May 172014
 
Parigi, 1735

Parigi, 1735

Parigi è un paese molto ospitale;
accoglie tutto, sia le fortune vergognose che quelle insanguinate.
Il delitto e l’infamia vi godono diritto d’asilo, v’incontrano simpatie;
solo la virtù non vi possiede altari.” (1)

Di tutto e di più si è detto di Parigi. Eppure, chi di noi non ha mai desiderato viaggiare a Parigi e vivere la Storia della città sulla propria pelle, camminare come un flâneur per le vecchie strade, assaporare gusti sapori profumi ancestrali o sfiorare con mano il freddo marmo di secolari edifici? Gli eventi della capitale francese affondano le radici nei secoli, magari ben prima dell’arrivo di Tito Labieno, luogotenente di Cesare nel 53 a.C.

A noi qua interessa sfogliare qualche pagina per fermare l’attenzione su un secolo del periodo moderno particolarmente ricco di eventi, il XVIII, decenni in cui si passa da un regime assolutista tipo Luigi XIV, continuando con Luigi XV, per finire alla ghigliottina di Luigi XVI, una rivoluzione che accenderà il fuoco in mezza Europa, un’Europa che vedrà i Lumi propagare idee di libertà.

Parigi ha avuto un XVII e XVIII secolo di splendore, durante i quali ha plasmato la sua qualità di punto di riferimento borghese, affaristico, intellettuale e il suo volto prestigioso di centro d’arte, di godimenti di sapere. Classi e ceti sociali vi sono tutti rappresentati: dai gransignori, laici o ecclesiastici, che portano qui marmi e vetri ad abbellire e ingrandire i loro palazzi, fino a stuoli di mendicanti, vagabondi, prostitute, malfattori, che talora si cerca di raccogliere in ospizi ma che più spesso restano abbandonati a se stessi, a una vita di espedienti. Col passare del tempo, col crescere di una nuova economia, chi assume un posto decisivo nei suoi diversi strati è la borghesia: prima quella artigianale, mercantile, «di toga» e poi, finita la bufera politica, sempre più quella finanziaria, tecnocratica, e naturalmente amministrativa e intellettuale, quale la moderna città la coltiva e la pone a base del proprio potere. (2)

Prospettiva del Salon de l'Académie Royale de Peinture et de Sculpture au Louvre, Parigi, 1760.

Prospettiva del Salon de l’Académie Royale de Peinture et de Sculpture au Louvre, Parigi, 1760.

Lento sviluppo borghese che proveniva dai secoli anteriori ma che ora, quella classe sociale, assumeva sempre più potere, agevolando, fra l’altro, nel medio periodo, l’arte, gli artisti, quel gruppo di intellettuali che sfiderà le radicate convenzioni per proporne di nuove.

Nel corso del XVIII secolo, il Salon divenne così la più importante rassegna d’arte contemporanea del regno sostenuta interamente a spese del sovrano, il cui esempio venne presto replicato in molte città francesi (da Tolosa a Marsiglia, a Bordeaux, Lille, Poitiers, Montpellier, Abbeville e Lione). (3)

Il fascino di Parigi non è solamente quello che tutti ammiriamo girovagando qua e là a cielo aperto, è perfino nei sotterranei, nelle interminabili buie gallerie immortalate nell’Ottocento da Nadar, nelle sue foto delle catacombe, foto in cui si iniziava a sperimentare la luce artificiale.

Nadar nelle catacombe di Parigi

Nadar nelle catacombe di Parigi

Fu il luogotenente Generale di Polizia, Lenoir, che nel XVIII secolo ebbe l’idea di creare un gigantesco ossario nelle antiche cave di pietra calcare, permettendo così la soppressione dell’antico cimitero des Innocents e la sua trasformazione in piazza pubblica.
Così sono nate le Catacombe di Parigi, gigantesco ossario meta oramai di molti turisti. Questa parte pittoresca del sottosuolo parigino non ha più misteri: basta passeggiare lungo i circa tre chilometri di gallerie per scoprire le sue curiosità.(4)

Andiamo oltre, mettiamoci nella storia dell’agricoltura, spesso trascurata. Non possiamo accennare della Francia se non ci beviamo un buon bicchier di vino prodotto da quei sterminati vigneti di Bordeaux, cittadina già famosa nel XIII secolo quando prosperava grazie ai commerci con l’Inghilterra.

Il tedesco Nemeitz, che ha scritto per i suoi compatrioti una specie di guida di Parigi all’inizio del XVIII secolo, ci indirizza verso un’altra spiegazione: «Qui durante il pasto non si beve birra, come in Olanda, Inghilterra e in quasi tutta la Germania, ma del vino annacquato» […] Per i francesi, bere vino puro era sintomo di ubriachezza. (5)

Parigi!

La storia che è passata da Parigi non si può certo concludere con queste quattro chiacchere, né la si può immortalare in un solo libro, oltre al fatto che Parigi è storia dell’Europa.

E allora vediamola riflessa nei film di oggi, storia di un passato ancora presente:

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- 1. Honoré de Balzac, Sarrasine, Oscar Mondadori, Milano, 1993, pag. 34.
– 2. Alberto Caracciolo, La città moderna e contemporanea, Guida ed., Napoli, 1982, pag. 35.
– 3. Stefano Marson, Allestire e mostrare dipinti in Italia e Francia tra XVI e XVIII secolo, ed. Nuova cultura, Roma, 2012.
– 4.  Fabrizio de Gennaro, Parigi sotterranea, Digital Index ed., Modena 2011, pag. VIII.
– 5. a cura di Jean Ferniot, Jacques Le Goff, La cucina e la tavola, ed. Dedalo, Bari, 1987, pag. 237.

Aug 082013
 

La storia è fatta anche di caricature, di satira, di ironie, parodie, “vista” con gli occhi dei personaggi coevi all’epoca considerata acquista una diversa prospettiva critica, una angolazione che ci permette entrare in un dialogo sicuramente più “intimo”, forse e in questo caso “burlesco”.

Proseguendo la serie di articoli su Nadar [»»qua una breve presentazione, »»qua le Donne di Nadar, »»qua i Musicisti di Nadar], soffermiamoci per un attimo sulle sue caricature, su alcune delle centinaia rimasteci e che a distanza di secoli esprimono ancora quella vitalità espressiva che li caratterizza.

E allora ci è utile, per iniziare, leggere qualche pensiero di Benjamin:

“… La disputa, che ebbe luogo nel corso del secolo XIX, tra la pittura e la fotografia, intorno al valore artistico dei reciproci prodotti appare oggi fuori luogo e confusa. Ciò non intacca tuttavia il suo significato e anzi potrebbe anche sottolinearlo. Di fatto questa disputa era espressione di un rivolgimento di portata storica mondiale, di cui nessuno dei due contendenti era consapevole. Privando l’arte del suo fondamento culturale, l’epoca della sua riproducibilità tecnica estinse anche e per sempre l’apparenza della sua autonomia. Ma la modificazione della funzione dell’arte, che così si delineava, oltrepassava il campo di visuale del secolo. E del resto sfuggì a lungo anche al secolo XX, che stava vivendo lo sviluppo del cinema…” (1).

Già, perché Nadar, prima di essere un fotografo, era un ritrattista, un pittore che usava abilmente i suoi attrezzi e che versava nel volto del soggetto tutta la sua abilità sia tecnica sia investigativa. Investigativa, ché l’individuo risaltava per una delle sue peculiarità, una caratterizzazione che palesava il suo apparire agli occhi degli altri.

E lo possiamo notare da questa serie di personaggi più o meno famosi dell’epoca, presi da Le Pantheon Nadar, di cui Félix, esperto nella fisiognomica, ne risaltava umoristicamente o satiricamente dettagli che lo colpivano – non dimentichiamo che fu caricaturista per Le Charivari già nel 1848. Dal tratto semplice immediato spontaneo elegante accurato, del suo Pantheon fanno parte sia uomini sia donne che, dal punto di vista storico, hanno un valore davvero inestimabile per meglio entrare nella cultura sociale di metà-fine XIX e inizi XX secolo.

