Fronda: parola legata alle vicende della Francia del XVII sec. e al cardinale Mazzarino. Ivana Palomba ne descrive le origini.
*****
Gli eventi storici sono un susseguirsi di rivolte e opposizioni, ma ciò che sfociò in Francia nel XVII secolo prese il nome di “fronda” per un concatenarsi di fatti.
Fronda è una parola omografa (stessa grafia) e omofona (stessa pronuncia), sebbene con due significati diversi:
1) ramo con foglie tenere, continuazione del latino frons- frondis,
2) ogni sintomo di ribellione, ogni movimento di opposizione sotterranea e strisciante all’interno di un gruppo politico o di un partito, derivante da “fronde” che in francese significa fionda, ma che noi abbiamo accostato per falsa equivalenza a fronda di ramoscello.
Durante la minorità di Luigi XIV (1638-1715), la reggenza fu assunta dalla madre Anna d’Austria (1601-1666) supportata dal cardinale Mazzarino (1602-1661). In quel periodo la Francia per sostenere le ingenti spese di guerra, impegnata com’era su vari fronti di battaglia – Italia, Catalogna, Fiandre e Germania -, aggravò ancor più il carico fiscale. La pressione fiscale fu quindi il preludio alla rivolta dell’estate del 1648.
Le fasi di lotta furono due: la prima dal 26 al 28 agosto 1648 vide la popolazione parigina allearsi con la borghesia contro l’assolutismo, e la seconda, il 14 luglio 1652, la vide schierata contro quella stessa borghesia che l’aveva tradita e lasciata sola nella lotta.
Per comprendere appieno i motivi di malcontento delle classi umili, d’altra parte molto frequenti perché da sempre le più vessate non solo da eventi naturali ma anche dalle angherie dei potenti, sono importanti le “mazarinades”, vari libelli che circolavano in Francia e che esternavano l’indignazione contro un sistema fiscale sempre più oneroso e il malanimo contro lo straniero Mazzarino che di fatto governava la Francia:
Un vent de fronde
S’est levé ce matin
Je crois qu’il gronde
Contre le Mazarin. (1)
Nel 1648 il parlamento francese era divenuto il focolaio dell’opposizione alla reggenza ed era vistosamente xenofobo nei confronti del cardinale Mazzarino. Fu proprio nel contesto di tali riunioni che passò alla storia l’intervento del giovane parlamentare Bachaumont: «il faudra fronder comme il faut» (2), in cui sosteneva non fosse il caso di rispondere immediatamente ai filogovernativi ma era più utile adottare la politica di quei ragazzi che si divertivano a lanciare sassi con la fionda alle guardie, si disperdevano non appena esse intervenivano per poi ricominciare come prima non appena la vigilanza si allentava.
Frase che si diffuse ben presto a significare la politica di opposizione contro Mazzarino e che poi estensivamente venne a indicare ogni sintomo di opposizione, ribellione.
© Ivana Palomba
*****
- 1. Charles de Brosses, Traité de la formation méchanique des langues, et des principes physiques de l’étymologie, vol.2, Terrelonge, 1800, pag. 402.
- 2. idem
Bibliografia:
- John B. Wolf, Luigi XIV, Garzanti Editore, Milano, 1975.
- Christian Jouhaud, Mazarinades: la Fronde des mots, Paris, Aubier, 1985.
Segue (»»» qua la I parte) la descrizione di Madame de Maintenon, di Daniela Nutini.
II parte
*****
E così Françoise si insedia nel menage reale. Dapprima Luigi non la gradì. Aubignette era sempre vestita di lana e di grisette, una stoffa incolore, indossava un soggolo bianco come le suore e vestiti da sartina. Tutti portavano alle stelle il suo decoro, ma il re si irritava: ”Udrò sempre e soltanto parlare della vedova Scarron?”.
Athénais invece era molto contenta dato che Françoise allevava molto bene i suoi bambini, li curava, li coccolava ed era la discrezione in persona sulla loro provenienza. Erano sei alla fine: Athénais partoriva senza sosta.
Veniva di rado a corte, dove era stimata in quanto educata e servizievole, inoltre conversava con spirito. La Montespan ne era entusiasta ed anche il re a poco a poco ne fu conquistato. Vi fu un episodio galeotto: Luigi spesso si recava al fronte delle sue interminabili guerre e Madame de Montespan, che era praticamente analfabeta, aveva difficoltà a scrivergli. Ad un tratto il re fu sorpreso di ricevere missive colme di grazia infuocata. Sospettò e si fece dire il nome del vero autore, la vedova Scarron. Iniziò così un gioco erotico e avvincente: Luigi scriveva lettere piene di verve, poi leggeva le risposte alle due donne, imbarazzate, commentandole e lodandole. Aubignette gli si era presentata sotto una luce diversa.
Il re ne apprezzava sempre di più la discrezione, il suo ordine, il suo metodo, al contrario di Athénais, eccessiva e spendacciona. La quale non si accorgeva di nulla e giunse al punto di supplicare il sovrano di donare un castello a Françoise, che divenne così Marchesa di Maintenon.
Luigi era felicissimo con le sue tre donne, la regina, la Montespan e la Maintenon.
