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Poveri, mendicanti e vagabondi nel XVI secolo, cenni

Uno dei maggiori problemi del XVI secolo fu quello della povertà, dei mendicanti, degli indesiderati, di chi vagabondava alla ricerca di viveri per sopravvivere in una società che apriva le porte alla borghesia, che sviluppava ulteriormente paesi e città, che, in un certo qual modo, si affacciava a una proto-industrializzazione.
Nel 1526 a Bruges veniva alla luce un volume di Juan Luis Vivés (1492-1540), umanista e filologo spagnolo, vicino a Erasmo da Rotterdam (1466 ca.-1536) e a Thomas More (1478-1535), dal titolo De Subventione Pauperum. In questo testo Vivés si soffermava sulla necessità di aiutare i poveri, andando oltre il concetto medievale della semplice carità come forma assistenziale. L’autore era contrario all’accattonaggio, favorevole a costruire una serie di ospizi per togliere il povero dalle strade e prestando tutto il possibile aiuto, sia materiale sia spirituale. Lo stato cristiano, dunque, era l’ente che doveva prendere in mano la situazione, dando ai magistrati delle città la responsabilità dell’assistenza. Necessarie le donazioni, le fondazioni caritative, tutte quelle attività che i ricchi dovevano e potevano permettersi per evitare che il “meno fortunato” gironzolasse per le città, disturbasse le funzioni religiose, si perdesse nei vizi. In poche parole il Vivés era propenso a centralizzare gli aiuti.
In quello stesso secolo uscirono altri libri che trattavano del problema assistenziale, basti ricordare De la orden que en algunos pueblos de España se ha puesto en la limosna para remedio de los verdaderos pobres, di Juan de Medina (1490-1547), del 1545, poi quello del domenicano Domingo de Soto (1494-1560) dello stesso anno, Deliberación en la causa de los pobres, poi ancora nel 1598 Discurso del amparo de los legítimos pobres, di Cristóbal Peréz (1558-1620).
Era davvero così numeroso questo ceto sociale? E chi erano questi poveri?
Con il progressivo sviluppo delle città, una massa di persone si era avvicinata a un diverso stile di vita, attratta da un modus vivendi meno duro che nelle campagne, massa che, non essendo preparata ben presto si vide esclusa dal processo produttivo cittadino. Pertanto, uomini e donne che avevano abbandonato i campi, poi vedove di soldati caduti in guerra, poi ancora ciechi, zoppi, malformati, denutriti, sopravvissuti alla peste o alle malattie, bambini orfani lasciati al destino, in poche parole una quantità non indifferente di individui che potevano mettere in crisi il sistema sociale provocando tumulti non facili da controllare.
E tale è la situazione che nel 1531 in Germania, Carlo V (1500-1558) emette un decreto in cui, fra le altre cose, si legge: “In questo paese i poveri sono oggi molto più numerosi che nel passato…”. Qualche anno prima, 1528, un nobile vicentino annotava che “non è possibile camminare per le strade o fermarsi in una piazza o in una chiesa senza essere circondati da una folla di miserabili che chiedono l’elemosina” (1). In effetti le leggi e i divieti operanti nelle varie città europee possono far pensare che la situazione non era certo piacevole: Augusta nel 1522 vietava l’accattonaggio nelle strade, nominando alcuni funzionari incaricati di sorvegliare l’assistenza ai poveri, stessa cosa nel 1524 a Ratisbona e a Magdeburgo, nel 1528 Venezia, in cui operavano già confraternite religiose, preparava un sistema di ospizi, Lione nel 1531 istituiva l’Aumône Générale, un luogo in cui si accentrava il sostegno ai necessitati cercando di creare posti di lavoro per i disoccupati. In quegli anni, le stesse religioni, cattolica e protestante, avevano come obiettivo sopprimere l’accattonaggio, riunire l’assistenza negli enti cittadini e spingere i non invalidi a trovarsi un lavoro.
Certamente uno dei primi problemi da affrontare era quello di evitare gli spostamenti, le migrazioni dei meno abbienti di paese in paese, di città in città, per cui, per esempio a Londra, dal 1520 in poi, i mendicanti dovevano avere una licenza che valeva solo per determinate aree, ciò per distinguere il vagabondaggio dalla mendicità. In tal modo i bisognosi potevano solo chiedere l’elemosina nel luogo in cui vivevano, riuscendo subito a distinguersi dai vagabondi che erano allontanati. Medesima cosa avveniva in Spagna con Carlo V, proibendo ai mendicanti di allontanarsi oltre le sei leghe dal luogo di nascita, mentre in Scozia le vigenti leggi, rinnovate nel 1535, 1551, 1555, che legavano i mendicanti alla parrocchia di nascita, non furono più confermate.
L’ospizio doveva essere d’aiuto al povero, sopportarlo e fornirgli ciò che era necessario per il suo vivere quotidiano e, spingendosi oltre, doveva aiutarlo a cercargli un occupazione. A Londra, nel 1544, fu ristrutturato il St. Bartholomew, e nel 1557 si potevano già contare quattro “ospizi reali”, sovvenzionati da un’imposta assistenziale, in Francia a Saint-Germain si fondò nel 1554 il primo ricovero, luoghi in cui si accoglievano principalmente poveri invalidi, mentre quelli che potevano contare sulle proprie forze alloggiavano nei centri di mendicità. Usualmente si delegava le autorità locali, a cui si concedeva il compito di procurarsi denaro o beni materiali tramite collette nelle parrocchie e tributi locali, ad agire come meglio potevano, almeno per quanto riguarda Francia e Inghilterra, tentando distinguere mendicanti da vagabondi.
Bisogna evidenziare, a tal punto, che la beneficienza delle classi elevate ebbe un indubbio contributo nel tentare risolvere il “problema poveri”, beneficenza fatta, spesso e volentieri, a scopi spirituali, giacché secondo la religione cattolica, ma non solo, era uno degli atti di carità più meritevoli. Accadeva talvolta che un ricco, che sicuramente durante la sua vita non si era preoccupato dei disagiati, donava per testamento una forte somma di denaro a una istituzione religiosa con l’obbligo di soccorrerli, insomma una forma per “guadagnarsi il paradiso”.
Ma il problema era ben lungi dall’essere risolto.

