Nov 082011
 

Olandese naturalizzato italiano, Caspar Andriaans van Wittel, Gaspare Vanvitelli (1653?-1736), ammirava la nostra terra, una terra piena di storia, di classicismo, una terra con un ben preciso rapporto fra natura e architettura, una terra che ospitava, Roma in particolare, un nutrito gruppo di pittori olandesi. Venuto in Italia nel 1674, a 21 anni, lavorò a Napoli, Venezia, Urbino, Roma, Firenze e in altre città, periodo abbastanza fruttifero. Adoperando la “scatola ottica”, strumento ben conosciuto dai pittori olandesi, il Vanvitelli vedutista ci consegna una bella serie di rappresentazioni di città italiane, precise, fedeli, dettagliate, dove talvolta realismo e fantasia si confondono, momenti storici che servono agli studiosi per meglio comprendere lo spirito dell’artista e dell’epoca.
Di seguito tre immagini della Napoli del XVIII secolo, di quella Napoli a lui cara, dove nacque nel 1700 il figlio Luigi, futuro autore della Reggia di Caserta.

Gaspare Vanvitelli, Veduta del Largo di Palazzo

Gaspare Vanvitelli, Vicino Napoli

Gaspare Vanvitelli, Vista del porto di Napoli

 

Oct 222011
 

Dopo undici mesi d’assedio, Giustino di Nassau, comandante della piazzaforte olandese di Breda, consegna le chiavi della città agli assedianti spagnoli capeggiati dal genovese Ambrogio Spinola (1569-1630), esponente di una ricca e forte famiglia con interessi economici in Spagna. Giugno del 1625, l’esercito iberico ottiene una grande vittoria. Ricordo siamo in piena fase della guerra d’indipendenza dei Paesi Bassi.
Il pittore spagnolo Diego Velazquez (1599-1660) ne farà tema di uno dei suoi più riusciti quadri, La resa di Breda o Le lance (1634-35), una tela dove emergono e si palesano sentimenti in modo davvero notevole.
Con alle spalle un paesaggio desolato, devastato e pieno di fumi per incendi, Giustino di Nassau porge al nemico le chiavi di Breda, un gesto raffigurato con umiltà nell’intento di chinarsi rispettoso all’avversario, e, nello stesso tempo, Ambrogio Spinola conforta con una mano sulla spalla il nemico. La scena, a mio avviso avvolta in un delicato silenzio, è garbata e discreta, piena di umanità, se di umanità si possa parlare durante una battaglia, una scena in cui c’è ancora posto per una resa onorevole. L’elemento materiale che spicca fra tutti sono quelle lance alzate al cielo, sul campo destro del quadro per chi guarda, lance che spezzando la linea dell’orizzonte danno profondità e solennità all’insieme, lance che simbolizzano la forza delle truppe spagnole.

Diego Velázquez, La resa di Breda, 1634-35

Sep 062011
 

Vissuto durante la cosiddetta epoca barocca, Abraham Bosse (1602-1676) fu uno dei maggiori incisori francesi del XVII sec., membro dell‘Académie royale de peinture et de sculpture, nella quale insegnò prospettiva dal 1648 al 1661, ugonotto di fede e attento alla vita sociale quotidiana della sua epoca. Vita che descriverà in modo davvero esemplare in alcune delle sue incisioni. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo il Traité des manières de graver en taille douce del 1645, e il Traité des manières de dessiner les ordres de l’architecture antique del 1665, quest’ultima in difesa del metodo proposto dal suo amico e maestro Girard Desargues.
Di seguito tre rappresentazioni.
*****

La Maestra di scuola, 1638:
Riunite probabilmente in un’abitazione della maestra, ecco un gruppo di allieve, tutte donne. A sinistra, una giovane è attenta, in solitario, alla lettura, mentre al centro, un gruppo di tre ragazze sembrano discutere con l’insegnate. Al fondo dell’incisione sulla parte destra, su una panchina vicino al letto, due di loro maneggiano il cestino con il pane e la frutta che hanno portato da casa. A destra in primo piano, una donna conduce la sorellina alla sua prima lezione. Poi, attraverso una porta, notiamo una cameriera spazzare il pavimento.
Un cagnolino rallegra la scena di stampo quasi familiare.
*****

