinere; ne ha la volontà di essere protagonista e insieme mediatrice. Ma ha anche aspetti ulteriori: la fede nella parola stampata; l’atteggiamento del “propagandista” (di idee, di valori); la dimensione internazionale del suo pensiero. Ma soprattutto manifesta due connotati decisivi: l’essere testimone e interprete dei valori in gestazione del Moderno (l’individualità e la coscienza; la tolleranza; la pace; la persuasione razionale: valori che si dipanano in Occidente, pur tra ecclissi e contrasti, dall’Umanesimo all’Illuminismo, e anche oltre, e che proprio la “classe dei colti” elabora, richiama, propugna), e di esserlo in un modo costante e convinto all’interno di un itinerario esistenziale e intellettuale tormentato e carico di tensioni; l’assumere un ruolo di “educatore” della società nel suo complesso, alla quale indica non solo valori e ideali, ma anche gli strumenti per realizzarli e uno stile di vita per incarnarli. (2)

Umanista, dunque, che avrebbe influenzato i pensieri e le tendenze non solo del XVI secolo, ma anche quelli a venire, amico, fra l’altro, di Tommaso Moro.

Come umanista Erasmo si sente apparentato alla società dalla duttile forza della parola che ne saggia criticamente le valenze in termini di ironia, sarcasmo, gioco allusivo, bonariamente lungimirante, tolleranza magnanina, moralismo contenuto.
Rivive in lui la vena ilare di tanta letteratura pagana, irrobustita dall’arguzia umanistica di Boccaccio, Leonardo Bruni, Poggio Bracciolini, che avevano recentemente espresso pratica di mondo precisamente in qualità di cristiani rinascimentali. […] (3)

La follia scende dal palco, Hans Holbein il Giovane, 1515

La follia scende dal palco, Hans Holbein il Giovane, 1515

Vissuto in un’epoca irrequieta dal punto di vista religioso, ricordiamo Lutero e i vari “riformatori” della chiesa cattolica,

Erasmo fu spesso definito come «teologo» dai suoi contemporanei. Ci possono essere motivi per etichettarlo in questo modo invece che «umanista», «educatore» o «intellettuale», ma non ne consegue che tutte le opere di Erasmo siano teologiche. (3)

Questi pochi accenni per considerare che ci troviamo davanti un uomo che regalò all’umanità importanti tesi su cui riflettere, su cui costruire un mondo meno bellicoso, un mondo in cui la conversazione, la comunicazione dovrebbe essere pilastro della nostra società.

Erasmo da Rotterdam con il suo segretario Gilbert Cousin

Erasmo da Rotterdam con il suo segretario Gilbert Cousin

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- 1. Erasmo da Rotterdam, Il libero arbitrio, Fabbri ed., Milano, 1996.
- 2. a cura di Franco Cambi, Erasmo da Rotterdam, Sulle buone maniere dei bambini, Armando ed., 2000, pag. 9.
- 3. Erasmo da Rotterdam, Elogio alla follia, Newton Compton ed., Roma 1995, dall’Introduzione di Paolo Miccoli.
- 4. a cura di Erika Rummel, I colloqui di Erasmo da Rotterdam, Jaca Book, Milano, 1997, pag. 13.

Feb 072014
 

La storia non è un racconto lineare, non parte da un punto e raggiunge un altro, tantomeno si può cercare di “afferrarla” restando nei limiti territoriali in cui si svolge un determinato avvenimento.

La storia è invece una grande ragnatela nel cui centro si agita e vive l’uomo, con tutta una serie di fili che si muovono qua e là, connessi-interconnessi, dipendenti-interdipendenti, fili che si rinnovano e si rinforzano ogniqualvolta idee concetti pensieri acquistano maggior vigore.

Premessa per considerare che il nostro presente viene dal passato, un passato di cui è necessaria aver memoria per comprendere che i giochi di oggi poggiano le basi su soggettività spesso dimenticate e delle quali spesso ci meravigliamo.

E allora introduciamo un simpatico tema “visivo”, la rappresentazione pittorica di cibi e bevande durante il XVI secolo, alimenti giunti a noi dalle più disparate parti del mondo che poco a poco entrano a far parte della tavola di tutti i giorni, un ‘500 che potremmo dire essere stato padre della cucina a noi contemporanea. Secolo ancora che prepara i piatti in un ben determinato modo, presentandoli con un occhio rivolto alla bellezza, all’armonia, alla “vista”.

Sappiamo che ritrarre banchetti feste baccanali ci viene addirittura dall’antica Grecia, passando per Roma, interessando il Medioevo, fino al periodo storico moderno, in cui il Rinascimento, ispirato dalla cultura classica, ne riprende temi e materia di studio.

Fra realtà quotidiana, significato simbolico e allusioni varie, il pittore si diletta a mostrare le sue abilità, la sua capacità di osservazione, il suo modo di concepire forma colore consistenza.

La Madonna e Gesù, Joos van Cleve, 1525 ca.

La Madonna e Gesù, Joos van Cleve, 1525 ca.

Agli inizi del ‘500, 1525, il fiammingo Joos van Cleve (1485 ca.-1540) metteva – non fu certamente né l’unico né il primo – un bel vassoio di frutta davanti Gesù e la Madonna, fra cui il melograno, frutto tipico delle coste del Mediterraneo, segno di fertilità, oltre che di resurrezione e immortalità.

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Il mangiatore di fagioli, Annibale Carracci, 1584 ca.

Il mangiatore di fagioli, Annibale Carracci, 1584 ca.

Scendiamo per le strade, anzi per le campagne, un affamato uomo degusta un piatto di fagioli, accompagnati da una manciata di cipolle, da un tozzo di pane sicuramente cotto nei forni pubblici – ché le autorità dovevano controllare per evitare speculazioni -, annaffiando il tutto con un bicchiere di vino rosso. Annibale Carracci ci illustra una consuetudine contadina di fine del XVI secolo.

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Banchetto Nuziale, Pieter Bruegel il Vecchio, 1566 ca.

Banchetto Nuziale, Pieter Bruegel il Vecchio, 1566 ca.

Ancora fra il popolo, ancora nel ceto meno avvantaggiato: Pieter Bruegel il Vecchio ci porta in un banchetto matrimoniale della sua Olanda, una maniera per segnalarci come si viveva nella quotidianità fiamminga. Birra, polenta (?), zuppa d’avena, minestra, pane.

