Nov 202008
 

Abbiamo scritto varie volte, in una serie di lettere con Alessio, dell’invenzione della stampa, del suo essere stata una delle innovazioni più importanti del XV secolo. Adesso facciamo un passo indietro e vediamo brevemente in questi video che seguono come si produceva materialmente un manoscritto, iniziando dalla pergamena e proseguendo con la carta.


YouTube Preview Image


YouTube Preview Image

Oct 192008
 

Pistoia, 19 ottobre 2008

Mio carissimo Alessio,

stamani avevo in mano un libro, uno di quelli stampati nel XVII sec., Vergel, pubblicato a Barcellona, in Spagna, nel 1629, debitamente autorizzato dalla Chiesa cattolica, con tanto di Licencia, y Privilegio, e sfogliando accuratamente le pagine mi veniva in mente la grande fortuna che abbiamo nel poter leggere idee, pensieri, riflessioni di quasi 400 anni fa, come il sapere si possa trasmettere, si possa compartire, si possa tramandare di generazione in generazione, tutto grazie al nostro buon Gutenberg.

E certamente l’Umanesimo italiano giocò un ruolo privilegiato in codesta trasmissione, Umanesimo che ricercava nei classici i valori per poter dimostrare che la vita non è solo materialità, bensì, e soprattutto, espressione culturale, intellettuale, educativa. La stampa fu il veicolo principale del diffondersi dei pensieri, il tramite per far rivivere il passato classico. Così come il Rinascimento, e non solo in Italia, sarà sviluppato per mezzo dei torchi gutenberghiani.

Pare che alla fine del XV secolo, oltre 250 città d’Europa possedessero una tipografia, di cui 80 solo in Italia. Si pubblicava di tutto, da testi religiosi a testi accademici, da romanzi ad almanacchi, si stampava in latino e in greco, ma si iniziava anche a dare vita a volumi nelle varie lingue nazionali. I libri, non ancora rilegati, viaggiavano dentro botti chiuse – per evitare di sporcarsi o sfuggire all’umidità – per il continente, sia in carri, sia tramite via fluviale. Per i mercanti era una merce di scambio come qualsiasi altra, un bene da comprare e vendere, per la gente letterata un modo di approfondire i loro studi.

Nel 1464-65, i benedettini del monastero di Santa Scolastica di Subiaco invitarono Konrad Sweynheym e Arnold Pannartz, il primo della diocesi di Magonza e il secondo di quella di Colonia, a pubblicare il De oratore di Cicerone, primo libro stampato fuori Germania.

Poi Venezia, la cui posizione strategica farà sì che la città essere un eccellente luogo per lo sviluppo dell’arte tipografica, introdotta, lo ricordiamo, nel 1469 da Johann von Speyer. Grazie, quindi, ai fiorenti scambi commerciali e ai patrizi veneti, che vedevano nel libro un modo di incrementare la loro ricchezza, i libri veneziani andranno a finire in tutta Europa. Milano, invece, solo nel 1471 vedrà l’arrivo del torchio, con la stampa del De verborum significatione di Pompeo Festo.

Rispetto all’energica attività culturale, Firenze arriverà in ritardo all’appuntamento, solo nel 1471, pare perché, in un primo tempo, poco favorita dai Medici. Il primo libro stampato sembra sia stato il Commentarii in Virgili opera, di Servio, riprodotto dall’orefice Bernardo Cennini. Per vari anni la stampa sonnecchierà, sino a quando Marsilio Ficino, Poliziano, addirittura lo stesso Lorenzo de’ Medici e qualche altro letterato si convinceranno di pubblicare tramite i caratteri mobili. Firenze, città altamente alfabetizzata per i tempi,  fu una delle poche, se non l’unica, nella quale il prototipografo era locale.

Il nostro sud non era meno. A Napoli si pubblicheranno più libri in latino, almeno il 50%, che in volgare, con una piccola percentuale di testi in lingua ebrea. In generale sono volumi che trattano teologia, letteratura, scienze.

