Nov 262011
 

Se pensiamo che solo gli uomini ebbero un ruolo rilevante durante l’epoca rinascimentale, be’, siamo in errore, giacché anche le donne contribuirono alla fioritura di un periodo che contrassegnò la storia italiana, e influirono decisamente in quella europea. Donne come Bianca Maria Visconti (1425-1468), Isabella d’Este (1474-1539), Lucrezia Borgia (1480-1519), Vittoria Colonna (1490-1547), Caterina de’ Medici (1519-1589), e tante altre, che, con le loro doti, il loro carattere spesso forte e deciso, con la loro cultura, con le loro idee, con il loro sesto senso, lasciarono un’impronta indelebile.
Di seguito Rosalia de Vecchi ci descrive la figura di Isabella d’Este.

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Il 17 maggio 1474 a Ferrara nasceva Isabella d’Este e solo pochi mesi più tardi, l’8 settembre, a Reggio Emilia, anche lui di nobili natali, nasceva il futuro autore dell’Orlando Furioso, che di Isabella avrebbe detto che non si sarebbe potuto scegliere tra le sue tante doti quale apprezzare di più. Il poeta, l’artista che più incarna l’ideale di equilibrio e di armonia connaturato agli uomini del Rinascimento, al servizio dei due fratelli d’Este, Ippolito prima e Alfonso poi, di Isabella lodò non solo la grazia, la bellezza, l’affabilità, ma anche l’intelligenza, la cultura e il mecenatismo. Ed egli stesso scrisse, infatti, il suo poema avendo come patroni Isabella e il suo consorte Francesco II Gonzaga. Ariosto non fu il solo “grande” ad aver ricevuto l’ospitalità dei Marchesi di Mantova, ma anche Raffaello, Leonardo, Mantegna, Tiziano e musicisti quali Tromboncino e Cara furono chiamati e/o accolti alla corte di Mantova. E non fu l’unico a voler esaltare con la sua opera le nobili eroiche origini dei Marchesi Gonzaga, poiché Bembo, Ariosto e Tasso dedicarono le loro opere ad Isabella, che peraltro collezionò libri ed opere d’arte con intelligenza e con discernimento, come di chi sa studiare ed approfondire e pertanto scegliere e classificare. Né Ariosto fu l’unico ad elogiare la persona di Isabella. Sono rimaste ancor oggi famose le frasi di apprezzamento su di lei provenienti da più parti, come anche i celebri ritratti che hanno reso per sempre vivo il suo aspetto e lo consegnano ai nostri occhi, quando essi hanno la fortuna di soffermarsi a guardare i tratti eleganti del suo volto e le pieghe raffinate dei suoi abiti.
Fu il poeta Niccolò da Correggio, imparentato con la famiglia d’Este e al servizio della stessa, che chiamò Isabella: “La prima donna del mondo” e spesso, infatti, la si ricorda come la Primadonna del Rinascimento. Non certo, questo, tanto per la sua posizione sociale e politica quanto e soprattutto per la sua persona, che, in ogni aspetto della vita che il destino volle assegnarle, incarnò in modo eccellente l’ideale di Perfezione, di Armonia e di Bellezza che ispirava il sentimento e il pensiero rinascimentali, volgendoli alla realizzazione di opere che vi si conformassero. D’altronde Isabella e Francesco riconobbero come proprio punto di riferimento il modello di vita indicato dal Cortegiano di Baldassare Castiglione.
Bella, anche se non di eccezionale bellezza, ma decisamente attraente, donna garbata e di fascino, un fascino che le derivava soprattutto dall’intelligenza e l’acutezza del suo dire e del suo agire, Isabella, come altre donne poste dalla vita al governo di uno Stato, seppe allacciare e mantenere alla pari rapporti di amicizia con i più eminenti uomini del suo tempo: duchi, principi, re, studiosi, artisti, poeti, e, contraddistinta da un tatto e da un buon senso, che invece mancavano al suo consorte, seppe tenere in mano le redini del governo sia durante la malattia di Francesco che dopo la sua morte, come reggente del figlio Federico. Negoziò con abile diplomazia con Cesare Borgia, che aveva spodestato il duca di Urbino, Guidobaldo da Montefeltro, marito della a lei assai cara cognata Elisabetta e non esitò a chiedergli il Cupido di Michelangelo ch’egli aveva rubato durante la presa di Urbino. Ottenne che uno dei suoi sette figli, Ercole, divenisse Cardinale e che il marchesato di Mantova venisse elevato a ducato. Divenne un modello di comportamento e di eleganza in tutta Europa. Del resto, i suoi avi erano d’illustre casato e avevano coperto ruoli di primo piano tra gli uomini di Stato di allora: Ercole I d’Este di Ferrara il padre, Eleonora d’Aragona, figlia del re di Napoli, la madre. Sua sorella fu Beatrice d’Este sposa di Ludovico Sforza, duca di Milano.
La piccola Isabella, che a soli 6 anni era già stata fidanzata con un adolescente di 14, Francesco Gonzaga, viveva in un ambiente, quello di Ferrara, allora ritenuto il più brillante d’Italia, affollato di studiosi poeti artisti… e lei stessa era già un prodigio di intellettualità. E come si conveniva ad ogni fanciulla appartenente alla casta dei privilegiati, la sua educazione continuò negli anni a venire ed Isabella si dice che eccellesse in tutto: ricamo, danza, musica… Dicono che danzasse come se avesse le ali ai piedi, che scrivesse versi, che si intendesse di musica e di strumenti musicali, prediligendo quelli a corda, come il liuto ed il clavicembalo che suonava alla perfezione, a quelli a fiato, che considerava associati piuttosto al vizio, che conoscesse egregiamente il gioco degli scacchi. Era chiara di carnagione, i suoi capelli lucevano come oro, uno sguardo di luce brillava nei suoi occhi neri. Il fidanzato, Francesco Gonzaga, era diverso da lei fin nell’aspetto: bruno, dai folti capelli neri, amante della caccia e della guerra e delle donne. Coraggioso sì, ma poco accorto in guerra; infedele nel matrimonio, ebbe presto un’amante fissa. Isabella, come alcune altre prestigiose sovrane di ogni tempo, fingeva di non vedere e continuava la sua vita peraltro ricca di attività e di movimento, di incontri e di viaggi. E, da persona eccellente qual era, intensificò la sua dedizione alle arti alla letteratura agli amici, senza mai cessare di assistere con i suoi preziosi consigli Francesco, marito infedele e uomo di stato non sempre all’altezza della complessità dei suoi compiti; questo lei fece forse anche per evadere dal vuoto d’amore della sua vita di donna e dalla delusione di sposa. Isabella trovò tuttavia un rifugio sicuro nella profonda amicizia che legò lei, di carattere allegro e brillante e di vivo interesse per le arti e la letteratura, alla sorella Beatrice, meno appassionata al mondo della cultura e dell’arte, e alla cognata Elisabetta di indole seria e riservata e di salute piuttosto cagionevole.
E poi c’era la passione dominante della sua vita: raccogliere manoscritti, statue, quadri, oggetti di oreficeria, c’erano gli amici e i conoscenti e gli esperti da incontrare e con i quali trattare, affinché l’aiutassero a reperire delle rarità, c’erano gli eruditi da assumere: Manuzio che stampasse edizioni scelte dei classici, traduttori dal greco antico che traducessero Plutarco, un ebreo che traducesse i Salmi in modo da conservare il loro originario valore artistico. E mentre radunava intorno a sé studiosi e artisti e accumulava libri e tesori d’arte, pur leggendo, conoscendo e rispettando i classici e soprattutto Platone, i suoi gusti personali la orientavano piuttosto verso il romanzo cavalleresco, verso lo stesso suo tempo, quello di Ariosto e poi anche di Tasso.
Ma Isabella, donna dalla vasta cultura non fu mai un’intellettuale, né l’interesse e l’attenzione verso ogni forma di conoscenza e di creatività le impedirono di restare donna, attraente e raffinata, ché anzi amava molto le cose belle, i gioielli, gli abiti alla moda, gli arredi.
Come da costume assai diffuso ai suoi tempi, s’interessava all’astrologia e teneva conto per le sue decisioni del “consiglio” delle stelle. I nani le piacevano e la divertivano tanto che li voleva presenti nel suo seguito e che per loro fece costruire oggetti di dimensioni adatti alla loro statura. Cani e gatti non mancavano mai nelle sue stanze. Per loro, i funerali erano solenni!
Il palazzo ducale, che univa edifici di varie epoche e che all’esterno appariva un po’ simile ad una fortezza, aveva stanze ammobiliate con eleganza, delle quali quelle adibite ad essere da lei abitate Isabella usava cambiare a seconda delle varie ore del giorno e delle occupazioni cui si dedicava.
E, nonostante la situazione finanziaria non le concedesse sufficienti mezzi per arricchire le sue collezioni, tuttavia possedeva sculture di Michelangelo, quadri di Mantegna e Perugino. Non il denaro, il più delle volte, ma tante lodi furono sufficienti come ricompensa delle opere che gli artisti le fornivano! Talvolta, volendo procurarsi opere di pregio, le lodi non furono sufficienti e così, per esempio nel caso di Il passaggio del mar Rosso di Jan van Eyck, per acquistarlo fu costretta a ricorrere ad un grosso debito.
Isabella aveva 55 anni, quando Tiziano le fece un ritratto oggi perduto, del quale resta la copia di Rubens, dove la duchessa di Mantova ci appare come una donna ancora attraente. Di fatto, nonostante il suo dover sostenere l’invalidità di Francesco, governare per lui prima per il figlio dopo, mantenere le redini di un intricato gioco diplomatico tra gli Stati ed i principi, fino alla fine dei suoi giorni, Isabella divertì, adulò, avvinse tutti e mantenne la sua vivacità, la prontezza della sua intelligenza, l’equilibrio e la saggezza delle sue scelte.
Durante il sacco di Roma del 1527 si trovava tra i cardinali di Clemente VII, i quali, con la scusa di volerla trattenere perché dirigesse dei salotti, di fatto la tenevano prigioniera. Essendo riuscita a fuggire, grazie alle sue abituali capacità, ospitò poi e protesse nel suo palazzo circa 2000 persone. Il suo palazzo non fu né assediato né tanto meno saccheggiato!
Isabella ottenne invece la tanto desiderata carica cardinalizia per il figlio Ercole!
Isabella d’Este, definita da Pietro Bembo la donna più saggia e più fortunata fra tutte, aveva 64 anni quando morì. Oggi è ancora sepolta nella Cappella dei Signori nella chiesa di San Francesco, a Mantova.

