Apr 252012
 

Caos, migrazione, strade affollate, fumo, smog, euforia, stupore, alcuni dei tanti aggettivi che potrebbero esserci utili per identificare Londra nel XVIII secolo, un secolo che porta già nei primi decenni i germi della rivoluzione industriale, degli imminenti cambi che percorreranno l’Europa intera.
Proprio in quegli anni la popolazione della Gran Bretagna cresce in modo davvero rapido, passerà da poco più di 5 milioni nei primi del ‘700 a circa 9 entro fine secolo (»»»qua). Crescita dovuta, fra le altre cose, a un miglior benessere rispetto al secolo anteriore, a una minore mortalità infantile, a un certo incremento economico. Persone che dalle zone rurali irlandesi, scozzesi, gallesi “invaderanno” non solo Londra, ma anche altre città di una certa importanza, alla ricerca di lavoro e migliori condizioni di vita. Giovani che si impiegheranno come apprendisti, aiuto bottegai, nelle nuove fabbriche, donne contrattate, fra le altre attività, come aiutanti nelle case dei nuovi ricchi.
E non solo la capitale sarà testimone di una rapida crescita, anche città del nord come Manchester e Leeds, dove si apriranno nuove fabbriche, dove migliaia di persone si sposteranno a partire dalla seconda metà del ‘700. La struttura sociale ed economica dell’isola cambierà palesemente.
Londra, che agli inizi del XIX secolo conta già un milione di persone, circa un decimo della popolazione di tutta la Gran Bretagna, inizierà a modernizzarsi, teatri, pensioni, attrazioni, negozi con l’ultima moda, luoghi per divertimento. Le strade saranno affollate da gente che va e viene, che compra, che contratta, che beve e che mangia, che chiede l’elemosina, strade dove scarrozzano nobili e nuovi possessori di capitali che metteranno in moto l’economia come non prima.
La folla invaderà però quelle strade e stradine che erano rimaste tali da decenni, dal Medioevo, piccole, strette, buie, che si congestioneranno non appena due o più veicoli trainati da cavalli si incroceranno, magari percorse anche da venditori ambulanti, o che saranno impraticabili d’inverno per la pioggia e il conseguente fango, o per la polvere causata dal caldo estivo.
Londra, sebbene viva e palpitante, poteva apparire ai viaggiatori inquinata, con smog, con alcune vie e viuzze sporche all’estremo, a tal punto che si racconta che certe lettere inviate dalla capitale avevano un odore di “fuliggine”. E non dimentichiamo i fiumi, spesso maleodoranti e pieni di sporcizia, così come le fogne a cielo aperto, così come i rifiuti delle attività economiche giornaliere, dei macellai, dei verdurai, degli animali, e via dicendo.
Solo verso la fine del secolo in questione, si cercherà di rimediare: pavimentazione e migliore drenaggio delle strade (1760), pulizia delle stesse, rimozione insegne pericolose, illuminazione con lampade ad olio, maggior sicurezza urbana. Insomma, il XIX secolo vedrà Londra come una delle città più desiderate d’Europa.

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»»»qua altri articoli relativi a Londra, alla Gran Bretagna, alla Rivoluzione industriale.

May 242011
 

Uno dei maggiori problemi del XVI secolo fu quello della povertà, dei mendicanti, degli indesiderati, di chi vagabondava alla ricerca di viveri per sopravvivere in una società che apriva le porte alla borghesia, che sviluppava ulteriormente paesi e città, che, in un certo qual modo, si affacciava a una proto-industrializzazione.
Nel 1526 a Bruges veniva alla luce un volume di Juan Luis Vivés (1492-1540), umanista e filologo spagnolo, vicino a Erasmo da Rotterdam (1466 ca.-1536) e a Thomas More (1478-1535), dal titolo De Subventione Pauperum. In questo testo Vivés si soffermava sulla necessità di aiutare i poveri, andando oltre il concetto medievale della semplice carità come forma assistenziale. L’autore era contrario all’accattonaggio, favorevole a costruire una serie di ospizi per togliere il povero dalle strade e prestando tutto il possibile aiuto, sia materiale sia spirituale. Lo stato cristiano, dunque, era l’ente che doveva prendere in mano la situazione, dando ai magistrati delle città la responsabilità dell’assistenza. Necessarie le donazioni, le fondazioni caritative, tutte quelle attività che i ricchi dovevano e potevano permettersi per evitare che il “meno fortunato” gironzolasse per le città, disturbasse le funzioni religiose, si perdesse nei vizi. In poche parole il Vivés era propenso a centralizzare gli aiuti.
In quello stesso secolo uscirono altri libri che trattavano del problema assistenziale, basti ricordare De la orden que en algunos pueblos de España se ha puesto en la limosna para remedio de los verdaderos pobres, di Juan de Medina (1490-1547), del 1545, poi quello del domenicano Domingo de Soto (1494-1560) dello stesso anno, Deliberación en la causa de los pobres, poi ancora nel 1598 Discurso del amparo de los legítimos pobres, di Cristóbal Peréz (1558-1620).
Era davvero così numeroso questo ceto sociale? E chi erano questi poveri?
Con il progressivo sviluppo delle città, una massa di persone si era avvicinata a un diverso stile di vita, attratta da un modus vivendi meno duro che nelle campagne, massa che, non essendo preparata ben presto si vide esclusa dal processo produttivo cittadino. Pertanto, uomini e donne che avevano abbandonato i campi, poi vedove di soldati caduti in guerra, poi ancora ciechi, zoppi, malformati, denutriti, sopravvissuti alla peste o alle malattie, bambini orfani lasciati al destino, in poche parole una quantità non indifferente di individui che potevano mettere in crisi il sistema sociale provocando tumulti non facili da controllare.
E tale è la situazione che nel 1531 in Germania, Carlo V (1500-1558) emette un decreto in cui, fra le altre cose, si legge: “In questo paese i poveri sono oggi molto più numerosi che nel passato…”. Qualche anno prima, 1528, un nobile vicentino annotava che “non è possibile camminare per le strade o fermarsi in una piazza o in una chiesa senza essere circondati da una folla di miserabili che chiedono l’elemosina” (1). In effetti le leggi e i divieti operanti nelle varie città europee possono far pensare che la situazione non era certo piacevole: Augusta nel 1522 vietava l’accattonaggio nelle strade, nominando alcuni funzionari incaricati di sorvegliare l’assistenza ai poveri, stessa cosa nel 1524 a Ratisbona e a Magdeburgo, nel 1528 Venezia, in cui operavano già confraternite religiose, preparava un sistema di ospizi, Lione nel 1531 istituiva l’Aumône Générale, un luogo in cui si accentrava il sostegno ai necessitati cercando di creare posti di lavoro per i disoccupati. In quegli anni, le stesse religioni, cattolica e protestante, avevano come obiettivo sopprimere l’accattonaggio, riunire l’assistenza negli enti cittadini e spingere i non invalidi a trovarsi un lavoro.
Certamente uno dei primi problemi da affrontare era quello di evitare gli spostamenti, le migrazioni dei meno abbienti di paese in paese, di città in città, per cui, per esempio a Londra, dal 1520 in poi, i mendicanti dovevano avere una licenza che valeva solo per determinate aree, ciò per distinguere il vagabondaggio dalla mendicità. In tal modo i bisognosi potevano solo chiedere l’elemosina nel luogo in cui vivevano, riuscendo subito a distinguersi dai vagabondi che erano allontanati. Medesima cosa avveniva in Spagna con Carlo V, proibendo ai mendicanti di allontanarsi oltre le sei leghe dal luogo di nascita, mentre in Scozia le vigenti leggi, rinnovate nel 1535, 1551, 1555, che legavano i mendicanti alla parrocchia di nascita, non furono più confermate.
L’ospizio doveva essere d’aiuto al povero, sopportarlo e fornirgli ciò che era necessario per il suo vivere quotidiano e, spingendosi oltre, doveva aiutarlo a cercargli un occupazione. A Londra, nel 1544, fu ristrutturato il St. Bartholomew, e nel 1557 si potevano già contare quattro “ospizi reali”, sovvenzionati da un’imposta assistenziale, in Francia a Saint-Germain si fondò nel 1554 il primo ricovero, luoghi in cui si accoglievano principalmente poveri invalidi, mentre quelli che potevano contare sulle proprie forze alloggiavano nei centri di mendicità. Usualmente si delegava le autorità locali, a cui si concedeva il compito di procurarsi denaro o beni materiali tramite collette nelle parrocchie e tributi locali, ad agire come meglio potevano, almeno per quanto riguarda Francia e Inghilterra, tentando distinguere mendicanti da vagabondi.
Bisogna evidenziare, a tal punto, che la beneficienza delle classi elevate ebbe un indubbio contributo nel tentare risolvere il “problema poveri”, beneficenza fatta, spesso e volentieri, a scopi spirituali, giacché secondo la religione cattolica, ma non solo, era uno degli atti di carità più meritevoli. Accadeva talvolta che un ricco, che sicuramente durante la sua vita non si era preoccupato dei disagiati, donava per testamento una forte somma di denaro a una istituzione religiosa con l’obbligo di soccorrerli, insomma una forma per “guadagnarsi il paradiso”.
Ma il problema era ben lungi dall’essere risolto.

