Oct 222014
 

La quantità di volumi sulla Rivoluzione industriale del Settecento è di tale mole che proporne solo tre si farebbe cosa poco giusta per quelli non segnalati e che hanno un valore indiscutibile, cosicché, dolente, mi limiterò a proporne tre lasciando idea per futuri approfondimenti.

Eventi, quei fatti del XVIII secolo (»»qua), che hanno segnato l’inizio della nostra era meccanica e tecnologica, un continuum storico che ci porta dalle ricerche scientifiche del Seicento alla macchina a vapore modificata da James Watt, proseguendo con i progressi dell’Ottocento e Novecento, il tutto collegato da un filo conduttore, da quella passione per la ricerca che caratterizza il miglioramento dell’esistenza dell’uomo.

Arnold Toynbee, La rivoluzione industriale

Ebbene, partiamo da un uomo che ha vissuto in pieno l’Ottocento, Arnold Toynbee con il suo La rivoluzione industriale, un testo che ci presenta l’analisi di uno storico economista deceduto all’età di appena 30 anni (1852-1883), un modo per affacciarsi ai profondi cambi che interessarono la società inglese.

L’essenza della rivoluzione industriale è la sostituzione della concorrenza alle norme medievali che in precedenza avevano regolamentato la produzione e la distribuzione della ricchezza… “

scriverà Toynbee.

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Joel Mokyr, Leggere la rivoluzione industriale

Ma che cosa fu realmente la Rivoluzione industriale?

”… fu in primo luogo un’età caratterizzata da una tecnologia di produzione in rapido mutamento alimentata dall’attività tecnologica… ”

ci dice Joel Mokyr ne Leggere la rivoluzione industriale. Libro da tenere sottomano per entrare nelle dinamiche di una realtà che iniziava a mutare cammino, una realtà di cui la storiografia si è occupata in modo ampio e dettagliato, esaminando fattori geografici, creatività, dando peso ai giochi istituzionali, agli aspetti economici e scientifici, fra l’altro.

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Thomas S. Ashton, La rivoluzione industriale 1760-1830

Sebbene datato, il volume di Thomas S. Ashton, La rivoluzione industriale, è uno di quei volumi che permette capire, anche ma non solo, i mutevoli percorsi storiografici avvenuti nel trascorso di questi ultimi due secoli. Un’opera ricca di riferimenti storici che prendendo il via da analisi pre-rivoluzionarie (settore tessile, metallurgico e carbone), passando per le innovazioni tecniche, si occupa del capitale, del lavoro e delle varie conclusioni che se ne possono trarre.

Jan 012011
 

Tutto accadde una quindicina di anni fa, forse più.
Accadde in Sudamerica.
Accadde a San Gil.
Camminavo per il Parque Gallineral, nel municipio della piccola San Gil, a pochi chilometri da Bucaramanga, nel dipartimento di Santander. La mia vista era completamente inebriata dai vivaci colori dei fiori, il mio udito si deliziava con il canto degli uccelli, le mie mani sfioravano ogni possibile elemento storico, il mio palato deliziato da un succo di mango, il mio olfatto rallegrato da profumi esotici a me oramai noti. L’estasi era completa!
Camminano, dicevo, quando una donna mi ferma, insistendo leggermi la mano. “Sarai un viaggiatore. Diverso. Abiterai i luoghi. Tu e loro sarete uno”.
Ahimè, e non aveva torto, giacché parte di quell’esperienza era già in me, e parte doveva accadere – e accadde – e parte, sono sicuro, accadrà.
Ma cosa c’entra questo con il libro che ho scritto non lo so, ma c’entra, e forse tanto, forse perché nelle pagine che scriviamo c’è talvolta una parte della nostra vita, del nostro essere. Dopotutto, il nostro carattere, volenti o dolenti, si palesa in qualsiasi cosa facciamo, sia anche una analisi storica.
Ed eccoci al punto: la Storia, l’indagine, l’essere flâneur, il bighellonare alla ricerca del passato. Proprio da quel giorno, o poco dopo, mi venne in mente abbozzare un piccolo saggio che parlasse dell’ozioso affaccendato, e del suo spiccato senso storico che coltiva internamente e che è alla base di una buona investigazione. Ma la disponibilità di tempo, lo sappiamo bene, non sempre ci viene incontro, e allora quell’idea la lasciai in un cassetto insieme ad alcuni appunti, che mi seguirono nel mio peregrinare.
Poi, nel gennaio 2010, presi coraggio, aprii la vecchia cartella ancora legata con un elastico annodato più volte e mi misi all’opera: era giunto il tempo.
Lascio di seguito qualche stralcio dell’Introduzione, piccole parti per illustrare il mio lavoro.

Chi più di colui che ha presenziato un evento, può meglio descriverlo? Chi più di colui che ha passeggiato in una metropoli, può meglio carpirne le dinamiche? Chi più di colui che ha sorseggiato la linfa della Vita, può meglio compartire le esperienze? Il flâneur, il “pedone attento”, l’ozioso affaccendato: ecco colui che racchiude in sé stesso teoria e pratica, nel proprio modus vivendi, nelle proprie azioni. Teoria e pratica, due aspetti della stessa medaglia, due lati che per crescere hanno bisogno l’uno dell’altro, una simbiosi che si sviluppa di comune accordo, un tacito reciproco amore che cinge la Vita. Ma la Vita esiste solo se ha un passato, una memoria da tramandare e raccontare, un ricordo che impregna il presente più del passato, una serie di passioni con una propria dimensione esistenziale.
A questo punto entra nel ballo lo storico, quel peculiare storico che ha la capacità di sommare studi teorici a studi pratici per avere un quadro quanto più completo e veritiero degli avvenimenti. Da qui l’essenzialità della flânerie, del vagabondare ozioso, dell’istintiva ricerca, spesso serendipitosa, che porta alla scoperta di particolari, dettagli, sfumature, tracce, sfuggite ai libri, ai documenti, all’indagine archivistica, alle carte scritte insomma. Lo storico flâneur acquista e conquista così quella sostanzialità spesso sottovalutata, ridicolizzata, talvolta discussa in modo poco serio”.
[…]
Lo storico flâneur è, oggi più che mai, un professionista indispensabile per comprendere da dove veniamo e dove andiamo, un professionista che deve essere capace di tramandare ai posteri la verità dei labirinti del passato. Non vuole dare risposte, non vuole dare certezze, desidera solo porsi delle domande, invitare a conoscere, desidera compartire il suo sapere.
[…]
Sono partito da Baudelaire, con qualche riferimento a Louis Sébastien Mercier, ho certamente accennato a Benjamin, a Poe, a Whitman, a Walser, passando attraverso Apollinaire, Calvino e Pasolini, alcuni di coloro che per assaporare la Vita avevano bisogno di far flanella, alcuni di coloro che possedevano uno spiccato senso storico. Non di meno erano i pittori, van Gogh, Pissarro, Monet, indi Guttuso, Antonio Saura, più vicini a noi, nomi familiari che hanno visto e rappresentato quotidianità e problematiche che si sono tramandate grazie alle loro impressioni. Ho continuato con una piccola serie di storici che hanno toccato con mano gli eventi e spesso, come Bloch, vissuti sulla propria pelle. Ché la storia non è un corpo morto, una materia immobile, no, niente affatto, la storia è una entità viva di cui noi, esseri umani, facciamo parte, ne siamo frutto, ne siamo, nel bene e nel male, espressione. E lo storico lo sa, è cosciente che un castello, che una chiesa, che una piazza, che un dammuso pantesco o un trullo di Alberobello, che un terreno recintato da muri di pietra è storia, che uno sciopero o un grido di dolore è storia, che il tempo che passa, che le generazioni che si susseguono è storia: che la Vita intera nelle varie sfaccettature dell’essere umano è Storia. Frammenti, intermittenze, tasselli di un mosaico che ha bisogno di configurarsi poco a poco, dipendenze e interdipendenze che giocano a incastro nell’immaginazione di una realtà viva più che mai.
Bisogna essere coscienti che, malgrado tutti gli sforzi possibili e immaginabili e per quanto uno storico debba essere ex-partis con una descrizione oggettiva, è veramente difficile non lasciarsi prendere dai sentimenti che accompagnano una scoperta, un ritrovamento, una meta raggiunta. Dopotutto, non dimentichiamolo mai, siamo esseri umani con un cuore che palpita e che vive grazie alla Vita che è in noi.

