Aug 052010
 

Lo sviluppo economico e sociale umano è passato attraverso piccole e grandi rivoluzioni, attraverso forme più o meno palesi di cambiamenti, cambiamenti che spesso si possono solo notare su una lunga scala di tempo. Ciò che adesso stiamo vivendo con l’era internettiana, sicuramente lo potremmo meglio analizzare fra qualche decina di anni se non addirittura fra qualche secolo, quando avremmo, o meglio i nostri figli avranno, una più completa visione degli eventi e dell’insieme.
Nei secoli XI, XII e XIII, le lente trasformazioni dei mulini ad acqua e a vento hanno portato un certo cambiamento nelle abitudini sia economiche che sociali, svolgendo una ben precisa funzione nella crescita dell’Europa. I mulini ad acqua avevano un’importanza superiore a quelli a vento, in balìa, questi ultimi, ai capricci del vento, alla loro direzione, alla loro forza, alla loro frequenza. Mentre, nei limiti ritmici della natura, quelli ad acqua erano più costanti nel funzionare. Pertanto il loro sviluppo avvenne nei pressi di un fiume, di un fiumiciattolo ben fornito, delle dighe, degli acquedotti, elementi che permettevano alle pale di girare con una certa forza e costanza. Caso eccezionale erano i mulini nella laguna veneta, mossi, come ci dice un viaggiatore dell’epoca (1533) “dall’acqua del mare in una via quando il mare cresce o decresce”(1).
Il primo mulino ad acqua era orizzontale, sembra comparso nell’antica Grecia e non deve stupirci se lo troviamo nel ’400 in Boemia o addirittura in Romania verso il 1850 ancora funzionante, dopotutto il semplice meccanismo riusciva a soddisfare i primi bisogni di meccanizzazione del lavoro e necessitava ben poca manutenzione. Furono i romani, nei primi secoli della nostra era, ad adoperare la ruota verticalmente.
Gli usi di questa prima forma idraulica sono stati molteplici: muoveva piloni che frantumavano minerali, pesanti martinetti che battevano il ferro da forgiare, aprivano e chiudevano i mantici delle fucine, per non dimenticare l’enorme aiuto dato allo sviluppo dell’industria mineraria intorno al XV secolo.
Avvenne pertanto che nei pressi di questi mulini si iniziarono a formare degli insediamenti proto-industriali via via più grandi: Praga, posta su varie anse della Moldava, Norimberga che fa girare i suoi mulini grazie al fiume Pegnitz, Parigi e dintorni sul corso della Senna. E dove non c’è acqua o c’è poco vento continua sempre il mulino girato dagli animali o dalle braccia umane, vedi la pianura ungherese. Conseguenza di tutto ciò fu la necessità di un nuovo mestiere, i mugnai. Accanto a loro poi gli albergatori, i mercanti di bestiame, i falegnami, gli eventuali tecnici, tutta una serie di lavoratori e lavori che apportarono una piccola ma significativa rivoluzione per l’epoca medievale e prima parte di quella moderna.
Il mulino a vento appare molto tempo dopo di quello idraulico, forse originario dell’alto Tibet o dell’Iran, dove si sono scoperti mulini esistenti fin dal VII secolo. Nel XII secolo compaiono in Inghilterra, nelle Fiandre, in Francia nel XIII secolo, nel XIV in Polonia e Germania, mentre sembra che in Spagna siano stati presenti, a Tarragona, fin dal X secolo forse portati dagli arabi che lo hanno diffuso nel Mediterraneo e, addirittura, introdotto in Cina. Ricordiamo lo stupore del Chisciotte al vedere gli alti mulini girare nella Mancia, mulini diffusi tardivamente rispetto alle altre zone iberiche. Ampia diffusione ebbero ancor più in Olanda, paese in cui si incontrano venti provenienti dall’Atlantico al Baltico.
La grande e vera rivoluzione fu anche scoprire che era possibile, una sola ruota, trasmettere il proprio movimento a più strumenti, per esempio a due macine, a due o più seghe, e via dicendo.

*****

1. G. Affagart, Relation de Terre Sainte (1533-1534), a cura di J. Chavanon, 1902, pag. 20.

Jun 272010
 

Louis Sébastien Mercier, nato a Parigi nel 1740 e ivi morto nel 1814, fu un prolifico scrittore francese del XVIII secolo, secolo pieno di avvenimenti, di cambiamenti sociali, economici e politici, basta solo ricordare la Rivoluzione francese del 1789.
Se desideriamo approfondire come si presentava e come si viveva nella capitale francese in quegli anni, non c’è di meglio che leggere con somma e accurata attenzione i suoi dodici volumi: Le tableau de Paris, un testo dedicato proprio alla capitale, città piena di vitalità e vigore che avrebbe portato le idee illuministiche a diffondersi in Europa.
Potremmo considerare Mercier come lo scrittore che ha elevato l’arte della flânerie a dignità di conoscenza estetica, e il flâneur a personaggio da cui attingere preziose informazioni e insegnamenti. Scrive nell’XI volume in Mes jambes:

“Ho corso tanto per comporre il mio Tableau de Paris che posso dire di averlo fatto con le mie gambe; in tal modo, ho imparato a camminare con agilità, rapidità e prontezza sull’acciottolato della capitale. É un segreto che bisogna conoscere se si vuole vedere tutto”.

Ecco la vera forza del flâneur!
Mercier ci descrive, a volte con distacco a volte meno, ciò che incontra nel suo girovagare, dalle piazze ai boulevard, dalla Bastiglia ai macelli ai mercati generali, dagli ospedali ai caffè, dai trovatutto agli stracciveldoli, e via dicendo, dettagli e caratteri di un popolo che visse un’epoca tumultuosa; insomma pagine che scoprono il vero volto della capitale francese, pagine da leggere e rileggere.

*****

- Louis Sébastien Mercier, Le tableau de Paris, Editions La Découverte, 2007.

- Louis Sébastien Mercier, Parigi fantasma, Medusa ed., 2008.

May 122010
 

Seguiamo il nostro cammino nel mondo della moda, stavolta Bianca Maria Rizzoli ci parla dei costumi nel 1800.

*****

“Il secolo della borghesia”, come viene a volte menzionato l’Ottocento, porta il nome della classe sociale uscita vincente dalla Rivoluzione Francese, che impose il suo stile e i suoi ideali di vita su un’aristocrazia ormai al tramonto. Fu un periodo molto complesso a causa dei rapidi cambiamenti dovuti soprattutto alla crescente industrializzazione, che influì sulla moda femminile con nuove fogge e idee, subito diffuse dai giornali di moda. Al contrario della donna, la moda maschile si era ormai fissata sul completo tre pezzi: giacca, gilet, pantaloni, e/soprabito, ricercando solo ordine, rigore e perfezione, mentre quella femminile fioriva di addobbi che l’uomo non indossava, ma che servivano ad ostentare in tal modo i mezzi economici del marito.

