Mar 172013
 

di Daniela Nutini

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Madame de PompadourJean Antoinette Poisson era parigina.
Figlia di un vettovagliatore, François Poisson, dell’esercito che fu preso in simpatia dai fratelli Pâris, i famosi commissari degli approvvigionamenti che lo usarono in mille modi; poi incappò in un processo ingiusto, fu riabilitato ed ebbe incarichi sempre di maggior spicco, stavolta dal governo del Re.
La madre fu Maddalena de La Motte, bellissima, ricca borghese che durante la disgrazia del marito intrecciò un legame con uno dei fratelli Pâris, e anche con l’appaltatore Le Normant, amico e protettore di artisti e letterati. Al ritorno di Poisson, vissero tutti d’amore e d’accordo: quello era il clima dell’epoca!
E tutti, a quanto pare, in adorazione di Jeanne, subito soprannominata Reinette, per la profezia di una indovina, ”sarai quasi regina“, le fu detto e tutti parvero lavorare per attuarla, questa profezia.

Reinette era graziosissima e aveva “spirito”, che allora voleva dire intelligenza, buon gusto, contegno, finezza, senso dell’arte, cultura. La ragazza fu allevata senza badare a spese: sapeva cantare, ballare, recitare benissimo, incideva pietre preziose, conosceva diverse lingue, dipingeva. Si mise in luce cantando l’aria dell’Armida di Lully in una serata in cui ricevette l’abbraccio della contessa di Mailly, prima favorita del re, e da allora fu l’astro di tutti i salotti.
Reinette ebbe così modo di frequentare i più bei spiriti dell’epoca. Oltretutto era graziosissima: una carnagione di alabastro, le sue mani e le sue braccia erano un incanto. I capelli tra il castano e il biondo, gli occhi variavano dal nero al grigio al celeste secondo la luce e l’espressione del viso. Una splendida giovane donna, insomma. Come tutte le belle donne dell’epoca aveva un segreto desiderio, arrivare al Re.

Intanto, Le Normant la fa sposare con il proprio figlioccio, signore di Étiolles. I due giovani si amano abbastanza, Reinette, pur nel turbine della vita mondana, gli è fedele. Dice scherzando che soltanto Sua Maestà potrebbe farle dimenticare il “dovere”.
Intanto si industria di incontrarlo in tutti i modi possibili. Confinando le sue terre con le foreste in cui Luigi va a caccia, si fa vedere da lui come una ninfa fuggitiva, vestita di blu o di rosa, mentre guida lei stessa la sua elegante vettura.
Lei dispone anche di un potente alleato, Beinet, primo cameriere del Delfino e lontano parente del marito. Arrivano in tal modo gli inviti: piccole feste, intrattenimenti, fino al fatale carnevale del ’43, dove Reinette si presenta vestita da Diana Cacciatrice. Il Re adora i balli mascherati, stavolta si è vestito da alberello di tasso con altri amici, tutti uguali, per non farsi riconoscere. Egli vede la splendida Diana, la corteggia, la riconosce poi per la Ninfa dei boschi vestita di rosa, con lei va via dalla festa e da quel momento in poi Madame d’Étiolles si vede spesso a Palazzo, conquista il Sovrano, lo fa innamorare, lo seduce con le sue virtù e la bellezza del suo cuore, lo avvince.

Il Re ha in mente di presentarla a Corte, farla nobile e farne la sua amante. Nel frattempo Monsieur Le Normant d’Étiolles si incarica di avvertire il nipote che la moglie è destinata al Re e che quindi non faccia storie: il giovane piange, ma si rassegna, ritirandosi nelle sue terre e seguendo la sorte di tutti i mariti delle amanti in carica ai Sovrani di Francia.
Luigi vuole che la sua Reinette sia impeccabile negli usi di corte, sa già quali scogli dovrà superare questa semplice borghese e desidera evitarle ogni critica sulle questioni di etichetta. Versailles è difatti un mondo a parte dove le dame di corte si distinguono, per esempio, per l’andatura a passi piccolissimi, che le fa sembrare tante bamboline che scivolano su lucidi pavimenti. Così Jeanne passa la sua ultima estate da sola, a Étiolles, in campagna, con Voltaire e l’abate Bernis e la figlia Alexandrine, un’estate felice, e mentre riceve le missive d’amore del Re, che è al campo in guerra contro gli inglesi, impara la condotta perfetta, il tratto personalissimo, la nobiltà dei modi e di cuore che la distingueranno d’ora in poi negli anni in cui sarà Jeanne Antoinette, Marchesa di Pompadour.

