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Chardin, la concentrazione e la perfezione

Davanti a uno Chardin ci si ferma,
come d’istinto, alla maniera del viaggiatore
che, stanco del suo andare, si siede,
quasi senza accorgersene,
non appena trova un letto d’erba,
silenzio, acqua, ombra, frescura.
(Denis Diderot, 1767)

- Ciao, dove vai?
- Ciao, vado a Ferrara.
- Perché a Ferrara?
- Vado ad ascoltare i quadri di un pittore francese, Chardin.
- Ma i quadri non si ascoltano, si vedono.
- Certo, hai ragione, ma se metti in un cassetto per qualche minuto i tuoi pensieri e fissi con attenzione le tele di Chardin, ti accorgerai che parlano.
- Lo farò, dirò alla mia mamma che mi porti da Chardin.

Era una bambina dalla bianca pelle di porcellana, bionda dai capelli riccioli e gli occhi vispi color blu perlaceo. Era seduta davanti a me, nel treno che mi avvicinava da Pistoia a Ferrara, fra la nebbia alzata dal primo sole e il caldo sorriso di quella fanciulla.
Ma andiamo con ordine, giacché la giornata si rivelò fruttifera di piacevoli percezioni.

A Palazzo dei Diamanti, è in corso una deliziosa mostra dedicata al pittore francese Jean Siméon Chardin (1699-1779), una mostra iniziata qualche giorno fa, il 17 ottobre, e che si concluderà presto, il 30 gennaio del 2011.
Non voglio parlarvi della sua vita in sé per sé, ma di ciò che mi ha colpito, che mi ha impressionato di un artista sui generis per l’epoca, un Settecento pieno di storia le cui corti erano dedite al lusso. Impressionato sì, poiché nei nostri ricordi rimangono più i dettagli e i particolari legati a determinate situazioni che un’intera vicenda o un’intera opera. Quelle peculiarità, quelle sfumature che ci sovvengono ogni qualvolta chiudiamo gli occhi e riportiamo alla mente scene, immagini, parole, frasi, pensieri che hanno emozionato i nostri sensi.
Chardin è uno di quelli che permane indelebile nella memoria visiva, un artista i cui sussurrii, ascoltati con attenzione, rivelano la bellezza e la semplicità del suo animo.
È un artista che non si stancherà mai di cercare la perfezione dei colori, delle luci, delle ombre, degli effetti luminici, studiando l’armonia che la natura offre spontaneamente e che lui cercherà ritrarre così come la vede, tele che farà e rifarà anche due tre quattro volte. La sua pennellata indaga l’equilibrio, la giusta proporzione, si affanna a captare, nella staticità dei suoi elementi, un movimento che non riesce, e forse non vuole, raffigurare. Così ritraeva ciò che aveva davanti, semplificando e selezionando, pretendendo la massima verità.

