Feb 232015
 

Anche se uno dei regni insorgerà contro di te
per consegnarti alla distruzione,
sempre ci sarà un altro dove troverai rifugio.”
(1)

Menasseh Ben Israel, ritratto da Rembrandt, 1636

Menasseh Ben Israel, ritratto da Rembrandt, 1636

Nella storia del nomade popolo ebreo (»»qua), grande importanza ha avuto, nel Seicento, l’Olanda, Amsterdam in particolare, vuoi come centro dei loro commerci vuoi come luogo in cui godevano di una certa tolleranza religiosa.

La maggior parte degli ebrei presenti in città proveniva dalle terre iberiche, Spagna e Portogallo, terre che li avevano visti allontanare con la “forza” a fine XV sec. (»»qua), dirigendosi – anche ma non solo – verso il nord Europa. I Paesi Bassi, che avevano proclamato la propria indipendenza nel 1581, sebbene solo nel 1648 riconosciuta, sarà una delle loro destinazioni. Amsterdam già nel 1609 aveva accolto i cosiddetti marranos, ebrei convertiti (»»qua), sebbene qualche decennio prima (1593) si abbiano notizie di una piccola comunità originaria del Portogallo (2).

Nell’epoca da noi considerata, autorizzati dagli Stati Generali delle Provincie Unite, questi potevano esercitare, più o memo indisturbati, il proprio culto e i propri traffici, distinguendosi alcuni nell’esercizio dell’industria della seta, mentre altri lavoravano con lo zucchero, monete, olio, tessuti, libri. Zucchero che arrivava dal Brasile attraverso la Compagnia Olandese delle Indie Occidentali, processato e venduto altresì all’estero. Una delle prime raffinerie fu quella dei fratelli Abraham e Isaac Pereira fondata ad Amsterdam nel 1665. Attiva fu peraltro la commercializzazione del tabacco, prodotto originario del Brasile e che veniva venduto a mezza Europa. Per il traffico dei diamanti e gemme preziose si dovette aspettare la metà del Settecento, controllando loro – per lo più ashkenaziti – il settore.

Dicevamo dei libri, e qua ci basta ricordare che vari furono gli stampatori di origine ebrea che diedero luce a migliaia di volumi, nelle più disparate lingue – olandese portoghese francese spagnolo italiano inglese ebreo -, destinate al mercato non solo locale, realtà che oramai aveva superato Venezia. Il rabbino Menasseh Ben Israel (1604-1657), uno di questi, e unico ebreo a partecipare addirittura alla fiera del libro di Francoforte nel 1634. Di lui Rembrandt, di cui era amico, ci lascerà diversi ritratti. Non dimentichiamo inoltre David de Castro Tartas che fra il 1672 e il 1702 pubblicherà un periodico, La Gazeta de Amsterdam, in lingua spagnola, contenente informazioni politiche, commerciali, marittime, e che sarà un mezzo per comunicare e informare pur oltre le frontiere patrie.

Gazeta de Amsterdam, 1672

Gazeta de Amsterdam, 1672

E sebbene molti fossero coloro che avevano intrapresero attività ben redditizie – ricordiamo che erano finanche azionisti delle due compagnie, Occidentale e Orientale, oltre che della Borsa di Amsterdam -, ciò non significa tutti fossero agiati, ché la maggior parte degli ebrei erano piccoli commercianti, medici, artigiani, pescatori, sarti, orafi, argentieri, gente comune, tuttavia la loro importanza nelle attività giornaliere era di somma importanza e muoveva l’economia. Oltre al fatto che gli immigranti portavano con loro preziosi capitali da investire, di grande utilità in un Paese in pieno sviluppo.

Intorno al 1632 gli ebrei, prevalentemente sefarditi, erano circa 1.500 su una popolazione locale di 114.000 abitanti, pochi anni dopo, 1660, raggiungevano la somma di 4.000, stavolta contando quelli di provenienza polacca e tedesca, ashkenaziti (3). Infatti, durante la Guerra dei Trent’anni (1618-1648), Amsterdam accolse una gran quantità di questi provenienti dalle terre germaniche in guerra e in piena crisi economica, fuggendo dalla miseria e dalla distruzione, e dalla Polonia in lotta contro i russi e le ribellioni (1648-1649) dei cosacchi di Chmielnicki (1596-1657).

La loro vita quotidiana avveniva in libertà, nel senso, peraltro, che il quartiere in cui vivevano non era un ghetto, non c’erano né mura né porte d’entrata, così come nessuno era obbligato a portare determinati distintivi sugli abiti. Vicino la casa del pittore Rembrandt (1606-1669) viveva Daniel Pinto, fondatore insieme a suo fratello Abraham, della comunità portoghese di Amsterdam, all’altro lato abitava Salvador Rodrígues, un mercante, mentre a pochi passi c’era Isaac Montalto, figlio di quell’Elias Montalto medico di Maria de’ Medici alla corte francese.

Il porto di Vlooyenburg, quello che oggi si chiama Waterlooplein, fu il cuore del mondo ebreo. Un agglomerato di case negozi attività che permetteva all’Olanda di quel Seicento esser considerata ambita meta.

Johann Leusden, Dolci ai bambini nella festa del Simchat Torah, 1657

Johann Leusden, Dolci ai bambini nella festa del Simchat Torah, 1657

Nel 1615 avevano poi ottenuto autorizzazione a costruire la prima Sinagoga, che anni dopo si convertirà addirittura in meta turistica: nel 1639 sarà visitata dalla regina madre di Francia Maria de’ Medici (4). Conclusa nel 1675, sarà la più grande del continente.

