Dec 202009
 

Periodo che caratterizzò principalmente l’Italia, il Rinascimento è considerato epoca di risveglio, epoca in cui l’uomo acquista coscienza del proprio essere, sviluppando in modo significativo la propria personalità.
Leggiamo cosa ci racconta Bianca Maria Rizzoli sulla moda di quel tempo.

*****

Lo sfarzo del Rinascimento
Chi non ha studiato a scuola la vita, il fasto, le feste, le battaglie delle Signorie italiane del Rinascimento? Il secolo italiano per eccellenza, imitato e invidiato in tutta Europa, dove parlare la nostra lingua era come parlare l’inglese oggi, ossia un segno di cultura con un pizzico di raffinatezza. La documentazione che ci è rimasta è notevole, sia attraverso gli scritti e le lettere, sia attraverso le magnifiche opere d’arte. Il gusto rinascimentale italiano, dal punto di vista della moda, durò per tutto il Quattrocento e parte del Cinquecento, quando l’Italia cadde sotto il dominio di Carlo V di Spagna, incoronato nel 1530 a Bologna imperatore del Sacro Romano Impero.
La pittura del tempo illustra in modo chiaro la ricchezza dei vestiti, che erano considerati un bene di grande valore, sia per i tessuti adoperati, sia per le fodere altrettanto preziose, sia per i colori, sia per le decorazioni in gemme e i ricami in oro che spesso li ornavano. Per fare una pezza di seta, occorreva inoltre un’enorme mano d’opera: tessitori, tintori, disegnatori, stampatori, ricamatori, orafi, battitori (che lavoravano le lamine in oro da attorcigliare sui fili di seta). Alcune parti delle vesti, come le maniche, erano talvolta così preziose che venivano staccate e rinchiuse dentro a forzieri, dal momento che non poche volte venivano rubate. Il distacco era reso possibile grazie al fatto che la manica quattrocentesca non era cucita al vestito, ma costruita in pezzi di stoffa uniti tra loro da cordoncini che terminavano in un puntale d’oro. Dai buchi sbuffava la camicia di lino ricamata. Maniche e vestiti erano lasciati in eredità, e i testamenti sono un’altra fonte importante di documentazione sulla moda dell’epoca.

Una gara di moda tra due sorelle
Le Corti italiane brillavano per lo sfarzo mondano e la ricchezza che esibivano anche nelle vesti. Due donne in particolare furono considerate tra le più eleganti e raffinate d’Italia: Beatrice d’Este (1475 – 1497) moglie di Ludovico il Moro, signore di Milano, e la sorella Isabella (1474 – 1539) sposata a Francesco Gonzaga, marchese di Mantova. Come si vede dalle date Beatrice morì di parto giovanissima, mentre Isabella fu considerata una delle donne più colte e raffinate del Rinascimento. Beatrice era una ragazza vivace, allegra e capricciosa. Lo storico Paolo Giovio la considerava severamente come una donna superba “e di grandissima pompa”. Ma Beatrice amava talmente i vestiti che se li inventava da sola, passando le notti a cucirseli, con grande creatività personale e un notevole gusto teatrale. Il marito Ludovico ne era deliziato. La sorella Isabella, che pure non era da meno per eleganza, le metteva alle calcagna degli informatori per sapere quali modelli indossava. Ad esempio, Bernardino Prosperi le descriveva in una lettera una ricca veste cremisi ornata di fiocchi d’argento filato, indossata da Beatrice per carnevale. Con tale abito è probabilmente raffigurata sulla scultura tombale su cui giace assieme al marito, ora conservata nella Certosa di Pavia. Non meno sfarzosi gli abiti da lei indossati dopo le nozze con Ludovico il Moro. Pur essendosi portata dietro un ricchissimo corredo personale, si fece fare ben altri 84 vestiti descritti maliziosamente dal Prosperi alla sorella come “una sacrestia apparata di piviali”.

Anche le feste erano occasione di sfoggio. Ad una delle più famose, “La festa del Paradiso”, con marchingegni scenici inventati da Leonardo da Vinci, Isabella comparve in due balli alla spagnola con una giubba di broccato d’oro, ornamenti d’ogni colore che usavano in Spagna, e un mantello di broccato bianco (tessuto in seta). Nei balli alla “moresca” invece ci si appendevano campanelli ai vestiti. Coltissima, Isabella amava inventare motti e ricamare sugli abiti imprese personali. Le imprese, da non confondersi con le insegne araldiche, diffusissime nel Rinascimento, erano un modo per affermare la personalità del signore attraverso simboli e frasi che potevano essere cambiati. Isabella amava farsi cucire note musicali sulle vesti, oppure lacrime. Aveva inoltre come motto personale “Nec spe, nec metu” (Né con speranza né con timore) frase che fa intravvedere la forza di questa donna, ammirata in tutta Italia, che seppe reggere con abilità diplomatica il marchesato di Mantova dopo la morte del marito. Anche a lei si devono invenzioni di moda come la Capigliara in uso tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento, una specie di turbante a metà fra la cuffia e l’acconciatura portata molto indietro sulla testa, in modo da mostrare la fronte e l’attaccatura dei capelli.

Bianca Maria Rizzoli.

*****
Altri articoli di Bianca Maria Rizzoli, qua.

Dec 102009
 

Già lo sappiamo, la Storia è un continuum, una lunga serie di avvenimenti legati l’uno all’altro, fatti che hanno una dipendenza, una conseguenza, prodotto e causa indissolubili. E sebbene questo blog tratti principalmente di Storia moderna, mi è sembrato utile capire quale fu lo sviluppo della moda di fine XIX secolo, cosa accadde particolarmente dopo la fine della Seconda guerra mondiale. La professoressa Bianca Maria Rizzoli ne fa un quadro davvero interessante.

*****

*****

Gli storici dell’infanzia, supportati dalla documentazione e dalle opere d’arte d’epoca, sono tutti d’accordo: fino all’Ottocento e in genere nei secoli passati, i bambini erano considerati con indifferenza e l’infanzia non era considera uno stadio umano di sviluppo particolare, diverso dalla vita adulta. Si passava inoltre dall’infanzia alla maturità senza vie intermedie, spesso con una cerimonia che implicava un nuovo taglio di capelli e un abito diverso da quello infantile. All’inizio dell’epoca moderna (fine Quattrocento) solo la differenza di statura contrassegnava il sesso dei bimbi che, fino a quando non potevano camminare, erano nascosti da una lunga sottana che arrivava fino ai piedi, mentre un girello o due briglie legate alla vita, permettevano di non farli inciampare. In un momento indefinito, attorno ai 4 – 5 anni il bambino diventava improvvisamente adulto, e – se maschio – indossava perfino stivali, parrucca, bastone, – se femmina – era sottoposta al busto e alle sue torture. L’educazione a livello aristocratico era rigidissima: il maschio doveva almeno studiare latino, matematica, retorica e le frustate non mancavano, mentre la femmina doveva imparare fin da piccola a coltivare ricamo, musica, canto, bellezza. Non sempre sapeva leggere ma la cosa aveva importanza relativa, perché il suo futuro scopo sarebbe stato fare figli. I bimbi poveri andavano a lavorare prestissimo per aiutare a sfamare le molte bocche della famiglia, ed erano vestiti di stracci.

