May 022012
 

Sull’alimentazione nel periodo di fine Medioevo inizi Rinascimento, ne abbiamo parlato in vari articoli (»»»vedi qua), quelle che seguono sono scene di vita dello stesso periodo, scene che rappresentano i due principali pasti, il primo, usualmente servito fra le ore 10 e 11 del mattino, il secondo fra le ore 4 e le 7 del pomeriggio. Ricordiamo che nei campi ci si svegliava all’alba, per cui pranzare o far colazione a metà mattinata era d’abitudine, sia pure per seguire i ritmi del lavoro.

Si mangiava ancora con le mani, con le tre dita della destra, talvolta con un cucchiaio e dei coltelli, sebbene l’ospite poteva portarsi questi ultimi con sé; la forchetta comparve solo agli inizi del XIV secolo. Agli invitati d’onore, nei banchetti dei nobili, i servi del padrone di casa porgevano dei vassoi per lavarsi le mani e dei tovaglioli per asciugarsele, prima e dopo i pasti.

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A differenza che nelle famiglie benestanti, dove i servitori provvedevano alle portate con un certo rituale, accompagnati da trincianti coppieri musici e via dicendo, nelle case dei contadini e dei meno abbienti, erano le mogli o le donne in generale a portare a tavola i cibi.

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Nei monasteri e nei conventi, i pasti, regolati dalle preghiere, erano consumati in silenzio, ed era d’uso servirsi delle gesta delle mani per comunicare.

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Un video che ci introduce nei banchetti rinascimentali:

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Mar 262012
 

Sul Rinascimento in questo blog si è parlato a lungo, vi mando ad alcuni articoli (»»»qua) e a un ebook (»»»qua).
Non vi è penuria di testi per approfondire il periodo in questione, così copiosa è la letteratura in generale relativa ai secoli XV e XVI. Di seguito ne ho scelto due che lo trattano, anche ma non solo, da un punto di vista culturale.

Peter Burke, grande storico contemporaneo, con il suo Il Rinascimento europeo, centri e periferie, ci porta a scoprire quegli eventi che hanno caratterizzato non solo Firenze o Roma, ma anche Avignone, le Fiandre, la Svezia, la Polonia, i paesi dell’Europa settentrionale, insomma quelle periferie pur’esse, in un modo o l’altro e talvolta dopo anni o decenni, raggiunte e interessate dal risveglio dell’uomo delle arti delle lettere del sapere in generale. Un libro che affronta un periodo di solito trascurato, un tardo Rinascimento che va dal 1530 al 1630 circa, investigando fino a che punto il Rinascimento è entrato nel quotidiano vivere.

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Non è mai inutile sottolineare l’importanza di leggere Eugenio Garin, considerato uno dei più autorevoli storici della filosofia e della cultura umanistica e rinascimentale, studioso che ha messo in evidenza personaggi come Coluccio Salutati, Pico della Mirandola, Marsilio Ficino, che ha dato un valore culturale all’astrologia, e via dicendo. Dei suoi tanti studi segnalo La cultura del Rinascimento.
Scrive l’autore: “Il Rinascimento è, innanzitutto, un fatto di cultura, una concezione della vita e della realtà che opera nelle arti, nelle lettere, nelle scienze, nel costume…”, un movimento che cerca di distaccarsi dall’ambito religioso e vedere l’insieme in modo laico, il tutto, per noi, in un evidente continuum storico. E l’Italia sarà punto di nascita, sarà base da cui partirà una nuova forma di considerare e vivere la vita, sarà culla della moderna civiltà.

Nov 262011
 

Se pensiamo che solo gli uomini ebbero un ruolo rilevante durante l’epoca rinascimentale, be’, siamo in errore, giacché anche le donne contribuirono alla fioritura di un periodo che contrassegnò la storia italiana, e influirono decisamente in quella europea. Donne come Bianca Maria Visconti (1425-1468), Isabella d’Este (1474-1539), Lucrezia Borgia (1480-1519), Vittoria Colonna (1490-1547), Caterina de’ Medici (1519-1589), e tante altre, che, con le loro doti, il loro carattere spesso forte e deciso, con la loro cultura, con le loro idee, con il loro sesto senso, lasciarono un’impronta indelebile.
Di seguito Rosalia de Vecchi ci descrive la figura di Isabella d’Este.