Il negozio di un pasticciere, 1638:
Questo spaccato di vita quotidiana ci mostra il negozio di un pasticciere indaffarato a infornare dei dolci. Alcuni operai, o forse apprendisti, sono intenti chi con un rotolo di pasta, chi dando precisa forma a dei dolci. A destra, una cliente con un bambino paga una donna seduta comodamente. La scena è piena di dettagli: da forme per torte, a scaffali con oggetti vari, a cacciagione appesa e cosce di prosciutto. Prezioso il vaso decorativo con un girasole al centro dell’incisione.
*****

Il calzolaio, 1632-33:
Molteplici le forme di scarpe che pendono dal soffitto, fra cui alcuni stivali che, già adoperati per uso militare, entrano nella vita civile di tutti i giorni. Accanto al maestro calzolaio, la moglie che lo aiuta a controllare i tre ragazzi, distribuendo loro il lavoro. Mentre la donna fila su un piccolo aggeggio, l’uomo taglia un pezzo di cuoio che dà a uno dei lavoranti. Le ossa di cervo nel cesto vengono utilizzate per lucidare la pelle. Da notare la bottiglia di vino.

Aug 102011
 

Come la maggior parte dei sovrani e dei nobili dell’epoca, anche Carlo V (1500-1558) era un amante della caccia, pronto a intraprendere “sacrifici” pur di portare a casa un lauto bottino.
A Bologna, il 24 febbraio 1530, Carlo V viene incoronato da Clemente VII re d’Italia e imperatore, un evento che, seppur in parte simbolico, segna un passo importante nella vita del re, e, caso volle, nello stesso anno il suo nemico di sempre Francesco I sposasse sua sorella, Eleonora, vedova di Emanuele I del Portogallo.
Bene, dicevano della caccia.
Il 27 marzo 1530, a quasi un mese dall’incoronazione, Carlo accettava l’invito a caccia del marchese di Mantova, a Marmirolo. Si dice che diecimila persone (?) (1) presero parte alla battuta, una battuta tanto rumorosa che la selvaggina fuggì, risolvendo il tutto in un fiasco. Fu tanta la delusione del sovrano che poco dopo accolse ben volentieri un’altra proposta, stavolta dai Gonzaga, nella loro piccola riserva. In questa occasione fu più fortunato, uccise un cervo con un giavellotto.

Nel dipinto di sopra, Caccia in onore di Carlo V di Lucas Cranach il Vecchio (1472-1553), del 1544, notiamo – a sinistra in basso vestito di nero – proprio il sovrano con in mano una balestra intento a cacciare. Accanto a lui decine di cacciatori, vestiti all’uopo, con stivali per entrare negli acquitrini, con armi bianche, sono pronti a uccidere cervi, cinghiali, e via dicendo, una gara di abilità e resistenza che metteva a “dura prova” i partecipanti. E Carlo V non era di meno, circondato da mute di cani e amici fedeli attendeva il suo turno.

*****

1. C. Giardini, M. Paltrinieri, Carlo Quinto, Mondadori, Milano, 1970, pag. 28.

Jul 212011
 

Il fascino dell’apprendere risiede – anche, ma non solo – nelle molteplici sfaccettature che ognuno di noi ha nell’interpretare gli eventi, la storia, l’arte, sta inoltre nella varietà, nelle tante forme comunicative che l’uomo possiede, giacché condividere significa imparare.
Il seguente articolo di Miriam Ravasio colpisce per una diversa analisi, per un approccio esoterico dell’arte.
Miriam Ravasio, diplomata all’Accademia di Brera, è un’artista underground che dedica la vita all’arte visiva e alle sue possibili applicazioni tecniche: pittura, illustrazione, ricerca e marketing. Attualmente, oltre a mostre e animazioni culturali, si occupa di educazione all’immagine nelle scuole, con progetti per guardare ai Luoghi con gli occhi della mente e i mezzi dell’arte. Da questa esperienza è nato un libro, Occhio, manuale per l’educazione all’immagine.

*****

L’Arte colpisce con amore (di Miriam Ravasio)

