Apr 142015
 
Un caffè ai tempi di Carlo II, 1674

Un caffè ai tempi di Carlo II, 1674

Grande incidenza hanno avuto i caffè, intesi come locali sociali, nell’Inghilterra del XVII sec., aiutando a modificare quella cultura nazionale che in pochi decenni avrebbe trasformato la nazione. Caffè, prodotto che ai primi del secolo in questione era bene di lusso e riservato a pochi, novità esotica che avrebbe conquistato un ruolo di primo piano, a tal punto che Thomas Rugg affermava esserci una bevanda turca, chiamata caffè, che si vendeva in tutte le strade della città (1). Verso il 1670, e maggiormente verso la fine del Seicento, i caffè erano così diffusi che per un penny era possibile bersene una tazza comodamente seduti, fumando e leggendo un periodico.

Per lo storico Brian Cowan, i caffè inglesi erano:

“… luoghi dove le persone si riunivano per bere un caffè, apprendere la notizia del giorno, e magari per incontrarsi con altri residenti locali e discutere questioni di reciproco interesse.” (2)

Tali ambienti esistevano già nel XVI sec. a Damasco, al Cairo, a Bagdad, esistevano altresì a Istanbul, a Smirne, e sembra esser stati i commercianti europei che trafficavano con l’impero ottomano ad importare l’idea del locale e l’usanza di berlo. In effetti, un ebreo di nome Jacob pare avesse aperto la prima caffetteria a Oxford nel 1650, chiamandola Angel, in cui si riunivano gli studenti universitari che di tutto parlavano fuorché di questioni accademiche (3), mentre a Londra precursori dicono esser stati due commercianti inglesi, Rastall e Daniel Edwards un paio di anni dopo (4) (»»qua una versione complementare e leggermente diversa).

Cosicché tale costume si diffuse in maniera abbastanza veloce, da Londra prese la via per andare vuoi nelle medie città come nei piccoli villaggi, lo ritroviamo finanche nelle realtà locali manifatturiere, vedi Gloucerster, Exter, Kendal, Sheffield, Newcastle, e altri centri, fino a raggiungere i porti, Bristol, Plymouth, Dorchester.

Caffè, Londra, XVII sec.

Caffè, Londra, XVII sec.

Coffeehouse che non erano riservati solo alla nobiltà o ai grandi commercianti, ma a tutti indistintamente, un gioco trasversale che avrebbe favorito ancor più l’arte della conversazione, svolgendo una funzione importante nello sviluppo dei mercati finanziari e dei giornali. Spectator e Tatler sono stati considerati i due più influenti periodici che circolavano nei caffè inglesi.

L’introduzione del caffè nelle abitudini alimentari ha contribuito a creare nuovi modelli di socialità – come le sale da caffè, antenate dei nostri bar – e, migliorando il rendimento psicofisico e la resistenza alla fatica in virtù degli effetti stimolanti della caffeina, ha concorso a modificare sensibilmente il nostro ritmo circadiano.” (5)

Personaggi come Samuel Pepys, Robert Hooke, Dudley Ryder e tanti altri erano soliti frequentarli, luogo in cui intavolavano discussioni, si scambiavano pareri, si informavano, non solo di pettegolezzi, ma anche di politica, questioni sociali, attualità, scienze… e, considerata la diffusione e influenza di questi coffeehouse, il governo li teneva sottocchio (»»qua).

Diversa fu la questione nell’Europa continentale, dove Vienna vide il suo primo caffè intorno al 1683, Amburgo nel 1671, Amsterdam solo a fine XVII sec., mentre a Parigi giunsero negli anni del ’70, dopo il primo a Marsiglia nel 1671, con un vero boom che si vedrà solo nell’Età dell’Illuminismo. Ma i caffè parigini, di cui il siciliano Francesco Procopio Coltelli ne aprì uno, poi famoso, nella rue des Fosses Saint Germain nel 1686, erano ambienti eleganti, con tavoli in marmo specchi e quadri, riservati all’aristocrazia principalmente urbana.

Una palese diversità risulta evidente fra i locali inglesi e quelli francesi, ché mentre i primi invitavano alla discussione di gruppo indipendentemente dallo stato sociale, i secondi erano organizzati in modo da favorire l’intimità, nel circolo di poche scelte persone. Nei primi si potevano incontrare artigiani, commercianti, lord, imbroglioni, marinai, tutti attorno a un grande e lungo tavolo in cui si appoggiavano le riviste e i foglietti dell’epoca, magari accordandosi su un futuro carico di cotone o stringendosi la mano per un affare appena concluso. I caffè francesi del Settecento furono quasi sempre ed esclusivamente a titolo principalmente letterario.

Un caffè a Londra, da Vulgus Britannicus, 1710, di Ned Ward

Un caffè a Londra, da Vulgus Britannicus, 1710, di Ned Ward

Negli anni ’70, Andrew Yarranton, ingegnere incaricato di rendere navigabili certi corsi d’acqua, dava discorsi e conferenze proprio in un caffè, parlando per esempio sulla necessità di una banca pubblica. Accadeva dunque, che le caffetterie inglesi erano luoghi per riflettere, dibattere, leggere i quotidiani e i pamphlets, e nello stesso tempo fumare, malignare, giocare, generalmente con un linguaggio educato e civile, non mancando le eventuali liti di tanto in tanto, ogni caffetteria magari si creava una certa clientela unita da un interesse in comune. Nella Jamaica Coffee House, per dare una pista, si riunivano i commercianti delle Indie Occidentali per avere informazioni sul prezzo dello zucchero o degli schiavi.

Quando i politici scoprirono che la divulgazione delle notizie e delle idee in generale era più rapida, efficace e capillare se erano lanciate in tali ambienti, ne approfittarono subito, vedi i whig alla fine del XVII sec. Nello stesso tempo, alcuni di questi furono sede di centri culturali di un certo rilievo, John Dryden e Samuel Butler, fra i tanti, erano soliti frequentare negli anni ‘60 il Will’s Coffehouse di Londra. Letterati, critici, drammaturghi, opinionisti, giornalisti, eruditi, scientifici adoperavano le caffetterie per proporre le proprie idee o le ultime produzioni letterarie. E se accanto c’era un piccolo borghese o un semplice operaio, questi se ne beneficiava.