Il Novecento mitigò parzialmente questo stato di cose, ma una vera e propria moda giovanile nacque solamente dopo la seconda Guerra mondiale, quando irruppero in Europa le prime novità statunitensi. I teen-agers americani frequentavano posti di ritrovo come sale da ballo e coffee bar; in questi ambienti i giovani si radunavano attorno ai juke box, ballando il rock ‘n roll che richiedeva abiti sciolti e facili da portare. Essi cominciarono a distinguersi dagli adulti anche per l’abbigliamento: blue jeans, maglioni larghi o stretti (a quell’epoca la maglia era considerata in Europa un capo “povero”) sneakers (scarpe da ginnastica) giubbotti impermeabili mutuati dalle uniforme dell’aereonautica inglese, i cosiddetti bombers, evoluzione della giacca a vento dei piloti della Royal Flying Corps. Anche il Montgomery ebbe successo: questo robusto cappotto militare in panno col cappuccio e chiuso da alamari era portato dall’omonimo generale durante la guerra, ed è ormai diventato un classico.

Tuttavia questa moda poco sofisticata e molto pratica esplose in Europa con i film di Jeames Dean (tra tutti ricordiamo “Gioventù bruciata”del 1955) e di Marlon Brando, che sedusse le platee europee interpretando la parte di Johnny ne “Il selvaggio” (1953), dove cavalcava una moto di grossa cilindrata e indossava un giubbotto di pelle (detto poi chiodo) e un paio di jeans. Fino ad allora completamente sconosciuti in Europa, i jeans fecero fatica ad affermarsi in modo massiccio per la sinistra fama che li accompagnava. Eppure erano nati in America come abito da lavoro da un geniale commerciante, Levi Strauss, che aveva utilizzato un robusto fustagno tinto di indaco di origine genovese, marcandolo con rivetti metallici nei punti di giunzione delle doppie cuciture. Un altro idolo dei giovani, Elvis Presley conquistò il mondo giovanile con la canzone “Blue suede shoes” (le scarpe scamosciate blu) che ironizzava contro l’ossessione per il look. Ciononostante i cosiddetti Teddy boys, un genere di gruppo formatosi in America ma codificato in Inghilterra, fecero di queste scarpe dalle suole molto alte e dalla tomaia decorata vistosamente parte della loro uniforme, che per il resto comprendeva giacche lunghe, cravattini striminziti e capelli a ciuffo accuratamente acconciati con la brillantina. Altre bande giovanili europee non esitarono ad accogliere immediatamente i nuovi capi che finalmente, creavano un’identità giovanile diversa da quella degli adulti. Il fenomeno fu, dal punto di vista storico, di una importanza capitale. La moda cominciò ad essere imposta dalla strada e non dalle grandi sartorie: per la prima volta nella storia del costume le masse facevano opinione.

Attorno al 1960 le gonne femminili arrivavano solitamente al ginocchio: il cinema italiano imponeva ancora la figura della “maggiorata fisica” e la donna giovane si vestiva un po’ come sua madre. Nello decennio in questione l’Inghilterra cominciò a scalzare la Francia dalla sua posizione predominante nel campo della moda. A Londra si aprirono negozietti (boutiques) con abiti pronti e di basso prezzo che ebbero un enorme successo. Antesignane di questo tipo di abbigliamento diretto al mondo giovanile furono Biba (al secolo Barbara Hulanicki) e Mary Quant. La seconda in particolare avrebbe inventato la minigonna – anche se il fatto le è stato contestato dal sarto parigino Courrèges -, i collant colorati che sostituivano calze e reggicalze, gli abiti in materiale audace come il PVC (cloruro di polivinile), le magliette a coste (dette skinny ribs). Intanto si andavano diffondendo nell’uso femminile anche i pantaloni, prima di allora aspramente censurati. Nessuno più si scandalizzò come agli inizi del secolo, quando le donne in pantalone erano caricate sui cellulari della polizia.

Fiutando il nuovo vento, le case di moda tentarono di avvicinarsi al mondo giovanile inventando abiti spaziali, parrucche sintetiche colorate, abiti unisex, abiti alternativi come quelli di Paco Rabanne, che non usava ago e filo ma pinze e lamine di plastica o metallo e fogli di carta. Intanto si stava registrando anche un mutamento dell’immagine femminile: alle donne formose e sofisticate degli anni ’50 si andavano sostituendo ragazzine incredibilmente smagrite come le indossatrici Twiggy (ossia grissino) o Jean Shrimpton, che a soli 17 anni compariva già su importanti testate di moda come Vogue o Harper’s Bazaar. Ma gli anni Sessanta, soprattutto verso la fine, furono anche un periodo inquieto: si andava diffondendo la contestazione giovanile, spesso portata sull’onda della musica Rock. In California un ristretto gruppo di intellettuali, detta poi “beat generation”,  inventò una nuova filosofia di vita che voleva la libertà ad ogni costo, anche con l’uso di droghe o  allucinogeni, di cui allora non si intuivano i dannosissimi effetti. Il movimento giovanile statunitense Hippy si diffuse con la stessa filosofia, auspicando una vita di pace e fratellanza e il rifiuto totale della guerra. La loro città di riferimento era San Francisco.

In Inghilterra questo fenomeno fu interpretato dalla musica beat: anche nel vestire da uomo ci fu un totale rifiuto del classico abito maschile borghese. I Beatles indossarono uniformi colorate, giacche eskimo, pantaloni stretti e corti, stivaletti alla caviglia. I Rolling Stones, più arrabbiati, scelsero pantaloni e camicie di satin, collane, bracciali, e portarono per la prima volta in scena in trucco. Entrambi i gruppi lanciarono la moda dei capelli lunghi maschili, che fece enorme scandalo.

Nel 1968 studenti e giovani del “Maggio francese” scesero in piazza rivendicando il rifiuto del potere borghese e indossando ancora una volta abiti alterativi. Oltre a quelli già nominati comparvero le “Doc Martens”, ossia robusti stivali al polpaccio con suola spessa, allacciati sul davanti. Inventati nel 1945 dal dottor Martens per dare conforto ai piedi, diventarono parte dell’uniforme degli skenheads inglesi che in quel periodo non avevano ancora una connotazione socio-politica. Nel 1969 a Woodstock nello stato di New York, all’apice della diffusione della cultura hippy, fu tenuto un festival di tre giorni a cui parteciparono importanti popstar. Jimi Hendrix salì sul palco per ultimo, camicia colorata, bracciali, bandana, in due ore di straordinaria performance ma col campo ormai semivuoto.

