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Il cardinale Richelieu, immagini

Personaggio chiave della storia del Seicento, Richelieu (1585-1642) cercò di accentrare nelle mani del sovrano quanto più potere possibile. Uomo freddo, calcolatore, con i piedi in una realtà piena di congiure e in una Francia non certo facile da amministare, era propenso per una politica forte e dura, talvolta implacabile.
Di seguito una serie di immagini che lo rappresentano in alcuni momenti dei suoi 57 anni di vita.

Il cardinale Richelieu a sinistra in secondo piano con il re Luigi XIII, Luigi XIV da bambino, Anna d’Austria, ovvero la madre di Luigi XIV, e all’estrema destra la duchessa di Chevreuse. La collaborazione fra il sovrano e il cardinale iniziò nell’anno 1624, continuando sino alla morte di quest’ultimo, nel 1642. Qualche mese dopo morirà anche Luigi XIII.
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All’assemblea degli Stati Generali del 1614, Richelieu fu l’oratore del clero nella giornata di chiusura. Si fece notare dalla regina madre Maria de’ Medici per la sua eloquenza e le forti capacità di convincimento.
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Richelieu a colloquio con un ufficiale francese durante l’assedio alla roccaforte degli ugonotti, La Rochelle. Dietro lui, il suo grande amico di tutta la vita pére Joseph, al secolo François Le Clerc du Tremblay (1577-1638), uomo dotto e geniale.
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Il cardinale durante l’assedio di La Rochelle. Aveva fatto costruire una diga per meglio isolare la città e costringerla alla resa per fame. Così fu, dopo poco meno di 14 mesi, nel novembre 1628, La Rochelle deponeva le armi: i suoi abitanti erano passati da 25.000 a circa 5.000.
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Il re Luigi XIII concede a Nicolas Poussin (1594-1665) il titolo di pittore di corte. Richelieu, al centro della scena, lo indica con la mano.
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Il cardinale Richelieu davanti alla Sorbona, dove aveva studiato, diventandone poi rettore nel 1622.
Ricordiamo in quegli anni la fondazione della Gazette de France (1631) diretta da Théophraste Renaudot, un foglio piegato in otto pagine che raccoglieva le più disparate notizie, e piacque tanto a Luigi XIII che vi partecipò con una serie di articoli (ovviamente anonimi). Nel 1635 nasceva l’Accademia di Francia.


La quotidianità di Luigi XIII

Figlio di Enrico IV (1553-1610) e di Maria de’ Medici (1575-1642), Luigi XIII (1601-1643) fu incoronato re alla giovane età di 9 anni, dopo l’assassinio del padre, ma iniziò a regnare a 16 anni. La madre era stata reggente durante la giovinezza del figlio, seguita poi dall’energico cardinale Richelieu che lo accompagnerà nelle decisioni sino al giorno della morte. E caso volle che Richelieu morisse nel dicembre 1642, poco prima del sovrano, maggio 1643: i due, nel bene e nel male, erano inseparabili.
Le cronache ci raccontano di un sovrano dalle buone doti manuali, pronto a modellare il ferro, coniare monete e fondere piccoli cannoni, cucire, intrecciare panieri, arare la terra, fare il giardiniere, insomma un re che non aveva paura di sporcarsi le mani. E in effetti nel suo palazzo possedeva una fucina, banchi per lavorare comodamente, attrezzi di tutti i tipi e le qualità. Uomo che non sapeva stare con le mani in mano, uomo pronto a montare in cassetta quando viaggiava nella sua carrozza e prendere le redini dei cavalli.
Solitamente divideva la sua giornata in due parti, la mattina si dedicava agli affari del regno, il pomeriggio alle sue passioni. La sveglia era intorno le sei, si bagnava (!), recitava qualche preghiera. La rasatura venne in tarda età, ai 23 anni circa, e fu così bravo con il rasoio che gli piaceva radere i suoi ufficiali. Raramente mancava ai Consigli di Stato, neanche da ammalato, dava ascolto agli ambasciatori, ai principi, ai nobili, dopodiché pranzava da solo, nel senso che gli altri guardavano e lui mangiava. Le omelettes erano il suo cibo favorito, capace perfino di prepararle. Ecco arrivare il pomeriggio, le sue gite di caccia, i lavori dedicati all’artigianato. La sera, prima di dormire, sfogliava qualche libro illustrato, leggeva ben poco. Un valletto fidato restava durante la notte ai piedi del letto, valletto con cui conversava prima di chiudere gli occhi. Luigi XIII amava stare più con i suoi domestici che attorniato dalla sua corte.
Il medico di corte Héroard raccontava che una mattina – 24 agosto 1607 – alle quattro e mezzo si svegliò con l’idea di andare a caccia. Accompagnato, si diresse verso Versailles. In poche ore ritornò con “un leprotto, cinque o sei quaglie e due pernici” (1): eccellente bottino per un giovane di 6 anni.
Gli garbava andare in giro per Parigi, bussare nelle taverne e, magari, mettersi al fuoco a cucinare. Una volta, colpito dal fetore di certe stradicciole, firmò una serie di decreti che obbligavano a mantenere pulite le vie, cosa non certo facile per la mentalità dell’epoca.

