Feb 072014
 

La storia non è un racconto lineare, non parte da un punto e raggiunge un altro, tantomeno si può cercare di “afferrarla” restando nei limiti territoriali in cui si svolge un determinato avvenimento.

La storia è invece una grande ragnatela nel cui centro si agita e vive l’uomo, con tutta una serie di fili che si muovono qua e là, connessi-interconnessi, dipendenti-interdipendenti, fili che si rinnovano e si rinforzano ogniqualvolta idee concetti pensieri acquistano maggior vigore.

Premessa per considerare che il nostro presente viene dal passato, un passato di cui è necessaria aver memoria per comprendere che i giochi di oggi poggiano le basi su soggettività spesso dimenticate e delle quali spesso ci meravigliamo.

E allora introduciamo un simpatico tema “visivo”, la rappresentazione pittorica di cibi e bevande durante il XVI secolo, alimenti giunti a noi dalle più disparate parti del mondo che poco a poco entrano a far parte della tavola di tutti i giorni, un ‘500 che potremmo dire essere stato padre della cucina a noi contemporanea. Secolo ancora che prepara i piatti in un ben determinato modo, presentandoli con un occhio rivolto alla bellezza, all’armonia, alla “vista”.

Sappiamo che ritrarre banchetti feste baccanali ci viene addirittura dall’antica Grecia, passando per Roma, interessando il Medioevo, fino al periodo storico moderno, in cui il Rinascimento, ispirato dalla cultura classica, ne riprende temi e materia di studio.

Fra realtà quotidiana, significato simbolico e allusioni varie, il pittore si diletta a mostrare le sue abilità, la sua capacità di osservazione, il suo modo di concepire forma colore consistenza.

La Madonna e Gesù, Joos van Cleve, 1525 ca.

La Madonna e Gesù, Joos van Cleve, 1525 ca.

Agli inizi del ‘500, 1525, il fiammingo Joos van Cleve (1485 ca.-1540) metteva – non fu certamente né l’unico né il primo – un bel vassoio di frutta davanti Gesù e la Madonna, fra cui il melograno, frutto tipico delle coste del Mediterraneo, segno di fertilità, oltre che di resurrezione e immortalità.

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Il mangiatore di fagioli, Annibale Carracci, 1584 ca.

Il mangiatore di fagioli, Annibale Carracci, 1584 ca.

Scendiamo per le strade, anzi per le campagne, un affamato uomo degusta un piatto di fagioli, accompagnati da una manciata di cipolle, da un tozzo di pane sicuramente cotto nei forni pubblici – ché le autorità dovevano controllare per evitare speculazioni -, annaffiando il tutto con un bicchiere di vino rosso. Annibale Carracci ci illustra una consuetudine contadina di fine del XVI secolo.

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Banchetto Nuziale, Pieter Bruegel il Vecchio, 1566 ca.

Banchetto Nuziale, Pieter Bruegel il Vecchio, 1566 ca.

Ancora fra il popolo, ancora nel ceto meno avvantaggiato: Pieter Bruegel il Vecchio ci porta in un banchetto matrimoniale della sua Olanda, una maniera per segnalarci come si viveva nella quotidianità fiamminga. Birra, polenta (?), zuppa d’avena, minestra, pane.

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L'imperatore Rodolfo II in veste di Vertumno, Arcimboldo, 1590 ca.

L’imperatore Rodolfo II in veste di Vertumno, Arcimboldo, 1590 ca.

Arcimboldo invece, nella sua genialità, ci presenta il reggente del Sacro Romano impero, Rodolfo II d’Asburgo, nelle vesti di prodotti autunnali. Uva, pere, melograni, zucche, carciofi, ciliegie, insieme alla recente importazione del mais dalle nuove terre, insomma un simpatico amalgama di frutta verdura e fiori.

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Donna al mercato - Pieter Aertsen, 1567

Donna al mercato, Pieter Aertsen, 1567

Per la gioia dei vegetariani, Pieter Aertsen (1508 ca.-1575) dipinge le prelibatezze di metà secolo, mentre una mucca muggisce che il latte è pronto.

Cento anni prima, Martino da Como, famoso cuoco dell’epoca, pubblicava ciò che avrebbe rappresentato il passaggio da una cucina medievale a una rinascimentale: Libro de Arte Coquinaria, metà XV sec.

