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L’abbigliamento della Belle Époque

Un articolo di Bianca Maria Rizzoli sulla moda di fine ‘800, primi decenni ‘900.

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Dal 1890 fino all’inizio della prima guerra mondiale si manifestò in Europa un movimento artistico unitario e internazionale compendiato nel termine Modernismo, che aveva come scopo di sintonizzare l’arte con l’enorme sviluppo della civiltà industriale. Chiamato in molti modi a secondo delle nazioni in cui si metteva radici, il Modernismo fu detto Modern Style in Inghilterra, Art Nouveau in Francia, Stile Floreale o Liberty in Italia, Jugendstil in Germania, Secessione Viennese in Austria. Caratteristica comune era l’uso di motivi decorativi applicati a soluzioni architettoniche, opere industriali, quadri e sculture, elementi di arredo, cartelloni pubblicitari, abbigliamento. Trionfarono nuovi stilemi presi dall’Oriente, temi iconografici quali fiori e insetti – in particolare la libellula -, figure femminili, meduse, mescolati in originali soluzioni spesso disposti secondo il caratteristico schema della “linea a frusta” o ad “esse“.
Il periodo coincide con quella che fu chiamata “Belle Époque”, un momento di sviluppo e spensieratezza in cui l’ottimismo per i progressi della scienza e della tecnica, benefici come la corrente elettrica, l’acqua nelle case, i servizi igienici prima assenti, fecero pensare ingenuamente che un mondo migliore fosse possibile.
Si andava inoltre sempre più sviluppando il fenomeno del consumismo, in particolar modo nel settore dell’abbigliamento, grazie alla maggiore diffusione dei grandi magazzini che offrivano prodotti in serie di buona qualità e a modico prezzo. In questo quadro s’inseriscono molti famosi manifesti pubblicitari allora disegnati da grandi artisti come Toulouse Lautrec, Pierre Bonnard, Jules Chéret, Alphonse Mucha, o in Italia, Marcello Dudovich, Leopoldo Metzlicovitz, Leonetto Cappiello, solo per citarne alcuni. Queste affiches sono tuttora un documento importante dell’arte, dell’illustrazione, del gusto e della moda.
Nonostante da tempo il mondo dell’abbigliamento da donna fosse ricco di fermenti innovativi, l’abito della Belle Époque continuava a proporre la vita strizzata dal busto ormai utilizzato da cinque secoli. Dopo il 1895 era comparso un nuovo modello che scendeva sui fianchi, schiacciava il ventre, e inarcava le reni all’indietro; il petto florido era spinto esageratamente in avanti in un’unica massa e sembrava, secondo la divertente definizione di Bernard Rudofsky, un “monopetto sbalzato”. Veniva così proposta, applicata ai vestiti, la linea ad esse tanto cara all’Art Nouveau.
Il busto era applicato anche alle bambine, fin dalla più tenera età, cominciando con corsetti leggeri e via via più stretti e pesanti. Alla vita minuscola si associavano gonne a corolla cariche di pizzi e decorazioni; se per il vestito da giorno era obbligatorio fasciare il collo, la sera s’indossavano vesti munite di strascico e molto scollate per mettere in evidenza il seno. Contemporaneamente si esaltava una donna florida e sensuale.
Le numerose sottogonne erano avvertite come estremo richiamo erotico grazie al discreto fruscio che sollecitava il pensiero d’intimità allora solo immaginabile. Anche le calze nere, che sbucavano tra metri di biancheria nello scandaloso ballo del “Can Can”, erano considerate estremamente ardite dopo un secolo di biancheria candida. La contraddizione tra l’ideale femminile opulento e questi abiti terribilmente costrittivi sfuggiva ancora, tranne che per isolate voci di medici che deprecavano l’uso del busto e ne elencavano le malefatte: gonfiori, svenimenti, pesanti deformazioni fisiche. Lo dimostrano le foto di modelle svestite che mostrano un corpo dall’innaturale linea a clessidra.
Durante l’Ottocento si era andato codificando l’uso di una veste per tutte le ore del giorno e le occasioni. Mentre in casa ci si vestiva con semplicità, durante le visite o le passeggiate nei parchi pubblici ci si permetteva qualsiasi fantasia e attualità della moda. L’abito da ballo svolgeva invece un ruolo fondamentale nella vita della giovane donna, perché era una delle poche occasioni per incontrare futuri fidanzati. L’abito da teatro era sempre accompagnato da un ricco e monumentale cappello piumato su cui erano depositati ogni tipo di decorazioni ed uccelli, perfino gufi imbalsamati. Anche per il resto della giornata una vera signora non usciva mai da casa senza questo bizzarro copricapo che distingueva a vista d’occhio le popolane a testa nuda dalle donne abbienti.
Altre varianti del vestire riguardavano le stagioni e i luoghi: e quindi c’erano abiti da campagna, da viaggio, da montagna e da villeggiatura. Ma la novità assoluta fu il nuovo interesse per le attività sportive che richiedevano altri vestiti, più audaci di quelli precedenti. Il costume da bagno, castigatissimo, era comparso dopo la metà dell’Ottocento quando cominciarono a diffondersi i primi stabilimenti balneari, ma furono l’invenzione dell’automobile (1890) e della bicicletta, comparsa pochi anni dopo, a introdurre nuovi indumenti: corte mantelle dette “spolverini” per proteggersi dalla polvere della strada, enormi cappelli con veletta che avevano la stessa funzione, abiti da ciclista (o velocipedista) muniti di un tailleur a bragoni rigonfi, i primi pantaloni che entrarono di prepotenza nel mondo femminile.
La prima guerra mondiale (1914-1918) distrusse i sogni di gioia e di progresso mostrando quali terribili armi di distruzione potevano essere fabbricate dall’industria, e causò una battuta d’arresto nella moda, che per alcuni anni ripropose i medesimi modelli. Tessitura e lavorazione del cuoio furono ridirette innanzitutto per le uniformi dei soldati al fronte, e la guerra entrò a far parte anche delle illustrazioni dei giornali femminili. Tradizionalmente questo periodo viene considerato la fine della Belle Époque.