Giunse però il momento che Athénais si accorse da che parte tirava il vento e ne fu sbalordita. Si era coltivata una serpe in seno, quella santocchia che ora usurpava il suo posto. Ma la campagna denigratoria che all’improvviso aprì presso il re, ottenne esattamente l’effetto contrario. Luigi aveva debiti di riconoscenza per la governante dei suoi figli, la rispettava, aveva 45 anni, era spesso ammalato, Athénais lo dissanguava con i suoi debiti mentre la Maintenon lo ascoltava con pazienza e parlava di Dio. Giunse persino a raccomandargli di essere più buono con la regina.
Poi Athénais fu travolta dall’”Affare dei veleni”, la regina Maria Teresa morì e la strada rimase libera. La Maintenon diceva di lavorare per la salvezza della sua anima e Luigi, tra guerre, decimazioni familiari, problemi e tasse, ne aveva bisogno. La chiamava “Sua Solidità” e la faceva assistere a tutte le riunioni dei ministri. E la sposò morganaticamente, con grande scandalo e orrore di tutti. Avrebbe potuto fare un matrimonio importante con qualche principessa europea, ma era stanco e aveva bisogno di una donna con cui non dovesse sfoggiare nulla.
E così cominciò il dominio della Maintenon. Con lei entrarono a Corte i gesuiti, i bigotti, gli intransigenti, che quasi costrinsero Luigi a proclamare la revoca dell’illuminato Editto di Nantes, con lo spauracchio dell’inferno.
Aubignette fu universalmente odiata a corte, eppure non danneggiò nessuno. Dicevano che era ipocrita ed avevano forse ragione. La cognata del re, la principessa Palatina, ce ne ha lasciato un ritratto terribile di falsità e sorniona cattiveria, nel suo monumentale carteggio. Poco sappiamo di lei, oltre le maldicenze, di questo periodo. Suo merito fu quello di fondare l’Accademia di Saint Cyr, dove si educavano fanciulle secondo un metodo rigoroso. A loro scrisse quella che doveva essere stata la regola di tutta la sua vita: ”Non volevo essere amata da nessuno in particolare, volevo esserlo da tutti e far che il mio nome venisse pronunziato con amore e con rispetto.” Le sue lettere sono un modello di stile e di contenuti: Napoleone a Sant’Elena le leggeva continuamente, “esprimono molte cose”, diceva.
Dopo la morte del re, Aubignette si ritirò subito nell’amato collegio di Saint Cyr presso le sue ragazze. Questa donna enigmatica non ci fa carpire il suo segreto. Ha passato gli anni sgranando il rosario in un canto della stanza del re, lo ha sostenuto negli ultimi anni tra i dolori del corpo e quelli del cuore, mentre l’inetto medico Fagon faceva strage della sua famiglia. Non amava la corte, non amava il fasto, forse amava il potere. Eppure fu quasi regina di Francia. E magari, nel grigiore del suo collegio di Saint Cyr, negli ultimi giorni, avrà ricordato il sole della Martinica, quando correva scalza sulla spiaggia e il Re, la Francia, la Corte, gli intrighi, le preghiere, gli amori, le fatiche del vivere erano ancora molto, molto lontani.
© Daniela Nutini
Un affresco della vita di una delle più particolari amanti di Luigi XIV nelle parole di Daniela Nutini.
*****
La vita di Madame de Maintenon, moglie morganatica di Luigi XIV, è una storia da romanzo di appendice. Nasce Françoise d’Aubigné, da un padre avventuriero e da una madre sconsiderata. Il nonno è Agrippa d’Aubignè, famoso poeta ugonotto. Venuta alla luce nella portineria del carcere che ospitava il padre, rinchiuso per debiti, assassino per onore della prima moglie e ora sposato a Jeanne de Chardillac, dopo averla sedotta. Jeanne è cattolica, anche Costant d’Aubigné si converte con grande dolore del padre, fervido protestante. Poi tutta la famigliola si imbarca per le Antille. Prima a Guadalupe, poi nella Martinica dove la piccola Aubignette, come la chiama la madre, si trasforma in una graziosa adolescente, legge Plutarco e la Bibbia, e trascorre anni spensierati. Durarono poco. Costant muore e Jeanne torna in Francia con i figli, talmente povera da mendicare un tozzo di pane dai gesuiti, con grande umiliazione della piccola Françoise. La madre riesce a mandarla da una zia, ma è calvinista e riporta la ragazza alla fede del nonno. Interviene allora la sua madrina, Madame de Neuillant, che la prende con sé, ne fa una specie di serva, le fa governare gli animali da cortile, mentre Aubignette si protegge la pelle dal sole con una veletta e rifiuta di tornate al cattolicesimo. Per punizione, viene segregata in un convento di orsoline. Lì conosce Suor Cecilia con cui inizia un rapporto particolare che fa nascere in Françoise una propensione per il suo stesso sesso.
