Jun 162014
 

di Ivana Palomba

Il Re Sole con cravatta, XVII sec.

Il Re Sole con cravatta, XVII sec.

Accessorio maschile, ormai quasi in disuso, ha avuto il suo battesimo con il re Sole (1638-1715). Anticamente già era documentato un accessorio con funzione sia di protezione sia di ornamento.

I Romani lo chiamavano “focale” corruzione di “faucale” da “faux, faucis”= fauce, gola.
Questa abitudine è attestata da una fonte iconografica importante, la colonna traianea fatta innalzare da Traiano nel 106 d.c. per celebrare la fortunata campagna contro i Daci. I legionari raffigurati nel fregio hanno una sorta di fazzoletto ripiegato sotto la corazza o semplicemente annodato al collo. È plausibile che i soldati romani avessero ereditato questo accessorio dalle popolazioni della Dacia e lo usassero come riparazione dal clima molto rigido. Usanza che si diffuse poi fra la popolazione tanto che alcuni celebri scrittori latini, Orazio e Seneca, ricordano il “ focale” con cui i Romani talvolta avvolgevano la gola.

Tuttavia sembra che ricorressero a questo accessorio soprattutto persone malate o quelle effeminate che gareggiavano a chi l’annodava con più originalità.

Ma la cravatta, come attualmente la intendiamo, nasce con re Luigi XIV. La parola “cravatta” che in antico era detta “corvatta” si fa generalmente derivare dal francese “cravate” un adattamento della parola croata “hrvat” (croato).

Per alcuni studiosi linguistici però il lemma non deriverebbe dal croato ma avrebbe origine  dal turco “kurbac” e dall’ungherese “korbacs”, termini che designano entrambi oggetti lunghi, come lo scudiscio e la frusta. D’altronde “cravache” in francese vuol dire frusta ed in Francia il termine “cravate” veniva già usato nel XV secolo per definire un pezzo di stoffa lungo e sottile.

In Italia, il termine cravatta era già adoperato nel corso del ‘500 come testimonia Cesare Vecellio (1521-1601) nel libro “Degli abiti antichi e moderni in diversi parte del mondo” (1590), in cui, a proposito del focale  romano, scrive che era una specie di cravatta.

Seguendo la linea interpretativa generale, la storia vuole che, il re francese, impegnato com’era con innumerevoli battaglie europee, avesse creato nel 1686 un reggimento di cavalleria leggera di Croati. Questi croati, detti “cravates” storpiando l’originale “hrvat”, lanciarono una vera e propria moda della cravatta tanto che il reggimento croato al servizio del re di Francia era detto “Real Cravatta”. L’uniforme di questi cavalieri era simile a quella degli ussari ungheresi: un dolman rosso con alamari, un colbacco di pelo e una vistosa striscia di lino bianco annodata al collo.

Soldato Croato con cravatta, XVI-XVII sec.

Soldato Croato con cravatta, XVI-XVII sec.

Il monarca, fiero dei suoi arditi cavalieri, imitandoli, si cinse al collo una preziosa striscia bianca e volle che tutta la corte seguisse il suo esempio decretando così il successo della cravatta che cominciò il suo secolare percorso.

Prima di cristallizzarsi nelle attuali fogge, la cravatta è passata attraverso numerose trasformazioni. Un primo cambiamento si ebbe nel 1692 con la cravatta “alla Steinkerque”, dal nome della località presso la quale si svolse una sanguinosa battaglia, combattuta contro Guglielmo III d’Orange (1650-1702), re  d’Inghilterra e d’Irlanda dal 1689.

Molti stati europei erano confluiti nella cosiddetta “lega di Augusta” per contrastare la proterva ambizione del re Sole e la battaglia di Steinkerque del 3 agosto 1692 è collocata nel contesto delle numerose battaglie avvenute. I Francesi erano comandati da François-Henri de Montmorency Bouteville, Maréchal de Luxembourg, e gli Inglesi erano condotti da Guglielmo III d’ Orange novello re d’Inghilterra.

Le fasi della battaglia così vengono descritte:

Guglielmo, re d’ Inghilterra, scoprì una spia che da Luxembourg era mantenuta appresso di lui, e prima di farla giustiziare la sforzò a scrivere al generale francese un falso avviso, dietro del quale Luxembourg prese con tutta ragione quelle misure che doveano tornargli dannose. La sua armata immersa nel sonno fu assalita all’albeggiare del giorno; una brigata era già rotta in fuga. Luxembourg era ammalato ma il pericolo gli rese tutte le sue forze: cambiar posizione; stabilire un campo di battaglia alla sua armata; riordinar l’ala diritta totalmente scompigliata, rianimar truppe volte in fuga, condur tre volte all’assalto la guardia reale, fu tutto operato in meno di due ore. Abbiamo inseguito il nemico, dice il maresciallo di Berwik, per un lungo quarto di lega, facendone una orribile carneficina. Il nostro drappello scelto composto del duca d’Orleans, dei duchi di Bourbon, del principe di Conti, restò in tutta l’azione esposto al più vivo fuoco insieme col maresciallo di Luxembourg.” (1)

Fu davvero una carneficina, Guglielmo d’Orange battè in ritirata lasciando sul tappeto: 10.000 soldati, 1.300 prigionieri, 10 cannoni e 9 bandiere che andranno a decorare la navata di Notre-Dame.

André Le Nostre - Architetto dei giardini di Luigi XIV, ritratto eseguito da Carlo Maratta. La cravatta è a “punto Venezia”.

André Le Nostre, architetto dei giardini di Luigi XIV, ritratto eseguito da Carlo Maratta. La cravatta è a “punto Venezia”.

Anche Voltaire, nel suo “Secolo di Luigi XIV”, riferisce della battaglia e della nascita di una nuova moda. Al loro vittorioso rientro i nobili francesi trovarono tutte le strade bloccate da una moltitudine di persone che festante li applaudiva. Gli uomini portavano allora cravatte di pizzo, il cui nodo richiedeva parecchio tempo e cura, ma per  fronteggiare l’attacco sferrato a sorpresa contro il loro accampamento, gli ufficiali francesi, nella fretta con cui avevano dovuto vestirsi per la battaglia, avevano negligentemente annodato le loro cravatte al collo lasciando le estremità pendenti semplicemente infilate in un’asola.