Giro lentamente per le sale, avanti e indietro, ritornando spesso sui miei passi per confrontare, rivedere, esaminare, sale in cui l’azzeccato colore delle pareti e la giusta illuminazione permettono assaporare nei dettagli i suoi quadri.
Mi soffermo sul primo periodo, sulle sue nature morte, quelle che, di primo acchito, possono sembrare forzate, dure, immobili, ma che alla fine si rivelano piene di eleganza, di musicalità, nature morte che parlano, appunto, della morte. Lepri, salmoni, pernici, pavoni, conigli, e via dicendo, vengono immortalati, a mio avviso, come rappresentazione della caducità della vita. Parole e pensieri che emergono da: Due conigli e una pernice grigia con carniere e sacca per polvere da sparo (1731), o Lepre morta con sacca per polvere da sparo e carniere (1728-30), o ancora Lepre morta con fucile, carniere e sacca per polvere da sparo (1728-1730), tele in cui il mormorare della morte è evidente, tele da cui si possono trarre riflessioni sulla fugacità della vita; impressioni che restarono nella mia memoria.
Vado avanti, inizia il secondo periodo, un tempo dedicato alla figura umana. Chiamo mia moglie, che mi accompagna, e le segnalo qualche quadro: Un giovane scolaro che disegna (1733-34), in cui un fanciullo ricopia con attenzione una figura che ha davanti a sé; Signora che prende il tè (1735), una giovane donna assorta a contemplare una fumante tazza di tè; Bambina che gioca col volano (1737), dove una delicata fanciulla è immersa nei suoi pensieri; Il bambino con la trottola (1737-38), in cui un ragazzo guarda con insistenza il suo giocattolo girare. Le rivelo la mia percezione: tutti quadri in cui i soggetti sembrano solo e unicamente concentrati in quello che fanno, come se il mondo a loro intorno non esistesse, una perfetta attenzione, riflesso del carattere del pittore. Concordiamo. Dopotutto, lo stesso Chardin, accusato di essere lento, rispose una volta: “Impiego tanto tempo perché d’abitudine non mi separo dalle mie opere se non quando, ai miei occhi, non lasciano più nulla da desiderare”. Aveva bisogno del tempo necessario per concentrarsi e completare il lavoro con estrema accuratezza prima di darlo via.
Chardin è il pittore della concentrazione!

Riportava Charles-Nicolas Cochin che un giorno un artista si vantava del suo metodo per purificare e perfezionare i suoi colori, al che Chardin, che lo considerava freddo nell’esecuzione, gli rispose: “Ma chi vi ha detto che si dipinge con i colori? Ci si serve dei colori, ma si dipinge con il sentimento”.
Di tutto questo e altro parlano i suoi quadri, di quel mondo assorto in sé stesso, di quel mondo che cerca l’armonia, di quel mondo ordinato e preciso, silenzioso o di poche parole, spesso assente o trasognante, spesso troppo serio. In pochissime tele i personaggi sorridono, Ritratto di un ragazzo (1777) e Ritratto di una fanciulla (1777) sono forse le poche eccezioni in cui due ragazzi accennano a un sorriso: la vita di Chardin era alla fine. Morirà proprio qualche anno dopo, nel 1779, all’età di 80 anni, in una camera del Louvre offertagli tempo prima da Luigi XV.

Esco dal Palazzo dei Diamanti, è quasi mezzogiorno, un pensiero si muove per la mia mente: Chardin era anche il pittore delle piccole gioie quotidiane!


Inganni ad arte, il trompe l’oeil a Firenze

Dicono che la vita è un’illusione, dicono anche che la vista può essere ingannata, dicono inoltre che gli artisti ne sono esperti. Trompe l’oeil si chiama quest’arte, sebbene alcuni la trattino ingiustamente come arte minore, arte frivola, quest’arte, dicevamo, che riesce a confondere facilmente i nostri sensi, i nostri occhi, a riverlarci una verità che forse non esiste, una verità forse distorta.

Un ragazzo, suppongo spagnolo, con gli occhi spalancati, un piede quasi fuori dal quadro, con una sottile camiciola mi aspettava. Un quadro del 1874, In fuga dalla critica, del pittore catalano Pere Borrell del Caso (1835-1910), una tela in cui il giovane sembra realmente uscire dalla cornice, una pittura provocatrice al punto tale che mi avvicinai e gli sussurrai: fuggi! Un’opera che vuole essere “una metafora dell’arte stanca di sottostare immobile e indifesa ai giudizi critici”. Il ragazzo incarna, dunque, la voglia di scappare da questo ancestrale e spesso deleterio status quo.
Ma l’attrazione simpatica della prima sala è una grassoccia donna di mezza età vestita con una colorata camiciola stile hawaiano, che trattiene un passeggino pieno di pacchi, in cui un bambino sembra sonnecchiare. Stavo lì a guardare il quadro di cui sopra e non mi resi conto che quella figura in penombra non era una persona in carne e ossa, ma un meraviglioso lavoro dell’artista americano Duane Hanson (1925-1966), Donna con bambino nel passeggino (1985), lavoro tanto realistico che travisa con facilità la nostra visione della realtà. Mi soffermai un paio di minuti assorto, cercando di carpire l’iperrealismo di questo maestro che mi aveva ingannato.

