Apr 142013
 

di Ivana Palomba.

Le recenti elezioni politiche hanno portato alla ribalta tre minoranze che non dialogando fra di loro e facendo i “bastian contrari” su tutto, tengono in ostaggio il nostro paese.
Ma da dove deriva il modo di dire Bastian contrario?

Bastian contrario” è una coniazione popolare con la trasformazione da nome proprio a comune, ovverosia Bastiano da Sebastiano, che rimanda al significato di un uomo che per la sua attitudine di essere contrario a tutto ha dato origine alla locuzione. Se sulla prima attestazione in italiano (“Il Conciliatore” del 28/2/1819, quale pseudonimo dell’abate torinese Lodovico Arborio Gattinara, marchese di Breme, 1780-1820), tutti sono d’accordo, sull’origine vi sono molte linee interpretative.

Alcuni la fanno derivare dal conte di San Sebastiano, Paolo Novarina, la cui disobbedienza nella battaglia dell’Assietta (1747) favorì la vittoria austro-piemontese, altri ancora dal pittore fiorentino Bastiano da Sangallo (1481-1551) dal caratterino pepato, mentre quella che sembra raccogliere più favori propende per un brigante sabaudo che nel 1671 condusse un’azione di disturbo nelle zone confinanti con la repubblica genovese.
L’episodio storico riguarda le battaglie fra il Granducato di Savoia e la Repubblica di Genova che videro nelle due fazioni in lotta anche due banditi.

La guerra che Savoja desiderava, e Genova non ricusava, aveva cominciamento poco onorevole. Un Antonio Folco sopranominato il Turco, bandito capitale della Repubblica, tirato dal desiderio di ottener grazia per merito o da speranza di arraffare alla sicura, chiedeva al Senato la facoltà di esercitar guerra minuta e, come dicono, all’occhio, promettendo che non sarebbe stato senza molto vantaggio. Ottenutala facilmente, radunò subito una squadra di settanta tutti simili a lui, e dico simili perché peggiori non poteva, e incominciò a battere la campagna infestando i Ducali, molti uccidendo, molti sperperando e incutendo timore in tutti.” (1 )

Contrapposto al “Turco”, nelle file piemontesi c’era Sebastiano Contrario, maresciallo dei corazzieri di Casa Savoia caduto in disgrazia e datosi al brigantaggio, condannato anch’egli alla pena capitale ma graziato per l’occasione dal Duca Carlo Emanuele II di Savoia.
Ma Bastian giunto in Valle Arroscia, con molti balordi come lui, non fece quanto aveva promesso, anzi fece il contrario stringendo un patto di non belligeranza con il Turco.
Così racconta il generale Guido Amoretti:

Il lato curioso della presenza di due bande antagoniste nella stessa zona fu la tacita intesa che ben presto si stabilì tra di esse di non disturbarsi a vicenda! Non avvenne mai, infatti, il minimo contatto tra le due formazioni che si tennero scrupolosamente a distanza.” ( 2)

La provata e voluta inefficacia dei due portò piemontesi e genovesi a scontrarsi nella definitiva battaglia di Zuccarello (1672) che vide la vittoria della repubblica genovese.

©Ivana Palomba

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- 1. Carlo Varese, Storia della repubblica di Genova, dalla sua origine sino al 1814, Volume 7, Gravier, 1837, pag.40-41.
- 2. Guido Amoretti, Il ducato di Savoia dal 1559 al 1713: 1659-1690, Famija Turinèsia, 1987, pag. 90-91.

Mar 232013
 

di Ivana Palomba

Quanti, dopo l’avvenuta fumata bianca, erano in trepidante attesa in piazza San Pietro, a Roma, hanno potuto ammirare anche il picchetto d’onore preparato per il novello papa! Infatti, le rappresentanze militari con le guardie svizzere, allietati dalla banda musicale, avevano preso posto proprio sotto la finestra delle benedizioni da cui sarebbe apparso il Santo Padre.
Il picchetto d’onore indica “un piccolo distaccamento di militari impegnato in funzione di guardia d’onore, soprattutto quando si tratta di rendere gli onori a una certa personalità” (1).

Ma che origine ha la parola “Picchetto”?
L’origine è prettamente militare e deriva dal francese “piquet” da “piquer” = pungere.
In verità, è un francesismo annacquato perché proviene dalla radicale germanica “pikk”= punta, di origine chiaramente onomatopeica.
Il piquet, dunque, altro non era che una punta, un bastone appuntito, all’italiana un piolo.
Durante le guerre del Settecento, questi “picchetti” furono dati in dotazione ad alcuni reparti di cavalleria che opportunamente dislocati in più punti strategici erano pronti ad entrare in azione su comando.

Questi cavalieri furono detti “chevaliers de piquet” perché dovendo sostare in luogo aperto infiggevano i loro picchetti nel terreno per legarvi il cavallo. Quando dovevano spostarsi strappavano il picchetto e si lanciavano al galoppo.
In seguito, la parola “piquet” designò dapprima l’intero drappello di cavalieri e poi anche il servizio di guardia da essi effettuato.