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1. Henry Kamen, L’Europa dal 1500 al 1700, Laterza, Roma-Bari, 2000, pag. 194.

Oct 012010
 

Sebbene la situazione variasse da mestiere a mestiere, da luogo a luogo, la giornata lavorativa nel Settecento europeo era dura e lunga, non priva di pericoli e orari massacranti.
Nelle botteghe artigiane, così come negli stabilimenti, si lavorava dalle 14 alle 16 ore, con punte anche di 18 ore, e la stessa situazione si poteva trovare anche nei lavori a domicilio. Normalmente si iniziava poco prima dell’alba per terminare al tramonto, con un paio di ore di riposo per il pranzo o per rifocillarsi, pagati, gli operai, spesso e volentieri con una parte in natura e una parte in moneta, o con vitto e alloggio o solo alloggio, in un’epoca, il Settecento, in cui il costo della vita era in continuo aumento, insieme a una rapida crescita demografica.
All’Arsenale di Venezia, per esempio, si entrava un’ora dopo il sorgere del sole e si usciva a mezzanotte, con due pause una alle nove e una a mezzogiorno. Privilegiati erano invece i lavoratori delle vetrerie di Murano che lavoravano solo dodici ore. Il tutto con le dovute eccezioni, poiché spesso e volentieri si era costretti a rimanere fino alle due di notte.
Eccezione, pare, faceva la Spagna, dove era di norma affaticarsi per sei ore, sette nelle manifatture di Barcellona nel 1786. Ed era tale la situazione che diversi viaggiatori inglesi criticavano la precaria situazione economica del paese iberico poco propenso ad adattarsi al ritmo degli altri. Mentre in Francia, i rilegatori di libri reclamavano, con uno sciopero nel 1776, la riduzione della giornata lavorativa da 16 a 14 ore, così come i lavoratori edili che qualche anno dopo, 1780, diedero vita a una serie di agitazioni.
Oltre al severo orario di lavoro, vigeva anche una rigida disciplina, si pensi solo che nella manifattura reale del faubourg di Saint-Antoine, a Parigi, si era costretti a lavorare condizionati da severi sorveglianti che punivano ogni minima trasgressione. Fra le tante regole, alloggiati e mantenuti a spese della compagnia, gli operai – 500 intorno al 1770 -, dovevano rientrare a orari stabiliti e non potevano allontanarsi più di una lega.
Donne e bambini erano trattati ancor peggio degli uomini, sia dal punto di vista remunerativo che dal punto di vista sociale. Le donne, anche quelle che producevano a casa, erano costrette, per l’immensa quantità di lavoro, a fare tardi la notte e alzarsi presto la mattina, aiutati dai figli fin da piccoli, tutto per garantirsi la sussistenza diaria.
A Londra, i fanciulli di appena cinque anni erano costretti a pulire i camini, con conseguenze disastrose per la salute. Solo nel 1788 si preparò una legge che tentava di garantire il loro benessere, ma non era facile in una Inghilterra che entrava a passi accelerati nella Rivoluzione industriale, necessitando braccia e forza di lavoro. Gli orfanotrofi erano particolarmente frequentati da chi richiedeva manodopera a pochissimo prezzo e, una volta a carico del padrone, il ragazzo rimaneva legato a questi fino all’età di 24 anni, 21 con un provvedimento del 1767, una sorta di “schiavitù legale”.
Certi sovrani detti illuminati, Maria Teresa d’Austria, Federico II di Prussia, così come scrittori di una certa fama, erano favorevoli al lavoro infantile, che, dicevano, abituava alla disciplina, all’ordine, evitava l’ozio e favoriva lo sviluppo economico.