Negli anni Settanta la moda fu all’apice della confusione, non riuscendo mai nel tentativo di seguire e catturare le tendenze giovanili. Infatti, nell’aprile del ’76, Elle, prestigioso settimanale femminile francese, titolò così la sua copertina: “Chi fa muovere la moda?”. Stranezze, curiosità, abiti usati e abiti etnici comparivano e sparivano in un batter d’occhio. Non solo, con la moda si cominciò a fare politica: esisteva la divisa del contestatore di sinistra, abiti colorati e possibilmente usati, jeans sdruciti, occhiali da poco, borsa di cuoio, e quella del ragazzo di destra: Ray Ban, occhiali altamente protettivi e panoramici inventati nel 1920 per proteggere gli occhi degli aviatori, jeans firmati, scarpe Timberland. I movimenti femministi degli stessi anni rifiutarono l’eleganza convenzionale, ma adottarono gonne lunghe e fiorate, calzettoni, zoccoli e capelli arruffati. Uno dei profeti del nuovo look fu Elio Fiorucci, che aprì il suo primo negozio a Milano nel 1967, guardando a Londra e alle tendenze giovanili. Nel giro di pochi anni impose il suo marchio, i due angioletti vittoriani con gli occhiali e la sua moda, mal rifinita ma vivacissima, con zatteroni: mescolando il lycra elasticizzato al tessuto, inventò le prime tutine stretch.

Nel 1976 emerse la moda punk, essenzialmente legata al disagio giovanile delle grandi città, che mirava a scioccare utilizzando sacchetti di plastica, maglie e calzoni tagliati, catene, spille da balia, lamette e pettinature colorate in modo violento. Il loro gruppo rock di riferimento furono i Sex Pistols, che crearono controversie nella loro breve carriera, facendo sì che molti loro concerti fossero cancellati dalle autorità. Negli anni Ottanta infine si distinse la Moda gotica, in Italia detta impropriamente Dark. Caratteristica indispensabile era l’uso del nero, nei capelli, nello smalto per le unghie, nel trucco dal pallore spettrale ma con gli occhi largamente cerchiati di nero. Borchie, croci (lanciate da Madonna agli albori della sua carriera), piercing e catene fanno parte dell’iconografia. Questo tipo di abbigliamento è legato al vampirismo e al cosiddetto romanzo gotico: uno degli aspetti è la sensualità (gonne tagliate, calze a rete strappate) e il gusto della provocazione che collega questo movimento a quello dei punk.

Bianca Maria Rizzoli.

*****

Altri Articoli di Bianca Maria Rizzoli, qua.

Nov 282009
 

Cos’è la moda? Un semplice evento momentaneo, una caratteristica della Storia, una maniera di essere presenti, un modo di apparentare una determinata ricchezza, un distinguersi dagli altri? Bianca Maria Rizzoli ci parla del fenomeno moda.

*****

*****

La moda è un fenomeno talmente complesso che riesce difficile darne un’univoca definizione. La maggior parte degli autori ne traggono conclusioni sociologiche. La moda sarebbe (o sarebbe stata) un fenomeno che evidenziava la differenziazione delle classi sociali. In passato la cosa era molto più immediata da capire: per fare un esempio, il tessuto, che fino all’Ottocento era fatto a telaio ed era di origine animale o vegetale (lana, seta, cotone, lino, canapa), aveva prezzi diversi a seconda della provenienza, della morbidezza e della lavorazione. Anche il colore evidenziava la differenza sociale prima dell’invenzione dei coloranti sintetici. La porpora, che durante il periodo bizantino era destinata esclusivamente al Basileus (imperatore romano d’Oriente) era ottenuta dai murex, molluschi da cui si traeva una sola goccia di tintura. Si può facilmente immaginare come fosse preclusa per la sua rarità, alla gente normale o povera. Il rosso, che poteva essere ricavato anche da insetti come la cocciniglia, o da piante come la robbia e il brasile (un legno sudamericano detto anche verzino), in passato costava tanto che era completamente al di fuori della portata della plebe, che nel medioevo veniva chiamata, proprio per questo “gente grigia”. Cosimo de’ Medici il vecchio, cui un tale chiese come si sarebbe dovuto comportare un buon uomo di governo, rispose: ”Vesti di scarlatto e parla poco”.

Con l’avvento delle signorie, dei principati in Italia e degli stati nazionali d’Europa, le corti si ingrandirono aumentando in fasto e magnificenza. Ormai appartenere all’aristocrazia richiedeva un apparato sfarzoso che, oltre all’abbigliamento, includeva servi, palazzi, territori. Su questa grandeur aveva non poco influito la corte di Spagna, dove si era convinti di vivere in una glaciale superiorità. Per lunga tradizione i nobili erano certi che il potere di cui godevano derivasse direttamente da Dio, e il vestito stesso (siamo tra Cinquecento e Seicento) li trasformava in idoli, con l’aiuto di gorgiere, busti e guardinfanti che limitavano le movenze del corpo. Lo stesso scopo avevano le lavorazioni in oro e pietre preziose, i merletti e i ricami. A quell’epoca all’oro e pietre preziose si attribuivano poteri soprannaturali. Contemporaneamente la gente comune, che indossava per lo più stracci, era messa in caricatura, come si può ben vedere dai quadri dell’epoca.

La rivoluzione industriale inglese del Settecento, e la Rivoluzione Francese, modificarono solo in parte le distinzioni sociali di cui sopra. Durante l’Ottocento nemmeno l’apertura dei primi magazzini che vendevano moda pronta riuscì a inventare l’abbigliamento democratico, perché la borghesia, che era risultata vincente dopo gli sconvolgimenti rivoluzionari, al posto del concetto di “lusso” applicò quello di “stile”,  dedicato in particolare ai dettagli. Certamente una giacca fatta a macchina non aveva il medesimo stile di una fatta a mano: non gli stessi revers, lo stesso taglio, lo stesso aplomb. Per cui un gentiluomo o una gentildonna si riconoscevano per questo tipo di eleganza meno sfarzosa ed esibizionista, ma altrettanto costosa, nonché per la provenienza di abiti e accessori, che per l’uomo dovevano essere rigorosamente inglesi, e per la donna francesi. La nascita della professione di stilista, alla fine dell’Ottocento, permise un facile riconoscimento dell’abito di lusso, grazie ai giornali di moda che tenevano informato il pubblico sulle nuove collezioni, e grazie alla linea inconfondibile che avevano, per fare un esempio, abiti firmati Dior, Chanel, Saint Laurent.

Attualmente, il marchio in bella vista sui vestiti ha la stessa funzione, solo che, dal momento che il numero di persone che si può permettere un Armani anche usato è aumentato, la confusione si è moltiplicata. Non si può quindi che riprendere il vecchio proverbio: “L’abito non fa il monaco”. In modo più sottile, determinato dalla pubblicità e dal marketing, il marchio non designa una qualche superiore spiritualità, ma il gusto di abbracciare un tipo di filosofia di cui esso sarebbe l’elemento comunicatore. Le campagne di Benetton, con i ragazzi di ogni razza, il rifiuto della guerra e della violenza, la provocazione di mille colori, sono indirizzate a giovani che si identificano in un mondo pacifista, interrazziale, allegro libero e amichevole. Ulteriori elementi distintivi dell’abito servono a qualificare varie professioni, come il camice del medico, la toga del magistrato, ecc.

