Jan 292015
 

di Ivana Palomba

« … e veggendo la caccia,
letizia presi a tutte altre dispari,
tanto ch’io volsi in sù l’ardita faccia,
gridando a Dio: “Ormai più non ti temo!”
come fé il merlo per poca bonaccia…»

(Sapia senese in Dante, Purgatorio, XIII, 119–123)
 

Turdus merula, merlo

Turdus merula, merlo

Ci stiamo avvicinando ai tre giorni di fine gennaio che da tempo immemorabile sono detti della merla e che dovrebbero essere caratterizzati da freddo polare.

Il “Turdus merula” è un uccello che non migra, rimanendo nel nostro paese per tutto l’inverno, anticipando col suo canto le avvisaglie della primavera. Molte sono le storie legate al modo di dire: i giorni della merla.

Già la citazione dantesca ricorda la leggenda del merlo che credendo passato l’inverno disse al padrone: “or non ti curo domine“, e se ne volò via. Il linguista e storico Tiraboschi (1838-1883) nella sua raccolta di proverbi bergamaschi racconta del tempo in cui i merli erano di colore bianco:

“… si ebbe un gennaio mitissimo; si era alla fine del mese e già si presentivano gli zefiri primaverili. Una merla audace scherzando si fece beffa del mese: Gennaio, mio bel Gennaio, te ne incaco, poiché il mio merlotto è già sicuro. Gennaio indispettito le rispose: Uno ce l’ho e due li prenderò ad imprestito; bianca eri, nera ti farò. Non fu minaccia vana: in quei tre giorni il freddo fu così rigido che la merla dovette cercare rifugio in un camino da dove uscì nera”. (1)

Leggenda ripresa anche dal bresciano Gabriele Rosa (1812-1897). Altre leggende raccontano che nel periodo del 29-30-31 gennaio l’inverno fu così rigido che le acque dei fiumi gelarono, ciò non impedì a un giovanotto di attraversar l’Adda per andare a sposarsi. Ma se all’andata tutto andò bene non lo fu altrettanto al ritorno con la sposina, per cui la lastra di gelo, attraversata per raggiungere la nuova casa, si ruppe facendo annegare la neo-sposa di nome Merla.

Tralasciando le leggende, sembra che il modo di dire abbia origine da una vicenda bellica. Già Sebastiano Pauli nel suo “Modi di dire toscani ricercati nella loro origine” (1740), accennava ad un’origine storica del detto ed il canonico Antonio Barili nel suo “Notizie storico-patrie di Casalmaggiore” confermava tale ipotesi.

Dunque secondo Pauli:

«”I giorni della Merla” in significazione di giorni freddissimi. L’origine del quel dettato dicon esser questo: dovendosi far passare oltre Po un Cannone di prima portata, nomato la Merla, s’aspettò l’occasione di questi giorni: ne’ quali, essendo il Fiume tutto gelato, poté quella macchina esser tratta sopra di quello, che sostenendola diè il comodo di farla giugnere all’altra riva”. (2)

E secondo Barili:

La quarta congelazione del Po accadde nell’anno 1510, su cui passò l’Esercito Francese con tutta la pesante guerresca artiglieria, (tra la quale eravi il lungo e grosso pezzo di cannone denominato La Merla, donde si è propagato il proverbio La Merla ha passato il Po, che si suol dire per lo più nel mancare il fiore dell’esser suo di chicchessia; v. g. la bellezza della donna, e simili, per l’età avanzata; e da cui eziandio si chiamano gli ultimi giorni annuali del mese di Gennajo Giorni della Merla, alludendo al rigidissimo freddo glaciale, che si fe’ sentire nell’epoca indicata), perlochè gli abitanti di Casalmaggiore astretti furono a trasferire a Colorno i necessarj grani, per farli colà macinare ne’ mulini da terra ivi esistenti, con notabile gravissimo dispendio”. (3)

L’anno indicato da Barili indica un periodo ben preciso caratterizzato dagli sviluppi seguiti alla Lega di Cambrai che nel 1508 aveva visto coalizzarsi molte potenze italiane ed europee contro la Serenissima.

Per comprendere appieno tali eventi c’è da considerare che l’inizio del Cinquecento rappresenta per la nostra patria uno dei momenti cruciali della sua storia: l’inizio di quelle “guerre horrende” (come ebbe a definirle Guicciardini), che videro anche l’inizio del dominio peninsulare delle grandi monarchie europee.

La Serenissima aveva esteso la propria influenza in Italia approfittando dei vari conflitti esistenti nella penisola. La sua crescente potenza aveva destato una forte preoccupazione sia negli altri stati italiani che nelle potenze straniere presenti sul nostro suolo, ma soprattutto in papa Giulio II, appena asceso al soglio pontificio. Tutti avevano un motivo di astio o rivalsa nei confronti della Serenissima: Luigi XII, re di Francia, mirava alle città lombarde della repubblica marciana; Massimiliano I d’Asburgo rivendicava come possedimenti dell’impero il Veneto, l’Istria e il Friuli; Ferdinando II d’Aragona sollecitava i porti pugliesi; il Ducato di Ferrara ambiva al Polesine; quello di Mantova ad Asola; quello di Savoia guardava a Cipro e Firenze mal digeriva l’appoggio veneziano alla ribelle Pisa. Per tutte queste ragioni nel dicembre del 1508 fu stipulata la Lega di Cambrai alla quale aderirono Giulio II, Luigi XII di Francia, Massimiliano I, la Spagna e i ducati di Mantova, Ferrara e Urbino.

Le guerre, con alternanze di fronti e schieramenti, proseguirono fino al 1516, dalle quali Venezia uscì molto ridimensionata iniziando il suo lento declino.

Ma tornando al nostro detto è molto probabile una sua origine storica tanto più che non era affatto raro affibbiare curiosi nomignoli ai cannoni come si può evincere dal suddetto testo:

A questi pezzi mostruosi convenivano mostruosi o strani nomi: la Vipera, il Liofante, la Liona, il Bufalo, il Diluvio, la Rovina, il Non-più-parole, il Grandiavolo, il Terremoto ecc. Talvolta, oltre il nome strano, aveano figure stravaganti.” (4)

Che dire allora, attendiamo tremanti i giorni della merla!

