Jul 072011
 

Abbiamo accennato tempo addietro a Louis Sébastien Mercier (»»»qua), per cui andiamo a leggere come ci presenta la Bastiglia poco prima della Rivoluzione del 1789, dal suo Tableau de Paris, pubblicato in dodici tomi tra il 1781 e il 1788. Il presente brano è tratto dal libro Parigi fantasma (0):

La presa della Bastiglia, Charles Thévenin

“Prigione di Stato: questo basta a definirla. «È un castello – dice Saint-Foix – che, senza essere fortificato, è il più temuto d’Europa». (1)
Chi può sapere cosa è avvenuto dentro la Bastiglia, chi vi è rinchiuso, chi vi è stato rinchiuso? Ma come si potrà scrivere la storia di Luigi XIII, di Luigi XIV e di Luigi XV, se non si conosce la storia della Bastiglia? Tra le sue mura sono accadute le cose più interessanti, più curiose, più strane. La parte più interessante della nostra storia rimarrà dunque nascosta per sempre: niente trapela da quel baratro, non più che dal muto abisso delle tombe.
Enrico IV fece conservare il tesoro reale alla Bastiglia. Luigi XV vi fece rinchiudere il Dizionario enciclopedico, che ancora vi marcisce. (2)
Il duca di Guisa, padrone di Parigi nel 1588, lo fu anche della Bastiglia e dell’Arsenale. Ne nominò governatore Bussi le Clerc, procuratore del parlamento (3). Bussi le Clerc, fece prendere d’assalto il parlamento, che si rifiutava di sollevare i francesi dal giuramento di fedeltà e obbedienza, condusse alla Bastiglia presidenti e consiglieri, tutti in toga e tocco; e là li mise a pane e acqua.
Oh larghe mura della Bastiglia, che, durante gli ultimi tre regni, avete raccolto i sospiri e i gemiti di tante vittime, se poteste parlare, come verrebbe smentito dai vostri racconti terribili e fedeli il linguaggio timido e adulatorio della storia!
Vicino alla Bastiglia si trova l’Arsenale (4), che funge da polveriera, dipendenza altrettanto terribile della dimora principale.
La torre di Vincennes rinchiude ancora dei prigionieri di Stato che, a quanto pare, devono finire là i loro tristi giorni. Chi ha potuto calcolare con precisione il numero delle lettere sigillate (5) inviate durante gli ultimi tre regni?
Abbiamo una storia della Bastiglia in cinque volumi, che riferisce alcuni aneddoti singolari e bizzarri, ma nulla di ciò che si desidererebbe tanto conoscere, in una parola, nulla che possa gettare un po’ di luce su certi segreti di stato, coperti da un velo impenetrabile. Se dobbiamo credere all’autore, all’epoca di un Argenson, vi si trattavano con rigore inaudito e tirannica violenza i detenuti, già fin troppo puniti con la perdita della libertà.
La direzione della prigione, oggi più mite e umana di quanto non lo sia mai stata dopo la morte di Enrico IV, si è indubbiamente molto ammorbidita rispetto a quella crudele severità, e non infligge più quelle punizioni spaventose e inutili.
Quando un detenuto muore alla Bastiglia, viene seppellito a Saint-Paul, alle tre di notte. Invece dei preti, sono i secondini che portano la bara, e i membri dello stato maggiore assistono alla sepoltura. Il cadavere sfugge pertanto al terribile potere solo attraverso la tomba.
Non appena si parla della Bastiglia a Parigi, si evoca subito la storia della maschera di ferro: ognuno se la foggia a piacere e vi mescola riflessioni non meno fantasiose (6).
Il popolo, d’altronde, ha più paura dello Châtelet (7) che della Bastiglia: non teme questa prigione estrema, perché gli appare come qualcosa di remoto, dato che esso non possiede nessuno dei requisiti che ne aprono le porte. Di conseguenza, non compiange molto coloro che vi sono detenuti, e per lo più ne ignora perfino i nomi. Non testimonia alcuna riconoscenza verso i generosi difensori della sua stessa causa. I parigini preferiscono comprare pane per vivere, rispetto al più bel discorso in cui venisse dimostrato che essi hanno diritto a una vita agiata. Una volta, gli scrittori venivano mandati alla Bastiglia per un nonnulla; ci si è accorti che l’autore, il libro e le sue opinioni acquistavano in tal modo maggiore celebrità; si è preferito lasciare che l’opinione di ieri venisse cancellata da quella di domani; e si è capito che, disponendo della forza fisica, non bisogna preoccuparsi molto delle idee politiche e morali, instabili, e mutevoli per loro natura.
Là geme, o non geme più, il celebre Linguet (8). Qual è il suo delitto? Non si sa.

