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Louise de La Vallière e il giovane Luigi XIV

L’amore fra Luigi XIV e Louise Françoise La Baume Le Blanc de La Vallière descritto da Daniela Nutini.

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Luigi era infatuato della cognata, Enrichetta d’Inghilterra. Dapprima non gli era piaciuta ma poi se ne invaghì. Enrichetta non era bella, ma colta, spiritosa e civetta, e corrispondeva alle attenzioni del real cognato. Il re era romantico: voleva essere amato come uomo, in quanto Luigi, e non in quanto re. La sua corte alla cognata però cominciava a destare mille pettegolezzi: la madre, Anna d’Austria ne era infastidita, e il fratello, sebbene amasse di più i suoi favoriti che la moglie, si mostrava geloso. Così fu trovato un imbroglio: fu scovata una damigella di Enrichetta, dolce e timida, appena diciassettenne, non bellissima, appena claudicante, ma con una aria di modestia verginale, bei capelli biondo cenere e occhi azzurrissimi. La ragazza si prestò a fare da paravento all’intrigo galante e Luigi, simulando un interesse per la dolce Luisa, poteva giustificare le sue visitine a Madama Enrica. Fu preso dal suo stesso gioco e cadde nella sua trappola: si innamorò della fanciulla. Una cavalcata fu galeotta: sorpresi dalla pioggia si assentarono molte ore, tornando bagnati fradici e felici. Il re si innamorò davvero quando capì che Luisa lo amava per davvero. Ella si dette senza riserve al bel re ventiduenne, in quanto a lui, l’amore senza riserve della fanciulla assunse un valore incalcolabile. Egli sentì di essere amato come gli altri bei vagheggini della corte e ne era felice. Furono momenti di gioia squisita.
Luisa gli dette vari figli, prontamente messi a balia: la dolce fanciulla non brillava infatti per amore materno. Non era popolare a corte perché chi sperava di avere favori per mezzo suo rimase deluso. Era inoltre molto pia e affettava pentimenti e rimorsi per l’adulterio, proclamando una sua aspirazione al convento. Arrivò ad essere lamentosa, noiosa, e Luigi aveva in orrore i rimproveri e le rimostranze. Gli storici hanno descritto a colori neri l’abbandono della poverina, i suoi muti rimproveri, i suoi parti avvenuti in solitudine, il suo caparbio amore che la tenne a corte più anni accanto alla rivale, alla Montespan, a dispetto di ogni suggerimento o di ogni ragione di prudenza o convenienza.
Infatti, Luigi amava le convenienze, l’ordine prestabilito, anche tra le sue donne. E Luisa, per ripicca e per senso di un suo tragico romanticismo reiterava le impennate, le fughe dalla corte, mentre a lui pareva tutto una montatura e la ostacolò in ogni modo non credendo alla sua vocazione di monaca. Sapeva che dopo ogni fuga se la sarebbe vista tornare, singhiozzante, creando imbarazzo anche nella regina, mentre le chiedeva clamorosamente perdono per l’adulterio. E poi, le si era affezionato, in fondo, come si è detto era un abitudinario. Quando però la sua decisione di monacarsi fu irrevocabile, Luisa infiorettò il suo martirio di tali gemiti e spettrali pallori che Luigi non sapeva più a che santo votarsi, disse di sì per sfinimento, la rivide una ultima volta attraverso la grata e si affidò alle sue preghiere. Aveva cercato una donna che lo amasse per se stesso, l’aveva trovata e ricambiata la sua passione, ma con l’andar degli anni questo affare si era rivelato oltremodo seccante. Ora era ritornato il re che bisognava amare come re, ed ecco così affermare il suo incontrastato regno Atenaide di Montespan, la sua concubina più splendente, bella e avida di potere, intrigante e sensuale, degna amante di colui che scelse per sé l’appellativo di Re Sole.