Si potrebbe continuare per parlare di Bologna, di Palermo, Padova, e così via, ma ciò che mi preme sottolineare è come l’Italia abbia immediatamente capito la potenzialità della stampa. E lo stesso Girolamo Savonarola, tanto per fare un esempio, aveva intavolato addirittura con la fiera di Francoforte un rapporto di lavoro per propagandare le sue idee.

L’Umanesimo, il Rinascimento, le arti, le lettere… i libri: elementi che faranno parlare dell’Italia!

Così, sfogliando pagina dopo pagina, mi accorsi che ero arrivato alla fine, alla fine delle 300 e più pagine di questo meraviglioso Vergel che aveva portato la mia mente a riflettere sull’inesorabile trascorrere dei secoli, tempo impresso nelle giallognole pagine del volume e sulla copertina di cuoio di agnello che rivestiva la storia della stampa.

Vado ad adagiare il libro nella mia umile biblioteca, pian pianino, lentamente, con cura e attenzione, con gratitudine, con riconoscimento, dopotutto ho assaporato un libro che ha 400 anni!

Tuo, Rino.

*****

Le precedenti lettere:

- Rino ad Alessio I

- Rino ad Alessio III

- Rino ad Alessio V

- Rino ad Alessio VII

Oct 012008
 

Pistoia, 27 settembre 2008

 

 

Caro Alessio,

 

si chiamava don Martino, sì, proprio don Martino, ed era il ciabattino dove andavamo mio padre e io a riparare le scarpe, ti parlo della fine degli anni ’60. La sua bottega era in via Garibaldi, là, in quel paesino di poche migliaia di abitanti, adagiato in una pianura piena di olivi. Don Martino apriva alle sette del mattino, tirava fuori il suo piccolo banco pieno di attrezzature, la sua centenaria seggiola, poi, pian pianino, giacché aveva oramai superato la settantina, usciva anche un rustico sgabello per il cliente di passaggio. E noi, padre e figlio, ci recavamo da lui a riparare le suole delle scarpe o a fargli dare un lucido speciale per apparentarle nuove. Altri tempi, altre memorie, pochi soldi! Era un artista, indubbiamente era un ciabattino che faceva le cose con somma cura, precisione, con atavica esperienza, ma anche con eleganza e armonia: i chiodini li nascondeva con uno speciale stucco, il lucido era perfettamente assorbito dalla scarpa con un magico drappo, la colla veniva sapientemente nascosta con un veloce gesto e così via.

Artista, come artisti furono in tutti i sensi i primi prototipografi. Mi piace ricordare che, agli inizi della stamperia, costoro peregrinavano, spesso chiamati da committenti, per dare vita ai primi libri, così come nel 1464-65, i benedettini del monastero di Santa Scolastica di Subiaco, vicino Roma, invitarono Konrad Sweynheym e Arnold Pannartz a pubblicare il De oratore di Cicerone, primo libro stampato fuori Germania. L’anno dopo Ulrich Han è a Roma, dando alla luce le Meditationes Vitae Christi del cardinale Torquemada. E via dicendo. Piccoli esempi che portano quasi a paragonare l’arte tipografica all’arte pittorica: il pittore, finito un quadro, si incammina verso altre terre, verso altri mandatari. Certo, il prototipografo ha bisogno di più strumenti e capitali per svolgere il suo lavoro, deve avviare un’attività cominciando dalla base, deve ricercare centri che richiedono la sua esperienza. Insomma, almeno per gli inizi della stampa, lasciami paragonare l’artista tipografo all’artista pittore!

Mi parli dei mestieri, dei tanti mestieri e posti di lavoro che, grazie al nostro Gutenberg, si svilupparono. Ne elenco qualcuno, i più rappresentativi:

 

 

- il torcoliere, ossia l’incaricato all’andamento dei torchi. Appoggiava la carta al timpano, chiudeva la fraschetta, faceva scorrere il carrello sotto il torchio, manovrava la leva per la riproduzione e… voilà, ecco il foglio stampato: un miracolo;

 

- il punzonista, ovvero l’artigiano, che spesso proveniva dall’oreficeria, dedicato a incidere i punzoni dei caratteri che servivano a battere le matrici per la fusione delle lettere;

 

- il fonditore, colui che si occupava della fusione dei caratteri, tramite le matrici che il punzonista gli passava, carattere che doveva altresì essere pulito e rifinito;