La prosperità dei nostri vicini Olandesi evidenzia che la diversità religiosa dei nostri fratelli non è un ostacolo, viceversa vivono in pace gli uni con gli altri… sufficientemente uniti nella difesa delle loro libertà comuni e nella lotta contro i comuni nemici” (5),

scriverà nel 1650 William Walwyn (1600-1681) durante il suo esilio in Olanda.

Ciò non significa tutto essere color rosa. Per molti anni non poterono tuttavia partecipare alle cariche pubbliche o alle elezioni municipali, eppure il governo era pronto a proteggere i propri membri ebrei qualora si trovassero all’estero, almeno dal 1657 in poi, anzi, il direttore della Compagnia delle Indie Occidentali, in una lettera al governatore della futura New York, Peter Stuyvesant (1612-1672), poco propenso ad accettare una comunità ebraica nella Nuova Olanda, suggeriva:

Bisogna accogliere gli ebrei nella Nuova Amsterdam, anche in considerazione dei grandi capitali che hanno investito nella Compagnia.” (6)

In un periodo di tempo relativamente breve, la comunità ebraica fiorì oltre misura, economia, scienza, cultura in generale (il filosofo Baruch Spinoza fra i tanti) furono settori in cui eccelsero.

*****
– 1. Samuel Usque, Consolação às Tribulações de Israel, Ferrara, 1552.
– 2. Werner Keller, Historia del pueblo judio, ed. Omega, Barcellona, 1994, pag. 394.
– 3. Jacques Attali, Los judios, el mundo, y el dinero, ed. Fondo de cultura economica de Argentina, Buenos Aires, 2005, pag. 259, 260.
– 4. Jacques Attali, Los judios, el mundo, y el dinero, op. cit., pag. 308.
– 5. Howard Morley Sachar, Adios España, Thassália ed., Barcellona, 1995, pag. 308.
– 6. in Werner Keller, Historia del pueblo judio, op. cit., pag. 398.

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Jan 202012
 

Il 20 gennaio 1554 nasceva a Lisbona il Desiderato, re del Portogallo come Sebastiano I (1554-1578), da Giovanni Manuele d’Avíz (1537-1554) e da Giovanna d’Asburgo (1537-1573). Il padre morì qualche giorno prima della sua nascita, mentre la madre lo abbandonò ben presto, ritirandosi in un convento.
L’infanzia non fu certo facile, re ad appena 3 anni, dopo la morte del nonno Giovanni III (1502-1557). Ancor piccolo per dirigere le sorti di un impero in piena espansione coloniale, la reggenza passò prima alla nonna Caterina d’Asburgo (1507-1578), sorella di Carlo V, e poi al cardinal Enrico del Portogallo (1512-1580), futuro re alla morte di Sebastiano I.


Fragile di salute, poco propenso verso le donne e il matrimonio, educato al culto dell’eroismo militare, dedicava lunghi periodi alla caccia e alla preghiera. Crebbe sotto l’insegnamento dei gesuiti che lo condizionarono non poco, a tal punto da voler intraprendere una crociata contro i turchi che dilagavano per l’Europa orientale e l’Africa del nord, minacciando i commerci e la cristianità in generale. Nella sua mente vagava sempre l’idea di lottare contro coloro che minacciavano la fede, chiunque essi fossero.
E in effetti, contro il volere dello zio Filippo II di Spagna che lo induceva alla prudenza, alla testa di un esercito formato per lo più da mercenari stranieri, si mise in marcia verso la città di Fez in Marocco, ma nella battaglia di Alcazarquivir fu sconfitto pesantemente, trovando la morte insieme alla maggior parte dei suoi uomini. Era il 4 agosto 1578, battaglia in cui persero la vita altri due sovrani, due sultani che si disputavano il trono in Marocco, Muley al-Mutawakil, alleato di Sebastiano I, e Abd el-Malik.

La battaglia di Alcazarquivir, 1578

Una parte dei pochi sopravvissuti si diresse verso la cittadina di Arcila in cerca di rifugio, che per indurre gli abitanti ad aprire le porte finsero aver con loro anche il re. Ne nacque una leggenda che si propagò rapidamente per tutto il regno, una leggenda che diceva il re essere vivo e ritornato in Portogallo a riscattare il suo popolo nelle ore più difficili. Sorse così il Sebastianesimo.
La morte del regnante portoghese lasciò un paese in piena crisi, in bancarotta e senza successori. Fu il cardinal Enrico a prendere le redini del potere, solo per pochi anni, fino al 1580, anno della sua morte, dopodiché Filippo II inviò il duca d’Alba ad annettere il territorio alla corona spagnola.