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L'imperatore Rodolfo II in veste di Vertumno, Arcimboldo, 1590 ca.

L’imperatore Rodolfo II in veste di Vertumno, Arcimboldo, 1590 ca.

Arcimboldo invece, nella sua genialità, ci presenta il reggente del Sacro Romano impero, Rodolfo II d’Asburgo, nelle vesti di prodotti autunnali. Uva, pere, melograni, zucche, carciofi, ciliegie, insieme alla recente importazione del mais dalle nuove terre, insomma un simpatico amalgama di frutta verdura e fiori.

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Donna al mercato - Pieter Aertsen, 1567

Donna al mercato, Pieter Aertsen, 1567

Per la gioia dei vegetariani, Pieter Aertsen (1508 ca.-1575) dipinge le prelibatezze di metà secolo, mentre una mucca muggisce che il latte è pronto.

Cento anni prima, Martino da Como, famoso cuoco dell’epoca, pubblicava ciò che avrebbe rappresentato il passaggio da una cucina medievale a una rinascimentale: Libro de Arte Coquinaria, metà XV sec.

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Cristo nella casa di Maria e Marta, 1580 ca., Vincenzo Campi

Cristo nella casa di Maria e Marta, 1580 ca., Vincenzo Campi

Per il godimento dei carnivori, Vincenzo Campi (1536 ca.-1591): pesci polli cacciagione varia, spicca qualche frutto e qualche ortaggio, gli occhi si riempiono di ogni ben di Dio, anzi di Gesù, mentre parla, al fondo a sinistra, comodamente con Maria e Marta.

La lepre di Hans Burgkmair, agli inizi del XVI sec., mi è rimasta impressa nella memoria »»qua.

Storie che in un certo qual modo si ravvisano tuttavia »»qua.

Jan 062014
 
Lo Scheggia, Trionfo della Fama, 1449 ca.

Lo Scheggia, Trionfo della Fama, 1449 ca.

Giovanni di Bicci de’ Medici (1360-1429), fondatore del Banco Medici, viene considerato come uno dei primi esponenti di rilievo di una famiglia che tanta influenza ha avuto dagli ultimi decenni del Medioevo fino a inoltrata l’Età moderna, epoca in cui le loro decisioni hanno contribuito a dare un corso ben determinato alla storia dell’Europa. Condottieri, mecenati, duchi, granduchi, papi, cardinali, banchieri, i Medici di Firenze giocarono ruoli ben decisivi.

E fra tutti, Lorenzo de’ Medici è colui che ha rappresentato la famiglia, rendendola famosa ben oltre i confini patri, uomo che, grazie ai vari artisti di cui ha avuto intelligenza circondarsi, ha fatto sì che la Firenze di oggi – ma non solo la città – sia visitata da migliaia di turisti l’anno.

L’immagine di sopra (»»qua), Trionfo della fama (1449), è rappresentata in un vassoio commemorativo dell’epoca – desco da parto -, vassoio adoperato per portare vivande alla nuova madre, nel nostro caso a Lucrezia Tornabuoni (1425-1482), dipinto dallo Scheggia, Giovanni di Ser Giovanni (1406-1486) per celebrare la nascita di Lorenzo de’ Medici, 1449.

Di seguito, una serie di articoli per approfondire alcuni aspetti dell’epoca.

- L’Italia rinascimentale in Europa.
- I Medici rappresentati da Botticelli.
- Lorenzo il Magnifico e alcuni suoi contemporanei.
- I Medici e la congiura dei Pazzi nella Firenze del 1478.
- Cosimo I de’ Medici e l’orologio.
- Gli ultimi Medici.

Dec 032013
 

Il Rinascimento non è un’epoca, ma un temperamento.
(1)

Tanto, tantissimo si è scritto sul Rinascimento, desidero solo segnalare tre libri con cui approfondire ulteriormente l’argomento.

La civiltà del Rinascimento in Italia.

Necessario, se non obbligatorio, è iniziare con il buon Jacob Burckhardt e il suo intramontabile La civiltà del Rinascimento in Italia. Un volume che, con i suoi limiti e i suoi pregi, ci introduce nella vita politica e culturale dell’epoca.

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Affari di genio. Una storia del Rinascimento europeo

Affari di genio. Una storia del Rinascimento europeo della storica inglese Lisa Jardine ci porta invece nei particolari del Rinascimento, nelle merci, nei quadri, negli arazzi, nei libri, insomma in quegli articoli che si muovevano per l’Europa e che caratterizzavano – anche ma non solo – il nuovo stato borghese nascente.

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L'uomo del Rinasciment

A cura di Eugenio Garin, L’uomo del Rinascimento, una raccolta di testi di famosi storici quali Peter Burke, Alberto Tenenti, Tzvetan Todorov e via dicendo, autori la cui analisi rivela un uomo che inizia a prendere coscienza di sé, della sua potenza, della sua centralità. Un’epoca che, secondo il filosofo russo Berdjaev, sta finendo oggi:

La modernità, che sta giungendo alla propria fine, venne concepita all’epoca del Rinascimento Noi oggi stiamo assistendo alla fine del Rinascimento.” (2)

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- 1. Ezra Pound, Aforismi e detti memorabili, a cura di G. Singh, Newton Compton, Roma, 1993, pag. 31.
- 2. Nikolaj Aleksandrovič Berdjaev, Nuovo Medioevo, a cura di Massimo Boffa, Fazi, Roma, 2000.

Dec 012013
 

Una serie di video che ci immettono nell’atmosfera rinascimentale, epoca che caratterizzò l’Italia e parti dell’Europa, epoca che permise, fra l’altro, lo sviluppo delle lettere, delle arti, della scienza, punto di partenza per comprendere il mondo a noi contemporaneo.

