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Isabella d’Este, donna del Rinascimento

Se pensiamo che solo gli uomini ebbero un ruolo rilevante durante l’epoca rinascimentale, be’, siamo in errore, giacché anche le donne contribuirono alla fioritura di un periodo che contrassegnò la storia italiana, e influirono decisamente in quella europea. Donne come Bianca Maria Visconti (1425-1468), Isabella d’Este (1474-1539), Lucrezia Borgia (1480-1519), Vittoria Colonna (1490-1547), Caterina de’ Medici (1519-1589), e tante altre, che, con le loro doti, il loro carattere spesso forte e deciso, con la loro cultura, con le loro idee, con il loro sesto senso, lasciarono un’impronta indelebile.
Di seguito Rosalia de Vecchi ci descrive la figura di Isabella d’Este.

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Il 17 maggio 1474 a Ferrara nasceva Isabella d’Este e solo pochi mesi più tardi, l’8 settembre, a Reggio Emilia, anche lui di nobili natali, nasceva il futuro autore dell’Orlando Furioso, che di Isabella avrebbe detto che non si sarebbe potuto scegliere tra le sue tante doti quale apprezzare di più. Il poeta, l’artista che più incarna l’ideale di equilibrio e di armonia connaturato agli uomini del Rinascimento, al servizio dei due fratelli d’Este, Ippolito prima e Alfonso poi, di Isabella lodò non solo la grazia, la bellezza, l’affabilità, ma anche l’intelligenza, la cultura e il mecenatismo. Ed egli stesso scrisse, infatti, il suo poema avendo come patroni Isabella e il suo consorte Francesco II Gonzaga. Ariosto non fu il solo “grande” ad aver ricevuto l’ospitalità dei Marchesi di Mantova, ma anche Raffaello, Leonardo, Mantegna, Tiziano e musicisti quali Tromboncino e Cara furono chiamati e/o accolti alla corte di Mantova. E non fu l’unico a voler esaltare con la sua opera le nobili eroiche origini dei Marchesi Gonzaga, poiché Bembo, Ariosto e Tasso dedicarono le loro opere ad Isabella, che peraltro collezionò libri ed opere d’arte con intelligenza e con discernimento, come di chi sa studiare ed approfondire e pertanto scegliere e classificare. Né Ariosto fu l’unico ad elogiare la persona di Isabella. Sono rimaste ancor oggi famose le frasi di apprezzamento su di lei provenienti da più parti, come anche i celebri ritratti che hanno reso per sempre vivo il suo aspetto e lo consegnano ai nostri occhi, quando essi hanno la fortuna di soffermarsi a guardare i tratti eleganti del suo volto e le pieghe raffinate dei suoi abiti.
Fu il poeta Niccolò da Correggio, imparentato con la famiglia d’Este e al servizio della stessa, che chiamò Isabella: “La prima donna del mondo” e spesso, infatti, la si ricorda come la Primadonna del Rinascimento. Non certo, questo, tanto per la sua posizione sociale e politica quanto e soprattutto per la sua persona, che, in ogni aspetto della vita che il destino volle assegnarle, incarnò in modo eccellente l’ideale di Perfezione, di Armonia e di Bellezza che ispirava il sentimento e il pensiero rinascimentali, volgendoli alla realizzazione di opere che vi si conformassero. D’altronde Isabella e Francesco riconobbero come proprio punto di riferimento il modello di vita indicato dal Cortegiano di Baldassare Castiglione.