*****

Piccola bibliografia sul Portogallo:
– José H. Saraiva, Storia del Portogallo, Bruno Mondadori, 2007
– Giuseppe Marcocci, L’invenzione di un impero. Politica e cultura nel mondo portoghese (1450-1600), Carocci, 2011
– Elia Boccara, In fuga dall’Inquisizione. Ebrei portoghesi a Tunisi: due famiglie, quattro secoli di storia, Giuntina, 2011

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Nov 232011
 

“Quanto alle vicende di Spagna,
i poveri sono sempre stati bene accolti nella nostra casa
e gli esuli trovavano rifugio sotto il nostro tetto.
Ebrei spagnoli, ospiti distinti e graditi,
passavano di continuo tra noi…
e mi raccontavano tutta la terribile storia dell’espulsione…”
(Eliya Capsali il Cretese, Seder ‘Eliyahu Zuta)

Marranos, Moshe Maimon, 1893

A volte rifletto che la storia economica dell’Europa nell’età moderna – epoca da noi investigata in questo blog – è, anche ma non solo, legata agli ebrei e ai loro flussi migratori, flussi, spesso e volentieri, indotti da volontà e forze esterne. I loro prestiti, i loro commerci, i loro interessi finanziari erano tali da poter far pendere il piatto della bilancia vuoi da una parte vuoi dall’altra: l’unione era un punto di forza. Gli imprenditori ebrei avevano un ruolo importante nei traffici del Mediterraneo, negli scambi commerciali con l’Oriente, così come nelle elezioni di certi imperatori – vedi Sacro Romano impero. Pepe, spezie, gioielli, stoffe, denaro, lettere di cambio, crediti, e via dicendo, furono gli articoli maggiormente negoziati, articoli che entravano e uscivano da determinate città o porti che agevolavano il loro commercio e permettevano sviluppare, più o meno liberamente, le loro attività; ricordiamo, in Italia, Ancona, Livorno, Pisa, Pesaro…

Bautizo de judíos conversos

Sappiamo bene che l’editto di espulsione dalla Spagna del 1492, promulgato dai re cattolici, indusse gli ebrei a rifugiarsi sia verso il Portogallo che verso le terre del nord Europa, una migrazione temporanea, giacché proprio il Portogallo, qualche anno dopo, il 19 marzo 1497, costrinse loro battezzarsi la domenica successiva, almeno tutti coloro compresi fra i quattro e i quarant’anni. Ordine che causò scompiglio, panico, decisioni affrettate, oltre che umiliazione. Eppure, nonostante la conversione di alcuni alla fede cristiana, la vita in quelle terre non fu certo facile, accusati di professare segretamente la loro religione e sempre presi di mira o incolpati.

Vi furono città che, vedendo possibilità di sviluppo economico, incoraggiarono con leggi speciali accogliere comunità sefardite, provenienti dalla Spagna e dal Portogallo, città come, per fare un solo esempio, Venezia e Ferrara. Ma non sempre, giacché anche queste, a un certo punto della storia, sono costrette a rivedere le proprie decisioni: Venezia, nel 1550, decreterà la loro espulsione. E Ferrara ne accoglierà un buon numero, grazie alla protezione degli Estensi – in modo particolare Alfonso I (1476-1534) ed Ercole II (1508-1559) -, Ferrara, città in cui si sviluppò durante il XVI sec. un pacifico scambio culturale, religioso, fra sacerdoti cattolici e rabbini. Fra i grandi che vissero per qualche anno nella città emiliana, ricordiamo l’umanista Abraham ben Mordekai Farissol (1451-1525) e il medico Amato Lusitano (1511-1568), docente di botanica e anatomia. Poi, sul finire del ‘500, il clima cambierà e numerosi furono costretti a partire, taluni anche verso la lontana Turchia, pronta a ospitarli.

Lettura della Torah in una sinagoga sefardita, Haggadah Barcellona, miniatura XIV sec.

Lettura della Torah in una sinagoga sefardita, Haggadah Barcellona, miniatura XIV sec.

I marrani, gli ebrei battezzati, non avevano dunque un’esistenza pacifica: visti dalla parte cristiana erano sempre ebrei, visti dalla parte ebrea erano apostati, poco affidabili e poco credibili. Inoltre, loro stessi, gli stessi marrani, per continuare a mantenere relazioni con gli ebrei dovevano dimostrare essere, nella loro intimità, ancora ebrei, per non parlare degli squilibri, della sofferenza che portava l’esser stati obbligati a convertirsi. Una dualità che condurrà peraltro a problemi psicologici e a traumi esistenziali. Costretti com’erano a vivere in zone limitrofe alla città o in ghetti – ricordiamo quello di San Girolamo a Venezia voluto con un provvedimento del 1516 -, a girare con copricapo o con simboli che li identificavano, queste persone erano di solito considerate sospette e tenute sotto sorveglianza. Infatti, la bolla di papa Paolo IV (1476-1559), Cum nimis absurdum, ordinava loro, fra le altre cose, indossare segni di riconoscimento.

Coloro che abbracciarono il cristianesimo, lo fecero di malavoglia, cercando di perpetuare le loro tradizioni, come sempre, in forma orale, sostituendo i libri ebraici con la Bibbia, professando solo esternamente la nuova fede. Le donne, e gli anziani, svolsero un ruolo decisivo nella trasmissione delle tradizioni orali, poiché quando un ragazzo diventava adolescente, in grado cioè di mantenere un segreto, quello della loro vera fede, veniva iniziato nella sua vera credenza giudaica. Tradizione, oralità, credenza, memoria, elementi tipici di un popolo costretto a sfuggire alle persecuzioni. Da qui, l’importanza della parola ebraica Zakhar, ovvero ricordare, è tale che nella Bibbia è ripetuta nelle varie declinazioni ben 169 volte.