Aug 092010
 

Il ‘600 fu un secolo particolarmente ricco di storia – ma quale secolo non lo è stato! -, anni di scoperte scientifiche, di maggiore diffusione della stampa, secolo caratterizzato dal Barocco e da sovrani assolutisti, basti pensare a Luigi XIV. Fu anche il secolo della terribile Guerra dei Trent’anni che sconvolse le campagne e città europee, portando morte e carestia, oltre che della Grande peste di Londra del 1655 e del famoso incendio, sempre a Londra, del 1666. Ma fu anche in quel fine XVII secolo che si iniziarono a notare le prime avvisaglie della futura rivoluzione industriale, là, in quell’Inghilterra in cui Oliver Cromwell scosse un passato pieno di tradizioni e staticità, ma che era pronta a dare l’avvio a un futuro Illuminismo.
Vediamo di seguito i regnanti inglesi del XVII sec.

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Giacomo I d'Inghilterra

Alla morte di Elisabetta I (1533-1603), quinta e ultima monarca della dinastia Tudor, e grazie alla quale l’Inghilterra aveva avuto un ricco periodo economico e culturale, sale al trono Giacomo I Stuart (1566-1625) che fu il primo sovrano a regnare sul Regno Unito, avendo unificato le corone di Inghilterra, Scozia e Irlanda. Amante delle arti e della cultura in generale, il suo regno seguì il corso che Elisabetta I aveva iniziato.

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Carlo I d'Inghilterra

Carlo I Stuart (1600-1649), come il padre Giacomo, fu impegnato in una forte lotta contro il Parlamento e, avendo sposato una cattolica, Enrichetta Maria di Francia, era anche mal visto negli ambienti della Chiesa Anglicana. Con lo scoppio della Guerra civile inglese, sconfitto dall’esercito di Cromwel, venne giustiziato.

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Oliver Cromwell

Oliver Cromwell (1599-1658) prese il posto di Carlo I, instaurando una Repubblica e governando come Lord Protettore. Fervente puritano protestante, sciolse il Parlamento, 1653, e iniziò una serie di riforme. Alla sua morte, dovuta a calcoli e a una malaria che si trascinava da anni, salì al potere il figlio Richard Cromwell, che si rivelò incapace di governare.

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Carlo II d'Inghilterra

Carlo II Stuart (1630-1685), invitato a riprendere il trono inglese, sciolse il Parlamento e governò in forma assolutistica fino alla sua morte. Durante il suo regno due tragedie percuotono l’Inghilterra e Londra in particolare: la Grande peste del 1665 e l’Incendio di Londra del 1666. Sposato con Caterina di Braganza, non ebbe eredi per la sterilità della moglie, gli si riconoscono invece dodici figli illegittimi con varie amanti.

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Giacomo II d'Inghilterra

Giacomo II Stuart (1633-1701), fratello di Carlo II, fu l’ultimo sovrano cattolico a governare. Il suo regno fu attraversato da un lungo periodo di lotte interne, fra le quali la Gloriosa rivoluzione. Dopo alterne vicende, Giacomo II, fu costretto all’esilio in Francia dove visse fino alla sua morte.

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Guglielmo III d'Orange d'Inghilterra

Guglielmo III d’Orange d’Inghilterra (1650-1702) ottenne le corone di Inghilterra, Scozia e Irlanda a seguito della Gloriosa Rivoluzione del 1688, quando suo zio e suocero Giacomo II fu spodestato. Governò insieme alla moglie Maria II d’Inghilterra, figlia di Giacomo II.

Jul 212010
 

Galileo Galilei, Dialogo sopra i due massimi sistemi, frontespizio, edizione del 1632

Avrebbero avuto le scoperte scientifiche lo stesso progresso senza i torchi di Gutenberg? E i primi fogli informativi che peso hanno avuto nella realtà locale? Sarà legato alla stampa lo sviluppo delle lingue nazionali? È stato un mezzo, l’oggetto-libro, di comunicazione fra dotti, fra letterati, fra scienziati?
Proprio il 20 gennaio 1612 per i tipi della tipografia Alberti, in quel di Venezia, usciva il primo Vocabolario degli accademici della Crusca, opera che ebbe immediato successo, non senza mancare le polemiche. Seguiva quello francese del 1694, Dictionnaire dell’Académie Française. Negli stessi anni si moltiplicavano tutta una serie di pubblicazioni dedicate alle scoperte scientifiche, ricordiamo solo Dialoghi sopra i due massimi sistemi del mondo, dell’italiano Galileo Galilei, volume rivoluzionario che, pur avendo avuto ben due visti ufficiali, fu causa di problemi per l’autore, chiamato a testimoniare davanti al tribunale dell’Inquisizione.
Anni duri, di lotte, di battaglie, fra cui la violenta Guerra dei Trent’anni (1618-1648) causata ufficialmente da divergenze religiose. Eppure la stampa, fra alti e bassi, seppe andare avanti, seppe dare informazione, seppe continuare il cammino che aveva intrapreso nella metà del 1400.
I fogli costituiranno la base divulgativa del futuro quotidiano, quei fogli che catturavano l’attenzione del popolo per le notizie spesso curiose, particolari, crude, quei fogli da cui scaturirà il The Spectator, un giornale che uscirà a Londra fra il marzo 1711 e il dicembre 1712, una delle prime forme di giornalismo.
In Italia riscuote un successo strepitoso il romanzo di Gian Francesco Biondi, Eromena, uno dei primi testi eroico galante. In Olanda si stampano atlanti e cartine geografiche. In Francia si fonda l’Académie française, voluta dal cardinale Richelieu nel 1635.
In tutto questo fermento, c’è una famiglia di stampatori che tra seconda metà del 1500 e il 1600 salta alla vista, gli olandesi Elzevir. Gente innovativa, laboriosa, che, costretta dalla carestia di carta, inventarono un nuovo formato, un rivoluzionario formato per l’epoca, il dodicesimo. L’uso di caratteri più piccoli, ben chiari e definiti, resero famose le loro pubblicazioni. Fra le tante, due edizioni del Nuovo Testamento, del 1624 e 1633, sono le più ricercate, ancora oggi, da collezionisti e bibliofili. Louis, iniziatore della dinastia, lavorò alle dipendenze di un altro grande stampatore, Plantin; lì, si crede, imparò i primi rudimenti. Lo sviluppo fu tale che dopo la stamperia di Leida ne aprirono una ad Amsterdam, dove, fra le altre cose, si stampavano i lavori dei più rilevanti autori inglesi e francesi, diffondendoli in tutta Europa tramite una eccellente rete commerciale.
In questi anni gli editori, almeno i più grandi, quelli con decine e decine di titoli, presero l’abitudine di stampare un loro catalogo, alcuni di loro addirittura lo inseriranno alla fine del libro. Modo semplice e facile per far conoscere e divulgare la loro attività.
Ancora nel XVII secolo la stampa poteva essere considerata, in alcuni casi, arte, poteva essere paragonata a essa. Gente che per dare alla luce una sola pagina faceva prove e prove, dosando l’inchiostro, la pressione dei torchi, verificando rilegature, tastando la pesantezza della copertina, e via dicendo.

