Apr 222011
 

Se pensiamo che il problema dei profughi, degli emigranti, sia solo attuale, certamente siamo in errore, giacché anche nel periodo preso in considerazione in questo blog – Età moderna – era significativo e destava non poche preoccupazioni ai governanti. Accanto alle migrazioni interne, migrazioni dai villaggi, causate dalla ricerca di una migliore occupazione, dallo sfuggire alla miseria, dalla necessità di trovare un coniuge, si aggiungeva un considerevole movimento di popolazione che, per varie cause, lasciava il proprio paese.
In Spagna, per esempio, dopo la rivolta del 1569 e vari tentativi di cristianizzazione, la cacciata dei moriscos fu un momento che segnò un’epoca. L’esodo, in seguito alla decisione di espulsione del 1609, di circa 300.000 persone provocò un certo disequilibrio nei commerci, nella struttura sociale, si pensi solo che dalla regione valenciana partì più o meno un terzo della popolazione. Alcuni si rifugiarono in Nord Africa, alcuni a Istanbul, altri in Francia, altri, in numero variabile ma inferiore, in vari stati europei. Per non dimenticare che in tutto il XVI secolo salparono dalla Spagna intorno a 250.000 fra uomini e donne diretti verso le Nuove Terre.
Così come dalle isole inglesi si allontanarono fra il 1620 e il 1640, stabilendosi nel Nord America e nelle Indie occidentali, circa 80.000 persone. E alla volta dei Paesi Baltici, gioco forza l’egemonia inglese, si spinsero molti scozzesi, mentre gli irlandesi si dirigevano verso i paesi cattolici.
Dal Portogallo, si stima – ricordo che le indicazioni statistiche sono approssimative, in considerazione del fatto che, con le dovute eccezioni, non si possiedono precisi dati – emigrarono dalla seconda metà del Cinquecento sia verso il Brasile sia verso le nuove terre atlantiche circa 3.000 uomini l’anno, oltre a circa 2.400 che andavano distribuendosi, già dai primi decenni del XVI sec., lungo le coste dell’India: quantità non poca giudicando il milione di abitanti che viveva in Portogallo.
Ma non solo, anche i pellegrinaggi furono causa di importanti spostamenti. A Roma, si dice, giunsero per l’Anno santo del 1575 quattrocentomila visitatori, in una città di quasi 100.000 abitanti, cifra che salì a oltre cinquecentomila nel 1600. La religione, dunque, influiva sia positivamente che negativamente nelle grandi emigrazioni. I protestanti si allontanarono dai paesi cattolici in cui risiedevano, e viceversa. In Francia, la feroce repressione della notte di San Bartolomeo, 1572, fu il culmine del problema, un problema di intolleranza religiosa che già fra il 1540 e il 1550 aveva causato vari flussi migratori. Alcuni autori calcolano che si rifugiarono in Svizzera fra il 1549 e il 1587 circa 12.000 francesi, sfuggiti alle persecuzioni, mentre altri si imbarcarono in direzione dell’America. E sempre in Francia, la revoca (1685) dell’Editto di Nantes - stipulato da Enrico IV nel 1598, che assicurava una certa tolleranza religiosa verso gli ugonotti – da parte di Luigi XIV, fu causa di ulteriori emigrazioni: fra il 1680 e il 1720 espatriarono circa 200.000 persone, la maggior parte verso le Province Unite, alcuni in Inghilterra, altri nei paesi riformati.
In questo brevissimo quadro bisogna includere la feroce Guerra dei Trent’anni (1618-1648), che, oltre a causare morti, feriti, crisi, depressioni, malattie e via dicendo, indusse, specialmente dopo la battaglia della Montagna Bianca del 1620 e quindi della fine dell’indipendenza ceca, una buona quantità di nobili che appoggiarono l’elettore palatino Federico V (1596-1632) a emigrare. A fine conflitto, si conteggia che la popolazione della Boemia si ridusse del 45% e quella della Moravia del 25%, cifre davvero considerevoli.

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Nota: i dati statistici sono presi da Henry Kamen, L’Europa dal 1500 al 1700, Laterza, Bari-Roma, 2000, pag. 205 e segg.

Nov 082010
 

Un giorno, quasi a sorpresa, il re Luigi XIV aveva annunciato che sarebbe sceso per le strade di Parigi per percorrerle e rendersi conto del loro stato. Le sue parole avevano causato un tale trambusto che immediatamente e con il maggiore zelo ci si mise al lavoro per pulirle e abbellirle per la visita. Sebbene i regolamenti ci fossero, non tutte le case disponevano di fosse e latrine per lo smaltimenti dei rifiuti, rifiuti versati spesso dalle finestre al semplice grido di “attenti all’acqua”, un grido ereditato dai tempi del Medioevo.
Col passare degli anni si organizzò, a spese dei proprietari, un servizio di carrette che passava tutte le mattine e raccoglieva la spazzatura, riversandola poi nelle campagne adiacenti dove talvolta si era preparato un fosso per contenerla. Intorno al 1663 Parigi aveva circa 10 chilometri di rete fognante, di cui solo un quinto ricoperta a volta, il resto a cielo scoperto: si potrà ben immaginare il fetore, specialmente quando gli sbocchi erano ostruiti e l’acqua ristagnava.
Un’ordinanza obbligava i cittadini a pulire davanti le rispettive case e sembra che in un primo momento, anche a causa delle salate multe, la cosa funzionò e funzionò a tal punto che vennero nella capitale emissari dei paesi vicini a constatare di persona e prendere nota dei fatti. Poi l’interesse si affievolì.
Parecchie case popolari avevano sei sette piani, alloggiando in pochissime stanze decine di persone. Dopo l’incendio di Londra del settembre del 1666 la tensione era alta, per paura che anche le dimore parigine potessero incendiarsi così facilmente come quelli londinesi e provocare un vero e proprio disastro. La cura e l’attenzione nel cucinare e riscaldarsi, specialmente in quei piani alti, fu davvero notevole: Parigi evitò una tragedia simile all’inglese.
Le insegne abbellivano in particolar modo le strade, insegne che dovevano richiamare l’attenzione dei passanti e invitarli a entrare, spronandoli a comprare. Quelle pendenti di artigiani e commercianti ingombravano la strada e nei giorni di vento potevano cadere sulla testa dei più sfortunati, e, solo intorno il 1669, si ordinò appenderle al muro o inclinarle un poco per meglio notarsi. Pittori mediocri o principianti con poca esperienza avevano il compito di dipingerle per pochi soldi: erano spesso tavole di legno di grosse dimensioni, quattro cinque metri di lunghezza per meno di un metro di larghezza.
San’Antonio indicava la bottega di un macellaio e di un salumiere, sant’Eligio orafi e fabbri, san Pietro i fabbricanti di serrature, santa Cecilia segnalava i musicisti e san Lorenzo i rosticcieri, poi un violino designava la casa di un maestro di danza, mentre gli albergatori, oramai da tempo, avevano le loro insegne decorate con una torre d’argento o un cavallo bianco o il leone d’oro: tradizioni che si perpetuavano.
I nomi delle strade erano presi da una parola di un’insegna che più di tutte colpiva l’attenzione: rue de l’Arbre sec, o du Croissant, o ancora rue de Venice, e via dicendo. Ricordiamo inoltre quelle dedicate ai vari mestieri in voga all’epoca.
La vita si svolgeva nelle strade, nei vicoli, nelle piazze, punto di riunione, di cameratismo, di scambio di opinioni e notizie, strade che, forse grazie alla loro strettezza, univano più che dividevano. Parigi palpitava, Parigi viveva anche di urla e grida dei venditori ambulanti che girovagavano per le vie e per i quartieri offrendo la loro mercanzia.