L’effetto è spaventoso, la causa sconosciuta. (Voltaire)”

-III, 283-

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La presa della Bastilla, Jean-Pierre Houël.

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0. Louis Sébastien Mercier, Parigi fantasma, Edizioni Medusa, 2008, pp. 33 e sgg.

—–
Note del curatore del libro da cui è tratto il brano:

1. Poullain de Saint-Foix (1698-1776): autore degli Essais historiques sur Paris (1754).
2. Si tratta della celebre Encyclopédie, diretta da Diderot e d’Alembert.
3. S’intenda Bussy-Leclerc, morto in esilio nel 1635; il duca di Guisa (Enrico I di Lorena, 1550-1588) fu uno dei capi della Lega santa ai tempi delle guerre di religione in Francia; fu uno dei principali responsabili della notte di San Bartolomeo in cui vennero massacrati gli ugonotti (1572).
4. Mercier si riferisce plausibilmente al Petit Arsenal, oggi scomparso; mentre esiste tuttora l’Arsenal.
5. Le lettres de chacet erano ordini di arresto (o di esilio) emanati direttamente dal re, anche su istanza di privati cittadini, senza che venissero esaminati e approvati dalla giustizia ordinaria: rappresentano uno dei simboli dell’arbitrarietà del potere assoluto.
6. Fu Voltaire che, tra i primi (o, forse, per primo), riprese e diede credito a questa storia in Le siécle de Louis XIV (tr. it. Il secolo di Luigi XIV, Einaudi, Torino 1951, pp. 284-286).
7. Prigione che si trova sull’Île de la Cité.
8. Nicolas-Simon-Henry Linguet (1736-1794) avvocato e polemista; dopo una lunga reclusione alla Bastiglia, pubblicò un Mémoire sur la Bastille (1783). Venne condannato alla ghigliottina durante la reazione termidoriana.

Apr 082011
 

La pace di Aquisgrana – 1748

Nello stesso anno in cui Montesquieu pubblicava a Ginevra Lo spirito delle leggi, in cui trattava della necessaria divisione dei tre poteri politici legislativo esecutivo giudiziario, veniva firmata la pace di Aquisgrana (18 ottobre 1748), che segnava la fine della guerra per la successione asburgica.

Giacché la scintilla era stata Maria Teresa (1717-1780), che doveva salire sul trono dell’impero (Prammatica Sanzione di Carlo VI del 1713) e prenderne le redini, considerato Carlo (1685-1740) non aver avuti figli maschi (Leopold Johann era morto a soli sette mesi). Il tutto in un’Europa dai difficili rapporti politico-economici.

Maria Teresa e il marito Francesco Stefano di Lorena (1708-1765), quest’ultimo riconosciuto imperatore con il titolo di Francesco I, sarebbero rimasti sul trono imperiale, Federico II (1712-1786) metteva le mani sulla Slesia, Parma e Piacenza passava a Filippo di Borbone di Spagna (1720-1765), uno dei figli di Filippo V, mentre Carlo Emanuele III di Savoia (1701-1773) otteneva i territori di Vigevano e dell’alto Novarese, oltre a Nizza e Savoia. La Francia di Luigi XV (1710-1774) restituiva i Paesi Bassi all’Austria.

Un trattato che avrebbe dato una certa stabilità all’Italia (1), almeno per qualche decennio, ma che sembrava aver seminato nuove inquietudini.

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1. Gli Asburgo avevano pur sempre il controllo dei ducati di Milano e di Mantova, oltre al Granducato di Toscana, mentre la Spagna regnava su Napoli e Sicilia con Carlo di Borbone che nel 1759 sarebbe salito sul trono spagnolo.

Italia del 1748 dopo la pace di Aquisgrana

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1^ foto Silab storia.
2^ foto Storia illustrata.

Oct 212010
 

Davanti a uno Chardin ci si ferma,
come d’istinto, alla maniera del viaggiatore
che, stanco del suo andare, si siede,
quasi senza accorgersene,
non appena trova un letto d’erba,
silenzio, acqua, ombra, frescura.
(Denis Diderot, 1767)

- Ciao, dove vai?
– Ciao, vado a Ferrara.
– Perché a Ferrara?
– Vado ad ascoltare i quadri di un pittore francese, Chardin.
– Ma i quadri non si ascoltano, si vedono.
– Certo, hai ragione, ma se metti in un cassetto per qualche minuto i tuoi pensieri e fissi con attenzione le tele di Chardin, ti accorgerai che parlano.
– Lo farò, dirò alla mia mamma che mi porti da Chardin.