©Ivana Palomba

*****

- 1. Antonio Tiraboschi, Raccolta di proverbi bergamaschi, Tip. F.lli Bolis, Bergamo,1875, pag. 98.
– 2. Sebastiano Pauli, Modi di dire toscani ricercati nella loro origine, Venezia, appresso Simone Occhi, MDCCXL, p. 341.
– 3. Antonio Barili, Notizie storico-patrie di Casalmaggiore, dalla stamperia imperiale, 1812, pag. 26.
– 4. Giovanni de Castro, Storia di un cannone. Notizie sulle armi da fuoco, 1866, pag. 33.

*****

Bibliografia:
– Antonio Tiraboschi, Raccolta di proverbi bergamaschi, Tip. F.lli Bolis, Bergamo, 1875.
– Sebastiano Pauli, Modi di dire toscani ricercati nella loro origine, Venezia, appresso Simone Occhi MDCCXL, 1740.
Notizie storico-patrie di Casalmaggiore scritte dal canonico Antonio Barili dottore di S. T., dalla stamperia imperiale, 1812.
– Giovanni de Castro, Storia di un cannone. Notizie sulle armi da fuoco, 1866.

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Pin on PinterestEmail this to someone
Dec 012014
 
Vino Marsala  (da wikipedia)

Vino Marsala (da wikipedia)

di Ivana Palomba

Il Marsala, questo vino siciliano, dolce e forte come la terra da cui origina, che esprime la macchia mediterranea, la salinità del mare, gli agrumi, le erbe officinali ha avuto un ruolo fondamentale, anche se indiretto, nello sbarco dei Mille in Sicilia.

Correva l’anno 1860, l’11 di un maggio gravido di eventi di portata nazionale. Il mitico eroe dei due mondi era partito da Quarto, a bordo dei piroscafi Piemonte e Lombardo, con le sue “camicie rosse” alla volta della Sicilia. In un primo momento lo sbarco doveva avvenire a Castellamare del Golfo o Porto Palo, ma Garibaldi (1807-1882) era stato dissuaso dall’amico ed ex ufficiale borbonico Salvatore Castiglia (1819-1895) a causa dei bassi fondali che avrebbero provocato l’arenamento delle navi.

Si era diretto quindi verso Marsala, dove alla fonda nel porto vi erano due navi inglesi: Argus e Intrepid, intente al carico di vino dai magazzini vinicoli Woodhouse e Ingham. Garibaldi sfruttò l’occasione e mettendosi fra i legni inglesi e la costa fece sbarcare i suoi uomini.

Intanto erano arrivate, anche se in ritardo, le navi borboniche: lo Stromboli, la Partenope ed il Capri, ma il fuoco nemico fu ritardato per le insistenze di Richard Brown Cossins, vice console inglese a Marsala e direttore degli stabilimenti vinicoli Ingham, che ammonì Guglielmo Acton, comandante della corvetta Stromboli, sostenendo che lo avrebbe ritenuto responsabile se il cannoneggiamento avesse danneggiato le vicine proprietà vinicole inglesi.

Ciò diede ampio respiro al generale Garibaldi facilitando il completamento dello sbarco dei garibaldini, e l’Italia fu unificata.

La fama del Marsala nasce invece per merito degli inglesi nel 1773.

John Woodhouse, un commerciante inglese diretto a Mazara del Vallo per un carico di cenere di soda, fu costretto da una tempesta a rifugiarsi col suo brigantino nel porto di Marsala.

La Sicilia era luogo di commercio assai frequentato dagli inglesi che vi acquistavano tonno, sale, miele, olio e alcuni materiali minerali. Woodhouse a Marsala assaggiò il vino locale, il cosiddetto Perpetuum, solare e robusto, invecchiato in botti di rovere dalle quali se ne prelevava un certo quantitativo rimpiazzato da altrettanto vino giovane.

Woodhouse si accorse subito che il Perpetuum assomigliava in maniera strabiliante al Porto, saporoso, dolce e con sentori di resina e ne intuì le grandi potenzialità, infatti se i suoi connazionali erano disposti a sborsare cifre enormi per il Porto, senz’altro avrebbero apprezzato quel vino che, cosa di non poco conto, costava una bazzecola.

Quando il brigantino riprese il mare, oltre alla cenere di soda aveva come carico anche “cinquanta pipes” di 412 litri ciascuna di Marsala e l’astuto commerciante per timore che durante il lungo viaggio il vino si potesse deteriorare, vi aggiunse il 2% di acquavite di vino.

Il vino, inutile dirlo, riscosse grande successo e divenne così famoso che l’ammiraglio Nelson convinse Sua Maestà britannica a rifornire di vino siciliano le navi reali.

Altri commercianti, fra cui Benjamin Ingham, visto il successo commerciale di Woodhouse, si recarono in Sicilia per commerciare il vino aprendo ad altre destinazioni fra cui l’America. Alla sua morte Ingham lasciò tutto al nipote Giuseppe Whitaker, che collezionò grandi premi e riconoscimenti.

Il primo stabilimento tutto italiano fu invece realizzato nel 1832 da Vincenzo Florio, facoltoso armatore, che per poter competere con gli inglesi abbassò i prezzi. La sua flotta navale, nata da una costola della società fondata con Ingham, ben presto monopolizzò il mercato esportando il vino siciliano in tutti i continenti.

Alexandre Dumas raccontò addirittura che un barone tedesco catturato dai briganti ebbe salva la vita perché come ultimo desiderio chiese di bere un bicchiere di Marsala.

Per molto tempo fu chiamato “vino inglese”, ma poi prese il nome di Marsala dalla sua terra d’origine, condividendone la prelibatezza insita nel nome che le diedero gli arabi: Marsa Allah = porto di Dio.

© Ivana Palomba

*****

Bibliografia:

– Michela D’Angelo, Mercanti inglesi in Sicilia 1806-1815, A. Giuffrè, Milano 1988.
– AA. VV., Cronaca degli avvenimenti di Sicilia da aprile 1860 a marzo 1861, Harvard College Library, 1863.
– Salvatore Mondini, Il Marsala, Cassone, Casale Monferrato, 1900.

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Pin on PinterestEmail this to someone
Sep 142014
 

di Ivana Palomba

Francesco II Borbone delle Due Sicilie

Francesco II Borbone delle Due Sicilie

Il modo di dire “essere l’esercito di Franceschiello”, patrimonio del nostro lessico, ha un significato dispregiativo volendo significare “un reparto, un’istituzione dissestata, disorganizzata senza disciplina, né mezzi.”[1]

Mai modo di dire fu più ingiusto, perché nel crollo del regno borbonico fu proprio l’esercito col suo valore e fedeltà, morale e politica, a salvare l’onore della dinastia.