Era nata così la “cravatta alla steinkerque”, che fu portata da ambo i sessi non solo in Francia ma in Inghilterra e in tutte le corti europee dove si seguiva la moda francese.

Alla battaglia di Steinkerque non si deve solo la nascita di un nuovo tipo di cravatta ma anche la composizione, in forma di Te Deum, forse la più conosciuta (2), di Marc-Antoine Charpentier(1643-1704).

Da allora la cravatta ha percorso tutti i secoli animando sempre più la scena vestimentaria.

Più la moda maschile si faceva sobria più la cravatta suscitava interesse essendo uno degli ultimi elementi decorativi in grado di esprimere la propria personalità. Nella prima metà del XIX secolo furono pubblicati vari libri di istruzione sull’arte di annodare la cravatta, per cui si riconosceva l’uomo geniale dallo slancio tutto particolare mentre il piccolo borghese si sarebbe fatto subito riconoscere da uno nodo banale e privo di fantasia. Anche il grande Balzac fu uno degli autori di questi manuali.

Così stigmatizzava il Corriere delle Dame del 30 Maggio 1835: “La cravate ‘est l’homme” .

© Ivana Palomba

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– 1. Effemeridi politiche, letterarie, e religiose, Agosto, Volume 8, 1823, pagg. 36-37.
– 2. Il preludio di questa composizione è utilizzato come sigla iniziale e finale di tutti i programmi televisivi e radiofonici trasmessi in Eurovisione.

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Bibliografia:
– Giulia Mafai, Storia del costume dall’età romana al Settecento, Skira, 2011.
– Voltaire, Il secolo di Luigi XIV, trad. it. di U. Morra, Einaudi, 1994.
– Cesare Vecellio, Degli habiti antichi e moderni in diverse parti del mondo, 1590.
Effemeridi politiche, letterarie, e religiose, Agosto, Volume 8, 1823.

Aug 302013
 

Mi diceste una volta che con un abito da sera e una cravatta bianca,
chiunque, anche un agente di cambio,
può acquistarsi la riputazione di una persona civile.
(Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray, 1891)

 

Potremmo iniziare con il dire che non c’è moda se non ci sono i relativi accessori, e non da ora, fin dai tempi dei tempi: da Cleopatra? da prima? Cravatta, falsi nei, ventagli, collane, bracciali, anelli, foulard, e mille altri complementi, hanno creato un’industria che supporta lo stile, uno stile in cui “L’eleganza è la sola bellezza che non sfiorisce mai” (1).

Potremmo però domandarci innanzi tutto che cos’era la moda una volta, e rispondere con le parole di Bianca Maria Rizzoli:

La moda è un fenomeno talmente complesso che riesce difficile darne un’univoca definizione. La maggior parte degli autori ne traggono conclusioni sociologiche. La moda sarebbe (o sarebbe stata) un fenomeno che evidenziava la differenziazione delle classi sociali.” (2)

E se poi seguiamo l’idea di Coco Chanel, “La moda è fatta per diventare fuori moda”, entriamo in un continuum storico che partendo da lontano sembra giungere a noi con una serie di rimandi, di ritorni, quasi di comparse e ricomparse, di proposizioni e riproposizioni, che sembrano dire “Il moderno invecchia; il vecchio ritorna di moda” (3). Un gioco della storia dei costumi e della moda in lato sensu che è parte attiva e partecipe del nostro quotidiano vivere e che, attraendo, raggiunge oggigiorno enormi masse di persone dalle disparate evidenze sociali.

Bruegel il Vecchio, Banchetto nuziale, 1566 ca., particolare; Hieronymus Bosch, Il figliuol prodigo, 1510 ca., particolare; scarpa da donna 2012

Bruegel il Vecchio, Banchetto nuziale, 1566 ca., particolare; Hieronymus Bosch, Il figliuol prodigo, 1510 ca., particolare; scarpa da donna 2012

Cosicché, se, per semplice curiosità, facciamo un salto nel ‘400 o nel ‘500 e analizziamo un quadro del tempo, soffermando la nostra attenzione sulle scarpe e poi sbirciamo il nostro 2013, potremmo esser presi dall’interesse a investigar ulteriormente e sulla loro evoluzione, sia dal punto di vista del materiale adoperato, sia del disegno, sia del lavoro artigianale o meccanico, colori forme tratti che potrebbero identificare un’epoca, in cui era palese – nella grande massa - il valore dell’uso e della comodità che della ricercatezza.

Lord Brummell, Ottocento; pantalone 2013

Lord Brummell, Ottocento; pantalone 2013

Allo stesso modo sui pantaloni maschili del Settecento al confronto a quelli odierni o sulle cravatte di lord Brummell, e, per andare oltre, su come è cambiato il significato del “lusso” nel trascorso dei secoli, ciò che ieri era prezioso, il sale il pepe le spezie in generale, oggi non lo è, ciò che ieri era destinato a pochi, oggi è a portata di tutti. Cambia dunque il concetto – anche ma non solo – in base alla possibile quantità disponibile, ma oggi, rispetto a ieri, entra in gioco il “prestigio”, i personaggi di rilievo che “mettono” il loro nome (la loro esperienza) nell’oggetto e ne fanno un cult, un desiderio da appagare, il tutto in una complessa azione di marketing.

Il gioco, di cui accennavamo prima, si fa sempre più evidente con l’introduzione di internet, dei blog dedicati alla moda »qua uno dei blog più famosi in occidente), agli annessi e connessi, immagini che permettono “trasmettere” dinamiche anche di Paesi e mondi poco conosciuti (»»qua il lavoro dietro una sfilata di moda), foto presenti, per esempio, su Instragram o Pinterest, “fenomeni sociali” che divulgano i più variopinti “eventi”. Dove  l’individuo, talvolta privo di visione storica, propone un proprio senso estetico, un proprio gusto, una propria prospettiva del presente, cosicché basta un sito web e un video per raggiungere decine di migliaia di possibili utenti: processo che è bene studiare per penetrare le caratterizzazioni della nostra vita quotidiana.

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Considerare, in sostanza, quella onnipresente continuità storica di cui parliamo spesso, quelle complesse relazioni e interrelazioni che dominano la nostra vita e di cui dovremmo tener conto e prendere atto ogni qualvolta affrontiamo un argomento per approfondirlo e offrirlo, è proposito necessario per documentare un mondo che varia a ritmi primi impensabili, in cui il cambio deve, o dovrebbe essere, cosciente, consapevole, informato del proprio passato.