Jul 042010
 

Gli inglesi hanno sempre avuto le idee chiare sul commercio, come si evince dal documento che segue tratto dal libro di Thomas Mun (1571-1641), A Discourse of Trade from England into the East Indies, testo composto intorno al 1640 e pubblicato postumo solo nel 1664. Mun (1571-1641) fu uno dei più importanti dirigenti della East India Company.

“Benché un reame possa arricchirsi attraverso donazioni, oppure tramite acquisti da altri paesi, sin tratta di fatti contingenti e, quando si verificano, di non grande entità. Perciò, il mezzo più idoneo per aumentare le nostre ricchezze e il nostro Tesoro è tramite il commercio estero, praticando il quale dobbiamo osservare la seguente regola: vendere agli stranieri ogni anno merci per un valore maggiore di quante ne acquistiamo da loro. Supponiamo che, essendo il nostro regno fornito in sovrabbondanza di tessuti, piombo, stagno, ferro, pesce e altri prodotti autoctoni, noi ne esportiamo verso gli altri paesi ogni anno un surplus del valore di duemilioni e duecentomila sterline; grazie a tale commercio, noi abbiamo la possibilità di importare da oltremare merci necessarie per i nostri usi e costumi per un valore di due milioni di sterline. Se manteniamo fermo questo sistema nei nostri commerci, possiamo essere certi che questo regno si arricchirà ogni anno di duecentomila sterline, che andranno ad aumentare di altrettanto il nostro tesoro, perché quella parte delle nostre esportazioni che non serve a compensare le importazioni deve necessariamente trasformarsi in valuta.”

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In: Guido Dall’Olio, Storia moderna, i temi e le fonti, Carocci, Roma, 2006, pag. 44.

Apr 152010
 

Nella mia carriera d’intervistatore ho avuto la fortuna d’incontrare personaggi di tutti i tipi, dittatori, re, imperatori, regine, musici, pittori, scultori, ma anche gente comune, lavoratori, contadini, piccoli commercianti, impiegati, insomma tutti coloro che hanno vissuto nella storia, storia intesa come insieme di eventi, di fatti, di misfatti, come romanzo da raccontare. Ognuno di loro aveva e ha una particolarità, un determinato carattere, un peculiare modo di fare, di vivere la vita, così come la regina d’Inghilterra Elisabetta I (1533-1603), regnante della dinastia Tudor, figlia di Enrico VIII e della sua seconda moglie Anna Bolena.
Ciò nondimeno, andiamo con ordine.
Per raggiungere l’Inghilterra viaggiai per terra e per mare, attraversando in pieno inverno il canale della Manica che la separa dal resto del continente. Credevo non arrivare mai, poiché un’infuriata tempesta, con onde così alte che non si vedevano da decenni, costrinse il nostro fragile legno ritornare nel porto francese per ben due volte. Confesso avevo un po’ di paura. Finalmente, dopo tre giorni di maltempo, una mattina di cielo sereno e mare quasi calmo salpammo con vento propizio e raggiungemmo le coste britanniche con una buona dose di coraggio.
Alloggiai a Londra, città mercantile per eccellenza e in piena crescita economica. Ben presto, grazie a degli amici influenti, ebbi il piacere di parlare con la regina.

Domanda: Maestà, come ricorda suo padre?
Elisabetta: Grande uomo con una forte personalità. Lo ricordo come un essere imponente, era alto quasi due metri, dai bei capelli rossi. Gli piaceva ballare, amava ascoltare musica, bere buon vino e… anche le donne. Era duro di carattere sia con i sudditi che con la famiglia. Mia madre mi raccontava sempre un particolare che la colpì, non essere venuto, lui, al mio battesimo.

D.: Lei è riuscita a dare all’Inghilterra un lungo periodo di pace e prosperità, tutti le vogliono bene e la considerano una sovrana davvero speciale. Ci descriva una sua giornata tipica, cosa fa, a che ora si alza?
Elisabetta: Normalmente mi sveglio alle ore 6.30-7.00 del mattino, faccio una breve passeggiata nel giardino per prendere un po’ d’aria. Alle 9.00 vengono i miei segretari, firmo alcune lettere, poco dopo il mio consigliere privato si avvicina per comunicarmi le ultime notizie. Beh! Sono una donna e ho le mie debolezze, mi piace ballare, così verso le 11.30 una mezzoretta di svago, qualche passo di danza e a mezzogiorno si serve il pranzo. Gli ambasciatori solitamente li ricevo il pomeriggio intorno alle 14.00 e alle 17.00 banchetto di Stato o cena privata con balletti o spettacoli musicali: la cultura a corte non deve mai mancare, addolcisce gli animi e rallegra la vista! Non è ancora finita: alle ore 20.00, altri documenti di Stato, ulteriori visite, magari private, infine alle 23.00-24.00 vado a riposare.

D.: Una giornata intensa, maestà! Com’è diviso il suo palazzo, come ha distribuito le sue stanze?
Elisabetta: Noto che lei è curioso, non dovevamo parlare della mia politica estera? Comunque… nella Sala del Trono faccio le mie apparizioni pubbliche davanti alla corte; poi vi è la Sala delle Udienze, dove ci troviamo in questo momento, qua ricevo ambasciatori, delegati, rappresentanti, ma anche gente comune, i miei sudditi; infine gli appartamenti privati, qualche camera, qualche soggiorno solo per me, alla fine mi basta ben poco per vivere.

D.: Le dispiace se parliamo brevemente della sua vita privata?
Elisabetta: Tutti sanno che non amo parlare di me stessa, né delle mie faccende private. In ogni modo, se questo serve a chiarire qualche ambiguità, ben vengano tali domande. Mi dica.

D.: Ufficialmente, maestà, lei ebbe tanti pretendenti, ora, alla sua venerabile età, guardando il passato, chi crede l’avrebbe fatta felice?
Elisabetta: (1) È vero, tanti erano i miei pretendenti: Filippo II di Spagna, che inseguiva il sogno di annettere anche l’Inghilterra ai suoi possedimenti e di avermi come alleata; poi c’era quel pazzo di Eric di Svezia, realmente matto d’amore per me, a cui dovetti dirgli per ben 4 volte che non desideravo avere nulla a che fare con lui; poi ancora, il re di Danimarca… mi lasci ricordare che era davvero comico, andava in giro con un corpetto di velluto su cui c’era ricamato un cuore trafitto, poverino! Poi l’arciduca Carlo d’Austria, questa è una storia particolare. E sicuramente qualcun altro che non ricordo.