© Daniela Nutini

Feb 052012
 

Enrico IV insieme a Maria de' Medici e ai loro figli.

Le Guerre di religione, che avevano lacerato la Francia per oltre 30 anni e avuto come culmine la strage della Notte di San Bartolomeo del 1572, si potrebbero dire concluse con l’Editto di Nantes promulgato da Enrico IV di Francia, il 13 aprile 1598. Il re francese, protestante convertito al cattolicesimo per poter salire sul trono, promulgava così una serie di leggi che davano una certa libertà di culto ai calvinisti, e sebbene editti precedenti avevano cercato di porre fine alle discordie religiose, solo con questo si ebbe un certo risultato grazie alla forte e autorevole determinazione del sovrano.
Concedendo ai protestanti piena libertà di culto, i 92 o 95 articoli principali con i 56 segreti assicuravano loro anche diritti e privilegi pur essendo una minoranza, come possibilità di concorrere a cariche pubbliche, scuole, concedendo inoltre un centinaio di piazzeforti come quella di La Rochelle, mantenendo perfino un esercito.
A ben vedere l’editto aveva affermato il cattolicesimo come religione dominante, dovendo, fra le altre cose, i protestanti pagare la decima ecclesiastica, rispettare le feste cattoliche e le restrizioni canoniche sul matrimonio. In ogni caso fu un passo avanti sul piano della convivenza pacifica, sebbene non accettato, l’editto, immediatamente da tutti, ricordiamo per esempio la città di Parigi che lo ratificò ben dieci anni dopo.
L’Editto di Nantes venne poco a poco messo da parte, iniziando da Luigi XIII fino a Luigi XIV che lo revocò definitivamente nel 1685 con il suo Editto di Fontainebleau.


Di seguito parte del discorso che Enrico IV pronunciò al parlamento di Parigi, che rifiutava, i vescovi in particolare, la registrazione dell’Editto di Nantes, in una seduta al Louvre il 7 gennaio 1599:

Mi avete esortato al mio dovere; vi esorto al vostro. Facciamo a gara gli uni con gli altri. I miei predecessori vi hanno offerto bei discorsi; ma io, con il mio abito dimesso, vi offrirò dei buoni risultati: esaminerò le vostre lagnanze, e vi risponderò il più favorevolmente possibile”. E rispose al parlamento che era venuto a presentargli delle rimostranze: “Voi mi vedete nel mio ufficio, dove mi sono appena intrattenuto con voi, non in veste regale, né in cappa e spada, come i miei predecessori, ma vestito come un padre di famiglia, in farsetto, per parlare familiarmente ai suoi figli. Voglio dirvi soltanto che vi prego di ratificare l’editto che ho accordato agli Ugonotti. Ho preso queste disposizioni per il bene della pace. L’ho instaurata all’esterno, voglio instaurarla all’interno del mio regno”. Dopo aver loro esposto per quali motivi aveva fatto l’editto, aggiunse: “Quando tentano d’impedire al mio editto di passare, vogliono la guerra; la dichiarerò domani agli Ugonotti; ma io non la farò; ce li manderò. Ho fatto l’editto; voglio che sia osservato. La mia volontà dovrebbe servire da motivo; non lo si chiede mai al principe in uno Stato obbediente. Sono il re. Vi parlo da re. Voglio essere obbedito”. (1)

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- 1. Voltaire, Histoire du parlement de Paris, cap. XL, Louis Moland, XV, pp. 571-572.
– Editto di Nantes »»»qua
- Editto di Nantes, articoli segreti »»»qua
- Voltaire, Histoire du Parlement de Paris »»»qua

Sep 202011
 

Un articolo di Bianca Maria Rizzoli sulla moda di fine ‘800, primi decenni ‘900.