*****
– 1. in Steve Pincus, 1688, La Primera revolución moderna, Ed. Acantilado, Barcelona, 2013, pag. 133.
– 2. Brian Cowan, The Social Life of Coffee. The Emergence of the British Coffeehouse, Yale University Press, New Haven, 2005, pag. 79.
– 3. Bennett A. Weinberg, Bonnie K. Bealer, Tè, caffè, cioccolata. I mondi della caffeina tra storie e culture, Donzelli, 2009, pag. 171.
– 4. in Steve Pincus, 1688, La Primera revolución moderna, op. cit., pag. 137.
– 5. Maria Fusaro, Reti commerciali e traffici globali in età moderna, ed. Laterza, 2008, kindle pos. 72.

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Pin on PinterestEmail this to someone
Apr 032014
 

La storia del passato vista a volo d’uccello. Sì, perché l’anno scorso, sei studenti (»»qua il loro sito) della De Montfort University di Leicester, cittadina nel centro dell’isola inglese, hanno realizzato un video dalle immagini tridimensionali davvero interessante per entrare nelle dinamiche visive degli eventi del tempo.

Concentrando la loro attenzione nel quartiere da dove partì il famoso incendio del 1666, intorno alla Puddin Lane, nella casa del fornaio Thomas Farriner, il dinamico filmato ci immette nei vicoli, nelle viuzze, nei passaggi di una città ancora stile medievale, in cui il fuoco ha avuto vita facile nelle case addossate l’una all’altra, costruite con materiali altamente incendiari. Ci fa toccare, in poche parole, l’atmosfera quotidiana inglese, basta osservare per esempio le insegne dei negozi, i fangosi viottoli su cui si appoggiavano le assi di legno per camminare, i prodotti venduti lungo le vie, e tanto altro ancora.

Con il sostegno di mappe dell’epoca, con precise descrizioni, con documenti e testimonianze alla mano, i ragazzi sono riusciti a ricreare una suggestiva parte della Londra della metà XVII secolo, nell’Inghilterra di Carlo II Stuart.

Di seguito il bel filmato.

YouTube Preview Image

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Pin on PinterestEmail this to someone
Jan 092014
 

“Vitium impotens, virtus vocatur”
Il vizio impotente è chiamato virtù
(Seneca)

William HogarthWilliam Hogarth nacque nella Londra pre-industriale il 10 novembre 1697 e vi morì all’età di 67 anni, il 26 ottobre 1764. Oltre a essere pittore, fu anche uno dei più grandi incisori dell’epoca, essendo stato uno dei pochi a ottenere gloria e fama durante la sua vita.

Da ragazzo entrò nella bottega di un suo lontano parente, tale Ellis Gamble, per apprendere l’arte dell’incisione sull’argento. Dopo circa sei anni di apprendistato, stanco di replicare sempre le stesse cose, se ne andò per conto suo aprendo una piccola bottega per incidere sul rame. Sin dall’inizio si manifestò la forza del suo carattere: un semplice, elegante e architettonico cartoncino pubblicitario sulla porta d’entrata annunciava la sua nuova sede, aveva 23 anni.

In quegli anni la pittura inglese attraversava un periodo poco favorevole, in quanto la maggior parte dei dipinti erano eseguiti da artisti europei, gli inglesi non riuscivano a produrre opere degne di nota. Cosicché William cercò di animare sia i colleghi che sé stesso, impegnandosi oltre maniera e perfezionandosi su ciò che era la tendenza del ‘700. Il nuovo modello da seguire era l’arte barocca italiana e francese, caratterizzata da elementi quali il movimento, l’energia, la tensione, elementi rappresentati tramite il volume e la prospettiva. Altro componente fondamentale del barocco era la vocazione naturalistica, l’attenzione per le figure umane, per i sentimenti, per la razionalità. Nacquero così, per mano di Hogarth, quadri storici, come le grandi tele per l’ospedale di St. Bartholomew.

Ancora giovane, l’artista inglese illustrò il poema comico-eroico Hudibras di Samuel Butler, con dodici grandi tavole, criticando i puritani. Fu la prima volta che William seguiva il filo di un racconto per raffigurarne le gesta di un eroe che ci ricorda il Don Chisciotte del Cervantes. Era l’anno 1726. L’irrequietezza lo condusse a prendere lezioni di pittura nella scuola d’arte di James Thornhill, di cui sposò segretamente la figlia nel marzo del 1729. Furono gli anni dedicati ai quadri cosiddetti familiari, noti in Inghilterra come scene di conversazione ovvero ritratti di gruppi di famiglie aventi come sfondo una stanza o aperta campagna. Nel ‘700, questo tipo di rappresentazioni dovevano dimostrare, raffigurare, rappresentare lo stato sociale, le amicizie, i possedimenti, ma anche l’intimità familiare e la vita domestica del committente. Hogarth ebbe un tale successo, che ben presto divenne famoso. In questi suoi quadri c’è vivacità, naturalezza, dettagli, particolari elaborati. La sua eleganza stava nel non appesantire artificiosamente l’insieme, insieme che nello stesso tempo comunicava sentimenti, espressioni e movimenti.

William Hogarth, Propaganda, ricerca di voti elettorali

William Hogarth, Propaganda, ricerca di voti elettorali

Cercando altri sbocchi ed essendo affezionato al teatro, alla commedia, alla tragedia, alla farsa, dove la rappresentazione si svolgeva in una successione di atti, William decideva di raccontare una determinata storia in una sequenza di immagini. La prima serie da lui composta fu dedicata alla vita di una prostituta, tracciando le passioni, la pietà, il disprezzo, la paura, i dolori, i sentimenti: nasce così la Carriera di una prostituta, era il 1732. Tale fu il successo da indurlo a preparare una seconda serie dal titolo Carriera del Libertino (1732-33). Qua la storia è quella di un uomo libertino, Tom Rakewell, dai comportamenti poco morali e irresponsabili. Con acuto gusto satirico dipinge le tappe della vita di tale personaggio, giovane, frivolo, superficiale, giocoso, che finisce in manicomio. Evidente in tali quadri era anche la vivacità delle emozioni dei protagonisti, gente popolare, gente di tutti i giorni. Il merito di Hogarth fu quello di trasferire in una fila di sequele visive un’accurata azione drammatica, in cui il ritmo era veloce, forte e chiuso. Insomma, in 5 quadri la vita di un personaggio. Affinché giungessero a un vasto pubblico, si passò immediatamente a inciderle. Ulteriore accorgimento di William fu quella di ricorrere alle didascalie ovvero a qualche frase per dare forza e carattere all’intero ciclo.