Il “Franceschiello” in questione è Francesco II di Borbone (1836-1894), re delle Due Sicilie, soprannome datogli dal popolo napoletano per affetto e simpatia, ma passato alla storia come epiteto dispregiativo poiché, come si sa, la storia la scrivono i vincitori e chi perde è sempre dalla parte del torto.

Francesco II nato a Napoli nel 1836 non conobbe la madre, Maria Cristina di Savoia beatificata nel gennaio del 2014, che ad appena quindici giorni dal parto morì. Salì al trono nel 1859, ricevendo dal padre, Ferdinando II (1810-1859) che aveva regnato per oltre trent’anni trasformando il Regno delle Due Sicilie in uno degli stati più ricchi e potenti d’Europa, un’eredità pesante per la sua giovane età e proprio quando iniziava la fase più difficile della storia del Sud. Gli avvenimenti infatti travolsero la dinastia e mutarono la storia del popolo.

Ma anche se Franceschiello regnò per un breve spazio di tempo riuscì lo stesso a farsi apprezzare dal suo popolo per bontà d’animo, spirito di carità verso i più deboli e grande fede cattolica.

In pochi mesi attuò importanti riforme sociali e politiche: dimezzò l’imposta sul macinato, ridusse le tasse doganali, emanò amnistie, ampliò la rete ferroviaria del regno. Per sua iniziativa furono create cattedre universitarie, licei e collegi.

L’iconografia ci rimanda l’immagine di un giovane con spalle cadenti, aspetto impacciato e occhi tristi e la storiografia, anche quella più recente, ci riporta ad un re che viene quasi trascinato nella difesa di Gaeta dall’entusiasmo incosciente e talvolta imprudente della giovane moglie Maria Sofia di Baviera (1841-1925), riconosciuta come “eroina di Gaeta”.

Quest’immagine stereotipata di un monarca perdente, di un re pavido e inetto, dove le parole potere e trionfo non trovano spazio, stride con la realtà di un re dal profilo umano, morale, intellettuale e cristiano, altissimo e rigoroso.

Il 6 settembre 1860, Francesco, per risparmiare alla sua città atroci combattimenti con l’esercito garibaldino ormai alle porte, partì per Gaeta denunciando all’Europa, con un proclama dai toni gravi, ciò che riteneva una violazione ai popoli delle Due Sicilie:

“… una guerra ingiusta e contro la ragione delle genti ha invaso i miei Stati, non ostante che io fossi in pace con tutte le Potenze Europee.”[2]

Egli denunciava ai rappresentanti delle potenze europee la violazione alle più elementari norme del diritto internazionale. Ciò che adesso succedeva al suo stato apriva le porte all’autolegittimazione dei governi spianando la strada a dei regimi che avrebbero basato la loro potenza sulla forza e la violenza e non sul consenso dei popoli. Denunciava inoltre il Piemonte che pubblicamente sconfessava l’azione garibaldina ma in segreto la sosteneva:

“… questa guerra spezza ogni fede ed ogni giustizia ed arriva fino a violare le leggi militari che nobilitano la vita ed il mestiere di soldato… L’Europa non può riconoscere il blocco decretato da un potere illegittimo… L’azione di Garibaldi è quella di un pirata. Accettandola, l’Europa civile tollererebbe la pirateria nel Mediterraneo…”[3]

Francesco II Borbone delle Due Sicilie con la moglie Maria Sofia di Baviera

Francesco II Borbone delle Due Sicilie con la moglie Maria Sofia di Baviera

Lasciando Napoli, Francesco non aveva portato nulla con sé. Dopo appena una settimana dalla sua partenza, i suoi beni furono dichiarati da Garibaldi “beni nazionali”. Alla successione di Vittorio Emanuele II (1820-1878) fu avanzata la proposta di rendergli i suoi beni privati con la condizione che non avanzasse alcuna pretesa al trono delle Due Sicilie ma Francesco non accettò, non volendo alcuna strumentalizzazione della sua persona:

“La restituzione del mio non mi adesca; quando si perde un trono, poco importa il patrimonio. Se l’abbia l’usurpatore o li restituisca, né quello mi strappa un lamento, né questo un sorriso. Povero sono, come oggi tanti altri migliori di me. Stimo più la dignità che la ricchezza.”[4]

Federico si acquartierò, con i suoi uomini più fedeli, nella fortezza di Gaeta che fu assediata dalle forze, comandate dal generale Cialdini, inviate da Cavour (Camillo Benso, conte di Cavour 1810-1861), che voleva dare l’ultimo colpo di grazia alle resistenze borboniche.

Francesco combatteva contro l’indifferenza europea e protestava instancabilmente sul fronte diplomatico. Convinto della legittimità della sua opera si era messo a fianco dei suoi soldati per osteggiare tale sopruso.

Così si esprimeva:

Ma quando veggo i sudditi miei che tanto amo in preda a tutti i mali della dominazione straniera, quando li vedo come popoli conquistati portando il loro sangue e le loro sostanze ad altri paesi, calpestati dal piede di straniero padrone, il mio cuore napolitano batte indegnato nel mio petto, consolato soltanto dalla lealtà di questa prode armata, dallo spettacolo delle nobili proteste che da tutti gli angoli del Regno si alzano contro il trionfo della violenza e dell’astuzia. Io sono napolitano; nato tra voi, non ho respirato altra aria, non ho veduto altri paesi, non conosco altro che il suolo natio. Tutte le mie affezioni sono dentro il Regno: i vostri costumi sono i miei costumi: la vostra lingua è la mia lingua; le vostre ambizioni mie ambizioni. Sono un principe vostro che ha sacrificato tutto al suo desiderio di conservare la pace, la concordia, la prosperità tra suoi sudditi.”[5]

Non voleva assumersi la responsabilità dei massacri che l’esercito piemontese stava facendo ai suoi napoletani che la propaganda dipingeva come “briganti”.

Ora s’appellano briganti e banditi chi in lotta disuguale difendono la indipendenza della patria; così ho l’onore d’essere un bandito anch’io.”[6]

La resistenza di Gaeta fu accanita, animata anche dalla bella e animosa regina Maria Sofia di Baviera (1841-1925), ma a metà febbraio la città dovette capitolare. L’11 febbraio 1861, anche per risparmiare ulteriori perdite, Francesco II dava mandato al governatore della piazzaforte di negoziare la resa. I due giorni di trattative non risparmiarono però altri lutti perché il generale Cialdini continuava a bombardare la fortezza militare. Alla fine si registreranno: tra le file piemontesi 46 morti, 321 feriti, 0 dispersi e tra le file borboniche 826 morti, 569 feriti, 200 dispersi senza contare la popolazione civile che pure aveva subito il grave assedio.

