Feb 222013
 

di Ivana Palomba

Pantalone

Comunque vadano queste elezioni il risultato finale vedrà pagare il solito pantalon, cioè il popolo. La locuzione “paga Pantalone”, eterno lamento del popolo, ha infatti il senso figurato di pagare per tutti senza trarre alcun beneficio.
Il lemma “pantalon” è voce dialettale veneziana molto popolare già agli inizi del ‘600 a indicare il popolo veneziano per le ragioni ben espresse dal Tassini nelle sue curiosità veneziane (1):

a) nome popolare corrotto di Pantaleone, medico e martire a Nicomedia nonché santo titolare di un’antichissima chiesa veneta che fu riedificata dalla famiglia Giordani nel 1009 sotto il dogato di Ottone Orseolo;
b) metafora di “pianta i leoni” per l’abitudine dei veneziani di mettere sulle terre di nuova conquista lo stemma pubblico del leone alato;
od ancora
c) dall’accezione negativa di scherno assunta nel tempo dalla caratteristica maschera veneziana di Pantalone figura del mercante onesto e bonario ma facile agli inganni.

Ricercare invece l’origine della locuzione significa intraprendere un viaggio affascinante nella storia per le linee interpretative proposte.
Secondo Cristoforo Pasqualigo, il detto “Pantalon paga per tutti” risalirebbe alla fine del XV sec., epoca delle guerre di Ferrara, Napoli e Pisa contro Francesi e Turchi, quando i costi incisero sulla ricchissima Venezia che pagò per tutti, rimanendo “asciutta di denaro”(2).

Per Cesare Musatti, la locuzione ha un’origine più recente risalente al periodo della caduta veneziana in cui circolarono molte caricature e satire. Infatti, dopo il trattato di Campoformio (17 ottobre 1797), che vedeva cedere la Serenissima all’Austria, si impose all’attenzione del pubblico una famosa caricatura che raffigurava una carrozza in uscita da villa Manin in cui i rappresentanti francesi e austriaci avevano appena firmato il protocollo d’intesa. Alle proteste dell’oste che inseguendo la carrozza reclamava il costo del vitto e dell’alloggio al grido di: “Chi pagherà?”, gli veniva risposto da Pantalone a cassetta: “Amigo, pago mi”(3).
Verrebbe da dire: Niente di nuovo sotto il sole.

© Ivana Palomba

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Bibliografia:
- 1. Giuseppe Tassini, Curiosità veneziane, vol.II, Filippi, 1863.
- 2. Cristoforo Pasqualigo, Raccolta di proverbi veneti, III ed. , Zoppelli, 1882.
- 3. Cesare Musatti, Motti popolari veneziani, Venezia 1904.

- Cesare Levi, Il vecchio “papà” della Commedia: Pantalone, Emporium, nov. 1914, pagg. 253-265.

Feb 202010
 

Italia
Venezia
Bianca Maria ci presenta le maschere:

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La Repubblica di Venezia, che si era data una forma definitiva di governo nel XIV secolo, era retta da un Patriziato mercantile che ne aveva fatto il principale emporio europeo di tutto il Mediterraneo. Governata solo formalmente dal Doge, ma nella realtà dal Maggior Consiglio, era anche l’unico stato dove il Patriarca (il Vescovo) godeva di una certa indipendenza dalla Chiesa di Roma. I traffici con l’Oriente e la sua libertà, ne fecero il più potente stato italiano del XV secolo, e permisero l’arrivo di oggetti di moda e di usanze altrove sconosciute. Probabilmente per questo motivo gli uomini e le donne veneziane assunsero presto costumi diversi dal resto d’Italia, senza soffrire delle limitazioni con cui le Leggi sull’abbigliamento vigenti altrove costringevano la popolazione. Nemmeno la Caduta di Costantinopoli (1453) e la scoperta dell’America (1492) che pure ne limitarono gravemente i traffici mercantili, riuscirono a piegare la Serenissima, che cominciò a perdere la sua potenza dal XVIII secolo, brillando tuttavia ancora per le eccezionali qualità dei suoi artisti.

A cominciare dal XVI secolo, quando la moda spagnola imperversava in tutta Italia, racchiudendo la figura femminile dentro abiti rigidi e accollatissimi, i ritratti di Tiziano, del Veronese e del Tintoretto mostrano signore in vesti talmente scollate che solo un velo nascondeva i capezzoli. Anche i colli di trine rialzati dietro la testa tramite armature metalliche nascoste, quasi a sottolineare il volto, erano molto diffusi, grazie anche all’abilità delle merlettaie di Burano, i cui segreti erano severamente controllati dalla Serenissima. Vestiti sontuosi erano corredati da vari accessori: i Ventagli, che allora avevano una forma a banderuola e non erano pieghevoli; le scarpe che a Venezia erano chiamate Calcagnini, alte circa 50 centimetri e che obbligavano le signore a camminare appoggiandosi a due cameriere; gli orecchini a pendente, assoluta novità per quel tempo, biasimati perché – come osserva un cronista del tempo – forando i lobi ricordavano “il costume di more”; i “Calzoni a la galeota” che erano corte braghe al ginocchio nascoste sotto la gonna, portati non solo a Venezia ma in particolare dalle cortigiane di questa città. Cesare Vecellio, mediocre pittore ma attento osservatore della moda contemporanea, ricorda nella sua opera illustrata più famosa “Habiti antichi et moderni di diverse parti del mondo” che le meretrici usavano “braghesse come gl’uomini” intonate ad un abbigliamento che per l’epoca era sfacciatamente virile. Una delle glorie di Venezia era infine il colore dei capelli delle donne, una sorta di rosso tiziano, che si otteneva stando sedute per ore su un’altana, con indosso un cappello senza cupola e a tesa larga, detto Solana, spalmandosi le chiome con acque a base di cenere, guscio d’uovo, scorza d’arancio e zolfo.