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– 1. Audrey Hepburn (»»qua)
– 2. Bianca Maria Rizzoli, Il fenomeno moda, babilonia61.com, 16 ott. 2009.
– 3. Leo Longanesi, La sua signora, Rizzoli, 1957.

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Suggerimenti lettura:

- Carlo M. Belfanti, Civiltà della moda, il Mulino, 2008.
– Melissa Leventon, L’abbigliamento nel mondo, Logos, 2009.
– M. Giuseppina Muzzarelli, Breve storia della moda in Italia, il Mulino, 2011.
– M. Giuseppina Muzzarelli, Guardaroba medievale. Vesti e società dal XIII al XVI secolo, il Mulino, 2008.
– Paul Poiret, Vestendo la Belle Époque, Excelsior 1881, 2010.
– Roland Barthes, Il senso della moda. Forme e significati dell’abbigliamento, Einaudi, 2006.

Jul 302010
 

Un’intervista a Elisabetta Gnignera, autrice del volume appena pubblicato “I soperchi ornamenti”.

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- Che cos’è per te la Storia, che rapporto hai con essa?
Nella storia si trova il fondamento di tutto quello che siamo oggi pertanto non è possibile ignorare quegli avvenimenti o fenomeni culturali e di pensiero che ininterrottamente si sono susseguiti sino a modellare il nostro presente.
Per me è non solo auspicabile, ma doveroso, perseguire la conoscenza – perlomeno a grandi linee – dei fenomeni storici (andando a pescare anche nella micro-storia) che hanno caratterizzato la nostra civiltà partendo da quella occidentale che mi riguarda più da vicino ma cercando di spingermi sino alla comprensione storica di civiltà geograficamente – ma spesso non culturalmente- distanti dalla nostra.

- Che significa avere coscienza storica e a che serve?
Significa essere in grado di rintracciare l’eco dei grandi avvenimenti storici nei piccoli fatti quotidiani i quali talvolta sono altrettanto rivelatori e contribuiscono a gettare una luce nuova e chiarificatrice sulla storia “ dei grandi”.
A questo proposito ricordo ancora un brano contenuto in un mio “originale” manuale di Storia del Liceo in cui veniva descritto con accuratezza un pasto frugalissimo del pontefice Giulio II (la cui parsimonia è ben nota a storici e non ….); ebbene a distanza di anni rimane indelebile il mio ricordo del brano in oggetto mentre circostanziati saggi di illustri storici sono caduti nell’oblio: potere della micro-storia!
Ritengo, con gli antichi, che la Storia – e di conseguenza la coscienza storica – sia a tutt’oggi e sempre di più Magistra vitae.

- Credi che la Storia abbia dei corsi e ricorsi?
Credo che l’animo umano [e i moti dell’…] pur adeguandosi all’evolversi delle epoche, sia sostanzialmente uguale a se stesso pertanto più che di ricorsi di avvenimenti parlerei di ricorsi di meccaniche psicologiche e sociali che stanno alla base di molti avvenimenti storici.

- Qualcuno parla di revisionismo storico, di rivedere la Storia – anche, ma non solo – alla luce di nuove idee, spesso politiche e di parte, che ne pensi?
Penso che se si “ascoltasse” con maggiore attenzione ciò che i documenti rivelano (e lo fanno sempre e in ogni caso, anche quelli apparentemente più insignificanti) lasciando da parte teorie spesso confezionate a tavolino o poco riguardose degli avvenimenti storici e si ricercasse attraverso il rigore e la comparazione, di approdare a punti di vista il più possibile obiettivi senza preconcetti o aberrazioni storiche di ordine politico, la Storia, quella vera, quella di tutti e che appartiene a tutti perché parla dei grandi e dei piccoli, ne uscirebbe arricchita.

- Credi che bisogna snazionalizzare la Storia, nel senso che essa, pur concependosi in determinate nazioni, paesi, deve andare oltre?
Diciamo che determinati fenomeni storici hanno delle caratteristiche in ogni caso “nazionali” e locali; occorre essere consapevoli, nella ricerca così come nella fruizione storica, di queste caratteristiche senza operare forzature “transnazionali” che risulterebbero altrettanto nocive di una cecità campanilistica nei casi di fenomeni storici dove gli “internazionalismi” siano di fatto accertati. In altre parole, se è auspicabile che nel prossimo futuro possa esservi una comprensione globale di fenomeni locali bisogna stare attenti a non avallare in modo arbitrario, punti di contatto tra fenomeni dove storicamente, punti di contatto non vi sono.

- C’è differenza fra ricerca storica condotta in Italia e in altri Paesi, in generale?
In generale credo che se in Italia si eccelle spesso nel rigore storico e nell’analisi circostanziata dei fatti e delle fonti, di pari passo, è fin troppo presente un certo pregiudizio di stampo accademico secondo il quale soltanto alcune fonti documentarie sono degne di essere analizzate mentre si tralasciano spesso delle fonti minori le quali – se indagate – contribuirebbero ad illuminare in maniera magistrale degli aspetti poco conosciuti di argomenti quali ad esempio il costume, che di fonti cosiddette minori si sostanziano.
Un altro aspetto che balza agli occhi nella ricerca storica in Italia è il carattere poco divulgativo di molti lavori il cui intento sembra spesso improntato ad una sorta di auto-referenzialità volta ad acquistare credito all’interno del mondo accademico e non a raggiungere veramente i lettori.

- Hai appena pubblicato un libro dal titolo “I soperchi ornamenti”, dicci in poche parole di che cosa tratta?
Si tratta di una pubblicazione nella quale ho voluto tracciare uno spaccato inedito ma storicamente rigoroso della figura e della storia della donna nel Quattrocento in Italia attraverso l’analisi dei copricapi e delle acconciature ma anche della cosmèsi e accogliendo volutamente all’interno, la trattazione – resa attraverso le acconciature – delle principali categorie sociali di appartenenza delle donne del tempo: vergini, spose, vedove, prostitute, schiave, balie etc.
Fondamentale è stato il metodo ossia l’uso attento e selezionato ma senza preconcetti accademici, di fonti letterarie, documentarie e iconografiche per approdare ad un’indagine storica aperta e non tematizzata a priori.