Sep 132010
 

Come nella maggior parte delle città europee, girovagare per Parigi di notte non era certo piacevole. L’insicurezza era tale che i rapporti di polizia del secolo in questione sono pieni di episodi sanguinosi, agguati, duelli, aggressioni a mano armata a carrozze, risse spesso fra tre quattro cinque persone, e via dicendo. Le guardie che circolavano a piedi e a cavallo non riuscivano a contenere la violenza e i pochi che si azzardavano a muoversi di notte erano coloro i quali avevano una scorta, per cui nobili e privilegiati.
La vita notturna si svolgeva solitamente nei palazzi nobiliari o nelle taverne di malaffare che, nonostante le restrizioni di chiudere intorno alle ore otto in inverno e alle dieci in estate, spesso e volentieri, per racimolare qualche lira in più, restavano aperte fino a notte inoltrata. Anche le case avevano l’obbligo di essere chiuse a chiave a quell’ora; artigiani, venditori ambulanti e povera gente si coricava presto per alzarsi prima delle luci dell’alba. Chi poteva camminava in gruppo, gendarmi e ufficiali erano sempre più di 3-4, pronti a respingere ogni possibile affronto, i cocchieri delle carrozze andavano armati.
Nel 1667 si introdusse l’illuminazione pubblica e fu una grande innovazione a tal punto che vari visitatori stranieri ne rimasero sorpresi, raccontando nei loro scritti che Parigi di notte sembrava come fosse giorno. Dapprima si approntarono un migliaio di lanterne, poi ben cinque mila che rimanevano accese dal crepuscolo o poco dopo, facendo luce fino a oltre mezzanotte, fino a quando cioè durava la candela. Ciò avveniva da novembre a febbraio e dal 1671 fino alla fine di marzo. Ricordiamo che a Londra si accendevano soltanto nelle notti senza luna.
Sebbene vi fu un calo di violenza, non significò la città essere sicura, rimanevano zone all’oscuro o in completa ombra in cui ladri e assassini potevano tranquillamente portare a termine i propri colpi. In ogni caso fu un notevole passo avanti.
Rompere o spegnere una lanterna significava anche l’arresto, tanto fu considerata vitale la luce notturna. Certi giovani nobili che si divertivano a infrangere la legge furono perseguiti, sebbene il re chiudesse sempre un occhio.
Una medaglia dell’epoca, coniata nel 1669, reca la seguente iscrizione: Urbis securitas et nidor, a indicare la sicurezza e la lucentezza della città.

Apr 112010
 

Vero o Falso:

1. Lo zar Pietro I di Russia era un fervente cattolico.
2. Il Brandeburgo-Prussia fu uno dei primi stati ad avere un esercito permanente.
3. Alla fine della guerra di successione spagnola, l’Austria ricevette i domini italiani prima in mano della Spagna.
4. Nel 1689, il parlamento inglese nominò Guglielmo III d’Orange re d’Inghilterra.
5. Nel luglio 1683, i turchi conquistarono definitivamente Vienna.
6. Principale innovatore delle finanze di Luigi XIV fu Jean Baptiste Colbert.
7. Nel 1682, Kara Mustafà conquistò l’Ungheria.

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Articoli che potrebbero aiutare nelle risposte:
- Quiz, la Francia e l’Inghilterra nel 1600.
- Quiz: il 1600.
- Tre sovrani assolutisti: Luigi XIV, Pietro I, Federico Guglielmo I.
- Vienna: il caffè, il cappuccino e il croissant.
- Mazzarino e Colbert alla corte del Re Sole.
- Gli ultimi Asburgo di Spagna, dal 1556 al 1700.

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1. Falso.
2. Vero.
3. Vero.
4. Vero.
5. Falso.
6. Vero.
7. Vero.

Mar 122010
 

Si sa, Luigi XIV si lavava ben poco, i bagni erano privilegio solo di certe case, i profumi nascondevano gli odori poco gradevoli…: Bianca Maria Rizzoli ci propone un variopinto quadro.

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Cofanetti per il trucco femminile e maschile sono stati rinvenuti fin dall’antichità. Noti sono gli splendidi lavori in legno e intarsi in pietre dure degli egiziani, meno noti quegli degli antichi romani, che pure ci hanno lasciato alcuni lavori in avorio e argento di raffinata fattura, compreso lo specchio, che a quei tempi era una lastra di metallo lucidata in cui ci si vedeva poco e male (l’invenzione dello specchio attuale risale al XVI secolo). Sappiamo anche che a quei tempi si amava l’acqua e che nelle case più signorili c’erano stanze da bagno.