Ciò che state per leggere forse vi sorprenderà. Educati ad una Storia dell’Arte didattica, corretta e priva di mistero, perché documentata e quindi provata, noi leggiamo le opere ignorando la volontà comunicativa degli artisti, annullandola nella ricerca dei fatti e nell’espressività estetica o peggio ancora indagandola con le moderne sonde della psicologia. Di fronte ad un’allegoria che richiama miti e dei dell’Olimpo, ci sforziamo di riconoscere le storie rapportandole al momento storico dell’epoca. E tutto finisce lì, difficilmente andiamo oltre, perché bellezza e composizione, uso dei colori e forma ci bastano per constatare ricerca e cammino espressivo.
In quelle composizioni invece, a partire soprattutto dal 1400 (ma anche prima), si celano i segreti sulle origini dell’Uomo. Un gesto, una mano, un ornamento, una figura, un piccolo cartiglio, la forma di un manto, sono segni di richiamo e di testimonianza lasciati dall’artista, per sua precisa intenzione o su suggerimento del committente. Individuata la chiave, l’opera appare in tutto il suo splendore, chiaro l’intento e chiaro il messaggio. Una storia segreta dell’Arte che con la chiusura dell’Accademia Neoplatonica Fiorentina, assunse toni da militanza e cospirazione. Per questo molti artisti furono invisi o corteggiati a sproposito: per offuscare il messaggio e impedirne la diffusione.
Il Rinascimento non fu il momento più fulgido dell’arte che esaltò ruolo e protagonismo dell’animo artistico e diede luce, finalmente, ad una libertà laica di pensiero, poiché nello sfarzo spettacolare si nascose la celebrazione del suo compromesso con il potere.
Nell’arco di un tempo familiare si accese e si spense, nel peggiore dei modi, una rivoluzione di conoscenza. L’Accademia Neoplatonica, inaugurata da Cosimo de’ Medici (nonno) nel 1459, fu sciolta nel 1523 dal nipote Lorenzo che (proprio per questo) si meritò l’eterna e “magnifica” riconoscenza. Marsilio Ficino, traduttore del Corpus Hermeticum di Hermete Trismegisto, radunò artisti da ogni parte d’Italia e d’Europa. Da oltre 200 anni la percezione che la terra fosse tonda era condivisa come una verità in attesa solo di verifica, oggi sappiamo che più di un esploratore aveva già navigato in tondo e disegnato mappe. La frequentazione dei crociati in Terra Santa aveva riportato alla luce l’interesse per antiche civiltà, in particolare quella egizia, di cui poco si conosceva; quei leoni dei geroglifici e delle sculture, posti uno ad Ovest ed uno ad Est tracciavano con il loro sguardo il segno di un’orbita: quella che la terra compie attorno al Sole.
Gli artisti, abili maestri nel rappresentare le suggestioni, scoprirono o furono scossi dallo stupore di una rivelazione, tutta da verificare, ma assolutamente sbalorditiva: la vera origine dell’uomo. All’inizio fu il verbo. Ma di chi? Chi soffiò sulla materia inanimata e paludosa della creta? Un dio fra le stelle e che, come sta scritto nelle scritture, si affacciava nel cielo su mostri d’acciaio? Fu così! Gli artisti fecero propria la conoscenza che abitanti di un altro mondo scesero un tempo sulla terra e dalla loro scienza evoluta nacque l’Uomo. Una bestia animata da scintilla divina (quel che ora conosciamo come DNA). Il fermento che ne derivò fu incontrollabile (si pensi a certe tele di Lorenzo Lotto) quelle verità andavano fermate promuovendo e bocciando artisti e pensatori, favorendoli o censurandoli con tutti i mezzi del potere. Per questo Leonardo protagonista assoluto della rivoluzione non fu mai incaricato in Vaticano, per questo a Michelangelo fu ordinato di sospendere i lavori della tomba di Giulio II ed avviare gli affreschi nella Cappella Sistina, struttura architettonica abbandonata e di nessun valore, importante solo per il messaggio comunicativo che con Creazione e Giudizio in seguito avrebbe assunto. Da lì si consolida la pratica esoterica dell’arte: affermare in ogni opera la scoperta, attraverso simboli e codici riconoscibili solo da un’approfondita conoscenza, le origini dell’Uomo. Bestia manipolata, prima androgino e bifallico e dalla sua “separazione” la creazione della Donna. Esiste un palazzo nel nord Italia, a Teglio in provincia di Sondrio, a due km. dal confine, che conserva, fra gli affreschi delle sue sale, la testimonianza vera di quel che avvenne nel 1459: un’intera sala affrescata con le scene dettagliate della Creazione e un mappamondo, che illustra le terre emerse dopo il diluvio con i profili e le forme di tutti i continenti, Americhe, Australia e Oceania… dipinto (da Leonardo e dal Durer, sono in molti a sostenerlo) prima dell’avvenuta scoperta. Premessa un po’ lunga ma necessaria per affermare che tutte le opere, da allora in poi, si prestano a diverse letture, anche quelle più palesemente allegoriche e classicamente riconducibili a miti e leggende nascondono il pensiero segreto, come il cosiddetto “Parnaso” di Andrea Mantenga. Poco si apprende leggendo, il più diventa nostro imparando, quindi riporto, senza alcuna modifica, una lettura ermetica dell’opera, convinta, che i più sensibili e attenti fra voi, sapranno individuare con piacere il percorso tracciato dal maestro.