Adolphe Crémieux, visto da Nadar, seconda metà dell'800

Adolphe Crémieux, visto da Nadar, seconda metà dell’800

Adolphe Crémieux (1796-1880), il cui vero nome era Isaac Jacob Crémieux, ebreo, avvocato e politico francese a favore della libertà di stampa, era un tenace difensore del liberalismo politico, sostenendo l’idea di abolire la schiavitù e la pena di morte.

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Henri Rodakowski visto da Nadar, seconda metà dell'800

Henri Rodakowski visto da Nadar, seconda metà dell’800

Henri Rodakowski (1823-1894), artista di origine polacca, si trasferì prima a Vienna, per studiare, e poi a Parigi, dove trascorse 20 anni della sua vita, dedicandosi alla pittura. Ritornato in patria, fu nominato, 1894, direttore della Scuola d’Arte di Cracovia, ma morì quattro giorni dopo.

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Emile Marcelin, visto da Nadar, seconda metà dell'800

Emile Marcelin, visto da Nadar, seconda metà dell’800

Émile Marcelin (1825-1887), il cui vero nome era Émile Planat, fu un famoso vignettista francese dell’epoca, avendo lavorato, fra l’altro, ne Le Journal Amusant, ne L’Illustration, ne La Vie Parisienne. Nei suoi lavori si denota una certa eleganza umoristica, lavori che, come lui stesso affermava, non desideravano essere dei capolavori, bensì testimonianze di un’epoca.

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– 1. Walter Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della riproducibilità tecnica, Einaudi, 2011 [Kindle, pos. 209-215].

Piccola bibliografia:

- Félix Nadar, Quando ero fotografo, Abscondita, 2010
– Félix Nadar, L’arte del ritratto, Abscondita, 2010
– Stéphanie Denoix de Saint Marc, Nadar, Editions Gallimard, 2010.

Jul 302013
 

È ben noto che un lungo articolo in un blog viene letto solo da pochissime persone, per cui, approfondendo un dato argomento, è conveniente dividerlo in vari post per coinvolgere un maggior numero di lettori, magari inserendo immagini, magari aggiungendo un buon apparato didascalico, magari analizzandone poco a poco i diversi aspetti, sicuramente è altresì un modo per meglio entrare nelle dinamiche vuoi dell’epoca in questione vuoi del personaggio senza far pesare l’eventuale complessità. Se a un primo acchito l’insieme potrebbe sembrare slegato, sarà cura del lettore rileggere i vari frammenti per poi unirli investigando ancor più.

Bene, considerando che abbiamo già scritto di Nadar [»»qua un accenno generale, »»qua le sue donne], proseguiamo con gli uomini, stavolta con una serie di immagini che ci ha lasciato a testimonianza di alcuni dei musicisti a lui coevi più rappresentativi. Immagini che contengono l’energia del momento, l’aura, per dirla con Benjamin, “impressioni” che raccontano il dialogo fra soggetto e fotografo, Nadar, la cui abitudine era mettere a proprio agio la persona. Quelle “riprese fotografiche cominciano a diventare documenti di prova nel processo storico” (1), erano già storia, consapevolmente o inconsapevolmente.

Hector Berlioz fotografato da Nadar, Parigi, 1860

Hector Berlioz fotografato da Nadar, Parigi, 1860

Hector Berlioz (1803-1869), francese, musicista, compositore, critico, celebre all’epoca di Wagner, Chopin, Liszt, che conobbe e con cui intrattenne più o meno buona amicizia.
Scrivendo di Beethoven nelle sue Memoirs diceva:

“… Beethoven ha aperto davanti a me un nuovo mondo di musica, come Shakespeare aveva rivelato un nuovo universo di poesia…” (2).

Nadar lo fotografa in piedi, serio, pensieroso, con lo sguardo che va oltre il muro del suo atelier, gli occhi di Berlioz sembrano perdersi fra le note di una sua sinfonia.

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Franz Liszt fotografato da Nadar, Parigi, 1886

Franz Liszt fotografato da Nadar, Parigi, 1886

Abbiamo accennato all’amicizia fra Berlioz e Frank Liszt (1811-1886), altra autorità dedicata alla musica che il nostro Félix Nadar ebbe occasione di imprimere nelle lastre del tempo. Liszt conobbe Berlioz alla “prima” della sua Sinfonia Fantastica che quest’ultimo diede a Parigi nel 1830, amico, Frank, inoltre di tante personalità dell’epoca, ricordiamo a mo’ d’esempio la scrittrice George Sand.
In questa immagine del 1886, il compositore è già avanti con gli anni, ha quasi 75 anni, poco prima della sua morte: un volto che ricorda l’essere stato bambino prodigio, sguardo svanito, compassionevole, capelli bianchi, labbra appena dischiuse sembrano sussurrare alcune delle sue opere.

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Henri Marteau fotografato da Nadar, Parigi, inizi '900

Henri Marteau fotografato da Nadar, Parigi, inizi ‘900

Henri Marteau (1874-1934) fu un violinista e compositore francese che al tempo di Nadar ebbe una certa fama. Il suo esordio avvenne nella “Vienna Philharmonic Society” nel 1884 ad appena 10 anni, mentre il vero debutto come professionista fu a Londra qualche anno dopo, 1886, in un concerto di Hans Richter. Esibitosi, fra l’altro, in Germania, in Russia, in Svezia, in America, in questa foto, Nadar ce lo lascia intravedere serio, fortemente presente, con il suo violino appoggiato a un tavolo, come preparandosi per iniziare a suonare in un concerto.

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Giovanni Vailati fotografato da Nadar, Parigi, 1863

Giovanni Vailati fotografato da Nadar, Parigi, 1863

Abile nel suonare il mandolino, Giovanni Vailati (1815-1890), italiano, era noto anche come “il cieco di Crema”, musicista lombardo immortalato da Nadar a Parigi nel 1863. Raccontano le cronache che era cieco dalla più tenera età, ché a due mesi perdette la vista: malgrado ciò era considerato un virtuoso. Dopo l’esibizione nel Regio Teatro di Parma del 2 dicembre 1852, così scrivevano:

“… Egli seppe mostrare quanto può agil mano e non superabile maestria nell’eseguire sopra uno stromenti di così limitati mezzi una infinità di note, senza che insieme confondansi, ma possano invece spicccar distinte, per modo che il ritmo ed il tema giungano chiari e perfetti all’orecchio degli ascoltanti… ” (3)

Se abbiamo fatto caso, c’è un particolare, fra i tanti – per esempio gli sfondi -, che salta alla vista fra il fotografare, Nadar, le donne e gli uomini, un particolare che mette gli uomini a posare seri, austeri, solenni, mentre le donne le lascia libere di esprimere la loro indole gioiosa, allegra, caratteriale, una differenza che, per carità, nulla toglie sia alla professionalità di Nadar – ricordiamo siamo agli inizi dell’arte fotografica per cui le sperimentazioni sono all’ordine del giorno, così come, sebbene diversamente, oggi – sia alla bravura e capacità dei due sessi di mettersi in posa davanti un “aggeggio” che mai avevano visto in vita loro, un ritratto che passava dal pennello e una tela a una lastra.

E allora ritorniamo a Benjamin:

“… Nel culto del ricordo dei cari lontani o defunti il valore culturale del quadro trova il suo ultimo rifugio. Nell’espressione fuggevole di un volto umano, dalle prime fotografie, emana per l’ultima volta l’aura. È questo che ne costituisce la malinconia e incomparabile bellezza…” (4).