L’arte della cosmesi e della profumeria fu diffusa per tutto il Medioevo e Rinascimento, e benché tuttora si creda che i nostri antenati avessero poca dimestichezza con l’acqua, ricettari, miniature e dipinti ci mostrano che, almeno fino al 1400, il bagno era ancora una pratica diffusa in Europa fin dall’antichità. Vi erano bagni pubblici, le cosiddette “stufe”, dove in capaci tinozze ci si poteva prendere un bagno in due e mangiare con una tavola apparecchiata nel mezzo. In taluni casi le “stufe” avevano anche camerini appartati per incontri intimi. Nel 1500 il concetto di igiene mutò radicalmente, e dalla pulizia del medioevo si passò alla sporcizia, da cui ci si libererà solo all’inizio del XX secolo.
Diverse le cause: le città, ingranditesi troppo rapidamente per l’afflusso di molti contadini poveri, non riuscirono più a soddisfare il fabbisogno d’acqua. Si cominciò a considerare il bagno un pericoloso veicolo di malattie, la sifilide ad esempio, e moltissimi bagni pubblici furono chiusi. L’acqua dunque diventò pericolosa. Di conseguenza lavarsi significò semplicemente farsi versare liquido sulla faccia e sulle mani con uno strumento apposito, una brocca decorata detta acquamanile, mentre la mediazione della forchetta per mangiare si diffuse soprattutto nel secolo successivo. Solo pochissimi possedevano una vera e propria stanza da bagno. Le uniche che si lavavano le parti intime erano le prostitute. I denti subivano lo stesso destino e in pochi casi erano puliti da uno stuzzicadenti prezioso a forma di uncino che si poteva portare attaccato al collo. Questi oggetti sono dei veri e propri capolavori, con la punta in argento e decorazioni in pietre dure o perle. Da quando scomparve il bagno, si diffuse la mania dei profumi, anche per nascondere i terribili odori che provenivano da case e persone, mentre ingenuamente si credeva che queste essenze avessero il potere di scacciare le malattie. Venivano raccolte entro piccoli globi preziosi traforati, i pomander. La forma tondeggiante del pomander ricordava la vita eterna, mentre al suo interno erano rinchiusi, muschio (sostanza odorosa di un mammifero, il mosco, che vive in Asia) ambra (sostanza profumata ricavata dai cetacei), altre resine e profumi, come chiodi di garofano, nardo, cannella, radici di iris.
Nel barocco (XVII–XVIII secolo) la situazione non era migliorata. L’acqua era profusa in grande quantità nei leggendari giardini di Versailles, tuttavia aveva solo una funzione monumentale e simbolica, servendo soprattutto ad esaltare la figura di Luigi XIV. Il “Journal de la santé” redatto dai suoi medici farebbe intendere che il re dal 1647 alla sua morte avesse fatto un solo bagno. Si puliva unicamente il viso ogni due giorni con un batuffolo intriso di alcool etilico. Nonostante ciò gli oggetti di toeletta diventarono più numerosi. Il termine “toilette” era un diminutivo della parola francese toile (tela) e indicava pezzi di lino o taffetà in cui si avvolgevano scatolette, vasetti, bottigliette, nonché pettine e spazzole, per proteggerli dalla polvere. Il che ci fa intendere che non esistessero mobili adeguati. La toilette e i suoi oggetti erano un lusso e un dono molto apprezzato. Luigi XIV ne possedeva parecchie, alcune contenenti addirittura cinquanta pezzi, che comprendevano tazze, brocche, catini, bruciaprofumi, scatolette da cipria, ecc. Le scatolette erano, come si può immaginare, fabbricate da rinomati orafi, maiolicai, lavoratori in pietre dure. C’erano anche quelle portanei, ossia pezzetti di taffetà incollati alla pelle detti in francese “mouches”. I nei (portati da uomini e da donne) erano qualificati a seconda del punto particolare dove si applicavano: il maestoso sulla fronte, l’appassionato vicino all’occhio, il tirabaci, il galante sulla guancia, lo sfrontato all’angolo del naso, il birichino o civettuolo vicino alla bocca, il brioso in una fossetta, il ladro per nascondere un foruncolo. Si poteva così utilizzare una sorta di codice per rendere noto se si fosse o meno disponibili a seconda dei giorni.
Nel Settecento cominciarono a praticarsi i primi bagni di bellezza, ma l’idea di vedersi nudi era talmente intollerabile che si scioglieva nell’acqua una polvere intorbidante. Ricchissima invece era la dotazione di oggetti per la cosmesi, alcuni veri e propri capolavori artistici. Le boccette dei sali soccorrevano i malori delle signore, mentre nacque una vera e propria mania per i flaconcini, che si portavano in tasca o sul tavolino da toilette. I flaconi erano realizzati con materiali nuovi, tra cui il cristallo e la porcellana (che permetteva un’infinita varietà di forme). Certe tecniche riconobbero rinnovato favore, in particolare la lavorazione delle pietre dure e dello smalto. La decorazione di questi oggetti artistici testimonia la ricerca, tipica dell’aristocrazia Settecentesca, del piacere e della gioia di vivere. Gli oggetti erano riposti in cofanetti o astucci da viaggio, menzionati per la prima volta nel 1718. Flaconi chiamati vinaigrette avevano una piccola grata entro cui si metteva una spugna imbevuta di essenze preziose. Per migliorare l’odore dell’ambiente si usavano bruciaprofumi o fornellini dove si facevano ardere pastiglie.
Durante tutto l’Ottocento, ad eccezione degli anni fine secolo, l’ideale femminile fu di restare naturale mentre una pelle candida era l’imperativo per tutte le signore. Molto curati erano i capelli delle donne, anche se i pettini, assai costosi, non erano alla portata di tutti. La cosmesi moderna nacque alla fine dell’Ottocento, e quasi subito i sarti di Parigi cominciarono ad abbinare abiti e profumi. Uno dei primi fu Paul Poiret, noto per aver lanciato una moda che liberò definitivamente le donne dal busto. Uno dei suoi profumi, le Minaret o Nuit de Chine, che aveva la forma di un emanatore da oppio.

Bianca Maria Rizzoli.

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Altri articoli di Bianca Maria Rizzoli: qua.

Jan 192010
 

Le parrucche? Ce ne parla Bianca Maria Rizzoli.