Durante il XVII secolo erano già diffuse in Europa le feste in maschera, in particolare durante il carnevale. A Venezia tale usanza era stata permessa fin dalla metà del Duecento, poi limitata, dal momento che si prestava a frodi e abusi. Dal Seicento venne estesa a tutti i ceti sociali, con particolari regolamentazioni governative, dal giorno di Santo Stefano alla Quaresima (inizio e fine del Carnevale) e in altre occasioni che non comportassero cerimonie penitenziali. Le maschere erano inoltre permesse dal 5 ottobre al 16 dicembre, quando Doge e procuratori venivano eletti, e in altre occasioni, al punto che si diceva che la città era mascherata per circa metà dell’anno. La maschera era considerata una forma di libertà sotto cui si poteva nascondere la propria identità, ed era collegata alla gioia e alla galanteria.
Nel Settecento le maschere veneziane avevano alcune caratteristiche in comune: uomo e donna indossavano sugli abiti normali il Tabarro, un ampio mantello circolare, solitamente bianco, nero o scarlatto, accoppiato alla Bauta, un mantelletto nero a cappuccio, spesso lavorato in pizzo, che lasciava scoperta solo la faccia. In testa era comune usanza appoggiare il Tricorno, il cappello a tre punte tipico del secolo. Per coprire il viso si usava normalmente la Larva, con naso a becco, bianca e spettrale. Molte donne invece, appoggiavano sul volto la Moretta costituita da una piccola maschera ovale di velluto scuro, indossata con un delicato cappellino e con degli indumenti e delle velature raffinate. La Moretta era un travestimento scomodo e muto, poiché doveva reggersi sul volto tenendo in bocca un bottone interno. Un altro costume tipico di quei tempi era la Gnaga (nome derivato dal miagolio del gatto) semplice travestimento da donna per gli uomini, facile da realizzare e d’uso piuttosto comune. Era costituito da indumenti femminili e da una maschera con le sembianze da gatta, accompagnati da una cesta al braccio che solitamente conteneva un gattino. Chi indossava la gnaga imitava il modo di fare femminile ma ne involgariva il linguaggio, utilizzando toni striduli, da cui l’espressione: “ti ga na vose da gnaga”. A volte chi si travestiva così simulava di essere una balia, facendosi accompagnare anche da bambini.
Nella Commedia dell’arte invece, la tipica maschera veneziana fu Pantalone, nato in questa città intorno alla metà del ’500. Nessuna figura poteva rappresentare con migliore ironia la figura del mercante vecchio, avaro e lussurioso, che recitava spesso assieme al suo servo, lo Zanni. Vestito con una lunga palandrana e con braghe che terminavano sotto ai polpacci questa maschera fu responsabile del nome “pantalone” dato al più comune capo vestiario degli uomini.

Bianca Maria Rizzoli

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Altri articoli di Bianca Maria qua.

Sep 232009
 

Qualche giorno fa ebbi il piacere di conoscere, prima tramite un commento a un mio post, poi per mezzo di una serie di mail, la professoressa Bianca Maria Rizzoli, che insegna moda. Ebbene, la invitati a scrivere una serie di articoli sul costume, sull’abbigliamento e via dicendo, nella Storia moderna. Il primo è dedicato alla nascita del pantalone.

Francia fine 1700, SanculottoNel 1789 scoppia la Rivoluzione francese

È una data importante per la storia della moda perché segna il definitivo distacco tra gli abiti del passato e quelli a cui noi siamo abituati. Infatti, la prima legge approvata dall’Assemblea Costituente riguarda proprio il modo di vestire. La legge abolisce le Disposizioni Suntuarie, vecchie di secoli, che limitavano l’uso di tessuti o mode per le categorie sociali che non entravano nella sfera aristocratica, e dichiara che ogni cittadino può vestirsi come meglio crede. 

I rivoluzionari rifiutano comunque di indossare capi d’abbigliamento che ricordino l’odiata aristocrazia. Via le parrucche incipriate, via i gioielli preziosi e i pizzi. 

All’epoca dell’Ancien Régime chi era dedito a lavori manuali, non portava la culotte, ossia i pantaloncini al ginocchio che caratterizzavano le vesti della nobiltà, ma indossava pantaloni lunghi e giacca corta. 

L’uso del pantalone diventa la bandiera dei rivoluzionari che lo identificano, assieme al berretto frigio, con la loro libertà e dignità e con la fine della schiavitù. Chi si veste in tal modo è chiamato sans-culotte, sanculotto. Questo tipo di abbigliamento è ovviamente avversato da tutte le monarchie d’Europa che si affrettano a reprimerlo con multe o pubblici tagli di pantaloni lunghi. 

Passata la bufera rivoluzionaria, l’indumento rimane, diventando l’uniforme della nuova classe emergente, la borghesia.

(Bianca Maria Rizzoli)


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