© Rosalia de Vecchi

Jul 132011
 

La seconda metà del Quattrocento vide la nascita dei Monti di Pietà, istituzioni pubbliche il cui obiettivo era aiutare economicamente le persone necessitate, con fini solidaristici e senza scopo di lucro. Uno dei promotori fu Michele da Carcano (1427-1484), religioso e predicatore francescano acclamato a Roma come a Firenze, a Siena come a Venezia, che, fra le altre cose, sostenne la fondazione degli ospedali nel modo in cui li vediamo oggi. E in effetti il primo Monte di Pietà nasce a Perugia nel 1462, diffondendosi all’inizio in Umbria e nelle Marche.
Il religioso più influente dal punto di vista persuasivo fu Bernardino da Feltre (1439-1494), dei Frati Minori osservanti, un uomo di corporatura esile e di non buona salute, ma di una forza intellettuale davvero notevole e di una vitalità che suggestionava, riuscendo a convincere facilmente. Bernardino, contro l’usura e contro gli ebrei, era favorevole e predicava l’istituzione dei Monti di Pietà e fu tale il suo intervento nelle varie città che quello di Mantova nacque nel 1484, quello di Parma nel 1488, poi venne quello di Piacenza nel 1490, Padova nel 1491, seguì Pavia 1493, Milano nel 1496, e via dicendo. La rapidità della loro diffusione lascia riflettere sia sulle doti di convincimento del frate, sia sulle necessità della società del tempo, sia sulle capacità organizzative e legislative. In realtà non fu facile mettersi d’accordo, per esempio sul tasso d’interesse, giacché se consideriamo i tempi in cui sorgevano tali istituzioni e consideriamo che la chiesa era contro ogni attività di usura perché vietato dal Vangelo di Luca (2), non mancarono certamente i contrasti e le discordie.
Nicolò Bariani (metà XV sec.-1515 ca.), piacentino, agostiniano, nel suo trattatello De monte impietatis (Cremona 1496), sosteneva la necessità gratuita del prestito, prestito che non doveva avere come ritorno economico nessun tipo di beneficio se non lo scopo di aiutare i necessitati. Diceva difatti che il denaro, essendo merce di scambio, per sua natura non può produrre frutti. Differente era la posizione del francescano Bernardino de Busti (1450 ca.-1513 ca.), il quale affermava nel suo Defensorium Montis Pietatis contra figmenta omnia aemulae falsitatis (Milano 1497) la necessità di un pur minimo tasso di interesse per consentire la continuità e la solidità dei Monti, in un’epoca in cui la richiesta di denaro sembrava essere sempre maggiore.
Milano ha una storia particolare in questo movimento, poiché non fu ben accettato sin dall’inizio, oltre al fatto che sia il duca che i patrizi cittadini entrarono subito nella gestione del Monte, intervenendo spesso in modo determinante e palese nella gestione dei prestiti e nella scrittura dello statuto, cosa che non avevano fatto nel ducato in generale. Cosicché, l’istituzione nacque per volontà e tramite delle famiglie nobili che ne gestirono anche l’andamento, imponendo, il duca, un suo luogotenente. E a Milano si stabilì un tasso d’interesse intorno al 5% annuo, per lo più in linea con la media degli altri che si aggirava dal 6 al 10%.
L’obiettivo di questi Monti era mettere a disposizione delle persone meno abbienti piccole somme di denaro affinché potessero sopravvivere, indicazione che lo stesso Bernardino da Feltre palesava in una sua famosa frase:

Da Monti, et dedesti omnia. Hic imples semptem opera pietatis. De illo denario subvenitur a chi compra panem, vinum, vestitum, medicinas et omnia.” (2)

Eppure il frate andava oltre, cercava non solo il benessere del singolo, ma quello dell’intera società, e nello stesso tempo sconfiggere gli usurai e mettere fuori gioco gli ebrei – ricordiamo la sua predica antiebraica nella cattedrale di Trento del 1475. Nelle sue avvincenti predicazioni, Bernardino premeva per una maggiore moralizzazione del popolo, della vita cittadina, invogliava i bisognosi a rivolgersi ai Monti di Pietà per riprendersi da eventuali piccole difficoltà.
Tali organismi erano retti da un organo collegiale, formato usualmente da dodici presidenti. La componente laica era sempre maggioritaria rispetto alla religiosa, per esempio a Pavia otto dei dodici presidenti erano laici, a Parma erano nove, così come a Piacenza. I dirigenti laici erano eletti annualmente con la possibilità di essere richiamati, alla scadenza del mandato, un anno in più, mentre gli ecclesiastici erano a carica vitalizia. Costoro nominano gli officiali, per prima cosa il conservatore e il depositario e, se c’era bisogno, anche altri impiegati per semplificare il lavoro.
Con il passare del tempo e per avere una certa sicurezza nel recuperare il debito, i Monti stabilirono l’uso del pegno, un pegno eventualmente da mettere all’incanto se il debitore non avesse pagato. All’apertura di un determinato Monte vi era una specie di offerta spontanea iniziale che veniva fatta durante una cerimonia ufficiale, con la possibilità di accettare donazioni e lasciti per incrementare i depositi.
C’erano però delle regole da seguire, come il dover essere residente nella data città o nel relativo contado, non si poteva richiedere oltre una certa quantità di denaro, si stabilì durata, finalità e saggio d’interesse, interesse che doveva solo coprire le spese di gestione, si determinò inoltre che il prestito non era per finalità speculative, quindi per commerciare, lo si negò infine agli ebrei.
Tali Monti di Pietà, che dovevano aiutare, almeno momentaneamente, i meno fortunati, non ebbero una così profonda ripercussione come indicavano le fervorose prediche dei frati e, a lungo andare, divennero luoghi di deposito, luoghi dove era possibile anche “investire”. Purtroppo la gestione non sempre fu corretta, si registrarono alcuni casi di furto di denaro, contabilità disorganizzata, smarrimento (!) della cassa dove era tenuto il denaro, cause, insomma, che portarono talvolta alla chiusura di alcune sedi.

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1. Luca, 6,34: “E se prestate a quelli dai quali sperate di ricevere, qual grazia ne avete? Anche i peccatori prestano ai peccatori per riceverne altrettanto.”
2. Sermoni del beato Bernardino da Feltre, a cura di C. Varischi da Milano, Milano, 1964, II, pp. 182-212, De Monte Pietatis Papie, frase pronunciata nella predicazione della “feria quarta post octavam Pace” (ibid., pag 207).

Feb 152011
 

Dall’età della “reconquista”, l’economia spagnola è stata sempre, più o meno, dipendente dalle attività internazionali. L’oro e l’argento, provenienti dalle terre americane conquistate durante il XVI secolo, era adoperato per comprare beni e servizi all’estero, non riuscendo, i produttori iberici, a soddisfare il fabbisogno di un grande impero quasi sempre in guerra. L’arretratezza dell’apparato produttivo spagnolo è evidente specialmente se si tiene conto della sua potenza militare e politica. E non dimenticando, inoltre, che gli spagnoli non riuscirono far a meno dei finanziamenti genovesi, né dei prodotti lombardi.
Nel 1535 Carlo V, imperatore del Sacro Romano Impero, collocava sul ducato di Milano, alla morte di Francesco II Sforza, senza eredi, il figlio Filippo II. Da quell’anno e sino circa al 1620, Milano vivrà un lungo periodo di pace. Ma come si presentava economicamente quella regione? Sebbene il tema sia di non facile trattazione in poche righe, diamo quantomeno degli accenni.
Per quanto riguarda le capacità e le tecnologie, ma anche per la forza economico-produttiva, il ducato si dimostrava ben diverso dal sistema imperiale spagnolo, quest’ultimo meno dinamico, più legato alle tradizioni, con poca forza di penetrazione, poco concorrenziale. Milano, geograficamente al centro dell’Europa spagnola, era pronta a soddisfare i bisogni, con un traffico abile e agile, pronta a mettere in moto la propria capacità mercantile e industriale, approfittando, potremmo azzardare dire, delle potenzialità del vasto impero spagnolo che necessitava quasi di tutto, necessità che alimentavano, in un certo qual modo, l’economia lombarda, spinta peraltro a migliorarsi qualitativamente e fronteggiare, in alcuni settori, la concorrenza dei paesi del nord.
Le aree rurali, che riescono a sopportare con dignità la crisi della prima metà del Seicento, assumeranno nella seconda metà del secolo evidenti segni di progresso. In sintesi, durante il XVII secolo, le campagne del ducato milanese accentueranno quei cambiamenti iniziati nei decenni precedenti: gelso, lino, riso, vite vengono maggiormente incoraggiati, si diffondono i prati artificiali e foraggi, il commercio agricolo in generale si fa più aperto. I milanesi, inoltre, sono capaci anche con la loro industria siderurgica e metallurgica a far fronte alle richieste di armi da parte spagnola. In tutto ciò, le città sembrano evidenziare la loro atrofia, la loro debolezza, la perdita di supremazia economica (da ricordare la peste del 1630). Pertanto, la crisi generale del Seicento permetterà un rafforzamento delle campagne, quasi spostando l’asse economico e sociale verso quelle zone. Ma non bisogna pensare a una estesa “rifeudalizzazione”, giacché il fenomeno non fu tanto generalizzato quanto si possa immaginare (1).
Si potrebbe quasi affermare che i bisogni della potenza spagnola permisero all’agricoltura e all’economia lombarda prepararsi per il successivo sviluppo industriale del XVIII secolo e prepararla per accogliere le proposte riformatrici dei sovrani austriaci.