(Bianca Maria Rizzoli)

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Bibliografia:
- Rosita Levi Pizetshy, Storia del costume in Italia, vol. V, Istituto Editoriale Italiano, Milano, 1964.
- Enrica Morini, Storia della moda. XVIII – XX secolo, Ed. Skira, Milano, 2006.
- Bernard Rudofshy, Il corpo incompiuto, ed. Mondadori, Milano, 1975.

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Altri articoli sulla moda di Bianca Maria Rizzoli »»qua.

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Moda nel XVIII secolo, risorse in rete

Alcuni link per approfondire la moda nel XVIII secolo:

- English Man Costume in the Eighteenth Century (first part).
- English Man Costume in the Eighteenth Century (third part).
- A Wig History of Consumption in Eighteenth Century, France.
- Eighteenth-Century European Dress.
- French Fashions 1700 – 1789.
- English Costumes of the Eighteenth Century.

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La libera moda neoclassica femminile

Un articolo di Bianca Maria Rizzoli che ci illustra sulla moda Neoclassica.

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Durante la Rivoluzione francese, e precisamente l’8 brumaio anno II, corrispondente al 29 ottobre 1793, la Convenzione emise un decreto che recitava così: “Nessuna persona, dell’uno o dell’altro sesso, potrà costringere alcun cittadino o cittadina a vestirsi in modo particolare, sotto pena di essere trattata come sospetta, o perseguita come perturbatrice della pubblica quiete; ognuno è libero di portare l’abito e gli accessori del suo sesso che preferisce”. Editto rivoluzionario, perché si opponeva in modo radicale al divieto, perpetuato da secoli, di indossare qualsiasi tipologia vestiaria che non fosse gradita al potere e alla morale comune ed ecclesiastica, e che spartiva con specifiche leggi Suntuarie la distanza sociale che divideva ricchi e poveri.
In odio alla vesti stracariche e lussuose dell’antica aristocrazia, l’abbigliamento maschile e femminile si semplificò notevolmente, con specifici riferimenti all’antico costume greco.
La riscoperta dell’arte classica e le nuove forme artistiche che ne derivarono prendono il nome di Neoclassicismo, ed erano state veicolate anche dal sensazionale ritrovamento, avvenuto nel 1748, del primo reperto della città di Pompei, in seguito scavata e in parte saccheggiata. Le bianche statue drappeggiate con fogge antiche incantarono tutta l’Europa, che non era consapevole che i primitivi colori con cui erano state dipinte si erano completamente dilavati coi secoli. In Francia, che ancora nell’Ottocento era al centro della moda, pioniere del nuovo gusto furono Juliette Recamier e Madame Tallien, tra le maggiori esponenti del jet set parigino. Come loro, le donne che si vestivano alla moda erano chiamate “Merveilleuses”. Gli abiti che portavano davano l’impressione di una spigliata leggerezza, sia per la semplicità del taglio, sia per la quasi trasparenza delle stoffe. Ma, cosa più importante, era stato abolito il busto, tortura del corpo femminile ormai in uso da secoli; per circa vent’anni questo doloroso accessorio scomparve dalla scena, per poi ritornarvi con l’avvento delle mode romantiche.