Si potrebbe dire che sia le illustrazioni per il libro di Butler, Hudibras, sia la sua passione per il teatro siano state fonte d’ispirazione, e quell’idea geniale lo portò ai vertici della popolarità inglese ed europea. Il fine ultimo di tali incisioni era morale, era dimostrare certi errori nel comportamento umano, errori che conducevano i protagonisti a essere esclusi dalla società, essere criticati e derisi.

Altro tema cui William si dedicò fu quello della ritrattistica, genere in alta considerazione nell’Inghilterra del sec. XVIII. Uno dei suoi primi ritratti fu dedicato al capitano Thomas Coram, noto filantropo, seguirono quelli al suo amico, attore di teatro, David Garrick, e tanti altri. Erano gli anni 1740-1750. Ugualmente in codesti quadri, Hogarth mette tutta la sua esperienza affinché risalti una profonda introspezione psicologica, ma anche un certo realismo pittorico. I suoi volti hanno forza, colore, simpatia, emozioni, acquistano propri contrasti chiaroscurali, effetti luministici intensi e pennellate fluide, spesso sentimentali.

William Hogarth, Carriera di un libertino, incisione 1735

William Hogarth, Carriera di un libertino, incisione 1735

Siamo giunti al 1747, quando inizia il ciclo morale dedicato a richiamare i giovani all’ordine, all’operosità e non all’ozio. Con una serie di dipinti intitolati Zelo e infingardaggine, dallo stile grafico crudo, rivela la sua vera intenzione, quella di rimproverare e richiamare l’attenzione dei ragazzi. Altra serie di opere fu dedicata a denunciare i vizi dell’alcol, la crudeltà verso le creature divine, la corruzione del sistema politico: erano gli ultimi lavori del nostro artista.

Alla fine della sua vita si dedicò a scrivere un libro, ancora oggi obbligatorio per gli studenti che si occupano di storia dell’estetica, dal titolo L’analisi della bellezza, in cui tratta dello spazio, del movimento, della superficie pittorica, ma anche dell’eleganza e della grazia.

Per concludere, Hogarth aveva la peculiarità di caratterizzare i suoi personaggi e le sue scene con una sorprendente quantità di osservazioni, che li rendevano vivi, dipingendo l’egoismo, la brutalità, la lussuria, la corruzione, ridicolizzando e drammatizzando il suo tempo, richiamando temi rinascimentali, del barocco, il tutto con la sua forma, il suo carattere, il suo modo di vedere le cose, spesso con il tipico umore inglese.

Moriva così un grande artista del XVIII secolo, un artista che aveva voluto impiegare la vita denunciando i mali dell’epoca, un’epoca in cui si affacciava la rivoluzione industriale, la nuova borghesia, la decadenza degli aristocratici, un’epoca di cambi. La sua arte era il mezzo di propaganda, il suo modo di parlare, criticare, suggerire. Le sue satiriche incisioni, diventate pertanto canale di comunicazione, si rivolgevano non solo al popolo, ai contadini, ai miseri cittadini, ma anche ai nuovi ricchi affinché conoscessero la vera realtà inglese e di Londra in particolare.

L’epitaffio, scritto dal suo amico Garrick, recita: “Addio grande pittore del genere umano”. 

William Hogarth, Carriera di una prostituta, 1732

William Hogarth, Carriera di una prostituta, 1732

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Pin on PinterestEmail this to someone
Sep 122013
 

Mattia Preti (1613-1699), pittore, lo rividi a Malta nelle decorazioni della Co-Cattedrale di San Giovanni, era l’anno 2008, un piacevole mite febbraio mediterraneo. Però, non sono mai stato a Taverna, paesino in provincia di Catanzaro, in Calabria. Che cosa c’entra Preti con Taverna? beh, semplicemente nacque lì: Taverna.

Taverna fu anche una nobile famiglia milanese del XII-XIII secolo, così come Francesco Taverna (1488-1560) era altresì ambasciatore di Francesco II andato a metter pace fra Carlo V e Venezia, fino a diventare conte nel 1536 grazie al “buon” Asburgo – Carlo V, per intenderci.

Insomma, s’è ben capito che il tema del presente articolo è la taverna, luogo in cui una volta si vendeva principalmente da bere, venuto da Taberna-ae, dal latino a noi tanto caro. Luogo che qualche autore dice essere stato punto di propulsione per le economie locali al tempo di Roma, giacché si commerciava al dettaglio merce agricola e artigianale.

Taverna tedesca, 1470 ca., sconosciuto

Taverna tedesca, 1470 ca., sconosciuto

Della taverna accenna nientemeno che il nostro sommo poeta:

Noi andavam con li diece demoni.
Ahi fiera compagnia! ma ne la chiesa
coi santi, e in taverna coi ghiottoni.” (1)

Ma non solo lui, Giovanni Boccaccio nel suo Decameron del 1349 (?), nell’Ottava Giornata, Novella Sesta, fa dire a Bruno:

“ – Qui si vuole usare un poco d’arte: tu sai, Buffalmacco, come Calandrino è avaro e come egli bee volentieri quando altri paga; andiamo e meniallo alla taverna, e quivi il prete faccia vista di pagare tutto per onorarci e non lasci pagare a lui nulla;
[…]
ed essendo già buona ora di notte quando dalla taverna si partì, senza volere altramenti cenare, se n’entrò in casa, e credendosi aver serrato l’uscio, il lasciò aperto e andossi al letto.” (2)

Adriaen Brouwer, Contadini in una taverna, 1630 ca.