Anche le cosiddette culture “vincenti”, ossia quelle che hanno dimostrato una maggiore aggressività e una potenza tecnica ed economica più avanzata, sono state capaci di imporre il loro modo di vestire alle altre razze. Per fare un esempio, le mode americane hanno conquistato il mercato europeo dopo la seconda guerra mondiale, e le famose sneakers, le scarpe da ginnastica usate nei colleges, hanno cominciato ad entrare di prepotenza anche da noi. Per lo stesso motivo in Oriente si sono largamente diffusi gli abiti occidentali, e in Giappone il Kimono è quasi sparito, se non come abito da casa o indumento delle geishe. Infine, tipico fenomeno del nostro tempo, è l’entrata dei giovani nel mondo della moda avvenuta nel secolo scorso, all’inizio con indumenti di protesta come i jeans, l’eskimo, la T-shirt, gli abiti etnici ed usati. Abiti da contestazione, abiti femministi, abiti che rifiutavano il costume classico borghese e che esprimevano le esigenze di vivere in mondo diverso, furono conquistati dal mondo della moda, che li ha rilanciati come oggetti di elite stravolgendone completamente il significato originario, e obbligando contemporaneamente molti adulti ad indossarli per esibire una falsa giovinezza. La nostra moda di oggi è oramai determinata dalle multinazionali che ne hanno fatto un business, moltiplicando gli stili e la confusione, sfruttando il fenomeno della globalizzazione per imporre abiti costosi realizzati da mano d’opera a costo zero. La moda non è solo l’abito, ma tutto ciò che coinvolge il corpo. L’attuale ricerca della giovinezza a tutti i costi recluta industrie d’abbigliamento, palestre, fabbricanti di cosmetici e profumi, in un enorme giro d’affari di cui siamo tutti più o meno inconsapevoli fruitori.

Ma che dire dell’aspetto psicologico del vestito? Questo fattore è legato alla personalità del soggetto e al rapporto che ha con sé stesso e il proprio corpo e quindi, probabilmente, va indagato a parte per ogni individuo e ogni classe di età. Come si spiegherebbe altrimenti la differenza tra due signore settantenni, una col grembiulone e le scarpe basse, l’altra con i tacchi a spillo e il viso rifatto? Un divertente libretto purtroppo sparito dalla circolazione: “Il corpo incompiuto”, di Bernard Rudofsky ipotizza che in ogni caso l’essere umano ritiene che il corpo nudo non corrisponda a canoni estetici o espressivi soddisfacenti, e quindi sia necessario per l’uomo addobbarlo e trasformarlo in qualche modo, siano le cicatrici o le pitture corporali che si praticano ancora in Africa, sia il multiforme abito occidentale che conosciamo.

Bianca Maria Rizzoli

Nov 172009
 

Vi propongo un altro interessante articolo della professoressa Rizzoli sulla moda maschile nel XIX secolo.

******

Ottocento, fracLa moda ottocentesca è l’espressione del ceto borghese che dopo la rivoluzione francese conquistò il potere politico ed economico in Europa. Soprattutto l’abbigliamento maschile registrò un significativo e radicale mutamento, quasi una svolta epocale. Un look austero e rigoroso, con tagli semplificati, tessuti di panno robusto al posto della seta, e decorazioni ridotte al minimo, sostituì il frivolo abbigliamento barocco; in tal modo si volevano esprimere la serietà del mondo del lavoro, in contrapposizione all’ozio dell’oziosa aristocrazia, la praticità, la prudenza, il risparmio, l’ordine, tutti ideali saldamente ancorati nel mondo borghese Questo costume severo trovò la sua ispirazione in quello dei Puritani e dei Quaccheri. Il nuovo stile dell’abito maschile ebbe una patria: l’Inghilterra, che propose un’eleganza più pratica e civile, influenzata dai modi informali, dalla passione per lo sport e la vita all’aria aperta del gentiluomo inglese.

Due furono gli abiti informali introdotti: il frac, dapprima adottato per andare a caccia e per la vita in campagna, con falde molto arretrate e colletto alto, poi  portato di sera, per le occasioni eleganti. Oltre al frac fu creata la redingote, all’inizio una giacca usata per l’equitazione, la “riding coat”, ossia una lunga giubba a due falde e aperta sul dietro, che permetteva di stare comodamente in sella. Abbandonata la destinazione sportiva si trasformò in abito da città e da lavoro fino a prendere il significativo nome, dopo la metà del secolo, di finanziera.

Ottocento, Lord BrummelAntesignani del nuovo corso che puntava, per identificare il vero gentiluomo, sulla tendenza alla semplificazione e sullo stile furono in Inghilterra i Dandy: il più famoso tra loro fu George Brummel. L’edonismo esasperato del suo modo di vestire è diventato proverbiale e il suo motto: ”Per essere eleganti non bisogna farsi notare”, diventò legge per tutti gli uomini alla moda d’Europa. Anche grazie a lui la sartoria inglese fu ricercata in tutta Europa al punto che i più abbienti andavano in Inghilterra a comperarsi abiti ed accessori. Alcuni aneddoti sulla vita di Brummel ricordano il perfezionismo che impiegava nel vestirsi. In un’epoca in cui erano ancora di moda tessuti colorati impose il blu per il frac e il beige per i pantaloni. Pettinatura, guanti e cravatta dovevano corrispondere a canoni precisi: il dandy aveva tre parrucchieri, uno per la nuca, uno per le basette e l’altro per il resto dei capelli; i guanti erano fabbricati da due guantai, uno per il pollice, l’altro per le restanti dita. La cravatta doveva essere inamidata e annodata in modo inappuntabile: se un nodo non riusciva la buttava via e ne indossava un’altra; inoltre se la faceva stirare direttamente addosso con un minuscolo ferro che eliminava qualsiasi piega.

Dopo di lui gli elementi fondanti del guardaroba maschile furono per tutto il secolo: i pantaloni, il gilet e i soprabiti, senza contare gli accessori. Al termine della Rivoluzione francese l’uomo aveva adottato pantaloni lunghi, derivati dal mondo del lavoro e della marina, e che all’inizio furono considerati indumenti sovversivi. Il gilet o panciotto aveva la funzione di modellare il torace maschile, dandogli la convessità delle antiche armature. A volte se ne potevano portare due sovrapposti, uno bianco, uno fantasia. L’esposizione al Jardin des plantes a Parigi di una giraffa lanciò la moda del gilet “giraffa”, ornato con pomelli grigi.