Una piccola curiosità, “picchetto” è anche il nome di un antico gioco, risalente alla prima metà del XV sec., che fu passatempo prediletto delle famiglie reali francesi ed inglesi. Diffusosi in seguito fra tutti i ceti ebbe un’enorme fortuna fino al XIX secolo.

©Ivana Palomba

1. Dizionario militare, a cura di Riccardo Busetto, Zanichelli, 2004, pp. 669-670.

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Bibliografia:
- Giuseppe Grassi, Dizionario militare italiano, Società tipografico-libraria, 1833.
- Giampiero Farina, Alessandro Lamberto, Enciclopedia delle carte. La teoria e la pratica di oltre 1000 giochi, Hoepli, 2006.

Feb 222013
 

di Ivana Palomba

Pantalone

Comunque vadano queste elezioni il risultato finale vedrà pagare il solito pantalon, cioè il popolo. La locuzione “paga Pantalone”, eterno lamento del popolo, ha infatti il senso figurato di pagare per tutti senza trarre alcun beneficio.
Il lemma “pantalon” è voce dialettale veneziana molto popolare già agli inizi del ‘600 a indicare il popolo veneziano per le ragioni ben espresse dal Tassini nelle sue curiosità veneziane (1):

a) nome popolare corrotto di Pantaleone, medico e martire a Nicomedia nonché santo titolare di un’antichissima chiesa veneta che fu riedificata dalla famiglia Giordani nel 1009 sotto il dogato di Ottone Orseolo;
b) metafora di “pianta i leoni” per l’abitudine dei veneziani di mettere sulle terre di nuova conquista lo stemma pubblico del leone alato;
od ancora
c) dall’accezione negativa di scherno assunta nel tempo dalla caratteristica maschera veneziana di Pantalone figura del mercante onesto e bonario ma facile agli inganni.

Ricercare invece l’origine della locuzione significa intraprendere un viaggio affascinante nella storia per le linee interpretative proposte.
Secondo Cristoforo Pasqualigo, il detto “Pantalon paga per tutti” risalirebbe alla fine del XV sec., epoca delle guerre di Ferrara, Napoli e Pisa contro Francesi e Turchi, quando i costi incisero sulla ricchissima Venezia che pagò per tutti, rimanendo “asciutta di denaro”(2).

Per Cesare Musatti, la locuzione ha un’origine più recente risalente al periodo della caduta veneziana in cui circolarono molte caricature e satire. Infatti, dopo il trattato di Campoformio (17 ottobre 1797), che vedeva cedere la Serenissima all’Austria, si impose all’attenzione del pubblico una famosa caricatura che raffigurava una carrozza in uscita da villa Manin in cui i rappresentanti francesi e austriaci avevano appena firmato il protocollo d’intesa. Alle proteste dell’oste che inseguendo la carrozza reclamava il costo del vitto e dell’alloggio al grido di: “Chi pagherà?”, gli veniva risposto da Pantalone a cassetta: “Amigo, pago mi”(3).
Verrebbe da dire: Niente di nuovo sotto il sole.

© Ivana Palomba

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Bibliografia:
- 1. Giuseppe Tassini, Curiosità veneziane, vol.II, Filippi, 1863.
- 2. Cristoforo Pasqualigo, Raccolta di proverbi veneti, III ed. , Zoppelli, 1882.
- 3. Cesare Musatti, Motti popolari veneziani, Venezia 1904.

- Cesare Levi, Il vecchio “papà” della Commedia: Pantalone, Emporium, nov. 1914, pagg. 253-265.

Oct 302012
 

di Ivana Palomba

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Nessuna parolina è più stringata, simpatica ed espressiva di OK (okay), soluzione grafica della sigla O.K.
Anche se di importazione americana, e nel nostro lessico potremmo tradurla con bene benissimo perfetto, non c’è dubbio che OK sia molto più incisiva.
L’origine del termine, diffuso in tutto il mondo, ha impegnato per anni gli studiosi statunitensi che hanno fatto numerosi tentativi per scoprirne l’arcano.
Alcuni hanno prospettato che derivasse dall’abbreviazione di “0 killed” (nessuno ucciso, zero morti) al tempo della guerra di Secessione americana (1861-1865), quando le truppe di ritorno ai loro quartieri, senza aver riportato alcun morto, scrivevano su una grande lavagna “0 Killed”.
Altri che fosse un’invenzione giornalistica del 1839 dove per la prima volta, il 23 Marzo, apparve, inosservata, nella seconda pagina del Boston Morning Post: “It is hardly necessary to say to those who know Mr. Hughes, that his establishment will be found to be ‘A. No. One’ — that is, O.K. — all correct”.
Ma l’ipotesi più accreditata dagli studiosi, fra cui il giornalista e saggista Henry Louis Mencken (1880-1956), ed accolta nell’Historical Corpus dell’Oxford English Dictionary, è che okay derivi da “orl korrect”, forma scherzosa di all correct, slogan usato nel 1840 durante la campagna presidenziale di Martin Van Buren (1782-1862), ottavo presidente degli Stati Uniti d’America. Tutto deriva da un gioco di parole, dal soprannome “Old Kinderhook” dato a Martin Van Buren.