L’Ottocento è suddiviso in diverse fasi stilistiche: Neoclassicismo (1800 – 1821) corrispondente all’ondata di favore che suscitò l’arte greco-romana e politicamente all’ascesa e caduta di Napoleone Bonaparte. Seguì il Romanticismo, che corrispose nella sua prima fase alla Restaurazione dei governi legittimi e alla corrente letteraria che ne porta il nome. Per la moda ricopre le date 1822-1835 che corrispondono in Italia ai moti Carbonari. Nonostante la corrente romantica si fosse esaurita, il soprannome “romantico” fu comunque applicato agli abiti femminili dal 1835 al 1865 che vedono in Francia il regno dell’imperatore Napoleone III e in Italia le guerre d’Indipendenza e la proclamazione dell’Unità del paese. Infine il periodo Eclettico (1868 – 1888) indica già nel nome la mescolanza degli stili che caratterizzò la moda femminile, mentre il cosiddetto Liberty o Art Nouveau scavalcò il secolo per immettersi e spegnersi nel primo decennio del ‘900.
Il rivoluzionario significato della moda neoclassica era per la donna la nuova libertà di movimento, con l’eliminazione definitiva dei cerchi e del busto. L’esiguo numero di indumenti intimi, limitati alla camicia e alle calze, e la linea allungata dell’abito bianco con la vita sotto al seno, corrispondeva a un altrettanto nuovo concetto di femminilità ispirato all’antica Grecia. All’inizio del secolo la veste femminile era leggerissima e scopriva il corpo; la “moda del nudo” non permetteva di oltrepassare i 200 grammi tra abito e scarpe e gioielli, anche nei gelidi inverni in cui al massimo ci si poteva coprire con uno scialle di cachemire. Tuttavia, nel periodo che seguì, in parte a causa di una epidemia di influenza che causò molte morti, in parte a causa del divieto di Napoleone di importare le leggere mussole orientali, il vestito fu fatto in tessuto più pesante.
Il Romanticismo, movimento artistico, culturale e letterario sviluppatosi in Germania al termine del XVIII secolo e poi diffusosi in tutta Europa, ebbe forti ripercussioni anche sull’estetica, in particolar modo nell’amore per l’esotismo e per la storia, nel ritorno alla religiosità e nell’esaltazione del sentimento sulla ragione.
Il ruolo che la Borghesia aveva assunto esaltava i valori del lavoro e della famiglia. Ma mentre all’uomo era permesso uscire e sulle sue spalle ricadeva il compito di mantenere moglie e figli, alla donna era riservato esclusivamente lo spazio privato dove era custode dell’ordine, del buon convivere, della pace e della moralità. Rappresentata come un’ancora di salvezza spirituale, portatrice di valori e di virtù, essa incarnò almeno fino alla metà del secolo l’ideale dell’angelo del focolare, modello di tutte le virtù, completamente lontana dalla sensualità e dalla carnalità. Per la donna il romanticismo finì per generare un curioso modo di vestire con nostalgiche reminiscenze medievali, rinascimentali e settecentesche, ispirate al romanzo storico e al trionfo del Melodramma sulle scene di tutta Europa. La veste cominciò ad allargarsi espandendosi prima in modo orizzontale, poi in profondità. L’abito doveva essere chiuso durante il giorno, scollato solo alla sera. Erano permesse le maniche corte solo nelle vesti estive e negli abiti da sera. Caratteri essenziali furono la scollatura ovale e la lunghezza del corpetto, in cui la vita tornò al punto naturale, mentre la gonna lasciava appena scoperto il piedino. La novità più assoluta fu, dopo il 1822, il ritorno del busto. D’ora in poi questo strumento di tortura entrerà stabilmente nel costume femminile ottocentesco per sparire solo nel secolo successivo.
Tra il 1836-1865 per allargare le sottane si usò la crinolina, una sottogonna di tessuto flessibile, imbottito di crine. Massima ambizione della donna era avere il vitino di vespa, ossia una circonferenza che non superava i 40 centimetri, in contrasto con la larghezza della gonna. L’uso del busto portò anche a vere e proprie tragedie, come quella riferita da un giornale parigino nel 1850 di una giovane donna, morta durante un ballo, perché il corsetto strettissimo aveva causato la perforazione del fegato da parte delle costole. Dal 1856, la gonna rigida fu sostituita da una serie di cerchi e molle di acciaio concentrici che aumentavano ulteriormente il volume delle sottane. Grazie alla meccanizzazione e alla nascita dei primi Grandi Magazzini di abiti a buon mercato, quella della crinolina diventò una vera e propria industria che permise anche alle donne di condizione sociale più modesta di indossarla.
Proprio in questo periodo cominciò a codificarsi per le signore l’uso di una veste per tutte le ore del giorno e le occasioni. Mentre in casa ci si vestiva con semplicità, solo quando si usciva si doveva usare una adeguata “toilette”. La scollatura in pieno giorno era considerata di pessimo gusto, come indossare abiti troppo vistosi. Le visite richiedevano un lusso modulato sulla classe sociale dei presenti: più ricco e a volte dotato di strascico per la buona società, molto semplice per la visita ai più poveri e sfortunati. Assieme alle commissioni e ai negozi, la passeggiata costituiva il punto centrale del pomeriggio. Al rientro un ulteriore tipo di abbigliamento doveva adattarsi a nuove circostanze: l’abito da ballo, in particolare, svolgeva un ruolo fondamentale nella vita della giovane donna, perché era una delle poche occasioni per incontrare futuri fidanzati.
La “parigina” veniva vista in tutta Europa come ideale di femminilità ed eleganza, e la moda femminile era ancora dominata dalla corte di Francia soprattutto con Eugenia de Montijo (1826–1920) moglie di Napoleone III: il suo sarto fu l’inglese Charles Frederick Worth (1825 –1895) a cui si fa risalire l’origine della haute couture francese ossia della figura del sarto libero, indipendente, creativo.
Nel periodo Eclettico, dal 1868 al 1878 il costume femminile diventò sempre più carico e ingombrante. Eccessivi gli orpelli e le decorazioni, con frequenti richiami al passato mescolati in modo poco organico: colli alla moschettiera, maniche pendenti, nastri, coccarde e festoni. Scomparsa definitivamente la crinolina, l’abito fu portato completamente sul retro, con l’ausilio di un aggeggio a molle detto Tournure o più volgarmente “cul de Paris”. Tra alti e bassi la Tournure si impose fino all’avvento del periodo Liberty, detto in Francia Art Nouveau.
In opposizione alla “donna angelo” trionfò la femme fatale, simbolo seducente presente fin dall’antichità, il cui fascino poteva irretire i suoi amanti fino a comprometterli pericolosamente. She is an archetypal character of literature and art. Grazie a lei nell’abbigliamento femminile cominciarono ad affacciarsi alcuni elementi erotici. Ci si tinse i capelli di rosso, si misero in risalto i fianchi rotondi, mentre si andava affermando una tendenza al verticalismo, che comportava per il giorno colli alti, per la sera scollature molto profonde. La linea della veste era determinata principalmente dal busto. Dopo il 1895 comparve un nuovo modello che scendeva sui fianchi, schiacciava il ventre, e inarcava le reni all’indietro; il petto florido era spinto esageratamente in avanti. Il sarto inglese Redfern lanciò il primo tailleur da donna. Anche la biancheria intima subì modifiche: candida e ingombrante per tutto il secolo, diventò molto più ridotta verso la fine. Le gambe furono inguainate in calze colorate o nere, probabilmente imitate dalle ballerine parigine di can can. Il nuovo interesse per le attività sportive di fine secolo richiese vestiti più audaci di quelli precedenti. Con la nascita dei primi stabilimenti balneari si ebbero i costumi da bagno, completi di tunichetta, pantaloni alla zuava e berretto a visiera. Abiti da montagna, da tennis, da cavalcare, da viaggio avevano linee e strutture diverse tra loro. Nel 1890 sulle strade fece la sua comparsa l’automobile, che comportò l’uso di mantelli per difendersi dalla polvere detti appunto spolverini. L’invenzione della bicicletta dette il via, dopo il 1895 al costume da velocipedista, formato da un corpetto e da un paio di bragoni rigonfi. Ogni sport era praticato sempre col busto, che non si abbandonava nemmeno per nuotare: un’inserzione in un giornale americano consigliava “corsetti estivi a prova di ruggine”.

Bianca Maria Rizzoli.