©Daniela Nutini

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Luigi XIV dichiara il suo amore a Louise de La Vallière, Jean-Frederic Schall

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Le Mancinette, italiane alla corte francese del XVII sec.

Le mazarinettes: un’interessante descrizione di alcune delle nipoti condotte in Francia dal cardinale Mazzarino, scritto da Daniela Nutini.

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Nel settembre del 1647, la Corte di Francia vide arrivare dall’Italia la banda sfrontata delle nipoti del cardinale Mazzarino, guidata dalle loro madri Mancini e Martinozzi. Alloggiarono, dopo vari spostamenti, nell’appartamento di Madame di Sénecé, dama di compagnia della regina e governante del re. Le ragazze avevano da otto a quindici anni e furono compagne di giochi del re, ragazzo molto bello e precocemente virile, che adorò subito la loro vivacità: passava tutte le giornate con loro, che avevano, a dire dello zio cardinale, “Il diavolo in corpo”. A lui piacevano tutte, e cominciò l’avventura con Olimpia, di sedici anni, uno meno di lui. Lei, con sano realismo, sposò poi il principe Eugenio Maurizio di Savoia, conte di Soissons, che non si oppose mai a quella relazione, che continuò a sprazzi per decenni. La bella Olimpia, con una vita tumultuosa, ebbe in sorte di dare i natali al grande condottiero Eugenio di Savoia. Grazie a lei, scriveva Saint Simon, ”Il re cominciò a formarsi a quella galanteria e cortesia che ha conservato per tutta la vita a livelli più alti”.
Luigi testimoniò la propria ammirazione anche a Laura Mancini, sposata al figlio del duca di Vendôme, e alla sfolgorante Anna Maria Martinozzi, data in moglie ad Armando di Borbone, principe di Conti, fratello del Gran Condé, il più bel nome di Francia. Conti ebbe a dire: ”Non mi importa quale nipote mi date, io sposo il cardinale e non una donna”.
Infine il re si accorse dell’ultima della covata, Maria, una piccola dea: ad entrambi i vent’anni ridevano nel cuore. Fu un colpo di fulmine in ritardo. Lei era stata al suo capezzale durante una grave malattia e lui, una volta guarito, se ne trovò perdutamente innamorato.
Maria Mancini era una diciannovenne alta, molto bruna, magra, con due occhi di carbone fiammeggiante, dal naso piccolo, le braccia finemente disegnate e abbondantissimi capelli neri. Tutto il contrario del tipo di bellezza che imperava a corte, ma forse proprio per questo molto più piccante e seducente, con il fascino dell’esotico. Era una ragazza ribelle e anticonformista, anche un po’ rozza, ma con una volontà di ferro. Diceva di lei Madame de La Fayette: ”Aveva uno spirito ardito, risoluto collerico e bizzoso, libertino e ribelle ad ogni sorta di civiltà e gentilezza”. Ma quello spirito doveva anche essere molto vivace, dato che il re ammirava la finezza dei suoi giudizi e la scelta felice delle sue letture. Per piacerle, imparò l’italiano. Insieme leggevano Petrarca, l’Astrea, i grandi romanzi alla moda. Ne subiva l’ascendente intellettuale. Maria gli suggeriva romanzi, poemi, commedie e lui faceva suonare i violini lungo il fiume, cavalcava nella foresta con tutta la corte, e ballava con lei per tutta la notte. Annotava Guy Patin: ”Il re testimonia grande passione e un indicibile amore per Maria Mancini”. Anche lei era pazza d’amore e non ascoltava nessuno: pensavano di sposarsi.