*****

Il cosiddetto “Parnaso” Andrea Mantegna (tempera su tela, 150 x 192 cm., 1497)

Il segreto dell’Armonia è nella Bellezza. Intelligenza, Forza, Tecnica e Astuzia sono ai lati a garanzia della Danza. Curiosa questa costruzione dell’allegoria di Isabella d’Este (Venere) e di Francesco Gonzaga (Marte). Un arco di fango secco sostiene come un trionfo il peso di un talamo e di una coppia; lui è bardato e armato, anche pronto ad andarsene, se lei non cede la freccia d’oro dell’Amore che, con silenziosa indifferenza, sembra voler nascondere dietro il corpo nudo. Nudo è anche Vulcano che sta per essere colpito, da Cupido, nella sua doppia intimità: il fisico e il mito. Sul tetto della caverna, il calore della fucina si materializza in una macchia plastica e argillosa: mani grezze, pollice e dita tese, sfregano un blocco monco. La Festa, soggetto importante del dipinto, distoglie e piedi leggeri colorano di muffa il piano sterrato, una piccola tartaruga scura osserva immobile, la crepa alla base dell’opera.

©Miriam Ravasio

Jun 202011
 

Una delle caratteristiche della vita quotidiana dell’età da noi studiata era il prestito, attività che permetteva possedere e accumulare beni, e non solo fra i meno agiati che spesso dovevano ottenere un debito per sopravvivere, ma anche fra i ricchi che per dimostrare la loro opulenza erano costretti ad affidarsi a banchieri, mercanti, usurai. Per esempio, alla morte del cardinale Francesco Gonzaga si stimò che doveva alla banca dei Medici di Firenze ben 3.500 ducati e circa 1.000 a un mercante milanese che risiedeva in Roma, per un totale complessivo di 20.000 ducati di debiti accumulati durante la sua vita (1), cifra di un certo rilievo. Ma non solo, ricordiamo che per l’elezione di Carlo V, i prestiti da lui contratti furono davvero ragguardevoli (»» vedi articolo qua): i Fugger come i Welser ebbero la loro parte nella vicenda sia per l’ascesa al trono di Massimiliano d’Asburgo (1459-1519), sia del nipote Carlo V (1500-1558), soldi che servivano a corrompere.
Il credito era dunque motore dell’economia che iniziava a marciare a un ritmo maggiore rispetto al Medioevo, anche per l’emergente borghesia che si affacciava sulla scena pubblica.
Dürer, fra i tanti, era costretto a volte a rivolgersi ad amici e mercanti per pagare i suoi conti, prestiti che spesso saldava con le sue xilografie, visto la fama che aveva acquistato. Per continuare con il papato che aveva, nonostante le sicure entrate, sempre bisogno di denaro, vuoi per pagare le opere artistiche, architettoniche, etc., vuoi per le frequenti guerre in cui si metteva (»» vedi articolo qua).
Insomma, i prestatori di denaro erano disponibili, dietro ricompense e certificazioni, a soddisfare il loro bisogno.
Di seguito quattro immagini, di cui due del pittore fiammingo Quentin Metsys (1466-1530) e una di Marinus van Reymerswaele, che ci mostrano un aspetto della realtà cinquecentesca.

*****

1. Lisa Jardine, Worldly Goods, A New History of the Renaissance, W.W. Norton e Company, New York-London, 1998, pag. 93. (in it. L. Jardine, Affari di genio, Una storia del Rinascimento europeo, Carocci, Roma, 2001)

*****

Quentin Metsys - Il cambiavalute e la moglie, 1514

Quentin Metsys, prestatori di denaro, ca. 1515

Prestatore di denaro e contadino, 1531

Marinus Van Reymerswaele, Prestatori di denaro, 1542

Mar 152011
 

Jan van der Straet o Giovanni Stradano o Jan van der Straat o Stradanus o Stratesis (1523-1605) fu un pittore fiammingo che lavorò principalmente in Italia, a Firenze in particolare, sebbene presente anche a Venezia e a Roma. Fra le altre cose, Cosimo I gli commissionò una serie di cartoni per arazzi e tappezzerie. Decorò, inoltre, lo studiolo di Francesco I de’ Medici nel Palazzo Vecchio sotto la direzione di Giorgio Vasari.
Di seguito una serie di disegni tratti da Nova reperta (1584), pubblicato da Philip Galle (1537-1612) ad Anversa, che descrivono il suo minuzioso e dettagliato lavoro, presentandoci la quotidianità industriosa del XVI secolo.

