Già lo sappiamo, la Storia è un continuum, una lunga serie di avvenimenti legati l’uno all’altro, fatti che hanno una dipendenza, una conseguenza, prodotto e causa indissolubili. E sebbene questo blog tratti principalmente di Storia moderna, mi è sembrato utile capire quale fu lo sviluppo della moda di fine XIX secolo, cosa accadde particolarmente dopo la fine della Seconda guerra mondiale. La professoressa Bianca Maria Rizzoli ne fa un quadro davvero interessante.
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Gli storici dell’infanzia, supportati dalla documentazione e dalle opere d’arte d’epoca, sono tutti d’accordo: fino all’Ottocento e in genere nei secoli passati, i bambini erano considerati con indifferenza e l’infanzia non era considera uno stadio umano di sviluppo particolare, diverso dalla vita adulta. Si passava inoltre dall’infanzia alla maturità senza vie intermedie, spesso con una cerimonia che implicava un nuovo taglio di capelli e un abito diverso da quello infantile. All’inizio dell’epoca moderna (fine Quattrocento) solo la differenza di statura contrassegnava il sesso dei bimbi che, fino a quando non potevano camminare, erano nascosti da una lunga sottana che arrivava fino ai piedi, mentre un girello o due briglie legate alla vita, permettevano di non farli inciampare. In un momento indefinito, attorno ai 4 – 5 anni il bambino diventava improvvisamente adulto, e – se maschio – indossava perfino stivali, parrucca, bastone, – se femmina – era sottoposta al busto e alle sue torture. L’educazione a livello aristocratico era rigidissima: il maschio doveva almeno studiare latino, matematica, retorica e le frustate non mancavano, mentre la femmina doveva imparare fin da piccola a coltivare ricamo, musica, canto, bellezza. Non sempre sapeva leggere ma la cosa aveva importanza relativa, perché il suo futuro scopo sarebbe stato fare figli. I bimbi poveri andavano a lavorare prestissimo per aiutare a sfamare le molte bocche della famiglia, ed erano vestiti di stracci.
Il Novecento mitigò parzialmente questo stato di cose, ma una vera e propria moda giovanile nacque solamente dopo la seconda Guerra mondiale, quando irruppero in Europa le prime novità statunitensi. I teen-agers americani frequentavano posti di ritrovo come sale da ballo e coffee bar; in questi ambienti i giovani si radunavano attorno ai juke box, ballando il rock ‘n roll che richiedeva abiti sciolti e facili da portare. Essi cominciarono a distinguersi dagli adulti anche per l’abbigliamento: blue jeans, maglioni larghi o stretti (a quell’epoca la maglia era considerata in Europa un capo “povero”) sneakers (scarpe da ginnastica) giubbotti impermeabili mutuati dalle uniforme dell’aereonautica inglese, i cosiddetti bombers, evoluzione della giacca a vento dei piloti della Royal Flying Corps. Anche il Montgomery ebbe successo: questo robusto cappotto militare in panno col cappuccio e chiuso da alamari era portato dall’omonimo generale durante la guerra, ed è ormai diventato un classico.
Tuttavia questa moda poco sofisticata e molto pratica esplose in Europa con i film di Jeames Dean (tra tutti ricordiamo “Gioventù bruciata”del 1955) e di Marlon Brando, che sedusse le platee europee interpretando la parte di Johnny ne “Il selvaggio” (1953), dove cavalcava una moto di grossa cilindrata e indossava un giubbotto di pelle (detto poi chiodo) e un paio di jeans. Fino ad allora completamente sconosciuti in Europa, i jeans fecero fatica ad affermarsi in modo massiccio per la sinistra fama che li accompagnava. Eppure erano nati in America come abito da lavoro da un geniale commerciante, Levi Strauss, che aveva utilizzato un robusto fustagno tinto di indaco di origine genovese, marcandolo con rivetti metallici nei punti di giunzione delle doppie cuciture. Un altro idolo dei giovani, Elvis Presley conquistò il mondo giovanile con la canzone “Blue suede shoes” (le scarpe scamosciate blu) che ironizzava contro l’ossessione per il look. Ciononostante i cosiddetti Teddy boys, un genere di gruppo formatosi in America ma codificato in Inghilterra, fecero di queste scarpe dalle suole molto alte e dalla tomaia decorata vistosamente parte della loro uniforme, che per il resto comprendeva giacche lunghe, cravattini striminziti e capelli a ciuffo accuratamente acconciati con la brillantina. Altre bande giovanili europee non esitarono ad accogliere immediatamente i nuovi capi che finalmente, creavano un’identità giovanile diversa da quella degli adulti. Il fenomeno fu, dal punto di vista storico, di una importanza capitale. La moda cominciò ad essere imposta dalla strada e non dalle grandi sartorie: per la prima volta nella storia del costume le masse facevano opinione.
Attorno al 1960 le gonne femminili arrivavano solitamente al ginocchio: il cinema italiano imponeva ancora la figura della “maggiorata fisica” e la donna giovane si vestiva un po’ come sua madre. Nello decennio in questione l’Inghilterra cominciò a scalzare la Francia dalla sua posizione predominante nel campo della moda. A Londra si aprirono negozietti (boutiques) con abiti pronti e di basso prezzo che ebbero un enorme successo. Antesignane di questo tipo di abbigliamento diretto al mondo giovanile furono Biba (al secolo Barbara Hulanicki) e Mary Quant. La seconda in particolare avrebbe inventato la minigonna – anche se il fatto le è stato contestato dal sarto parigino Courrèges -, i collant colorati che sostituivano calze e reggicalze, gli abiti in materiale audace come il PVC (cloruro di polivinile), le magliette a coste (dette skinny ribs). Intanto si andavano diffondendo nell’uso femminile anche i pantaloni, prima di allora aspramente censurati. Nessuno più si scandalizzò come agli inizi del secolo, quando le donne in pantalone erano caricate sui cellulari della polizia.