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Il 17 maggio 1474 a Ferrara nasceva Isabella d’Este e solo pochi mesi più tardi, l’8 settembre, a Reggio Emilia, anche lui di nobili natali, nasceva il futuro autore dell’Orlando Furioso, che di Isabella avrebbe detto che non si sarebbe potuto scegliere tra le sue tante doti quale apprezzare di più. Il poeta, l’artista che più incarna l’ideale di equilibrio e di armonia connaturato agli uomini del Rinascimento, al servizio dei due fratelli d’Este, Ippolito prima e Alfonso poi, di Isabella lodò non solo la grazia, la bellezza, l’affabilità, ma anche l’intelligenza, la cultura e il mecenatismo. Ed egli stesso scrisse, infatti, il suo poema avendo come patroni Isabella e il suo consorte Francesco II Gonzaga. Ariosto non fu il solo “grande” ad aver ricevuto l’ospitalità dei Marchesi di Mantova, ma anche Raffaello, Leonardo, Mantegna, Tiziano e musicisti quali Tromboncino e Cara furono chiamati e/o accolti alla corte di Mantova. E non fu l’unico a voler esaltare con la sua opera le nobili eroiche origini dei Marchesi Gonzaga, poiché Bembo, Ariosto e Tasso dedicarono le loro opere ad Isabella, che peraltro collezionò libri ed opere d’arte con intelligenza e con discernimento, come di chi sa studiare ed approfondire e pertanto scegliere e classificare. Né Ariosto fu l’unico ad elogiare la persona di Isabella. Sono rimaste ancor oggi famose le frasi di apprezzamento su di lei provenienti da più parti, come anche i celebri ritratti che hanno reso per sempre vivo il suo aspetto e lo consegnano ai nostri occhi, quando essi hanno la fortuna di soffermarsi a guardare i tratti eleganti del suo volto e le pieghe raffinate dei suoi abiti.
Fu il poeta Niccolò da Correggio, imparentato con la famiglia d’Este e al servizio della stessa, che chiamò Isabella: “La prima donna del mondo” e spesso, infatti, la si ricorda come la Primadonna del Rinascimento. Non certo, questo, tanto per la sua posizione sociale e politica quanto e soprattutto per la sua persona, che, in ogni aspetto della vita che il destino volle assegnarle, incarnò in modo eccellente l’ideale di Perfezione, di Armonia e di Bellezza che ispirava il sentimento e il pensiero rinascimentali, volgendoli alla realizzazione di opere che vi si conformassero. D’altronde Isabella e Francesco riconobbero come proprio punto di riferimento il modello di vita indicato dal Cortegiano di Baldassare Castiglione.
Bella, anche se non di eccezionale bellezza, ma decisamente attraente, donna garbata e di fascino, un fascino che le derivava soprattutto dall’intelligenza e l’acutezza del suo dire e del suo agire, Isabella, come altre donne poste dalla vita al governo di uno Stato, seppe allacciare e mantenere alla pari rapporti di amicizia con i più eminenti uomini del suo tempo: duchi, principi, re, studiosi, artisti, poeti, e, contraddistinta da un tatto e da un buon senso, che invece mancavano al suo consorte, seppe tenere in mano le redini del governo sia durante la malattia di Francesco che dopo la sua morte, come reggente del figlio Federico. Negoziò con abile diplomazia con Cesare Borgia, che aveva spodestato il duca di Urbino, Guidobaldo da Montefeltro, marito della a lei assai cara cognata Elisabetta e non esitò a chiedergli il Cupido di Michelangelo ch’egli aveva rubato durante la presa di Urbino. Ottenne che uno dei suoi sette figli, Ercole, divenisse Cardinale e che il marchesato di Mantova venisse elevato a ducato. Divenne un modello di comportamento e di eleganza in tutta Europa. Del resto, i suoi avi erano d’illustre casato e avevano coperto ruoli di primo piano tra gli uomini di Stato di allora: Ercole I d’Este di Ferrara il padre, Eleonora d’Aragona, figlia del re di Napoli, la madre. Sua sorella fu Beatrice d’Este sposa di Ludovico Sforza, duca di Milano.
La piccola Isabella, che a soli 6 anni era già stata fidanzata con un adolescente di 14, Francesco Gonzaga, viveva in un ambiente, quello di Ferrara, allora ritenuto il più brillante d’Italia, affollato di studiosi poeti artisti… e lei stessa era già un prodigio di intellettualità. E come si conveniva ad ogni fanciulla appartenente alla casta dei privilegiati, la sua educazione continuò negli anni a venire ed Isabella si dice che eccellesse in tutto: ricamo, danza, musica… Dicono che danzasse come se avesse le ali ai piedi, che scrivesse versi, che si intendesse di musica e di strumenti musicali, prediligendo quelli a corda, come il liuto ed il clavicembalo che suonava alla perfezione, a quelli a fiato, che considerava associati piuttosto al vizio, che conoscesse egregiamente il gioco degli scacchi. Era chiara di carnagione, i suoi capelli lucevano come