Jan van der Straat, Stamperia

Jan van der Straat, Bottega d'incisione

Jan van der Straat, Mulini ad acqua

Jan van der Straat, Mulini a vento

Jan van der Straat, Bottega orologiaia

Jan 302011
 

“Philippe Daverio indaga sulle capacità rappresentative della pittura attraverso un itinerario tra le opere di Canaletto, Bellotto, Chardin, Induno e De Pisis”.

Video Rai.TV – Passepartout – Noi non siamo una macchina fotografica.

 

Jan 242011
 

Se non fosse per la pittura, e per Velázquez (1599-1660) in questo caso, non avremmo mai conosciuto i visi e i corpi dei buffoni di corte, personaggi che intrattenevano sovrani e principi, nobili e meno nobili, oltre a gente comune, che, tramite la loro arte, rallegravano, anche ma non solo, le giornate altrui. Ed era vera arte, come ci dice Michel de Montaigne nei suoi Saggi: “[...] Così io ho visto i migliori buffoni, vestiti secondo il solito e in atteggiamento comune, offrirci tutto il diletto che si può trarre dalla loro arte; i principianti e quelli che non hanno tale alta maestria, invece, aver bisogno di infarinarsi il viso, di travestirsi e contraffarsi con movimenti e smorfie selvagge per muoverci al riso.” (1)

Di seguito quattro buffoni nei palazzi di  Filippo IV di Spagna (1605-1665), rappresentati proprio dal pennello di Velázquez.

Don Diego de Acedo, detto El Primo, seduto davanti a un libro più grosso di lui, con un barattolo di colla accanto. Aveva avuto piccoli incarichi amministrativi nella corte di Filippo IV.

*****

Don Cristobal de Castañeda y Pernía, detto il Barbarossa, era famoso per il suo carattere forte ed energico, tanto che Filippo IV lo allontanò perché aveva osato ridersi del conte di Olivares.

*****

Francisco Lezcano, detto il ragazzo di Vallecas, soffriva di un handicap genetico che lo portò, ancora giovane, alla morte.

*****

Don Sebastián de Morra, uno dei nani alla corte di Filippo IV, in questo dipinto con espressione seria, rappresenta tutta l’ingiustizia riversata sui buffoni.

*****

1. Michel de Montaigne, Saggi, Adelphi, Milano, 1998, pag. 532.

*****

(aggiornato 17 Giugno 2011)

 

Oct 212010
 

Davanti a uno Chardin ci si ferma,
come d’istinto, alla maniera del viaggiatore
che, stanco del suo andare, si siede,
quasi senza accorgersene,
non appena trova un letto d’erba,
silenzio, acqua, ombra, frescura.
(Denis Diderot, 1767)

- Ciao, dove vai?
- Ciao, vado a Ferrara.
- Perché a Ferrara?
- Vado ad ascoltare i quadri di un pittore francese, Chardin.
- Ma i quadri non si ascoltano, si vedono.
- Certo, hai ragione, ma se metti in un cassetto per qualche minuto i tuoi pensieri e fissi con attenzione le tele di Chardin, ti accorgerai che parlano.
- Lo farò, dirò alla mia mamma che mi porti da Chardin.

Era una bambina dalla bianca pelle di porcellana, bionda dai capelli riccioli e gli occhi vispi color blu perlaceo. Era seduta davanti a me, nel treno che mi avvicinava da Pistoia a Ferrara, fra la nebbia alzata dal primo sole e il caldo sorriso di quella fanciulla.
Ma andiamo con ordine, giacché la giornata si rivelò fruttifera di piacevoli percezioni.

A Palazzo dei Diamanti, è in corso una deliziosa mostra dedicata al pittore francese Jean Siméon Chardin (1699-1779), una mostra iniziata qualche giorno fa, il 17 ottobre, e che si concluderà presto, il 30 gennaio del 2011.
Non voglio parlarvi della sua vita in sé per sé, ma di ciò che mi ha colpito, che mi ha impressionato di un artista sui generis per l’epoca, un Settecento pieno di storia le cui corti erano dedite al lusso. Impressionato sì, poiché nei nostri ricordi rimangono più i dettagli e i particolari legati a determinate situazioni che un’intera vicenda o un’intera opera. Quelle peculiarità, quelle sfumature che ci sovvengono ogni qualvolta chiudiamo gli occhi e riportiamo alla mente scene, immagini, parole, frasi, pensieri che hanno emozionato i nostri sensi.
Chardin è uno di quelli che permane indelebile nella memoria visiva, un artista i cui sussurrii, ascoltati con attenzione, rivelano la bellezza e la semplicità del suo animo.
È un artista che non si stancherà mai di cercare la perfezione dei colori, delle luci, delle ombre, degli effetti luminici, studiando l’armonia che la natura offre spontaneamente e che lui cercherà ritrarre così come la vede, tele che farà e rifarà anche due tre quattro volte. La sua pennellata indaga l’equilibrio, la giusta proporzione, si affanna a captare, nella staticità dei suoi elementi, un movimento che non riesce, e forse non vuole, raffigurare. Così ritraeva ciò che aveva davanti, semplificando e selezionando, pretendendo la massima verità.

Giro lentamente per le sale, avanti e indietro, ritornando spesso sui miei passi per confrontare, rivedere, esaminare, sale in cui l’azzeccato colore delle pareti e la giusta illuminazione permettono assaporare nei dettagli i suoi quadri.
Mi soffermo sul primo periodo, sulle sue nature morte, quelle che, di primo acchito, possono sembrare forzate, dure, immobili, ma che alla fine si rivelano piene di eleganza, di musicalità, nature morte che parlano, appunto, della morte. Lepri, salmoni, pernici, pavoni, conigli, e via dicendo, vengono immortalati, a mio avviso, come rappresentazione della caducità della vita. Parole e pensieri che emergono da: Due conigli e una pernice grigia con carniere e sacca per polvere da sparo (1731), o Lepre morta con sacca per polvere da sparo e carniere (1728-30), o ancora Lepre morta con fucile, carniere e sacca per polvere da sparo (1728-1730), tele in cui il mormorare della morte è evidente, tele da cui si possono trarre riflessioni sulla fugacità della vita; impressioni che restarono nella mia memoria.
Vado avanti, inizia il secondo periodo, un tempo dedicato alla figura umana. Chiamo mia moglie, che mi accompagna, e le segnalo qualche quadro: Un giovane scolaro che disegna (1733-34), in cui un fanciullo ricopia con attenzione una figura che ha davanti a sé; Signora che prende il tè (1735), una giovane donna assorta a contemplare una fumante tazza di tè; Bambina che gioca col volano (1737), dove una delicata fanciulla è immersa nei suoi pensieri; Il bambino con la trottola (1737-38), in cui un ragazzo guarda con insistenza il suo giocattolo girare. Le rivelo la mia percezione: tutti quadri in cui i soggetti sembrano solo e unicamente concentrati in quello che fanno, come se il mondo a loro intorno non esistesse, una perfetta attenzione, riflesso del carattere del pittore. Concordiamo. Dopotutto, lo stesso Chardin, accusato di essere lento, rispose una volta: “Impiego tanto tempo perché d’abitudine non mi separo dalle mie opere se non quando, ai miei occhi, non lasciano più nulla da desiderare”. Aveva bisogno del tempo necessario per concentrarsi e completare il lavoro con estrema accuratezza prima di darlo via.
Chardin è il pittore della concentrazione!

Riportava Charles-Nicolas Cochin che un giorno un artista si vantava del suo metodo per purificare e perfezionare i suoi colori, al che Chardin, che lo considerava freddo nell’esecuzione, gli rispose: “Ma chi vi ha detto che si dipinge con i colori? Ci si serve dei colori, ma si dipinge con il sentimento”.
Di tutto questo e altro parlano i suoi quadri, di quel mondo assorto in sé stesso, di quel mondo che cerca l’armonia, di quel mondo ordinato e preciso, silenzioso o di poche parole, spesso assente o trasognante, spesso troppo serio. In pochissime tele i personaggi sorridono, Ritratto di un ragazzo (1777) e Ritratto di una fanciulla (1777) sono forse le poche eccezioni in cui due ragazzi accennano a un sorriso: la vita di Chardin era alla fine. Morirà proprio qualche anno dopo, nel 1779, all’età di 80 anni, in una camera del Louvre offertagli tempo prima da Luigi XV.

Esco dal Palazzo dei Diamanti, è quasi mezzogiorno, un pensiero si muove per la mia mente: Chardin era anche il pittore delle piccole gioie quotidiane!