Fiutando il nuovo vento, le case di moda tentarono di avvicinarsi al mondo giovanile inventando abiti spaziali, parrucche sintetiche colorate, abiti unisex, abiti alternativi come quelli di Paco Rabanne, che non usava ago e filo ma pinze e lamine di plastica o metallo e fogli di carta. Intanto si stava registrando anche un mutamento dell’immagine femminile: alle donne formose e sofisticate degli anni ’50 si andavano sostituendo ragazzine incredibilmente smagrite come le indossatrici Twiggy (ossia grissino) o Jean Shrimpton, che a soli 17 anni compariva già su importanti testate di moda come Vogue o Harper’s Bazaar. Ma gli anni Sessanta, soprattutto verso la fine, furono anche un periodo inquieto: si andava diffondendo la contestazione giovanile, spesso portata sull’onda della musica Rock. In California un ristretto gruppo di intellettuali, detta poi “beat generation”, inventò una nuova filosofia di vita che voleva la libertà ad ogni costo, anche con l’uso di droghe o allucinogeni, di cui allora non si intuivano i dannosissimi effetti. Il movimento giovanile statunitense Hippy si diffuse con la stessa filosofia, auspicando una vita di pace e fratellanza e il rifiuto totale della guerra. La loro città di riferimento era San Francisco.
In Inghilterra questo fenomeno fu interpretato dalla musica beat: anche nel vestire da uomo ci fu un totale rifiuto del classico abito maschile borghese. I Beatles indossarono uniformi colorate, giacche eskimo, pantaloni stretti e corti, stivaletti alla caviglia. I Rolling Stones, più arrabbiati, scelsero pantaloni e camicie di satin, collane, bracciali, e portarono per la prima volta in scena in trucco. Entrambi i gruppi lanciarono la moda dei capelli lunghi maschili, che fece enorme scandalo.
Nel 1968 studenti e giovani del “Maggio francese” scesero in piazza rivendicando il rifiuto del potere borghese e indossando ancora una volta abiti alterativi. Oltre a quelli già nominati comparvero le “Doc Martens”, ossia robusti stivali al polpaccio con suola spessa, allacciati sul davanti. Inventati nel 1945 dal dottor Martens per dare conforto ai piedi, diventarono parte dell’uniforme degli skenheads inglesi che in quel periodo non avevano ancora una connotazione socio-politica. Nel 1969 a Woodstock nello stato di New York, all’apice della diffusione della cultura hippy, fu tenuto un festival di tre giorni a cui parteciparono importanti popstar. Jimi Hendrix salì sul palco per ultimo, camicia colorata, bracciali, bandana, in due ore di straordinaria performance ma col campo ormai semivuoto.
Negli anni Settanta la moda fu all’apice della confusione, non riuscendo mai nel tentativo di seguire e catturare le tendenze giovanili. Infatti, nell’aprile del ’76, Elle, prestigioso settimanale femminile francese, titolò così la sua copertina: “Chi fa muovere la moda?”. Stranezze, curiosità, abiti usati e abiti etnici comparivano e sparivano in un batter d’occhio. Non solo, con la moda si cominciò a fare politica: esisteva la divisa del contestatore di sinistra, abiti colorati e possibilmente usati, jeans sdruciti, occhiali da poco, borsa di cuoio, e quella del ragazzo di destra: Ray Ban, occhiali altamente protettivi e panoramici inventati nel 1920 per proteggere gli occhi degli aviatori, jeans firmati, scarpe Timberland. I movimenti femministi degli stessi anni rifiutarono l’eleganza convenzionale, ma adottarono gonne lunghe e fiorate, calzettoni, zoccoli e capelli arruffati. Uno dei profeti del nuovo look fu Elio Fiorucci, che aprì il suo primo negozio a Milano nel 1967, guardando a Londra e alle tendenze giovanili. Nel giro di pochi anni impose il suo marchio, i due angioletti vittoriani con gli occhiali e la sua moda, mal rifinita ma vivacissima, con zatteroni: mescolando il lycra elasticizzato al tessuto, inventò le prime tutine stretch.
Nel 1976 emerse la moda punk, essenzialmente legata al disagio giovanile delle grandi città, che mirava a scioccare utilizzando sacchetti di plastica, maglie e calzoni tagliati, catene, spille da balia, lamette e pettinature colorate in modo violento. Il loro gruppo rock di riferimento furono i Sex Pistols, che crearono controversie nella loro breve carriera, facendo sì che molti loro concerti fossero cancellati dalle autorità. Negli anni Ottanta infine si distinse la Moda gotica, in Italia detta impropriamente Dark. Caratteristica indispensabile era l’uso del nero, nei capelli, nello smalto per le unghie, nel trucco dal pallore spettrale ma con gli occhi largamente cerchiati di nero. Borchie, croci (lanciate da Madonna agli albori della sua carriera), piercing e catene fanno parte dell’iconografia. Questo tipo di abbigliamento è legato al vampirismo e al cosiddetto romanzo gotico: uno degli aspetti è la sensualità (gonne tagliate, calze a rete strappate) e il gusto della provocazione che collega questo movimento a quello dei punk.
Bianca Maria Rizzoli.
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