Sep 142014
 

di Ivana Palomba

Francesco II Borbone delle Due Sicilie

Francesco II Borbone delle Due Sicilie

Il modo di dire “essere l’esercito di Franceschiello”, patrimonio del nostro lessico, ha un significato dispregiativo volendo significare “un reparto, un’istituzione dissestata, disorganizzata senza disciplina, né mezzi.”[1]

Mai modo di dire fu più ingiusto, perché nel crollo del regno borbonico fu proprio l’esercito col suo valore e fedeltà, morale e politica, a salvare l’onore della dinastia.

Il “Franceschiello” in questione è Francesco II di Borbone (1836-1894), re delle Due Sicilie, soprannome datogli dal popolo napoletano per affetto e simpatia, ma passato alla storia come epiteto dispregiativo poiché, come si sa, la storia la scrivono i vincitori e chi perde è sempre dalla parte del torto.

Francesco II nato a Napoli nel 1836 non conobbe la madre, Maria Cristina di Savoia beatificata nel gennaio del 2014, che ad appena quindici giorni dal parto morì. Salì al trono nel 1859, ricevendo dal padre, Ferdinando II (1810-1859) che aveva regnato per oltre trent’anni trasformando il Regno delle Due Sicilie in uno degli stati più ricchi e potenti d’Europa, un’eredità pesante per la sua giovane età e proprio quando iniziava la fase più difficile della storia del Sud. Gli avvenimenti infatti travolsero la dinastia e mutarono la storia del popolo.

Ma anche se Franceschiello regnò per un breve spazio di tempo riuscì lo stesso a farsi apprezzare dal suo popolo per bontà d’animo, spirito di carità verso i più deboli e grande fede cattolica.

In pochi mesi attuò importanti riforme sociali e politiche: dimezzò l’imposta sul macinato, ridusse le tasse doganali, emanò amnistie, ampliò la rete ferroviaria del regno. Per sua iniziativa furono create cattedre universitarie, licei e collegi.

L’iconografia ci rimanda l’immagine di un giovane con spalle cadenti, aspetto impacciato e occhi tristi e la storiografia, anche quella più recente, ci riporta ad un re che viene quasi trascinato nella difesa di Gaeta dall’entusiasmo incosciente e talvolta imprudente della giovane moglie Maria Sofia di Baviera (1841-1925), riconosciuta come “eroina di Gaeta”.

Quest’immagine stereotipata di un monarca perdente, di un re pavido e inetto, dove le parole potere e trionfo non trovano spazio, stride con la realtà di un re dal profilo umano, morale, intellettuale e cristiano, altissimo e rigoroso.

Il 6 settembre 1860, Francesco, per risparmiare alla sua città atroci combattimenti con l’esercito garibaldino ormai alle porte, partì per Gaeta denunciando all’Europa, con un proclama dai toni gravi, ciò che riteneva una violazione ai popoli delle Due Sicilie:

“… una guerra ingiusta e contro la ragione delle genti ha invaso i miei Stati, non ostante che io fossi in pace con tutte le Potenze Europee.”[2]

Egli denunciava ai rappresentanti delle potenze europee la violazione alle più elementari norme del diritto internazionale. Ciò che adesso succedeva al suo stato apriva le porte all’autolegittimazione dei governi spianando la strada a dei regimi che avrebbero basato la loro potenza sulla forza e la violenza e non sul consenso dei popoli. Denunciava inoltre il Piemonte che pubblicamente sconfessava l’azione garibaldina ma in segreto la sosteneva:

“… questa guerra spezza ogni fede ed ogni giustizia ed arriva fino a violare le leggi militari che nobilitano la vita ed il mestiere di soldato… L’Europa non può riconoscere il blocco decretato da un potere illegittimo… L’azione di Garibaldi è quella di un pirata. Accettandola, l’Europa civile tollererebbe la pirateria nel Mediterraneo…”[3]

Francesco II Borbone delle Due Sicilie con la moglie Maria Sofia di Baviera

Francesco II Borbone delle Due Sicilie con la moglie Maria Sofia di Baviera

Lasciando Napoli, Francesco non aveva portato nulla con sé. Dopo appena una settimana dalla sua partenza, i suoi beni furono dichiarati da Garibaldi “beni nazionali”. Alla successione di Vittorio Emanuele II (1820-1878) fu avanzata la proposta di rendergli i suoi beni privati con la condizione che non avanzasse alcuna pretesa al trono delle Due Sicilie ma Francesco non accettò, non volendo alcuna strumentalizzazione della sua persona:

“La restituzione del mio non mi adesca; quando si perde un trono, poco importa il patrimonio. Se l’abbia l’usurpatore o li restituisca, né quello mi strappa un lamento, né questo un sorriso. Povero sono, come oggi tanti altri migliori di me. Stimo più la dignità che la ricchezza.”[4]

Federico si acquartierò, con i suoi uomini più fedeli, nella fortezza di Gaeta che fu assediata dalle forze, comandate dal generale Cialdini, inviate da Cavour (Camillo Benso, conte di Cavour 1810-1861), che voleva dare l’ultimo colpo di grazia alle resistenze borboniche.

Francesco combatteva contro l’indifferenza europea e protestava instancabilmente sul fronte diplomatico. Convinto della legittimità della sua opera si era messo a fianco dei suoi soldati per osteggiare tale sopruso.

Così si esprimeva:

Ma quando veggo i sudditi miei che tanto amo in preda a tutti i mali della dominazione straniera, quando li vedo come popoli conquistati portando il loro sangue e le loro sostanze ad altri paesi, calpestati dal piede di straniero padrone, il mio cuore napolitano batte indegnato nel mio petto, consolato soltanto dalla lealtà di questa prode armata, dallo spettacolo delle nobili proteste che da tutti gli angoli del Regno si alzano contro il trionfo della violenza e dell’astuzia. Io sono napolitano; nato tra voi, non ho respirato altra aria, non ho veduto altri paesi, non conosco altro che il suolo natio. Tutte le mie affezioni sono dentro il Regno: i vostri costumi sono i miei costumi: la vostra lingua è la mia lingua; le vostre ambizioni mie ambizioni. Sono un principe vostro che ha sacrificato tutto al suo desiderio di conservare la pace, la concordia, la prosperità tra suoi sudditi.”[5]

Non voleva assumersi la responsabilità dei massacri che l’esercito piemontese stava facendo ai suoi napoletani che la propaganda dipingeva come “briganti”.