*****

Se desideri, inserisci la tua mail per ricevere gli aggiornamenti del blog.

[contact-form] [contact-field label="Name" type="name" required="true" /] [contact-field label="Email" type="email" required="true" /] [/contact-form]

Mar 182010
 

In questi ultimi anni in Francia, e non solo a Parigi, ma anche a Marsiglia, a Orléans e in altre città, si sta diffondendo l’usanza di stampare piccoli fogli informativi, sottoforma di periodici, che sono distribuiti alla gente, sia per abbonamento sia per acquisto diretto. Nello stesso tempo, gli articolisti realizzano interviste e sondaggi su determinati usi e costumi della popolazione per analizzare le tendenze, i cambiamenti e l’eventuale sviluppo sociale. Un grande passo avanti nella libera diffusione della cultura!
Orbene, premesso quanto sopra, dopo una fitta corrispondenza, sono andato a chiacchierare con il collega Jean Michel, vice-direttore dal 1777 del Journal di Parigi, su temi quali l’illuminazione nelle strade parigine e come ci si riscaldava proprio alla fine del 1700. Qualche mese fa Jean Michel ha realizzato un’investigazione a tal proposito.
Lo incontrai nel suo studiolo, con un bicchierino di absinthium in mano, sorseggiandolo con calma, immerso in mille fogli pieni di grafici, curve, cifre, cercando di riassumere la ricerca e poter trarre delle conclusioni. Mi disse che per oltre tre mesi il suo unico compito era stato quello di gironzolare per la capitale, intervistando e parlando con tutti coloro lo potessero aiutare, da negozianti, a gente aristocratica, a cittadini comuni, a nobili, a impiegati, a contadini che venivano a scaricare ortaggi e frutta al mercato centrale. Dopo aver riempito cartelle e pagine di notizie, pensò che fosse tempo rivedere il tutto e preparare un lungo articolo da pubblicare sul Journal, articolo che attirò la mia attenzione e mi spinse a preparare codesto viaggio.

D.: Buon giorno, Jean Michel. Grazie per aver accettato la mia richiesta. Mi hanno detto che lei è stato indaffarato, per diverse settimane, a elaborare risultati e dati di quest’analisi, ma… alla fine cosa ne sta venendo fuori?
J.M.: Buon giorno anche a lei, collega. Sì, è vero, ho lavorato e continuo a lavorare su questa investigazione da oltre cinque mesi, credo però essere già arrivato al termine. Tante cose interessanti, sono venute alla luce certi fatti poco noti che dovrebbero far riflettere e capire che i tempi stanno cambiando e il popolo è più cosciente della propria forza.

D.: Per esempio?
J.M.: Per esempio, per quando riguarda l’illuminazione, a Parigi c’è stato un netto miglioramento rispetto al 1600. Guardi queste tabelle: nel 1697 avevamo solo 2736 lanterne pubbliche accese di notte, mentre 43 anni dopo, nel 1740, erano ben 6400, un gran salto. Poi nel 1766 siamo arrivati a 7000. Parigi ora ha più luce notturna, si può passeggiare senza paura di inciampare né di avere brutte sorprese, indubbiamente ci sono ancora tante strade da illuminare, molto lavoro da realizzare, in ogni modo siamo nella giusta direzione.

D.: Nelle case in generale, nelle case dei parigini, cosa è cambiato?
J.M.: Il progresso è bilanciato. Ciò che avviene fuori spesso accade anche dentro le costruzioni. Parlando con i negozianti, dicono aver avuto un incremento delle vendite di candelabri e di lanterne. Si calcola che ogni abitazione abbia 4-5 candelabri per stanza, sia nel ceto elevato sia nel medio. Tutto ciò sembra essere iniziato nella seconda metà del 1700, intorno al 1760 e si stima che continui ad aumentare.

D.: E a casa sua, per fare un esempio concreto?
J.M.: Mia moglie adopera i candelabri a 5 braccia, sono economici e si possono trasportare ovunque, ne abbiamo una decina che illuminano la nostra cucina e il nostro piccolo salotto. Poi se ne porta un paio nella nostra camera, poco prima di addormentarsi. A quell’ora io sono in redazione a correggere le bozze del foglio e lei approfitta per leggere.

D.: È noto che nel febbraio del 1695 nel palazzo di Versailles l’acqua e il vino si gelavano nei bicchieri per il forte freddo. Oggi, come ci si protegge da quelle situazioni estreme?
J.M.: Le cose sono migliorate. A fine ’600 a Parigi c’era una media di due camini per ogni casa e più o meno uno ogni due stanze, quantomeno nei palazzi dei più ricchi. Nel 1720 quasi ogni ambiente ne aveva uno. Indubbiamente vi sono eccezioni, forse troppe, ma la gente cerca di rendere più vivibile l’ambiente casalingo. Per esempio, su tremila intervistati, quasi nessuno riscaldava le gelide camere dei domestici, della servitù. Continuando, e siamo già nel 1770, sono entrate in uso le stufe, mentre in campagna, i contadini adoperano ancora i bracieri, nondimeno qualche casa ha già dei camini.

D.: I camini sembrano essere un’invenzione italiana?
J.M.: Esattamente. A quanto risulta, furono i veneziani a introdurli verso il 1230, almeno quelli a parete laterale. Da lì si diffusero in Francia e nel resto d’Europa. Le stufe, invece, sono originarie dell’Austria, Svizzera e paesi limitrofi. Qua da noi, non hanno avuto tanta diffusione, ai parigini piace vedere il fuoco scoppiettare, la fiamma rossa e calda, il romanticismo che deriva dallo stare insieme davanti un camino, magari leggendo un buon libro di Voltaire.

D.: La legna?
J.M.: La legna arriva dai campi, vi sono i legnaioli che vengono in città a venderla con i loro carri, così come vendevano, e qualcuno vende ancora oggi, l’acqua. Chiaramente loro sono avvantaggiati, dico là in campagna, loro hanno tutta quella di cui hanno bisogno.

D.: Ho sentito dire che il carbone fossile lo adoperate poco.
J.M.: Sì, è dal 1600 che è stato vietato il suo uso, qua a Parigi. Abbiamo un’aria troppo inquinata, spesso irrespirabile e il governo ha fatto bene a proibirlo.

D.: Quali sono le tue conclusioni, dunque?
J.M.: Insomma, diciamo la verità, si sta meglio. Oltre al fatto che quasi tutte le nostre finestre hanno oramai vetri, abbiamo sostituito la carta e la tela oleata. Adesso entra meno freddo, si hanno meno spifferi d’aria, un’abitazione si riscalda prima, le candele non si spengono più per il venticello che entrava. Le nostre case sono fatte con pietra, mattoni, tetti di tegole, sono più sicure e protette. Lei certamente ricorderà la notizia, che fece rapidamente il giro dell’Europa, dell’incendio di Londra del 1666, quell’incendio che bruciò oltre 13.000 case. Ebbene, i londinesi ricostruirono buona parte delle loro case adoperando un’altra volta legno. Come se nulla fosse, come se non avessero appreso dai fatti.

D.: La ringrazio per il tempo dedicatomi. Buon lavoro e speriamo vederla dalle nostre parti.
J.M.: Grazie a lei. Mi fa piacere che queste notizie arrivino anche nel suo Paese. Il mondo sta cambiando, la grande opera dei nostri Diderot e D’Alembert sta avendo successo, le parlo della loro Encyclopédie, tante ricerche si sono intraprese e tanti successi verranno, la Francia sta cambiando, e con essa l’Europa intera.

Aveva ragione, Jean Michel diceva il vero, tutta Europa era in agitazione, nuove idee stavano sostituendo il vecchio modo di pensare, la ragione prendeva il potere, i vecchi regimi assolutistici erano in pericolo.
Riuscirò a vedere qualche cambio politico?

