May 312009
 

Il tema trattato in questo articolo è uno di quelli che può apparire strano, curioso, insolito, fatto sta che nel periodo da noi preso in considerazione – fine ’400 inizi ’800 – il problema era davvero grave, tanto grave che sovente la popolazione era preda di malattie infettive, peste, colera, e via dicendo.

Raccoglitore di letameCon lo sviluppo delle città e l’abbandono delle campagne, la questione dei rifiuti si presentò in maniera palese, con caratterizzazioni drammatiche a secondo dei luoghi. Il loro smaltimento era un problema che i governi locali non riuscivano a risolvere, anche per una mancata educazione cittadina. Il contadino o la gente di campagna abituata a buttare i suoi rifiuti, qualunque tipo fossero, direttamente sul terreno, una volta giunti in un centro abitato ripetevano la stessa operazione, cosicché le strade, i vicoli, le piazze erano immondezzai a cielo aperto che, a parte essere maleodoranti, erano focolai di malattie.
In Europa, città pulite risultavano essere quelle olandesi, i cui cittadini erano usi a lavare il proprio selciato davanti l’abitazione, grazie al fatto che la maggior parte delle loro vie erano lastricate con mattoni, sin dal Medio Evo. V’era una decreto che proibiva gettare spazzatura dalle finestre: una legge puniva i contravventori.
In Friburgo di Brisgovia, Germania, ancora nel XVI secolo, reggevano delle ordinanze che vietavano accumulare l’immondizia nel fossato cittadino o nei canali, questa doveva essere portata in determinati punti di raccolta vicino il fiume Dreisam, nel quale poi veniva gettata.
Nelle restanti città europee, le strade erano piene di letame, non solo degli animali che servivano a trainare carrozze e carri, ma anche di quegli che usualmente girovagavano per le vie cittadine: mucche, pecore, galline, cani randagi, ecc. Si pensi che a Venezia, ancora nel 1746, si ricordava alla cittadinanza che era proibito allevare maiali e lasciarli liberi.Spazzino veneziano
Usualmente lo sterco era raccolto dalla gente che lo utilizzava per i campi come concime o che lo vendeva ai contadini. In alcune cittadine francesi, sino all’ottocento, si autorizzarono i cosiddetti vagabondi utili a raccattare gli escrementi, con lo scopo sia di pulire, che di dare lavoro a suddetta gente.
A Milano, per esempio, nel ’500, nacquero i navazzari, una specie di antenati dei moderni netturbini. Costoro, muniti di carri, andavano per le strade a raccogliere il letame e i liquami dei pozzi neri delle case dei più abbienti.
Ricordiamo che in quei secoli non esistevano i gabinetti, per cui i bisogni venivano fatti all’aperto, dov’era possibile, per tale motivo certe stradicciole nascoste e poco frequentate erano punti di deposito. Mentre in Oriente i bagni pubblici erano edificazioni che la stessa città si incaricava di costruire e che normalmente tutti adoperavano, in Europa non si era sviluppata la consuetudine. Si racconta che un cittadino siriano, trovandosi a Parigi – siamo negli ultimi anni del ’600 – e forzato da una urgenza, si trovò a disagio e, non volendo fare il suo bisogno in una strada pubblica, fu costretto a “farselo addosso”.
A parte che di escrementi umani e animali, le strade erano luogo di ammasso di rifiuti di altra origine: dai residui di produzione di certi materiali a quelle dei macelli, dalle concerie ai rifiuti domestici, e via dicendo, alcuni di essi tossici.
Le strade cittadine italiane ed europee – con le dovute eccezioni -, non erano pavimentate, erano strade sterrate o coperte solo di sabbia, cosicché pioggia, acque di scolo e avanzi formavano una melma, una fanghiglia spesso di cattivo odore.
Dicevamo che v’erano eccezioni: Perugia, già agli inizi del 1400 aveva buona parte delle sue piazze pavimentate; Roma, con papa Sisto IV a fine ’400, dette ordine di lastricare; Mantova e Genova: anche qua nel XV sec. si iniziò a lavorare in tal senso; a Londra, solo nel 1533. Accadde che, mentre nel resto d’Europa si continuò ad ammattonare, in Italia i lavori si fermarono (fine ’700 inizio ’800).
Con la venuta dell’età dei lumi e, dopo, con la rivoluzione industriale, si invitò i proprietari della case a scavare una fossa per raccogliere le acque sporche, dandone tutte le caratteristiche, come distanza dalle case, profondità, larghezza, lunghezza, note tecniche che si dovevano rispettare. Malgrado ciò, v’era sempre pericolo di malattie infettive, motivate dal fatto che le acque nere di dette buche, col passar del tempo, inquinavano le falde acquifere, falde da cui si prelevava quella per uso domestico.
Watercloset 1596Quando si iniziò a usare il gabinetto ad acqua corrente – progettato da Sir John Harington nel 1596 -, i residui venivano diretti, tramite canali, nei pozzi neri, ma anche, ahimè, negli scoli delle strade: il problema persistette sotto altra forma!
Insomma, città popolose, poca educazione civica, rifiuti a cielo aperto nelle piazze e nelle vie, mancanza di pavimentazione, vicinanza dei pozzi neri alle acque potabili, erano problemi difficili da risolvere.

