Dec 072012
 

Proseguiamo dando dei consigli di lettura per entrare in certe dinamiche della Storia moderna, fatti eventi accadimenti che hanno le loro radici nel passato prossimo e remoto, più o meno lontano, in modo particolare nel Medioevo. E lo storico olandese Johan Huizinga (1872-1945) ce lo dimostra saggiamente nei suoi scritti.

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L’autunno del Medioevo è uno di quei libri che, all’epoca, diede una spinta a rivedere concetti tuttavia ancorati a una vecchia visione storica del periodo in discussione. Huizinga affermava che nel passato si cerca sempre “le origini del nuovo e vogliamo sapere in che modo sorsero i pensieri e le espressioni di una vita che si affermò pienamente in tempi successivi.” Così come i secoli XIV e XV sono “non già gli albori del Rinascimento, ma il tramonto del Medioevo“.

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Interessanti sono peraltro i suoi studi su una fertile epoca che interessò i Paesi Bassi, studi raccolti nel suo La civiltà olandese del Seicento. Epoca colma di eventi che hanno dato le basi alla moderna civilizzazione del nord Europa, basta ricordare personaggi quali Spinoza, Grozio, Rembrandt, e poi la Borsa di Amsterdam, il commercio, le colonie… E Huizinga parte dall’aspetto quotidiano per dare un buon affresco del paese in questione.

Oct 222011
 

Dopo undici mesi d’assedio, Giustino di Nassau, comandante della piazzaforte olandese di Breda, consegna le chiavi della città agli assedianti spagnoli capeggiati dal genovese Ambrogio Spinola (1569-1630), esponente di una ricca e forte famiglia con interessi economici in Spagna. Giugno del 1625, l’esercito iberico ottiene una grande vittoria. Ricordo siamo in piena fase della guerra d’indipendenza dei Paesi Bassi.
Il pittore spagnolo Diego Velazquez (1599-1660) ne farà tema di uno dei suoi più riusciti quadri, La resa di Breda o Le lance (1634-35), una tela dove emergono e si palesano sentimenti in modo davvero notevole.
Con alle spalle un paesaggio desolato, devastato e pieno di fumi per incendi, Giustino di Nassau porge al nemico le chiavi di Breda, un gesto raffigurato con umiltà nell’intento di chinarsi rispettoso all’avversario, e, nello stesso tempo, Ambrogio Spinola conforta con una mano sulla spalla il nemico. La scena, a mio avviso avvolta in un delicato silenzio, è garbata e discreta, piena di umanità, se di umanità si possa parlare durante una battaglia, una scena in cui c’è ancora posto per una resa onorevole. L’elemento materiale che spicca fra tutti sono quelle lance alzate al cielo, sul campo destro del quadro per chi guarda, lance che spezzando la linea dell’orizzonte danno profondità e solennità all’insieme, lance che simbolizzano la forza delle truppe spagnole.