Bella, anche se non di eccezionale bellezza, ma decisamente attraente, donna garbata e di fascino, un fascino che le derivava soprattutto dall’intelligenza e l’acutezza del suo dire e del suo agire, Isabella, come altre donne poste dalla vita al governo di uno Stato, seppe allacciare e mantenere alla pari rapporti di amicizia con i più eminenti uomini del suo tempo: duchi, principi, re, studiosi, artisti, poeti, e, contraddistinta da un tatto e da un buon senso, che invece mancavano al suo consorte, seppe tenere in mano le redini del governo sia durante la malattia di Francesco che dopo la sua morte, come reggente del figlio Federico. Negoziò con abile diplomazia con Cesare Borgia, che aveva spodestato il duca di Urbino, Guidobaldo da Montefeltro, marito della a lei assai cara cognata Elisabetta e non esitò a chiedergli il Cupido di Michelangelo ch’egli aveva rubato durante la presa di Urbino. Ottenne che uno dei suoi sette figli, Ercole, divenisse Cardinale e che il marchesato di Mantova venisse elevato a ducato. Divenne un modello di comportamento e di eleganza in tutta Europa. Del resto, i suoi avi erano d’illustre casato e avevano coperto ruoli di primo piano tra gli uomini di Stato di allora: Ercole I d’Este di Ferrara il padre, Eleonora d’Aragona, figlia del re di Napoli, la madre. Sua sorella fu Beatrice d’Este sposa di Ludovico Sforza, duca di Milano.
La piccola Isabella, che a soli 6 anni era già stata fidanzata con un adolescente di 14, Francesco Gonzaga, viveva in un ambiente, quello di Ferrara, allora ritenuto il più brillante d’Italia, affollato di studiosi poeti artisti… e lei stessa era già un prodigio di intellettualità. E come si conveniva ad ogni fanciulla appartenente alla casta dei privilegiati, la sua educazione continuò negli anni a venire ed Isabella si dice che eccellesse in tutto: ricamo, danza, musica… Dicono che danzasse come se avesse le ali ai piedi, che scrivesse versi, che si intendesse di musica e di strumenti musicali, prediligendo quelli a corda, come il liuto ed il clavicembalo che suonava alla perfezione, a quelli a fiato, che considerava associati piuttosto al vizio, che conoscesse egregiamente il gioco degli scacchi. Era chiara di carnagione, i suoi capelli lucevano come oro, uno sguardo di luce brillava nei suoi occhi neri. Il fidanzato, Francesco Gonzaga, era diverso da lei fin nell’aspetto: bruno, dai folti capelli neri, amante della caccia e della guerra e delle donne. Coraggioso sì, ma poco accorto in guerra; infedele nel matrimonio, ebbe presto un’amante fissa. Isabella, come alcune altre prestigiose sovrane di ogni tempo, fingeva di non vedere e continuava la sua vita peraltro ricca di attività e di movimento, di incontri e di viaggi. E, da persona eccellente qual era, intensificò la sua dedizione alle arti alla letteratura agli amici, senza mai cessare di assistere con i suoi preziosi consigli Francesco, marito infedele e uomo di stato non sempre all’altezza della complessità dei suoi compiti; questo lei fece forse anche per evadere dal vuoto d’amore della sua vita di donna e dalla delusione di sposa. Isabella trovò tuttavia un rifugio sicuro nella profonda amicizia che legò lei, di carattere allegro e brillante e di vivo interesse per le arti e la letteratura, alla sorella Beatrice, meno appassionata al mondo della cultura e dell’arte, e alla cognata Elisabetta di indole seria e riservata e di salute piuttosto cagionevole.
