Apr 052010
 

Il XVIII secolo fu punto di svolta nelle comunicazioni, secolo che vedrà la nascita, grazie alla Rivoluzione industriale, di nuovi modi e mezzi per trasportare, viaggiare.
Ma com’era prima? Analizziamo brevemente il periodo e affidiamoci ai quadri di Jan Brueghel (1568-1625), pittore olandese che dipingerà con dettagli e particolari la sua epoca. Strade con pozzanghere, cavalli infangati, stivali che affondano nella melma fino al ginocchio, carri trainati a fatica da buoi in vie di comunicazioni del tutto precarie, gente che si sposta e cammina a piedi. Viaggiare nel 1600 non era certamente facile, al punto tale che spesso si attraversavano campi arati e seminati per accorciare un tragitto lungo e tortuoso senza rendersi conto che magari il grano era già germogliato o si faceva danno al raccolto. Situazione che appesantiva lo scambio commerciale e non facilitava di sicuro l’economia. Solo le prime strade lastricate, le prime ferrovie, le navi a vapore inaugureranno la vera svolta tecnologica: mezzi che permetteranno ai mercati svilupparsi in un modo diverso, più rapido, su scala quasi mondiale.

Seguiamo però parlando dei dintorni del XVIII secolo, prima di quelle rivoluzioni.
Raccontava Pierre Lescalopier (1574) che per raggiungere Istanbul attraversando i Balcani era meglio camminare da mattina a sera e, al tramonto del sole, fermarsi in un caravanserraglio a riposare e passare la notte, evitando sia affaticare gli animali sia spiacevoli incontri notturni. Importanti dunque questi ricoveri, queste stazioni di posta che, in certi paesi e città, disponevano perfino di cambi di cavalli o affittarne addirittura qualcuno. “Ricchi e poveri [vi] albergano in mancanza di meglio; sono come grandi fienili, dove si riceve luce da feritoie, al posto delle finestre” (1). E la cosa resterà uguale anche nel secolo da noi preso in considerazione, quando intorno il 1693 un viaggiatore napoletano scriveva: “non sono altro […] che lunghe scuderie dove i cavalli occupano il mezzo, mentre i lati restano per i padroni” (2).
Strade poco comode, velocità limitata, pericoli costanti, alcune delle caratteristiche del tempo, eppure, malgrado tutto ciò, le grandi città erano più o meno rifornite con una certa costanza.

Anche l’acqua, con i suoi fiumi, i suoi canali, i suoi mari, sarà importante per sostenere un commercio che premeva le frontiere per universalizzarsi. Dove c’era acqua potevano esserci mercati, paesini e villaggi pronti a ricevere l’ospite o la mercanzia. La Senna, la Loira, il Reno, il Po, l’Adige, l’Ebro, il Danubio e via dicendo erano percorsi utilizzati ampiamente sin dall’antichità, erano vie di comunicazioni di rilievo, anche se talvolta più lente rispetto a quelle terrestri. Per non dimenticare il Mediterraneo e poi l’Atlantico, mari e oceani che invoglieranno il commercio e lo spostamento di popolazioni. Città come Venezia, Parigi, Siviglia, Toledo, Londra, saranno impensabili senza un fiume che li rifornirà di prodotti. Su piatti battelli che scenderanno l’Ebro da Tudela a Tortosa e poi fino al mare, si trasporteranno balle, polvere, granate, munizioni che si fabbricavano in Navarra: il tutto evitando il famoso Salto di Flix, dove le merci venivano scaricare e ricaricate poco più avanti.

I trasporti in generale avevano una grossa incidenza sul prezzo finale e, sebbene variasse da regione a regione e da città a città, si poteva calcolare fra un 10 e un 12%, con punte anche del 20%, con particolari eccezioni: “Nel Seicento bisogna <pagare da cento a duecento lire per far portare da Beaune a Parigi una queue di vino, che spesso non vale più di una quarantina di lire>” (3).
Il passare degli anni e dei secoli permetterà agevolare le comunicazioni: i cavalli si moltiplicheranno, i tiri saranno a sei, a otto, per favorire il trasporto di carri più pesanti; i cambi forniranno animali sempre freschi per evitare di fermarsi e farli riposare; le strade, poco a poco, saranno migliorate e rese più sicure. Non di meno saranno le vie fluviali dove il carbone farà la sua entrata favorendo una maggiore velocità. L’economia si preparerà lentamente per la vera Rivoluzione industriale.