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1. Henry Kamen, L’Europa dal 1500 al 1700, Laterza, Roma-Bari, 2000, pag. 194.


La giornata lavorativa nel Settecento

Sebbene la situazione variasse da mestiere a mestiere, da luogo a luogo, la giornata lavorativa nel Settecento europeo era dura e lunga, non priva di pericoli e orari massacranti.
Nelle botteghe artigiane, così come negli stabilimenti, si lavorava dalle 14 alle 16 ore, con punte anche di 18 ore, e la stessa situazione si poteva trovare anche nei lavori a domicilio. Normalmente si iniziava poco prima dell’alba per terminare al tramonto, con un paio di ore di riposo per il pranzo o per rifocillarsi, pagati, gli operai, spesso e volentieri con una parte in natura e una parte in moneta, o con vitto e alloggio o solo alloggio, in un’epoca, il Settecento, in cui il costo della vita era in continuo aumento, insieme a una rapida crescita demografica.
All’Arsenale di Venezia, per esempio, si entrava un’ora dopo il sorgere del sole e si usciva a mezzanotte, con due pause una alle nove e una a mezzogiorno. Privilegiati erano invece i lavoratori delle vetrerie di Murano che lavoravano solo dodici ore. Il tutto con le dovute eccezioni, poiché spesso e volentieri si era costretti a rimanere fino alle due di notte.
Eccezione, pare, faceva la Spagna, dove era di norma affaticarsi per sei ore, sette nelle manifatture di Barcellona nel 1786. Ed era tale la situazione che diversi viaggiatori inglesi criticavano la precaria situazione economica del paese iberico poco propenso ad adattarsi al ritmo degli altri. Mentre in Francia, i rilegatori di libri reclamavano, con uno sciopero nel 1776, la riduzione della giornata lavorativa da 16 a 14 ore, così come i lavoratori edili che qualche anno dopo, 1780, diedero vita a una serie di agitazioni.
Oltre al severo orario di lavoro, vigeva anche una rigida disciplina, si pensi solo che nella manifattura reale del faubourg di Saint-Antoine, a Parigi, si era costretti a lavorare condizionati da severi sorveglianti che punivano ogni minima trasgressione. Fra le tante regole, alloggiati e mantenuti a spese della compagnia, gli operai – 500 intorno al 1770 -, dovevano rientrare a orari stabiliti e non potevano allontanarsi più di una lega.
Donne e bambini erano trattati ancor peggio degli uomini, sia dal punto di vista remunerativo che dal punto di vista sociale. Le donne, anche quelle che producevano a casa, erano costrette, per l’immensa quantità di lavoro, a fare tardi la notte e alzarsi presto la mattina, aiutati dai figli fin da piccoli, tutto per garantirsi la sussistenza diaria.
A Londra, i fanciulli di appena cinque anni erano costretti a pulire i camini, con conseguenze disastrose per la salute. Solo nel 1788 si preparò una legge che tentava di garantire il loro benessere, ma non era facile in una Inghilterra che entrava a passi accelerati nella Rivoluzione industriale, necessitando braccia e forza di lavoro. Gli orfanotrofi erano particolarmente frequentati da chi richiedeva manodopera a pochissimo prezzo e, una volta a carico del padrone, il ragazzo rimaneva legato a questi fino all’età di 24 anni, 21 con un provvedimento del 1767, una sorta di “schiavitù legale”.
Certi sovrani detti illuminati, Maria Teresa d’Austria, Federico II di Prussia, così come scrittori di una certa fama, erano favorevoli al lavoro infantile, che, dicevano, abituava alla disciplina, all’ordine, evitava l’ozio e favoriva lo sviluppo economico.