Povera Françoise: trasferita di casa in casa, trasferita in varie isole delle Antille, privata di ogni affetto, dal sole al grigio inverno francese, un giorno cattolica, poi ugonotta, poi ancora cattolica, con un padre mascalzone e una madre invisibile, non è strano che si affezioni a donne gentili e che pianga disperatamente quando è allontanata da Suor Cecilia. Viene messa in un altro convento, ma ora è una graziosa sedicenne, intelligente e colta. Un marito è quello che ci vorrebbe per risolvere tutti i suoi guai.
Ed il marito si presenta. È il poeta satirico Paul Scarron, quarantenne, orrendo, deforme ma intelligentissimo e brillante. È ammirato dall’intelligenza sveglia di Françoise e dallo stile delle sue lettere, la lusinga, se ne innamora e la chiede in sposa con queste parole: ”Maledizione, quanto vi amo! È una sciocchezza amare tanto”. Aubignette non esita, a chi le fa notare la bruttezza di Scarron e la sua salute malferma risponde: ”Sono povera, rischio di andare in convento, preferisco sposarlo“. Ecco, qui è tutta Aubignette: ragionatrice, calma, preveggente.
Ma fu una buona moglie. Nessuno ebbe nulla da dire sulla fedeltà al marito e fu molto ammirata dai letterati che frequentavano casa Scarron, ammirata anche dalla famosa cortigiana Ninon de Lenclos, alle cui attenzioni fu molto sensibile, persino dalla regina Cristina di Svezia, donna dai gusti sessuali arditi. Eppur fu sempre serena, sempre signora. Quando rimane vedova, a 25 anni, è di nuovo povera, ma è sempre apprezzata e invitata in tutti i salotti che contano. Sbarca il lunario rendendosi utile presso case signorili dove talvolta ha rapporti ambigui con le padrone. È una brava governante e un’appassionata amante per le signore, ma sempre rispettata: recita la parte della nobile decaduta con infinita dignità. Diventa ad un certo punto la factotum nella casa del duca di Albret, che dicono innamorato di lei. Aubignette organizza la casa come meglio non si potrebbe, ma affitta anche un appartamento in cui vive con Ninon de Lenclos e l’ultimo amante di lei, in un festoso menage a trois. La sua caratteristica è sempre quella di restare un’amante di alto profilo, una dama di gran livello.
E finalmente la Montespan, cugina del duca di Albret, scopre a casa di lui questa perla rara, questa graziosa e timida vedova, che già da allora aveva il tratto che conserverà per tutta la vita: quello di essere la personificazione della saggezza, della riservatezza e della religiosità. Un po’ ipocrita, in verità, ma nessuno se ne accorgeva. Le si affeziona e Françoise si affeziona a lei. Athénais ne è talmente conquistata che, dopo la nascita del suo primo figlio, ha l’idea di fare di Aubignette la governante dei fanciulli che verranno. Il re acconsente. Ed ecco formarsi questo trio dagli sviluppi imprevedibili: Luigi ha trentanni, Athénais ventisette e Françoise trentatré. Inizia la seconda parte della vita di Françoise d’Aubignè, vedova Scarron, che dette la scalata al trono di Francia.
(»»» qua continua II parte)
© Daniela Nutini
Spionaggio industriale nel XVII secolo? Un intrigante articolo di Ivana Palomba.
*****

André Le Nostre - Architetto dei giardini di Luigi XIV, ritratto eseguito da Carlo Maratta. La cravatta è a “Punto Venezia”.
Gli innumerevoli fili che si intrecciano a formare la trama della storia, a volte, si rivelano essere impalpabili ed eterei merletti.
Le leggi suntuarie, che miravano a limitare l’eccesso di ornamento, e che si erano susseguite nei secoli, erano state regolarmente disattese. Ancora nel ‘600 così si cercava di mettere un freno all’eccesso di trine:
“Le Parlement de Paris, le 12 décembre 1603 défendit, sous peine de 1500 liv. d’amende, de porter des dentelles de plus de neuf livres l’aune, ni d’en vendre d’un plus haut prix, à peine d’une amende de 3000 livres”.
In quest’epoca un uomo si reputava elegante se aveva addosso, tra polsini, lattughe (una sorta di colletto) e guarnizioni di stivali alti, merletti per un valore di almeno 13 mila scudi. Si narra che il cardinale Mazzarino (1602-1661), nel 1653, pur impegnato in vicende guerresche, trovò il tempo di scrivere a Jean Baptiste Colbert (1619-1683), a quel tempo suo segretario, per raccomandargli di comprare trine di Fiandra, di Venezia e di Genova per le quali avrebbe speso ben volentieri una somma da 30 a 40 mila lire.
L’amore che i francesi avevano per la “dentelle” non aveva limiti e reputando quella nazionale pesante e volgare aggiravano le varie leggi che proibivano le importazioni da paesi esteri mandando ordinazioni ai maggiori centri di produzione: Venezia, Genova, Lilles e Bruxelles.