Povero e in esilio l’ultimo discendente di una delle monarchie più potenti d’Europa visse ad Arco di Trento gli ultimi anni della sua breve vita, in umiltà e dignitoso anonimato. Il 27 dicembre 1894 uscirà definitivamente dalla scena del mondo sobriamente come aveva vissuto.

Napoli apprese la notizia della morte di Francesco II di Borbone dalle colonne de Il Mattino. In prima pagina Matilde Serao aveva scritto:

Don Francesco di Borbone è morto, cristianamente, in un piccolo paese alpino, rendendo a Dio l’anima tribolata ma serena. Giammai principe sopportò le avversità della fortuna con la fermezza silenziosa e la dignità di Francesco secondo. Colui che era stato o era parso debole sul trono, travolto dal destino, dalla ineluttabile fatalità, colui che era stato schernito come un incosciente, mentre egli subiva una catastrofe creata da mille cause incoscienti, questo povero re, questo povero giovane che non era stato felice un anno, ha lasciato che tutti i dolori umani penetrassero in lui, senza respingerli, senza lamentarsi; ed ha preso la via dell’esilio e vi è restato trentaquattro anni, senza che mai nulla si potesse dire contro di lui. Detronizzato, impoverito, restato senza patria, egli ha piegato la sua testa sotto la bufera e la sua rassegnazione ha assunto un carattere di muto eroismo… Galantuomo come uomo e gentiluomo come principe, ecco il ritratto di Don Francesco di Borbone”.[7]

©Ivana Palomba

*****

[1] Carlo Lapucci, Dizionario modi dire, Garzanti-Avallardi, 1993.
[2] Harold Acton, Gli ultimi Borboni di Napoli (1825-1861), Giunti Editore, 1997, pag. 553.
[3] Angelo Insogna, Francesco II, re di Napoli: storia del Reame delle Due Sicilie, 1859-1896, Grimaldi, 2004, pag.168.
[4] Giacinto De Sivo, Storia delle Due Sicilie, Trabant, Vol. II, 2013, pag. 555.
[5] Proclama reale, Gaeta 8 dicembre 1860.
[6] Ibidem.
[7] Matilde Serao, Il re di Napoli, “Il Mattino di Napoli”, del 29 dicembre 1894.

*****

Bibliografia:

– Giacinto De Sivo, Storia delle Due Sicilie, Vol. II, edizioni Trabant, 2013.
– Harold Acton, Gli ultimi Borboni di Napoli (1825-1861), Giunti Editore, 1997.
– Angelo Insogna, Francesco II, re di Napoli: storia del Reame delle Due Sicilie, 1859-1896, Grimaldi, 2004.
– Stefano Preite, Il Risorgimento, ovvero, Un passato che pesa sul presente: rivolte contadine e brigantaggio nel sud, Lacaita, 2009.
– Raffaele Di Lauro, L’assedio e la resa di Gaeta, 1860-61, ed. Marino, Caserta, 1923.
– Mariolina Spadaro, Francesco II di Borbone, l’ultimo Re di Napoli, La Riviera, 2007.

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Pin on PinterestEmail this to someone
Jun 162014
 

di Ivana Palomba

Il Re Sole con cravatta, XVII sec.

Il Re Sole con cravatta, XVII sec.

Accessorio maschile, ormai quasi in disuso, ha avuto il suo battesimo con il re Sole (1638-1715). Anticamente già era documentato un accessorio con funzione sia di protezione sia di ornamento.

I Romani lo chiamavano “focale” corruzione di “faucale” da “faux, faucis”= fauce, gola.
Questa abitudine è attestata da una fonte iconografica importante, la colonna traianea fatta innalzare da Traiano nel 106 d.c. per celebrare la fortunata campagna contro i Daci. I legionari raffigurati nel fregio hanno una sorta di fazzoletto ripiegato sotto la corazza o semplicemente annodato al collo. È plausibile che i soldati romani avessero ereditato questo accessorio dalle popolazioni della Dacia e lo usassero come riparazione dal clima molto rigido. Usanza che si diffuse poi fra la popolazione tanto che alcuni celebri scrittori latini, Orazio e Seneca, ricordano il “ focale” con cui i Romani talvolta avvolgevano la gola.

Tuttavia sembra che ricorressero a questo accessorio soprattutto persone malate o quelle effeminate che gareggiavano a chi l’annodava con più originalità.

Ma la cravatta, come attualmente la intendiamo, nasce con re Luigi XIV. La parola “cravatta” che in antico era detta “corvatta” si fa generalmente derivare dal francese “cravate” un adattamento della parola croata “hrvat” (croato).

Per alcuni studiosi linguistici però il lemma non deriverebbe dal croato ma avrebbe origine  dal turco “kurbac” e dall’ungherese “korbacs”, termini che designano entrambi oggetti lunghi, come lo scudiscio e la frusta. D’altronde “cravache” in francese vuol dire frusta ed in Francia il termine “cravate” veniva già usato nel XV secolo per definire un pezzo di stoffa lungo e sottile.

In Italia, il termine cravatta era già adoperato nel corso del ‘500 come testimonia Cesare Vecellio (1521-1601) nel libro “Degli abiti antichi e moderni in diversi parte del mondo” (1590), in cui, a proposito del focale  romano, scrive che era una specie di cravatta.

Seguendo la linea interpretativa generale, la storia vuole che, il re francese, impegnato com’era con innumerevoli battaglie europee, avesse creato nel 1686 un reggimento di cavalleria leggera di Croati. Questi croati, detti “cravates” storpiando l’originale “hrvat”, lanciarono una vera e propria moda della cravatta tanto che il reggimento croato al servizio del re di Francia era detto “Real Cravatta”. L’uniforme di questi cavalieri era simile a quella degli ussari ungheresi: un dolman rosso con alamari, un colbacco di pelo e una vistosa striscia di lino bianco annodata al collo.

Soldato Croato con cravatta, XVI-XVII sec.

Soldato Croato con cravatta, XVI-XVII sec.

Il monarca, fiero dei suoi arditi cavalieri, imitandoli, si cinse al collo una preziosa striscia bianca e volle che tutta la corte seguisse il suo esempio decretando così il successo della cravatta che cominciò il suo secolare percorso.

