Mar 042013
 

Se dovessi identificare Subachoque, in Colombia, in poche parole, direi “paesino dalle mille risorse”. A Subachoque puoi trovare l’ancora incontaminata natura, puoi trovare l’appassionato di cavalli, il collezionista di vecchi calessi, puoi imbatterti nel tipico ristorantino andino pieno di “campesinos” con la “ruana”, puoi finanche scoprire un bizzarro edificio di una famiglia di artisti, ed entrare nella piccola biblioteca Jorge Enrique Hernández Carrillo.

A una cinquantina di chilometri da Bogotà, adagiato sulle Ande, il municipio rurale cundinamarquese è davvero un luogo prezioso da visitare, sia perché immerso, nel vero senso della parola, nel verde, sia perché tipico di quelle alte zone montagnose.
Subachoque, a quasi 2700 mt. slm., terra degli indios subachoques e chingas, che appartenevano alla stirpe muisca, fu fondata dal sacerdote Jacinto Roque Salgado y Zubieta il 16 marzo 1774, nello stesso anno in cui Jean Jacques Rosseau pubblicava il Discorso sull’origine e i fondamenti della diseguaglianza tra gli uomini, in cui nasceva Luigi XVI e il poeta italiano Vincenzo Monti.
L’occupazione principale degli indigeni era l’agricoltura, coltivazione di patate fagioli zucca mais, indigeni che, nelle parole del giudice Miguel de Ibarra (1555 ca.-1608 ), “sono persone povere che vivono senza nutrimento spirituale e nessun giudice per amministrare la giustizia…”.
Con l’arrivo degli spagnoli – XVI sec. – le terre furono divise fra i vari soldati conquistatori, talvolta in estensioni tali che potrebbero dirsi latifondi, fra loro ricordiamo Juan de Guemez, Miguel de la Puerta, Francisco Estrada, Juan Ruiz de Orejuela, e via dicendo.

Le immagini di seguito cercano di introdurre l’amena località.

Panorama Subachoque

Talvolta circondata dalla nebbia, dal clima umido e piovoso, la località presenta una forte vegetazione endemica delle Ande, sebbene si abbiano presenza di eucalipti e acacie di origine australiana. Abitata per lo più da agricoltori e allevatori della zona, il sabato e la domenica si riempie di bogotani che vengono a trascorrere il fine settimana nelle loro case di villeggiatura, così come di famiglie che si “buttano” sui prati a fare picnic e a riposare dal trambusto della vicina metropoli.

*****

Chiesa di Subachoque

Nell’ora di funzione domenicale, la chiesa si colma di fedeli cattolici di tutte le età che attenti seguono la predica. Subachoque, per la sua tranquilla posizione, ospita anche altre realtà religiose che convivono pacificamente, da buddisti a testimoni di geova a cristiani. Proprio a due passi da lì, una caffetteria prepara una deliziosa cioccolata calda accompagnata da gustosi panini che hanno sapore, come dicono loro, a “tienda”.

*****

Bizzarra casa a Subachoque

La casa di sopra è di un famiglia di artisti, lui, Hernando, famoso architetto degli anni ’80-’90, lei, Isabel, una brava e poliedrica pittrice. Là, “vivono” per lo più nei weekend o nei periodi di festa e, confesso, è un luogo da scoprire stanza dopo stanza, passo dopo passo, angolo dopo angolo. L’interno è decorato in maniera coloniale, con elementi di influenza europea – viaggiano spesso per Francia Italia Spagna – , un interno riccamente abbellito anche dalle più bizzarre collezioni.

*****

Patii interni, Subachoque

Il patio, o corte, era, ed è, un ambiente caratteristico spagnolo, talvolta coperto talvolta no, zona interna non visibile dai passanti, che racchiude una certa intimità. Presente nelle ville romane, poi ampiamente sviluppato nella cultura islamica, quindi anche nella Spagna medievale e moderna, è una zona di riposo, di relax. Nelle foto di sopra, a sinistra quello di un ristorante-bar accanto la chiesa di cui sopra, a destra della casa di cui abbiano accennato qualche rigo prima.