*****

da: Gaspare Armato, Appunti della Storia, Autorinediti, Napoli, 2008, pagg. 81 a 87.

Mar 122010
 

Si sa, Luigi XIV si lavava ben poco, i bagni erano privilegio solo di certe case, i profumi nascondevano gli odori poco gradevoli…: Bianca Maria Rizzoli ci propone un variopinto quadro.

*****

Cofanetti per il trucco femminile e maschile sono stati rinvenuti fin dall’antichità. Noti sono gli splendidi lavori in legno e intarsi in pietre dure degli egiziani, meno noti quegli degli antichi romani, che pure ci hanno lasciato alcuni lavori in avorio e argento di raffinata fattura, compreso lo specchio, che a quei tempi era una lastra di metallo lucidata in cui ci si vedeva poco e male (l’invenzione dello specchio attuale risale al XVI secolo). Sappiamo anche che a quei tempi si amava l’acqua e che nelle case più signorili c’erano stanze da bagno.

L’arte della cosmesi e della profumeria fu diffusa per tutto il Medioevo e Rinascimento, e benché tuttora si creda che i nostri antenati avessero poca dimestichezza con l’acqua, ricettari, miniature e dipinti ci mostrano che, almeno fino al 1400, il bagno era ancora una pratica diffusa in Europa fin dall’antichità. Vi erano bagni pubblici, le cosiddette “stufe”, dove in capaci tinozze ci si poteva prendere un bagno in due e mangiare con una tavola apparecchiata nel mezzo. In taluni casi le “stufe” avevano anche camerini appartati per incontri intimi. Nel 1500 il concetto di igiene mutò radicalmente, e dalla pulizia del medioevo si passò alla sporcizia, da cui ci si libererà solo all’inizio del XX secolo.
Diverse le cause: le città, ingranditesi troppo rapidamente per l’afflusso di molti contadini poveri, non riuscirono più a soddisfare il fabbisogno d’acqua. Si cominciò a considerare il bagno un pericoloso veicolo di malattie, la sifilide ad esempio, e moltissimi bagni pubblici furono chiusi. L’acqua dunque diventò pericolosa. Di conseguenza lavarsi significò semplicemente farsi versare liquido sulla faccia e sulle mani con uno strumento apposito, una brocca decorata detta acquamanile, mentre la mediazione della forchetta per mangiare si diffuse soprattutto nel secolo successivo. Solo pochissimi possedevano una vera e propria stanza da bagno. Le uniche che si lavavano le parti intime erano le prostitute. I denti subivano lo stesso destino e in pochi casi erano puliti da uno stuzzicadenti prezioso a forma di uncino che si poteva portare attaccato al collo. Questi oggetti sono dei veri e propri capolavori, con la punta in argento e decorazioni in pietre dure o perle. Da quando scomparve il bagno, si diffuse la mania dei profumi, anche per nascondere i terribili odori che provenivano da case e persone, mentre ingenuamente si credeva che queste essenze avessero il potere di scacciare le malattie. Venivano raccolte entro piccoli globi preziosi traforati, i pomander. La forma tondeggiante del pomander ricordava la vita eterna, mentre al suo interno erano rinchiusi, muschio (sostanza odorosa di un mammifero, il mosco, che vive in Asia) ambra (sostanza profumata ricavata dai cetacei), altre resine e profumi, come chiodi di garofano, nardo, cannella, radici di iris.
Nel barocco (XVII–XVIII secolo) la situazione non era migliorata. L’acqua era profusa in grande quantità nei leggendari giardini di Versailles, tuttavia aveva solo una funzione monumentale e simbolica, servendo soprattutto ad esaltare la figura di Luigi XIV. Il “Journal de la santé” redatto dai suoi medici farebbe intendere che il re dal 1647 alla sua morte avesse fatto un solo bagno. Si puliva unicamente il viso ogni due giorni con un batuffolo intriso di alcool etilico. Nonostante ciò gli oggetti di toeletta diventarono più numerosi. Il termine “toilette” era un diminutivo della parola francese toile (tela) e indicava pezzi di lino o taffetà in cui si avvolgevano scatolette, vasetti, bottigliette, nonché pettine e spazzole, per proteggerli dalla polvere. Il che ci fa intendere che non esistessero mobili adeguati. La toilette e i suoi oggetti erano un lusso e un dono molto apprezzato. Luigi XIV ne possedeva parecchie, alcune contenenti addirittura cinquanta pezzi, che comprendevano tazze, brocche, catini, bruciaprofumi, scatolette da cipria, ecc. Le scatolette erano, come si può immaginare, fabbricate da rinomati orafi, maiolicai, lavoratori in pietre dure. C’erano anche quelle portanei, ossia pezzetti di taffetà incollati alla pelle detti in francese “mouches”. I nei (portati da uomini e da donne) erano qualificati a seconda del punto particolare dove si applicavano: il maestoso sulla fronte, l’appassionato vicino all’occhio, il tirabaci, il galante sulla guancia, lo sfrontato all’angolo del naso, il birichino o civettuolo vicino alla bocca, il brioso in una fossetta, il ladro per nascondere un foruncolo. Si poteva così utilizzare una sorta di codice per rendere noto se si fosse o meno disponibili a seconda dei giorni.
Nel Settecento cominciarono a praticarsi i primi bagni di bellezza, ma l’idea di vedersi nudi era talmente intollerabile che si scioglieva nell’acqua una polvere intorbidante. Ricchissima invece era la dotazione di oggetti per la cosmesi, alcuni veri e propri capolavori artistici. Le boccette dei sali soccorrevano i malori delle signore, mentre nacque una vera e propria mania per i flaconcini, che si portavano in tasca o sul tavolino da toilette. I flaconi erano realizzati con materiali nuovi, tra cui il cristallo e la porcellana (che permetteva un’infinita varietà di forme). Certe tecniche riconobbero rinnovato favore, in particolare la lavorazione delle pietre dure e dello smalto. La decorazione di questi oggetti artistici testimonia la ricerca, tipica dell’aristocrazia Settecentesca, del piacere e della gioia di vivere. Gli oggetti erano riposti in cofanetti o astucci da viaggio, menzionati per la prima volta nel 1718. Flaconi chiamati vinaigrette avevano una piccola grata entro cui si metteva una spugna imbevuta di essenze preziose. Per migliorare l’odore dell’ambiente si usavano bruciaprofumi o fornellini dove si facevano ardere pastiglie.
Durante tutto l’Ottocento, ad eccezione degli anni fine secolo, l’ideale femminile fu di restare naturale mentre una pelle candida era l’imperativo per tutte le signore. Molto curati erano i capelli delle donne, anche se i pettini, assai costosi, non erano alla portata di tutti. La cosmesi moderna nacque alla fine dell’Ottocento, e quasi subito i sarti di Parigi cominciarono ad abbinare abiti e profumi. Uno dei primi fu Paul Poiret, noto per aver lanciato una moda che liberò definitivamente le donne dal busto. Uno dei suoi profumi, le Minaret o Nuit de Chine, che aveva la forma di un emanatore da oppio.

Bianca Maria Rizzoli.

*****
Altri articoli di Bianca Maria Rizzoli: qua.

Dec 282009
 

«Il buon Ballanche, fra tutti i suoi oscuri romanzi mistici, ebbe talora veri lampi d’intuizione. Un giorno in cui, per metterlo in imbarazzo, gli domandammo: “Cos’è la donna secondo voi?”, sembrò sognare per qualche minuto. I suoi occhi dolci di serva spaurita si fecero più selvatici del solito. Poi arrossendo come una giovanetta, il vecchio rispose: “È iniziazione”.»