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Sep 292011
 

Colombo e le Nuove Terre

Che cosa era andato a domandare Colombo al sovrano del Portogallo? Che risposta aveva ricevuto? E dai re cattolici? Che cosa avrebbe scritto al suo ritorno in Spagna? Che cosa scoprivano in quei decenni Vasco da Gama e Bartolomeo Diaz?

In questo ebook un capitolo dedicato al nostro genovese che nel 1492 intraprese un viaggio che lo avrebbe portato a esplorare le coste del centro-sud America, modificando, fra l’altro, i rapporti economici europei.

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Jul 292011
 

Sappiamo che gli scambi di mercanzie sono oggi uno dei fattori di sviluppo economico, e non di meno lo erano nei secoli passati. E quando un paese entrava in guerra con un altro, generalmente, le attività commerciali diminuivano e spesso si bloccavano, un modo – anche ma non solo – per costringere il nemico a trattare.

Parte orientale dell’impero portoghese

Durante il XVI secolo erano stati i portoghesi ad avere una posizione privilegiata nella distribuzione delle spezie in Europa, lottando con i veneziani che godevano di una ubicazione avvantaggiata territorialmente e di abili mercanti. Ai principi del Seicento gli olandesi, che iniziavano a vivere la loro epoca d’oro, erano, poco a poco, penetrati nelle zone asiatiche, togliendo al Portogallo sia il controllo della produzione delle spezie, sia la vendita in Europa. La efficiente attività e l’intraprendenza imprenditoriale olandese aveva fatto sì questi avessero in mano buona parte del mercato europeo delle spezie, determinando, per quanto possibile, i prezzi. Una certa importanza aveva avuto la Compagnia Olandese delle Indie Orientali, fondata nel 1602.

“[… ] Amsterdam poteva dichiarare in un messaggio agli stati generali che la Repubblica, per mole di scambi e numero di navi, superava di gran lunga Inghilterra e Francia.” (1)

Prezzo delle spezie in Spagna fra il 1601 e il 1700

Nel 1621 gli spagnoli entrarono in guerra con le Province Unite, fermando immediatamente le importazioni dei prodotti che venivano da quei paesi, in tal modo la Spagna si trovò a corto di pepe, cannella, chiodi di garofani, e via dicendo. Ma non solo, quelle poche libbre che riuscivano a entrare o esistevano già nei depositi dei commercianti ebbero un’impennata di prezzo notevole. Da considerare altresì che la città portoghese (2) di Goa, in India, fu in stato di assedio olandese a partire dal 1636 e per nove anni, motivo per cui arrivavano in Europa ben pochi carichi, a tal punto che nella Borsa di Amsterdam il prezzo del pepe salì da 60 fiorini le 100 libbre a 175. In più: il 1640 segnò anche l’uscita del Portogallo dalla corona spagnola, paralizzando i traffici fra i due paesi iberici e incidendo nei prezzi delle spezie, si pensi che fra il 1641 e il 1650 quasi si duplicarono. Nel 1662 Filippo IV (1605-1665) decise, oltre a sospendere i pagamenti, bloccare economicamente il Portogallo, quindi le merci da lì provenienti, le ripercussioni dei paesi europei furono immediate, opponendosi con risoluzione alle disposizioni del sovrano spagnolo. Il re fu pertanto costretto l’anno seguente a revocare l’ordine, vista la situazione che si era venuta a creare.

Finanche le guerre anglo-olandesi e franco-olandesi ebbero ripercussioni negative dirette e indirette nei traffici con la Spagna, e nella distribuzione delle spezie, infatti vari porti dei paesi in lotta erano controllati dagli avversari e non si permetteva il carico-scarico delle mercanzie. Per esempio, la via di Amburgo, in Germania, fu durante un buon periodo ostacolata, avendo negato gli inglesi il passaggio delle navi.

Poi, nel 1663, Amsterdam fu colpita dalla peste, il cui culmine fu l’anno seguente, cosicché le navi procedenti dalla città non potevano entrare per legge nei porti spagnoli, addirittura a Malaga si ordinò cannoneggiarli (3).

I prezzi delle spezie continuavano a oscillare, legati, com’erano, agli andamenti politici degli stati. Quando la monarchia spagnola intervenne nel 1673 nella guerra franco-olandese del 1672-1678, appoggiando i secondi, cannella e chiodi di garofano furono i prodotti più colpiti, aumentando il loro prezzo di vendita. Pur in questa situazione, bisogna tener conto che talvolta le merci, dovendo saltare ostacoli di origine diplomatica, facevano dei percorsi insoliti e più lunghi: si registra, per esempio, un carico di cannella che, imbarcata da Isaac Brainer per la società Kies e Jäger nella città di Amsterdam, passa da Genova per infine entrare a Barcellona (4). In tutto ciò, non sottovalutiamo l’interesse dei commercianti olandesi a controllare il mercato spagnolo delle spezie, un mercato ricco che permetteva lauti guadagni, guadagni che potevano essere impiegati per diversificare gli investimenti o per ripartire i pericoli in più attività.

Cadice e zone limitrofe ricevevano fra il 40 e il 50% delle spezie provenienti dalle Province Unite, mentre nei porti del Cantabrico il 35-40%, poca cosa in quelli del Mediterraneo, fra cui Alicante, per seguire con Malaga e Barcellona. Cadice era inoltre il porto da cui salpavano le navi dirette vuoi nei paesi del mediterraneo, vuoi verso le coste atlantiche, così come Bilbao deteneva 80% delle esportazioni, città con un buon porto e ben comunicata anche via fluviale.