A Firenze, nello storico Palazzo Strozzi, è in corso una bellissima mostra, sino al 24 gennaio 2010, dedicata proprio a meravigliare l’occhio, un itinerario che spinge il visitatore a indagare, a scoprire dove sta l’imbroglio, a toccare con mano, addirittura, in una sala dedicata alla sperimentazione.
Secoli di arte proposti davvero in maniera elegante, semplice, in una maniera che incuriosisce. Dalla natura morta all’autoritratto, dalle sculture al legno intarsiato, una deliziosa scorpacciata che per digerirla bisogna andare piano, lenti, a passo di formica, assaporando ogni singolo pezzo.
Non desidero togliervi le tante sorprese, ma altre due devo raccontarle, perché hanno avuto su di me un effetto dirompente.
Una è l’incantevole tela di Johannes Wumpp o Gumpp (1626-notizie fino al 1646), del 1646, Autoritratto. Il pittore, guardandosi in uno specchio ottagonale, dipinge con cura il suo viso. Elegante il gioco dei rimandi: lo vediamo di spalle rispecchiato mentre abbozza il suo ritratto. Inoltre: per rendere la scena realistica al massimo, un cane e un gatto sembrano litigare, mentre sul tavolo oggetti di vita quotidiana completano l’insieme. Sostai a lungo, trattenendo il respiro per meglio entrare nella dinamica, per meglio confondermi con il palpitante alito del quadro.
L’altra sorpresa fu il quadro di Gerrit Dou (1613-1675), pittore allievo di Rembrandt, Autoritratto con tenda verde, 1645 ca. Ciò che realmente colpisce è la tenda appesa da un’asta color bronzo, asta applicata in una finta cornice nera. La figura, in tal modo, sembra ancor più veritiera, in quando più profonda e più intrigante, profondità che ricalca anche il grande libro sporgendo dal davanzale della finestra. E ricordo che pure il Tiziano aveva usato tale motivo, quello della tenda, – Ritratto dell’arcivescovo Filippo Archinto, 1556-1558 ca. -, ma il contesto era ben differente.

Mi fermo. Vi suggerisco visitare la mostra.

 


