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Gaspare Vanvitelli e le vedute di Napoli del XVIII sec.

Olandese naturalizzato italiano, Caspar Andriaans van Wittel, Gaspare Vanvitelli (1653?-1736), ammirava la nostra terra, una terra piena di storia, di classicismo, una terra con un ben preciso rapporto fra natura e architettura, una terra che ospitava, Roma in particolare, un nutrito gruppo di pittori olandesi. Venuto in Italia nel 1674, a 21 anni, lavorò a Napoli, Venezia, Urbino, Roma, Firenze e in altre città, periodo abbastanza fruttifero. Adoperando la “scatola ottica”, strumento ben conosciuto dai pittori olandesi, il Vanvitelli vedutista ci consegna una bella serie di rappresentazioni di città italiane, precise, fedeli, dettagliate, dove talvolta realismo e fantasia si confondono, momenti storici che servono agli studiosi per meglio comprendere lo spirito dell’artista e dell’epoca.
Di seguito tre immagini della Napoli del XVIII secolo, di quella Napoli a lui cara, dove nacque nel 1700 il figlio Luigi, futuro autore della Reggia di Caserta.

Gaspare Vanvitelli, Veduta del Largo di Palazzo

Gaspare Vanvitelli, Vicino Napoli

Gaspare Vanvitelli, Vista del porto di Napoli

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La resa di Breda e Diego Velazquez

Dopo undici mesi d’assedio, Giustino di Nassau, comandante della piazzaforte olandese di Breda, consegna le chiavi della città agli assedianti spagnoli capeggiati dal genovese Ambrogio Spinola (1569-1630), esponente di una ricca e forte famiglia con interessi economici in Spagna. Giugno del 1625, l’esercito iberico ottiene una grande vittoria. Ricordo siamo in piena fase della guerra d’indipendenza dei Paesi Bassi.
Il pittore spagnolo Diego Velazquez (1599-1660) ne farà tema di uno dei suoi più riusciti quadri, La resa di Breda o Le lance (1634-35), una tela dove emergono e si palesano sentimenti in modo davvero notevole.
Con alle spalle un paesaggio desolato, devastato e pieno di fumi per incendi, Giustino di Nassau porge al nemico le chiavi di Breda, un gesto raffigurato con umiltà nell’intento di chinarsi rispettoso all’avversario, e, nello stesso tempo, Ambrogio Spinola conforta con una mano sulla spalla il nemico. La scena, a mio avviso avvolta in un delicato silenzio, è garbata e discreta, piena di umanità, se di umanità si possa parlare durante una battaglia, una scena in cui c’è ancora posto per una resa onorevole. L’elemento materiale che spicca fra tutti sono quelle lance alzate al cielo, sul campo destro del quadro per chi guarda, lance che spezzando la linea dell’orizzonte danno profondità e solennità all’insieme, lance che simbolizzano la forza delle truppe spagnole.

Diego Velázquez, La resa di Breda, 1634-35


Abraham Bosse e la Francia quotidiana del XVII sec.

Vissuto durante la cosiddetta epoca barocca, Abraham Bosse (1602-1676) fu uno dei maggiori incisori francesi del XVII sec., membro dell‘Académie royale de peinture et de sculpture, nella quale insegnò prospettiva dal 1648 al 1661, ugonotto di fede e attento alla vita sociale quotidiana della sua epoca. Vita che descriverà in modo davvero esemplare in alcune delle sue incisioni. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo il Traité des manières de graver en taille douce del 1645, e il Traité des manières de dessiner les ordres de l’architecture antique del 1665, quest’ultima in difesa del metodo proposto dal suo amico e maestro Girard Desargues.
Di seguito tre rappresentazioni.
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La Maestra di scuola, 1638:
Riunite probabilmente in un’abitazione della maestra, ecco un gruppo di allieve, tutte donne. A sinistra, una giovane è attenta, in solitario, alla lettura, mentre al centro, un gruppo di tre ragazze sembrano discutere con l’insegnate. Al fondo dell’incisione sulla parte destra, su una panchina vicino al letto, due di loro maneggiano il cestino con il pane e la frutta che hanno portato da casa. A destra in primo piano, una donna conduce la sorellina alla sua prima lezione. Poi, attraverso una porta, notiamo una cameriera spazzare il pavimento.
Un cagnolino rallegra la scena di stampo quasi familiare.
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Il negozio di un pasticciere, 1638:
Questo spaccato di vita quotidiana ci mostra il negozio di un pasticciere indaffarato a infornare dei dolci. Alcuni operai, o forse apprendisti, sono intenti chi con un rotolo di pasta, chi dando precisa forma a dei dolci. A destra, una cliente con un bambino paga una donna seduta comodamente. La scena è piena di dettagli: da forme per torte, a scaffali con oggetti vari, a cacciagione appesa e cosce di prosciutto. Prezioso il vaso decorativo con un girasole al centro dell’incisione.
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Il calzolaio, 1632-33:
Molteplici le forme di scarpe che pendono dal soffitto, fra cui alcuni stivali che, già adoperati per uso militare, entrano nella vita civile di tutti i giorni. Accanto al maestro calzolaio, la moglie che lo aiuta a controllare i tre ragazzi, distribuendo loro il lavoro. Mentre la donna fila su un piccolo aggeggio, l’uomo taglia un pezzo di cuoio che dà a uno dei lavoranti. Le ossa di cervo nel cesto vengono utilizzate per lucidare la pelle. Da notare la bottiglia di vino.