May 212009
 

Con la riduzione della mortalità e grazie a un alto tasso di natalità, il ‘700 fu un secolo di crescita demografica. A parte due isolati episodi di peste, a Marsiglia nel 1720 e a Messina nel 1743, in questi cento anni non abbiamo né pandemie né pestilenze di rilevante importanza, cosicché la popolazione europea aumentò di numero, merito anche a un buon sviluppo economico e a migliori condizioni igienico-sanitarie.
Marsiglia 1760In Inghilterra si passò da 5.800.000 abitanti a circa 9.000.000, in Germania da 14 a 23 milioni, in Spagna da 13 a quasi 18 milioni, in Francia da 22 a 29 milioni, mentre in Italia da 13 a 17 milioni di persone. Il vero boom si ebbe in Russia che da 13 milioni raggiunse i 30 milioni. D’ora in avanti l’accrescimento demografico europeo sarà costante più o meno sino ai giorni d’oggi.
Un contributo notevole fu dato dallo sviluppo di nuove forme di sostentamento alimentare, quali il mais e la patata, importati dall’America meridionale. Mentre il mais ebbe un immediato successo e una grande diffusione, per la patata dobbiamo aspettare quasi la fine del XVIII sec..
Da notare che, se si sarebbe presentato un periodo di carestia, come quello del 1763-1764, i commerci fra le nazioni, europee e non, potevano supplire determinate carenze: le possibilità di mancanza di cibo erano più ridotte rispetto al passato.
Altri fattori che influirono sull’incremento della popolazione fu sia l’abbassamento dell’età al matrimonio delle donne, pertanto un ampliamento del periodo fertile, sia una riduzione del celibato maschile e femminile, dovuti soprattutto a una nuova presa di coscienza popolare, alla sua alfabetizzazione e, certamente non meno, alla libertà di pensiero.Napoli 1727
Ritornando ai numeri, notiamo come le grandi città ebbero un loro particolare sviluppo demografico: Londra passò da quasi 600.000 abitanti a 900.000, Parigi da 450.000 a 600.000, Napoli da 300.000 a 450.000. Stessa cosa accadde in quelle più piccole come Marsiglia, Amburgo, Liverpool, diventando importanti centri commerciali, e non dimenticando il peso che ebbe la rivoluzione industriale. Per tale ragione nacquero infrastrutture, strade, ponti, canali navigabili, porti, nuove vie di comunicazioni. Nacquero altresì nuove forme di tecniche agricole produttive. Si pensi che nel ‘700 si pubblicarono un numero considerevole di libri riguardanti l’agronomia e, nello stesso tempo, si diffusero in tutta Europa accademie di agraria: tanto era l’attenzione a essa dedicata che il grande Voltaire, in uno dei suoi scritti, adoperò il termine agromania.
La rivoluzione industriale vista da Gustave DoréA seguito della crescita demografica e a un fiorire di un’agricoltura più redditizia, si sviluppò un mercato secondario, con attività legate alla trasformazione e alla lavorazione dei prodotti. Accrebbe la possibilità di lavorare, quindi di guadagnare. Lino, canapa, birra, vino, acquavite, seta e tanti altri prodotti derivati dalla terra venivano ora elaborati non in città, bensì nelle stesse campagne, con la conseguente proliferazione di un lavoro che definirei a domicilio. Come conseguenza di tale progresso sorsero nei campi case, edifici, strutture. Le corporazioni di arti e mestieri, che controllavano, gestivano e regolamentavano l’economia del medioevo e che condannavano le iniziative individuali, iniziarono a decadere, a non avere più un ruolo decisivo.
Gli stati dovettero intervenire regolamentando la produzione, ma anche i traffici nazionali e internazionali, riconsiderando i dazi doganali, proteggendo i propri prodotti, favorendo lo sviluppo di determinate aeree. Fu nel 1709 che nacque in Inghilterra la prima banca centrale, mentre in Francia iniziarono a circolare le prime monete cartacee.
Lo sviluppo economico era appena abbozzato, i commerci avevano un peso nell’economia e nella politica dei singoli stati, la gente poteva esprimere le proprie idee, le proprie capacità, le proprie convinzioni: l’Illuminismo aveva contribuito all’avvio di un’epoca davvero rivoluzionaria.