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– 1. Walter Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Einaudi, 2011, [Kindle, pos. 196].
– 2. Hector Berlioz, Memoirs, Everyman’s Library, pag. 104.
– 3. Gazzetta di Parma, 6 dicembre 1852, N. 278.
– 4. Walter Benjamin, op. cit., [Kindle, pos. 193].

Piccola bibliografia:

- Félix Nadar, Quando ero fotografo, Abscondita, 2010
– Félix Nadar, L’arte del ritratto, Abscondita, 2010
– Stéphanie Denoix de Saint Marc, Nadar, Editions Gallimard, 2010.

Jul 222013
 

Abbiamo sempre sottolineato l’importanza delle immagini, vuoi dipinti dell’epoca, vuoi fotografie, vuoi filmati, immagini che, sia come fonte storica primaria che secondaria, danno possibilità di avvicinarci “visivamente” al periodo a cui si riferiscono. La foto ha dato e dà un contributo davvero speciale alla Storia, registrando i più disparati avvenimenti, quella foto che, per dirla con Robert Frank “… deve contenere, l’umanità del momento”.

Nadar, di cui abbiamo già accennato, fu uno dei pionieri della nuova arte, un’arte che al tempo mise addirittura in discussione la pittura, la ritrattistica in particolare, un’arte che lui seppe incarnare in uno dei momenti più decisivi di sviluppo e cambio della società, metà-fine ‘800 inizi ‘900.

E fra le tante rappresentazioni fotografiche che ci ha lasciato, abbiamo deciso dedicare la nostra attenzione ai personaggi femminili, personaggi con cui era sua abitudine dialogare prima di scattare una foto, cercando di cogliere non solo il puro aspetto esterno, ma anche il sentimento, il carattere, il pensiero, entrare cioè all’interno del corpo per sviscerarne l’anima. Lui stesso affermava: “Il ritratto è l’applicazione più preziosa e nello stesso tempo più delicato della Fotografia”.

Un gioco fra luci e ombre che riusciva a completare in modo davvero esemplare, quel suo essere caricaturista che riversava abilmente nella fotografia – mi sovviene lo scatto al Pierrot fotografo, detto anche Il mimo Deburau del 1854.

George Sand, Nadar, 1864

George Sand, Nadar, 1864

Decine furono le donne che passarono per il suo atelier in Boulevard des Capucines a Parigi, fra cui Amandine Aurore Lucile Dupin, in arte, George Sand, prolifica scrittrice francese.
Nadar la ritrae con uno sguardo profondo, pensieroso, che sembra andare oltre i limiti fisici della realtà e penetrare la fantasia dei suoi romanzi. Di lei diceva Gustave Flaubert:

Si doveva conoscerla come l’ho conosciuta io per sapere quanto vi era di femminile in questo grande uomo, per conoscere l’immensa tenerezza di questo genio.”

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La cantante soprano Noémie Marcus in costumi di scena, Nadar, 1877 ca.

Noémie Marcus in costumi di scena, Nadar, 1877 ca.

Qua sopra Noémie Marcus, soprano, nei costumi di scena. Fra le sue tante interpretazioni la ricordiamo nella Principessa Fantasia nell’anteprima del 26 ottobre 1875 a Parigi da Le voyage dans la lune, un’Opéra féerie, con musiche di Jacques Offenbach, libretto di Albert Vanloo, Eugène Leterrier e Arnold Mortier, liberamente basato nel romanzo di Jules Verne Dalla Terra alla Luna.

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Mariette Sully, Nadar, inizi ‘900

Mariette Sully, Nadar, inizi ‘900

Due immagini, in posa che può sembrare spontanea, sorridente, elegante in quella di destra, di un’altra donna immortalata da Nadar, Mariette Sully, soprano belga, attiva principalmente nell’Operetta. Il suo debutto avvenne nel 1894 con il ruolo di Clotilde ne Les Forains. Attuò anche in due film, L’Enfant de l’amour (1930) e La chanson du souvenir (1936).

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Madame Louise Grandjean, Nadar, 1904

Madame Louise Grandjean, Nadar, 1904

Louise Grandjean, soprano francese, particolarmente nota per le sue eccellenti attuazioni nei personaggi femminili di Wagner e Verdi. Il suo esordio avvenne nel 1893 nell’Opéra comique Le Pré aux clercs come Isabella. Lavorò in vari teatri europei fra i quali a Berlino e a Monte Carlo.
Nadar consegna alla storia Louise nei suoi costumi teatrali, accanto a oggetti della scena, due foto, queste, piene di movimento, dinamiche, dove l’attrice sembra essere nel mezzo dello spettacolo. E in questi ultimi scatti, siamo verso il 1904/5 – Nadar morirà nel 1910 -, si avverte già una certa crescita, una maturità artistica che inizia a ben definirsi, notandosi, inoltre, fra soggetto e fotografo una tacita relazione d’intesa.

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Piccola bibliografia:

– Félix Nadar, Quando ero fotografo, Abscondita, 2010
– Félix Nadar, L’arte del ritratto, Abscondita, 2010
– Stéphanie Denoix de Saint Marc, Nadar, Editions Gallimard, 2010.

Jul 172013
 

Alcune illustrazioni che ci presentano vari aspetti sociali della Francia di fine XVII sec. L’autore, l’incisore Bernard Picart (1673-1733), in una serie di stampe, caratterizzate dalla precisione e dall’abbondanza di particolari, ci dà la possibilità di “vedere” la società dell’epoca, oggetti e soggetti storici, scene di costume, modi di vivere, una realtà in cui Luigi XIV dominava incontrastato come protagonista assoluto. Di lui ricordiamo la grande opera Cérémonies et coutumes religieuses de tous les peuples du monde (1723-1743) dove tenta immortalare riti religiosi e credenze di “tutti i popoli del mondo”.

Due donne a braccetto, Francia, fine XVII sec., Bernard Picart

Due donne a braccetto, Francia, fine XVII sec., Bernard Picart

Vecchia donna appoggiata a un bastone con rosario nella mano, Francia, fine XVII sec., Bernard Picart

Vecchia donna appoggiata a un bastone con rosario nella mano, Francia, fine XVII sec., Bernard Picart

Donna portando una pentola sulla testa, Francia fine XVII sec., Bernard Picart

Donna portando una pentola sulla testa, Francia fine XVII sec., Bernard Picart

Uomo che suona il violoncello, Bernard Picart, Francia, fine XVII sec.

Uomo che suona il violoncello, Bernard Picart, Francia, fine XVII sec.

Uomo con pala, Francia, fine XVII sec., Bernard Picart

Uomo con pala, Francia, fine XVII sec., Bernard Picart

Uomo portando un piatto fumante, Francia fine XVII sec., Bernard Picart

Uomo portando un piatto fumante, Francia fine XVII sec., Bernard Picart

Feb 052012
 

Enrico IV insieme a Maria de' Medici e ai loro figli.

Le Guerre di religione, che avevano lacerato la Francia per oltre 30 anni e avuto come culmine la strage della Notte di San Bartolomeo del 1572, si potrebbero dire concluse con l’Editto di Nantes promulgato da Enrico IV di Francia, il 13 aprile 1598. Il re francese, protestante convertito al cattolicesimo per poter salire sul trono, promulgava così una serie di leggi che davano una certa libertà di culto ai calvinisti, e sebbene editti precedenti avevano cercato di porre fine alle discordie religiose, solo con questo si ebbe un certo risultato grazie alla forte e autorevole determinazione del sovrano.
Concedendo ai protestanti piena libertà di culto, i 92 o 95 articoli principali con i 56 segreti assicuravano loro anche diritti e privilegi pur essendo una minoranza, come possibilità di concorrere a cariche pubbliche, scuole, concedendo inoltre un centinaio di piazzeforti come quella di La Rochelle, mantenendo perfino un esercito.
A ben vedere l’editto aveva affermato il cattolicesimo come religione dominante, dovendo, fra le altre cose, i protestanti pagare la decima ecclesiastica, rispettare le feste cattoliche e le restrizioni canoniche sul matrimonio. In ogni caso fu un passo avanti sul piano della convivenza pacifica, sebbene non accettato, l’editto, immediatamente da tutti, ricordiamo per esempio la città di Parigi che lo ratificò ben dieci anni dopo.
L’Editto di Nantes venne poco a poco messo da parte, iniziando da Luigi XIII fino a Luigi XIV che lo revocò definitivamente nel 1685 con il suo Editto di Fontainebleau.