- C’è un qualche rapporto storico fra acconciature rinascimentali e acconciature moderne?
In generale posso instaurare dei paralleli ‘per negazione’ nel senso che oggi le acconciature ed i copricapi intesi come sovrastrutture in senso stretto, hanno perso via via di importanza a differenza del Quattrocento-Cinquecento quando anche l’identità sociale passava spesso per la testa delle donne. Evidentemente oggi la testa delle donne non serve più come mezzo di connotazione dell’identità femminile che va ricercata altrove…

- Che tipo di difficoltà hai avuto durante le ricerche?
Lo scoglio principale da superare è stato quello di dover parlare delle donne dovendo filtrare delle testimonianze documentarie, letterarie etc., eminentemente maschili analogamente a quanto evidenziato dal Prof. Francesco Furlan, autore del saggio La donna, la famiglia, l’amore tra Medioevo e rinascimento, Leo Olschki Editore:

[…] all’ostinato silenzio della donne si oppone, insomma, una loquacità magari relativa ma persistente degli uomini. Non di tutti gli uomini, certo […] è innanzitutto con chierici, con filosofi e letterati, con medici e giuristi che abbiamo a che fare. Lo schermo che essi innalzano e col quale ricoprono il nostro oggetto è senz’altro uno schermo maschile, e sovente concepito e collaudato a partire da ambienti nei quali la donna è assente, dai quali anzi – com’è per gli ecclesiastici – essa è esclusa.

Attraverso tale schermo ho cercato di raggiungere via via dei punti di vista che approdassero ad una certa obiettività storica mediando tra idealizzazione e denigrazione che sono gli estremi entro i quali dover definire la figura della Donna. Con mia sorpresa ho notato come, in senso storico, si progredisca di più attraverso fonti che intendono denigrare piuttosto che non attraverso quelle che tendono ad idealizzare perché si ha un maggiore appiattimento dei dati storici.

- Pensi che la moda abbia influito in certe decisioni o che sia uno specifico periodo storico ad aver determinato un modo di vestirsi, di acconciarsi?
Credo che entrambe le circostanze si siano verificate e si verifichino tuttora: se ad esempio nelle acconciature quattrocentesche è tangibile la stessa evoluzione storico-filosofica della società coeva passando dal verticalismo del gotico flamboyant alla simmetria/chiarezza dell’umanesimo rinascimentale, per altri fenomeni di costume quali la gorgiera adottata dai nobili spagnoli per volere del loro sovrano con lo scopo di mantenere la testa (e più precisamente il mento) più alta possibile, per conferire a chi la portava un aspetto più altero possibile, si può parlare di vere e proprie implicazioni sociali scaturite da essi.

Nov 052009
 

Capigliatura femminile nel Rinascimento italiano

La Storia può essere narrata da diverse angolature: politica, sociale, religiosa, antropologica, culturale, e via dicendo, tutte sfaccettature di uno stesso racconto, di uno stesso continuum.

E allora viene in mente l’Arte, gli artisti, quegli artisti che tramite i loro quadri ci permettono prendere visione di usi e costumi d’altri tempi. Tele che ci segnalano, per esempio, le acconciature femminili, le suppellettili, gli abiti, in quel Rinascimento che grande influenza ebbe – anche, ma non solo – sul costume.

Medesima cosa si potrà affermare con i dipinti di Vermeer, dove il pittore rappresentava la borghesia olandese del XVII secolo, borghesia frutto degli scambi commerciali con oriente e occidente. La moda racconterà in tal caso particolari della storia delle colonie americane, così come dell’influenza orientale, racconterà dei colori in voga, degli abiti, degli accessori… per non dimenticare il lusso e lo sfarzo francese che cercava di diffondersi per l’Europa intera.

Il Settecento sarà invece un periodo che segnerà in Francia un “prima della rivoluzione” e un “dopo la rivoluzione”: la moda romperà dei confini e sarà pronta ad accogliere le innovazioni politiche culturali sociali del XVIII secolo, dell’Illuminismo, del nuovo modo di vedere e vivere la vita. La Storia influirà nei costumi e i costumi paleseranno le nuove ideologie.

Questa breve introduzione per invitarvi a continuare il tema, ad approfondire, a curiosare intorno e cercare di capire cosa realmente vogliamo “dimostrare” quando indossiamo un determinato indumento.

Oct 162009
 

di Bianca Maria Rizzoli

La moda è un fenomeno talmente complesso che riesce difficile darne un’univoca definizione. La maggior parte degli autori ne traggono conclusioni sociologiche. La moda sarebbe (o sarebbe stata) un fenomeno che evidenziava la differenziazione delle classi sociali. In passato la cosa era molto più immediata da capire: per fare un esempio, il tessuto, che fino all’Ottocento era fatto a telaio ed era di origine animale o vegetale (lana, seta, cotone, lino, canapa), aveva prezzi diversi a seconda della provenienza, della morbidezza e della lavorazione. Anche il colore evidenziava la differenza sociale prima dell’invenzione dei coloranti sintetici. La porpora, che durante il periodo bizantino era destinata esclusivamente al Basileus (imperatore romano d’Oriente) era ottenuta dai murex, molluschi da cui si traeva una sola goccia di tintura. Si può facilmente immaginare come fosse preclusa per la sua rarità, alla gente normale o povera. Il rosso, che poteva essere ricavato anche da insetti come la cocciniglia, o da piante come la robbia e il brasile (un legno sudamericano detto anche verzino), in passato costava tanto che era completamente al di fuori della portata della plebe, che nel medioevo veniva chiamata, proprio per questo “gente grigia”. Cosimo de’ Medici il vecchio, cui un tale chiese come si sarebbe dovuto comportare un buon uomo di governo, rispose: ”Vesti di scarlatto e parla poco”.

Con l’avvento delle signorie, dei principati in Italia e degli stati nazionali d’Europa, le corti si ingrandirono aumentando in fasto e magnificenza. Ormai appartenere all’aristocrazia richiedeva un apparato sfarzoso che, oltre all’abbigliamento, includeva servi, palazzi, territori. Su questa grandeur aveva non poco influito la corte di Spagna, dove si era convinti di vivere in una glaciale superiorità. Per lunga tradizione i nobili erano certi che il potere di cui godevano derivasse direttamente da Dio, e il vestito stesso (siamo tra Cinquecento e Seicento) li trasformava in idoli, con l’aiuto di gorgiere, busti e guardinfanti che limitavano le movenze del corpo. Lo stesso scopo avevano le lavorazioni in oro e pietre preziose, i merletti e i ricami. A quell’epoca all’oro e pietre preziose si attribuivano poteri soprannaturali. Contemporaneamente la gente comune, che indossava per lo più stracci, era messa in caricatura, come si può ben vedere dai quadri dell’epoca.