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Nella storia della moda la parrucca non aveva le connotazioni ridicole che molti oggi le attribuiscono, ma era un accessorio portato fino dall’antico Egitto da uomini e donne, non necessariamente per compensare la perdita dei capelli, ma principalmente come segno di status. In Europa ebbe il suo massimo splendore nei secoli XVII e XVIII, quando trionfarono Barocco e Rococò: se si pensa alla teatralità e al fasto di questi due stili artistici (avete presente la reggia di Versailles?) la parrucca si trovava perfettamente a suo agio tra gli stucchi, i marmi, le decorazioni, la grandiosità che essi comportavano.
La moda iniziò durante la Guerra dei Trent’anni, durata dal 1618 al 1648, che determinò un netto cambiamento del vestire maschile. A partire dagli anni Trenta del Seicento infatti, tutti gli uomini predilessero abiti in stile militaresco, portando con pose spavalde cinturoni, lunghe spade, pesanti stivali in cuoio. Trionfò la mascolinità bellicosa, e si voleva a tutti i costi esibire un rude aspetto guerresco, oltre che nel vestito anche nell’abbondante peluria, segno evidente di virilità. Parecchi aneddoti raccontano come la parrucca sia entrata nelle case reali e da qui abbracciata da quasi tutta la popolazione che – dati i costi – se la poteva permettere; le parrucche più care erano infatti fabbricate con capelli veri, mentre la gente più modesta doveva accontentarsi di peli di pecora e capra, crine di cavallo o coda di bue.
Nel Seicento e nel Settecento la Francia era considerata il centro del buon gusto europeo e sembra che sia stato proprio un monarca francese, Luigi XIII, a favorire l’uso delle parrucche per nascondere la precoce calvizie causata da una malattia. Il suo successore Luigi XIV, il Re Sole (1638 – 1715) portò quest’accessorio alla sua apoteosi. Nel 1655 il sovrano concesse la licenza di aprire bottega a 48 fabbricanti parigini di parrucche. Alla fine del Seicento, in perfetta armonia con la bizzarria del gusto Barocco, la parrucca maschile si trasformò in una monumentale torre di riccioli, con due bande che scendevano sul torace e un’altra dietro la schiena. Il peso eccessivo la rendeva molto scomoda da indossare, per cui la si portava solo a corte, mentre nel privato si preferiva la ben più comoda berretta. La circonferenza della parrucca impediva l’uso del cappello, che si portava semplicemente sotto braccio. Tuttavia oltre agli svantaggi, essa aveva vantaggi fisici e soprattutto psicologici non trascurabili: indossata sul cranio rasato, favoriva una maggior pulizia in un’epoca in cui pullulavano cimici e pidocchi. Inoltre rialzando la statura, dava alla figura maschile un senso di imponenza regale che aumentava il prestigio dell’individuo.
Durante il Settecento fino alla Rivoluzione francese, la moda della parrucca continuò a contagiare gli uomini e successivamente le donne e i bambini. Particolarità del periodo fu l’uso pressoché universale di imbiancarla cospargendola di cipria solitamente composta di polvere di riso. Un servitore la soffiava sul paziente in un apposito stanzino polverizzandola con un piccolo mantice, mentre il volto e il corpo erano protetti con un accappatoio e un cono che copriva la faccia. Oltre al riso si usavano l’amido mescolato con polvere profumata, e per quelli che non se lo potevano permettere, calcina, gesso, legno tarlato, osso bruciato, il tutto passato con cura al setaccio.
Più frequente per l’uomo che per la donna, la parrucca serviva a coprire teste pelate vuoi dall’età, vuoi da qualche malattia che causava la caduta dei capelli come il vaiolo, allora piuttosto diffuso. La tipica parrucca maschile settecentesca, di moda soprattutto verso la metà del secolo, aveva un ciuffo alto e arricciato sulla fronte, riccioli sulle orecchie e un codino avvolto in un sacchetto di seta nera. Ma i modelli erano molti di più e avevano bisogno di lavorazioni elaborate. I capelli erano impomatati, arricciati, poi, con una specie di permanente avanti lettera, bolliti e infine cuciti a una reticella e fermati da nastri nascosti.
Le donne si accostarono a questo accessorio con un certo ritardo. Una sera Leonard, il parrucchiere personale di Maria Antonietta d’Austria (1755 – 1793), moglie di Luigi XVI di Borbone e re di Francia (1754 – 1793), acconciò la regina con capelli rialzati artificiosamente più di mezzo metro sul capo, frammischiandoli con sciarpe di velo. Questa acconciatura, che crebbe in altezza fino a diventare mastodontica, fu di moda dal 1770 per circa 10 anni, ed era anche detta pouf o tuppè. Il tuppè era una vera e propria parrucca, fatta solo in parte coi propri capelli; aveva un’armatura nascosta di filo metallico ed era imbottito da un cuscinetto di crine. Era scomodo e malsano, sia perché portato su capelli non lavati ma tenuti in piega da oli e pomate profumate, sia perché attirava inevitabilmente ogni tipo di parassita. Ma l’aspetto più sconcertante erano le incredibili decorazioni che vi venivano appoggiate sopra. La fantasia non aveva limiti: palme, pappagalli, frutta, ghirlande d’amore, scale a chiocciole di pietre preziose, navi con le vele al vento spiegate (à la belle poule). Nomi e nomignoli francesi distinguevano i diversi modelli: à la monte du ciel, di altezza vertiginosa, il pouf à sentiment, con usignoli imbalsamati, alla cancelliera, alla flora, piena di fiori, al vezzo di perle (ovviamente circondata da giri di perle) ecc. L’acconciatura fu studiata per meravigliare gli altri, sfruttando persino la cronaca del giorno e la manifestazione dei propri sentimenti pur di attrarre teatralmente l’attenzione. Per fare un esempio, quando i fratelli Montgolfier nel 1783 alzarono per la prima volta su Parigi il primo pallone aerostatico, la moda diventò la “parrucca alla mongolfiera”.
Identificata dal popolo con l’odiata aristocrazia, la parrucca decadde con la Rivoluzione Francese. Nel periodo del Terrore addirittura, anche solo girare con una parrucca incipriata poteva portare alla ghigliottina. In Italia e nelle corti europee che rimasero fedeli alle vecchie idee, essa fu portata ancora per qualche anno. Ma già dopo le conquiste di Napoleone Bonaparte fu abbandonata e rimase a decorare le teste della servitù, o di qualche nostalgico che per scherno era chiamato “codino”.

Bianca Maria Rizzoli.

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Altri articoli di Bianca Maria Rizzoli, qua.

Oct 062009
 

Segue la serie di articoli di Alessio Miglietta sulla vita degli storici, stavolta ci presenta Jules Michelet.