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Cristo nella casa di Maria e Marta, 1580 ca., Vincenzo Campi

Cristo nella casa di Maria e Marta, 1580 ca., Vincenzo Campi

Per il godimento dei carnivori, Vincenzo Campi (1536 ca.-1591): pesci polli cacciagione varia, spicca qualche frutto e qualche ortaggio, gli occhi si riempiono di ogni ben di Dio, anzi di Gesù, mentre parla, al fondo a sinistra, comodamente con Maria e Marta.

La lepre di Hans Burgkmair, agli inizi del XVI sec., mi è rimasta impressa nella memoria »»qua.

Storie che in un certo qual modo si ravvisano tuttavia »»qua.

Nov 082013
 

Un rapido “sguardo” all’insegnamento nel trascorso della Storia moderna, dalla metà-fine XV secolo a inizi dell’Ottocento, quello sguardo che ci dovrebbe far capire il lento difficile percorso che ha avuto la diffusione della cultura in generale, percorso che potremmo dire accelerarsi dopo l’invenzione dei caratteri mobili gutenberghiani e una maggiore, seppur lenta, diffusione dei libri stampati tramite i torchi. Da un sapere riservato a pochi, inizialmente ai più abbienti e, certamente, ai religiosi, da una trasmissione orale a una scritta, fino ad arrivare alla possibilità di accedere, ai giorni d’oggi, a un conoscimento privo di frontiere fisiche e sempre più integrato.

Prendiamo in considerazione una serie di pittori dell’epoca che ci corrisponde per “vedere” con i loro occhi il cammino dell’alfabetizzazione, quadri, testimonianza di uno sviluppo che ci appartiene.

Lezione alla Sorbona di Parigi, metà XV secolo

Lezione alla Sorbona di Parigi, metà XV secolo, da un manoscritto medievale

Insegnando ai bambini, 1516, Hans Holbein il Giovane

Insegnando ai bambini, 1516, Hans Holbein il Giovane

Il Maestro, 1645, Gerrit Dou

Il maestro, 1645, Gerrit Dou

Il Maestro, 1662, Adriaen van Ostade

Il Maestro, 1662, Adriaen van Ostade

Il maestro, 1727, Krzysztof Lubieniecki

Il maestro, 1727, Krzysztof Lubieniecki

Scene di scuola, 1780 ca., Francisco Goya

Scene di scuola, 1780 ca., Francisco Goya

I due colpevoli, 1850 ca., Francis William Edmonds

I due colpevoli, 1850 ca., Francis William Edmonds

 

Apr 082013
 

Proseguiamo i brevi post “visivi” su Venezia nel XVIII sec., adesso, sempre grazie a pittori dell’epoca, quattro raffigurazioni che ci mostrano determinate prospettive della città.

Vista del Canal Grande, Bellotto, 1738

Vista del Canal Grande, Bellotto, 1738

Palazzo Ducale e Piazza di San Marco, Canaletto, 1755 circa

Palazzo Ducale e Piazza di San Marco, Canaletto, 1755 circa

Molo visto dal bacino di San Marco, Gaspar Van Wittel, 1697

Molo visto dal bacino di San Marco, Gaspar Van Wittel, 1697

Ponte di Rialto, Francesco Guardi, 1763

Ponte di Rialto, Francesco Guardi, 1763

Apr 082013
 

In secco durante buona parte dell’anno, il Bucintoro, la galea di stato dei dogi di Venezia, veniva messo in mare durante il periodo dell’Ascensione, dopo esser stato ben calafatato. Così Goethe, in Viaggio in Italia, parla del Bucintoro:
Per esprimere in due parole che cosa è il Bucintoro, lo chiamerò una galea da parata… “ (5 ottobre 1786).
Di seguito, l’imbarcazione in un dipinto del pittore veneziano Francesco Guardi, del 1775 circa. (»»»qua la storia)

Il Bucintoro, Francesco Guardi, 1775 circa

Il Bucintoro, Francesco Guardi, 1775 circa

Dec 212012
 

Fra un’opera e un’altra, fra una Pietà e un David, fra una Cappella Sistina e un Mosè, Michelangelo Buonarroti non aveva tempo per rifornirsi del cibo quotidiano, cosicché inviava il suo servo a comprare l’occorrente, allora una lista era necessaria all’uopo e siccome il buon uomo era analfabeta, l’artista illustrava al meglio ciò che si desiderava.