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Dal 1890 fino all’inizio della prima guerra mondiale si manifestò in Europa un movimento artistico unitario e internazionale compendiato nel termine Modernismo, che aveva come scopo di sintonizzare l’arte con l’enorme sviluppo della civiltà industriale. Chiamato in molti modi a secondo delle nazioni in cui si metteva radici, il Modernismo fu detto Modern Style in Inghilterra, Art Nouveau in Francia, Stile Floreale o Liberty in Italia, Jugendstil in Germania, Secessione Viennese in Austria. Caratteristica comune era l’uso di motivi decorativi applicati a soluzioni architettoniche, opere industriali, quadri e sculture, elementi di arredo, cartelloni pubblicitari, abbigliamento. Trionfarono nuovi stilemi presi dall’Oriente, temi iconografici quali fiori e insetti – in particolare la libellula -, figure femminili, meduse, mescolati in originali soluzioni spesso disposti secondo il caratteristico schema della “linea a frusta” o ad “esse“.
Il periodo coincide con quella che fu chiamata “Belle Époque”, un momento di sviluppo e spensieratezza in cui l’ottimismo per i progressi della scienza e della tecnica, benefici come la corrente elettrica, l’acqua nelle case, i servizi igienici prima assenti, fecero pensare ingenuamente che un mondo migliore fosse possibile.
Si andava inoltre sempre più sviluppando il fenomeno del consumismo, in particolar modo nel settore dell’abbigliamento, grazie alla maggiore diffusione dei grandi magazzini che offrivano prodotti in serie di buona qualità e a modico prezzo. In questo quadro s’inseriscono molti famosi manifesti pubblicitari allora disegnati da grandi artisti come Toulouse Lautrec, Pierre Bonnard, Jules Chéret, Alphonse Mucha, o in Italia, Marcello Dudovich, Leopoldo Metzlicovitz, Leonetto Cappiello, solo per citarne alcuni. Queste affiches sono tuttora un documento importante dell’arte, dell’illustrazione, del gusto e della moda.
Nonostante da tempo il mondo dell’abbigliamento da donna fosse ricco di fermenti innovativi, l’abito della Belle Époque continuava a proporre la vita strizzata dal busto ormai utilizzato da cinque secoli. Dopo il 1895 era comparso un nuovo modello che scendeva sui fianchi, schiacciava il ventre, e inarcava le reni all’indietro; il petto florido era spinto esageratamente in avanti in un’unica massa e sembrava, secondo la divertente definizione di Bernard Rudofsky, un “monopetto sbalzato”. Veniva così proposta, applicata ai vestiti, la linea ad esse tanto cara all’Art Nouveau.
Il busto era applicato anche alle bambine, fin dalla più tenera età, cominciando con corsetti leggeri e via via più stretti e pesanti. Alla vita minuscola si associavano gonne a corolla cariche di pizzi e decorazioni; se per il vestito da giorno era obbligatorio fasciare il collo, la sera s’indossavano vesti munite di strascico e molto scollate per mettere in evidenza il seno. Contemporaneamente si esaltava una donna florida e sensuale.
Le numerose sottogonne erano avvertite come estremo richiamo erotico grazie al discreto fruscio che sollecitava il pensiero d’intimità allora solo immaginabile. Anche le calze nere, che sbucavano tra metri di biancheria nello scandaloso ballo del “Can Can”, erano considerate estremamente ardite dopo un secolo di biancheria candida. La contraddizione tra l’ideale femminile opulento e questi abiti terribilmente costrittivi sfuggiva ancora, tranne che per isolate voci di medici che deprecavano l’uso del busto e ne elencavano le malefatte: gonfiori, svenimenti, pesanti deformazioni fisiche. Lo dimostrano le foto di modelle svestite che mostrano un corpo dall’innaturale linea a clessidra.
Durante l’Ottocento si era andato codificando l’uso di una veste per tutte le ore del giorno e le occasioni. Mentre in casa ci si vestiva con semplicità, durante le visite o le passeggiate nei parchi pubblici ci si permetteva qualsiasi fantasia e attualità della moda. L’abito da ballo svolgeva invece un ruolo fondamentale nella vita della giovane donna, perché era una delle poche occasioni per incontrare futuri fidanzati. L’abito da teatro era sempre accompagnato da un ricco e monumentale cappello piumato su cui erano depositati ogni tipo di decorazioni ed uccelli, perfino gufi imbalsamati. Anche per il resto della giornata una vera signora non usciva mai da casa senza questo bizzarro copricapo che distingueva a vista d’occhio le popolane a testa nuda dalle donne abbienti.
Altre varianti del vestire riguardavano le stagioni e i luoghi: e quindi c’erano abiti da campagna, da viaggio, da montagna e da villeggiatura. Ma la novità assoluta fu il nuovo interesse per le attività sportive che richiedevano altri vestiti, più audaci di quelli precedenti. Il costume da bagno, castigatissimo, era comparso dopo la metà dell’Ottocento quando cominciarono a diffondersi i primi stabilimenti balneari, ma furono l’invenzione dell’automobile (1890) e della bicicletta, comparsa pochi anni dopo, a introdurre nuovi indumenti: corte mantelle dette “spolverini” per proteggersi dalla polvere della strada, enormi cappelli con veletta che avevano la stessa funzione, abiti da ciclista (o velocipedista) muniti di un tailleur a bragoni rigonfi, i primi pantaloni che entrarono di prepotenza nel mondo femminile.
La prima guerra mondiale (1914-1918) distrusse i sogni di gioia e di progresso mostrando quali terribili armi di distruzione potevano essere fabbricate dall’industria, e causò una battuta d’arresto nella moda, che per alcuni anni ripropose i medesimi modelli. Tessitura e lavorazione del cuoio furono ridirette innanzitutto per le uniformi dei soldati al fronte, e la guerra entrò a far parte anche delle illustrazioni dei giornali femminili. Tradizionalmente questo periodo viene considerato la fine della Belle Époque.