Di seguito parte del discorso che Enrico IV pronunciò al parlamento di Parigi, che rifiutava, i vescovi in particolare, la registrazione dell’Editto di Nantes, in una seduta al Louvre il 7 gennaio 1599:

Mi avete esortato al mio dovere; vi esorto al vostro. Facciamo a gara gli uni con gli altri. I miei predecessori vi hanno offerto bei discorsi; ma io, con il mio abito dimesso, vi offrirò dei buoni risultati: esaminerò le vostre lagnanze, e vi risponderò il più favorevolmente possibile”. E rispose al parlamento che era venuto a presentargli delle rimostranze: “Voi mi vedete nel mio ufficio, dove mi sono appena intrattenuto con voi, non in veste regale, né in cappa e spada, come i miei predecessori, ma vestito come un padre di famiglia, in farsetto, per parlare familiarmente ai suoi figli. Voglio dirvi soltanto che vi prego di ratificare l’editto che ho accordato agli Ugonotti. Ho preso queste disposizioni per il bene della pace. L’ho instaurata all’esterno, voglio instaurarla all’interno del mio regno”. Dopo aver loro esposto per quali motivi aveva fatto l’editto, aggiunse: “Quando tentano d’impedire al mio editto di passare, vogliono la guerra; la dichiarerò domani agli Ugonotti; ma io non la farò; ce li manderò. Ho fatto l’editto; voglio che sia osservato. La mia volontà dovrebbe servire da motivo; non lo si chiede mai al principe in uno Stato obbediente. Sono il re. Vi parlo da re. Voglio essere obbedito”. (1)

*****
– 1. Voltaire, Histoire du parlement de Paris, cap. XL, Louis Moland, XV, pp. 571-572.
– Editto di Nantes »»»qua
– Editto di Nantes, articoli segreti »»»qua
– Voltaire, Histoire du Parlement de Paris »»»qua

Jul 262011
 

Figlio di Enrico IV (1553-1610) e di Maria de’ Medici (1575-1642), Luigi XIII (1601-1643) fu incoronato re alla giovane età di 9 anni, dopo l’assassinio del padre, ma iniziò a regnare a 16 anni. La madre era stata reggente durante la giovinezza del figlio, seguita poi dall’energico cardinale Richelieu che lo accompagnerà nelle decisioni sino al giorno della morte. E caso volle che Richelieu morisse nel dicembre 1642, poco prima del sovrano, maggio 1643: i due, nel bene e nel male, erano inseparabili.
Le cronache ci raccontano di un sovrano dalle buone doti manuali, pronto a modellare il ferro, coniare monete e fondere piccoli cannoni, cucire, intrecciare panieri, arare la terra, fare il giardiniere, insomma un re che non aveva paura di sporcarsi le mani. E in effetti nel suo palazzo possedeva una fucina, banchi per lavorare comodamente, attrezzi di tutti i tipi e le qualità. Uomo che non sapeva stare con le mani in mano, uomo pronto a montare in cassetta quando viaggiava nella sua carrozza e prendere le redini dei cavalli.
Solitamente divideva la sua giornata in due parti, la mattina si dedicava agli affari del regno, il pomeriggio alle sue passioni. La sveglia era intorno le sei, si bagnava (!), recitava qualche preghiera. La rasatura venne in tarda età, ai 23 anni circa, e fu così bravo con il rasoio che gli piaceva radere i suoi ufficiali. Raramente mancava ai Consigli di Stato, neanche da ammalato, dava ascolto agli ambasciatori, ai principi, ai nobili, dopodiché pranzava da solo, nel senso che gli altri guardavano e lui mangiava. Le omelettes erano il suo cibo favorito, capace perfino di prepararle. Ecco arrivare il pomeriggio, le sue gite di caccia, i lavori dedicati all’artigianato. La sera, prima di dormire, sfogliava qualche libro illustrato, leggeva ben poco. Un valletto fidato restava durante la notte ai piedi del letto, valletto con cui conversava prima di chiudere gli occhi. Luigi XIII amava stare più con i suoi domestici che attorniato dalla sua corte.
Il medico di corte Héroard raccontava che una mattina – 24 agosto 1607 – alle quattro e mezzo si svegliò con l’idea di andare a caccia. Accompagnato, si diresse verso Versailles. In poche ore ritornò con “un leprotto, cinque o sei quaglie e due pernici” (1): eccellente bottino per un giovane di 6 anni.
Gli garbava andare in giro per Parigi, bussare nelle taverne e, magari, mettersi al fuoco a cucinare. Una volta, colpito dal fetore di certe stradicciole, firmò una serie di decreti che obbligavano a mantenere pulite le vie, cosa non certo facile per la mentalità dell’epoca.

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1. Cesare Giardini, Bruno Bossi, Il cardinale Richelieu, A. Mondadori ed., Milano 1970, pag. 84

Jul 102011
 
San Quintino, 1557

San Quintino, 1557

Nessun evento nella vita è isolato, tutto è un concatenarsi di accadimenti che hanno ripercussioni sia nel breve periodo sia nel lungo periodo, sia nel luogo più vicino che nello spazio più lontano.

San Quintino è una città della Francia settentrionale, nella regione della Piccardia, vicino al fiume Somme e al canale di San Quintino, oggi prospero centro con circa 60.000 abitanti. E fu proprio là che si combatté la battaglia che diede seguito alla pace di Cateau-Cambrésis e alla fine delle cosiddette guerre d’Italia.

Il 10 agosto 1557, giorno di San Lorenzo (1), l’esercito francese al comando del maresciallo Anne de Montmorency (1492-1567), forte – secondo alcune stime – di 18.000 fanti e 6.500 cavalieri, si scontrò con quello spagnolo agli ordini di Emanuele Filiberto di Savoia (1528-1580), spagnolo composto da 6.000 fanti e 4.000 cavalieri.

Il terreno di scontro fu nei pressi della roccaforte di Saint Quentin, che al tempo era assediata e chiedeva aiuto a Montmorency. Questi, in un modo o nell’altro, riusciva a far entrare un contingente di 500 militari alla testa di Gaspard de Châtillon (1519-1572). Contento del fatto suo, il maresciallo volle ritentare personalmente l’impresa per aiutare ancor più gli assediati, ma stavolta trovava sul campo un Emanuele Filiberto che lo costringeva di sorpresa alla lotta. Nel feroce scontro, 14.000 soldati francesi furono abbattuti o catturati, mentre nelle file spagnole solo 400 le vittime. Lo stesso Montmorency fu fatto prigioniero, così come tutto il parco artiglieria che portava con sé cadde in mano nemica. Il successo del Savoia fu tale che, per ricompensa, riottenne buona parte dei territori persi, nel frattempo in mano francese e spagnola.

La via per Parigi adesso era aperta. Il Duca di Savoia aveva chiesto a Filippo II il permesso di poter marciare sulla capitale, distante poco più di 150 km., per raccogliere i frutti della vittoria, ma il re decideva diversamente. La pace si firmava dunque qualche anno dopo, il 3 aprile 1559.

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1. Per celebrare la vittoria, Filippo II decise la costruzione del Monastero dell’Escorial.