Ora s’appellano briganti e banditi chi in lotta disuguale difendono la indipendenza della patria; così ho l’onore d’essere un bandito anch’io.”[6]

La resistenza di Gaeta fu accanita, animata anche dalla bella e animosa regina Maria Sofia di Baviera (1841-1925), ma a metà febbraio la città dovette capitolare. L’11 febbraio 1861, anche per risparmiare ulteriori perdite, Francesco II dava mandato al governatore della piazzaforte di negoziare la resa. I due giorni di trattative non risparmiarono però altri lutti perché il generale Cialdini continuava a bombardare la fortezza militare. Alla fine si registreranno: tra le file piemontesi 46 morti, 321 feriti, 0 dispersi e tra le file borboniche 826 morti, 569 feriti, 200 dispersi senza contare la popolazione civile che pure aveva subito il grave assedio.

Povero e in esilio l’ultimo discendente di una delle monarchie più potenti d’Europa visse ad Arco di Trento gli ultimi anni della sua breve vita, in umiltà e dignitoso anonimato. Il 27 dicembre 1894 uscirà definitivamente dalla scena del mondo sobriamente come aveva vissuto.

Napoli apprese la notizia della morte di Francesco II di Borbone dalle colonne de Il Mattino. In prima pagina Matilde Serao aveva scritto:

Don Francesco di Borbone è morto, cristianamente, in un piccolo paese alpino, rendendo a Dio l’anima tribolata ma serena. Giammai principe sopportò le avversità della fortuna con la fermezza silenziosa e la dignità di Francesco secondo. Colui che era stato o era parso debole sul trono, travolto dal destino, dalla ineluttabile fatalità, colui che era stato schernito come un incosciente, mentre egli subiva una catastrofe creata da mille cause incoscienti, questo povero re, questo povero giovane che non era stato felice un anno, ha lasciato che tutti i dolori umani penetrassero in lui, senza respingerli, senza lamentarsi; ed ha preso la via dell’esilio e vi è restato trentaquattro anni, senza che mai nulla si potesse dire contro di lui. Detronizzato, impoverito, restato senza patria, egli ha piegato la sua testa sotto la bufera e la sua rassegnazione ha assunto un carattere di muto eroismo… Galantuomo come uomo e gentiluomo come principe, ecco il ritratto di Don Francesco di Borbone”.[7]

©Ivana Palomba

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[1] Carlo Lapucci, Dizionario modi dire, Garzanti-Avallardi, 1993.
[2] Harold Acton, Gli ultimi Borboni di Napoli (1825-1861), Giunti Editore, 1997, pag. 553.
[3] Angelo Insogna, Francesco II, re di Napoli: storia del Reame delle Due Sicilie, 1859-1896, Grimaldi, 2004, pag.168.
[4] Giacinto De Sivo, Storia delle Due Sicilie, Trabant, Vol. II, 2013, pag. 555.
[5] Proclama reale, Gaeta 8 dicembre 1860.
[6] Ibidem.
[7] Matilde Serao, Il re di Napoli, “Il Mattino di Napoli”, del 29 dicembre 1894.

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Bibliografia:

– Giacinto De Sivo, Storia delle Due Sicilie, Vol. II, edizioni Trabant, 2013.
– Harold Acton, Gli ultimi Borboni di Napoli (1825-1861), Giunti Editore, 1997.
– Angelo Insogna, Francesco II, re di Napoli: storia del Reame delle Due Sicilie, 1859-1896, Grimaldi, 2004.
– Stefano Preite, Il Risorgimento, ovvero, Un passato che pesa sul presente: rivolte contadine e brigantaggio nel sud, Lacaita, 2009.
– Raffaele Di Lauro, L’assedio e la resa di Gaeta, 1860-61, ed. Marino, Caserta, 1923.
– Mariolina Spadaro, Francesco II di Borbone, l’ultimo Re di Napoli, La Riviera, 2007.

Jun 162014
 

di Ivana Palomba

Il Re Sole con cravatta, XVII sec.

Il Re Sole con cravatta, XVII sec.

Accessorio maschile, ormai quasi in disuso, ha avuto il suo battesimo con il re Sole (1638-1715). Anticamente già era documentato un accessorio con funzione sia di protezione sia di ornamento.

I Romani lo chiamavano “focale” corruzione di “faucale” da “faux, faucis”= fauce, gola.
Questa abitudine è attestata da una fonte iconografica importante, la colonna traianea fatta innalzare da Traiano nel 106 d.c. per celebrare la fortunata campagna contro i Daci. I legionari raffigurati nel fregio hanno una sorta di fazzoletto ripiegato sotto la corazza o semplicemente annodato al collo. È plausibile che i soldati romani avessero ereditato questo accessorio dalle popolazioni della Dacia e lo usassero come riparazione dal clima molto rigido. Usanza che si diffuse poi fra la popolazione tanto che alcuni celebri scrittori latini, Orazio e Seneca, ricordano il “ focale” con cui i Romani talvolta avvolgevano la gola.

Tuttavia sembra che ricorressero a questo accessorio soprattutto persone malate o quelle effeminate che gareggiavano a chi l’annodava con più originalità.

Ma la cravatta, come attualmente la intendiamo, nasce con re Luigi XIV. La parola “cravatta” che in antico era detta “corvatta” si fa generalmente derivare dal francese “cravate” un adattamento della parola croata “hrvat” (croato).

Per alcuni studiosi linguistici però il lemma non deriverebbe dal croato ma avrebbe origine  dal turco “kurbac” e dall’ungherese “korbacs”, termini che designano entrambi oggetti lunghi, come lo scudiscio e la frusta. D’altronde “cravache” in francese vuol dire frusta ed in Francia il termine “cravate” veniva già usato nel XV secolo per definire un pezzo di stoffa lungo e sottile.