Prima di cristallizzarsi nelle attuali fogge, la cravatta è passata attraverso numerose trasformazioni. Un primo cambiamento si ebbe nel 1692 con la cravatta “alla Steinkerque”, dal nome della località presso la quale si svolse una sanguinosa battaglia, combattuta contro Guglielmo III d’Orange (1650-1702), re  d’Inghilterra e d’Irlanda dal 1689.

Molti stati europei erano confluiti nella cosiddetta “lega di Augusta” per contrastare la proterva ambizione del re Sole e la battaglia di Steinkerque del 3 agosto 1692 è collocata nel contesto delle numerose battaglie avvenute. I Francesi erano comandati da François-Henri de Montmorency Bouteville, Maréchal de Luxembourg, e gli Inglesi erano condotti da Guglielmo III d’ Orange novello re d’Inghilterra.

Le fasi della battaglia così vengono descritte:

Guglielmo, re d’ Inghilterra, scoprì una spia che da Luxembourg era mantenuta appresso di lui, e prima di farla giustiziare la sforzò a scrivere al generale francese un falso avviso, dietro del quale Luxembourg prese con tutta ragione quelle misure che doveano tornargli dannose. La sua armata immersa nel sonno fu assalita all’albeggiare del giorno; una brigata era già rotta in fuga. Luxembourg era ammalato ma il pericolo gli rese tutte le sue forze: cambiar posizione; stabilire un campo di battaglia alla sua armata; riordinar l’ala diritta totalmente scompigliata, rianimar truppe volte in fuga, condur tre volte all’assalto la guardia reale, fu tutto operato in meno di due ore. Abbiamo inseguito il nemico, dice il maresciallo di Berwik, per un lungo quarto di lega, facendone una orribile carneficina. Il nostro drappello scelto composto del duca d’Orleans, dei duchi di Bourbon, del principe di Conti, restò in tutta l’azione esposto al più vivo fuoco insieme col maresciallo di Luxembourg.” (1)

Fu davvero una carneficina, Guglielmo d’Orange battè in ritirata lasciando sul tappeto: 10.000 soldati, 1.300 prigionieri, 10 cannoni e 9 bandiere che andranno a decorare la navata di Notre-Dame.

André Le Nostre - Architetto dei giardini di Luigi XIV, ritratto eseguito da Carlo Maratta. La cravatta è a “punto Venezia”.

André Le Nostre, architetto dei giardini di Luigi XIV, ritratto eseguito da Carlo Maratta. La cravatta è a “punto Venezia”.

Anche Voltaire, nel suo “Secolo di Luigi XIV”, riferisce della battaglia e della nascita di una nuova moda. Al loro vittorioso rientro i nobili francesi trovarono tutte le strade bloccate da una moltitudine di persone che festante li applaudiva. Gli uomini portavano allora cravatte di pizzo, il cui nodo richiedeva parecchio tempo e cura, ma per  fronteggiare l’attacco sferrato a sorpresa contro il loro accampamento, gli ufficiali francesi, nella fretta con cui avevano dovuto vestirsi per la battaglia, avevano negligentemente annodato le loro cravatte al collo lasciando le estremità pendenti semplicemente infilate in un’asola.

Era nata così la “cravatta alla steinkerque”, che fu portata da ambo i sessi non solo in Francia ma in Inghilterra e in tutte le corti europee dove si seguiva la moda francese.

Alla battaglia di Steinkerque non si deve solo la nascita di un nuovo tipo di cravatta ma anche la composizione, in forma di Te Deum, forse la più conosciuta (2), di Marc-Antoine Charpentier(1643-1704).

Da allora la cravatta ha percorso tutti i secoli animando sempre più la scena vestimentaria.

Più la moda maschile si faceva sobria più la cravatta suscitava interesse essendo uno degli ultimi elementi decorativi in grado di esprimere la propria personalità. Nella prima metà del XIX secolo furono pubblicati vari libri di istruzione sull’arte di annodare la cravatta, per cui si riconosceva l’uomo geniale dallo slancio tutto particolare mentre il piccolo borghese si sarebbe fatto subito riconoscere da uno nodo banale e privo di fantasia. Anche il grande Balzac fu uno degli autori di questi manuali.

Così stigmatizzava il Corriere delle Dame del 30 Maggio 1835: “La cravate ‘est l’homme” .

© Ivana Palomba

*****

– 1. Effemeridi politiche, letterarie, e religiose, Agosto, Volume 8, 1823, pagg. 36-37.
– 2. Il preludio di questa composizione è utilizzato come sigla iniziale e finale di tutti i programmi televisivi e radiofonici trasmessi in Eurovisione.

*****

Bibliografia:
– Giulia Mafai, Storia del costume dall’età romana al Settecento, Skira, 2011.
– Voltaire, Il secolo di Luigi XIV, trad. it. di U. Morra, Einaudi, 1994.
– Cesare Vecellio, Degli habiti antichi e moderni in diverse parti del mondo, 1590.
Effemeridi politiche, letterarie, e religiose, Agosto, Volume 8, 1823.

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Pin on PinterestEmail this to someone
May 082014
 

di Ivana Palomba

Altri morirà per la Storia d’Italia volentieri,
e forse qualcuno per risolvere in qualche modo la vita,
Ma io per far compagnia a questo popolo digiuno,
che non sa perché va a morire.
Piero Jahier (1)

Soldati italiani in trincea durante la prima guerra mondiale

Soldati italiani in trincea durante la prima guerra mondiale (Wikipedia)

Il modo di dire, a volte anche formulato in maniera ironica, è un invito, per chi ha il morale a terra, ad affidarsi al potere terapeutico del canto.

D’altronde la forza del canto è nota sin dall’antichità: il mitologico Orfeo ammansiva le belve feroci con il suono della sua lira e, come ci ricorda Seneca, alla sua dolce musica cessava il fragore del rapido torrente e l’acqua fugace perdeva il suo impeto e gli uccelli, commovendosi al suo dolce canto, perdevano le forze e cadevano.

Questo potere curativo doveva essere a conoscenza anche dell’anonimo che incise la frase, divenuta poi popolare, sulla parete di una trincea durante la Grande Guerra.

Il 24 Maggio 1915, l’Italia entrava in guerra contro l’Austria-Ungheria, iniziando così una lunga e penosa guerra di trincea. Se anche la guerra di trincea, una guerra di posizione con la linea del fronte costituita da una serie di fortificazioni, fossati ecc., fu adottata per la prima volta con la guerra di Crimea (1854), raggiunse il suo apice con la I guerra mondiale.