Le elezioni americane del 1840, da sempre a quanto pare molto vivaci e pittoresche, vedevano contrapposti il presidente in carica Martin van Buren e il repubblicano generale Henry William Harrison (1773-1841).
Martin van Buren era nato a Old Kinderhook, piccolo villaggio di Hudson Valley nello stato di Nuova York, e da ciò gli era derivato il nomignolo di “saggio, mago di Kinderhook”.
Il comitato di amici che sostenevano la sua candidatura prese il nome di Old Kinderhook Club abbreviato per comodità prima in O.K. Club e poi più semplicemente in O.K.
Sebbene OK divenisse il grido elettorale più diffuso, la vittoria alle elezioni americane arrise al generale Harrison, il cui mandato verrà ricordato come il più breve della storia statunitense. Infatti il giorno del suo insediamento, 4 marzo 1841, tenne il suo discorso (che detiene il primato come discorso di insediamento più lungo della storia) sotto una pioggia battente rifiutando una qualsivoglia protezione, per non sfatare l’aureola di uomo aduso ai rigori della vita, contraendo così una polmonite fulminante che lo portò alla morte dopo appena un mese.
Dopo che Van Buren fu battuto da Harrison, circolò la voce che OK stava per Orful Kalamity e Orrible Katastrophe.

La sigla OK, molto orecchiabile, ebbe una grandissima fortuna tanto che molti si contendono l’onore di averla inventata. Infatti, come sostengono i linguisti anglosassoni, i suoni “o” e “k” sono presenti in ogni lingua, anche se il termine passando da una nazione all’altra ha subito riadattamenti locali: per i nativi americani “Okeh” (è così), per i greci “ola kala” (tutto bene), per i tedeschi “ohne Korrektur” (nessuna correzione), per gli scozzesi “och aye” (oh sì), per i finnici “Oikea”(corretto).
Nel nostro lessico, la prima attestazione scritta di OK è del 1931 (Dizionario moderno di A. Panzini), ma è divenuto popolare nel 1945 con i soldati americani.

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Bibliografia:

- Monica Harwey, Anna Ravano, Wow. The Word on Words, Grande dizionario Inglese Italiano di parole e di frasi idiomatiche colloquiali e gergali, Bologna, Zanichelli, 1999.
- Henry Louis Mencken, The American Language. A Preliminary Inquiry Into the Development of English in the United States, Cosimo Inc., 2010.
- Edward A. Collier, A History of Old Kinderhook, Putnam’s sons, 1914.

© Ivana Palomba

Sep 072012
 

di Ivana Palomba

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“Quinta colonna” ci rimanda oggi all’omonimo programma televisivo, ma l’espressione, col significato di sabotaggio, ebbe un’immensa fortuna durante la seconda guerra mondiale quando già pochi ne ricordavano l’origine.
Il modo di dire, ampiamente diffuso dai media, indica un corpo clandestino che agisce dietro le linee nemiche e veniva spesso usato, in senso figurato, anche nel linguaggio politico per designare spie e traditori potenziali.
La locuzione risale al tempo della guerra civile spagnola (1936-1939) e lo storico Hugh Thomas, autore della “Storia della guerra civile spagnola”, sostiene che si deve al generale franchista Emilio Mola Vidal.
Entrambi i contendenti – scrive Arrigo Petacco – considerarono la guerra civile spagnola al pari di una crociata:

«La destra si batté per ristabilire il vecchio ordine, per eliminare i “rossi” – come genericamente venivano definiti gli avversari – e per ridare vita a una Spagna pura, monarchica e cristiana; la sinistra si batté per sostenere la giovane Repubblica democratica, ma anche per trasformarla in una repubblica sovietica». (1)

Nell’ottobre del 1936 l’esercito nazionalista del generalissimo Franco stava puntando su Madrid, in mano alle truppe governative repubblicane, e Mola, comandante delle divisioni operanti nella zona settentrionale, disse alla radio in tono trionfalistico che quattro colonne dell’esercito di Franco stavano convergendo sulla capitale, ma che a liberare Madrid sarebbe stata la quinta colonna, quella già in città formata da simpatizzanti della causa nazionale.
Anche se poi la storia ci dice che la capitale spagnola non cadde e Mola non bevve quel caffè nel centro di Madrid, come aveva annunciato ai giornalisti accreditati a Burgos, l’espressione “quinta colonna” si diffuse rapidamente.

© Ivana Palomba

- 1. Arrigo Petacco, Viva la muerte!, Mondadori, 2010, Prologo.

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Bibliografia:
- Arrigo Petacco, Viva la muerte!, Mondadori, 2010.
- Lucio Ceva, Spagna 1936-1939. Politica e guerra civile, Franco Angeli, 2010.
- Hugh Thomas, Storia della guerra civile spagnola, Torino, Einaudi, 1963.
- Bernard Delmay, Usi e difese della lingua, L. S. Olschki, 1990.

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