Lista della spesa di Michelangelo

Lista della spesa di Michelangelo

Documento conservato nell’archivio della Casa Buonarroti, a Firenze.

Oct 162012
 

Sebbene lo abbiamo ripetuto più di una volta, vale sottolineare che la Storia è un immenso mosaico dove ogni tassello contribuisce a completare, nella sua dipendenza-interdipendenza, un insieme, un grande insieme che comprende ogni operato umano che travalica limiti di spazio e tempo.

Ebbene, dopo una serie di articoli dedicati al Barocco in Italia e in Europa, diamo uno sguardo a cosa avvenne nelle terre che videro Colombo qualche secolo prima. Con la scoperta dell’America, dall’Europa emigrarono non solo militari sacerdoti nobili mercanti, ma anche artisti, pittori e architetti che portarono nelle nuove terre caratteristiche tipiche dell’epoca tardo-rinascimentale e barocca, almeno nel periodo che va dal XVII al XVIII sec., epoca da noi trattata in queste righe.

L’America latina, influenzata dalle mode europee, sviluppò un’arte che potremmo chiamare meticcia, un’arte nata dalla confluenza delle esperienze italiane francesi spagnole portoghesi, e via dicendo, con quelle indigene, del folclore popolare, dove temi religiosi del vecchio continente venivano raffigurati alla luce della cultura locale. Un’arte piena di colori, luminosa, forse priva di pietismo.

Il Cusco, in Perù, fu sicuramente una di quelle realtà in cui si istallarono ben presto scuole di pittura di scultura di architettura, scuole che vedranno, per fare qualche esempio, il leccese Matteo Pérez de Alesio (1547- 1628?) – ricordiamo buona parte dell’Italia meridionale essere, in quell’epoca, parte della Spagna – giungere a Lima nel 1588 e aprire un “Centro Sperimentale” con il fine di preparare pigmenti a modo europeo. Fra i suoi discepoli annotiamo: Pedro Pablo Morón, Domingo Gil, Francisco García, Francisco Bejarano.

Così come il romano Angelino Medoro (1567-1633), di sicura influenza fiamminga, fermatosi per qualche anno in Colombia, viaggiando finanche in Perù ed Ecuador, che influenzò le opere del tempo, opere che rispecchiavano un tardo-rinascimento, un primo accenno di Barocco, stili giunti nell’America latina con un ritardo, se ritardo potremmo chiamarlo, di una cinquantina d’anni, intorno la fine del XVII sec. Modelli da tenere in considerazione erano certamente quelli di Murillo, di Zurbarán, Rembrandt, e tanti altri.

Dal Cusco partirono non solo artisti, ma anche correnti di pittura che si propagarono per l’area andina e oltre, dalla Colombia al Perù, dall’Ecuador al Venezuela a Panama al Cile all’Argentina. Stili che, sebbene in un primo tempo legati agli europei, poco a poco – siamo intorno ai primi del XVIII sec. – se ne distaccarono, anche perché i pittori iniziavano a essere locali, indigeni, nativi, perdendo il contatto con l’Europa e dando vita a una propria tendenza, in cui talvolta si raffiguravano scene campestri poco reali, fantasiose, dove le madonne erano nere così come i Gesù bambini, dove gli angeli indossavano pregiati vestiti e gli arcangeli caricavano armi da fuoco. Fantasie locali palesate tramite soggetti europei, soggetti iconografici che desideravano essere l’espressione del sentimento indigeno. Opere che non hanno nulla da invidiare a quelle prodotte in Europa.

La Madonna della montagna, anonimo, XVIII sec.

Oct 062012
 

Proseguiamo il percorso sul Barocco che abbiamo intrapreso qualche settimana fa, e dopo alcuni cenni generali (»»qua) e qualcosa sull’architettura oltre le nostre Alpi (»»qua), diamo un superficiale sguardo a due pittori italiani che hanno significato l’epoca. Pittori che hanno fatto dell’uso della prospettiva un mezzo per ingannare l’occhio, per ampliare, far vedere luoghi talvolta non esistenti, creando illusioni davvero spettacolari. Le volte e i soffitti furono due dei tanti spazi in cui ci si sbizzarriva, creando effetti scenografici di grande suggestione. Il tutto ricordando che lo stile Barocco è dinamico, è movimento, è volume, è esagerazione, è energia, tensione, contrasto, varietà, un’arte che sembra rappresentare la forza dell’assolutismo dell’epoca, un’arte che, seppur continuum del passato, rompe con i canoni del Rinascimento.

