Jul 072015
 
FotóRiporter, 2006-4

FotóRiporter, 2006-4

Scrivere sul concetto di Mitteleuropa e consigliare qualche testo è impresa ardua e difficile, ché come il Danubio, fluido mutevole instabile, il termine è uno “stimolo” della storia, di una storia multinazionale, che supera confini ed eccezioni, ma che comprende eccezioni e confini.

Nel nostro immaginario collettivo, è rappresentata dall’efficienza burocratica austro-ungarica, da un’amministrazione rigida e funzionante, dai severi gendarmi baffuti, dai caffè che caldi accolgono il viandante vuoi a Vienna a Budapest, come a Praga o a Trieste, dagli alti campanili a cipolla delle chiese stile barocco, e sicuramente anche dall’operetta e dal valzer.

Ma Mitteleuropa era, è, altresì arcobaleno di pensieri idee nozioni, espressione Occidentale e Orientale nello stesso tempo, era, è, identità individualità temperamento multiculturalità. Mitteleuropa era, è, una certa comunanza di arte storia politica letteratura, un gioco che coinvolgeva e coinvolge i sentimenti di paesi quali la Germania, l’Austria, la Slovacchia, l’Ungheria, la Serbia, la Bulgaria, la Romania, e vari altri ancora.

E il Danubio potrebbe rappresentare la spina dorsale di molteplici mondi che prendono il cuore dell’Europa centrale e che potrebbero essere avvicinati da affinità sociali, storiche, culturali, da una lotta rappresentata contro l’impero ottomano del XVI-XVII sec., contro la Russia del XVIII-XIX-XX sec., contro le idee rivoluzionarie dell’Illuminismo del Settecento.

La cultura danubiana è una fortezza che offre grande rifugio quando ci si sente minacciati dal mondo, aggrediti dalla vita e timorosi di perdersi nella realtà infida, sicché ci si chiude in casa, dietro le carte e i protocolli d’ufficio, nella biblioteca, intorno all’abete natalizio di Stifter, chiusi nel ruvido e caldo loden.” (1)

Friedrich Naumann, 1913 ca.

Friedrich Naumann, 1913 ca.

Concetto, Mitteleuropa, entrato in crisi con la caduta dei grandi imperi centrali, Austro-Ungarico in particolare, mutato e ampliato con la fine della Guerra Fredda del secolo scorso. A tal pro, interessante il saggio del triestino Arduino Agnelli (1932-2004), La genesi dell’idea di Mitteleuropa (1971), per meglio capire l’oggi.

In ogni caso, faticoso, faticoso da definire un concetto che cambiava con il mutare dei tempi, del corso degli eventi, della politica, un concetto oggi ampliato territorialmente che investe peraltro economie di mercato, avendo attraversato il Pangermanesimo di Friedrich Naumann (1860-1919) che teorizzava la necessità di una federazione di stati centro-europei, federazione economica e culturale, il cui perno centrale fosse la Germania e l’Austria-Ungheria, con aperture verso Ovest ed Est (famosa la sua opera Mitteleuropa del 1915).

Un concreto rilievo ebbe, almeno dalla fine del XIX secolo fino all’avvento del nazismo in Germania, la comunità ebraica vissuta in quelle regioni, che dette impulso non solo all’economia, ma anche alla letteratura, una letteratura risultato di provenienze e nazionalità ben diverse.

Ricordando le parole dello scrittore ungherese György Konrád nel suo The Dream of Central Europe (1984), la Mitteleuropa è:

“… una sensibilità estetica che permette la complessità e il multilinguismo, una strategia che si appoggia sulla comprensione anche del nemico mortale…”, uno spirito che “consiste accettare la pluralità come un valore in sé e per sé…”. (2)

Claudio Magris, Danubio

A questo punto non ci resta che approfondire l’argomento viaggiando per quei paesi (alcuni) che compongono la “Terra di mezzo europea”, magari con il pesante volume del triestino, scrittore e germanista, Claudio Magris, Danubio, del 1986, seguendo il corso del lungo fiume dalle sorgenti tedesche allo sfocio delle sue acque nel Mar Negro, un cammino di oltre 2.800 km. che abbraccia storia letteratura ricordi pensieri miti.

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Massimo Libardi, Fernando Orlandi, Mitteleuropa. Mito, letteratura, filosofia

Mitteleuropa. Mito, letteratura, filosofia di Massimo Libardi e Fernando Orlandi, un testo che ci porta nelle accezioni del termine nato nell’Ottocento e reso famoso da Friedrich Naumann, nell’entità geografica e politica, interpretazioni per cercare di definire uno spazio che va oltre la fisicità del territorio, per entrare nelle forze inquiete dei luoghi.

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Igor Fiatti, La mitteleuropa nella letteratura contemporanea

E giacché oggi il termine Mitteleuropa viene associato più a un intorno intellettuale che territoriale (sic), ecco il libro di Igor Fiatti, La mitteleuropa nella letteratura contemporanea. Necessario per comprendere quel variopinto mosaico, che va dal centro alle periferie, composto dalle più disparate lingue e conoscenze, quel mosaico in cui il tedesco doveva, una volta, essere legame, in cui le diverse realtà nazionali, nelle continue tensioni, si esprimevano a loro modo.