oro, uno sguardo di luce brillava nei suoi occhi neri. Il fidanzato, Francesco Gonzaga, era diverso da lei fin nell’aspetto: bruno, dai folti capelli neri, amante della caccia e della guerra e delle donne. Coraggioso sì, ma poco accorto in guerra; infedele nel matrimonio, ebbe presto un’amante fissa. Isabella, come alcune altre prestigiose sovrane di ogni tempo, fingeva di non vedere e continuava la sua vita peraltro ricca di attività e di movimento, di incontri e di viaggi. E, da persona eccellente qual era, intensificò la sua dedizione alle arti alla letteratura agli amici, senza mai cessare di assistere con i suoi preziosi consigli Francesco, marito infedele e uomo di stato non sempre all’altezza della complessità dei suoi compiti; questo lei fece forse anche per evadere dal vuoto d’amore della sua vita di donna e dalla delusione di sposa. Isabella trovò tuttavia un rifugio sicuro nella profonda amicizia che legò lei, di carattere allegro e brillante e di vivo interesse per le arti e la letteratura, alla sorella Beatrice, meno appassionata al mondo della cultura e dell’arte, e alla cognata Elisabetta di indole seria e riservata e di salute piuttosto cagionevole.
E poi c’era la passione dominante della sua vita: raccogliere manoscritti, statue, quadri, oggetti di oreficeria, c’erano gli amici e i conoscenti e gli esperti da incontrare e con i quali trattare, affinché l’aiutassero a reperire delle rarità, c’erano gli eruditi da assumere: Manuzio che stampasse edizioni scelte dei classici, traduttori dal greco antico che traducessero Plutarco, un ebreo che traducesse i Salmi in modo da conservare il loro originario valore artistico. E mentre radunava intorno a sé studiosi e artisti e accumulava libri e tesori d’arte, pur leggendo, conoscendo e rispettando i classici e soprattutto Platone, i suoi gusti personali la orientavano piuttosto verso il romanzo cavalleresco, verso lo stesso suo tempo, quello di Ariosto e poi anche di Tasso.
Ma Isabella, donna dalla vasta cultura non fu mai un’intellettuale, né l’interesse e l’attenzione verso ogni forma di conoscenza e di creatività le impedirono di restare donna, attraente e raffinata, ché anzi amava molto le cose belle, i gioielli, gli abiti alla moda, gli arredi.
Come da costume assai diffuso ai suoi tempi, s’interessava all’astrologia e teneva conto per le sue decisioni del “consiglio” delle stelle. I nani le piacevano e la divertivano tanto che li voleva presenti nel suo seguito e che per loro fece costruire oggetti di dimensioni adatti alla loro statura. Cani e gatti non mancavano mai nelle sue stanze. Per loro, i funerali erano solenni!
Il palazzo ducale, che univa edifici di varie epoche e che all’esterno appariva un po’ simile ad una fortezza, aveva stanze ammobiliate con eleganza, delle quali quelle adibite ad essere da lei abitate Isabella usava cambiare a seconda delle varie ore del giorno e delle occupazioni cui si dedicava.
E, nonostante la situazione finanziaria non le concedesse sufficienti mezzi per arricchire le sue collezioni, tuttavia possedeva sculture di Michelangelo, quadri di Mantegna e Perugino. Non il denaro, il più delle volte, ma tante lodi furono sufficienti come ricompensa delle opere che gli artisti le fornivano! Talvolta, volendo procurarsi opere di pregio, le lodi non furono sufficienti e così, per esempio nel caso di Il passaggio del mar Rosso di Jan van Eyck, per acquistarlo fu costretta a ricorrere ad un grosso debito.
Isabella aveva 55 anni, quando Tiziano le fece un ritratto oggi perduto, del quale resta la copia di Rubens, dove la duchessa di Mantova ci appare come una donna ancora attraente. Di fatto, nonostante il suo dover sostenere l’invalidità di Francesco, governare per lui prima per il figlio dopo, mantenere le redini di un intricato gioco diplomatico tra gli Stati ed i principi, fino alla fine dei suoi giorni, Isabella divertì, adulò, avvinse tutti e mantenne la sua vivacità, la prontezza della sua intelligenza, l’equilibrio e la saggezza delle sue scelte.
Durante il sacco di Roma del 1527 si trovava tra i cardinali di Clemente VII, i quali, con la scusa di volerla trattenere perché dirigesse dei salotti, di fatto la tenevano prigioniera. Essendo riuscita a fuggire, grazie alle sue abituali capacità, ospitò poi e protesse nel suo palazzo circa 2000 persone. Il suo palazzo non fu né assediato né tanto meno saccheggiato!
Isabella ottenne invece la tanto desiderata carica cardinalizia per il figlio Ercole!
Isabella d’Este, definita da Pietro Bembo la donna più saggia e più fortunata fra tutte, aveva 64 anni quando morì. Oggi è ancora sepolta nella Cappella dei Signori nella chiesa di San Francesco, a Mantova.