In Italia, il termine cravatta era già adoperato nel corso del ‘500 come testimonia Cesare Vecellio (1521-1601) nel libro “Degli abiti antichi e moderni in diversi parte del mondo” (1590), in cui, a proposito del focale  romano, scrive che era una specie di cravatta.

Seguendo la linea interpretativa generale, la storia vuole che, il re francese, impegnato com’era con innumerevoli battaglie europee, avesse creato nel 1686 un reggimento di cavalleria leggera di Croati. Questi croati, detti “cravates” storpiando l’originale “hrvat”, lanciarono una vera e propria moda della cravatta tanto che il reggimento croato al servizio del re di Francia era detto “Real Cravatta”. L’uniforme di questi cavalieri era simile a quella degli ussari ungheresi: un dolman rosso con alamari, un colbacco di pelo e una vistosa striscia di lino bianco annodata al collo.

Soldato Croato con cravatta, XVI-XVII sec.

Soldato Croato con cravatta, XVI-XVII sec.

Il monarca, fiero dei suoi arditi cavalieri, imitandoli, si cinse al collo una preziosa striscia bianca e volle che tutta la corte seguisse il suo esempio decretando così il successo della cravatta che cominciò il suo secolare percorso.

Prima di cristallizzarsi nelle attuali fogge, la cravatta è passata attraverso numerose trasformazioni. Un primo cambiamento si ebbe nel 1692 con la cravatta “alla Steinkerque”, dal nome della località presso la quale si svolse una sanguinosa battaglia, combattuta contro Guglielmo III d’Orange (1650-1702), re  d’Inghilterra e d’Irlanda dal 1689.

Molti stati europei erano confluiti nella cosiddetta “lega di Augusta” per contrastare la proterva ambizione del re Sole e la battaglia di Steinkerque del 3 agosto 1692 è collocata nel contesto delle numerose battaglie avvenute. I Francesi erano comandati da François-Henri de Montmorency Bouteville, Maréchal de Luxembourg, e gli Inglesi erano condotti da Guglielmo III d’ Orange novello re d’Inghilterra.

Le fasi della battaglia così vengono descritte:

Guglielmo, re d’ Inghilterra, scoprì una spia che da Luxembourg era mantenuta appresso di lui, e prima di farla giustiziare la sforzò a scrivere al generale francese un falso avviso, dietro del quale Luxembourg prese con tutta ragione quelle misure che doveano tornargli dannose. La sua armata immersa nel sonno fu assalita all’albeggiare del giorno; una brigata era già rotta in fuga. Luxembourg era ammalato ma il pericolo gli rese tutte le sue forze: cambiar posizione; stabilire un campo di battaglia alla sua armata; riordinar l’ala diritta totalmente scompigliata, rianimar truppe volte in fuga, condur tre volte all’assalto la guardia reale, fu tutto operato in meno di due ore. Abbiamo inseguito il nemico, dice il maresciallo di Berwik, per un lungo quarto di lega, facendone una orribile carneficina. Il nostro drappello scelto composto del duca d’Orleans, dei duchi di Bourbon, del principe di Conti, restò in tutta l’azione esposto al più vivo fuoco insieme col maresciallo di Luxembourg.” (1)

Fu davvero una carneficina, Guglielmo d’Orange battè in ritirata lasciando sul tappeto: 10.000 soldati, 1.300 prigionieri, 10 cannoni e 9 bandiere che andranno a decorare la navata di Notre-Dame.

André Le Nostre - Architetto dei giardini di Luigi XIV, ritratto eseguito da Carlo Maratta. La cravatta è a “punto Venezia”.

André Le Nostre, architetto dei giardini di Luigi XIV, ritratto eseguito da Carlo Maratta. La cravatta è a “punto Venezia”.

Anche Voltaire, nel suo “Secolo di Luigi XIV”, riferisce della battaglia e della nascita di una nuova moda. Al loro vittorioso rientro i nobili francesi trovarono tutte le strade bloccate da una moltitudine di persone che festante li applaudiva. Gli uomini portavano allora cravatte di pizzo, il cui nodo richiedeva parecchio tempo e cura, ma per  fronteggiare l’attacco sferrato a sorpresa contro il loro accampamento, gli ufficiali francesi, nella fretta con cui avevano dovuto vestirsi per la battaglia, avevano negligentemente annodato le loro cravatte al collo lasciando le estremità pendenti semplicemente infilate in un’asola.

Era nata così la “cravatta alla steinkerque”, che fu portata da ambo i sessi non solo in Francia ma in Inghilterra e in tutte le corti europee dove si seguiva la moda francese.

Alla battaglia di Steinkerque non si deve solo la nascita di un nuovo tipo di cravatta ma anche la composizione, in forma di Te Deum, forse la più conosciuta (2), di Marc-Antoine Charpentier(1643-1704).

Da allora la cravatta ha percorso tutti i secoli animando sempre più la scena vestimentaria.

Più la moda maschile si faceva sobria più la cravatta suscitava interesse essendo uno degli ultimi elementi decorativi in grado di esprimere la propria personalità. Nella prima metà del XIX secolo furono pubblicati vari libri di istruzione sull’arte di annodare la cravatta, per cui si riconosceva l’uomo geniale dallo slancio tutto particolare mentre il piccolo borghese si sarebbe fatto subito riconoscere da uno nodo banale e privo di fantasia. Anche il grande Balzac fu uno degli autori di questi manuali.

Così stigmatizzava il Corriere delle Dame del 30 Maggio 1835: “La cravate ‘est l’homme” .

© Ivana Palomba

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– 1. Effemeridi politiche, letterarie, e religiose, Agosto, Volume 8, 1823, pagg. 36-37.
– 2. Il preludio di questa composizione è utilizzato come sigla iniziale e finale di tutti i programmi televisivi e radiofonici trasmessi in Eurovisione.

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Bibliografia:
– Giulia Mafai, Storia del costume dall’età romana al Settecento, Skira, 2011.
– Voltaire, Il secolo di Luigi XIV, trad. it. di U. Morra, Einaudi, 1994.
– Cesare Vecellio, Degli habiti antichi e moderni in diverse parti del mondo, 1590.
Effemeridi politiche, letterarie, e religiose, Agosto, Volume 8, 1823.