Così si conclude il libro dello storico francese Jules Michelet (1798-1874), Le donne della rivoluzione, un libro dedicato alla loro partecipazione nelle vicende di fine 1700, donne che hanno avuto un’importanza davvero rilevante nella Rivoluzione francese.
Se leggiamo alcuni cahiers de doléances dell’epoca, alcune di loro si lamentavano della poca possibilità di istruirsi, altre della quasi impossibilità di essere autonome e guadagnarsi da vivere, altre ancora della loro condizione di servilismo. Iniziarono così una serie di lotte che li condurrà, poco a poco, a una certa libertà, come quella del 24 gennaio 1789 in cui un Regolamento reale per l’elezione dei deputati agli Stati generali riconosce il diritto di voto a parecchie categorie di donne proprietarie.
Fino al 1792 libelli e periodici femminili saranno di notevole diffusione, elementi cartacei che circoleranno non solo a Parigi ma altresì nelle medie città francesi. Una libertà di stampa decretata il 24 agosto del 1789 che favorirà, anche, la divulgazione delle loro idee, delle loro aspirazioni, delle loro necessità.
E la donna, come dicevamo, avrà un ruolo di primo piano durante i mesi della Rivoluzione, versando addirittura il proprio sangue in svariate battaglie.

«Alla Bastiglia, dice Michelet, ce ne fu una che, più tardi, partì per la guerra, divenne capitano d’artiglieria; il marito era soldato. Il 18 luglio, quando il re tornò a Parigi, molte donne erano armate. Le donne furono all’avanguardia della nostra rivoluzione. […]
È una donna di trentasei anni, ben vestita, onesta, forte e ardita. Vuole che si vada a Versailles, in testa marcerà lei. Qualcuno scherza. Lei gli dà un ceffone. L’indomani, partì tra le prime, sciabola alla mano, a cavallo di un cannone preso all’Hœtel de Ville e che trascina fino a Versailles, con la miccia accesa.»

I salotti saranno uno dei punti di riferimento, luoghi di idee, focolai di pensieri pronti a esplodere al momento giusto. Chi non ricorda il genio di madame de Staël e la sua frequentatissima casa? O quello di madame de Condorcet, nel palazzo delle Monnaie, quasi di fronte alle Tuileries, il cui salotto qualcuno disse essere stato il focolare della Repubblica? Donne che con il loro coraggio tenevano testa a chiunque, pur di promuovere altresì le idee di libertà, di eguaglianza, di fraternità.
C’era, dunque, chi usava le parole e chi usava le armi, armi perfino contro coloro che, incarnando i nuovi ideali rivoluzionari, si erano corrotti strada facendo. Madamoiselle Marie-Charlotte Corday d’Armont ebbe il coraggio di entrare in casa Marat e affondargli violentemente un pugnale mentre si bagnava. La fanciulla di appena 25 anni, di nobile ma povera famiglia, ucciderà colui che riteneva aver ucciso la Legge il 2 giugno 1793, giorno in cui Marat e altri deputati della Convenzione attaccarono definitivamente la Gironda.
Michelet insiste nel ricordarci la loro determinazione, il loro sacrificio, la loro forza caratteriale. Saranno coloro che piangeranno più di tutti, forse più degli uomini, giacché si vedranno spesso privare non solo dei mariti, ma anche dei figli, dei padri. E allora si domanda se possono essere giustiziate.

«Qualunque cosa abbiano fatto, sotto qualunque aspetto appaiono, sovvertono la giustizia, ne distruggono l’idea, la fanno rinnegare e maledire. Giovani, non si possono punire. Perché? Perché sono giovani e portano con sé amore, felicità e fecondità. Vecchie, non si possono punire. Perché? Perché furono vecchie e furono madri e restano sacre, i loro capelli grigi rassomigliano a quelli di vostra madre. Incinte!… Qui la povera giustizia non osa più aprire bocca; a lei di convertirsi, umiliarsi, farsi, se occorre, ingiusta.»

Il bel libro di Michelet, scritto nell’arco di dieci anni, è pieno di esempi, di aneddoti, di storia, è pieno anche di sentimentalismo, è pieno di rispetto verso quelle donne che seppero cambiare la Francia, un libro tuttavia che bisogna prendere per quello che è.

*****
Jules Michelet, Le donne della rivoluzione, Bompiani, 2003.

*****

Per ulteriori approfondimenti, scarica la monografia, »»»qua.

Dec 102009
 

Già lo sappiamo, la Storia è un continuum, una lunga serie di avvenimenti legati l’uno all’altro, fatti che hanno una dipendenza, una conseguenza, prodotto e causa indissolubili. E sebbene questo blog tratti principalmente di Storia moderna, mi è sembrato utile capire quale fu lo sviluppo della moda di fine XIX secolo, cosa accadde particolarmente dopo la fine della Seconda guerra mondiale. La professoressa Bianca Maria Rizzoli ne fa un quadro davvero interessante.

*****

*****

Gli storici dell’infanzia, supportati dalla documentazione e dalle opere d’arte d’epoca, sono tutti d’accordo: fino all’Ottocento e in genere nei secoli passati, i bambini erano considerati con indifferenza e l’infanzia non era considera uno stadio umano di sviluppo particolare, diverso dalla vita adulta. Si passava inoltre dall’infanzia alla maturità senza vie intermedie, spesso con una cerimonia che implicava un nuovo taglio di capelli e un abito diverso da quello infantile. All’inizio dell’epoca moderna (fine Quattrocento) solo la differenza di statura contrassegnava il sesso dei bimbi che, fino a quando non potevano camminare, erano nascosti da una lunga sottana che arrivava fino ai piedi, mentre un girello o due briglie legate alla vita, permettevano di non farli inciampare. In un momento indefinito, attorno ai 4 – 5 anni il bambino diventava improvvisamente adulto, e – se maschio – indossava perfino stivali, parrucca, bastone, – se femmina – era sottoposta al busto e alle sue torture. L’educazione a livello aristocratico era rigidissima: il maschio doveva almeno studiare latino, matematica, retorica e le frustate non mancavano, mentre la femmina doveva imparare fin da piccola a coltivare ricamo, musica, canto, bellezza. Non sempre sapeva leggere ma la cosa aveva importanza relativa, perché il suo futuro scopo sarebbe stato fare figli. I bimbi poveri andavano a lavorare prestissimo per aiutare a sfamare le molte bocche della famiglia, ed erano vestiti di stracci.

Il Novecento mitigò parzialmente questo stato di cose, ma una vera e propria moda giovanile nacque solamente dopo la seconda Guerra mondiale, quando irruppero in Europa le prime novità statunitensi. I teen-agers americani frequentavano posti di ritrovo come sale da ballo e coffee bar; in questi ambienti i giovani si radunavano attorno ai juke box, ballando il rock ‘n roll che richiedeva abiti sciolti e facili da portare. Essi cominciarono a distinguersi dagli adulti anche per l’abbigliamento: blue jeans, maglioni larghi o stretti (a quell’epoca la maglia era considerata in Europa un capo “povero”) sneakers (scarpe da ginnastica) giubbotti impermeabili mutuati dalle uniforme dell’aereonautica inglese, i cosiddetti bombers, evoluzione della giacca a vento dei piloti della Royal Flying Corps. Anche il Montgomery ebbe successo: questo robusto cappotto militare in panno col cappuccio e chiuso da alamari era portato dall’omonimo generale durante la guerra, ed è ormai diventato un classico.