© Rosalia de Vecchi

Nov 132011
 

I banchetti, durante il periodo rinascimentale, ebbero maggiore diffusione che nei decenni precedenti, pranzi, cene, feste e via dicendo acquistarono una certa rilevanza nelle corti italiane ed europee in generale. Il cibo divenne segno di opulenza, di distinzione e, ancor più, se era preparato e servito in determinate maniere e da famosi cuochi, coppieri, trincianti…
Di seguito tre libri che ci introducono nelle cucine e nelle ricette dell’epoca.

Cristoforo da Messisbugo ci presenta il suo Banchetti, composizioni di vivande e apparecchio in generale, un libro di uno dei cuochi più famosi del ’500. Fra i tanti particolari ci descrive avvenimenti artistici e letterari che si svolgevano prima e dopo i pasti.

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Più che di ricette, il volume di Claudio Paolini, A tavola nel Rinascimento. Luoghi, arredi e comportamenti, si occupa delle professioni e degli oggetti che giravano intorno al banchetto rinascimentale, non perdendo l’occasione di parlare di galateo e comportamento.

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Novanta ricette per deliziare il nostro palato come fossimo nel Cinquecento. Françoise Sabban e Silvano Serventi, A tavola nel Rinascimento, ci servono piatti tipici di quel periodo in ricette di facile preparazione. Il commento storico ne arricchisce l’esperienza.

Sep 182011
 

Quant’è bella giovinezza,
che si fugge tuttavia,
Chi vuol essere lieto, sia:
del diman non v’è certezza.

Antonio di Puccio Pucci, Lorenzo de' Medici e Francesco Sassetti con il figlio più giovane. Ghirlandaio, 1485.

Così cantava Lorenzo il Magnifico (1449-1492) in pieno ‘400, secolo che vede l’Umanesimo al massimo sviluppo, il Rinascimento, secolo che prepara la strada alle scoperte geografiche, a nuovi mondi e a nuovi commerci, che prelude a nuove teorie scientifiche. Nei suoi palazzi si riunivano i più disparati artisti, poeti, scrittori, letterati, traduttori, personaggi di spicco della nostra cultura. Le ville di Cafaggiolo, di Fiesole, di Careggi, quella stessa residenza in via Larga a Firenze (oggi via Cavour) vedranno Michelangelo, il Ghirlandaio, Guicciardini, Angelo Poliziano, Pico della Mirandola dissertando di filosofia storia arte politica religione latino greco.
Periodo, il XV secolo, in cui in Italia si riscopre il valore dei classici, classici intesi non come punto di arrivo, ma come partenza verso un nuovo modo di vedere e vivere la vita, in cui la centralità dell’individuo viene messa in risalto. A Milano, Ludovico Maria Sforza, il Moro (1452-1508), di qualche anno più giovane del Magnifico, riceve pittori e artisti come Bramante, Leonardo da Vinci, Baldassarre Castiglione, e tanti altri. E nel 1482, per giustificare, il Moro, il suo governare, “finanziò una edizione a stampa della biografia in latino di suo padre, Francesco Sforza, opera di Giovanni Simonetta, e fece in modo che venisse largamente diffusa […]” (1). Cultura e potere si davano la mano in un’epoca in cui gli artisti viaggiavano, si spostavano di città in città, da corte in corte, comunicavano tramite i nuovi caratteri mobili gutenberghiani, tramite dipinti affreschi sculture musiche.
Non solo le grandi corti avevano il loro entourage, anche il piccolo ducato di Urbino, per fare un solo esempio, con il suo buon – si fa per dire – duca Federico da Montefeltro (1422-1482), contribuì a diffondere, anche ma non solo, le arti e le lettere. Quel Montefeltro che riceveva Francesco Laurana, Piero della Francesca, Paolo Uccello, Giusto di Gand, Pedro Berruguete, Vespasiano da Bisticci, uomini, insomma, che saranno d’esempio a tanti, quel Montefeltro che concepì il bel palazzo ducale.
Altro contemporaneo di Lorenzo fu il papa Sisto IV (1414-1484), teologo di professione, non sempre in buoni rapporti con il Medici, cui si deve il nome della cappella Sistina, pronto a sostenere l’edilizia, ampliando la Biblioteca Apostolica Vaticana, aprendo la via Sistina, riorganizzazione che investirà anche il personale della curia, reclutandone più di quanto fosse necessario.
Per forza maggiore, dobbiamo citare – lo abbiano ripetuto spesso che la storia è un intreccio, una dipendenza-interdipendenza di eventi – il sultano turco Maometto II (1432-1481) che conquistando Costantinopoli nel 1453 spinse vari letterati a emigrare da oriente a occidente, portando con loro i classici greci, invogliando ad approfondire e riprendere argomenti lasciati nel dimenticatoio o solo riservati agli addetti ai lavori, nelle abbazie, nei monasteri. L’oriente non era meno che l’occidente: “Sua Altezza il Sultano aveva l’abitudine di leggere opere filosofiche tradotte in arabo dal persiano e dal greco, e di discutere di temi in esse trattati con gli studiosi della sua corte […].” (2), scriveva il linguista cretese Giorgio di Trebisonda (Trapezunzio).
Coeve, queste persone – l’elenco potrebbe essere molto, ma molto più lungo -, di un Lorenzo de’ Medici che con il suo mecenatismo segnerà un secolo, un secolo di cui ancora oggi, a distanza di seicento anni, si parla… e ci fa vivere.