Sep 022013
 

A casa mia, mi ritiro un po’ più spesso nella mia biblioteca,
da dove comodamente governo la mia casa.
Sono sull’ingresso e vedo sotto di me il giardino, la corte,
il cortile e quasi tutte le parti della mia casa.
Qui sfoglio ora un libro, ora un altro,
senz’ordine e senza programma, come capita;
ora fantastico, ora annoto e detto,
passeggiando, queste mie idee. [...]”
(Michel de Montaigne, Saggi)

Con il passaggio dal Medioevo al Rinascimento si evolve poco a poco il concetto di “studium”, due periodi strettamente connessi in cui l’interesse per i testi classici prende ancor più forza con l’Umanesimo. E mentre prima i manoscritti erano patrimonio della Chiesa, degli ordini monastici e dei nobili, così come l’insegnamento veniva “dettato” principalmente da religiosi, con il Rinascimento, con l’invenzione dei caratteri mobili gutenberghiani, con il migliorare le condizioni di vita, con l’avvento della borghesia, i libri passano dall’essere esclusiva di pochi a risiedere anche nelle case dei più abbienti, destinati insomma a un pubblico sempre più ampio e maggiore.

Si sviluppa lentamente l’idea della condivisione, del mettere a disposizione i propri testi per dare possibilità a “chiunque” accedere ai classici greci e latini, e alle nuove pubblicazioni. Un percorso che porta nel trascorso dei secoli all’apertura, per gli interessati e non, delle collezioni una volta private.

Di seguito alcuni video che ci immettono nelle biblioteche in questione, che bisogna pur studiare nella complessità del tempo e del luogo.

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Iniziamo il nostro percorso visivo dalla Malatestiana, voluta dal Signore della città Novello Malatesta, unico esempio di biblioteca a tre navate. Sembra essere stata la prima in occidente che aprì le sue porte al pubblico, nell’agosto del 1455. I testi venivano legati ai banchi per evitare essere portati via.

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La biblioteca Marciana di Venezia ha una storia ben più complessa, sebbene debba l’esistenza al cardinale Bessarione, vescovo di Nicea, che donò nel 1468 la sua preziosa raccolta, contenente, fra l’altro, opere manoscritte di Esiodo, Eschilo, Aristofane, scritti di Aristotele ed Euclide. Già nel 1362, il Petrarca ne aveva proposto il progetto, ma alla sua morte i suoi libri andarono ai Signori di Padova, Da Carrara.

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I libri sono portatori di civiltà. Senza libri, la storia è silenziosa, la letteratura è muta, la scienza è inetta, il pensiero e la speculazione sono ad un punto morto. I libri sono i motori del cambiamento, le finestre sul mondo, i fari eretti nel mare del tempo“. (Barbara Tuchman)

Lo sapeva bene il nostro Federico da Montefeltro, la cui biblioteca privata, nel famoso Studiolo (1473-’76), pur non essendo una vera e propria biblioteca, ma solo una libreria di un principe, è degna di nota per la qualità dei codici che conteneva, raccolta famosa nel Quattrocento anche fra collezionisti: novecento codici, di cui seicento latini, centosessantotto greci, ottantadue ebraici e due arabi.

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Il destino di molti uomini dipese dall’esserci o non esserci stata una biblioteca nella loro casa paterna”, diceva alla fine del XIX secolo Edmondo De Amicis. Agevolati stimolati privilegiati sembra essere stati quegli umanisti del tempo che dedicavano i propri lavori ai membri della casa d’Este, usufruendo dei 450 volumi presenti nel 1467 nella biblioteca Estense
 di Modena, di cui uno dei volumi più famosi fu ed è la rinomata Bibbia di Borso d’Este, riccamente miniata.

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A Roma, per volere di papa Sisto IV, nacque ufficialmente, nel 1475, la Biblioteca apostolica vaticana, oggi una delle più autorevoli al mondo per albergare raccolte di testi unici rari introvabili altrove. Oggi, come allora, destinata a studiosi e ricercatori accreditati.

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Spesso il piacere della lettura dipende in gran parte dalla comodità fisica del lettore [...] Ci sono libri che ho letto in poltrona e altri che ho letto alla scrivania. Ci sono libri che ho letto nella metropolitana, in macchina, in autobus. Trovo che i libri letti in treno partecipino della qualità di quelli letti in poltrona, forse perché in entrambi i casi posso facilmente astrarmi da quanto mi circonda [...]”, scrive Albert Manguel, in Una storia della lettura (»»qua una recensione).

E il buon Cosimo de’ Medici, i libri, anzi i manoscritti, se li portava spesso dietro quando viaggiava.

Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, disegnata da Michelangelo Buonarroti.
Fu grazie a Cosimo de’ Medici, il Vecchio, che si deve questa biblioteca fiorentina, appassionato e collezionista di manoscritti principalmente di autori latini e greci. Sarà poi Lorenzo il Magnifico a ingrandire la collezione. Fu aperta al pubblico nel 1571.

Quale sarà il futuro delle biblioteche nell’era di internet?

May 022012
 

Quelle che seguono sono scene di vita del periodo di fine Medioevo inizi del Rinascimento, scene che rappresentano i due principali pasti, il primo, usualmente servito fra le ore 10 e 11 del mattino, il secondo fra le ore 4 e le 7 del pomeriggio. Ricordiamo che nei campi ci si svegliava all’alba, per cui pranzare o far colazione a metà mattinata era d’abitudine, sia pure per seguire i ritmi della luce solare e del lavoro.

La merenda contadina, Aristotele, Politiques et économiques, Francia, XV sec.

La merenda contadina, Aristotele, Politiques et économiques, Francia, XV sec.

Igiene delle mani, Jean Froissart, Cronache, Fiandre, Bruges, XV sec.

Igiene delle mani, Jean Froissart, Cronache, Fiandre, Bruges, XV sec. 

Si mangiava ancora con le mani, con le tre dita della destra, talvolta con un cucchiaio e dei coltelli, accessori che l’ospite poteva portarsi appresso; la forchetta, associata al consumo della pasta (1), comparve solo agli inizi del XIV secolo, si dice inventata a Bisanzio e introdotta in alcune tavole italiane in quei decenni. Famoso è l’episodio della principessa bizantina che, ospite in Francia, prendeva il cibo con la forchetta per una questione di “buone maniere” bizantine. Agli invitati d’onore, nei banchetti dei nobili, i servi del padrone di casa porgevano dei vassoi per lavarsi le mani e dei tovaglioli per asciugarsele, prima e dopo i pasti.

Le inservienti, Libro d'ore, fine XV sec.

Le inservienti, Libro d’ore, fine XV sec. 