Ottocento, paletotTuttavia dalla linea attillata della prima metà del secolo si passò ben presto ad abiti più comodi e sciolti. Rivoluzionaria fu l’introduzione, verso la metà del secolo della giacca corta e larga che entrò stabilmente nel guardaroba maschile come abito diurno e come complemento di indumenti estivi. Parecchie novità furono lanciate in questo periodo nel campo dei soprabiti: innanzitutto il paletot o cappotto, consacrato sotto il II Impero, di linea ampia e avvolgente e di derivazione marinaresca. Definito dai suoi osteggiatori “un barile di panno” piacque proprio per la sua comodità e disinvoltura. Tra gli anni ’30 e ‘50, grazie alla scoperta da parte di Goodyear della vulcanizzazione della gomma, cominciarono a diffondersi i primi soprabiti impermeabili, chiamati in Italia macintosh dal nome del chimico inglese, Charles Macintosh, che li aveva inventati. L’impermeabile fece fatica ad affermarsi perché all’inizio emetteva cattivo odore. Col tempo e con la raffinazione delle tecniche, nacque il soprabito impermeabile in gabardine di linea ampia. La creazione e commercializzazione di questo capo, si deve in particolare a Thomas Burberry (1835 – 1926) che ne fece poi un classico dell’abbigliamento. Furono inventate anche le maniche a raglan, il cui nome deriva da un generale inglese, James Raglan, che durante la guerra di Crimea ideò per le sue truppe questo cappotto di taglio comodo che aveva le maniche tagliate insieme al resto dell’indumento. Infine il Macferlain, ossia il Pipistrello, un pastrano che al posto della maniche aveva due ali di panno.

Un uomo elegante non poteva uscire di casa senza accessori perfetti e ben coordinati, tra cui il cappello, i guanti, le scarpe e il bastone da passeggio e, soprattutto, la cravatta. Oggetto di appassionata attrazione, doveva corrispondere a una serie precisa di requisiti che potevano sintetizzarsi nel motto “ad ogni occasione la sua cravatta”; all’inizio del secolo era rigorosamente bianca e inamidata. Tali prescrizioni riguardavano anche i nodi, che dovevano essere sempre perfetti e appropriati alle circostanze. Nacquero divertenti trattati sull’arte di indossare la bianca striscia di stoffa: nel 1827 il conte della Galda, milanese, scrisse un libretto in cui venivano indicati ben 32 tipi di nodi diversi. La cosa ebbe la sua importanza finché il colletto era alto al punto da coprire le guance. Tuttavia col tempo i colletti diventarono sempre meno vistosi, e altrettanto lo furono i fiocchi delle cravatte, che cominciarono a rimpicciolirsi abbandonando il bianco e utilizzando il nero o, al massimo, le righe o i quadri. Anche guanti e cappello erano fondamentali.

Ottocento, cilindro detto zeroIl cilindro, il tipico copricapo ottocentesco, fu inventato all’inizio del secolo dal cappellaio inglese Harrington, che gli aveva dato una forma alta e svasata verso il basso. Ma già nel 1828 il copricapo diventò di eguale lunghezza in alto e in basso e, scherzosamente, fu detto “zero”. Solitamente in pelo raso, questo cappello non era facile da portarsi per il suo equilibrio instabile: bastava un colpo di vento per farlo volare. Fu quindi inventato un cilindro a molla, detto Gibus, che poteva essere comodamente piegato e portato sotto il braccio. Onnipresente anche nei primi decenni del Novecento, il cilindro conobbe rivali solo alla fine dell’Ottocento, quando fu inventata la bombetta, cappello duro e tondo così chiamato per la somiglianza con l’ordigno da guerra. E infine, per i più azzardati, la lobbia e la paglietta. La lobbia era un copricapo floscio con falde e una acciaccatura nel mezzo, mentre la paglietta, o cannottiera, era un cappello di paglia diffusosi con i primi sport all’aria aperta, che serviva appunto a coprire la testa di chi praticava la voga acquatica.

Bianca Maria Rizzoli

*****

Altri articoli della professoressa Rizzoli:

- La nascita del pantalone nell’età moderna.

- Il re Sole e la nascita dei prodotti di lusso.

- Il busto dal XVI secolo ad oggi.

Nov 052009
 

La Storia può essere narrata da diverse angolature: politica, sociale, religiosa, antropologica, culturale, e via dicendo, tutte sfaccettature di uno stesso racconto, di uno stesso continuum.
In un commento a un articolo precedente (qua), la professoressa Cristina Galizia lanciò l’idea di raccontarla attraverso la moda, l’evoluzione dei costumi, ripercorrere, cioè, alcune caratteristiche storiche alla luce degli abbigliamenti, dello stile, del modo di vestire.
Capigliatura femminile nel Rinascimento italianoE allora mi viene subito in mente l’Arte, gli artisti, quegli artisti che tramite i loro quadri ci permettono prendere visione di usi e costumi d’altri tempi. Tele che ci segnalano, per esempio, le acconciature femminili, le suppellettili, gli abiti, in quel Rinascimento che grande influenza ebbe – anche, ma non solo – sul costume.
Medesima cosa si potrà affermare con i dipinti di Vermeer, dove il pittore rappresentava la borghesia olandese del XVII secolo, borghesia frutto degli scambi commerciali con oriente e occidente. La moda racconterà in tal caso particolari della storia delle colonie americane, così come dell’influenza orientale, racconterà dei colori in voga, degli abiti, degli accessori… per non dimenticare il lusso e lo sfarzo francese che cercava di diffondersi per l’Europa intera.Costumi popolari, Francia 1795
Il Settecento sarà invece un periodo che segnerà in Francia un “prima della rivoluzione” e un “dopo la rivoluzione”: la moda romperà dei confini e sarà pronta ad accogliere le innovazioni politiche-culturali-sociali del XVIII secolo, dell’Illuminismo, del nuovo modo di vedere e vivere la vita. La Storia influirà nei costumi e i costumi paleseranno le nuove ideologie. Ricordiamo brevemente la nascita dei pantaloni di cui ci ha parlato la professoressa Bianca Maria Rizzoli in un articolo precedente (qua).

Questa breve introduzione per invitarvi a continuare il tema, ad apportare le vostre conoscenze, il vostro parere, a commentare. Un invito rivolto non solo agli insegnati, ma anche agli alunni, a tutti, appassionati o meno, un invito che vuole essere dialogo e scambio di opinioni.

Oct 232009
 

La storia della moda è anche storia del comportamento, storia sociale, storia delle tendenze, storia dello sviluppo delle idee… storia degli oggetti. Bianca Maria Rizzoli ci parla del busto attraverso i secoli.

*****

Corsetto in ferroDal Medioevo al Rinascimento la massima ambizione della donna europea fu avere la vita sottile, ottenuta stringendo il torace con fasce nascoste sotto al corpetto. I primi busti, ossia i primi indumenti che dovevano supplire alle fasce, comparvero nel XVI secolo ed erano all’inizio gabbie di ferro sagomate che terminavano con una lunga punta sul davanti, serrate sulla schiena con una molla o una chiave. L’introduzione del busto fu contemporanea alla moda spagnola, giunta in Italia con le conquiste di Carlo V, che cambiarono radicalmente l’elegante stile rinascimentale, creando all’opposto una figura femminile rigida e ieratica. La moda tardo-cinquecentesca assimilava il corpo della donna ad una coppia di coni opposti, di cui il punto più sottile era la vita, come una sorta di X. Al Musée de Cluny di Parigi è conservato uno di questi strumenti di tortura. Al busto era solitamente associata una sottogonna, detta “verdugale” che dava alla sottana una forma conica. Tuttavia le gabbie in ferro furono presto sostituite da stecche di balena o di vimini, infilate direttamente nel corsetto della veste.