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Maometto II entra a Costantinopoli. Alla destra l'enorme cannone che aprì una breccia nelle mura, permettendo l'assalto finale.

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1. Lisa Jardine, Affari di genio, Carocci, Roma, 2001, pag. 251.
2. op. cit. pag. 201.

Jun 232011
 

L’influenza che ebbe il Rinascimento nelle varie parti d’Europa non fu omogeneo, dipendendo, fra i tanti fattori, dai contatti che personaggi di spicco oltralpe avevano con l’Italia, e viceversa. Università, corti, cancellerie furono i principali, ma non i soli, centri di diffusione.
Renato d’Angiò (1409-1480), per esempio, scoprì e si innamorò degli studi umanistici nella sua venuta in Italia, restando nel bel paese fra il 1438 e il 1441. Il d’Angiò possedeva testi di Platone, Livio, Boccaccio, Lorenzo Valla (1405 circa-1457), un volume dello storico e geografo greco Strabone, che gli era stato regalato dall’amico Jacopo Marcello, inoltre aveva incaricato Francesco Laurana (1430-1502) di vari lavori, fra cui varie medaglie sullo stile di Antonio di Puccio Pisano, il Pisanello (1395?-1455?). Così come Francesco I di Valois (1494-1547) si appassionò alla cultura italiana e agli studi umanistici che avevano preso piede nel nostro paese, desiderando nella sua corte letterati, artisti, dotti, basta citare Leonardo da Vinci che visse gli ultimi anni della sua vita nel castello di Clos-Lucé, vicino Amboise.
Lo stesso sultano ottomano Maometto II il Conquistatore (1432-1481), il vincitore di Costantinopoli (1453), era entrato in contatto con testi classici, Livio era uno dei preferiti. Nel suo palazzo aveva chiamato un erudito italiano, Ciriaco di Ancona (1391-1452), oltre al pittore Gentile Bellini (1429-1507), incaricato di ritrattarlo.
Un altro sovrano affascinato dai greci e latini era il re d’Ungheria Mattia I Corvino (1443-1490), che seguiva ben da vicino gli sviluppi degli studi e dell’arte italiana. Sposato con la figlia del sovrano di Napoli, Ferdinando I, Beatrice d’Aragona (1457-1508), era stato influenzato ben presto dal modus vivendi del nostro paese e si era circondato di artisti e letterati, inoltre aveva inviato per l’Europa i suoi agenti alla ricerca di volumi classici, essendone un buon collezionista. Ricordiamo i suoi libri essere stati miniati da artisti fiorentini. Era in costante contatto con Marsilio Ficino (1433-1499), chiamato Antonio Bonfini (1427-1505) a scrivere una storia d’Ungheria, per non dimenticare che il Verrocchio (1437-1488) e Filippino Lippi (1457-1504), fra i tanti, avevano soggiornato nei suoi possedimenti.
A tal modo che nelle corti, anche nelle cancellerie si ebbe una certa diffusione dell’umanesimo rinascimentale. Quella catalana di Pietro il Cerimonioso (1319-1387) fu organizzata prendendo da modello la fiorentina; Enrico IV di Castiglia (1425-1474) assunse l’umanista Alfonso di Cartagena (1384-1456), figlio di un rabbino convertito e vissuto a Firenze; János Vitéz (1408-1472), arcivescovo di Esztergom, educatore del re Mattia Corvino, affascinato dai modelli classici, li introdusse nella cancelleria reale ungherese. Piccoli casi che avranno importanza nel lungo periodo.
Accadeva talvolta che università straniere assumessero come lettori studiosi italiani, a Parigi erano presenti Filippo Beroaldo (1453-1503), Gregorio Tifernate (1414-1462), e via dicendo. Nello stesso tempo anche letterati locali iniziavano a dissertare sulla cultura classica, a Cracovia si registra la presenza di Gregorio di Sanok (1406-1477) con un corso su Virgilio, a Heidelberg Peter Luder (1443 circa-1509) tratterà degli studia humanitatis.
Nel lungo andare la diffusione umanistica rinascimentale avrà una diffusione sempre maggiore, più evidente in alcuni casi, meno in altri, più influente in certi paesi, meno in altri.

