Mar 012015
 

Il percorso storico degli ebrei è un lungo e complesso cammino che si incrocia spesso con la storia dei luoghi in cui sono vissuti. Un percorso impresso nella loro viva memoria, la quale diventa importante e imprescindibile mezzo di trasmissione vuoi orale vuoi scritta. A tal punto che nella Bibbia la parola Zakhar, ovvero “ricordare”, viene ripetuta, nelle varie declinazioni, ben 169 volte (1).

Ebbene, con il proposito di “ricordare”, suggeriamo tre libri che ci introducono nell’argomento in questione, considerando che non è certamente facile dare dei cenni sui seguenti testi, ché gli intrecci della loro storia, le complessità degli argomenti e, non per ultimo, le connessioni con le realtà in cui questi sono vissuti, danno alle seguenti proposte di lettura un carattere articolato e poliedrico, un gioco narrativo che vale la pena leggere e rileggere per meglio entrare e comprendere le molteplici dinamiche.

Simon Schama, La storia degli ebrei. In cerca delle parole. Dalle origini al 1492

Simon Schama, La storia degli ebrei. In cerca delle parole. Dalle origini al 1492, è un resoconto variegato, in cui le “avventure” di un popolo sono “memorie” di resistenza, di nomadismo, di tolleranza-intolleranza, di avversità, di minacce di annientamento, ma anche creatività, forte affermazione della vita, continue sfide. Una diaspora che racconta di persone la cui esperienza si incrocia con la cultura, l’economia, la politica, e non solo di un Paese, ma di uno e più continenti. Un popolo, insomma, che è parte integrante del luogo in cui ha vissuto e vive, un’interazione attiva con gli altri necessaria per la sopravvivenza.

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Anna Foa, Ebrei in Europa. Dalla Peste Nera all'emancipazione. XIV-XIX secolo

La prof. Anna Foa già la conosciamo (»»qua) ed Ebrei in Europa. Dalla Peste Nera all’emancipazione. XIV-XIX secolo è uno dei suoi tanti lavori dedicati al tema, argomento affrontato dal punto di vista dei rapporti fra ebrei e cristiani, una persecuzione che supera i ghetti e va ben oltre il ricostruire la loro millenaria storia, in questo caso solo dei circa sei secoli dell’Età moderna.

“… Spostamenti ed esili caratterizzano e segnano momenti di crisi, come appunto il 1348, ma fanno parte della storia degli ebrei anche in circostanze meno drammatiche…”

Nell’Europa che va dal Trecento all’Ottocento, dunque, ci parla di quei “ricordi” che hanno segnato l’esilio, la dispora, la vita quotidiana nei ghetti e tanto altro ancora. Un testo da tenere sottomano.

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Riccardo Calimani, Storia dell'ebreo errante. Dalla distruzione del tempio di Gerusalemme al Novecento

Riccardo Calimani nel suo Storia dell’ebreo errante. Dalla distruzione del tempio di Gerusalemme al Novecento, si pone varie domande, quali: chi sono gli ebrei e perché sono stati da sempre perseguitati, come è nato nell’immaginario collettivo l’idea dell’ebreo errante, etc. Un libro che ripercorre duemila anni passando per Gesù e il falso messia Shabbetai Zevi, un volume che tenta comprendere la condizione psicologica dei figli di Giacobbe, che tratta altresì delle mille e una contraddizione del mondo cristiano, un mondo in cui hanno vissuto influenzando il suo continuum storico.

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– 1. in Gaspare Armato, Il senso storico del flâneur, Autorinediti, Napoli, 2011, pag. 58.

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Oct 222014
 

La quantità di volumi sulla Rivoluzione industriale del Settecento è di tale mole che proporne solo tre si farebbe cosa poco giusta per quelli non segnalati e che hanno un valore indiscutibile, cosicché, dolente, mi limiterò a proporne tre lasciando idea per futuri approfondimenti.

Eventi, quei fatti del XVIII secolo (»»qua), che hanno segnato l’inizio della nostra era meccanica e tecnologica, un continuum storico che ci porta dalle ricerche scientifiche del Seicento alla macchina a vapore modificata da James Watt, proseguendo con i progressi dell’Ottocento e Novecento, il tutto collegato da un filo conduttore, da quella passione per la ricerca che caratterizza il miglioramento dell’esistenza dell’uomo.