Adriaen Brouwer, Contadini in una taverna, 1630 ca. (Olanda)

E andar per taverne potremmo considerarla, nell’avanzare l’Età moderna, una caratteristica sociale. In poche parole: nel Medioevo il popolo usualmente aveva ben poco “tempo libero” da impiegare in altro modo che non fosse lavorare i campi o per attività di sopravvivenza o religiose. Con il passare del tempo, entrando già nel Rinascimento e andando ben oltre, crollando il sistema feudale, diminuendo l’influenza della chiesa, aumentando i viaggi, sviluppandosi ancor più le città, e, in un certo qual modo, il benessere economico, più persone iniziavano ad avere qualche spicciolo da destinare altrimenti, magari divertendosi giocando con le carte o per piaceri sensuali, da ciò una loro maggiore espansione – basta pensare alla quantità che aprirono a Londra. Certo, erano anche luoghi per criminali e poco raccomandati, insomma si poteva trovare di tutto.

Dicevamo di tutto, posto da cui parte una famosa disfida, quella di Barletta (1503), giacché raccontano che iniziò in una cantina, mentre si svolgeva un banchetto, con le parole di La Motte, francese, prigioniero, accusando di tradimento e codardia i nostri cavalieri. Ma Ettore Fieremosca non si tirò indietro e… si sa come finì.

Armi battaglie, donne cibo, vino birra, musica allegra nelle taverne:

YouTube Preview Image

Ahimè, nelle taverne vengono perfino dichiarati decessi!
William Shakespeare, nel dramma storico Enrico V, 1558-1559, nel secondo atto, scena terza, fa annunziare la morte di Falstaff, l’omone tragi-comico dedito al vino e alle donne, proprio in una taverna (3), taverne luogo da lui frequentate. E da cui lo stesso scrittore inglese trae spunto per i suoi personaggi.

– Scena III – Londra, a Eastcheap, davanti alla taverna “Alla testa di cinghiale:

No, che il viril mio cuore oggi dolora.
Bardolfo, stammi allegro!
Nym, risveglia la tua vena smargiassa!
Ragazzo, drizza il pelo al tuo coraggio!
Falstaff è morto, e noi dobbiamo piangerlo.” (4)

William Hogarth, Scene in una taverna, 1735

William Hogarth, Scene in una taverna, 1735 (Londra)

Volano gli anni, passano i secoli, la storia dei luoghi prosegue il suo percorso restando indelebilmente legata alla nostra memoria e fornendo i più disparati frutti.
Sempre nell’isola inglese, nel 1717, il 24 giugno, a Londra, nella Taverna de L’Oca e la Graticola si fonda la prima Gran Loggia massonica d’Inghilterra, massonici che prima si riunivano usualmente nelle taverne – da cui traevano il loro nome – in modo individuale, uniti adesso in una federazione.

Restiamo a Londra.
Charles Dickens, il noto scrittore, era solito frequentare la Simpson’s Tavern, che dicono aprì le porte nel 1757 sotto il regno degli Hannover, Giorgio II, forse il primo locale in cui gli impiegati erano donne, locale in cui sembra ancora oggi respirare aria settecentesca.

John Lewis Krimmel, Danzando in una taverna, 1820 ca.

John Lewis Krimmel, Danzando in una taverna, 1820 ca. (Filadelfia)

Ecco dunque la taverna, che potrebbe essere considerata di poco conto, secondaria ai fini dell’investigazione, ambiente di perdizione, da qualcuno additata come immorale e scandalosa, eccola invece sul palcoscenico della storia.

*****

– 1. Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno, XXII, 13,15.
– 2. Giovanni Boccaccio, Decameron, Ottava Giornata, Novella Sesta.
– 3. Roberto Carretta, In taverna con Shakespeare. Amore, vendette e inganni a banchetto, Il Leone Verde, 2005.
– 4. William Shakespeare, Enrico V.

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Pin on PinterestEmail this to someone
Aug 232012
 

I processi industriali portarono una maggiore produzione di beni, una certa materialità che investirà inizialmente la Gran Bretagna di metà-fine XVIII sec. e poi, poco a poco, tutta l’Europa e l’Occidente, per conquistare l’intero pianeta, un processo che perdura ancora oggi, a tal punto da poter affermare essere figli della Rivoluzione industriale.

Se prima un dato bene di lusso era venduto a un prezzo cui potevano permetterselo solo poche persone, la meccanizzazione del lavoro favorì un abbassamento dei costi di produzione e una conseguente accessibilità da parte della massa: stoffe, vestiti, cappelli, guanti, bicchieri, piatti, suppellettili per la casa talvolta superflui, libri, mobili e, col passare dei decenni, perfino abitazioni case appartamenti, via dicendo.

La Rivoluzione industriale aveva consentito ai meno abbienti, che si affacciavano e salivano i gradini della moderna scena sociale, acquistare oggetti prima destinati ai nobili ai borghesi ai ricchi.

Cambiavano i modi di avvicinarsi alla materialità, cambiavano le classi sociali, cambiava pertanto la mentalità, un percorso che, grazie allo sviluppo meccanico, aveva dato l’avvio al nostro mondo contemporaneo.

L’epoca georgiana, quella che vide i vari Giorgio della Casa di Hannover, dal I al IV, sul trono inglese, è usualmente definita da alcuni storici come “age of manufactury”, età della manifattura, quando cioè uomini e donne britannici hanno avuto possibilità di possedere merci in quantità maggiore che in precedenza.

Sovrani, gli Hannover, che sebbene si interessassero poco delle faccende statali – qualcuno di loro non parlava addirittura l’inglese -, avevano permesso governare, in un modo o nell’altro, i loro ministri, favorendo, direttamente o indirettamente, un cambio anche artistico architettonico culturale sociale, un’evoluzione che portò alla costruzione del British Museum nel 1753, aperto al pubblico dal 1759, del Westminster Bridge nel 1750, del Royal Crescent a Bath, che favorì lo sviluppo di intellettuali del calibro di John Keats, di Lord Byron, di pittori come William Turner, John Constable, e tanti altri.

A questi pochi accenni, seguono alcune immagini per illustrare visivamente l’epoca in questione.

Negozio di vetri e cristalli, Messrs. Pellatt and Green, Londra, 1809

Negozio di vetri e cristalli, Messrs. Pellatt and Green, Londra, 1809

Migliorando le vie di comunicazione, crescendo di numero la popolazione cittadina e di conseguenza trasformando l’organizzazione della città, le vetrine diventarono occasione per comunicare e mostrare i più disparati prodotti, andare per strade, come per l’allora esclusiva Pall Mall o per Haymarket, per negozi a comprare o solo guardare, era oramai una parte imprescindibile dell’attività quotidiana.