Chardin a Ferrara, 2010

Era una bambina dalla bianca pelle di porcellana, bionda dai capelli riccioli e gli occhi vispi color blu perlaceo. Era seduta davanti a me, nel treno che mi avvicinava da Pistoia a Ferrara, fra la nebbia alzata dal primo sole e il caldo sorriso di quella fanciulla.
Ma andiamo con ordine, giacché la giornata si rivelò fruttifera di piacevoli percezioni.

Jean Baptiste Simeon Chardin, Autoritratto, 1771

A Palazzo dei Diamanti, è in corso una deliziosa mostra dedicata al pittore francese Jean Siméon Chardin (1699-1779), una mostra iniziata qualche giorno fa, il 17 ottobre, e che si concluderà presto, il 30 gennaio del 2011.
Non voglio parlare della sua vita, ma di ciò che mi ha colpito, che mi ha impressionato di un artista sui generis per l’epoca, un Settecento pieno di storia le cui corti erano dedite al lusso. Impressionato sì, poiché nei nostri ricordi rimangono più i dettagli e i particolari legati a determinate situazioni che un’intera vicenda o un’intera opera. Quelle peculiarità, quelle sfumature che ci sovvengono ogni qualvolta chiudiamo gli occhi e riportiamo alla mente scene, immagini, parole, frasi, pensieri che hanno emozionato i nostri sensi.

Chardin è uno di quelli che permane indelebile nella memoria visiva, un artista i cui sussurrii, ascoltati con attenzione, rivelano la bellezza e la semplicità del suo animo.
È un artista che non si stancherà mai di cercare la perfezione dei colori, delle luci, delle ombre, degli effetti luminici, studiando l’armonia che la natura offre spontaneamente e che lui cercherà ritrarre così come la vede, tele che farà e rifarà anche due tre quattro volte. La sua pennellata indaga l’equilibrio, la giusta proporzione, si affanna a captare, nella staticità dei suoi elementi, un movimento che non riesce, e forse non vuole, raffigurare. Così ritraeva ciò che aveva davanti, semplificando e selezionando, pretendendo la massima verità.

Chardin, Gatto con trancio di salmone, due sgombri, tre cozze e frutta, 1728 circa

Giro lentamente per le sale, avanti e indietro, ritornando spesso sui miei passi per confrontare, rivedere, esaminare, sale in cui l’azzeccato colore delle pareti e la giusta illuminazione permettono assaporare nei dettagli i suoi quadri.
Mi soffermo sul primo periodo, sulle sue nature morte, quelle che, di primo acchito, possono sembrare forzate, dure, immobili, ma che alla fine si rivelano piene di eleganza, di musicalità, nature morte che parlano, appunto, della morte. Lepri, salmoni, pernici, pavoni, conigli, e via dicendo, vengono immortalati, a mio avviso, come rappresentazione della caducità della vita. Parole e pensieri che emergono da: Due conigli e una pernice grigia con carniere e sacca per polvere da sparo (1731), o Lepre morta con sacca per polvere da sparo e carniere (1728-30), o ancora Lepre morta con fucile, carniere e sacca per polvere da sparo (1728-1730), tele in cui il mormorare della morte è evidente, tele da cui si possono trarre riflessioni sulla fugacità della vita; impressioni che restarono nella mia memoria.

Chardin, Il bambino con la trottola, 1737-38

Vado avanti, inizia il secondo periodo, un tempo dedicato alla figura umana. Chiamo mia moglie, che mi accompagna, e le segnalo qualche quadro: Un giovane scolaro che disegna (1733-34), in cui un fanciullo ricopia con attenzione una figura che ha davanti a sé; Signora che prende il tè (1735), una giovane donna assorta a contemplare una fumante tazza di tè; Bambina che gioca col volano (1737), dove una delicata fanciulla è immersa nei suoi pensieri; Il bambino con la trottola (1737-38), in cui un ragazzo guarda con insistenza il suo giocattolo girare. Le rivelo la mia percezione: tutti quadri in cui i soggetti sembrano solo e unicamente concentrati in quello che fanno, come se il mondo a loro intorno non esistesse, una perfetta attenzione, riflesso del carattere del pittore. Concordiamo. Dopotutto, lo stesso Chardin, accusato di essere lento, rispose una volta: “Impiego tanto tempo perché d’abitudine non mi separo dalle mie opere se non quando, ai miei occhi, non lasciano più nulla da desiderare”. Aveva bisogno del tempo necessario per concentrarsi e completare il lavoro con estrema accuratezza prima di darlo via.
Chardin è il pittore della concentrazione!