La maggiore libertà di cui nel Settecento godette la donna, la portò a Casacca - busto, Fra' Galgario,  1750prediligere maliziosi abiti molto scollati. Sotto all’abito si indossò un busto di tessuto che aveva la funzione di spingere in alto il seno, in modo da mostrarne l’attaccatura. Imbottito e irrigidito da stecche di balena, fu associato fino al 1770 circa al “panier”, una sorta di cesto ovale molto largo e stretto che limitava i movimenti femminili: la donna doveva attraversare le porte trasversalmente e aveva difficoltà a sedersi. Tuttavia il busto era una prerogativa delle donne aristocratiche, mentre le popolane che lavoravano, non potevano permetterselo sia perché limitava i movimenti, sia perché era un indumento costoso.

Alla fine di due secoli di costrizione, l’illuminismo cominciò ad affermare la necessità di un corpo più libero, agile e naturale. Grazie alla rivoluzione francese, che associava busto e sottovesti all’odiata aristocrazia, furono infine aboliti tutti gli abiti di lusso e stabilita definitivamente l’eguaglianza vestiaria di ogni cittadino. Dalla fine del Settecento il busto conobbe circa un trentennio di eclisse. Ma già attorno al 1830 ricomparve per durare tutto il secolo e parte del Novecento. La signora borghese di buone condizioni usciva poco da casa e lasciava le fatiche domestiche alle cameriere. Durante tutto il secolo si continuò a pensare che la donna fosse fragile e debole rispetto all’uomo, ritenendo che il busto fosse necessario per sorreggerne la colonna vertebrale, che altrimenti si sarebbe distorta. La tortura iniziava in tenera età, quando madri amorevoli cominciavano a stringere gradualmente nella morsa di questo indumento le loro figliolette. Il busto diventò uno strumento di mutilazione al fine di ridurre la vitalità del soggetto, causando difficoltà respiratorie e digestive e comprimendo tutti gli organi interni. Durante tutto l’Ottocento massima ambizione della donna fu avere il vitino di vespa, ossia una circonferenza che non superava i 40 centimetri, in contrasto con la larghezza della gonna, che si era ulteriormente ampliata con l’invenzione della crinolina, dapprima in tessuto di crine (da cui deriva il nome) poi in elastici cerchi d’acciaio. Per indossare simili corsetti era indispensabile l’aiuto del marito o di una cameriera, finché non fu inventata l’allacciatura “alla pigra”, con una serie di lacci variamente incrociati che la donna poteva manovrare da sola.

Ottocento, corsetto alla modaL’uso del busto portò anche a vere e proprie tragedie, come quella riferita da un giornale parigino nel 1850 in cui il giornalista raccontava di una giovane donna morta durante un ballo, perché il corsetto strettissimo aveva causato la perforazione del fegato da parte delle costole. Alla fine del secolo il busto si allungò oltre la vita stringendo anche una parte dei fianchi. La sua conformazione anatomica dava alla figura una linea ad “esse” che spingeva il petto molto in alto e inarcava le reni indietro. L’uso borghese voleva che le dame eleganti avessero un capo adatto per ogni occasione (da casa, da giardino, da visita, da carrozza, da passeggiata, da viaggio ecc.) il che rendeva necessario un busto per ogni abito del guardaroba, arricchito da trine, nastri e tessuti pregiati. Solitamente chiaro, questo capo di biancheria non era nero, colore considerato troppo voluttuoso. Nemmeno lo sport, che cominciava ad essere praticato da uomini e donne alla fine del secolo, risparmiava il corpo dal busto, anche se con fianchi elastici e corsetti privi di stecche. Perfino con l’introduzione delle zone balneari pubbliche l’indumento non fu abbandonato, ma nacquero pubblicità che propagandavano corsetti antiruggine che resistevano alla salsedine.

I medici avevano idee poco chiare sulla funzione del busto. C’era chi lo deplorava apertamente e chi tentava di brevettare busti medicamentosi, come quelli elettrici che dovevano curare ogni tipo di malattia. Intanto il femminismo avanzava: le suffragette, particolarmente attive in Inghilterra, lottarono per il diritto di voto alle donne, ottenuto nel 1928. La società cambiava: la donna lavorava, fumava, godeva di maggiore libertà. Il busto, indumento anacronistico di contenimento, aveva fatto il suo tempo.

Nel 1910 il pirotecnico sarto Paul Poiret decise di abolirlo, lanciando la sua linea stile impero, con la vita alta e la gonna stretta e lunga. Dopo molte polemiche le donne si adattarono a questo modo di vestire semplice e pratico. Dopo la fine della Seconda guerra mondiale, Christian Dior lanciò una nuova collezione, il “New look”, che si ispirava ad una femminilità sofisticata ed elegante, ben lontana dalla severa semplicità degli abiti del periodo di guerra. Per costruire i suoi abiti Dior usava imbottiture e telette rigide, ma stringeva la vita con la guêpière, parola che deriva dal francese guêpe, vespa. Questo stile ebbe vita breve, anche per la morte del suo creatore. Negli anni Cinquanta, irruppero in Europa le disinvolte mo
de americane che si ispiravano agli abiti sportivi dei giovani studenti. Sport, vita all’aria aperta e balli come il rock’n roll non potevano essere adeguati a una vita costretta dal busto.

Bianca Maria Rizzoli.

Sep 292009
 

Continuano gli interventi della professoressa Bianca Maria Rizzoli, stavolta ci parla della nascita del lusso, nella Francia del XVII secolo.