Carlo V e la passione per la caccia

Come la maggior parte dei sovrani e dei nobili dell’epoca, anche Carlo V (1500-1558) era un amante della caccia, pronto a intraprendere “sacrifici” pur di portare a casa un lauto bottino.
A Bologna, il 24 febbraio 1530, Carlo V viene incoronato da Clemente VII re d’Italia e imperatore, un evento che, seppur in parte simbolico, segna un passo importante nella vita del re, e, caso volle, nello stesso anno il suo nemico di sempre Francesco I sposasse sua sorella, Eleonora, vedova di Emanuele I del Portogallo.
Bene, dicevano della caccia.
Il 27 marzo 1530, a quasi un mese dall’incoronazione, Carlo accettava l’invito a caccia del marchese di Mantova, a Marmirolo. Si dice che diecimila persone (?) (1) presero parte alla battuta, una battuta tanto rumorosa che la selvaggina fuggì, risolvendo il tutto in un fiasco. Fu tanta la delusione del sovrano che poco dopo accolse ben volentieri un’altra proposta, stavolta dai Gonzaga, nella loro piccola riserva. In questa occasione fu più fortunato, uccise un cervo con un giavellotto.

Nel dipinto di sopra, Caccia in onore di Carlo V di Lucas Cranach il Vecchio (1472-1553), del 1544, notiamo – a sinistra in basso vestito di nero – proprio il sovrano con in mano una balestra intento a cacciare. Accanto a lui decine di cacciatori, vestiti all’uopo, con stivali per entrare negli acquitrini, con armi bianche, sono pronti a uccidere cervi, cinghiali, e via dicendo, una gara di abilità e resistenza che metteva a “dura prova” i partecipanti. E Carlo V non era di meno, circondato da mute di cani e amici fedeli attendeva il suo turno.

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1. C. Giardini, M. Paltrinieri, Carlo Quinto, Mondadori, Milano, 1970, pag. 28.


Per una diversa visione dell’Arte

Il fascino dell’apprendere risiede – anche, ma non solo – nelle molteplici sfaccettature che ognuno di noi ha nell’interpretare gli eventi, la storia, l’arte, sta inoltre nella varietà, nelle tante forme comunicative che l’uomo possiede, giacché condividere significa imparare.
Il seguente articolo di Miriam Ravasio colpisce per una diversa analisi, per un approccio esoterico dell’arte.
Miriam Ravasio, diplomata all’Accademia di Brera, è un’artista underground che dedica la vita all’arte visiva e alle sue possibili applicazioni tecniche: pittura, illustrazione, ricerca e marketing. Attualmente, oltre a mostre e animazioni culturali, si occupa di educazione all’immagine nelle scuole, con progetti per guardare ai Luoghi con gli occhi della mente e i mezzi dell’arte. Da questa esperienza è nato un libro, Occhio, manuale per l’educazione all’immagine.

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L’Arte colpisce con amore (di Miriam Ravasio)

