Mar 172013
 

di Daniela Nutini

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Madame de PompadourJean Antoinette Poisson era parigina.
Figlia di un vettovagliatore, François Poisson, dell’esercito che fu preso in simpatia dai fratelli Pâris, i famosi commissari degli approvvigionamenti che lo usarono in mille modi; poi incappò in un processo ingiusto, fu riabilitato ed ebbe incarichi sempre di maggior spicco, stavolta dal governo del Re.
La madre fu Maddalena de La Motte, bellissima, ricca borghese che durante la disgrazia del marito intrecciò un legame con uno dei fratelli Pâris, e anche con l’appaltatore Le Normant, amico e protettore di artisti e letterati. Al ritorno di Poisson, vissero tutti d’amore e d’accordo: quello era il clima dell’epoca!
E tutti, a quanto pare, in adorazione di Jeanne, subito soprannominata Reinette, per la profezia di una indovina, ”sarai quasi regina“, le fu detto e tutti parvero lavorare per attuarla, questa profezia.

Reinette era graziosissima e aveva “spirito”, che allora voleva dire intelligenza, buon gusto, contegno, finezza, senso dell’arte, cultura. La ragazza fu allevata senza badare a spese: sapeva cantare, ballare, recitare benissimo, incideva pietre preziose, conosceva diverse lingue, dipingeva. Si mise in luce cantando l’aria dell’Armida di Lully in una serata in cui ricevette l’abbraccio della contessa di Mailly, prima favorita del re, e da allora fu l’astro di tutti i salotti.
Reinette ebbe così modo di frequentare i più bei spiriti dell’epoca. Oltretutto era graziosissima: una carnagione di alabastro, le sue mani e le sue braccia erano un incanto. I capelli tra il castano e il biondo, gli occhi variavano dal nero al grigio al celeste secondo la luce e l’espressione del viso. Una splendida giovane donna, insomma. Come tutte le belle donne dell’epoca aveva un segreto desiderio, arrivare al Re.

Intanto, Le Normant la fa sposare con il proprio figlioccio, signore di Étiolles. I due giovani si amano abbastanza, Reinette, pur nel turbine della vita mondana, gli è fedele. Dice scherzando che soltanto Sua Maestà potrebbe farle dimenticare il “dovere”.
Intanto si industria di incontrarlo in tutti i modi possibili. Confinando le sue terre con le foreste in cui Luigi va a caccia, si fa vedere da lui come una ninfa fuggitiva, vestita di blu o di rosa, mentre guida lei stessa la sua elegante vettura.
Lei dispone anche di un potente alleato, Beinet, primo cameriere del Delfino e lontano parente del marito. Arrivano in tal modo gli inviti: piccole feste, intrattenimenti, fino al fatale carnevale del ’43, dove Reinette si presenta vestita da Diana Cacciatrice. Il Re adora i balli mascherati, stavolta si è vestito da alberello di tasso con altri amici, tutti uguali, per non farsi riconoscere. Egli vede la splendida Diana, la corteggia, la riconosce poi per la Ninfa dei boschi vestita di rosa, con lei va via dalla festa e da quel momento in poi Madame d’Étiolles si vede spesso a Palazzo, conquista il Sovrano, lo fa innamorare, lo seduce con le sue virtù e la bellezza del suo cuore, lo avvince.

Il Re ha in mente di presentarla a Corte, farla nobile e farne la sua amante. Nel frattempo Monsieur Le Normant d’Étiolles si incarica di avvertire il nipote che la moglie è destinata al Re e che quindi non faccia storie: il giovane piange, ma si rassegna, ritirandosi nelle sue terre e seguendo la sorte di tutti i mariti delle amanti in carica ai Sovrani di Francia.
Luigi vuole che la sua Reinette sia impeccabile negli usi di corte, sa già quali scogli dovrà superare questa semplice borghese e desidera evitarle ogni critica sulle questioni di etichetta. Versailles è difatti un mondo a parte dove le dame di corte si distinguono, per esempio, per l’andatura a passi piccolissimi, che le fa sembrare tante bamboline che scivolano su lucidi pavimenti. Così Jeanne passa la sua ultima estate da sola, a Étiolles, in campagna, con Voltaire e l’abate Bernis e la figlia Alexandrine, un’estate felice, e mentre riceve le missive d’amore del Re, che è al campo in guerra contro gli inglesi, impara la condotta perfetta, il tratto personalissimo, la nobiltà dei modi e di cuore che la distingueranno d’ora in poi negli anni in cui sarà Jeanne Antoinette, Marchesa di Pompadour.

© Daniela Nutini

Mar 062013
 

di Daniela Nutini

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Luigi XVLuigi XV di Francia era bello.
Addirittura era considerato il più bell’uomo del regno. Scampato alla decimazione di tutta la sua famiglia da parte del morbillo e dell’inetto medico reale Fagon, si salvò perché la sua governante lo nascose. E così succedette al nonno, il Re sole. Ma era ancora troppo piccolo, e Reggente fu Filippo, duca di Orleans, figlio del fratello di suo nonno. Un uomo strano, intelligente e buono, immerso in tutti i vizi, figlio di due strani genitori, l’effeminato Monsieur e la mascolina Madame, la Principessa Palatina.

Filippo amò il suo pupillo: era affettuoso pieno di attenzioni, ma morì presto in seguito ai bagordi, alle donne, al buon cibo, agli eccessi di ogni tipo. Gli successe come reggente il Duca di Borbone, futuro principe di Condè. Anche lui si prese a cuore il real fanciullo, che era un ragazzo affabile, buono, intelligente, afflitto da una timidezza patologica che lo rese sempre simpaticissimo tra gli intimi, seppur duro e scostante nella folla.
La sua infanzia fu di un orfano. A sette anni fu tolto dalle mani della governante e dato in custodia agli uomini. Il piccolo re si attaccò alle gonne di Madame de Ventadour, piangendo disperatamente, ”Maman, maman”.

Poi fu allevato da Re. Latino, storia, matematica, comportamento, astronomia, disegno, incisione e, come manualità, la tipografia. Poi ancora tutta la macchina del governo. Lui cacciava e correva per i boschi con una vitalità che conserverà sempre per tutta la vita.
Era fidanzato con una principessa spagnola che già abitava a corte, ma era una bambina di 5 anni, Luigi 13. Gli erano stati allontanati d’attorno alcuni amici: stava scivolando lungo una china non molto edificante e alle sue domande gli era stato detto che erano stati mandati via ”perché avevano rotto le cancellate del parco”. Lui stette zitto, ma fu poco convinto.

Maria LeszczyńskaUn matrimonio urgeva e dei figli anche: l’Infanta era troppo giovane. Così fu rimandata da suo padre con grande strepito di cancellerie e la scelta cadde sulla polacca Maria Leszczynska, figlia dello spodestato re di Polonia. Aveva vent’anni, non era bella, era povera, era pia, buona, onesta, educata a stare tra la folla, ballava e cantava, era grata alla sua sorte. Il matrimonio si fece e Luigi si innamorò della sua polacca: era felice, allegro, si dava da fare, proteggeva le arti, abbelliva Versailles. Ebbe 10 figli in brevissimo tempo. Maria si lamentava: ”toujiours cocher, toujours accoucher!” Ma anche il Re si stancò. Lei sfiorì e sembrava sua madre. Lui era giovane, bello, con il temperamento ardente dei Borboni.

Presto arrivò tutta una serie di amanti in carica!
Luigi era timido anche in questo: non andò a cercare troppo lontano. Praticamente passò da una sorella all’altra, 5, cominciando da Madame de Mailly, l’unica che lo amò veramente e non chiese nulla per sé, alle altre su sorelle, una per una, ma i maligni dicevano anche due per volta, fino all’ultima, la bellissima duchessa di Chateauroux. Il fatto era che si trovava a suo agio solo con persone che conosceva veramente, ricominciare da capo era per lui una tortura. E così, ecco le sorelle, sebbene l’ultima fosse più difficile: era infatti innamorata del Duca di Agenois, che fu subito spedito lontano. Lei pose delle condizioni onerose, fu spavalda e intrigante tanto che al suo decesso si parlò di veleno.

Alla morte di questa, il posto risultò vacante. Erano state così avide e spinte dai vari partiti dei personaggi di corte, che Luigi cominciò a pensare che forse una parigina, borghese, di quella classe ricca in ascesa, poteva andargli meglio in confronto a tutte quelle aristocratiche che gli si proponevano ora ad ogni piè sospinto. Entra in scena, tempestivamente Jeanne- Antoinette Poisson.
Ma questa è un’altra storia.

© Daniela Nutini

Dec 192012
 

di Ivana Palomba

Louis François Armand de Vignerot du Plessis duca di RichelieuQuesta prelibata salsa dal sapore delicato, delizia del palato e degli occhi, è attestata nel nostro lessico dal 1905, prestito dal francese mayonnaise, documentato dal 1807.
La sua storia, almeno la più accreditata dai linguisti, è strettamente legata ad una delle battaglie più ardimentose di Francia e al nome di Louis François Armand de Vignerot du Plessis duca di Richelieu (1696-1788), pronipote del grande cardinale.
Il duca, sempre azzimato e profumato come un damerino, era il dominatore assoluto della scena galante del suo tempo tanto che ingelosì due monarchi, ingannò alcune centinaia di mariti e subì quattordici mesi di detenzione per le eccessive attenzioni nei confronti della duchessa di Borgogna.
Nonostante i suoi eccessi amorosi, le biografie parlano di ben cinquecento femminee torri crollate sotto il suo ardimento, trovò anche il tempo di partecipare all’assedio di Friburgo (1713), di combattere con valore in varie campagne (1733-1734) e nella guerra per la successione d’Austria, meritandosi il bastone di maresciallo di Francia (1748).
Le memorie della sua vita, contenenti un fedele ritratto dell’ambiente di corte durante la Reggenza e sotto Luigi XV, furono compilate sulla base di suoi appunti da Jean Louis Soulavie (1753-1813), abate letterario di dubbia reputazione.

Gli anni precedenti la guerra dei Sette Anni (1756-1763) vedeva la rivalità coloniale tra Francia e Inghilterra farsi sempre più accesa poiché le navi inglesi facevano da padrone nel Mediterraneo rendendo sempre più dura la vita ai vascelli francesi.
Durante uno dei soliti festini, cui era solito partecipare ed esserne il centro di eleganza e facezie, il duca propose al re di togliere Minorca agli inglesi.
La proposta che all’inizio sembrava una boutade fu invece approvata in pieno dal monarca che permise al duca di condurre in prima persona l’impresa.
Agghindato come andasse a una festa, Richelieu partì da Tolone e il 18 aprile1756 sbarcò a Port Mahon cominciando l’assedio alla cittadella fortificata.
Il duca però non aveva fretta e trovato un angolino ben riparato dai cannoni inglesi, di mare e di terra, fece approntare il campo che ben presto assunse il carattere di un gaio festino, con pasti pantagruelici e spassose rappresentazioni su un teatrino improvvisato, allietato dalla presenza delle belle minorchesi che avevano applaudito alla bandiera gigliata francese.
Piatto comune era il pesce, data la naturale abbondanza a portata di mano, anzi di acqua, ed ogni giorno era ammannito in maniera diversa.

Un giorno, il cuoco del maresciallo presentò il pesce con una salsa a base di olio e tuorlo d’uovo, preparata a freddo perché il fuoco acceso avrebbe attirato i colpi di moschetto, che fu graditissima da tutta la brigata.
Fu un vero e proprio trionfo che Richelieu battezzò “sauce mahonnaise” a imperituro ricordo del luogo dove era stata presentata per la prima volta rimpiazzando così la “bayon-naise” salsa di Bayonne. Il tempo ha poi trasformato mahonnaise in majonnaise.
La storia ci dice poi che l’assalto al forte di San Filippo avvenne il 28 giugno 1756 con la vittoria dei francesi, mentre la salsa maionese avrebbe vinto una ben più duratura battaglia, quella del palato.

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Bibliografia:
- Dizionario della letteratura francese, 2002, ad vocem .
- Aldo Gabrielli, Dizionario dello stile corretto, Mondadori, 1960.
- Louis François Armand Du Plessis Richelieu (duc de), François Barrière, Jean Louis Giraud Soulavie, Memorie del duca de Richelieu, Société des bibliofili, 1903.

© Ivana Palomba

Oct 082012
 

In un periodo in cui si fanno tagli economici in tutte le direzioni, è d’uopo il seguente articolo proposto da Ivana Palomba.

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Il termine, francese, è entrato nel nostro lessico col significato di sagoma, contorno, profilo, linea, figura.

La parola deriva da Étienne de Silhouette nato a Limoges nel 1709 e morto a Brie-sur-Marne nel 1767. Figlio di Arnaud de Silhouette, alto funzionario amministrativo, compiuti gli studi giuridici trascorse un anno a Londra per apprendere i segreti dell’economia della Gran Bretagna. Fu quindi consigliere al parlamento di Metz, poi cancelliere del Duca d’Orléans, infine commissario di Luigi XV (1710-1774) presso la Compagnia delle Indie.

Fu preso a benvolere dalla potentissima marchesa di Pompadour (1721-1764), influente a corte dal 1745 al 1764, divenendo nel 1759 controllore delle finanze francesi, in quel tempo in cronico deficit. Etienne applicando severe riforme riuscì a recuperare al tesoro 72 milioni di franchi.

Ma tanto rigore – arrivò persino a tassare porte e finestre – gli attirò l’odio dei ricchi finendo anche in disgrazia presso il re, di cui voleva addirittura ridurre le spese personali.

Fu colpito con l’arma del ridicolo ed esposto allo scherno dei concittadini che associarono il suo nome a tirchieria, a ciò che era meschino, evocando la misera situazione in cui si venivano a trovare i colpiti dalle tasse, e di cosa fatta alla svelta e in economia.

I calzoni senza tasche, a sottolineare l’inutilità di un posto ove riporre il denaro, furono detti “culottes à la silhouette”, i soprabiti senza pieghe o a un solo petto “surtouts à la silhouette“, e “portraits à la silhouette” furono quei ritratti, allora divenuti di moda, ottenuti dipingendo sul vetro il profilo di una persona dato dall’ombra della candela e che il rigido controllore raccomandava ai ricchi al posto dei costosi ritratti a colori.

Sommerso dal ridicolo, abbandonato dalla Pompadour e dallo stesso re, fu costretto alle dimissioni ritirandosi a vita privata, ma il suo nome era ormai entrato a pieno titolo nella lingua nazionale a indicare ogni specie di disegno nero su bianco a fondo pieno ottenuto col pennello o con le forbici.

©Ivana Palomba

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Bibliografia:
- Georges Duby, Storia della Francia, Bompiani, 2001.
- Rosa Cristina, Lisbona vista da un uomo del Settecento: Étienne de Silhouette, Sette Città, 2010.
- Paolo Monelli, Barbaro dominio, Hoepli, 1933.

Jul 072011
 

Abbiamo accennato tempo addietro a Louis Sébastien Mercier (»»»qua), per cui andiamo a leggere come ci presenta la Bastiglia poco prima della Rivoluzione del 1789, dal suo Tableau de Paris, pubblicato in dodici tomi tra il 1781 e il 1788. Il presente brano è tratto dal libro Parigi fantasma (0):

“Prigione di Stato: questo basta a definirla. «È un castello – dice Saint-Foix – che, senza essere fortificato, è il più temuto d’Europa». (1)
Chi può sapere cosa è avvenuto dentro la Bastiglia, chi vi è rinchiuso, chi vi è stato rinchiuso? Ma come si potrà scrivere la storia di Luigi XIII, di Luigi XIV e di Luigi XV, se non si conosce la storia della Bastiglia? Tra le sue mura sono accadute le cose più interessanti, più curiose, più strane. La parte più interessante della nostra storia rimarrà dunque nascosta per sempre: niente trapela da quel baratro, non più che dal muto abisso delle tombe.
Enrico IV fece conservare il tesoro reale alla Bastiglia. Luigi XV vi fece rinchiudere il Dizionario enciclopedico, che ancora vi marcisce. (2)
Il duca di Guisa, padrone di Parigi nel 1588, lo fu anche della Bastiglia e dell’Arsenale. Ne nominò governatore Bussi le Clerc, procuratore del parlamento (3). Bussi le Clerc, fece prendere d’assalto il parlamento, che si rifiutava di sollevare i francesi dal giuramento di fedeltà e obbedienza, condusse alla Bastiglia presidenti e consiglieri, tutti in toga e tocco; e là li mise a pane e acqua.
Oh larghe mura della Bastiglia, che, durante gli ultimi tre regni, avete raccolto i sospiri e i gemiti di tante vittime, se poteste parlare, come verrebbe smentito dai vostri racconti terribili e fedeli il linguaggio timido e adulatorio della storia!
Vicino alla Bastiglia si trova l’Arsenale (4), che funge da polveriera, dipendenza altrettanto terribile della dimora principale.
La torre di Vincennes rinchiude ancora dei prigionieri di Stato che, a quanto pare, devono finire là i loro tristi giorni. Chi ha potuto calcolare con precisione il numero delle lettere sigillate (5) inviate durante gli ultimi tre regni?
Abbiamo una storia della Bastiglia in cinque volumi, che riferisce alcuni aneddoti singolari e bizzarri, ma nulla di ciò che si desidererebbe tanto conoscere, in una parola, nulla che possa gettare un po’ di luce su certi segreti di stato, coperti da un velo impenetrabile. Se dobbiamo credere all’autore, all’epoca di un Argenson, vi si trattavano con rigore inaudito e tirannica violenza i detenuti, già fin troppo puniti con la perdita della libertà.
La direzione della prigione, oggi più mite e umana di quanto non lo sia mai stata dopo la morte di Enrico IV, si è indubbiamente molto ammorbidita rispetto a quella crudele severità, e non infligge più quelle punizioni spaventose e inutili.
Quando un detenuto muore alla Bastiglia, viene seppellito a Saint-Paul, alle tre di notte. Invece dei preti, sono i secondini che portano la bara, e i membri dello stato maggiore assistono alla sepoltura. Il cadavere sfugge pertanto al terribile potere solo attraverso la tomba.
Non appena si parla della Bastiglia a Parigi, si evoca subito la storia della maschera di ferro: ognuno se la foggia a piacere e vi mescola riflessioni non meno fantasiose (6).
Il popolo, d’altronde, ha più paura dello Châtelet (7) che della Bastiglia: non teme questa prigione estrema, perché gli appare come qualcosa di remoto, dato che esso non possiede nessuno dei requisiti che ne aprono le porte. Di conseguenza, non compiange molto coloro che vi sono detenuti, e per lo più ne ignora perfino i nomi. Non testimonia alcuna riconoscenza verso i generosi difensori della sua stessa causa. I parigini preferiscono comprare pane per vivere, rispetto al più bel discorso in cui venisse dimostrato che essi hanno diritto a una vita agiata. Una volta, gli scrittori venivano mandati alla Bastiglia per un nonnulla; ci si è accorti che l’autore, il libro e le sue opinioni acquistavano in tal modo maggiore celebrità; si è preferito lasciare che l’opinione di ieri venisse cancellata da quella di domani; e si è capito che, disponendo della forza fisica, non bisogna preoccuparsi molto delle idee politiche e morali, instabili, e mutevoli per loro natura.
Là geme, o non geme più, il celebre Linguet (8). Qual è il suo delitto? Non si sa.

L’effetto è spaventoso, la causa sconosciuta. (Voltaire)”

-III, 283-

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0. Louis Sébastien Mercier, Parigi fantasma, Edizioni Medusa, 2008, pp. 33 e sgg.

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Note del curatore del libro da cui è tratto il brano:

1. Poullain de Saint-Foix (1698-1776): autore degli Essais historiques sur Paris (1754).
2. Si tratta della celebre Encyclopédie, diretta da Diderot e d’Alembert.
3. S’intenda Bussy-Leclerc, morto in esilio nel 1635; il duca di Guisa (Enrico I di Lorena, 1550-1588) fu uno dei capi della Lega santa ai tempi delle guerre di religione in Francia; fu uno dei principali responsabili della notte di San Bartolomeo in cui vennero massacrati gli ugonotti (1572).
4. Mercier si riferisce plausibilmente al Petit Arsenal, oggi scomparso; mentre esiste tuttora l’Arsenal.
5. Le lettres de chacet erano ordini di arresto (o di esilio) emanati direttamente dal re, anche su istanza di privati cittadini, senza che venissero esaminati e approvati dalla giustizia ordinaria: rappresentano uno dei simboli dell’arbitrarietà del potere assoluto.
6. Fu Voltaire che, tra i primi (o, forse, per primo), riprese e diede credito a questa storia in Le siécle de Louis XIV (tr. it. Il secolo di Luigi XIV, Einaudi, Torino 1951, pp. 284-286).
7. Prigione che si trova sull’Île de la Cité.
8. Nicolas-Simon-Henry Linguet (1736-1794) avvocato e polemista; dopo una lunga reclusione alla Bastiglia, pubblicò un Mémoire sur la Bastille (1783). Venne condannato alla ghigliottina durante la reazione termidoriana.

Apr 082011
 

Nello stesso anno in cui Montesquieu pubblicava a Ginevra Lo spirito delle leggi, in cui trattava della necessaria divisione dei tre poteri politici legislativo esecutivo giudiziario, veniva firmata la pace di Aquisgrana (18 ottobre 1748), che segnava la fine della guerra per la successione asburgica.
Giacché la scintilla era stata Maria Teresa (1717-1780), che doveva salire sul trono dell’impero (Prammatica Sanzione di Carlo VI del 1713) e prenderne le redini, considerato Carlo (1685-1740) non aver avuti figli maschi (Leopold Johann era morto a soli sette mesi). Il tutto in un’Europa dai difficili rapporti politico-economici.
Maria Teresa e il marito Francesco Stefano di Lorena (1708-1765), quest’ultimo riconosciuto imperatore con il titolo di Francesco I, sarebbero rimasti sul trono imperiale, Federico II (1712-1786) metteva le mani sulla Slesia, Parma e Piacenza passava a Filippo di Borbone di Spagna (1720-1765), uno dei figli di Filippo V, mentre Carlo Emanuele III di Savoia (1701-1773) otteneva i territori di Vigevano e dell’alto Novarese, oltre a Nizza e Savoia. La Francia di Luigi XV (1710-1774) restituiva i Paesi Bassi all’Austria.
Un trattato che avrebbe dato una certa stabilità all’Italia (1), almeno per qualche decennio, ma che sembrava aver seminato nuove inquietudini.

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1. Gli Asburgo avevano pur sempre il controllo dei ducati di Milano e di Mantova, oltre al Granducato di Toscana, mentre la Spagna regnava su Napoli e Sicilia con Carlo di Borbone che nel 1759 sarebbe salito sul trono spagnolo.

Italia del 1748 dopo la pace di Aquisgrana

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1^ foto Silab storia.
2^ foto Storia illustrata.

Oct 212010
 

Davanti a uno Chardin ci si ferma,
come d’istinto, alla maniera del viaggiatore
che, stanco del suo andare, si siede,
quasi senza accorgersene,
non appena trova un letto d’erba,
silenzio, acqua, ombra, frescura.
(Denis Diderot, 1767)

- Ciao, dove vai?
- Ciao, vado a Ferrara.
- Perché a Ferrara?
- Vado ad ascoltare i quadri di un pittore francese, Chardin.
- Ma i quadri non si ascoltano, si vedono.
- Certo, hai ragione, ma se metti in un cassetto per qualche minuto i tuoi pensieri e fissi con attenzione le tele di Chardin, ti accorgerai che parlano.
- Lo farò, dirò alla mia mamma che mi porti da Chardin.

Era una bambina dalla bianca pelle di porcellana, bionda dai capelli riccioli e gli occhi vispi color blu perlaceo. Era seduta davanti a me, nel treno che mi avvicinava da Pistoia a Ferrara, fra la nebbia alzata dal primo sole e il caldo sorriso di quella fanciulla.
Ma andiamo con ordine, giacché la giornata si rivelò fruttifera di piacevoli percezioni.

A Palazzo dei Diamanti, è in corso una deliziosa mostra dedicata al pittore francese Jean Siméon Chardin (1699-1779), una mostra iniziata qualche giorno fa, il 17 ottobre, e che si concluderà presto, il 30 gennaio del 2011.
Non voglio parlarvi della sua vita in sé per sé, ma di ciò che mi ha colpito, che mi ha impressionato di un artista sui generis per l’epoca, un Settecento pieno di storia le cui corti erano dedite al lusso. Impressionato sì, poiché nei nostri ricordi rimangono più i dettagli e i particolari legati a determinate situazioni che un’intera vicenda o un’intera opera. Quelle peculiarità, quelle sfumature che ci sovvengono ogni qualvolta chiudiamo gli occhi e riportiamo alla mente scene, immagini, parole, frasi, pensieri che hanno emozionato i nostri sensi.
Chardin è uno di quelli che permane indelebile nella memoria visiva, un artista i cui sussurrii, ascoltati con attenzione, rivelano la bellezza e la semplicità del suo animo.
È un artista che non si stancherà mai di cercare la perfezione dei colori, delle luci, delle ombre, degli effetti luminici, studiando l’armonia che la natura offre spontaneamente e che lui cercherà ritrarre così come la vede, tele che farà e rifarà anche due tre quattro volte. La sua pennellata indaga l’equilibrio, la giusta proporzione, si affanna a captare, nella staticità dei suoi elementi, un movimento che non riesce, e forse non vuole, raffigurare. Così ritraeva ciò che aveva davanti, semplificando e selezionando, pretendendo la massima verità.

Giro lentamente per le sale, avanti e indietro, ritornando spesso sui miei passi per confrontare, rivedere, esaminare, sale in cui l’azzeccato colore delle pareti e la giusta illuminazione permettono assaporare nei dettagli i suoi quadri.
Mi soffermo sul primo periodo, sulle sue nature morte, quelle che, di primo acchito, possono sembrare forzate, dure, immobili, ma che alla fine si rivelano piene di eleganza, di musicalità, nature morte che parlano, appunto, della morte. Lepri, salmoni, pernici, pavoni, conigli, e via dicendo, vengono immortalati, a mio avviso, come rappresentazione della caducità della vita. Parole e pensieri che emergono da: Due conigli e una pernice grigia con carniere e sacca per polvere da sparo (1731), o Lepre morta con sacca per polvere da sparo e carniere (1728-30), o ancora Lepre morta con fucile, carniere e sacca per polvere da sparo (1728-1730), tele in cui il mormorare della morte è evidente, tele da cui si possono trarre riflessioni sulla fugacità della vita; impressioni che restarono nella mia memoria.
Vado avanti, inizia il secondo periodo, un tempo dedicato alla figura umana. Chiamo mia moglie, che mi accompagna, e le segnalo qualche quadro: Un giovane scolaro che disegna (1733-34), in cui un fanciullo ricopia con attenzione una figura che ha davanti a sé; Signora che prende il tè (1735), una giovane donna assorta a contemplare una fumante tazza di tè; Bambina che gioca col volano (1737), dove una delicata fanciulla è immersa nei suoi pensieri; Il bambino con la trottola (1737-38), in cui un ragazzo guarda con insistenza il suo giocattolo girare. Le rivelo la mia percezione: tutti quadri in cui i soggetti sembrano solo e unicamente concentrati in quello che fanno, come se il mondo a loro intorno non esistesse, una perfetta attenzione, riflesso del carattere del pittore. Concordiamo. Dopotutto, lo stesso Chardin, accusato di essere lento, rispose una volta: “Impiego tanto tempo perché d’abitudine non mi separo dalle mie opere se non quando, ai miei occhi, non lasciano più nulla da desiderare”. Aveva bisogno del tempo necessario per concentrarsi e completare il lavoro con estrema accuratezza prima di darlo via.
Chardin è il pittore della concentrazione!

Riportava Charles-Nicolas Cochin che un giorno un artista si vantava del suo metodo per purificare e perfezionare i suoi colori, al che Chardin, che lo considerava freddo nell’esecuzione, gli rispose: “Ma chi vi ha detto che si dipinge con i colori? Ci si serve dei colori, ma si dipinge con il sentimento”.
Di tutto questo e altro parlano i suoi quadri, di quel mondo assorto in sé stesso, di quel mondo che cerca l’armonia, di quel mondo ordinato e preciso, silenzioso o di poche parole, spesso assente o trasognante, spesso troppo serio. In pochissime tele i personaggi sorridono, Ritratto di un ragazzo (1777) e Ritratto di una fanciulla (1777) sono forse le poche eccezioni in cui due ragazzi accennano a un sorriso: la vita di Chardin era alla fine. Morirà proprio qualche anno dopo, nel 1779, all’età di 80 anni, in una camera del Louvre offertagli tempo prima da Luigi XV.

Esco dal Palazzo dei Diamanti, è quasi mezzogiorno, un pensiero si muove per la mia mente: Chardin era anche il pittore delle piccole gioie quotidiane!

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