D.: Maestà, raccontano che lei abbia scritto una lettera al conte di Leicester, Robert Dudley, suo consigliere, in cui si dice che aveva un…
Elisabetta: (2) No comment!

D: Un’ultima domanda, come giudica le opere di Shakespeare?
Elisabetta: È un genio, è un grande scrittore, un prolifico commediografo. Gli avevo proposto di pensare a una commedia da eseguire in corte, lui, da ubbidiente suddito, dopo un paio di settimane, ha rappresentato “Le allegre comari di Windsor”. Bella, davvero interessante.

D.: Maestà, la ringrazio per il tempo concessomi e mi scusi per qualche domanda poco pertinente.
Elisabetta: Non si preoccupi, il popolo deve sempre sapere la verità, dopotutto io vivo per la mia Inghilterra, questo è uno dei motivi per il quale non mi sono sposata, perché amo tanto la mia patria che non ho tempo per gli uomini. Arrivederci, buon uomo.

D.: Arrivederci, maestà.

A questo punto desidero trascrivere un paio di righe di quella lettera che si dice, ripeto, si dice, scritta da Elisabetta, in cui si rivela un certo sentimento d’amore per Robert Dudley:
” (…) Il Signore ha voluto allontanarti da me, unico uomo che io abbia mai amato. Di fronte al tuo fascino, Rob, la mia volontà di vivere e morire senza uno sposo andava sempre più indebolendosi e questo non avrebbe portato che guai. (…) ”
Rimasi perplesso dopo quell’intervista, vi era un’aria misteriosa nelle riposte della regina, eppure è una donna forte, coraggiosa, sicura di sé, una donna che con il suo carattere ha portato l’Inghilterra a essere una delle prime potenze d’Europa, che ha aiutato artisti, che è riuscita a riorganizzare e rimodernare lo stato.
Con queste conclusioni mi avviai verso il porto, dopo aver sostato ancora per qualche giorno nella città, notando i floridi commerci e una brulicante attività economica. L’Inghilterra stava potenziando la sua flotta, le sue navi commerciavano con mezzo mondo, il popolo sembrava felice di avere Elisabetta come regina, pareva amarla e rispettarla.
Partii di buon’ora, lasciandomi alle spalle le incantevoli e bianche scogliere di Dover che illuminavano con la loro luce il verde dei campi.
Stavolta il buon tempo permise una piacevole attraversata.
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1. N.d.R.: Lunghissimo momento di riflessione, sembrava che la regina non volesse rispondere.
2. N.d.R.: M’interruppe. Diventò rossa, sembrava al punto di cacciarmi via.

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da: Gaspare Armato, Appunti della Storia, Autorinediti, Napoli, 2008, pagg. 53 a 59.

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Elisabetta I in un corteo (Robert Peake)

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Piccola bibliografia:

- Simon Adams, Elisabetta I. La reietta che divenne regina d’Inghilterra, IdeeAli, 2010.
- Nadia Fusini, Lo specchio di Elisabetta, Mondadori, 2009.
- Carolly Erickson, Elisabetta I. La vergine regina, Mondadori, 2000.

Mar 182010
 

In questi ultimi anni in Francia, e non solo a Parigi, ma anche a Marsiglia, a Orléans e in altre città, si sta diffondendo l’usanza di stampare piccoli fogli informativi, sottoforma di periodici, che sono distribuiti alla gente, sia per abbonamento sia per acquisto diretto. Nello stesso tempo, gli articolisti realizzano interviste e sondaggi su determinati usi e costumi della popolazione per analizzare le tendenze, i cambiamenti e l’eventuale sviluppo sociale. Un grande passo avanti nella libera diffusione della cultura!
Orbene, premesso quanto sopra, dopo una fitta corrispondenza, sono andato a chiacchierare con il collega Jean Michel, vice-direttore dal 1777 del Journal di Parigi, su temi quali l’illuminazione nelle strade parigine e come ci si riscaldava proprio alla fine del 1700. Qualche mese fa Jean Michel ha realizzato un’investigazione a tal proposito.
Lo incontrai nel suo studiolo, con un bicchierino di absinthium in mano, sorseggiandolo con calma, immerso in mille fogli pieni di grafici, curve, cifre, cercando di riassumere la ricerca e poter trarre delle conclusioni. Mi disse che per oltre tre mesi il suo unico compito era stato quello di gironzolare per la capitale, intervistando e parlando con tutti coloro lo potessero aiutare, da negozianti, a gente aristocratica, a cittadini comuni, a nobili, a impiegati, a contadini che venivano a scaricare ortaggi e frutta al mercato centrale. Dopo aver riempito cartelle e pagine di notizie, pensò che fosse tempo rivedere il tutto e preparare un lungo articolo da pubblicare sul Journal, articolo che attirò la mia attenzione e mi spinse a preparare codesto viaggio.

D.: Buon giorno, Jean Michel. Grazie per aver accettato la mia richiesta. Mi hanno detto che lei è stato indaffarato, per diverse settimane, a elaborare risultati e dati di quest’analisi, ma… alla fine cosa ne sta venendo fuori?
J.M.: Buon giorno anche a lei, collega. Sì, è vero, ho lavorato e continuo a lavorare su questa investigazione da oltre cinque mesi, credo però essere già arrivato al termine. Tante cose interessanti, sono venute alla luce certi fatti poco noti che dovrebbero far riflettere e capire che i tempi stanno cambiando e il popolo è più cosciente della propria forza.

D.: Per esempio?
J.M.: Per esempio, per quando riguarda l’illuminazione, a Parigi c’è stato un netto miglioramento rispetto al 1600. Guardi queste tabelle: nel 1697 avevamo solo 2736 lanterne pubbliche accese di notte, mentre 43 anni dopo, nel 1740, erano ben 6400, un gran salto. Poi nel 1766 siamo arrivati a 7000. Parigi ora ha più luce notturna, si può passeggiare senza paura di inciampare né di avere brutte sorprese, indubbiamente ci sono ancora tante strade da illuminare, molto lavoro da realizzare, in ogni modo siamo nella giusta direzione.

D.: Nelle case in generale, nelle case dei parigini, cosa è cambiato?
J.M.: Il progresso è bilanciato. Ciò che avviene fuori spesso accade anche dentro le costruzioni. Parlando con i negozianti, dicono aver avuto un incremento delle vendite di candelabri e di lanterne. Si calcola che ogni abitazione abbia 4-5 candelabri per stanza, sia nel ceto elevato sia nel medio. Tutto ciò sembra essere iniziato nella seconda metà del 1700, intorno al 1760 e si stima che continui ad aumentare.