Impruneta, una terracotta che non tramonta

Mostra, ImprunetaLavorare la terracotta a mano, con passione, esperienza e tradizione, è arte, arte millenaria che si può far risalire, nel nostro Paese, addirittura agli Etruschi, ma forse anche prima. E Impruneta ne è eccellente modello.
A poco meno di mezz’ora di auto, lentamente e senza fretta, ammirando le piacevoli e sinuose colline toscane, fermandosi a chiacchierare qua e là con qualche anziano, percorrendo la piacevole strada del Chianti, a mezz’ora d’auto da Firenze, dicevamo, c’è la splendida cittadina di Impruneta, storica per il suo cotto. Nella quale città sono andato, qualche giorno fa, a visitare la mostra il cui titolo dice tutto: Il cotto dell’Impruneta, maestri del Rinascimento e le fornaci di oggi, ospitata nella Basilica di Santa Maria e Loggiati del Pellegrino. Mostra aperta sino al 26 luglio 2009, che invito a conoscere, anzi a degustare con somma attenzione.Donatello (attribuita), Madonna col bambino, 1420- 1430 ca.
Anche perché, gradevole regalo, ebbi a scoprire lavori di Luca della Robbia, Madonna col Bambino del 1430 ca., il cui volto di Lei, sicuro e forte, sembra rassicurare un Figlio dolcemente immusonito, o di Andrea del Verrocchio, con un San Gerolamo penitente, 1470-1480 ca. a lui attribuito, forse eseguito per esercizi di anatomia, o ancora una superba Madonna con il Bambino pare del Donatello, del 1420-1430.
Girando per la sala, con gli occhi pieni di stupore e sorpresa, incontro un’altra Madonna col Bambino, stavolta attribuita a Filippo Brunelleschi, 1405 ca., policroma, bella, dolce, sensibile, deliziosa: aggettivi che ben poco possono descrivere le sue qualità E molti altri capolavori arricchivano l’esibizione.
Nanni di Bartolo, Sant'Antonio Abate, 1450 ca.Ma il cotto imprunetino ha contribuito a edificare, spesso in simbiosi con il legno, costruzioni famose e meno famose, da case a monumenti, da chiese ad abbazie, da palazzi a cattedrali. Esempio ne è la cupola di Santa Maria del Fiore, a Firenze, dove Brunelleschi in un Concorso del 1418 diceva, fra le altre cose, dover adoperare ben tre milioni e mezzo di mattoni. Per non dimenticare il Campanile della Collegiata di Pietrasanta, in Toscana, la cui alta torre è stata realizzata da Donato Benti con laterizi provenienti proprio da Impruneta. Prove come queste se ne possono trovare a centinaia, come centinaia sono ancora oggi i cotti che escono da quelle ancestrali fornaci che ben poco hanno cambiato in aspetto e metodo di lavoro.Vasi, Impruneta
Da buon amante del giardinaggio, quale sono, non posso far a meno ricordare i bei vasi decorati, i goffi orci, le delicate anfore, le giganti ciotole e via dicendo, che arricchite da fiori e piante allietano la nostra vista e spesso anche il nostro palato.
Una tradizione, un’arte che, malgrado le nuove tecnologie, perdura nel tempo e sembra tetragona ai colpi della modernità.


I Della Robbia, tre generazioni ad Arezzo

Diciamolo chiaro e tondo, non c’è Paese al mondo che abbia maggiore concentrazione di opere d’arte quanto l’Italia. Artisti come Masaccio, Pinturicchio, Donatello, Michelangelo, Leonardo, Caravaggio, Filippo Lippi, Verrocchio, Raffaello, Giotto, Canova, e centinaia di altri, hanno lasciato un tesoro incommensurabile, un patrimonio artistico che tutti ci invidiano e che esalta la nostra terra.

Museo statale, ArezzoEbbene, dopo il grande successo di qualche anno fa dell’esposizione dedicata a Piero della Francesca, adesso lo splendido Museo statale d’Arte Medievale e Moderna di Arezzo ha da poco inaugurato una mostra che raccoglie tre generazioni di maestri, la famiglia della Robbia, le cui opere sono presenti in buona parte dell’Italia. E proprio nella mia città, Pistoia, abbiamo diversi esempi della loro grandezza, come sul loggiato del Duomo, una lunetta di Andrea della Robbia che rappresenta la Madonna col Bambino e Angeli, o nella chiesa di San Giovanni Fuorcivitas, dove Luca maneggia in modo esemplare la creta dando vita a una illuminata Visitazione (1445).

Ma andiamo con calma, magari con la stessa calma del treno che mi portò, qualche giorno fa, da Firenze ad Arezzo e il cui ritardo mi permise approfondire qualche mia lettura.

Luca della Robbia (1399/400-1482), dunque, della terracotta policroma invetriata sembra esserne il padre, il primo artefice conosciuto nell’Italia che usciva dal Medioevo per affacciarsi alla finestra del Rinascimento. Il nostro artista, che iniziò a lavorare accanto a Donatello e che condusse la ceramica da arte minore ad arte comparabile alla pittura e alla scultura, si distinse per eleganza, finezza, soavità, leggerezza. I visi delle sue Madonne, così come dei Bambini, hanno una grazia insita, risaltano per una decisa armonia, per una brillantezza che sembra richiamare la luce divina, quella luce che solo un artista dal buon cuore poteva dare. Sì, buon cuore, giacché le mani sono veicolo dei nostri sentimenti, ed emozioni e passioni sono il risultato del nostro carattere e quello sensibile di Luca lo porta a modellare in una maniera che incanta i nostri sensi. Luca della Robbia, Visitazione, 1445 ca. Chiesa San Giovanni Fuorcivitas, Pistoia