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1. D. Sella, Crisis and continuity. The economy of Spanish Lombardy in the seventeenth century. Cambridge (Mass.), Harvard University Press, 1979, pp. 148-173.

Feb 112011
 

La ricerca della bellezza nell’arte e la natura furono due dei motivi che spinsero i viaggiatori tedeschi a visitare l’Italia del Settecento, un’Italia frammentata politicamente e territorialmente. Gli Asburgo in particolare avevano un occhio puntato sul nostro paese, basti considerare i numerosi contratti matrimoniali, nel trascorso dei secoli, con le dinastie italiane, vedi i Medici, i Gonzaga, gli Este e, nello stesso tempo, vari artisti italiani lavoravano in terra austriaca, Vienna, Innsbruck, Praga, e via dicendo. Non dimenticando che i tedeschi consideravano gli italiani dei vassalli che “erano regolarmente tenuti a prestare il loro aiuto così come avveniva in passato” (1).
Spinti da migliorie nelle strutture delle comunicazioni (qua) sia all’estero che da noi, i vari viaggiatori che visitarono l’Italia ritornavano in patria a pubblicare le loro impressioni, vuoi in manuali di viaggio, vuoi in riviste, una buona mole di informazione che appassionava le vari classi sociali.
Uno dei primi a percorrere le nostre città fu Johann Jacob Volkmann (1732-1803) nel 1757-58, che stamperà nel 1770-71 Notizie storico-critiche dell’Italia (2). Pagine in cui riferisce del Piemonte sabaudo, indi Genova, che descriverà sì come una città debole e povera, ma in cui banchieri dinamici portano avanti un glorioso passato. Poi Milano, dove l’autore troverà una certa armonia fra nobiltà locale e classe dirigente austriaca, poi ancora si sofferma con simpatia sulla Toscana di Pietro Leopoldo (1747-1792), oltre che su Roma, in cui evidenzierà una condotta politica catastrofica, “dove tutti danno ordini e nessuno obbedisce”. D’altronde, lo stesso Goethe parlando della città eterna annoterà nel suo Viaggio in Italia alla data del 7 novembre di qualche anno dopo, 1786: “ […] Si trovano vestigia di una magnificenza e di uno sfacelo che superano la nostra immaginazione. Ciò che hanno rispettato i barbari, l’han devastato i costruttori della nuova Roma”. Passando per Napoli, il Volkmann scrive sulla lotta contro clero e nobiltà da parte del ministro Bernardo Tanucci (1698-1783) e una qualche apertura verso le riforme (3). Venezia viene apprezzata per l’antichissima costituzione, ma in cui esiste una numerosa nobiltà povera priva di spunti innovativi.
Un altro autore, vissuto a lungo in Italia, dal 1752 al 1773, fu Joseph Jagemann (1735-1804), confessore alla corte granducale toscana. Il suo Briefe über Italien (4) raccoglie una serie di informazioni redatte in maniera epistolare davvero utili, sebbene si riferisca più al nord che al sud, luogo che trascura. Particolare attenzione dedica a Milano e alle riforme del ministro Karl Joseph von Firmian (1716-1782), riforme che permettono il rifiorire delle scuole, la razionalizzazione dello stato, le tante opere benefiche. Anche la Toscana è da lui lodata per la politica riformistica di Pietro Leopoldo, reggente che mette in pratica le concezioni illuministiche tedesche. A loro volta i tedeschi considerano Milano e Firenze come avamposti stranieri dell’illuminismo tedesco (5).
Esplicito e preciso è il prussiano Johann Wilhelm von Archenholz (1741-1812), che nel suo England und Italien (6), seppur ammirando l’Inghilterra, esaminerà i due paesi nella medesima trattazione. Archenholz sarà in Italia la prima volta nel 1774-75 e qualche anno dopo nel 1780, viaggio che lo porterà a una buona conoscenza delle varie situazioni locali. Venezia è definita come un “dispotismo”, su Milano accenna brevemente alle riforme del Firmian, stima la monarchia piemontese e la Toscana che definisce il “paese più felice in Italia”. Roma e Napoli, che esalta per le bellezze naturali e architettoniche, hanno una politica fortemente impregnata dalla Chiesa. In poche parole, con le dovute eccezioni, l’Italia appare agli occhi di von Archenholz, come un paese in decadenza, specialmente se paragonato al glorioso passato.
Non solo nei libri di viaggio troviamo descrizioni del nostro paese, ma anche nelle riviste che uscivano con una certa frequenza nelle varie città oltralpe. Speciale riguardo all’Italia, più che ad altri paesi, dedicava la “Mainzer Monatsschrift von geistlichen Sachen”, così come il “Magazin zum Gebrauch der Staaten- und Kirchengeschichte…”, di Johann Friedrich Le Bret (1732-1807), in cui si scriveva di temi mondani e religiosi, magari con un occhio alle realtà tedesche per poter azzardare una proposta di soluzione ai problemi.
In tutto ciò, bisogna sottolineare l’interesse tedesco per le tematiche politiche, sociali e culturali dell’Italia, tematiche che attiravano il lettore e nello stesso tempo lo incuriosivano. Poca rilevanza avevano le questioni economiche, spesso trascurate e messe in secondo piano. Mentre la Toscana, Roma e Napoli (7) erano i luoghi maggiormente frequentati e su di cui si versava maggior inchiostro, a Milano, al Regno di Sardegna e a Venezia si dedicavano meno pagine. Talvolta i pregiudizi e una visione generale distorta erano alla base di una disamina poco corretta e parziale – ricordiamo il loro scarso interesse verso l’illuminismo italiano, o l’idea di un’Italia decadente e priva di forza progressista -, eppur c’è da notare l’attrattiva che ebbe l’Italia nel pensiero tedesco, cosa dagli italiani non ricambiata, almeno sino a quando il Romanticismo tedesco non prese piede.

