Aug 272014
 
Ritratto di Luigi XIV, Bernard Picart, 1702

Ritratto di Luigi XIV, Bernard Picart, 1702

Epoca di cambi, il Seicento è un secolo colmo di eventi, dalla rivoluzione scientifica che superava poco a poco le teorie aristotelico-tolemaiche, a una proto-industrializzazione che sfocerà a metà Settecento nella vera e propria nascita delle industrie, dalla rottura da parte dell’arte dei vecchi canoni allo sviluppo del Barocco e del Manierismo, e ancora alla Guerra civile inglese ai primi Padri Pellegrini che danno origine alle colonie nordamericane.

Decenni in cui personaggi come Galileo Galilei, Cartesio, Keplero, Bacone, Newton, e ancora Molière, Velázquez, Vermeer, per seguire con Spinoza, Hobbes, Locke, Tommaso Campanella, fra i tanti, lasceranno le loro impronte su cui cammineranno altri che costruiranno quelle vie che condurranno all’oggi.

Il Seicento è altresì famoso per essere stato chiamato periodo dell’Assolutismo. Ma che definizione potremmo dare di Assolutismo? Thomas Hobbes, sicuramente il maggiore teorico dell’Assolutismo, diceva essere un sistema politico il cui potere legislativo ed esecutivo risiedeva, senza limiti e controlli, nelle mani di una sola persona.

Potremo distinguere un Assolutismo borghese, di cui la Francia di Luigi XIV del XVII secolo è modello, con una stretta alleanza tra borghesia nazionale e monarchia, e Assolutismo aristocratico-feudale, sviluppatosi per esempio in Spagna Austria Prussia Russia, con un sovrano sorretto e affiancato dagli aristocratici e dai proprietari terrieri. (1)

“[…] L’alleanza tra il capitalismo commerciale e l’assolutismo monarchico rafforzò il duplice monopolio (fiscale e militare) dello stato, e con esso la sicurezza pubblica e la capacità di far rispettare i contratti all’interno dei propri confini, ma non ne intaccò in modo decisivo l’inclinazione aggressiva verso gli altri stati. Il rapporto tra lo stato guerriero e la borghesia commerciale in ascesa divenne simbiotico. Questa piegò le guerre ai suoi interessi, e fece scomparire gradualmente le guerre aristocratiche, combattute per l’onore, la vendetta e per la sola sete di potere del re e principi.” (2)

Luigi XIV sarà colui che più di tutti rappresenterà tale forma di governo, un sovrano che potrà legiferare, imporre tasse, coniare moneta, amministrare la giustizia in modo autoritario, sicuramente unico in Europa per la lunga durata del suo regno.

Sarà fra la fine del XVI sec. e gli inizi del XVII sec. che si inizieranno a formare gli stati e i primi eserciti permanenti:

“[…] le monarchie cercano di evolvere verso l’assolutismo. Ma, un po’ dappertutto, esistono anche assemblee di «stati» particolari, la Dieta imperiale, gli Stati Generali francesi o il Parlamento inglese. Là dove questi «stati» sono deboli, l’assolutismo si stabilisce effettivamente; invece, là dove queste assemblee rappresentative si sanno imporre, nasce un regime più liberale, magari fra crisi e convulsioni dolorose. La storia dell’Inghilterra è un esempio di questa situazione.” (3)

Da sinistra a destra: Molière, Galilei, Hobbes, Velázquez

Da sinistra a destra: Molière, Galilei, Hobbes, Velázquez

Cosicché:

“[…] Nel XVII secolo lo stato diventa il punto di riferimento per una serie di realtà che, di fatto, sarebbero da lui indipendenti. Lo Stato si confonde con la nazione, con la patria, con la corona o con il potere. Esso non tralascia neppure l’economia che viene assorbita mediante il mercantilismo ed il monopolio delle manifatture (colbertismo)”. (4)

Eppure non mancheranno le lotte che si opporranno in un modo o nell’altro a tale regime:

“[…] I conflitti politico confessionali si succedono uno dopo l’altro, con la Guerra dei Trent’anni (1618-1648), che finisce per dividere tutta l’Europa, con la rivoluzione di Oliver Cromwell del 1645 in nome di un presbiterianesimo repubblicano che metterà a morte il re Carlo I nel 1649, con le ribellioni locali del 1640 e 1641 contro il dominio castigliano in Catalogna, Portogallo e in Andalusia. Infine, ultimo tentativo messo in atto dai feudali e dai corpi intermedi per cercare di mantenere una parte del potere di fronte all’ascesa della monarchia assoluta, vi è la Fronda, una specie si guerra civile delle élite francesi, protrattasi dal 1648 al 1653, la cui esperienza segna la fine del tirocinio politico del giovane Luigi XIV.” (5)

Gli esisti dell’Assolutismo, se di esiti si possa parlare, non furono uguali in tutta Europa, mentre in Francia in Olanda e in Inghilterra aveva favorito un certo sviluppo economico, quanto meno commerciale, la Spagna ne usciva indebolita, così come i territori a lei legata, vedi una buona parte dell’Italia nel caso nostro. Viceversa, altri stati se ne beneficeranno nei decenni a venire, la Prussia.

In tutto ciò, la vecchia aristocrazia che si trasforma in nobiltà di casta restava, almeno agli inizi, parte del sistema, nobiltà che, attaccata dall’avanzare della borghesia, cedeva infine con il passare degli anni, lasciando il posto con la fine dell’Ancien Régime.

Assolutismo, dunque, che regna in mezza Europa, nel Piemonte Sabaudo, nella Prussia degli Hohenzollern, nella Russia di Pietro il Grande e di Caterina, negli Stati Asburgici di Maria Teresa e Giuseppe II, un assolutismo, dicevamo, che contrasta il potere religioso, vuoi cattolico che protestante – in lato sensu -, potere religioso che si sforzava trovare il proprio posto di fronte un’istituzione che non accettava rivali.

Verrà la rivoluzione illuminista che metterà in discussione tale forma di autorità: l’Assolutismo entrava definitivamente in crisi.