Questa continua emorragia di denaro nazionale aveva reso insonne Colbert, divenuto ministro alle Finanze di Luigi XIV, e dal 1663 al 1683 attuò un’accorta politica di riorganizzazione di tutte le arti perché la sua finalità, come si evince dalla relazione di Marc’Antonio Giustiniani, ambasciatore veneto in Francia dal 1665 al 1668, era:
“… di rendere tutto il regno superiore nell’opulenza di ogni altro, abbondante di ogni merce… bisognevole di niente e dispensatore agli altri stati di tutto; con ogni industria perciò procura di condurre in Francia le Arti migliori di tutti i luoghi…”
Per giungere a questo fine Colbert sviluppò il protezionismo che di fatto impediva con barriere doganali l’importazione ed in parallelo aumentò sia l’esportazione che la produzione interna.
Specificatamente per i merletti, Colbert accordava, il 5 agosto 1665, un privilegio esclusivo per dieci anni e una gratificazione di 36000 livres a una Compagnia i cui primi azionisti furono Pluymers, Talon, ed altri. La Compagnia scelse di impiantare stabilimenti dove già era nota una produzione di pizzi, sia ad ago che a fusello, in modo da ottimizzare i risultati. I principali centri furono: Sedan, Reims, Duquesnoy, Alençon, Arras, Loudun, ecc. Secondo un editto reale tutti i prodotti ottenuti da tali manifatture dovevano portare il nome di “Punto di Francia”.
Ma ciò non fu sufficiente, perché la bellezza del prodotto italiano era insuperabile ed allora Colbert si industriò affinché tramite un vero e proprio spionaggio industriale potesse essere messo a conoscenza delle ultime novità. A tale scopo scrisse il 16 agosto 1666 all’ambasciatore a Venezia Saint André:
“[Sua Maestà] desidera che vi informiate con cura sullo stato delle manifatture di cristalli e ricami che si fanno a Venezia e Murano, se se ne produce una quantità grande come in passato e dove avvengono i loro consumi; desidera allo stesso tempo che vi informiate di cosa si fa delle nostre stoffe, mercerie e in genere di tutte le nostre manifatture negli Stati di questa repubblica e in particolare a Venezia, per inviarmi subito una memoria su tutto ciò che avrete potuto sapere su questi argomenti; teniate presente che è di grande importanza fare queste ricerche in segreto e senza farsi notare, perché non si pensi lo scopo per il quale le farete.”
Ne risultò da tutti questi maneggi che un primo nucleo di trenta merlettaie abbandonò la laguna alla volta della Francia per insegnare il segreto del “punto” alle artigiane francesi. Nel tempo, al primo nucleo se ne aggiunsero altre, stimate secondo alcuni in circa duecento. Fu così che il famoso “Punto di Venezia”, vanto della città lagunare, fu copiato dalle artigiane francesi che in un breve lasso di tempo divennero così esperte da superare in bellezza e perizia tecnica i merletti italiani.
Il danno per l’economia veneziana era ormai compiuto e a nulla valse il decreto del Senato della Serenissima:
“Si ordina alle merlettaie che trasportano questa industria in paese straniero con detrimento della Repubblica, il ritorno in Patria. Se non ritornano si imprigionino i loro parenti più stretti per indurli all’obbedienza per l’affetto verso di essi. Ritornando, si perdonerà il passato e si troverà loro un posto a Venezia; ma se, nonostante l’arresto dei loro parenti, esse si ostinano a rimanere all’estero, si darà incarico a degli emissari di ucciderle, e soltanto dopo la loro morte i loro parenti riacquisteranno la libertà.”
Le lusinghe e le minacce non sortirono alcun effetto e ben presto Venezia dovette correre ai ripari inventando sempre più peculiari punti per controbattere, ma ormai senza successo, la raggiunta superiorità francese.
©Ivana Palomba
*****
Bibliografia:
- Jacques Savary Des Bruslons, Dictionnaire universel de commerce, tome 3, Paris, 1741.
- Remigio Strinati, I merletti ad ago e la “Scuola di Burano”, Società Editrice d’arte illustrata, Roma-Milano, 1926.
- J.B. Colbert, Lettres, instructions, mémoires, vol. II, parte II, in Industrie, commerce, a cura di P. Clément, Paris, 1863, riportato da A. De Bernardi, S. Guarracino, L’operazione storica, Mondadori, 1991.
La più famosa maîtresse-en-titre, amante principale, del re Luigi XIV di Francia, al quale diede sette figli, di cui sei legittimati, raccontata da Daniela Nutini.
*****
Françoise-Athénaïs de Mortemart fu l’amante più splendente di Luigi XIV. Era dama di corte della regina quando il re la notò e lei fece di tutto per essere notata. Con i suoi capelli biondi, gli occhi blu, la sua taglia statuaria, passabilmente colta, altera e orgogliosa, era il trionfo che qualsiasi uomo avrebbe voluto avere al suo fianco. E figuriamoci se non intrigò Luigi XIV che aveva fatto del fasto e della magnificenza la sua ragione di vita.