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Jules Michelet, la storia del popolo

Storia della Rivoluzione Francese, 1847-1853


Le dispute socialiste, le idee che oggi sono credute nuove e paradossali, si agitarono nel seno del Cristianesimo e della Rivoluzione.

Jules Michelet[1]

 

La caratteristica principale, più evidente che mi ha colpito nel mio lungo studio sul popolo è che, pur in mezzo ai disordini dell’abbandono, ai vizi della  miseria, vi ho trovato una ricchezza di  sentimenti e una bontà di cuore molto rara nelle classi ricche.

Jules Michelet[2]

Jules MicheletIl 18 novembre 1853, un signore malato, che già da qualche anno aveva superato la cinquantina, passeggiava sulla scogliera di Nervi, vicino Genova. Quel signore, guardato con diffidenza dai pescatori indigeni, era francese; e non era un francese qualunque. Era un esule illustre; non solo: era il più grande storico vivente, l’indefesso difensore del popolo e della Francia. Era Jules Michelet, lo storico della Rivoluzione, l’inventore del Rinascimento[3]. Un esule volontario, d’accordo; ma un professore scacciato dalla sua università, emarginato dal potere, osteggiato e maltrattato per le sue idee, non è forse in esilio? Sì, Jules Michelet lo era, e sperava di trovare nel bel clima ligure, nella sua gente laboriosa, la giusta tranquillità per riprendersi dai dolori fisici e dell’anima. Ma il desiderio di scrivere e, soprattutto, di studiare costumi e radici storiche dei popoli, lo indusse ad interessarsi alla vita e alle condizioni dei Liguri, poveri pescatori e “zappatori di una terra secca e grigia che dà soprattutto sassi[4]”. L’indigenza degli abitanti lo portò a definire Nervi il “paese della fame[5]”, ma dal quel fango, da quella miseria, credette di intravedere l’oro del popolo, l’onestà e la rettitudine di chi è abituato da generazioni a fare i conti con le numerose rinunce. “Stranieri che venite in Italia a cercare le arti, imparate una grande arte, quella di soffrire e di astenersi. Riportatene la pazienza[6]”.

Oltre allo stoico popolo ligure, Michelet pose la sua attenzione sull’altro elemento principe di quella terra: il mare, così importante per il ruolo che rivestiva nella storia, sociale o economica che fosse, e così affascinante agli occhi dell’uomo, per la sua stessa natura e per la sua maestosa bellezza. Assistette, rapito, ad una tempesta: lo storico, attirato dai marosi, scese “tra i vicoli tortuosi, tra gli alti palazzi”, sulla “cornice di nere rocce vulcaniche che delimitavano la riva”, “spesso a strapiombo sul mare[7]”, e raggiunto il punto più vicino possibile alle acque salmastre si assicurò ad un muretto di pietra, appoggiandosi su di esso, per evitare di essere travolto dal vento; e lì, stordito dalle correnti d’aria e dagli schizzi delle onde, rimase incantato ad osservare “il contrasto diabolico tra la neve ribollente del mare in questa lava così nera[8].” E mentre assisteva alla violenza terribile e sublime della natura, riprendeva energie preziose, spese negli ultimi anni a realizzare la più ambiziosa delle sue opere: aveva appena ultimato il sesto e ultimo volume del suo affresco sulla Rivoluzione Francese, frutto di anni di duro lavoro e di totale dedizione. Mentre in tutta Europa soffiava il vento della Rivoluzione, nel pieno dei moti del quarantotto, il non più giovane Michelet partecipava alle generali, giovani, istanze di ribellione contro il potere autocratico e sclerotizzato, nel modo che più gli si confaceva: scrivere di storia, raccontare la prima e più grande sommossa del popolo contro l’ancien régime, tenere lezioni accademiche d’ispirazione riformatrice e illuminista. Già a quell’epoca progettava uno studio sui protagonisti del Quarantotto, che sarà pubblicato postumo col titolo di Les soldats de la Revolution, e su quelli che considerava i nuovi veri rivoluzionari: i patrioti italiani che, ironia della sorte, trovarono in Napoleone III il loro più acerrimo nemico[9].

Il mare non cessava di scaricare sulla costa la sua immane potenza. Ma la vera tempesta era tutta interiore: “contro venti e maree, attraverso ogni sorta di avvenimenti, l’opera mia procedette sino alla fine, sanguinante, tanto più vivente, una di anima e di spirito, senza che le dure traversie della sorte l’abbiano fatta deviare dalla sua linea prima. Gli ostacoli, lungi dall’arrestare, concorsero[10]”. Ma ormai l’opera era compiuta, lo sforzo aveva dato i suoi frutti: era tempo per un consuntivo della sua vita e della sua carriera, per un nuovo inizio, per una Rinascita.

Jules Michelet nacque a Parigi, il 21 agosto 1798, da una famiglia di tipografi emigrati nella capitale francese durante gli anni della Rivoluzione, che fecero presto fortuna; ben nota è la grande fioritura che, a quei tempi, ebbe la stampa periodica di opinione[11]: anche in questo senso si può affermare che il piccolo Jules fu figlio di quel vento fresco di libertà. Il padre gli raccontò sovente episodi della Rivoluzione, ai quali assistette personalmente. La libertà durò, purtroppo, molto poco: nel 1800 Napoleone Bonaparte soppresse i giornali, causando la rovina della famiglia Michelet.

Fu educato da un collega del padre, ex maestro di scuola, che gli trasmise la passione rivoluzionaria, ma una sommaria formazione. Con estremi sacrifici, i genitori consentirono al giovane Jules di poter frequentare il Collegio Carlomagno, dove si distinse nonostante i modesti mezzi economici. Cominciò qui, frequentando gli studenti provenienti da famiglie ricche, con i quali ingaggiò una spietata competizione, la sua diffidenza verso la classe più agiata e la sua accesa simpatia nei confronti degli strati più deboli della società.

Egli stesso ci racconta di come è nata in lui la passione per la storia e, in particolare, per il medioevo. Durante una visita al Musée des Monuments français ebbe “per la prima volta l’impressione viva della storia”. Sentiva “quei morti attraverso i marmi e non fu senza un certo terrore” che s’insinuò “sotto le basse volte in cui dormivano Dagoberto, Cilperico e Fredegonda”. La passione va coltivata, il talento sottoposto al sacrificio dello studio e dell’esercizio: iniziò così un periodo di lavoro incessante e faticoso.