Nelle trincee, semplici fossati scavati in fretta sotto il fuoco nemico, i soldati vissero il lungo periodo della guerra (1915-1918) conducendo una sorta di vita quotidiana sempre in attesa dell’avvicendamento, del rancio, della posta o dell’ordine di attacco. Combatterono non solo contro il nemico ma contro la sporcizia, le intemperie climatiche e soprattutto contro lo stato di tensione continua che logorava i nervi per l’incombente presenza della morte.

Forse fu proprio per allontanare questi tristi pensieri che l’anonimo alpino incise sulla parete di una dolina “canta che ti passa”. Lo intravide, mentre scolpiva la frase, l’ufficiale e scrittore Piero Jahier (1884-1966), arruolatosi volontario negli Alpini nel 1916, che ne rimase folgorato tanto da trascriverla come epigrafe di una raccolta di Canti del soldato.

Nella prefazione (firmata con lo pseudonimo di Piero Barba con il quale era solito firmare gli articoli del giornale di trincea L’Astico) Jahier spiega le ragioni dell’originale pubblicazione:

Questa raccolta non è dedicata ai soldati che si fabbricano una chitarra colle latte da petrolio o un violino colle casse da aranci né ai mitragliatori che cantano colle mitraglie a spalla ma al fante più scalcinato e ammutolito nella trincea più battuta e gli porta il buon consiglio che un fante compagno aveva graffiato nella parete di una dolina: Canta che ti passa.” (1)

I canti del soldato, pubblicati nel 1919, nati spesso durante una trepidante vigilia di un assalto o dopo un cruento scontro, sono riusciti a superare le barriere del tempo e a rendere testimonianza ad imperitura memoria.

© Ivana Palomba

*****

- 1. Prefazione, Canti di soldati, raccolti da Piero Jahier, tenete degli alpini, armonizzati da Vittorio Gui tenente del genio, 1919, Edito da Sezione “P” della 1^ Armata.

Bibliografia:
– P. Jahier, Con me e con gli alpini, Vallecchi, Firenze, 1967.
Canti di soldati, raccolti da Piero Jahier, tenete degli alpini, armonizzati da Vittorio Gui tenente del genio, 1919, Edito da Sezione “P” della 1^ Armata.
– a cura di Davide Valmas, AA.VV., L’uomo comune. Piero Jahier: uno scrittore protestante?, Torino, Società di studi valdesi, Claudiana Editrice, 2005.

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Pin on PinterestEmail this to someone
Apr 192013
 

di Ivana Palomba

Portraits à la silhouette

Portraits à la silhouette

Il termine, francese, è entrato nel nostro lessico col significato di sagoma, contorno, profilo, linea, figura.

La parola deriva da Etienne de Silhouette nato a Limoges nel 1709 e morto a Brie-sur-Marne nel 1767. Figlio di Arnaud de Silhouette, alto funzionario amministrativo, compiuti gli studi giuridici trascorse un anno a Londra per apprendere i segreti dell’economia della Gran Bretagna. Fu quindi consigliere al parlamento di Metz, poi cancelliere del Duca d’Orléans, infine commissario di Luigi XV (1710-1774) presso la Compagnia delle Indie.

Fu preso a benvolere dalla potentissima marchesa di Pompadour (1721-1764), influente a corte dal 1745 al 1764, divenendo nel 1759 controllore delle finanze francesi, in quel tempo in cronico deficit. Etienne applicando severe riforme riuscì a recuperare al tesoro 72 milioni di franchi.

Ma tanto rigore – arrivò persino a tassare porte e finestre – gli attirò l’odio dei ricchi finendo anche in disgrazia presso il re, di cui voleva addirittura ridurre le spese personali.

Fu colpito con l’arma del ridicolo ed esposto allo scherno dei concittadini che associarono il suo nome a tirchieria, a ciò che era meschino, evocando la misera situazione in cui si venivano a trovare i colpiti dalle tasse, e di cosa fatta alla svelta e in economia.

I calzoni senza tasche, a sottolineare l’inutilità di un posto ove riporre il denaro, furono detti “culottes à la silhouette“, i soprabiti senza pieghe o a un solo petto “surtouts à la silhouette“, e “portraits à la silhouette” furono detti quei ritratti, allora divenuti di moda, ottenuti dipingendo sul vetro il profilo di una persona dato dall’ombra della candela e che il rigido controllore raccomandava ai ricchi al posto dei costosi ritratti a colori.

Sommerso dal ridicolo, abbandonato dalla Pompadour e dallo stesso re, fu costretto alle dimissioni ritirandosi a vita privata, ma il suo nome era ormai entrato a pieno titolo nella lingua nazionale a indicare ogni specie di disegno nero su bianco a fondo pieno ottenuto col pennello o con le forbici.

©Ivana Palomba

*****

Bibliografia:
– Georges Duby, Storia della Francia, Milano, Bompiani, 2001.
– Rosa Cristina, Lisbona vista da un uomo del Settecento: Étienne de Silhouette, Sette Città, 2010.
– Paolo Monelli, Barbaro dominio, Hoepli, 1933.

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Pin on PinterestEmail this to someone
Dec 062012
 

di Ivana Palomba.

Charles-Maurice de Talleyrand-Périgord

Charles-Maurice de Talleyrand-Périgord

La storia ha tramandato il nome di numerosi voltagabbana che nel tempo si sono avvicendati fino alla contemporaneità. Voltagabbana è la persona che per convenienza del momento cambia opinione, convincimento ed anche partito politico. Emblematico rappresentante ne fu il Signor di Talleyrand (1754-1838), vescovo e libertino che, con acrobatica disinvoltura e restando sempre a galla, prestò ben tredici giuramenti rendendo i suoi servigi a  Luigi XVI, alla Rivoluzione, a Napoleone e alla Restaurazione. Deliziosa la poesia che nel 1840 Giuseppe Giusti gli dedicò:

Il brindisi di Girella

Girella (emerito
Di molto merito),
Sbrigliando a tavola
L’umor faceto,
Perde la bussola
E l’alfabeto;

E nel trincare
Cantando un brindisi,
Della sua cronaca
Particolare
Gli uscì di bocca
La filastrocca.

Viva Arlecchini
E burattini
Grossi e piccini:
Viva le maschere
D’ogni paese;
Le Giunte, i Club, i Principi e le Chiese.

Da tutti questi
Con mezzi onesti,
Barcamenandomi
Tra il vecchio e il nuovo,
Buscai da vivere,
Da farmi il covo.
La gente ferma,

Piena di scrupoli,
Non sa coll’anima
Giocar di scherma;
Non ha pietanza
Dalla Finanza.