La rivoluzione industriale inglese del Settecento, e la Rivoluzione Francese, modificarono solo in parte le distinzioni sociali di cui sopra. Durante l’Ottocento nemmeno l’apertura dei primi magazzini che vendevano moda pronta riuscì a inventare l’abbigliamento democratico, perché la borghesia, che era risultata vincente dopo gli sconvolgimenti rivoluzionari, al posto del concetto di “lusso” applicò quello di “stile”, dedicato in particolare ai dettagli. Certamente una giacca fatta a macchina non aveva il medesimo stile di una fatta a mano: non gli stessi revers, lo stesso taglio, lo stesso aplomb. Per cui un gentiluomo o una gentildonna si riconoscevano per questo tipo di eleganza meno sfarzosa ed esibizionista, ma altrettanto costosa, nonché per la provenienza di abiti e accessori, che per l’uomo dovevano essere rigorosamente inglesi, e per la donna francesi. La nascita della professione di stilista, alla fine dell’Ottocento, permise un facile riconoscimento dell’abito di lusso, grazie ai giornali di moda che tenevano informato il pubblico sulle nuove collezioni, e grazie alla linea inconfondibile che avevano, per fare un esempio, abiti firmati Dior, Chanel, Saint Laurent.

Attualmente, il marchio in bella vista sui vestiti ha la stessa funzione, solo che, dal momento che il numero di persone che si può permettere un Armani anche usato è aumentato, la confusione si è moltiplicata. Non si può quindi che riprendere il vecchio proverbio: “L’abito non fa il monaco”. In modo più sottile, determinato dalla pubblicità e dal marketing, il marchio non designa una qualche superiore spiritualità, ma il gusto di abbracciare un tipo di filosofia di cui esso sarebbe l’elemento comunicatore. Le campagne di Benetton, con i ragazzi di ogni razza, il rifiuto della guerra e della violenza, la provocazione di mille colori, sono indirizzate a giovani che si identificano in un mondo pacifista, interrazziale, allegro libero e amichevole. Ulteriori elementi distintivi dell’abito servono a qualificare varie professioni, come il camice del medico, la toga del magistrato, ecc.

Anche le cosiddette culture “vincenti”, ossia quelle che hanno dimostrato una maggiore aggressività e una potenza tecnica ed economica più avanzata, sono state capaci di imporre il loro modo di vestire alle altre razze. Per fare un esempio, le mode americane hanno conquistato il mercato europeo dopo la seconda guerra mondiale, e le famose sneakers, le scarpe da ginnastica usate nei colleges, hanno cominciato ad entrare di prepotenza anche da noi. Per lo stesso motivo in Oriente si sono largamente diffusi gli abiti occidentali, e in Giappone il Kimono è quasi sparito, se non come abito da casa o indumento delle geishe. Infine, tipico fenomeno del nostro tempo, è l’entrata dei giovani nel mondo della moda avvenuta nel secolo scorso, all’inizio con indumenti di protesta come i jeans, l’eskimo, la T-shirt, gli abiti etnici ed usati. Abiti da contestazione, abiti femministi, abiti che rifiutavano il costume classico borghese e che esprimevano le esigenze di vivere in mondo diverso, furono conquistati dal mondo della moda, che li ha rilanciati come oggetti di elite stravolgendone completamente il significato originario, e obbligando contemporaneamente molti adulti ad indossarli per esibire una falsa giovinezza.

La nostra moda di oggi è oramai determinata dalle multinazionali che ne hanno fatto un business, moltiplicando gli stili e la confusione, sfruttando il fenomeno della globalizzazione per imporre abiti costosi realizzati da mano d’opera a costo zero. La moda non è solo l’abito, ma tutto ciò che coinvolge il corpo. L’attuale ricerca della giovinezza a tutti i costi recluta industrie d’abbigliamento, palestre, fabbricanti di cosmetici e profumi, in un enorme giro d’affari di cui siamo tutti più o meno inconsapevoli fruitori.

Ma che dire dell’aspetto psicologico del vestito? Questo fattore è legato alla personalità del soggetto e al rapporto che ha con sé stesso e il proprio corpo e quindi, probabilmente, va indagato a parte per ogni individuo e ogni classe di età. Come si spiegherebbe altrimenti la differenza tra due signore settantenni, una col grembiulone e le scarpe basse, l’altra con i tacchi a spillo e il viso rifatto? Un divertente libretto purtroppo sparito dalla circolazione: “Il corpo incompiuto”, di Bernard Rudofsky ipotizza che in ogni caso l’essere umano ritiene che il corpo nudo non corrisponda a canoni estetici o espressivi soddisfacenti, e quindi sia necessario per l’uomo addobbarlo e trasformarlo in qualche modo, siano le cicatrici o le pitture corporali che si praticano ancora in Africa, sia il multiforme abito occidentale che conosciamo.

©Bianca Maria Rizzoli

Mar 162009
 

Diceva qualcuno che i vestiti più che per ripararci servono per comunicare, apparire, dimostrare… sedurre. E non meno lo era negli anni che stiamo prendendo in considerazione, in cui la tendenza all’esibizione serviva anche a mostrare la classe sociale.

Fra i tanti accessori, tre hanno chiamato maggiormente la mia attenzione:

Ottocento, Lord Brummell- la cravatta, che sebbene fosse nata nel ‘600, ebbe grande sviluppo il secolo dopo. Al principio era una semplice stoffa di lino legata soavemente a mo’ di farfalla, diventando col tempo laboriosa nella forma e nei nodi. Uno dei più celebri dandies del XVIII-XIX secolo, Beau Brummel, era conosciuto per la sua maniera bizzarra di annodarle al primo tentativo, spesse volte fallito. Tanto fu il successo della cravatta che si pubblicò un libro dal titolo: L’arte di annodare la cravatta;

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Descrizione di alcuni nei del XVIII secolo

Descrizione di alcuni nei del XVIII secolo

- il neo, voga eccentrica e curiosa, raggiunse il suo fulgore nel XVIII secolo. L’origine sembra derivare dall’usanza di nascondere i difetti del viso delle donne, in particolar modo quelli derivati dal vaiolo. In che cosa consisteva? Erano dei tessuti di taffetà o di morbida pelle dalle svariate forme, mezzaluna, stella, sole, non mancando la carrozza con cavalli, che si mettevano sulla pelle. Le donne meno agiate, per seguire la moda, adoperavano quelli fatti di semplice carta.