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– 1. Claudio Magris, Danubio, Garzanti, 2011, ed. Kindle pos. 2366.
– 2. in Sara B. Young, Cultural Memory Studies: An International and Interdisciplinary Handbook, a cura di Astrid Erll, Ansgar Nünning, ed. De Gruyter, 2010, pag. 40.

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Jan 162015
 

Potremmo azzardare dire che nella storia del costume c’è altresì la storia dell’evoluzione umana, dalle caverne africane agli odierni grattacieli americani, dalle case condominiali inglesi di fine Settecento ai villini estivi mediterranei degli anni ’70 del Novecento, dal semplice drappo che copre il corpo dei romani agli elaborati vestiti barocchi dell’epoca di Luigi XIV fino a raggiungere i jeans di questi giorni e il lusso di certi stilisti di nota fama.

Cosicché proporre solo tre testi sul continuum storico della moda e dell’abbigliarsi nel trascorso dei secoli, è impresa davvero ardua, ché dovremmo considerare il luogo, il continente, l’ambiente politico e religioso, il decennio, così come lo stato civile, l’età, la sessualità, l’eredità ricevuta e acquisita, la mentalità locale, insomma tutta una serie di fattori che hanno influito nelle decisioni di indossare un determinato “oggetto”.

Eppure ci proviamo con alcuni volumi che potrebbero dare una visione generale dell’argomento, magari alternativa, magari spingendo ad approfondire il periodo che più suscita la nostra curiosità.

Nel contempo approfitto per segnalare una serie di articoli presenti in questo blog che fanno il nostro caso (»»qua).

Frédéric Monneyron, Sociologia della moda

Del prof. Frédéric Monneyron, Sociologia della moda, un libro per entrare in un contesto che appartiene a una dimensione psicologica, alla scelta del capo, all’influenza degli “altri”, all’ambito sociale. Una moda che, diremmo, essere creazione europea più o meno recente, che ha oramai investito tutti, e che definiremmo espressione di libertà, forse di individualismo, forse ancora “fenomeno” che ha impregnato indelebilmente il quotidiano recente, almeno dall’Ottocento a oggi.

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Marnie Fogg, Moda. La storia completa

Di Marnie Fogg, Moda. La storia completa, un ricco volumone illustrato e particolareggiato che ci porta nell’evoluzione del vestire dall’antichità ai nostri giorni, nelle tecniche, nelle stoffe, nei modelli che hanno caratterizzato una determinata epoca, nelle tendenze, nei colori, nelle trame e negli orditi. Un cammino che si sofferma sui punti più netti, più significativi del nostro coprirci per ripararci fino al consumismo di massa moderno.

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Lars F. H. Svendsen, Filosofia della moda

Lars F. H. Svendsen gioca invece a “teorizzare” in questo Filosofia della moda, nel senso che si pone domande quali se può esistere una filosofia della moda. Domanda di difficile risposta, ma che serve a indagare nella comprensione di sé stessi e del relativo comportamento, in un mondo odierno in cui “la moda comincia presso i clienti più giovani per poi estendersi ai più vecchi”. Un’analisi fra moda corpo linguaggio che investe anche personaggi come Klimt, Matisse, Dalì per spostare la mira sugli “abiti firmati” e il loro significato. Insomma, un esame filosofico che potrebbe raccontare la moda come “verità della cui realizzazione essa ha rappresentato la più attiva forza motrice”.

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Jul 222014
 

Il Quattrocento si arricchì di un fertile dialogo con un nuovo interlocutore, o, per meglio dire, con un interlocutore che aveva attualizzato la sua evoluzione, stiamo parlando del passaggio dai manoscritti alla stampa gutenberghiana.

La lenta diffusione della cultura, che prendeva piede anche fra le classi meno abbienti, era stata accelerata dai torchi del tedesco Johann Gutenberg (1394 ca.-1468), dai quei libri che venivano alla luce in modo più rapido che un tempo e che prendevano, talvolta non rilegati e dentro botti per proteggersi dalle intemperie, le più disparate strade verso i quattro punti cardinali del continente europeo.

E ancor più grazie alla geniale immaginazione del veneziano Aldo Manuzio (1449-1515) – forse il primo editore inteso in senso moderno – che ne aveva ridotto altresì le dimensioni: nasceva il tascabile. Il libro in ottavo e senza commenti era tanto facile da trasportare che, nel 1501 da Budapest, Sigismondo Thurzó, segretario del re d’Ungheria, scriveva a Manuzio:

I tuoi libri – così maneggevoli da poterli usare camminando […] – sono diventati per me un piacere speciale”. (1)

Bene, tutto questo per introdurre alcuni dei tantissimi volumi a nostra disposizione per avvicinarci a un argomento rilevante della Storia Moderna e della Storia Contemporanea, un’invenzione che potremmo, in un certo qual senso, dire essere stata acceleratrice di un percorso che da tempo cercava una via più aperta a tutti, una via che doveva favorire l’alfabetizzazione del popolo.