Viva Arlecchini
E burattini;
Viva i quattrini!
Viva le maschere
D’ogni paese,
Le imposizioni e l’ultimo del mese.

Io, nelle scosse
Delle sommosse,
Tenni, per ancora
D’ogni burrasca,
Da dieci o dodici
Coccarde in tasca.

Se cadde il Prete,
Io feci l’ateo,
Rubando lampade,
Cristi e pianete,
Case e poderi
Di monasteri.

Viva Arlecchini
E burattini,
E Giacobini;
Viva le maschere
D’ogni paese,
Loreto e la Repubblica francese.

Se poi la coda
Tornò di moda,
Ligio al Pontefice
E al mio Sovrano,
Alzai patiboli
Da buon cristiano.
La roba presa
Non fece ostacolo;
Ché col difendere
Corona e Chiesa,
Non resi mai
Quel che rubai.

Viva Arlecchini
E burattini,
E birichini;
Briganti e maschere
D’ogni paese,
Chi processò, chi prese e chi non rese.

Quando ho stampato,
Ho celebrato
E troni e popoli,
E paci e guerre;
Luigi, l’Albero,
Pitt, Robespierre,
Napoleone,
Pio sesto e settimo,
Murat, Fra Diavolo,
Il Re Nasone,
Mosca e Marengo;
E me ne tengo.

Viva Arlecchini
E burattini,
E Ghibellini,
E Guelfi, e maschere
D’ogni paese;
Evviva chi salì, viva chi scese.

Quando tornò
Lo statu quo,
Feci baldorie;
Staccai cavalli,
Mutai le statue
Sui piedistalli.
E adagio adagio
Tra l’onde e i vortici,
Su queste tavole
Del gran naufragio,
Gridando evviva
Chiappai la riva.

Viva Arlecchini
E burattini;
Viva gl’inchini,
Viva le maschere
D’ogni paese,
Viva il gergo d’allora e chi l’intese.

Quando volea
(Che bell’idea!)
Uscito il secolo
Fuor de’ minori,
Levar l’incomodo
Ai suoi tutori,
Fruttò il carbone,
Saputo vendere,
Al cor di Cesare
D’un mio padrone
Titol di Re,
E il nastro a me.

Viva Arlecchini
E burattini
E pasticcini;
Viva le maschere
D’ogni paese,
La candela di sego e chi l’accese.

Dal trenta in poi,
A dirla a voi,
Alzo alle nuvole
Le tre giornate,
Lodo di Modena
Le spacconate;
Leggo giornali
Di tutti i generi;
Piango l’Italia
Coi liberali;
E se mi torna,
Ne dico corna.

Viva Arlecchini
E burattini,
E il Re Chiappini;
Viva le maschere
D’ogni paese,
La Carta, i tre colori e il crimen laesae.

Ora son vecchio;
Ma coll’orecchio
Per abitudine
E per trastullo,
Certi vocaboli
Pigliando a frullo,
Placidamente
Qua e là m’esercito;
E sotto l’egida
Del Presidente
Godo il papato
Di pensionato.

Viva Arlecchini
E burattini,
E teste fini;
Viva le maschere
D’ogni paese,
Viva chi sa tener l’orecchie tese.

Quante cadute
Si son vedute!
Chi perse il credito,
Chi perse il fiato,
Chi la collottola
E chi lo Stato.
Ma capofitti
Cascaron gli asini;
Noi valentuomini
Siam sempre ritti,
Mangiando i frutti
Del mal di tutti.

Viva Arlecchini
E burattini,
E gl’indovini;
Viva le maschere
D’ogni paese.
Viva Brighella che ci fa le spese.

La parola “voltagabbana” è composta dal verbo volta, (da voltare, girare) + sostantivo gabbana.

La gabbana o, come in origine si diceva, il gabbano deriva dal vocabolo arabo qabā’ “tunica da uomo dalle maniche lunghe”, entrato simultaneamente in Italia e in Spagna.

Gli studiosi sono concordi nel far derivare la parola “gabbana” dall’arabo, a sua volta dal persiano, ma vi sono diverse linee interpretative riguardo alla sua evoluzione semantica.

Alcuni la fanno risalire al duca di Savoia, Carlo Emanuele I (1562-1630) che, secondo convenienza, era alleato ora con la Francia ora con la Spagna. Il duca indossava un giubbetto bianco da una parte e rosso dall’altra che voltava quando cambiava alleanza. Altri propendono per l’inizio delle guerre di religione, cattolici versus protestanti. I protestanti e i cattolici avevano casacche di colore diverso e coloro che intendevano passare nel campo avversario quando si presentavano agli avamposti nemici avevano cura di rivoltare la propria  per esprimere intenzioni non bellicose. Questo atto di diserzione allora (?) molto comune era detto propriamente: “Retourner” o “Tourner casaque”.

Abitudine protratta nel tempo, infatti, i disertori o i soldati in fuga dal nemico spesse volte mettono la giubba al rovescio per non farsi riconoscere.

©Ivana Palomba

*****

Bibliografia:
– Indro Montanelli, Roberto Gervaso, L’Italia del Seicento, Rizzoli,1998.
– Giovanni Cerbo, Flavio Russo, Parole e Pensieri. Raccolta di curiosità linguistico-militari, Rivista militare, 2000.
– Quitard, Dictionnaire des proverbs, Bertrand, 1842.
– Giuseppe Giusti, Il brindisi di Girella, 1840.
– Pier Damiano Ori, Giovanni Perich, Talleyrand, Rusconi ed., 1978.

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Pin on PinterestEmail this to someone
Nov 102012
 

di Ivana Palomba

Emilio Mola Vidal

Emilio Mola Vidal

“Quinta colonna” ci rimanda oggi all’omonimo programma televisivo, ma l’espressione, col significato di sabotaggio, ebbe un’immensa fortuna durante la seconda guerra mondiale quando già pochi ne ricordavano l’origine.

Il modo di dire, ampiamente diffuso dai media, indica un corpo clandestino che agisce dietro le linee nemiche e veniva spesso usato, in senso figurato, anche nel  linguaggio politico per designare spie e traditori potenziali.

La locuzione risale al tempo della guerra civile spagnola (1936-1939) e lo storico Hugh Thomas, autore della “Storia della guerra civile spagnola”, sostiene che si deve al generale franchista Emilio Mola Vidal.