A differenza che nelle famiglie benestanti, dove i servitori provvedevano alle portate con un certo rituale, accompagnati da trincianti coppieri musici e via dicendo, nelle case dei contadini e dei meno abbienti, erano le mogli o le donne in generale a portare a tavola i cibi.

Suore cenando in silenzio, Pietro Lorenzetti, 1341

Suore cenando in silenzio, Pietro Lorenzetti, 1341. 

Nei monasteri e nei conventi, i pasti, regolati dalle preghiere, erano consumati in silenzio, ed era d’uso servirsi delle gesta delle mani per comunicare.

*****

- 1. Giovanni Rebora, La civiltà della forchetta, storie di cibi e di cucina, Laterza, 2012, ebook. pos. 234.

Banchetto, da una stampa del Cinquecento.

Banchetto, da una stampa del Cinquecento.

 

Sep 182011
 

Quant’è bella giovinezza,
che si fugge tuttavia,
Chi vuol essere lieto, sia:
del diman non v’è certezza.

Antonio di Puccio Pucci, Lorenzo de' Medici e Francesco Sassetti con il figlio più giovane. Ghirlandaio, 1485.

Così cantava Lorenzo il Magnifico (1449-1492) in pieno ‘400, secolo che vede l’Umanesimo al massimo sviluppo, il Rinascimento, secolo che prepara la strada alle scoperte geografiche, a nuovi mondi e a nuovi commerci, che prelude a nuove teorie scientifiche. Nei suoi palazzi si riunivano i più disparati artisti, poeti, scrittori, letterati, traduttori, personaggi di spicco della nostra cultura. Le ville di Cafaggiolo, di Fiesole, di Careggi, quella stessa residenza in via Larga a Firenze (oggi via Cavour) vedranno Michelangelo, il Ghirlandaio, Guicciardini, Angelo Poliziano, Pico della Mirandola dissertando di filosofia storia arte politica religione latino greco.
Periodo, il XV secolo, in cui in Italia si riscopre il valore dei classici, classici intesi non come punto di arrivo, ma come partenza verso un nuovo modo di vedere e vivere la vita, in cui la centralità dell’individuo viene messa in risalto. A Milano, Ludovico Maria Sforza, il Moro (1452-1508), di qualche anno più giovane del Magnifico, riceve pittori e artisti come Bramante, Leonardo da Vinci, Baldassarre Castiglione, e tanti altri. E nel 1482, per giustificare, il Moro, il suo governare, “finanziò una edizione a stampa della biografia in latino di suo padre, Francesco Sforza, opera di Giovanni Simonetta, e fece in modo che venisse largamente diffusa […]” (1). Cultura e potere si davano la mano in un’epoca in cui gli artisti viaggiavano, si spostavano di città in città, da corte in corte, comunicavano tramite i nuovi caratteri mobili gutenberghiani, tramite dipinti affreschi sculture musiche.
Non solo le grandi corti avevano il loro entourage, anche il piccolo ducato di Urbino, per fare un solo esempio, con il suo buon – si fa per dire – duca Federico da Montefeltro (1422-1482), contribuì a diffondere, anche ma non solo, le arti e le lettere. Quel Montefeltro che riceveva Francesco Laurana, Piero della Francesca, Paolo Uccello, Giusto di Gand, Pedro Berruguete, Vespasiano da Bisticci, uomini, insomma, che saranno d’esempio a tanti, quel Montefeltro che concepì il bel palazzo ducale.
Altro contemporaneo di Lorenzo fu il papa Sisto IV (1414-1484), teologo di professione, non sempre in buoni rapporti con il Medici, cui si deve il nome della cappella Sistina, pronto a sostenere l’edilizia, ampliando la Biblioteca Apostolica Vaticana, aprendo la via Sistina, riorganizzazione che investirà anche il personale della curia, reclutandone più di quanto fosse necessario.
Per forza maggiore, dobbiamo citare – lo abbiano ripetuto spesso che la storia è un intreccio, una dipendenza-interdipendenza di eventi – il sultano turco Maometto II (1432-1481) che conquistando Costantinopoli nel 1453 spinse vari letterati a emigrare da oriente a occidente, portando con loro i classici greci, invogliando ad approfondire e riprendere argomenti lasciati nel dimenticatoio o solo riservati agli addetti ai lavori, nelle abbazie, nei monasteri. L’oriente non era meno che l’occidente: “Sua Altezza il Sultano aveva l’abitudine di leggere opere filosofiche tradotte in arabo dal persiano e dal greco, e di discutere di temi in esse trattati con gli studiosi della sua corte […].” (2), scriveva il linguista cretese Giorgio di Trebisonda (Trapezunzio).
Coeve, queste persone – l’elenco potrebbe essere molto, ma molto più lungo -, di un Lorenzo de’ Medici che con il suo mecenatismo segnerà un secolo, un secolo di cui ancora oggi, a distanza di seicento anni, si parla… e ci fa vivere.

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Maometto II entra a Costantinopoli. Alla destra l'enorme cannone che aprì una breccia nelle mura, permettendo l'assalto finale.

*****
1. Lisa Jardine, Affari di genio, Carocci, Roma, 2001, pag. 251.
2. op. cit. pag. 201.

Jun 232011
 

Lorenzo Valla

Abbiamo accennato al Rinascimento per lo più in terra italica, che cosa accadeva invece oltre le Alpi?

L’influenza che ebbe il Rinascimento nelle varie parti d’Europa non fu omogeneo, dipendendo, fra i tanti fattori, dai contatti che personaggi di spicco oltralpe avevano con l’Italia. Università, corti, cancellerie furono i principali, ma non i soli, centri di diffusione.

Renato d’Angiò (1409-1480), per esempio, scoprì e si innamorò degli studi umanistici nella sua venuta in Italia, restando nel bel paese fra il 1438 e il 1441. Il d’Angiò aveva nella sua biblioteca testi di Platone, Livio, Boccaccio, Lorenzo Valla (1405 ca.-1457), un volume dello storico e geografo greco Strabone, che gli era stato regalato dall’amico Jacopo Marcello, inoltre aveva incaricato Francesco Laurana (1430-1502) di vari lavori, fra cui varie medaglie sullo stile di Antonio di Puccio Pisano, il Pisanello (1395?-1455?). Così come Francesco I di Valois (1494-1547) s’innamorò della cultura italiana e degli studi umanistici che avevano preso piede nel nostra paese, desiderando nella sua corte letterati, artisti, dotti, basta citare Leonardo da Vinci che visse gli ultimi anni della sua vita nel castello di Clos-Lucé, vicino Amboise.