*****

Calessi, Subachoque

Dicevo che a Subachoque si possono trovare perfino collezionisti rari e curiosi, ecco il mio amico Hernando dedicato a ritrovare vecchi calessi, anche in stato di abbandono, restaurati e allestiti per essere adoperati con dei buoni cavalli come i suoi “percherones“, che un giorno del mese di luglio 2012 ci portarono qua e la per le adiacenti dolci colline (»»qua).

Feb 262013
 
Chia, città della Luna

Chia, città della Luna

Poco meno di trenta chilometri separano Bogotà da Chia, nel dipartimento di Cundinamarca, Colombia, un percorso di una ventina di minuti, traffico permettendo, spendendo con l’autobus 4.000 pesos andata e ritorno, circa €. 1,60. Visita necessaria per immettersi in un verde territorio la cui memoria storica è ancora presente nei lineamenti dei volti di certi anziani che ricordano un indelebile passato.
Chia, città della Luna, a 2.600 mt. slm., città dei Muisca, città la cui fiorente economia ha permesso uno sviluppo in termini di costruzione davvero unico, specialmente negli ultimi dieci anni. Conquistata dagli spagnoli nel 1537 al comando di Gonzalo Jiménes de Quesada (1509-1579), che abbiamo già visto, fra le altre cose, nella conquista di Villa de Leyva e di Bogotà, era un luogo indigeno dedicato al culto della Luna, così come Sogamoso, dedicato al Sole »»qua). In effetti i muisca dividevano un anno solare in 13 lunazioni, deducibile dal fatto che dipingevano il sole con tredici raggi. E per quella ancestrale popolazione, la luce della luna era anche simbolo della bellezza, della virtù, della castità. In un censo del 1593, all’arrivo dell’Oidor Miguel de Ibarra (1550-1608), si contavano 1753 indios, vivendo nelle anse del fiume oggi Riofrio, dediti principalmente all’agricoltura, considerata l’alta fertilità di quelle terre, non dimenticando la lavorazione dei tessuti.

Il vescovo Lucas Fernández de Piedrahíta (1624-1688) narrando dei Mozcas o Muisca raccontava:

Tutti gli indios credevano che esistesse un autore della natura che aveva creato il cielo e la terra, tuttavia adoravano il dio sole per la sua bellezza e la luna perché l’avevano come loro madre, a questa chiamavano Chia, e al sole Zuhé” (1).

Di seguito una serie di foto da me scattate durante l’ennesima visita a Chia, città a me particolarmente cara.

Municipio, Chia, Colombia

Municipio, Chia, Colombia

Il municipio di Chia, iniziato a costruire il 1° gennaio 1939, nella piazza principale della cittadina, a due passi dalla cattedrale: potere politico e potere religioso convivono. Gli ultimi sindaci, chi più chi meno, hanno ritoccato il centro storico, facendolo diventare pedonale e chiudendolo con delle “porte ad archi” ai veicoli a motore.

*****

Cattedrale di Santa Lucia, Chia, Colombia

Cattedrale di Santa Lucia, Chia, Colombia

La cattedrale dedicata a Santa Lucia, un tempio relativamente recente, è del XVIII secolo (1720 secondo il sito de”Alcaldia municipal de Chia“). Le funzioni domenicali sono ben affollate da persone generalmente adulte e avanti nell’età, non mancando i giovani. L’essere religiosi da queste parti è un’energia tangibile e visibile, specialmente nel culto mariano.

*****

Chia, Colombia, Piazza principale, Parque Santander

Chia, Colombia, Piazza principale, Parque Santander

La piazza centrale è dedicata a Santander, una piazza sempre affollata, piena di attività, luogo di ritrovo di giovani e meno giovani. In questi ultimi anni, diversi caffè stile europa, con tavolini e siede all’aperto, hanno attirato l’attenzione dei ragazzi e degli stranieri residenti che si siedono a riposare a prendere una bibita a parlare a giocare.