D.: E a casa sua, per fare un esempio concreto?
J.M.: Mia moglie adopera i candelabri a 5 braccia, sono economici e si possono trasportare ovunque, ne abbiamo una decina che illuminano la nostra cucina e il nostro piccolo salotto. Poi se ne porta un paio nella nostra camera, poco prima di addormentarsi. A quell’ora io sono in redazione a correggere le bozze del foglio e lei approfitta per leggere.

D.: È noto che nel febbraio del 1695 nel palazzo di Versailles l’acqua e il vino si gelavano nei bicchieri per il forte freddo. Oggi, come ci si protegge da quelle situazioni estreme?
J.M.: Le cose sono migliorate. A fine ’600 a Parigi c’era una media di due camini per ogni casa e più o meno uno ogni due stanze, quantomeno nei palazzi dei più ricchi. Nel 1720 quasi ogni ambiente ne aveva uno. Indubbiamente vi sono eccezioni, forse troppe, ma la gente cerca di rendere più vivibile l’ambiente casalingo. Per esempio, su tremila intervistati, quasi nessuno riscaldava le gelide camere dei domestici, della servitù. Continuando, e siamo già nel 1770, sono entrate in uso le stufe, mentre in campagna, i contadini adoperano ancora i bracieri, nondimeno qualche casa ha già dei camini.

D.: I camini sembrano essere un’invenzione italiana?
J.M.: Esattamente. A quanto risulta, furono i veneziani a introdurli verso il 1230, almeno quelli a parete laterale. Da lì si diffusero in Francia e nel resto d’Europa. Le stufe, invece, sono originarie dell’Austria, Svizzera e paesi limitrofi. Qua da noi, non hanno avuto tanta diffusione, ai parigini piace vedere il fuoco scoppiettare, la fiamma rossa e calda, il romanticismo che deriva dallo stare insieme davanti un camino, magari leggendo un buon libro di Voltaire.

D.: La legna?
J.M.: La legna arriva dai campi, vi sono i legnaioli che vengono in città a venderla con i loro carri, così come vendevano, e qualcuno vende ancora oggi, l’acqua. Chiaramente loro sono avvantaggiati, dico là in campagna, loro hanno tutta quella di cui hanno bisogno.

D.: Ho sentito dire che il carbone fossile lo adoperate poco.
J.M.: Sì, è dal 1600 che è stato vietato il suo uso, qua a Parigi. Abbiamo un’aria troppo inquinata, spesso irrespirabile e il governo ha fatto bene a proibirlo.

D.: Quali sono le tue conclusioni, dunque?
J.M.: Insomma, diciamo la verità, si sta meglio. Oltre al fatto che quasi tutte le nostre finestre hanno oramai vetri, abbiamo sostituito la carta e la tela oleata. Adesso entra meno freddo, si hanno meno spifferi d’aria, un’abitazione si riscalda prima, le candele non si spengono più per il venticello che entrava. Le nostre case sono fatte con pietra, mattoni, tetti di tegole, sono più sicure e protette. Lei certamente ricorderà la notizia, che fece rapidamente il giro dell’Europa, dell’incendio di Londra del 1666, quell’incendio che bruciò oltre 13.000 case. Ebbene, i londinesi ricostruirono buona parte delle loro case adoperando un’altra volta legno. Come se nulla fosse, come se non avessero appreso dai fatti.

D.: La ringrazio per il tempo dedicatomi. Buon lavoro e speriamo vederla dalle nostre parti.
J.M.: Grazie a lei. Mi fa piacere che queste notizie arrivino anche nel suo Paese. Il mondo sta cambiando, la grande opera dei nostri Diderot e D’Alembert sta avendo successo, le parlo della loro Encyclopédie, tante ricerche si sono intraprese e tanti successi verranno, la Francia sta cambiando, e con essa l’Europa intera.

Aveva ragione, Jean Michel diceva il vero, tutta Europa era in agitazione, nuove idee stavano sostituendo il vecchio modo di pensare, la ragione prendeva il potere, i vecchi regimi assolutistici erano in pericolo.
Riuscirò a vedere qualche cambio politico?

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da: Gaspare Armato, Appunti della Storia, Autorinediti, Napoli, 2008, pagg. 81 a 87.

Dec 102009
 

Già lo sappiamo, la Storia è un continuum, una lunga serie di avvenimenti legati l’uno all’altro, fatti che hanno una dipendenza, una conseguenza, prodotto e causa indissolubili. E sebbene questo blog tratti principalmente di Storia moderna, mi è sembrato utile capire quale fu lo sviluppo della moda di fine XIX secolo, cosa accadde particolarmente dopo la fine della Seconda guerra mondiale. La professoressa Bianca Maria Rizzoli ne fa un quadro davvero interessante.

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Gli storici dell’infanzia, supportati dalla documentazione e dalle opere d’arte d’epoca, sono tutti d’accordo: fino all’Ottocento e in genere nei secoli passati, i bambini erano considerati con indifferenza e l’infanzia non era considera uno stadio umano di sviluppo particolare, diverso dalla vita adulta. Si passava inoltre dall’infanzia alla maturità senza vie intermedie, spesso con una cerimonia che implicava un nuovo taglio di capelli e un abito diverso da quello infantile. All’inizio dell’epoca moderna (fine Quattrocento) solo la differenza di statura contrassegnava il sesso dei bimbi che, fino a quando non potevano camminare, erano nascosti da una lunga sottana che arrivava fino ai piedi, mentre un girello o due briglie legate alla vita, permettevano di non farli inciampare. In un momento indefinito, attorno ai 4 – 5 anni il bambino diventava improvvisamente adulto, e – se maschio – indossava perfino stivali, parrucca, bastone, – se femmina – era sottoposta al busto e alle sue torture. L’educazione a livello aristocratico era rigidissima: il maschio doveva almeno studiare latino, matematica, retorica e le frustate non mancavano, mentre la femmina doveva imparare fin da piccola a coltivare ricamo, musica, canto, bellezza. Non sempre sapeva leggere ma la cosa aveva importanza relativa, perché il suo futuro scopo sarebbe stato fare figli. I bimbi poveri andavano a lavorare prestissimo per aiutare a sfamare le molte bocche della famiglia, ed erano vestiti di stracci.

Il Novecento mitigò parzialmente questo stato di cose, ma una vera e propria moda giovanile nacque solamente dopo la seconda Guerra mondiale, quando irruppero in Europa le prime novità statunitensi. I teen-agers americani frequentavano posti di ritrovo come sale da ballo e coffee bar; in questi ambienti i giovani si radunavano attorno ai juke box, ballando il rock ‘n roll che richiedeva abiti sciolti e facili da portare. Essi cominciarono a distinguersi dagli adulti anche per l’abbigliamento: blue jeans, maglioni larghi o stretti (a quell’epoca la maglia era considerata in Europa un capo “povero”) sneakers (scarpe da ginnastica) giubbotti impermeabili mutuati dalle uniforme dell’aereonautica inglese, i cosiddetti bombers, evoluzione della giacca a vento dei piloti della Royal Flying Corps. Anche il Montgomery ebbe successo: questo robusto cappotto militare in panno col cappuccio e chiuso da alamari era portato dall’omonimo generale durante la guerra, ed è ormai diventato un classico.