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Indice dell’ebook

Introduzione

I. Quando il flâneur è un ozioso affaccendato
I.1 Baudelaire, Parigi e il flâneur
I.2 Passeggiando con Edgar Allan Poe e Walt Whitman, incontrando Walter Benjamin
I.3 La città, la solitudine, l’ozio affaccendato
I.4. Bighellonando con Conrad, Walser, Apollinaire e Saura
I.5 L’ebreo errante come flâneur
I.6 Far flanella nel presente

II. Quando lo storico scende per strada
II.1 Lo storico, un flâneur – 1ª parte
II.2 Lo storico, un flâneur – 2ª parte

III. Pedinando uno storico flâneur a Pistoia
III.1 Lo vidi
III.2 Lo persi
III.3 Lo rividi
III.4 Caddi

Bibliografia
Indice

Nov 232010
 
Johannes Gutenberg (?)

Johannes Gutenberg (?)

Lunga, pietrosa, curva, sostanzialmente dinamica, fu la strada dello sviluppo della stampa a caratteri mobili gutenberghiani, attraversando periodi di crisi economiche e sociali, guerre e calamità naturali, percorrendo una via prima di allora sconosciuta.

L’invenzione dei torchi ebbe un’enorme influenza sulla vita quotidiana a cominciare dalla fine del XV secolo, influenza che dura tutt’oggi. Nelle città, nei paesi, nei villaggi, nelle campagne europee iniziava in quegli anni un salto sociale di cui la stampa sembra essere stato fattore determinate, fattore, direi, moltiplicatore, acceleratore.

Salto socio-culturale iniziato già tempo prima, basta pensare che la produzione di manoscritti, nell’Italia del Quattrocento, era al massimo splendore, specialmente in città come Bologna, Roma, Firenze, Ferrara, Milano, e via dicendo. E lo stesso dicasi per il commercio dei libri, perfino di quelli di seconda mano, per fare un esempio Vespasiano da Bisticci, oltre a vendere libri nuovi, metteva a disposizione anche quelli usati.

I cartolai, dunque, svolsero un ruolo importante, quel ruolo che permise, poco a poco, il passaggio dal manoscritto al libro stampato, giacché tramite loro si vendeva la cultura. A loro i primi tipografi si rivolsero per piazzare le varie edizioni, per conoscere il loro parere, per informarsi sui gusti del pubblico, giacché loro erano a contatto quotidiano con la gente.

E lo sviluppo della cultura prese il piede giusto:

Nel Cinquecento e nel Seicento il progresso dell’alfabetizzazione e dell’istruzione diviene già visibile e palpabile in tutta Europa occidentale: l’istruzione diventa uno strumento di mobilità e ascesa sociale con l’introduzione di un sistema, basato sulla divisione delle classi di età e di apprendimento, che inculca sin dall’infanzia il criterio della concorrenza e della competizione come elemento essenziale per la formazione dell’uomo moderno, dell’individuo”. (1)

La stampa, tramite quell’oggetto che si modifica, che passa dall’essere scritto dalla mano dei copisti all’essere redatto dai caratteri mobili, la stampa, dicevamo, aiuterà lo sviluppo, il progresso, il miglioramento di tante attività.

La vita politica, sociale, religiosa, economica, culturale sarà documentata più facilmente, si annoterà di tutto, la storia sarà testimoniata anche dai libri che saranno ampiamente diffusi in tutta Europa.

L’uomo dell’Umanesimo diventerà il centro del mondo, il centro dell’attenzione, individuo che si libererà dall’anonimato per incamminarsi verso la conoscenza di sé stesso. Le scoperte potranno essere diffuse speditamente, i pensieri cammineranno dall’Italia alla Francia, dalla Germania alla Spagna, all’Austria, all’Inghilterra, sbarcheranno nel Nuovo Mondo, accompagneranno finanche i naviganti, quei naviganti che daranno alle stampe le loro memorie, le loro scoperte, le loro ricerche, quei naviganti, spesso cartografi, che imprimeranno cartine geografiche di mondi sconosciuti.

La stampa sarà d’appoggio inoltre al potere, sarà mezzo di propaganda, di esaltazione, sarà veicolo che condurrà l’uomo a una crescita sociale che non aveva avuto eguali nei secoli prima del XV secolo.

Il centro iniziale e propulsore di tutto questo sarà la Germania, anzi la città di Magonza, che, ancora legata al medioevo, darà la possibilità a Gutenberg realizzare il suo sogno.

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1. Paolo Prodi, La storia moderna, il Mulino, Bologna, 2005, pag. 81.

Jun 272010
 

Louis Sébastien Mercier

Louis Sébastien Mercier, nato a Parigi nel 1740 e ivi morto nel 1814, fu un prolifico scrittore francese del XVIII secolo, secolo pieno di avvenimenti, di cambiamenti sociali, economici e politici, basta solo ricordare la Rivoluzione francese del 1789.

Se desideriamo approfondire come si presentava e come si viveva nella capitale francese in quegli anni, non c’è di meglio che leggere con somma e accurata attenzione i suoi dodici volumi: Le tableau de Paris, un testo dedicato proprio alla capitale, città piena di vitalità e vigore che avrebbe portato le idee illuministe a diffondersi in Europa.