Entrambi i contendenti – scrive Arrigo Petacco – considerarono la guerra civile spagnola al pari di una crociata:

«La destra si batté per ristabilire il vecchio ordine, per eliminare i “rossi” – come genericamente venivano definiti gli avversari – e per ridare vita a una Spagna pura, monarchica e cristiana; la sinistra si batté per sostenere la giovane Repubblica democratica, ma anche per trasformarla in una repubblica sovietica». (1)

Nell’ottobre del 1936 l’esercito nazionalista del generalissimo Franco stava puntando su Madrid, in mano alle truppe governative repubblicane, e Mola, comandante delle divisioni operanti nella zona settentrionale, disse alla radio in tono trionfalistico che quattro colonne dell’esercito di Franco stavano convergendo sulla capitale, ma che a liberare Madrid sarebbe stata la quinta colonna, quella già in città formata da simpatizzanti della causa nazionale.

Anche se poi la storia ci dice che la capitale spagnola non cadde e Mola non bevve quel caffè nel centro di Madrid, come aveva annunciato ai giornalisti accreditati a Burgos, l’espressione “quinta colonna” si diffuse rapidamente.

© Ivana Palomba

*****

Bibliografia:
– 1. Arrigo Petacco, Viva la muerte!,  Mondadori, 2010.

– Lucio Ceva, Spagne 1936-1939. Politica e guerra civile, Franco Angeli, 2010.
– Hugh Thomas, Storia della guerra civile spagnola, Torino, Einaudi, 1963.
– Bernard Delmay, Usi e difese della lingua, L. S. Olschki, 1990.

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Pin on PinterestEmail this to someone
Oct 022012
 

di Ivana Palomba

Il titolo del fortunato libro di Bruno Migliorini è l’occasione per ricordarci che alcune parole sono strettamente legate a fatti storici. È il caso del sintagma “camera ardente” che origina alla corte di Francia nel 1547.

Già Francesco I (1494-1547), re di Francia dal 1515, si ritrovò a fronteggiare l’ondata dei calvinisti e luterani. Infatti, ben sei anni prima che cominciasse l’azione di Lutero, era iniziato in terra francese un movimento evangelistico ad opera dell’umanista Lefèvre d’Étaples (1450 ca.-1538 ca.) che sosteneva la necessità di leggere le Sacre Scritture, “fonte d’ogni vita” e di “ricondurre la religione alla sua primitiva purezza”. Lo stesso Lefèvre aveva pubblicato una traduzione della Bibbia in francese quasi contemporanea alla traduzione tedesca di Lutero. La riforma luterana trovò dunque in Francia un terreno fertile dove le nuove dottrine si diffusero dapprima fra gli umili, fra gli operai, che ne adottarono con entusiasmo le idee generali, e ad essi si aggiunse a poco a poco un certo numero di preti.

Questi primi dissidenti non furono perseguitati, ed anzi fino al 1534, Francesco I, forse con la segreta speranza dell’appoggio dei luterani di Germania contro Carlo V,  si mostrò assai favorevole ai riformati e a parecchie riprese impedì al Parlamento di agire contro gli eretici. Ma poi di fronte alle violenze permise la loro persecuzione ed in pochi mesi circa una quarantina furono condannati e bruciati vivi. Nel 1535 ebbe però un ripensamento e si avvicinò agli eretici promulgando anche un editto che ponesse fine alle persecuzioni per una conciliazione fra  dottrine. Ripensamento che fu di breve durata e quindi si riaccesero le persecuzioni e le condanne.

Gli successe nel 1547 il figlio Enrico II (1519-1559) che fu decisamente intransigente con gli eretici ed infatti istituì nel Parlamento una sezione speciale, detta “Camera ardente”, ch’ebbe l’unico incarico  di sbrigare i  processi di eresia. Il tribunale si componeva di giudici delegati dal papa.

A capo di questo tribunale vi era Antoine De Mouchy (1494-1574) che si faceva chiamare Democharès, dottore di Sorbona. “Questo monaco si disimpegnò con tanto zelo nel suo alto offizio che corre fama che da lui sia derivato poscia il vocabolo francese mouchard(1).

Il termine, che significa informatore di polizia, spione, identificava le persone impiegate da De Mouchy per scoprire gli eretici. Il tribunale dell’inquisizione faceva i requisitorii, informava i processi, e la Camera ardente del parlamento giudicava per ultimo e infliggeva le pene, che per gli eretici e i riformati era quasi sempre il fuoco, da ciò il suo appellativo.

© Ivana Palomba

*****

Bibliografia:
– 1. Girolamo Tasso, Enciclopedia italiana e dizionario della conversazione, vol.5, pag. 325, Venezia, 1842.
– Ugo Bianchi, Storia delle religioni, Piccin, Padova, 1970.

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Pin on PinterestEmail this to someone
Sep 222012
 

di Ivana Palomba

Oggi parlando di linciaggio si fa riferimento soprattutto a quello morale o mediatico, ma nel passato si trattava di una giustizia sommaria che prevedeva l’uso di una robusta corda saponata stretta attorno al collo del presunto reo.

La tesi più accreditata fa risalire l’origine del termine a Charles Lynch (1736-1796) e alla guerra d’Indipendenza americana (1776-1783).

Charles Lynch era uomo molto in vista nella comunità di Bedford County in Virginia e durante la Rivoluzione, in veste di colonnello della milizia, iniziò ad adottare metodi approssimativi di giustizia con i sospetti lealisti.

Infatti il tribunale più vicino era a Williamsburg distante circa duecento miglia dalla contea di Bedford e tale lontananza non permetteva una giustizia rapida ed efficace, per cui fu posto rimedio dichiarando tribunale, per generale consenso, la casa del colonnello e lo stesso fu nominato giudice assistito da tre soci. In tale veste Charles Lynch fece imprigionare ed esiliare numerosi tories, inflisse pene quali la fustigazione, sequestro di beni e finanche l’arruolamento coatto.

Nel 1782 la giustizia sommaria praticata dalla corte illegale presieduta da Linch fu ratificata dalla legislazione della Virginia con l’entrata in vigore della Lynch’s Law che concedeva al colonnello Linch e ai suoi soci la non perseguibilità penale e civile.

Da questo periodo il termine linciaggio si è diffuso in tutte le lingue, nel nostro lessico è entrato nel 1905.

©Ivana Palomba

*****

Bibliografia:
J. E. Cutler, Lynch-Law, An investigation into the History of Lynching in the United States, New York, 1905

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Pin on PinterestEmail this to someone

iscriviti alla babilonia61 newsletter

distinguiti dalla massa, ama la cultura