(Bianca Maria Rizzoli)

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Bibliografia:
- Rosita Levi Pizetshy, Storia del costume in Italia, vol. V, Istituto Editoriale Italiano, Milano, 1964.
- Enrica Morini, Storia della moda. XVIII – XX secolo, Ed. Skira, Milano, 2006.
- Bernard Rudofshy, Il corpo incompiuto, ed. Mondadori, Milano, 1975.

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Altri articoli sulla moda di Bianca Maria Rizzoli »»qua.

Jul 262011
 

Figlio di Enrico IV (1553-1610) e di Maria de’ Medici (1575-1642), Luigi XIII (1601-1643) fu incoronato re alla giovane età di 9 anni, dopo l’assassinio del padre, ma iniziò a regnare a 16 anni. La madre era stata reggente durante la giovinezza del figlio, seguita poi dall’energico cardinale Richelieu che lo accompagnerà nelle decisioni sino al giorno della morte. E caso volle che Richelieu morisse nel dicembre 1642, poco prima del sovrano, maggio 1643: i due, nel bene e nel male, erano inseparabili.
Le cronache ci raccontano di un sovrano dalle buone doti manuali, pronto a modellare il ferro, coniare monete e fondere piccoli cannoni, cucire, intrecciare panieri, arare la terra, fare il giardiniere, insomma un re che non aveva paura di sporcarsi le mani. E in effetti nel suo palazzo possedeva una fucina, banchi per lavorare comodamente, attrezzi di tutti i tipi e le qualità. Uomo che non sapeva stare con le mani in mano, uomo pronto a montare in cassetta quando viaggiava nella sua carrozza e prendere le redini dei cavalli.
Solitamente divideva la sua giornata in due parti, la mattina si dedicava agli affari del regno, il pomeriggio alle sue passioni. La sveglia era intorno le sei, si bagnava (!), recitava qualche preghiera. La rasatura venne in tarda età, ai 23 anni circa, e fu così bravo con il rasoio che gli piaceva radere i suoi ufficiali. Raramente mancava ai Consigli di Stato, neanche da ammalato, dava ascolto agli ambasciatori, ai principi, ai nobili, dopodiché pranzava da solo, nel senso che gli altri guardavano e lui mangiava. Le omelettes erano il suo cibo favorito, capace perfino di prepararle. Ecco arrivare il pomeriggio, le sue gite di caccia, i lavori dedicati all’artigianato. La sera, prima di dormire, sfogliava qualche libro illustrato, leggeva ben poco. Un valletto fidato restava durante la notte ai piedi del letto, valletto con cui conversava prima di chiudere gli occhi. Luigi XIII amava stare più con i suoi domestici che attorniato dalla sua corte.
Il medico di corte Héroard raccontava che una mattina – 24 agosto 1607 – alle quattro e mezzo si svegliò con l’idea di andare a caccia. Accompagnato, si diresse verso Versailles. In poche ore ritornò con “un leprotto, cinque o sei quaglie e due pernici” (1): eccellente bottino per un giovane di 6 anni.
Gli garbava andare in giro per Parigi, bussare nelle taverne e, magari, mettersi al fuoco a cucinare. Una volta, colpito dal fetore di certe stradicciole, firmò una serie di decreti che obbligavano a mantenere pulite le vie, cosa non certo facile per la mentalità dell’epoca.