L’unione era però ostacolata dalla regina: non ci si poteva pensare neppure per scherzo, dato che Luigi doveva fare un matrimonio di Stato, con solide alleanze. Il cardinale, a malincuore, cedette. Anzi si sbrigò con solerzia a cercare una moglie per il re. Il pericolo era grande, Luigi aveva organizzato un torneo in cui portava i colori dell’amata con il motto: ”Né uno più grande, né uno pari”. Ovviamente era sottinteso che si parlasse dell’amore.
Per porre fine alla guerra con la Spagna la scelta cadde, dopo alcune indecisioni, sull’Infanta di Spagna, Maria Teresa, nipote della regina. Luigi si piegava così alla ragion di stato, ma, umiliandosi, si gettava in ginocchio davanti alla madre e al cardinale affinché non lo separassero subito dalla amata. Non l’ascoltarono: al momento di andare a Hendaye per negoziare la pace dei Pirenei con la Spagna, il cardinale ordinò a Maria di ritirarsi per un po’ in un convento vicino a La Rochelle, accompagnata dalle sorelle Ortensia e Maria Anna. La partenza fu dolorosissima, con Luigi che la saluta alla carrozza, visibilmente commosso. Maria gli diceva: ”Voi piangete, voi mi amate, voi vi disperate, voi siete re, ma tuttavia il sono infelice e parto”.
I due giovani continuarono a scriversi per un po’ con l’autorizzazione della regina e del cardinale e poi di nascosto, quando questa autorizzazione venne negata. Alla fine tutti perdettero la pazienza e Luigi venne severamente redarguito: non era una galanteria con una delle tante dame di corte, era un amore con la nipote di Mazzarino e come tale non veniva tollerato. Luigi alla fine si piegò: inviò all’amata alcuni biglietti, un cagnolino, supplicando di poterla vedere ancora una volta. Ottenne l’incontro mentre era in viaggio verso i Pirenei, una festa il ritrovarsi, con carezze, lacrime e con la certezza di doversi lasciare per sempre. Si separarono a stento e si scrissero ancora, era un dramma senza fine, ma il matrimonio di Luigi era imminente e Maria venne tenuta lontana, a Brouage, prigioniera del lusso. Era tutto finito. Sei mesi dopo lo zio l’autorizzò a tornare a Parigi dove assistette al matrimonio di re, e apprese che anche il suo era stato combinato, con il principe Onofrio Lorenzo Colonna, Duca di Tagliacoti, Gran Connestabile di Napoli e futuro Viceré d’Aragona.
Maria non l’amò mai: eppure era un bell’uomo, prestante, un cavaliere gagliardo coraggioso, fastoso e non badava a spese. Durante tutte le feste e i balli a Milano e a Roma, conservò una malinconia profonda, un male oscuro, una torturante gelosia per Luigi, che la consumava come una febbre dolorosa, amplificato dalla estrema fragilità del suo equilibrio nervoso.
Il marito invece era felice perché aveva avuto la più grande sorpresa della sua vita: nonostante l’avventura con Luigi, la giovane donna era arrivata vergine sul letto nuziale. Scrisse sua sorella Ortensia: “Il Connestabile fu incantato… e non gli importò più di non essere stato il primo padrone del suo cuore dal momento che lo era stato del suo corpo… e volle che Maria gioisse anche a Roma di quella libertà che aveva avuto in Francia dal momento che sapeva farne così buon uso”.