Raccontavano i fratelli de Goncourt:

Ecco l’ultimo tocco della toilette di una donna: cercare e trovare la posizione per quei nei posticci a forma di cuore, di luna, di cometa, di luna crescente, di stella, di spoletta. E che attenzione a disporre graziosamente queste esche d’amore, uscite dalle mani della famosa Dulac di rue Saint-Honoré: c’è la badine, la baiseuse, l’équivoque. E bisogna portarli secondo le regole: l’assassine all’angolo dell’occhio, la majestueuse sulla fronte, l’enjouée nella fossetta che si forma quando si ride, la galante in mezzo alla guancia, e la coquete, chiamata anche précieuse e friponne vicino alle labbra! La moda andò ancor più lontano: a un certo punto, le donne portavano alla tempia destra nei di velluto grandi come un picolo empiastro. E si vide addirittura sulla tempia della graziosa Madame Cazes un singolare neo contronato di diamanti” (1);

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Ventaglio francese di fine '700

Ventaglio francese di fine ‘700

- il ventaglio, benché di origine antichissimo, fu portato alla ribalta nel XVII secolo dai portoghesi che venivano dai viaggi dall’Estremo Oriente, mentre in Francia era stato introdotto qualche anno prima da Caterina de’ Medici. Pieghettato o a semicerchio, riccamente decorato o no, di seta o di carta, l’accessorio fu adoperato dalle donne non solo per rinfrescarsi, ma anche come elemento di distinzione e di comunicazione. Infatti a secondo di come veniva mosso, voleva manifestare qualcosa: lasciandolo scivolare sulle guance indicava che si voleva bene a quella persona con cui si stava parlando, o appoggiarlo sulle proprie labbra significava che si desiderava essere baciati. Nel ‘700, la Francia fu il paese in cui più di ogni altro luogo la cultura del ventaglio prese piede. Erano abbelliti altresì con scene di vita quotidiana, con famosi personaggi, spesso riprodotti in modo ironico, con figure scandalose. Ancora i fratelli de Goncourt ci informano che durante i concerti o le feste da ballo:

“… mentre le due orchestre suonavano, i ventagli picchiano sulle dita, e non passa un minuto senza sentire il frufru di una seta stropicciata, e queste parole nella bocca di una donna: «Smettetela con queste pazzie!»” (2)

Dama con ventaglio, Pieter Paul Rubens, 1612-1614

Dama con ventaglio, Pieter Paul Rubens, 1612-1614

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– 1. Edmond e Jules de Goncourt, La donna nel XVIII secolo, Sellerio, Palermo, 2010, pag. 295.
– 2. op. cit., pag. 141.

Feb 142009
 
Capigliatura femminile nel Rinascimento italiano

Capigliatura femminile nel Rinascimento italiano.

Ci è ben noto che nel Rinascimento vi fu un passaggio dell’uomo dall’appartenere a un determinato gruppo, a una definita schiera, alla presa di coscienza della propria individualità, della propria forza. Col migliorare la vita sociale, dunque, ogni persona cercava di dare il meglio di sé, del proprio sapere, di partecipare alla vita comune non più come assoggettato agli altri, bensì libero di manifestare le proprie potenzialità.

La moda rispecchia questo carattere, costumi che i pittori dell’epoca rappresentavano, ritraendo l’eleganza dei dettagli, delle suppellettili, talvolta, forse, esagerando.

Sappiamo che a Firenze e a Venezia, per esempio, vi erano ben precise leggi che disciplinavano il modo di vestire tanto degli uomini come delle donne, non usando abiti troppo lussuosi, cosa che non si aveva a Napoli. Proprio nella famosa città toscana ognuno si abbigliava a proprio gusto, facendo sfoggio della propria individualità, dando rilievo agli ornamenti e agli abbellimenti, nei limiti imposti dai codici.

Le donne, ricordiamo, per seguire un certo modus vivendi, dovevano avere la carnagione chiara, capelli possibilmente biondi, essere sempre eleganti. Si racconta che per schiarire il colore dei capelli si credesse che il sole facesse la sua parte, possedendo determinate virtù, cosicché le gentil signore passavano intere giornate al sole.

Per non dimenticare delle tante applicazioni e unguenti che servivano a conservare la loro bellezza, prodotti specifici per il viso, le palpebre, i denti, e via dicendo. Si adoperava acqua di talco per il corpo, lavanda per le mani, così come esteso era l’uso dei profumi, profumi prerogativa non solo del bel sesso, ma anche degli uomini, e degli animali.

Sì, degli animali, in quanto durante le festività cavalli e mule che si dovevano cavalcare, spesso e volentieri, venivano strofinati con preparati odorosi, insieme ad alcuni oggetti che si portavano addosso. Proprio Pietro Aretino scriveva a Cosimo I de’ Medici per ringraziarlo di “quei cento scudi nuovi e profumati, che l’altro dì mi mandaste a donare”.

E le ragazze meno abbienti seguivano, a loro modo e nelle loro possibilità economiche, i consigli della gente più facoltosa.

Nei banchetti, gli italiani primeggiavano su tutti, le nostre corti rinascimentali non erano seconde a nessuno, sia per eleganza che per galateo.

Il Galateo di Giovanni della CasaEd eccoci al Galateo, quell’ancora oggi famoso libro scritto da Giovanni della Casa (1503-1556), che ebbe tanto successo in tutta Europa, in cui si descrivevano le buone norme per un corretto apparire e convivere. Partendo dalle regole di pulizia, nel senso igienico della parola, fino ai consigli per evitare certi usi sconvenienti di presentarsi in pubblico, da come sedersi a tavola al linguaggio da tenere durante una conversazione, dal fuggire certi vizi al tono di voce ideale.