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1. J. J. Moser, Teutsches Auswärtiges Staatsrecht, Francoforte-Lipsia, 1772 (ristampa Osnabrück, 1946), pag.420.
2. J. J. Volkmann, Historische-kritischen Nachrichten von Italien, 3 vol., Leipzig, 1770-71.
3. Ricordiamo che il Tanucci nel 1776 fu rovesciato e con lui la possibilità di riforme statali. Del caos che regnerà successivamente alla caduta del ministro descriverà un altro tedesco, mai sceso realmente in Italia, Anton Friedrich Büsching (1724-1793), nel Erdbeschreibung 4. Teil, welcher Italien und Großbrittannien enthält, Amburgo, 1789.
4. C. J. Jagemann, Briefe über Italien, Weimar, 3 voll., 1778-85.
5. Christof Dipper, L’immagine politica dell’Italia nel tardo illuminismo tedesco, in “Società e Storia”, n. 59, 1993, pag. 80, trad. a cura di Silvia Marzagalli.
6. J. W. von Archenholz, England und Italien, Lipsia, 2 voll., 1786.
7. Ricordiamo che il gruppo illuminista dell’epoca dell’Italia meridionale era ben conosciuto nei paesi tedeschi.

Sep 272010
 

Homann Heirs, mappa d'Italia, 1752

Dopo le pesti del 1630 e del 1656, e la terribile guerra dei Trent’anni che, sebbene toccando poco l’Italia, avrà pur sempre una ripercussione indiretta, la popolazione italiana ed europea in generale iniziò la sua corsa demografica che, a vicende alterne, continua ancora oggi.

Particolarmente popolosi erano i territori della Terraferma veneta e il Ducato di Milano, con una densità intorno ai 70 ab/km2, con punte di 120 nella provincia di Padova, così come la Liguria, verso la metà del secolo, di 90 ab/km2.

La città era sempre un punto di richiamo, luogo di scambi commerciali e operazioni finanziarie, città che nei periodi di crisi alimentare soffrivano maggiormente delle campagne. D’altra parte, spesso e volentieri, i confini fra le due realtà si confondevano, in quanto terreni coltivati si potevano incontrare a pochi passi dai centri urbani, oltre al fatto che le mura iniziano a perdere il loro peso e valore con il passare del tempo e con il potenziamento delle armi da fuoco. In ogni caso, le città conservavano il ruolo propulsore economico, sociale, culturale, politico.

Per fare un esempio, nel 1707 Torino che aveva 43.000 abitanti passava a 94.000 nel 1791, diventando un punto di riferimento per l’intero Piemonte, crescita dovuta alla migrazione per il fervore edilizio di quegli anni.

Di seguito due tabelle che ci danno un quadro generale della popolazione italiana ed europea.

Italia:

Zone 1650 1700 1750 1800
Italia Settentrionale (1) 4.225.000 5.660.000 6.511.000 7.206.000
Italia Centrale (2) 2.738.000 2.777.000 3.100.000 3.605.000
Regno di Napoli 2.850.000 3.300.000 3.900.000 4.847.000
Sicilia e Sardegna 1.522.000 1.456.000 1.776.000 2.136.000
Totale 11.365.000 13.193.000 15.287.000 17.794.000


1. Piemonte, Lombardia, Terraferma Veneta, Ducati.
2. Granducato di Toscana, Stato Pontificio.

Europa:

Anni Italia Resto d’Europa Totale
1700 13.200.000 101.800.000 115.000.000
1750 15.300.000 124.700.000 140.000.000
1800 17.800.000 170.200.000 188.000.000

Abbiamo accennato a Torino, ma anche Livorno, durante tutto il ’700, ebbe una rilevante crescita demografica ed economica. Il porto, che nei primi anni del secolo era abitato da circa 31.000 persone, passerà a 41.000 verso la fine del XVIII secolo, sviluppo dovuto alle particolari franchigie di cui fruiva, centro di un florido commercio mercantile, sia come deposito che come transito, insomma una città in cui inglesi, francesi, fiamminghi, ebrei lavoravano con una certa libertà.

Città in crescita, ma anche città in decrescita, come Messina, dove nel 1743 un’epidemia di peste ridusse la popolazione a 40.000 abitanti, o città, come Pistoia e Arezzo che conservarono più o meno la stessa densità demografica.

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da:
- A. Bellettini, Aspetti e problemi della ripresa demografica nell’Italia del Settecento, in “Società e storia”, 6, 1979, pag. 820 e pag. 822.
- D. Carpanetto, G. Ricuperati, L’Italia del Settecento, Laterza, Roma-Bari, 1986.
Apr 272010
 

Che simpatiche calzature indossa il Gesù Bambino nel bel quadro del Pinturicchio, La Madonna con il Bambino e il piccolo San Giovanni Battista; che addolorata espressione presenta l’Imago pietatis di Giovanni Bellini, quel Bellini che Dürer stimava; e il dolce viso della Madonna che Botticelli ci regala nella sua Madonna con il Bambino? Per non dimenticare le ricche vesti con cui Fra’ Galgario dipinse il Ritratto di cavaliere dell’Ordine Costantiniano, o la Madonna con il Bambino dell’insuperabile Mantegna.
Il valore di un museo non sta nella quantità di opere che contiene, ma nella qualità, quella qualità che appaga i sentimenti, che sottolinea il bello, che permette tramandare parte della memoria storica di un popolo.

23 aprile 2010. Mi trovo a Milano, girovagando per le sale del Museo Poldi Pezzoli, sale a quell’ora mattutina frequentate da poche persone, sale che inducono a soffermarmi ripetutamente per esaminare particolari e dettagli di un palazzo che coinvolge sensi ed emozioni.
Gian Giacomo Poldi Pezzoli (1822-1879) fu un grande collezionista, amante dell’arte nelle sue varie sfaccettature, amante dell’armonia, amante di quegli oggetti che hanno fatto e fanno storia. E le stanze del museo riflettono la sua passione, da quadri come quelli testé accennati o tesori come quello del Tiepolo, Allegria della Virtù e della Nobiltà, o ancora Il Prà della Valle in Padova del ben noto Canaletto, continuando con un ritratto davvero sensibile dello stesso Gian Giacomo Poldi Pezzoli di Hayez che ci accoglie all’entrata.
La mia attenzione si soffermò per una buona mezz’ora nella sala dedicata agli orologi, dove decine e decine di congegni rappresentano l’itinerario di un progresso scientifico che vuole manifestare la passione dell’uomo per la meccanica, per misurare un tempo che fugge inesorabilmente, anche mentre li guarda con ammirazione.
Qua e là, bighellonavo avanti e indietro dalla Sala Nera alla Sala degli Stucchi al Salone Dorato, poi dal Gabinetto degli Ori alla Sala del Settecento Veneto, talvolta ritornando sui miei passi per rivedere qualcosa che mi aveva attratto, per continuare ad assaporare ceramiche, oreficerie, tessili, vetri arredi, come una tela di Justus Sustermans, che ricordiamo per aver immortalato la famiglia de’ Medici, qua presente con il Ritratto del Cardinale Carlo de’ Medici. Poi un Lorenzo Lotto, una Sofonisba Anguissola, un Cosmè Tura, capolavori del Quattrocento e del Cinquecento che affollano la nostra arte e che il museo espone abilmente.
Il mio moleskine si riempiva di righe, di considerazioni, annotando artisti a me sconosciuti, sottolineando particolari che desideravo ricordare anche in un futuro lontano.
Il piano terreno merita tutto il nostro rispetto, la sala delle armi progettata da Arnaldo Pomodoro, dove armature, scudi, archibugi, lance, picche, e via dicendo, ci conducono a un passato che spesso crediamo lontano e vuoto di significato, ma che invece incombe su di noi come una spada di Damocle.
Non si può rendere omaggio in poche righe a questo eccellente museo che contiene vere e proprie preziosità, il mio invito è visitarlo, dimenticando a casa l’orologio.