May 062011
 

Che cosa ne sarebbe stato dell’Umanesimo, del Rinascimento senza i libri, senza la parola scritta? Forse l’essere umano non avrebbe avuto quello sviluppo, sviluppo inteso in sensu latu, che lo ha condotto fino ai nostri giorni. La cultura ha avuto, ha, e sempre avrà un ruolo decisivo nella crescita e nel miglioramento delle condizioni dell’uomo, miglioramento, fra le altre cose, come avvicinamento alla vera felicità, quella interiore, quell’armonia interna che ci dovrebbe sostenere nei momenti meno piacevoli.
Sulla via indicata dal Petrarca (1304-1374), una serie di studiosi dell’epoca e delle epoche seguenti si misero a lavoro, indicando i classici come maestri di vita, modelli da studiare, copiare, seguire, ma nello stesso tempo modelli da superare. Prendeva vita lo studio del latino, del greco, dell’ebraico, addirittura il cancelliere di Firenze Coluccio Salutati (1331-1406) aveva chiamato da Bisanzio Manuele Crisolora (1350-1415), per affidargli la nuova cattedra di greco. Giungevano così nella città, oltre a insigni letterati, anche manoscritti dall’Oriente, da quella parte del fu grande Impero Romano. Manoscritti che diventavano vivi, diventavano veicolo di comunicazione, di discussione, uscivano dalle abbazie, dai monasteri, uscivano dai conventi, venivano tradotti, e, con l’avvento della stampa grazie a Gutenberg, raggiungevano in modo più meno agevole anche le parti più recondite dell’Europa, entravano nelle corti, nelle scuole, nelle biblioteche, nelle accademie, nelle cancellerie, la loro circolazione si facava viepiù capillare.
Coluccio Salutati, Poggio Bracciolini (1380-1459), fra gli altri, adoperavano il “corsivo umanistico”, sostituivano alla faticosa grafia “gotica” la “littera antiqua”, agevole da leggere, chiara ed elegante. Enea Silvio Piccolomini (1405-1464), futuro papa Pio II, per esempio, nel 1450, raccomandava “la forma delle lettere antiche, di più facile lettura, più nitida, più vicina ai caratteri greci da cui trae origine” (1).
Quando Palla di Nofri Strozzi (1372-1462) si accinse a fare un inventario dei propri libri, alcuni dei quali provenienti da Costantinopoli, si accorse di aver nella propria biblioteca ben quattrocento manoscritti, fra cui spiccavano Cicerone, Seneca, Livio, Orazio, Quintiliano, Esiodo, Platone, Cicerone, testi la maggior parte classici greci e latini. Niccolò Niccoli (1364 ca.-1437) spese buona parte del suo tempo e del suo patrimonio nella ricerca e nell’acquisto di libri, adoperandosi a farli tradurre. Vespasiano da Bisticci (1421-1498) sarà considerato il “re dei librai del mondo”. Famosa fu la biblioteca di Mattia Corvino (1443 ca.-1490) re d’Ungheria, così come quella di Federico da Montefeltro (1422-1482), per non dimenticare quella dei Medici, iniziando da Cosimo, continuando con Lorenzo, e via dicendo. A Roma, papa Niccolò V (1397-1455), dotto umanista, incaricò i suoi agenti di recuperare opere classiche ovunque, sia pure nei più remoti angoli del mondo. Il cardinale Bessarione (1408 ca.-1472), nome legato alla biblioteca Marciana di Venezia, porterà con sé da Costantinopoli, alla caduta della città nel 1453, la sua fornita libreria. Lo stesso cardinale Orsini offrirà alla Vaticana i suoi manoscritti.
Le biblioteche acquisteranno, insomma, una parte importante nella divulgazione delle nuove idee umaniste, saranno aperte agli studiosi, ai curiosi, ai letterati, saranno fonte d’ispirazione, di lavoro, di discussione. Quando vennero poi le guerre d’Italia di fine ‘400, svariate opere manoscritte e stampate presero la via dell’Europa, Francia, Spagna, Inghilterra, e via dicendo, venivano così a conoscenza del nuovo modo di pensare, agire, del nuovo risorgere, in cui l’uomo diventava la figura principale, uomo non più legato al “buio degli anni di mezzo”, ma uomo che prendeva cognizione della propria forza di ragionare e discernere.
In tutto ciò, parte di rilievo ebbero, come accennato, i caratteri mobili gutenberghiani, che permisero una più facile diffusione e moltiplicazione dei testi. E fra tutti, in Italia spicca Aldo Manuzio (1449-1515), umanista, filologo, stampatore, ammiratore di Poliziano (1454-1494), amico di Giovanni Pico della Mirandola (1463-1494) e di Erasmo da Rotterdam (1466 ca.-1536). Le edizioni aldine saranno maneggevoli, tascabili, facili da leggere, saranno famose in tutta Europa.
Marsilio Ficino (1433-1499), nel 1492, scrivendo all’astronomo Paolo di Middelburg diceva:

Questo secolo d’oro ha riportato alla luce le arti liberali già quasi scomparse, la grammatica, la poesia l’oratoria, la pittura, la scultura, l’architettura, la musica […] ha recato a perfezione l’astronomia; in Firenze ha richiamato alla luce la sapienza platonica; in Germania sono stati trovati gli strumenti per stampare libri” (2).

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1. E. Garin, La cultura del Rinascimento, il Saggiatore, 2006, pag. 58.
2. in G. Armato, A. Miglietta, Dal codice al libro stampato, Lulu, 2009, pag. 93.

