Archivi delle etichette: napoli

Gaspare Vanvitelli e le vedute di Napoli del XVIII sec.

Olandese naturalizzato italiano, Caspar Andriaans van Wittel, Gaspare Vanvitelli (1653?-1736), ammirava la nostra terra, una terra piena di storia, di classicismo, una terra con un ben preciso rapporto fra natura e architettura, una terra che ospitava, Roma in particolare, un nutrito gruppo di pittori olandesi. Venuto in Italia nel 1674, a 21 anni, lavorò a Napoli, Venezia, Urbino, Roma, Firenze e in altre città, periodo abbastanza fruttifero. Adoperando la “scatola ottica”, strumento ben conosciuto dai pittori olandesi, il Vanvitelli vedutista ci consegna una bella serie di rappresentazioni di città italiane, precise, fedeli, dettagliate, dove talvolta realismo e fantasia si confondono, momenti storici che servono agli studiosi per meglio comprendere lo spirito dell’artista e dell’epoca.
Di seguito tre immagini della Napoli del XVIII secolo, di quella Napoli a lui cara, dove nacque nel 1700 il figlio Luigi, futuro autore della Reggia di Caserta.

Gaspare Vanvitelli, Veduta del Largo di Palazzo

Gaspare Vanvitelli, Vicino Napoli

Gaspare Vanvitelli, Vista del porto di Napoli

*****

 Se desideri, inserisci la tua email per ricevere gli aggiornamenti del blog.


Cervantes schiavo ad Algeri

Nel XVI secolo il mar Mediterraneo si presentava, fra le altre cose, come luogo di scontro, dove navi di corsari e pirati intrecciavano spade e sparavano palle di archibugi alla ricerca di un bottino da portare a casa. Bottino vuoi materiale che fisico, bottino di merci, bottino di esseri umani. Non si risparmiavano colpi, né dalla parte europea, Spagna, Venezia, Francia, Genova e via dicendo, né dalla parte musulmana. Famosi personaggi ebbero le catene a mani e piedi, e fra questi ricordiamo Miguel de Cervantes (1547-1616), il futuro autore del celebre Don Chisciotte della Mancia.
Seguiamo, per quel che si può, i passi della sua schiavitù in terra africana.
Miguel nacque nel 1547 ad Alcalá de Henares, in una Spagna all’apice della sua estensione territoriale, in cui Carlo V regnava su un impero davvero vasto e ricco. Dopo sei anni fuori dalla sua patria, fuggito per aver ferito un muratore (1), Cervantes si era imbarcato a Napoli (1575) nella galera La Sol, una delle quattro al comando di Sancho Leyva con rotta verso le coste spagnole. Mare addentro la piccola flotta aveva avuto a che fare con ben due tempeste che avevano messo a dura prova la tempra dei marinai e le navi. La Sol ben presto si danneggiò e, alla vista di pirati barbareschi, nelle vicinanze di Palamós (Catalogna), cercò inutilmente di fuggire. Cervantes fu fatto prigioniero, insieme ai sopravviventi, di cui il fratello Rodrigo, dal rinnegato albanese Arnaute Mami, che lo portò prigioniero ad Algeri, città con circa centomila abitanti di cui la quarta parte schiava. Il nostro personaggio fu affidato a un sottufficiale di Arnate, un certo greco dal nome Dali Mami. Questi, forse per errore, avendolo considerato uomo importante per delle lettere di raccomandazione che portava con sé, chiese un riscatto di ben 5.000 scudi, una cifra alla portata di pochissimi, scesa poi a 500 ducati. Per cinque lunghi anni, Cervantes visse nei bagni algerini, tentando senza esito per quattro volte la fuga. Riunita la somma necessaria per riscattarlo, la sua famiglia inviò i frati trinitari, usualmente incaricati di trattare la liberazione dei presi, Juan Gil e Antón de la Bella, per portarlo a casa. Il 27 ottobre 1580, esattamente dopo 5 anni e un mese, Miguel de Cervantes rivedeva le coste spagnole.
In effetti, la vita dello scrittore era stata, e sarà, abbastanza avventurosa, avendo partecipato alla battaglia di Lepanto nel 1571, dove ferito alla mano sinistra perdeva l’uso, a quella di Navarino nell’anno nel 1572, ancora all’assalto di Biserta e Tunisi nel 1573: tutte azioni che permeeranno e renderanno forte l’animo e la penna di Cervantes.