A proposito di determinate regole di comportamento scriveva:

Non istà bene grattarsi sedendo a tavola, e vuolsi in quel tempo guardar l’uomo più che e’ può di sputare e, se pure si fa, facciasi per acconcio modo. […] Non istà medesimamente bene a fregarsi i denti con la tovagliuola e meno col dito, che sono atti difformi; né risciacquarsi la bocca e sputare il vino sta bene in palese; né in levandosi da tavola portar lo stecco a guisa d’uccello che faccia suo nido, o sopra l’orecchia come barbieri, è gentil costume. […] E chi porta legato al collo lo stuzzicadenti erra sanza fallo, ché, oltra che quello è uno strano arnese a veder trar di seno ad un gentiluomo e ci fa sovenire di questi cavadenti che noi veggiamo salir su per le panche, egli mostra anco che altri sia molto apparecchiato e provveduto per li servigi della gola; e non so io ben dire perché questi cotali non portino altresì il cucchiaio legato al collo!

Fra il serio e il divertente, della Casa, non avendo come fine voler scrivere un trattato sulla morale, metteva in grado il lettore poter essere elegante, raffinato e signorile nello stesso tempo, il tutto senza apparire forzato.

Per concludere questa breve dissertazione, sembra che l’Italia avesse raggiunto, durante il Rinascimento, un grado di raffinatezza, di eleganza e perfezione che non si ebbe, in quegli anni, in nessun altro paese europeo, qualità che saranno orientamento nei secoli a seguire.

 

Sep 092008
 

Ricordiamo, innanzitutto, che siamo verso la fine dell’epoca barocca e agli inizi del rococò, oltre che nel periodo in cui l’illuminismo influenzerà la forma di pensare e agire dell’uomo.

Il modo di vestire italiano di quegli anni diventa una divertente ostentazione, abiti colorati, capelli incipriati, glutei e gambe cinte da stretti calzoni. Sembra che l’eleganza e la finezza, esibita tramite colori allegri e tessuti vellutati di solito ampiamente decorati, sfiorino la follia di apparire a tutti i costi, una follia, direi, bella a vedersi.

Dalla corte di Luigi XV, oltre ad arrivare la moda dei merletti d’oro e d’argento, giunge inoltre l’uso di un ampio mantello senza maniche dal colletto ribattuto, pare già diffuso all’epoca di Luigi XIV, poi diventato redingote, dall’inglese riding-coat (mantello per cavalcare), confezionato con panno nero, blu o marrone, stretto in vita e spaccato dietro per, appunto, cavalcare comodamente.

Caratteristico era l’habit à la française, ovvero l’abito con la marsina, marsina meno lunga e meno larga della redingote, che si adopererà, sia in Francia che da noi, fino alla fine dell’Ancien Régime, e poi ancora durante il Primo impero.

La marsina nei primi decenni sarà senza collo, aderente al busto e allargandosi poco a poco per mezzo di pieghe, solitamente quattro o cinque, fin sotto le ginocchia. Segue la sottomarsina o la sottoveste, somigliante a un lungo gilet, con le maniche poco più lunghe di qualche centimetro rispetto alla marsina. Solitamente la parte anteriore era realizzata con tessuti preziosi, ricamati e ben adornati, mentre quella posteriore, poco o del nulla visibile, era fatta di tela di cotone o lino.

La fine della prima metà del ‘700 vedrà i calzoni, muniti di varie tasche, allungati, per arrivare appena sotto il ginocchio, qua legati con dei nastri.

Con il passare degli anni e l’avvento della ragione, dell’illuminismo, la moda cambierà – siamo oltre la seconda metà del secolo -, questa si farà meno decorativa, meno vistosa, più funzionale, si pensi che si giungerà al punto che per cucire un abito si utilizzerà un terzo del tessuto che si usava nei decenni precedenti.

Intorno al 1760, in Italia, come a Parigi, capitale della moda europea, avrà un certo successo lo stile di gusto militare, stile contraddistinto da galloni d’oro e d’argento.

Mentre la seta e il lusso erano la tendenza di inizio secolo, il cotone e la lana lo saranno verso la fine.

Pietro Longhi, Il precettore di casa Grimani.

Pietro Longhi, Il precettore di casa Grimani.

May 022008
 

Pittore olandese, Jan Vermeer (1632-1675), si dedicava a ritrarre la quotidianità, rappresentando la società borghese che, in quei tempi, iniziava a prendere forza e carattere.

L’Olanda, ottenuta l’indipendenza nel 1648 dalla Spagna, si ergeva a potenza economica europea, almeno sino al 1672, anno d’invasione delle truppe francesi di Luigi XIV.

Il nostro pittore, che si evidenzia per una perfetta resa luministica e un forte senso della composizione, nonché per gli accostamenti cromatici davvero sensibili, raffigurava quindi interni di case, scene familiari, figure femminili e maschili, il tutto con dovizia di particolari, particolari da cui possiamo dedurre, fra le altre cose, la moda dell’Olanda del XVII secolo.

Nelle seguenti selezioni di quadri, ho voluto risaltare qualche peculiarità degli indumenti femminili, per esempio, i colori che andavano per la maggiore, dal rosso al giallo, dal bianco crema all’azzurro, oltre alla forma e ai modelli. A parte i colori vivi, possiamo sottolineare i ricami, gli orpelli, le rifiniture, insomma la preziosità dei capi femminili. Il tutto adornato, spesso, con cuffie, perle, gioielli.

Vermeer, moda olandese,1

Vermeer, moda olandese, 2

L’eleganza borghese olandese era ben nota, giacché il commercio dei tessuti era sviluppato e la ricchezza in cui versava l’Olanda lo permetteva.

Più o meno nello stesso periodo, in Francia – che diventa dagli inizi del XVII secolo centro della moda europea – spopolano, fra le altre cose, la giacchetta femminile detta brassière e nell’uomo la cravatta alla Steinkerque. Parigi si rivela la capitale dello stile, di quelle tendenze che saranno d’esempio fino ai giorni d’oggi. Siamo negli anni di Luigi XIII e, dopo, del Re Sole, Luigi XIV: la Francia ha voglia di conquiste.

Apr 302008
 

Mentre agli inizi del ‘700 i vestiti erano raffinati, ricercati, elaborati – si pensi che negli anni ‘60 e ‘70 si giunse perfino a forme voluminose e ingombranti –, appena dopo la rivoluzione l’opulento modo di abbigliarsi cominciò a declinare, nel senso che il lusso e lo sfarzo furono messi da parte per dare spazio alla semplicità, alla sobrietà, alla comodità.