In particolar modo, desidero inoltre sottolineare due testi che trattano della censura, del controllo, della proibizione, di quei metodi e mezzi che hanno cercato contrastare, fino ad ancora entrato l’Ottocento, la libera diffusione delle idee. Imperatori re principi, protestanti cattolici, paesi dell’ovest e dell’est, fra i tanti, con le loro leggi repressive favorivano però un mercato clandestino che avrebbe interessato mezza Europa, dall’Olanda fino al nostro Mezzogiorno, Napoli, in particolare, fu centro di un certo rilievo nella diffusione di opere che, per esempio, l’Indice aveva messo al bando, basta solo ricordare autori quali Boccaccio, Galileo Galilei e perfino il cappellano maggiore Celestino Galliani, nome legato alla censura.

L'alba dei libri. Quando Venezia ha fatto leggere il mondo

Alessandro Marzo Magno, L’alba dei libri. Quando Venezia ha fatto leggere il mondo.

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Stampa, censura e opinione pubblica in età moderna

Sandro Landi, Stampa, censura e opinione pubblica in età moderna.

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I libri proibiti da Gutenberg all'Encyclopédie

Mario Infelise, I libri proibiti da Gutenberg all’Encyclopédie.

 

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– in G. Armato, A Miglietta, Dal codice al libro stampato, Lulu, 2009, pag. 89.

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Jun 032014
 

Fiumi di parole si sono scritte sulla Rivoluzione francese, decine centinaia migliaia di libri che vanno dal singolo particolare alla visione d’insieme, da prima della caduta dell’Ancien Régime agli anni del Terrore fino all’ascesa al potere di Napoleone. Consigliarne tre è lavoro arduo e difficile, in ogni modo segnalo quelli che di solito ho sott’occhio per rivedere una data un concetto una sequenza di fatti una opinione una critica, una maniera di affrontare la storiografia del tempo.

Lynn Hunt La rivoluzione francese. Politica, cultura, classi sociali

Partiamo da Lynn Hunt e il suo La rivoluzione francese. Politica, cultura, classi sociali, un testo che ci immette in eventi che hanno caratterizzato la fine del Settecento e che si sono protratti, con modificazioni e variazioni di contenuto, fino ai giorni d’oggi. Pagine per comprendere che la politicizzazione della vita quotidiana, così come la concepiamo oggi, potrebbe aver origine in quei decenni di lotta e sangue, di mobilitazione delle classi meno abbienti, di propaganda di massa.

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lan Forrest, La Rivoluzione francese

Di Alan Forrest, segnalo La Rivoluzione francese, libro che analizza l’aspetto politico, le riforme, le fazioni in lotta, le ragioni vuoi sociali che religiose, libro ancora che, seppur breve, è ricco di spunti riflessivi e che vale la pena analizzare con cura per quel continuum che ci conduce all’oggi.

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François Furet, Denis Richet, La Rivoluzione francese

Due eminenti storici francesi, François Furet, Denis Richet, analizzano a mo’ della storiografia degli Annales La Rivoluzione francese, un complesso e ben articolato testo che ci permette entrare nelle varie dinamiche di quella che fu la rottura definitiva con il passato e l’apertura a un diverso e nuovo modo di vivere e vedere la vita.

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Apr 232014
 

Gli utenti acquisiscono ogni giorno competenze
che assottigliano sempre più la linea
tra professionalità e amatorialità
mentre l’intelligenza collettiva riesce
ad arrivare dove il singolo non giungerà mai.” (1)

 

Cristina Bambini, Tatiana Wakefield, La biblioteca diventa social

Cristina Bambini, Tatiana Wakefield, La biblioteca diventa social

Frase, quella di sopra, che identifica con estrema precisione l’epoca che stiamo vivendo, dove la condivisione permette una maggiore diffusione delle idee, delle competenze, rompendo vecchi paradigmi cui eravamo abituati.

La citazione viene da un interessante saggio, La biblioteca diventa social, scritto da due bibliotecarie, Cristina Bambini e Tatiana Wakefield della San Giorgio di Pistoia. Libro in cui si analizza, fra l’altro, il possibile utilizzo da parte delle biblioteche dei social network per avvicinarsi al lettore, quel lettore che sta partecipando dinamicamente alla creazione di un nuovo sapere che supera le frontiere patrie.

Internet oramai fa parte attiva della nostra quotidianità, e le biblioteche non potevano certamente e giustamente mancare all’appuntamento. Facebook twitter instagram google+ e altri dovrebbero essere mezzi per accorciare le distanze con l’utente. Cristina e Tatiana hanno individuato i punti forti, suggerendo non solo le altre biblioteche a usufruire della rete sociale, ma anche il singolo lettore a contribuire a una comunità che dovrebbe migliorare, anche ma non solo, il nostro modus vivendi.

– Cristina, mi sembra che una volta i libri sugli scaffali delle biblioteche erano “oggetti morti” fino a quando qualcuno non richiedesse una copia di quel dato autore o argomento, oggi iniziano ad acquistare una certa vita collettiva grazie alla rete. Che ne pensi?
Che Borges nel 1952 aveva già capito tutto. Il libro non è un ente chiuso alla comunicazione: è una relazione, è un asse di innumerevoli relazioni.
I social networks hanno fatto riscoprire questa dimensione, che a volte abbiamo dimenticato,  sopraffatti da logiche commerciali che ci vogliono sempre più lettori, passami la similitudine, “fast food”. Ci gettiamo con voracità sul nuovo, su ciò che va di moda, su ciò che fa tendenza, perdendoci l’occasione di ruminare, di riprendere in mano letture che invece hanno ancora infinite voci ancora da narrare e da far scoprire.”