Riportava Charles-Nicolas Cochin che un giorno un artista si vantava del suo metodo per purificare e perfezionare i suoi colori, al che Chardin, che lo considerava freddo nell’esecuzione, gli rispose: “Ma chi vi ha detto che si dipinge con i colori? Ci si serve dei colori, ma si dipinge con il sentimento”.

Di tutto questo e altro parlano i suoi quadri, di quel mondo assorto in sé stesso, di quel mondo che cerca l’armonia, di quel mondo ordinato e preciso, silenzioso o di poche parole, spesso assente o trasognante, spesso troppo serio. In pochissime tele i personaggi sorridono, Ritratto di un ragazzo (1777) e Ritratto di una fanciulla (1777) sono forse le poche eccezioni in cui due ragazzi accennano a un sorriso: la vita di Chardin era alla fine. Morirà proprio qualche anno dopo, nel 1779, all’età di 80 anni, in una camera del Louvre offertagli tempo prima da Luigi XV.

Esco dal Palazzo dei Diamanti, è quasi mezzogiorno, un pensiero si muove per la mia mente: Chardin era anche il pittore delle piccole gioie quotidiane!

Jan 222010
 

Su Madame de Pompadour, Jeanne-Antoinette Poisson Madame de Pompadour (1721-1764), si è annotato tanto: si è scritto che fu l’amante ufficiale di Luigi XV (a partire dal 1745), si è affermato avere una notevole influenza nelle decisioni di corte, si è detto che, di origini borghesi, in poco tempo seppe essere all’altezza dello stile e della moda in quella Francia di metà XVIII secolo, Francia a volte lontana dalla vera vita popolare quotidiana.
Madame de Pompadour si era conquistata un posto d’onore negli ambienti reali grazie al suo saper fare e alla sua dolcezza, riuscendo finanche essere amica della sovrana Maria Leszczyńska (1703-1768).
Per sua causa, vari ministri furono destituiti e diversi nobili allontanati da certi salotti perché contro la marchesa.
Famosi personaggi aperti all’illuminismo si affezionarono a lei, ricevendo appoggio e favori. Fra tutti ricordiamo Voltaire, D’Alembert, Diderot, che spesso si riunivano nel suo salotto, trovando in lei una buona conversatrice che riusciva a dirigere in maniera armoniosa un dialogo.
Amante del ballo, delle danze, del canto, del teatro, fu sia un’abile ballerina che una brava cantante, organizzando addirittura spettacoli in cui partecipava lei stessa.
Scrive Benedetta Craveri:

“Madame de Pompadour sapeva divertire il re, rendere interessante una conversazione, presiedere con uguale grazia e gaiezza alle cene per pochi intimi che si tenevano nei petits appartements, inventare a beneficio esclusivo del sovrano ogni sorta di sorprese e divertimenti. A cominciare da una iniziativa memorabile – il théatre des cabinets -, che aveva visto la marchesa, alla testa di una compagnia di nobili dilettanti, esibirsi per quattro anni, dal 1747 al 1750, nelle vesti di attrice, cantante, capocomico: approdava così anche a Versailles la passione della buona società di cavalcare le scene.” (1)

Amareggiata da un ambiente viepiù corrotto e vizioso e continuamente sottoposta a critiche, con una salute malferma, Madame de Pompadour poco a poco si ritirò a vita privata, spegnendosi di congestione polmonare all’età di 42 anni.

*****

1. Benedetta Craveri, La civiltà della conversazione, Adelphi, Milano, 2001, pag. 351.

Mar 102009
 

Fra il 1756 e il 1763 si svolse la cosiddetta Guerra dei sette anni che alcuni storici e lo stesso Winston Churchill dissero essere la vera prima guerra mondiale, sia per la portata dell’evento, sia per la quantità di nazioni impegnate, sia perché combattuta anche oltre oceano, in America e in India. I due schieramenti che col tempo si vennero a formare in Europa erano: da una parte, Austria, Francia, Russia, Spagna, Polonia, Svezia, dall’altra  Gran Bretagna e Prussia, mentre nei territori nordamericani gli inglesi si batterono contro i francesi.