Pertanto, passeggiando lentamente per le sale del museo, mi soffermavo su un Ritratto di giovanetto (1445 ca.), un innocente e dolce volto di un ragazzo, su una Madonna col Bambino che stringe un pomo (1440-’45), in cui la pensierosa espressione della Vergine cattura immediatamente i nostri occhi, così come quella di un giocoso Gesù che stringe fra le mani una mela; poi ancora guardavo da tutti gli angoli un’altra Madonna con Bambino fra i santi Stefano e Caterina d’Alessandria e il podestà Brancadori (1428), opera giovanile: alcune delle tante terrecotte luchiane dove l’attimo è perpetuato dal vivace palpitare della ceramica. I colori che usualmente adoperava erano il blu cobalto, detto poi blu robbiano, per il fondo, il bianco o l’avorio per le figure, qualche volta il verde e il giallo per i festoni e le decorazioni. Luca sarà presente proprio in quel meraviglioso periodo in cui personaggi come Filippo Brunelleschi (1377-1446), Lorenzo Ghiberti (1378-1455), Donatello (1386 ca.-1466 ca.), Paolo Uccello (1397 ca.-1475), Masaccio (1401-1428), Michelozzo Michelozzi (1396-1472), e via dicendo, misero piede per onorare una terra che si preparava a un nuovo risveglio. 

Vado avanti, cambio sala, seguendo quel continuum che è anche dell’arte, così come della storia, dove l’esperienza e l’insegnamento del passato sono tesori per un miglioramento artistico.

Andrea della Robbia, Madonna col Bambino e angeli, Cattedrale, PistoiaAlla morte di Luca, il nipote Andrea (1435-1525) prende le redini della bottega di via Guelfa a Firenze, e segue gli insegnamenti che già da bambino aveva ricevuto proprio dallo zio, raggiungendo un lusinghiero successo e una fama che perdura sino ai giorni nostri. Perfeziona la tecnica dell’invetriatura, amplia la gamma dei soggetti, prepara nuove forme. Le sue doti sono altresì imprenditoriali, dando uno stampo protoindustriale all’azienda: prodotti di sua fattura si trovano in gran quantità in Toscana e Umbria, sebbene qualcuna sia giunta addirittura a Trapani, nella chiesa di Santa Maria di Gesù, o a Militello, vicino Catania, presso il Santuario di Santa Maria della Stella, ma anche oltre i nostri confini. Tutti lavori che, affrontando le intemperie, sopravvivono orgogliosi al passare del tempo, lavori degni di altissima lode: l’immobile vista del Ritratto di un fanciullo (1465), il Condottiero (1470 ca.), dove il deciso sguardo è sottolineato da marcate rughe e nere sopracciglia, mentre l’elmo identifica il carattere fermo e deciso dell’uomo, Santa Maria Maddalena (1510), i cui lunghissimi capelli coprono il nudo corpo, la triste scena de Il martirio (1490), la ferocia de La decollazione di santa Caterina (1500), il prezioso Arcangelo Michele (1478-79), e tantissimi altri che vale la pena assaporare con calma. Le ultime opere di Andrea risentono del fervore religioso di fine secolo, delle prediche del frate Savonarola, frate che questi ammirerà. E allora le sue figure saranno più semplici, meno policromate, rigide, ferme, poco vivaci. Ma tutto ciò non toglie nulla alla bravura del nostro, dà invece un diverso senso religioso alla sua arte, un concetto di primitiva spiritualità. Giovanni della Robbia, Visitazione, Ospedale del ceppo, Pistoia

Si sa, la terza generazione è abitualmente quella che conclude un percorso. I figli di Luca andranno avanti con l’arte plastica, Giovanni - di cui Pistoia conserva il fregio presente all’Ospedale del Ceppo raffigurante la Visitazione -, Marco, Francesco, Luca il giovane, Girolamo, appunto quella terza generazione che giungerà sino a quasi fine XVI secolo. Poi, la gloria di un passato!