Athénaïs era però sposata con Louis de Pardaillan de Gondrin, marchese di Montespan, un giovane guascone, con il quale conduceva una vita pazza, di prodigalità estrema, sempre sommersi di debiti a causa del gioco. Montespan era andato in guerra contro i pirati barbareschi, era violento, attaccabrighe e stravagante. Avevano due bambini. Ma quando il re ebbe la compiacenza di notare sua moglie, questo nobile guascone si comportò in maniera tale da sbalordire tutti: arrivò a corte su una carrozza parata a lutto sopra la quale ondeggiavano due immense corna di cervo. I cortigiani scoppiarono dal ridere, ma Luigi la prese malissimo. Gli offrì 200.000 lire per ripagarlo, e perché non esigesse i propri diritti coniugali, ma Montespan che non aveva uno spirito compiacente, caricò la moglie di botte causando di nuovo lo stupore di tutti i cortigiani per questo trattamento così contrario allo spirito dell’epoca. Il re si seccò definitivamente e, dopo un breve soggiorno alla Bastiglia, bandì definitivamente l’irruente marchese dalla corte. Questi, irriducibile, appena giunto nel suo castello di Bonnefont, vi fece celebrare in gran pompa e alla presenza di amici e parenti i “funerali” della marchesa. Informò che commemorava “la morte della moglie uccisa dalla civetteria e dall’ambizione”, esequie che divertirono tutta Parigi.
Intanto Athénaïs proseguiva la sua trionfale carriera. Il re ne era affascinato, la esibiva. Sentiamo come la descrive Madame de Sévigné: ”La sua bellezza è sorprendente… era vestita da capo a piedi in punto di Francia, pettinata a mille riccioli. Due stupendi cannelloni le sgorgavano dalle tempie e le ricadevano fino in fondo alle gote. In vetta al capo dei nastri e delle perle… e pendenti di brillanti di una luce rara… In due parole: una bellezza «trionfante» che gli ambasciatori avrebbero ammirato stupefatti”. Ed in un’altra occasione: ”Un vestito oro su oro, ricamato d’oro: sopra delle ritorciture d’oro, un trapunto d’oro mescolato ad un certo oro che fa la più bella stoffa che si sia vista al mondo”.
Il desiderio di essere all’altezza di tale suprema arroganza portò anche il re ad essere prodigo e splendidamente fastoso. Furono anni meravigliosi in cui i due amanti si trastullavano nello splendido Ninfeo sotterraneo, arredavano palazzi e giardini come un incanto di fate, ed il Re Sole troneggiava in Europa come faro abbagliante di cultura e splendore.
Però il tempo trascorreva e Luigi con il passare degli anni e con il crescere dei problemi aspirava ad un po’ di tranquillità, ad una vita più raccolta e si seccava di queste propensioni così frivole della marchesa. E intanto le guerre non avevano termine, le tasse non avevano limite, i migliori invecchiavano e morivano, e tutte le grane ingigantivano.
Una storia che avrebbe potuto durare chissà quanto se non fosse intervenuto l’Affare dei Veleni in cui la Montespan si trovò coinvolta in misura tale da non poterne uscire in alcun modo. Fu un processo lungo e spettacolare: furono scoperti avvelenatori e avvelenatrici in ogni parte della corte, della nobiltà e del popolo. Si scoprì che il re stesso era stato fatto oggetto di filtri d’amore di ogni tipo – erano magari questi che gli avevano procurato la sua cattiva salute – e che la Montespan stessa non aveva inoltre esitato a fare uso di veleni per sbarazzarsi di rivali in amore e in politica. Fu la sua fine.
Luigi non la punì, dopotutto era anche la madre dei suoi figli, ma si allontanò completamente da lei, pur concedendole di vivere ancora a corte, pagando ancora le sue pazze spese di gioco. Era giunto per lui ormai il tempo della penitenza, il tempo delle braccia di Madame de Maintenon, il tempo della revoca dell’Editto di Nantes, il tempo dei gesuiti, della vita più raccolta, della tristezza e dell’eclissi. In quanto alla marchesa, quando alla fine capì che tutto era finito e che l’ora della penitenza era giunta, sbalordì per il rigore e le severità dell’autopunizione anche quelli che l’avevano odiata.
© Daniela Nutini
L’amore fra Luigi XIV e Louise Françoise La Baume Le Blanc de La Vallière descritto da Daniela Nutini.
*****
Luigi era infatuato della cognata, Enrichetta d’Inghilterra. Dapprima non gli era piaciuta ma poi se ne invaghì. Enrichetta non era bella, ma colta, spiritosa e civetta, e corrispondeva alle attenzioni del real cognato. Il re era romantico: voleva essere amato come uomo, in quanto Luigi, e non in quanto re. La sua corte alla cognata però cominciava a destare mille pettegolezzi: la madre, Anna d’Austria ne era infastidita, e il fratello, sebbene amasse di più i suoi favoriti che la moglie, si mostrava geloso. Così fu trovato un imbroglio: fu scovata una damigella di Enrichetta, dolce e timida, appena diciassettenne, non bellissima, appena claudicante, ma con una aria di modestia verginale, bei capelli biondo cenere e occhi azzurrissimi. La ragazza si prestò a fare da paravento all’intrigo galante e Luigi, simulando un interesse per la dolce Luisa, poteva giustificare le sue visitine a Madama Enrica. Fu preso dal suo stesso gioco e cadde nella sua trappola: si innamorò della fanciulla. Una cavalcata fu galeotta: sorpresi dalla pioggia si assentarono molte ore, tornando bagnati fradici e felici. Il re si innamorò davvero quando capì che Luisa lo amava per davvero. Ella si dette senza riserve al bel re ventiduenne, in quanto a lui, l’amore senza riserve della fanciulla assunse un valore incalcolabile. Egli sentì di essere amato come gli altri bei vagheggini della corte e ne era felice. Furono momenti di gioia squisita.