Tuttavia questa moda poco sofisticata e molto pratica esplose in Europa con i film di Jeames Dean (tra tutti ricordiamo “Gioventù bruciata”del 1955) e di Marlon Brando, che sedusse le platee europee interpretando la parte di Johnny ne “Il selvaggio” (1953), dove cavalcava una moto di grossa cilindrata e indossava un giubbotto di pelle (detto poi chiodo) e un paio di jeans. Fino ad allora completamente sconosciuti in Europa, i jeans fecero fatica ad affermarsi in modo massiccio per la sinistra fama che li accompagnava. Eppure erano nati in America come abito da lavoro da un geniale commerciante, Levi Strauss, che aveva utilizzato un robusto fustagno tinto di indaco di origine genovese, marcandolo con rivetti metallici nei punti di giunzione delle doppie cuciture. Un altro idolo dei giovani, Elvis Presley conquistò il mondo giovanile con la canzone “Blue suede shoes” (le scarpe scamosciate blu) che ironizzava contro l’ossessione per il look. Ciononostante i cosiddetti Teddy boys, un genere di gruppo formatosi in America ma codificato in Inghilterra, fecero di queste scarpe dalle suole molto alte e dalla tomaia decorata vistosamente parte della loro uniforme, che per il resto comprendeva giacche lunghe, cravattini striminziti e capelli a ciuffo accuratamente acconciati con la brillantina. Altre bande giovanili europee non esitarono ad accogliere immediatamente i nuovi capi che finalmente, creavano un’identità giovanile diversa da quella degli adulti. Il fenomeno fu, dal punto di vista storico, di una importanza capitale. La moda cominciò ad essere imposta dalla strada e non dalle grandi sartorie: per la prima volta nella storia del costume le masse facevano opinione.

Attorno al 1960 le gonne femminili arrivavano solitamente al ginocchio: il cinema italiano imponeva ancora la figura della “maggiorata fisica” e la donna giovane si vestiva un po’ come sua madre. Nello decennio in questione l’Inghilterra cominciò a scalzare la Francia dalla sua posizione predominante nel campo della moda. A Londra si aprirono negozietti (boutiques) con abiti pronti e di basso prezzo che ebbero un enorme successo. Antesignane di questo tipo di abbigliamento diretto al mondo giovanile furono Biba (al secolo Barbara Hulanicki) e Mary Quant. La seconda in particolare avrebbe inventato la minigonna – anche se il fatto le è stato contestato dal sarto parigino Courrèges -, i collant colorati che sostituivano calze e reggicalze, gli abiti in materiale audace come il PVC (cloruro di polivinile), le magliette a coste (dette skinny ribs). Intanto si andavano diffondendo nell’uso femminile anche i pantaloni, prima di allora aspramente censurati. Nessuno più si scandalizzò come agli inizi del secolo, quando le donne in pantalone erano caricate sui cellulari della polizia.

Fiutando il nuovo vento, le case di moda tentarono di avvicinarsi al mondo giovanile inventando abiti spaziali, parrucche sintetiche colorate, abiti unisex, abiti alternativi come quelli di Paco Rabanne, che non usava ago e filo ma pinze e lamine di plastica o metallo e fogli di carta. Intanto si stava registrando anche un mutamento dell’immagine femminile: alle donne formose e sofisticate degli anni ’50 si andavano sostituendo ragazzine incredibilmente smagrite come le indossatrici Twiggy (ossia grissino) o Jean Shrimpton, che a soli 17 anni compariva già su importanti testate di moda come Vogue o Harper’s Bazaar. Ma gli anni Sessanta, soprattutto verso la fine, furono anche un periodo inquieto: si andava diffondendo la contestazione giovanile, spesso portata sull’onda della musica Rock. In California un ristretto gruppo di intellettuali, detta poi “beat generation”,  inventò una nuova filosofia di vita che voleva la libertà ad ogni costo, anche con l’uso di droghe o  allucinogeni, di cui allora non si intuivano i dannosissimi effetti. Il movimento giovanile statunitense Hippy si diffuse con la stessa filosofia, auspicando una vita di pace e fratellanza e il rifiuto totale della guerra. La loro città di riferimento era San Francisco.

In Inghilterra questo fenomeno fu interpretato dalla musica beat: anche nel vestire da uomo ci fu un totale rifiuto del classico abito maschile borghese. I Beatles indossarono uniformi colorate, giacche eskimo, pantaloni stretti e corti, stivaletti alla caviglia. I Rolling Stones, più arrabbiati, scelsero pantaloni e camicie di satin, collane, bracciali, e portarono per la prima volta in scena in trucco. Entrambi i gruppi lanciarono la moda dei capelli lunghi maschili, che fece enorme scandalo.

Nel 1968 studenti e giovani del “Maggio francese” scesero in piazza rivendicando il rifiuto del potere borghese e indossando ancora una volta abiti alterativi. Oltre a quelli già nominati comparvero le “Doc Martens”, ossia robusti stivali al polpaccio con suola spessa, allacciati sul davanti. Inventati nel 1945 dal dottor Martens per dare conforto ai piedi, diventarono parte dell’uniforme degli skenheads inglesi che in quel periodo non avevano ancora una connotazione socio-politica. Nel 1969 a Woodstock nello stato di New York, all’apice della diffusione della cultura hippy, fu tenuto un festival di tre giorni a cui parteciparono importanti popstar. Jimi Hendrix salì sul palco per ultimo, camicia colorata, bracciali, bandana, in due ore di straordinaria performance ma col campo ormai semivuoto.

Negli anni Settanta la moda fu all’apice della confusione, non riuscendo mai nel tentativo di seguire e catturare le tendenze giovanili. Infatti, nell’aprile del ’76, Elle, prestigioso settimanale femminile francese, titolò così la sua copertina: “Chi fa muovere la moda?”. Stranezze, curiosità, abiti usati e abiti etnici comparivano e sparivano in un batter d’occhio. Non solo, con la moda si cominciò a fare politica: esisteva la divisa del contestatore di sinistra, abiti colorati e possibilmente usati, jeans sdruciti, occhiali da poco, borsa di cuoio, e quella del ragazzo di destra: Ray Ban, occhiali altamente protettivi e panoramici inventati nel 1920 per proteggere gli occhi degli aviatori, jeans firmati, scarpe Timberland. I movimenti femministi degli stessi anni rifiutarono l’eleganza convenzionale, ma adottarono gonne lunghe e fiorate, calzettoni, zoccoli e capelli arruffati. Uno dei profeti del nuovo look fu Elio Fiorucci, che aprì il suo primo negozio a Milano nel 1967, guardando a Londra e alle tendenze giovanili. Nel giro di pochi anni impose il suo marchio, i due angioletti vittoriani con gli occhiali e la sua moda, mal rifinita ma vivacissima, con zatteroni: mescolando il lycra elasticizzato al tessuto, inventò le prime tutine stretch.

Nel 1976 emerse la moda punk, essenzialmente legata al disagio giovanile delle grandi città, che mirava a scioccare utilizzando sacchetti di plastica, maglie e calzoni tagliati, catene, spille da balia, lamette e pettinature colorate in modo violento. Il loro gruppo rock di riferimento furono i Sex Pistols, che crearono controversie nella loro breve carriera, facendo sì che molti loro concerti fossero cancellati dalle autorità. Negli anni Ottanta infine si distinse la Moda gotica, in Italia detta impropriamente Dark. Caratteristica indispensabile era l’uso del nero, nei capelli, nello smalto per le unghie, nel trucco dal pallore spettrale ma con gli occhi largamente cerchiati di nero. Borchie, croci (lanciate da Madonna agli albori della sua carriera), piercing e catene fanno parte dell’iconografia. Questo tipo di abbigliamento è legato al vampirismo e al cosiddetto romanzo gotico: uno degli aspetti è la sensualità (gonne tagliate, calze a rete strappate) e il gusto della provocazione che collega questo movimento a quello dei punk.