Nel 1819 concluse i suoi studi con la tesi di dottorato su Le vite parallele di Plutarco. Pochi anni dopo conobbe il futuro collega e compagno Quinet, autore anch’egli di una Storia della Rivoluzione e futura vittima della mannaia censoria di Napoleone III.

Dopo essersi guadagnato da vivere come precettore, per anni, nel 1827 Michelet venne nominato professore di filosofia e di storia a l’Ecole Normale Supérieure. L’anno precedente pubblicava Tableaux chronoligique de l’histoire moderne (1453-1648), mentre nel 1831 ultimerà una Storia della Repubblica Romana, con alcune pagine memorabili sui Gracchi[12]. Una delle sue opere più note cominciò ad uscire, volume dopo volume, dal 1833 fino al 1844: l’Histoire de France, l’ambizioso progetto di una storia completa della sua nazione.

Non fu solamente come scrittore che Jules Michelet ottenne la celebrità e i consensi, fu anche la sua opera di professore, grazie ai memorabili corsi tenuti al Collège de France, spalla a spalla con i repubblicani Edgar Quinet, Guizot e Mickiewicz: l’Italia nel Rinascimento (1839), la Storia Moderna (1842), una nuova interpretazione del medioevo (1842) e uno studio polemico sulla Compagnia di Gesù (1843). L’ultimo di questi corsi guastò i suoi rapporti, già incrinati, con il regime. Il 14 aprile 1845, quando Michelet aveva da poco cominciato il suo nuovo corso sullo spirito della Rivoluzione, un’interpellanza alla Camera di Parigi contro le attività, giudicate sovversive, sue e del suo amico Quinet, inaugurava un periodo di aperti contrasti con l’autorità. Fu di questi tempi, infatti, la sua iscrizione al partito repubblicano.

Mentre il Popolo, dichiarazione d’amore verso la piccola borghesia, vedeva la luce, nel 1846, i corsi di Quinet venivano sospesi; in questo contesto drammatico, alla vigilia di una nuova e inevitabile rivoluzione (quella del 1848), osservato da mille occhi conservatori e censori, Michelet cominciò a scrivere l’opera che l’avrebbe immortalato, più di ogni altra: la Storia della Rivoluzione Francese, che uscì con i suoi primi due volumi nel febbraio del ’47, i successivi tre nel 1850, gli ultimi, sul Terrore, in un piovoso gennaio del 1853.Honore Daumier, The Uprising

Jules Michelet fu storico di parte, è noto, e non è nostra intenzione giudicare se si tratti di quella giusta, visto che pensiamo di dover trattare la Storia con il massimo di obiettività di cui siamo capaci. Abbiamo già detto che la Storia è una montagna[13]: ognuno la osserva dal proprio punto di vista e non è possibile concludere quale sia quello più indicato. Una montagna, sì, come quella che si parò davanti a Michelet poco prima di scrivere la sua Rivoluzione Francese, durante un’escursione. Gli ricordò, quella roccia deforme e imponente, la montagna, altrettanto oscura, dei dogmi della Chiesa che fino alla Rivoluzione aveva soggiogato il popolo e la sua libertà. Era la montagna, pensava Michelet, eretta durante i secoli bui del Medioevo, durante il quale “la libertà e la giustizia abdicarono in favore della grazia[14]”. Quel Medioevo che a lungo aveva studiato e che consegnò ai posteri come quel periodo truculento e oscurantista che ancora oggi fa parte dell’immaginario collettivo, vittima di quel giudizio stereotipato, tipico di chi scrive di storia senza obiettività.

La Storia è spesso lotta, prevaricazione, conflitto: la dicotomia che regge il mondo, il contrasto di cui la storia prende linfa è, per lo storico francese, la battaglia tra oppressori e oppressi, tra ricchi e indigenti, che in occidente si traduce nella lotta tra Cristianesimo e Rivoluzione; uno precede l’altra, una combatte l’altro. “La Rivoluzione continua il Cristianesimo, ed essa lo contraddice. Essa ne è ad un tempo l’erede e l’avversario[15]”. Un Cristianesimo aspramente criticato da Michelet che non ne comprende il dogma del peccato originale e ne critica l’utilizzo cinico del concetto di giudizio eterno: per lo storico il vero giorno del Giudizio è già arrivato, ed è quello della Rivoluzione. Non è sempre questione di cifre, certo, ma come paragonare le innumerevoli morti inflitte dalla Sacra Inquisizione con le poche del Terrore? O come tentare di porre allo stessa stregua le stragi durante le lotte dottrinali del XVI secolo con i caduti durante l’89?

Luigi XIV, che si proclamava un Dio in terra, divorava il denaro del popolo; il successore Luigi XV esaurì ciò che il bisnonno aveva lasciato: anche la natura si ribellò a questa voracità e all’esagerato sfruttamento, e smise di donare copiosamente i suoi frutti. Il popolo era alla fame e il re diventava sempre più impopolare, circolavano leggende e voci terribili sul destino dei sempre più numerosi carcerati: i sudditi avevano paura del sovrano, lo ritenevano un mostro. Se Luigi XIV era Dio, Luigi XV era il Diavolo in persona. Sorgevano, a quell’epoca, i Buffon, i Voltaire, i Rousseau, i veri padri della Rivoluzione, gli illuministi. Clero e nobiltà alzarono gli scudi, ma se i primi avevano pochi argomenti, i secondi, ormai da secoli lontani dai campi di battaglia, ove si guadagnavano i titoli e i privilegi di cui potevano poi disporre, alzarono le mani impotenti. Vivere nobilmente oramai significava soltanto non far niente.