Lo stesso Maometto II il Conquistatore (1432-1481), colui che aveva attaccato e fatto cadere Costantinopoli nel 1453, era entrato in contatto con testi classici, Livio era uno dei suoi preferiti. Nel suo palazzo aveva chiamato un erudito italiano, Ciriaco di Ancona (1391-1452), oltre al pittore Gentile Bellini (1429-1507), incaricato di ritrattarlo.

Beatrice d’Aragona e Mattia Corvino

Beatrice d’Aragona e Mattia Corvino

Un altro sovrano affascinato dai greci e latini era il re d’Ungheria Mattia I Corvino (1443-1490), che seguiva ben da vicino gli sviluppi degli studi e dell’arte italiana. Sposato con la figlia del re di Napoli, Ferdinando I, Beatrice d’Aragona (1457-1508), era stato influenzato ben presto dal modus vivendi del nostro paese e si era circondato di artisti e letterati, inoltre aveva inviato per l’Europa i suoi agenti alla ricerca di volumi classici, essendone un buon collezionista. Ricordiamo i suoi libri essere stati miniati da artisti fiorentini. Era in costante contatto con Marsilio Ficino (1433-1499), chiamato Antonio Bonfini (1427-1505) a scrivere una storia d’Ungheria, per non dimenticare che il Verrocchio (1437-1488) e Filippino Lippi (1457-1504), fra i tanti, avevano soggiornato nei suoi possedimenti.

Così come nelle corti, anche nelle cancellerie si ebbe una certa diffusione dell’umanesimo rinascimentale. Quella catalana di Pietro il Cerimonioso (1319-1387) fu organizzata prendendo da modello quella fiorentina; Enrico IV di Castiglia (1425-1474) assunse l’umanista Alfonso di Cartagena (1384-1456), figlio di un rabbino convertito e vissuto a Firenze; János Vitéz (1408-1472), arcivescovo di Esztergom, educatore del re Mattia Corvino, affascinato dai modelli classici, li introdusse nella cancelleria reale ungherese. Piccoli casi che avranno importanza nel lungo periodo.

Accadeva talvolta che università straniere assumessero come lettori studiosi italiani, a Parigi erano presenti Filippo Beroaldo (1453-1503), Gregorio Tifernate (1414-1462), e via dicendo. Nello stesso tempo anche letterati locali iniziavano a dissertare sulla cultura classica, a Cracovia si registra la presenza di Gregorio di Sanok (1406-1477) con un corso su Virgilio, a Heidelberg Peter Luder (1443 ca.-1509) tratterà degli studia humanitatis.

Nel lungo andare la diffusione umanistica rinascimentale avrà una diffusione sempre maggiore, più evidente in alcuni casi, meno in altri, più influente in certi paesi, meno in altri.

May 062011
 

Che cosa ne sarebbe stato dell’Umanesimo, del Rinascimento senza i libri, senza la parola scritta? Nulla, sicuramente l’essere umano non avrebbe avuto quello sviluppo, sviluppo inteso in lato sensu, che lo ha condotto fino ai nostri giorni. La cultura scritta ha avuto, ha, e sempre avrà un ruolo decisivo nella crescita e nel miglioramento delle condizioni dell’uomo, miglioramento, fra le altre cose, come avvicinamento alla vera felicità, quella interiore, quell’armonia interna che ci dovrebbe sostenere nei momenti meno piacevoli.

Sulla via indicata dal Petrarca (1304-1374), una serie di studiosi dell’epoca e delle epoche seguenti si misero a lavoro, indicando i classici come maestri di vita, modelli da studiare, copiare, seguire, ma nello stesso tempo modelli da superare. Prendeva vita lo studio del latino, del greco, dell’ebraico, addirittura il cancelliere di Firenze Coluccio Salutati (1331-1406) aveva chiamato da Bisanzio Manuele Crisolora (1350-1415), per affidargli la nuova cattedra di greco. Giungevano così nella città, oltre a insigni letterati, anche manoscritti dall’Oriente, da quella parte del fu grande Impero Romano. Manoscritti che diventavano vivi, diventavano veicolo di comunicazione, di discussione, uscivano dalle abbazie, dai monasteri, uscivano dai conventi, venivano tradotti, e, con l’avvento della stampa grazie a Gutenberg, raggiungevano in modo più meno agevole anche le parti più recondite dell’Europa, entravano nelle corti, nelle scuole, nelle biblioteche, nelle accademie, nelle cancellerie, la loro circolazione si faceva viepiù capillare.

Littera antiqua, La congiura di Catilina, Sallustio

Littera antiqua, La congiura di Catilina, Sallustio

Coluccio Salutati, Poggio Bracciolini (1380-1459), fra gli altri, adoperavano il “corsivo umanistico”, sostituivano alla faticosa grafia “gotica” la “littera antiqua”, agevole da leggere, chiara ed elegante. Enea Silvio Piccolomini (1405-1464), futuro papa Pio II, per esempio, nel 1450, raccomandava “la forma delle lettere antiche, di più facile lettura, più nitida, più vicina ai caratteri greci da cui trae origine” (1).

Quando Palla di Nofri Strozzi (1372-1462) si accinse a fare un inventario dei suoi libri, alcuni dei quali provenienti da Costantinopoli, si accorse di aver nelle sua biblioteca ben quattrocento manoscritti, fra cui spiccavano Cicerone, Seneca, Livio, Orazio, Quintiliano, Esiodo, Platone, Cicerone, testi la maggior parte classici greci e latini. Niccolò Niccoli (1364 ca.-1437) spese buona parte del suo tempo e del suo patrimonio nella ricerca e nell’acquisto di libri, adoperandosi a farli tradurre. Vespasiano da Bisticci (1421-1498) sarà considerato il “re dei librai del mondo”. Famosa fu la biblioteca di Mattia Corvino (1443 ca.-1490) re d’Ungheria, così come quella di Federico da Montefeltro (1422-1482), per non dimenticare quella dei Medici, iniziando da Cosimo, continuando con Lorenzo, e via dicendo. A Roma, papa Niccolò V (1397-1455), dotto umanista, incaricò i suoi agenti di recuperare opere classiche ovunque, sia pure nei più remoti angoli del mondo. Il cardinale Bessarione (1408 ca.-1472), nome legato alla biblioteca Marciana di Venezia, porterà con sé da Costantinopoli, alla caduta della città nel 1453, la sua fornita libreria. Lo stesso cardinale Orsini offrirà alla Vaticana i suoi manoscritti.