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1. Voyage faict par moy Pierre Lescalopier, pubblicato parzialmente da E. Cléray, in “Revue d’histoire diplomatique”, 1921, pag. 28.
2. Gemelli Careri, Voyage di tour du monde, 1727, I, pag. 256.
3. Fernad Braudel, Civiltà materiale, economia e capitalismo, Le strutture del quotidiano (secoli XV-XVIII), Einaudi, 2009, pag. 393.

Mar 042010
 

Qualcuno dice che analizzando le opere di un pittore nella sua terra d’origine si scoprono sfumature e sottigliezze che generalmente sfuggono quando si estraggono dal loro contesto territoriale. Murillo ne è un esempio, artista che si comprende solo se si studiano colori, emozioni, sentimenti della Siviglia del XVII secolo, di quella Spagna fatta grande da Carlo V e Filippo II, di cui la città era importante centro commerciale che apriva il suo porto fluviale per l’entrata di mercanzie da tutto il mondo.
Proprio in questi giorni la città ospita nel museo delle Belle Arti un’esposizione dal titolo El joven Murillo, una quarantina di tele provenienti da varie collezioni e istituzioni, tele che vogliono raffigurare l’itinerario giovanile del famoso artista.
Cosicché, trovandomi in Spagna e propriamente a Siviglia qualche giorno fa, non perdetti l’occasione di girovagare per le sale del museo, un museo che vale la pena visitare con somma attenzione anche per le opere permanenti che alberga.

L’Hotel Petit Palace Canalejas si trova proprio a due passi dall’istituzione, un piccolo ma confortevole hotel nel pieno centro storico della città. Uscendo, girando a sinistra, e dopo un centinaio di metri svoltando a destra, ecco a breve distanza il museo, davanti un vecchio giardino pubblico che accoglie piante di Ficus magnolioides che potrebbero raccontare fatti e misfatti di oltre un secolo fa. Ebbene, quella mattina, anzi tarda mattinata, giacché mi piace visitare i musei quando tutti pranzano e c’è poca gente in giro, ebbi il piacere di assaporare un pittore che è tra i miei preferiti.
Entrata gratis, come quasi in tutti i musei spagnoli, e due sale ben ricolme di quadri mi aspettavano.

Bartolomé Esteban Murillo, sivigliano di nascita (1617-1682), fu allievo di Juan del Castillo, artista locale di buone doti pittoriche. Influenzato anche da Juan de Roelas, Francisco de Zurbarán, nonché dalle opere sivigliane dello stesso Velázquez, rivela la costante inquietudine per superarsi, per dare il meglio di sé stesso, sia nella ricerca dei colori che nella tecnica. Opere come La visión de San Antonio (1655) o la monumentale  Inmaculada (1653) chiamata anche La colosal, sono l’espressione di un cammino artistico iniziato con impegno e passione fin da apprendista, fin da quando legato alla tradizione naturalistica presente nella sua città. Il giovane artista è immediato, spontaneo, naturale, direi, forse, particolarmente sentimentale.
Una delle sue prime tele sembra essere stata La Virgen entregando el rosario a Santo Domingo (1638 ca.), opera di forte carica iconografica, in cui si evidenzia una certa influenza anche del manierismo italiano dell’epoca precedente. Aspetti della vita quotidiana possiamo osservare nel San Diego de Alcalá dando de comer a los pobres (1645), in cui contrasti cromatici comunicano un’immagine altamente reale della Siviglia a lui coeva, quando i conventi distribuivano alimenti fra i poveri. Per non dimenticare l’Inquisizione che Murillo raffigurerà nel San Salvador de Horta y el inquisidor de Aragón (1645), dove lo stesso inquisitore, incredulo dei miracoli del santo, andrà ad accertarsi personalmente della verità. Tutte tele, quelle dedicate alla religione, in cui risalta sempre la forte presenza umana dei personaggi.
In un’altra grande sala adeguatamente illuminata, toccanti i ritratti di due anziane, Vieja con gallina y cesta de huevos (1645 ca.) e Vieja hilandera (1650 ca.), così come El joven mendigo (1645-1648) e Dos muchachos comiendo melón y uva (1645-1648), manifestazioni di un artista alla ricerca della propria tecnica.

La mostra è davvero un piccolo gioiello, specialmente per coloro che amano i percorsi artistici, l’evoluzione di una tecnica, il cammino, spesso sofferto, della trasformazione dei colori. Murillo è uno che seppe dare al suo tempo un’impronta notevole, influenzando in modo particolare i futuri artisti, ma, nello stesso tempo, ricevendo da Siviglia stimolo e ispirazione che imprimerà nelle sue tele.