Diego Velázquez, La resa di Breda, 1634-35

Jul 292011
 

Sappiamo che gli scambi di mercanzie sono oggi uno dei fattori di sviluppo economico, e non di meno lo erano nei secoli passati. E quando un paese entrava in guerra con un altro, generalmente, le attività commerciali diminuivano e spesso si bloccavano, un modo – anche ma non solo – per costringere il nemico a trattare.
Durante il XVI secolo erano stati i portoghesi ad avere una posizione privilegiata nella distribuzione delle spezie in Europa, lottando con i veneziani che godevano di una ubicazione avvantaggiata territorialmente e di abili mercanti. Ai principi del Seicento gli olandesi, che iniziavano a vivere la loro epoca d’oro, erano, poco a poco, penetrati nelle zone asiatiche, togliendo al Portogallo sia il controllo della produzione delle spezie, sia la vendita in Europa. La efficiente attività e l’intraprendenza imprenditoriale olandese aveva fatto sì questi avessero in mano buona parte del mercato europeo delle spezie, determinando, per quanto possibile, i prezzi. Una certa importanza aveva avuto la Compagnia Olandese delle Indie Orientali, fondata nel 1602. “[… ] Amsterdam poteva dichiarare in un messaggio agli stati generali che la Repubblica, per mole di scambi e numero di navi, superava di gran lunga Inghilterra e Francia.” (1)
Nel 1621 gli spagnoli entrarono in guerra con le Province Unite, fermando immediatamente le importazioni dei prodotti che venivano da quei paesi, in tal modo la Spagna si trovò a corto di pepe, cannella, chiodi di garofani, e via dicendo. Ma non solo, quelle poche libbre che riuscivano a entrare o esistevano già nei depositi dei commercianti ebbero un’impennata di prezzo notevole. Da considerare altresì che la città portoghese (2) di Goa, in India, fu in stato di assedio olandese a partire dal 1636 e per nove anni, motivo per cui arrivavano in Europa ben pochi carichi, a tal punto che nella Borsa di Amsterdam il prezzo del pepe salì da 60 fiorini le 100 libbre a 175. In più: il 1640 segnò anche l’uscita del Portogallo dalla corona spagnola, paralizzando i traffici fra i due paesi iberici e incidendo nei prezzi delle spezie, si pensi che fra il 1641 e il 1650 quasi si duplicarono. Nel 1662 Filippo IV (1605-1665) decise, oltre a sospendere i pagamenti, bloccare economicamente il Portogallo, quindi le merci da lì provenienti, le ripercussioni dei paesi europei furono immediate, opponendosi con risoluzione alle disposizioni del sovrano spagnolo. Il re fu pertanto costretto l’anno seguente a revocare l’ordine, vista la situazione che si era venuta a creare.
Finanche le guerre anglo-olandesi e franco-olandesi ebbero ripercussioni negative dirette e indirette nei traffici con la Spagna, e nella distribuzione delle spezie, infatti vari porti dei paesi in lotta erano controllati dagli avversari e non si permetteva il carico-scarico delle mercanzie. Per esempio, la via di Amburgo, in Germania, fu durante un buon periodo ostacolata, avendo negato gli inglesi il passaggio delle navi.
Poi, nel 1663, Amsterdam fu colpita dalla peste, il cui culmine fu l’anno seguente, cosicché le navi procedenti dalla città non potevano entrare per legge nei porti spagnoli, addirittura a Malaga si ordinò cannoneggiarli (3).
I prezzi delle spezie continuavano a oscillare, legati, com’erano, agli andamenti politici degli stati. Quando la monarchia spagnola intervenne nel 1673 nella guerra franco-olandese del 1672-1678, appoggiando i secondi, cannella e chiodi di garofano furono i prodotti più colpiti, aumentando il loro prezzo di vendita. Pur in questa situazione, bisogna tener conto che talvolta le merci, dovendo saltare ostacoli di origine diplomatica, facevano dei percorsi insoliti e più lunghi: si registra, per esempio, un carico di cannella che, imbarcata da Isaac Brainer per la società Kies e Jäger nella città di Amsterdam, passa da Genova per infine entrare a Barcellona (4). In tutto ciò, non sottovalutiamo l’interesse dei commercianti olandesi a controllare il mercato spagnolo delle spezie, un mercato ricco che permetteva lauti guadagni, guadagni che potevano essere impiegati per diversificare gli investimenti o per ripartire i pericoli in più attività.
Cadice e zone limitrofe ricevevano fra il 40 e il 50% delle spezie provenienti dalle Province Unite, mentre nei porti del Cantabrico il 35-40%, poca cosa in quelli del Mediterraneo, fra cui Alicante, per seguire con Malaga e Barcellona. Cadice era inoltre il porto da cui salpavano le navi dirette vuoi nei paesi del mediterraneo, vuoi verso le coste atlantiche, così come Bilbao deteneva 80% delle esportazioni, città con un buon porto e ben comunicata anche via fluviale.

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- 1. Johan Huzinga, La civiltà olandese del Seicento, Einaudi, Torino, 2008, pag. 16.
- 2. Si ricorda che il Portogallo fu in mano spagnola dal 1580 al 1640.
- 3. Quintana Toret, F. J., La crisis del comercio malagueño en la transición del siglo XVII al XVIII (1678-1714), Baetica, 7, 1984, p. 286.
- 4. Archivo General de Simancas, Guerra Antigua, leg. 3572. Registros del año 1674.
- La tabella è tratta da: Juan A. Sánchez Bélen, El comercio Holandés de las especias en España en la segunda mitad del siglo XVII, in Hispania, n. 236, vol. LXX, 2010, p. 637.