Lo sforzo maggiore fu sostenuto dall’esercito prussiano, che, comandato da Federico II, riusciva a mettere i suoi nemici quasi sempre in difficoltà. Quando il 10 febbraio 1763 si stipularono i termini di pace, la Prussia, mantenendo il possesso della Slesia, si ergeva a potenza europea, l’Inghilterra guadagnava il Canada dalla Francia e la Florida dalla Spagna, e la stessa Francia usciva malconcia anche dall’India. Nello stesso tempo l’Austria, perdendo la Slesia, aveva sperperato buona parte delle sue finanze. L’economia mondiale tendeva a unificarsi sempre più, e sempre più controllata dagli inglesi.

Vediamo alcuni dei protagonisti impegnati:

Maria Teresa d'AustriaMaria Teresa d’Asburgo (1717-1780), figlia di Carlo VI, imperatrice d’Austria, era desiderosa di riappropriarsi della Slesia, passata in mano all’odiato nemico Federico II. Fu una regnate pragmatica e buona amministratrice dei suoi regni.

Federico II di Prussia, ritratto.Federico II di Prussia (1712-1786) si sentiva accerchiato dall’alleanza Francia-Austria-Russia, e invase, senza preavviso, la Sassonia. Era l’inizio della Guerra dei sette anni. Grande stratega e buon sovrano, riuscì a creare un forte ed efficiente esercito.

Giorgio IIGiorgio II d’Inghilterra (1683-1760) vide le sue colonie in America minacciate dalla Francia. Era sempre pronto a difendere la sua Hannover. Fu uno degli ultimi re a condurre personalmente le truppe in battaglia. Durante il suo regno, l’Inghilterra si sviluppò ulteriormente come potenza navale.

Elisabetta di RussiaElisabetta di Russia (1709-1762), seconda figlia di Pietro il Grande, si sentiva minacciata dalla espansione territoriale prussiana. Divenuta regente in seguito a una congiura di palazzo, durante il suo governo furono fondate l’Università di Mosca (1755) e l’Accedemia delle Arti di San Pietroburgo (1757).

Luigi XVLuigi XV di Francia (1710-1774) ereditò il regno all’età di cinque anni dal suo bisnonno Luigi XIV. La Francia in quel periodo si conquistava una serie di successi commerciali, anche nelle colonie americane, spesso a discapito dell’Inghilterra.

Jan 032009
 

Presa della Bastiglia, 1789

Aquitania è una regione della Francia sudoccidentale, con capoluogo Bordeaux, regione storica per eccellenza, confinante con i Paesi Baschi iberici. Ebbene, nei venticinque anni che vanno dal 1690 al 1715, in quelle terre scoppiarono almeno cinquecento sommosse causate dal malcontento popolare. Erano reazioni a una situazione insopportabile per l’intera Francia, situazione che vedeva il popolo e i contadini in particolare vivere in strette condizioni economiche, tartassati dalle tasse e da un fiscalismo che serviva a garantire il lusso dei nobili, nobili che vivevano all’ombra della bella reggia di Versailles.

E se andiamo un po’ a vedere certi dati, nel 1774, alla fine del regno di Luigi XV, le spese dello stato erano così divise:

- 6% in pensioni,

- 10% nella corte,

- 30% in interessi da pagare ai creditori,

- 33% per l’esercito,

- 21% altre voci.

Per meglio capire la situazione economica bisogna però analizzare le entrate e osservare da dove esse venivano:

- 28% imposte dirette,

- 12,5% aliquota della taille,

- 28% aliquota delle gabelles,

- 28% aliquota delle aldes, [1]

- 67% imposte indirette,

- 5% deficit.

Louis Brion de la Tour, La France, 1766.

Louis Brion de la Tour, La France, 1766.

In questo spazio covavano, dunque, le rivolte, violente, per lo più isolate, brutali, poco concordate, rivolte spontanee senza una vera e propria direzione politica, non appoggiate da nessuna forza capace di seguire un filo conduttore o capace di unirle in un’unica voce.

Con la Rivoluzione francese del 1789 le cose cambieranno perché anche la borghesia stavolta desiderava avere parte attiva nel processo politico dello stato, una borghesia che si faceva vieppiù intraprendente, una borghesia aperta alle idee illuministiche. Erano anni in cui gli ideali di libertà, fraternità e uguaglianza risuonavano come vivaci parole nella bocca di tutti, in cui si voleva un nuovo modo di fare politica, si voleva sovvertire un ordine secolare, si auspicava, in un certo qual modo, rompere con l’Ancien Régime.

Nel 1789 il Primo Stato, il clero, contava con circa 130.000 persone, il Secondo, la nobiltà, con 400.000, mentre il Terzo, cioè i borghesi, gli artigiani e i contadini, erano più di 25 milioni, una poderosa forza pronta a far valere le proprie ragioni.