*****
1. Historia de Iberia Vieja, rivista n. 69, pag. 45.


L’Italia vista dai viaggiatori tedeschi del Settecento

La ricerca della bellezza nell’arte e la natura furono due dei motivi che spinsero i viaggiatori tedeschi a visitare l’Italia del Settecento, un’Italia frammentata politicamente e territorialmente. Gli Asburgo in particolare avevano un occhio puntato sul nostro paese, basti considerare i numerosi contratti matrimoniali, nel trascorso dei secoli, con le dinastie italiane, vedi i Medici, i Gonzaga, gli Este e, nello stesso tempo, vari artisti italiani lavoravano in terra austriaca, Vienna, Innsbruck, Praga, e via dicendo. Non dimenticando che i tedeschi consideravano gli italiani dei vassalli che “erano regolarmente tenuti a prestare il loro aiuto così come avveniva in passato” (1).
Spinti da migliorie nelle strutture delle comunicazioni (qua) sia all’estero che da noi, i vari viaggiatori che visitarono l’Italia ritornavano in patria a pubblicare le loro impressioni, vuoi in manuali di viaggio, vuoi in riviste, una buona mole di informazione che appassionava le vari classi sociali.
Uno dei primi a percorrere le nostre città fu Johann Jacob Volkmann (1732-1803) nel 1757-58, che stamperà nel 1770-71 Notizie storico-critiche dell’Italia (2). Pagine in cui riferisce del Piemonte sabaudo, indi Genova, che descriverà sì come una città debole e povera, ma in cui banchieri dinamici portano avanti un glorioso passato. Poi Milano, dove l’autore troverà una certa armonia fra nobiltà locale e classe dirigente austriaca, poi ancora si sofferma con simpatia sulla Toscana di Pietro Leopoldo (1747-1792), oltre che su Roma, in cui evidenzierà una condotta politica catastrofica, “dove tutti danno ordini e nessuno obbedisce”. D’altronde, lo stesso Goethe parlando della città eterna annoterà nel suo Viaggio in Italia alla data del 7 novembre di qualche anno dopo, 1786: “ […] Si trovano vestigia di una magnificenza e di uno sfacelo che superano la nostra immaginazione. Ciò che hanno rispettato i barbari, l’han devastato i costruttori della nuova Roma”. Passando per Napoli, il Volkmann scrive sulla lotta contro clero e nobiltà da parte del ministro Bernardo Tanucci (1698-1783) e una qualche apertura verso le riforme (3). Venezia viene apprezzata per l’antichissima costituzione, ma in cui esiste una numerosa nobiltà povera priva di spunti innovativi.
Un altro autore, vissuto a lungo in Italia, dal 1752 al 1773, fu Joseph Jagemann (1735-1804), confessore alla corte granducale toscana. Il suo Briefe über Italien (4) raccoglie una serie di informazioni redatte in maniera epistolare davvero utili, sebbene si riferisca più al nord che al sud, luogo che trascura. Particolare attenzione dedica a Milano e alle riforme del ministro Karl Joseph von Firmian (1716-1782), riforme che permettono il rifiorire delle scuole, la razionalizzazione dello stato, le tante opere benefiche. Anche la Toscana è da lui lodata per la politica riformistica di Pietro Leopoldo, reggente che mette in pratica le concezioni illuministiche tedesche. A loro volta i tedeschi considerano Milano e Firenze come avamposti stranieri dell’illuminismo tedesco (5).
Esplicito e preciso è il prussiano Johann Wilhelm von Archenholz (1741-1812), che nel suo England und Italien (6), seppur ammirando l’Inghilterra, esaminerà i due paesi nella medesima trattazione. Archenholz sarà in Italia la prima volta nel 1774-75 e qualche anno dopo nel 1780, viaggio che lo porterà a una buona conoscenza delle varie situazioni locali. Venezia è definita come un “dispotismo”, su Milano accenna brevemente alle riforme del Firmian, stima la monarchia piemontese e la Toscana che definisce il “paese più felice in Italia”. Roma e Napoli, che esalta per le bellezze naturali e architettoniche, hanno una politica fortemente impregnata dalla Chiesa. In poche parole, con le dovute eccezioni, l’Italia appare agli occhi di von Archenholz, come un paese in decadenza, specialmente se paragonato al glorioso passato.
Non solo nei libri di viaggio troviamo descrizioni del nostro paese, ma anche nelle riviste che uscivano con una certa frequenza nelle varie città oltralpe. Speciale riguardo all’Italia, più che ad altri paesi, dedicava la “Mainzer Monatsschrift von geistlichen Sachen”, così come il “Magazin zum Gebrauch der Staaten- und Kirchengeschichte…”, di Johann Friedrich Le Bret (1732-1807), in cui si scriveva di temi mondani e religiosi, magari con un occhio alle realtà tedesche per poter azzardare una proposta di soluzione ai problemi.
In tutto ciò, bisogna sottolineare l’interesse tedesco per le tematiche politiche, sociali e culturali dell’Italia, tematiche che attiravano il lettore e nello stesso tempo lo incuriosivano. Poca rilevanza avevano le questioni economiche, spesso trascurate e messe in secondo piano. Mentre la Toscana, Roma e Napoli (7) erano i luoghi maggiormente frequentati e su di cui si versava maggior inchiostro, a Milano, al Regno di Sardegna e a Venezia si dedicavano meno pagine. Talvolta i pregiudizi e una visione generale distorta erano alla base di una disamina poco corretta e parziale – ricordiamo il loro scarso interesse verso l’illuminismo italiano, o l’idea di un’Italia decadente e priva di forza progressista -, eppur c’è da notare l’attrattiva che ebbe l’Italia nel pensiero tedesco, cosa dagli italiani non ricambiata, almeno sino a quando il Romanticismo tedesco non prese piede.