*****
– 1. Johan Huzinga, La civiltà olandese del Seicento, Einaudi, Torino, 2008, pag. 16.
– 2. Si ricorda che il Portogallo fu in mano spagnola dal 1580 al 1640.
– 3. Quintana Toret, F. J., La crisis del comercio malagueño en la transición del siglo XVII al XVIII (1678-1714), Baetica, 7, 1984, p. 286.
– 4. Archivo General de Simancas, Guerra Antigua, leg. 3572. Registros del año 1674.
– La tabella è tratta da: Juan A. Sánchez Bélen, El comercio Holandés de las especias en España en la segunda mitad del siglo XVII, in Hispania, n. 236, vol. LXX, 2010, p. 637.

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Apr 222011
 

Espulsione dei moriscos da Alicante, 1609

Se pensiamo che il problema dei profughi, degli emigranti, sia solo attuale, certamente siamo in errore, giacché anche nel periodo preso in considerazione in questo blog – Età moderna – era significativo e destava non poche preoccupazioni ai governanti. Accanto alle migrazioni interne, migrazioni dai villaggi, causate dalla ricerca di una migliore occupazione, dallo sfuggire alla miseria, dalla necessità di trovare un coniuge, si aggiungeva un considerevole movimento di popolazione che, per varie cause, lasciava il proprio paese.

In Spagna, per esempio, dopo la rivolta del 1569 e vari tentativi di cristianizzazione, la cacciata dei moriscos fu un momento che segnò un’epoca. L’esodo, in seguito alla decisione di espulsione del 1609, di circa 300.000 persone provocò un certo disequilibrio nei commerci, nella struttura sociale, si pensi solo che dalla regione valenciana partì più o meno un terzo della popolazione. Alcuni si rifugiarono in Nord Africa, alcuni a Istanbul, altri in Francia, altri, in numero variabile ma inferiore, in vari stati europei. Per non dimenticare che in tutto il XVI secolo salparono dalla Spagna intorno a 250.000 fra uomini e donne diretti verso le Nuove Terre.

Così come dalle isole inglesi si allontanarono fra il 1620 e il 1640, stabilendosi nel Nord America e nelle Indie occidentali, circa 80.000 persone. E alla volta dei Paesi Baltici, gioco forza l’egemonia inglese, si spinsero molti scozzesi, mentre gli irlandesi si dirigevano verso i paesi cattolici.

Dal Portogallo, si stima – ricordo che le indicazioni statistiche sono approssimative, in considerazione del fatto che, con le dovute eccezioni, non si possiedono precisi dati – emigrarono dalla seconda metà del Cinquecento sia verso il Brasile sia verso le nuove terre atlantiche circa 3.000 uomini l’anno, oltre a circa 2.400 che andavano distribuendosi, già dai primi decenni del XVI sec., lungo le coste dell’India: quantità non poca giudicando il milione di abitanti che viveva in Portogallo.

Ma non solo, anche i pellegrinaggi furono causa di importanti spostamenti. A Roma, si dice, giunsero per l’Anno santo del 1575 quattrocentomila visitatori, in una città di quasi 100.000 abitanti, cifra che salì a oltre cinquecentomila nel 1600. La religione, dunque, influiva sia positivamente che negativamente nelle grandi emigrazioni. I protestanti si allontanarono dai paesi cattolici in cui risiedevano, e viceversa. In Francia, la feroce repressione della notte di San Bartolomeo, 1572, fu il culmine del problema, un problema di intolleranza religiosa che già fra il 1540 e il 1550 aveva causato vari flussi migratori. Alcuni autori calcolano che si rifugiarono in Svizzera fra il 1549 e il 1587 circa 12.000 francesi, sfuggiti alle persecuzioni, mentre altri si imbarcarono in direzione dell’America. E sempre in Francia, la revoca (1685) dell’Editto di Nantes – stipulato da Enrico IV nel 1598, che assicurava una certa tolleranza religiosa verso gli ugonotti – da parte di Luigi XIV, fu causa di ulteriori emigrazioni: fra il 1680 e il 1720 espatriarono circa 200.000 persone, la maggior parte verso le Province Unite, alcuni in Inghilterra, altri nei paesi riformati.

In questo brevissimo quadro bisogna includere la feroce Guerra dei Trent’anni (1618-1648), che, oltre a causare morti, feriti, crisi, depressioni, malattie e via dicendo, indusse, specialmente dopo la battaglia della Montagna Bianca del 1620 e quindi della fine dell’indipendenza ceca, una buona quantità di nobili che appoggiarono l’elettore palatino Federico V (1596-1632) a emigrare. A fine conflitto, si conteggia che la popolazione della Boemia si ridusse del 45% e quella della Moravia del 25%, cifre davvero considerevoli.

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Nota: i dati statistici sono presi da Henry Kamen, L’Europa dal 1500 al 1700, Laterza, Bari-Roma, 2000, pag. 205 e segg.

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Mar 062011
 

Di seguito un cenno sui tre sovrani che regnarono sull’impero portoghese durante il ‘700.