Finalmente libera di mostrare le forme, la donna adottò con entusiasmo i nuovi abiti longilinei, con la vita sotto al seno, l’ampissima scollatura, le maniche corte a palloncino. Perfino le acconciature furono influenzate dall’arte greca, e le signore comparivano con capelli rialzati, spesso fasciati da bende ricamate, mentre tra i gioielli rifioriva l’arte del cammeo.
La moda delle vesti trasparenti, detta dapprima “del nudo” e poi “alla romana”, furoreggiò fino all’esagerazione. Ormai non si diceva che una signora era ben vestita, ma “ben svestita”; per alleggerire ulteriormente i capi indossati, anche scarpe e gioielli si semplificarono: era “à la page” solo colei che pesando il tutto non superava i 200 grammi di roba indossata. Il problema era che questo stile non veniva modificato nemmeno l’inverno, a parte un morbido scialle di cachemire indiano, unica copertura dai rigori della stagione: solo dopo il 1805, forse in concomitanza con una grave epidemia di influenza, ricomparvero gli abiti con maniche lunghe.
Napoleone inoltre, pur amando per sé la semplice divisa militare, stava costituendo una corte parigina simile per sfarzo a quella del Re Sole. Durante la cerimonia della sua incoronazione a Imperatore dei Francesi (1804) volle ispirarsi a quella di Carlo Magno e ne realizzò la regia aiutato da molti artisti, tra cui il pittore Isabey che era incaricato di disegnare i costumi. Pur rimanendo fedele alla linea sotto al seno, Giuseppina di Beauharnais, moglie di Napoleone, portava un abito di seta bianca ricamato e un lungo mantello a strascico di velluto rosso che partiva dalla vita a cui era agganciato per mezzo di lacci. Dietro alla nuca aveva un rigido colletto rialzato in pizzo detto “cherusque”, lontano parente dei colletti di Caterina de’ Medici. Questo complesso abito da cerimonia diventò poi il prototipo delle vesti di corte di epoca napoleonica.
Lo stesso Bonaparte, per proteggere il commercio francese, vietò l’importazione delle leggere mussole dell’India, che faceva parte dell’impero coloniale britannico. Così, con queste ultime mosse, l’uso dissennato del nudo finì per essere abbandonato in favore di tessuti spessi e pesanti in raso lucido a cui furono poi aggiunte guarnizioni ricamate, a frappe, a volants, a passamaneria, che andavano dall’orlo fino a metà della veste. Le scollature furono mitigate e infine quasi nascoste da una camicetta trasparente con un piccolo collo a gorgiera. Ricomparvero infine i soprabiti, soprannominati in francese “douillettes”, forse a causa del tepore che sprigionavano anche grazie alle fodere di pelliccia.
Come si è visto i richiami storici erano frequenti: d’altro canto, fin dall’inizio dell’Ottocento lo studio della storia e dell’antichità diventarono una nuova disciplina che sarebbe entrata non solo nella moda, ma nella letteratura, nell’arte e nella lirica.
Dopo la morte di Napoleone, il 5 maggio 1821, il tentativo di Restaurazione degli antichi regimi e l’avvento nella moda di gusto romantico cambieranno completamente il vestito, le usanze e il corpo femminile che per vent’anni aveva conosciuto una breve stagione di libertà. Solo agli inizi del XX secolo il couturier parigino Paul Poiret ricreò gli abiti a vita alta e senza busto, dimostrando che l’eredità neoclassica non era andata persa.

Bianca Maria Rizzoli.

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Altri articoli sulla moda di Bianca Maria Rizzoli qua.