Dec 202009
 

Periodo che caratterizzò principalmente l’Italia, il Rinascimento è considerato epoca di risveglio, epoca in cui l’uomo acquista coscienza del proprio essere, sviluppando in modo significativo la propria personalità.
Leggiamo cosa ci racconta Bianca Maria Rizzoli sulla moda di quel tempo.

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Lo sfarzo del Rinascimento
Chi non ha studiato a scuola la vita, il fasto, le feste, le battaglie delle Signorie italiane del Rinascimento? Il secolo italiano per eccellenza, imitato e invidiato in tutta Europa, dove parlare la nostra lingua era come parlare l’inglese oggi, ossia un segno di cultura con un pizzico di raffinatezza. La documentazione che ci è rimasta è notevole, sia attraverso gli scritti e le lettere, sia attraverso le magnifiche opere d’arte. Il gusto rinascimentale italiano, dal punto di vista della moda, durò per tutto il Quattrocento e parte del Cinquecento, quando l’Italia cadde sotto il dominio di Carlo V di Spagna, incoronato nel 1530 a Bologna imperatore del Sacro Romano Impero.
La pittura del tempo illustra in modo chiaro la ricchezza dei vestiti, che erano considerati un bene di grande valore, sia per i tessuti adoperati, sia per le fodere altrettanto preziose, sia per i colori, sia per le decorazioni in gemme e i ricami in oro che spesso li ornavano. Per fare una pezza di seta, occorreva inoltre un’enorme mano d’opera: tessitori, tintori, disegnatori, stampatori, ricamatori, orafi, battitori (che lavoravano le lamine in oro da attorcigliare sui fili di seta). Alcune parti delle vesti, come le maniche, erano talvolta così preziose che venivano staccate e rinchiuse dentro a forzieri, dal momento che non poche volte venivano rubate. Il distacco era reso possibile grazie al fatto che la manica quattrocentesca non era cucita al vestito, ma costruita in pezzi di stoffa uniti tra loro da cordoncini che terminavano in un puntale d’oro. Dai buchi sbuffava la camicia di lino ricamata. Maniche e vestiti erano lasciati in eredità, e i testamenti sono un’altra fonte importante di documentazione sulla moda dell’epoca.

Una gara di moda tra due sorelle
Le Corti italiane brillavano per lo sfarzo mondano e la ricchezza che esibivano anche nelle vesti. Due donne in particolare furono considerate tra le più eleganti e raffinate d’Italia: Beatrice d’Este (1475 – 1497) moglie di Ludovico il Moro, signore di Milano, e la sorella Isabella (1474 – 1539) sposata a Francesco Gonzaga, marchese di Mantova. Come si vede dalle date Beatrice morì di parto giovanissima, mentre Isabella fu considerata una delle donne più colte e raffinate del Rinascimento. Beatrice era una ragazza vivace, allegra e capricciosa. Lo storico Paolo Giovio la considerava severamente come una donna superba “e di grandissima pompa”. Ma Beatrice amava talmente i vestiti che se li inventava da sola, passando le notti a cucirseli, con grande creatività personale e un notevole gusto teatrale. Il marito Ludovico ne era deliziato. La sorella Isabella, che pure non era da meno per eleganza, le metteva alle calcagna degli informatori per sapere quali modelli indossava. Ad esempio, Bernardino Prosperi le descriveva in una lettera una ricca veste cremisi ornata di fiocchi d’argento filato, indossata da Beatrice per carnevale. Con tale abito è probabilmente raffigurata sulla scultura tombale su cui giace assieme al marito, ora conservata nella Certosa di Pavia. Non meno sfarzosi gli abiti da lei indossati dopo le nozze con Ludovico il Moro. Pur essendosi portata dietro un ricchissimo corredo personale, si fece fare ben altri 84 vestiti descritti maliziosamente dal Prosperi alla sorella come “una sacrestia apparata di piviali”.

Anche le feste erano occasione di sfoggio. Ad una delle più famose, “La festa del Paradiso”, con marchingegni scenici inventati da Leonardo da Vinci, Isabella comparve in due balli alla spagnola con una giubba di broccato d’oro, ornamenti d’ogni colore che usavano in Spagna, e un mantello di broccato bianco (tessuto in seta). Nei balli alla “moresca” invece ci si appendevano campanelli ai vestiti. Coltissima, Isabella amava inventare motti e ricamare sugli abiti imprese personali. Le imprese, da non confondersi con le insegne araldiche, diffusissime nel Rinascimento, erano un modo per affermare la personalità del signore attraverso simboli e frasi che potevano essere cambiati. Isabella amava farsi cucire note musicali sulle vesti, oppure lacrime. Aveva inoltre come motto personale “Nec spe, nec metu” (Né con speranza né con timore) frase che fa intravvedere la forza di questa donna, ammirata in tutta Italia, che seppe reggere con abilità diplomatica il marchesato di Mantova dopo la morte del marito. Anche a lei si devono invenzioni di moda come la Capigliara in uso tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento, una specie di turbante a metà fra la cuffia e l’acconciatura portata molto indietro sulla testa, in modo da mostrare la fronte e l’attaccatura dei capelli.

Bianca Maria Rizzoli.

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Altri articoli di Bianca Maria Rizzoli, qua.

May 312009
 

Il tema trattato in questo articolo è uno di quelli che può apparire strano, curioso, insolito, fatto sta che nel periodo da noi preso in considerazione – fine ’400 inizi ’800 – il problema era davvero grave, tanto grave che sovente la popolazione era preda di malattie infettive, peste, colera, e via dicendo.