Luisa gli dette vari figli, prontamente messi a balia: la dolce fanciulla non brillava infatti per amore materno. Non era popolare a corte perché chi sperava di avere favori per mezzo suo rimase deluso. Era inoltre molto pia e affettava pentimenti e rimorsi per l’adulterio, proclamando una sua aspirazione al convento. Arrivò ad essere lamentosa, noiosa, e Luigi aveva in orrore i rimproveri e le rimostranze. Gli storici hanno descritto a colori neri l’abbandono della poverina, i suoi muti rimproveri, i suoi parti avvenuti in solitudine, il suo caparbio amore che la tenne a corte più anni accanto alla rivale, alla Montespan, a dispetto di ogni suggerimento o di ogni ragione di prudenza o convenienza.
Infatti, Luigi amava le convenienze, l’ordine prestabilito, anche tra le sue donne. E Luisa, per ripicca e per senso di un suo tragico romanticismo reiterava le impennate, le fughe dalla corte, mentre a lui pareva tutto una montatura e la ostacolò in ogni modo non credendo alla sua vocazione di monaca. Sapeva che dopo ogni fuga se la sarebbe vista tornare, singhiozzante, creando imbarazzo anche nella regina, mentre le chiedeva clamorosamente perdono per l’adulterio. E poi, le si era affezionato, in fondo, come si è detto era un abitudinario. Quando però la sua decisione di monacarsi fu irrevocabile, Luisa infiorettò il suo martirio di tali gemiti e spettrali pallori che Luigi non sapeva più a che santo votarsi, disse di sì per sfinimento, la rivide una ultima volta attraverso la grata e si affidò alle sue preghiere. Aveva cercato una donna che lo amasse per se stesso, l’aveva trovata e ricambiata la sua passione, ma con l’andar degli anni questo affare si era rivelato oltremodo seccante. Ora era ritornato il re che bisognava amare come re, ed ecco così affermare il suo incontrastato regno Atenaide di Montespan, la sua concubina più splendente, bella e avida di potere, intrigante e sensuale, degna amante di colui che scelse per sé l’appellativo di Re Sole.
©Daniela Nutini
*****
Le mazarinettes: un’interessante descrizione di alcune delle nipoti condotte in Francia dal cardinale Mazzarino, scritto da Daniela Nutini.
*****
Nel settembre del 1647, la Corte di Francia vide arrivare dall’Italia la banda sfrontata delle nipoti del cardinale Mazzarino, guidata dalle loro madri Mancini e Martinozzi. Alloggiarono, dopo vari spostamenti, nell’appartamento di Madame di Sénecé, dama di compagnia della regina e governante del re. Le ragazze avevano da otto a quindici anni e furono compagne di giochi del re, ragazzo molto bello e precocemente virile, che adorò subito la loro vivacità: passava tutte le giornate con loro, che avevano, a dire dello zio cardinale, “Il diavolo in corpo”. A lui piacevano tutte, e cominciò l’avventura con Olimpia, di sedici anni, uno meno di lui. Lei, con sano realismo, sposò poi il principe Eugenio Maurizio di Savoia, conte di Soissons, che non si oppose mai a quella relazione, che continuò a sprazzi per decenni. La bella Olimpia, con una vita tumultuosa, ebbe in sorte di dare i natali al grande condottiero Eugenio di Savoia. Grazie a lei, scriveva Saint Simon, ”Il re cominciò a formarsi a quella galanteria e cortesia che ha conservato per tutta la vita a livelli più alti”.
Luigi testimoniò la propria ammirazione anche a Laura Mancini, sposata al figlio del duca di Vendôme, e alla sfolgorante Anna Maria Martinozzi, data in moglie ad Armando di Borbone, principe di Conti, fratello del Gran Condé, il più bel nome di Francia. Conti ebbe a dire: ”Non mi importa quale nipote mi date, io sposo il cardinale e non una donna”.
Infine il re si accorse dell’ultima della covata, Maria, una piccola dea: ad entrambi i vent’anni ridevano nel cuore. Fu un colpo di fulmine in ritardo. Lei era stata al suo capezzale durante una grave malattia e lui, una volta guarito, se ne trovò perdutamente innamorato.
Maria Mancini era una diciannovenne alta, molto bruna, magra, con due occhi di carbone fiammeggiante, dal naso piccolo, le braccia finemente disegnate e abbondantissimi capelli neri. Tutto il contrario del tipo di bellezza che imperava a corte, ma forse proprio per questo molto più piccante e seducente, con il fascino dell’esotico. Era una ragazza ribelle e anticonformista, anche un po’ rozza, ma con una volontà di ferro. Diceva di lei Madame de La Fayette: ”Aveva uno spirito ardito, risoluto collerico e bizzoso, libertino e ribelle ad ogni sorta di civiltà e gentilezza”. Ma quello spirito doveva anche essere molto vivace, dato che il re ammirava la finezza dei suoi giudizi e la scelta felice delle sue letture. Per piacerle, imparò l’italiano. Insieme leggevano Petrarca, l’Astrea, i grandi romanzi alla moda. Ne subiva l’ascendente intellettuale. Maria gli suggeriva romanzi, poemi, commedie e lui faceva suonare i violini lungo il fiume, cavalcava nella foresta con tutta la corte, e ballava con lei per tutta la notte. Annotava Guy Patin: ”Il re testimonia grande passione e un indicibile amore per Maria Mancini”. Anche lei era pazza d’amore e non ascoltava nessuno: pensavano di sposarsi.