Nascere e crescere nel Cinquecento

Ieri come oggi, ai nostri giorni come nel Cinquecento, particolare cura si aveva per la nascita e la crescita di un bambino. Si preparavano fasce in lino o di seta, lenzuola semplici e bordati, asciugamani, copertine, insomma tutto un corredo, spesso passato da un figlio all’altro, che seguiva il neonato anche negli spostamenti. A secondo del ceto sociale, il vestiario era più o meno prezioso, più o meno ricamato, lavorato.
Di seguito un video che illustra particolari di questo tema.

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Noi, la Storia ed Elisabetta Gnignera, l’intervista

Un’intervista a Elisabetta Gnignera, autrice del volume appena pubblicato “I soperchi ornamenti”.

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- Che cos’è per te la Storia, che rapporto hai con essa?
Nella storia si trova il fondamento di tutto quello che siamo oggi pertanto non è possibile ignorare quegli avvenimenti o fenomeni culturali e di pensiero che ininterrottamente si sono susseguiti sino a modellare il nostro presente.
Per me è non solo auspicabile, ma doveroso, perseguire la conoscenza – perlomeno a grandi linee – dei fenomeni storici (andando a pescare anche nella micro-storia) che hanno caratterizzato la nostra civiltà partendo da quella occidentale che mi riguarda più da vicino ma cercando di spingermi sino alla comprensione storica di civiltà geograficamente – ma spesso non culturalmente- distanti dalla nostra.

- Che significa avere coscienza storica e a che serve?
Significa essere in grado di rintracciare l’eco dei grandi avvenimenti storici nei piccoli fatti quotidiani i quali talvolta sono altrettanto rivelatori e contribuiscono a gettare una luce nuova e chiarificatrice sulla storia “ dei grandi”.
A questo proposito ricordo ancora un brano contenuto in un mio “originale” manuale di Storia del Liceo in cui veniva descritto con accuratezza un pasto frugalissimo del pontefice Giulio II (la cui parsimonia è ben nota a storici e non ….); ebbene a distanza di anni rimane indelebile il mio ricordo del brano in oggetto mentre circostanziati saggi di illustri storici sono caduti nell’oblio: potere della micro-storia!
Ritengo, con gli antichi, che la Storia – e di conseguenza la coscienza storica – sia a tutt’oggi e sempre di più Magistra vitae.

- Credi che la Storia abbia dei corsi e ricorsi?
Credo che l’animo umano [e i moti dell’…] pur adeguandosi all’evolversi delle epoche, sia sostanzialmente uguale a se stesso pertanto più che di ricorsi di avvenimenti parlerei di ricorsi di meccaniche psicologiche e sociali che stanno alla base di molti avvenimenti storici.

- Qualcuno parla di revisionismo storico, di rivedere la Storia – anche, ma non solo – alla luce di nuove idee, spesso politiche e di parte, che ne pensi?
Penso che se si “ascoltasse” con maggiore attenzione ciò che i documenti rivelano (e lo fanno sempre e in ogni caso, anche quelli apparentemente più insignificanti) lasciando da parte teorie spesso confezionate a tavolino o poco riguardose degli avvenimenti storici e si ricercasse attraverso il rigore e la comparazione, di approdare a punti di vista il più possibile obiettivi senza preconcetti o aberrazioni storiche di ordine politico, la Storia, quella vera, quella di tutti e che appartiene a tutti perché parla dei grandi e dei piccoli, ne uscirebbe arricchita.

- Credi che bisogna snazionalizzare la Storia, nel senso che essa, pur concependosi in determinate nazioni, paesi, deve andare oltre?
Diciamo che determinati fenomeni storici hanno delle caratteristiche in ogni caso “nazionali” e locali; occorre essere consapevoli, nella ricerca così come nella fruizione storica, di queste caratteristiche senza operare forzature “transnazionali” che risulterebbero altrettanto nocive di una cecità campanilistica nei casi di fenomeni storici dove gli “internazionalismi” siano di fatto accertati. In altre parole, se è auspicabile che nel prossimo futuro possa esservi una comprensione globale di fenomeni locali bisogna stare attenti a non avallare in modo arbitrario, punti di contatto tra fenomeni dove storicamente, punti di contatto non vi sono.