Potremmo, fra l’altro, considerare Mercier come lo scrittore che ha elevato l’arte della flânerie a dignità di conoscenza estetica, e il flâneur a personaggio da cui attingere preziose informazioni e insegnamenti. Scrive nell’XI volume in Mes jambes:

“Ho corso tanto per comporre il mio Tableau de Paris che posso dire di averlo fatto con le mie gambe; in tal modo, ho imparato a camminare con agilità, rapidità e prontezza sull’acciottolato della capitale. É un segreto che bisogna conoscere se si vuole vedere tutto”.

Mercier ci descrive, a volte con distacco a volte meno, ciò che incontra nel suo girovagare, dalle piazze ai boulevard, dalla Bastiglia ai macelli ai mercati generali, dagli ospedali ai caffè, dai trovatutto agli stracciveldoli, e via dicendo, dettagli e caratteri di un popolo che visse un’epoca tumultuosa; insomma pagine che scoprono il vero volto della capitale francese, pagine da leggere e rileggere.

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– Louis Sébastien Mercier, Le tableau de Paris, Editions La Découverte, 2007.
– Louis Sébastien Mercier, Parigi fantasma, Medusa ed., 2008.

Jun 022010
 

Una delle fonti di ricerca dello storico sono le lettere, corrispondenza di tutti i generi e tutti i tipi che gli permettono scoprire talvolta anche la personalità più intima dello scrivente.

Con l’espandersi dei commerci internazionali intorno alla fine del ‘300 e principi del ‘400, con la scoperta dell’America nel 1492 e le successive indagini geografiche, con i più frequenti rapporti diplomatici che si iniziarono a tenere con l’Oriente, con le nuove colonie oltreoceano, ma anche con i vari paesi dello stesso Mediterraneo, le lettere costituirono un valido supporto alla trattazione, allo scambio di idee, alla comunicazione. E il Cinquecento fu forse il punto di partenza di uno sviluppo che durò almeno sino ai primi del Novecento, sino a quando l’e.mail ha cominciato a soppiantare la penna e la carta scritta.

Dicevamo dei rapporti diplomatici, degli ambasciatori che scrivevano al sovrano, al principe, al duca, o i reali fra loro stessi: basta citare come esempio il noto affresco del Mantegna la Camera Picta (1462-1475) in cui il marchese Ludovico Gonzaga riceve una lettera e sembra leggerla, o almeno aprirla, davanti i suoi familiari. Ma non è la sola raffigurazione. In Olanda Vermeer ritrae (1657) una giovane intenta a leggere privatamente una missiva, in un luogo privato e fuori dallo sguardo altrui. Due luoghi diversi d’Europa, due epoche diverse, due aspetti diversi politicamente.

La corrispondenza poteva essere perfino fra donne, magari un po’ colte, magari nobili, o anche suore che desideravano invogliare qualcuno alla spiritualità e alla preghiera o dare consigli su un determinato problema o matrimonio, così come i gesuiti inviavano notizie al Generale della Compagnia. Potremmo considerare il carteggio un tratto distintivo, uno status, un elemento che segnalava l’appartenenza a uno specifico stato sociale.

Per non dimenticare la corrispondenza fra mercanti che trattavano affari fuori dai confini del proprio stato o banchieri che possedevano filiali in altre parti d’Italia o Europa, viene alla mente la famiglia de’ Medici che aveva case di cambio fino in Olanda e i cui rappresentanti tenevano aggiornati i responsabili periodicamente.

Ed ancora: gli scambi di idee fra intellettuali, noto ci è quello di Erasmo da Rotterdam, che avvenivano agilmente proprio tramite le lettere. Se certe notizie potevano essere d’interesse pubblico, immediatamente scattava il copia-incolla, cioè il riprendere quelle parti interessanti e riscriverle nelle proprie affinché il fatto, la curiosità avesse modo di viaggiare altrove.

E fu tale lo sviluppo che intorno al 1530, grazie alla diffusione dei torchi gutenberghiani, si iniziarono le pubblicazioni epistolari, raccolte di lettere, spesso di diverse persone sullo stesso argomento, che incontrarono ben presto il favore del pubblico.

May 192010
 

Nella storia d’Europa, gli ebrei hanno avuto un ruolo spesso determinante, grazie alle loro invenzioni, al loro spirito imprenditoriale, ai movimenti dei loro capitali, così come ai flussi migratori a cui sono stati sottoposti. Ebrei che, malgrado il confinamento in ghetti e quartieri recintati, malgrado perseguitati e scacciati dai più disparati sovrani, hanno influito nelle decisioni politiche e sociali durante l’epoca da noi trattata in questo blog, l’epoca moderna. Basti pensare ai capitali dei Fugger e dei Welser, banchieri che hanno aiutato l’elezione di Carlo V, o a quei denari che fecero possibile la spedizione di Colombo, insomma, grazie a loro, sicuramente, fatti e misfatti seguirono il corso storico che ben conosciamo, grazie alla loro partecipazione attiva e passiva è stato possibile lo sviluppo economico, sociale e politico dell’Europa in cui viviamo.

Premesso tutto ciò, desidero segnalare un eccellente libro di uno studioso ebreo che molti conoscono per il caso editoriale Pasque di sangue. Stavolta Ariel Toaff ci presenta uno scorcio d’Europa poco trattato tramite il suo Il prestigiatore di Dio, un interessante volume per assaporare la storia da un diverso punto di vista.

In una ricercata e dettagliata sequenza di pagine, l’autore ci regala il racconto di alcuni personaggi ebrei che praticavano l’alchimia, materia in voga in quei secoli e da quasi tutti i sovrani coccolata. Personaggi come Abramo Colorni, nato a Mantova nel 1544 da un’agiata famiglia ed entrato ben presto nelle grazie dei Gonzaga, corte rinascimentale per eccellenza in quell’epoca di risveglio umano. La sua abilità di alchimista, inventore, mago, prestigiatore, ingegnere bellico e via dicendo, lo porterà a vivere addirittura nel palazzo di Rodolfo II, imperatore del Sacro romano impero, dedito al collezionismo e attratto dall’arte alchimica. Ricca corte dove soggiornavano fra gli altri Arcimboldo, Tycho Brahe, John Dee, artisti, pittori, letterati, spagirici, gente di un certo livello culturale e intellettuale che movimenteranno la Praga di quegli anni, che daranno vita alla Scuola rudolfina.

Colorni sarà tanto famoso che Tommaso Garzoni, che ricordiamo essere l’autore della Piazza universale di tutte le professioni del mondo, una specie della futura Encyclopédie di Diderot e d’Alembert, gli dedicherà un sonetto e lo inserirà nel suo voluminoso trattato.
Fra le diverse opere scritte da Abramo citiamo la Nova Chirofisionomia, dove si intrattiene sulla descrizione delle linee della mano, linee del destino, linee del carattere e del futuro già scritto, inventandosi finanche il chirometro, uno strumento per misurare le linee della mano.