May 172011
 

La storia investigata e raccontata dal punto di vista femminile entra in un’ottica diversa, in una dimensione che a volte discorda da quella maschile, magari per l’uso dell’istinto femminile che permette far notare particolari che agli uomini normalmente sfuggono. E ancor più quando sono storiche a raccontare le avventure femminili, le vicissitudini di quelle donne che la storia spesso lascia nel dimenticatoio e che valgono tanto quanto quelle dell’altro sesso. Fra le tante storiche degli ultimi decenni ricordiamo l’inglese Lisa Jardine, l’americana Natalie Zemon Davis e tante altre. Ed è proprio da quest’ultima che prendo spunto per accennare alla vita di una naturalista tedesca.
L’editore Laterza nel 1996 pubblicò un interessante libro della Zemon Davis, Donne ai margini. Tre vite del XVII secolo, in cui la studiosa s’interessa di tre figure femminili poco note, ma che rappresentano il carattere, il modus vivendi, la visione di un’epoca che vide l’essere umano incamminarsi verso un maggiore uso della ragione e una presa di coscienza scientifica. Una di queste:

Maria Sibylla Merian, nata a Francoforte nel 1647, era figlia di pittori, sposata a sua volta con un altro pittore. La sua passione erano i fiori, gli insetti, gli animali, amava vivere a stretto contatto con il paesaggio, con il territorio agreste, assistere in prima persona agli eventi della natura che si trasformano in continuazione. Separatasi dal marito nel 1685, si ritirò insieme alla madre e alle due figlie in una comunità di rigorosi spiritualisti – Labadisti -, nei Paesi Bassi. Ben presto fu però infastidita dai troppi fanatismi – forte distacco dalle cose del mondo e abbandono di ogni tipo di ricchezza – che limitavano la sua passione di dipingere e di avvicinarsi alla scienza. Decise così andare a vivere ad Amsterdam, città di mentalità aperta e avanzata economicamente, fino alla sua morte, avvenuta nel 1717.
In tutto ciò vi è un rilevante avvenimento nella sua vita che bisogna considerare: la curiosità, l’emozione a scoprire, a indagare, la condusse a cinquantadue anni, insieme alla figlia minore, nel Suriname, una colonia olandese sulla costa nordatlantica dell’America equatoriale. Lì, a Paramaribo, vicino a indigeni e schiavi provenienti dall’Africa, visse fra il 1699 e il 1701, epoca che le permise entrare in stretto contatto visivo con le più disparate specie di animali e fiori, dipingendo con somma cura tutto quanto attirava la sua attenzione. Difatti, al ritorno in Olanda, pubblicò un bellissimo volume dal titolo Metamorfosi degli insetti del Suriname, del 1705, un libro riccamente illustrato con 60 tavole che saranno di grande aiuto a Linneo per la quantità di informazioni scientifiche che contenevano. Illustrazioni riccamente dettagliate, colorate, piene di palpitante vita, illustrazioni che descrivono l’esuberante esoticità della natura, una natura che si evolve, una natura dove tutto cambia, quasi in perenne metamorfosi, come la sua vita.

«Ha sessantadue anni, ma è una donna ancora assai vivace… e molto operosa, di maniere squisite». Così annotava nel suo diario, nel 1711, Zacharias Conrad von Effenbach, giovane studioso molto erudito, che era venuto dalla città natale di Maria Sibylla per rendere visita all’artista e naturalista, per comprarle libri e alcuni acquarelli. Ad Amsterdam, Maria Sibylla era ormai una figura di fama internazionale, un personaggio che era d’obbligo conoscere [...]. Quando Pietro il Grande si recò in visita nella città, il suo medico fece sosta in Kerkstraat e acquistò alcuni dipinti per lo zar.” (1)

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1. Natalie Zemon Davis, Donne ai margini, Tre vite del XVII secolo, Laterza, Roma-Bari, 1996, pag. 205.

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(Rivisto e aggiornato 27 Giugno 2011)