Il veneziano Sebastiano Ricci (1659-1734) gioca con i colori, con la prospettiva, gioca con i movimenti dei corpi, è abile nel rappresentare scene che attraggono l’occhio e lo incollano alla tela, all’affresco. Quello di sopra è Susanna davanti a Daniele, del 1726, un olio su tela che colpisce, fra l’altro, per l’estrema elaborazione dell’insieme, in cui il cromatismo è parte essenziale della grande scena. Bello l’effetto ombra-luce.

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Luca Giordano (1634-1705), napoletano, fu un pittore davvero prolifico, qualcuno addirittura parla di una produzione di circa 3000 opere, influenzato dal Caravaggio, da José de Ribera, venuto a contatto con i lavori del Michelangelo, Raffaello, dei Carracci. Il suo pennello è abile negli effetti chiaro-scurali, un pennello abituato a produrre scene complesse come quella della Deposizione di Cristo, del 1671. Tela in cui la presenza di un alone fuligginoso dà al contesto un particolare misticismo.

Jul 052012
 

The greatest motive I had or have
for engaging in or for continuing
my pursuit of painting has been the wish
of commemorating the great events
of our country’s Revolution.
(John Trumbull) (1)

 

Fra gli artisti cui dobbiamo gratitudine di “vedere” l’epoca in questione, è da tener in conto John Trumbull (1756-1843), americano vissuto durante la Rivoluzione Americana e i primi anni della sua indipendenza. Infatti è ben noto come il pittore dell’Indipendenza americana per le sue precise rappresentazioni legate all’evento, presente, lui, nel conflitto, rappresentazioni che storicizzano la nascita della nuova nazione.

John nacque nel 1756 a Lebanon, nel Connecticut, da Jonathan Trumbull, Governatore del Connecticut, 1769-1784, e da sua moglie Faith Robinson Trumbull. Entrò nell’Harvard University nel 1771, laureandosi nel 1773.

Come soldato nella guerra d’indipendenza americana, dimostrò la sua capacità artistica disegnando le formazioni nemiche e varie fortificazioni, fu inoltre testimone della battaglia di Bunker Hill. Servì come  colonnello dell’Esercito Continentale e fu collaboratore del generale George Washington. Si dimise dall’esercito nel 1777, viaggiando a Londra nel 1780, allievo di Benjamin West.

Fu imprigionato dagli inglesi per sette mesi per essere stato sospettato di tradimento durante la guerra. Nel 1784 dipinse la Battaglia di Bunker Hill e La morte del generale Montgomery, due dei suoi tanti capolavori.  L’anno dopo, si recò a Parigi lavorando a famosi dipinti tra cui la Dichiarazione di Indipendenza.

Nel 1794 Trumbull fu nominato segretario di John Jay durante i negoziati del trattato con la Gran Bretagna. Fu altresì presidente dell’American Academy delle Belle Arti tra il 1816 e il 1825. Vendette una serie di suoi quadri alla Yale University per 1000 dollari, era l’anno 1831. Morì a New York nel 1843 a ottantasette anni.

La morte del generale Warren nella Battaglia di Bunker Hill, John Trumbull

La morte del generale Warren nella Battaglia di Bunker Hill, John Trumbull

Dei suoi famosi sostenitori, ricordiamo personaggi come George Washington, Alexander Hamilton, Israele Putnam, etc. Celebre è la Dichiarazione di Indipendenza, riportata anche sul retro della banconota da $ 2.

Dichiarazione d'Indipendenza, John Trumbull

Dichiarazione d’Indipendenza, John Trumbull

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-1. John Trumbull in una lettera a Thomas Jefferson, giugno 1789.