 

- il compositore, eccolo, l’uomo che si preoccupava della composizione dei caratteri mobili, estraendoli dalle decine di cassetti del suo bancone dove riposavano per essere adoperati. Se era bravo, lavorava senza guardarli, perché sapeva esattamente il luogo dov’erano;

 

- il battitore, il povero operaio, sempre sporco di inchiostro, addetto all’inchiostratura dei caratteri di stampa;

 

- il correttore di bozza, – confesso che mi piacerebbe esserlo -, il personaggio che si dedicava a correggere gli errori di stampa mediante dei segni convenzionali che apponeva ai margini bianchi dei fogli.

 

 

Forse ne ho dimenticato qualcuno, chiedo loro venia… dopotutto sono passati più di 500 anni e sicuramente la memoria viene meno.

Artisti, caro amico, come non considerarli artisti, quando tutti e ognuno di loro dava il meglio, curava i particolari, lavorava sapientemente e, ricordiamolo, la maggior parte erano nuovi lavori, appena inventati, erano lavori dove si sbagliava spesso, ma questi errori portavano a migliorare l’arte tipografa. Lo dobbiamo anche a Gutenberg!

Insomma, forse oggi manca quella consacrazione al proprio mestiere, quei lavori certosini che davano calma, tranquillità, pazienza, quei lavori fatti con dedicazione e passione. E allora ti domando, Manuzio, quell’Aldo Manuzio veneziano che fu uno dei primi grandi tipografi italiani, anche lui era un artista in un certo qual modo, non credi?

 

Stavolta mi sono dilungato, spero non averti annoiato, dopotutto, ben sai, quando parlavamo di un qualcosa che ci appassiona e ci accomuna le lancette dell’orologio giravano senza darcene conto, e le ore spesso si facevano piccole.

Un abbraccio,

 

tuo Rino.


*****

Le precedenti lettere:

- Rino ad Alessio I

- Rino ad Alessio III

- Rino ad Alessio V

Sep 042008
 

Pistoia, 4 settembre 2008

Carissimo Alessio,

con piacere ho ricevuto e letto la tua lettera del 2 settembre c.a. sulle tue considerazioni intorno alla stampa religiosa della fine del XV e XVI secolo.

Concordo con te nel dire che sia i protestanti sia i cattolici abbiano visto nell’invenzione del nostro Gutenberg un mezzo per comunicare e diffondere le loro dottrine. Il luteranesimo lo farà con atteggiamento critico – se atteggiamento possiamo chiamarlo -, invogliando il popolo alla lettura, ma nello stesso tempo stimolandolo a riflettere sulle parole che la Bibbia desiderava comunicare. La Chiesa cattolica ostacolerà lo sviluppo delle eresie con tutti i mezzi possibili, scomunica, roghi di libri, proibizioni, ma – e sicuramente sarai d’accordo – più si vietavano, più queste crescevano e si sviluppavano, più Lutero, Calvino e via dicendo acquistavano forza.

Mi dici di Magonza, di Norimberga, e io aggiungerei altresì, qualche anno dopo, Francoforte, Strasburgo e zone limitrofe, tutte località in cui maturava e prosperava una nuova classe benestante e l’espansione commerciale permetteva un ulteriore impulso alla diffusione del libro. Magonza, città dove Gutenberg sviluppò le sue idee, a quel tempo era un centro mercantile di primaria importanza, in cui i borghesi acquistavano poco a poco una indubbia influenza nelle decisioni politiche e sociali. Ancor di più, aggiungo: Magonza era un famoso arcivescovado cattolico, ciò fa riflettere – anche, ma non solo – sul perché la Bibbia a 42 linee fu la prima opera stampata di un certo rilievo.

Non so se avrai notato che la prototipografia si sia sviluppata lungo il fiume Reno, fiume navigabile e fondamentale via di comunicazione e di scambio merci, in quel meraviglioso fine XV sec., essendo un dato, codesto, che ci fa capire quanto sia stato fondamentale avere un corso d’acqua nei pressi o dentro una città. Infatti, narrano le cronache, i libri spesso viaggiavano – non ancora rilegati – tramite imbarcazioni, dentro botti chiuse per evitare, per quanto possibile, l’umidità.