May 082014
 

di Ivana Palomba

Altri morirà per la Storia d’Italia volentieri,
e forse qualcuno per risolvere in qualche modo la vita,
Ma io per far compagnia a questo popolo digiuno,
che non sa perché va a morire.
Piero Jahier (1)

Soldati italiani in trincea durante la prima guerra mondiale

Soldati italiani in trincea durante la prima guerra mondiale (Wikipedia)

Il modo di dire, a volte anche formulato in maniera ironica, è un invito, per chi ha il morale a terra, ad affidarsi al potere terapeutico del canto.

D’altronde la forza del canto è nota sin dall’antichità: il mitologico Orfeo ammansiva le belve feroci con il suono della sua lira e, come ci ricorda Seneca, alla sua dolce musica cessava il fragore del rapido torrente e l’acqua fugace perdeva il suo impeto e gli uccelli, commovendosi al suo dolce canto, perdevano le forze e cadevano.

Questo potere curativo doveva essere a conoscenza anche dell’anonimo che incise la frase, divenuta poi popolare, sulla parete di una trincea durante la Grande Guerra.

Il 24 Maggio 1915, l’Italia entrava in guerra contro l’Austria-Ungheria, iniziando così una lunga e penosa guerra di trincea. Se anche la guerra di trincea, una guerra di posizione con la linea del fronte costituita da una serie di fortificazioni, fossati ecc., fu adottata per la prima volta con la guerra di Crimea (1854), raggiunse il suo apice con la I guerra mondiale.

Nelle trincee, semplici fossati scavati in fretta sotto il fuoco nemico, i soldati vissero il lungo periodo della guerra (1915-1918) conducendo una sorta di vita quotidiana sempre in attesa dell’avvicendamento, del rancio, della posta o dell’ordine di attacco. Combatterono non solo contro il nemico ma contro la sporcizia, le intemperie climatiche e soprattutto contro lo stato di tensione continua che logorava i nervi per l’incombente presenza della morte.

Forse fu proprio per allontanare questi tristi pensieri che l’anonimo alpino incise sulla parete di una dolina “canta che ti passa”. Lo intravide, mentre scolpiva la frase, l’ufficiale e scrittore Piero Jahier (1884-1966), arruolatosi volontario negli Alpini nel 1916, che ne rimase folgorato tanto da trascriverla come epigrafe di una raccolta di Canti del soldato.

Nella prefazione (firmata con lo pseudonimo di Piero Barba con il quale era solito firmare gli articoli del giornale di trincea L’Astico) Jahier spiega le ragioni dell’originale pubblicazione:

Questa raccolta non è dedicata ai soldati che si fabbricano una chitarra colle latte da petrolio o un violino colle casse da aranci né ai mitragliatori che cantano colle mitraglie a spalla ma al fante più scalcinato e ammutolito nella trincea più battuta e gli porta il buon consiglio che un fante compagno aveva graffiato nella parete di una dolina: Canta che ti passa.” (1)

I canti del soldato, pubblicati nel 1919, nati spesso durante una trepidante vigilia di un assalto o dopo un cruento scontro, sono riusciti a superare le barriere del tempo e a rendere testimonianza ad imperitura memoria.

© Ivana Palomba

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- 1. Prefazione, Canti di soldati, raccolti da Piero Jahier, tenete degli alpini, armonizzati da Vittorio Gui tenente del genio, 1919, Edito da Sezione “P” della 1^ Armata.

Bibliografia:
– P. Jahier, Con me e con gli alpini, Vallecchi, Firenze, 1967.
Canti di soldati, raccolti da Piero Jahier, tenete degli alpini, armonizzati da Vittorio Gui tenente del genio, 1919, Edito da Sezione “P” della 1^ Armata.
– a cura di Davide Valmas, AA.VV., L’uomo comune. Piero Jahier: uno scrittore protestante?, Torino, Società di studi valdesi, Claudiana Editrice, 2005.

Apr 192013
 

di Ivana Palomba

Portraits à la silhouette

Portraits à la silhouette

Il termine, francese, è entrato nel nostro lessico col significato di sagoma, contorno, profilo, linea, figura.

La parola deriva da Etienne de Silhouette nato a Limoges nel 1709 e morto a Brie-sur-Marne nel 1767. Figlio di Arnaud de Silhouette, alto funzionario amministrativo, compiuti gli studi giuridici trascorse un anno a Londra per apprendere i segreti dell’economia della Gran Bretagna. Fu quindi consigliere al parlamento di Metz, poi cancelliere del Duca d’Orléans, infine commissario di Luigi XV (1710-1774) presso la Compagnia delle Indie.

Fu preso a benvolere dalla potentissima marchesa di Pompadour (1721-1764), influente a corte dal 1745 al 1764, divenendo nel 1759 controllore delle finanze francesi, in quel tempo in cronico deficit. Etienne applicando severe riforme riuscì a recuperare al tesoro 72 milioni di franchi.

Ma tanto rigore – arrivò persino a tassare porte e finestre – gli attirò l’odio dei ricchi finendo anche in disgrazia presso il re, di cui voleva addirittura ridurre le spese personali.

Fu colpito con l’arma del ridicolo ed esposto allo scherno dei concittadini che associarono il suo nome a tirchieria, a ciò che era meschino, evocando la misera situazione in cui si venivano a trovare i colpiti dalle tasse, e di cosa fatta alla svelta e in economia.

I calzoni senza tasche, a sottolineare l’inutilità di un posto ove riporre il denaro, furono detti “culottes à la silhouette“, i soprabiti senza pieghe o a un solo petto “surtouts à la silhouette“, e “portraits à la silhouette” furono detti quei ritratti, allora divenuti di moda, ottenuti dipingendo sul vetro il profilo di una persona dato dall’ombra della candela e che il rigido controllore raccomandava ai ricchi al posto dei costosi ritratti a colori.

Sommerso dal ridicolo, abbandonato dalla Pompadour e dallo stesso re, fu costretto alle dimissioni ritirandosi a vita privata, ma il suo nome era ormai entrato a pieno titolo nella lingua nazionale a indicare ogni specie di disegno nero su bianco a fondo pieno ottenuto col pennello o con le forbici.