*****

– 1. Bianca Spadolini, Educazione e società. I processi storico-sociali in Occidente, Armando editore, Roma, 2004, pag. 181.
– 2. Pino Arlacchi, L’inganno e la paura. Il mito del caos globale, Il Saggiatore, Milano, 2011, pag. 165.
– 3. a cura di Roberto Barbieri, Emanuela Rodriguez, Paola Rumi, Storia dell’Europa moderna: secoli XVI-XIX, Jaca Book, Milano, 1993, pgg. 23-24.
– 4. Guy Bedouelle, La storia della Chiesa, Jaca Book, Milano, 1993, pag. 115.
– 5. Guy Bedouelle, op. cit., pag. 115.

Jun 162014
 

di Ivana Palomba

Il Re Sole con cravatta, XVII sec.

Il Re Sole con cravatta, XVII sec.

Accessorio maschile, ormai quasi in disuso, ha avuto il suo battesimo con il re Sole (1638-1715). Anticamente già era documentato un accessorio con funzione sia di protezione sia di ornamento.

I Romani lo chiamavano “focale” corruzione di “faucale” da “faux, faucis”= fauce, gola.
Questa abitudine è attestata da una fonte iconografica importante, la colonna traianea fatta innalzare da Traiano nel 106 d.c. per celebrare la fortunata campagna contro i Daci. I legionari raffigurati nel fregio hanno una sorta di fazzoletto ripiegato sotto la corazza o semplicemente annodato al collo. È plausibile che i soldati romani avessero ereditato questo accessorio dalle popolazioni della Dacia e lo usassero come riparazione dal clima molto rigido. Usanza che si diffuse poi fra la popolazione tanto che alcuni celebri scrittori latini, Orazio e Seneca, ricordano il “ focale” con cui i Romani talvolta avvolgevano la gola.

Tuttavia sembra che ricorressero a questo accessorio soprattutto persone malate o quelle effeminate che gareggiavano a chi l’annodava con più originalità.

Ma la cravatta, come attualmente la intendiamo, nasce con re Luigi XIV. La parola “cravatta” che in antico era detta “corvatta” si fa generalmente derivare dal francese “cravate” un adattamento della parola croata “hrvat” (croato).

Per alcuni studiosi linguistici però il lemma non deriverebbe dal croato ma avrebbe origine  dal turco “kurbac” e dall’ungherese “korbacs”, termini che designano entrambi oggetti lunghi, come lo scudiscio e la frusta. D’altronde “cravache” in francese vuol dire frusta ed in Francia il termine “cravate” veniva già usato nel XV secolo per definire un pezzo di stoffa lungo e sottile.

In Italia, il termine cravatta era già adoperato nel corso del ‘500 come testimonia Cesare Vecellio (1521-1601) nel libro “Degli abiti antichi e moderni in diversi parte del mondo” (1590), in cui, a proposito del focale  romano, scrive che era una specie di cravatta.

Seguendo la linea interpretativa generale, la storia vuole che, il re francese, impegnato com’era con innumerevoli battaglie europee, avesse creato nel 1686 un reggimento di cavalleria leggera di Croati. Questi croati, detti “cravates” storpiando l’originale “hrvat”, lanciarono una vera e propria moda della cravatta tanto che il reggimento croato al servizio del re di Francia era detto “Real Cravatta”. L’uniforme di questi cavalieri era simile a quella degli ussari ungheresi: un dolman rosso con alamari, un colbacco di pelo e una vistosa striscia di lino bianco annodata al collo.

Soldato Croato con cravatta, XVI-XVII sec.

Soldato Croato con cravatta, XVI-XVII sec.

Il monarca, fiero dei suoi arditi cavalieri, imitandoli, si cinse al collo una preziosa striscia bianca e volle che tutta la corte seguisse il suo esempio decretando così il successo della cravatta che cominciò il suo secolare percorso.

Prima di cristallizzarsi nelle attuali fogge, la cravatta è passata attraverso numerose trasformazioni. Un primo cambiamento si ebbe nel 1692 con la cravatta “alla Steinkerque”, dal nome della località presso la quale si svolse una sanguinosa battaglia, combattuta contro Guglielmo III d’Orange (1650-1702), re  d’Inghilterra e d’Irlanda dal 1689.

Molti stati europei erano confluiti nella cosiddetta “lega di Augusta” per contrastare la proterva ambizione del re Sole e la battaglia di Steinkerque del 3 agosto 1692 è collocata nel contesto delle numerose battaglie avvenute. I Francesi erano comandati da François-Henri de Montmorency Bouteville, Maréchal de Luxembourg, e gli Inglesi erano condotti da Guglielmo III d’ Orange novello re d’Inghilterra.

Le fasi della battaglia così vengono descritte:

Guglielmo, re d’ Inghilterra, scoprì una spia che da Luxembourg era mantenuta appresso di lui, e prima di farla giustiziare la sforzò a scrivere al generale francese un falso avviso, dietro del quale Luxembourg prese con tutta ragione quelle misure che doveano tornargli dannose. La sua armata immersa nel sonno fu assalita all’albeggiare del giorno; una brigata era già rotta in fuga. Luxembourg era ammalato ma il pericolo gli rese tutte le sue forze: cambiar posizione; stabilire un campo di battaglia alla sua armata; riordinar l’ala diritta totalmente scompigliata, rianimar truppe volte in fuga, condur tre volte all’assalto la guardia reale, fu tutto operato in meno di due ore. Abbiamo inseguito il nemico, dice il maresciallo di Berwik, per un lungo quarto di lega, facendone una orribile carneficina. Il nostro drappello scelto composto del duca d’Orleans, dei duchi di Bourbon, del principe di Conti, restò in tutta l’azione esposto al più vivo fuoco insieme col maresciallo di Luxembourg.” (1)

Fu davvero una carneficina, Guglielmo d’Orange battè in ritirata lasciando sul tappeto: 10.000 soldati, 1.300 prigionieri, 10 cannoni e 9 bandiere che andranno a decorare la navata di Notre-Dame.

André Le Nostre - Architetto dei giardini di Luigi XIV, ritratto eseguito da Carlo Maratta. La cravatta è a “punto Venezia”.

André Le Nostre, architetto dei giardini di Luigi XIV, ritratto eseguito da Carlo Maratta. La cravatta è a “punto Venezia”.