Apr 222009
 

Vi sono personaggi che entrano nella storia con una imparagonabile forza del destino, lasciando il segno per un lungo periodo, e la cui educazione giovanile è stata determinante nel modellare il loro carattere. Fra questi è da annoverare, senza ombra di dubbio, la regina d’Inghilterra Elisabetta I, figlia di Enrico VIII, ricordato, fra le altre cose, per essersi sposato sei volte, e della sua seconda moglie Anna Bolena.

Elisabetta I, Ritratto con ermellino, anonimoElisabetta nacque a Londra il 7 settembre 1533 e vi morì dopo 70 anni, il 23 marzo 1603: una lunga vita paragonata alla media dell’epoca che si aggirava intorno ai 40 anni. Ultima regnante della famiglia Tudor, fu regina del popolo inglese per ben 45 anni, dal 1558 al 1603.
Durante la sua sovranità diede all’Inghilterra, divenuta potenza navale, un periodo di pace e di prosperità economica, a tal punto che detta epoca fu considerata come il Rinascimento inglese.
Nel suo governo si cercarono di evitare guerre e violenze, considerandole uno sperpero di denaro e una perdita di tempo. Il suo obiettivo era conservare la corona conquistando il cuore della gente. A tal proposito, dichiarava di non aver mai cercato marito, dedicando tutto il suo tempo e tutta la sua attenzione all’Inghilterra, anche perché, ribadiva, era già sposata con il suo popolo.
Dal suo diario segreto (sic!): “… ho detto loro (si riferisce ai Parlamentari della Camera dei Comuni) che se avrò ancora l’impressione che mi stanno dando ordini (riguardante un suo eventuale futuro matrimonio), mi sentirò profondamente offesa. Rimanere single è la cosa migliore per me e per l’Inghilterra…”
Il suo battesimo, avvenuto dopo tre giorni dalla sua nascita, fu un grande evento di stato, sebbene suo padre non fosse stato presente. Nessuno sapeva e sa il perché, si rumoreggiava che Enrico VIII era contrariato con la moglie giacché desiderava aver avuto un maschio. Un’altra assente era la sorellastra Maria.
La giovinezza di Lizzy, ovvero Elisabetta I, trascorse spensierata e senza grossi problemi. Le cronache dell’epoca la descrivono come una bella bambina con pelle di porcellana e capelli rossicci. La mamma Anna le faceva confezionare a proposito i vestiti, scegliendo i colori gialli e verdi, quelli che più se le addicevano. Lady Bryan, direttrice di corte, fu la sua prima governate, poi il compito passò a Katherine Champernowne che si occupava e preoccupava quasi di tutto, a tal punto da diventare sua confidente per il resto della vita. Importante fu il contatto con il sacerdote prediletto di sua madre, Matthew Parker, futuro Arcivescovo di Canterbury.Elisabetta I a 13 anni
Lizzy non viveva con i suoi, aveva una sua casa, una sua corte, un suo seguito. Era costume dell’epoca dei Tudor, che i figli reali avessero un luogo proprio dove vivere e crescere. Addirittura Elisabetta possedeva ben tre case: Hatfield, nel nord di Londra, Eltham, a sud di Londra, e Hundson, nella contea di Hertford.
A 3-4 anni iniziò gli studi, dovendo imparare a leggere per poi passare alla conoscenza della Bibbia e dei filosofi greci. Suoi tutori personali e insegnanti furono anche Roger Ascham, insigne umanista, definito da lei molto severo, e Thomas Gryndal, a suo dire un signore davvero divertente.
Lizzy non era meno delle altre principesse europee dell’epoca, che parlavano e scrivevano in 3-4 lingue, aveva nel sangue la passione per la cultura: sua bisnonna Elisabetta, la madre di Enrico VIII, aveva tradotto libri dal francese all’inglese, mentre sua sorellastra Maria conosceva e parlava perfettamente latino, francese e spagnolo.
Da parte sua Lizzy, in quella giovane età, stava apprendendo nozioni di latino, greco, italiano e francese, preparandosi ad approfondire i filosofi greci.
Disse di lei Roger Ascham: “… La sua mente è priva di ogni debolezza femminile; la sua perseveranza è pari a quella di un uomo e la sua memoria è in grado di custodire a lungo ciò che ha carpito con grande rapidità. (…) Altrettanto mi delizia con la sua musica, per merito delle sue doti ed abilità. Nei suoi ornamenti è elegante pur senza ostentazione.”
Gli studi giovanili la portarono ad amare la musica, la poesia, il teatro, specialmente quello di Shakespeare. Tutto ciò condizionò, in un certo qual modo, la sua epoca, basta ricordare che grandi scrittori e artisti produssero le loro migliori opere in quegli anni: Francis Bacon, filosofo e scienziato, Christopher Marlowe e Ben Jonson, drammaturghi e poeti, e tanti altri. Ma non solo la cultura era parte della sua vita giovanile, a lei piaceva cavalcare, passeggiare e persino cacciare. Particolare attenzione dedicava alla danza, sua passione.
Se la giovinezza di Lizzy fu spensierata, il periodo che seguì la morte del padre fu pieno d’interrogativi, ma la sua determinazione, la sua caparbietà, la sua forte educazione la portarono a vincere le discordie con la sorellastra Maria, facendosi eleggere regnante inglese.