*****

*****
1. J. J. Moser, Teutsches Auswärtiges Staatsrecht, Francoforte-Lipsia, 1772 (ristampa Osnabrück, 1946), pag.420.
2. J. J. Volkmann, Historische-kritischen Nachrichten von Italien, 3 vol., Leipzig, 1770-71.
3. Ricordiamo che il Tanucci nel 1776 fu rovesciato e con lui la possibilità di riforme statali. Del caos che regnerà successivamente alla caduta del ministro descriverà un altro tedesco, mai sceso realmente in Italia, Anton Friedrich Büsching (1724-1793), nel Erdbeschreibung 4. Teil, welcher Italien und Großbrittannien enthält, Amburgo, 1789.
4. C. J. Jagemann, Briefe über Italien, Weimar, 3 voll., 1778-85.
5. Christof Dipper, L’immagine politica dell’Italia nel tardo illuminismo tedesco, in “Società e Storia”, n. 59, 1993, pag. 80, trad. a cura di Silvia Marzagalli.
6. J. W. von Archenholz, England und Italien, Lipsia, 2 voll., 1786.
7. Ricordiamo che il gruppo illuminista dell’epoca dell’Italia meridionale era ben conosciuto nei paesi tedeschi.


Censura, roghi e libri clandestini nel XVI secolo

Caratteri mobiliUna delle prime forme di censura del libro stampato si ebbero proprio a Magonza, sede di un arcivescovato, nel 1485, in cui Bertoldo di Magonza, arcivescovo della città, incaricò due prelati e due dottori universitari di esaminare i libri che man mano uscivano dalle tipografie, impedendo quelli che non ottenevano l’autorizzazione. Agli inizi del 1500, ancor prima delle 95 tesi di Lutero del 1517, la stessa Chiesa chiedeva all’imperatore e ai principi tedeschi un’attenta sorveglianza sulle pubblicazioni. Nel 1501 il papa Alessandro VI (1431-1503), della famiglia dei Borgia, con la bolla Inter multiplices proibiva certi libri non in linea con la religione cattolica. E il lavoro non era facile, in quanto alcuni signori erano legati economicamente alle stamperie, altri erano aperti alle novità, altri ancora buoni cattolici che seguivano i consigli del pontefice. Nel 1515, il Concilio Laterano elaborò la famosa bolla Inter sollicitudines per evitare confusioni, affermando che si dovevano far scomparire le opere tradotte dal greco, dall’ebraico, dall’arabo e dal caldeo, tanto in latino che nelle lingue profane, libri contenenti errori di fede e dogmi perniciosi […] così come i libelli diffamatori contro persone di alto rango.
Con l’avvento del luteranesimo e di altre dottrine rivoluzionarie, i libri da disapprovare si moltiplicarono. Lutero ripeteva che La stampa è l’ultimo dono di Dio, e il più grande, Dio vuol far conoscere la causa della vera religione a tutta la terra, fino ai confini del mondo. Il medesimo Lutero era consapevole del ruolo e delle potenzialità dei torchi, specialmente se il testo veniva stampato in volgare, perché era, anche e soprattutto, al popolo che lui si rivolgeva. Tra il 1520 e il 1525 migliaia di pamphlet in volgare divulgarono il suo pensiero in tutta la Germania. Erano piccole pubblicazioni di poche pagine ricche di illustrazioni, illustrazioni che saranno fondamentali nella diffusione del pensiero luterano. Lutero invitava la gente a leggere, ad avvicinarsi con i propri occhi alle sacre scritture, alla Bibbia.
Ancor di più, la peregrinazione delle idee verso Italia, Francia, Svizzera avvenne proprio grazie alla stampa. La Chiesa cattolica sembrava, almeno per i primi anni, non rendersi conto di ciò che stesse accadendo, esitava, era incerta, aspettava, fino a quando si decise a controriformare e a propagandare anch’essa tramite il volgare. Leone X (1475-1521) scomunicò Lutero, condannando i suoi scritti al rogo, nel 1520, poi rinforzò la censura, proibì pubblicazioni di qualunque tipo proferissero contro la chiesa. Eppure, malgrado ciò, non si riuscì a controllare del tutto l’arte grafica, giacché si continuava a pubblicare nei paesi protestanti o in quelli cattolici in forma clandestiIndex Librorum Prohibitorumna.