L’unione era però ostacolata dalla regina: non ci si poteva pensare neppure per scherzo, dato che Luigi doveva fare un matrimonio di Stato, con solide alleanze. Il cardinale, a malincuore, cedette. Anzi si sbrigò con solerzia a cercare una moglie per il re. Il pericolo era grande, Luigi aveva organizzato un torneo in cui portava i colori dell’amata con il motto: ”Né uno più grande, né uno pari”. Ovviamente era sottinteso che si parlasse dell’amore.
Per porre fine alla guerra con la Spagna la scelta cadde, dopo alcune indecisioni, sull’Infanta di Spagna, Maria Teresa, nipote della regina. Luigi si piegava così alla ragion di stato, ma, umiliandosi, si gettava in ginocchio davanti alla madre e al cardinale affinché non lo separassero subito dalla amata. Non l’ascoltarono: al momento di andare a Hendaye per negoziare la pace dei Pirenei con la Spagna, il cardinale ordinò a Maria di ritirarsi per un po’ in un convento vicino a La Rochelle, accompagnata dalle sorelle Ortensia e Maria Anna. La partenza fu dolorosissima, con Luigi che la saluta alla carrozza, visibilmente commosso. Maria gli diceva: ”Voi piangete, voi mi amate, voi vi disperate, voi siete re, ma tuttavia il sono infelice e parto”.
I due giovani continuarono a scriversi per un po’ con l’autorizzazione della regina e del cardinale e poi di nascosto, quando questa autorizzazione venne negata. Alla fine tutti perdettero la pazienza e Luigi venne severamente redarguito: non era una galanteria con una delle tante dame di corte, era un amore con la nipote di Mazzarino e come tale non veniva tollerato. Luigi alla fine si piegò: inviò all’amata alcuni biglietti, un cagnolino, supplicando di poterla vedere ancora una volta. Ottenne l’incontro mentre era in viaggio verso i Pirenei, una festa il ritrovarsi, con carezze, lacrime e con la certezza di doversi lasciare per sempre. Si separarono a stento e si scrissero ancora, era un dramma senza fine, ma il matrimonio di Luigi era imminente e Maria venne tenuta lontana, a Brouage, prigioniera del lusso. Era tutto finito. Sei mesi dopo lo zio l’autorizzò a tornare a Parigi dove assistette al matrimonio di re, e apprese che anche il suo era stato combinato, con il principe Onofrio Lorenzo Colonna, Duca di Tagliacoti, Gran Connestabile di Napoli e futuro Viceré d’Aragona.
Maria non l’amò mai: eppure era un bell’uomo, prestante, un cavaliere gagliardo coraggioso, fastoso e non badava a spese. Durante tutte le feste e i balli a Milano e a Roma, conservò una malinconia profonda, un male oscuro, una torturante gelosia per Luigi, che la consumava come una febbre dolorosa, amplificato dalla estrema fragilità del suo equilibrio nervoso.
Il marito invece era felice perché aveva avuto la più grande sorpresa della sua vita: nonostante l’avventura con Luigi, la giovane donna era arrivata vergine sul letto nuziale. Scrisse sua sorella Ortensia: “Il Connestabile fu incantato… e non gli importò più di non essere stato il primo padrone del suo cuore dal momento che lo era stato del suo corpo… e volle che Maria gioisse anche a Roma di quella libertà che aveva avuto in Francia dal momento che sapeva farne così buon uso”.
©Daniela Nutini
Figura chiave della storia moderna, simbolo dell’Ancien régime, Luigi XIV è stato da sempre studiato nei più disparati aspetti della sua vita pubblica, ma anche privata, giacché nel privato fece mostra ed esempio di sé, una vita, potremmo azzardare dire, da teatrante sul palcoscenico dell’Europa del Seicento.
Di seguito tre libri che ci introducono e ci danno tre aspetti diversi del sovrano più amato e odiato del tempo.
Peter R. Campbell, nel suo Luigi XIV e la Francia del suo tempo, partendo da un ben preciso contesto storico, ci porta a scoprire un personaggio prodotto del XVII sec., espressione dell’assolutismo, un personaggio, forse, compromesso fra i vari ceti sociali dell’epoca.
*****
Scritte nell’arco di cinque anni, fra il 1666 e il 1671, queste Memorie di Luigi XIV, di cui G. Pasquinelli è il redattore, sono una serie di consigli per l’istruzione del Delfino. I suggerimenti, di particolare interesse, sono stati annotati da Périgny e Pellisson, segretari.