Che fece Luigi XVI? Costruì prigioni, per riempirle. Come si può allora accusare la Rivoluzione di essere malvagia, quando essa ha contrastato ben altre malvagità? Il principio che mosse la Rivoluzione fu un principio di pace: che colpa ne ebbe se dovette difendersi dal “mondo congiurato[16]”, reazionario, con la forza? Gli storici avevano da sempre confuso quella strenua e legittima difesa come la Rivoluzione stessa, ma sbagliarono: essa fu molto di più, anzi, fu altra cosa. La Rivoluzione fu l’ispiratrice dei grandi principi, fondamento della società umana, che rendono ogni individuo veramente emancipato. E tra tutti i grandi principi, quello della fratellanza è il primus inter pares, la Stella Polare. La Rivoluzione aveva intenti del tutto pacifici e giusti ma fu costretta ad armarsi per non soccombere, a trasformarsi in Terrore. “Ah! povera Rivoluzione, si fidente nel tuo primo giorno, avevi convitato il mondo all’amore ed alla pace[17]”. Forse fu per colpa di cattivi ispiratori, che spesso si dividevano in fazioni avverse che indebolivano il movimento, che non meritavano la fiducia del popolo[18]. Un popolo che allora aveva raggiunto vette altissime di consapevolezza e che si faceva, per la prima volta, protagonista della vita pubblica. Il popolo della Restaurazione, invece, aveva assistito alla tirannide senza opporsi, “debole, disarmato, preparato alla tentazione”, insomma: corrotto. Ma la “giovane sorella” del 1848, simile in molti elementi alla prima, grande, Rivoluzione, riaccese i cuori e le menti dei cittadini, i quali trovarono negli antichi protagonisti dell’89, i modelli a cui ispirarsi, nei quali identificarsi, quasi come se quegli eventi non fossero passati, ma fossero al contrario vivi nel presente. E forse ciò fu un limite più che una risorsa, poiché la Storia può essere anche cattiva maestra, se si ritiene erroneamente che essa si ripeta senza variazioni di sorta, priva di sviluppi, avulsa dal contesto che muta necessariamente e, per i componenti in gioco di estrema complessità, non potrà giammai ripetersi. Anche questo aveva intuito Michelet (lo ha imparato l’uomo occidentale del 2000, quando parla di comunismo e fascismo?): la rivoluzione del ’48 fallì anche per questo motivo[19]; occorreva, dunque, guardare in avanti, con ottimismo, poiché il popolo, grazie anche all’educazione e all’incivilimento, avrebbe saputo, un giorno, vincere l’ultima battaglia contro i prevaricatori, contro i potentati religiosi ed economici, e avrebbe potuto finalmente autodeterminarsi.

Non restava, dunque, che guardare il mare di Nervi ancora per un istante e poi ripartire per Parigi, all’università, per proseguire la missione di acculturazione dei cittadini attraverso l’arma più potente che la Rivoluzione avrebbe mai potuto utilizzare: l’insegnamento.

Alessio Miglietta


[1] Jules Michelet, Histoire de la Révolution, Paris, 1853 (tr. it. A. Bizzoni, Storia della Rivoluzione Francese, Milano, Sonzogno, 1897, p. III).

[2] Jules Michelet, Le peuple, Paris, 18.. (tr. it. M. Meriggi, Il popolo, Rizzoli, p. 48)

[3] Michelet fu il primo storico ad utilizzare consapevolmente il termine “Renaissance” per indicare la grande rinascita culturale del XV e XVI secolo.

[4] Jules Michelet, Le pays de la faim, 1854, IV.

[5] Cfr. Jules Michelet , Le pays de la faim, 1854.

[6] Jules Michelet, Le pays de la faim, Paris, 1854, VII.

[7] Jules Michelet, La mer, Paris, 1861, VI.

[8] Jules Michelet, La mer, Paris, 1861, VI.

[9]Fratelli d’Italia è la Marsigliese del 1848”, da Jules Michelet, Le soldats de la Revolution, Paris, Calmann Lévy, 1878, p. 227.

[10] Jules Michelet, Histoire de la Révolution, Paris, 1853 (tr. it. A. Bizzoni, Storia della Rivoluzione Francese, Milano, Sonzogno, 1897, Introduzione del 1868).

[11] Cfr. Alessio Miglietta, Un prodotto popolare, in Gaspare Armato e Alessio Miglietta, Dal codice al libro stampato, Genova, 2009, p. 227-235.

[12] Jules Michelet, Histoire romaine: république.

[13] Vedi supra p. 8.

[14] Jules Michelet, Histoire de la Révolution, Paris, 1853 (tr. it. A. Bizzoni, Storia della Rivoluzione Francese, Milano, Sonzogno, 1897, Introduzione).

[15] Jules Michelet, Histoire de la Révolution, Paris, 1853 (tr. it. A. Bizzoni, Storia della Rivoluzione Francese, Milano, Sonzogno, 1897, Introduzione).

[16] Jules Michelet, La Rivoluzione Francese, introduzione del 1847.

[17] Jules Michelet, Histoire de la Révolution, Paris, 1853 (tr. it. A. Bizzoni, Storia della Rivoluzione Francese, Milano, Sonzogno, 1897, Introduzione del 1847).

[18] Cfr. Jules Michelet, Histoire de la Révolution, Paris, 1853 (tr. it. A. Bizzoni, Storia della Rivoluzione Francese, Milano, Sonzogno, 1897, Introduzione del 1847).

[19] Cfr. Jules Michelet, Histoire de la Révolution, Paris, 1853 (tr. it. A. Bizzoni, Storia della Rivoluzione Francese, Milano, Sonzogno, 1897, Introduzione del 1868).

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Altri articoli di Alessio Miglietta:

Vite (di storici): Gaetano de Sanctis.

Oct 012009
 

Boton quiz

Vero o falso:
1. Fu il primo ministro francese Richelieu a riorganizzare lo stato francese nella prima metà del XVII secolo.
2. Richelieu usò le maniere forti contro i nobili francesi.
3. Durante il suo regno, Luigi XIV affidò il governo alla moglie.
4. Giacomo I desiderava emulare la monarchia assolutista francese.
5. Per governare, i due nuovi sovrani inglesi, secondo il Parlamento, dovevano firmare la Dichiarazione dei Diritti.
6. Cromwell era irlandese.
7. Cromwell sosteneva che le merci dirette in Inghilterra dovevano navigare su navi di bandiera inglese.

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- Oliver Cromwell e l’Inghilterra
- Luigi XIV e la cultura

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Luigi XIII, Anna d'Austria, Luigi XIV, Richelieu e la duchessa di Chevreuse

Luigi XIII, Anna d'Austria, Luigi XIV, Richelieu e la duchessa di Chevreuse

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1. Vero
2. Vero
3. Falso
4. Vero
5. Vero
6. Falso
7. Vero

Sep 292009
 

Continuano gli interventi della professoressa Bianca Maria Rizzoli, stavolta ci parla della nascita del lusso, nella Francia del XVII secolo.