©Ivana Palomba

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Bibliografia:
– Georges Duby, Storia della Francia, Milano, Bompiani, 2001.
– Rosa Cristina, Lisbona vista da un uomo del Settecento: Étienne de Silhouette, Sette Città, 2010.
– Paolo Monelli, Barbaro dominio, Hoepli, 1933.

Dec 062012
 

di Ivana Palomba.

Charles-Maurice de Talleyrand-Périgord

Charles-Maurice de Talleyrand-Périgord

La storia ha tramandato il nome di numerosi voltagabbana che nel tempo si sono avvicendati fino alla contemporaneità. Voltagabbana è la persona che per convenienza del momento cambia opinione, convincimento ed anche partito politico. Emblematico rappresentante ne fu il Signor di Talleyrand (1754-1838), vescovo e libertino che, con acrobatica disinvoltura e restando sempre a galla, prestò ben tredici giuramenti rendendo i suoi servigi a  Luigi XVI, alla Rivoluzione, a Napoleone e alla Restaurazione. Deliziosa la poesia che nel 1840 Giuseppe Giusti gli dedicò:

Il brindisi di Girella

Girella (emerito
Di molto merito),
Sbrigliando a tavola
L’umor faceto,
Perde la bussola
E l’alfabeto;

E nel trincare
Cantando un brindisi,
Della sua cronaca
Particolare
Gli uscì di bocca
La filastrocca.

Viva Arlecchini
E burattini
Grossi e piccini:
Viva le maschere
D’ogni paese;
Le Giunte, i Club, i Principi e le Chiese.

Da tutti questi
Con mezzi onesti,
Barcamenandomi
Tra il vecchio e il nuovo,
Buscai da vivere,
Da farmi il covo.
La gente ferma,

Piena di scrupoli,
Non sa coll’anima
Giocar di scherma;
Non ha pietanza
Dalla Finanza.

Viva Arlecchini
E burattini;
Viva i quattrini!
Viva le maschere
D’ogni paese,
Le imposizioni e l’ultimo del mese.

Io, nelle scosse
Delle sommosse,
Tenni, per ancora
D’ogni burrasca,
Da dieci o dodici
Coccarde in tasca.

Se cadde il Prete,
Io feci l’ateo,
Rubando lampade,
Cristi e pianete,
Case e poderi
Di monasteri.

Viva Arlecchini
E burattini,
E Giacobini;
Viva le maschere
D’ogni paese,
Loreto e la Repubblica francese.

Se poi la coda
Tornò di moda,
Ligio al Pontefice
E al mio Sovrano,
Alzai patiboli
Da buon cristiano.
La roba presa
Non fece ostacolo;
Ché col difendere
Corona e Chiesa,
Non resi mai
Quel che rubai.

Viva Arlecchini
E burattini,
E birichini;
Briganti e maschere
D’ogni paese,
Chi processò, chi prese e chi non rese.

Quando ho stampato,
Ho celebrato
E troni e popoli,
E paci e guerre;
Luigi, l’Albero,
Pitt, Robespierre,
Napoleone,
Pio sesto e settimo,
Murat, Fra Diavolo,
Il Re Nasone,
Mosca e Marengo;
E me ne tengo.

Viva Arlecchini
E burattini,
E Ghibellini,
E Guelfi, e maschere
D’ogni paese;
Evviva chi salì, viva chi scese.

Quando tornò
Lo statu quo,
Feci baldorie;
Staccai cavalli,
Mutai le statue
Sui piedistalli.
E adagio adagio
Tra l’onde e i vortici,
Su queste tavole
Del gran naufragio,
Gridando evviva
Chiappai la riva.

Viva Arlecchini
E burattini;
Viva gl’inchini,
Viva le maschere
D’ogni paese,
Viva il gergo d’allora e chi l’intese.

Quando volea
(Che bell’idea!)
Uscito il secolo
Fuor de’ minori,
Levar l’incomodo
Ai suoi tutori,
Fruttò il carbone,
Saputo vendere,
Al cor di Cesare
D’un mio padrone
Titol di Re,
E il nastro a me.

Viva Arlecchini
E burattini
E pasticcini;
Viva le maschere
D’ogni paese,
La candela di sego e chi l’accese.

Dal trenta in poi,
A dirla a voi,
Alzo alle nuvole
Le tre giornate,
Lodo di Modena
Le spacconate;
Leggo giornali
Di tutti i generi;
Piango l’Italia
Coi liberali;
E se mi torna,
Ne dico corna.

Viva Arlecchini
E burattini,
E il Re Chiappini;
Viva le maschere
D’ogni paese,
La Carta, i tre colori e il crimen laesae.

Ora son vecchio;
Ma coll’orecchio
Per abitudine
E per trastullo,
Certi vocaboli
Pigliando a frullo,
Placidamente
Qua e là m’esercito;
E sotto l’egida
Del Presidente
Godo il papato
Di pensionato.

Viva Arlecchini
E burattini,
E teste fini;
Viva le maschere
D’ogni paese,
Viva chi sa tener l’orecchie tese.

Quante cadute
Si son vedute!
Chi perse il credito,
Chi perse il fiato,
Chi la collottola
E chi lo Stato.
Ma capofitti
Cascaron gli asini;
Noi valentuomini
Siam sempre ritti,
Mangiando i frutti
Del mal di tutti.

Viva Arlecchini
E burattini,
E gl’indovini;
Viva le maschere
D’ogni paese.
Viva Brighella che ci fa le spese.

La parola “voltagabbana” è composta dal verbo volta, (da voltare, girare) + sostantivo gabbana.

La gabbana o, come in origine si diceva, il gabbano deriva dal vocabolo arabo qabā’ “tunica da uomo dalle maniche lunghe”, entrato simultaneamente in Italia e in Spagna.

Gli studiosi sono concordi nel far derivare la parola “gabbana” dall’arabo, a sua volta dal persiano, ma vi sono diverse linee interpretative riguardo alla sua evoluzione semantica.