Dec 292010
 

Con lo sviluppo e l’avanzare dell’impero turco, le rotte commerciali marittime fra Europa e India presero un diverso cammino. I portoghesi furono i primi a seguire il lungo percorso che passava da Capo di Buona Speranza, quando nel 1487 Bartolomeo Diaz (1450-1500) lo soprannominò Capo delle Tempeste, avendolo doppiato proprio in quell’anno. Circa dieci anni dopo, 1497, Vasco da Gama (1469-1524) allestì una nuova via per le Indie, dalla regione di Mombasa al porto di Calicut, raggiunto il 20 maggio 1498, attraversando direttamente l’oceano. Ricevuto dal sovrano hindu di Calicut, da Gama cominciò a istituire, dopo difficili accordi, una serie di magazzini per intraprendere scambi con la zona.
Tutto iniziò a cambiare nell’epoca di Pedro Alvarez Cabral (1467 ca.-1520 ca.), partito da Lisbona nel marzo del 1500 con ben tredici vascelli, a cambiare nel senso che, non accontentandosi dei soli vantaggi finanziari, i portoghesi desideravano anche le conquiste territoriali. E così fu. Molestando le navi delle altre nazioni che commerciavano con quei luoghi e volendo stabilire una certa egemonia, si infastidì lo Zamorin, il re di Calicut. A tal punto che i portoghesi, fra un intrigo di corte e un altro, si allearono con il rivale di quest’ultimo, il sovrano di Cochin.
Nel 1509 il re del Portogallo Manuele I (1469-1521) nominò Alfonso de Albuquerque (1453-1515) “governatore degli affari portoghesi in India”, che s’impadronì del ricco porto di Goa, nei territori del sultanato di Bajapur. La politica di Alfonso fu forte e decisa, spingendo i suoi soldati a sposarsi con le native del luogo, perseguendo musulmani e hindu che non si convertivano al cristianesimo, conquistando piazzeforti, assicurandosi un buon controllo navale sulle coste dell’India fino a buona parte dell’isola di Ceylon.
Ben presto le sorti si rovesciarono e, col tempo, la loro influenza marittima e commerciale iniziò un lento ma inesorabile declino, un declino dovuto alla disonestà dei metodi, alla loro talvolta brutale violenza, agli atti di pirateria che indisposero i vari sovrani indiani e le popolazioni, oltre al fatto che la scoperta del Brasile aveva attratto la loro attenzione. Non trascurando che le altre nazioni europee avanzavano anche loro una certa pretesa su quelle ricche terre.
Nel 1600 la regina d’Inghilterra Elisabetta I (1533-1603) accordava alla Compagnia Inglese delle Indie Orientali il monopolio del commercio nei mari dell’Est, poi due anni dopo l’Olanda concedeva alle Compagnia Olandese delle Indie Orientali l’esclusività di negoziare, fare guerra, trattare, commerciare. Poi ancora nel 1616 arrivavano i danesi, nel 1664 i francesi incoraggiati da Colbert, nel 1772 fu creata una Compagnia fiamminga dai mercanti di Ostenda, indi nel 1731 ecco la Svezia (1).
Risultato furono i vari conflitti, prima fra olandesi e inglesi, poi fra inglesi e francesi e così via.
Gli olandesi, che si interessavano principalmente delle spezie, sottrassero ai portoghesi, poco a poco, la loro preponderanza territoriale e commerciale. Nel 1605, l’isola di Ambon, nell’arcipelago delle Molucche, passò nelle loro mani, così come Jakarta nel 1619, stabilendosi sulla costa della Malesia intorno al 1641. Nel 1658 s’impossessarono della parte portoghese di Ceylon e di molte zone lungo la costa dello Gujarat, oltre a penetrare nell’interno del Paese. In pochi decenni gli olandesi erano riusciti a subentrare ai portoghesi, acquisendo il monopolio del commercio delle spezie e trafficando inoltre l’indaco, la seta, le fibre tessili, il riso e l’oppio della valle del Gange.

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1. Alain Daniélou, Storia dell’India, Ubaldini editore, Roma, 1992, pag. 258.

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Piccola bibliografia:

José H. Saraiva, Storia del Portogallo, Mondadori Bruno, 2007.
Johan Huizinga, La civiltà olandese del Seicento, Einaudi, 2008.
Michelguglielmo Torri, Storia dell’India, Laterza, 2007.
Stanley Wolpert, Storia dell’India. Dalle origini della cultura dell’Indo alla storia di oggi, Bompiani, 2001.