Tuttavia questa moda poco sofisticata e molto pratica esplose in Europa con i film di Jeames Dean (tra tutti ricordiamo “Gioventù bruciata”del 1955) e di Marlon Brando, che sedusse le platee europee interpretando la parte di Johnny ne “Il selvaggio” (1953), dove cavalcava una moto di grossa cilindrata e indossava un giubbotto di pelle (detto poi chiodo) e un paio di jeans. Fino ad allora completamente sconosciuti in Europa, i jeans fecero fatica ad affermarsi in modo massiccio per la sinistra fama che li accompagnava. Eppure erano nati in America come abito da lavoro da un geniale commerciante, Levi Strauss, che aveva utilizzato un robusto fustagno tinto di indaco di origine genovese, marcandolo con rivetti metallici nei punti di giunzione delle doppie cuciture. Un altro idolo dei giovani, Elvis Presley conquistò il mondo giovanile con la canzone “Blue suede shoes” (le scarpe scamosciate blu) che ironizzava contro l’ossessione per il look. Ciononostante i cosiddetti Teddy boys, un genere di gruppo formatosi in America ma codificato in Inghilterra, fecero di queste scarpe dalle suole molto alte e dalla tomaia decorata vistosamente parte della loro uniforme, che per il resto comprendeva giacche lunghe, cravattini striminziti e capelli a ciuffo accuratamente acconciati con la brillantina. Altre bande giovanili europee non esitarono ad accogliere immediatamente i nuovi capi che finalmente, creavano un’identità giovanile diversa da quella degli adulti. Il fenomeno fu, dal punto di vista storico, di una importanza capitale. La moda cominciò ad essere imposta dalla strada e non dalle grandi sartorie: per la prima volta nella storia del costume le masse facevano opinione.

Attorno al 1960 le gonne femminili arrivavano solitamente al ginocchio: il cinema italiano imponeva ancora la figura della “maggiorata fisica” e la donna giovane si vestiva un po’ come sua madre. Nello decennio in questione l’Inghilterra cominciò a scalzare la Francia dalla sua posizione predominante nel campo della moda. A Londra si aprirono negozietti (boutiques) con abiti pronti e di basso prezzo che ebbero un enorme successo. Antesignane di questo tipo di abbigliamento diretto al mondo giovanile furono Biba (al secolo Barbara Hulanicki) e Mary Quant. La seconda in particolare avrebbe inventato la minigonna – anche se il fatto le è stato contestato dal sarto parigino Courrèges -, i collant colorati che sostituivano calze e reggicalze, gli abiti in materiale audace come il PVC (cloruro di polivinile), le magliette a coste (dette skinny ribs). Intanto si andavano diffondendo nell’uso femminile anche i pantaloni, prima di allora aspramente censurati. Nessuno più si scandalizzò come agli inizi del secolo, quando le donne in pantalone erano caricate sui cellulari della polizia.

Fiutando il nuovo vento, le case di moda tentarono di avvicinarsi al mondo giovanile inventando abiti spaziali, parrucche sintetiche colorate, abiti unisex, abiti alternativi come quelli di Paco Rabanne, che non usava ago e filo ma pinze e lamine di plastica o metallo e fogli di carta. Intanto si stava registrando anche un mutamento dell’immagine femminile: alle donne formose e sofisticate degli anni ’50 si andavano sostituendo ragazzine incredibilmente smagrite come le indossatrici Twiggy (ossia grissino) o Jean Shrimpton, che a soli 17 anni compariva già su importanti testate di moda come Vogue o Harper’s Bazaar. Ma gli anni Sessanta, soprattutto verso la fine, furono anche un periodo inquieto: si andava diffondendo la contestazione giovanile, spesso portata sull’onda della musica Rock. In California un ristretto gruppo di intellettuali, detta poi “beat generation”,  inventò una nuova filosofia di vita che voleva la libertà ad ogni costo, anche con l’uso di droghe o  allucinogeni, di cui allora non si intuivano i dannosissimi effetti. Il movimento giovanile statunitense Hippy si diffuse con la stessa filosofia, auspicando una vita di pace e fratellanza e il rifiuto totale della guerra. La loro città di riferimento era San Francisco.

In Inghilterra questo fenomeno fu interpretato dalla musica beat: anche nel vestire da uomo ci fu un totale rifiuto del classico abito maschile borghese. I Beatles indossarono uniformi colorate, giacche eskimo, pantaloni stretti e corti, stivaletti alla caviglia. I Rolling Stones, più arrabbiati, scelsero pantaloni e camicie di satin, collane, bracciali, e portarono per la prima volta in scena in trucco. Entrambi i gruppi lanciarono la moda dei capelli lunghi maschili, che fece enorme scandalo.

Nel 1968 studenti e giovani del “Maggio francese” scesero in piazza rivendicando il rifiuto del potere borghese e indossando ancora una volta abiti alterativi. Oltre a quelli già nominati comparvero le “Doc Martens”, ossia robusti stivali al polpaccio con suola spessa, allacciati sul davanti. Inventati nel 1945 dal dottor Martens per dare conforto ai piedi, diventarono parte dell’uniforme degli skenheads inglesi che in quel periodo non avevano ancora una connotazione socio-politica. Nel 1969 a Woodstock nello stato di New York, all’apice della diffusione della cultura hippy, fu tenuto un festival di tre giorni a cui parteciparono importanti popstar. Jimi Hendrix salì sul palco per ultimo, camicia colorata, bracciali, bandana, in due ore di straordinaria performance ma col campo ormai semivuoto.