L’immagine rappresenta il negozio Pellat and Green di Londra (1809), in cui si lavorava il cristallo, punto di ritrovo per rifarsi la vista e portarsi a casa un buon prodotto.

*****

Negozio di tele, Londra, 1809

Negozio di tele, Londra, 1809

Altra conseguenza della Rivoluzione industriale fu quella di poter disporre sempre più di tele stoffe tessuti di varia consistenza e stampo, con cui chiunque, secondo la propria disponibilità economica, poteva confezionarsi un vestito – ricordiamo la diffusione delle sartorie delle modisterie delle case di moda.

E allora cosa c’era di più appagante che visitare botteghe piene di materiale tessile e scegliere comodamente il proprio panno!

Ma non solo nelle zone eleganti nascevano tali negozi, quartieri poveri mostravano decine e decine di locali, competendo l’uno con l’altro, pronti ad attirare l’attenzione del passante e indurlo a entrare.

Nascevano mercatini rionali e si moltiplicavano i venditori ambulanti che offrivano, oltre a frutta verdura dolci pesce, i più diversi oggetti: strade vie piazze vicoli diventavano luoghi di frenetiche attività.

 *****

Libreria Messrs. Lackington, Allen & Co., Londra,1809

Libreria Messrs. Lackington, Allen & Co., Londra,1809

I caratteri mobili gutenberghiani di metà XV secolo avevano permesso lo sviluppo della stampa attraverso i torchi e il conseguente aumento del numero di libri pubblicati e la relativa crescita della tiratura. Il XIX secolo fu un periodo in cui le pubblicazioni conobbero una certa diffusione che, al tempo, potremmo dire capillare, libri di viaggio, di scienza, economia, riviste quotidiani opuscoli foglietti etc., raggiunsero le parti più recondite del regno.

Visitare, pur solo curiosando, una libreria, era così modo per entrare in contatto con le opere di nuovi e vecchi autori, per essere aggiornati delle ultime pubblicazioni, per scambiare punti di vista e opinioni.

James Lackington (1747-1815), figlio di un calzolaio, passò dall’essere povero a ricco grazie ai libri, offrendo volumi a buon prezzo, comprando quelli vecchi e usati, spesso intere librerie, e proponendoli in modo vantaggioso per tutti, pensando che erano, i libri, la chiave della conoscenza, della ragione, della felicità e che tutti, indipendentemente dalla loro situazione economica, classe sociale o sesso, avessero il diritto di accedere a loro.

*****

Ubriachi e libertini in una taverna di Londra, William Hogarth, 1733

Ubriachi e libertini in una taverna di Londra, William Hogarth, 1733

Ma non tutto era color rosa, problemi, ribellioni, avversità, si propagavano per il regno britannico e la nuova società. Del decadimento dei valori comunitari e sociali se ne fece carico un pittore, William Hogarth (1697-1764), rappresentando, nelle sue tele, una serie di scene che immortalavano una morale che iniziava a prendere ben altre vie lontane dalla rettitudine. Libertini e prostitute erano, per esempio, due soggetti cui usualmente dedicava il suo pennello, così come la decadenza della nobiltà. Una satira ben precisa e dettagliata che rappresentava un’espressione dell’epoca georgiana

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Pin on PinterestEmail this to someone
Apr 252012
 

Il caos e la frenesia di una città di notte, da Hogarth, 1738

Che cosa offriva la capitale inglese nel secolo in questione?

Caos, migrazione, strade affollate, fumo, smog, euforia, stupore, alcuni dei tanti aggettivi che potrebbero esserci utili per identificare Londra nel XVIII secolo, un secolo che porta già nei primi decenni i germi della rivoluzione industriale, degli imminenti cambi che percorreranno l’Europa intera.

Proprio in quegli anni la popolazione della Gran Bretagna, lo abbiamo accennato »»qua, cresce in modo davvero rapido, passerà da poco più di 5 milioni nei primi del ‘700 a circa 9 entro fine secolo. Crescita dovuta, fra le altre cose, a un miglior benessere rispetto al secolo anteriore, a una minore mortalità infantile, a un certo incremento economico.

Persone che dalle zone rurali irlandesi, scozzesi, gallesi “invaderanno” non solo Londra, ma anche altre città di una certa importanza, alla ricerca di lavoro e migliori condizioni di vita. Giovani che si impiegheranno come apprendisti, aiuto bottegai, nelle nuove fabbriche, donne contrattate, fra le altre attività, come aiutanti nelle case dei nuovi ricchi.

E non solo la capitale sarà testimone di una rapida crescita, anche città del nord come Manchester e Leeds, dove si apriranno nuove fabbriche, dove migliaia di persone si sposteranno a partire dalla seconda metà del ‘700. La struttura sociale ed economica dell’isola cambierà palesemente.

Londra, che agli inizi del XIX secolo conta già un milione di persone, circa un decimo della popolazione di tutta la Gran Bretagna, inizierà a modernizzarsi, teatri, pensioni, attrazioni, negozi con l’ultima moda, luoghi per divertimento. Le vie saranno affollate da gente che va e viene, che compra, che contratta, che beve e che mangia, che chiede l’elemosina, strade dove scarrozzano nobili e nuovi possessori di capitali che metteranno in moto l’economia come non prima.

La folla invaderà però quelle strade e stradine che erano rimaste tali da decenni, dal Medioevo, piccole, strette, buie, che si congestioneranno non appena due o più veicoli trainati da cavalli si incroceranno, magari percorse anche da venditori ambulanti, o che saranno impraticabili d’inverno per la pioggia e il conseguente fango, o per la polvere causata dal caldo estivo.

Londra, sebbene viva e palpitante, poteva apparire ai viaggiatori inquinata, con smog, con alcune vie e viuzze sporche all’estremo, a tal punto che si racconta che certe lettere inviate dalla capitale avevano un odore a “fuliggine”. E non dimentichiamo i fiumi, spesso maleodoranti e pieni di sporcizia, così come le fogne a cielo aperto, così come i rifiuti delle attività economiche giornaliere, dei macellai, dei verdurai, degli animali, e via dicendo.
 Solo verso la fine del secolo in questione, si cercherà di rimediare: pavimentazione e migliore drenaggio delle strade (1760), pulizia delle stesse, rimozione insegne pericolose, illuminazione con lampade a olio, maggior sicurezza urbana.