Le biblioteche acquisteranno, insomma, una parte importante nella divulgazione delle nuove idee umaniste, saranno aperte agli studiosi, ai curiosi, ai letterati, saranno fonte d’ispirazione, di lavoro, di discussione. Quando vennero poi le guerre d’Italia di fine ‘400, svariate opere manoscritte e stampate presero la via dell’Europa, Francia, Spagna, Inghilterra, e via dicendo, venivano così a conoscenza del nuovo modo di pensare, agire, del nuovo risorgere, in cui l’uomo diventava la figura principale, uomo non più legato al “buio degli anni di mezzo”, ma uomo che prendeva cognizione della propria forza di ragionare e discernere.

In tutto ciò, parte di rilievo ebbero, come accennato, i caratteri mobili gutenberghiani, che permisero una più facile diffusione e moltiplicazione dei testi. E fra tutti, in Italia spicca Aldo Manuzio (1449-1515), umanista, filologo, stampatore, ammiratore di Poliziano (1454-1494), amico di Giovanni Pico della Mirandola (1463-1494) e di Erasmo da Rotterdam (1466 ca.-1536). Le edizioni aldine saranno maneggevoli, tascabili, facili da leggere, saranno famose in tutta Europa.

Marsilio Ficino (1433-1499), nel 1492, scrivendo all’astronomo Paolo di Middelburg diceva: 

“Questo secolo d’oro ha riportato alla luce le arti liberali già quasi scomparse, la grammatica, la poesia l’oratoria, la pittura, la scultura, l’architettura, la musica […] ha recato a perfezione l’astronomia; in Firenze ha richiamato alla luce la sapienza platonica; in Germania sono stati trovati gli strumenti per stampare libri” (2).

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-1. E. Garin, La cultura del Rinascimento, il Saggiatore, 2006, pag. 58.
- 2. G. Armato, A. Miglietta, Dal codice al libro stampato, Lulu, 2009, pag. 93.

Apr 252011
 

La scuola di Atene, Raffaello

Il Rinascimento italiano ebbe ripercussioni su quasi tutta Europa. Cultura, arte, moda, architettura, danza, equitazione, musica, scrittura, modus vivendi, e via dicendo, furono al centro dell’attenzione non solo delle corti oltralpi, ma anche della nascente borghesia e del popolo che entrava in contato con quelle idee grazie inoltre alla diffusione della stampa tramite i caratteri mobili gutenberghiani. L’Italia era da alcuni considerata come modello di vita: William Thomas, gallese, affermava nel 1549 che

la nazione Italia sembra incomparabilmente più civilizzata di tutte le altre”. Analogamente Beccadelli raccomandava a un amico di Ragusa (oggi Dubrovnik) di mandare il figlio «in Italia per affinarsi»”(1).

Cosicché i costumi italiani furono seguiti in Inghilterra, verso la fine del regno di Elisabetta I, in Francia, ricordiamo Caterina de’ Medici sul trono, in Polonia, nella Germania frammentata, in Ungheria, al tempo di Mattia Corvino, etc. etc.

Termini tecnici architettonici, musicali, militari entrarono nell’uso comune delle altre lingue, così come, per fare un esempio, l’uso della forchetta che veniva dall’Italia, diffusosi lentamente in Europa, o come il modo di tagliare la carne – ricordiamo la figura del trinciante – o il comportarsi nella vita di tutti i giorni. Il libro di Baldassare Castiglione, Il cortegiano, venne ben presto tradotto in molti paesi. Seguiti erano perfino i bei giardini rinascimentali, quello di Boboli a Firenze, quelli degli Este a Tivoli, guide che servivano di spunto altrove.

Eppure, accanto all’attrazione c’è sempre una certa dose di rifiuto e, con il passare del tempo, si formò una schiera di italofobici, persone che vedevano con occhio critico lo sviluppo culturale, e non solo, del bel paese. L’umanista svedese Olaus Magnus era solito sottolineare la “mollezza” dei popoli meridionali; in Inghilterra era noto il detto “Inglese italianato, diavolo incarnato”, così come in Francia si diceva “dissimulare come un italiano”; Henri Estienne, tipografo calvinista, era contrario all’”italianizzazione della lingua francese”, per non dimenticare che si soleva dire “effeminato come un italiano”. Addirittura per taluni stranieri l’Italia era un Paese di veleni, o ancora, a detta dell’umanista tedesco Konrad Celtis, “Nos italicus luxus corrupti”, la lussuria italica ci sta corrompendo.

Insomma italofilia e italofobia sembravano, ed erano in effetti, due lati della stessa medaglia, di quella medaglia rinascimentale che, coniata in Italia, si propagherà in buona parte delle terre europee.

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- 1. in Peter Burke, Il Rinascimento Europeo, centri e periferie, Laterza, Roma-Bari, 1999, pag. 237.

Nov 052010
 

La civiltà del Rinascimento in Italia, scritto nel 1860 da Jacob Burckhardt (1818-1897), storico svizzero, parte dalla fine del Medioevo per attraversare tutto il Rinascimento, libro in cui lo studioso analizza la nostra civiltà come la migliore di quell’epoca, e non solo nel campo artistico o letterario, ma anche in quello politico, sociale, linguistico. Ciò che innanzi tutto sottolinea è il passaggio verso l’individualità. Annota infatti:

“… l’uomo non aveva valore [riferendosi al Medioevo] se non come membro di una famiglia, di un popolo, di un partito, di una corporazione, di cui quasi interamente viveva la vita. L’Italia è la prima a squarciare questo velo e a considerare lo Stato e tutte le cose terrene da un punto di vista oggettivo; ma al tempo stesso si sveglia potente nell’italiano il sentimento di sé e del suo valore personale o soggettivo: l’uomo si trasforma nell’individuo, e come tale si afferma”.