Anche Voltaire, nel suo “Secolo di Luigi XIV”, riferisce della battaglia e della nascita di una nuova moda. Al loro vittorioso rientro i nobili francesi trovarono tutte le strade bloccate da una moltitudine di persone che festante li applaudiva. Gli uomini portavano allora cravatte di pizzo, il cui nodo richiedeva parecchio tempo e cura, ma per  fronteggiare l’attacco sferrato a sorpresa contro il loro accampamento, gli ufficiali francesi, nella fretta con cui avevano dovuto vestirsi per la battaglia, avevano negligentemente annodato le loro cravatte al collo lasciando le estremità pendenti semplicemente infilate in un’asola.

Era nata così la “cravatta alla steinkerque”, che fu portata da ambo i sessi non solo in Francia ma in Inghilterra e in tutte le corti europee dove si seguiva la moda francese.

Alla battaglia di Steinkerque non si deve solo la nascita di un nuovo tipo di cravatta ma anche la composizione, in forma di Te Deum, forse la più conosciuta (2), di Marc-Antoine Charpentier(1643-1704).

Da allora la cravatta ha percorso tutti i secoli animando sempre più la scena vestimentaria.

Più la moda maschile si faceva sobria più la cravatta suscitava interesse essendo uno degli ultimi elementi decorativi in grado di esprimere la propria personalità. Nella prima metà del XIX secolo furono pubblicati vari libri di istruzione sull’arte di annodare la cravatta, per cui si riconosceva l’uomo geniale dallo slancio tutto particolare mentre il piccolo borghese si sarebbe fatto subito riconoscere da uno nodo banale e privo di fantasia. Anche il grande Balzac fu uno degli autori di questi manuali.

Così stigmatizzava il Corriere delle Dame del 30 Maggio 1835: “La cravate ‘est l’homme” .

© Ivana Palomba

*****

– 1. Effemeridi politiche, letterarie, e religiose, Agosto, Volume 8, 1823, pagg. 36-37.
– 2. Il preludio di questa composizione è utilizzato come sigla iniziale e finale di tutti i programmi televisivi e radiofonici trasmessi in Eurovisione.

*****

Bibliografia:
– Giulia Mafai, Storia del costume dall’età romana al Settecento, Skira, 2011.
– Voltaire, Il secolo di Luigi XIV, trad. it. di U. Morra, Einaudi, 1994.
– Cesare Vecellio, Degli habiti antichi e moderni in diverse parti del mondo, 1590.
Effemeridi politiche, letterarie, e religiose, Agosto, Volume 8, 1823.

Dec 132013
 

Con un calendario e un orologio, era possibile,
a trecento leghe di distanza,
dire con precisione cosa facesse.” (1)

Figura chiave della storia moderna, simbolo dell’Ancien régime, Luigi XIV è stato da sempre studiato nei più disparati aspetti della sua vita pubblica, ma anche privata, giacché nel privato fece mostra ed esempio di sé, una vita, potremmo azzardare dire, da teatrante sul palcoscenico dell’Europa del Seicento.

Di seguito tre libri che ci introducono e ci danno tre aspetti diversi del sovrano più amato e odiato del tempo.

Luigi XIV e la Francia del suo tempo

Peter R. Campbell, nel suo Luigi XIV e la Francia del suo tempo, partendo da un ben preciso contesto storico, ci porta a scoprire un personaggio prodotto del XVII sec., espressione dell’assolutismo, un personaggio, forse, compromesso fra i vari ceti sociali dell’epoca. E allora inquadrarlo nella rispettiva epoca è punto di partenza per meglio entrare nelle dinamiche del suo essere stato.

*****

Memorie di Luigi XIV

Scritte nell’arco di cinque anni, fra il 1666 e il 1671, queste Memorie di Luigi XIV, di cui Gigliola Pasquinelli è la redattrice, sono una serie di consigli per l’istruzione del Delfino. I suggerimenti, di particolare interesse, sono stati annotati da Périgny e Pellisson, segretari. Documenti necessari e preziosi che permettono capire la mentalità di un sovrano che influì nelle idee del tempo.

*****

Gli amori del Re Sole. Luigi XIV e le donne

Interessante lo spaccato che ci offre Antonia Fraser in Gli amori del Re Sole. Luigi XIV e le donne, un panorama su un sovrano che viene ponderato nei diversi aspetti della vita, come figlio, padre, sposo, amante, aspetti che si possono dire sfumature di uno stesso carattere, certamente influenzato dalla figura materna. Furono le donne, in un certo qual modo, a dare vitalità alla sua variegata corte, una corte dove il Re Sole era protagonista indiscusso.

*****

- 1. Louis de Rouvroy de Saint-Simon, in Parallele des trois premiers rois bourbons

Jul 172013
 

Alcune illustrazioni che ci presentano vari aspetti sociali della Francia di fine XVII sec. L’autore, l’incisore Bernard Picart (1673-1733), in una serie di stampe, caratterizzate dalla precisione e dall’abbondanza di particolari, ci dà la possibilità di “vedere” la società dell’epoca, oggetti e soggetti storici, scene di costume, modi di vivere, una realtà in cui Luigi XIV dominava incontrastato come protagonista assoluto. Di lui ricordiamo la grande opera Cérémonies et coutumes religieuses de tous les peuples du monde (1723-1743) dove tenta immortalare riti religiosi e credenze di “tutti i popoli del mondo”.

Due donne a braccetto, Francia, fine XVII sec., Bernard Picart

Due donne a braccetto, Francia, fine XVII sec., Bernard Picart

Vecchia donna appoggiata a un bastone con rosario nella mano, Francia, fine XVII sec., Bernard Picart

Vecchia donna appoggiata a un bastone con rosario nella mano, Francia, fine XVII sec., Bernard Picart

Donna portando una pentola sulla testa, Francia fine XVII sec., Bernard Picart

Donna portando una pentola sulla testa, Francia fine XVII sec., Bernard Picart

Uomo che suona il violoncello, Bernard Picart, Francia, fine XVII sec.

Uomo che suona il violoncello, Bernard Picart, Francia, fine XVII sec.