Dal 1618 al 1648 l’Europa fu devastata dalla Guerra dei Trent’anni, cui intervennero Francia, Spagna, Germania, Danimarca, Svezia. La pace di Westfalia (1648) sancì il predominio francese e, nei campi della moda e del comportamento, l’influenza internazionale dello stile della sua corte.
Nel 1643 si insediò sul trono Luigi XIV di Borbone (1638–1715) che regnò sul paese per circa 70 anni fino alla sua morte. Uno dei problemi della politica francese era sempre stata l’aperta ribellione dell’aristocrazia all’autorità regale. Luigi XIV (detto poi il Re Sole) risolse la cosa costruendo a Versailles una reggia enorme, attirandovi la nobiltà e allettandola con donazioni ed onori. Avendo i suoi feudatari fisicamente vicini li poteva controllare, e, con importanti cariche, riuscì a far loro dimenticare l’autonomia perduta. La vita di corte, coi suoi balli, le feste, le cerimonie, assunse un tono ricchissimo di mondanità. La Francia impose al mondo i suoi costumi e la sua moda, spesso rapinando segreti di lavorazione ad altre nazioni e rivendendoli spacciandoli per suoi.
Dama su comodeArtefice di quest’operazione, fu il ministro delle finanze Jean Baptiste Colbert che creò le famose manifatture degli arazzi
Gobelins oltre a vere e proprie industrie nazionali, come quella degli specchi, del merletto, dei profumi, tutte di provenienza italiana. Il merletto, a tombolo o ad ago, era una delle glorie veneziane, così come la soffiatura del vetro. La Repubblica Serenissima proteggeva i segreti di lavorazione con molta cura, ma non riuscì ad impedire l’emigrazioni di alcuni artigiani italiani, attirati da più facili guadagni. L’arte della profumeria, invece, era stata introdotta in Francia nel secolo precedente da Caterina de’ Medici, andata in sposa al futuro Enrico II di Francia, e dal suo profumiere personale, Renato Fiorentino, che diventò ben presto celebre per i suoi profumi e i suoi veleni. Sotto Colbert la profumeria francese spiccò il volo; la Compagnia delle Indie importò direttamente e senza intermediazioni della Spagna e dell’Italia materie prime come il muschio, il patchouli, il vetiver, il sandalo. Il clima della Provenza permetteva la coltivazione di gelsomino, tuberosa, rosa muschiata, cassia (un piccolo arbusto con fiori vistosi). Le essenze venivano sparse con bruciaprofumi preziosi, chiuse in bottigliette in oro e lapislazzuli, portate al collo dentro a piccoli recipienti traforati. Il mestiere di profumiere permetteva di guadagnare cifre enormi, dal momento che si profumava ogni cosa, dagli ambienti, alle parrucche e agli oggetti personali, come i guanti. L’uso eccessivo del profumo serviva infatti a mascherare l’odore della sporcizia della Reggia e dei suoi abitanti. A Versailles esisteva un solo bagno privato per il re, il quale peraltro lo usò nella sua vita una volta sola, e per esigenze mediche. I bisogni corporali erano effettuati in pubblico, in apposite comode trasportabili, o lungo le scale della reggia.Justaucorps a Brevet
Tra il 1655 e il 1675 si ebbe il periodo più ricco e stravagante della moda francese, che perse la ogni severità e si caricò di ornamenti costosi. Particolarmente curiosi erano i calzoni alla
Rhingrave, presentati alla corte di Luigi XIV dal Rhein Graf (conte del Reno) e costituiti da una gonna pantalone molto larga e ornata di nastri e fiocchi laterali. Sopra al busto si indossava un bolero da cui fuoriusciva fluente la camicia. Aboliti gli stivali, tornarono le calze e le scarpe col tacco, che era rosso solo per il re e la nobiltà. Luigi XIV intervenne personalmente per indirizzare la moda. In segno di lutto per la morte di suo suocero ordinò che l’abito fosse allungato fino al ginocchio. Proibì anche l’uso delle casacche ornate d’oro e d’argento che concesse solo alla sua scorta privata; erano chiamate justaucorps à brévet, (giustacuori brevettati) in seta azzurra foderata in rosso. Dopo il ’75 fu famoso in tutta Europa l’habit a la française composto da una casacca che arrivava al ginocchio con ampi risvolti alle maniche, una sottoveste lunga come la giacca, entrambe decorate da imponenti file di bottoni, spesso preziosi. In questo periodo nacque la cravatta, che all’inizio era una lunga striscia di batista bianca orlata di pizzo, attorcigliata negligentemente attorno al collo.

Bianca Maria Rizzoli.

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Altri articoli di B. M. Rizzoli:

- La nascita del pantalone nell’età moderna.

Jul 242009
 

Boton quiz

1. Da dove arrivava l’oro e l’argento della Spagna?
2. In che anno si ebbe l’insurrezione napoletana guidata da Masaniello?
3. Quali eventi caratterizzarono il XVII secolo?
4. Che cosa fu l’Atlantizzazione?
5. Che effetti ebbe la pace di Aquisgrana del 1668 per l’Italia?
6. Quale ministro francese del ‘600 desiderava fare della Francia una potenza?
7. Quale dinastia salì sul trono inglese nei primi del ’600?
8. In che anni si ebbe la Rivoluzione inglese?
9. Che cosa era una monarchia assoluta?

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Articoli che potrebbero aiutare nelle risposte:

- Masaniello e la Repubblica Partenopea del 1647.
- 1600, un secolo di scoperte.
- Le cause della Rivoluzione inglese, un libro.
- Filippo II e l’oro americano.
- Voltaire, Luigi XIV e la quarta età d’oro
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Luigi XIII, Anna d'Austria, Luigi XIV, Richelieu e la duchessa di Chevreuse

Luigi XIII, Anna d'Austria, Luigi XIV, Richelieu e la duchessa di Chevreuse

 

 

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Risposte:

1. Dalle colonie americane che oramai erano state dissanguate.
2. 1647.
3. Le invenzioni e le rivoluzioni scientifiche.
4. Lo spostamento delle rotte commerciali dal Mediterraneo verso l’Atlantico, cioè verso le colonie americane.
5. Il Regno di Napoli andava ai Borbone e la Toscana agli Asburgo.
6. Richelieu.
7. La dinastia degli Stuart.
8. Dal 1642 al 1649.
9. Una monarchia dove il re aveva poteri illimitati.