*****

- 1. http://es.scribd.com/doc/54151837/Lucas-Fernandez-de-Piedrahita-Historia-General-de-Las-Conquistas-Del-Nuevo-Reino-de-Granada-VOLUMEN-I

Feb 082013
 

20.000 pesos colombiani corrispondono più o meno, in data odierna, a 8 €., cifra che pagai per andare in autobus da Bogotà a Villa de Leyva, circa 200 km. Un bel viaggio alla scoperta della natura delle Ande, un verde pieno di specie endemiche, ma anche di “brutti” eucalipti, importati da remoti luoghi, che non hanno nulla a che vedere con i selvatici frailejon le tibuchine le felci…
Dopo il Ponte di Boyacá, famoso per l’omonima battaglia, 7 agosto 1819, passati per Tunja, capoluogo del dipartimento di Boyacá, ci si immise in una serie di curve che scesero verso la nostra meta, verso un luogo dove il tempo si è fermato a riposare.
All’arrivo, uno dei primi particolari che notai fu una vegetazione familiare, una vegetazione che mi sapeva di Mediterraneo, e in effetti la flora del luogo è per lo più ispirata a quella nostrana, delle nostre coste del sud: ibiscus, falso pepe, lantana camara, olivi, limoni…
Fummo ospiti dell’Hotel e Spa Getsemaní, un hotel davvero gradevole e confortevole, un ambiente rilassante in cui poter anche lavorare in rete grazie al veloce wifi che offre gratuitamente agli ospiti… e non vi dico la deliziosa cucina: da provare! (da vedere le foto scattate da mia moglie »»»qua).
Ma andiamo con un certo ordine e diamo una svista alla storia del prezioso paesino.

Villa de Leyva è una di quelle mete che, venuti in Colombia, è obbligatorio visitare, sia perché paesino tipicamente coloniale, sia perché ci si immerge in un contesto storico ancora vivo e palpitante, pieno di atmosfere magiche. Ed è presto detto, con il Mito di Bachué, di origine muisca.
Dalla vicina laguna di Iguaque, un giorno, venne fuori una giovane bella donna, chiamata Bachué o Furachogue, con un bambino in braccio, addentrandosi nella vicina foresta.
Passarono gli anni e il bambino crebbe, divenne un adulto e robusto uomo che unendosi a Bachué diede vita agli esseri umani che popolarono la Terra. Compiuta la missione, i due ritornarono nelle acque della laguna, convertiti in due serpenti.

La storia continua con l’arrivo degli spagnoli, nel XVI sec., che, al comando di Gonzalo Jiménez de Quesada, invadendo il territorio dei Muisca e incontrando ben poca resistenza, conquistarono l’area circostante. E la Villa de Santa María de Leyva, in onore al presidente della Real Audiencia del Nuevo Reino de Granada, Andrés Díaz Venero de Leyva, fu fondata il 12 giugno 1572. L’insediamento fu poi spostato verso sud perché violava una legge – Leggi delle Indie – che diceva non poter creare insediamenti nelle terre degli indigeni, né pretendere loro beni.

Seguì l’evangelizzazione da parte degli agostiniani – ricordiamo il convento della Candelaria, 1604 – e dei domenicani – con il Santo Ecce-Homo del 1620.
La cittadina ebbe rapido sviluppo, almeno fino al XVII sec., uno sviluppo legato a tecniche che permettevano ampie coltivazioni di grano, a tal punto che nella zona si costruirono vari mulini. Una dura epidemia, che chiamarono “caída de un polvillo”, colpì, a fine XVII secolo, il suddetto cereale, causando una forte decrescita, con la conseguenza di abbandono del luogo da parte sia degli indigeni che degli spagnoli. In effetti, una delle possibili cause della decadenza potrebbe essere stata, inoltre, una mancanza di rotazione delle piantagioni, un errato utilizzo dei terreni. A metà XVIII secolo si contavano non oltre duemila abitanti.
E giacché, si dice, non tutto viene per nuocere, la città fu poi “presa” come area di riposo, rimanendo tale quale ancora oggi, d‘aspetto coloniale e ben conservata, Monumento nazionale dal 1954.