E poi c’era la passione dominante della sua vita: raccogliere manoscritti, statue, quadri, oggetti di oreficeria, c’erano gli amici e i conoscenti e gli esperti da incontrare e con i quali trattare, affinché l’aiutassero a reperire delle rarità, c’erano gli eruditi da assumere: Manuzio che stampasse edizioni scelte dei classici, traduttori dal greco antico che traducessero Plutarco, un ebreo che traducesse i Salmi in modo da conservare il loro originario valore artistico. E mentre radunava intorno a sé studiosi e artisti e accumulava libri e tesori d’arte, pur leggendo, conoscendo e rispettando i classici e soprattutto Platone, i suoi gusti personali la orientavano piuttosto verso il romanzo cavalleresco, verso lo stesso suo tempo, quello di Ariosto e poi anche di Tasso.
Ma Isabella, donna dalla vasta cultura non fu mai un’intellettuale, né l’interesse e l’attenzione verso ogni forma di conoscenza e di creatività le impedirono di restare donna, attraente e raffinata, ché anzi amava molto le cose belle, i gioielli, gli abiti alla moda, gli arredi.
Come da costume assai diffuso ai suoi tempi, s’interessava all’astrologia e teneva conto per le sue decisioni del “consiglio” delle stelle. I nani le piacevano e la divertivano tanto che li voleva presenti nel suo seguito e che per loro fece costruire oggetti di dimensioni adatti alla loro statura. Cani e gatti non mancavano mai nelle sue stanze. Per loro, i funerali erano solenni!
Il palazzo ducale, che univa edifici di varie epoche e che all’esterno appariva un po’ simile ad una fortezza, aveva stanze ammobiliate con eleganza, delle quali quelle adibite ad essere da lei abitate Isabella usava cambiare a seconda delle varie ore del giorno e delle occupazioni cui si dedicava.
E, nonostante la situazione finanziaria non le concedesse sufficienti mezzi per arricchire le sue collezioni, tuttavia possedeva sculture di Michelangelo, quadri di Mantegna e Perugino. Non il denaro, il più delle volte, ma tante lodi furono sufficienti come ricompensa delle opere che gli artisti le fornivano! Talvolta, volendo procurarsi opere di pregio, le lodi non furono sufficienti e così, per esempio nel caso di Il passaggio del mar Rosso di Jan van Eyck, per acquistarlo fu costretta a ricorrere ad un grosso debito.
Isabella aveva 55 anni, quando Tiziano le fece un ritratto oggi perduto, del quale resta la copia di Rubens, dove la duchessa di Mantova ci appare come una donna ancora attraente. Di fatto, nonostante il suo dover sostenere l’invalidità di Francesco, governare per lui prima per il figlio dopo, mantenere le redini di un intricato gioco diplomatico tra gli Stati ed i principi, fino alla fine dei suoi giorni, Isabella divertì, adulò, avvinse tutti e mantenne la sua vivacità, la prontezza della sua intelligenza, l’equilibrio e la saggezza delle sue scelte.
Durante il sacco di Roma del 1527 si trovava tra i cardinali di Clemente VII, i quali, con la scusa di volerla trattenere perché dirigesse dei salotti, di fatto la tenevano prigioniera. Essendo riuscita a fuggire, grazie alle sue abituali capacità, ospitò poi e protesse nel suo palazzo circa 2000 persone. Il suo palazzo non fu né assediato né tanto meno saccheggiato!
Isabella ottenne invece la tanto desiderata carica cardinalizia per il figlio Ercole!
Isabella d’Este, definita da Pietro Bembo la donna più saggia e più fortunata fra tutte, aveva 64 anni quando morì. Oggi è ancora sepolta nella Cappella dei Signori nella chiesa di San Francesco, a Mantova.