Dal 1559 al 1966 vigerà l’Index librorum prohibitorum istituito da papa Paolo IV (1476-1559) che segnalava le opere non adatte a essere stampate e, nota curiosa, anche certe bibbie impresse in Germania, perché ritenute non correttamente tradotte. Tra i libri figurava il Decameron di Boccaccio, Il novellino di Masuccio Salernitano, le varie opere di Machiavelli, oltre che Rabelais, Erasmo da Rotterdam e tantissimi altri. Nel 1616 si bandirono le pubblicazioni di Copernico. Le bibbie in volgare potevano essere rese pubbliche solo se stampate da autori che conoscessero il latino, non donne, e autorizzate dalla Chiesa. L’Indice veniva aggiornato con una certa frequenza. Il fedele non poteva detenere, commerciare, leggere, discutere quei testi impediti dalla Chiesa, pena la scomunica. Nell’immaginario collettivo s’era impresso il ricordo dei roghi del 1500, di quei libri che non bisognava sfogliare, per cui una lettura vietata acquistava simbolo di pena.
In Italia, i diversi stati daranno incarico all’autorità ecclesiastica il potere di controllo, con eccezione di Venezia, dove per imprimere un libro bisognava avere una licenza di stampa, già dal 1527.
Ancora nei paesi tedeschi, durante la fratricida guerra dei contadini, centinaia di biblioteche furono messe al rogo da truppe analfabete che desideravano semplicemente saccheggiare e distruggere quei documenti dove erano registrati i loro debiti. Roccaforti e monasteri furono assaliti, devastati, bruciati e con essi tutto quanto contenevano. Per esempio a Maihingen, tre falò di migliaia di libri fanno l’allegria degli insorti, così come a Bamberg, a Wettenhausen e tante altre cittadine. Contadini illetterati presi dalla rabbia e dalla furia contro i loro padroni feudali, contadini che Lutero appoggerà in un primo momento e se ne distaccherà dopo, inveendo addirittura contro la loro malvagità.

In Spagna, lo stesso Stato controllava effettivamente la pubblicazione di tutti i libri, grazie all’Inquisizione. Ferdinando d’Aragona (1452-1516) e Isabella di Castiglia (1451-1504), nel 1502, istituiscono la censura regia, nessuno poteva pubblicare senza la loro autorizzazione, il controllo sarà severissimo e si potevano divulgare solo opere riportanti l’Imprimatur. La reazione è immediata, i librari che avevano una buona scorta di libri da vendere si vedono costretti o a darli clandestinamente o venderli nei Paesi in cui l’Indice non viene seguito. Una bizzarra legge, nella seconda metà del 1500, invitava gli studenti e professori che frequentavano all’estero di ritornare in patria e presentarsi davanti al Sant’Ufficio per sostenere un esame. Gli si faceva vieto portare libri, leggere in lingue che non fosse lo spagnolo. Sempre in quegli anni, le navi che attraccavano nei porti del regno spagnolo erano sottoposte a perquisizione prima ancora di essere sdoganate. Si vietava categoricamente la circolazione delle opere di Calvino, Lutero, Zwingli, del Talmud e del Corano, oltre che di libri che analizzavano la magia e materie correlate.