– Tatiana, credi sia cambiato il fruitore delle biblioteche in questi ultimi anni? Che peso ha internet e i vari social network nella divulgazione della cultura in generale?
Gli utenti sono cambiati, perché l’utenza è sempre più variegata: non solo studiosi, studenti, lettori forti, ma anche e per fortuna casalinghe, pensionati, lettori curiosi, giovani e giovanissimi. Inoltre in biblioteca si va per avere delle risposte, certi di trovare, grazie all’aiuto di persone competenti, informazioni specialistiche e precise. In quanto all’utilizzo di internet per divulgare la cultura, credo che già da tempo questo  stia avendo un peso sempre più determinante. I social network sono un acceleratore, permettono di contattare più persone in breve tempo. Più che il mezzo è il modo in cui si usa questo mezzo, non credo certo che la promozione della cultura possa passare solo dai social, ma aiuta, e deve sicuramente essere integrata nella promozione tradizionale.”

– Cristina, a tal punto viene spontanea un’altra domanda, chi e come si sceglie la persona che gestirà i vari profili sociali di una biblioteca? Che requisiti, che preparazione deve avere?
Questa è davvero una domanda difficile. Tutti amano definirsi social media manager, tutti si atteggiano a super esperti del web ma la cosa che ho imparato e continuo a imparare ogni giorno è che questo lavoro non si improvvisa! Bisogna spronare se stessi a scoprire, a testare, a valutare criticamente quello che la rete sembra regalarti con grande libertà. Privacy, copyright, licenze sono 3 dei nodi più ardui da affrontare e su cui non bisogna mai perdere la concentrazione. Nel nostro caso la biblioteca ha voluto sfruttare la nostra curiosità e intraprendenza nel mondo dei social e ci ha incentivato a coltivare questa dimensione lavorativa. Con una raccomandazione precisa: mai perdere di vista la mission della biblioteca, mai snaturare le attività e i servizi che quotidianamente proponiamo ai nostri utenti.
Per la San Giorgio al momento non c’è programmazione dei post o dei tweet. Scelta dettata dal fatto di voler parlare o rispondere alla rete quando la biblioteca è aperta, inserendo l’attività dei social nelle attività quotidiane.

Cristina Bambini, Tatiana Wakefield

Cristina Bambini, Tatiana Wakefield

– Tatiana, scendendo nei dettagli, per esempio, quali procedimenti usa la San Giorgio per Facebook? Quante volte aggiorna il suo stato? È lo stesso sui vari social?
Alla San Giorgio piace la programmazione. Abbiamo iniziato proprio da Facebook e dopo poco tempo abbiamo inserito nel piano comunicativo Twitter. Abbiamo un gruppo comunicazione, che decide la strategia comunicativa in generale e la forza dei social network in questa strategia cresce giorno dopo giorno. Abbiamo deciso di coprire tutta la fascia oraria di apertura della biblioteca e io e Cristina ci alterniamo su tutti i social network. Non abbiamo mai stabilito (volutamente) quanti post o tweet pubblicare durante la giornata, decidiamo in base a quanto programmato settimanalmente, non dimenticando che tutto può essere cambiato o integrato in base a news e fatti rilevanti da evidenziare. Tutti i giorni la nostra presenza sui vari social è garantita.”

– Cristina, leggo nel vostro libro che “Gli utenti sulla rete vogliono prodotti, servizi ed esperienze che parlino al cuore e non solo al cervello(2)”, in che modo si selezionano gli argomenti da trattare?
Ogni piattaforma ha il suo battito. Lavorare sui social networks m’ha insegnato questo. Da Twitter a Facebook, da Instagram ad Anobii, ogni piattaforma ha una sua dimensione. Facebook (sempre più visuale), giocando sulla carta dell’attenzione, ti esorta a far vedere quello che chi è lontano non può vedere concretamente; Twitter invece ti vuole autoironico, creativo, conciso e diretto. Belle le immagini, bello poter divagare verso l’esterno per gustare un video, ma quello che gli iscritti cercano è l’interazione con gli altri, è dire la propria attorno a ciò che sta catturando l’attenzione. Instagram ti invita a viaggiare, a cercare nuove angolazioni attraverso cui riscoprire uno luogo che ti è oramai familiare o magari regalare alla rete l’emozione che ha provato nell’istante in cui l’hai assaporato. Foursquare ti invita a trasformarti in testimonial attivo di uno spazio; che tu sia di passaggio o frequentatore abituale poco importa, l’importante è che tu suggerisca agli altri perché passare di lì.”

– Tatiana, è dunque diverso il ruolo del bibliotecario nel XXI secolo?
Certo. Tutto cambia, perché non dovrebbe cambiare il ruolo del bibliotecario. Come abbiamo evidenziato anche nel libro, per stare nel cambiamento bisogna però avere chiari la propria identità e i propri valori. Ciò che cambia è la forma, non la sostanza. Le competenze biblioteconomiche restano alla base della formazione del bibliotecario, a cui si richiedono però anche competenze che comprendono l’empatia, la capacità di gestire relazioni personali e la capacità di auto-organizzarsi.”

– Cristina, in un’epoca in cui le foto, i video, in cui Flickr Instagram Youtube fanno da padroni, come la biblioteca può attirare l’attenzione sui lunghi testi, sulla lettura in generale, non credi il lettore di oggi sia attratto più da un’immagine che da un paragrafo di un libro?
Questa è una delle sfide più difficili. Granieri ha scritto una cosa con cui sono in sintonia: «Se invece di chiederci perché la gente non legge tutto il nostro articolo, ci chiedessimo come imparare a scrivere articoli che la gente oggi legga in base alla grammatica culturale che stiamo vivendo?» Siamo in una fase di transizione e ci sentiamo destabilizzati dai mutamenti che la rete produce sulle pratiche di lettura. Forse è il caso di fermarsi ad osservare e riflettere sul fatto che la gente non è alla ricerca di contenuti generalisti (secondo me non lo è mai stata). La gente vuole la profondità ma è lo stile che dobbiamo cambiare.”

– Tatiana, “dialogo” è una parola che avete adoperato spesso nel vostro libro, significa che l’utente può conversare via social network con la biblioteca? E fino a che punto?
L’utente e la biblioteca dialogano alla pari, nessuna voce è più autorevole dell’altra. Deve essere sempre chiaro però, sia per la biblioteca, che per l’utente fino a dove ci si può spingere e per far questo ci può aiutare senza ombra di dubbio una buona Social media policy. La San Giorgio sta lavorando a questo documento, che definisce le regole e i comportamenti della biblioteca e degli utenti, quali contenuti gli utenti troveranno sui social network e il tipo di relazione che gli utenti si devono aspettare dalla biblioteca. In poche parole sono i diritti e i doveri degli utenti e della biblioteca.”

– Cristina,Tatiana, siamo dunque entrati in una differente maniera di concepire lo spazio di una biblioteca?
Spazio fisico e spazio sociale: la biblioteca vive entrambe queste dimensioni. Non dobbiamo sentirci sradicati dalla rete. Le nostre fondamenta sono sempre loro: le informazioni. Poco importa che spazio occupino, l’importante è garantire agli utenti l’accesso per poter dare loro la libertà di conoscere e costruire il futuro.”

Grazie per la vostra disponibilità, in bocca al lupo per il vostro libro.

*****

– 1. Cristina Bambini, Tatiana Wakefield, La biblioteca diventa social, Editrice Bibliografica, 2014, pag. 16.
– 2. Cristina Bambini, Tatiana Wakefield, op. cit. pag. 13.

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Feb 162014
 

La scoperta dell’America ha dato avvio altresì, nel medio lungo periodo, a una trasformazione politico economica e sociale che ha interessato mezzo mondo, forse il mondo intero. Le vie commerciali, che una volta avevano il Mediterraneo come centro, sono adesso spostate verso l’Atlantico e i paesi del nord Europa, fra cui Olanda Francia Inghilterra. Le politiche estere degli stati europei guardano con occhio attento alle nuove terre e alle possibilità di arricchirsi e ampliare i propri confini. Le società di casa nostra vedranno persone e merci giungere da oltreoceano, indigeni inviati in Inghilterra, per esempio, a scopo di studio – ricordiamo Jemmy Button arrivare a Londra dal profondo sud americano -, non dimenticando poi l’enorme tratta degli schiavi, così come prodotti agricoli prima sconosciuti, mais patata fagioli, e tanto altro ancora.

Diamo pertanto suggerimento di tre, dei tantissimi testi, che potrebbero introdurci all’argomento in questione.

La conquista dell'America

Partiamo da un volume necessario e utile per capire chi era “l’altro”, chi erano gli indigeni, che rapporto hanno avuto con i conquistatori nel trascorso degli eventi avvenuti durante la conquista del Messico. Erano considerati inferiori o riconosciuti uguali? Tzvetan Todorov in La conquista dell’America analizza con spirito investigativo la storia di un popolo la cui cultura è stata quasi del tutto distrutta.

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Conquista. La distruzione degli indios americani

Ma quali furono le cause della loro scomparsa? Quali sono stati i meccanismi che hanno permesso la loro sconfitta essendo pur più numerosi degli spagnoli o degli europei in generale che sbarcavano in quelle terre? Nel suo Conquista. La distruzione degli indios americani, Massimo Livi Bacci ci porta nelle testimonianze di quegli eventi che hanno condotto al loro annientamento, annientamento causato anche, dice l’autore, per la natura umana delle società sottomesse.

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Verso il nuovo mondo. L'immaginario europeo e la scoperta dell'America

Francesco Surdich, Verso il nuovo mondo. L’immaginario europeo e la scoperta dell’America. Motivazioni politiche religiose economiche spinsero a ricercare nuove vie di comunicazione, vie che dettero come risultato la scoperta di terre al di fuori dai paradigmi di quel periodo, mettendo l’Europa difronte a una realtà ben diversa e distinta. L’esplorazione dell’America, oltre a sconvolgere tutta una serie di archetipi scientifici e religiosi, fu la porta d’ingresso verso la costruzione di una nuova società, oggigiorno alla base del nostro modus vivendi.

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Apr 242013
 

Nella ricerca storica a volte bisogna forzare la mano, lanciare la prima pietra, dare il primo urlo affinché si possa, nei limiti della documentazione posseduta, proporre una diversa visione, una probabile alternativa lettura dei fatti.
Abbiamo già accennato alla cultura Katía, indigeni presenti nel momento della conquista spagnola nell’America del Sud, etnia ben diffusa nella zona antioqueña dell’odierna Colombia. Sebbene si conosca a grandi linee la loro storia grazie ai dettagli lasciati dagli esploratori e dai prelati dell’epoca, il prof. Ricardo Saldarriaga Gaviria, antropologo dell’Universidad de Antioquia, avanza una tesi, nel suo libro El Paisa y sus origenes. Lo que non se ha dicho del descubrimiento, che potrebbe indurre a profonde riflessioni, riflessioni che porterebbero a pensare la cultura sudamericana, o almeno parte di essa, di origine asiatica e mediterranea. Lo abbiamo già letto nei Quimbaya, a suo avviso di provenienza cinese, mentre i Darienes, un altro gruppo indigeno, soffrì l’influenza egizia e romana, così come i Katíos traevano indizi di discendenza birmana.

Soffermiamo dunque la nostra attenzione su quest’ultima etnia, secondo il nostro autore, i migliori orefici d’America, le cui figure che rappresentavano divinità con sfere o seni nella testa:

“… avrebbero avuto origine nel Nepal o in Birmania dove si venerò circa 3.500 anni addietro il dio tibetano Bon. I Catíos dell’Impero Ylama [*] come i Catíos della Birmania hanno voluto lasciare la sintesi di una strana divinità cosmica…” (1).

Un modo per affermare che nella storia le relazioni e interrelazioni sono sempre e ovunque presenti, per dire che nessuna cultura nasce dal nulla, ma deriva dallo sviluppo dall’evoluzione dall’espansione di una precedente o coeva le cui basi potrebbero essere distanti perfino migliaia di chilometri. Nel senso che il mondo di allora, come il mondo di oggi, avrebbe avuto connessioni più di quanto immaginiamo (per es., uno sigillo egizio scarabeo trovato in una necropoli etrusca).

Caciques, El Paisa y sus origenes. Lo que non se ha dicho del descubrimiento, Ricardo Saldarriaga Gaviria

Ma andiamo avanti e, considerando la lingua degli egizi, i Katíos avrebbero potuto avere ascendenza nord africana, infatti, prosegue il prof. Saldarriaga:

“… Fra i Catíos dell’Impero Ylama e alcuni di discendenza egizia, ci sono stati molti cachiques con il cognome Ra, come Abu-Ra, I-Ra, U-Ra e altri con il Ra nei loro nomi come Urrao e Carrapa. I Catíos chiamavano murrapo alla dea del sole e alla dea della terra arracacha.” (2)

Ra era difatti il dio-sole nell’antico Egitto, unitosi poi ad Amon, essendo infine la più importante divinità del pantheon egizio con il nome di Amon-Ra.

Ancora oggi sembra che l’ipotesi della matrice birmana (birmani ed egizi avevano avuto una certa relazione) sia ben visibile a occhi nudi, sempre secondo il nostro antropologo, per le vie, per esempio, della città di Medellin, dove le persone hanno fisionomie che ricordano l’oriente: capelli intensamente neri e lunghi, narice corta, pelle scura e liscia quelli d’ispirazione indocinese, mentre i melanesi sono leggermente più alti, capelli lunghi neri e un po’ ondulati, narice poco più lunga dei primi e a forma di aquila, pelle brunastra. Popoli venuti da lontane terre portando con loro genti di altri luoghi e altre stirpi – dall’Egitto e dal Mediterraneo in generale -: in poche parole, un variopinto mosaico di geni che oggi si ritrovano nei tratti somatici antioqueñi.

Figure tipiche birmane, El Paisa y sus origenes. Lo que non se ha dicho del descubrimiento, Ricardo Saldarriaga Gaviria

Ma non solo geni, anche usanze e costumi. Nessi archeologici – diamo un’occhiata alla foto di sopra – che varrebbe la pena comparare con maggiore attenzione. Inoltre, avrebbero messo in pratica conoscenze e tecniche che riportano all’oriente, per esempio sul modo di lavorare il bronzo che si rifà a quello indocinese o birmano (4).

Il serpente fu uno degli animali che più rappresentò i Catíos, lo notiamo nelle varie figure che ci sono pervenute, così come la rana, elementi tipici orientali. E se forziamo ancora un po’ la storia dei “paragoni”, potremmo affermare che

“… queste effigie del Poporoso dio del Cosmo rappresenterebbero a Vishnu del bramanesimo.” (5)

Figure con serpenti, El Paisa y sus origenes. Lo que non se ha dicho del descubrimiento, Ricardo Saldarriaga Gaviria

Tiriamo momentaneamente le somme, un totale che dovrebbe indurre ogni storico a non fermarsi alle solite e consuete tesi, ma, talvolta e quando i documenti lo permettono, azzardare ipotesi che inciterebbero a ulteriori indagini, teorie che uscirebbero fuori dal solito seminato.
Chissà, forse la storia acquisterebbe una marcia in più!

—–

– 1. Ricardo Saldarriaga Gaviria, El Paisa y sus origenes. Lo que non se ha dicho del descubrimiento, Susaeta ed. sa. Medellin, 2011, pag. 105.
– 2. op. cit., pag. 106.
– 3. op. cit., pag. 113.
– 4. op. cit., pag. 123.
– 5. op. cit., pag. 135.

* L’Impero Ylama era, secondo il prof. Saldarriaga, un grande complesso di culture che abitava la zona antioqueña e territori limitrofi, fra il 1.600 prima di Cristo e l’arrivo degli spagnoli nel XVI sec.

N.b.:
– Le immagini sono prese dal libro del prof. Ricardo Saldarriaga Gaviria.
– Tutte le traduzioni dallo spagnolo sono di Gaspare Armato.

(aggiunta del seguente video il 10 giugno 2014)

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Oct 142012
 

Con Annarita oramai ci conosciamo da tanti anni, da quando entrambi avevamo i nostri blog sulla piattaforma Splinder, oramai scomparsa. Ci seguivamo a vicenda, lei raccontava di libri e storie per bambini – ma non solo -, io proseguivo le mie escursioni nella storia moderna.
Dopo averla intervistata qualche anno fa (»»qua), adesso sono felicemente sorpreso sapere che ha pubblicato un romanzo, con le Edizioni Fili d’Aquilone, di ambientazione storica, un romanzo che, dalle prime righe, cattura la nostra attenzione e non la molla fino alla fine. Delicato, pieno di sentimenti, dalla bella scrittura, Quando l’usignolo (»»qua) è uno di quei libri che riescono a intrattenere insegnando qualcosa.

– Annarita, insomma, non è questa una piacevole sorpresa, tu che usualmente scrivi di storie per bambini, da dove nasce questa fatica e perché?
Anche questa storia, come le precedenti, è nata dal grande interesse che nutro per l’affascinante universo dei bambini e degli adolescenti. I due precedenti libri»qua e »»qua) sono testi di narrativa per la scuola secondaria di primo grado e questo è destinato a un pubblico un poco più grande, i cosiddetti young adults, ma io preferisco dire adolescenti. In particolare mi sono voluta cimentare in una storia di ambientazione storica perché il Medioevo è sempre stato il mio periodo storico preferito e non sono mai stata d’accordo sull’usuale definizione di secoli bui.

– Questo significa che la lettura del tuo libro è consigliata anche ai bambini, o gli intrecci del racconto sono tali da essere destinati a un pubblico più adulto?
Come dicevo prima, indubbiamente questa storia è destinata a un pubblico più adulto perché affronta temi come l’amore, la rivalità, il senso dell’onore e descrive situazioni e personaggi nei quali i più piccoli non possono giustamente ancora riconoscersi.

– Il romanzo è ambientato nell’Italia del XIII sec., un secolo controverso e caratterizzato dalle crociate: quanto hanno influito gli eventi di quegli anni nelle vicende dei protagonisti, Vieri Viviana e Jacopo?
La crociata di re Luigi IX è un momento di crescita e di maturazione per Jacopo, che spera di dimenticare così i problemi e le preoccupazioni che lo hanno allontanato dalla sua terra e dalla sorella Viviana, sposa dell’amico d’infanzia Vieri. Al contrario di Jacopo, Vieri non ha sentito il richiamo della crociata e preferisce seguire le orme paterne nel governo del borgo. Viviana ha vissuto come un doloroso strappo la brusca partenza del fratello e desidera solo il suo ritorno.

– Quanta storia, vera storia, c’è nel libro, e quanto ti è costato nel ricercare eventi fatti circostanze accaduti realmente?
All’infuori del riferimento alla crociata, la storia è completamente di fantasia. Tuttavia ho fatto molte ricerche sui libri di storia per documentarmi con la maggior esattezza possibile riguardo la crociata e gli usi, le abitudini, la vita quotidiana dell’epoca. Cominciai a scrivere la storia parecchi anni fa quando ancora internet non era diventato il principale mezzo d’informazione e di ricerca e ho un bellissimo ricordo del tempo trascorso a documentarmi sui libri che via via acquistavo o mi procuravo in biblioteca. Conservo il taccuino con gli appunti e i disegni e i grossi quaderni rilegati sui quali ho scritto la storia a mano. È stata una faccenda lunga riportare poi tutto al computer, ma mi è servito anche per rivedere la trama e intervenire sullo stile e sul taglio della storia.

– Quale dei tuoi personaggi è esistito per davvero o sono frutto della tua fantasia, per esempio, il barone Folco Bonomi?
Tutti i personaggi sono puramente di fantasia, ma rispecchiano, spero abbastanza fedelmente, la mentalità e gli usi dell’epoca. Il barone Folco è una summa delle doti del buon castellano, severo, ma giusto; messer Pietro è il ritratto di un dotto dell’epoca, amante dei libri e della cultura; il cavaliere Giovanni Bonaccolsi è un campione di lealtà e di coerenza. Però non sono personaggi sempre e solo positivi, ho cercato di infondere nei loro caratteri quel tratto decisamente umano fatto di dubbi, incertezze, debolezze che ci accomuna in ogni epoca. I personaggi del libro conoscono anche la bassezza, la gelosia, l’inganno, la cattiveria, ma sanno trarne giovamento per crescere.