Esco dalle sale, faccio un salto nella piccola ma fornita biblioteca, compro un paio di libri e mi incammino per andare ad almorzar ne El Corte Ingles. Dopotutto sono già le tre del pomeriggio, il mio spirito è appagato, adesso tocca al corpo fisico.

Sevilla me encanta, siempre.

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Alcune belle foto di Siviglia: qua.

Feb 042010
 

Il tema della morte è sempre stato un argomento lungamente e largamente esaminato nella storiografia in generale, tema che ha attratto anche – molto meno oggi – la fantasia e il pennello degli artisti.
Ben sappiamo che la società continuava a dividersi, nel periodo da noi preso in considerazione, il primo Rinascimento, in categorie, e secondo l’appartenenza si avevano privilegi, favori e concessioni. Ne Lo specchio del Mondo di Caxton, del 1481, si legge per esempio:

“Quelli che lavorano dovrebbero fornire ai chierici e ai cavalieri il necessario per vivere nel mondo in modo dignitoso; i cavalieri dovrebbero difendere i chierici e i lavoratori affinché non sia fatto loro nessun torto; i chierici dovrebbero istruire e insegnare agli altri, indirizzarli nei loro lavori in modo tale che nessuno faccia qualcosa che debba dispiacere a Dio o per cui debba perdere la Sua grazia” .(1)

Divisione abbastanza semplificata, cavalieri che combattono, chierici che educano e pregano, contadini che lavorano: per l’epoca, un equilibrio e un’armonia da non sovvertire, conseguenza rivoluzioni, sangue, pene, dolori. Eppure c’era un qualcosa di naturale che li accomunava: la paura per la Morte.
Albrecht Kauw (1621-1681), riprendendo il ciclo di Danze macabre, Totentanz - in tedesco - (1515-1519), di Niklaus Manuel (1484 ca.-1530) che decoravano il cimitero dei frati domenicani a Berna, cimitero a sua volta distrutto nel 1660, ci ha lasciato una rappresentazione davvero grottesca, dove, in una serie di scene, raffigura la Morte che accomuna tutti i ceti sociali e, mano nella mano, li accompagna nell’aldilà.
Niklaus, da parte sua, si dilettava rappresentando la Chiesa con un papa, un cardinale, un patriarca, un vescovo, un abate, un canonico, un frate e un eremita, mentre fra la classe nobile annovera un imperatore, un re, un duca, un conte, un cavaliere, un membro dell’Ordine Teutonico. Poi seguivano i meno nobili: un professore, un medico, un giurista, un avvocato, un astrologo, un consigliere, un mercante, un magistrato, un balivo, un soldato, un contadino, un artigiano, un cuoco, un pittore. Le tre divisioni superbamente ritratte in una dimensione collettiva di un’esperienza a cui tutti sono iscritti.
Ma la Morte, ironicamente e cortesemente, sovvertiva l’ordine umano e interrompeva le attività di ognuno di loro, e senza mezzi termini, forse allegramente, si portava via un’imperatrice, una regina, una badessa, una monaca, una prostituta, oltre a una giovane, una moglie, una vedova, uno scapolo, un pazzo.
Nulla e nessuno sfuggiva, il suo potere era superiore a quello di re e imperatori, nessuna schiera di armati poteva fermarla, nessuna preghiera era tanto convincente da interrompere il suo cammino, ogni momento era valido per lasciare gli affari e la famiglia. Queste sarcastiche decorazioni, pertanto, dovevano ricordare al visitante che la Morte non perdona e che tutti sono in balia di un destino che temevano penoso e insidioso, ma che accettavano come parte della vita.
Il tempo si fermava, l’azione si bloccava, Lei era l’unica a danzare.

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1. John R. Hale, L’Europa nell’età del Rinascimento, 1480-1520, il Mulino, Bologna, 2003, pag. 186.

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P.s.: Un particolare ringraziamento al mio amico Robert Selinger per avermi fornito preziose informazioni tradotte dal tedesco.

Jan 052010
 

Com’erano i volti di certi personaggi, le loro sembianze, come vestivano, come si differenziavano dagli altri, come erano rappresentati? A parte le varie descrizioni che ne danno le lettere, le novelle, le cronache, e via dicendo, l’arte ci viene in appoggio, aiutandoci a scoprire particolari che spesso sfuggono alla parola scritta.