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La battaglia di San Quintino, 1557

Jul 072011
 

Abbiamo accennato tempo addietro a Louis Sébastien Mercier (»»»qua), per cui andiamo a leggere come ci presenta la Bastiglia poco prima della Rivoluzione del 1789, dal suo Tableau de Paris, pubblicato in dodici tomi tra il 1781 e il 1788. Il presente brano è tratto dal libro Parigi fantasma (0):

La presa della Bastiglia, Charles Thévenin

“Prigione di Stato: questo basta a definirla. «È un castello – dice Saint-Foix – che, senza essere fortificato, è il più temuto d’Europa». (1)
Chi può sapere cosa è avvenuto dentro la Bastiglia, chi vi è rinchiuso, chi vi è stato rinchiuso? Ma come si potrà scrivere la storia di Luigi XIII, di Luigi XIV e di Luigi XV, se non si conosce la storia della Bastiglia? Tra le sue mura sono accadute le cose più interessanti, più curiose, più strane. La parte più interessante della nostra storia rimarrà dunque nascosta per sempre: niente trapela da quel baratro, non più che dal muto abisso delle tombe.
Enrico IV fece conservare il tesoro reale alla Bastiglia. Luigi XV vi fece rinchiudere il Dizionario enciclopedico, che ancora vi marcisce. (2)
Il duca di Guisa, padrone di Parigi nel 1588, lo fu anche della Bastiglia e dell’Arsenale. Ne nominò governatore Bussi le Clerc, procuratore del parlamento (3). Bussi le Clerc, fece prendere d’assalto il parlamento, che si rifiutava di sollevare i francesi dal giuramento di fedeltà e obbedienza, condusse alla Bastiglia presidenti e consiglieri, tutti in toga e tocco; e là li mise a pane e acqua.
Oh larghe mura della Bastiglia, che, durante gli ultimi tre regni, avete raccolto i sospiri e i gemiti di tante vittime, se poteste parlare, come verrebbe smentito dai vostri racconti terribili e fedeli il linguaggio timido e adulatorio della storia!
Vicino alla Bastiglia si trova l’Arsenale (4), che funge da polveriera, dipendenza altrettanto terribile della dimora principale.
La torre di Vincennes rinchiude ancora dei prigionieri di Stato che, a quanto pare, devono finire là i loro tristi giorni. Chi ha potuto calcolare con precisione il numero delle lettere sigillate (5) inviate durante gli ultimi tre regni?
Abbiamo una storia della Bastiglia in cinque volumi, che riferisce alcuni aneddoti singolari e bizzarri, ma nulla di ciò che si desidererebbe tanto conoscere, in una parola, nulla che possa gettare un po’ di luce su certi segreti di stato, coperti da un velo impenetrabile. Se dobbiamo credere all’autore, all’epoca di un Argenson, vi si trattavano con rigore inaudito e tirannica violenza i detenuti, già fin troppo puniti con la perdita della libertà.
La direzione della prigione, oggi più mite e umana di quanto non lo sia mai stata dopo la morte di Enrico IV, si è indubbiamente molto ammorbidita rispetto a quella crudele severità, e non infligge più quelle punizioni spaventose e inutili.
Quando un detenuto muore alla Bastiglia, viene seppellito a Saint-Paul, alle tre di notte. Invece dei preti, sono i secondini che portano la bara, e i membri dello stato maggiore assistono alla sepoltura. Il cadavere sfugge pertanto al terribile potere solo attraverso la tomba.
Non appena si parla della Bastiglia a Parigi, si evoca subito la storia della maschera di ferro: ognuno se la foggia a piacere e vi mescola riflessioni non meno fantasiose (6).
Il popolo, d’altronde, ha più paura dello Châtelet (7) che della Bastiglia: non teme questa prigione estrema, perché gli appare come qualcosa di remoto, dato che esso non possiede nessuno dei requisiti che ne aprono le porte. Di conseguenza, non compiange molto coloro che vi sono detenuti, e per lo più ne ignora perfino i nomi. Non testimonia alcuna riconoscenza verso i generosi difensori della sua stessa causa. I parigini preferiscono comprare pane per vivere, rispetto al più bel discorso in cui venisse dimostrato che essi hanno diritto a una vita agiata. Una volta, gli scrittori venivano mandati alla Bastiglia per un nonnulla; ci si è accorti che l’autore, il libro e le sue opinioni acquistavano in tal modo maggiore celebrità; si è preferito lasciare che l’opinione di ieri venisse cancellata da quella di domani; e si è capito che, disponendo della forza fisica, non bisogna preoccuparsi molto delle idee politiche e morali, instabili, e mutevoli per loro natura.
Là geme, o non geme più, il celebre Linguet (8). Qual è il suo delitto? Non si sa.

L’effetto è spaventoso, la causa sconosciuta. (Voltaire)”

-III, 283-

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La presa della Bastilla, Jean-Pierre Houël.

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0. Louis Sébastien Mercier, Parigi fantasma, Edizioni Medusa, 2008, pp. 33 e sgg.

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Note del curatore del libro da cui è tratto il brano:

1. Poullain de Saint-Foix (1698-1776): autore degli Essais historiques sur Paris (1754).
2. Si tratta della celebre Encyclopédie, diretta da Diderot e d’Alembert.
3. S’intenda Bussy-Leclerc, morto in esilio nel 1635; il duca di Guisa (Enrico I di Lorena, 1550-1588) fu uno dei capi della Lega santa ai tempi delle guerre di religione in Francia; fu uno dei principali responsabili della notte di San Bartolomeo in cui vennero massacrati gli ugonotti (1572).
4. Mercier si riferisce plausibilmente al Petit Arsenal, oggi scomparso; mentre esiste tuttora l’Arsenal.
5. Le lettres de chacet erano ordini di arresto (o di esilio) emanati direttamente dal re, anche su istanza di privati cittadini, senza che venissero esaminati e approvati dalla giustizia ordinaria: rappresentano uno dei simboli dell’arbitrarietà del potere assoluto.
6. Fu Voltaire che, tra i primi (o, forse, per primo), riprese e diede credito a questa storia in Le siécle de Louis XIV (tr. it. Il secolo di Luigi XIV, Einaudi, Torino 1951, pp. 284-286).
7. Prigione che si trova sull’Île de la Cité.
8. Nicolas-Simon-Henry Linguet (1736-1794) avvocato e polemista; dopo una lunga reclusione alla Bastiglia, pubblicò un Mémoire sur la Bastille (1783). Venne condannato alla ghigliottina durante la reazione termidoriana.

Nov 082010
 

Un giorno, quasi a sorpresa, il re Luigi XIV aveva annunciato che sarebbe sceso per le strade di Parigi per percorrerle e rendersi conto del loro stato. Le sue parole avevano causato un tale trambusto che immediatamente e con il maggiore zelo ci si mise al lavoro per pulirle e abbellirle per la visita. Sebbene i regolamenti ci fossero, non tutte le case disponevano di fosse e latrine per lo smaltimenti dei rifiuti, rifiuti versati spesso dalle finestre al semplice grido di “attenti all’acqua”, un grido ereditato dai tempi del Medioevo.

Col passare degli anni si organizzò, a spese dei proprietari, un servizio di carrette che passava tutte le mattine e raccoglieva la spazzatura, riversandola poi nelle campagne adiacenti dove talvolta si era preparato un fosso per contenerla. Intorno al 1663 Parigi aveva circa 10 chilometri di rete fognante, di cui solo un quinto ricoperta a volta, il resto a cielo scoperto: si potrà ben immaginare il fetore, specialmente quando gli sbocchi erano ostruiti e l’acqua ristagnava.

Un’ordinanza obbligava i cittadini a pulire davanti le rispettive case e sembra che in un primo momento, anche a causa delle salate multe, la cosa funzionò e funzionò a tal punto che vennero nella capitale emissari dei paesi vicini a constatare di persona e prendere nota dei fatti. Poi l’interesse si affievolì.