La rivoluzione francese sarà uno dei maggiori eventi della storia moderna, particolareggerà non solo una nazione, bensì tutta l’Europa. I suoi ideali saranno presi d’esempio in Spagna, Italia, nei vari stati tedeschi, oltreoceano, e così via, sarà insomma una forza che ribalterà, nel bene e nel male, la situazione socio-politico europea.

Caricatura, il Terzo Stato che carica il Primo e il Secondo.

Caricatura, il Terzo Stato che carica il Primo e il Secondo.

 

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[1] La taille era solo una delle numerose tasse. Esisteva anche il taillon (una tassa a fini militari), una tassa nazionale per il sale (la gabella), tariffe nazionali (le aides) su diverse tipologie di prodotti (vino, birra, olio e altre merci), tariffe locali su altri prodotti speciali (le douanes), imposte sui prodotti che entravano nelle città (la octroi) o venivano venduti nei mercati, e varie tasse locali. Infine la Chiesa beneficiava della Decima. (da Wikipedia.it)

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Suggerimenti lettura:

- François Furet e Denis Richet, La Rivoluzione francese, Laterza, 1998.
– Alan Forrest, Rivoluzione francese, il Mulino, 1999.
– Jules Michelet, Le donne della rivoluzione, Bompiani, 2003.

Sep 142008
 

“Si usa uno specchio di vetro per guardare il viso,
si usano le opere d’arte per guardare la propria anima.”

(George Bernard Shaw)

  Chioggia, Venezia, fine ‘600-prima metà ‘700.

Rosalba Carriera, Autoritratto con la sorella Giovanna, 1709

Rosalba Carriera, Autoritratto con la sorella Giovanna, 1709

Rosalba Carriera nasceva un sette di ottobre 1675 a Chioggia e morirà a Venezia poco più ottantenne, il 15 aprile 1757. Musica, pittura e ricamo erano le arti a cui si era dedicata – grazie alla madre abile ricamatrice – sin da piccola, attività usualmente destinate le giovani donne veneziane del XVIII secolo, secolo illuminista per eccellenza.

Alcune fonti ricordano essere stata allieva prima di Antonio Lazari, pittore dilettante, poi di Giuseppe Diamantini, in seguito di Antonio Balestra. Buona apprendista di tutti costoro e altri ancora, Rosalba si identificò subito nell’arte di dipingere miniature, distinguendosi per il fatto di adoperare l’avorio per dare lucentezza e splendore all’insieme. Carriera trascorreva così le giornate della sua giovinezza, spesso insieme alla sorella Giovanna, anch’essa pittrice, decorando tabacchiere, scatoline di tabacco da fiuto piene di damine, di donne con eleganti vestiti, tanto ben fatte che ebbero un’apprezzabile accoglienza.

Ben presto si orientò verso i ritratti di personaggi quali Cristiano di Meclemburgo, del duca Carlo di Baviera e tantissimi altri. Tale fu la sua fama che, oltre ad essere stata invitata a corte dal re di Francia Luigi XV a raffigurare la sua famiglia, entrò perfino a far parte dell’Accademia Reale di pittura, a Parigi, un onore condiviso da poche. La medesima cosa in Italia, dove le Accademie di Roma, Bologna e Firenze la acclamavano membro a vita. Colpita da una malattia agli occhi, perdendo la vista, non dipingerà gli ultimi 10 anni della vita. Tardi giunse il re di Polonia, che, meravigliato dalla sua aggraziata arte, volle comprare a tutti i costi alcuni dei duplicati che la Carriera usualmente faceva.

Nell’atelier di Rosalba, a parte che la sorella Giovanna, lavorava anche l’altra sorella Angela, oltre a Felicita Sartori e Marianna Carlevarijs, tutte sapientemente consacrate a disegnare con i pastelli, pastelli che la nostra artista porterà alla fama e alla gloria.

Rosalba Carriera, Felicita Sartori.

Rosalba Carriera, Felicita Sartori.

Ed eccola a pitturare, dunque, gente famosa e meno famosa, da Clemente Augusto di Baviera, principe elettore di Colonia, a Lord Boyne, irlandese, alla sua amata sorella Giovanna, dalla pittrice Felicita Sartori alla cantante Faustina Hasse Bordoni, da un ritratto di Bambina con ciambella a Giovane donna con pappagallo, per non dimenticare una graziosa Madonna con le mani intrecciate sul cuore, un Cristo dal volto gentile e una Flora, dea romana della primavera e dei fiori.