May 012011
 

Le Corti Rinascimentali furono – anche, ma non solo – luoghi di passioni, di amore, di odio, di intrighi, luoghi dove la centralità dell’essere umano prendeva forma e si palesava nei più disparati modi.
Di seguito un articolo di Daniela Nutini in cui si sofferma sull’amore fra Pietro Bembo (1470-1547) e Lucrezia Borgia (1480-1519).

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Pietro Bembo è a Ostellato, nel ducato estense, ospite del raffinato poeta e umanista Ercole Strozzi, pubblico funzionario della corte ferrarese, latinista. Il Bembo, veneziano, ha 32 anni, splendidi: di bell’aspetto, abile nel maneggio delle armi, nel cavalcare, preceduto da una fama di conoscitore dell’animo umano, di una eleganza e vivezza spirituali tutte sue, invitatissimo nelle Corti Rinascimentali dove era riconosciuto, senza contrasti, principe degli umanisti di Italia. È appena uscito da una sua storia d’amore con la gentildonna veneziana Maria Savorgnan che gli aveva ispirato lettere appassionate e ardite, ”Amatemi, amatemi, mille volte amatemi”, “Vi piaccia di amarmi un poco più che non fare”. L’amore del Bembo e di Maria era durato un anno, finendo senza reciprochi contrasti ed il delicato umanista si confida con l’amico Strozzi, una particolare simpatia lo lega in una complicità letteraria al cortigiano estense che adesso lo ospita e veglia sul suo soggiorno e che sta per offrirgli una inaspettata sorpresa d’amore. Lo Strozzi ha infatti libero accesso alle stanze della duchessa di Ferrara, a lei ha parlato del veneziano, il figlio di Bernardo Bembo, ambasciatore della serenissima e ha magnificato le doti dell’amico, accendendone la curiosità. E così, in un giorno di Ottobre, in quel rifugio meditativo di Ostellato, ecco presentarsi Lucrezia, la Duchessa di Ferrara, la Borgia. Lucrezia arriva con i suoi vent’anni, le sue vesti colorate, i suoi capelli biondi e leggeri, la sua esilità di pittura gotica, con le sue donzelle ridenti, i suoi musici, i suoi smeraldi, le sue perle. Arriva, ed il bel cavaliere è subito conquistato. Subito ne parla all’amico Strozzi, tesse le lodi di Lucrezia, ne è ammaliato. Ed anche Lucrezia risponde fervorosa a questo amore, lei che “non è superstiziosa di nulla“ come afferma il Bembo, lei che scrive di suo pugno l’indirizzo dell’amato in una lettera cancelleresca, lei che gli manda bigliettini spagnoli e trascrive per lui una cobla di Lopez de Esuniga: ”Yo pienso si me muriese… que todo el mundo quedase sin amar”.
Lucrezia è alla sua seconda stagione di amore. La prima, con il dolce marito aragonese, fu troncata brutalmente dall’omicidio compiuto dal fratello Cesare che assassinò il giovane cognato in un intrigo fatto di torbidi desideri e accuse politiche. Ed ora si abbandona tutta a questo nuovo sentimento, pur con la cautela che le convenienze impongono. Il Bembo le fa dono di una bella sfera di cristallo, accompagnata da un sonetto in lingua italiana, va e viene da Venezia e Ferrara, partecipa alle feste dell’inverno ducale, conversa con Ercole Strozzi su questioni di lingua latina e italiana, guida le letture delle duchessa, è, come sempre, ornamento di quella corte fastosa, amatissimo dal vecchio Duca Ercole. Si intrecciano così giorni su giorni e continua la vicenda d’amore. A fine Giugno Lucrezia fa coniare una medaglia su cui era incisa una fiamma e l’umanista veneziano conia il motto latino da incidere come divisa: “Est animum”, consuma l’anima. Per ringraziarlo la duchessa gli fece avere una sua ciocca di capelli, quella che ancora oggi si ammira nella biblioteca di Milano da cui Byron si vantò di averne sottratti alcuni fili dorati. Il Bembo è ancora a Ferrara e alla sua partenza le fa giungere una lettera, “Io parto, o dolcissima vita mia”, lettera che come le altre sono arrivate per lunghi giri allo Strozzi che fa da intermediario.
Ma si addensano nubi: Alfonso d’Este, il marito di Lucrezia comincia a sospettare qualcosa dell’intrigo amoroso. Alfonso non ha mai amato Ercole Strozzi, si occupa di lettere quel tanto che basta ad un principe del rinascimento e non ha quindi una particolare predilezione per gli umanisti di cui si circonda il vecchio Duca. Poi ecco, ad un tratto muore il Papa, Alessandro VI, il padre di Lucrezia. Lei ne è schiantata, annientata, assiste anche alla rovina della sua casata, non può essere consolata da nessuno. Pietro Bembo lo sa, lo intuisce. Sa che questo amore è alla fine, che gli ardenti giorni di Ostellato sono lontani. Ora le parole sono di rimpianto, di dolcezze. A lei la dedica degli Asolani, la sua più compiuta fatica, ragionamenti e versi d’amore. Morirà poi anche il vecchio Duca Ercole e Lucrezia sarà realmente al potere al fianco di Alfonso, più prigioniera ancora in questa sua dignità. Alfonso osteggia il Bembo come e dove può, non lo invita, gli fa capire di non essere più gradito. I due amanti sanno che tra poco non sarà più nemmeno concesso loro di vedersi, dopo il loro ultimo incontro nel viaggio che il Bembo compie a Roma, a capo di una ambasceria veneziana.
Non si vedranno in effetti mai più. Ed anche le loro lettere cesseranno. Pietro Bembo fu alla corte di Urbino e poi a Roma, segretario in fluentissimo di Leone X e infine cardinale, e quale magnifico cardinale, potentissimo, ed ammirato da tutte le corti. Anche da quella corte di Ferrara ove ora Alfonso gli mandava a dire che venisse il tempo che voleva. Anche Lucrezia scriveva e ripeteva le offerte del marito ma entrambi lo capivano che non si sarebbero mai più rivisti. Ai perfetti amanti di una volta doveva parere insoffribile il pensiero di rincontrarsi non più raggianti della tenerezza amorosa della gioventù. Lucrezia muore, ancora giovane, con l’abito di terziaria francescana. Pietro Bembo continuò la sua ascesa politica e letteraria in quella Roma, fastosa e sfavillante, ebbe altri amori, ebbe dei figli, assurse alla gloria, ma rileggendo la dedica dei suoi Asolani si sarà rammentato “la bella treccia simile ad oro” e “le ciglia d’ebano”, e “le morbide guance”, e “l’agile piede che si abbandonava al ritmo della danza”, come ebbe a scrivere molti anni addietro, affascinato e ammaliato dalla “sua Duchessa”, Lucrezia Borgia, Signora di Ferrara.