Bianca Maria Rizzoli.

*****

Altri Articoli di Bianca Maria Rizzoli, qua.

Nov 232009
 

Vi sono personaggi che la Storia ha poco studiato, sia perché lavoravano dietro le quinte, sia perché ritenuti poco influenti, sia perché la loro vita è poco documentata. Eppure, quella di Bonbon Robespierre, oltre a essere interessante, ci parla di una parte della Rivoluzione francese nascosta ai più.
Nato nel 1763, cinque anni dopo il fratello Maximilien e tre dopo la sorella Charlotte, Augustin fu legato indissolubilmente alla vita politica del più conosciuto Robespierre, quel personaggio Incorruttibile che vide gli anni del Terrore nella Francia dilaniata da una guerra spesso fratricida che non vedeva la fine.
Ma a differenza del fratello, preciso, austero, disciplinato, Bonbon era un bon vivant, quasi sfaccendato, più facile ai piaceri che ai doveri. La vita lo porterà a percorrere le strade della Francia, da Arras, paese natale, a Parigi, a Tolone, a Marsiglia, a Oneglia, a Nizza, a contatto col futuro imperatore Napoleone Bonaparte. E ciò lo renderà partecipe attivamente, più del fratello che rimase per sempre nelle sale del palazzo decisionale, presente anima e corpo in quei luoghi dove la ghigliottina tagliava teste come pane quotidiano.
Augustin, per il suo modo più umano di vedere la Rivoluzione, aveva un cuore, un cuore che lo porterà a scarcerare spesso e volentieri detenuti solo perché ubriachi, o gente che ignorava ciò che stava accadendo in quegli anni, o frati incarcerati perché cattolici, o donne perché madri di realisti, a volte confrontandosi con personaggi oscuri il cui unico scopo era quello della vendetta. Nelle sezioni, ho visto un sacco di attivisti che erano la stupidità personificata, avrebbe detto al fratello.
E l’amore del piccolo Robespierre verso Maximilien era tanto grande che un giorno gli scrisse:

“Caro fratello, non riesco a nasconderti i miei timori, tu suggellerai la causa del popolo con il tuo sangue, e forse il popolo stesso sarà così disgraziato da colpirti; ma io giuro di vendicare la tua morte, e di meritarla con me.”

Mai parole furono più profetiche, come vedremo.
Fu grazie al maggiore che Robespierre jeune fu eletto alla Convenzione come deputato di Parigi, in quell’assemblea sostanzialmente controllata proprio da Maximilien. Motivo per il quale Augustin lasciò, insieme alla sorella Charlotte, la città d’origine, Arras, per spostarsi nella sempre desiderata capitale: era il settembre 1792, lui appena trentenne.
La Francia di quegli anni era una terra devastata da un dramma inenarrabile, sangue, teste tagliate, odio, rancore, terrore, guerra civile e guerra oltre frontiera, una guerra che stava abolendo l’ancien régine e dando vita alla repubblica. I rappresentanti in missione, come lui, inviati dalla Convenzione per controllare e propagandare la nuova fede rivoluzionaria, viaggiavano a due a due, in carrozze spesso della vecchia aristocrazia, decisi a tutto pur di seguire con il processo innovatore che talvolta vecchi, contadini, popolazione analfabeta non riusciva a comprendere. Una Francia, dunque, in un disordine tale che anarchia e confusione erano elementi, forse, indispensabili per la riuscita, per il cambio.
Eppure Robespierre jeune avrebbe ben interpretato la sua parte, la parte che la rivoluzione gli aveva assegnato, una parte anche di eroe. Come a Tolone, quando Augustin si distinse inaspettatamente. Scrisse:

“Sono stupitissimo di essere un eroe. Mi rassicurano che lo sono, mentre io non ci pensavo proprio. Ero tra i ranghi, durante l’azione non ho visto né pallottole, né palle di cannone, né bombe, non vedevo che il fortino da prendere. Al fortino! È nostro, andiamo, coraggio, amici miei! Sono giunto ai suoi piedi senza neppure accorgermene…”

La sua donna favorita era l’ex marchesa La Saudraye, una donna chiacchierata che lo accompagnerà nel suo viaggiare per la nazione, una donna che, si dice, abbia avuto una certa influenza su lui, più o meno come tutte coloro che erano al fianco dei grandi protagonisti dell’epoca. Non dimentichiamo il loro ruolo spesso decisivo, nella Rivoluzione francese – lo storico francese Michelet ne ha scritto un libro che vale la pena leggere.
Augustin era del parere che bisognava terminare con la Rivoluzione, affinché questa vincesse, che bisognava garantire la libertà di culto, che uno degli errori era stato quello di ingaggiare una guerra contro la chiesa cattolica. Così come rivedere i concetti dell’amministrazione della giustizia, aprire a nuove idee meno drastiche, meno feroci, meno personali. Il Terrore, dopotutto, faceva male alla Nazione. Un Terrore che si riverserà addirittura sui due fratelli, sull’Incorruttibile e su Bonbon.
Il 10 termidoro, 28 luglio, 1794 Maximilien e Augustin Robespierre venivano ghigliottinati.

*****

*****

- Sergio Luzzatto, Bonbon Robespierre, Einaudi, 2009.
- Jules Michelet, Le donne della Rivoluzione, Bompiani, 2003.
- Charlotte Robespierre, Ricordi sui miei fratelli, Sellerio, 1989.