Il XIX secolo vedrà, però, Londra come una delle città più desiderate d’Europa.

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Pin on PinterestEmail this to someone
May 242011
 
Juan Luis Vives

Juan Luis Vives

Uno dei maggiori problemi del XVI secolo fu quello della povertà, dei mendicanti, degli indesiderati, di chi vagabondava alla ricerca di viveri per sopravvivere in una società che apriva le porte alla borghesia, che sviluppava ulteriormente paesi e città, che, in un certo qual modo, si affacciava a una proto-industrializzazione.

Nel 1526 a Bruges veniva alla luce un volume di Juan Luis Vives (1492-1540), umanista e filologo spagnolo, vicino a Erasmo da Rotterdam (1466 ca.-1536) e a Thomas More (1478-1535), dal titolo De Subventione Pauperum. In questo testo Vives si soffermava sulla necessità di aiutare i poveri, andando oltre il concetto medievale della semplice carità come forma assistenziale. L’autore era contrario all’accattonaggio, favorevole a costruire una serie di ospizi per togliere il povero dalle strade e prestando tutto il possibile aiuto, sia materiale sia spirituale. Lo stato cristiano, dunque, era l’ente che doveva prendere in mano la situazione, dando ai magistrati delle città la responsabilità dell’assistenza. Necessarie le donazioni, le fondazioni caritative, tutte quelle attività che i ricchi dovevano e potevano permettersi per evitare che il “meno fortunato” gironzolasse per le città, disturbasse le funzioni religiose, si perdesse nei vizi. In poche parole il Vives era propenso a centralizzare gli aiuti.

In quello stesso secolo uscirono altri libri che trattavano del problema assistenziale, basti ricordare De la orden que en algunos pueblos de España se ha puesto en la limosna para remedio de los verdaderos pobres, di Juan de Medina (1490-1547), del 1545, poi quello del domenicano Domingo de Soto (1494-1560) dello stesso anno, Deliberación en la causa de los pobres, poi ancora nel 1598 Discurso del amparo de los legítimos pobres, di Cristóbal Peréz (1558-1620).

Era davvero così numeroso questo ceto sociale? E chi erano questi poveri?

Con il progressivo sviluppo delle città, una massa di persone si era avvicinata a un diverso stile di vita, attratta da un modus vivendi meno duro che nelle campagne, massa che, non essendo preparata, ben presto si vide esclusa dal processo produttivo cittadino. Pertanto, uomini e donne che avevano abbandonato i campi, poi vedove di soldati caduti in guerra, poi ancora ciechi, zoppi, malformati, denutriti, sopravvissuti alla peste o alle malattie, bambini orfani lasciati al destino, in poche parole una quantità non indifferente di individui che potevano mettere in crisi il sistema sociale provocando tumulti non facili da controllare.

E tale è la situazione che nel 1531 in Germania, Carlo V (1500-1558) emette un decreto in cui, fra le altre cose, si legge: “In questo paese i poveri sono oggi molto più numerosi che nel passato…”. Qualche anno prima, 1528, un nobile vicentino annotava che “non è possibile camminare per le strade o fermarsi in una piazza o in una chiesa senza essere circondati da una folla di miserabili che chiedono l’elemosina” (1).

Pass-Room di Bridewell

In effetti le leggi e i divieti operanti nelle varie città europee possono far pensare che la situazione non era certo piacevole: Augusta nel 1522 vietava l’accattonaggio nelle strade, nominando alcuni funzionari incaricati di sorvegliare l’assistenza ai poveri, stessa cosa nel 1524 a Ratisbona e a Magdeburgo, nel 1528 Venezia, in cui operavano già confraternite religiose, preparava un sistema di ospizi, Lione nel 1531 istituiva l’Aumône Générale, un luogo in cui si accentrava il sostegno ai necessitati cercando di creare posti di lavoro per i disoccupati. In quegli anni, le stesse religioni, cattolica e protestante, avevano come obiettivo sopprimere l’accattonaggio, riunire l’assistenza negli enti cittadini e spingere i non invalidi a trovarsi un lavoro.

Certamente uno dei primi problemi da affrontare era quello di evitare gli spostamenti, le migrazioni dei meno abbienti di paese in paese, di città in città, per cui, per esempio a Londra, dal 1520 in poi, i mendicanti dovevano avere una licenza che valeva solo per determinate aree, ciò per distinguere il vagabondaggio dalla mendicità. In tal modo i bisognosi potevano solo chiedere l’elemosina nel luogo in cui vivevano, riuscendo subito a distinguersi dai vagabondi che erano allontanati. Medesima cosa avveniva in Spagna con Carlo V, proibendo ai mendicanti di allontanarsi oltre le sei leghe dal luogo di nascita, mentre in Scozia le vigenti leggi, rinnovate nel 1535, 1551, 1555, che legavano i mendicanti alla parrocchia di nascita, non furono più confermate.

L’ospizio doveva essere d’aiuto al povero, sopportarlo e fornirgli ciò che era necessario per il suo vivere quotidiano e, spingendosi oltre, doveva aiutarlo a cercargli un occupazione. A Londra, nel 1544, fu ristrutturato il St. Bartholomew, e nel 1557 si potevano già contare quattro “ospizi reali”, sovvenzionati da un’imposta assistenziale, in Francia a Saint-Germain si fondò nel 1554 il primo ricovero, luoghi in cui si accoglievano principalmente poveri invalidi, mentre quelli che potevano contare sulle proprie forze alloggiavano nei centri di mendicità. Usualmente si delegava le autorità locali, a cui si concedeva il compito di procurarsi denaro o beni materiali tramite collette nelle parrocchie e tributi locali, ad agire come meglio potevano, almeno per quanto riguarda Francia e Inghilterra, tentando distinguere mendicanti da vagabondi.

Bisogna evidenziare, a tal punto, che la beneficienza delle classi elevate ebbe un indubbio contributo nel tentare risolvere il “problema poveri”, beneficenza fatta, spesso e volentieri, a scopi spirituali, giacché secondo la religione cattolica, ma non solo, era uno degli atti di carità più meritevoli. Accadeva talvolta che un ricco, che sicuramente durante la sua vita non si era preoccupato dei disagiati, donava per testamento una forte somma di denaro a una istituzione religiosa con l’obbligo di soccorrerli, insomma una forma per “guadagnarsi il paradiso”.