Parecchie case popolari avevano sei sette piani, alloggiando in pochissime stanze decine di persone. Dopo l’incendio di Londra del settembre del 1666 la tensione era alta, per paura che anche le dimore parigine potessero incendiarsi così facilmente come quelli londinesi e provocare un vero e proprio disastro. La cura e l’attenzione nel cucinare e riscaldarsi, specialmente in quei piani alti, fu davvero notevole: Parigi evitò una tragedia simile all’inglese.

Le insegne abbellivano in particolar modo le strade, insegne che dovevano richiamare l’attenzione dei passanti e invitarli a entrare, spronandoli a comprare. Quelle pendenti di artigiani e commercianti ingombravano la strada e nei giorni di vento potevano cadere sulla testa dei più sfortunati, e, solo intorno il 1669, si ordinò appenderle al muro o inclinarle un poco per meglio notarsi. Pittori mediocri o principianti con poca esperienza avevano il compito di dipingerle per pochi soldi: erano spesso tavole di legno di grosse dimensioni, quattro cinque metri di lunghezza per meno di un metro di larghezza.

San’Antonio indicava la bottega di un macellaio e di un salumiere, sant’Eligio orafi e fabbri, san Pietro i fabbricanti di serrature, santa Cecilia segnalava i musicisti e san Lorenzo i rosticcieri, poi un violino designava la casa di un maestro di danza, mentre gli albergatori, oramai da tempo, avevano le loro insegne decorate con una torre d’argento o un cavallo bianco o il leone d’oro: tradizioni che si perpetuavano.

I nomi delle strade erano presi da una parola di un’insegna che più di tutte colpiva l’attenzione: rue de l’Arbre sec, o du Croissant, o ancora rue de Venice, e via dicendo. Ricordiamo inoltre quelle dedicate ai vari mestieri in voga all’epoca.

La vita si svolgeva nelle strade, nei vicoli, nelle piazze, punto di riunione, di cameratismo, di scambio di opinioni e notizie, strade che, forse grazie alla loro strettezza, univano più che dividevano. Parigi palpitava, Parigi viveva anche di urla e grida dei venditori ambulanti che girovagavano per le vie e per i quartieri offrendo la loro mercanzia.

Oct 082010
 

Gli scritti di Francesco Favi, segretario della Legazione toscana a Parigi durante la rivoluzione francese, o almeno sino al 1794, anno in cui fu costretto a lasciare la Francia, sono un’interessante fonte per analizzare la Rivoluzione francese con occhio italiano – toscano in questo caso – un occhio attento e preciso, un occhio ben informato secondo la tipica tradizione diplomatica italiana.

Il Granducato toscano, in quegli anni, si sforzava, nei limiti della politica europea, essere neutrale e indipendente, dedicandosi per lo più alle riforme interne. La politica estera di Pietro Leopoldo e poi di Ferdinando III era generalmente legata a quella dell’Austria, e Vienna tollerava ben poco che la Toscana avesse i propri ministri alle corti estere, insistendo sul fatto di adoperare quelli imperiali, con la possibilità di nominare segretari di legazione toscani presso gli stessi ministri imperiali alle varie corti estere.

Francesco Favi aveva occupato il posto dell’abate Niccoli che aveva risieduto a Parigi fin dal dicembre del 1769 frequentando, seppur con capacità economiche ristrette, la Corte. Favi, nipote dell’abate, era di idee abbastanza aperte, così come lo zio Niccoli, tanto aperte da accogliere lodando la rivoluzione americana, e mostrando simpatie verso un’economia di tipo liberista. Le sue notizie erano sempre attese con desiderio, sia perché ben precise e attente, sia perché davano il punto di vista di uno che viveva personalmente quei tragici anni.

Leggiamo qua e là con che parole raccontava gli eventi di fine ‘700.

Parigi, 19 aprile, 1790

“[…]

Il Clero è stato spogliato dei suoi Beni, e l’amministrazione dei medesimi sarà affidata ai Dipartimenti, e Distretti, delle diverse Provincie, dovendo in avvenire i Vescovi e gli altri Ecclesiastici ricevere in denaro il trattamento, che gli sarò fissato quanto prima, e che sarà molto moderato.

[…]

Tutti convengono, che il rimettere i beni Ecclesiastici ai Dipartimenti è una cattiva operazione perché l’amministrazione sarà abusiva, ma il Clero non deve sperare di recuperare i Suoi Beni, e tutti i suoi tentativi potranno produrre dei torbidi, ma saranno inutili, dovendo questi servire per pagare gli Assegnati, l’estinzione dei quali interessa tutto il Regno, il partito del Clero non sarà mai vittorioso.

[…]

Questa sera i Deputati del Partito dell’Aristocrazia e del Clero si sono adunati in numero di circa trecento in casa del Visconte di Mirabeau, dove io sono alloggiato: il popolo vedendo molte carrozze aveva cominciato ad attrupparsi, ma si è poi dissipato, e non è successo alcun tumulto.” (1)

*****

Parigi, 29 giugno 1790

“[…] I Nobili Francesi sono veramente irritati per il Decreto dell’Assemblea del 19 del corrente, che abolisce la nobiltà ereditaria, i titoli, le armi, le livree, e che dispiace a loro anco più di quello, che sopprime i loro diritti feudali anco lucrativi. Dicono che l’Assemblea ha voluto così avvilirli, e disonorarli, e non possono consolarsi; dicono inoltre che la Monarchia senza la Nobiltà non può più sussistere, e che l’Assemblea precisamente vuol distruggerla, aggiungendo, che alla fine si verrà alla Legge Agraria, e alla divisione delle terre perché ci sia una eguaglianza più perfetta. Molti Nobili dovendo riprendere gli antichi nomi delle loro famiglie avranno dei nomi ignobili, e quelli, che potranno espatriarsi senza gran detrimento della loro fortuna lo faranno per non essere privi di quelle distinzioni tanto valutate dalla Nobiltà francese, e che hanno acquistato con dei sacrifici non indifferenti.

[…]

I rivoluzionari si lusingano, che questo decreto farà effetto anco negli altri paesi, e che solleverà i plebei contro i nobili, onde si propagherà più facilmente la rivoluzione della Francia, che in sostanza è la guerra dei poveri contro i ricchi.” (2)

*****

Parigi, 9 maggio 1791

Il popolo bruciò martedì scorso nel Palazzo Reale l’effige del Papa e M. di Saint Huruge uno dei capi dei sediziosi, lesse una specie di processo colla sentenza, che condannava alle fiamme Pio VI rappresentato sotto forma di un fantoccio rivestito di tutti gli ornamenti Pontificali. La Guardia nazionale non cercò d’impedire questo indecente spettacolo, che fu applaudito dagli spettatori, ma che in generale non è stato approvato.” (3)

*****

Parigi, 29 gennaio 1793

La morte, e il supplizio di Luigi XVI non ha lasciato nel popolo una profonda impressione; non se ne parla quasi più, e questo avvenimento è quasi dimenticato coll’istessa leggerezza come tanti altri.

Non si sa se sarà fatto il processo alla Regina, e a Madame Elisabetta; molti però lo vorrebbero, e se è deciso saranno tradotte ai Tribunali ordinarj, e forse rinchiuse nelle Carcerii della Conciergerie.” (4)

*****

1. Zeffiro Ciuffoletti, Parigi-Firenze 1789-1794, Leo S. Olschki editore, Firenze, 1990, pagg. 93-94.
2. op. cit. pagg. 110-111.
3. op. cit. pag. 157.
4. op. cit. pag. 260.