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1. Cesare Giardini, Bruno Bossi, Il cardinale Richelieu, A. Mondadori ed., Milano 1970, pag. 84


La Bastiglia descritta da Mercier

Abbiamo accennato tempo addietro a Louis Sébastien Mercier (»»»qua), per cui andiamo a leggere come ci presenta la Bastiglia poco prima della Rivoluzione del 1789, dal suo Tableau de Paris, pubblicato in dodici tomi tra il 1781 e il 1788. Il presente brano è tratto dal libro Parigi fantasma (0):

“Prigione di Stato: questo basta a definirla. «È un castello – dice Saint-Foix – che, senza essere fortificato, è il più temuto d’Europa». (1)
Chi può sapere cosa è avvenuto dentro la Bastiglia, chi vi è rinchiuso, chi vi è stato rinchiuso? Ma come si potrà scrivere la storia di Luigi XIII, di Luigi XIV e di Luigi XV, se non si conosce la storia della Bastiglia? Tra le sue mura sono accadute le cose più interessanti, più curiose, più strane. La parte più interessante della nostra storia rimarrà dunque nascosta per sempre: niente trapela da quel baratro, non più che dal muto abisso delle tombe.
Enrico IV fece conservare il tesoro reale alla Bastiglia. Luigi XV vi fece rinchiudere il Dizionario enciclopedico, che ancora vi marcisce. (2)
Il duca di Guisa, padrone di Parigi nel 1588, lo fu anche della Bastiglia e dell’Arsenale. Ne nominò governatore Bussi le Clerc, procuratore del parlamento (3). Bussi le Clerc, fece prendere d’assalto il parlamento, che si rifiutava di sollevare i francesi dal giuramento di fedeltà e obbedienza, condusse alla Bastiglia presidenti e consiglieri, tutti in toga e tocco; e là li mise a pane e acqua.
Oh larghe mura della Bastiglia, che, durante gli ultimi tre regni, avete raccolto i sospiri e i gemiti di tante vittime, se poteste parlare, come verrebbe smentito dai vostri racconti terribili e fedeli il linguaggio timido e adulatorio della storia!
Vicino alla Bastiglia si trova l’Arsenale (4), che funge da polveriera, dipendenza altrettanto terribile della dimora principale.
La torre di Vincennes rinchiude ancora dei prigionieri di Stato che, a quanto pare, devono finire là i loro tristi giorni. Chi ha potuto calcolare con precisione il numero delle lettere sigillate (5) inviate durante gli ultimi tre regni?
Abbiamo una storia della Bastiglia in cinque volumi, che riferisce alcuni aneddoti singolari e bizzarri, ma nulla di ciò che si desidererebbe tanto conoscere, in una parola, nulla che possa gettare un po’ di luce su certi segreti di stato, coperti da un velo impenetrabile. Se dobbiamo credere all’autore, all’epoca di un Argenson, vi si trattavano con rigore inaudito e tirannica violenza i detenuti, già fin troppo puniti con la perdita della libertà.
La direzione della prigione, oggi più mite e umana di quanto non lo sia mai stata dopo la morte di Enrico IV, si è indubbiamente molto ammorbidita rispetto a quella crudele severità, e non infligge più quelle punizioni spaventose e inutili.
Quando un detenuto muore alla Bastiglia, viene seppellito a Saint-Paul, alle tre di notte. Invece dei preti, sono i secondini che portano la bara, e i membri dello stato maggiore assistono alla sepoltura. Il cadavere sfugge pertanto al terribile potere solo attraverso la tomba.
Non appena si parla della Bastiglia a Parigi, si evoca subito la storia della maschera di ferro: ognuno se la foggia a piacere e vi mescola riflessioni non meno fantasiose (6).
Il popolo, d’altronde, ha più paura dello Châtelet (7) che della Bastiglia: non teme questa prigione estrema, perché gli appare come qualcosa di remoto, dato che esso non possiede nessuno dei requisiti che ne aprono le porte. Di conseguenza, non compiange molto coloro che vi sono detenuti, e per lo più ne ignora perfino i nomi. Non testimonia alcuna riconoscenza verso i generosi difensori della sua stessa causa. I parigini preferiscono comprare pane per vivere, rispetto al più bel discorso in cui venisse dimostrato che essi hanno diritto a una vita agiata. Una volta, gli scrittori venivano mandati alla Bastiglia per un nonnulla; ci si è accorti che l’autore, il libro e le sue opinioni acquistavano in tal modo maggiore celebrità; si è preferito lasciare che l’opinione di ieri venisse cancellata da quella di domani; e si è capito che, disponendo della forza fisica, non bisogna preoccuparsi molto delle idee politiche e morali, instabili, e mutevoli per loro natura.
Là geme, o non geme più, il celebre Linguet (8). Qual è il suo delitto? Non si sa.

L’effetto è spaventoso, la causa sconosciuta. (Voltaire)”

-III, 283-

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0. Louis Sébastien Mercier, Parigi fantasma, Edizioni Medusa, 2008, pp. 33 e sgg.

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Note del curatore del libro da cui è tratto il brano:

1. Poullain de Saint-Foix (1698-1776): autore degli Essais historiques sur Paris (1754).
2. Si tratta della celebre Encyclopédie, diretta da Diderot e d’Alembert.
3. S’intenda Bussy-Leclerc, morto in esilio nel 1635; il duca di Guisa (Enrico I di Lorena, 1550-1588) fu uno dei capi della Lega santa ai tempi delle guerre di religione in Francia; fu uno dei principali responsabili della notte di San Bartolomeo in cui vennero massacrati gli ugonotti (1572).
4. Mercier si riferisce plausibilmente al Petit Arsenal, oggi scomparso; mentre esiste tuttora l’Arsenal.
5. Le lettres de chacet erano ordini di arresto (o di esilio) emanati direttamente dal re, anche su istanza di privati cittadini, senza che venissero esaminati e approvati dalla giustizia ordinaria: rappresentano uno dei simboli dell’arbitrarietà del potere assoluto.
6. Fu Voltaire che, tra i primi (o, forse, per primo), riprese e diede credito a questa storia in Le siécle de Louis XIV (tr. it. Il secolo di Luigi XIV, Einaudi, Torino 1951, pp. 284-286).
7. Prigione che si trova sull’Île de la Cité.
8. Nicolas-Simon-Henry Linguet (1736-1794) avvocato e polemista; dopo una lunga reclusione alla Bastiglia, pubblicò un Mémoire sur la Bastille (1783). Venne condannato alla ghigliottina durante la reazione termidoriana.


La parrucca, simbolo del Barocco

Le parrucche? Ce ne parla Bianca Maria Rizzoli.

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Nella storia della moda la parrucca non aveva le connotazioni ridicole che molti oggi le attribuiscono, ma era un accessorio portato fino dall’antico Egitto da uomini e donne, non necessariamente per compensare la perdita dei capelli, ma principalmente come segno di status. In Europa ebbe il suo massimo splendore nei secoli XVII e XVIII, quando trionfarono Barocco e Rococò: se si pensa alla teatralità e al fasto di questi due stili artistici (avete presente la reggia di Versailles?) la parrucca si trovava perfettamente a suo agio tra gli stucchi, i marmi, le decorazioni, la grandiosità che essi comportavano.
La moda iniziò durante la Guerra dei Trent’anni, durata dal 1618 al 1648, che determinò un netto cambiamento del vestire maschile. A partire dagli anni Trenta del Seicento infatti, tutti gli uomini predilessero abiti in stile militaresco, portando con pose spavalde cinturoni, lunghe spade, pesanti stivali in cuoio. Trionfò la mascolinità bellicosa, e si voleva a tutti i costi esibire un rude aspetto guerresco, oltre che nel vestito anche nell’abbondante peluria, segno evidente di virilità. Parecchi aneddoti raccontano come la parrucca sia entrata nelle case reali e da qui abbracciata da quasi tutta la popolazione che – dati i costi – se la poteva permettere; le parrucche più care erano infatti fabbricate con capelli veri, mentre la gente più modesta doveva accontentarsi di peli di pecora e capra, crine di cavallo o coda di bue.
Nel Seicento e nel Settecento la Francia era considerata il centro del buon gusto europeo e sembra che sia stato proprio un monarca francese, Luigi XIII, a favorire l’uso delle parrucche per nascondere la precoce calvizie causata da una malattia. Il suo successore Luigi XIV, il Re Sole (1638 – 1715) portò quest’accessorio alla sua apoteosi. Nel 1655 il sovrano concesse la licenza di aprire bottega a 48 fabbricanti parigini di parrucche. Alla fine del Seicento, in perfetta armonia con la bizzarria del gusto Barocco, la parrucca maschile si trasformò in una monumentale torre di riccioli, con due bande che scendevano sul torace e un’altra dietro la schiena. Il peso eccessivo la rendeva molto scomoda da indossare, per cui la si portava solo a corte, mentre nel privato si preferiva la ben più comoda berretta. La circonferenza della parrucca impediva l’uso del cappello, che si portava semplicemente sotto braccio. Tuttavia oltre agli svantaggi, essa aveva vantaggi fisici e soprattutto psicologici non trascurabili: indossata sul cranio rasato, favoriva una maggior pulizia in un’epoca in cui pullulavano cimici e pidocchi. Inoltre rialzando la statura, dava alla figura maschile un senso di imponenza regale che aumentava il prestigio dell’individuo.
Durante il Settecento fino alla Rivoluzione francese, la moda della parrucca continuò a contagiare gli uomini e successivamente le donne e i bambini. Particolarità del periodo fu l’uso pressoché universale di imbiancarla cospargendola di cipria solitamente composta di polvere di riso. Un servitore la soffiava sul paziente in un apposito stanzino polverizzandola con un piccolo mantice, mentre il volto e il corpo erano protetti con un accappatoio e un cono che copriva la faccia. Oltre al riso si usavano l’amido mescolato con polvere profumata, e per quelli che non se lo potevano permettere, calcina, gesso, legno tarlato, osso bruciato, il tutto passato con cura al setaccio.
Più frequente per l’uomo che per la donna, la parrucca serviva a coprire teste pelate vuoi dall’età, vuoi da qualche malattia che causava la caduta dei capelli come il vaiolo, allora piuttosto diffuso. La tipica parrucca maschile settecentesca, di moda soprattutto verso la metà del secolo, aveva un ciuffo alto e arricciato sulla fronte, riccioli sulle orecchie e un codino avvolto in un sacchetto di seta nera. Ma i modelli erano molti di più e avevano bisogno di lavorazioni elaborate. I capelli erano impomatati, arricciati, poi, con una specie di permanente avanti lettera, bolliti e infine cuciti a una reticella e fermati da nastri nascosti.
Le donne si accostarono a questo accessorio con un certo ritardo. Una sera Leonard, il parrucchiere personale di Maria Antonietta d’Austria (1755 – 1793), moglie di Luigi XVI di Borbone e re di Francia (1754 – 1793), acconciò la regina con capelli rialzati artificiosamente più di mezzo metro sul capo, frammischiandoli con sciarpe di velo. Questa acconciatura, che crebbe in altezza fino a diventare mastodontica, fu di moda dal 1770 per circa 10 anni, ed era anche detta pouf o tuppè. Il tuppè era una vera e propria parrucca, fatta solo in parte coi propri capelli; aveva un’armatura nascosta di filo metallico ed era imbottito da un cuscinetto di crine. Era scomodo e malsano, sia perché portato su capelli non lavati ma tenuti in piega da oli e pomate profumate, sia perché attirava inevitabilmente ogni tipo di parassita. Ma l’aspetto più sconcertante erano le incredibili decorazioni che vi venivano appoggiate sopra. La fantasia non aveva limiti: palme, pappagalli, frutta, ghirlande d’amore, scale a chiocciole di pietre preziose, navi con le vele al vento spiegate (à la belle poule). Nomi e nomignoli francesi distinguevano i diversi modelli: à la monte du ciel, di altezza vertiginosa, il pouf à sentiment, con usignoli imbalsamati, alla cancelliera, alla flora, piena di fiori, al vezzo di perle (ovviamente circondata da giri di perle) ecc. L’acconciatura fu studiata per meravigliare gli altri, sfruttando persino la cronaca del giorno e la manifestazione dei propri sentimenti pur di attrarre teatralmente l’attenzione. Per fare un esempio, quando i fratelli Montgolfier nel 1783 alzarono per la prima volta su Parigi il primo pallone aerostatico, la moda diventò la “parrucca alla mongolfiera”.
Identificata dal popolo con l’odiata aristocrazia, la parrucca decadde con la Rivoluzione Francese. Nel periodo del Terrore addirittura, anche solo girare con una parrucca incipriata poteva portare alla ghigliottina. In Italia e nelle corti europee che rimasero fedeli alle vecchie idee, essa fu portata ancora per qualche anno. Ma già dopo le conquiste di Napoleone Bonaparte fu abbandonata e rimase a decorare le teste della servitù, o di qualche nostalgico che per scherno era chiamato “codino”.

Bianca Maria Rizzoli.

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Altri articoli di Bianca Maria Rizzoli, qua.


Voltaire, Luigi XIV e la quarta età d’oro

VoltaireNel 1751, residente a Berlino presso Federico II, Voltaire (1694-1778 ) finiva di scrivere un saggio storico dal titolo Il secolo di Luigi XIV, in cui esaminava il periodo che andava dalla morte di Luigi XIII (1601-1643) con la reggenza di Anna d’Austria (1601-1666), fino alla conclusione della Guerra di Successione Spagnola (1713), avendo come principale protagonista l’epoca del Re Sole (1638-1715). La sua particolarità, di Voltaire, sta nell’aver inserito, accanto agli aspetti militari e politici, anche l’aspetto sociale, culturale, artistico.

Ecco come descriveva le quattro età che, secondo lui, avevano caratterizzato la storia dalla classicità greca ai suoi tempi:                                                                               

“Tutti i tempi hanno prodotto eroi e politici, tutti i popoli hanno subìto rivoluzioni, tutte le storie sono presso che uguali per chi vuole mettersi nella memoria null’altro che fatti. Ma chiunque pensa e, quel che è ancora più raro, chiunque abbia del gusto, novera appena quattro secoli nella storia del mondo. Queste quattro età felici sono quelle nelle quali le arti si perfezionano e che, servendo alla grandezza dello spirito umano, sono esempio alla posterità. Il primo di tali secoli, cui è legata l’autentica gloria, è quello di Filippo e d’Alessandro, o quello dei Pericle, dei Demostene, degli Aristotele, dei Platone, degli Apelle, dei Fidia, dei Prassitele, e quell’onore fu racchiuso nei confini della Grecia. La seconda età è quella di Cesare e d’Augusto, indicata anche con i nome di Lucrezio, Cicerone, Tito Livio, Virgilio, Orazio, Ovidio, Varrone, Vitruvio. La terza è quella che venne dopo la resa di Costantinopoli da parte di Maometto II. Il lettore può rammentare che si vide allora in Italia una famiglia di semplici cittadini fare quel che i re dell’Europa dovevano intraprendere. I Medici chiamarono a Firenze gli scienziati che i turchi scacciavano dalla Grecia: era l’epoca della gloria d’Italia. Già le belle arti vi avevano ripreso nuova vita: gli italiani le onoravano col nome di virtù, come i primi greci le avevano distinte col nome di sapienza. Tutto mirava alla perfezione. Le arti, sempre dalla Grecia trapiantate in Italia, si trovavano su un terreno favorevole, dove dettero frutti improvvisi. La Francia, l’Inghilterra, la Germania, la Spagna vollero a loro volta averne, di quei frutti, ma questi o non maturarono in quei climi, oppure troppo presto degenerarono.

La quarta età è quella che chiamiamo il secolo di Luigi XIV e delle quattro è forse quella che maggiormente si avvicina alla perfezione. Arricchita dalle scoperte delle altre tre età, in certi generi ha fatto più che quelle tre unite. In realtà non tutte le arti sono state portate più avanti di quanto siano state sotto i Medici, sotto gli Augusto e gli Alessandro, ma in generale la ragione umana s’è perfezionata. Soltanto in quest’epoca si conobbe la sana filosofia, e si può in verità dire che, partendo dagli ultimi anni del cardinale Richelieu per giungere sino a quelli successivi alla morte di Luigi XIV, si compì nelle nostre arti, nella nostra mente, nei costumi, come nel governo, una rivoluzione generale, destinata a servire in eterno come il segno distintivo per la gloria autentica del nostro paese. Tale felice influenza non s’arrestò soltanto alla Francia, si estese all’Inghilterra, suscitando l’emulazione di cui aveva allora bisogno quella nazione animata e ardita, portò in Germania il gusto e le scienze in Russia, ravvivò persino l’Italia languente, e l’Europa fu debitrice della sua raffinatezza e dello spirito della società alla corte di Luigi XIV.”                                                                        

 


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