Non mi dilungo, lascio solo l’invito di affrettarvi a godere della bellissima mostra, che alberga altresì stupende opere dei loro concorrenti, i Buglioni, e tante altre che non possiamo dimenticare.

I della Robbia lo meritano.

***** 

 


Altri articoli relativi a mostre:

- Il Pinturicchio ritorna a Perugia;

- Il Canova e l’introspezione;

- Vincent van Gogh e la liberazione dell’anima.


Il Canova e l’introspezione

Il bello è dato dalla varietà nella semplicità:

questa è la pietra filosofale che gli artisti debbono ricercare

e che pochi di essi riescono a trovare 1.

Canova a Forlì, febbraio 2009Vi sono due elementi, a mio avviso, da considerare nell’eterna grandezza di un’opera d’arte: la bellezza e la grazia. Da un lato la ricerca del bello, avvicinandosi alla perfezione della natura, esalta e risalta l’armonia dei sensi, d’altra parte la grazia è una sensibile eleganza. Ed entrambe possono venire da una conquista interiore, dalla conoscenza di noi stessi.

Ma andiamo con ordine e sistemiamo gli appunti che ho preso il giorno della mia visita a Forlì.

Sveglia mattiniera quella del 6 febbraio: ne valeva davvero la pena. Per un amante dell’arte, alzarsi alle 4 del mattino non è mai stato un problema: desideravo visitare la mostra che i musei di San Domenico di Forlì dedicano ad Antonio Canova (1757-1822), maestro neoclassico che mi affascina sempre di più.

Durante il viaggio pensavo alle qualità di un vero artista, a quelle qualità che tutti abbiamo innate, ma che pochi riescono a ben palesare, e quei pochi lo fanno tramite le parole, poeti, scrittori, come Dante, Montale, altri pochi attraverso la pittura, Raffaello, van Gogh, altri pochi ancora attraverso la scultura, Michelangelo, Canova, e via dicendo. Ecco allora uscire fuori quelle particolarità, dono divino, che spesso, per forza naturale, per forza dell’ispirazione hanno il bisogno di materializzarsi, prendere forma fisica.

Ancor più, codesto regalo della natura viene meglio manifestato se l’artista ha la capacità dell’introspezione, di quell’introspezione che lo porta all’armonia della coscienza, a un’euritmia che, alla semplice vista di noi comuni mortali, diventa appagamento dei nostri sensi. E Canova possedeva quella magia che gli permetteva esprimere le sue doti artistiche attraverso l’arte del bello e della grazia, due diversi, ma complementari, attributi, che distinguono le sue sculture.

Così  pensando giunsi a Forlì, con ben dieci minuti di anticipo: alleluia, avrei avuto più tempo, giacché il mio ritorno era previsto per il primo pomeriggio. Ebe, Antonio Canova, 1816-1817.

Entro e scorgo improvviso due mastodontiche figure, Creugante (1795-1806) e Damosseno (1795-1806), che aspettano il visitatore per proteggerlo. Ma l’elemento caratterizzante che mi conquista è il trinomio Francesco Hayez (1791-1882) e Ugo Foscolo (1778-1827) che con Canova vanno mano nella mano e ci accompagnano nel nostro itinerario. Mi soffermo a sbirciare Erma della Filosofia (1818-1819), ricevendomi con un leggero sorriso, un volto dolce e sensibile, così come l’Erma di Maria Luigia d’Asburgo (1822). Seguo, cella dopo cella, angolo dopo angolo, stanza dopo stanza, affascinato da tanto incanto, da tanta piacevolezza, da tanta nobiltà d’animo. E allora ricordo d’aver letto in un Panegirico di Pietro Giordani del 1810, che il Canova era:

La persona sottile e agilissima: gli occhi profondi scintillanti, nobilissimi, danno subito la certezza dell’attivo e veloce ingegno che non riposa mai, nella fronte vedi l’uomo sublime, sulla bocca l’Affettuoso; come anima sommamente sensitiva e sincera, mutabilissimo il volto 2.