Accanto a lui primeggia la figura di Maggino Gabrielli, ebreo veneziano che si diceva, anche ma non solo, esperto nel modo di far fruttare maggiormente i bachi da seta, prodotto principale dell’economia italiana del XVI secolo. Tanto principale che anche il nostro Colorni se ne interesserà e rivaleggerà, in un certo qual modo, con Maggino.

Colorni incontrerà in terra straniera il suo rivale, un certo “il Rosso”, come lui lo chiamava, un uomo che, forse, lo avvelenerà quando il nostro personaggio fuggirà da Stoccarda, dalle carceri del duca di Württemberg Federico, raggiungendolo addirittura nella sua Mantova.
Scrive Toaff:

«Ma è un fatto che, dopo la sua partenza, “l’ingegnero mantuano” si metteva a letto con una febbre violenta, che lo avrebbe accompagnato fino alla prematura morte, avvenuta agli inizi del successivo mese di novembre. […] La lunga agonia, accompagnata da febbre alta, rende del tutto plausibile l’ipotesi che fosse stato avvelenato con una dose letale ma non fulminante di tossico, forse arsenico

Moriva all’età di circa 55 anni, un personaggio unico nel palcoscenico dell’alchimia europea, un uomo conteso dalle signorie di mezza Europa.
Il libro è da leggere e rileggere, giacché presenta particolari della nostra storia che spesso sfuggono o sono poco trattati, recuperando fatti e misfatti lasciati nel dimenticatoio e necessari a capire l’insieme di un periodo.

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– Ariel Toaff, Il prestigiatore di Dio. Avventure e miracoli di un alchimista ebreo nelle corti del Rinascimento, Rizzoli, 2010.

Jan 032010
 

“La ricerca storica è per me uno spazio di gioia e di passione intellettuale. Provo sempre un brivido prima di entrare in un archivio o in una biblioteca: cosa troverò? Leggendo i registri della sua piantagione, finirò per trovare la schiava che sto cercando? Troverò la firma da lei lasciata per ragioni sue e da me accolta come segno della verità della sua esistenza e del fatto che sapesse scrivere, come sosteneva il suo amante? Che fortuna aver potuto leggere tante storie interessanti, alcune divertenti, altre da far gelare il sangue, alcune sorprendenti altre familiari.”(1)

Natalie Zemon Davis

Queste parole accennano al carattere più intimo della storica americana Natalie Zemon Davis, forse una storica sui generis, più umana a quanto siamo abituati, una storica che ha un diverso approccio con i fatti e uno stile particolare tutto suo. Nata a Detroit nel 1928 da una famiglia ebrea, si occupa principalmente di Storia moderna, con un occhio verso la Francia del XVI secolo, verso aspetti sociali, antropologici e culturali.

Zemon ha la peculiarità di penetrare i caratteri più intimi dei personaggi che studia, gente a volte umile e poco conosciuta come, ad esempio, gli stampatori lionesi del XVI secolo, riuscendo a scavare nel loro profondo, nella loro anima, sebbene certe volte lavori d’istinto, e allora lo sottolinea quando inizia un discorso con “io” o “forse” o “può aver pensato”. Per lei la Storia è passione, anche, per i particolari, è gioia di leggere un documento che “parla” ancora dopo secoli, è dubbio sempre presente, è costante ricerca pur dopo aver terminato un lavoro, sempre pronta e stimolata per una nuova sfida.
Dice:

“A volte sento le mie ricerche come un dono, un dono che mi giunge dalle persone del passato e da altri storici, vivi e morti. Questo mi impone l’obbligo di raccontare le loro vite e i loro mondi nel quadro dell’esercizio della responsabilità, e di narrarli non come loro li avrebbero narrati, ma prestando attenzione ai loro racconti e alle loro istanze.”(2)

La sua forza motrice è la curiosità, la volontà di indagare quegli aspetti che spesso e volentieri si presentano ardui e difficili da concludere. Ma la Zemon va avanti, non si ferma, e se proprio deve, lascia decantare, aspetta, dopotutto afferma che bisogna accostarsi al passato con molta umiltà, non pensare troppo presto di avere le capacità di comprenderlo e assimilarlo.

Il suo vuole essere un dialogo con i lettori, i suoi libri, da Il ritorno di Martin Guerre – Un caso di doppia identità nella Francia del Cinquecento a Donne ai margini – Tre vite del XVII secolo, da Il dono – Vita familiare e relazioni pubbliche nella Francia del Cinquecento a La doppia vita di Leone l’Africano, e via dicendo, sono inviti a riflettere, a indagare, a osservare oltre.

Le fonti storiche per la Zemon, sia quelle dirette che indirette, non sono una prigione dentro la quale marcire e restare a vita, sono invece come un filo di Arianna, un filo quasi magico che porta all’uscita, alla scoperta, sono i mezzi che “mettono in moto la mia riflessione e la mia immaginazione, io rimango in dialogo con loro – e amo questa relazione con il passato: essa è al cuore della mia vocazione.” E allora rimane uno spazio libero per la speculazione, quella possibilità che conduce, grazie all’istinto e alla professionalità, a immaginare che forse Rabelais abbia sentito parlare di al-Hasan al-Wazzan (Leone l’Africano) e addirittura abbia consultato uno dei due manoscritti che circolavano – Descrizione dell’Africa -, quando si trovava in Italia, o tentare di dare un finale alla vita dell’africano, di cui si conosce ben poco dei suoi ultimi anni. Prova così, lo storico Zemon, con la creatività partendo però da dati sicuri, dando allo studioso la parte della ricerca sia di un modo per spiegare le scelte, sia di un modo per narrarle.
La Storia deve andare oltre i confini nazionali, deve scavalcare le frontiere patrie per

“… tentare un “salto di coscienza” europea o americana, di compiere uno sforzo per porre domande in un’ottica eccentrica. Dovremmo scrivere la storia degli uni in rapporto agli altri: vale a dire che agli storici europei e americani non compete solo di scrivere la propria storia o quella degli altri, di allargare gli orizzonti lavorando sulla storia degli Indiani o degli Africani, ma anche di cercare di immaginare la storia attraverso le modalità per mezzo delle quali gli Indiani e gli Africani potrebbero volerla scrivere.” (3)

Da qui nasce forse il non volersi considerare una “storica dell’Europa”.
Nella sua visione dei fatti, hanno avuto una certa influenza le sue radici ebraiche e le iniziali convinzioni socialiste marxiste che, addirittura, hanno indotto il governo americano a toglierle per diversi anni il passaporto, costringendola a interrompere le sue ricerche a Lione, in Francia. Anni pieni di esperienza, gli anni ’60, in cui l’ombra del comunismo sovietico sembrava aggirarsi per le strade dell’America, sono quelli che la Zemon percepisce. Addirittura il marito, Davis Chandler, accusato di andare contro gli ideali democratici, fu arrestato e tenuto in carcere per 5 mesi. Lei non si abbatte, non è sola, ha “la presenza della storia e delle persone che studiavo.”

Poi la riflessione che il socialismo non era una panacea, che il regime staliniano aveva commesso delle atrocità, e un conseguente ridimensionamento delle sue idee politiche in cui “il senso del particolare” può essere messo in relazione con “il senso della condivisione”.

I primi tempi del mestiere di storica furono pieni di accadimenti, in cui ogni scoperta, ogni lavoro veniva fatto circolare con il ciclostile, tramite posta, tanta era la sua passione. Passione specialmente per la storia delle donne che la induce a indagare in particolar modo gli eventi del XVI secolo, secolo pieno di dubbi, di rivolte, secolo in cui il contrasto e la tensione sembrano essere due caratteristiche dominanti, elementi, questi, che non è possibile analizzare se si trascurano le posizioni delle donne nella produzione, nella distribuzione, nel consumo di oggetti e servizi, nella famiglia, nella religione. Ruolo femminile tanto importante spesso sottovalutato.

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1. Natalie Zemon Davis, La passione della storia, Viella, Roma, 2007, pag. 174.
2. Cit. pag. 174.
3. Cit. pag. 78.

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Piccola bibliografia:

– Natalie Zemon Davis, La doppia vita di Leone l’Africano, Laterza, 2008.
– Natalie Zemon Davis, La passione della storia. Un dialogo con Denis Crouzet, Viella, 2007.

Dec 142009
 

La maggior parte degli uomini di oggi non sono tanto atei
o non credenti, quanto increduli. Ma colui che è incredulo
non è fuori dalla sfera della religione. […] Lo stato
d’animo di chi non appartiene più alla sfera del religioso non è
l’incredulità, ma l’indifferenza, il non sapere che
farsene di queste domande. Ma l’indifferenza
è veramente la morte dell’uomo.

(Norberto Bobbio)

Si pensa usualmente che nel Medioevo, ma anche nell’età Moderna, la gente credesse ciecamente ai dettami della religione cattolica, quasi fosse fede indiscussa. Eppure non era così, non tutti si adattavano tacitamente a ciò che preti, prelati, uomini della Chiesa andavano predicando. Tutto ciò si evince in un interessante libro di Paolo Golinelli che invito a leggere, Il medioevo degli increduli, di cui riporto un piccolo brano, un brano che mi è parso significativo anche per certe vicende attuali.

«Al popolo si predicava in volgare (sin dall’età carolingia), “con motti e ischede”, usando exempla e mimando i contenuti, mescolando i linguaggi per tener viva l’attenzione e attirare il pubblico, un pubblico sempre più attratto, più che dal pulpito, dalla piazza, ove istrioni, giocolieri, ciarlatani intrattenevano le persone allontanandole dalle chiese. “I nobili e borghesi – osservava verso la fine del Quattrocento il domenicano Valeriano da Soncino nel suo Quaresimale -, quando dovrebbero andare ad ascoltare la parola di Dio, se ne stanno a passeggiare nella piazza, e chi parla di affari, chi del Turco, chi dei Francesi, chi dei Veneti […]. E proprio coloro che dovrebbero essere i primi a portare il buon esempio, fanno tutto il contrario […] poiché il popolino e questi bottegai preferiscono passare la mattina in negozio e vendere la loro mercanzia per guadagnare un soldo (ovvero un bolendino) che andare ad ascoltare la predica e guadagnare la salvezza della loro anima”, e racconta di un predicatore dell’Ordine degli Eremitani che voleva predicare a Casteggio, in diocesi di Pavia, e il parroco lo avvertì che i rustici, appena lo avessero visto salire sul pulpito, se ne sarebbero fuggiti come asini bastonati. A quel punto, per trattenere l’uditorio, il predicatore la sparò grossa: disse che il mondo sarebbe finito di lì a 15 giorni. A credergli fu solo un giovane sempliciotto (“de quelli de sancto Simpliciano, che aveva poco senno”), che non volendo lasciare il maiale ai lupi e l’altro ben di Dio, lo uccise e mangiò e bevve per tutto il tempo, e la sera del quindicesimo giorno si ubriacò convinto che il mondo stesse per finire, giacché tutto traballava e gli sembrava che la casa cadesse, e dormì sino alle 22 del giorno dopo, quando svegliatosi scoprì “che la fine del mondo era stata nel porco”.» (1)

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(1) P. Golinelli, Il medioevo degli increduli. Miscredenti, beffatori e anticlericali, Mursia, 2009, pgg. 178, 179.

Dec 032009
 

Dalla Prefazione de: Dal codice al libro stampato, la millenaria storia di un oggetto che ha cambiato il nostro mondo.

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E tutto nacque col passare del tempo, dalla voglia insita nell’uomo di comunicare, esprimersi, narrare. Le prime forme di geroglifici, cioè un sistema di forma di scrittura pittografica i cui caratteri rappresentavano e rappresentano oggetti di facile riconoscimento, sembra siano nate fra gli egizi, intorno al 3000 a.C. Da allora, alle tavolette di creta, ai rotoli dei papiri, ai codici manoscritti, ai libri stampati, è passato tanto, ma tanto tempo: un processo di sviluppo che ha interessato la nostra storia di abitanti di questa Terra. Ma non è finita. L’evoluzione segue con una nuova creazione di una ventina di anni fa: la scrittura virtuale, la lettura virtuale, per mezzo di internet, la rete. Cosa, dunque, resta del passato? La memoria, quella memoria storica che deve farci riflettere, deve farci capire che siamo figli di un corso evolutivo che continua ancora oggi e che continuerà con i nostri figli, con i figli dei nostri figli, e via dicendo. Ed è proprio questa memoria storica che cerchiamo di raccontare, nei nostri limiti, in queste pagine che seguono, concentrandoci in particolare sul percorso secolare di un oggetto che ha accompagnato e influenzato la cultura e la società umana: il codice manoscritto e le sue successive evoluzioni, l’incunabolo e il libro stampato.
Definiamo “codice” (dal latino codex) quello strumento della comunicazione scritta, nato nei primi secoli dell’era volgare e in grado di sostituirsi al più antico rotolo di papiro (il volumen), costituito da fogli scritti in entrambe le facciate (recto e verso), legati assieme, e protetto da due copertine di un materiale più rigido. Le sue evoluzioni, l’incunabolo e il libro stampato, non sono che perfezionamenti di una stessa idea originale.
Partiamo così dal codice manoscritto e dal suo rapporto con la cultura cristiana, analizziamo la produzione libraria nei monasteri, poi passiamo a Gutenberg e ai suoi caratteri mobili, continuiamo con la storia del libro nell’epoca moderna, sino ad arrivare al secolo appena trascorso, e volgendo poi lo sguardo ancora più avanti, al futuro, con l’avvento dell’e.book.
Il modo di fare cultura si sta trasformando e i libri riflettono questo passaggio, il passaggio dallo scritto pubblicato da pochi a quello pubblicato da tutti, così come avvenne una volta con la lettura che, prima della stampa con i torchi, era praticata quasi esclusivamente dai ricchi, dai principi, dai signori, poi passò a essere disponibile a molti.
Tutto cambia, e il cambiamento sembra essere una delle poche verità inconfutabili di questa vita. Pertanto, siamo coscienti che sicuramente un giorno, fra molti anni, l’ars artificialiter scribendi, ovvero l’arte di scrittura artificiale, così come venne chiamata allora la nuova tecnica gutenberghiana, lascerà sempre più spazio a nuove forme di comunicazione scritta e allora queste parole saranno lette chissà in quale altra forma, se riusciranno a sopravvivere alla severa prova del tempo. Il tutto con la sincera speranza che a questa evoluzione tecnologica possa seguire anche quella sociale, quella culturale, quella… umana.

