Jul 072011
 

Abbiamo accennato tempo addietro a Louis Sébastien Mercier (»»»qua), per cui andiamo a leggere come ci presenta la Bastiglia poco prima della Rivoluzione del 1789, dal suo Tableau de Paris, pubblicato in dodici tomi tra il 1781 e il 1788. Il presente brano è tratto dal libro Parigi fantasma (0):

“Prigione di Stato: questo basta a definirla. «È un castello – dice Saint-Foix – che, senza essere fortificato, è il più temuto d’Europa». (1)
Chi può sapere cosa è avvenuto dentro la Bastiglia, chi vi è rinchiuso, chi vi è stato rinchiuso? Ma come si potrà scrivere la storia di Luigi XIII, di Luigi XIV e di Luigi XV, se non si conosce la storia della Bastiglia? Tra le sue mura sono accadute le cose più interessanti, più curiose, più strane. La parte più interessante della nostra storia rimarrà dunque nascosta per sempre: niente trapela da quel baratro, non più che dal muto abisso delle tombe.
Enrico IV fece conservare il tesoro reale alla Bastiglia. Luigi XV vi fece rinchiudere il Dizionario enciclopedico, che ancora vi marcisce. (2)
Il duca di Guisa, padrone di Parigi nel 1588, lo fu anche della Bastiglia e dell’Arsenale. Ne nominò governatore Bussi le Clerc, procuratore del parlamento (3). Bussi le Clerc, fece prendere d’assalto il parlamento, che si rifiutava di sollevare i francesi dal giuramento di fedeltà e obbedienza, condusse alla Bastiglia presidenti e consiglieri, tutti in toga e tocco; e là li mise a pane e acqua.
Oh larghe mura della Bastiglia, che, durante gli ultimi tre regni, avete raccolto i sospiri e i gemiti di tante vittime, se poteste parlare, come verrebbe smentito dai vostri racconti terribili e fedeli il linguaggio timido e adulatorio della storia!
Vicino alla Bastiglia si trova l’Arsenale (4), che funge da polveriera, dipendenza altrettanto terribile della dimora principale.
La torre di Vincennes rinchiude ancora dei prigionieri di Stato che, a quanto pare, devono finire là i loro tristi giorni. Chi ha potuto calcolare con precisione il numero delle lettere sigillate (5) inviate durante gli ultimi tre regni?
Abbiamo una storia della Bastiglia in cinque volumi, che riferisce alcuni aneddoti singolari e bizzarri, ma nulla di ciò che si desidererebbe tanto conoscere, in una parola, nulla che possa gettare un po’ di luce su certi segreti di stato, coperti da un velo impenetrabile. Se dobbiamo credere all’autore, all’epoca di un Argenson, vi si trattavano con rigore inaudito e tirannica violenza i detenuti, già fin troppo puniti con la perdita della libertà.
La direzione della prigione, oggi più mite e umana di quanto non lo sia mai stata dopo la morte di Enrico IV, si è indubbiamente molto ammorbidita rispetto a quella crudele severità, e non infligge più quelle punizioni spaventose e inutili.
Quando un detenuto muore alla Bastiglia, viene seppellito a Saint-Paul, alle tre di notte. Invece dei preti, sono i secondini che portano la bara, e i membri dello stato maggiore assistono alla sepoltura. Il cadavere sfugge pertanto al terribile potere solo attraverso la tomba.
Non appena si parla della Bastiglia a Parigi, si evoca subito la storia della maschera di ferro: ognuno se la foggia a piacere e vi mescola riflessioni non meno fantasiose (6).
Il popolo, d’altronde, ha più paura dello Châtelet (7) che della Bastiglia: non teme questa prigione estrema, perché gli appare come qualcosa di remoto, dato che esso non possiede nessuno dei requisiti che ne aprono le porte. Di conseguenza, non compiange molto coloro che vi sono detenuti, e per lo più ne ignora perfino i nomi. Non testimonia alcuna riconoscenza verso i generosi difensori della sua stessa causa. I parigini preferiscono comprare pane per vivere, rispetto al più bel discorso in cui venisse dimostrato che essi hanno diritto a una vita agiata. Una volta, gli scrittori venivano mandati alla Bastiglia per un nonnulla; ci si è accorti che l’autore, il libro e le sue opinioni acquistavano in tal modo maggiore celebrità; si è preferito lasciare che l’opinione di ieri venisse cancellata da quella di domani; e si è capito che, disponendo della forza fisica, non bisogna preoccuparsi molto delle idee politiche e morali, instabili, e mutevoli per loro natura.
Là geme, o non geme più, il celebre Linguet (8). Qual è il suo delitto? Non si sa.

L’effetto è spaventoso, la causa sconosciuta. (Voltaire)”

-III, 283-

*****

*****
0. Louis Sébastien Mercier, Parigi fantasma, Edizioni Medusa, 2008, pp. 33 e sgg.

—–
Note del curatore del libro da cui è tratto il brano:

1. Poullain de Saint-Foix (1698-1776): autore degli Essais historiques sur Paris (1754).
2. Si tratta della celebre Encyclopédie, diretta da Diderot e d’Alembert.
3. S’intenda Bussy-Leclerc, morto in esilio nel 1635; il duca di Guisa (Enrico I di Lorena, 1550-1588) fu uno dei capi della Lega santa ai tempi delle guerre di religione in Francia; fu uno dei principali responsabili della notte di San Bartolomeo in cui vennero massacrati gli ugonotti (1572).
4. Mercier si riferisce plausibilmente al Petit Arsenal, oggi scomparso; mentre esiste tuttora l’Arsenal.
5. Le lettres de chacet erano ordini di arresto (o di esilio) emanati direttamente dal re, anche su istanza di privati cittadini, senza che venissero esaminati e approvati dalla giustizia ordinaria: rappresentano uno dei simboli dell’arbitrarietà del potere assoluto.
6. Fu Voltaire che, tra i primi (o, forse, per primo), riprese e diede credito a questa storia in Le siécle de Louis XIV (tr. it. Il secolo di Luigi XIV, Einaudi, Torino 1951, pp. 284-286).
7. Prigione che si trova sull’Île de la Cité.
8. Nicolas-Simon-Henry Linguet (1736-1794) avvocato e polemista; dopo una lunga reclusione alla Bastiglia, pubblicò un Mémoire sur la Bastille (1783). Venne condannato alla ghigliottina durante la reazione termidoriana.

Apr 082011
 

Nello stesso anno in cui Montesquieu pubblicava a Ginevra Lo spirito delle leggi, in cui trattava della necessaria divisione dei tre poteri politici legislativo esecutivo giudiziario, veniva firmata la pace di Aquisgrana (18 ottobre 1748), che segnava la fine della guerra per la successione asburgica.
Giacché la scintilla era stata Maria Teresa (1717-1780), che doveva salire sul trono dell’impero (Prammatica Sanzione di Carlo VI del 1713) e prenderne le redini, considerato Carlo (1685-1740) non aver avuti figli maschi (Leopold Johann era morto a soli sette mesi). Il tutto in un’Europa dai difficili rapporti politico-economici.
Maria Teresa e il marito Francesco Stefano di Lorena (1708-1765), quest’ultimo riconosciuto imperatore con il titolo di Francesco I, sarebbero rimasti sul trono imperiale, Federico II (1712-1786) metteva le mani sulla Slesia, Parma e Piacenza passava a Filippo di Borbone di Spagna (1720-1765), uno dei figli di Filippo V, mentre Carlo Emanuele III di Savoia (1701-1773) otteneva i territori di Vigevano e dell’alto Novarese, oltre a Nizza e Savoia. La Francia di Luigi XV (1710-1774) restituiva i Paesi Bassi all’Austria.
Un trattato che avrebbe dato una certa stabilità all’Italia (1), almeno per qualche decennio, ma che sembrava aver seminato nuove inquietudini.

*****
1. Gli Asburgo avevano pur sempre il controllo dei ducati di Milano e di Mantova, oltre al Granducato di Toscana, mentre la Spagna regnava su Napoli e Sicilia con Carlo di Borbone che nel 1759 sarebbe salito sul trono spagnolo.

Italia del 1748 dopo la pace di Aquisgrana

*****

1^ foto Silab storia.
2^ foto Storia illustrata.
Oct 212010
 

Davanti a uno Chardin ci si ferma,
come d’istinto, alla maniera del viaggiatore
che, stanco del suo andare, si siede,
quasi senza accorgersene,
non appena trova un letto d’erba,
silenzio, acqua, ombra, frescura.
(Denis Diderot, 1767)

- Ciao, dove vai?
- Ciao, vado a Ferrara.
- Perché a Ferrara?
- Vado ad ascoltare i quadri di un pittore francese, Chardin.
- Ma i quadri non si ascoltano, si vedono.
- Certo, hai ragione, ma se metti in un cassetto per qualche minuto i tuoi pensieri e fissi con attenzione le tele di Chardin, ti accorgerai che parlano.
- Lo farò, dirò alla mia mamma che mi porti da Chardin.

Era una bambina dalla bianca pelle di porcellana, bionda dai capelli riccioli e gli occhi vispi color blu perlaceo. Era seduta davanti a me, nel treno che mi avvicinava da Pistoia a Ferrara, fra la nebbia alzata dal primo sole e il caldo sorriso di quella fanciulla.
Ma andiamo con ordine, giacché la giornata si rivelò fruttifera di piacevoli percezioni.

A Palazzo dei Diamanti, è in corso una deliziosa mostra dedicata al pittore francese Jean Siméon Chardin (1699-1779), una mostra iniziata qualche giorno fa, il 17 ottobre, e che si concluderà presto, il 30 gennaio del 2011.
Non voglio parlarvi della sua vita in sé per sé, ma di ciò che mi ha colpito, che mi ha impressionato di un artista sui generis per l’epoca, un Settecento pieno di storia le cui corti erano dedite al lusso. Impressionato sì, poiché nei nostri ricordi rimangono più i dettagli e i particolari legati a determinate situazioni che un’intera vicenda o un’intera opera. Quelle peculiarità, quelle sfumature che ci sovvengono ogni qualvolta chiudiamo gli occhi e riportiamo alla mente scene, immagini, parole, frasi, pensieri che hanno emozionato i nostri sensi.
Chardin è uno di quelli che permane indelebile nella memoria visiva, un artista i cui sussurrii, ascoltati con attenzione, rivelano la bellezza e la semplicità del suo animo.
È un artista che non si stancherà mai di cercare la perfezione dei colori, delle luci, delle ombre, degli effetti luminici, studiando l’armonia che la natura offre spontaneamente e che lui cercherà ritrarre così come la vede, tele che farà e rifarà anche due tre quattro volte. La sua pennellata indaga l’equilibrio, la giusta proporzione, si affanna a captare, nella staticità dei suoi elementi, un movimento che non riesce, e forse non vuole, raffigurare. Così ritraeva ciò che aveva davanti, semplificando e selezionando, pretendendo la massima verità.

Giro lentamente per le sale, avanti e indietro, ritornando spesso sui miei passi per confrontare, rivedere, esaminare, sale in cui l’azzeccato colore delle pareti e la giusta illuminazione permettono assaporare nei dettagli i suoi quadri.
Mi soffermo sul primo periodo, sulle sue nature morte, quelle che, di primo acchito, possono sembrare forzate, dure, immobili, ma che alla fine si rivelano piene di eleganza, di musicalità, nature morte che parlano, appunto, della morte. Lepri, salmoni, pernici, pavoni, conigli, e via dicendo, vengono immortalati, a mio avviso, come rappresentazione della caducità della vita. Parole e pensieri che emergono da: Due conigli e una pernice grigia con carniere e sacca per polvere da sparo (1731), o Lepre morta con sacca per polvere da sparo e carniere (1728-30), o ancora Lepre morta con fucile, carniere e sacca per polvere da sparo (1728-1730), tele in cui il mormorare della morte è evidente, tele da cui si possono trarre riflessioni sulla fugacità della vita; impressioni che restarono nella mia memoria.
Vado avanti, inizia il secondo periodo, un tempo dedicato alla figura umana. Chiamo mia moglie, che mi accompagna, e le segnalo qualche quadro: Un giovane scolaro che disegna (1733-34), in cui un fanciullo ricopia con attenzione una figura che ha davanti a sé; Signora che prende il tè (1735), una giovane donna assorta a contemplare una fumante tazza di tè; Bambina che gioca col volano (1737), dove una delicata fanciulla è immersa nei suoi pensieri; Il bambino con la trottola (1737-38), in cui un ragazzo guarda con insistenza il suo giocattolo girare. Le rivelo la mia percezione: tutti quadri in cui i soggetti sembrano solo e unicamente concentrati in quello che fanno, come se il mondo a loro intorno non esistesse, una perfetta attenzione, riflesso del carattere del pittore. Concordiamo. Dopotutto, lo stesso Chardin, accusato di essere lento, rispose una volta: “Impiego tanto tempo perché d’abitudine non mi separo dalle mie opere se non quando, ai miei occhi, non lasciano più nulla da desiderare”. Aveva bisogno del tempo necessario per concentrarsi e completare il lavoro con estrema accuratezza prima di darlo via.
Chardin è il pittore della concentrazione!

Riportava Charles-Nicolas Cochin che un giorno un artista si vantava del suo metodo per purificare e perfezionare i suoi colori, al che Chardin, che lo considerava freddo nell’esecuzione, gli rispose: “Ma chi vi ha detto che si dipinge con i colori? Ci si serve dei colori, ma si dipinge con il sentimento”.
Di tutto questo e altro parlano i suoi quadri, di quel mondo assorto in sé stesso, di quel mondo che cerca l’armonia, di quel mondo ordinato e preciso, silenzioso o di poche parole, spesso assente o trasognante, spesso troppo serio. In pochissime tele i personaggi sorridono, Ritratto di un ragazzo (1777) e Ritratto di una fanciulla (1777) sono forse le poche eccezioni in cui due ragazzi accennano a un sorriso: la vita di Chardin era alla fine. Morirà proprio qualche anno dopo, nel 1779, all’età di 80 anni, in una camera del Louvre offertagli tempo prima da Luigi XV.

Esco dal Palazzo dei Diamanti, è quasi mezzogiorno, un pensiero si muove per la mia mente: Chardin era anche il pittore delle piccole gioie quotidiane!

Jan 222010
 

Su Madame de Pompadour, Jeanne-Antoinette Poisson Madame de Pompadour (1721-1764), si è annotato tanto: si è scritto che fu l’amante ufficiale di Luigi XV (a partire dal 1745), si è affermato avere una notevole influenza nelle decisioni di corte, si è detto che, di origini borghesi, in poco tempo seppe essere all’altezza dello stile e della moda in quella Francia di metà XVIII secolo, Francia a volte lontana dalla vera vita popolare quotidiana.
Madame de Pompadour si era conquistata un posto d’onore negli ambienti reali grazie al suo saper fare e alla sua dolcezza, riuscendo finanche essere amica della sovrana Maria Leszczyńska (1703-1768).
Per sua causa, vari ministri furono destituiti e diversi nobili allontanati da certi salotti perché contro la marchesa.
Famosi personaggi aperti all’illuminismo si affezionarono a lei, ricevendo appoggio e favori. Fra tutti ricordiamo Voltaire, D’Alembert, Diderot, che spesso si riunivano nel suo salotto, trovando in lei una buona conversatrice che riusciva a dirigere in maniera armoniosa un dialogo.
Amante del ballo, delle danze, del canto, del teatro, fu sia un’abile ballerina che una brava cantante, organizzando addirittura spettacoli in cui partecipava lei stessa.
Scrive Benedetta Craveri:

“Madame de Pompadour sapeva divertire il re, rendere interessante una conversazione, presiedere con uguale grazia e gaiezza alle cene per pochi intimi che si tenevano nei petits appartements, inventare a beneficio esclusivo del sovrano ogni sorta di sorprese e divertimenti. A cominciare da una iniziativa memorabile – il théatre des cabinets -, che aveva visto la marchesa, alla testa di una compagnia di nobili dilettanti, esibirsi per quattro anni, dal 1747 al 1750, nelle vesti di attrice, cantante, capocomico: approdava così anche a Versailles la passione della buona società di cavalcare le scene.” (1)

Amareggiata da un ambiente viepiù corrotto e vizioso e continuamente sottoposta a critiche, con una salute malferma, Madame de Pompadour poco a poco si ritirò a vita privata, spegnendosi di congestione polmonare all’età di 42 anni.

*****

1. Benedetta Craveri, La civiltà della conversazione, Adelphi, Milano, 2001, pag. 351.

Oct 062009
 

Segue la serie di articoli di Alessio Miglietta sulla vita degli storici, stavolta ci presenta Jules Michelet.

*****

Jules Michelet, la storia del popolo

Storia della Rivoluzione Francese, 1847-1853


Le dispute socialiste, le idee che oggi sono credute nuove e paradossali, si agitarono nel seno del Cristianesimo e della Rivoluzione.

Jules Michelet[1]

 

La caratteristica principale, più evidente che mi ha colpito nel mio lungo studio sul popolo è che, pur in mezzo ai disordini dell’abbandono, ai vizi della  miseria, vi ho trovato una ricchezza di  sentimenti e una bontà di cuore molto rara nelle classi ricche.

Jules Michelet[2]

Jules MicheletIl 18 novembre 1853, un signore malato, che già da qualche anno aveva superato la cinquantina, passeggiava sulla scogliera di Nervi, vicino Genova. Quel signore, guardato con diffidenza dai pescatori indigeni, era francese; e non era un francese qualunque. Era un esule illustre; non solo: era il più grande storico vivente, l’indefesso difensore del popolo e della Francia. Era Jules Michelet, lo storico della Rivoluzione, l’inventore del Rinascimento[3]. Un esule volontario, d’accordo; ma un professore scacciato dalla sua università, emarginato dal potere, osteggiato e maltrattato per le sue idee, non è forse in esilio? Sì, Jules Michelet lo era, e sperava di trovare nel bel clima ligure, nella sua gente laboriosa, la giusta tranquillità per riprendersi dai dolori fisici e dell’anima. Ma il desiderio di scrivere e, soprattutto, di studiare costumi e radici storiche dei popoli, lo indusse ad interessarsi alla vita e alle condizioni dei Liguri, poveri pescatori e “zappatori di una terra secca e grigia che dà soprattutto sassi[4]”. L’indigenza degli abitanti lo portò a definire Nervi il “paese della fame[5]”, ma dal quel fango, da quella miseria, credette di intravedere l’oro del popolo, l’onestà e la rettitudine di chi è abituato da generazioni a fare i conti con le numerose rinunce. “Stranieri che venite in Italia a cercare le arti, imparate una grande arte, quella di soffrire e di astenersi. Riportatene la pazienza[6]”.

Oltre allo stoico popolo ligure, Michelet pose la sua attenzione sull’altro elemento principe di quella terra: il mare, così importante per il ruolo che rivestiva nella storia, sociale o economica che fosse, e così affascinante agli occhi dell’uomo, per la sua stessa natura e per la sua maestosa bellezza. Assistette, rapito, ad una tempesta: lo storico, attirato dai marosi, scese “tra i vicoli tortuosi, tra gli alti palazzi”, sulla “cornice di nere rocce vulcaniche che delimitavano la riva”, “spesso a strapiombo sul mare[7]”, e raggiunto il punto più vicino possibile alle acque salmastre si assicurò ad un muretto di pietra, appoggiandosi su di esso, per evitare di essere travolto dal vento; e lì, stordito dalle correnti d’aria e dagli schizzi delle onde, rimase incantato ad osservare “il contrasto diabolico tra la neve ribollente del mare in questa lava così nera[8].” E mentre assisteva alla violenza terribile e sublime della natura, riprendeva energie preziose, spese negli ultimi anni a realizzare la più ambiziosa delle sue opere: aveva appena ultimato il sesto e ultimo volume del suo affresco sulla Rivoluzione Francese, frutto di anni di duro lavoro e di totale dedizione. Mentre in tutta Europa soffiava il vento della Rivoluzione, nel pieno dei moti del quarantotto, il non più giovane Michelet partecipava alle generali, giovani, istanze di ribellione contro il potere autocratico e sclerotizzato, nel modo che più gli si confaceva: scrivere di storia, raccontare la prima e più grande sommossa del popolo contro l’ancien régime, tenere lezioni accademiche d’ispirazione riformatrice e illuminista. Già a quell’epoca progettava uno studio sui protagonisti del Quarantotto, che sarà pubblicato postumo col titolo di Les soldats de la Revolution, e su quelli che considerava i nuovi veri rivoluzionari: i patrioti italiani che, ironia della sorte, trovarono in Napoleone III il loro più acerrimo nemico[9].

Il mare non cessava di scaricare sulla costa la sua immane potenza. Ma la vera tempesta era tutta interiore: “contro venti e maree, attraverso ogni sorta di avvenimenti, l’opera mia procedette sino alla fine, sanguinante, tanto più vivente, una di anima e di spirito, senza che le dure traversie della sorte l’abbiano fatta deviare dalla sua linea prima. Gli ostacoli, lungi dall’arrestare, concorsero[10]”. Ma ormai l’opera era compiuta, lo sforzo aveva dato i suoi frutti: era tempo per un consuntivo della sua vita e della sua carriera, per un nuovo inizio, per una Rinascita.

Jules Michelet nacque a Parigi, il 21 agosto 1798, da una famiglia di tipografi emigrati nella capitale francese durante gli anni della Rivoluzione, che fecero presto fortuna; ben nota è la grande fioritura che, a quei tempi, ebbe la stampa periodica di opinione[11]: anche in questo senso si può affermare che il piccolo Jules fu figlio di quel vento fresco di libertà. Il padre gli raccontò sovente episodi della Rivoluzione, ai quali assistette personalmente. La libertà durò, purtroppo, molto poco: nel 1800 Napoleone Bonaparte soppresse i giornali, causando la rovina della famiglia Michelet.

Fu educato da un collega del padre, ex maestro di scuola, che gli trasmise la passione rivoluzionaria, ma una sommaria formazione. Con estremi sacrifici, i genitori consentirono al giovane Jules di poter frequentare il Collegio Carlomagno, dove si distinse nonostante i modesti mezzi economici. Cominciò qui, frequentando gli studenti provenienti da famiglie ricche, con i quali ingaggiò una spietata competizione, la sua diffidenza verso la classe più agiata e la sua accesa simpatia nei confronti degli strati più deboli della società.

Egli stesso ci racconta di come è nata in lui la passione per la storia e, in particolare, per il medioevo. Durante una visita al Musée des Monuments français ebbe “per la prima volta l’impressione viva della storia”. Sentiva “quei morti attraverso i marmi e non fu senza un certo terrore” che s’insinuò “sotto le basse volte in cui dormivano Dagoberto, Cilperico e Fredegonda”. La passione va coltivata, il talento sottoposto al sacrificio dello studio e dell’esercizio: iniziò così un periodo di lavoro incessante e faticoso.

Nel 1819 concluse i suoi studi con la tesi di dottorato su Le vite parallele di Plutarco. Pochi anni dopo conobbe il futuro collega e compagno Quinet, autore anch’egli di una Storia della Rivoluzione e futura vittima della mannaia censoria di Napoleone III.

Dopo essersi guadagnato da vivere come precettore, per anni, nel 1827 Michelet venne nominato professore di filosofia e di storia a l’Ecole Normale Supérieure. L’anno precedente pubblicava Tableaux chronoligique de l’histoire moderne (1453-1648), mentre nel 1831 ultimerà una Storia della Repubblica Romana, con alcune pagine memorabili sui Gracchi[12]. Una delle sue opere più note cominciò ad uscire, volume dopo volume, dal 1833 fino al 1844: l’Histoire de France, l’ambizioso progetto di una storia completa della sua nazione.

Non fu solamente come scrittore che Jules Michelet ottenne la celebrità e i consensi, fu anche la sua opera di professore, grazie ai memorabili corsi tenuti al Collège de France, spalla a spalla con i repubblicani Edgar Quinet, Guizot e Mickiewicz: l’Italia nel Rinascimento (1839), la Storia Moderna (1842), una nuova interpretazione del medioevo (1842) e uno studio polemico sulla Compagnia di Gesù (1843). L’ultimo di questi corsi guastò i suoi rapporti, già incrinati, con il regime. Il 14 aprile 1845, quando Michelet aveva da poco cominciato il suo nuovo corso sullo spirito della Rivoluzione, un’interpellanza alla Camera di Parigi contro le attività, giudicate sovversive, sue e del suo amico Quinet, inaugurava un periodo di aperti contrasti con l’autorità. Fu di questi tempi, infatti, la sua iscrizione al partito repubblicano.

Mentre il Popolo, dichiarazione d’amore verso la piccola borghesia, vedeva la luce, nel 1846, i corsi di Quinet venivano sospesi; in questo contesto drammatico, alla vigilia di una nuova e inevitabile rivoluzione (quella del 1848), osservato da mille occhi conservatori e censori, Michelet cominciò a scrivere l’opera che l’avrebbe immortalato, più di ogni altra: la Storia della Rivoluzione Francese, che uscì con i suoi primi due volumi nel febbraio del ’47, i successivi tre nel 1850, gli ultimi, sul Terrore, in un piovoso gennaio del 1853.Honore Daumier, The Uprising

Jules Michelet fu storico di parte, è noto, e non è nostra intenzione giudicare se si tratti di quella giusta, visto che pensiamo di dover trattare la Storia con il massimo di obiettività di cui siamo capaci. Abbiamo già detto che la Storia è una montagna[13]: ognuno la osserva dal proprio punto di vista e non è possibile concludere quale sia quello più indicato. Una montagna, sì, come quella che si parò davanti a Michelet poco prima di scrivere la sua Rivoluzione Francese, durante un’escursione. Gli ricordò, quella roccia deforme e imponente, la montagna, altrettanto oscura, dei dogmi della Chiesa che fino alla Rivoluzione aveva soggiogato il popolo e la sua libertà. Era la montagna, pensava Michelet, eretta durante i secoli bui del Medioevo, durante il quale “la libertà e la giustizia abdicarono in favore della grazia[14]”. Quel Medioevo che a lungo aveva studiato e che consegnò ai posteri come quel periodo truculento e oscurantista che ancora oggi fa parte dell’immaginario collettivo, vittima di quel giudizio stereotipato, tipico di chi scrive di storia senza obiettività.

La Storia è spesso lotta, prevaricazione, conflitto: la dicotomia che regge il mondo, il contrasto di cui la storia prende linfa è, per lo storico francese, la battaglia tra oppressori e oppressi, tra ricchi e indigenti, che in occidente si traduce nella lotta tra Cristianesimo e Rivoluzione; uno precede l’altra, una combatte l’altro. “La Rivoluzione continua il Cristianesimo, ed essa lo contraddice. Essa ne è ad un tempo l’erede e l’avversario[15]”. Un Cristianesimo aspramente criticato da Michelet che non ne comprende il dogma del peccato originale e ne critica l’utilizzo cinico del concetto di giudizio eterno: per lo storico il vero giorno del Giudizio è già arrivato, ed è quello della Rivoluzione. Non è sempre questione di cifre, certo, ma come paragonare le innumerevoli morti inflitte dalla Sacra Inquisizione con le poche del Terrore? O come tentare di porre allo stessa stregua le stragi durante le lotte dottrinali del XVI secolo con i caduti durante l’89?

Luigi XIV, che si proclamava un Dio in terra, divorava il denaro del popolo; il successore Luigi XV esaurì ciò che il bisnonno aveva lasciato: anche la natura si ribellò a questa voracità e all’esagerato sfruttamento, e smise di donare copiosamente i suoi frutti. Il popolo era alla fame e il re diventava sempre più impopolare, circolavano leggende e voci terribili sul destino dei sempre più numerosi carcerati: i sudditi avevano paura del sovrano, lo ritenevano un mostro. Se Luigi XIV era Dio, Luigi XV era il Diavolo in persona. Sorgevano, a quell’epoca, i Buffon, i Voltaire, i Rousseau, i veri padri della Rivoluzione, gli illuministi. Clero e nobiltà alzarono gli scudi, ma se i primi avevano pochi argomenti, i secondi, ormai da secoli lontani dai campi di battaglia, ove si guadagnavano i titoli e i privilegi di cui potevano poi disporre, alzarono le mani impotenti. Vivere nobilmente oramai significava soltanto non far niente.

Che fece Luigi XVI? Costruì prigioni, per riempirle. Come si può allora accusare la Rivoluzione di essere malvagia, quando essa ha contrastato ben altre malvagità? Il principio che mosse la Rivoluzione fu un principio di pace: che colpa ne ebbe se dovette difendersi dal “mondo congiurato[16]”, reazionario, con la forza? Gli storici avevano da sempre confuso quella strenua e legittima difesa come la Rivoluzione stessa, ma sbagliarono: essa fu molto di più, anzi, fu altra cosa. La Rivoluzione fu l’ispiratrice dei grandi principi, fondamento della società umana, che rendono ogni individuo veramente emancipato. E tra tutti i grandi principi, quello della fratellanza è il primus inter pares, la Stella Polare. La Rivoluzione aveva intenti del tutto pacifici e giusti ma fu costretta ad armarsi per non soccombere, a trasformarsi in Terrore. “Ah! povera Rivoluzione, si fidente nel tuo primo giorno, avevi convitato il mondo all’amore ed alla pace[17]”. Forse fu per colpa di cattivi ispiratori, che spesso si dividevano in fazioni avverse che indebolivano il movimento, che non meritavano la fiducia del popolo[18]. Un popolo che allora aveva raggiunto vette altissime di consapevolezza e che si faceva, per la prima volta, protagonista della vita pubblica. Il popolo della Restaurazione, invece, aveva assistito alla tirannide senza opporsi, “debole, disarmato, preparato alla tentazione”, insomma: corrotto. Ma la “giovane sorella” del 1848, simile in molti elementi alla prima, grande, Rivoluzione, riaccese i cuori e le menti dei cittadini, i quali trovarono negli antichi protagonisti dell’89, i modelli a cui ispirarsi, nei quali identificarsi, quasi come se quegli eventi non fossero passati, ma fossero al contrario vivi nel presente. E forse ciò fu un limite più che una risorsa, poiché la Storia può essere anche cattiva maestra, se si ritiene erroneamente che essa si ripeta senza variazioni di sorta, priva di sviluppi, avulsa dal contesto che muta necessariamente e, per i componenti in gioco di estrema complessità, non potrà giammai ripetersi. Anche questo aveva intuito Michelet (lo ha imparato l’uomo occidentale del 2000, quando parla di comunismo e fascismo?): la rivoluzione del ’48 fallì anche per questo motivo[19]; occorreva, dunque, guardare in avanti, con ottimismo, poiché il popolo, grazie anche all’educazione e all’incivilimento, avrebbe saputo, un giorno, vincere l’ultima battaglia contro i prevaricatori, contro i potentati religiosi ed economici, e avrebbe potuto finalmente autodeterminarsi.

Non restava, dunque, che guardare il mare di Nervi ancora per un istante e poi ripartire per Parigi, all’università, per proseguire la missione di acculturazione dei cittadini attraverso l’arma più potente che la Rivoluzione avrebbe mai potuto utilizzare: l’insegnamento.

Alessio Miglietta


[1] Jules Michelet, Histoire de la Révolution, Paris, 1853 (tr. it. A. Bizzoni, Storia della Rivoluzione Francese, Milano, Sonzogno, 1897, p. III).

[2] Jules Michelet, Le peuple, Paris, 18.. (tr. it. M. Meriggi, Il popolo, Rizzoli, p. 48)

[3] Michelet fu il primo storico ad utilizzare consapevolmente il termine “Renaissance” per indicare la grande rinascita culturale del XV e XVI secolo.

[4] Jules Michelet, Le pays de la faim, 1854, IV.

[5] Cfr. Jules Michelet , Le pays de la faim, 1854.

[6] Jules Michelet, Le pays de la faim, Paris, 1854, VII.

[7] Jules Michelet, La mer, Paris, 1861, VI.

[8] Jules Michelet, La mer, Paris, 1861, VI.

[9]Fratelli d’Italia è la Marsigliese del 1848”, da Jules Michelet, Le soldats de la Revolution, Paris, Calmann Lévy, 1878, p. 227.

[10] Jules Michelet, Histoire de la Révolution, Paris, 1853 (tr. it. A. Bizzoni, Storia della Rivoluzione Francese, Milano, Sonzogno, 1897, Introduzione del 1868).

[11] Cfr. Alessio Miglietta, Un prodotto popolare, in Gaspare Armato e Alessio Miglietta, Dal codice al libro stampato, Genova, 2009, p. 227-235.

[12] Jules Michelet, Histoire romaine: république.

[13] Vedi supra p. 8.

[14] Jules Michelet, Histoire de la Révolution, Paris, 1853 (tr. it. A. Bizzoni, Storia della Rivoluzione Francese, Milano, Sonzogno, 1897, Introduzione).

[15] Jules Michelet, Histoire de la Révolution, Paris, 1853 (tr. it. A. Bizzoni, Storia della Rivoluzione Francese, Milano, Sonzogno, 1897, Introduzione).

[16] Jules Michelet, La Rivoluzione Francese, introduzione del 1847.

[17] Jules Michelet, Histoire de la Révolution, Paris, 1853 (tr. it. A. Bizzoni, Storia della Rivoluzione Francese, Milano, Sonzogno, 1897, Introduzione del 1847).

[18] Cfr. Jules Michelet, Histoire de la Révolution, Paris, 1853 (tr. it. A. Bizzoni, Storia della Rivoluzione Francese, Milano, Sonzogno, 1897, Introduzione del 1847).

[19] Cfr. Jules Michelet, Histoire de la Révolution, Paris, 1853 (tr. it. A. Bizzoni, Storia della Rivoluzione Francese, Milano, Sonzogno, 1897, Introduzione del 1868).

*****

Altri articoli di Alessio Miglietta:

Vite (di storici): Gaetano de Sanctis.

Mar 102009
 

Fra il 1756 e il 1763 si svolse la cosiddetta Guerra dei sette anni che alcuni storici e lo stesso Winston Churchill dissero essere la vera prima guerra mondiale, sia per la portata dell’evento, sia per la quantità di nazioni impegnate, sia perché combattuta anche oltre oceano, in America e in India. I due schieramenti che col tempo si vennero a formare in Europa erano: da una parte, Austria, Francia, Russia, Spagna, Polonia, Svezia, dall’altra  Gran Bretagna e Prussia, mentre nei territori nordamericani gli inglesi si batterono contro i francesi.

Lo sforzo maggiore fu sostenuto dall’esercito prussiano, che, comandato da Federico II, riusciva a mettere i suoi nemici quasi sempre in difficoltà. Quando il 10 febbraio 1763 si stipularono i termini di pace, la Prussia, mantenendo il possesso della Slesia, si ergeva a potenza europea, l’Inghilterra guadagnava il Canada dalla Francia e la Florida dalla Spagna, e la stessa Francia usciva malconcia anche dall’India. Nello stesso tempo l’Austria, perdendo la Slesia, aveva sperperato buona parte delle sue finanze. L’economia mondiale tendeva a unificarsi sempre più, e sempre più controllata dagli inglesi.

Vediamo alcuni dei protagonisti impegnati:                                                                                                                                                                            

Maria Teresa d'AustriaMaria Teresa d’Asburgo (1717-1780), figlia di Carlo VI, imperatrice d’Austria, era desiderosa di riappropriarsi della Slesia, passata in mano all’odiato nemico Federico II. Fu una regnate pragmatica e buona amministratrice dei suoi regni.                                                                                                            

Federico II di Prussia, ritratto.Federico II di Prussia (1712-1786) si sentiva accerchiato dall’alleanza Francia-Austria-Russia, e invase, senza preavviso, la Sassonia. Era l’inizio della Guerra dei sette anni. Grande stratega e buon sovrano, riuscì a creare un forte ed efficiente esercito.                                                                                            

Giorgio IIGiorgio II d’Inghilterra (1683-1760) vide le sue colonie in America minacciate dalla Francia. Era sempre pronto a difendere la sua Hannover. Fu uno degli ultimi re a condurre personalmente le truppe in battaglia. Durante il suo regno, l’Inghilterra si sviluppò ulteriormente come potenza navale.      

Elisabetta di RussiaElisabetta di Russia (1709-1762), seconda figlia di Pietro il Grande, si sentiva minacciata dalla espansione territoriale prussiana. Divenuta regente in seguito a una congiura di palazzo, durante il suo governo furono fondate l’Università di Mosca (1755) e l’Accedemia delle Arti di San Pietroburgo (1757).                                                                                            

Luigi XVLuigi XV di Francia (1710-1774) ereditò il regno all’età di cinque anni dal suo bisnonno Luigi XIV. La Francia in quel periodo si conquistava una serie di successi commerciali, anche nelle colonie americane, spesso a discapito dell’Inghilterra.


Jan 032009
 

Presa della Bastiglia, 1789Aquitania è una regione della Francia sudoccidentale, con capoluogo Bordeaux, regione storica per eccellenza, confinante con i Paesi Baschi iberici. Ebbene, nei venticinque anni che vanno dal 1690 al 1715, in quelle terre scoppiarono almeno cinquecento sommosse causate dal malcontento popolare. Erano reazioni a una situazione insopportabile per l’intera Francia, situazione che vedeva il popolo e i contadini in particolare vivere in strette condizioni economiche, tartassati dalle tasse e da un fiscalismo che serviva a garantire il lusso dei nobili, nobili che vivevano all’ombra della bella reggia di Versailles.

E se andiamo un po’ a vedere certi dati, nel 1774, alla fine del regno di Luigi XV, le spese dello stato erano così divise:                                                           

-   6% in pensioni,

- 10% nella corte,

- 30% in interessi da pagare ai creditori,

- 33%  per l’esercito,

- 21% altre voci.                                                                                                    

Per meglio capire la situazione economica bisogna però analizzare le entrate e osservare da dove esse venivano:                                                       

- 28% imposte dirette,

- 12,5% aliquota della taille,

- 28% aliquota delle gabelles,

- 28% aliquota delle aldes, [1]

- 67% imposte indirette,

-   5% deficit.                                                                                                        

In questo habitat covavano, dunque, le rivolte, violente, per lo più isolate, brutali, poco concordate, rivolte spontanee senza una vera e propria direzione politica, non appoggiate da nessuna forza capace di seguire un filo conduttore o capace di unirle in un’unica voce.

Con la Rivoluzione francese del 1789 le cose cambieranno, stavolta anche la borghesia stavolta desiderava avere parte più attiva nel processo politico dello stato, una borghesia che si faceva vieppiù intraprendente, una borghesia che accettava le idee illuministiche. Erano anni in cui gli ideali di libertà, fraternità e uguaglianza risuonavano come parole nella bocca di tutti, in cui si ambiva un nuovo modo di fare politica, si tendeva sovvertire un ordine secolare, si voleva un cambio all’interno dell’Ancien Régime.

Nel 1789 il Primo Stato, il clero, contava con circa 130.000 unità, il Secondo, la nobiltà, con 400.000, mentre il Terzo, cioè i borghesi, gli artigiani e i contadini, erano più di 25 milioni, una poderosa forza pronta a far valere le proprie ragioni.

La rivoluzione francese sarà uno dei maggiori eventi della storia moderna, particolareggerà non solo una nazione, bensì tutta l’Europa. I suoi ideali saranno presi come esempio in Spagna, Italia, nei vari stati tedeschi, e così via, sarà insomma una forza che ribalterà, nel bene e nel male, la situazione socio-politico europea.

*****

*****

[1]La taille era solo una delle numerose tasse. Esisteva anche il taillon (una tassa a fini militari), una tassa nazionale per il sale (la gabella), tariffe nazionali (le aides) su diverse tipologie di prodotti (vino, birra, olio e altre merci), tariffe locali su altri prodotti speciali (le douanes), imposte sui prodotti che entravano nelle città (la octroi) o venivano venduti nei mercati, e varie tasse locali. Infine la Chiesa beneficiava della Decima. (da Wikipedia.it)


Sep 142008
 

Si usa uno specchio di vetro per guardare il viso, si usano le opere d’arte per guardare la propria anima.                                   

                                                                           (George Bernard Shaw)                                                                                         

Chioggia, Venezia, fine ’600-prima metà ’700. 

 

Abbiamo già visitato Chioggia, ammirando il meraviglioso orologio, uno dei più vecchi al mondo ancora funzionante. Ebbene, ritorniamo in quelle terre veneziane e occupiamoci di una donna che avrebbe fatto parlare di sé, una donna amante della bellezza.

Rosalba Carriera nasceva un sette di ottobre 1675 proprio in codesta città, e morirà a Venezia poco più ottantenne, il 15 aprile 1757. Musica, pittura e ricamo erano le arti a cui si era dedicata – grazie alla madre abile ricamatrice – sin da piccola, attività usualmente indirizzate le giovani donne veneziane del XVIII secolo, secolo illuminista per eccellenza.

Alcune fonti ricordano essere stata allieva prima di Antonio Lazari, pittore dilettante, poi di Giuseppe Diamantini, in seguito di Antonio Balestra. Buona apprendista di tutti costoro e altri ancora, Rosalba si distinse subito nell’arte di dipingere miniature, dove si caratterizzò per il fatto di adoperare l’avorio per dare lucentezza e splendore all’insieme. Carriera trascorreva così le giornate della sua giovinezza, spesso insieme alla sorella Giovanna, anch’essa pittrice, decorando tabacchiere, scatoline di tabacco da fiuto piene di damine, di donne con eleganti vestiti.

Ben presto si orientò verso i ritratti, ritratti di personaggi quali Cristiano di Meclemburgo, del duca Carlo di Baviera e tantissimi altri. E tale fu la sua fama che il re di Francia Luigi XV la invitò a corte a raffigurare la sua famiglia, entrando perfino a far parte dell’Accademia Reale di pittura, a Parigi, un onore condiviso da poche. La medesima cosa in Italia, dove le Accademie di Roma, Bologna e Firenze la acclamavano membro a vita. Colpita da una malattia agli occhi, perdendo la vista, non dipingerà gli ultimi 10 anni della vita. Tardi giunse il re di Polonia, che, meravigliato dalla sua aggraziata arte, volle comprare a tutti i costi alcuni dei duplicati che la Carriera usualmente faceva.

Nell’atelier di Rosalba, a parte che la sorella Giovanna, lavorava anche l’altra sorella Angela, oltre a Felicita Sartori e Marianna Carlevarijs, tutte sapientemente consacrate a disegnare con i pastelli.

Ed eccola a pitturare, dunque, gente famosa e meno famosa, da Clemente Augusto di Baviera, principe elettore di Colonia, a Lord Boyne, irlandese, alla sua amata sorella Giovanna, dalla pittrice Felicita Sartori alla cantante Faustina Hasse Bordoni, da un ritratto di Bambina con ciambella a Giovane donna con pappagallo, per non dimenticare una graziosa Madonna con le mani intrecciate sul cuore e un Cristo dal volto gentile.

Cosa la distingueva dagli altri pittori? Innanzi tutto la semplicità, poi le pose eleganti e soavi delle sue figure, nonché i drappeggi degli abiti pieni di merletti e particolari. Aveva una facilità innata nel raffigurare i sentimenti di colei o colui che ritraeva, lo stato d’animo del momento che riusciva a immortalare in un colore, il carattere che evidenziava nell’insieme del dipinto, i pensieri che fermava in una ben precisa pennellata. Ancor più accadeva nei suoi autoritratti, dai primi, uno di questi dove si dipingeva mentre riproduceva la sorella, sino agli ultimi, quelli in cui, con problemi agli occhi, possiamo notare toni tristi, cupi, inquieti. La pelle, la carnagione delle sue dame, dei suoi uomini è viva, reale, perfetta, quasi tangibile, segno di un lavoro che rasenta la perfezione, e nello stesso tempo vibra come se volesse comunicare qualcosa.                                                                                          

Ecco una beltà tutta diversa da quelle che rallegravano il Palais-Royal in questo busto di donna (dipinto da Rosalba Carriera ed esposto al Louvre) deliziosamente fine, snella, gracile! La carnagione delicata ricorda il candore della porcellana di Sassonia, gli occhi neri illuminano tutto il viso; il naso è sottile, la bocca piccola, il collo lungo e delicato” (1), scrivevano i fratelli de Goncourt.                                                                                                             

Il tocco femminile dell’artista, artista che sembra essere nata già matura, si palesa in tutte le sue potenzialità, che la differenzia dai suoi colleghi francesi troppo materiali, fotografici, crudi. Rosalba risalta per la delicata e soave eleganza che caratterizza tutta la sua opera, eleganza che seppe ben manifestare nell’epoca del rococò veneziano.

*****

1. Edmond e Jules de Goncourt, La donna nel XVIII secolo, Sellerio, Palermo, 2010, pag. 290.

*****

Figure, dall’alto in basso:

- Autoritratto con il ritratto della sorella Giovanna, 1709.

- Ritratto di Lord Boyne, 1730-31.

- Caterina Sagredo Barbarigo, prima del 1741.

(Rivisto ed aggiornato il 25 Giugno 2011)

Sep 092008
 

Analizzando alcune statistiche, ho notato che c’è un argomento che attira l’attenzione dei lettori di questo blog: i costumi, la moda, gli abiti delle varie epoche storiche. Cosicché, mi accingo ad apportare un altro granello di sabbia in codesta immensa e variegata materia che è la storia dell’abbigliamento.

Abbiamo già trattato i Costumi italiani del ’400, i Costumi popolari francesi di fine ’700, poi ancora i Costumi francesi del ’700 prima della rivoluzione, ebbene, in questo scritto cercherò di delineare la moda italiana del XVIII secolo, secolo ispirato dal modus vivendi della Francia di Luigi XV (1710-1774).

Ricordiamo, innanzitutto, che siamo verso la fine dell’epoca dell’arte barocca e gli inizi del rococò, oltre che nel periodo in cui l’illuminismo influenzerà la forma di pensare e agire dell’uomo.

Il modo di vestire italiano di quegli anni diventa una divertente ostentazione, abiti colorati, capelli incipriati, glutei e gambe cinte da stretti calzoni. Sembra che l’eleganza e la finezza, esibita tramite colori allegri e tessuti vellutati di solito ampiamente decorati, sfiorino la follia di apparire a tutti i costi, una follia, direi, bella a vedersi.

Dalla corte di Luigi XV, oltre ad arrivare la moda dei merletti d’oro e d’argento, giunge anche l’uso di un ampio mantello senza maniche dal colletto ribattuto, pare già diffuso all’epoca di Luigi XIV, poi diventato redingote, dall’inglese riding-coat (mantello per cavalcare), confezionata con panno nero, blu o marrone, stretta in vita e spaccata dietro per, appunto, cavalcare comodamente. Caratteristico era l’habit à la française, ovvero l’abito con la marsina, marsina meno lunga e meno larga della redingote, che si adopererà, sia in Francia che da noi, fino alla fine dell’Ancien Régime, e poi ancora durante il Primo impero. La marsina nei primi decenni sarà senza collo, aderente al busto e allargandosi poco a poco per mezzo di pieghe, solitamente quattro o cinque, fin sotto le ginocchia. Segue la sottomarsina o la sottoveste, somigliante a un lungo gilet, con le maniche leggermente più lunghe di qualche centimetro rispetto alla marsina. Solitamente la parte anteriore era realizzata con tessuti preziosi, ricamati e ben adornati, mentre quella posteriore, poco o del nulla visibile, era fatta di tela di cotone o lino. La fine della prima metà del ‘700 vedrà i calzoni, muniti di varie tasche, allungati, per arrivare appena sotto il ginocchio, qua legati con dei nastri.

Con il passare degli anni e l’avvento della ragione, dell’illuminismo, la moda cambierà, – siamo  oltre la seconda metà del secolo – questa si farà meno decorativa, meno vistosa, più funzionale, si pensi che si giungerà al punto che per cucire un abito si utilizzerà un terzo del tessuto che si usava nei decenni precedenti. Intorno il 1760, in Italia, come a Parigi, capitale della moda europea, avrà un certo successo lo stile di gusto militare, stile contraddistinto da galloni d’oro e d’argento.

Mentre la seta e il lusso erano la tendenza di inizio secolo, il cotone e la lana lo saranno verso la fine.                                                                               

*****

                                     Pietro Longhi, Il precettore di casa Grimani.                                                                                                              *****   

                                                 Abito di cerimonie, Francia, 1729.                                                           *****

                              Alessandro Longhi, Ritratto di Antonio Renier, 1765.                                            *****

Fra Galgario, Ritratto di cavaliere Costantiniano, 1740 ca.

*****

Per ulteriori approfondimenti, scarica la monografia, »»»qua.

Jul 092008
 

An nescis  longas regibus esse manus?

Non sai che i re hanno le mani lunghe?

(Ovidio)


Ci sono personaggi che hanno influenzato in modo energico il corso della storia, sia del proprio paese sia della stessa Europa, personaggi di carattere forte, risoluto, decisi a tutto pur di far grande la loro esistenza, personaggi, a loro volta, prodotto dell’epoca.

Uno di questi è sicuramente Federico II di Prussia (1712-1786), nato a Berlino e morto a Sans Souci, Potsdam.

Era figlio secondogenito di Federico Guglielmo I di Prussia, il Re Sergente, e di Sofia Dorotea di Hannover, famiglia reale che aveva avuto ben quattordici figli, di cui dieci sopravvissero.

Federico II, contemporaneo di Maria Teresa d’Austria (1717-1780), di Caterina di Russia (1729-1796), qualche anno più giovane di lui, di Luigi XV (1710-1774), visse durante l’epoca illuministica, epoca di grandi trasformazioni, epoca che vedrà anche, ma non solo, la Rivoluzione Francese come protagonista.

Di lui desidero sottolineare una parte del suo modo di essere, duro, bellicoso, forte, assolutista. Combatté sedici grandi battaglie, ne vinse tredici, un record ancora oggi insuperato: da lì nasce il nome di Grande.

“Bisogna che un regno sia forte”, continuava a dire, “perché la forza è il solo argomento che si può impiegare con questi cani di re e imperatori”. Cosicché fece del suo esercito la sua casa, un esercito forte, robusto, imbattibile, sempre pronto a combattere, equipaggiato con le migliori armi e le migliori divise.

Disprezzava l’essere umano, lo considerava poco capace di reagire, ipocrita, falso. Disse una volta al suo ministro degli Esteri: “Quel che mi stupisce è che il mondo non diventa più saggio. Anche dopo che si è visto quel che valgono le garanzie scritte, la gente si fa ancora fregare dai trattati: gli uomini sono tutti stupidi”. Lo stesso Voltaire, con il quale Federico era costantemente in contatto, ricevette una volta una lettera dove si diceva: “Gli uomini non sono fatti per la verità; per me sono un branco di cervi nel parco di un grande nobile, che non serve a nient’altro se non a riprodursi e popolare il parco”.

Eppure non era un disprezzo di classe, egli non faceva distinguo fra un re, un principe, un nobile o il semplice popolo, per lui era una massa uniforme, omogenea, monotona.

Sposato con Elisabetta Cristina di Brunswick, non ebbe figli e morì solo, solo come un cane, animale che lui amava e che vezzeggiava più di ogni altra cosa, specialmente il levriero.

Queste poche righe per accennare a un personaggio che fece parlare della Prussia, che diede le basi alla futura Germania, a quella Germania che darà l’avvio alle due guerre mondiali.