Regnanti inglesi del XVII secolo, immagini

Il ‘600 fu un secolo particolarmente ricco di storia – ma quale secolo non lo è stato! -, anni di scoperte scientifiche, di maggiore diffusione della stampa, secolo caratterizzato dal Barocco e da sovrani assolutisti, basti pensare a Luigi XIV. Fu anche il secolo della terribile Guerra dei Trent’anni che sconvolse le campagne e città europee, portando morte e carestia, oltre che della Grande peste di Londra del 1655 e del famoso incendio, sempre a Londra, del 1666. Ma fu anche in quel fine XVII secolo che si iniziarono a notare le prime avvisaglie della futura rivoluzione industriale, là, in quell’Inghilterra in cui Oliver Cromwell scosse un passato pieno di tradizioni e staticità, ma che era pronta a dare l’avvio a un futuro Illuminismo.
Vediamo di seguito i regnanti inglesi del XVII sec.

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Giacomo I d'Inghilterra

Alla morte di Elisabetta I (1533-1603), quinta e ultima monarca della dinastia Tudor, e grazie alla quale l’Inghilterra aveva avuto un ricco periodo economico e culturale, sale al trono Giacomo I Stuart (1566-1625) che fu il primo sovrano a regnare sul Regno Unito, avendo unificato le corone di Inghilterra, Scozia e Irlanda. Amante delle arti e della cultura in generale, il suo regno seguì il corso che Elisabetta I aveva iniziato.

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Carlo I d'Inghilterra

Carlo I Stuart (1600-1649), come il padre Giacomo, fu impegnato in una forte lotta contro il Parlamento e, avendo sposato una cattolica, Enrichetta Maria di Francia, era anche mal visto negli ambienti della Chiesa Anglicana. Con lo scoppio della Guerra civile inglese, sconfitto dall’esercito di Cromwel, venne giustiziato.

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Oliver Cromwell

Oliver Cromwell (1599-1658) prese il posto di Carlo I, instaurando una Repubblica e governando come Lord Protettore. Fervente puritano protestante, sciolse il Parlamento, 1653, e iniziò una serie di riforme. Alla sua morte, dovuta a calcoli e a una malaria che si trascinava da anni, salì al potere il figlio Richard Cromwell, che si rivelò incapace di governare.

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Carlo II d'Inghilterra

Carlo II Stuart (1630-1685), invitato a riprendere il trono inglese, sciolse il Parlamento e governò in forma assolutistica fino alla sua morte. Durante il suo regno due tragedie percuotono l’Inghilterra e Londra in particolare: la Grande peste del 1665 e l’Incendio di Londra del 1666. Sposato con Caterina di Braganza, non ebbe eredi per la sterilità della moglie, gli si riconoscono invece dodici figli illegittimi con varie amanti.

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Giacomo II d'Inghilterra

Giacomo II Stuart (1633-1701), fratello di Carlo II, fu l’ultimo sovrano cattolico a governare. Il suo regno fu attraversato da un lungo periodo di lotte interne, fra le quali la Gloriosa rivoluzione. Dopo alterne vicende, Giacomo II, fu costretto all’esilio in Francia dove visse fino alla sua morte.

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Guglielmo III d'Orange d'Inghilterra

Guglielmo III d’Orange d’Inghilterra (1650-1702) ottenne le corone di Inghilterra, Scozia e Irlanda a seguito della Gloriosa Rivoluzione del 1688, quando suo zio e suocero Giacomo II fu spodestato. Governò insieme alla moglie Maria II d’Inghilterra, figlia di Giacomo II.


Cenni sulla stampa nel secolo XVII

Galileo Galilei, Dialogo sopra i due massimi sistemi, frontespizio, edizione del 1632