Rabelais, impegnato a leggereIn Francia, Francesco I (1494-1547), nel 1521, tramite il Parlamento di Parigi, proibisce agli stampatori pubblicare testi sulla fede cristiana senza essere prima esaminati dalla Facoltà di teologia della Sorbona. Poi, tra il 1544 e il 1556, la Sorbona compilerà sei cataloghi di libri vietati, includendo perfino Gargantua e Pantagruel di Rabelais, ritenendolo poco morale. Nel 1563 il sovrano Carlo IX (1550-1574) intervenne con un a legge con cui si accordava la pubblicazione solo dietro suo consenso. Più grave divenne il caso con Colbert, intorno la seconda metà del 1600, quando questi limitò finanche il numero dei librai da 72 a 35, creando addirittura una forza pubblica all’uopo. Fatta la legge, trovato l’inganno, si dice usualmente. Ebbene tanti tipografi si rifugiarono nelle città di confine per continuare la loro attività e fra questi gli illuministi che stamperanno i loro pamphlet, i loro fogli, i loro opuscoli.

Non solo la Chiesa cattolica proibiva certi libri, ma anche i Riformatori asserivano che non tutto il popolo era preparato a leggere qualunque cosa, per cui bisognava verificare la produzione e la diffusione delle opere. A Ginevra, dove operava Calvino, la censura arriverà nel 1539 e da questi sostenuta. In fin dei conti, sia dall’una che dall’altra parte bisognava influenzare la massa, in quanto una massa intelligente, colta, critica è un focolaio di ribellione, ribellione contro un dato status quo. In Germania, a Ulm, nel 1523-’24, così come a Ratisbona nel 1535, le autorità proibirono discutere in pubblico le idee luterane, pensando che le interpretazioni andassero oltre ciò che queste desideravano dire.

Nel 1559, dunque, papa Paolo IV dava l’avvio al primo Index librorum prohibitorum, ovvero il primo Indice con il quale si elencavano ben 3.000 testi ritenuti non idonei al buon cattolico. Sarà ripubblicato per ben 32 volte, aggiornandolo sino al 1948, poi nel 1966 la Chiesa lo soppresse. L’Indice fu riconosciuto in Italia, in Portogallo, nei Paesi Bassi spagnoli, ma non in Francia, mentre la Spagna, come abbiamo detto, seguiva un Indice proprio, autonomo da quello romano e subordinato alla corona.
Fra la fine del ‘500 e per quasi tutto il ‘600, i controlli ecclesiastici furono più o meno risoluti, riuscendo, in un certo qual modo, a influire sull’editoria, in particolar forma in Italia e in Spagna, paesi tradizionalmente cattolici e legati alla Chiesa. E proprio nel 1570 a Venezia, per esempio, la Repubblica diede autorizzazione all’Inquisizione di compiere visite a sorpresa per scovare libri proibiti presso i depositi dove si tenevano i libri pronti alla vendita. Cosa interessante è notare come alcuni di questi magazzini siano stati dati in cessione da alcuni ordini religiosi, ordini che spesso partecipavano commercialmente alla diffusione dei volumi. Qualche anno prima, 1565, l’arcivescovo Leonardo Marini da Roma scriveva al popolo di Lanciano, città dove si svolgeva una ben nota fiera libraria: (…) Darò ancora ordine all’istesso Vicario che riveda i libri che si portano alle fiere, e che si pigli tutti i proibiti, acciò non si vendano, né spargano per il Regno.

Galileo Galilei, Dialogo sopra i due massimi sistemi, frontespizio, edizione del 1632

Galileo Galilei, Dialogo sopra i due massimi sistemi, frontespizio, edizione del 1632