Jun 252009
 

Ai giorni d’oggi quasi tutte le case, siano esse in città che fuori città, hanno la possibilità di avere acqua potabile, ma i nostri avi soffrivano spesso per la mancanza di questo prezioso liquido.
Acquaiolo di Siviglia, Velazquez, 1620L’approvvigionamento idrico in campagna, nei secoli che vanno dal XV al XIX, era difficoltoso normalmente per la distanza da percorrere, in quanto non tutte le case avevano un pozzo o una fontanella o un fiumiciattolo nelle vicinanze. Nei paesi a clima freddo, dove le piogge erano frequenti, era usuale la raccolta della pioggia, sebbene non sempre sufficiente. Cosicché le donne erano costrette a percorrere lunghe distanze per rifornirsene. Si è calcolato che una contadina inglese del ’500 doveva camminare una media di 500-600 mt., mentre una scozzese anche 1.500 mt. Immaginiamoci, dunque, una donna con un secchio, una brocca o un recipiente contenente 10-20 lt. di acqua, percorrere sotto un sole cocente o nei giorni di pioggia e freddo simili distanze, quotidianamente.
Diverso il problema che si presentava in città e sebbene fontane, fontanelle e pozzi fossero a distanze inferiori che nelle campagne non tutte funzionavano e quasi sempre c’era una lunga fila da fare, talvolta anche per 1-2 ore. In Francia, nel XVIII sec., il consumo giornaliero era più o meno di 5-7 lt. pro-capite, mentre a Londra circa 12-15 lt.
A partire dalla metà del ’400, varie città intrapresero opere idriche. A Roma, papa Nicolò V fece ripristinare la cosiddetta Acqua Vergine, mentre a Castel Sant’Angelo, nel 1530, papa Clemente VII – lo stesso che autorizzò nel 1527 a scavare l’oggi Pozzo di San Patrizio a Orvieto – si fece costruire un bagno con acqua calda e fredda; in Francia nel 1457 si rimise in funzione l’acquedotto di Belleville che si affiancò a quello di Pré-Saint-Gervais e nel 1613 Maria de’ Medici fece risorgere quello di Arcueil; in Spagna solo nel 1481 si riattivò l’eccellente acquedotto di Segovia; in Portogallo ne erano attivi una certa quantità, da quello di Coimbra a quello di Tomar a quello di Elvas e, inoltre, se ne costruì uno nuovo a Lisbona tra il 1729 e il 1748, detto delle Acque Libere. In Italia, nel Regno di Napoli, Carlo III di Borbone fece portare l’acqua nella bella reggia di Caserta.Reggia di Caserta.
Tutte queste opere e tante altre contribuirono ad averne maggiore disponibilità nelle grandi città, mentre nelle piccole la figura dell’acquaiolo era ancora presente e operante, sebbene non tutte le famiglie avessero le condizioni economiche per comprarla.
Spesso l’acqua era inquinata, ricordiamo che v’era l’usanza di gettare per strada i rifiuti o di costruire i pozzi neri anche vicino fonti d’acqua potabile, per non parlare poi dell’inquinamento che produrrà la rivoluzione industriale, specialmente in Inghilterra e nei paesi nordici.
Col passare del tempo – siamo già nel XVII secolo – in Francia si sviluppò la moda di avere nei giardini giochi d’acqua, per cui la scienza facilitò nuovi mezzi per migliorare i problemi idraulici. Si iniziò a incanalare il prezioso liquido dirigendolo verso le case, tramite pompe e altri marchingegni che spingevano e sollevavano l’acqua.
Acquedotto dell'Acqua Vergine, Roma, anonimo del XIX secoloGli sviluppi seguirono anche nell’800, nel senso che questa iniziava a essere disponibile nelle abitazioni, almeno negli ambienti benestanti. A Parigi si creò una società per la fornitura del vitale liquido a domicilio, grazie alle pompe dei fratelli Perrier. A Milano, il primo impianto di acqua potabile risale al 1888, a Valencia, Spagna, al 1850.
Dicevamo, dunque, dell’inquinamento, inquinamento tanto molesto che il Tamigi, la Senna o altri fiumi di grandi città portavano nelle loro acque, oramai poco potabili. Ecco allora, l’alta mortalità per tutta l’Età moderna, maggiore nei centri urbani che in quelli di campagna, che potevano attingere acqua ancora potabile. Nelle città, tante fontane, tanti pozzi erano infetti dai rifiuti, a tal punto che la gente, non avendo altro che bere, l’adoperava, con la conseguenza che malattie e infermità colpivano gran parte della popolazione.
Poco a poco, grazie al lavaggio delle strade, alla raccolta dei rifiuti, alla pulizia delle città, migliorarono le condizioni di salute e il tenore di vita: siamo già ai primi del XIX secolo.

May 312009
 

Il tema trattato in questo articolo è uno di quelli che può apparire strano, curioso, insolito, fatto sta che nel periodo da noi preso in considerazione – fine ’400 inizi ’800 – il problema era davvero grave, tanto grave che sovente la popolazione era preda di malattie infettive, peste, colera, e via dicendo.

Raccoglitore di letameCon lo sviluppo delle città e l’abbandono delle campagne, la questione dei rifiuti si presentò in maniera palese, con caratterizzazioni drammatiche a secondo dei luoghi. Il loro smaltimento era un problema che i governi locali non riuscivano a risolvere, anche per una mancata educazione cittadina. Il contadino o la gente di campagna abituata a buttare i suoi rifiuti, qualunque tipo fossero, direttamente sul terreno, una volta giunti in un centro abitato ripetevano la stessa operazione, cosicché le strade, i vicoli, le piazze erano immondezzai a cielo aperto che, a parte essere maleodoranti, erano focolai di malattie.
In Europa, città pulite risultavano essere quelle olandesi, i cui cittadini erano usi a lavare il proprio selciato davanti l’abitazione, grazie al fatto che la maggior parte delle loro vie erano lastricate con mattoni, sin dal Medio Evo. V’era una decreto che proibiva gettare spazzatura dalle finestre: una legge puniva i contravventori.
In Friburgo di Brisgovia, Germania, ancora nel XVI secolo, reggevano delle ordinanze che vietavano accumulare l’immondizia nel fossato cittadino o nei canali, questa doveva essere portata in determinati punti di raccolta vicino il fiume Dreisam, nel quale poi veniva gettata.
Nelle restanti città europee, le strade erano piene di letame, non solo degli animali che servivano a trainare carrozze e carri, ma anche di quegli che usualmente girovagavano per le vie cittadine: mucche, pecore, galline, cani randagi, ecc. Si pensi che a Venezia, ancora nel 1746, si ricordava alla cittadinanza che era proibito allevare maiali e lasciarli liberi.Spazzino veneziano
Usualmente lo sterco era raccolto dalla gente che lo utilizzava per i campi come concime o che lo vendeva ai contadini. In alcune cittadine francesi, sino all’ottocento, si autorizzarono i cosiddetti vagabondi utili a raccattare gli escrementi, con lo scopo sia di pulire, che di dare lavoro a suddetta gente.
A Milano, per esempio, nel ’500, nacquero i navazzari, una specie di antenati dei moderni netturbini. Costoro, muniti di carri, andavano per le strade a raccogliere il letame e i liquami dei pozzi neri delle case dei più abbienti.
Ricordiamo che in quei secoli non esistevano i gabinetti, per cui i bisogni venivano fatti all’aperto, dov’era possibile, per tale motivo certe stradicciole nascoste e poco frequentate erano punti di deposito. Mentre in Oriente i bagni pubblici erano edificazioni che la stessa città si incaricava di costruire e che normalmente tutti adoperavano, in Europa non si era sviluppata la consuetudine. Si racconta che un cittadino siriano, trovandosi a Parigi – siamo negli ultimi anni del ’600 – e forzato da una urgenza, si trovò a disagio e, non volendo fare il suo bisogno in una strada pubblica, fu costretto a “farselo addosso”.
A parte che di escrementi umani e animali, le strade erano luogo di ammasso di rifiuti di altra origine: dai residui di produzione di certi materiali a quelle dei macelli, dalle concerie ai rifiuti domestici, e via dicendo, alcuni di essi tossici.
Le strade cittadine italiane ed europee – con le dovute eccezioni -, non erano pavimentate, erano strade sterrate o coperte solo di sabbia, cosicché pioggia, acque di scolo e avanzi formavano una melma, una fanghiglia spesso di cattivo odore.
Dicevamo che v’erano eccezioni: Perugia, già agli inizi del 1400 aveva buona parte delle sue piazze pavimentate; Roma, con papa Sisto IV a fine ’400, dette ordine di lastricare; Mantova e Genova: anche qua nel XV sec. si iniziò a lavorare in tal senso; a Londra, solo nel 1533. Accadde che, mentre nel resto d’Europa si continuò ad ammattonare, in Italia i lavori si fermarono (fine ’700 inizio ’800).
Con la venuta dell’età dei lumi e, dopo, con la rivoluzione industriale, si invitò i proprietari della case a scavare una fossa per raccogliere le acque sporche, dandone tutte le caratteristiche, come distanza dalle case, profondità, larghezza, lunghezza, note tecniche che si dovevano rispettare. Malgrado ciò, v’era sempre pericolo di malattie infettive, motivate dal fatto che le acque nere di dette buche, col passar del tempo, inquinavano le falde acquifere, falde da cui si prelevava quella per uso domestico.
Watercloset 1596Quando si iniziò a usare il gabinetto ad acqua corrente – progettato da Sir John Harington nel 1596 -, i residui venivano diretti, tramite canali, nei pozzi neri, ma anche, ahimè, negli scoli delle strade: il problema persistette sotto altra forma!
Insomma, città popolose, poca educazione civica, rifiuti a cielo aperto nelle piazze e nelle vie, mancanza di pavimentazione, vicinanza dei pozzi neri alle acque potabili, erano problemi difficili da risolvere.