Uomo con pala, Francia, fine XVII sec., Bernard Picart

Uomo con pala, Francia, fine XVII sec., Bernard Picart

Uomo portando un piatto fumante, Francia fine XVII sec., Bernard Picart

Uomo portando un piatto fumante, Francia fine XVII sec., Bernard Picart

Dec 022011
 

Qualche video che ci introduce sia l’epoca francese in questione sia lo stesso Luigi XIV che incarnò un periodo storico di tutta rilevanza, periodo che influenzò modus vivendi, politica, economia, società…

 

Aug 072011
 

Personaggio chiave della storia del Seicento, Richelieu (1585-1642) cercò di accentrare nelle mani del sovrano quanto più potere possibile. Uomo freddo, calcolatore, con i piedi in una realtà piena di congiure e in una Francia non certo facile da amministare, era propenso per una politica forte e dura, talvolta implacabile.
Di seguito una serie di immagini che lo rappresentano in alcuni momenti dei suoi 57 anni di vita.

Il cardinale Richelieu a sinistra in secondo piano con il re Luigi XIII, Luigi XIV da bambino, Anna d’Austria, ovvero la madre di Luigi XIV, e all’estrema destra la duchessa di Chevreuse. La collaborazione fra il sovrano e il cardinale iniziò nell’anno 1624, continuando sino alla morte di quest’ultimo, nel 1642. Qualche mese dopo morirà anche Luigi XIII.
*****

All’assemblea degli Stati Generali del 1614, Richelieu fu l’oratore del clero nella giornata di chiusura. Si fece notare dalla regina madre Maria de’ Medici per la sua eloquenza e le forti capacità di convincimento.
*****

Richelieu a colloquio con un ufficiale francese durante l’assedio alla roccaforte degli ugonotti, La Rochelle. Dietro lui, il suo grande amico di tutta la vita pére Joseph, al secolo François Le Clerc du Tremblay (1577-1638), uomo dotto e geniale.
*****

Il cardinale durante l’assedio di La Rochelle. Aveva fatto costruire una diga per meglio isolare la città e costringerla alla resa per fame. Così fu, dopo poco meno di 14 mesi, nel novembre 1628, La Rochelle deponeva le armi: i suoi abitanti erano passati da 25.000 a circa 5.000.
*****

Il re Luigi XIII concede a Nicolas Poussin (1594-1665) il titolo di pittore di corte. Richelieu, al centro della scena, lo indica con la mano.
*****

Il cardinale Richelieu davanti alla Sorbona, dove aveva studiato, diventandone poi rettore nel 1622.
Ricordiamo in quegli anni la fondazione della Gazette de France (1631) diretta da Théophraste Renaudot, un foglio piegato in otto pagine che raccoglieva le più disparate notizie, e piacque tanto a Luigi XIII che vi partecipò con una serie di articoli (ovviamente anonimi). Nel 1635 nasceva l’Accademia di Francia.

Jul 072011
 

Abbiamo accennato tempo addietro a Louis Sébastien Mercier (»»»qua), per cui andiamo a leggere come ci presenta la Bastiglia poco prima della Rivoluzione del 1789, dal suo Tableau de Paris, pubblicato in dodici tomi tra il 1781 e il 1788. Il presente brano è tratto dal libro Parigi fantasma (0):

La presa della Bastiglia, Charles Thévenin

“Prigione di Stato: questo basta a definirla. «È un castello – dice Saint-Foix – che, senza essere fortificato, è il più temuto d’Europa». (1)
Chi può sapere cosa è avvenuto dentro la Bastiglia, chi vi è rinchiuso, chi vi è stato rinchiuso? Ma come si potrà scrivere la storia di Luigi XIII, di Luigi XIV e di Luigi XV, se non si conosce la storia della Bastiglia? Tra le sue mura sono accadute le cose più interessanti, più curiose, più strane. La parte più interessante della nostra storia rimarrà dunque nascosta per sempre: niente trapela da quel baratro, non più che dal muto abisso delle tombe.
Enrico IV fece conservare il tesoro reale alla Bastiglia. Luigi XV vi fece rinchiudere il Dizionario enciclopedico, che ancora vi marcisce. (2)
Il duca di Guisa, padrone di Parigi nel 1588, lo fu anche della Bastiglia e dell’Arsenale. Ne nominò governatore Bussi le Clerc, procuratore del parlamento (3). Bussi le Clerc, fece prendere d’assalto il parlamento, che si rifiutava di sollevare i francesi dal giuramento di fedeltà e obbedienza, condusse alla Bastiglia presidenti e consiglieri, tutti in toga e tocco; e là li mise a pane e acqua.
Oh larghe mura della Bastiglia, che, durante gli ultimi tre regni, avete raccolto i sospiri e i gemiti di tante vittime, se poteste parlare, come verrebbe smentito dai vostri racconti terribili e fedeli il linguaggio timido e adulatorio della storia!
Vicino alla Bastiglia si trova l’Arsenale (4), che funge da polveriera, dipendenza altrettanto terribile della dimora principale.
La torre di Vincennes rinchiude ancora dei prigionieri di Stato che, a quanto pare, devono finire là i loro tristi giorni. Chi ha potuto calcolare con precisione il numero delle lettere sigillate (5) inviate durante gli ultimi tre regni?
Abbiamo una storia della Bastiglia in cinque volumi, che riferisce alcuni aneddoti singolari e bizzarri, ma nulla di ciò che si desidererebbe tanto conoscere, in una parola, nulla che possa gettare un po’ di luce su certi segreti di stato, coperti da un velo impenetrabile. Se dobbiamo credere all’autore, all’epoca di un Argenson, vi si trattavano con rigore inaudito e tirannica violenza i detenuti, già fin troppo puniti con la perdita della libertà.
La direzione della prigione, oggi più mite e umana di quanto non lo sia mai stata dopo la morte di Enrico IV, si è indubbiamente molto ammorbidita rispetto a quella crudele severità, e non infligge più quelle punizioni spaventose e inutili.
Quando un detenuto muore alla Bastiglia, viene seppellito a Saint-Paul, alle tre di notte. Invece dei preti, sono i secondini che portano la bara, e i membri dello stato maggiore assistono alla sepoltura. Il cadavere sfugge pertanto al terribile potere solo attraverso la tomba.
Non appena si parla della Bastiglia a Parigi, si evoca subito la storia della maschera di ferro: ognuno se la foggia a piacere e vi mescola riflessioni non meno fantasiose (6).
Il popolo, d’altronde, ha più paura dello Châtelet (7) che della Bastiglia: non teme questa prigione estrema, perché gli appare come qualcosa di remoto, dato che esso non possiede nessuno dei requisiti che ne aprono le porte. Di conseguenza, non compiange molto coloro che vi sono detenuti, e per lo più ne ignora perfino i nomi. Non testimonia alcuna riconoscenza verso i generosi difensori della sua stessa causa. I parigini preferiscono comprare pane per vivere, rispetto al più bel discorso in cui venisse dimostrato che essi hanno diritto a una vita agiata. Una volta, gli scrittori venivano mandati alla Bastiglia per un nonnulla; ci si è accorti che l’autore, il libro e le sue opinioni acquistavano in tal modo maggiore celebrità; si è preferito lasciare che l’opinione di ieri venisse cancellata da quella di domani; e si è capito che, disponendo della forza fisica, non bisogna preoccuparsi molto delle idee politiche e morali, instabili, e mutevoli per loro natura.
Là geme, o non geme più, il celebre Linguet (8). Qual è il suo delitto? Non si sa.