Arnold Toynbee, La rivoluzione industriale

Ebbene, partiamo da un uomo che ha vissuto in pieno l’Ottocento, Arnold Toynbee con il suo La rivoluzione industriale, un testo che ci presenta l’analisi di uno storico economista deceduto all’età di appena 30 anni (1852-1883), un modo per affacciarsi ai profondi cambi che interessarono la società inglese.

L’essenza della rivoluzione industriale è la sostituzione della concorrenza alle norme medievali che in precedenza avevano regolamentato la produzione e la distribuzione della ricchezza… “

scriverà Toynbee.

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Joel Mokyr, Leggere la rivoluzione industriale

Ma che cosa fu realmente la Rivoluzione industriale?

”… fu in primo luogo un’età caratterizzata da una tecnologia di produzione in rapido mutamento alimentata dall’attività tecnologica… ”

ci dice Joel Mokyr ne Leggere la rivoluzione industriale. Libro da tenere sottomano per entrare nelle dinamiche di una realtà che iniziava a mutare cammino, una realtà di cui la storiografia si è occupata in modo ampio e dettagliato, esaminando fattori geografici, creatività, dando peso ai giochi istituzionali, agli aspetti economici e scientifici, fra l’altro.

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Thomas S. Ashton, La rivoluzione industriale 1760-1830

Sebbene datato, il volume di Thomas S. Ashton, La rivoluzione industriale, è uno di quei volumi che permette capire, anche ma non solo, i mutevoli percorsi storiografici avvenuti nel trascorso di questi ultimi due secoli. Un’opera ricca di riferimenti storici che prendendo il via da analisi pre-rivoluzionarie (settore tessile, metallurgico e carbone), passando per le innovazioni tecniche, si occupa del capitale, del lavoro e delle varie conclusioni che se ne possono trarre.

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Dec 222013
 

Non è mai vano sottolineare l’importanza dei cartografi e della cartografia in generale nel trascorso della Storia moderna, cartografi spesso autori ed editori nello stesso tempo. E sebbene almeno fino a metà del XVI sec., nelle mappe venivano inseriti anche dettagli poco concreti, fantasiosi, con il tempo si perfezionarono, grazie anche alle scoperte scientifiche, sempre più con il fine di raffigurare, per quanto possibile, le realtà territoriali del tempo.

Di seguito due libri che mi sembrano validi per avvicinarci a una materia essenziale nello studio dei fatti dell’epoca, per capire che, per un certo periodo di tempo, le mappe servivano anche come propaganda, per esaltare gesta e conquiste di un re imperatore principe papa, mappe dunque anche a carattere sociale politico, oltre che geografico. E ogni mappa talvolta avrà una storia tutta sua, magari legata alla leggenda, ai racconti dei marinai, dei naviganti, degli esploratori, avrà, per dirla con Attilio Brilli, “del romanzesco” (1).

David Buisseret, I nuovi mondi 

David Buisseret, con I mondi nuovi. La Cartografia nell’Europa moderna, ci immerge letteralmente nelle rappresentazioni territoriali dell’epoca, un’epoca in piena trasformazione politica e geografica, piena di scoperte. Partendo dall’influenza della Grecia e di Roma, per continuare con il Medioevo, approfondisce determinati aspetti dell’Età moderna. Un continuum che serve a capire le trasformazioni avvenute e l’influenza che la cartografia ha avuto nel trascorso della storia, una cartografia utile, fra l’altro, per controllare possedimenti oltremare e preparare battaglie.

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Juergen Schulz, La cartografia fra scienza e arte 

Juergen Schultz, La cartografia tra scienza e arte. Carte e cartografi nel Rinascimento italiano.
Premettendo che “È scorretto attendersi da una mappa assoluta attendibilità e precisione, perché alla fin fine il proposito di un cartografo, anche del più moderno, non è mai quello di registrare la nuda verità”, il libro inizia analizzando la famosa veduta di Jacopo de’ Barbari, fino a parlare di Cristoforo Sorte e del Palazzo Ducale di Venezia, per concludere con le belle rappresentazioni murali cartografiche nell’Italia del Rinascimento. Un libro che, scrivendo di carte e cartografi, ci porta in un aspetto del Rinascimento italiano poco conosciuto.

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– Attilio Brilli, Dove finiscono le mappe. Storie di esplorazione e di conquiste, il Mulino, Bologna 2012, Kindle pos. 3636.

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Jan 012011
 
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Tutto accadde una quindicina di anni fa, forse più.
Accadde in Sudamerica.
Accadde a San Gil.
Camminavo per il Parque Gallineral, nel municipio della piccola San Gil, a pochi chilometri da Bucaramanga, nel dipartimento di Santander. La mia vista era completamente inebriata dai vivaci colori dei fiori, il mio udito si deliziava con il canto degli uccelli, le mie mani sfioravano ogni possibile elemento storico, il mio palato deliziato da un succo di mango, il mio olfatto rallegrato da profumi esotici a me oramai noti. L’estasi era completa!
Camminano, dicevo, quando una donna mi ferma, insistendo leggermi la mano. “Sarai un viaggiatore. Diverso. Abiterai i luoghi. Tu e loro sarete uno”.
Ahimè, e non aveva torto, giacché parte di quell’esperienza era già in me, e parte doveva accadere – e accadde – e parte, sono sicuro, accadrà.
Ma cosa c’entra questo con il libro che ho scritto non lo so, ma c’entra, e forse tanto, forse perché nelle pagine che scriviamo c’è talvolta una parte della nostra vita, del nostro essere. Dopotutto, il nostro carattere, volenti o dolenti, si palesa in qualsiasi cosa facciamo, sia anche una analisi storica.
Ed eccoci al punto: la Storia, l’indagine, l’essere flâneur, il bighellonare alla ricerca del passato. Proprio da quel giorno, o poco dopo, mi venne in mente abbozzare un piccolo saggio che parlasse dell’ozioso affaccendato, e del suo spiccato senso storico che coltiva internamente e che è alla base di una buona investigazione. Ma la disponibilità di tempo, lo sappiamo bene, non sempre ci viene incontro, e allora quell’idea la lasciai in un cassetto insieme ad alcuni appunti, che mi seguirono nel mio peregrinare.
Poi, nel gennaio 2010, presi coraggio, aprii la vecchia cartella ancora legata con un elastico annodato più volte e mi misi all’opera: era giunto il tempo.
Lascio di seguito qualche stralcio dell’Introduzione, piccole parti per illustrare il mio lavoro.

Chi più di colui che ha presenziato un evento, può meglio descriverlo? Chi più di colui che ha passeggiato in una metropoli, può meglio carpirne le dinamiche? Chi più di colui che ha sorseggiato la linfa della Vita, può meglio compartire le esperienze? Il flâneur, il “pedone attento”, l’ozioso affaccendato: ecco colui che racchiude in sé stesso teoria e pratica, nel proprio modus vivendi, nelle proprie azioni. Teoria e pratica, due aspetti della stessa medaglia, due lati che per crescere hanno bisogno l’uno dell’altro, una simbiosi che si sviluppa di comune accordo, un tacito reciproco amore che cinge la Vita. Ma la Vita esiste solo se ha un passato, una memoria da tramandare e raccontare, un ricordo che impregna il presente più del passato, una serie di passioni con una propria dimensione esistenziale.
A questo punto entra nel ballo lo storico, quel peculiare storico che ha la capacità di sommare studi teorici a studi pratici per avere un quadro quanto più completo e veritiero degli avvenimenti. Da qui l’essenzialità della flânerie, del vagabondare ozioso, dell’istintiva ricerca, spesso serendipitosa, che porta alla scoperta di particolari, dettagli, sfumature, tracce, sfuggite ai libri, ai documenti, all’indagine archivistica, alle carte scritte insomma. Lo storico flâneur acquista e conquista così quella sostanzialità spesso sottovalutata, ridicolizzata, talvolta discussa in modo poco serio”.
[…]
Lo storico flâneur è, oggi più che mai, un professionista indispensabile per comprendere da dove veniamo e dove andiamo, un professionista che deve essere capace di tramandare ai posteri la verità dei labirinti del passato. Non vuole dare risposte, non vuole dare certezze, desidera solo porsi delle domande, invitare a conoscere, desidera compartire il suo sapere.
[…]
Sono partito da Baudelaire, con qualche riferimento a Louis Sébastien Mercier, ho certamente accennato a Benjamin, a Poe, a Whitman, a Walser, passando attraverso Apollinaire, Calvino e Pasolini, alcuni di coloro che per assaporare la Vita avevano bisogno di far flanella, alcuni di coloro che possedevano uno spiccato senso storico. Non di meno erano i pittori, van Gogh, Pissarro, Monet, indi Guttuso, Antonio Saura, più vicini a noi, nomi familiari che hanno visto e rappresentato quotidianità e problematiche che si sono tramandate grazie alle loro impressioni. Ho continuato con una piccola serie di storici che hanno toccato con mano gli eventi e spesso, come Bloch, vissuti sulla propria pelle. Ché la storia non è un corpo morto, una materia immobile, no, niente affatto, la storia è una entità viva di cui noi, esseri umani, facciamo parte, ne siamo frutto, ne siamo, nel bene e nel male, espressione. E lo storico lo sa, è cosciente che un castello, che una chiesa, che una piazza, che un dammuso pantesco o un trullo di Alberobello, che un terreno recintato da muri di pietra è storia, che uno sciopero o un grido di dolore è storia, che il tempo che passa, che le generazioni che si susseguono è storia: che la Vita intera nelle varie sfaccettature dell’essere umano è Storia. Frammenti, intermittenze, tasselli di un mosaico che ha bisogno di configurarsi poco a poco, dipendenze e interdipendenze che giocano a incastro nell’immaginazione di una realtà viva più che mai.
Bisogna essere coscienti che, malgrado tutti gli sforzi possibili e immaginabili e per quanto uno storico debba essere ex-partis con una descrizione oggettiva, è veramente difficile non lasciarsi prendere dai sentimenti che accompagnano una scoperta, un ritrovamento, una meta raggiunta. Dopotutto, non dimentichiamolo mai, siamo esseri umani con un cuore che palpita e che vive grazie alla Vita che è in noi.

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Indice dell’ebook

Introduzione

I. Quando il flâneur è un ozioso affaccendato
I.1 Baudelaire, Parigi e il flâneur
I.2 Passeggiando con Edgar Allan Poe e Walt Whitman, incontrando Walter Benjamin
I.3 La città, la solitudine, l’ozio affaccendato
I.4. Bighellonando con Conrad, Walser, Apollinaire e Saura
I.5 L’ebreo errante come flâneur
I.6 Far flanella nel presente

II. Quando lo storico scende per strada
II.1 Lo storico, un flâneur – 1ª parte
II.2 Lo storico, un flâneur – 2ª parte

III. Pedinando uno storico flâneur a Pistoia
III.1 Lo vidi
III.2 Lo persi
III.3 Lo rividi
III.4 Caddi

Bibliografia
Indice

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Nov 232010
 

Lunga, pietrosa, curva, sostanzialmente dinamica, fu la strada dello sviluppo della stampa a caratteri mobili gutenberghiani, attraversando periodi di crisi economiche e sociali, guerre e calamità naturali, percorrendo una via prima di allora sconosciuta.

Ma che influenza ebbero i caratteri mobili? Si può parlare di una maggiore diffusione della cultura? I cartolai che ruolo svolsero nel passaggio fra manoscritto e incunabolo?

Approfondiamo l’argomento con questo e.book.

Il libro, l’incunabolo del XV sec. L’invenzione che ha accelerato il mondo

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Jun 272010
 

Louis Sébastien Mercier

Louis Sébastien Mercier, nato a Parigi nel 1740 e ivi morto nel 1814, fu un prolifico scrittore francese del XVIII secolo, secolo pieno di avvenimenti, di cambiamenti sociali, economici e politici, basta solo ricordare la Rivoluzione francese del 1789.

Se desideriamo approfondire come si presentava e come si viveva nella capitale francese in quegli anni, non c’è di meglio che leggere con attenzione i suoi dodici volumi: Le tableau de Paris, un testo dedicato proprio alla capitale, città piena di vitalità e vigore, che avrebbe portato le idee illuministe a diffondersi in Europa.

Potremmo, fra l’altro, considerare Mercier come lo scrittore che ha elevato l’arte della flânerie a dignità di conoscenza estetica, e il flâneur a personaggio da cui attingere preziose informazioni e insegnamenti. Scrive nell’XI volume in Mes jambes:

“Ho corso tanto per comporre il mio Tableau de Paris che posso dire di averlo fatto con le mie gambe; in tal modo, ho imparato a camminare con agilità, rapidità e prontezza sull’acciottolato della capitale. É un segreto che bisogna conoscere se si vuole vedere tutto”.

Mercier ci descrive, a volte con distacco a volte meno, ciò che incontra nel suo girovagare, dalle piazze ai boulevard, dalla Bastiglia ai macelli ai mercati generali, dagli ospedali ai caffè, dai trova-tutto agli straccivendoli, e via dicendo, dettagli e caratteri di un popolo che visse un’epoca tumultuosa; insomma pagine che scoprono il vero volto della capitale francese, pagine da leggere e rileggere.

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– Louis Sébastien Mercier, Le tableau de Paris, Editions La Découverte, 2007.
– Louis Sébastien Mercier, Parigi fantasma, Medusa ed., 2008.

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Jun 022010
 
Andrea Mantegna, Camera Picta, 1462-1475

Andrea Mantegna, Camera Picta, 1462-1475

Una delle fonti di ricerca dello storico sono le lettere, corrispondenza di tutti i generi e tutti i tipi che gli permettono scoprire talvolta anche la personalità più intima dello scrivente.

Con l’espandersi dei commerci internazionali intorno alla fine del ‘300 e principi del ‘400, con la scoperta dell’America nel 1492 e le successive indagini geografiche, con i più frequenti rapporti diplomatici che si iniziarono a tenere con l’Oriente, con le nuove colonie oltreoceano, ma anche con i vari paesi dello stesso Mediterraneo, le lettere costituirono un valido supporto alla trattazione, allo scambio di idee, alla comunicazione. E il Cinquecento fu forse il punto di partenza di uno sviluppo che durò almeno sino ai primi del Novecento, sino a quando l’e.mail ha cominciato a soppiantare la penna e la carta scritta.

Vermeer, Donna che legge una lettera davanti alla finestra, 1657

Vermeer, Donna che legge una lettera davanti alla finestra, 1657

Dicevamo dei rapporti diplomatici, degli ambasciatori che scrivevano al sovrano, al principe, al duca, o i reali fra loro stessi: basta citare come esempio il noto affresco del Mantegna la Camera Picta (1462-1475) in cui il marchese Ludovico Gonzaga riceve una lettera e sembra leggerla, o almeno aprirla, davanti i suoi familiari. Ma non è la sola raffigurazione. In Olanda Vermeer ritrae (1657) una giovane intenta a leggere privatamente una missiva, in un luogo privato e fuori dallo sguardo altrui. Due luoghi diversi d’Europa, due epoche diverse, due aspetti diversi politicamente.

La corrispondenza poteva essere perfino fra donne, magari un po’ colte, magari nobili, o anche suore che desideravano invogliare qualcuno alla spiritualità e alla preghiera o dare consigli su un determinato problema o matrimonio, così come i gesuiti inviavano notizie al Generale della Compagnia. Potremmo considerare il carteggio un tratto distintivo, uno status, un elemento che segnalava l’appartenenza a uno specifico stato sociale.

Per non dimenticare la corrispondenza fra mercanti che trattavano affari fuori dai confini del proprio stato o banchieri che possedevano filiali in altre parti d’Italia o Europa, viene alla mente la famiglia de’ Medici che aveva case di cambio fino in Olanda e i cui rappresentanti tenevano aggiornati i responsabili periodicamente.

Ed ancora: gli scambi di idee fra intellettuali, noto ci è quello di Erasmo da Rotterdam, che avvenivano agilmente proprio tramite le lettere. Se certe notizie potevano essere d’interesse pubblico, immediatamente scattava il copia-incolla, cioè il riprendere quelle parti interessanti e riscriverle nelle proprie affinché il fatto, la curiosità avesse modo di viaggiare altrove.

E fu tale lo sviluppo che intorno al 1530, grazie alla diffusione dei torchi gutenberghiani, si iniziarono le pubblicazioni epistolari, raccolte di lettere, spesso di diverse persone sullo stesso argomento, che incontrarono ben presto il favore del pubblico.

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May 192010
 

Nella storia d’Europa, gli ebrei hanno avuto un ruolo spesso determinante, grazie alle loro invenzioni, al loro spirito imprenditoriale, ai movimenti dei loro capitali, così come ai flussi migratori a cui sono stati sottoposti. Ebrei che, malgrado il confinamento in ghetti e quartieri recintati, malgrado perseguitati e scacciati dai più disparati sovrani, hanno influito nelle decisioni politiche e sociali durante l’epoca da noi trattata in questo blog, l’epoca moderna. Basti pensare ai capitali dei Fugger e dei Welser, banchieri che hanno aiutato l’elezione di Carlo V, o a quei denari che fecero possibile la spedizione di Colombo, insomma, grazie a loro, sicuramente, fatti e misfatti seguirono il corso storico che ben conosciamo, grazie alla loro partecipazione attiva e passiva è stato possibile lo sviluppo economico, sociale e politico dell’Europa in cui viviamo.

Premesso tutto ciò, desidero segnalare un eccellente libro di uno studioso ebreo che molti conoscono per il caso editoriale Pasque di sangue. Stavolta Ariel Toaff ci presenta uno scorcio d’Europa poco trattato tramite il suo Il prestigiatore di Dio, un interessante volume per assaporare la storia da un diverso punto di vista.

In una ricercata e dettagliata sequenza di pagine, l’autore ci regala il racconto di alcuni personaggi ebrei che praticavano l’alchimia, materia in voga in quei secoli e da quasi tutti i sovrani coccolata. Personaggi come Abramo Colorni, nato a Mantova nel 1544 da un’agiata famiglia ed entrato ben presto nelle grazie dei Gonzaga, corte rinascimentale per eccellenza in quell’epoca di risveglio umano. La sua abilità di alchimista, inventore, mago, prestigiatore, ingegnere bellico e via dicendo, lo porterà a vivere addirittura nel palazzo di Rodolfo II, imperatore del Sacro romano impero, dedito al collezionismo e attratto dall’arte alchimica. Ricca corte dove soggiornavano fra gli altri Arcimboldo, Tycho Brahe, John Dee, artisti, pittori, letterati, spagirici, gente di un certo livello culturale e intellettuale che movimenteranno la Praga di quegli anni, che daranno vita alla Scuola rudolfina.

Il vecchio rabbino, Rembrandt, 1643

Il vecchio rabbino, Rembrandt, 1643

Colorni sarà tanto famoso che Tommaso Garzoni, che ricordiamo essere l’autore della Piazza universale di tutte le professioni del mondo, una specie della futura Encyclopédie di Diderot e d’Alembert, gli dedicherà un sonetto e lo inserirà nel suo voluminoso trattato.
Fra le diverse opere scritte da Abramo citiamo la Nova Chirofisionomia, dove si intrattiene sulla descrizione delle linee della mano, linee del destino, linee del carattere e del futuro già scritto, inventandosi finanche il chirometro, uno strumento per misurare le linee della mano.

Accanto a lui primeggia la figura di Maggino Gabrielli, ebreo veneziano che si diceva, anche ma non solo, esperto nel modo di far fruttare maggiormente i bachi da seta, prodotto principale dell’economia italiana del XVI secolo. Tanto principale che anche il nostro Colorni se ne interesserà e rivaleggerà, in un certo qual modo, con Maggino.

Colorni incontrerà in terra straniera il suo rivale, un certo “il Rosso”, come lui lo chiamava, un uomo che, forse, lo avvelenerà quando il nostro personaggio fuggirà da Stoccarda, dalle carceri del duca di Württemberg Federico, raggiungendolo addirittura nella sua Mantova.
Scrive Toaff:

«Ma è un fatto che, dopo la sua partenza, “l’ingegnero mantuano” si metteva a letto con una febbre violenta, che lo avrebbe accompagnato fino alla prematura morte, avvenuta agli inizi del successivo mese di novembre. […] La lunga agonia, accompagnata da febbre alta, rende del tutto plausibile l’ipotesi che fosse stato avvelenato con una dose letale ma non fulminante di tossico, forse arsenico

Moriva all’età di circa 55 anni, un personaggio unico nel palcoscenico dell’alchimia europea, un uomo conteso dalle signorie di mezza Europa.
Il libro è da leggere e rileggere, giacché presenta particolari della nostra storia che spesso sfuggono o sono poco trattati, recuperando fatti e misfatti lasciati nel dimenticatoio e necessari a capire l’insieme di un periodo.

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– Ariel Toaff, Il prestigiatore di Dio. Avventure e miracoli di un alchimista ebreo nelle corti del Rinascimento, Rizzoli, 2010.

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Jan 032010
 

“La ricerca storica è per me uno spazio di gioia e di passione intellettuale. Provo sempre un brivido prima di entrare in un archivio o in una biblioteca: cosa troverò? Leggendo i registri della sua piantagione, finirò per trovare la schiava che sto cercando? Troverò la firma da lei lasciata per ragioni sue e da me accolta come segno della verità della sua esistenza e del fatto che sapesse scrivere, come sosteneva il suo amante? Che fortuna aver potuto leggere tante storie interessanti, alcune divertenti, altre da far gelare il sangue, alcune sorprendenti altre familiari.”(1)

Natalie Zemon Davis

Queste parole accennano al carattere più intimo della storica americana Natalie Zemon Davis, forse una storica sui generis, più umana a quanto siamo abituati, una storica che ha un diverso approccio con i fatti e uno stile particolare tutto suo. Nata a Detroit nel 1928 da una famiglia ebrea, si occupa principalmente di Storia moderna, con un occhio verso la Francia del XVI secolo, verso aspetti sociali, antropologici e culturali.

Zemon ha la peculiarità di penetrare i caratteri più intimi dei personaggi che studia, gente a volte umile e poco conosciuta come, ad esempio, gli stampatori lionesi del XVI secolo, riuscendo a scavare nel loro profondo, nella loro anima, sebbene certe volte lavori d’istinto, e allora lo sottolinea quando inizia un discorso con “io” o “forse” o “può aver pensato”. Per lei la Storia è passione, anche, per i particolari, è gioia di leggere un documento che “parla” ancora dopo secoli, è dubbio sempre presente, è costante ricerca pur dopo aver terminato un lavoro, sempre pronta e stimolata per una nuova sfida.
Dice:

“A volte sento le mie ricerche come un dono, un dono che mi giunge dalle persone del passato e da altri storici, vivi e morti. Questo mi impone l’obbligo di raccontare le loro vite e i loro mondi nel quadro dell’esercizio della responsabilità, e di narrarli non come loro li avrebbero narrati, ma prestando attenzione ai loro racconti e alle loro istanze.”(2)

La sua forza motrice è la curiosità, la volontà di indagare quegli aspetti che spesso e volentieri si presentano ardui e difficili da concludere. Ma la Zemon va avanti, non si ferma, e se proprio deve, lascia decantare, aspetta, dopotutto afferma che bisogna accostarsi al passato con molta umiltà, non pensare troppo presto di avere le capacità di comprenderlo e assimilarlo.

Il suo vuole essere un dialogo con i lettori, i suoi libri, da Il ritorno di Martin Guerre – Un caso di doppia identità nella Francia del Cinquecento a Donne ai margini – Tre vite del XVII secolo, da Il dono – Vita familiare e relazioni pubbliche nella Francia del Cinquecento a La doppia vita di Leone l’Africano, e via dicendo, sono inviti a riflettere, a indagare, a osservare oltre.

Le fonti storiche per la Zemon, sia quelle dirette che indirette, non sono una prigione dentro la quale marcire e restare a vita, sono invece come un filo di Arianna, un filo quasi magico che porta all’uscita, alla scoperta, sono i mezzi che “mettono in moto la mia riflessione e la mia immaginazione, io rimango in dialogo con loro – e amo questa relazione con il passato: essa è al cuore della mia vocazione.” E allora rimane uno spazio libero per la speculazione, quella possibilità che conduce, grazie all’istinto e alla professionalità, a immaginare che forse Rabelais abbia sentito parlare di al-Hasan al-Wazzan (Leone l’Africano) e addirittura abbia consultato uno dei due manoscritti che circolavano – Descrizione dell’Africa -, quando si trovava in Italia, o tentare di dare un finale alla vita dell’africano, di cui si conosce ben poco dei suoi ultimi anni. Prova così, lo storico Zemon, con la creatività partendo però da dati sicuri, dando allo studioso la parte della ricerca sia di un modo per spiegare le scelte, sia di un modo per narrarle.
La Storia deve andare oltre i confini nazionali, deve scavalcare le frontiere patrie per

“… tentare un “salto di coscienza” europea o americana, di compiere uno sforzo per porre domande in un’ottica eccentrica. Dovremmo scrivere la storia degli uni in rapporto agli altri: vale a dire che agli storici europei e americani non compete solo di scrivere la propria storia o quella degli altri, di allargare gli orizzonti lavorando sulla storia degli Indiani o degli Africani, ma anche di cercare di immaginare la storia attraverso le modalità per mezzo delle quali gli Indiani e gli Africani potrebbero volerla scrivere.” (3)

Da qui nasce forse il non volersi considerare una “storica dell’Europa”.
Nella sua visione dei fatti, hanno avuto una certa influenza le sue radici ebraiche e le iniziali convinzioni socialiste marxiste che, addirittura, hanno indotto il governo americano a toglierle per diversi anni il passaporto, costringendola a interrompere le sue ricerche a Lione, in Francia. Anni pieni di esperienza, gli anni ’60, in cui l’ombra del comunismo sovietico sembrava aggirarsi per le strade dell’America, sono quelli che la Zemon percepisce. Addirittura il marito, Davis Chandler, accusato di andare contro gli ideali democratici, fu arrestato e tenuto in carcere per 5 mesi. Lei non si abbatte, non è sola, ha “la presenza della storia e delle persone che studiavo.”

Poi la riflessione che il socialismo non era una panacea, che il regime staliniano aveva commesso delle atrocità, e un conseguente ridimensionamento delle sue idee politiche in cui “il senso del particolare” può essere messo in relazione con “il senso della condivisione”.

I primi tempi del mestiere di storica furono pieni di accadimenti, in cui ogni scoperta, ogni lavoro veniva fatto circolare con il ciclostile, tramite posta, tanta era la sua passione. Passione specialmente per la storia delle donne che la induce a indagare in particolar modo gli eventi del XVI secolo, secolo pieno di dubbi, di rivolte, secolo in cui il contrasto e la tensione sembrano essere due caratteristiche dominanti, elementi, questi, che non è possibile analizzare se si trascurano le posizioni delle donne nella produzione, nella distribuzione, nel consumo di oggetti e servizi, nella famiglia, nella religione. Ruolo femminile tanto importante spesso sottovalutato.

*****

1. Natalie Zemon Davis, La passione della storia, Viella, Roma, 2007, pag. 174.
2. Cit. pag. 174.
3. Cit. pag. 78.

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Piccola bibliografia:

– Natalie Zemon Davis, La doppia vita di Leone l’Africano, Laterza, 2008.
– Natalie Zemon Davis, La passione della storia. Un dialogo con Denis Crouzet, Viella, 2007.

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Dec 142009
 

La maggior parte degli uomini di oggi non sono tanto atei
o non credenti, quanto increduli. Ma colui che è incredulo
non è fuori dalla sfera della religione. […] Lo stato
d’animo di chi non appartiene più alla sfera del religioso non è
l’incredulità, ma l’indifferenza, il non sapere che
farsene di queste domande. Ma l’indifferenza
è veramente la morte dell’uomo.

(Norberto Bobbio)

Si pensa usualmente che nel Medioevo, ma anche nell’età Moderna, la gente credesse ciecamente ai dettami della religione cattolica, quasi fosse fede indiscussa. Eppure non era così, non tutti si adattavano tacitamente a ciò che preti, prelati, uomini della Chiesa andavano predicando. Tutto ciò si evince in un interessante libro di Paolo Golinelli che invito a leggere, Il medioevo degli increduli, di cui riporto un piccolo brano, un brano che mi è parso significativo anche per certe vicende attuali.

«Al popolo si predicava in volgare (sin dall’età carolingia), “con motti e ischede”, usando exempla e mimando i contenuti, mescolando i linguaggi per tener viva l’attenzione e attirare il pubblico, un pubblico sempre più attratto, più che dal pulpito, dalla piazza, ove istrioni, giocolieri, ciarlatani intrattenevano le persone allontanandole dalle chiese. “I nobili e borghesi – osservava verso la fine del Quattrocento il domenicano Valeriano da Soncino nel suo Quaresimale -, quando dovrebbero andare ad ascoltare la parola di Dio, se ne stanno a passeggiare nella piazza, e chi parla di affari, chi del Turco, chi dei Francesi, chi dei Veneti […]. E proprio coloro che dovrebbero essere i primi a portare il buon esempio, fanno tutto il contrario […] poiché il popolino e questi bottegai preferiscono passare la mattina in negozio e vendere la loro mercanzia per guadagnare un soldo (ovvero un bolendino) che andare ad ascoltare la predica e guadagnare la salvezza della loro anima”, e racconta di un predicatore dell’Ordine degli Eremitani che voleva predicare a Casteggio, in diocesi di Pavia, e il parroco lo avvertì che i rustici, appena lo avessero visto salire sul pulpito, se ne sarebbero fuggiti come asini bastonati. A quel punto, per trattenere l’uditorio, il predicatore la sparò grossa: disse che il mondo sarebbe finito di lì a 15 giorni. A credergli fu solo un giovane sempliciotto (“de quelli de sancto Simpliciano, che aveva poco senno”), che non volendo lasciare il maiale ai lupi e l’altro ben di Dio, lo uccise e mangiò e bevve per tutto il tempo, e la sera del quindicesimo giorno si ubriacò convinto che il mondo stesse per finire, giacché tutto traballava e gli sembrava che la casa cadesse, e dormì sino alle 22 del giorno dopo, quando svegliatosi scoprì “che la fine del mondo era stata nel porco”.» (1)

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(1) P. Golinelli, Il medioevo degli increduli. Miscredenti, beffatori e anticlericali, Mursia, 2009, pgg. 178, 179.

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