©Daniela Nutini

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Tre libri su Luigi XIV, Re Sole

Figura chiave della storia moderna, simbolo dell’Ancien régime, Luigi XIV è stato da sempre studiato nei più disparati aspetti della sua vita pubblica, ma anche privata, giacché nel privato fece mostra ed esempio di sé, una vita, potremmo azzardare dire, da teatrante sul palcoscenico dell’Europa del Seicento.
Di seguito tre libri che ci introducono e ci danno tre aspetti diversi del sovrano più amato e odiato del tempo.

Peter R. Campbell, nel suo Luigi XIV e la Francia del suo tempo, partendo da un ben preciso contesto storico, ci porta a scoprire un personaggio prodotto del XVII sec., espressione dell’assolutismo, un personaggio, forse, compromesso fra i vari ceti sociali dell’epoca.

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Scritte nell’arco di cinque anni, fra il 1666 e il 1671, queste Memorie di Luigi XIV, di cui G. Pasquinelli è il redattore, sono una serie di consigli per l’istruzione del Delfino. I suggerimenti, di particolare interesse, sono stati annotati da Périgny e Pellisson, segretari.

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Interessante lo spaccato che appronta Antonia Fraser in Gli amori del Re Sole. Luigi XIV e le donne, un panorama su un sovrano che viene ponderato nei diversi aspetti della vita, come figlio, padre, sposo, amante, aspetti che si possono dire sfumature di uno stesso carattere.


I fratelli Grimm e le vecchie storie

Nell’uomo convergono si stabiliscono e operano, filtrate, le più disparte forme caratteriali, vuoi proprie, vuoi degli altri, vuoi dei tempi e dei luoghi che vive e che ha vissuto. Nulla, in lui, è casuale, bensì prodotto di multipli fattori che determinano il suo divenire nei pensieri e nelle azioni. E le fiabe sono uno di quei fattori che, da bambino, lo inducono a formarsi fantasie e aspettative, forgiando parte della sua personalità che, a sua volta, influirà nel continnum degli eventi.
Ute Margaret Saine ci porta nei meandri delle fiabe dei fratelli Grimm, fratelli vissuti durante l’epoca da noi studiata in questo blog.

Nata a Norimberga, ex professoressa di francese e spagnolo, Ute Margaret Saine, scrittrice e poetessa, abita in California, sebbene, amante dell’Italia, trascorra buona parte del suo tempo a Roma.

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Ho visto una volta il film “Morte in vacanza” (Macario) del regista messicano Roberto Gavaldón (1960), e mi sono detta: ah, questa è la fiaba dei fratelli Grimm chiamata “La morte madrina”! In tedesco “Der Gevatter Tod”: la differenza di genere si deve a che la morte nelle lingue romanze è femminile, e maschile nelle lingue germaniche. Da riflettere!
Proprio oggi, poi, ho visto un bel video di Gianfranco Miglio sulla Sardegna in cui si presentava una scena dove un asino caricava un cane, che a sua volta aveva un gatto sulla schiena, e questo sosteneva un gallo. Mi sono detta: ah, questa è la fiaba dei Grimm chiamata “I musicisti di Brema”! In un certo senso avevo ragione, ma riflettendo con attenzione ho concluso che le mie vecchie abitudini muoiono lentamente: prendevo schemi dal passato per spiegare il presente.
Ma la storia delle fiabe è più complessa. Molti anni fa, quando i miei figli erano ancora piccoli e io gli raccontavo delle favole, mi sono accorta per caso, mentre visitavo l’Assia, in Germania, la regione dei fratelli Grimm, che la loro principale ‘informante’ – per usare questo termine antropologico – era stata Dorothea Viehmann. Lei, figlia di una famiglia ugonotta, dovette fuggire dalla Francia alla revoca dell’editto di Nantes (emanato da Enrico IV di Francia nel 1598, e revocato da Luigi XIV nel 1685), che dopo cent’anni di guerre di religione aveva dato tolleranza ai protestanti, sebbene per soli 87 anni.
La bimba Pierson, ossia Dorothea, ascoltava le narrazioni dei visitatori francesi e tedeschi. Alla morte del marito, il sarto Viehmann, vendeva verdure al mercato, per mantenere la famiglia. E lì conobbe Jacob e Wilhelm Grimm, giovani linguisti che saranno i fondatori della filologia germanica e autori del primo grande dizionario tedesco, compiuto solo dopo la loro morte, verso la fine del secolo XX.
Quando seppi che Dorothea era ugonotta, mi dicevo, giacché ero un’inveterata storica della letteratura: ah, non invano le sue storie assomigliano a quelle pubblicate da Charles Perrault! Nel 1697, un anno prima della revoca dell’editto di Nantes, Perrault pubblicò “Les contes de ma Mère l’Oie” (Racconti di mia Madre l’Oca), che ci ricorda la “Mother Goose” inglese e la bella musica di Maurice Ravel. Difatti le fiabe dei Grimm “Cappuccetto rosso” e “Cenerentola”, per ricordarne solo due, si leggono già in Perrault – all’insaputa dei celebri fratelli.
Nel frattempo ragionavo: è davvero una coincidenza, forse che Dorothea o qualche altro abbia voluto defraudare i Grimm con un racconto “già pubblicato”! M’immagino che le vicende abbiano seguito questo corso: un francese – e perché non supponiamo che fosse stata una donna, meglio addirittura una nonna – lesse i racconti di Perrault, per poi narrarli a viva voce ai suoi nipotini, affidandoli di nuovo alla cultura orale da dove Perrault li aveva originalmente pescati. E qui il cerchio si chiude, che bello!