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1. Cesare Giardini, Bruno Bossi, Il cardinale Richelieu, A. Mondadori ed., Milano 1970, pag. 84

Jul 102011
 

Nessun evento nella vita è isolato, tutto è un concatenarsi di accadimenti che hanno ripercussioni sia nel breve periodo sia nel lungo periodo, sia nel luogo più vicino che nello spazio più lontano.
San Quintino è una città della Francia settentrionale, nella regione della Piccardia, vicino al fiume Somme e al canale di San Quintino, oggi prospero centro con circa 60.000 abitanti. E fu proprio là che si combatté la battaglia che diede seguito alla pace di Cateau-Cambrésis e alla fine delle cosiddette guerre d’Italia.
Il 10 agosto 1557, giorno di San Lorenzo (1), l’esercito francese al comando del maresciallo Anne de Montmorency (1492-1567), forte – secondo alcune stime – di 18.000 fanti e 6.500 cavalieri, si scontrò con quello spagnolo agli ordini di Emanuele Filiberto di Savoia (1528-1580), spagnolo composto da 6.000 fanti e 4.000 cavalieri.
Il terreno di scontro fu nei pressi della roccaforte di Saint Quentin, che al tempo era assediata e chiedeva aiuto a Montmorency. Questi, in un modo o nell’altro, riusciva a far entrare un contingente di 500 militari alla testa di Gaspard de Châtillon (1519-1572). Contento del fatto suo, il maresciallo volle ritentare personalmente l’impresa per aiutare ancor più gli assediati, ma stavolta trovava sul campo un Emanuele Filiberto che lo costringeva di sorpresa alla lotta. Nel feroce scontro, 14.000 soldati francesi furono abbattuti o catturati, mentre nelle file spagnole solo 400 le vittime. Lo stesso Montmorency fu fatto prigioniero, così come tutto il parco artiglieria che portava con sé cadde in mano nemica. Il successo del Savoia fu tale che, per ricompensa, riottenne buona parte dei territori persi, nel frattempo in mano francese e spagnola.
La via per Parigi adesso era aperta. Il Duca di Savoia aveva chiesto a Filippo II il permesso di poter marciare sulla capitale, distante poco più di 150 km., per raccogliere i frutti della vittoria, ma il re decideva diversamente. La pace si firmava dunque qualche anno dopo, il 3 aprile 1559.

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1. Per celebrare la vittoria, Filippo II decise la costruzione del Monastero dell’Escorial.

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La battaglia di San Quintino, 1557

Jul 072011
 

Abbiamo accennato tempo addietro a Louis Sébastien Mercier (»»»qua), per cui andiamo a leggere come ci presenta la Bastiglia poco prima della Rivoluzione del 1789, dal suo Tableau de Paris, pubblicato in dodici tomi tra il 1781 e il 1788. Il presente brano è tratto dal libro Parigi fantasma (0):