Che cosa la distingueva dagli altri pittori? Innanzi tutto la semplicità, poi le pose eleganti e soavi delle sue figure, nonché i drappeggi degli abiti pieni di merletti, pizzi e particolari. Aveva una facilità innata nel raffigurare i sentimenti di colei o colui che ritraeva, lo stato d’animo del momento che riusciva a immortalare in un colore, il carattere che evidenziava nell’insieme del dipinto, i pensieri che fermava in una ben precisa pennellata. Ancor più accadeva nei suoi autoritratti, dai primi, uno di questi dove si dipingeva mentre riproduceva la sorella, sino agli ultimi, quelli in cui, con problemi agli occhi, possiamo notare toni tristi, profondi, inquieti. La pelle, la carnagione delle sue dame, dei suoi uomini è viva, reale, perfetta, quasi tangibile, segno di un lavoro che rasenta la perfezione, e nello stesso tempo vibra come se volesse raccontare qualcosa.

Il tocco femminile dell’artista, che sembra essere nata già matura, si palesa in tutte le sue potenzialità, e la differenzia dai suoi colleghi francesi troppo materiali, fotografici, crudi. Rosalba risalta per la delicata e soave eleganza che qualifica tutta la sua opera, eleganza che seppe ben manifestare nell’epoca del rococò veneziano.

Sep 092008
 

Ricordiamo, innanzitutto, che siamo verso la fine dell’epoca barocca e agli inizi del rococò, oltre che nel periodo in cui l’illuminismo influenzerà la forma di pensare e agire dell’uomo.

Il modo di vestire italiano di quegli anni diventa una divertente ostentazione, abiti colorati, capelli incipriati, glutei e gambe cinte da stretti calzoni. Sembra che l’eleganza e la finezza, esibita tramite colori allegri e tessuti vellutati di solito ampiamente decorati, sfiorino la follia di apparire a tutti i costi, una follia, direi, bella a vedersi.

Dalla corte di Luigi XV, oltre ad arrivare la moda dei merletti d’oro e d’argento, giunge inoltre l’uso di un ampio mantello senza maniche dal colletto ribattuto, pare già diffuso all’epoca di Luigi XIV, poi diventato redingote, dall’inglese riding-coat (mantello per cavalcare), confezionato con panno nero, blu o marrone, stretto in vita e spaccato dietro per, appunto, cavalcare comodamente.

Caratteristico era l’habit à la française, ovvero l’abito con la marsina, marsina meno lunga e meno larga della redingote, che si adopererà, sia in Francia che da noi, fino alla fine dell’Ancien Régime, e poi ancora durante il Primo impero.

La marsina nei primi decenni sarà senza collo, aderente al busto e allargandosi poco a poco per mezzo di pieghe, solitamente quattro o cinque, fin sotto le ginocchia. Segue la sottomarsina o la sottoveste, somigliante a un lungo gilet, con le maniche poco più lunghe di qualche centimetro rispetto alla marsina. Solitamente la parte anteriore era realizzata con tessuti preziosi, ricamati e ben adornati, mentre quella posteriore, poco o del nulla visibile, era fatta di tela di cotone o lino.

La fine della prima metà del ‘700 vedrà i calzoni, muniti di varie tasche, allungati, per arrivare appena sotto il ginocchio, qua legati con dei nastri.

Con il passare degli anni e l’avvento della ragione, dell’illuminismo, la moda cambierà – siamo oltre la seconda metà del secolo -, questa si farà meno decorativa, meno vistosa, più funzionale, si pensi che si giungerà al punto che per cucire un abito si utilizzerà un terzo del tessuto che si usava nei decenni precedenti.

Intorno al 1760, in Italia, come a Parigi, capitale della moda europea, avrà un certo successo lo stile di gusto militare, stile contraddistinto da galloni d’oro e d’argento.

Mentre la seta e il lusso erano la tendenza di inizio secolo, il cotone e la lana lo saranno verso la fine.

Pietro Longhi, Il precettore di casa Grimani.

Pietro Longhi, Il precettore di casa Grimani.

Jul 092008
 

An nescis  longas regibus esse manus?
Non sai che i re hanno le mani lunghe?
(Ovidio)

Ci sono personaggi che hanno influenzato in modo energico il corso della storia, sia del proprio paese sia della stessa Europa, personaggi di carattere forte, risoluto, decisi a tutto pur di far grande la loro esistenza, personaggi, a loro volta, prodotto dell’epoca.

Uno di questi è sicuramente Federico II di Prussia (1712-1786), nato a Berlino e morto a Sans Souci, Potsdam.