Dal 1618 al 1648 l’Europa fu devastata dalla Guerra dei Trent’anni, cui intervennero Francia, Spagna, Germania, Danimarca, Svezia. La pace di Westfalia (1648) sancì il predominio francese e, nei campi della moda e del comportamento, l’influenza internazionale dello stile della sua corte.
Nel 1643 si insediò sul trono Luigi XIV di Borbone (1638–1715) che regnò sul paese per circa 70 anni fino alla sua morte. Uno dei problemi della politica francese era sempre stata l’aperta ribellione dell’aristocrazia all’autorità regale. Luigi XIV (detto poi il Re Sole) risolse la cosa costruendo a Versailles una reggia enorme, attirandovi la nobiltà e allettandola con donazioni ed onori. Avendo i suoi feudatari fisicamente vicini li poteva controllare, e, con importanti cariche, riuscì a far loro dimenticare l’autonomia perduta. La vita di corte, coi suoi balli, le feste, le cerimonie, assunse un tono ricchissimo di mondanità. La Francia impose al mondo i suoi costumi e la sua moda, spesso rapinando segreti di lavorazione ad altre nazioni e rivendendoli spacciandoli per suoi.
Dama su comodeArtefice di quest’operazione, fu il ministro delle finanze Jean Baptiste Colbert che creò le famose manifatture degli arazzi
Gobelins oltre a vere e proprie industrie nazionali, come quella degli specchi, del merletto, dei profumi, tutte di provenienza italiana. Il merletto, a tombolo o ad ago, era una delle glorie veneziane, così come la soffiatura del vetro. La Repubblica Serenissima proteggeva i segreti di lavorazione con molta cura, ma non riuscì ad impedire l’emigrazioni di alcuni artigiani italiani, attirati da più facili guadagni. L’arte della profumeria, invece, era stata introdotta in Francia nel secolo precedente da Caterina de’ Medici, andata in sposa al futuro Enrico II di Francia, e dal suo profumiere personale, Renato Fiorentino, che diventò ben presto celebre per i suoi profumi e i suoi veleni. Sotto Colbert la profumeria francese spiccò il volo; la Compagnia delle Indie importò direttamente e senza intermediazioni della Spagna e dell’Italia materie prime come il muschio, il patchouli, il vetiver, il sandalo. Il clima della Provenza permetteva la coltivazione di gelsomino, tuberosa, rosa muschiata, cassia (un piccolo arbusto con fiori vistosi). Le essenze venivano sparse con bruciaprofumi preziosi, chiuse in bottigliette in oro e lapislazzuli, portate al collo dentro a piccoli recipienti traforati. Il mestiere di profumiere permetteva di guadagnare cifre enormi, dal momento che si profumava ogni cosa, dagli ambienti, alle parrucche e agli oggetti personali, come i guanti. L’uso eccessivo del profumo serviva infatti a mascherare l’odore della sporcizia della Reggia e dei suoi abitanti. A Versailles esisteva un solo bagno privato per il re, il quale peraltro lo usò nella sua vita una volta sola, e per esigenze mediche. I bisogni corporali erano effettuati in pubblico, in apposite comode trasportabili, o lungo le scale della reggia.Justaucorps a Brevet
Tra il 1655 e il 1675 si ebbe il periodo più ricco e stravagante della moda francese, che perse la ogni severità e si caricò di ornamenti costosi. Particolarmente curiosi erano i calzoni alla
Rhingrave, presentati alla corte di Luigi XIV dal Rhein Graf (conte del Reno) e costituiti da una gonna pantalone molto larga e ornata di nastri e fiocchi laterali. Sopra al busto si indossava un bolero da cui fuoriusciva fluente la camicia. Aboliti gli stivali, tornarono le calze e le scarpe col tacco, che era rosso solo per il re e la nobiltà. Luigi XIV intervenne personalmente per indirizzare la moda. In segno di lutto per la morte di suo suocero ordinò che l’abito fosse allungato fino al ginocchio. Proibì anche l’uso delle casacche ornate d’oro e d’argento che concesse solo alla sua scorta privata; erano chiamate justaucorps à brévet, (giustacuori brevettati) in seta azzurra foderata in rosso. Dopo il ’75 fu famoso in tutta Europa l’habit a la française composto da una casacca che arrivava al ginocchio con ampi risvolti alle maniche, una sottoveste lunga come la giacca, entrambe decorate da imponenti file di bottoni, spesso preziosi. In questo periodo nacque la cravatta, che all’inizio era una lunga striscia di batista bianca orlata di pizzo, attorcigliata negligentemente attorno al collo.

Bianca Maria Rizzoli.

*****

Altri articoli di B. M. Rizzoli:

- La nascita del pantalone nell’età moderna.

Sep 232009
 

Qualche giorno fa ebbi il piacere di conoscere, prima tramite un commento a un mio post, poi per mezzo di una serie di mail, la professoressa Bianca Maria Rizzoli, che insegna moda. Ebbene, la invitati a scrivere una serie di articoli sul costume, sull’abbigliamento e via dicendo, nella Storia moderna. Il primo è dedicato alla nascita del pantalone.                                                                                                                                                                                                                         

Francia fine 1700, SanculottoNel 1789 scoppia la Rivoluzione francese

È una data importante per la storia della moda perché segna il definitivo distacco tra gli abiti del passato e quelli a cui noi siamo abituati. Infatti, la prima legge approvata dall’Assemblea Costituente riguarda proprio il modo di vestire. La legge abolisce le Disposizioni Suntuarie, vecchie di secoli, che limitavano l’uso di tessuti o mode per le categorie sociali che non entravano nella sfera aristocratica, e dichiara che ogni cittadino può vestirsi come meglio crede. 

I rivoluzionari rifiutano comunque di indossare capi d’abbigliamento che ricordino l’odiata aristocrazia. Via le parrucche incipriate, via i gioielli preziosi e i pizzi. 

All’epoca dell’Ancien Régime chi era dedito a lavori manuali, non portava la culotte, ossia i pantaloncini al ginocchio che caratterizzavano le vesti della nobiltà, ma indossava pantaloni lunghi e giacca corta. 

L’uso del pantalone diventa la bandiera dei rivoluzionari che lo identificano, assieme al berretto frigio, con la loro libertà e dignità e con la fine della schiavitù. Chi si veste in tal modo è chiamato sans-culotte, sanculotto. Questo tipo di abbigliamento è ovviamente avversato da tutte le monarchie d’Europa che si affrettano a reprimerlo con multe o pubblici tagli di pantaloni lunghi. 

Passata la bufera rivoluzionaria, l’indumento rimane, diventando l’uniforme della nuova classe emergente, la borghesia.

(Bianca Maria Rizzoli)


Mar 162009
 

Diceva qualcuno che i vestiti più che per ripararci servono per comunicare, apparire, dimostrare… sedurre. E non meno lo erano negli anni che stiamo prendendo in considerazione, in cui la tendenza all’esibizione serviva anche a mostrare la classe sociale.

Fra i tanti accessori tipici, tre hanno chiamato maggiormente la mia attenzione:                                                                                                           

Beau Brummel- la cravatta, che sebbene sia nata nel 1600, ebbe grande sviluppo il secolo dopo. Al principio era una semplice stoffa di lino legata soavemente a mo’ di farfalla, diventando col tempo laboriosa nella forma e nei nodi. Uno dei più celebri dandies del XVIII-XIX secolo, Beau Brummel, era conosciuto per la sua maniera bizzarra di annodarle al primo tentativo, spesse volte fallendo. Tanto fu il successo della cravatta che si pubblicò un libro dal titolo: L’arte di annodare la cravatta;                                                                                                           

Descrizione di alcuni nei del XVIII secolo- il neo, voga eccentrica e curiosa, raggiunse il suo fulgore nel XVIII secolo. L’origine sembra – non è stata confermata – derivare dall’usanza di nascondere i difetti del viso delle donne, in particolar modo quelli derivati dal vaiolo. In cosa consisteva? Erano dei tessuti di taffetà o di morbida pelle dalle svariate forme, mezzaluna, stella, sole, e via dicendo, non mancando la carrozza con cavalli (sic), che si mettevano sulla pelle. Le donne meno agiate, per seguire la moda, adoperavano quelli fatti di semplice carta.