Abbiamo la netta percezione che il momento che stiamo vivendo sia testimone del definitivo, seppur lento, declino del codice, così come lo conosciamo. Per questo motivo riteniamo di poter oggi volgerci al passato per ricostruirne l’intero percorso storico, dal punto di vista privilegiato di chi si trova innanzi a un fenomeno che, essendo prossimo a esaurirsi, ora è possibile analizzare nell’intero suo sviluppo.
Malesherbes, nella seconda metà del XVIII secolo, individuò la sua come l’età della stampa, che aveva seguito quella della parola, nell’antichità, e quella della scrittura, nel medioevo. Barbier, in un recente lavoro, colloca agli inizi del XX secolo il principio dell’età della comunicazione di massa, la quarta. Ci chiediamo se la recente informatizzazione della cultura e della comunicazione possa autorizzarci a considerare il momento presente come il principio di una quinta età. Crediamo che sia possibile rispondere affermativamente, anzi, in realtà ci sentiamo di affermare che ciò di cui siamo testimoni sia ben altro che un passaggio da un’età a un’altra, bensì una vera e propria cesura di due processi di “lunga durata” completamente differenti, uno destinato a esaurirsi, l’epoca del codice (inteso nella sua accezione più comprensiva che abbraccia sia il codice in senso stretto che le sue due successive evoluzioni: l’incunabolo e il libro a stampa), che copre gli ultimi duemila anni della nostra storia, l’altra appena sbocciata, dove la comunicazione scritta telematica sarà l’unica vera protagonista.
Affronteremo questi duemila anni di storia del codice analizzando le fonti e riportando i maggiori studi della contemporanea letteratura specialistica, con l’intento di presentare un lavoro dallo stile chiaro e comprensibile, cercando sempre di mantenere un taglio semplice e divulgativo.
Ci auguriamo che questo libro, che ripetiamo vuole essere un manuale agile e di facile consultazione, possa rappresentare per il lettore uno stimolo ad approfondire questa straordinaria materia che ci ha così tanto appassionato e che riteniamo di fondamentale importanza per la storia della nostra civiltà.

Gaspare Armato
Alessio Miglietta

Oct 292009
 

La preziosità di un libro sta nell’essere facilmente compreso, nell’essere assimilato senza sforzi in una lettura scorrevole. E tutto ciò, certamente, si deve alla bravura dello scrittore, alla semplicità delle sue parole che, se a prima vista possono sembrare superficiali, ci si accorge che alla fin fine hanno una profondità che può sfiorare la completezza.

Henri PirenneUno degli storici che, a mio avviso, vanno studiati con attenzione è, senza ombra di dubbio, il belga Henri Pirenne (1862-1935).

Pirenne era dell’idea che non erano state del tutto le invasioni barbariche a far cadere l’impero romano, ed entrare quindi in un periodo storico chiamato Medioevo. Dopotutto, diceva lo studioso, questi venivano non a distruggerlo, bensì a partecipare alla sua ricchezza, lasciando intatta la vita quotidiana con le sue leggi e le sue regole. Ciò che invece causò la vera rovina degli usi e costumi romani fu l’invasione araba del VII secolo. Ma non tutti furono e sono d’accordo con questa tesi.

Ciò che maggiormente interessa in questa sede, dopo questo preambolo, è il suo bel libro, Le città del Medioevo, che racchiude concetti e tesi che sarebbe bene riconsiderare e che ci è di grande aiuto per capire la loro – delle città – importanza addirittura fino a poco prima della rivoluzione francese.

Pirenne ci mostra nel suo lavoro lo sviluppo delle città dal tardo periodo romano sino, più o meno, al XII secolo, secolo in cui, grazie a un fiorenze sviluppo economico, si ha una specie, azzarderei dire, di rinascimento. E il nuovo ceto borghese ne è protagonista, con i suoi commerci, i suoi nuovi valori sociali, con quell’essere la terza forza autorevole dopo nobiltà e clero.

“[…] furono gli abitanti del borgo nuovo, cioè del borgo mercantile, a ricevere o, più probabilmente, a darsi l’appellativo di borghesi […]”, ci dice il Pirenne. Un termine che si presenta intorno i primi dell’XI secolo, sembra, in Francia nell’anno 1007.

Le città del Medioevo, Henri PirenneBorghesi erano, dunque, non solo i mercanti che commerciavano con terre lontane, ma anche scaricatori di merci nei porti (portus), addetti alla fabbricazione di battelli, vetture, botti e via dicendo. Persone che si insediarono principalmente vicino a corsi di acqua navigabili o porti preesistenti, vie di ampia comunicazione.

Ecco così l’importanza della navigazione, come del resto è sempre stata, che, a parte durante il periodo carolingio, si è rivelata attività essenziale per lo sviluppo economico di intere società.
Il Mediterraneo riacquista in tal modo, grazie a loro, protagonismo nell’ambito europeo.

“La circolazione che diventa sempre più intensa favorisce necessariamente la produzione agricola, rompe i confini che fino ad allora l’avevano racchiusa, la trascina verso le città, la modernizza e nello stesso tempo la libera.”

Le città avranno, col passare del tempo, potere decisionale, avranno forze proprie per difendersi, avranno commerci in grado di soddisfare le esigenze interne, avranno magistrati per autogovernarsi, e via dicendo.

“Laica e mistica insieme, la borghesia del Medioevo si trova così singolarmente ben preparata alla funzione che avrà nei due grandi movimenti di idee dell’avvenire il Rinascimento, figlio dello spirito laico e la Riforma, verso la quale conduceva il misticismo religioso.”

Pirenne ha la grande dote di regalarci la Storia non come una materia complicata e piena di nomi intricati, ma quasi come un romanzo da leggere, un romanzo accessibile ai non addetti ai lavori.

*****

– Henri Pirenne, Le città del Medioevo, Laterza, 1997.

Feb 112009
 

Verrà il tempo in cui il sole splenderà solo sugli uomini liberi
che non riconoscono padroni al di fuori della propria ragione.
(Condorcet)

Che cos’è l’illuminismo?
Domanda che la rivista berlinese Berlinische Monatsschrift pose ai suoi lettori nel 1783, e a cui risposero anche illustri pensatori dell’epoca, come l’ebreo Moses Mendelssohn, il prussiano Immanuel Kant e tanti altri. E proprio Kant replicherà che

L’illuminismo è l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso. Minorità è l’incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Imputabile a se stessa è questa minorità, se la causa di essa non dipende da un difetto di intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e di coraggio di far uso del proprio intelletto senza la guida di un altro. Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza. È questo il motto dell’Illuminismo.