Nov 082011
 

Olandese naturalizzato italiano, Caspar Andriaans van Wittel, Gaspare Vanvitelli (1653?-1736), ammirava la nostra terra, una terra piena di storia, di classicismo, una terra con un ben preciso rapporto fra natura e architettura, una terra che ospitava, Roma in particolare, un nutrito gruppo di pittori olandesi. Venuto in Italia nel 1674, a 21 anni, lavorò a Napoli, Venezia, Urbino, Roma, Firenze e in altre città, periodo abbastanza fruttifero per lui. Adoperando la “scatola ottica”, strumento ben conosciuto dai pittori olandesi, il Vanvitelli vedutista ci consegna una bella serie di rappresentazioni di città italiane, precise, fedeli, dettagliate, dove talvolta realismo e fantasia si confondono, momenti storici che servono agli studiosi per meglio comprendere lo spirito dell’artista e dell’epoca.
Di seguito tre immagini della Napoli del XVIII secolo, di quella Napoli a lui cara, dove nacque nel 1700 il figlio Luigi, futuro autore della Reggia di Caserta.

Gaspare Vanvitelli, Veduta del Largo di Palazzo

Gaspare Vanvitelli, Vicino Napoli

Gaspare Vanvitelli, Vista del porto di Napoli

 

Oct 222011
 

Dopo undici mesi d’assedio, Giustino di Nassau, comandante della piazzaforte olandese di Breda, consegna le chiavi della città agli assedianti spagnoli capeggiati dal genovese Ambrogio Spinola (1569-1630), esponente di una ricca e forte famiglia con interessi economici in Spagna. Giugno del 1625, l’esercito iberico ottiene una grande vittoria. Ricordo siamo in piena fase della guerra d’indipendenza dei Paesi Bassi.
Il pittore spagnolo Diego Velazquez (1599-1660) ne farà tema di uno dei suoi più riusciti quadri, La resa di Breda o Le lance (1634-35), una tela dove emergono e si palesano sentimenti in modo davvero notevole.
Con alle spalle un paesaggio desolato, devastato e pieno di fumi per incendi, Giustino di Nassau porge al nemico le chiavi di Breda, un gesto raffigurato con umiltà nell’intento di chinarsi rispettoso all’avversario, e, nello stesso tempo, Ambrogio Spinola conforta con una mano sulla spalla il nemico. La scena, a mio avviso avvolta in un delicato silenzio, è garbata e discreta, piena di umanità, se di umanità si possa parlare durante una battaglia, una scena in cui c’è ancora posto per una resa onorevole. L’elemento materiale che spicca fra tutti sono quelle lance alzate al cielo, sul campo destro del quadro per chi guarda, lance che spezzando la linea dell’orizzonte danno profondità e solennità all’insieme, lance che simbolizzano la forza delle truppe spagnole.

Diego Velázquez, La resa di Breda, 1634-35

Sep 062011
 

Vissuto durante la cosiddetta epoca barocca, Abraham Bosse (1602-1676) fu uno dei maggiori incisori francesi del XVII sec., membro dell‘Académie royale de peinture et de sculpture, nella quale insegnò prospettiva dal 1648 al 1661, ugonotto di fede e attento alla vita sociale quotidiana della sua epoca. Vita che descriverà in modo davvero esemplare in alcune preziose incisioni. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo il Traité des manières de graver en taille douce del 1645, e il Traité des manières de dessiner les ordres de l’architecture antique del 1665, quest’ultima in difesa del metodo proposto dal suo amico e maestro Girard Desargues.
Di seguito tre rappresentazioni.

La Maestra di scuola, 1638:
Riunite probabilmente in un’abitazione della maestra, ecco un gruppo di allieve, tutte donne. A sinistra, una giovane è attenta, in solitario, alla lettura, mentre al centro, un gruppo di tre ragazze sembrano discutere con l’insegnate. Al fondo dell’incisione sulla parte destra, su una panchina vicino al letto, due di loro maneggiano il cestino con il pane e la frutta che hanno portato da casa. A destra in primo piano, una donna conduce la sorellina alla sua prima lezione. Poi, attraverso una porta, notiamo una cameriera spazzare il pavimento.
Un cagnolino rallegra la scena di stampo quasi familiare.

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Il negozio di un pasticciere, 1638:
Questo spaccato di vita quotidiana ci mostra il negozio di un pasticciere indaffarato a infornare dei dolci. Alcuni operai, o forse apprendisti, sono intenti chi con un rotolo di pasta, chi dando precisa forma a dei pasticcini. A destra, una cliente con un bambino paga una donna seduta comodamente. La scena è piena di dettagli: da forme per torte, a scaffali con oggetti vari, a cacciagione appesa e cosce di prosciutto. Prezioso il vaso decorativo con un girasole al centro dell’incisione.