Ci parla dunque della condizione politica italiana, tratta di Firenze, accenna ai Baglioni di Perugia, agli Aragonesi di Napoli, ai Visconti di Milano, ai dogi di Venezia, e via dicendo, un quadro generale del XV secolo. Non dimentica lo Stato pontificio, i suoi papi, da Sisto IV ad Alessandro VI, da Giulio II a Leone X, con particolare accenno a Enea Silvio Piccolomini, umanista e colto personaggio che sarà papa Pio II dal 1458 al 1464.

L’Umanesimo sarà argomento importante sia durante la trattazione di Firenze che durante lo svolgere temi quali la storiografia, il latinismo, l’epistolografia, le biografie, sino alla caduta degli stessi umanisti nel XVI secolo. La sua attenzione si sofferma finanche sulla vita ordinaria, su quella vita quotidiana rappresentata dalla lingua volgare come base del vivere sociale, rappresentata dalla moda e dall’abbigliamento degli italiani, che all’epoca, ci dice, essere stati i più interessati ad apparire con eleganza, incarnata dalla condizione della donna nel XV-XVI secolo, dalla sua cultura, anche come cortigiana.

A tal proposito:

In nessun paese d’Europa, dalla caduta dell’Impero romano in poi, s’è cercato di dar tanto risalto al pregio della figura, al colore della carnagione e alla ricchezza dei capelli, quanto allora in Italia”.

Infine, lo storico si sofferma sulla moralità, sugli assassinii pagati, sugli avvelenamenti, sulle offese, toccando finanche la religione e il crollo della fede in generale.

Con i suoi pregi, i suoi difetti, i suoi limiti, il lavoro di Burckhardt rimane un eccellente punto d’inizio per approfondire il nostro Rinascimento, lavoro che tutti dovrebbero avere sempre a portata di mano.

May 092010
 

Mi ricorda spesso la mia cara amica Barbara, insegnante di moda al FIT di Milano, facendo suo un detto di Sir Robert Baden-Powell – fondatore degli Scout -, che “non esiste buono o cattivo tempo, ma buono o cattivo equipaggiamento”. E stavolta mi preparai a dovere, considerato che i primi giorni di maggio mi videro girovagando per strade, vie e viuzze di Ferrara, talvolta sotto improvvisi piovaschi, talvolta immerso nell’umidità, talvolta infreddolito da temperature non certo normali per questa stagione.

Oramai mi muovo in treno, mezzo di trasporto più consono al mio far flanella per l’Italia, sia perché posso scambiare quattro parole con i vicini viaggiatori, sia perché la lentezza mi permette godere campagne e città che si trasformano rapidamente.

Raggiunsi dunque Ferrara la prima settimana di maggio, passando prima per Prato e poi per Bologna, avendo tempo per un caffè, curiosando nel frattempo sbadati viandanti e incalliti viaggiatori che affollavano le stazioni.
Soggiornai in un buon R.B. – D’Elite -, dove qualità, servizio, ospitalità e prezzo sono in accordo, trovandosi a poche centinaia di metri dal centro storico.

Tre giornate riservate all’arte, alla storia, ai costumi di una città in cui il Rinascimento è parte integrante della sua cultura. Il Castello Estense, nella sua imponente mole, è una costruzione in buonissimo stato, forse uno dei pochi ancora circondato da un fossato pieno di acqua, castello iniziato da Niccolò II d’Este intorno al 1385. Le antiche cucine, la Sala dei Giochi, la Sala dell’Aurora, il Giardino degli Aranci, e via dicendo, svegliavano i sentimenti, spingendo a ricordare fatti e misfatti del passato, storie di un’epoca, quel XV e XVI secolo, che in terra estense fiorì rigogliosamente.

Cattedrale San Giorgio Martire, Ferrara

Un caffè e un dolce alla mela mi aspettavano nella caffetteria dello stesso castello, dopo essere passato per la libreria e comprato un paio di volumi che mi sono sembrati stimolanti, anche perché pubblicati da editori locali. Ed è una cosa che consiglio, quella di ricercare, quando si visita un luogo, una città, un museo, libri editi localmente, giacché non sempre si reperiscono nel commercio nazionale.

Pomeriggio nella Cattedrale, voluta da Guglielmo degli Adelardi e offerta alla Vergine Maria e a San Giorgio, che data la sua prima pietra intorno il 1135. Interessante, all’esterno, la Loggia dei Merciai, dove nel XV secolo si ubicavano le botteghe, luogo operoso e frequentato dai cittadini.

Nel Palazzo dei Diamanti mi intrattenni prima visitando la pinacoteca, poi la mostra dedicata a Braque, a Kandinsky, a Chagall, a Mirò, a quei pittori ospitati dal grande mecenate Aimé Maeght. Esposizione che terminerà il 2 giugno 2010 e che invito fortemente a visitare.
Camminavo, scrutavo, esploravo, magari con lo sguardo rivolto verso l’alto, gli occhi che percepivano dati, peculiartà, elementi che a un buon flâneur storico non dovrebbero sfuggire.

Giunsi lentamente alla Chiesa di Santa Maria in Vado, grande basilica, dove avvenne un miracolo: durante la celebrazione di una messa, nel 1171, da un’Ostia spezzata schizzarono gocce di sangue che andarono a bagnare la volta dell’allora piccola cappella, possibili da notare ancora oggi.

Castello Estense, part., Ferrara

A due passi da là, mi fermai a pranzare in un ristorante, fuori dalle vie turistiche, meraviglioso e pacifico luogo in cui deliziai il mio palato con piatti ferraresi, nel convento di San Gerolamo dei Gesuati, dove fra l’altro si può anche dormire e trovare cinque belle tartarughe bighellonare per il verde prato interno dell’edificio.

Fra una visita e un’altra, il mio essere flâneur mi invitava a sedermi in un caffè, fra cui nel Leon d’Oro, occhieggiando la gente passare, analizzando usi e costumi locali, studiando masse di turisti contenti scattare foto a destra e a manca, notando lente massaie in bicicletta e anziani gesticolando mentre parlavano con tenacia di sport o dei vecchi tempi. La città va anche, forse soprattutto, vissuta negli attimi giornalieri, nei momenti mattutini, nei mercati rionali, nel sorriso di un bimbo che ti guarda, in un passante cui domandi una via e ti risponde con cortesia.