Raccoglitore di letameCon lo sviluppo delle città e l’abbandono delle campagne, la questione dei rifiuti si presentò in maniera palese, con caratterizzazioni drammatiche a secondo dei luoghi. Il loro smaltimento era un problema che i governi locali non riuscivano a risolvere, anche per una mancata educazione cittadina. Il contadino o la gente di campagna abituata a buttare i suoi rifiuti, qualunque tipo fossero, direttamente sul terreno, una volta giunti in un centro abitato ripetevano la stessa operazione, cosicché le strade, i vicoli, le piazze erano immondezzai a cielo aperto che, a parte essere maleodoranti, erano focolai di malattie.
In Europa, città pulite risultavano essere quelle olandesi, i cui cittadini erano usi a lavare il proprio selciato davanti l’abitazione, grazie al fatto che la maggior parte delle loro vie erano lastricate con mattoni, sin dal Medio Evo. V’era una decreto che proibiva gettare spazzatura dalle finestre: una legge puniva i contravventori.
In Friburgo di Brisgovia, Germania, ancora nel XVI secolo, reggevano delle ordinanze che vietavano accumulare l’immondizia nel fossato cittadino o nei canali, questa doveva essere portata in determinati punti di raccolta vicino il fiume Dreisam, nel quale poi veniva gettata.
Nelle restanti città europee, le strade erano piene di letame, non solo degli animali che servivano a trainare carrozze e carri, ma anche di quegli che usualmente girovagavano per le vie cittadine: mucche, pecore, galline, cani randagi, ecc. Si pensi che a Venezia, ancora nel 1746, si ricordava alla cittadinanza che era proibito allevare maiali e lasciarli liberi.Spazzino veneziano
Usualmente lo sterco era raccolto dalla gente che lo utilizzava per i campi come concime o che lo vendeva ai contadini. In alcune cittadine francesi, sino all’ottocento, si autorizzarono i cosiddetti vagabondi utili a raccattare gli escrementi, con lo scopo sia di pulire, che di dare lavoro a suddetta gente.
A Milano, per esempio, nel ’500, nacquero i navazzari, una specie di antenati dei moderni netturbini. Costoro, muniti di carri, andavano per le strade a raccogliere il letame e i liquami dei pozzi neri delle case dei più abbienti.
Ricordiamo che in quei secoli non esistevano i gabinetti, per cui i bisogni venivano fatti all’aperto, dov’era possibile, per tale motivo certe stradicciole nascoste e poco frequentate erano punti di deposito. Mentre in Oriente i bagni pubblici erano edificazioni che la stessa città si incaricava di costruire e che normalmente tutti adoperavano, in Europa non si era sviluppata la consuetudine. Si racconta che un cittadino siriano, trovandosi a Parigi – siamo negli ultimi anni del ’600 – e forzato da una urgenza, si trovò a disagio e, non volendo fare il suo bisogno in una strada pubblica, fu costretto a “farselo addosso”.
A parte che di escrementi umani e animali, le strade erano luogo di ammasso di rifiuti di altra origine: dai residui di produzione di certi materiali a quelle dei macelli, dalle concerie ai rifiuti domestici, e via dicendo, alcuni di essi tossici.
Le strade cittadine italiane ed europee – con le dovute eccezioni -, non erano pavimentate, erano strade sterrate o coperte solo di sabbia, cosicché pioggia, acque di scolo e avanzi formavano una melma, una fanghiglia spesso di cattivo odore.
Dicevamo che v’erano eccezioni: Perugia, già agli inizi del 1400 aveva buona parte delle sue piazze pavimentate; Roma, con papa Sisto IV a fine ’400, dette ordine di lastricare; Mantova e Genova: anche qua nel XV sec. si iniziò a lavorare in tal senso; a Londra, solo nel 1533. Accadde che, mentre nel resto d’Europa si continuò ad ammattonare, in Italia i lavori si fermarono (fine ’700 inizio ’800).
Con la venuta dell’età dei lumi e, dopo, con la rivoluzione industriale, si invitò i proprietari della case a scavare una fossa per raccogliere le acque sporche, dandone tutte le caratteristiche, come distanza dalle case, profondità, larghezza, lunghezza, note tecniche che si dovevano rispettare. Malgrado ciò, v’era sempre pericolo di malattie infettive, motivate dal fatto che le acque nere di dette buche, col passar del tempo, inquinavano le falde acquifere, falde da cui si prelevava quella per uso domestico.
Watercloset 1596Quando si iniziò a usare il gabinetto ad acqua corrente – progettato da Sir John Harington nel 1596 -, i residui venivano diretti, tramite canali, nei pozzi neri, ma anche, ahimè, negli scoli delle strade: il problema persistette sotto altra forma!
Insomma, città popolose, poca educazione civica, rifiuti a cielo aperto nelle piazze e nelle vie, mancanza di pavimentazione, vicinanza dei pozzi neri alle acque potabili, erano problemi difficili da risolvere.

Nov 042008
 

La voglia di volare dell’uomo ha radici ataviche, radici che lo legano ai sogni, all’immaginazione, alla fantasia. Icaro e Dedalo, per arrivare alle macchine di Leonardo da Vinci e continuare sino ad oggi: percorso di un sogno diventato realtà.

Uno dei primi esperimenti riusciti a far decollare un involucro tramite l’aria calda fu nel dicembre del 1782: un pallone di lino rivestito di carta superò di poco quota 1800 mt., fatto poi a pezzi dai passanti al suo atterraggio. I fratelli Montgolfier, Joseph-Michel (1740-1810) e Jacques Étienne (1745-1799), avevano iniziato a realizzare i loro sogni.  Il 19 settembre del 1783, innanzi al re di Francia Luigi XVI e alla regina Maria Antonietta, un altro aerostato prese il volo dal castello di Versailles con tre animali a bordo – giacché il padre dei fratelli aveva vietato loro salire su -, sembrano essere stati un pecora, un’oca e un gallo. Si trattava di un pallone aerostatico di 1.600 m3 che volteggerà nell’aria per circa 8 minuti: fu una festa!

Solo nel novembre dello stesso anno volarono i primi uomini, il medico Pilatre de Rozier e il marchese d’Arlandes, che aveva il compito di alimentare il fuoco che serviva a riscaldare l’aria. Partiti dal castello della Muette nel Bois de Boulogne, sorvolarono Parigi per circa 25 minuti ad una quota di 90 mt., percorrendo 8 km. Aveva una capacità di 1.557 m3 e un diametro di 16,5 metri.