L’effetto è spaventoso, la causa sconosciuta. (Voltaire)”

-III, 283-

*****

La presa della Bastilla, Jean-Pierre Houël.

*****
0. Louis Sébastien Mercier, Parigi fantasma, Edizioni Medusa, 2008, pp. 33 e sgg.

—–
Note del curatore del libro da cui è tratto il brano:

1. Poullain de Saint-Foix (1698-1776): autore degli Essais historiques sur Paris (1754).
2. Si tratta della celebre Encyclopédie, diretta da Diderot e d’Alembert.
3. S’intenda Bussy-Leclerc, morto in esilio nel 1635; il duca di Guisa (Enrico I di Lorena, 1550-1588) fu uno dei capi della Lega santa ai tempi delle guerre di religione in Francia; fu uno dei principali responsabili della notte di San Bartolomeo in cui vennero massacrati gli ugonotti (1572).
4. Mercier si riferisce plausibilmente al Petit Arsenal, oggi scomparso; mentre esiste tuttora l’Arsenal.
5. Le lettres de chacet erano ordini di arresto (o di esilio) emanati direttamente dal re, anche su istanza di privati cittadini, senza che venissero esaminati e approvati dalla giustizia ordinaria: rappresentano uno dei simboli dell’arbitrarietà del potere assoluto.
6. Fu Voltaire che, tra i primi (o, forse, per primo), riprese e diede credito a questa storia in Le siécle de Louis XIV (tr. it. Il secolo di Luigi XIV, Einaudi, Torino 1951, pp. 284-286).
7. Prigione che si trova sull’Île de la Cité.
8. Nicolas-Simon-Henry Linguet (1736-1794) avvocato e polemista; dopo una lunga reclusione alla Bastiglia, pubblicò un Mémoire sur la Bastille (1783). Venne condannato alla ghigliottina durante la reazione termidoriana.

Apr 222011
 

Espulsione dei moriscos da Alicante, 1609

Se pensiamo che il problema dei profughi, degli emigranti, sia solo attuale, certamente siamo in errore, giacché anche nel periodo preso in considerazione in questo blog – Età moderna – era significativo e destava non poche preoccupazioni ai governanti. Accanto alle migrazioni interne, migrazioni dai villaggi, causate dalla ricerca di una migliore occupazione, dallo sfuggire alla miseria, dalla necessità di trovare un coniuge, si aggiungeva un considerevole movimento di popolazione che, per varie cause, lasciava il proprio paese.

In Spagna, per esempio, dopo la rivolta del 1569 e vari tentativi di cristianizzazione, la cacciata dei moriscos fu un momento che segnò un’epoca. L’esodo, in seguito alla decisione di espulsione del 1609, di circa 300.000 persone provocò un certo disequilibrio nei commerci, nella struttura sociale, si pensi solo che dalla regione valenciana partì più o meno un terzo della popolazione. Alcuni si rifugiarono in Nord Africa, alcuni a Istanbul, altri in Francia, altri, in numero variabile ma inferiore, in vari stati europei. Per non dimenticare che in tutto il XVI secolo salparono dalla Spagna intorno a 250.000 fra uomini e donne diretti verso le Nuove Terre.

Così come dalle isole inglesi si allontanarono fra il 1620 e il 1640, stabilendosi nel Nord America e nelle Indie occidentali, circa 80.000 persone. E alla volta dei Paesi Baltici, gioco forza l’egemonia inglese, si spinsero molti scozzesi, mentre gli irlandesi si dirigevano verso i paesi cattolici.

Dal Portogallo, si stima – ricordo che le indicazioni statistiche sono approssimative, in considerazione del fatto che, con le dovute eccezioni, non si possiedono precisi dati – emigrarono dalla seconda metà del Cinquecento sia verso il Brasile sia verso le nuove terre atlantiche circa 3.000 uomini l’anno, oltre a circa 2.400 che andavano distribuendosi, già dai primi decenni del XVI sec., lungo le coste dell’India: quantità non poca giudicando il milione di abitanti che viveva in Portogallo.

Ma non solo, anche i pellegrinaggi furono causa di importanti spostamenti. A Roma, si dice, giunsero per l’Anno santo del 1575 quattrocentomila visitatori, in una città di quasi 100.000 abitanti, cifra che salì a oltre cinquecentomila nel 1600. La religione, dunque, influiva sia positivamente che negativamente nelle grandi emigrazioni. I protestanti si allontanarono dai paesi cattolici in cui risiedevano, e viceversa. In Francia, la feroce repressione della notte di San Bartolomeo, 1572, fu il culmine del problema, un problema di intolleranza religiosa che già fra il 1540 e il 1550 aveva causato vari flussi migratori. Alcuni autori calcolano che si rifugiarono in Svizzera fra il 1549 e il 1587 circa 12.000 francesi, sfuggiti alle persecuzioni, mentre altri si imbarcarono in direzione dell’America. E sempre in Francia, la revoca (1685) dell’Editto di Nantes - stipulato da Enrico IV nel 1598, che assicurava una certa tolleranza religiosa verso gli ugonotti – da parte di Luigi XIV, fu causa di ulteriori emigrazioni: fra il 1680 e il 1720 espatriarono circa 200.000 persone, la maggior parte verso le Province Unite, alcuni in Inghilterra, altri nei paesi riformati.