Insomma, caro mio, il passato ci riserva sempre piacevoli sorprese, a tal punto che stamani, gironzolando come un flâneur per Pistoia, mi chiedevo sul peso dei caratteri mobili nelle lingue nazionali. In proposito, ricordo che dal XVI secolo si cominciarono a stampare opere in volgare, segnalandomi tu stesso, il Decameron di Boccaccio in Italia e perfino Rabelais in Francia, opere, d’altra parte, censurate dalla Chiesa cattolica.

Concludendo queste righe, quanto pensi che l’Umanesimo abbia influito sulla diffusione della lingua volgare? E il ruolo della stampa?

Quanti punti su cui possiamo conversare!

Qua ti lascio, aspettando il tuo seguito su questo gradevole tema, tema che ci portava via intere ore dialogando placidamente davanti una buona tazza di caffè; caffè rigorosamente Espresso, per favore.

Un abbraccio,

Rino.

****

- Rino ad Alessio:  Riflessioni su Gutenberg, lettere a un amico (I)

Aug 272008
 

Pistoia, 27 agosto 2008

Mio carissimo Alessio,

stamani ero seduto nello stesso caffè dove eravamo qualche settimana fa, quel caffè San Giovanni che ci vide e ascoltò le nostre piacevoli conversazioni storiche. Ed è a proposito di queste che desidero scriverti, giacché il tempo tiranno non ci permise dissertare ulteriormente su quell’argomento che avevamo ben impostato e che tanto appassiona sia te che me: Gutenberg, la stampa, i torchi, i caratteri mobili, i libri.

Tu dicevi che i caratteri mobili del nostro permettevano, correggendo le bozze, stampare libri privi di errori ortografici – salvo eventuali altre sviste – e che la Bibbia a 42 linee aveva inaugurato non solo un nuovo modo di diffondere la cultura, legato all’imprenditorialità e al nuovo e fiorente commercio, ma anche alla nuova forma di comunicare tra i dotti, grazie alla – certamente oggi scontata – uniformità dei testi. Cosicché, la pubblicazione in serie dei libri permetteva ad ogni singolo studioso riferirsi a un determinato testo, uniforme e codificato, indicando, per esempio, numero di pagina, senza rischiare che questa potesse essere diversa da quella di un’altra copia, come sovente accadeva nei manoscritti.

Però, e qui non siamo riusciti a proseguire, a definire un passo - ricordi che erano le 10 di sera e dovevano chiudere il locale? -, un passo a mio avviso importante, però, dicevo, credi che i libri stampati allora, e ti parlo di fine ’400, abbiano preparato il terreno al futuro Martin Lutero? È altresì indubbio che la maggior parte dei volumi editi erano opere religiose, strettamente in latino, erano opere dedicate all’esaltazione della Chiesa, di Dio, libri rivolti per lo più ai dotti, a coloro che sapevano leggere, e costoro non erano molti.

Così stamani riflettevo, sorseggiando un caffè e aspettando che aprisse la chiesa di San Giovanni Fuorcivitas, che non siamo riusciti a visitare perché chiusa in quei momenti da noi erroneamente scelti: anche la devozione ha i suoi orari!

Un abbraccio e un doveroso saluto alla tua dolce metà.

Tuo Rino.

Jun 252008
 

Viaggiare per apprendere scoprire conoscere è stato, è, e sarà uno dei fini della mia vita. Da uomo errante, quale sono, ho vissuto e girato vari Paesi, ma non come turista o visitatore, bensì come residente, perché è il solo modo per entrare osservare carpire la mentalità, la storia di un luogo, per immedesimarsi con la gente, comunicare con loro, dialogare. Il tutto per soddisfare la mia innata brama d’imparare e, nello stesso tempo, migliorarmi nei diversi aspetti del vivere quotidiano.

Nei secoli passati, specialmente nel XVIII e XIX secolo, era una tendenza, una moda visitare l’Italia. Grandi artisti realizzarono quel sogno, da Chateaubriand a Madame de Staël, da Goethe a Victor Hugo, da Stendhal a Guy de Maupassant (1850-1893).