“Prigione di Stato: questo basta a definirla. «È un castello – dice Saint-Foix – che, senza essere fortificato, è il più temuto d’Europa». (1)
Chi può sapere cosa è avvenuto dentro la Bastiglia, chi vi è rinchiuso, chi vi è stato rinchiuso? Ma come si potrà scrivere la storia di Luigi XIII, di Luigi XIV e di Luigi XV, se non si conosce la storia della Bastiglia? Tra le sue mura sono accadute le cose più interessanti, più curiose, più strane. La parte più interessante della nostra storia rimarrà dunque nascosta per sempre: niente trapela da quel baratro, non più che dal muto abisso delle tombe.
Enrico IV fece conservare il tesoro reale alla Bastiglia. Luigi XV vi fece rinchiudere il Dizionario enciclopedico, che ancora vi marcisce. (2)
Il duca di Guisa, padrone di Parigi nel 1588, lo fu anche della Bastiglia e dell’Arsenale. Ne nominò governatore Bussi le Clerc, procuratore del parlamento (3). Bussi le Clerc, fece prendere d’assalto il parlamento, che si rifiutava di sollevare i francesi dal giuramento di fedeltà e obbedienza, condusse alla Bastiglia presidenti e consiglieri, tutti in toga e tocco; e là li mise a pane e acqua.
Oh larghe mura della Bastiglia, che, durante gli ultimi tre regni, avete raccolto i sospiri e i gemiti di tante vittime, se poteste parlare, come verrebbe smentito dai vostri racconti terribili e fedeli il linguaggio timido e adulatorio della storia!
Vicino alla Bastiglia si trova l’Arsenale (4), che funge da polveriera, dipendenza altrettanto terribile della dimora principale.
La torre di Vincennes rinchiude ancora dei prigionieri di Stato che, a quanto pare, devono finire là i loro tristi giorni. Chi ha potuto calcolare con precisione il numero delle lettere sigillate (5) inviate durante gli ultimi tre regni?
Abbiamo una storia della Bastiglia in cinque volumi, che riferisce alcuni aneddoti singolari e bizzarri, ma nulla di ciò che si desidererebbe tanto conoscere, in una parola, nulla che possa gettare un po’ di luce su certi segreti di stato, coperti da un velo impenetrabile. Se dobbiamo credere all’autore, all’epoca di un Argenson, vi si trattavano con rigore inaudito e tirannica violenza i detenuti, già fin troppo puniti con la perdita della libertà.
La direzione della prigione, oggi più mite e umana di quanto non lo sia mai stata dopo la morte di Enrico IV, si è indubbiamente molto ammorbidita rispetto a quella crudele severità, e non infligge più quelle punizioni spaventose e inutili.
Quando un detenuto muore alla Bastiglia, viene seppellito a Saint-Paul, alle tre di notte. Invece dei preti, sono i secondini che portano la bara, e i membri dello stato maggiore assistono alla sepoltura. Il cadavere sfugge pertanto al terribile potere solo attraverso la tomba.
Non appena si parla della Bastiglia a Parigi, si evoca subito la storia della maschera di ferro: ognuno se la foggia a piacere e vi mescola riflessioni non meno fantasiose (6).
Il popolo, d’altronde, ha più paura dello Châtelet (7) che della Bastiglia: non teme questa prigione estrema, perché gli appare come qualcosa di remoto, dato che esso non possiede nessuno dei requisiti che ne aprono le porte. Di conseguenza, non compiange molto coloro che vi sono detenuti, e per lo più ne ignora perfino i nomi. Non testimonia alcuna riconoscenza verso i generosi difensori della sua stessa causa. I parigini preferiscono comprare pane per vivere, rispetto al più bel discorso in cui venisse dimostrato che essi hanno diritto a una vita agiata. Una volta, gli scrittori venivano mandati alla Bastiglia per un nonnulla; ci si è accorti che l’autore, il libro e le sue opinioni acquistavano in tal modo maggiore celebrità; si è preferito lasciare che l’opinione di ieri venisse cancellata da quella di domani; e si è capito che, disponendo della forza fisica, non bisogna preoccuparsi molto delle idee politiche e morali, instabili, e mutevoli per loro natura.
Là geme, o non geme più, il celebre Linguet (8). Qual è il suo delitto? Non si sa.

L’effetto è spaventoso, la causa sconosciuta. (Voltaire)”

-III, 283-

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0. Louis Sébastien Mercier, Parigi fantasma, Edizioni Medusa, 2008, pp. 33 e sgg.

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Note del curatore del libro da cui è tratto il brano:

1. Poullain de Saint-Foix (1698-1776): autore degli Essais historiques sur Paris (1754).
2. Si tratta della celebre Encyclopédie, diretta da Diderot e d’Alembert.
3. S’intenda Bussy-Leclerc, morto in esilio nel 1635; il duca di Guisa (Enrico I di Lorena, 1550-1588) fu uno dei capi della Lega santa ai tempi delle guerre di religione in Francia; fu uno dei principali responsabili della notte di San Bartolomeo in cui vennero massacrati gli ugonotti (1572).
4. Mercier si riferisce plausibilmente al Petit Arsenal, oggi scomparso; mentre esiste tuttora l’Arsenal.
5. Le lettres de chacet erano ordini di arresto (o di esilio) emanati direttamente dal re, anche su istanza di privati cittadini, senza che venissero esaminati e approvati dalla giustizia ordinaria: rappresentano uno dei simboli dell’arbitrarietà del potere assoluto.
6. Fu Voltaire che, tra i primi (o, forse, per primo), riprese e diede credito a questa storia in Le siécle de Louis XIV (tr. it. Il secolo di Luigi XIV, Einaudi, Torino 1951, pp. 284-286).
7. Prigione che si trova sull’Île de la Cité.
8. Nicolas-Simon-Henry Linguet (1736-1794) avvocato e polemista; dopo una lunga reclusione alla Bastiglia, pubblicò un Mémoire sur la Bastille (1783). Venne condannato alla ghigliottina durante la reazione termidoriana.