In questo brevissimo quadro bisogna includere la feroce Guerra dei Trent’anni (1618-1648), che, oltre a causare morti, feriti, crisi, depressioni, malattie e via dicendo, indusse, specialmente dopo la battaglia della Montagna Bianca del 1620 e quindi della fine dell’indipendenza ceca, una buona quantità di nobili che appoggiarono l’elettore palatino Federico V (1596-1632) a emigrare. A fine conflitto, si conteggia che la popolazione della Boemia si ridusse del 45% e quella della Moravia del 25%, cifre davvero considerevoli.

*****
Nota: i dati statistici sono presi da Henry Kamen, L’Europa dal 1500 al 1700, Laterza, Bari-Roma, 2000, pag. 205 e segg.

Nov 082010
 

Un giorno, quasi a sorpresa, il re Luigi XIV aveva annunciato che sarebbe sceso per le strade di Parigi per percorrerle e rendersi conto del loro stato. Le sue parole avevano causato un tale trambusto che immediatamente e con il maggiore zelo ci si mise al lavoro per pulirle e abbellirle per la visita. Sebbene i regolamenti ci fossero, non tutte le case disponevano di fosse e latrine per lo smaltimenti dei rifiuti, rifiuti versati spesso dalle finestre al semplice grido di “attenti all’acqua”, un grido ereditato dai tempi del Medioevo.

Col passare degli anni si organizzò, a spese dei proprietari, un servizio di carrette che passava tutte le mattine e raccoglieva la spazzatura, riversandola poi nelle campagne adiacenti dove talvolta si era preparato un fosso per contenerla. Intorno al 1663 Parigi aveva circa 10 chilometri di rete fognante, di cui solo un quinto ricoperta a volta, il resto a cielo scoperto: si potrà ben immaginare il fetore, specialmente quando gli sbocchi erano ostruiti e l’acqua ristagnava.

Un’ordinanza obbligava i cittadini a pulire davanti le rispettive case e sembra che in un primo momento, anche a causa delle salate multe, la cosa funzionò e funzionò a tal punto che vennero nella capitale emissari dei paesi vicini a constatare di persona e prendere nota dei fatti. Poi l’interesse si affievolì.

Parecchie case popolari avevano sei sette piani, alloggiando in pochissime stanze decine di persone. Dopo l’incendio di Londra del settembre del 1666 la tensione era alta, per paura che anche le dimore parigine potessero incendiarsi così facilmente come quelli londinesi e provocare un vero e proprio disastro. La cura e l’attenzione nel cucinare e riscaldarsi, specialmente in quei piani alti, fu davvero notevole: Parigi evitò una tragedia simile all’inglese.

Le insegne abbellivano in particolar modo le strade, insegne che dovevano richiamare l’attenzione dei passanti e invitarli a entrare, spronandoli a comprare. Quelle pendenti di artigiani e commercianti ingombravano la strada e nei giorni di vento potevano cadere sulla testa dei più sfortunati, e, solo intorno il 1669, si ordinò appenderle al muro o inclinarle un poco per meglio notarsi. Pittori mediocri o principianti con poca esperienza avevano il compito di dipingerle per pochi soldi: erano spesso tavole di legno di grosse dimensioni, quattro cinque metri di lunghezza per meno di un metro di larghezza.

San’Antonio indicava la bottega di un macellaio e di un salumiere, sant’Eligio orafi e fabbri, san Pietro i fabbricanti di serrature, santa Cecilia segnalava i musicisti e san Lorenzo i rosticcieri, poi un violino designava la casa di un maestro di danza, mentre gli albergatori, oramai da tempo, avevano le loro insegne decorate con una torre d’argento o un cavallo bianco o il leone d’oro: tradizioni che si perpetuavano.

I nomi delle strade erano presi da una parola di un’insegna che più di tutte colpiva l’attenzione: rue de l’Arbre sec, o du Croissant, o ancora rue de Venice, e via dicendo. Ricordiamo inoltre quelle dedicate ai vari mestieri in voga all’epoca.

La vita si svolgeva nelle strade, nei vicoli, nelle piazze, punto di riunione, di cameratismo, di scambio di opinioni e notizie, strade che, forse grazie alla loro strettezza, univano più che dividevano. Parigi palpitava, Parigi viveva anche di urla e grida dei venditori ambulanti che girovagavano per le vie e per i quartieri offrendo la loro mercanzia.

Sep 132010
 

Come nella maggior parte delle città europee, girovagare per Parigi di notte non era certo piacevole. L’insicurezza era tale che i rapporti di polizia del secolo in questione sono pieni di episodi sanguinosi, agguati, duelli, aggressioni a mano armata a carrozze, risse spesso fra tre quattro cinque persone, e via dicendo. Le guardie che circolavano a piedi e a cavallo non riuscivano a contenere la violenza e i pochi che si azzardavano a muoversi di notte erano coloro i quali avevano una scorta, per cui nobili e privilegiati.

La vita notturna si svolgeva solitamente nei palazzi nobiliari o nelle taverne di malaffare che, nonostante le restrizioni di chiudere intorno alle ore otto in inverno e alle dieci in estate, spesso e volentieri, per racimolare qualche lira in più, restavano aperte fino a notte inoltrata. Anche le case avevano l’obbligo di essere chiuse a chiave a quell’ora; artigiani, venditori ambulanti e povera gente si coricava presto per alzarsi prima delle luci dell’alba. Chi poteva camminava in gruppo, gendarmi e ufficiali erano sempre più di 3-4, pronti a respingere ogni possibile affronto, i cocchieri delle carrozze andavano armati.

Nel 1667 si introdusse l’illuminazione pubblica e fu una grande innovazione a tal punto che vari visitatori stranieri ne rimasero sorpresi, raccontando nei loro scritti che Parigi di notte sembrava come fosse giorno. Dapprima si approntarono un migliaio di lanterne, poi ben cinque mila che rimanevano accese dal crepuscolo o poco dopo, facendo luce fino a oltre mezzanotte, fino a quando cioè durava la candela. Ciò avveniva da novembre a febbraio e dal 1671 fino alla fine di marzo. Ricordiamo che a Londra si accendevano soltanto nelle notti senza luna.