Villa de Leyva, particolari

Paesino oggi abitato da meno di diecimila abitanti, Villa de Leyva ricorda l’architettura della Spagna del XV-XVI sec., con le strade acciottolate, i balconi sporgenti, i tetti di tegolei patios, i piccoli negozi che vendono di tutto. Nel fine settimana e nei giorni di festa, è presa d’assalto dai turisti, vuoi bogotani o colombiani in generale, vuoi da oltre-frontiera. E non è raro veder camminare per le vie artisti o scrittori che oramai risiedono nell’ameno luogo.

*****

Villa de Leyva, Plaza mayor

Con i suoi 14.000 m², la piazza principale o Plaza Mayor, è una delle più grandi piazze colombiane in cui l’aspetto coloniale è presente con forza, con una fontana – chiamata Ara Sagrada – che un tempo dava da bere ai villaleyvani, una piazza dove i veicoli a motore non possono entrare. Accanto alla vecchia immagine, una nota di rilievo fa onore al paese: il municipio ha predisposto il wifi gratis e libero per coloro che desiderano connettersi al web… magari sorseggiando una birra in uno dei tanti caffè presenti nei vicini edifici.

*****

YouTube Preview Image

Un breve video a 360 gradi sulla piazza.

*****

Villa de Leyva, Casa Museo Antonio Nariño

Vari e tanti sono i musei presenti, da quello paleontologo all’arte religiosa, da quello archeologico al fossile, dove sono custoditi i resti di uno dei due pliosauri del periodo Cretaceo esistenti al mondo. Qui sopra la Casa Museo Antonio Nariño, una mansione di inizi XVII sec. in cui morì il famoso politico, 13 dicembre 1823. Nelle varie sale sono esposti alcuni suoi beni personali, così come parte della documentazione della sua vita. Ricordiamo che Nariño fu colui che tradusse dal francese, nel 1794, la famosa Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino.

*****

Villa de Leyva, Casa Museo Antonio Ricaurte

Altro aspetto culturale, la Casa Museo Antonio Ricaurte, dove nacque il 10 giugno 1786 l’eroe di San Matteo, battaglia svoltasi in Venezuela, il 25 marzo 1814, per la liberazione della vicina nazione e in cui lo stesso Ricaurte perse la vita. La Forza aerea colombiana acquistò nel 1970 l’edificio e ne fece un piccolo museo militare in onore proprio del martire.

*****

YouTube Preview Image

Sebbene la zona viva principalmente di agricoltura e allevamento di bestiame, non sono da sottovalutare le entrate economiche che il turismo lascia, considerando che in questi ultimi anni sono stati restaurati decine e decine di edifici destinati sia ai locali che agli stranieri. Altro ingresso viene dall’artigianato, per esempio dalla confezione di ruane e capi di vario genere. Nel video una donna che tesse con un vecchio telaio a mano, a spoletta volante.

Aug 292012
 

Case Chibcha, Parco archeologico di Sogamoso

Popolo civilizzato, per i canoni del tempo, i Chibchas, sottomessi per mano di Jiménez de Quesada ai primi del XVI sec., possedevano una cultura di tutto rispetto, una cultura sociale fra le più sviluppate del territorio colombiano di allora, abitando principalmente l’altopiano Cundiboyacense e il sud del “departamento de Santander” a partire dal VI sec. a. C., un territorio calcolato intorno i 20.000 chilometri quadrati con una popolazione fra 800.000 e 1.200.000 (1).
Vivevano in capanne rotonde coperte da paglia, rotonde perché, riferisce qualche viaggiatore del XIX sec. (2), avevano a che vedere con la loro adorazione per la luna piena. Rifugi circondati da una recisione di terra o di legno. Quelle dai tetti più alti indicavano essere di proprietà dei caciques.
Adoperavano utensili di pietra e di legno, che servivano per tutti gli usi possibili, dall’alimentazione alla costruzione, dalla guerra al coltivare i campi, e via dicendo. L’agricoltura, praticata in parcelle di terre di proprietà della comunità, ma possedute all’uopo da ogni singola famiglia, era pratica abituale, mais, patate, batata, quinoa, miele prodotti che usualmente consumavano, così come erano dediti all’arte della ceramica, della terracotta, oltre a produrre tessuti di straordinaria finezza. Non avevano, generalmente, animali cui accudire, cosicché la loro attenzione era principalmente riservata alla terra, da cui ricavavano spesso più del necessario, barattando le eccedenze con i villaggi vicini, ottenendo in cambio oro, pesce, frutta. La loro oreficeria toccò, forse, i livelli più alti di sviluppo dell’intera America precolombiana. Sebbene la forma di lavoro fosse individuale, avevano delle obbligazioni con il cacique e con la collettività, aiutandosi spesso mutuamente.