Con tali premesse si apre l’interessante libro che lessi qualche mese fa di Dorinda Outram L’Illuminismo, edito da il Mulino, un libro che analizza con cura e attenzione determinati aspetti di un periodo che caratterizzò e cambiò il corso della storia moderna, neon solo europea.
Il volume illustra i cambiamenti sociali, l’evoluzione delle idee, dei comportamenti, studia l’atteggiamento degli illuministi di fronte al problema della schiavitù, parla del ruolo della donna, della scienza, della religione. L’autrice approfondisce temi che solitamente vengono tralasciati, come quello dell’impatto che ebbe sul popolo, sul basso ceto, in che modo influì sulle idee del mercato rurale. Sarà pur vero che, dice Outram,

i contadini vivevano quasi in un mondo differente, incapace di comprendere l’illuminismo, e sepolto invece in incomprensibili superstizioni popolari, tradizioni irrazionali e credenze religiose. Infrangere la resistenza dei contadini all’illuminismo era uno dei maggiori obiettivi dei riformatori sociali dell’epoca.

L’analisi più avvincente, quella che ha fatto riflettere e continua a macinare ipotesi spesso fantasiose, è se l’illuminismo fu causa primaria della Rivoluzione francese o questa era già nell’aria prima dell’arrivo delle nuove idee, o addirittura rappresentò un rifiuto al troppo razionalizzare la vita. In ogni caso, pensiamo a certi personaggi storici che, in un modo o nell’altro, avevano illuminato il proprio regno con riforme, pensiamo a Federico il Grande di Prussia, a Giuseppe II d’Austria, a Caterina la Grande di Russia, e via dicendo. Personaggi che tentavano, fra l’altro, laicizzare lo Stato rivedendo i rapporti con la Chiesa, ridimensionando i poteri ecclesiastici, l’ampiezza dei loro beni, le immunità e i privilegi di cui godevano. La forza della ragione, oltre che in Francia, in Europa in generale, si radicò anche in America, muovendo e smuovendo acque quiete da decenni e decenni. Eppur, in linea generale, gli illuministi non aspiravano a un cambiamento politico-sociale in modo violento, il loro disegno era quello di una trasformazione tramite la cultura, la propaganda delle idee, tramite l’educazione.
E non bisogna dimenticare che l’illuminismo trova le radici nella rivoluzione inglese del 1688, così come negli avanzamenti scientifici, e quanto connesso, del Seicento, quella rivoluzione scientifica che ruppe con il passato.
A tal punto, se c’è un termine che bisogna considerare con attenzione è quello di rivoluzione, termine che nei dizionari dell’epoca si riferisce all’astronomia, alla rivoluzione, per esempio, della Terra attorno al Sole. Approfondendo si arriva al significato di cambiamento che ripristina uno stato di cose precedente. Solo con la ribellione delle colonie americane contro gli inglesi il termine inizia ad acquistare il significato odierno, siamo già intorno il 1775, un significato che si riflette totalmente nella Dichiarazione d’Indipendenza americana.
Conclude il libro:

Il contributo specifico dell’illuminismo fu non solo un gran numero di modi nuovi e non tradizionali di definire e legittimare il potere attraverso idee quali il «diritto naturale», la «ragione» e via dicendo, ma anche la mobilitazione di settori della società in quella «opinione pubblica» di cui Kant aveva richiesto un attento controllo al fine di prevenire una distruzione dell’ordine sociale e politico.

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Suggerimenti lettura:

– Dorinda Outram, L’Illuminismo, Il Mulino, 2006.
– Ulrich Im Of, L’Europa dell’Illuminismo, Laterza, 1993.
– Vincenzo Ferrone, I profeti dell’illuminismo, Laterza, 2000.

Jan 202009
 

Mia cara Charlette,

diverse volte abbiamo parlato e concordato che lo storico militante dovrebbe essere coadiuvato – anche, ma non solo – dallo storico dell’arte, insieme potrebbero rivelare la vera essenza della storia, di quella storia che è un continuum, un unico corpo dall’inizio ai nostri giorni. E la stessa cosa potrebbe essere per l’arte, interessandosi anch’essa di studiare i suoi artisti inserendoli nei giusti periodi storici. Ecco dunque da dove nasce codesto libro, dal mio curiosare quei pittori che, in un modo o nell’altro, hanno raffigurato la quotidianità, hanno descritto particolari eventi, hanno immortalato la loro epoca per tramandarla ai posteri.

Le 140 pagine che rappresentano La storia nell’arte invitano a riflettere, a considerare altresì l’arte come mezzo di indagine storica, come documento da esaminare, come fotografia, istantanea per approfondire un determinato lasso di tempo. Parto dal 1430 affrontando pittura, scultura, architettura, seguo con Paolo Uccello, poi indago alcune lettere del buon Dürer, così via sino ai dipinti manieristi, concludendo con Pissarro, i suoi figli e Le Guignol.

Charlette, ho dedicato il libro a tutti coloro che perseguono l’armonia nella vita, a coloro che celebrano la bellezza, quella sublime bellezza che, come scrisse Winckelmann, “è in Dio e il concetto dell’umana bellezza diventa perfetto quanto più esso può essere pensato in modo conforme e armonico con l’essere supremo, che noi distinguiamo dalla materia grazie al concetto dell’unità e della indivisibilità che gli è proprio“. (1)

Qui lascio la mia lettera, con essa un abbraccio e a un presto rivederci.

Tuo Rino.

*****

- 1. Johann J. Winckelmann, Il bello nell’arte, Einaudi, Torino, 2008, pag. 114.

Sep 122008
 

Non ho dubbi!

Le interviste hanno sempre affascinato la mia attenzione, specialmente quando erano e sono rivolte a persone comuni, di tutti i giorni, persone che hanno poco dell’essere personaggi.
Certo, non disdegno neanche quelle fatte a coloro i quali hanno rappresentato un’epoca, hanno indicato un filone artistico, hanno incarnato un accadimento, persone che, sia colte o ignoranti, hanno agito con una certa umiltà e modestia.
Bene, considerato tutto ciò, alla fine dello scorso anno mi sono messo all’opera, intervistando (sic!) dodici personaggi, alcuni noti, altri sconosciuti del tutto. Sono partito da Firenze e il fiorino del 1200 di Giuseppe da Settignano, muratore in codesta città, sono passato a Londra, agli amori segreti e non della regina Elisabetta I d’Inghilterra, poi ho sostato a Parigi, nel barocco francese del ‘600 di Pierre Le Pautre, continuato con Federico II di Prussia e la sua passione per l’ordine e la disciplina, non dimenticando il romanticismo di Victor Hugo, poi ancora l’imperatore d’Austria Francesco Giuseppe. E tanti altri.
Il tutto curiosando nei loro sentimenti, carpendo i segreti dei loro cuori, ricercando quella coscienza storica che è la base per affrontare sapientemente il presente, quel presente che a volte ci sfugge, che critichiamo e rifiutiamo di analizzare con cognizione di causa.
Pensando alle parole del grande storico Jacques Le Goff: “la storia va compresa, non giudicata“.
E chi conosce la storia, la possiede, chi possiede ha in mano la vita!
È nato: Appunti della storia.