L’anima sensitiva e sincera si rivela, altresì, in Ebe (1816-1817), che quasi in volo, sembra poggiare e non poggiare sulla fugace Terra. Osservo i piedi, le mani dalle affusolate dita, mi allungo un po’ per avvisare i dettagli  delle unghie. Non meno mi attrae Amore e Psiche stanti (1800-1805), in cui Amore adagia soavemente una farfalla sulla mano sinistra di Psiche: che grazia! Che dire del suo braccio che avvolge delicatamente le spalle di Amore! Ecco il sublime dell’arte, ecco la magnificenza del Canova: coinvolgerci nella sua pace interiore, pace che placa i nostri grezzi pensieri affinché possiamo godere del bello. L’amore non è carnale, non è fisico, mai lo è stato, l’amore è puro, è spirituale, è parte di un’armonia che racchiude e pregna l’universo. Solo colui che conosce i suoi più intimi segreti riesce a raggiungere tali livelli, e Canova ci riesce. Lo stesso Flaubert, quando vide quest’opera, sembra avesse detto: Non ho più guardato altro.

Ugualmente in Amore che risveglia Psiche con un bacio (1787-1793) o in Danzatrice con le mani sui fianchi (1812) si ha bellezza e grazia, si ha una sapiente eleganza, si ha stile, si ha equilibrio dei sensi.

Antonio Canova, La Maddalena penitente, 1809I miei occhi si riempivano come calice di buon vino, di buon vecchio vino, estasiati, desiderosi di andare avanti, ma nello stesso tempo volevano fermarsi per ore ad ammirare ogni singola opera. Mi ero addirittura dimenticato di avere due amici con me, Hayez e Foscolo, che di tanto in tanto attiravano la mia attenzione su un dettaglio, su un particolare. Hayez mi commosse mostrandomi la sua Maddalena, proprio accanto alla Maddalena (1805-1809) scolpita dal Canova, mentre il poeta incantato dalla Venere Italica (1811) scriveva a Isabella Teotochi Albrizzi in una lettera del 15 ottobre 1812:

… quando io la rividi a Parigi [la Venere de’ Medici], l’adorai per più giorni e non sapeva staccarmene: nondimeno era divota e meravigliosa adorazione, non altro. Ma quando vidi questa divinità del Canova, me le sono subito seduto vicino, con certa rispettosa domestichezza… ho sospirato con mille desiderii e con mille rimembranze nell’anima: insomma, se la Venere de’ Medici è bellissima dea, questa che io guardo e riguardo è bellissima donna; l’una mi faceva sperare il Paradiso fuori di questo mondo, e questa mi lusinga del Paradiso anche in questa valle di lagrime 3.

Trascorsi tre indimenticabili ore, sbirciando anche gessi, bassorilievi, bozzetti, disegni e dipinti del nostro artista, di quell’artista che aveva lavorato con le mani ciò che prima aveva lavorato in sé stesso tramite l’introspezione, con un profondo studio intimo. Perché solo conoscendo il proprio intimo si può raggiungere la più alta perfezione artistica. Ecco il mio Canova.

Le mie parole qua si fermano, riempite i vostri occhi di tanto splendore.

Canova è pronto. Grazie Forlì.

*****

1. Johann J. Winckelmann, Il bello nell’arte, Einaudi, Torino, 2008, pag. 46.

2. Mario Micheli, La scultura dell’Ottocento, UTET, Torino, 1992.

3. Marco F. Apolloni, Canova, Art Dossier, Giunti, Firenze, 1992, pag. 25.

- La prima foto è mia.

- La foto di Ebe e della Maddalena penitente sono prese dal bel sito della mostra.


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