Giovanni V del Portogallo

Giovanni V del Portogallo (1689-1750) tentò, a modo di Luigi XIV, accentrare il potere nelle sue mani, grazie anche agl’ingenti introiti che davano le miniere d’oro e d’argento in Brasile. Amante delle arti e delle lettere, si circondò di poeti e artisti con i quali s’intratteneva nelle ore libere; fece costruire, prendendo d’esempio Versailles, il Palazzo Reale di Mafra. Si sforzò di creare nuove industrie manifatturiere e svegliare ulteriormente i commerci, per mezzo delle ricchezze brasiliane. Nel 1708 sposò la cugina Maria Anna d’Austria (1683-1754), figlia di Leopoldo I, con la quale ebbe sei figli, fra cui Giuseppe, futuro sovrano.

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Giuseppe I del Portogallo

Giuseppe I del Portogallo (1714-1777) affidò la direzione del regno a tre ministri, fra i quali il marchese di Pombal che si rivelò energico, capace, duro e grande lavoratore, adoperandosi per concentrare ancor più il potere nelle mani del sovrano. Giuseppe I fu un appassionato di musica. Si sposò nel 1729 con Marianna Vittoria di Borbone (1718-1781), figlia di Filippo V di Spagna, da cui nacquero quattro figlie. La regina prese le veci di Giuseppe I quando questi nel 1774 venne dichiarato pazzo e quindi inabile a governare.

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Maria I del Portogallo e Pietro III del Portogallo

Maria I del Portogallo (1734-1816), fervente cattolica, una delle prime azioni che compì, salita al trono, fu quella di allontanare il marchese di Pombal, che aveva espulso dal paese i gesuiti. Si sposò con il fratello minore del padre, Pietro III (1717-1786), ovvero con l’ultimo figlio di Giovanni V, e insieme governarono. Quando fu costretta, per la pessima salute mentale, ad abbandonare il trono, il suo posto venne preso dal figlio Giovanni VI.

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Mar 032011
 

Il Marchese di Pombal

Nell’Europa del Settecento, il marchese di Pombal riveste la figura dell’assolutismo illuminato portoghese, di una persona che, tentando di accentrare il potere nelle mani del sovrano, spingeva a un ammodernamento dello stato.

In quel periodo, le condizioni del paese iberico non erano certo brillanti, guidato da una classe dirigente poco aperta all’evoluzione del tempo. L’oro e l’argento che arrivavano dalle colonie americane iniziava a scarseggiare, fino a quasi finire intorno il 1760; l’agricoltura era in condizioni arretrate senza una forza espansiva e competitiva; l’attività manifatturiera quasi del tutto inesistente; la Chiesa, con il suo ramo inquisitivo, era potente e temuta; la nobiltà chiusa in se stessa; eppure Lisbona era un grande centro commerciale dell’epoca, un centro in cui si incontravano merci dell’oriente e dell’occidente. Poi venne il disastroso terremoto e maremoto di Lisbona del 1755, mettendo in ginocchio un Portogallo poco dinamico. A questa situazione Sebastião José de Carvalho e Mello (1699-1782), conte di Oeiras, e poi marchese di Pombal dal 1770, cercò di mettere un freno, dominando la vita del paese iberico dal 1750 al 1777, e iniziò proprio nel condurre e accelerare la ricostruzione della capitale dopo lo sfortunato evento del ’55.

Giuseppe I del Portogallo

Giuseppe I del Portogallo

Il marchese spesso adoperò metodi sbrigativi, quali la forza, per tentare di sollevare le sorti del paese. Nell’ambito culturale, furono messi al bando testi di Voltaire, Montesquieu, Rousseau, ma anche di intellettuali portoghesi come Luís Antonio Verney e tanti altri, fu modernizzata l’università di Coimbra. Riorganizzò esercito e marina, riformò il sistema fiscale, abolì lo schiavismo dei nativi delle colonie. Ma ciò che premeva maggiormente Pombal era mettere fuori legge la Compagnia di Gesù. Il loro potere si faceva, e si era già fatto, sempre più forte e presente ai massimi livelli dello stato. La scintilla fu un accordo fra Portogallo e Spagna, in cui i portoghesi si impegnavano ad abbandonare la zona dell’estuario del Rio de la Plata, mentre gli spagnoli cedevano parte del territorio paraguayano. A ciò, i guaranì, indigeni del luogo, dovevano abbandonare case e terre ed emigrare nella parte spagnola. Ma la loro reazione fu una guerriglia a entrambi gli invasori che durò anni, una rivolta che Pombal credeva essere appoggiata dai gesuiti. Nel 1757 il marchese allontanò le missioni dei gesuiti dall’impero portoghese, nello stesso tempo venne a sapere di un intrigo alle sue spalle da parte di questi e di un gruppo di nobili. L’occasione d’oro fu data nel 1758 da un mancato attentato al re Giuseppe I (1714-1777), che rientrava da una festa, un attentato forse eseguito da un marito geloso (1). A questo punto Pombal, influenzando una commissione d’inchiesta, fece condannare vari aristocratici e alcuni prelati di spicco. Il 3 settembre 1759 la Compagnia di Gesù fu espulsa dal Portogallo.

Le riforme che il marchese intraprese negli anni a seguire diedero pochi risultati tangibili, a parte, forse, la riforma dell’insegnamento che apriva le porte a quei gruppi di borghesi che desideravano rinnovare il paese (sempre seguendo le linee tracciate dal ministro). Lo sforzo avviato verso la produzione di lino, carta, cristallo, cappelli diede ben pochi effetti, solo la manifattura del cotone ebbe una certa crescita. L’Inquisizione passò in mano civile, le persecuzioni contro gli ebrei convertiti, i marranos, furono in un certo qual modo meno pressanti.