Alcuni la fanno risalire al duca di Savoia, Carlo Emanuele I (1562-1630) che, secondo convenienza, era alleato ora con la Francia ora con la Spagna. Il duca indossava un giubbetto bianco da una parte e rosso dall’altra che voltava quando cambiava alleanza. Altri propendono per l’inizio delle guerre di religione, cattolici versus protestanti. I protestanti e i cattolici avevano casacche di colore diverso e coloro che intendevano passare nel campo avversario quando si presentavano agli avamposti nemici avevano cura di rivoltare la propria  per esprimere intenzioni non bellicose. Questo atto di diserzione allora (?) molto comune era detto propriamente: “Retourner” o “Tourner casaque”.

Abitudine protratta nel tempo, infatti, i disertori o i soldati in fuga dal nemico spesse volte mettono la giubba al rovescio per non farsi riconoscere.

©Ivana Palomba

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Bibliografia:
– Indro Montanelli, Roberto Gervaso, L’Italia del Seicento, Rizzoli,1998.
– Giovanni Cerbo, Flavio Russo, Parole e Pensieri. Raccolta di curiosità linguistico-militari, Rivista militare, 2000.
– Quitard, Dictionnaire des proverbs, Bertrand, 1842.
– Giuseppe Giusti, Il brindisi di Girella, 1840.
– Pier Damiano Ori, Giovanni Perich, Talleyrand, Rusconi ed., 1978.

Nov 102012
 

di Ivana Palomba

Emilio Mola Vidal

Emilio Mola Vidal

“Quinta colonna” ci rimanda oggi all’omonimo programma televisivo, ma l’espressione, col significato di sabotaggio, ebbe un’immensa fortuna durante la seconda guerra mondiale quando già pochi ne ricordavano l’origine.

Il modo di dire, ampiamente diffuso dai media, indica un corpo clandestino che agisce dietro le linee nemiche e veniva spesso usato, in senso figurato, anche nel  linguaggio politico per designare spie e traditori potenziali.

La locuzione risale al tempo della guerra civile spagnola (1936-1939) e lo storico Hugh Thomas, autore della “Storia della guerra civile spagnola”, sostiene che si deve al generale franchista Emilio Mola Vidal.

Entrambi i contendenti – scrive Arrigo Petacco – considerarono la guerra civile spagnola al pari di una crociata:

«La destra si batté per ristabilire il vecchio ordine, per eliminare i “rossi” – come genericamente venivano definiti gli avversari – e per ridare vita a una Spagna pura, monarchica e cristiana; la sinistra si batté per sostenere la giovane Repubblica democratica, ma anche per trasformarla in una repubblica sovietica». (1)

Nell’ottobre del 1936 l’esercito nazionalista del generalissimo Franco stava puntando su Madrid, in mano alle truppe governative repubblicane, e Mola, comandante delle divisioni operanti nella zona settentrionale, disse alla radio in tono trionfalistico che quattro colonne dell’esercito di Franco stavano convergendo sulla capitale, ma che a liberare Madrid sarebbe stata la quinta colonna, quella già in città formata da simpatizzanti della causa nazionale.

Anche se poi la storia ci dice che la capitale spagnola non cadde e Mola non bevve quel caffè nel centro di Madrid, come aveva annunciato ai giornalisti accreditati a Burgos, l’espressione “quinta colonna” si diffuse rapidamente.

© Ivana Palomba

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Bibliografia:
– 1. Arrigo Petacco, Viva la muerte!,  Mondadori, 2010.

– Lucio Ceva, Spagna 1936-1939. Politica e guerra civile, Franco Angeli, 2010.
– Hugh Thomas, Storia della guerra civile spagnola, Torino, Einaudi, 1963.
– Bernard Delmay, Usi e difese della lingua, L. S. Olschki, 1990.

Oct 022012
 

di Ivana Palomba

Il titolo del fortunato libro di Bruno Migliorini è l’occasione per ricordarci che alcune parole sono strettamente legate a fatti storici. È il caso del sintagma “camera ardente” che origina alla corte di Francia nel 1547.

Già Francesco I (1494-1547), re di Francia dal 1515, si ritrovò a fronteggiare l’ondata dei calvinisti e luterani. Infatti, ben sei anni prima che cominciasse l’azione di Lutero, era iniziato in terra francese un movimento evangelistico ad opera dell’umanista Lefèvre d’Étaples (1450 ca.-1538 ca.) che sosteneva la necessità di leggere le Sacre Scritture, “fonte d’ogni vita” e di “ricondurre la religione alla sua primitiva purezza”. Lo stesso Lefèvre aveva pubblicato una traduzione della Bibbia in francese quasi contemporanea alla traduzione tedesca di Lutero. La riforma luterana trovò dunque in Francia un terreno fertile dove le nuove dottrine si diffusero dapprima fra gli umili, fra gli operai, che ne adottarono con entusiasmo le idee generali, e ad essi si aggiunse a poco a poco un certo numero di preti.

Questi primi dissidenti non furono perseguitati, ed anzi fino al 1534, Francesco I, forse con la segreta speranza dell’appoggio dei luterani di Germania contro Carlo V,  si mostrò assai favorevole ai riformati e a parecchie riprese impedì al Parlamento di agire contro gli eretici. Ma poi di fronte alle violenze permise la loro persecuzione ed in pochi mesi circa una quarantina furono condannati e bruciati vivi. Nel 1535 ebbe però un ripensamento e si avvicinò agli eretici promulgando anche un editto che ponesse fine alle persecuzioni per una conciliazione fra  dottrine. Ripensamento che fu di breve durata e quindi si riaccesero le persecuzioni e le condanne.

Gli successe nel 1547 il figlio Enrico II (1519-1559) che fu decisamente intransigente con gli eretici ed infatti istituì nel Parlamento una sezione speciale, detta “Camera ardente”, ch’ebbe l’unico incarico  di sbrigare i  processi di eresia. Il tribunale si componeva di giudici delegati dal papa.

A capo di questo tribunale vi era Antoine De Mouchy (1494-1574) che si faceva chiamare Democharès, dottore di Sorbona. “Questo monaco si disimpegnò con tanto zelo nel suo alto offizio che corre fama che da lui sia derivato poscia il vocabolo francese mouchard(1).