E se le nonne leggendo Grimm facessero lo stesso, ancora oggi…
Che la fiaba non muoia mai!

La storia orale si era man mano fatta sempre più ampia, ed era impossibile per i fratelli Grimm esaurire il vastissimo repertorio. L’oralità è il crogiolo, il limbo da dove nasce ogni testo scritto. Non solo la “vecchia” Europa, ma anche l’Africa e l’Asia, tutta la Terra condivide miriadi di storie, di fiabe.
E facebook, oggi, in cui le chat pretendono essere orali, in modo che nessuno voglia mai conservarle? Tante fantasie, tanti gioielli perduti che potrebbero essere l’origine di nuovi testi.

© Ute Margaret Saine


Il cardinale Richelieu, immagini

Personaggio chiave della storia del Seicento, Richelieu (1585-1642) cercò di accentrare nelle mani del sovrano quanto più potere possibile. Uomo freddo, calcolatore, con i piedi in una realtà piena di congiure e in una Francia non certo facile da amministare, era propenso per una politica forte e dura, talvolta implacabile.
Di seguito una serie di immagini che lo rappresentano in alcuni momenti dei suoi 57 anni di vita.

Il cardinale Richelieu a sinistra in secondo piano con il re Luigi XIII, Luigi XIV da bambino, Anna d’Austria, ovvero la madre di Luigi XIV, e all’estrema destra la duchessa di Chevreuse. La collaborazione fra il sovrano e il cardinale iniziò nell’anno 1624, continuando sino alla morte di quest’ultimo, nel 1642. Qualche mese dopo morirà anche Luigi XIII.
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All’assemblea degli Stati Generali del 1614, Richelieu fu l’oratore del clero nella giornata di chiusura. Si fece notare dalla regina madre Maria de’ Medici per la sua eloquenza e le forti capacità di convincimento.
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Richelieu a colloquio con un ufficiale francese durante l’assedio alla roccaforte degli ugonotti, La Rochelle. Dietro lui, il suo grande amico di tutta la vita pére Joseph, al secolo François Le Clerc du Tremblay (1577-1638), uomo dotto e geniale.
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Il cardinale durante l’assedio di La Rochelle. Aveva fatto costruire una diga per meglio isolare la città e costringerla alla resa per fame. Così fu, dopo poco meno di 14 mesi, nel novembre 1628, La Rochelle deponeva le armi: i suoi abitanti erano passati da 25.000 a circa 5.000.
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Il re Luigi XIII concede a Nicolas Poussin (1594-1665) il titolo di pittore di corte. Richelieu, al centro della scena, lo indica con la mano.
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Il cardinale Richelieu davanti alla Sorbona, dove aveva studiato, diventandone poi rettore nel 1622.
Ricordiamo in quegli anni la fondazione della Gazette de France (1631) diretta da Théophraste Renaudot, un foglio piegato in otto pagine che raccoglieva le più disparate notizie, e piacque tanto a Luigi XIII che vi partecipò con una serie di articoli (ovviamente anonimi). Nel 1635 nasceva l’Accademia di Francia.


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