© Rosalia de Vecchi

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La nascita dei Monti di Pietà nel ‘400

La seconda metà del Quattrocento vide la nascita dei Monti di Pietà, istituzioni pubbliche il cui obiettivo era aiutare economicamente le persone necessitate, con fini solidaristici e senza scopo di lucro. Uno dei promotori fu Michele da Carcano (1427-1484), religioso e predicatore francescano acclamato a Roma come a Firenze, a Siena come a Venezia, che, fra le altre cose, sostenne la fondazione degli ospedali nel modo in cui li vediamo oggi. E in effetti il primo Monte di Pietà nasce a Perugia nel 1462, diffondendosi all’inizio in Umbria e nelle Marche.
Il religioso più influente dal punto di vista persuasivo fu Bernardino da Feltre (1439-1494), dei Frati Minori osservanti, un uomo di corporatura esile e di non buona salute, ma di una forza intellettuale davvero notevole e di una vitalità che suggestionava, riuscendo a convincere facilmente. Bernardino, contro l’usura e contro gli ebrei, era favorevole e predicava l’istituzione dei Monti di Pietà e fu tale il suo intervento nelle varie città che quello di Mantova nacque nel 1484, quello di Parma nel 1488, poi venne quello di Piacenza nel 1490, Padova nel 1491, seguì Pavia 1493, Milano nel 1496, e via dicendo. La rapidità della loro diffusione lascia riflettere sia sulle doti di convincimento del frate, sia sulle necessità della società del tempo, sia sulle capacità organizzative e legislative. In realtà non fu facile mettersi d’accordo, per esempio sul tasso d’interesse, giacché se consideriamo i tempi in cui sorgevano tali istituzioni e consideriamo che la chiesa era contro ogni attività di usura perché vietato dal Vangelo di Luca (2), non mancarono certamente i contrasti e le discordie.
Nicolò Bariani (metà XV sec.-1515 ca.), piacentino, agostiniano, nel suo trattatello De monte impietatis (Cremona 1496), sosteneva la necessità gratuita del prestito, prestito che non doveva avere come ritorno economico nessun tipo di beneficio se non lo scopo di aiutare i necessitati. Diceva difatti che il denaro, essendo merce di scambio, per sua natura non può produrre frutti. Differente era la posizione del francescano Bernardino de Busti (1450 ca.-1513 ca.), il quale affermava nel suo Defensorium Montis Pietatis contra figmenta omnia aemulae falsitatis (Milano 1497) la necessità di un pur minimo tasso di interesse per consentire la continuità e la solidità dei Monti, in un’epoca in cui la richiesta di denaro sembrava essere sempre maggiore.
Milano ha una storia particolare in questo movimento, poiché non fu ben accettato sin dall’inizio, oltre al fatto che sia il duca che i patrizi cittadini entrarono subito nella gestione del Monte, intervenendo spesso in modo determinante e palese nella gestione dei prestiti e nella scrittura dello statuto, cosa che non avevano fatto nel ducato in generale. Cosicché, l’istituzione nacque per volontà e tramite delle famiglie nobili che ne gestirono anche l’andamento, imponendo, il duca, un suo luogotenente. E a Milano si stabilì un tasso d’interesse intorno al 5% annuo, per lo più in linea con la media degli altri che si aggirava dal 6 al 10%.
L’obiettivo di questi Monti era mettere a disposizione delle persone meno abbienti piccole somme di denaro affinché potessero sopravvivere, indicazione che lo stesso Bernardino da Feltre palesava in una sua famosa frase:

Da Monti, et dedesti omnia. Hic imples semptem opera pietatis. De illo denario subvenitur a chi compra panem, vinum, vestitum, medicinas et omnia.” (2)