Gli stampatori reagirono male, i libri non si vendevano, l’Indice cambiava spesso, nessuno voleva rischiare, per cui l’unica scelta da fare era quella di dare alla luce opere che la Chiesa accordava, libri religiosi che avevano un ampio mercato ed evitava loro mal di testa. L’editore veneziano Gabriele Giolito (1508-1578) capì che codesta era la strada da intraprendere, e ben presto lo seguiranno vari suoi colleghi, si era già nella seconda metà del 1500.
La Chiesa farà di certi libri una sorta di demone, demone da evitare, condannare, demone che bisognava mettere al rogo. E fu tanta la paura inferita nel cattolico che costui doveva fare attenzione a ciò che leggeva e se avesse posseduto libri, era un possibile sospettoso da parte degli inquisitori.
Ma l’avversione ai libri non era solo in Europa occidentale. Solimano il Magnifico (1494-1566), nella sua avanzata verso Vienna, conquistata Buda e Pest nel 1526, ordina l’incendio della città, che con essa vanno al rogo migliaia di testi di una delle prime grandi biblioteche umanistiche d’Europa, quella del re di Ungheria Mattia Corvino, amante delle lettere e delle arti. La sua biblioteca, la più dotata dopo quella Vaticana, era stata rifornita da agenti che operavano un po’ ovunque in Europa, raccogliendo circa tremila volumi, tutti impreziositi da famosi amanuensi e riprodotti in modo magistrale, alcuni addirittura datavano prima del 1470. Si crede che solo un decimo dei 2-2500 libri si salvò.
L’anno dopo, quel fatidico maggio del 1527, quando le truppe lanzichenecche di Carlo V (1500-1558) entrarono a Roma, libri, manoscritti, documenti, ricoprivano le strade della città pontificia: la cultura buttata a terra! Si narra che tante pallottole furono fatte fondendo i sigilli di piombo delle bolle papali.
Se da una parte le censure e i roghi frenarono in un certo qual modo la produzione di libri, dall’altra parte scatenarono la corsa al libro vietato, al libro illegale. Le tipografie si adeguarono ai tempi, alcune di loro emigrando verso territori in cui i controlli erano minori, altre si dedicarono a editare testi religiosi o consentiti dalla legge. Altre ancora si diedero alla clandestinità, clandestinità che vedrà fiorire a partire dal 1500 un economicamente ricco mercato. Cosicché, i librai che desideravano dare alla luce opere censurate adottarono la stampa alla macchia, appunto per evitare di essere perseguiti. Falsi luoghi di pubblicazione, false date, frontespizi semplici ed essenziali, niente marca, niente nome dello stampatore: elementi caratteristici di un libro nascosto. Si sviluppavano oltre che in luoghi remoti, anche in cittadine lontane dai centri di potere, in Olanda, a Ginevra, nel principato di Neuchâtel, ma anche a Napoli, a Venezia, dove la stampa alla macchia, col passare degli anni, costituirà addirittura il 40% del mercato librario, per esempio a Roma. In Inghilterra, a fine XVI secolo, lo stampatore John Charlewood ricavò ampi profitti in una attività clandestina che stampava libri in lingue straniere che poi spediva in Europa.Papa Paolo IV
Dicevamo di Napoli, dove le opere illegali erano stampate in una quantità enorme. Ciò era dovuto all’incertezza riguardo chi doveva controllare. Epica è la storia di Lorenzo Ciccarelli, nel XVIII sec., che avrebbe arredato la sua casa per dare vita a una tipografia degna di nota. Da là usciranno i libri inquisiti di Boccaccio, Galileo Galilei, e perfino del cappellano maggiore Celestino Galliani, nome legato alla censura. Napoli sarà città florida in tal senso, sarà punto di riferimento anche per la Rivoluzione francese, sarà porto d’esportazione per opere censurate. Si giunse al punto che l’affare economico era così grande che gli stessi censori chiuderanno un occhio per consentire la pubblicazione di certi libri molto richiesti. Secondo il de Santillana, preti, monaci, persino prelati, fanno a gara tra loro per accaparrarsi copie del Dialogo al mercato nero […] il prezzo del libro al mercato nero sale dall’originale mezzo scudo a quattro e sei scudi in tutt’Italia. Libri proibiti erano anche quelli erotici, che avevano un commercio illegale davvero unico e sviluppato. Robert Darnton in una sua investigazione presso la Société Typographique de Neuchâtel in Svizzera ha calcolato che su 457 titoli ordinati dai librai il 21 per cento erano proprio pornografici.

 


L’Italia fra la fine del 1400 e gli inizi del 1500

*****

Approfondimenti:

La civiltà del Rinascimento in Italia, Burckhardt

Roma, tra la fine del 1400 e l’inizio del 1500

Il 1400 in Italia, eventi e personaggi

Roma, lo Stato pontificio, l’usura

Il Rinascimento e Firenze fra la fine del 1400 e gli inizi del 1500

Girolamo Savonarola


Follow

Get every new post delivered to your Inbox.

Join 48 other followers