Ricostruzione del Tempio del Sole, Parco archeologico di Sogamoso

La parola Chibcha, secondo alcuni autori (3) portati a una spiegazione esoterica, è composta da tre parti, Chi, che significa luce, e Cha, che vuol dire oscurità, mentre la b ha un valore di cambio, distinguendola a sua volta da Chicha, ovvero dalla bevanda alcolica a base di mais fermentato. E ancor più, Chibcha era dialettica, era aquila e serpente, era la mente che volava con i piedi a terra, una dicotomia complementare necessaria al popolo per vivere in equilibrio con la natura e con i suoi simili. L’essere umano incarnava, in un rapporto dinamico, la lotta fra le forze della natura e le potenze del cielo.
Vita fertilità e morte erano, nella filosofia del popolo indigeno colombiano, elementi essenziali di quel triangolo che portava, appunto, all’armonia: all’armonia con la natura, con se stessi, con la società. Da qui si sviluppavano le altre tre essenze, altro triangolo, che contraddistinguevano la loro cultura, quelle essenze senza le quali non sarebbe stata possibile una società equilibrata: solidarietà, tolleranza, comprensione. Due triangoli virtuosi dipendenti-interdipendenti.

Saguanmachica, secondo zipa di Bogotá, 1470

Persone religiose, dunque, e legate ai ritmi della natura, i Chibcha rendevano culto ai loro dei, la Luna e il Sole, i principali. La casta sacerdotale era ereditaria, ben definita, molto rispettata e onorata. Il cacique era figura chiave nella società indigena, prezioso a tal punto che nessuno poteva vedere il suo viso.
Ma andiamo con ordine.
Creatore del mondo e dell’uomo fu, nella loro cultura, Chiminigagua, nel cui grembo riposava la luce, seguito, nella gerarchia divina, dal Sole e dalla Luna, a loro volta dalle Stelle. I primi abitanti della Terra furono un uomo e una donna, lei di straordinaria bellezza, chiamata Bachué o Banche, nata nelle acque di una laguna nel nord di Tunja. Nella sua mano, quella di un bambino di tre anni che portava con sé e che sarebbe diventato suo marito, con cui avrebbe generato cinque figli e da loro i discendenti Chibcha. Benefattore di tutto ciò fu Bochica, uomo dalla barba e capelli annodati, che avrebbe inoltre insegnato ai primi abitanti i principi della civilizzazione, dell’agricoltura, delle varie arti.
Credevano nell’immortalità, per tal motivo interravano vicino ai corpi gli oggetti che potevano servire nel viaggio, addirittura anche i congiunti, una volta deceduti.
Il potere religioso era ereditario, passava al nipote, figlio della sorella, in mancanza di questo al fratello del Zipa, nipote che doveva restare rinchiuso per dieci anni in un tempio dedicato al Sole (luce), vivendo in assoluta castità e uscendo solo alla luce della Luna (oscurità).
La legislazione difendeva il diritto privato e di successione, castigando con la morte assassini corrotti e adulteri, mentre i ladri di piccole cose erano frustati e agli altri, grandi malfattori, tolta la vista.

Una società, quella Chibcha, sconfitta dall’esercito spagnolo, dalle malattie infettive importate dall’Europa, dalla schiavitù e servilismo, dal duro lavoro forzato cui non erano abituati, dalla diminuzione della natalità, dai rapidi cambiamenti socio-economici.
Ultimamente c’è un certo interesse (più o meno dal 1989) per studiare approfondire indagare la loro storia, cercando di recuperare usi costumi lingua cultura (4), addirittura ci sono, a data odierna, tre “cabildos muiscas”, en Cota, Chia e Sesquilé, eletti dalla comunità muisca sopravvivente.