Eppure il frate andava oltre, cercava non solo il benessere del singolo, ma quello dell’intera società, e nello stesso tempo sconfiggere gli usurai e mettere fuori gioco gli ebrei – ricordiamo la sua predica antiebraica nella cattedrale di Trento del 1475. Nelle sue avvincenti predicazioni, Bernardino premeva per una maggiore moralizzazione del popolo, della vita cittadina, invogliava i bisognosi a rivolgersi ai Monti di Pietà per riprendersi da eventuali piccole difficoltà.
Tali organismi erano retti da un organo collegiale, formato usualmente da dodici presidenti. La componente laica era sempre maggioritaria rispetto alla religiosa, per esempio a Pavia otto dei dodici presidenti erano laici, a Parma erano nove, così come a Piacenza. I dirigenti laici erano eletti annualmente con la possibilità di essere richiamati, alla scadenza del mandato, un anno in più, mentre gli ecclesiastici erano a carica vitalizia. Costoro nominano gli officiali, per prima cosa il conservatore e il depositario e, se c’era bisogno, anche altri impiegati per semplificare il lavoro.
Con il passare del tempo e per avere una certa sicurezza nel recuperare il debito, i Monti stabilirono l’uso del pegno, un pegno eventualmente da mettere all’incanto se il debitore non avesse pagato. All’apertura di un determinato Monte vi era una specie di offerta spontanea iniziale che veniva fatta durante una cerimonia ufficiale, con la possibilità di accettare donazioni e lasciti per incrementare i depositi.
C’erano però delle regole da seguire, come il dover essere residente nella data città o nel relativo contado, non si poteva richiedere oltre una certa quantità di denaro, si stabilì durata, finalità e saggio d’interesse, interesse che doveva solo coprire le spese di gestione, si determinò inoltre che il prestito non era per finalità speculative, quindi per commerciare, lo si negò infine agli ebrei.
Tali Monti di Pietà, che dovevano aiutare, almeno momentaneamente, i meno fortunati, non ebbero una così profonda ripercussione come indicavano le fervorose prediche dei frati e, a lungo andare, divennero luoghi di deposito, luoghi dove era possibile anche “investire”. Purtroppo la gestione non sempre fu corretta, si registrarono alcuni casi di furto di denaro, contabilità disorganizzata, smarrimento (!) della cassa dove era tenuto il denaro, cause, insomma, che portarono talvolta alla chiusura di alcune sedi.

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1. Luca, 6,34: “E se prestate a quelli dai quali sperate di ricevere, qual grazia ne avete? Anche i peccatori prestano ai peccatori per riceverne altrettanto.”
2. Sermoni del beato Bernardino da Feltre, a cura di C. Varischi da Milano, Milano, 1964, II, pp. 182-212, De Monte Pietatis Papie, frase pronunciata nella predicazione della “feria quarta post octavam Pace” (ibid., pag 207).


L’economia milanese nell’impero spagnolo del Seicento

Dall’età della “reconquista”, l’economia spagnola è stata sempre, più o meno, dipendente dalle attività internazionali. L’oro e l’argento, provenienti dalle terre americane (qua) conquistate durante il XVI secolo, era adoperato per comprare beni e servizi all’estero, non riuscendo, i produttori iberici, a soddisfare il fabbisogno di un grande impero quasi sempre in guerra. L’arretratezza dell’apparato produttivo spagnolo è evidente specialmente se si tiene conto della sua potenza militare e politica. E non dimenticando, inoltre, che gli spagnoli non riuscirono far a meno dei finanziamenti genovesi, né dei prodotti lombardi.
Nel 1535 Carlo V, imperatore del Sacro Romano Impero, collocava sul ducato di Milano, alla morte di Francesco II Sforza, senza eredi, il figlio Filippo II. Da quell’anno e sino circa al 1620, Milano vivrà un lungo periodo di pace. Ma come si presentava economicamente quella regione? Sebbene il tema sia di non facile trattazione in poche righe, diamo quantomeno degli accenni.
Per quanto riguarda le capacità e le tecnologie, ma anche per la forza economico-produttiva, il ducato si dimostrava ben diverso dal sistema imperiale spagnolo, quest’ultimo meno dinamico, più legato alle tradizioni, con poca forza di penetrazione, poco concorrenziale. Milano, geograficamente al centro dell’Europa spagnola, era pronta a soddisfare i bisogni, con un traffico abile e agile, pronta a mettere in moto la propria capacità mercantile e industriale, approfittando, potremmo azzardare dire, delle potenzialità del vasto impero spagnolo che necessitava quasi di tutto, necessità che alimentavano, in un certo qual modo, l’economia lombarda, spinta peraltro a migliorarsi qualitativamente e fronteggiare, in alcuni settori, la concorrenza dei paesi del nord.
Le aree rurali, che riescono a sopportare con dignità la crisi della prima metà del Seicento, assumeranno nella seconda metà del secolo evidenti segni di progresso. In sintesi, durante il XVII secolo, le campagne del ducato milanese accentueranno quei cambiamenti iniziati nei decenni precedenti: gelso, lino, riso, vite vengono maggiormente incoraggiati, si diffondono i prati artificiali e foraggi, il commercio agricolo in generale si fa più aperto. I milanesi, inoltre, sono capaci anche con la loro industria siderurgica e metallurgica a far fronte alle richieste di armi da parte spagnola. In tutto ciò, le città sembrano evidenziare la loro atrofia, la loro debolezza, la perdita di supremazia economica (da ricordare la peste del 1630). Pertanto, la crisi generale del Seicento permetterà un rafforzamento delle campagne, quasi spostando l’asse economico e sociale verso quelle zone. Ma non bisogna pensare a una estesa “rifeudalizzazione”, giacché il fenomeno non fu tanto generalizzato quanto si possa immaginare (1).
Si potrebbe quasi affermare che i bisogni della potenza spagnola permisero all’agricoltura e all’economia lombarda prepararsi per il successivo sviluppo industriale del XVIII secolo e prepararla per accogliere le proposte riformatrici dei sovrani austriaci.