– Come hai intrecciato i giochi della storia con quelli della tua creatività?
Avevo bene in mente le linee generali, sapevo quali percorsi di vita avrebbero seguito i personaggi e ho adattato la storia alle esigenze della trama, ma sempre con il massimo rispetto per la realtà e per la documentazione storica. Sicuramente avrò commesso qualche errore, ma spero non particolarmente grave!

– Grazie per la tua disponibilità, sono sicuro sarà un successo.
Sono io che ti ringrazio per l’attenzione e spero che questo libro possa piacere ai lettori, giovani e un po’ più grandi. Nel contatto con i miei giovani lettori, diretto nelle scuole o attraverso il blog »qua), non c’è per me soddisfazione più grande del sentirmi dire che le mie storie hanno regalato loro momenti di riflessione o di svago.

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Aug 072012
 

Una denuncia dello scrittore americano Mark Twain (1835-1910), che durante un suo viaggio per varie terre, dall’Australia all’India al Sud Africa alla Rhodesia, accusa le potenze occidentali di perseguire una forte e violenta politica imperialista. Il suo scritto, Seguendo l’Equatore, è un libro che abbraccia filosofia, politica, botanica, antropologia, zoologia, che ci dà, in qualche modo, una acuta rappresentazione del mondo coloniale di fine XIX sec.:

In molti Paesi abbiamo incatenato il selvaggio, affamandolo a morte, e questo non ci colpisce perché la consuetudine ci ha avvezzati ad accettarlo; eppure, al confronto, una rapida morte per avvelenamento è una delicata gentilezza. In molti Paesi abbiamo dato la caccia ai selvaggi, ai loro bambini e alle loro madri con i cani e i fucili, nelle foreste e nelle paludi, come passatempo pomeridiano, e abbiamo riempito la regione di gaie risate che sovrastano la loro fuga scomposta e zoppicante e le loro sfrenate suppliche di pietà; ma questo metodo non desta la nostra attenzione, perché la consuetudine ci ha avvezzati ad accettarlo; eppure, al confronto, una rapida morte per avvelenamento è una delicata gentilezza. In molti Paesi abbiamo sottratto la terra al selvaggio, e lo abbiamo reso schiavo, e frustato ogni giorno, e abbiamo calpestato il suo orgoglio, e ucciso il suo unico amico, e lo abbiamo fatto lavorare fino a farlo crepare; e questo non ci fa specie, perché la consuetudine ci ha avvezzati ad accettarlo; eppure, al confronto, una rapida morte per avvelenamento è una delicata gentilezza.” (1)

*****
– 1. M. Twain, Seguendo l’Equatore, Baldini Castoldi Dalai ed., Milano, 2010, pag. 170-171.

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Feb 092010
 

Biblioteca Forteguerriana, Pistoia

I torchi gutenberghiani, ne abbiamo scritto varie volte, hanno cambiato il modo di avvicinarsi alla cultura, oltre a quello di leggere e di rapportarsi con i libri. Chi ne era favorevole, chi invece li trovava poco utili, o chi li rifiutava del tutto. Fra questi ultimi, ricordiamo Vespasiano da Bisticci o, in un primo momento, Lorenzo de’ Medici, o addirittura Federico da Montefeltro che diceva non volere libro stampato artificialmente nella sua biblioteca.
Un’altra rivoluzione sta interessando il nostro presente, una rivoluzione, a nostro avviso, ancor più profonda rispetto a quella della metà del XV secolo: internet, la rete, il web sta influenzando in particolar modo il relazionarci con la stessa vita, con la stessa quotidianità.
Ebbene, come allora, anche oggi ci sono coloro che accettano la novità e coloro che la rifuggono e addirittura la tacciano di “diavoleria” o mezzo per diffondere infamie, cattiverie, depravazioni, e via dicendo.
Leggiamo cosa pensava dei libri stampati Giuliano de’ Ricci, nel 1567, poco più di cento anni dopo l’invenzione di Gutenberg.

“Non avremo tanti libri se non fosser le stampe che eccitassino i giovani a’ tradimenti, alle rapine, alle crapule, alle luxurie, che ammaestrasino i vecchi nell’accumular danari per fas et nefas et con essempi d’avaritia li mantenessimo in quel che la natura detta a quella età sospettosa, non sarebbe tanti dubbi nelle leggi, tante fallacie nell’astrologia, non tante vanità nella poesia, non tante bugie nell’historie, non tante sottigliezze nella grammatica, non tanta diversità d’oppinione nelle matthematiche, non tante fallenze nella musica, non tante superstizione nella filosofia, non tante falsità nella medicina se non fosse la stampa, quale ha guasto non solo queste ma tutte l’altre scientie.” (1)

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1. Giuliano de’ Ricci, In biasimo della stampa, lezione tenuta a Perugia nell’Accademia degli Eccentrici, 1567, inedita, (Firenze, Biblioteca Riccardiana, ms Bigazzi 279), letta in G. Sapori, Giuliano de’ Ricci e la polemica sulla stampa nel Cinquecento, in “Nuova Rivista Storica”, 56, 1972, pp.151-164.

Maggiori approfondimenti nel seguente e.book:

Il libro, l’incunabolo del XV sec. L’invenzione che ha accelerato il mondo

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