Alla morte di Giuseppe I, Pombal fu accusato di tirannia e peculato. Ben presto fu sottratto ai suoi incarichi e giudicato colpevole; i provvedimenti contro di lui furono però lievi. Morì all’età di 83 anni, nel 1782.

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1. L. Guerci, L’Europa del Settecento, UTET, Milano, 2006, pag. 563.

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Ult. inf.: Revista Camões n. 15-16, Enero-Junio de 2003.

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Feb 082011
 

Schiavi in Senegal, XVIII sec.

Argomento delicato e complesso, gli schiavi, “prodotto” di assalti, saccheggi, prodotto della pirateria e delle incursioni corsare lungo le coste del Mediterraneo.

E d’immediato ci vengono in mente gli schiavi turchi, termine con il quale le fonti indicano generalmente i musulmani, “turco” in contrapposizione a “cristiano”, quindi senza una ben precisa appartenenza etnica-politica-geografica.

L’Italia per la sua posizione strategica, oltre che per la molteplice suddivisione politica, ha avuto e ricevuto schiavi di diversa origine. Iniziamo dai mori, gente musulmana stanziata in Spagna ed espulsi durante la riconquista cattolica del XV secolo, gente che si rifugiava in linea di massima nel Maghreb, Tunisia in particolare.

Dalla stessa zona africana giungevano nelle nostre terre, vuoi tramite le incursioni cristiane, vuoi tramite i commerci, vuoi tramite le battaglie navali, prigionieri provenienti da zone interne, Ciad per esempio, e Tripoli potrebbe considerarsi un fiorente mercato del tempo (XV-XVI secolo) dal quale partivano carovane dirette verso l’Europa.

Un’altra testimonianza potrebbe indicarsi nella piccola isola di Tabarca, di fronte Tunisi, in mano ai genovesi (famiglia Comellini) dalla seconda metà del XVI secolo fino al 1741, isola ricevuta in cambio del corsaro Dragut fatto prigioniero da Giannettino Doria nel 1540, da dove salpavano navi cariche di merci, oltre che di schiavi, dirette sia verso le vicinissime terre africane sia verso l’Europa (1). 

Non bisogna poi dimenticare gli schiavi neri che, dalla metà del XV secolo e buona parte del XVI, i portoghesi avevano portato in Spagna e in Portogallo dalle loro scorribande lungo le coste africane atlantiche, Senegal e via dicendo, neri che, trasferiti principalmente a Tripoli, erano diretti verso la Sicilia.

Per esempio, intorno al 1516, la potente famiglia Fardella di Trapani, poteva contare su un centinaio di schiavi neri (2), mentre a Palermo, sempre agli inizi del Cinquecento, viene ricordato un mercante di schiavi col soprannome di lu nigreri (il negriero) (3) .

Anche in varie località pugliesi si ha notizia di negri, di piccoli gruppi isolati portati dai commercianti. Tutto ciò sembra indicare “una forza di frenesia, cioè quasi una smania degli schiavi, che attaccava la nobiltà e in generale le classi più agiate del Cinquecento” (4), in Sicilia.

Facciamo un salto temporale e avviciniamoci alla fine del XVII secolo. Essendo le nostre coste vicine ai Balcani, ecco che parte degli schiavi provenivano, in particolar modo dopo il fallito assedio di Vienna da parte dei turchi nel 1683, proprio da quei territori, sia portati da mercanti che approdavano a Brindisi, a Bari, o in Abruzzo, sia prigionieri di guerra. E c’erano anche donne e ragazzi destinati a “uso domestico”. Usualmente bosniaci, magiari, slavi, popoli che l’avanzata ottomana dei decenni precedenti aveva sottomesso. Non mancavano i greci, a volte al servizio turco, a volte schiavi anch’essi che remavano nelle navi.

Durante la conquista spagnola di città costiere africane, potevano inoltre essere catturati ebrei, e in buon numero. Il conte Pedro Navarro, che conquistò Tripoli (1510), mise all’asta diversi schiavi e fra questi vi erano ben 289 ebrei, condotti alla fine verso terre siciliane (5). Altri ebrei furono catturati a Tunisi dopo la caduta della città nelle mani di Carlo V nel 1535. Gli ebrei, a loro volta, potevano avere schiavi per conto loro, basti pensare alla comunità livornese che nel 1686 possedeva ben 95 schiavi (6).

Per terminare questo breve accenno, bisogna pur rilevare che la maggior parte degli schiavi presenti e commerciati in Italia erano di origine turca, della penisola anatolica, non di meno è da rilevare che le altre presenze qua considerate hanno avuto un certo ruolo nei commerci, nelle guerre, nelle dinamiche della storia moderna. Non dimentichiamo poi che alcuni di loro, convertiti al cristianesimo, e sposandosi spesso con persone del luogo, hanno dato vita a figli legittimi nel cui sangue scorreva il passato genetico.