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Il calzolaio, 1632-33:
Molteplici le forme di scarpe che pendono dal soffitto, fra cui alcuni stivali che, già adoperati per uso militare, entrano nella vita civile di tutti i giorni. Accanto al maestro calzolaio, la moglie che lo aiuta a controllare i tre ragazzi, distribuendo loro il lavoro. Mentre la donna fila su un piccolo aggeggio, l’uomo taglia un pezzo di cuoio che dà a uno dei lavoranti. Le ossa di cervo nel cesto vengono utilizzate per lucidare la pelle. Da notare la bottiglia di vino.

Aug 102011
 

Come la maggior parte dei sovrani e dei nobili dell’epoca, anche Carlo V (1500-1558) era un amante della caccia, pronto a intraprendere “sacrifici” pur di portare a casa un lauto bottino.

A Bologna, il 24 febbraio 1530, Carlo V è incoronato da papa Clemente VII re d’Italia e imperatore, un evento che, seppur in parte simbolico, segna un passo importante nella sua vita. Nello stesso anno, il suo nemico di sempre, Francesco I, sposò sua sorella, Eleonora, vedova di Emanuele I del Portogallo.

Bene, dicevano della caccia.

Il 27 marzo 1530, a quasi un mese dall’incoronazione, Carlo accettava l’invito a caccia del marchese di Mantova, a Marmirolo. Si dice che diecimila persone (?) (1) presero parte alla battuta, una battuta tanto rumorosa che la selvaggina fuggì, risolvendo il tutto in un fiasco. Fu tanta la delusione del sovrano che poco dopo accolse ben volentieri un’altra proposta, stavolta dai Gonzaga, nella loro piccola riserva. In questa occasione fu più fortunato, uccise un cervo con un giavellotto.

Caccia in onore di Carlo V, Lucas Cranach, 1544

Caccia in onore di Carlo V, Lucas Cranach, 1544

Nel dipinto di sopra, Caccia in onore di Carlo V di Lucas Cranach il Vecchio (1472-1553), del 1544, notiamo – a sinistra in basso vestito di nero – proprio il sovrano con in mano una balestra intento a cacciare. Accanto a lui decine di cacciatori, vestiti all’uopo, con stivali per entrare negli acquitrini, con armi bianche, sono pronti a uccidere cervi, cinghiali, una gara di abilità e resistenza che metteva a “dura prova” i partecipanti. Carlo V non era di meno, circondato da mute di cani e amici fedeli, attendeva il suo turno.

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- 1. C. Giardini, M. Paltrinieri, Carlo Quinto, Mondadori, Milano, 1970, pag. 28.

Jun 202011
 

Una delle caratteristiche della vita quotidiana dell’età storica da noi studiata, Moderna, era il prestito, attività che permetteva possedere e accumulare beni, e non solo fra i meno agiati che spesso dovevano ottenere un debito per sopravvivere, ma anche fra i ricchi che per dimostrare la loro opulenza erano costretti ad affidarsi a banchieri, mercanti, usurai. Per esempio, alla morte del cardinale Francesco Gonzaga, si stimò che questi doveva alla banca dei Medici di Firenze ben 3.500 ducati e circa 1.000 a un mercante milanese che risiedeva in Roma, per un totale complessivo di 20.000 ducati di debiti accumulati durante la sua vita (1), cifra di un certo rilievo.

Ma non solo, ricordiamo che per l’elezione di Carlo V, i prestiti da lui contratti ammontarono a una somma non indifferente. I Fugger come i Welser ebbero la loro parte nella vicenda sia per l’ascesa al trono di Massimiliano d’Asburgo (1459-1519), sia del nipote Carlo V (1500-1558), soldi che servivano inoltre a corrompere.

Il credito era dunque motore dell’economia, di un’economia che iniziava a marciare a un ritmo maggiore rispetto al Medioevo, anche per l’emergente borghesia che si affacciava sulla scena pubblica.