Il termine, che significa informatore di polizia, spione, identificava le persone impiegate da De Mouchy per scoprire gli eretici. Il tribunale dell’inquisizione faceva i requisitorii, informava i processi, e la Camera ardente del parlamento giudicava per ultimo e infliggeva le pene, che per gli eretici e i riformati era quasi sempre il fuoco, da ciò il suo appellativo.

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Bibliografia:
– 1. Girolamo Tasso, Enciclopedia italiana e dizionario della conversazione, vol.5, pag. 325, Venezia, 1842.
– Ugo Bianchi, Storia delle religioni, Piccin, Padova, 1970.

Sep 222012
 

di Ivana Palomba

Oggi parlando di linciaggio si fa riferimento soprattutto a quello morale o mediatico, ma nel passato si trattava di una giustizia sommaria che prevedeva l’uso di una robusta corda saponata stretta attorno al collo del presunto reo.

La tesi più accreditata fa risalire l’origine del termine a Charles Lynch (1736-1796) e alla guerra d’Indipendenza americana (1776-1783).

Charles Lynch era uomo molto in vista nella comunità di Bedford County in Virginia e durante la Rivoluzione, in veste di colonnello della milizia, iniziò ad adottare metodi approssimativi di giustizia con i sospetti lealisti.

Infatti il tribunale più vicino era a Williamsburg distante circa duecento miglia dalla contea di Bedford e tale lontananza non permetteva una giustizia rapida ed efficace, per cui fu posto rimedio dichiarando tribunale, per generale consenso, la casa del colonnello e lo stesso fu nominato giudice assistito da tre soci. In tale veste Charles Lynch fece imprigionare ed esiliare numerosi tories, inflisse pene quali la fustigazione, sequestro di beni e finanche l’arruolamento coatto.

Nel 1782 la giustizia sommaria praticata dalla corte illegale presieduta da Linch fu ratificata dalla legislazione della Virginia con l’entrata in vigore della Lynch’s Law che concedeva al colonnello Linch e ai suoi soci la non perseguibilità penale e civile.

Da questo periodo il termine linciaggio si è diffuso in tutte le lingue, nel nostro lessico è entrato nel 1905.

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Bibliografia:
J. E. Cutler, Lynch-Law, An investigation into the History of Lynching in the United States, New York, 1905

Aug 182012
 

di Ivana Palomba

Nessuna parolina è più stringata, simpatica ed espressiva di OK (okay), soluzione grafica della sigla O.K.

Anche se di importazione americana, e nel nostro lessico potremmo tradurla con bene benissimo perfetto, non c’è dubbio che OK sia molto più incisiva.

L’origine del termine, diffuso in tutto il mondo, ha impegnato per anni gli studiosi statunitensi che hanno fatto numerosi tentativi per scoprirne l’arcano.

Alcuni hanno prospettato che derivasse dall’abbreviazione di “0 killed” (nessuno ucciso, zero morti) al tempo della guerra di Secessione americana (1861-1865), quando le truppe di ritorno ai loro quartieri, senza aver riportato alcun morto, scrivevano su una grande lavagna “0 Killed”.

Altri che fosse un’invenzione giornalistica del 1839 dove per la prima volta, il 23 Marzo, apparve, inosservata, nella seconda pagina del Boston Morning Post: “It is hardly necessary to say to those who know Mr. Hughes, that his establishment will be found to be ‘A. No. One’ — that is, O.K. — all correct”.

Ma l’ipotesi più accreditata dagli studiosi, fra cui il giornalista e saggista Henry Louis Mencken (1880-1956), ed accolta nell’Historical Corpus dell’Oxford English Dictionary, è che okay derivi da “orl korrect”, forma scherzosa di all correct, slogan usato nel 1840 durante la campagna presidenziale di Martin Van Buren (1782-1862), ottavo presidente degli Stati Uniti d’America. Tutto deriva da un gioco di parole, dal soprannome “Old Kinderhook” dato a Martin Van Buren.

Le elezioni americane del 1840, da sempre a quanto pare molto vivaci e pittoresche, vedevano contrapposti il presidente in carica Martin van Buren e il repubblicano generale Henry William Harrison (1773-1841).

Martin van Buren era nato a Old Kinderhook, piccolo villaggio di Hudson Valley nello stato di Nuova York, e da ciò gli era derivato il nomignolo di “saggio, mago di Kinderhook”.

Il comitato di amici che sostenevano la sua candidatura prese il nome di Old Kinderhook Club abbreviato per comodità prima in O.K. Club e poi più semplicemente in O.K.

Sebbene OK divenisse il grido elettorale più diffuso, la vittoria alle elezioni americane arrise al generale Harrison, il cui mandato verrà ricordato come il più breve della storia statunitense. Infatti il giorno del suo insediamento, 4 marzo 1841, tenne il suo discorso (che detiene il primato come discorso di insediamento più lungo della storia) sotto una pioggia battente rifiutando una qualsivoglia protezione, per non sfatare l’aureola di uomo aduso ai rigori della vita, contraendo così una polmonite fulminante che lo portò alla morte dopo appena un mese.

Dopo che Van Buren fu battuto da Harrison, circolò la voce che OK stava per Orful Kalamity e Orrible Katastrophe.

La sigla OK, molto orecchiabile, ebbe una grandissima fortuna tanto che molti si contendono l’onore di averla inventata. Infatti, come sostengono i linguisti anglosassoni, i suoni “o” e “k” sono presenti in ogni lingua, anche se il termine passando da una nazione all’altra ha subito riadattamenti locali: per i nativi americani “Okeh” (è così), per i greci “ola kala” (tutto bene), per i tedeschi “ohne Korrektur” (nessuna correzione), per gli scozzesi “och aye” (oh sì), per i finnici “Oikea”(corretto).

Nel nostro lessico, la prima attestazione scritta di OK è del 1931 (Dizionario moderno di A. Panzini), ma è divenuto popolare nel 1945 con i soldati americani.

©Ivana Palomba

Bibliografia:
– Harwey Monica, Anna Ravano, Wow. The Word on Words, Grande dizionario Inglese Italiano di parole e di frasi idiomatiche colloquiali e gergali, Bologna, Zanichelli, 1999.
– Henry Louis Mencken, The American Language. A Preliminary Inquiry Into the Development of English in the United States, Cosimo, Inc., 2010.
– E. A. Collier, A History of Old Kinderhook, Putnam’s sons, 1914.