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– 1. L. Scaraffia, Rinnegati. Per una storia dell’identità occidentale, Laterza, 1993, pp. 19-23.
– 2. S. Bono, Schiavi in Italia: Maghrebini, neri, schiavi, slavi, ebrei e altri (secc. XVI-XIX), in “Mediterranea”, anno VII, agosto 2010, pag. 235.
– 3. G. Bonaffini, Corsari schiavi siciliani nel Mediterraneo (Secoli XVIII-XIX), in “Cahiers de la Méditerranée”, n. 65/2002.
– 4. G. Marrone, La schiavitù nella società siciliana dell’età moderna, Caltanissetta-Roma, 1972, pp. 199-200.
– 5. N. Zeldes, Un tragico ritorno: schiavi ebrei in Sicilia dopo la conquista spagnola di Tripoli (1510), in “Nuove Effemeridi”, n. 54, 2001, pp. 47-55.
– 6. C. Piazza, Schiavitù e guerra dei Barbareschi. Orientamenti toscani di politica transmarina (1747-1768), Giuffrè ed., Milano, 1983, pag. 95.

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Dec 292010
 

Viaggio di Vasco da Gama per l’India

Con lo sviluppo e l’avanzare dell’impero turco, le rotte commerciali marittime fra Europa e India presero un diverso cammino. I portoghesi furono i primi a seguire il lungo percorso che passava da Capo di Buona Speranza, quando nel 1487 Bartolomeo Diaz (1450-1500) lo soprannominò Capo delle Tempeste, avendolo doppiato proprio in quell’anno. Circa dieci anni dopo, 1497, Vasco da Gama (1469-1524) allestì una nuova via per le Indie, dalla regione di Mombasa al porto di Calicut, raggiunto il 20 maggio 1498, attraversando direttamente l’oceano. Ricevuto dal sovrano hindu di Calicut, da Gama cominciò a istituire, dopo difficili accordi, una serie di magazzini per intraprendere scambi con la zona.

Parte orientale dell’impero portoghese

Tutto iniziò a cambiare nell’epoca di Pedro Alvarez Cabral (1467 ca.-1520 ca.), partito da Lisbona nel marzo del 1500 con ben tredici vascelli, a cambiare nel senso che, non accontentandosi dei soli vantaggi finanziari, i portoghesi desideravano anche le conquiste territoriali. E così fu. Molestando le navi delle altre nazioni che commerciavano con quei luoghi e volendo stabilire una certa egemonia, si infastidì lo Zamorin, il re di Calicut. A tal punto che i portoghesi, fra un intrigo di corte e un altro, si allearono con il rivale di quest’ultimo, il sovrano di Cochin.

Nel 1509 il re del Portogallo Manuele I (1469-1521) nominò Alfonso de Albuquerque (1453-1515) “governatore degli affari portoghesi in India”, che s’impadronì del ricco porto di Goa, nei territori del sultanato di Bajapur. La politica di Alfonso fu forte e decisa, spingendo i suoi soldati a sposarsi con le native del luogo, perseguendo musulmani e hindu che non si convertivano al cristianesimo, conquistando piazzeforti, assicurandosi un buon controllo navale sulle coste dell’India fino a buona parte dell’isola di Ceylon.

Ben presto le sorti si rovesciarono e, col tempo, la loro influenza marittima e commerciale iniziò un lento ma inesorabile declino, un declino dovuto alla disonestà dei metodi, alla loro talvolta brutale violenza, agli atti di pirateria che indisposero i vari sovrani indiani e le popolazioni, oltre al fatto che la scoperta del Brasile aveva attratto la loro attenzione. Non trascurando che le altre nazioni europee avanzavano anche loro una certa pretesa su quelle ricche terre.

Theodore de Bry, porto di Lisbona, 1593

Nel 1600 la regina d’Inghilterra Elisabetta I (1533-1603) accordava alla Compagnia Inglese delle Indie Orientali il monopolio del commercio nei mari dell’Est, poi due anni dopo l’Olanda concedeva alle Compagnia Olandese delle Indie Orientali l’esclusività di negoziare, fare guerra, trattare, commerciare. Poi ancora nel 1616 arrivavano i danesi, nel 1664 i francesi incoraggiati da Colbert, nel 1772 fu creata una Compagnia fiamminga dai mercanti di Ostenda, indi nel 1731 ecco la Svezia (1).

Risultato furono i vari conflitti, prima fra olandesi e inglesi, poi fra inglesi e francesi e così via.

Gli olandesi, che si interessavano principalmente delle spezie, sottrassero ai portoghesi, poco a poco, la loro preponderanza territoriale e commerciale. Nel 1605, l’isola di Ambon, nell’arcipelago delle Molucche, passò nelle loro mani, così come Jakarta nel 1619, stabilendosi sulla costa della Malesia intorno al 1641. Nel 1658 s’impossessarono della parte portoghese di Ceylon e di molte zone lungo la costa dello Gujarat, oltre a penetrare nell’interno del Paese. In pochi decenni gli olandesi erano riusciti a subentrare ai portoghesi, acquisendo il monopolio del commercio delle spezie e trafficando inoltre l’indaco, la seta, le fibre tessili, il riso e l’oppio della valle del Gange.

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1. Alain Daniélou, Storia dell’India, Ubaldini editore, Roma, 1992, pag. 258.

Jodocus Hondius, India Orientalis, 1625

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Piccola bibliografia:

José H. Saraiva, Storia del Portogallo, Mondadori Bruno, 2007.
Johan Huizinga, La civiltà olandese del Seicento, Einaudi, 2008.
Michelguglielmo Torri, Storia dell’India, Laterza, 2007.
Stanley Wolpert, Storia dell’India. Dalle origini della cultura dell’Indo alla storia di oggi, Bompiani, 2001.

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