Ma il problema era ben lungi dall’essere risolto.

*****
1. Henry Kamen, L’Europa dal 1500 al 1700, Laterza, Roma-Bari, 2000, pag. 194.

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Pin on PinterestEmail this to someone
Oct 012010
 

Sebbene il contesto variasse da mestiere a mestiere, da luogo a luogo, la giornata lavorativa nel Settecento europeo era dura e lunga, non priva di pericoli e orari massacranti.

Nelle botteghe artigiane, così come negli stabilimenti, si lavorava dalle 14 alle 16 ore, con punte anche di 18 ore, e la stessa situazione si poteva trovare anche nei lavori a domicilio. Normalmente si iniziava poco prima dell’alba per terminare al tramonto, con un paio di ore di riposo per il pranzo o per rifocillarsi, pagati, gli operai, spesso e volentieri con una parte in natura e una parte in moneta, o con vitto e alloggio o solo alloggio, in un’epoca, il Settecento, in cui il costo della vita era in continuo aumento, insieme a una rapida crescita demografica.

All’Arsenale di Venezia, per esempio, si entrava un’ora dopo il sorgere del sole e si usciva a mezzanotte, con due pause una alle nove e una a mezzogiorno. Privilegiati erano invece i lavoratori delle vetrerie di Murano che lavoravano solo dodici ore. Il tutto con le dovute eccezioni, poiché spesso e volentieri si era vincolati a rimanere fino alle due di notte.

Eccezione, pare, faceva la Spagna, dove era di norma affaticarsi per sei ore, sette nelle manifatture di Barcellona nel 1786. Ed era tale la faccenda che diversi viaggiatori inglesi criticavano il precario momento economico del paese iberico poco propenso ad adattarsi al ritmo degli altri. Mentre in Francia, i rilegatori di libri reclamavano, con uno sciopero nel 1776, la riduzione della giornata lavorativa da 16 a 14 ore, così come i lavoratori edili che qualche anno dopo, 1780, diedero vita a una serie di agitazioni.

Oltre al severo orario di lavoro, vigeva anche una rigida disciplina, si pensi solo che nella manifattura reale del faubourg di Saint-Antoine, a Parigi, si era obbligati a faticare condizionati da severi sorveglianti che punivano ogni minima trasgressione. Fra le tante regole, alloggiati e mantenuti a spese della compagnia, gli operai – 500 intorno al 1770 -, dovevano rientrare a orari stabiliti e non potevano allontanarsi più di una lega.

Donne e bambini erano trattati ancor peggio degli uomini, sia dal punto di vista remunerativo che dal punto di vista sociale. Le donne, anche quelle che producevano a casa, erano forzate, per l’immensa quantità di lavoro, a fare tardi la notte e alzarsi presto la mattina, aiutati dai figli fin da piccoli, tutto per garantirsi la sussistenza diaria.

Questione non certo gradevole. E sembra avesse le idee chiare Bernard Mandeville (1670-1733) quando ai primi del XVIII sec. nel suo La favola delle api annotava seppur satiricamente le sue impressioni:

Affinché la società sia felice e la gente si senta comoda sotto le peggiori circostanze, è necessario che un gran numero di persone siano ignoranti oltre che povere. La conoscenza aumenta e moltiplica i nostri desideri… Il benessere e la felicità di tutti gli Stati e Regni, per conseguenza, richiedono che la conoscenza dei poveri che lavorano si trovi chiusa dentro i limiti delle sue occupazioni e mai vada oltre (in ciò che si riferisce alle cose visibili) a ciò che è in relazione con la sua vocazione. Quanto più saprà del mondo un pastore, un agricoltore o qualunque altro contadino, così come delle cose che sono estranee al suo lavoro o impiego, meno portato sarà ad attraversare le fatiche e le penalità del medesimo con allegria e contentezza.” (1)

A Londra, i fanciulli di appena cinque anni erano costretti a pulire i camini, con conseguenze disastrose per la loro salute. Solo nel 1788 si preparò una legge che tentava garantire il loro benessere, ma non era facile in un Paese, l’Inghilterra, che entrava a passi accelerati nella Rivoluzione industriale, necessitando braccia e forza di lavoro.

Gli orfanotrofi erano particolarmente frequentati da chi richiedeva manodopera a pochissimo prezzo e, una volta a carico del padrone, il ragazzo rimaneva legato a questi fino all’età di 24 anni, 21 con un provvedimento del 1767, una sorta di “schiavitù legale”.

Certi sovrani detti illuminati, Maria Teresa d’Austria, Federico II di Prussia, così come scrittori di una certa fama, erano favorevoli al lavoro infantile, che, dicevano, abituava alla disciplina, all’ordine, evitava l’ozio e favoriva lo sviluppo economico, uno sviluppo che adesso entrava a far parte della vita quotidiana di tutti, nessuno escluso, entrava, sembra quasi a tappe forzate, in un tipo di mentalità che volgerà l’occidente definitivamente verso una sempre maggiore e imprescindibile industrializzazione.

****
-1. Bernard Mandeville, The fable of bees, Harmondsworth, 1970, pag. 334.

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Pin on PinterestEmail this to someone
Aug 092010
 

Abbiamo accennato a Cromwell, analizzato con gli occhi dello storico Stone l’epoca in questione, abbiamo detto dei Dibattiti di Putney, immortalato il dittatore nelle immagini, vediamo adesso chi erano i sovrani che avevano retto l’Inghilterra del Seicento, un Seicento ricco di scoperte scientifiche, di una maggiore diffusione della stampa, secolo caratterizzato dal Barocco e da sovrani assolutisti, basti pensare a Luigi XIV. Un Seicento, secolo della terribile Guerra dei Trent’anni che sconvolse le campagne e città europee, portando morte e carestia, oltre che della Grande peste di Londra del 1655 e del famoso incendio, sempre a Londra, del 1666.

Vediamo di seguito i regnanti inglesi del XVII sec.

 Giacomo I d'Inghilterra

Alla morte di Elisabetta I (1533-1603), quinta e ultima monarca della dinastia Tudor, e grazie alla quale l’Inghilterra aveva avuto un ricco periodo economico e culturale, sale al trono Giacomo I Stuart (1566-1625) che fu il primo sovrano a regnare sul Regno Unito, avendo unificato le corone di Inghilterra, Scozia e Irlanda. Amante delle arti e della cultura in generale, il suo regno seguì il corso che Elisabetta I aveva iniziato.