Artefici dunque di tale invenzione furono i francesi Montgolfier, due fratelli intraprendenti proprietari di una cartiera: Joseph-Michel che ne aveva concepita l’idea e Jacques-Étienne preciso e abile. Il principio era semplice, si trattava di riscaldare l’aria contenuta in un involucro, costringendolo a sollevarsi tramite la forza ascensionale dell’aria calda, essendo questa più leggera di quella fredda.

In Italia, il primo successo  si ebbe qualche mese dopo, il 25 febbraio 1784, grazie al conte Paolo Andreani che insieme ai fratelli Agostino e Carlo Gerli si levarono in volo a Brugherio, vicino Milano. E proprio a Milano si pubblicherà il primo periodico aeronautico del mondo dedicato alle mongolfiere, il Giornale Aerostatico.

A onor del vero, i cinesi avevano già fatto innalzare, secoli prima, sempre per mezzo dell’aria riscaldata, i loro famosi draghi volanti, mentre in Inghilterra, nella prima metà del 1700, il chimico Joseph Priestley aveva sperimentato qualcosa di simile.

Iniziava l’epopea dei viaggi per il cielo, di volare, del percorrere chilometri in poco tempo. In appena due tre anni centinaia di persone, incuriosite, sperimentarono l’ebbrezza di quell’esperienza, sia in Europa che in America.

La mongolfiera fu adoperata, oltre che per scopi civili e commerciali, anche per fini militari, addirittura sino ai principi della seconda guerra mondiale. Famoso fu l’episodio del primo bombardamento aereo della storia avvenuto a Venezia il mattino del 2 luglio 1849, quando sei mongolfiere austriache bombardarono la città, assediata dalle truppe di Radetzky.                                                                                                                    

 

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(Articolo aggiornato 11 Dicembre 2011)


Oct 192008
 

Pistoia, 19 ottobre 2008

Mio carissimo Alessio,

stamani avevo in mano un libro, uno di quelli stampati nel XVII sec., Vergel, pubblicato a Barcellona, in Spagna, nel 1629, debitamente autorizzato dalla Chiesa cattolica, con tanto di Licencia, y Privilegio, e sfogliando accuratamente le pagine mi veniva in mente la grande fortuna che abbiamo nel poter leggere idee, pensieri, riflessioni di quasi 400 anni fa, come il sapere si possa trasmettere, si possa compartire, si possa tramandare di generazione in generazione, tutto grazie al nostro buon Gutenberg.

E certamente l’Umanesimo italiano giocò un ruolo privilegiato in codesta trasmissione, Umanesimo che ricercava nei classici i valori per poter dimostrare che la vita non è solo materialità, bensì, e soprattutto, espressione culturale, intellettuale, educativa. La stampa fu il veicolo principale del diffondersi dei pensieri, il tramite per far rivivere il passato classico. Così come il Rinascimento, e non solo in Italia, sarà sviluppato per mezzo dei torchi gutenberghiani.

Pare che alla fine del XV secolo, oltre 250 città d’Europa possedessero una tipografia, di cui 80 solo in Italia. Si pubblicava di tutto, da testi religiosi a testi accademici, da romanzi ad almanacchi, si stampava in latino e in greco, ma si iniziava anche a dare vita a volumi nelle varie lingue nazionali. I libri, non ancora rilegati, viaggiavano dentro botti chiuse – per evitare di sporcarsi o sfuggire all’umidità – per il continente, sia in carri, sia tramite via fluviale. Per i mercanti era una merce di scambio come qualsiasi altra, un bene da comprare e vendere, per la gente letterata un modo di approfondire i loro studi.

Nel 1464-65, i benedettini del monastero di Santa Scolastica di Subiaco invitarono Konrad Sweynheym e Arnold Pannartz, il primo della diocesi di Magonza e il secondo di quella di Colonia, a pubblicare il De oratore di Cicerone, primo libro stampato fuori Germania.

Poi Venezia, la cui posizione strategica farà sì che la città essere un eccellente luogo per lo sviluppo dell’arte tipografica, introdotta, lo ricordiamo, nel 1469 da Johann von Speyer. Grazie, quindi, ai fiorenti scambi commerciali e ai patrizi veneti, che vedevano nel libro un modo di incrementare la loro ricchezza, i libri veneziani andranno a finire in tutta Europa. Milano, invece, solo nel 1471 vedrà l’arrivo del torchio, con la stampa del De verborum significatione di Pompeo Festo.

Rispetto all’energica attività culturale, Firenze arriverà in ritardo all’appuntamento, solo nel 1471, pare perché, in un primo tempo, poco favorita dai Medici. Il primo libro stampato sembra sia stato il Commentarii in Virgili opera, di Servio, riprodotto dall’orefice Bernardo Cennini. Per vari anni la stampa sonnecchierà, sino a quando Marsilio Ficino, Poliziano, addirittura lo stesso Lorenzo de’ Medici e qualche altro letterato si convinceranno di pubblicare tramite i caratteri mobili. Firenze, città altamente alfabetizzata per i tempi,  fu una delle poche, se non l’unica, nella quale il prototipografo era locale.

Il nostro sud non era meno. A Napoli si pubblicheranno più libri in latino, almeno il 50%, che in volgare, con una piccola percentuale di testi in lingua ebrea. In generale sono volumi che trattano teologia, letteratura, scienze.

Si potrebbe continuare per parlare di Bologna, di Palermo, Padova, e così via, ma ciò che mi preme sottolineare è come l’Italia abbia immediatamente capito la potenzialità della stampa. E lo stesso Girolamo Savonarola, tanto per fare un esempio, aveva intavolato addirittura con la fiera di Francoforte un rapporto di lavoro per propagandare le sue idee.

L’Umanesimo, il Rinascimento, le arti, le lettere… i libri: elementi che faranno parlare dell’Italia!

Così, sfogliando pagina dopo pagina, mi accorsi che ero arrivato alla fine, alla fine delle 300 e più pagine di questo meraviglioso Vergel che aveva portato la mia mente a riflettere sull’inesorabile trascorrere dei secoli, tempo impresso nelle giallognole pagine del volume e sulla copertina di cuoio di agnello che rivestiva la storia della stampa.

Vado ad adagiare il libro nella mia umile biblioteca, pian pianino, lentamente, con cura e attenzione, con gratitudine, con riconoscimento, dopotutto ho assaporato un libro che ha 400 anni!

Tuo, Rino.

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Le precedenti lettere:

- Rino ad Alessio I

- Rino ad Alessio III

- Rino ad Alessio V

- Rino ad Alessio VII