(Daniela Nutini)

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Apr 252011
 

Il Rinascimento italiano ebbe ripercussioni su quasi tutta Europa. Cultura, arte, moda, architettura, danza, equitazione, musica, scrittura, modus vivendi, e via dicendo, furono al centro dell’attenzione non solo delle corti oltralpi, ma anche della nascente borghesia e del popolo che entrava in contato con quelle idee grazie inoltre alla diffusione della stampa tramite i caratteri mobili gutenberghiani. L’Italia era da alcuni considerata come modello di vita: William Thomas, gallese, affermava nel 1549 che “la nazione Italia sembra incomparabilmente più civilizzata di tutte le altre. Analogamente Beccadelli raccomandava a un amico di Ragusa (oggi Dubrovnik) di mandare il figlio «in Italia per affinarsi»”(1). Cosicché i costumi italiani furono seguiti in Inghilterra, verso la fine del regno di Elisabetta I, in Francia, ricordiamo Caterina de’ Medici sul trono, in Polonia, nella Germania frammentata, in Ungheria, al tempo di Mattia Corvino, etc. etc. Termini tecnici architettonici, musicali, militari entrarono nell’uso comune delle altre lingue, così come, per fare un esempio, l’uso della forchetta che veniva dall’Italia, diffusosi lentamente in Europa, o come il modo di tagliare la carne - ricordiamo la figura del trinciante - o comportarsi nella vita di tutti i giorni. Il libro di Baldassare Castiglione, Il cortegiano, venne ben presto tradotto in molti paesi. Seguiti erano perfino i bei giardini rinascimentali, quello di Boboli a Firenze, quelli degli Este a Tivoli, guide che servivano di spunto altrove.
Eppure, accanto all’attrazione c’è sempre una certa dose di rifiuto e, con il passare del tempo, si formò una schiera di italofobici, persone che vedevano con occhio critico lo sviluppo culturale, e non solo, del bel paese. L’umanista svedese Olaus Magnus era solito sottolineare la “mollezza” dei popoli meridionali; in Inghilterra era noto il detto “Inglese italianato, diavolo incarnato”, così come in Francia si diceva “dissimulare come un italiano”; Henri Estienne, tipografo calvinista, era contrario all’”italianizzazione della lingua francese”, per non dimenticare che si soleva dire “effeminato come un italiano”. Addirittura per taluni stranieri l’Italia era un Paese di veleni, o ancora, a detta dell’umanista tedesco Konrad Celtis, Nos italicus luxus corrupti, la lussuria italica ci sta corrompendo.
Insomma italofilia e italofobia sembravano, ed erano in effetti, due lati della stessa medaglia, di quella medaglia rinascimentale che, partita dall’Italia, attraverserà, influenzando, buona parte delle terre europee.

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1. in Peter Burke,Il Rinascimento Europeo, centri e periferie, Laterza, Roma-Bari, 1999, pag. 237.