*****

Carlo I d'Inghilterra

Carlo I Stuart (1600-1649), come il padre Giacomo, fu impegnato in una forte lotta contro il Parlamento e, avendo sposato una cattolica, Enrichetta Maria di Francia, era anche mal visto negli ambienti della Chiesa Anglicana. Con lo scoppio della Guerra civile inglese, sconfitto dall’esercito di Cromwel, venne giustiziato.

*****

Oliver Cromwell

Oliver Cromwell (1599-1658) “prese” il posto di Carlo I, instaurando una Repubblica e governando come Lord Protettore. Fervente puritano protestante, sciolse il Parlamento, 1653, e iniziò una serie di riforme. Alla sua morte, dovuta a calcoli e a una malaria che si trascinava da anni, salì al potere il figlio Richard Cromwell, che si rivelò incapace di governare.

*****

Carlo II d'Inghilterra

Alla morte di Cromwell, Carlo II Stuart (1630-1685), invitato a riprendere il trono inglese, sciolse il Parlamento e governò in forma assolutistica fino alla sua morte. Durante il suo regno due tragedie percuotono l’Inghilterra e Londra in particolare: la Grande peste del 1665 e l’Incendio di Londra del 1666. Sposato con Caterina di Braganza, non ebbe eredi per la sterilità della moglie, gli si riconoscono invece dodici figli illegittimi con varie amanti.

***** 

Giacomo II d'Inghilterra

Giacomo II Stuart (1633-1701), fratello di Carlo II, fu l’ultimo sovrano cattolico a governare. Il suo regno fu attraversato da un lungo periodo di lotte interne, fra le quali la Gloriosa rivoluzione. Dopo alterne vicende, Giacomo II fu costretto all’esilio in Francia dove visse fino alla sua morte.

*****

Guglielmo III d'Orange  d'Inghilterra

Guglielmo III d’Orange d’Inghilterra (1650-1702) ottenne le corone di Inghilterra, Scozia e Irlanda a seguito della Gloriosa Rivoluzione del 1688, quando suo zio e suocero Giacomo II fu spodestato. Governò insieme alla moglie Maria II d’Inghilterra, figlia di Giacomo II.

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Pin on PinterestEmail this to someone
Jul 212010
 

Galileo Galilei, Dialogo sopra i due massimi sistemi, frontespizio, edizione del 1632

Avrebbero avuto le scoperte scientifiche lo stesso progresso senza i torchi di Gutenberg? E i primi fogli informativi che peso hanno avuto nella realtà locale? Sarà legato alla stampa lo sviluppo delle lingue nazionali? È stato un mezzo, l’oggetto-libro, di comunicazione fra dotti, fra letterati, fra scienziati?

Proprio il 20 gennaio 1612 per i tipi della tipografia Alberti, in quel di Venezia, usciva il primo Vocabolario degli accademici della Crusca, opera che ebbe immediato successo, non senza mancare le polemiche. Seguiva quello francese del 1694, Dictionnaire dell’Académie Française. Negli stessi anni si moltiplicavano tutta una serie di pubblicazioni dedicate alle scoperte scientifiche, ricordiamo solo Dialoghi sopra i due massimi sistemi del mondo, dell’italiano Galileo Galilei, volume rivoluzionario che, pur avendo avuto ben due visti ufficiali, fu causa di problemi per l’autore, chiamato a testimoniare davanti al tribunale dell’Inquisizione.

Anni duri, di lotte, di battaglie, fra cui la violenta Guerra dei Trent’anni (1618-1648) causata ufficialmente da divergenze religiose. Eppure la stampa, fra alti e bassi, seppe andare avanti, seppe dare informazione, seppe continuare il cammino che aveva intrapreso nella metà del ‘400.

I fogli costituiranno la base divulgativa del futuro quotidiano, quei fogli che catturavano l’attenzione del popolo per le notizie spesso curiose, particolari, crude, quei fogli da cui scaturirà il The Spectator, un giornale che uscirà a Londra fra il marzo 1711 e il dicembre 1712, una delle prime forme di giornalismo.

In Italia riscuote un successo strepitoso il romanzo di Gian Francesco Biondi, Eromena, uno dei primi testi eroico galante. In Olanda si stampano atlanti e cartine geografiche. In Francia si fonda l’Académie française, voluta dal cardinale Richelieu nel 1635.

In tutto questo fermento, c’è una famiglia di stampatori che tra seconda metà del ‘500 e il ‘600 salta alla vista, gli olandesi Elzevir. Gente innovativa, laboriosa, che, costretta dalla carestia di carta, inventarono un nuovo formato, un rivoluzionario formato per l’epoca, il dodicesimo. L’uso di caratteri più piccoli, ben chiari e definiti, resero famose le loro pubblicazioni. Fra le tante, due edizioni del Nuovo Testamento, del 1624 e 1633, sono le più ricercate, ancora oggi, da collezionisti e bibliofili. Louis, iniziatore della dinastia, lavorò alle dipendenze di un altro grande stampatore, Plantin; lì, si crede, imparò i primi rudimenti. Lo sviluppo fu tale che dopo la stamperia di Leida ne aprirono una ad Amsterdam, dove, fra le altre cose, si stampavano i lavori dei più rilevanti autori inglesi e francesi, diffondendoli in tutta Europa tramite una eccellente rete commerciale.

In questi anni gli editori, almeno i più grandi, quelli con decine e decine di titoli, presero l’abitudine di stampare un loro catalogo, alcuni di loro addirittura lo inseriranno alla fine del libro. Modo semplice e facile per far conoscere e divulgare la loro attività.

Ancora nel XVII secolo la stampa poteva essere considerata, in alcuni casi, arte, poteva essere paragonata a essa. Gente che per dare alla luce una sola pagina faceva prove e prove, dosando l’inchiostro, la pressione dei torchi, verificando rilegature, tastando la pesantezza della copertina, e via dicendo.

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Pin on PinterestEmail this to someone

iscriviti alla babilonia61 newsletter

sarebbe un piacere averti fra i preziosi lettori del blog