Sebbene vi fu un calo di violenza, non significò la città essere sicura, rimanevano zone all’oscuro o in completa ombra in cui ladri e assassini potevano tranquillamente portare a termine i propri colpi. In ogni caso fu un notevole passo avanti.

Rompere o spegnere una lanterna significava anche l’arresto, tanto fu considerata vitale la luce notturna. Certi giovani nobili che si divertivano a infrangere la legge furono perseguiti, sebbene il re chiudesse sempre un occhio.

Una medaglia dell’epoca, coniata nel 1669, reca la seguente iscrizione: Urbis securitas et nidor, a indicare la sicurezza e la lucentezza della città.

Apr 112010
 

Vero o Falso:

1. Lo zar Pietro I di Russia era un fervente cattolico.
2. Il Brandeburgo-Prussia fu uno dei primi stati ad avere un esercito permanente.
3. Alla fine della guerra di successione spagnola, l’Austria ricevette i domini italiani prima in mano della Spagna.
4. Nel 1689, il parlamento inglese nominò Guglielmo III d’Orange re d’Inghilterra.
5. Nel luglio 1683, i turchi conquistarono definitivamente Vienna.
6. Principale innovatore delle finanze di Luigi XIV fu Jean Baptiste Colbert.
7. Nel 1682, Kara Mustafà conquistò l’Ungheria.

*****

Articoli che potrebbero aiutare nelle risposte:
Quiz, la Francia e l’Inghilterra nel 1600.
Quiz: il 1600.
Tre sovrani assolutisti: Luigi XIV, Pietro I, Federico Guglielmo I.
Vienna: il caffè, il cappuccino e il croissant.
Mazzarino e Colbert alla corte del Re Sole.
Gli ultimi Asburgo di Spagna, dal 1556 al 1700.

*****

*****

1. Falso. Sebbene ortodosso, fu uno dei primi a tentare una laicizzazione dello stato.
2. Vero. Fu Federico Guglielmo intorno il 1653.
3. Vero, con la Pace di Utrecht, 1713.
4. Vero, dopo la Gloriosa Rivoluzione del 1688 e la conseguente deposizione di Giacomo II, suo zio e suocero.
5. Falso, gli ottomani non entrarono mai a Vienna, anzi si potrebbe dire che il 1683 fu l’inizio del loro declino.
6. Vero, cercando di incoraggiare lo sviluppo industriale, favorendo il mercantilismo, modernizzando le finanze.
7. Vero, prima della battaglia di Vienna dell’anno seguente.

Oct 012009
 

Boton quiz

Vero o falso:
1. Fu il primo ministro francese Richelieu a riorganizzare lo stato francese nella prima metà del XVII secolo.
2. Richelieu usò le maniere forti contro i nobili francesi.
3. Durante il suo regno, Luigi XIV affidò il governo alla moglie.
4. Giacomo I desiderava emulare la monarchia assolutista francese.
5. Per governare, i due nuovi sovrani inglesi, secondo il Parlamento, dovevano firmare la Dichiarazione dei Diritti.
6. Cromwell era irlandese.
7. Cromwell sosteneva che le merci dirette in Inghilterra dovevano navigare su navi di bandiera inglese.

*****

Articoli che potrebbero aiutare:
La guerra civile inglese e Oliver Cromwell
Oliver Cromwell e l’Inghilterra
- Luigi XIV e la cultura

*****

Luigi XIII, Anna d'Austria, Luigi XIV, Richelieu e la duchessa di Chevreuse

Luigi XIII, Anna d’Austria, Luigi XIV, Richelieu e la duchessa di Chevreuse

*****

1. Vero. Cercando, fra le altre cose, ristabilire l’ordine nelle finanze reali, aumentare le tasse, dando un carattere assolutista alla monarchia, e via dicendo.
2. Vero, talvolta condannandoli alla morte. E non solo contro loro adoperò la forza, ma anche contro gli ugonotti.
3. Falso. Solo nei primi anni gli affari dello stato furono gestiti dalla madre, Anna d’Austria, e dal cardinale Mazarino.
4. Vero, aveva una certa propensione per l’assolutismo politico.
5. Vero, Guglielmo III e Maria II divennero regnanti solo dopo averla sottoscritta (1689).
6. Falso, era nato nella piccola cittadina di Huntingdon, in Inghilterra.
7. Vero, cercava di favorire i commercianti inglesi.

Jul 242009
 

Boton quiz

1. Da dove arrivava l’oro e l’argento della Spagna?
2. In che anno si ebbe l’insurrezione napoletana guidata da Masaniello?
3. Quali eventi caratterizzarono il XVII secolo?
4. Che cosa fu l’Atlantizzazione?
5. Quale ministro francese del ‘600 desiderava fare della Francia una potenza?
6. Quale dinastia salì sul trono inglese nei primi del ‘600?
7. In che anni si ebbe la Rivoluzione inglese?
8. Che cosa era una monarchia assoluta?

*****

Articoli che potrebbero aiutare nelle risposte:

- Masaniello e la Repubblica Partenopea del 1647.
– ‘600, un secolo di scoperte.
Filippo II e l’oro americano.
Voltaire, Luigi XIV e la quarta età d’oro
.

*****

Luigi XIII, Anna d'Austria, Luigi XIV, Richelieu e la duchessa di Chevreuse

Luigi XIII, Anna d’Austria, Luigi XIV, Richelieu e la duchessa di Chevreuse

*****

Risposte:

1. Dalle colonie americane del centro-sud America che oramai da decenni si stavano dissanguando.
2. Luglio 1647.
3. Le invenzioni, le rivoluzioni scientifiche, una maggiore diffusione della cultura tramite, anche ma  non solo, la stampa con i caratteri mobili gutenberghiani.
4. Lo spostamento delle rotte commerciali dal Mediterraneo verso l’Atlantico, cioè verso le colonie americane.
5. Dal cardinale Richelieu, primo ministro di Luigi XIII.
6. La dinastia degli Stuart, dal 1603 al 1707.
7. Dal 1642 al 1651.
8. Una monarchia dove il re aveva poteri illimitati.