I Medici ebbero grande influenza non solo nella storia fiorentina, ma anche in quella italiana, cominciando da Giovanni Averardo, detto Bicci, de’ Medici (1360-1429), artefice della ricchezza familiare, fondatore del Banco Medici, seguendo con il figlio Cosimo il Vecchio (1389-1464), il quale seppe aumentare le fortune della famiglia e nello stesso tempo essere buon mecenate. Potremmo continuare con suo figlio Piero il Gottoso (1416-1469), che governò la città con una certa moderazione e diplomazia, e poi ancora Lorenzo (1449-1492), quel Magnifico anche poeta.
E l’arte ebbe il compito di esaltare la loro grandezza, le loro gesta.
Botticelli (1445-1510), incaricato da un banchiere fiorentino, Gaspare di Zanobi del Lama, dipinse una stupenda tela, Adorazione dei Magi, dove incornicia con dovizia di dettagli la famiglia de’ Medici. Siamo intorno al 1475, mondo politico e mondo finanziario sono rappresentati insieme.
A noi qua interessa memorizzare visivamente i volti di alcuni personaggi.

1. Lorenzo il Magnifico, sebbene per alcuni storici sia Giuliano de’ Medici.
2. Pico della Mirandola.
3. Angelo Poliziano.
4. Cosimo il Vecchio.
5. Piero il Gottoso, figlio di Cosimo.
6. Giovanni de’ Medici, fratello di Piero il Gottoso.
7. Giuliano, fratello di Lorenzo de’ Medici.
8. Gaspare del Lama, committente della tela. Per altri autori invece è il 9.
10. Botticelli.

Dec 012009
 

Con l’introduzione della stampa con i caratteri mobili gutenberghiani si agevolò la diffusione dei libri, passando da essere prerogativa dei ricchi, dei nobili ad essere presenti nelle case anche dei meno abbienti; il tutto con una certa lentezza.
La lettura, una volta ad alta voce per la poca disponibilità di testi, passò a essere a bassa voce, sussurrata, poi, infine, silenziosa. L’orecchio, l’udito, fu sostituito con l’occhio, la vista, sensi, questi, che partecipavano più di prima alla comprensione di uno scritto. Cambi che, sebbene sembrano essere di poco conto, hanno un’importanza enorme nel decifrare il nostro presente, presente in cui sta avvenendo un’altra rivoluzionaria mutazione: la lettura su uno schermo. Ma a noi interessa prendere in considerazione l’età storica Moderna, quella che va, più o meno, da metà-fine 1400 agli inizi del 1800.
Per meglio descrivere la lettura e i suoi comportamenti mi sono rivolto all’arte, a quegli artisti che hanno rappresentato scene di vita quotidiana, scene che ci mostrano come si leggeva.

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Ambrosius Benson, La Maddalena leggente, 1525 ca.

Del 1525 ca., questa tela di Ambrosius Benson (1495 ca.-1550) ci presenta una figura, la Maddalena, intenta a leggere con gli occhi un libro d’ore. Una lettura introspettiva, religiosa, una lettura dedicata ad approfondire la propria religiosità.

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Gerrit Dou, La lettura della Bibbia, 1645

Gerrit Dou (1613-1675), pittore olandese, ci dipinge due anziani, vicino una finestra, alle prese con la lettura di una Bibbia luterana. La donna legge, sembra sussurrare, i versetti della sacra scrittura, mente il vecchietto ascolta attento. Era solito nelle famiglie di religione protestante riunirsi e dedicare un tempo all’analisi della Bibbia.

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Pierre Louis Le Jeune Dumesnil, Le traitant, XVIII sec.

Pierre Louis Le Jeune Dumesnil (1698-1781) raffigura il banchiere Nicolas Beaujon, sdraiato su un divano, addormentatosi con un libro in mano. Notare che con un dito tiene il segno della pagina. La lettura silenziosa oramai è abito comune nel XVIII secolo.

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Jean Baptiste Camille Corot, Donna che legge, 1869

Cambiano i tempi, adesso, siamo oltre la metà dell’800, il libro si può portare ovunque, anche in campagna. In questa deliziosa scena illustrata da Corot (1796-1875), una fanciulla è assorta in una lettura introspettiva, una lettura che prende animo e corpo, che sembra isolarsi dal resto del mondo.

Nov 192009
 

Dicono che la vita è un’illusione, dicono anche che la vista può essere ingannata, dicono inoltre che gli artisti ne sono esperti. Trompe l’oeil si chiama quest’arte, sebbene alcuni la trattino ingiustamente come arte minore, arte frivola, quest’arte, dicevamo, che riesce a confondere facilmente i nostri sensi, i nostri occhi, a riverlarci una verità che forse non esiste, una verità forse distorta.