Rino, fra il serio e il faceto.

Apr 142009
 

Abbiamo diverse volte trattato di questo argomento (»»»qua e »»»qua), ed è di tale importanza che seguiamo a dissertare su esso.
La Rivoluzione industriale portò cambiamenti sociali, economici, politici in tutto il nostro continente, cambiamenti sia positivi, che negativi. La vita dell’uomo mutò di percorso, si formarono nuovi ceti sociali, si fondarono città e si svilupparono principalmente quelle che avevano una buona rete di comunicazione, si realizzarono bonifiche, si prepararono nuove strade, si allestirono nuovi ponti, ci fu una massiccia emigrazione verso le nuove zone di produzione, si concepirono nuove idee politiche, si formarono nuove potenze.
Londra, Rivoluzione industriale, Gustave DoréA principio del XVIII sec., la maggior parte della popolazione europea viveva nelle campagne, circa l’80-85% erano contadini che coltivavano la terra per il loro fabbisogno, mentre il prodotto eccedente veniva portato ai mercati cittadini. In Inghilterra, alla fine della seconda metà del XVIII sec., la rivoluzione industriale aveva determinato un nuovo modo di vivere, sia per coloro che usualmente abitavano in città, che per gli agricoltori. Questi ultimi, in difficoltà per la pesante tassazione, ma anche con il sogno d’iniziare una nuova e più degna vita, abbandonarono le loro case per andare alla ricerca di nuove fonti di guadagno, nelle fabbriche, ma si incontrarono con una realtà ben diversa, una realtà difficile, dura, spesso violenta. La famiglia si disgregò, si accentuò il divario sociale.
In certi documenti risalenti al 1840 si legge che l’orario di lavoro era di 13-14 ore il giorno per sei giorni la settimana, mentre i bambini di 5-6 anni erano obbligati a lavorare persino 13-15 ore negli opifici o nelle miniere in situazioni malsane e pericolose. Non avevano facilitazioni, si ammalavano frequentemente, erano malpagati, sfruttati, denutriti. Solo nella seconda metà dell’800 si approverà una legge che cercherà di regolamentare il lavoro minorile.
In uno suo scritto del 1845, Engels annotava che gli alloggi degli operai erano situati in una parte quasi nascosta delle città, affinché fossero separati dalla borghesia, dagli industriali, dagli aristocratici, insomma dai ricchi. Parlando della città di Manchester, commentava:

“… Tuttavia, il meglio di questa situazione è che i facoltosi aristocratici del denaro possono superare i rioni operai percorrendo la via più diretta per raggiungere i loro uffici nel cuore della città, senza minimamente avvedersi passare accanto alla miseria più nera che regna tutt’intorno”. (1)

Riferendo ciò che vedeva passeggiando vicino le fabbriche, registrava:

“… In basso scorre, o meglio ristagna, l’Irk [N.d.R. fiume di Manchester], uno stretto corso d’acqua scura e maleodorante, che deposita la spazzatura e i rifiuti di cui è zeppo sulla riva destra, più piatta. Quando il clima è secco su questa riva resta una lunga fila di pozzanghere repellenti e fangose, di colore verdognolo, la cui superficie ribolle di continuo per i gas mefitici che salgono dal fondo, emanando un fetore insopportabile anche per chi è sul ponte, una quindicina di metri sopra il livello dell’acqua”. (2)

Le preoccupazioni di Engels erano confermate da una relazione di un’inchiesta parlamentare inglese sul lavoro degli operai in fabbrica:

“A Tyldesley gli uomini lavorano a una temperatura da 29 a 30 gradi, 14 ore al giorno, compresa l’ora di pranzo. Durante le ore di lavoro la porta è chiusa, salvo una mezz’ora per il tè; gli operai non possono andare a prendere l’acqua per rinfrescarsi nell’atmosfera soffocante della filatura; anche l’acqua piovana è sottochiave, per ordine del padrone…”.

E a proposito dell’abuso dei bambini, scriveva Bertrand Russell:Rivoluzione industriale, Lavoro minorile

“I fanciulli entravano dai cancelli della filanda alle cinque o alle sei del mattino, e ne uscivano alle sette o alle otto di sera. Unica sosta durante questa reclusione di 14 o 15 ore era costituita dai pasti, al massimo mezz’ora per la colazione e un’ora per la cena. Ma questi intervalli significavano unicamente un mutamento di lavoro: anziché badare ad una macchina in azione, pulivano una macchina ferma, mangiando il loro pasto come meglio potevano in mezzo alla polvere a alla lanugine che soffocava i loro polmoni”. (3)

Certamente non era una situazione igienica sopportabile: malattie, febbri, rare infermità colpivano chi viveva in quelle condizioni. Le prime leggi assistenziali si ebbero nella seconda metà del XIX sec., così come le prime associazioni operaie.

Samuel Scott, Una banchina sul Tamigi, XVIII sec.

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1. Friedrich Engels, La situazione della classe operaia in Inghilterra, 1845.
2. Friedrich Engels, op. cit.
3. Bertrand Russel, Storia delle idee del XIX secolo, 1959.

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Piccola bibliografia:

- Salvatore Ciriacono, La Rivoluzione industriale. Dalla protoindustrializzazione alla produzione flessibile, Bruno Mondadori, 2000.
- Edward A. Wrigley, La rivoluzione industriale in Inghilterra. Continuità, caso e cambiamento, il Mulino, 1992.
- Robert C. Allen, La rivoluzione industriale inglese. Una prospettiva globale (Le vie della civiltà), il Mulino, 2011.

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Per maggiori approfondimenti, scarica la monografia, »»»qua


Jan 312009
 

Rivoluzione industrialeFra il 1760 e il 1830 una serie di cambiamenti interessarono, in modo particolare, la Gran Bretagna, alterando vistosamente non solo la sua economia, perfino la struttura della società. La rivoluzione industriale cambiò le famiglie, cambiò il modo di lavorare, cambiò la cultura e il pensiero, cambiò la nazione. Certamente, il tutto non avvenne né in pochi anni, né in pochi decenni, ma fu tale che lo stato inglese dopo il 1830 era un altro.