Ciò che state per leggere forse vi sorprenderà. Educati ad una Storia dell’Arte didattica, corretta e priva di mistero, perché documentata e quindi provata, noi leggiamo le opere ignorando la volontà comunicativa degli artisti, annullandola nella ricerca dei fatti e nell’espressività estetica o peggio ancora indagandola con le moderne sonde della psicologia. Di fronte ad un’allegoria che richiama miti e dei dell’Olimpo, ci sforziamo di riconoscere le storie rapportandole al momento storico dell’epoca. E tutto finisce lì, difficilmente andiamo oltre, perché bellezza e composizione, uso dei colori e forma ci bastano per constatare ricerca e cammino espressivo.
In quelle composizioni invece, a partire soprattutto dal 1400 (ma anche prima), si celano i segreti sulle origini dell’Uomo. Un gesto, una mano, un ornamento, una figura, un piccolo cartiglio, la forma di un manto, sono segni di richiamo e di testimonianza lasciati dall’artista, per sua precisa intenzione o su suggerimento del committente. Individuata la chiave, l’opera appare in tutto il suo splendore, chiaro l’intento e chiaro il messaggio. Una storia segreta dell’Arte che con la chiusura dell’Accademia Neoplatonica Fiorentina, assunse toni da militanza e cospirazione. Per questo molti artisti furono invisi o corteggiati a sproposito: per offuscare il messaggio e impedirne la diffusione.
Il Rinascimento non fu il momento più fulgido dell’arte che esaltò ruolo e protagonismo dell’animo artistico e diede luce, finalmente, ad una libertà laica di pensiero, poiché nello sfarzo spettacolare si nascose la celebrazione del suo compromesso con il potere.
Nell’arco di un tempo familiare si accese e si spense, nel peggiore dei modi, una rivoluzione di conoscenza. L’Accademia Neoplatonica, inaugurata da Cosimo de’ Medici (nonno) nel 1459, fu sciolta nel 1523 dal nipote Lorenzo che (proprio per questo) si meritò l’eterna e “magnifica” riconoscenza. Marsilio Ficino, traduttore del Corpus Hermeticum di Hermete Trismegisto, radunò artisti da ogni parte d’Italia e d’Europa. Da oltre 200 anni la percezione che la terra fosse tonda era condivisa come una verità in attesa solo di verifica, oggi sappiamo che più di un esploratore aveva già navigato in tondo e disegnato mappe. La frequentazione dei crociati in Terra Santa aveva riportato alla luce l’interesse per antiche civiltà, in particolare quella egizia, di cui poco si conosceva; quei leoni dei geroglifici e delle sculture, posti uno ad Ovest ed uno ad Est tracciavano con il loro sguardo il segno di un’orbita: quella che la terra compie attorno al Sole.
Gli artisti, abili maestri nel rappresentare le suggestioni, scoprirono o furono scossi dallo stupore di una rivelazione, tutta da verificare, ma assolutamente sbalorditiva: la vera origine dell’uomo. All’inizio fu il verbo. Ma di chi? Chi soffiò sulla materia inanimata e paludosa della creta? Un dio fra le stelle e che, come sta scritto nelle scritture, si affacciava nel cielo su mostri d’acciaio? Fu così! Gli artisti fecero propria la conoscenza che abitanti di un altro mondo scesero un tempo sulla terra e dalla loro scienza evoluta nacque l’Uomo. Una bestia animata da scintilla divina (quel che ora conosciamo come DNA). Il fermento che ne derivò fu incontrollabile (si pensi a certe tele di Lorenzo Lotto) quelle verità andavano fermate promuovendo e bocciando artisti e pensatori, favorendoli o censurandoli con tutti i mezzi del potere. Per questo Leonardo protagonista assoluto della rivoluzione non fu mai incaricato in Vaticano, per questo a Michelangelo fu ordinato di sospendere i lavori della tomba di Giulio II ed avviare gli affreschi nella Cappella Sistina, struttura architettonica abbandonata e di nessun valore, importante solo per il messaggio comunicativo che con Creazione e Giudizio in seguito avrebbe assunto. Da lì si consolida la pratica esoterica dell’arte: affermare in ogni opera la scoperta, attraverso simboli e codici riconoscibili solo da un’approfondita conoscenza, le origini dell’Uomo. Bestia manipolata, prima androgino e bifallico e dalla sua “separazione” la creazione della Donna. Esiste un palazzo nel nord Italia, a Teglio in provincia di Sondrio, a due km. dal confine, che conserva, fra gli affreschi delle sue sale, la testimonianza vera di quel che avvenne nel 1459: un’intera sala affrescata con le scene dettagliate della Creazione e un mappamondo, che illustra le terre emerse dopo il diluvio con i profili e le forme di tutti i continenti, Americhe, Australia e Oceania… dipinto (da Leonardo e dal Durer, sono in molti a sostenerlo) prima dell’avvenuta scoperta. Premessa un po’ lunga ma necessaria per affermare che tutte le opere, da allora in poi, si prestano a diverse letture, anche quelle più palesemente allegoriche e classicamente riconducibili a miti e leggende nascondono il pensiero segreto, come il cosiddetto “Parnaso” di Andrea Mantenga. Poco si apprende leggendo, il più diventa nostro imparando, quindi riporto, senza alcuna modifica, una lettura ermetica dell’opera, convinta, che i più sensibili e attenti fra voi, sapranno individuare con piacere il percorso tracciato dal maestro.

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Il cosiddetto “Parnaso” Andrea Mantegna (tempera su tela, 150 x 192 cm., 1497)

Il segreto dell’Armonia è nella Bellezza. Intelligenza, Forza, Tecnica e Astuzia sono ai lati a garanzia della Danza. Curiosa questa costruzione dell’allegoria di Isabella d’Este (Venere) e di Francesco Gonzaga (Marte). Un arco di fango secco sostiene come un trionfo il peso di un talamo e di una coppia; lui è bardato e armato, anche pronto ad andarsene, se lei non cede la freccia d’oro dell’Amore che, con silenziosa indifferenza, sembra voler nascondere dietro il corpo nudo. Nudo è anche Vulcano che sta per essere colpito, da Cupido, nella sua doppia intimità: il fisico e il mito. Sul tetto della caverna, il calore della fucina si materializza in una macchia plastica e argillosa: mani grezze, pollice e dita tese, sfregano un blocco monco. La Festa, soggetto importante del dipinto, distoglie e piedi leggeri colorano di muffa il piano sterrato, una piccola tartaruga scura osserva immobile, la crepa alla base dell’opera.

©Miriam Ravasio


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