Avrebbero avuto le scoperte scientifiche lo stesso progresso senza i torchi di Gutenberg? E i primi fogli informativi che peso hanno avuto nella realtà locale? Sarà legato alla stampa lo sviluppo delle lingue nazionali? È stato un mezzo, l’oggetto-libro, di comunicazione fra dotti, fra letterati, fra scienziati?
Proprio il 20 gennaio 1612 per i tipi della tipografia Alberti, in quel di Venezia, usciva il primo Vocabolario degli accademici della Crusca, opera che ebbe immediato successo, non senza mancare le polemiche. Seguiva quello francese del 1694, Dictionnaire dell’Académie Française. Negli stessi anni si moltiplicavano tutta una serie di pubblicazioni dedicate alle scoperte scientifiche, ricordiamo solo Dialoghi sopra i due massimi sistemi del mondo, dell’italiano Galileo Galilei, volume rivoluzionario che, pur avendo avuto ben due visti ufficiali, fu causa di problemi per l’autore, chiamato a testimoniare davanti al tribunale dell’Inquisizione.
Anni duri, di lotte, di battaglie, fra cui la violenta Guerra dei Trent’anni (1618-1648) causata ufficialmente da divergenze religiose. Eppure la stampa, fra alti e bassi, seppe andare avanti, seppe dare informazione, seppe continuare il cammino che aveva intrapreso nella metà del 1400.
I fogli costituiranno la base divulgativa del futuro quotidiano, quei fogli che catturavano l’attenzione del popolo per le notizie spesso curiose, particolari, crude, quei fogli da cui scaturirà il The Spectator, un giornale che uscirà a Londra fra il marzo 1711 e il dicembre 1712, una delle prime forme di giornalismo.
In Italia riscuote un successo strepitoso il romanzo di Gian Francesco Biondi, Eromena, uno dei primi testi eroico galante. In Olanda si stampano atlanti e cartine geografiche. In Francia si fonda l’Académie française, voluta dal cardinale Richelieu nel 1635.
In tutto questo fermento, c’è una famiglia di stampatori che tra seconda metà del 1500 e il 1600 salta alla vista, gli olandesi Elzevir. Gente innovativa, laboriosa, che, costretta dalla carestia di carta, inventarono un nuovo formato, un rivoluzionario formato per l’epoca, il dodicesimo. L’uso di caratteri più piccoli, ben chiari e definiti, resero famose le loro pubblicazioni. Fra le tante, due edizioni del Nuovo Testamento, del 1624 e 1633, sono le più ricercate, ancora oggi, da collezionisti e bibliofili. Louis, iniziatore della dinastia, lavorò alle dipendenze di un altro grande stampatore, Plantin; lì, si crede, imparò i primi rudimenti. Lo sviluppo fu tale che dopo la stamperia di Leida ne aprirono una ad Amsterdam, dove, fra le altre cose, si stampavano i lavori dei più rilevanti autori inglesi e francesi, diffondendoli in tutta Europa tramite una eccellente rete commerciale.
In questi anni gli editori, almeno i più grandi, quelli con decine e decine di titoli, presero l’abitudine di stampare un loro catalogo, alcuni di loro addirittura lo inseriranno alla fine del libro. Modo semplice e facile per far conoscere e divulgare la loro attività.
Ancora nel XVII secolo la stampa poteva essere considerata, in alcuni casi, arte, poteva essere paragonata a essa. Gente che per dare alla luce una sola pagina faceva prove e prove, dosando l’inchiostro, la pressione dei torchi, verificando rilegature, tastando la pesantezza della copertina, e via dicendo.


Thomas Mun, mercantilismo e commercio

Gli inglesi hanno sempre avuto le idee chiare sul commercio, come si evince dal documento che segue tratto dal libro di Thomas Mun (1571-1641), A Discourse of Trade from England into the East Indies, testo composto intorno al 1640 e pubblicato postumo solo nel 1664. Mun (1571-1641) fu uno dei più importanti dirigenti della East India Company.

“Benché un reame possa arricchirsi attraverso donazioni, oppure tramite acquisti da altri paesi, sin tratta di fatti contingenti e, quando si verificano, di non grande entità. Perciò, il mezzo più idoneo per aumentare le nostre ricchezze e il nostro Tesoro è tramite il commercio estero, praticando il quale dobbiamo osservare la seguente regola: vendere agli stranieri ogni anno merci per un valore maggiore di quante ne acquistiamo da loro. Supponiamo che, essendo il nostro regno fornito in sovrabbondanza di tessuti, piombo, stagno, ferro, pesce e altri prodotti autoctoni, noi ne esportiamo verso gli altri paesi ogni anno un surplus del valore di duemilioni e duecentomila sterline; grazie a tale commercio, noi abbiamo la possibilità di importare da oltremare merci necessarie per i nostri usi e costumi per un valore di due milioni di sterline. Se manteniamo fermo questo sistema nei nostri commerci, possiamo essere certi che questo regno si arricchirà ogni anno di duecentomila sterline, che andranno ad aumentare di altrettanto il nostro tesoro, perché quella parte delle nostre esportazioni che non serve a compensare le importazioni deve necessariamente trasformarsi in valuta.”

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In: Guido Dall’Olio, Storia moderna, i temi e le fonti, Carocci, Roma, 2006, pag. 44.


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