Raccontavano i fratelli de Goncourt: “Ecco l’ultimo tocco della toilette di una donna: cercare e trovare la posizione per quei nei posticci a forma di cuore, di luna, di cometa, di luna crescente, di stella, di spoletta. E che attenzione a disporre graziosamente queste esche d’amore, uscite dalle mani della famosa Dulac di rue Saint-Honoré: c’è la badine, la baiseuse, l’équivoque. E bisogna portarli secondo le regole: l’assassine all’angolo dell’occhio, la majestueuse sulla fronte, l’enjouée nella fossetta che si forma quando si ride, la galante in mezzo alla guancia, e la coquete, chiamata anche précieuse e friponne vicino alle labbra! La moda andò ancor più lontano: a un certo punto, le donne portavano alla tempia destra nei di velluto grandi come un picolo empiastro. E si vide addirittura sulla tempia della graziosa Madame Cazes un singolare neo contronato di diamanti” (1);  

                                                                                                                               

Ventaglio francese di fine 1700- il ventaglio, benché di origine antichissimo, fu portato alla ribalta nel XVII secolo dai portoghesi che venivano dai viaggi dall’Estremo Oriente, mentre in Francia era stato introdotto qualche anno prima da Caterina de’ Medici. Pieghettato o a semicerchio, riccamente decorato o no, di seta o di carta, l’accessorio fu adoperato dalle donne non solo per rinfrescarsi, ma anche come elemento di distinzione e di comunicazione. Infatti a secondo di come veniva mosso, voleva manifestare qualcosa. Per esempio, lasciandolo scivolare sulle guance indicava che si voleva bene a quella persona con cui si stava parlando, o appoggiarlo sulle proprie labbra significava che si desiderava essere baciati. Nel 1700, la Francia fu il paese in cui più di ogni altro luogo la cultura del ventaglio prese piede. Erano abbelliti altresì con scene di vita quotidiana, con famosi personaggi, spesso riprodotti in modo ironico, con figure scandalose.

Ancora i fratelli de Goncourt ci informano che durante i concerti o le feste da ballo, “mentre le due orchestre suonavano, i ventagli picchiano sulle dita, e non passa un minuto senza sentire il frufru di una seta stropicciata, e queste parole nella bocca di una donna: «Smettetela con queste pazzie!»” (2)                                                                                                                           

*****

1. Edmond e Jules de Goncourt, La donna nel XVIII secolo, Sellerio, Palermo, 2010, pag. 295.

2. op. cit., pag. 141.

*****

Altri articoli sulla moda:

- Costumi francesi del 1700, prima della Rivoluzione

- Costumi popolari francesi di fine 1700

- Costumi italiani del 1400

- Costumi maschili italiani del 1700

- Delle mode e del Galateo nel Rinascimento italiano

Nota: 2^ e 3^ immagine da: madamedepompadour.com

(Rivisto e aggiornato il 24 Giugno 2011)

Feb 142009
 

Ci è ben noto che nel Rinascimento vi fu un passaggio dell’uomo dall’appartenere a un determinato gruppo, a una definita schiera, alla presa di coscienza della propria individualità, della propria forza singolare. Col migliorare la vita sociale, dunque, ogni persona cercava di dare il meglio di sé, del proprio sapere, di partecipare alla vita comune non più come assoggettato agli altri, bensì libero di manifestare le proprie potenzialità.

Capigliatura femminile nel Rinascimento italianoLa moda rispecchia codesto carattere, quella moda che i pittori dell’epoca rappresentavano, ritraendo l’eleganza dei costumi e delle suppellettili, talvolta, forse, esagerando. Sappiamo che a Firenze e a Venezia, per esempio, vi erano ben precise leggi che regolamentavano il modo di vestire tanto degli uomini come delle donne, non usando abiti troppo lussuosi, cosa che non si aveva a Napoli. Proprio nella famosa città toscana ognuno si abbigliava a proprio gusto, facendo sfoggio della propria individualità, dando rilievo agli ornamenti e agli abbellimenti, nei limiti imposti dai codici.

Le donne, ricordiamo, per seguire un certo modus vivendi, dovevano avere la carnagione chiara, capelli possibilmente biondi, essere sempre eleganti. Si racconta che per schiarire il colore dei capelli si credesse che il sole facesse la sua parte, possedendo determinate virtù, cosicché le gentil signore passavano intere giornate al sole. Per non dimenticare delle tante applicazioni e unguenti che servivano a conservare la loro bellezza, prodotti specifici per il viso, le palpebre, i denti, e via dicendo. Si adoperava acqua di talco per il corpo, lavanda per le mani, così come esteso era l’uso dei profumi, profumi prerogativa non solo del bel sesso, ma anche degli uomini, e degli animali. Sì, degli animali, in quanto durante le festività cavalli e mule che si dovevano cavalcare, spesso e volentieri, venivano strofinati con preparati odorosi, insieme ad alcuni oggetti che si portavano addosso. Proprio Pietro Aretino scriveva a Cosimo I de’ Medici per ringraziarlo di “quei cento scudi nuovi e profumati, che l’altro dì mi mandaste a donare”.

E le ragazze meno abbienti seguivano, a loro modo e nelle loro possibilità economiche, i consigli della gente più facoltosa.

Nei banchetti, gli italiani primeggiavano su tutti, le nostre corti rinascimentali non erano seconde a nessuno, sia per eleganza che per galateo.

Il Galateo di Giovanni della CasaEd eccoci al Galateo, quell’ancora oggi famoso libro scritto da Giovanni della Casa (1503-1556), che ebbe tanto successo in tutta Europa, in cui si descrivevano le buone norme per un corretto apparire e convivere. Partendo dalle regole di pulizia, nel senso igienico della parola, fino ai consigli per evitare certi modi sconvenienti di presentarsi in pubblico, da come sedersi a tavola al linguaggio da tenere durante una conversazione, dal fuggire certi vizi al tono di voce ideale. A proposito di determinate regole di comportamento scriveva:                                                              

“Non istà bene grattarsi sedendo a tavola, e vuolsi in quel tempo guardar l’uomo più che e’ può di sputare e, se pure si fa, facciasi per acconcio modo. […] Non istà medesimamente bene a fregarsi i denti con la tovagliuola e meno col dito, che sono atti difformi; né risciacquarsi la bocca e sputare il vino sta bene in palese; né in levandosi da tavola portar lo stecco a guisa d’uccello che faccia suo nido, o sopra l’orecchia come barbieri, è gentil costume. […] E chi porta legato al collo lo stuzzicadenti erra sanza fallo, ché, oltra che quello è uno strano arnese a veder trar di seno ad un gentiluomo e ci fa sovenire di questi cavadenti che noi veggiamo salir su per le panche, egli mostra anco che altri sia molto apparecchiato e provveduto per li servigi della gola; e non so io ben dire perché questi cotali non portino altresì il cucchiaio legato al collo!”                 

Fra il serio e il divertente, della Casa, non avendo come fine voler scrivere un trattato sulla morale, metteva in grado il lettore poter essere elegante, raffinato e signorile nello stesso tempo, il tutto senza apparire forzato.

Per concludere questa breve dissertazione, sembra che l’Italia avesse raggiunto, durante il Rinascimento, un grado di raffinatezza, di eleganza e perfezione che non si ebbe, in quegli anni, in nessun altro paese europeo, qualità che saranno orientamento nei secoli a seguire.                                     

*****

Altri articoli sulla moda:

- Costumi francesi del 1700, prima della Rivoluzione

- Costumi popolari francesi di fine 1700

- Costumi italiani del 1400

- Costumi maschili italiani del 1700