Dürer, fra i tanti, era costretto a volte a rivolgersi ad amici e mercanti per pagare i suoi conti, prestiti che spesso saldava con le sue xilografie, visto la fama che aveva acquistato. Per continuare con il papato che aveva, nonostante le sicure entrate, sempre bisogno di denaro, vuoi per pagare le opere artistiche, architettoniche, etc., vuoi per le frequenti guerre in cui si metteva. Insomma, i prestatori di denaro erano disponibili, dietro ricompense e certificazioni, a soddisfare il loro bisogno.

Andiamo a scomodare qualche pittore dell’epoca, affinché ci mostri visivamente la realtà. Di seguito quattro immagini, di cui due del pittore fiammingo Quentin Metsys (1466-1530) e una di Marinus van Reymerswaele (1490 ca.-1546 ca.), che ci offrono un aspetto della quotidianità cinquecentesca.

Quentin Metsys, Il cambiavalute e la moglie, 1514

Quentin Metsys, Il cambiavalute e la moglie, 1514

Quentin Metsys, prestatori di denaro (c. 1515)

Quentin Metsys, prestatori di denaro (c. 1515) 

Prestatore di denaro e contadino, 1531

Prestatore di denaro e contadino, 1531

Marinus Van Reymerswaele, Prestatori di denaro, 1542

Marinus Van Reymerswaele, Prestatori di denaro, 1542

 

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1. Lisa Jardine, Worldly Goods, A New History of the Renaissance, W.W. Norton e Company, New York-London, 1998, pag. 93. (in it. L. Jardine, Affari di genio, Una storia del Rinascimento europeo, Carocci, Roma, 2001).

Mar 152011
 

Jan van der Straet o Giovanni Stradano o Jan van der Straat o Stradanus o Stratesis (1523-1605) fu un pittore fiammingo che lavorò principalmente in Italia, a Firenze in particolare, sebbene presente anche a Venezia e a Roma. Fra le altre cose, Cosimo I gli commissionò una serie di cartoni per arazzi e tappezzerie. Decorò, inoltre, lo studiolo di Francesco I de’ Medici nel Palazzo Vecchio sotto la direzione di Giorgio Vasari.
Di seguito una serie di disegni tratti da Nova reperta (1584), pubblicato da Philip Galle (1537-1612) ad Anversa, che descrivono il suo minuzioso e dettagliato lavoro, presentandoci la quotidianità industriosa del XVI secolo.

Jan van der Straat, Stamperia

Jan van der Straat, Bottega d'incisione

Jan van der Straat, Mulini ad acqua

Jan van der Straat, Mulini a vento

Jan van der Straat, Bottega orologiaia

Jan 242011
 

Se non fosse per la pittura, e per Velázquez (1599-1660) in questo caso, non avremmo mai conosciuto i visi e i corpi dei buffoni di corte, personaggi che intrattenevano sovrani e principi, nobili e meno nobili, oltre a gente comune, che, tramite la loro arte, rallegravano, anche ma non solo, le giornate altrui. Ed era vera arte, come ci dice Michel de Montaigne nei suoi Saggi:

“[...] Così io ho visto i migliori buffoni, vestiti secondo il solito e in atteggiamento comune, offrirci tutto il diletto che si può trarre dalla loro arte; i principianti e quelli che non hanno tale alta maestria, invece, aver bisogno di infarinarsi il viso, di travestirsi e contraffarsi con movimenti e smorfie selvagge per muoverci al riso.” (1)

Di seguito quattro buffoni nei palazzi di  Filippo IV di Spagna (1605-1665), rappresentati proprio dal pennello di Velázquez.

Don Diego de Acedo, detto El Primo, seduto davanti a un libro più grosso di lui, con un barattolo di colla accanto. Aveva avuto piccoli incarichi amministrativi nella corte di Filippo IV.

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Don Cristobal de Castañeda y Pernía, detto il Barbarossa, era famoso per il suo carattere forte ed energico, tanto che Filippo IV lo allontanò perché aveva osato ridersi del conte di Olivares.

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Francisco Lezcano, detto il ragazzo di Vallecas, soffriva di un handicap genetico che lo portò, ancora giovane, alla morte.

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Don Sebastián de Morra, uno dei nani alla corte di Filippo IV, in questo dipinto con espressione seria, rappresenta tutta l’ingiustizia riversata sui buffoni.

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1. Michel de Montaigne, Saggi, Adelphi, Milano, 1998, pag. 532.

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(aggiornato 17 Giugno 2011)

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