Qua fermo la narrazione, non desidero dilungarmi, vi invito solo a trascorrere qualche giorno a Ferrara, città in cui passato e presente si amalgamo elegantemente in cui accoglienza e rispettabilità sono distintivi quotidiani, in cui arte, storia e cucina si fondono fino a trovare un equilibrio che ammalia i sensi.

Mar 282010
 

Dopo il Rinascimento, l’Italia perdette poco a poco quella centralità europea che l’aveva caratterizzata, da società dinamica, aperta, ricettiva si trasformò quasi in una società conservatrice, società che vedrà la migrazione – anche, ma non solo – di molti artigiani. All’inizio del XVII secolo scriveva il viaggiatore inglese Fynes Moryson (1566-1630):

“[gli italiani] sono convinti di essere tanto intelligenti e il loro paese essere così dotato di fertilità e monumenti d’arte, che non amano recarsi in paesi stranieri…: questa opinione che l’Italia offra tutto ciò che si può vedere o sapere nel mondo, fa sì che gli italiani siano dei provinciali ed abbiano una orgogliosa presunzione del proprio ingegno…” (1)

Intorno gli anni 70 del XVI secolo, gli inglesi acquistarono forza e potenza nel Mediterraneo, commercio e attività marinare erano per lo più loro prerogativa. Le città marinare italiane perdettero vita, l’atlantizzazione giocò poi un fattore decisivo, spostando il gioco economico dal Mare Nostrum all’oceano in questione. Gli olandesi, insieme ai citati inglesi, si dimostrarono aperti alle nuove tecnologie, sia produttive che di navigazione – ricordiamo, per fare un solo esempio, il veliero armato nordico –, per cui seppero conquistare sempre più potere.
L’Italia si trovò così, direi, soffocata da legami tradizionali difficili da rompere e superare.

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1. Fynes Moryson, Itinerary, (a cura di C. Hughes) London, 1903, pag. 419, in Carlo M. Cipolla, Le macchine del tempo, il Mulino, Bologna, 2008, pag. 11.

Mar 022010
 

Giovanni Antonio Magini, Geografia, 1597-98

 Non è facile definire che cosa e chi era “straniero” nel periodo da noi preso in considerazione, giacché il solo fatto di essere diverso e di non appartenere a una data, ristretta, comunità era già di per sé segno di identificazione, di esclusione, di catalogazione. Era inoltre l’epoca in cui gli stessi principi e sovrani che governavano spesso e volentieri non erano nati e cresciuti nei regni che amministravano, basti ricordare Carlo V, imperatore del Sacro romano impero e re di Spagna, sovrano nato a Gand, nelle Fiandre.

Consideriamo che all’epoca non erano ancora diffusi dizionari geografici od opere che illustrassero l’Europa, o libri che si dedicassero alla geografia. Il latino era una lingua che iniziava a tramontare, riservato per lo più ai rapporti diplomatici. Le lingue locali, grazie anche ai torchi gutenberghiani, prendevano man mano campo, sebbene succedesse che in una stessa nazione e addirittura in una stessa regione si parlassero vari dialetti. Il processo di standardizzazione era ben lungi dall’essere completato.

Nella stessa Francia, la lingua d’oïl del nord era quasi incomprensibile a quelli del Mezzogiorno che parlavano l’oc; ad Anversa, in Belgio, l’amministrazione comunicava in fiammingo, gli ecclesiastici in latino, mentre la corrispondenza con il duca o la corte in francese.

In Italia, lo sappiamo, un meridionale capiva ben poco un fiorentino e addirittura in Sicilia restavano zone in cui si parlava il greco. Non faceva eccezione la Russia, dove convivevano il grande russo, l’ucraino e il bielorusso, per non dimenticare lo slavo ecclesiastico. Insomma, l’Europa era un mosaico di idiomi, di dialetti, di nascenti lingue nazionali.

Eppure all’interno di una stessa terra c’era qualcosa che li identificava. Un francese, agli occhi di uno straniero, era frivolo, un fiammingo goloso e troppo pulito, un inglese pieno di pregiudizi e avaro. Per un italiano, al di là delle Alpi c’erano i barbari. Zwingli annotava che

dobbiamo compartire la supponenza degli italiani […] il fatto è che non possono sopportare che i tedeschi li superino nell’erudizione. “(1)

Chi poteva essere dunque lo straniero?

Dentro certi limiti anche gli abiti distinguevano il forestiero, un italiano non era vestito come un fiammingo, un francese sfoggiava un diverso abbigliamento rispetto a uno spagnolo. E gli artisti dipingevano ciò che vedevano con attenzione e fedeltà di particolari, seppur non sempre. Le classi sociali si identificavano con facilità dal loro modo di abbigliarsi, per esempio i servitori dei regnanti aragonesi avevano una livrea color bianca e scarlatta, i musicanti di Leone X si evidenziavano per il bianco, rosso e verde, per non dimenticare che un borghese aveva un abito più elegante rispetto a un contadino, e via dicendo. La moda si diffondeva tramite i dipinti dei pittori, le compagnie di danza, i movimenti di certe famiglie nobili che facevano tendenza, tramite i contatti commerciali, diplomatici, perfino militari, una moda che cercava oltre che accomunare anche di separare.

Straniero poteva essere, dunque, anche l’appartenere a un diverso ceto, a una diversa comunità, a una diversa regione, a una diversa lingua, a una diversa nazione, a una diversa alimentazione.

Sì, alimentazione. Quando Carlo V giunse in Spagna portò le abitudini nordiche in una terra che si cibava frugalmente, era un diverso, uno straniero anche in questo senso. In Svizzera un ambasciatore italiano si inorridiva di come i suoi ospiti trascorrevano ore divorando una portata dopo l’altra, e molte condite di spezie barbariche. Accadeva in un’epoca in cui non c’era certo abbondanza di cibo per tutti. Straniero pertanto chi si alimentava diversamente.

La religione univa, aggregava, i cattolici stavano con i cattolici, i futuri protestanti con i futuri protestanti, un’unione che varcava le frontiere, al di là delle lingue, degli abbigliamenti, al di là, talvolta, del ceto sociale.

E univa anche la cultura, le future biblioteche, i libri stampati grazie a Gutenberg, univano gli studi classici…

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- 1. John R. Hale, L’Europa nell’età del Rinascimento, 1480-1520, il Mulino, Bologna, 2003, pag.133.


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