 

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1. D. Sella, Crisis and continuity. The economy of Spanish Lombardy in the seventeenth century. Cambridge (Mass.), Harvard University Press, 1979, pp. 148-173.


L’Italia vista dai viaggiatori tedeschi del Settecento

La ricerca della bellezza nell’arte e la natura furono due dei motivi che spinsero i viaggiatori tedeschi a visitare l’Italia del Settecento, un’Italia frammentata politicamente e territorialmente. Gli Asburgo in particolare avevano un occhio puntato sul nostro paese, basti considerare i numerosi contratti matrimoniali, nel trascorso dei secoli, con le dinastie italiane, vedi i Medici, i Gonzaga, gli Este e, nello stesso tempo, vari artisti italiani lavoravano in terra austriaca, Vienna, Innsbruck, Praga, e via dicendo. Non dimenticando che i tedeschi consideravano gli italiani dei vassalli che “erano regolarmente tenuti a prestare il loro aiuto così come avveniva in passato” (1).
Spinti da migliorie nelle strutture delle comunicazioni (qua) sia all’estero che da noi, i vari viaggiatori che visitarono l’Italia ritornavano in patria a pubblicare le loro impressioni, vuoi in manuali di viaggio, vuoi in riviste, una buona mole di informazione che appassionava le vari classi sociali.
Uno dei primi a percorrere le nostre città fu Johann Jacob Volkmann (1732-1803) nel 1757-58, che stamperà nel 1770-71 Notizie storico-critiche dell’Italia (2). Pagine in cui riferisce del Piemonte sabaudo, indi Genova, che descriverà sì come una città debole e povera, ma in cui banchieri dinamici portano avanti un glorioso passato. Poi Milano, dove l’autore troverà una certa armonia fra nobiltà locale e classe dirigente austriaca, poi ancora si sofferma con simpatia sulla Toscana di Pietro Leopoldo (1747-1792), oltre che su Roma, in cui evidenzierà una condotta politica catastrofica, “dove tutti danno ordini e nessuno obbedisce”. D’altronde, lo stesso Goethe parlando della città eterna annoterà nel suo Viaggio in Italia alla data del 7 novembre di qualche anno dopo, 1786: “ […] Si trovano vestigia di una magnificenza e di uno sfacelo che superano la nostra immaginazione. Ciò che hanno rispettato i barbari, l’han devastato i costruttori della nuova Roma”. Passando per Napoli, il Volkmann scrive sulla lotta contro clero e nobiltà da parte del ministro Bernardo Tanucci (1698-1783) e una qualche apertura verso le riforme (3). Venezia viene apprezzata per l’antichissima costituzione, ma in cui esiste una numerosa nobiltà povera priva di spunti innovativi.
Un altro autore, vissuto a lungo in Italia, dal 1752 al 1773, fu Joseph Jagemann (1735-1804), confessore alla corte granducale toscana. Il suo Briefe über Italien (4) raccoglie una serie di informazioni redatte in maniera epistolare davvero utili, sebbene si riferisca più al nord che al sud, luogo che trascura. Particolare attenzione dedica a Milano e alle riforme del ministro Karl Joseph von Firmian (1716-1782), riforme che permettono il rifiorire delle scuole, la razionalizzazione dello stato, le tante opere benefiche. Anche la Toscana è da lui lodata per la politica riformistica di Pietro Leopoldo, reggente che mette in pratica le concezioni illuministiche tedesche. A loro volta i tedeschi considerano Milano e Firenze come avamposti stranieri dell’illuminismo tedesco (5).