Aug 052010
 

Lo sviluppo economico e sociale umano è passato attraverso piccole e grandi rivoluzioni, attraverso forme più o meno palesi di cambiamenti, cambiamenti che spesso si possono solo notare su una lunga scala di tempo. Ciò che adesso stiamo vivendo con l’era internettiana, sicuramente lo potremmo meglio analizzare fra qualche decina di anni se non addirittura fra qualche secolo, quando avremmo, o meglio i nostri figli avranno, una più completa visione degli eventi e dell’insieme.
Nei secoli XI, XII e XIII, le lente trasformazioni dei mulini ad acqua e a vento hanno portato un certo cambiamento nelle abitudini sia economiche che sociali, svolgendo una ben precisa funzione nella crescita dell’Europa. I mulini ad acqua avevano un’importanza superiore a quelli a vento, in balìa, questi ultimi, ai capricci del vento, alla loro direzione, alla loro forza, alla loro frequenza. Mentre, nei limiti ritmici della natura, quelli ad acqua erano più costanti nel funzionare. Pertanto il loro sviluppo avvenne nei pressi di un fiume, di un fiumiciattolo ben fornito, delle dighe, degli acquedotti, elementi che permettevano alle pale di girare con una certa forza e costanza. Caso eccezionale erano i mulini nella laguna veneta, mossi, come ci dice un viaggiatore dell’epoca (1533) “dall’acqua del mare in una via quando il mare cresce o decresce”(1).
Il primo mulino ad acqua era orizzontale, sembra comparso nell’antica Grecia e non deve stupirci se lo troviamo nel ’400 in Boemia o addirittura in Romania verso il 1850 ancora funzionante, dopotutto il semplice meccanismo riusciva a soddisfare i primi bisogni di meccanizzazione del lavoro e necessitava ben poca manutenzione. Furono i romani, nei primi secoli della nostra era, ad adoperare la ruota verticalmente.
Gli usi di questa prima forma idraulica sono stati molteplici: muoveva piloni che frantumavano minerali, pesanti martinetti che battevano il ferro da forgiare, aprivano e chiudevano i mantici delle fucine, per non dimenticare l’enorme aiuto dato allo sviluppo dell’industria mineraria intorno al XV secolo.
Avvenne pertanto che nei pressi di questi mulini si iniziarono a formare degli insediamenti proto-industriali via via più grandi: Praga, posta su varie anse della Moldava, Norimberga che fa girare i suoi mulini grazie al fiume Pegnitz, Parigi e dintorni sul corso della Senna. E dove non c’è acqua o c’è poco vento continua sempre il mulino girato dagli animali o dalle braccia umane, vedi la pianura ungherese. Conseguenza di tutto ciò fu la necessità di un nuovo mestiere, i mugnai. Accanto a loro poi gli albergatori, i mercanti di bestiame, i falegnami, gli eventuali tecnici, tutta una serie di lavoratori e lavori che apportarono una piccola ma significativa rivoluzione per l’epoca medievale e prima parte di quella moderna.
Il mulino a vento appare molto tempo dopo di quello idraulico, forse originario dell’alto Tibet o dell’Iran, dove si sono scoperti mulini esistenti fin dal VII secolo. Nel XII secolo compaiono in Inghilterra, nelle Fiandre, in Francia nel XIII secolo, nel XIV in Polonia e Germania, mentre sembra che in Spagna siano stati presenti, a Tarragona, fin dal X secolo forse portati dagli arabi che lo hanno diffuso nel Mediterraneo e, addirittura, introdotto in Cina. Ricordiamo lo stupore del Chisciotte al vedere gli alti mulini girare nella Mancia, mulini diffusi tardivamente rispetto alle altre zone iberiche. Ampia diffusione ebbero ancor più in Olanda, paese in cui si incontrano venti provenienti dall’Atlantico al Baltico.
La grande e vera rivoluzione fu anche scoprire che era possibile, una sola ruota, trasmettere il proprio movimento a più strumenti, per esempio a due macine, a due o più seghe, e via dicendo.

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1. G. Affagart, Relation de Terre Sainte (1533-1534), a cura di J. Chavanon, 1902, pag. 20.

Apr 052010
 

Il XVIII secolo fu punto di svolta nelle comunicazioni, secolo che vedrà la nascita, grazie alla Rivoluzione industriale, di nuovi modi e mezzi per trasportare, viaggiare.
Ma com’era prima? Analizziamo brevemente il periodo e affidiamoci ai quadri di Jan Brueghel (1568-1625), pittore olandese che dipingerà con dettagli e particolari la sua epoca. Strade con pozzanghere, cavalli infangati, stivali che affondano nella melma fino al ginocchio, carri trainati a fatica da buoi in vie di comunicazioni del tutto precarie, gente che si sposta e cammina a piedi. Viaggiare nel 1600 non era certamente facile, al punto tale che spesso si attraversavano campi arati e seminati per accorciare un tragitto lungo e tortuoso senza rendersi conto che magari il grano era già germogliato o si faceva danno al raccolto. Situazione che appesantiva lo scambio commerciale e non facilitava di sicuro l’economia. Solo le prime strade lastricate, le prime ferrovie, le navi a vapore inaugureranno la vera svolta tecnologica: mezzi che permetteranno ai mercati svilupparsi in un modo diverso, più rapido, su scala quasi mondiale…

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