*****
Interessante lo spaccato che appronta Antonia Fraser in Gli amori del Re Sole. Luigi XIV e le donne, un panorama su un sovrano che viene ponderato nei diversi aspetti della vita, come figlio, padre, sposo, amante, aspetti che si possono dire sfumature di uno stesso carattere.
Nell’uomo convergono si stabiliscono e operano, filtrate, le più disparte forme caratteriali, vuoi proprie, vuoi degli altri, vuoi dei tempi e dei luoghi che vive e che ha vissuto. Nulla, in lui, è casuale, bensì prodotto di multipli fattori che determinano il suo divenire nei pensieri e nelle azioni. E le fiabe sono uno di quei fattori che, da bambino, lo inducono a formarsi fantasie e aspettative, forgiando parte della sua personalità che, a sua volta, influirà nel continnum degli eventi.
Ute Margaret Saine ci porta nei meandri delle fiabe dei fratelli Grimm, fratelli vissuti durante l’epoca da noi studiata in questo blog.
Nata a Norimberga, ex professoressa di francese e spagnolo, Ute Margaret Saine, scrittrice e poetessa, abita in California, sebbene, amante dell’Italia, trascorra buona parte del suo tempo a Roma.
*****
Ho visto una volta il film “Morte in vacanza” (Macario) del regista messicano Roberto Gavaldón (1960), e mi sono detta: ah, questa è la fiaba dei fratelli Grimm chiamata “La morte madrina”! In tedesco “Der Gevatter Tod”: la differenza di genere si deve a che la morte nelle lingue romanze è femminile, e maschile nelle lingue germaniche. Da riflettere!
Proprio oggi, poi, ho visto un bel video di Gianfranco Miglio sulla Sardegna in cui si presentava una scena dove un asino caricava un cane, che a sua volta aveva un gatto sulla schiena, e questo sosteneva un gallo. Mi sono detta: ah, questa è la fiaba dei Grimm chiamata “I musicisti di Brema”! In un certo senso avevo ragione, ma riflettendo con attenzione ho concluso che le mie vecchie abitudini muoiono lentamente: prendevo schemi dal passato per spiegare il presente.
Ma la storia delle fiabe è più complessa. Molti anni fa, quando i miei figli erano ancora piccoli e io gli raccontavo delle favole, mi sono accorta per caso, mentre visitavo l’Assia, in Germania, la regione dei fratelli Grimm, che la loro principale ‘informante’ – per usare questo termine antropologico – era stata Dorothea Viehmann. Lei, figlia di una famiglia ugonotta, dovette fuggire dalla Francia alla revoca dell’editto di Nantes (emanato da Enrico IV di Francia nel 1598, e revocato da Luigi XIV nel 1685), che dopo cent’anni di guerre di religione aveva dato tolleranza ai protestanti, sebbene per soli 87 anni.
La bimba Pierson, ossia Dorothea, ascoltava le narrazioni dei visitatori francesi e tedeschi. Alla morte del marito, il sarto Viehmann, vendeva verdure al mercato, per mantenere la famiglia. E lì conobbe Jacob e Wilhelm Grimm, giovani linguisti che saranno i fondatori della filologia germanica e autori del primo grande dizionario tedesco, compiuto solo dopo la loro morte, verso la fine del secolo XX.
Quando seppi che Dorothea era ugonotta, mi dicevo, giacché ero un’inveterata storica della letteratura: ah, non invano le sue storie assomigliano a quelle pubblicate da Charles Perrault! Nel 1697, un anno prima della revoca dell’editto di Nantes, Perrault pubblicò “Les contes de ma Mère l’Oie” (Racconti di mia Madre l’Oca), che ci ricorda la “Mother Goose” inglese e la bella musica di Maurice Ravel. Difatti le fiabe dei Grimm “Cappuccetto rosso” e “Cenerentola”, per ricordarne solo due, si leggono già in Perrault – all’insaputa dei celebri fratelli.
Nel frattempo ragionavo: è davvero una coincidenza, forse che Dorothea o qualche altro abbia voluto defraudare i Grimm con un racconto “già pubblicato”! M’immagino che le vicende abbiano seguito questo corso: un francese – e perché non supponiamo che fosse stata una donna, meglio addirittura una nonna – lesse i racconti di Perrault, per poi narrarli a viva voce ai suoi nipotini, affidandoli di nuovo alla cultura orale da dove Perrault li aveva originalmente pescati. E qui il cerchio si chiude, che bello!
E se le nonne leggendo Grimm facessero lo stesso, ancora oggi…
Che la fiaba non muoia mai!
La storia orale si era man mano fatta sempre più ampia, ed era impossibile per i fratelli Grimm esaurire il vastissimo repertorio. L’oralità è il crogiolo, il limbo da dove nasce ogni testo scritto. Non solo la “vecchia” Europa, ma anche l’Africa e l’Asia, tutta la Terra condivide miriadi di storie, di fiabe.
E facebook, oggi, in cui le chat pretendono essere orali, in modo che nessuno voglia mai conservarle? Tante fantasie, tanti gioielli perduti che potrebbero essere l’origine di nuovi testi.
© Ute Margaret Saine