- C’è differenza fra ricerca storica condotta in Italia e in altri Paesi, in generale?
In generale credo che se in Italia si eccelle spesso nel rigore storico e nell’analisi circostanziata dei fatti e delle fonti, di pari passo, è fin troppo presente un certo pregiudizio di stampo accademico secondo il quale soltanto alcune fonti documentarie sono degne di essere analizzate mentre si tralasciano spesso delle fonti minori le quali – se indagate – contribuirebbero ad illuminare in maniera magistrale degli aspetti poco conosciuti di argomenti quali ad esempio il costume, che di fonti cosiddette minori si sostanziano.
Un altro aspetto che balza agli occhi nella ricerca storica in Italia è il carattere poco divulgativo di molti lavori il cui intento sembra spesso improntato ad una sorta di auto-referenzialità volta ad acquistare credito all’interno del mondo accademico e non a raggiungere veramente i lettori.

- Hai appena pubblicato un libro dal titolo “I soperchi ornamenti”, dicci in poche parole di che cosa tratta?
Si tratta di una pubblicazione nella quale ho voluto tracciare uno spaccato inedito ma storicamente rigoroso della figura e della storia della donna nel Quattrocento in Italia attraverso l’analisi dei copricapi e delle acconciature ma anche della cosmèsi e accogliendo volutamente all’interno, la trattazione – resa attraverso le acconciature – delle principali categorie sociali di appartenenza delle donne del tempo: vergini, spose, vedove, prostitute, schiave, balie etc.
Fondamentale è stato il metodo ossia l’uso attento e selezionato ma senza preconcetti accademici, di fonti letterarie, documentarie e iconografiche per approdare ad un’indagine storica aperta e non tematizzata a priori.

- C’è un qualche rapporto storico fra acconciature rinascimentali e acconciature moderne?
In generale posso instaurare dei paralleli ‘per negazione’ nel senso che oggi le acconciature ed i copricapi intesi come sovrastrutture in senso stretto, hanno perso via via di importanza a differenza del Quattrocento-Cinquecento quando anche l’identità sociale passava spesso per la testa delle donne. Evidentemente oggi la testa delle donne non serve più come mezzo di connotazione dell’identità femminile che va ricercata altrove…

- Che tipo di difficoltà hai avuto durante le ricerche?
Lo scoglio principale da superare è stato quello di dover parlare delle donne dovendo filtrare delle testimonianze documentarie, letterarie etc., eminentemente maschili analogamente a quanto evidenziato dal Prof. Francesco Furlan, autore del saggio La donna, la famiglia, l’amore tra Medioevo e rinascimento, Leo Olschki Editore:

[…] all’ostinato silenzio della donne si oppone, insomma, una loquacità magari relativa ma persistente degli uomini. Non di tutti gli uomini, certo […] è innanzitutto con chierici, con filosofi e letterati, con medici e giuristi che abbiamo a che fare. Lo schermo che essi innalzano e col quale ricoprono il nostro oggetto è senz’altro uno schermo maschile, e sovente concepito e collaudato a partire da ambienti nei quali la donna è assente, dai quali anzi – com’è per gli ecclesiastici – essa è esclusa.

Attraverso tale schermo ho cercato di raggiungere via via dei punti di vista che approdassero ad una certa obiettività storica mediando tra idealizzazione e denigrazione che sono gli estremi entro i quali dover definire la figura della Donna. Con mia sorpresa ho notato come, in senso storico, si progredisca di più attraverso fonti che intendono denigrare piuttosto che non attraverso quelle che tendono ad idealizzare perché si ha un maggiore appiattimento dei dati storici.

- Pensi che la moda abbia influito in certe decisioni o che sia uno specifico periodo storico ad aver determinato un modo di vestirsi, di acconciarsi?
Credo che entrambe le circostanze si siano verificate e si verifichino tuttora: se ad esempio nelle acconciature quattrocentesche è tangibile la stessa evoluzione storico-filosofica della società coeva passando dal verticalismo del gotico flamboyant alla simmetria/chiarezza dell’umanesimo rinascimentale, per altri fenomeni di costume quali la gorgiera adottata dai nobili spagnoli per volere del loro sovrano con lo scopo di mantenere la testa (e più precisamente il mento) più alta possibile, per conferire a chi la portava un aspetto più altero possibile, si può parlare di vere e proprie implicazioni sociali scaturite da essi.

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Altre interviste: qua.


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