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Indice dell’ebook

Introduzione
Giuseppe da Settignano
Federico da Montefeltro
Tommaso de’ Cavalieri
Carlo V
Pietro da Urbino
Elisabetta I d’Inghilterra
Rodolfo II
Pierre Le Pautre
Federico il Grande
Jean Michel
Victor Hugo
Francesco Giuseppe
Bibliografia

Jul 262008
 

Un altro aspetto che si potrebbe dire conseguenza del Rinascimento – e viceversa – fu l’evoluzione e la perfezione delle armi da guerra, così come delle tecniche di navigazione, quelle tecniche che permisero al nostro Cristoforo Colombo solcare l’oceano Atlantico e approdare a terre sconosciute.

Cannone turco usato a Costantinopoli nel 1453

Cannone turco usato a Costantinopoli nel 1453

Le nuove armi cambiarono il modo di fare guerra, divennero più forti, più robuste, avevano una maggiore gittata e precisione, avevano una potenza di fuoco fino ad allora sconosciuta, la polvere da sparo, d’origine orientale, aveva dato l’avvio a un nuovo guerreggiare. I cannoni, che seguirono alle bombarde, modificarono totalmente, per fare un esempio, le teorie dell’assedio, le città fortificate erano conquistate ora con una certa facilità: pensiamo al grande cannone turco che aprì un varco nelle massicce mura di Costantinopoli e che ne permise la presa, nel 1453, o alla battaglia di Ravenna del 1512, dove l’impiego dell’artiglieria campale diretta da Alfonso I d’Este fu decisivo ai fini della vittoria francese. Cosicché gli eserciti, a partire già dalla seconda metà de XVI secolo, ebbero a loro seguito una certa quantità di cannoni, cannoni la cui produzione in serie vera e propria iniziò intorno il XVIII secolo, con la conseguente necessità di avere personale specializzato nell’uso e nella manutenzione, così come nel trasporto.

La vecchia pesante cavalleria di tradizione feudale, dopo l’invenzione dell’archibugio – menzionato per la prima volta in Italia nel 1522 -, passò quasi in secondo piano, in quanto i loro attacchi erano abilmente fermati da una buona scarica di colpi, per cui il suo uso si destinò principalmente nel rincorrere il nemico in fuga o nell’aggirarlo e prenderlo alle spalle. Sviluppo conseguente fu il moschetto, poi il fucile, i proiettili a mano e via dicendo, tutta una serie di invenzioni e perfezioni che presero, con il passare del tempo, il sopravvento sui vecchi armamenti.

Un interessante libro che ci introduce in quel mondo e che rilessi piacevolmente per l’ennesima volta nel dicembre dello scorso anno è: Vele e cannoni di Carlo M. Cipolla, edito da il Mulino.

Al Cipolla, più che le invenzioni, interessano le conseguenze, quelle conseguenze che daranno vita a progressi e cambiamenti sia nelle città, che nei diversi stati, che, addirittura, nel singolo individuo. Ci parla del miglioramento delle navi, dei cannoni, della corsa agli armamenti. A tal proposito scrive:

E si scatenò una corsa agli armamenti. I cannoni divennero un bene avidamente richiesto, un oggetto di commercio ricercato e ultra pagato, il presente ideale per ottenere favori dai governi locali, il gioiello prezioso di una dote principesca. Non c’è nulla che i cannoni non potessero compare, nella realtà come nella fantasia.

Si modificò il modo di organizzare l’esercito, ciò che prima era un guazzabuglio di assoldati e genti di varie razze, con generiche armi, senza vettovagliamento, senza uniforme, e al comando di semplici capitani e signorotti spesso privi di esperienza, divenne poi – siamo già nel ‘700 – un esercito in piena regola, alle dipendenze dello stato, con omogeneità di armi, divise, etc., un esercito che in tempo di guerra poteva contare anche 350-400.000 uomini. La spesa militare era adesso considerata nel bilancio per la difesa di una nazione.

Nello stesso tempo, le navi, i vascelli, i galeoni, venivano equipaggiati con armi, con cannoni, colubrine di forte portata, talune sembravano fortezze naviganti, potevano trasportare anche centinaia di soldati. Particolare attenzione ebbe l’attrezzatura strumentale, la cartografia, così come la velatura che fu via via perfezionata. La marina divenne parte essenziale e necessaria di quegli stati che desideravano dimostrare la loro influenza, la loro autorità, era la mano che si allungava oltre la terra.

Il libro è di piacevole lettura con una miriade di dettagli, note e curiosità; mi permetto, pertanto, consigliarlo, in particolar modo, a coloro che desiderano indagare la storia anche dal punto di vista dell’evoluzione militare.

Jul 132008
 

Qualche giorno fa, in una riunione fra amici e conoscenti in cui si chiacchierava piacevolmente del mio libro Passeggiando per la storia, dal 1200 al 1800, un ragazzo di circa quindici sedici anni mi domandò il perché del pubblicare ancora oggi su carta stampata, considerato che in internet si trovava di tutto e per di più era gratis.

Giusta domanda, per carità, valutando altresì che lui era nato (nativo digitale) appena prima dell’invenzione e della diffusione in massa di questo splendido sistema di comunicazione. Indubbiamente, fra cinque, dieci, venti anni l’e-book sostituirà il libro cartaceo, le pagine saranno lette comodamente, anche, in rete e non ci sarà bisogno di muoversi da casa per andare a comprare l’ultima fatica del nostro autore preferito. Ma c’è una cosa che l’uomo non può perdere: la facoltà di adoperare i cinque sensi.

Il libro, affermai, è come un giardino, un giardino che va scoperto viale dopo viale, fiore dopo fiore, albero dopo albero. Così come ci ammalia la vista e l’odore di una bella e profumata rosa, così il libro va studiato con gli occhi e annusato col naso; va sfiorato con le mani come si sfiora raccogliendo un bocciolo per portarlo all’amata; va ascoltato nei fogli scritti, così come si ascoltano le parole di una donna; va gustato sfogliando con le dita umide pagina dopo pagina. Eppure ha un dono in più che ci regala, il libro, come del resto un giardino: il piacere di vagare con la fantasia e perdersi nei viali delle parole.

Il giovane annuì, sembrava aver capito che la vita è anche un insieme di atavici innati sensi, che potrebbero cambiare lentamente.