Ed è proprio di quest’ultimo che desidero scrivere, ma non della sua biografia, della sua vita, bensì di quel viaggio che intraprese verso il nostro Paese, in particolare verso la Sicilia – era la primavera del 1885 – e di cui ne fu orgoglioso.

Nelle sue pagine leggiamo storia, leggiamo geografia, arte, si descrivono usi e costumi, possiamo, insomma, adoperare quel testo come avvio per studiare la Sicilia di fine XIX secolo vista da uno straniero.

Maupassant, nella sua narrazione, si preoccupa di essere oggettivo, di non lasciarsi influenzare e descrivere la vita così com’è, così come appare.

Scrive ne La Sicilie, che fa parte de La Vie Errante, libro di cui stiamo parlando:                                                                                                              

(…) la Sicilia dovrebbe esercitare sui viaggiatori una duplice attrattiva: sia le sue bellezze naturali che quelle artistiche sono tanto peculiari quanto notevoli.”                                                                                                             

Il nostro viaggiatore rimane favorevolmente colpito dai tanti monumenti della nostra isola, ammaliato dall’arte, affascinato dalla natura. Il suo viaggio rispecchia la sua ansia di sapere, ma anche il suo particolare interesse verso tutto ciò che è bello e armonioso.

Parlando dell’arte annota:                                                                                      

“Quando si sono visti tutti quei monumenti che possiedono, benché appartenenti ad epoche ed origini differenti, un medesimo carattere, una identica natura, si può dire che non sono né gotici, né arabi, né bizantini, bensì siciliani: si può affermare che esiste un’arte siciliana, anzi uno stile siciliano, sempre riconoscibile, il quale è sicuramente, fra tutti gli stili architettonici, il più affascinante, il più vario, il più colorito ed il più saturo di immaginazione.”                                                                                                 

Si ferma a Palermo, visitando la Cappella Palatina, il Palazzo Reale, poi vaga per Monreale e la sua bella Cattedrale, nonché per le rovine del Castellaccio. Accenna che, in quel periodo, la gente fischiettava e canticchiava un’aria della Carmen, Toreador; che le donne, dai folti capelli e dagli occhi neri, vanno in giro avvolte da stoffe di colori sgargianti, rossi, blu, gialli; annota dei carretti siciliani, della particolarità dei disegni.

Già Goethe, cento anni prima, scrivendo nel suo Viaggio in Italia e tratteggiando gli usi e costumi dei siciliani, a proposito di Girgenti e dintorni, appuntava:                                                                                            

“Nelle case restano per tutto l’anno le donne, occupate a filare e a tessere, mentre gli uomini nella stagione dei lavori campestri, passano a casa soltanto i sabati e le domeniche, e gli altri giorni rimangono giù nei campi, riparandosi la notte in capanne di canne.”                                                         

Maupassant visitò Agrigento, i templi, percorse tutta la costa dell’isola, s’intrattenne nelle miniere di zolfo, navigò verso le isole Eolie, ammirandone il loro fascino, degustò la Malvasia, il vino dolce prodotto in quelle terre, poi si soffermò a Taormina. E fu qui che annotò ciò che mi sembra manchi al mondo moderno:                                                                   

“Quegli uomini (si riferisce ai greci), quelli di una volta, avevano un’anima ed occhi che non somigliavano a quelli nostri; nelle loro vene, col sangue, scorreva qualcosa di scomparso: l’amore e l’ammirazione per la Bellezza.”     

E ancora:                                                                                                               

“Quando si visita un paese che è stato abitato o colonizzato dai Greci, basta cercare i loro teatri per scoprire i panorami più belli.”                                       

O:                                                                                                                         

“Un’emozione intensa e singolare penetra in voi, assieme alla voglia di inginocchiarvi davanti ai resti augusti, davanti a questi resti lasciati dai maestri dei nostri maestri.”                                                                                 

Il suo peregrinare usualmente era a bordo di carrozze, di muli, cavalli, a piedi, ma, quando poteva, adoperava anche la strada ferrata, il treno, che in quegli anni collegava tanti paesi della Sicilia.