Jul 172009
 

Luigi XIVQuando nel 1661 il cardinale Mazzarino (1602-1661), voluto primo ministro dalla regina Anna d’Austria nel 1643 alla morte di suo marito Luigi XIII, lascia il corpo fisico, Luigi XIV (1638-1715) prende il controllo diretto del governo, in quella Francia in cui Richelieu aveva avviato un programma di rafforzamento dell’autorità regia. Quell’assolutismo che “era una rivendicazione antica del potere sovrano, di ascendenza anche romana, che in vario modo si era conservata nella tradizione medievale e – soprattutto nelle lotte fra la Chiesa e l’Impero – era stata spesso riaffermata come costitutiva nella concezione della natura e della funzione del potere imperiale“. (1)
Il giovane re, addottrinato dal cardinale, seguì con l’idea di accentrare nelle sue mani quanto più potere possibile. Fra le tante disposizioni declassò il ruolo dei parlamentari, limitò le attività politiche della nobiltà, tentò una riforma del sistema giuridico. Riorganizzò e potenziò l’esercito, uno dei migliori del tempo, aumentando le imposte e favorendo una politica mercantilista, favorendo la produzione e l’esportazione di prodotti di origine francese.
Durante il suo regno combatté varie guerre che miravano al rafforzamento territoriale e politico, ricordiamo quella di Devoluzione contro la Spagna (1665-1668); il conflitto contro l’Olanda e la stessa Spagna fra il 1675 e il 1678; le ostilità della Lega di Augusta (1689-1697), in cui Spagna, Svezia, Olanda, Inghilterra, Austria e Savoia si opponevano alle sue mire egemoniche; la guerra di Secessione spagnola (1701- 1714/1715). In effetti nella strategia del Re Sole possiamo distinguere tre fasi: una prima, tra il 1661 e il 1678, in cui fece di tutto per perseguire una politica che lo aiutasse a conseguire gloria per sé e la sua famiglia, una seconda, fra il 1678 e il 1697, il cui fine era consolidare i risultati, e non solo politici, ma anche militari, infine una terza, in cui il problema principale era la successione al trono spagnolo.Pietro I Romanov di Russia

Il modello assolutistico di Luigi XIV fu preso d’esempio da vari regnanti europei.
Pietro I di Russia (1672-1725) tentò modernizzare il suo stato, creando un esercito permanente e dotandolo di un regolamento tattico, favorendo la produzione nazionale e mettendo imposte sulle importazioni, riorganizzando l’apparato amministrativo, riunendo il potere nelle sue mani togliendolo ai boiardi – i nobili proprietari terrieri russi. Nel 1701, ricordiamo fra le altre cose, istituì a Mosca una scuola di matematica e di navigazione, e nel 1703 dà vita alla città di San Pietroburgo, base per una flotta che si svilupperà in modo davvero lodevole. Malgrado le trasformazioni tecniche apportate, la struttura sociale dello stato rimase arretrata.

Federico Guglielmo I di PrussiaCon la stessa idea giocava Federico Guglielmo I (1688-1740) nella sua Prussia, desiderando rafforzare il sistema fiscale e ristrutturare l’esercito per renderlo efficiente e dinamico, riuscendo a creare una potenza di circa 80.000 uomini al suo servizio, e fondando addirittura un Plankammer (gabinetto di carte), con successivamente un corpo di ingegneri (Ingenieurkorps) per, anche ma non solo, rilevamenti topografici. Centralizzò l’amministrazione finanziaria e risanò il debito statale. Anch’egli, come Luigi XIV e Pietro I, diede impulso all’industria nazionale a discapito delle importazioni. Rese obbligatoria l’istruzione elementare.

*****

-1. Giuseppe Galasso, Prima lezione di storia moderna, Laterza, 2012, ebook, pos. 1611-1618.

*****

(Articolo aggiornato il 29 giugno 2012)

May 112009
 

Abbiamo diverse volte accennato alla Francia del XVII secolo e di Luigi XIV, stavolta desidero annotare un passo di un bel libro della Craveri descrivendo i piaceri del Re Sole, piaceri che volevano anche essere di spunto pedagogico:

Luigi XIV giocando a biliardo“[…] da quel momento in avanti [dal 1661, N.d.R.] egli avrebbe posto fra sé e i suoi sudditi una distanza incolmabile. Nei dieci anni successivi, lo sfarzo delle feste e delle effimere meraviglie di una serie di momenti irripetibili sarebbero diventati un sofisticato strumento di propaganda della politica promozionale del Re Sole. E a rendere inimitabile le feste, erano i luoghi stessi in cui esse si svolgevano, i giardini di Versailles, che costituivano la scenografia e l’ispirazione di fondo degli intrattenimenti del Re Sole. Qui, al cenno di un demiurgo capace di trasformare in realtà le fantasie più audaci, la natura diventava puro spettacolo: le piante assumevano l’aspetto di sontuose architetture, i fuochi d’artificio illuminavano a giorno la notte, le acque, convogliate da lontane sorgenti grazie ai miracoli dell’ingegneria idraulica, si spandevano in cascate, ruscelli, zampilli, getti impetuosi e delicati sgocciolii, gareggiando in melodia con i violini del re.
Nell’ultima sera del mese di agosto del 1674, il demiurgo stesso si offriva all’ammirazione dei suoi sudditi: a conclusione dei Divertissements di Versailles (indetti per festeggiare la conquista della Franca Contea), Luigi XIV si mostrava in gondola al centro del Gran Canale, mentre nel buio della notte più di ventimila luci disegnavano intorno a lui un paesaggio incantato. Con questa fantasmagoria acquatica si concludeva l’epoca delle grandi feste; esse avevano ormai assol
to il loro compito pedagogico”. (1)

Qualche anno dopo, nel maggio 1682, con la fine dei lavori a Versailles, il re vi si sarebbe definitivamente trasferito. Da quel momento in poi, la sua vita giornaliera sarebbe stata lo spettacolo che lui stesso avrebbe concesso alla corte di Francia, a quella corte che, con i loro comportamenti codici e procedure, simboleggiò l’importanza politica della monarchia assolutista.

*****

- 1. Benedetta Craveri, La civiltà della conversazione, Adelphi, 2008, pagg. 335-336.