Ma che cosa fu esattamente la Rivoluzione industriale?

Per dirla con Joel Mokyr, “fu in primo luogo un’età caratterizzata da una tecnologia di produzione in rapido mutamento alimentata dall’attività tecnologica ”1. Ciò che salta subito all’occhio, analizzando certi particolari, è che mentre le scoperte e le invenzioni avvennero sul continente europeo, in Francia in particolare, gli adattamenti furono prerogativa inglese, ricordiamo il caso della macchina in piano per la fabbricazione della carta di origine francese – N. L. Robert, 1798 -, introdotta a Londra nel 1807 da Bryan Donkin, o l’illuminazione a gas, o ancora il candeggio delle fibre tessili mediante il cloro, e via dicendo. Insomma, gli inglesi seppero apportare miglioramenti a tecnologie già note, microinvenzioni a macroinvenzioni, come la macchina a vapore, quella macchina che seppe combinare energia cinetica e energia termica. E fu proprio nel 1712 che Thomas Newcomen produsse la prima, sebbene solo nel 1765 James Watt, con l’introduzione del condensatore separato e altri dettagli, la perfezionò a tal punto da diventare uno dei motori della rivoluzione.

Accanto a questa, nel 1769, nacque, grazie a Richard Arkwright, la filatrice ad acqua, e tutta una serie di invenzioni che porteranno, in pochi decenni, la Gran Bretagna all’avanguardia tecnologica nel continente europeo. Rivoluzione industriale.

La società si trasformò, artigiani come birrai, cartai, fabbricanti di vasi divennero ben presto membri del parlamento, conti, baroni, uomini d’affari importanti, tutto ciò per la ricchezza ricavata dall’opera industriale. Chiaramente, nello stesso tempo, aumentò il divario sociale, si ebbe un qualche impoverimento della classe più debole, costretta a lavorare, spesso e volentieri, in condizioni fisico-ambientali non certo idonee. Il lavoro, poco a poco, passò dall’essere eseguito nelle case all’essere sviluppato nelle industrie, nelle aziende, con una serie di problematiche psicologiche e fisiche che avrebbero investivo la collettività. La famiglia avrebbe perso la propria autonomia, la propria forza aggregatrice, la propria libertà.

Ma com’era la Gran Bretagna prima della rivoluzione industriale?

A grandi linee, aveva un’economia aperta, importava dall’Asia, dall’America, dall’Africa, commerciava con mezzo mondo; i capitali entravano e uscivano senza grossi problemi; gli intellettuali erano in corrispondenza con l’Europa; le persone viaggiavano per conoscere; le idee circolavano con una certa libertà, così come le tecnologie e le scienze. Insomma, l’isola poteva dirsi pronta a prendere atto delle proprie forze. Certamente è da ricordare che il continente soffrì una serie di guerre nel periodo fra il 1760 e il 1830, e sebbene anche la Gran Bretagna partecipò in alcune di esse, la nazione rimase per lo più al riparo di saccheggi o ribellioni o devastazioni.

Un’altra peculiarità del periodo preso in considerazione è che già all’inizio del XVIII secolo gli scienziati tenevano conferenze pubbliche, letture, riunioni su temi di meccanica e tecnica, coinvolgendo le persone comuni, commercianti e artigiani. Eppure la nazione dove si stampavano più periodici scientifici era la Germania!

Considerando che i tenori di vita salirono e che la società ebbe un progresso generale, sorge spontanea una domanda: sarebbe accaduto lo stesso senza la rivoluzione industriale?

La risposta la lasciamo allo storico T. S. Ashton:                                                

“Oggi nelle pianure dell’Asia ci sono uomini e donne coperti di piaghe e affamati che conducono una vita non molto diversa […] da quella delle bestie che faticano con loro […] questi livelli asiatici e questi orrori non meccanizzati sono il destino dei popoli che crescono di numero senza passare attraverso una rivoluzione industriale.” 2

Samuel Scott, Una banchina sul Tamigi, XVIII sec.


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Ulteriori informazioni sulla rivoluzione industriale in G. Armato, Passeggiando per la storia, dal 1200 al 1800, Mini Edizioni Il Papyrus, Pistoia, ristampa 2009, pagg. 171-172-173.