Nov 082010
 

Un giorno, quasi a sorpresa, il re Luigi XIV aveva annunciato che sarebbe sceso per le strade di Parigi per percorrerle e rendersi conto del loro stato. Le sue parole avevano causato un tale trambusto che immediatamente e con il maggiore zelo ci si mise al lavoro per pulirle e abbellirle per la visita. Sebbene i regolamenti ci fossero, non tutte le case disponevano di fosse e latrine per lo smaltimenti dei rifiuti, rifiuti versati spesso dalle finestre al semplice grido di “attenti all’acqua”, un grido ereditato dai tempi del Medioevo.
Col passare degli anni si organizzò, a spese dei proprietari, un servizio di carrette che passava tutte le mattine e raccoglieva la spazzatura, riversandola poi nelle campagne adiacenti dove talvolta si era preparato un fosso per contenerla. Intorno al 1663 Parigi aveva circa 10 chilometri di rete fognante, di cui solo un quinto ricoperta a volta, il resto a cielo scoperto: si potrà ben immaginare il fetore, specialmente quando gli sbocchi erano ostruiti e l’acqua ristagnava.
Un’ordinanza obbligava i cittadini a pulire davanti le rispettive case e sembra che in un primo momento, anche a causa delle salate multe, la cosa funzionò e funzionò a tal punto che vennero nella capitale emissari dei paesi vicini a constatare di persona e prendere nota dei fatti. Poi l’interesse si affievolì.
Parecchie case popolari avevano sei sette piani, alloggiando in pochissime stanze decine di persone. Dopo l’incendio di Londra del settembre del 1666 la tensione era alta, per paura che anche le dimore parigine potessero incendiarsi così facilmente come quelli londinesi e provocare un vero e proprio disastro. La cura e l’attenzione nel cucinare e riscaldarsi, specialmente in quei piani alti, fu davvero notevole: Parigi evitò una tragedia simile all’inglese.
Le insegne abbellivano in particolar modo le strade, insegne che dovevano richiamare l’attenzione dei passanti e invitarli a entrare, spronandoli a comprare. Quelle pendenti di artigiani e commercianti ingombravano la strada e nei giorni di vento potevano cadere sulla testa dei più sfortunati, e, solo intorno il 1669, si ordinò appenderle al muro o inclinarle un poco per meglio notarsi. Pittori mediocri o principianti con poca esperienza avevano il compito di dipingerle per pochi soldi: erano spesso tavole di legno di grosse dimensioni, quattro cinque metri di lunghezza per meno di un metro di larghezza.
San’Antonio indicava la bottega di un macellaio e di un salumiere, sant’Eligio orafi e fabbri, san Pietro i fabbricanti di serrature, santa Cecilia segnalava i musicisti e san Lorenzo i rosticcieri, poi un violino designava la casa di un maestro di danza, mentre gli albergatori, oramai da tempo, avevano le loro insegne decorate con una torre d’argento o un cavallo bianco o il leone d’oro: tradizioni che si perpetuavano.
I nomi delle strade erano presi da una parola di un’insegna che più di tutte colpiva l’attenzione: rue de l’Arbre sec, o du Croissant, o ancora rue de Venice, e via dicendo. Ricordiamo inoltre quelle dedicate ai vari mestieri in voga all’epoca.
La vita si svolgeva nelle strade, nei vicoli, nelle piazze, punto di riunione, di cameratismo, di scambio di opinioni e notizie, strade che, forse grazie alla loro strettezza, univano più che dividevano. Parigi palpitava, Parigi viveva anche di urla e grida dei venditori ambulanti che girovagavano per le vie e per i quartieri offrendo la loro mercanzia.

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