Sep 132010
 

Come nella maggior parte delle città europee, girovagare per Parigi di notte non era certo piacevole. L’insicurezza era tale che i rapporti di polizia del secolo in questione sono pieni di episodi sanguinosi, agguati, duelli, aggressioni a mano armata a carrozze, risse spesso fra tre quattro cinque persone, e via dicendo. Le guardie che circolavano a piedi e a cavallo non riuscivano a contenere la violenza e i pochi che si azzardavano a muoversi di notte erano coloro i quali avevano una scorta, per cui nobili e privilegiati.

La vita notturna si svolgeva solitamente nei palazzi nobiliari o nelle taverne di malaffare che, nonostante le restrizioni di chiudere intorno alle ore otto in inverno e alle dieci in estate, spesso e volentieri, per racimolare qualche lira in più, restavano aperte fino a notte inoltrata. Anche le case avevano l’obbligo di essere chiuse a chiave a quell’ora; artigiani, venditori ambulanti e povera gente si coricava presto per alzarsi prima delle luci dell’alba. Chi poteva camminava in gruppo, gendarmi e ufficiali erano sempre più di 3-4, pronti a respingere ogni possibile affronto, i cocchieri delle carrozze andavano armati.

Nel 1667 si introdusse l’illuminazione pubblica e fu una grande innovazione a tal punto che vari visitatori stranieri ne rimasero sorpresi, raccontando nei loro scritti che Parigi di notte sembrava come fosse giorno. Dapprima si approntarono un migliaio di lanterne, poi ben cinque mila che rimanevano accese dal crepuscolo o poco dopo, facendo luce fino a oltre mezzanotte, fino a quando cioè durava la candela. Ciò avveniva da novembre a febbraio e dal 1671 fino alla fine di marzo. Ricordiamo che a Londra si accendevano soltanto nelle notti senza luna.

Sebbene vi fu un calo di violenza, non significò la città essere sicura, rimanevano zone all’oscuro o in completa ombra in cui ladri e assassini potevano tranquillamente portare a termine i propri colpi. In ogni caso fu un notevole passo avanti.

Rompere o spegnere una lanterna significava anche l’arresto, tanto fu considerata vitale la luce notturna. Certi giovani nobili che si divertivano a infrangere la legge furono perseguiti, sebbene il re chiudesse sempre un occhio.

Una medaglia dell’epoca, coniata nel 1669, reca la seguente iscrizione: Urbis securitas et nidor, a indicare la sicurezza e la lucentezza della città.

Sep 022010
 

Con la scomparsa delle carestie, salvo il periodo 1811-1813, delle ondate epidemiche, eccezion fatta per il tifo del 1813, con una migliore alimentazione e con un costante aumento dello sforzo medico, la Francia, sotto Napoleone Bonaparte, vede gradualmente migliorare le proprie condizioni di vita. Resta pur sempre vero la precarietà dell’igiene, a stento ci si lavava il viso appena svegli, mentre il corpo raramente veniva pulito, a tal punto che dopo aver defecato si utilizzava una foglia o un po’ d’erba raccolta qua e là. Gli uomini si radevano la barba una volta a settimana, i capelli restavano lunghi e si credeva, in certe regioni, che croste, pidocchi e pulci fossero necessari alla salute dei bambini.

I denti cariati erano all’ordine del giorno, i braccianti dormivano perlopiù vestiti e sudore e pioggia sugli indumenti erano focolai per bronchiti e polmoniti. Le donne partorivano aiutate da una levatrice, se c’era, o dalla vicina di casa più o meno esperta, in un ambiente, lo possiamo immaginare, del niente igienico e in cui lavarsi le mani era ben poco preso in considerazione. Affezioni uterine e complicazioni post parto causavano quantità di decessi, sia fra le donne che fra i nascituri.

L’Impero si era preoccupato di migliorare sia l’informazione sia le condizioni di vita. Nel 1802, nell’Indre-et-Loire, il prefetto Pommereul istituiva un corso per le partorienti, oltre a predisporre una sala parto nell’ospedale della Carità, si crearono inoltre quasi in ogni dipartimento delle associazioni per l’assistenza alla maternità, per venire incontro alle povere donne con figli appena nati.

Malgrado tutto, la mortalità infantile era ancora alta, sebbene non si abbiano vere e proprie statistiche, ché non sempre la morte di un neonato era denunciata, corpo che veniva sepolto nei campi o fuori la città quasi in anonimato. In ogni caso, se un nascituro superava la prova del parto, si trovava in balia ad altri pericoli, come l’alimentazione, lo svezzamento, le fasciature troppo strette, e gli innumerevoli malanni. Salta alla vista un particolare atteggiamento dell’epoca: se il bambino fosse vissuto, i genitori e tutti si sarebbero rallegrati, se morto si sarebbe semplicemente interrato senza considerarla una grande sciagura.

Infezioni e febbri, insieme alla dissenteria, provocarono durante l’Impero la maggior parte dei decessi. I medici dell’epoca classificavano le febbri in benigne, maligne, putride, infiammatorie, potevano essere febbri d’ospedale, di prigione, dei campi, primaverili o invernali. Dicevamo della dissenteria, principale causa d’infermità, dissenteria causata più da inquinamento idrico che da carenza alimentare e alcoolismo (1). C’è da considerare che le acque dei pozzi, dei fiumi, dei ruscelli, o anche delle fontane, talvolta erano poco potabili per via delle loro vicinanze a pozzi neri o perché talvolta vi si gettavano le carogne degli animali o i rifiuti urbani o scoli vari. Non meno è da riflettere sul fatto che a volte il pane poteva contenere segatura, fecola, sali tossici, o che l’assenzio era colorato con ossido di rame, o nello stesso sale si aggiungeva gesso, terra o salnitro.

Il tifo fece la sua apparizione alla fine dell’Impero, tifo venuto dalla Germania insieme alla sconfitta: eravamo intorno al 1813. Così come il vaiolo, altra causa di morte insieme alla sifilide portata dai soldati, che fece strage. Sebbene i vaccini iniziassero a diffondersi, si aveva spesso a che fare con l’ignoranza e una forte tradizione da vincere, oltre con innumerevoli ciarlatani senza esperienza che girovagavano per campi e paesini vendendo pozioni magiche.

I medici, pochi come i farmacisti, lottavano contro le credulità popolari e i loro auto-medicamenti naturali, non sempre efficaci contro le malattie. La professione medica si disciplinò con una legge del 19 Ventoso XI, medici usciti dalle scuole e, nella maggior parte dei casi, legati ancora ai salassi e all’esame delle urine (2).

Accanto alle chiese di campagna c’era un cimitero che raccoglieva i cadaveri, cimitero poco o del nulla visitato e curato, così come nelle città ci si lamentava della scarsa manutenzione di questi luoghi. I defunti erano vestiti con la camicia più vecchia, magari puliti un’ultima volta, e avvolti in un drappo anch’esso logoro, per essere sepolti direttamente in un fosso.

*****
1. Darquenne, La dysenterie en Belgique à la fin de l’Empire, in “Revue du Nord”, luglio 1970, pp. 367-373.
2. Antoine e Waquet, La médicine civile à l’époque napoléonienne, in “Revue de l’Institut Napoléon”, 1976, p. 73.

Vedi inoltre:
Jean Tulard, La vita quotidiana in Francia ai tempi di Napoleone, Rizzoli, Milano, 1996.

Aug 302010
 

L’albero della libertà, Jean-Baptiste Lesueur, 1790.

Entriamo ancor più negli eventi giornalieri del singolo, dell’individuo, di colui che doveva vivere a stretto contatto con una realtà in continua mutazione. Che cosa accadeva nel quotidiano popolare durante la Rivoluzione francese? Come cambiavano le abitudini, la vita, le cose, gli oggetti?