1. Joel Mokyr, Leggere la rivoluzione industriale, il Mulino, Bologna, 2002, pag. 34.

2. T. S. Ashton, La rivoluzione industriale, 1760-1830, Laterza, Bari, 1972, pagg. 168-169.

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Per ulteriori approfondimenti, scarica la monografia, »»»qua.

Oct 142008
 

Primo grande incendio: 1212;

secondo grande incendio: 1666;

terzo grande incendio: 1940.      

                           

                                                           

Sembra che a Londra gli incendi siano di casa, e quello del 1666 distrusse più di 13.000 abitazioni, 87 chiese parrocchiali, 6 cappelle, finanche la Cattedrale di San Paolo, fra le altre costruzioni, lasciando 100.000 persone senza un tetto.

Ma diamo un ordine agli eventi.

Prima mattinata di domenica, 2 settembre 1666: nella casa del fornaio del re Carlo II, Thomas Farrinor, in Pudding Lane, scoppia un incendio, pare dovuto al fatto che questi dimenticò spegnere il forno la sera precedente, e alcuni pezzi ardenti accidentalmente appiccarono fuoco a dei rami accatastati nelle vicinanze. Caso volle che proprio quel giorno un forte vento soffiava per le strade di Londra, nutrendo l’incendio che poco a poco si sviluppava per le sue vie. Ricordiamo che le costruzioni dell’epoca, spesso e volentieri una attaccata all’altra, erano ancora edificate con legno e paglia, per cui le fiamme si alimentarono ben presto di materiale altamente incendiabile. Rifugiati nella cattedrale di San Paolo, dove si ritenevano a salvo grazie alle spesse mura, centinaia di persone dovettero immediatamente allontanarsi perché il tetto, anch’esso in legno, cadeva a pezzi, facendo vittime. Il panico si diffondeva, la gente fuggiva, le case ardevano, l’incendio era visibile da decine di miglia di distanza.

Notizie dell’epoca riportano che il sindaco, Sir Thomas Bloodworth, sottovalutasse il pericolo, a tal punto da dichiarare che “una donna potrebbe estinguerlo con una pisciata”, fatto sta che Londra bruciò sino al 5 settembre, distruggendo i cinque sesti dell’intera città. Devastante!

Alcuni affermarono essere stato un complotto dei cattolici, altri una punizione divina, altri ancora asserivano che lo stesso governo lo aveva iniziato per debellare la peste che l’anno precedente aveva preso Londra causando circa 100.000 vittime, insomma, ciò di cui si è sicuri è che la città venne ricostruita, stavolta con mattoni, sulle stesse mura cadute, rispettando, dove si poteva, la vecchia divisione viaria, con i soldi derivati anche da una forte tassazione sul carbone.


Apr 052008
 

Vi sono aspetti della storia poco valutati, poco noti, come se non fossero importanti ai fini dello studio di una particolare epoca o di un particolare personaggio. A mio avviso qualunque dettaglio che possa far comprendere un evento, un fatto, che possa approfondire meglio ciò che stiamo analizzando, è rilevante e degno di nota.

Come tutti i regnanti della sua epoca, anche Elisabetta I (1533-1603) aveva i suoi bei palazzi dove soggiornare a piacimento. Ricordiamo brevemente il Castello di Windsor, Hampton Court, Richmond Palace, Greenwich Palace, Nonsuch Palace, la Torre di Londra, St. James Palace, Whitehall Palace. Ciascuno di essi sempre pronto a ricevere la regina.
Quando Elisabetta decideva spostarsi, al suo seguito v’erano sempre non meno di  60-70 persone fra dame di compagnia, guardie del corpo, servitù, cavalli, carrozze, insomma una grande comitiva al seguito. A lei piaceva visitare il suo regno, era una di quelle regine che spesso girovagava per città e per villaggi, parlando con i suoi sudditi.
Di seguito, qualche immagine che illustra alcune delle sue dimore.

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Ulteriori inf. : G. Armato, Passeggiando per la storia, pag. 105 e sgg.

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Whitehall Palace

Whitehall Palace

Nonsuch Palace

Nonsuch Palace

Saint James Palace

Saint James Palace

Feb 052008
 

Carlo I StuartNel 1603, alla morte di Elisabetta I Tudor, sovrana nubile, che aveva regnato dal 1558 al 1603, salì sul trono inglese Giacomo I Stuart, della famiglia reale scozzese, seguito nel 1625 dal figlio e successore Carlo I, cattolico convinto e sostenitore del diritto divino del re. Costui, affascinato dai modi della monarchia assolutista francese, desiderava seguirne i passi, cosicché sciolse varie volte il parlamento, motivato anche dal fatto che gli negava i fondi necessari per intraprendere una guerra in Europa. Ma l’Inghilterra non era la Francia, in quanto una piccola e media nobiltà insieme a un’attiva e ricca borghesia londinese non volevano rinunciare a un diritto secolare che li aiutava a sopravvivere degnamente contro l’assolutismo del sovrano.
La situazione divenne insostenibile quando il parlamento negò al re di riscuotere direttamente i dazi doganali sull’importazione del vino e di altri prodotti e si oppose all’introduzione di altre tasse fondiarie. Si notava inoltre una forte opposizione religiosa della Chiesa scozzese presbiteriana. Carlo I si vide costretto a convocare il parlamento – corto parlamento – per far fronte alla situazione: era il 1640. Gli avvenimenti precipitarono l’anno seguente, quando in Irlanda scoppiò una rivolta cattolica. Ma a chi affidare il comando dell’esercito: al re o al parlamento? Carlo I tentò di far arrestare i capi dell’opposizione parlamentare, ma fallì. Ritiratosi a Oxford organizzò un esercito, mentre il parlamento ne preparò un altro.
Scoppiò, dunque, una guerra civile, che vedeva impegnati i sostenitori del re, da una parte, e i sostenitori del parlamento, dall’altra. Grazie a un abile e deciso personaggio, il deputato e poi generale di cavalleria Oliver Cromwell, l’esercito di Carlo I, dopo varie battaglie, fu sconfitto e lo stesso re condannato a morte nel 1649.
Oliver CromwellCromwell, dopo aver controllato la guerra civile fra cattolici e protestanti in Irlanda, partì per la Scozia, dove, in breve tempo, debellò gli ultimi realisti. Ritornato a Londra, sciolse il parlamento, nel 1653, e si proclamò dittatore a vita, anche se il paese era nominalmente una repubblica.
Cromwell, puritano protestante e tenacissimo avversario dei cattolici, fu il primo borghese a governare l’Inghilterra. Con la meta di sviluppare ulteriormente la marina e i commerci, emanò una legge che costringeva tutti i mercanti inglesi a usare le navi della flotta reale per trasportare i loro prodotti, in tal modo il mercato marittimo in poco tempo superò quello olandese e quello spagnolo.
Furono anni di una intensa riforma politica: si suddivise il paese in undici distretti militari, si istituì una milizia di soldati a cavallo, si invitò gli ebrei a ritornare nel paese, si imposero nuove tasse, non senza il malcontento generale.
Quando nel 1657, dopo aver ricostituito il parlamento, questo gli propose la carica di monarca, Cromwell rifiutò, accettando solo il titolo di Lord Protettore. Proprio in quegli anni fu promulgata una nuova costituzione, nella quale si dava, altresì, allo stesso Cromwell il potere di attribuire titoli nobiliari, come fosse un re.
Morì nel 1658, succedendogli alla carica il figlio Richard, rovesciato ben presto dal parlamento in quanto poco capace di dirigere la nazione. Nel 1660, Carlo II Stuart prese il potere come sovrano, ristabilendo la monarchia.
Il paese era profondamente cambiato: la Chiesa anglicana si era organizzata secondo un modello gerarchico, dando ai vescovi ampie facoltà; era sorta la setta dei Quaccheri; in seno al parlamento iniziarono a differenziarsi due schieramenti, quello dei tories, sostenitori del re e della Chiesa anglicana, e quello dei whigs, fautori di un parlamento più attivo.
Eravamo già a fine secolo, eravamo vicini all’invenzione della prima macchina a vapore, vicini a una rivoluzione pre-industriale, vicini a tanti cambiamenti che avrebbero fatto più grande e forte la nazione inglese.