Maupassant viene in Sicilia anche per ammirare la stupenda Venere conservata a Siracusa, addirittura dice aver portato le sue devozioni, essendosene innamorato quando la vide per la prima volta nell’albo di un viaggiatore, osservandola in una fotografia.                                                                                      

“Fu probabilmente lei che mi decise ad intraprendere il viaggio; parlavo di lei e la sognavo in ogni istante, prima ancora di averla vista. (…) è la donna così com’è, così come la si ama, come la si desidera, come la si vuole stringere. (…). La Venere di Siracusa è una donna, ed è anche il simbolo della carne.”                                                                            

                                                                      

Solo quando la bellezza, l’eleganza, la grazia dell’arte avranno una simbiosi col nostro più profondo intimo, solo allora i nostri sensi potranno essere appagati e la vita acquisterà quel valore carente ai giorni d’oggi: l’armonia.

E gli artisti del passato ce la insegnano ancora oggi.


Jun 062008
 

L’invenzione della stampa cambiò il modo di fare cultura, di leggere, di comunicare, rivoluzionò la trasmissione del sapere e del conoscere.

Il secolo XVI fu un periodo in cui l’editoria si affermò come professione e i libri si pubblicavano a decine.

Però, qual era il rapporto fra stampatore e autore? Quali proventi ricavava un autore dalla stampa di una sua opera?

Ebbene, uno dei cartografi più famosi del ’500, oltre a Gerardo Mercatore, fu certamente Abraham Ortelius (Anversa 1527-1598), autore di un best seller di mappe geografiche più volte stampato e geografo alla corte di Filippo II di Spagna. Negli stessi anni, lo stampatore francese Christophe Plantin (1520-1589), attivo nelle Fiandre, ad Anversa, era uno dei più famosi editori di tutta Europa, con un catalogo che, in quei tempi, contava oltre 1500 titoli.

Nel 1586, Ortelius rispondeva a una lettera di suo nipote, che gli domandava consigli sul tipo di ricompensa da chiedere ai suoi stampatori, compensi relativi a un volume sulla storia della rivoluzione nei Paesi Bassi:


“Mi sembra che, per quanto sono riuscito a scoprire di questi tempi, gli autori di rado ricevono denaro per i loro libri, poiché i soldi in generale vengono dati agli stampatori mentre gli autori ricevono qualche copia una volta stampato il libro.

Gli autori poi si aspettano qualcosa dalla persona a cui dedicano il libro, dalla generosità di un protettore, ma sono spesso, e in verità credo il più delle volte, delusi.

Ero presente quando Plantin ricevette un pagamento di cento daelders da un autore che voleva far stampare il suo libro. Si trattava di Adolphus Occo e del suo libro di medaglioni. Può essere che lo stampatore gli avesse dato a intendere che il libro non avrebbe venduto granché. Inoltre, quando i libri sono cari, per esempio quando richiedono molte illustrazioni, il costo relativo viene caricato sull’autore. Sambucus ha pagato per tutte le figure del suo libro di Emblemi. Di recente Plantin ha accettato un libretto che gli frutterà 200 fiorini olandesi.

Anche se mi sembra che gli autori di rado ricevano soldi dagli stampatori, come ho detto, ricevono però delle copie. Il numero più alto di copie di cui ho sentito parlare (e che era stato stabilito in precedenza) è di 100. Quando Plantin ha stampato il mio volume di Sinonimi, me ne ha spedite a casa 25 copie, per le quali l’ho molto ringraziato. Cosa farà col mio Thesaurus (che sta stampando ora) lo dirà il tempo.

Alcuni autori, avendo trovato che la loro opera era stata stampata molto bene, gli hanno fatto dono di una coppa d’argento.” (1)


Usualmente le tirature della tipografia Plantin si aggiravano sulle 1000-1250 copie, ma non erano rari i casi di 3-4.000 esemplari, come la sua Bibbia ebraica del 1566 o per la Bibbia in tedesco di Lutero, 4.000 copie.

In fin dei conti, i tempi passano, oggigiorno gli autori aumentano, gli editori stampano e la qualità va ricercata con la lente d’ingrandimento.


 

*****

(1) da: L. Jardine, Affari di genio, ed Carocci, 2006.