Esplicito e preciso è il prussiano Johann Wilhelm von Archenholz (1741-1812), che nel suo England und Italien (6), seppur ammirando l’Inghilterra, esaminerà i due paesi nella medesima trattazione. Archenholz sarà in Italia la prima volta nel 1774-75 e qualche anno dopo nel 1780, viaggio che lo porterà a una buona conoscenza delle varie situazioni locali. Venezia è definita come un “dispotismo”, su Milano accenna brevemente alle riforme del Firmian, stima la monarchia piemontese e la Toscana che definisce il “paese più felice in Italia”. Roma e Napoli, che esalta per le bellezze naturali e architettoniche, hanno una politica fortemente impregnata dalla Chiesa. In poche parole, con le dovute eccezioni, l’Italia appare agli occhi di von Archenholz, come un paese in decadenza, specialmente se paragonato al glorioso passato.
Non solo nei libri di viaggio troviamo descrizioni del nostro paese, ma anche nelle riviste che uscivano con una certa frequenza nelle varie città oltralpe. Speciale riguardo all’Italia, più che ad altri paesi, dedicava la “Mainzer Monatsschrift von geistlichen Sachen”, così come il “Magazin zum Gebrauch der Staaten- und Kirchengeschichte…”, di Johann Friedrich Le Bret (1732-1807), in cui si scriveva di temi mondani e religiosi, magari con un occhio alle realtà tedesche per poter azzardare una proposta di soluzione ai problemi.
In tutto ciò, bisogna sottolineare l’interesse tedesco per le tematiche politiche, sociali e culturali dell’Italia, tematiche che attiravano il lettore e nello stesso tempo lo incuriosivano. Poca rilevanza avevano le questioni economiche, spesso trascurate e messe in secondo piano. Mentre la Toscana, Roma e Napoli (7) erano i luoghi maggiormente frequentati e su di cui si versava maggior inchiostro, a Milano, al Regno di Sardegna e a Venezia si dedicavano meno pagine. Talvolta i pregiudizi e una visione generale distorta erano alla base di una disamina poco corretta e parziale – ricordiamo il loro scarso interesse verso l’illuminismo italiano, o l’idea di un’Italia decadente e priva di forza progressista -, eppur c’è da notare l’attrattiva che ebbe l’Italia nel pensiero tedesco, cosa dagli italiani non ricambiata, almeno sino a quando il Romanticismo tedesco non prese piede.

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1. J. J. Moser, Teutsches Auswärtiges Staatsrecht, Francoforte-Lipsia, 1772 (ristampa Osnabrück, 1946), pag.420.
2. J. J. Volkmann, Historische-kritischen Nachrichten von Italien, 3 vol., Leipzig, 1770-71.
3. Ricordiamo che il Tanucci nel 1776 fu rovesciato e con lui la possibilità di riforme statali. Del caos che regnerà successivamente alla caduta del ministro descriverà un altro tedesco, mai sceso realmente in Italia, Anton Friedrich Büsching (1724-1793), nel Erdbeschreibung 4. Teil, welcher Italien und Großbrittannien enthält, Amburgo, 1789.
4. C. J. Jagemann, Briefe über Italien, Weimar, 3 voll., 1778-85.
5. Christof Dipper, L’immagine politica dell’Italia nel tardo illuminismo tedesco, in “Società e Storia”, n. 59, 1993, pag. 80, trad. a cura di Silvia Marzagalli.
6. J. W. von Archenholz, England und Italien, Lipsia, 2 voll., 1786.
7. Ricordiamo che il gruppo illuminista dell’epoca dell’Italia meridionale era ben conosciuto nei paesi tedeschi.