*****
– 1. Jorge Orlando Melo, El establecimiento de la dominacion espanola, Biblioteca Digital Andina, ebook. pos. 1016.
– 2. Ernst Röthlisberger, El Dorado, Biblioteca V Centenario Colcultura, Bogotà, 1993, pg. 240.
– 3. Luis Enrique Galindo, De Bochica a Quetzalcóatl, Circulos de estudio Chibcha, Bogotà, 1995.
– 4. »»»qua sulla lingua Muisca.

May 212012
 

Uno dei primi gruppi – non il primo, che non aveva religiosi a bordo – che si avventurò nelle Nuove Terre da poco scoperte da Colombo era composto soprattutto da conquistadores, amministratori, religiosi. Conquistadores alla ricerca di una facile ricchezza, amministratori, nominati dalla corona spagnola per gestire le terre sottomesse, religiosi pronti a convertire al cattolicesimo le “primitive” tribù che si incontravano strada facendo. E non sempre le cose furono facili, specialmente quando qualche avventuriero, ritenendo che nulla doveva alla corona, si metteva per conto proprio a dirigere i “propri possedimenti”.

Per quanto riguarda l’esplorazione di ciò che oggi è la Colombia, i primi a entrare in contatto con i nativi furono Alonso de Ojeda (1468 ca.-1515) nel 1499 e Rodrigo de Bastidas (1445?-1527) nel 1500. Qualche anno dopo, 1510, Alonso fonda Santa María la Antigua del Darién, nel Golfo di Urabá, mentre il secondo dà le origini a Santa Marta, 1525. Cartagena de Indias data invece 1533, fondata da Pedro de Heredia (1505?-1554), dopo aver sottomesso gli indios del luogo.
Luoghi, questi, che serviranno sia come base per contrastare gli attacchi dei popoli nativi, sia come punto di partenza per ulteriori esplorazioni. Cartagena sarà altresì legata fortemente alla Spagna, in quanto porto dei viaggi intercontinentali, oltre che piazza per il commercio degli schiavi che arrivavano dall’Africa, per non dimenticare che da lì salpavano la maggior parte dei vascelli carichi di oro e argento alla direzione di Siviglia.

Dicevamo che le prime conquiste furono anche luoghi in cui ci si organizzava per nuove spedizioni. E così fu. Personaggi come Gonzalo Jiménez de Quesada (1509-1579), Nicolás Federmann (1505 ca.-1542), Sebástian de Belalcázar  (1480-1551), alcuni di coloro che si avventurarono verso l’interno delle Ande.
Nel 1536, il granadino Jimenez de Quesada (»»»qua), intraprende un viaggio, seguendo il fiume Magdalena, alla ricerca di un cammino che lo conducesse nell’odierno Perù. Nel 1538 incontra i Muisca, popolo della Cordigliera centrale delle Ande, di Nemocón e Zipaquirá, e fonda Santa Fe de Bogotá, l’odierna Bogotá, centro di potere della futura Nuova Granada.
Federmann, finanziato dalla famiglia Welser, invece entrerà a Bogotá nel 1539, dopo aver attraversato la Cordigliera orientale delle Ande, mentre Belalcázar dà le origini a Santiago de Cali, oggi semplicemente Cali, e a Popayán, raggiungendo Bogotà nello stesso 1539. I tre negozieranno la divisione dei territori appena esplorati.

A metà XVI secolo, 1550, venne poi istituita la Audiencia y Cancillería Real de Santafé, istituzione coloniale che serviva a dirigere un territorio oramai abbastanza vasto e variegato.
Potremmo dire che i tre conquistadores gettarono le basi per ulteriori esplorazioni, esplorazioni non sempre facili, giacché si marciava ad alture che talvolta superavano i 2000-2500 mt., in zone scoscese, difficili da percorrere, in condizioni estreme di disagio, attraversando valli e altipiani. E in effetti certe regioni della Nuova Granada erano le colonie più isolate della conquista spagnola.

iscriviti alla babilonia61 newsletter

distinguiti dalla massa, ama la cultura

 

→ e scarica gratis un e.book in formato pdf che raccoglie, a mo’ di rivista, una serie di articoli

dedicati alla storia moderna, con immagini e video: