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La Bastiglia descritta da Mercier

Abbiamo accennato tempo addietro a Louis Sébastien Mercier (»»»qua), per cui andiamo a leggere come ci presenta la Bastiglia poco prima della Rivoluzione del 1789, dal suo Tableau de Paris, pubblicato in dodici tomi tra il 1781 e il 1788. Il presente brano è tratto dal libro Parigi fantasma (0):

“Prigione di Stato: questo basta a definirla. «È un castello – dice Saint-Foix – che, senza essere fortificato, è il più temuto d’Europa». (1)
Chi può sapere cosa è avvenuto dentro la Bastiglia, chi vi è rinchiuso, chi vi è stato rinchiuso? Ma come si potrà scrivere la storia di Luigi XIII, di Luigi XIV e di Luigi XV, se non si conosce la storia della Bastiglia? Tra le sue mura sono accadute le cose più interessanti, più curiose, più strane. La parte più interessante della nostra storia rimarrà dunque nascosta per sempre: niente trapela da quel baratro, non più che dal muto abisso delle tombe.
Enrico IV fece conservare il tesoro reale alla Bastiglia. Luigi XV vi fece rinchiudere il Dizionario enciclopedico, che ancora vi marcisce. (2)
Il duca di Guisa, padrone di Parigi nel 1588, lo fu anche della Bastiglia e dell’Arsenale. Ne nominò governatore Bussi le Clerc, procuratore del parlamento (3). Bussi le Clerc, fece prendere d’assalto il parlamento, che si rifiutava di sollevare i francesi dal giuramento di fedeltà e obbedienza, condusse alla Bastiglia presidenti e consiglieri, tutti in toga e tocco; e là li mise a pane e acqua.
Oh larghe mura della Bastiglia, che, durante gli ultimi tre regni, avete raccolto i sospiri e i gemiti di tante vittime, se poteste parlare, come verrebbe smentito dai vostri racconti terribili e fedeli il linguaggio timido e adulatorio della storia!
Vicino alla Bastiglia si trova l’Arsenale (4), che funge da polveriera, dipendenza altrettanto terribile della dimora principale.
La torre di Vincennes rinchiude ancora dei prigionieri di Stato che, a quanto pare, devono finire là i loro tristi giorni. Chi ha potuto calcolare con precisione il numero delle lettere sigillate (5) inviate durante gli ultimi tre regni?
Abbiamo una storia della Bastiglia in cinque volumi, che riferisce alcuni aneddoti singolari e bizzarri, ma nulla di ciò che si desidererebbe tanto conoscere, in una parola, nulla che possa gettare un po’ di luce su certi segreti di stato, coperti da un velo impenetrabile. Se dobbiamo credere all’autore, all’epoca di un Argenson, vi si trattavano con rigore inaudito e tirannica violenza i detenuti, già fin troppo puniti con la perdita della libertà.
La direzione della prigione, oggi più mite e umana di quanto non lo sia mai stata dopo la morte di Enrico IV, si è indubbiamente molto ammorbidita rispetto a quella crudele severità, e non infligge più quelle punizioni spaventose e inutili.
Quando un detenuto muore alla Bastiglia, viene seppellito a Saint-Paul, alle tre di notte. Invece dei preti, sono i secondini che portano la bara, e i membri dello stato maggiore assistono alla sepoltura. Il cadavere sfugge pertanto al terribile potere solo attraverso la tomba.
Non appena si parla della Bastiglia a Parigi, si evoca subito la storia della maschera di ferro: ognuno se la foggia a piacere e vi mescola riflessioni non meno fantasiose (6).
Il popolo, d’altronde, ha più paura dello Châtelet (7) che della Bastiglia: non teme questa prigione estrema, perché gli appare come qualcosa di remoto, dato che esso non possiede nessuno dei requisiti che ne aprono le porte. Di conseguenza, non compiange molto coloro che vi sono detenuti, e per lo più ne ignora perfino i nomi. Non testimonia alcuna riconoscenza verso i generosi difensori della sua stessa causa. I parigini preferiscono comprare pane per vivere, rispetto al più bel discorso in cui venisse dimostrato che essi hanno diritto a una vita agiata. Una volta, gli scrittori venivano mandati alla Bastiglia per un nonnulla; ci si è accorti che l’autore, il libro e le sue opinioni acquistavano in tal modo maggiore celebrità; si è preferito lasciare che l’opinione di ieri venisse cancellata da quella di domani; e si è capito che, disponendo della forza fisica, non bisogna preoccuparsi molto delle idee politiche e morali, instabili, e mutevoli per loro natura.
Là geme, o non geme più, il celebre Linguet (8). Qual è il suo delitto? Non si sa.

L’effetto è spaventoso, la causa sconosciuta. (Voltaire)”

-III, 283-

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0. Louis Sébastien Mercier, Parigi fantasma, Edizioni Medusa, 2008, pp. 33 e sgg.

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Note del curatore del libro da cui è tratto il brano:

1. Poullain de Saint-Foix (1698-1776): autore degli Essais historiques sur Paris (1754).
2. Si tratta della celebre Encyclopédie, diretta da Diderot e d’Alembert.
3. S’intenda Bussy-Leclerc, morto in esilio nel 1635; il duca di Guisa (Enrico I di Lorena, 1550-1588) fu uno dei capi della Lega santa ai tempi delle guerre di religione in Francia; fu uno dei principali responsabili della notte di San Bartolomeo in cui vennero massacrati gli ugonotti (1572).
4. Mercier si riferisce plausibilmente al Petit Arsenal, oggi scomparso; mentre esiste tuttora l’Arsenal.
5. Le lettres de chacet erano ordini di arresto (o di esilio) emanati direttamente dal re, anche su istanza di privati cittadini, senza che venissero esaminati e approvati dalla giustizia ordinaria: rappresentano uno dei simboli dell’arbitrarietà del potere assoluto.
6. Fu Voltaire che, tra i primi (o, forse, per primo), riprese e diede credito a questa storia in Le siécle de Louis XIV (tr. it. Il secolo di Luigi XIV, Einaudi, Torino 1951, pp. 284-286).
7. Prigione che si trova sull’Île de la Cité.
8. Nicolas-Simon-Henry Linguet (1736-1794) avvocato e polemista; dopo una lunga reclusione alla Bastiglia, pubblicò un Mémoire sur la Bastille (1783). Venne condannato alla ghigliottina durante la reazione termidoriana.


Trattato di Aquisgrana, 1748

Nello stesso anno in cui Montesquieu pubblicava a Ginevra Lo spirito delle leggi, in cui trattava della necessaria divisione dei tre poteri politici legislativo esecutivo giudiziario, veniva firmata la pace di Aquisgrana (18 ottobre 1748), che segnava la fine della guerra per la successione asburgica.
Giacché la scintilla era stata Maria Teresa (1717-1780), che doveva salire sul trono dell’impero (Prammatica Sanzione di Carlo VI del 1713) e prenderne le redini, considerato Carlo (1685-1740) non aver avuti figli maschi (Leopold Johann era morto a soli sette mesi). Il tutto in un’Europa dai difficili rapporti politico-economici.
Maria Teresa e il marito Francesco Stefano di Lorena (1708-1765), quest’ultimo riconosciuto imperatore con il titolo di Francesco I, sarebbero rimasti sul trono imperiale, Federico II (1712-1786) metteva le mani sulla Slesia, Parma e Piacenza passava a Filippo di Borbone di Spagna (1720-1765), uno dei figli di Filippo V, mentre Carlo Emanuele III di Savoia (1701-1773) otteneva i territori di Vigevano e dell’alto Novarese, oltre a Nizza e Savoia. La Francia di Luigi XV (1710-1774) restituiva i Paesi Bassi all’Austria.
Un trattato che avrebbe dato una certa stabilità all’Italia (1), almeno per qualche decennio, ma che sembrava aver seminato nuove inquietudini.

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1. Gli Asburgo avevano pur sempre il controllo dei ducati di Milano e di Mantova, oltre al Granducato di Toscana, mentre la Spagna regnava su Napoli e Sicilia con Carlo di Borbone che nel 1759 sarebbe salito sul trono spagnolo.

Italia del 1748 dopo la pace di Aquisgrana

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1^ foto Silab storia.
2^ foto Storia illustrata.

Chardin, la concentrazione e la perfezione

Davanti a uno Chardin ci si ferma,
come d’istinto, alla maniera del viaggiatore
che, stanco del suo andare, si siede,
quasi senza accorgersene,
non appena trova un letto d’erba,
silenzio, acqua, ombra, frescura.
(Denis Diderot, 1767)

- Ciao, dove vai?
- Ciao, vado a Ferrara.
- Perché a Ferrara?
- Vado ad ascoltare i quadri di un pittore francese, Chardin.
- Ma i quadri non si ascoltano, si vedono.
- Certo, hai ragione, ma se metti in un cassetto per qualche minuto i tuoi pensieri e fissi con attenzione le tele di Chardin, ti accorgerai che parlano.
- Lo farò, dirò alla mia mamma che mi porti da Chardin.

Era una bambina dalla bianca pelle di porcellana, bionda dai capelli riccioli e gli occhi vispi color blu perlaceo. Era seduta davanti a me, nel treno che mi avvicinava da Pistoia a Ferrara, fra la nebbia alzata dal primo sole e il caldo sorriso di quella fanciulla.
Ma andiamo con ordine, giacché la giornata si rivelò fruttifera di piacevoli percezioni.

A Palazzo dei Diamanti, è in corso una deliziosa mostra dedicata al pittore francese Jean Siméon Chardin (1699-1779), una mostra iniziata qualche giorno fa, il 17 ottobre, e che si concluderà presto, il 30 gennaio del 2011.
Non voglio parlarvi della sua vita in sé per sé, ma di ciò che mi ha colpito, che mi ha impressionato di un artista sui generis per l’epoca, un Settecento pieno di storia le cui corti erano dedite al lusso. Impressionato sì, poiché nei nostri ricordi rimangono più i dettagli e i particolari legati a determinate situazioni che un’intera vicenda o un’intera opera. Quelle peculiarità, quelle sfumature che ci sovvengono ogni qualvolta chiudiamo gli occhi e riportiamo alla mente scene, immagini, parole, frasi, pensieri che hanno emozionato i nostri sensi.
Chardin è uno di quelli che permane indelebile nella memoria visiva, un artista i cui sussurrii, ascoltati con attenzione, rivelano la bellezza e la semplicità del suo animo.
È un artista che non si stancherà mai di cercare la perfezione dei colori, delle luci, delle ombre, degli effetti luminici, studiando l’armonia che la natura offre spontaneamente e che lui cercherà ritrarre così come la vede, tele che farà e rifarà anche due tre quattro volte. La sua pennellata indaga l’equilibrio, la giusta proporzione, si affanna a captare, nella staticità dei suoi elementi, un movimento che non riesce, e forse non vuole, raffigurare. Così ritraeva ciò che aveva davanti, semplificando e selezionando, pretendendo la massima verità.

Giro lentamente per le sale, avanti e indietro, ritornando spesso sui miei passi per confrontare, rivedere, esaminare, sale in cui l’azzeccato colore delle pareti e la giusta illuminazione permettono assaporare nei dettagli i suoi quadri.
Mi soffermo sul primo periodo, sulle sue nature morte, quelle che, di primo acchito, possono sembrare forzate, dure, immobili, ma che alla fine si rivelano piene di eleganza, di musicalità, nature morte che parlano, appunto, della morte. Lepri, salmoni, pernici, pavoni, conigli, e via dicendo, vengono immortalati, a mio avviso, come rappresentazione della caducità della vita. Parole e pensieri che emergono da: Due conigli e una pernice grigia con carniere e sacca per polvere da sparo (1731), o Lepre morta con sacca per polvere da sparo e carniere (1728-30), o ancora Lepre morta con fucile, carniere e sacca per polvere da sparo (1728-1730), tele in cui il mormorare della morte è evidente, tele da cui si possono trarre riflessioni sulla fugacità della vita; impressioni che restarono nella mia memoria.
Vado avanti, inizia il secondo periodo, un tempo dedicato alla figura umana. Chiamo mia moglie, che mi accompagna, e le segnalo qualche quadro: Un giovane scolaro che disegna (1733-34), in cui un fanciullo ricopia con attenzione una figura che ha davanti a sé; Signora che prende il tè (1735), una giovane donna assorta a contemplare una fumante tazza di tè; Bambina che gioca col volano (1737), dove una delicata fanciulla è immersa nei suoi pensieri; Il bambino con la trottola (1737-38), in cui un ragazzo guarda con insistenza il suo giocattolo girare. Le rivelo la mia percezione: tutti quadri in cui i soggetti sembrano solo e unicamente concentrati in quello che fanno, come se il mondo a loro intorno non esistesse, una perfetta attenzione, riflesso del carattere del pittore. Concordiamo. Dopotutto, lo stesso Chardin, accusato di essere lento, rispose una volta: “Impiego tanto tempo perché d’abitudine non mi separo dalle mie opere se non quando, ai miei occhi, non lasciano più nulla da desiderare”. Aveva bisogno del tempo necessario per concentrarsi e completare il lavoro con estrema accuratezza prima di darlo via.
Chardin è il pittore della concentrazione!

Riportava Charles-Nicolas Cochin che un giorno un artista si vantava del suo metodo per purificare e perfezionare i suoi colori, al che Chardin, che lo considerava freddo nell’esecuzione, gli rispose: “Ma chi vi ha detto che si dipinge con i colori? Ci si serve dei colori, ma si dipinge con il sentimento”.
Di tutto questo e altro parlano i suoi quadri, di quel mondo assorto in sé stesso, di quel mondo che cerca l’armonia, di quel mondo ordinato e preciso, silenzioso o di poche parole, spesso assente o trasognante, spesso troppo serio. In pochissime tele i personaggi sorridono, Ritratto di un ragazzo (1777) e Ritratto di una fanciulla (1777) sono forse le poche eccezioni in cui due ragazzi accennano a un sorriso: la vita di Chardin era alla fine. Morirà proprio qualche anno dopo, nel 1779, all’età di 80 anni, in una camera del Louvre offertagli tempo prima da Luigi XV.

Esco dal Palazzo dei Diamanti, è quasi mezzogiorno, un pensiero si muove per la mia mente: Chardin era anche il pittore delle piccole gioie quotidiane!


Madame de Pompadour, breve ritratto

Su Madame de Pompadour, Jeanne-Antoinette Poisson Madame de Pompadour (1721-1764), si è annotato tanto: si è scritto che fu l’amante ufficiale di Luigi XV (a partire dal 1745), si è affermato avere una notevole influenza nelle decisioni di corte, si è detto che, di origini borghesi, in poco tempo seppe essere all’altezza dello stile e della moda in quella Francia di metà XVIII secolo, Francia a volte lontana dalla vera vita popolare quotidiana.
Madame de Pompadour si era conquistata un posto d’onore negli ambienti reali grazie al suo saper fare e alla sua dolcezza, riuscendo finanche essere amica della sovrana Maria Leszczyńska (1703-1768).
Per sua causa, vari ministri furono destituiti e diversi nobili allontanati da certi salotti perché contro la marchesa.
Famosi personaggi aperti all’illuminismo si affezionarono a lei, ricevendo appoggio e favori. Fra tutti ricordiamo Voltaire, D’Alembert, Diderot, che spesso si riunivano nel suo salotto, trovando in lei una buona conversatrice che riusciva a dirigere in maniera armoniosa un dialogo.
Amante del ballo, delle danze, del canto, del teatro, fu sia un’abile ballerina che una brava cantante, organizzando addirittura spettacoli in cui partecipava lei stessa.
Scrive Benedetta Craveri:

“Madame de Pompadour sapeva divertire il re, rendere interessante una conversazione, presiedere con uguale grazia e gaiezza alle cene per pochi intimi che si tenevano nei petits appartements, inventare a beneficio esclusivo del sovrano ogni sorta di sorprese e divertimenti. A cominciare da una iniziativa memorabile – il théatre des cabinets -, che aveva visto la marchesa, alla testa di una compagnia di nobili dilettanti, esibirsi per quattro anni, dal 1747 al 1750, nelle vesti di attrice, cantante, capocomico: approdava così anche a Versailles la passione della buona società di cavalcare le scene.” (1)

Amareggiata da un ambiente viepiù corrotto e vizioso e continuamente sottoposta a critiche, con una salute malferma, Madame de Pompadour poco a poco si ritirò a vita privata, spegnendosi di congestione polmonare all’età di 42 anni.

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1. Benedetta Craveri, La civiltà della conversazione, Adelphi, Milano, 2001, pag. 351.


Jules Michelet, la storia del popolo

Segue la serie di articoli di Alessio Miglietta sulla vita degli storici, stavolta ci presenta Jules Michelet.

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Jules Michelet, la storia del popolo

Storia della Rivoluzione Francese, 1847-1853


Le dispute socialiste, le idee che oggi sono credute nuove e paradossali, si agitarono nel seno del Cristianesimo e della Rivoluzione.

Jules Michelet[1]

 

La caratteristica principale, più evidente che mi ha colpito nel mio lungo studio sul popolo è che, pur in mezzo ai disordini dell’abbandono, ai vizi della  miseria, vi ho trovato una ricchezza di  sentimenti e una bontà di cuore molto rara nelle classi ricche.

Jules Michelet[2]

Jules MicheletIl 18 novembre 1853, un signore malato, che già da qualche anno aveva superato la cinquantina, passeggiava sulla scogliera di Nervi, vicino Genova. Quel signore, guardato con diffidenza dai pescatori indigeni, era francese; e non era un francese qualunque. Era un esule illustre; non solo: era il più grande storico vivente, l’indefesso difensore del popolo e della Francia. Era Jules Michelet, lo storico della Rivoluzione, l’inventore del Rinascimento[3]. Un esule volontario, d’accordo; ma un professore scacciato dalla sua università, emarginato dal potere, osteggiato e maltrattato per le sue idee, non è forse in esilio? Sì, Jules Michelet lo era, e sperava di trovare nel bel clima ligure, nella sua gente laboriosa, la giusta tranquillità per riprendersi dai dolori fisici e dell’anima. Ma il desiderio di scrivere e, soprattutto, di studiare costumi e radici storiche dei popoli, lo indusse ad interessarsi alla vita e alle condizioni dei Liguri, poveri pescatori e “zappatori di una terra secca e grigia che dà soprattutto sassi[4]”. L’indigenza degli abitanti lo portò a definire Nervi il “paese della fame[5]”, ma dal quel fango, da quella miseria, credette di intravedere l’oro del popolo, l’onestà e la rettitudine di chi è abituato da generazioni a fare i conti con le numerose rinunce. “Stranieri che venite in Italia a cercare le arti, imparate una grande arte, quella di soffrire e di astenersi. Riportatene la pazienza[6]”.

Oltre allo stoico popolo ligure, Michelet pose la sua attenzione sull’altro elemento principe di quella terra: il mare, così importante per il ruolo che rivestiva nella storia, sociale o economica che fosse, e così affascinante agli occhi dell’uomo, per la sua stessa natura e per la sua maestosa bellezza. Assistette, rapito, ad una tempesta: lo storico, attirato dai marosi, scese “tra i vicoli tortuosi, tra gli alti palazzi”, sulla “cornice di nere rocce vulcaniche che delimitavano la riva”, “spesso a strapiombo sul mare[7]”, e raggiunto il punto più vicino possibile alle acque salmastre si assicurò ad un muretto di pietra, appoggiandosi su di esso, per evitare di essere travolto dal vento; e lì, stordito dalle correnti d’aria e dagli schizzi delle onde, rimase incantato ad osservare “il contrasto diabolico tra la neve ribollente del mare in questa lava così nera[8].” E mentre assisteva alla violenza terribile e sublime della natura, riprendeva energie preziose, spese negli ultimi anni a realizzare la più ambiziosa delle sue opere: aveva appena ultimato il sesto e ultimo volume del suo affresco sulla Rivoluzione Francese, frutto di anni di duro lavoro e di totale dedizione. Mentre in tutta Europa soffiava il vento della Rivoluzione, nel pieno dei moti del quarantotto, il non più giovane Michelet partecipava alle generali, giovani, istanze di ribellione contro il potere autocratico e sclerotizzato, nel modo che più gli si confaceva: scrivere di storia, raccontare la prima e più grande sommossa del popolo contro l’ancien régime, tenere lezioni accademiche d’ispirazione riformatrice e illuminista. Già a quell’epoca progettava uno studio sui protagonisti del Quarantotto, che sarà pubblicato postumo col titolo di Les soldats de la Revolution, e su quelli che considerava i nuovi veri rivoluzionari: i patrioti italiani che, ironia della sorte, trovarono in Napoleone III il loro più acerrimo nemico[9].

Il mare non cessava di scaricare sulla costa la sua immane potenza. Ma la vera tempesta era tutta interiore: “contro venti e maree, attraverso ogni sorta di avvenimenti, l’opera mia procedette sino alla fine, sanguinante, tanto più vivente, una di anima e di spirito, senza che le dure traversie della sorte l’abbiano fatta deviare dalla sua linea prima. Gli ostacoli, lungi dall’arrestare, concorsero[10]”. Ma ormai l’opera era compiuta, lo sforzo aveva dato i suoi frutti: era tempo per un consuntivo della sua vita e della sua carriera, per un nuovo inizio, per una Rinascita.

Jules Michelet nacque a Parigi, il 21 agosto 1798, da una famiglia di tipografi emigrati nella capitale francese durante gli anni della Rivoluzione, che fecero presto fortuna; ben nota è la grande fioritura che, a quei tempi, ebbe la stampa periodica di opinione[11]: anche in questo senso si può affermare che il piccolo Jules fu figlio di quel vento fresco di libertà. Il padre gli raccontò sovente episodi della Rivoluzione, ai quali assistette personalmente. La libertà durò, purtroppo, molto poco: nel 1800 Napoleone Bonaparte soppresse i giornali, causando la rovina della famiglia Michelet.

Fu educato da un collega del padre, ex maestro di scuola, che gli trasmise la passione rivoluzionaria, ma una sommaria formazione. Con estremi sacrifici, i genitori consentirono al giovane Jules di poter frequentare il Collegio Carlomagno, dove si distinse nonostante i modesti mezzi economici. Cominciò qui, frequentando gli studenti provenienti da famiglie ricche, con i quali ingaggiò una spietata competizione, la sua diffidenza verso la classe più agiata e la sua accesa simpatia nei confronti degli strati più deboli della società.

Egli stesso ci racconta di come è nata in lui la passione per la storia e, in particolare, per il medioevo. Durante una visita al Musée des Monuments français ebbe “per la prima volta l’impressione viva della storia”. Sentiva “quei morti attraverso i marmi e non fu senza un certo terrore” che s’insinuò “sotto le basse volte in cui dormivano Dagoberto, Cilperico e Fredegonda”. La passione va coltivata, il talento sottoposto al sacrificio dello studio e dell’esercizio: iniziò così un periodo di lavoro incessante e faticoso.

Nel 1819 concluse i suoi studi con la tesi di dottorato su Le vite parallele di Plutarco. Pochi anni dopo conobbe il futuro collega e compagno Quinet, autore anch’egli di una Storia della Rivoluzione e futura vittima della mannaia censoria di Napoleone III.

Dopo essersi guadagnato da vivere come precettore, per anni, nel 1827 Michelet venne nominato professore di filosofia e di storia a l’Ecole Normale Supérieure. L’anno precedente pubblicava Tableaux chronoligique de l’histoire moderne (1453-1648), mentre nel 1831 ultimerà una Storia della Repubblica Romana, con alcune pagine memorabili sui Gracchi[12]. Una delle sue opere più note cominciò ad uscire, volume dopo volume, dal 1833 fino al 1844: l’Histoire de France, l’ambizioso progetto di una storia completa della sua nazione.

Non fu solamente come scrittore che Jules Michelet ottenne la celebrità e i consensi, fu anche la sua opera di professore, grazie ai memorabili corsi tenuti al Collège de France, spalla a spalla con i repubblicani Edgar Quinet, Guizot e Mickiewicz: l’Italia nel Rinascimento (1839), la Storia Moderna (1842), una nuova interpretazione del medioevo (1842) e uno studio polemico sulla Compagnia di Gesù (1843). L’ultimo di questi corsi guastò i suoi rapporti, già incrinati, con il regime. Il 14 aprile 1845, quando Michelet aveva da poco cominciato il suo nuovo corso sullo spirito della Rivoluzione, un’interpellanza alla Camera di Parigi contro le attività, giudicate sovversive, sue e del suo amico Quinet, inaugurava un periodo di aperti contrasti con l’autorità. Fu di questi tempi, infatti, la sua iscrizione al partito repubblicano.

Mentre il Popolo, dichiarazione d’amore verso la piccola borghesia, vedeva la luce, nel 1846, i corsi di Quinet venivano sospesi; in questo contesto drammatico, alla vigilia di una nuova e inevitabile rivoluzione (quella del 1848), osservato da mille occhi conservatori e censori, Michelet cominciò a scrivere l’opera che l’avrebbe immortalato, più di ogni altra: la Storia della Rivoluzione Francese, che uscì con i suoi primi due volumi nel febbraio del ’47, i successivi tre nel 1850, gli ultimi, sul Terrore, in un piovoso gennaio del 1853.Honore Daumier, The Uprising

Jules Michelet fu storico di parte, è noto, e non è nostra intenzione giudicare se si tratti di quella giusta, visto che pensiamo di dover trattare la Storia con il massimo di obiettività di cui siamo capaci. Abbiamo già detto che la Storia è una montagna[13]: ognuno la osserva dal proprio punto di vista e non è possibile concludere quale sia quello più indicato. Una montagna, sì, come quella che si parò davanti a Michelet poco prima di scrivere la sua Rivoluzione Francese, durante un’escursione. Gli ricordò, quella roccia deforme e imponente, la montagna, altrettanto oscura, dei dogmi della Chiesa che fino alla Rivoluzione aveva soggiogato il popolo e la sua libertà. Era la montagna, pensava Michelet, eretta durante i secoli bui del Medioevo, durante il quale “la libertà e la giustizia abdicarono in favore della grazia[14]”. Quel Medioevo che a lungo aveva studiato e che consegnò ai posteri come quel periodo truculento e oscurantista che ancora oggi fa parte dell’immaginario collettivo, vittima di quel giudizio stereotipato, tipico di chi scrive di storia senza obiettività.

La Storia è spesso lotta, prevaricazione, conflitto: la dicotomia che regge il mondo, il contrasto di cui la storia prende linfa è, per lo storico francese, la battaglia tra oppressori e oppressi, tra ricchi e indigenti, che in occidente si traduce nella lotta tra Cristianesimo e Rivoluzione; uno precede l’altra, una combatte l’altro. “La Rivoluzione continua il Cristianesimo, ed essa lo contraddice. Essa ne è ad un tempo l’erede e l’avversario[15]”. Un Cristianesimo aspramente criticato da Michelet che non ne comprende il dogma del peccato originale e ne critica l’utilizzo cinico del concetto di giudizio eterno: per lo storico il vero giorno del Giudizio è già arrivato, ed è quello della Rivoluzione. Non è sempre questione di cifre, certo, ma come paragonare le innumerevoli morti inflitte dalla Sacra Inquisizione con le poche del Terrore? O come tentare di porre allo stessa stregua le stragi durante le lotte dottrinali del XVI secolo con i caduti durante l’89?

Luigi XIV, che si proclamava un Dio in terra, divorava il denaro del popolo; il successore Luigi XV esaurì ciò che il bisnonno aveva lasciato: anche la natura si ribellò a questa voracità e all’esagerato sfruttamento, e smise di donare copiosamente i suoi frutti. Il popolo era alla fame e il re diventava sempre più impopolare, circolavano leggende e voci terribili sul destino dei sempre più numerosi carcerati: i sudditi avevano paura del sovrano, lo ritenevano un mostro. Se Luigi XIV era Dio, Luigi XV era il Diavolo in persona. Sorgevano, a quell’epoca, i Buffon, i Voltaire, i Rousseau, i veri padri della Rivoluzione, gli illuministi. Clero e nobiltà alzarono gli scudi, ma se i primi avevano pochi argomenti, i secondi, ormai da secoli lontani dai campi di battaglia, ove si guadagnavano i titoli e i privilegi di cui potevano poi disporre, alzarono le mani impotenti. Vivere nobilmente oramai significava soltanto non far niente.

Che fece Luigi XVI? Costruì prigioni, per riempirle. Come si può allora accusare la Rivoluzione di essere malvagia, quando essa ha contrastato ben altre malvagità? Il principio che mosse la Rivoluzione fu un principio di pace: che colpa ne ebbe se dovette difendersi dal “mondo congiurato[16]”, reazionario, con la forza? Gli storici avevano da sempre confuso quella strenua e legittima difesa come la Rivoluzione stessa, ma sbagliarono: essa fu molto di più, anzi, fu altra cosa. La Rivoluzione fu l’ispiratrice dei grandi principi, fondamento della società umana, che rendono ogni individuo veramente emancipato. E tra tutti i grandi principi, quello della fratellanza è il primus inter pares, la Stella Polare. La Rivoluzione aveva intenti del tutto pacifici e giusti ma fu costretta ad armarsi per non soccombere, a trasformarsi in Terrore. “Ah! povera Rivoluzione, si fidente nel tuo primo giorno, avevi convitato il mondo all’amore ed alla pace[17]”. Forse fu per colpa di cattivi ispiratori, che spesso si dividevano in fazioni avverse che indebolivano il movimento, che non meritavano la fiducia del popolo[18]. Un popolo che allora aveva raggiunto vette altissime di consapevolezza e che si faceva, per la prima volta, protagonista della vita pubblica. Il popolo della Restaurazione, invece, aveva assistito alla tirannide senza opporsi, “debole, disarmato, preparato alla tentazione”, insomma: corrotto. Ma la “giovane sorella” del 1848, simile in molti elementi alla prima, grande, Rivoluzione, riaccese i cuori e le menti dei cittadini, i quali trovarono negli antichi protagonisti dell’89, i modelli a cui ispirarsi, nei quali identificarsi, quasi come se quegli eventi non fossero passati, ma fossero al contrario vivi nel presente. E forse ciò fu un limite più che una risorsa, poiché la Storia può essere anche cattiva maestra, se si ritiene erroneamente che essa si ripeta senza variazioni di sorta, priva di sviluppi, avulsa dal contesto che muta necessariamente e, per i componenti in gioco di estrema complessità, non potrà giammai ripetersi. Anche questo aveva intuito Michelet (lo ha imparato l’uomo occidentale del 2000, quando parla di comunismo e fascismo?): la rivoluzione del ’48 fallì anche per questo motivo[19]; occorreva, dunque, guardare in avanti, con ottimismo, poiché il popolo, grazie anche all’educazione e all’incivilimento, avrebbe saputo, un giorno, vincere l’ultima battaglia contro i prevaricatori, contro i potentati religiosi ed economici, e avrebbe potuto finalmente autodeterminarsi.

Non restava, dunque, che guardare il mare di Nervi ancora per un istante e poi ripartire per Parigi, all’università, per proseguire la missione di acculturazione dei cittadini attraverso l’arma più potente che la Rivoluzione avrebbe mai potuto utilizzare: l’insegnamento.

Alessio Miglietta


[1] Jules Michelet, Histoire de la Révolution, Paris, 1853 (tr. it. A. Bizzoni, Storia della Rivoluzione Francese, Milano, Sonzogno, 1897, p. III).

[2] Jules Michelet, Le peuple, Paris, 18.. (tr. it. M. Meriggi, Il popolo, Rizzoli, p. 48)

[3] Michelet fu il primo storico ad utilizzare consapevolmente il termine “Renaissance” per indicare la grande rinascita culturale del XV e XVI secolo.

[4] Jules Michelet, Le pays de la faim, 1854, IV.

[5] Cfr. Jules Michelet , Le pays de la faim, 1854.

[6] Jules Michelet, Le pays de la faim, Paris, 1854, VII.

[7] Jules Michelet, La mer, Paris, 1861, VI.

[8] Jules Michelet, La mer, Paris, 1861, VI.

[9]Fratelli d’Italia è la Marsigliese del 1848”, da Jules Michelet, Le soldats de la Revolution, Paris, Calmann Lévy, 1878, p. 227.

[10] Jules Michelet, Histoire de la Révolution, Paris, 1853 (tr. it. A. Bizzoni, Storia della Rivoluzione Francese, Milano, Sonzogno, 1897, Introduzione del 1868).

[11] Cfr. Alessio Miglietta, Un prodotto popolare, in Gaspare Armato e Alessio Miglietta, Dal codice al libro stampato, Genova, 2009, p. 227-235.

[12] Jules Michelet, Histoire romaine: république.

[13] Vedi supra p. 8.

[14] Jules Michelet, Histoire de la Révolution, Paris, 1853 (tr. it. A. Bizzoni, Storia della Rivoluzione Francese, Milano, Sonzogno, 1897, Introduzione).

[15] Jules Michelet, Histoire de la Révolution, Paris, 1853 (tr. it. A. Bizzoni, Storia della Rivoluzione Francese, Milano, Sonzogno, 1897, Introduzione).

[16] Jules Michelet, La Rivoluzione Francese, introduzione del 1847.

[17] Jules Michelet, Histoire de la Révolution, Paris, 1853 (tr. it. A. Bizzoni, Storia della Rivoluzione Francese, Milano, Sonzogno, 1897, Introduzione del 1847).

[18] Cfr. Jules Michelet, Histoire de la Révolution, Paris, 1853 (tr. it. A. Bizzoni, Storia della Rivoluzione Francese, Milano, Sonzogno, 1897, Introduzione del 1847).

[19] Cfr. Jules Michelet, Histoire de la Révolution, Paris, 1853 (tr. it. A. Bizzoni, Storia della Rivoluzione Francese, Milano, Sonzogno, 1897, Introduzione del 1868).

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Altri articoli di Alessio Miglietta:

Vite (di storici): Gaetano de Sanctis.


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