Negli anni Settanta la moda fu all’apice della confusione, non riuscendo mai nel tentativo di seguire e catturare le tendenze giovanili. Infatti, nell’aprile del ’76, Elle, prestigioso settimanale femminile francese, titolò così la sua copertina: “Chi fa muovere la moda?”. Stranezze, curiosità, abiti usati e abiti etnici comparivano e sparivano in un batter d’occhio. Non solo, con la moda si cominciò a fare politica: esisteva la divisa del contestatore di sinistra, abiti colorati e possibilmente usati, jeans sdruciti, occhiali da poco, borsa di cuoio, e quella del ragazzo di destra: Ray Ban, occhiali altamente protettivi e panoramici inventati nel 1920 per proteggere gli occhi degli aviatori, jeans firmati, scarpe Timberland. I movimenti femministi degli stessi anni rifiutarono l’eleganza convenzionale, ma adottarono gonne lunghe e fiorate, calzettoni, zoccoli e capelli arruffati. Uno dei profeti del nuovo look fu Elio Fiorucci, che aprì il suo primo negozio a Milano nel 1967, guardando a Londra e alle tendenze giovanili. Nel giro di pochi anni impose il suo marchio, i due angioletti vittoriani con gli occhiali e la sua moda, mal rifinita ma vivacissima, con zatteroni: mescolando il lycra elasticizzato al tessuto, inventò le prime tutine stretch.

Nel 1976 emerse la moda punk, essenzialmente legata al disagio giovanile delle grandi città, che mirava a scioccare utilizzando sacchetti di plastica, maglie e calzoni tagliati, catene, spille da balia, lamette e pettinature colorate in modo violento. Il loro gruppo rock di riferimento furono i Sex Pistols, che crearono controversie nella loro breve carriera, facendo sì che molti loro concerti fossero cancellati dalle autorità. Negli anni Ottanta infine si distinse la Moda gotica, in Italia detta impropriamente Dark. Caratteristica indispensabile era l’uso del nero, nei capelli, nello smalto per le unghie, nel trucco dal pallore spettrale ma con gli occhi largamente cerchiati di nero. Borchie, croci (lanciate da Madonna agli albori della sua carriera), piercing e catene fanno parte dell’iconografia. Questo tipo di abbigliamento è legato al vampirismo e al cosiddetto romanzo gotico: uno degli aspetti è la sensualità (gonne tagliate, calze a rete strappate) e il gusto della provocazione che collega questo movimento a quello dei punk.

Bianca Maria Rizzoli.

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Altri Articoli di Bianca Maria Rizzoli, qua.

Jun 252009
 

Ai giorni d’oggi quasi tutte le case, siano esse in città che fuori città, hanno la possibilità di avere acqua potabile, ma i nostri avi soffrivano spesso per la mancanza di questo prezioso liquido.
Acquaiolo di Siviglia, Velazquez, 1620L’approvvigionamento idrico in campagna, nei secoli che vanno dal XV al XIX, era difficoltoso normalmente per la distanza da percorrere, in quanto non tutte le case avevano un pozzo o una fontanella o un fiumiciattolo nelle vicinanze. Nei paesi a clima freddo, dove le piogge erano frequenti, era usuale la raccolta della pioggia, sebbene non sempre sufficiente. Cosicché le donne erano costrette a percorrere lunghe distanze per rifornirsene. Si è calcolato che una contadina inglese del ’500 doveva camminare una media di 500-600 mt., mentre una scozzese anche 1.500 mt. Immaginiamoci, dunque, una donna con un secchio, una brocca o un recipiente contenente 10-20 lt. di acqua, percorrere sotto un sole cocente o nei giorni di pioggia e freddo simili distanze, quotidianamente.
Diverso il problema che si presentava in città e sebbene fontane, fontanelle e pozzi fossero a distanze inferiori che nelle campagne non tutte funzionavano e quasi sempre c’era una lunga fila da fare, talvolta anche per 1-2 ore. In Francia, nel XVIII sec., il consumo giornaliero era più o meno di 5-7 lt. pro-capite, mentre a Londra circa 12-15 lt.
A partire dalla metà del ’400, varie città intrapresero opere idriche. A Roma, papa Nicolò V fece ripristinare la cosiddetta Acqua Vergine, mentre a Castel Sant’Angelo, nel 1530, papa Clemente VII – lo stesso che autorizzò nel 1527 a scavare l’oggi Pozzo di San Patrizio a Orvieto – si fece costruire un bagno con acqua calda e fredda; in Francia nel 1457 si rimise in funzione l’acquedotto di Belleville che si affiancò a quello di Pré-Saint-Gervais e nel 1613 Maria de’ Medici fece risorgere quello di Arcueil; in Spagna solo nel 1481 si riattivò l’eccellente acquedotto di Segovia; in Portogallo ne erano attivi una certa quantità, da quello di Coimbra a quello di Tomar a quello di Elvas e, inoltre, se ne costruì uno nuovo a Lisbona tra il 1729 e il 1748, detto delle Acque Libere. In Italia, nel Regno di Napoli, Carlo III di Borbone fece portare l’acqua nella bella reggia di Caserta.Reggia di Caserta.
Tutte queste opere e tante altre contribuirono ad averne maggiore disponibilità nelle grandi città, mentre nelle piccole la figura dell’acquaiolo era ancora presente e operante, sebbene non tutte le famiglie avessero le condizioni economiche per comprarla.
Spesso l’acqua era inquinata, ricordiamo che v’era l’usanza di gettare per strada i rifiuti o di costruire i pozzi neri anche vicino fonti d’acqua potabile, per non parlare poi dell’inquinamento che produrrà la rivoluzione industriale, specialmente in Inghilterra e nei paesi nordici.
Col passare del tempo – siamo già nel XVII secolo – in Francia si sviluppò la moda di avere nei giardini giochi d’acqua, per cui la scienza facilitò nuovi mezzi per migliorare i problemi idraulici. Si iniziò a incanalare il prezioso liquido dirigendolo verso le case, tramite pompe e altri marchingegni che spingevano e sollevavano l’acqua.
Acquedotto dell'Acqua Vergine, Roma, anonimo del XIX secoloGli sviluppi seguirono anche nell’800, nel senso che questa iniziava a essere disponibile nelle abitazioni, almeno negli ambienti benestanti. A Parigi si creò una società per la fornitura del vitale liquido a domicilio, grazie alle pompe dei fratelli Perrier. A Milano, il primo impianto di acqua potabile risale al 1888, a Valencia, Spagna, al 1850.
Dicevamo, dunque, dell’inquinamento, inquinamento tanto molesto che il Tamigi, la Senna o altri fiumi di grandi città portavano nelle loro acque, oramai poco potabili. Ecco allora, l’alta mortalità per tutta l’Età moderna, maggiore nei centri urbani che in quelli di campagna, che potevano attingere acqua ancora potabile. Nelle città, tante fontane, tanti pozzi erano infetti dai rifiuti, a tal punto che la gente, non avendo altro che bere, l’adoperava, con la conseguenza che malattie e infermità colpivano gran parte della popolazione.
Poco a poco, grazie al lavaggio delle strade, alla raccolta dei rifiuti, alla pulizia delle città, migliorarono le condizioni di salute e il tenore di vita: siamo già ai primi del XIX secolo.