Salta immediatamente alla vista un maggiore uso di oggetti specifici come le casseruole, le zuccheriere, i macinini da caffè, tazze di varie misure, scodelle e via dicendo. Lo stagno poco a poco scompare dalla tavola popolare, mentre il grès, le terrecotte verniciate e le maioliche prendono il sopravvento: primo accenno di una società che pensa più al consumo che a far durare un oggetto.

Si abbassano certi prezzi come quelli dei piatti, delle forchette, dei coltelli; la maiolica bruna da fuoco costa 7 lire contro le 40 di quella bianca. Specchi e rasoi sono adoperati in larga misura dagli uomini che si radono e si lavano più di una volta, sebbene l’acqua costi 3-4 livres il metro cubo. I bisogni qualcuno li fa nei gabinetti collettivi, altri nelle “comode” – per lo più riservate ai ricchi -, altri ancora nei “vasi da notte” il cui contenuto si butta dalla finestra.

Per le strade si smontano o si rompono i vecchi stemmi nobiliari, oramai l’Assemblea ha abolito i titoli aristocratici, non esistono più né conti, né marchesi, né principi, addirittura qualcuno di loro cambia nome. Le insegne dei negozi, una volta poste sotto la protezione di sant’Eligio o di san Dionigi, ora sono dedicate alla “presa della Bastiglia” o “all’Assemblea nazionale”. Il linguaggio popolare è di uso frequente, lavandaie, operai, facchini parlano la lingua di tutti i giorni accettata da chiunque senza riserve.

I giornali, i fogli, le riviste aumentano la tiratura e si vendono quotidianamente con le ultime notizie della rivoluzione, delle decisioni prese, della condotta della guerra, dei problemi di ogni giorno. Vivono pubblicazioni come “Le Patriote français”, “Le Journal du soir”, “La Cronique de Paris”. Nel 1790 a Parigi ci sono 335 testate, 236 nel ’91, 216 nel ’92, 113 nel ’93, nascono facilmente e scompaiono se non hanno avuto buona accoglienza, spesso cambiando nome. Dopotutto, la libera espressione di idee e opinioni sta alla base della rivoluzione. Tiratura media di un giornale è sulle 300-500 copie, con punte di 2.000 come “L’ami du Peuple” di Marat, o di 5.000 de “L’ami du Roi” dell’abate Royu, o ancora delle 10 mila copie del giornale di Mirabeau, eccezioni queste ultime, certo, ma che fanno capire il desiderio di aver notizie sempre fresche e di essere parte di un processo rivoluzionario in atto, di un cambio come mai avvenuto, e stavolta prodotto dalla base sociale. (1)

Venditori ambulanti si affannano a vendere latte, caffè, te, tisane, versati in una tazza di terracotta da una caraffa, bastano appena 2 soldi. Altri vendono acquavite urlando: “La vita, la vita a un soldo al bicchierino” o “Alla buona acquavite per tirarsi su!” I più piccoli si avvicinano al venditore di cialde: “Due cialde per pochi soldi”, recitano.

Figura strana e curiosa è “l’ammazzatopi” che, con un cappello a piramide e una giubba oramai logora, porta con sé una scatola con una polvere velenosa. Entra nelle case, nelle cantine, nelle taverne e sparge qua e là, con cura ed esperienza, la sua formula magica. I topi, oramai migliaia, muoiono a decine, ma proliferano ancor più rapidamente.

La vita popolare di tutti i giorni è quella che fa capire la vera essenza di quegli anni.

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1. Jean-Paul Bertaud, La vita quotidiana in Francia al tempo della Rivoluzione (1789-1795), Rizzoli, Milano, 1997, pag. 120 e segg.

Aug 052010
 

Mulino ad acqua di Braine-le-Château, XII secolo

Lo sviluppo economico e sociale umano è passato attraverso piccole e grandi rivoluzioni, attraverso forme più o meno palesi di cambiamenti, cambiamenti che spesso si possono solo notare su una lunga scala di tempo. Ciò che adesso stiamo vivendo con l’era internettiana, sicuramente lo potremmo meglio analizzare fra qualche decina di anni se non addirittura fra qualche secolo, quando avremmo, o meglio i nostri figli avranno, una più completa visione degli eventi e dell’insieme.

Mulino ad acqua orizzontale

Nei secoli XI, XII e XIII, le lente trasformazioni dei mulini ad acqua e a vento hanno portato un certo cambiamento nelle abitudini sia economiche che sociali, svolgendo una ben precisa funzione nella crescita dell’Europa. I mulini ad acqua avevano un’importanza superiore a quelli a vento, in balìa, questi ultimi, ai capricci del vento, alla loro direzione, alla loro forza, alla loro frequenza. Mentre, nei limiti ritmici della natura, quelli ad acqua erano più costanti nel funzionare. Pertanto il loro sviluppo avvenne nei pressi di un fiume, di un fiumiciattolo ben fornito, delle dighe, degli acquedotti, elementi che permettevano alle pale di girare con una certa forza e costanza. Caso eccezionale erano i mulini nella laguna veneta, mossi, come ci dice un viaggiatore dell’epoca (1533) “dall’acqua del mare in una via quando il mare cresce o decresce”(1).

Il primo mulino ad acqua era orizzontale, sembra comparso nell’antica Grecia e non deve stupirci se lo troviamo nel ‘400 in Boemia o addirittura in Romania verso il 1850 ancora funzionante, dopotutto il semplice meccanismo riusciva a soddisfare i primi bisogni di meccanizzazione del lavoro e necessitava ben poca manutenzione. Furono i romani, nei primi secoli della nostra era, ad adoperare la ruota verticalmente.

Gli usi di questa prima forma idraulica sono stati molteplici: muoveva piloni che frantumavano minerali, pesanti martinetti che battevano il ferro da forgiare, aprivano e chiudevano i mantici delle fucine, per non dimenticare l’enorme aiuto dato allo sviluppo dell’industria mineraria intorno al XV secolo.

Avvenne pertanto che nei pressi di questi mulini si iniziarono a formare degli insediamenti proto-industriali via via più grandi: Praga, posta su varie anse della Moldava, Norimberga che fa girare i suoi mulini grazie al fiume Pegnitz, Parigi e dintorni sul corso della Senna.

Descrizione medievale di un mulino a vento, 1340 c.

E dove non c’è acqua o c’è poco vento continua sempre il mulino girato dagli animali o dalle braccia umane, vedi la pianura ungherese. Conseguenza di tutto ciò fu la necessità di un nuovo mestiere, i mugnai. Accanto a loro poi gli albergatori, i mercanti di bestiame, i falegnami, gli eventuali tecnici, tutta una serie di lavoratori e lavori che apportarono una piccola ma significativa rivoluzione per l’epoca medievale e prima parte di quella moderna.

Il mulino a vento appare molto tempo dopo di quello idraulico, forse originario dell’alto Tibet o dell’Iran, dove si sono scoperti mulini esistenti fin dal VII secolo. Nel XII secolo compaiono in Inghilterra, nelle Fiandre, in Francia nel XIII secolo, nel XIV in Polonia e Germania, mentre sembra che in Spagna siano stati presenti, a Tarragona, fin dal X secolo forse portati dagli arabi che lo hanno diffuso nel Mediterraneo e, addirittura, introdotto in Cina. Ricordiamo lo stupore del Chisciotte al vedere gli alti mulini girare nella Mancia, mulini diffusi tardivamente rispetto alle altre zone iberiche. Ampia diffusione ebbero ancor più in Olanda, paese in cui si incontrano venti provenienti dall’Atlantico al Baltico.

La grande e vera rivoluzione fu anche scoprire che era possibile, una sola ruota, trasmettere il proprio movimento a più strumenti, per esempio a due macine, a due o più seghe, e via dicendo.

Georg Agricola, De re metallica, 1556, Mantice azionato con mulino ad acqua

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1. G. Affagart, Relation de Terre Sainte (1533-1534), a cura di J. Chavanon, 1902, pag. 20.

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