Eppure ancora pochi anni prima degli eventi che sconvolgeranno la Francia, i ricchi e fastosi costumi erano risorse dei nobili e della corte che cercava nell’abito un modo di differenziarsi dal popolo oltre che fra loro stessi. Ecco dunque che le donne indossavano pizzi e sete in estate e velluto in inverno, abiti largamente dettagliati, stringevano il corpo con un corsetto in modo da assottigliare il girovita il più possibile.

Usualmente le stoffe erano leggere, ricamate, il colore viola e rosa era quello maggiormente adoperato dalle signore. Le calze erano ricamate a mano, all’uncinetto, spesso bianche, raramente colorate. Scarpe a tacco alto, di seta, in velluto, in pelle leggera, anch’esse riccamente abbellite. Gioielli in abbondanza.

Caratteristica del ‘700 fu l’indebitarsi delle donne per comprare o confezionare vestiti sempre più elaborati, pomposi, per mostrarli nei ricevimenti, nei balli, nelle riunioni: indicava il loro status symbol.

Proprio in quegli anni, particolarmente sotto Luigi XV (1710-1774), epoca di grande raffinatezza, gli indumenti intimi divennero manufatti eleganti e costosissimi.

Negli altri paesi europei, si seguiva da vicino la moda francese, tentando però di semplificarla al massimo.

Con la Rivoluzione francese del 1789, le idee in generale e l’atteggiamento verso la vita cambiò. La nuova borghesia, la gente comune, ma anche i pochi nobili rimasti riadattarono il loro abbigliarsi alla nuova situazione storica, ricercando ora la facilità e la naturalità. I vestiti si spogliarono di tutto il loro lusso per essere confortevoli, poco cari, e nello stesso tempo popolari.

A sinistra, Costume femminile del 1780, a destra uno del 1740.

A sinistra, Costume femminile del 1780, a destra uno del 1740.

Apr 192008
 

Siamo in un periodo di cambi, di rivoluzione, in quella Francia che desiderava rompere con il passato, con l‘Ancien Régime, con la vecchia classe aristocratica, con una tradizione sempre più tacciata obsoleta e priva di significato, specialmente alla luce delle nuove idee illuministiche, alla razionalizzazione della vita quotidiana.

I dieci anni che vanno dal 1789 al 1799 furono anni di lotta, di sangue, di terrore, furono anni di cambiamenti, di tentativi politici, di nuove costituzioni, furono, insomma, anni di lotta per la libertà individuale, quella libertà anelata non solo dai francesi, ma anche dagli italiani, spagnoli, dagli europei in generale, così come dalle colonie americane che iniziavano a rendersi indipendenti dalle varie madrepatria.

Eppure, una parte del popolo francese, il semplice contadino lontano dai centri commerciali e dalle grandi città, spesso mal accettava i nuovi ideali, legato alle proprie tradizioni, alle proprie convinzioni, ai propri costumi, alla propria chiesa, legato ad ancestrali consuetudini che non desiderava cambiare.

Di seguito qualche immagine che rappresenta il modo di abbigliarsi verso la fine del ‘700, un modo oramai disadorno, agevole, privo di complicazioni e abbastanza austero, un modo ancora che prenderà vita, con qualche eccezione, nelle varie fasce sociali dell’epoca.

Costumi popolari francesi, fine 1700

Costumi popolari francesi, fine ‘700

Apr 042008
 
Donna veneziana, metà XV sec. (daCesare Vecellio, Degli habiti antichi e moderni)

Donna veneziana, metà XV sec. (da Cesare Vecellio, Degli habiti antichi e moderni)

Analizzare i costumi di un periodo è un modo per capire un comportamento, un habitus, una condotta, un modo per scoprire come si vive, quali sono le usanze, le abitudini.

Le immagini che seguono riguardano i costumi italiani del XV secolo, secolo umanistico pieno di arte, innovazioni, di cambi, ricordiamo per esempio l’invenzione dei caratteri mobili gutenberghiani, la scoperta delle Nuove Terre da parte di Cristoforo Colombo, il Rinascimento che inizia a diffondersi per l’Europa, e via dicendo.

Epoca di presa di coscienza da parte dell’individuo, da alcuni è considerata come l’inizio della moda più o meno come la concepiamo oggi, una moda il cui distacco dal gotico sarà lento, una moda che inizierà a far caso alle maniche, al copricapo, alle scarpe, ai calzoni, ai colori più vivi che nel passato.

Donna milanese, fine XV sec. (da Cesare Vecellio, Degli habiti antichi e moderni)

Donna milanese, fine XV sec. (da Cesare Vecellio, Degli habiti antichi e moderni)

Ogni ceto sociale si distingueva per il suo vestiario, basta guardare i dipinti dell’epoca e notare le differenze.
 In quegli anni entra in uso comune il copricapo o berretto, con l’abitudine di salutare togliendoselo, in modo da attirare l’attenzione su di esso e mostrarlo. Quello delle donne imita talvolta la cuffia borgognona a cono appuntito, talvolta è ornata di due simmetriche protuberanze cui si aggancia un velo. Gli uomini, i fiorentini per esempio, lo adornano spesso con qualche gioiello o con una larga sciarpa.

La frenesia per le gemme è generale, a Firenze l’arte orafa darà vita a lavorazioni delicate, semplici, eleganti. Così come l’uso frequente delle perle, che le donne porteranno sul collo, sugli anelli, sugli abiti.

Dicevamo delle maniche, che nei costumi femminili saranno lunghe e ben visibili, pesanti, damascate, ricamate, cercando di risaltare con vita propria rispetto all’intero indumento.

Certamente la moda del ’400 è ancora all’insegna della semplicità, della sobrietà, sarà nel XVII sec. quando si raggiungerà il vero sfarzo, l’eleganza esuberante, la sontuosità, la pomposità, e la Francia, più di tutti, ce lo dimostrerà.

Nobildonne fiorentine, prima metà del 1400

Nobildonne fiorentine, prima metà del ‘400 (da Braun e Schneider, Storia del costume)

Nobiluomini fiorentini, inizio '400

Nobiluomini fiorentini, inizio ‘400 (da Braun e Schneider, Storia del costume)