Un ragazzo, suppongo spagnolo, con gli occhi spalancati, un piede quasi fuori dal quadro, con una sottile camiciola mi aspettava. Un quadro del 1874, In fuga dalla critica, del pittore catalano Pere Borrell del Caso (1835-1910), una tela in cui il giovane sembra realmente uscire dalla cornice, una pittura provocatrice al punto tale che mi avvicinai e gli sussurrai: fuggi! Un’opera che vuole essere “una metafora dell’arte stanca di sottostare immobile e indifesa ai giudizi critici”. Il ragazzo incarna, dunque, la voglia di scappare da questo ancestrale e spesso deleterio status quo.
Ma l’attrazione simpatica della prima sala è una grassoccia donna di mezza età vestita con una colorata camiciola stile hawaiano, che trattiene un passeggino pieno di pacchi, in cui un bambino sembra sonnecchiare. Stavo lì a guardare il quadro di cui sopra e non mi resi conto che quella figura in penombra non era una persona in carne e ossa, ma un meraviglioso lavoro dell’artista americano Duane Hanson (1925-1966), Donna con bambino nel passeggino (1985), lavoro tanto realistico che travisa con facilità la nostra visione della realtà. Mi soffermai un paio di minuti assorto, cercando di carpire l’iperrealismo di questo maestro che mi aveva ingannato.

A Firenze, nello storico Palazzo Strozzi, è in corso una bellissima mostra, sino al 24 gennaio 2010, dedicata proprio a meravigliare l’occhio, un itinerario che spinge il visitatore a indagare, a scoprire dove sta l’imbroglio, a toccare con mano, addirittura, in una sala dedicata alla sperimentazione.
Secoli di arte proposti davvero in maniera elegante, semplice, in una maniera che incuriosisce. Dalla natura morta all’autoritratto, dalle sculture al legno intarsiato, una deliziosa scorpacciata che per digerirla bisogna andare piano, lenti, a passo di formica, assaporando ogni singolo pezzo.
Non desidero togliervi le tante sorprese, ma altre due devo raccontarle, perché hanno avuto su di me un effetto dirompente.
Una è l’incantevole tela di Johannes Wumpp o Gumpp (1626-notizie fino al 1646), del 1646, Autoritratto. Il pittore, guardandosi in uno specchio ottagonale, dipinge con cura il suo viso. Elegante il gioco dei rimandi: lo vediamo di spalle rispecchiato mentre abbozza il suo ritratto. Inoltre: per rendere la scena realistica al massimo, un cane e un gatto sembrano litigare, mentre sul tavolo oggetti di vita quotidiana completano l’insieme. Sostai a lungo, trattenendo il respiro per meglio entrare nella dinamica, per meglio confondermi con il palpitante alito del quadro.
L’altra sorpresa fu il quadro di Gerrit Dou (1613-1675), pittore allievo di Rembrandt, Autoritratto con tenda verde, 1645 ca. Ciò che realmente colpisce è la tenda appesa da un’asta color bronzo, asta applicata in una finta cornice nera. La figura, in tal modo, sembra ancor più veritiera, in quando più profonda e più intrigante, profondità che ricalca anche il grande libro sporgendo dal davanzale della finestra. E ricordo che pure il Tiziano aveva usato tale motivo, quello della tenda, – Ritratto dell’arcivescovo Filippo Archinto, 1556-1558 ca. -, ma il contesto era ben differente.

Mi fermo. Vi suggerisco visitare la mostra.

 

Nov 132009
 

Maso di San Friano, Cosimo I de' Medici

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Nell’allegato “Il Venerdì” al quotidiano Repubblica del 13 novembre 2009, a pag. 85, c’è un interessante articolo a cura di Marco Romani che tratta sulla prima possibile sveglia raffigurata in un quadro di Maso di San Friano (1531-1571).
La tela, dipinta nel 1560, ritrae probabilmente Cosimo I de’ Medici che sorregge nella mano destra un congegno con una lancetta che indica le ore, un quadrante diviso in periodi e, forse, una suoneria composta da due grandi campanelli. Rappresenterebbe così, il dipinto, “il primo ritratto di un orologio a sveglia portatile”, ci dice l’autore dell’articolo.
Tutto ancora è da verificare.

Vi lascio qualche link per approfondire l’argomento:

- Así eran los primeros relojes.
- Painting features ‘oldest watch’.

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Cosimo I de' Medici, duca di Firenze