Era secondogenito di Federico Guglielmo I di Prussia, il Re Sergente, e di Sofia Dorotea di Hannover, famiglia reale che aveva avuto ben quattordici figli, di cui dieci sopravvissero.

Federico II, contemporaneo di Maria Teresa d’Austria (1717-1780), di Caterina di Russia (1729-1796), qualche anno più giovane di lui, di Luigi XV (1710-1774), visse durante l’epoca illuministica, epoca di grandi trasformazioni, epoca che vedrà anche, ma non solo, la Rivoluzione Francese come protagonista.

Di lui desidero sottolineare una parte del suo modo di essere, duro, bellicoso, forte, assolutista, ma nello stesso tempo mecenate e pronto a favorire le arti. Combatté sedici grandi battaglie, ne vinse tredici, un record ancora oggi insuperato: da lì nasce il nome di Grande.

Bisogna che un regno sia forte“, continuava a dire, “perché la forza è il solo argomento che si può impiegare con questi cani di re e imperatori”. Cosicché fece del suo esercito la sua casa, un esercito forte, robusto, imbattibile, sempre pronto a combattere, equipaggiato con le migliori armi e le migliori divise.

Denigrava l’essere umano, lo considerava poco capace di reagire, ipocrita, falso. Disse una volta al suo ministro degli Esteri: “Quel che mi stupisce è che il mondo non diventa più saggio. Anche dopo che si è visto quel che valgono le garanzie scritte, la gente si fa ancora fregare dai trattati: gli uomini sono tutti stupidi“. Lo stesso Voltaire, con il quale Federico era costantemente in contatto, ricevette una volta una lettera dove si diceva: “Gli uomini non sono fatti per la verità; per me sono un branco di cervi nel parco di un grande nobile, che non serve a nient’altro se non a riprodursi e popolare il parco“.

Eppure non era un disprezzo di classe, egli non faceva distinguo fra un re, un principe, un nobile o il semplice popolo, per lui era una massa uniforme, omogenea, monotona.

Sposato con Elisabetta Cristina di Brunswick, non ebbe figli e morì solo, solo come un “cane” (sic), animale che lui amava e che vezzeggiava più di ogni altra cosa, specialmente il levriero.

Apr 302008
 

Mentre agli inizi del ‘700 i vestiti erano raffinati, ricercati, elaborati – si pensi che negli anni ‘60 e ‘70 si giunse perfino a forme voluminose e ingombranti –, appena dopo la rivoluzione l’opulento modo di abbigliarsi cominciò a declinare, nel senso che il lusso e lo sfarzo furono messi da parte per dare spazio alla semplicità, alla sobrietà, alla comodità.

Eppure ancora pochi anni prima degli eventi che sconvolgeranno la Francia, i ricchi e fastosi costumi erano risorse dei nobili e della corte che cercava nell’abito un modo di differenziarsi dal popolo oltre che fra loro stessi. Ecco dunque che le donne indossavano pizzi e sete in estate e velluto in inverno, abiti largamente dettagliati, stringevano il corpo con un corsetto in modo da assottigliare il girovita il più possibile.

Usualmente le stoffe erano leggere, ricamate, il colore viola e rosa era quello maggiormente adoperato dalle signore. Le calze erano ricamate a mano, all’uncinetto, spesso bianche, raramente colorate. Scarpe a tacco alto, di seta, in velluto, in pelle leggera, anch’esse riccamente abbellite. Gioielli in abbondanza.

Caratteristica del ‘700 fu l’indebitarsi delle donne per comprare o confezionare vestiti sempre più elaborati, pomposi, per mostrarli nei ricevimenti, nei balli, nelle riunioni: indicava il loro status symbol.

Proprio in quegli anni, particolarmente sotto Luigi XV (1710-1774), epoca di grande raffinatezza, gli indumenti intimi divennero manufatti eleganti e costosissimi.

Negli altri paesi europei, si seguiva da vicino la moda francese, tentando però di semplificarla al massimo.

Con la Rivoluzione francese del 1789, le idee in generale e l’atteggiamento verso la vita cambiò. La nuova borghesia, la gente comune, ma anche i pochi nobili rimasti riadattarono il loro abbigliarsi alla nuova situazione storica, ricercando ora la facilità e la naturalità. I vestiti si spogliarono di tutto il loro lusso per essere confortevoli, poco cari, e nello stesso tempo popolari.

A sinistra, Costume femminile del 1780, a destra uno del 1740.

A sinistra, Costume femminile del 1780, a destra uno del 1740.