Popolazione italiana ed europea nel XVIII secolo

Homann Heirs, mappa d'Italia, 1752

Dopo le pesti del 1630 e del 1656, e la terribile guerra dei Trent’anni che, sebbene toccando poco l’Italia, avrà pur sempre una ripercussione indiretta, la popolazione italiana ed europea in generale iniziò la sua corsa demografica che, a vicende alterne, continua ancora oggi.

Particolarmente popolosi erano i territori della Terraferma veneta e il Ducato di Milano, con una densità intorno ai 70 ab/km2, con punte di 120 nella provincia di Padova, così come la Liguria, verso la metà del secolo, di 90 ab/km2.

La città era sempre un punto di richiamo, luogo di scambi commerciali e operazioni finanziarie, città che nei periodi di crisi alimentare soffrivano maggiormente delle campagne. D’altra parte, spesso e volentieri, i confini fra le due realtà si confondevano, in quanto terreni coltivati si potevano incontrare a pochi passi dai centri urbani, oltre al fatto che le mura iniziano a perdere il loro peso e valore con il passare del tempo e con il potenziamento delle armi da fuoco. In ogni caso, le città conservavano il ruolo propulsore economico, sociale, culturale, politico.

Per fare un esempio, nel 1707 Torino che aveva 43.000 abitanti passava a 94.000 nel 1791, diventando un punto di riferimento per l’intero Piemonte, crescita dovuta alla migrazione per il fervore edilizio di quegli anni.

Di seguito due tabelle che ci danno un quadro generale della popolazione italiana ed europea.

Italia:

Zone 1650 1700 1750 1800
Italia Settentrionale (1) 4.225.000 5.660.000 6.511.000 7.206.000
Italia Centrale (2) 2.738.000 2.777.000 3.100.000 3.605.000
Regno di Napoli 2.850.000 3.300.000 3.900.000 4.847.000
Sicilia e Sardegna 1.522.000 1.456.000 1.776.000 2.136.000
Totale 11.365.000 13.193.000 15.287.000 17.794.000


1. Piemonte, Lombardia, Terraferma Veneta, Ducati.
2. Granducato di Toscana, Stato Pontificio.

Europa:

Anni Italia Resto d’Europa Totale
1700 13.200.000 101.800.000 115.000.000
1750 15.300.000 124.700.000 140.000.000
1800 17.800.000 170.200.000 188.000.000

Abbiamo accennato a Torino, ma anche Livorno, durante tutto il ’700, ebbe una rilevante crescita demografica ed economica. Il porto, che nei primi anni del secolo era abitato da circa 31.000 persone, passerà a 41.000 verso la fine del XVIII secolo, sviluppo dovuto alle particolari franchigie di cui fruiva, centro di un florido commercio mercantile, sia come deposito che come transito, insomma una città in cui inglesi, francesi, fiamminghi, ebrei lavoravano con una certa libertà.

Città in crescita, ma anche città in decrescita, come Messina, dove nel 1743 un’epidemia di peste ridusse la popolazione a 40.000 abitanti, o città, come Pistoia e Arezzo che conservarono più o meno la stessa densità demografica.

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da:
- A. Bellettini, Aspetti e problemi della ripresa demografica nell’Italia del Settecento, in “Società e storia”, 6, 1979, pag. 820 e pag. 822.
- D. Carpanetto, G. Ricuperati, L’Italia del Settecento, Laterza, Roma-Bari, 1986.

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