Jul 232012
 

di Ivana Palomba

Il primo conflitto mondiale è stato per molti italiani, impegnati in mesi e mesi di guerra per lo più statica, un crogiolo di esperienze umane, di valori e di trasformazioni intellettuali anche sul versante linguistico.

Molte parole e locuzioni nate in trincea e riportate nei paesi d’origine sono poi divenute di uso comune: “grana”, “arrangiarsi”, “fifa”, “pignolo”, “sventola”, “scalcinato”, “marmitta”, “cicchetto”, “stecca”, “ battere la fiacca”, e così via.

Una vera e propria lingua di guerra nata al fronte e adottata da tutto l’esercito, a quell’esercito a cui venivano appioppati icastici nomi:

“Scarponi” per gli alpini, “Chichirichì” per i Bersaglieri, “Vasellina” per il Corpo Sanitario, e “Buffa” per la Fanteria.

Se per gli altri reparti era lampante e chiaro il riferimento, molto si è discusso per il nominativo affibbiato alla fanteria.

Nome ripreso anche nella poesia-canzone di Giulio Camber Barni (1891-1941):

“La fanteria l’è buffa, l’è bassa di statura, ma quando va all’assalto anche i honved (1) gan’ paura. Bim, bum, bom, al rombo del canon… ! Non sono bersagliere, non son neppure alpin, son come il Re d’Italia: io sono fantaccin. Bim, bum, bon (2)

La tesi interpretativa prevalente sul nomignolo della fanteria è tutta in quel “vestito un po’ goffo rispetto alle altre armi” (3), e “dello scarpone, del curvo sotto lo zaino, dell’uomo che veste panni di misura non sua, del povero fante che conosce davvero la guerra” (4).

Ma se “buffa” è nato in trincea, il nome fante ha antenati illustri: dal latino infans-antis (Infante=non parlante), composta dal prefisso negativo in- e da fantem (parlante)  participio presente del verbo fari.

Nel tempo la parola infante ha preso il significato di garzone, servo di casa, famiglio e nella società medievale indicava anche il servitore che seguiva a piedi il suo signore che invece andava a cavallo.

Il nobile cavaliere, che in tal periodo era sempre impegnato in battaglie, alla fine democratizzò l’uso delle armi anche per l’infante che ebbe l’onore del combattimento.

Nasceva così l’infanteria: dal servitore che combatteva a piedi a designare genericamente ogni soldato appiedato.

Infine, il popolino che andava per le spicce nel parlare tagliò la testa a infante e infanteria e si ebbe: fante e fanteria.

© Ivana Palomba

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Bibliografia:

– Fortunato Minniti, Piave, Il Mulino, 2000.

– 1. La peculiare situazione interna dell’impero asburgico si rifletteva sulla struttura delle sue forze armate. Accanto all’imperial regio esercito, in Italia vi erano affiancate anche due strutture dipendenti direttamente dai due parlamenti presenti nella duplice monarchia: la Landwher facente capo all’impero d’Austria e la Honved afferente al regno d’Ungheria.
– 2. Andrea Cortellessa, Mario Isnenghi, Le notti chiare erano tutte un’alba: antologia dei poeti italiani nella prima guerra mondiale, Bruno Mondatori, 2005, pag.130.
– 3. Lares, vol. 66, Olschki, 2000, pag. 70.
– 4. Italo Marighelli, Parole della naia, Nuova Guaraldi, 1980, pag.22.

Sep 182010
 

di Ivana Palomba

Quanti, dopo l’avvenuta fumata bianca, in trepidante attesa in piazza San Pietro, hanno potuto ammirare anche il picchetto d’onore preparato per il novello papa! Infatti, le rappresentanze militari con le guardie svizzere, allietati dalla banda musicale, avevano preso posto proprio sotto la finestra delle benedizioni da cui sarebbe apparso il Santo Padre.

Il picchetto d’onore indica “un piccolo distaccamento di militari impegnato in funzione di guardia d’onore, soprattutto quando si tratta di rendere gli onori a una certa personalità” (1).

Ma che origine ha la parola “Picchetto”?

L’origine è prettamente militare e deriva dal francese “piquet” da “piquer” = pungere.

In verità, è un francesismo annacquato perché proviene dalla radicale germanica “pikk”= punta, di origine chiaramente onomatopeica.

Il piquet, dunque, altro non era che una punta, un bastone appuntito, all’italiana un piolo.

Durante le guerre del Settecento, questi “picchetti” furono dati in dotazione ad alcuni reparti di cavalleria che opportunamente dislocati in più punti strategici erano pronti ad entrare in azione su comando.

Questi cavalieri furono detti “chevaliers de piquet” perché dovendo sostare in luogo aperto infiggevano i loro picchetti nel terreno per legarvi il cavallo. Quando dovevano spostarsi strappavano il picchetto e si lanciavano al galoppo.

In seguito, la parola “piquet” designò dapprima l’intero drappello di cavalieri e poi anche il servizio di guardia da essi effettuato.

Una piccola curiosità, “picchetto” è anche il nome di un antico gioco, risalente alla prima metà del XV sec., che fu passatempo prediletto delle famiglie reali francesi ed inglesi. Diffusosi in seguito fra tutti i ceti ebbe un’enorme fortuna fino al XIX secolo.

©Ivana Palomba

- 1. Dizionario militare, a cura di Riccardo Busetto, Zanichelli, 2004, pp. 669-670.

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Bibliografia:
– Giuseppe Grassi, Dizionario militare italiano, Società tipografico-libraria, 1833.
– Giampiero Farina, Alessandro Lamberto, Enciclopedia delle carte. La teoria e la pratica di oltre 1000 giochi, Hoepli, 2006.

Aug 232010
 

di Ivana Palomba

Pantalone

Pantalone

Comunque vadano queste elezioni il risultato finale vedrà pagare il solito pantalon, cioè il popolo. La locuzione “paga Pantalone”, eterno lamento del popolo, ha infatti il senso figurato di pagare per tutti senza trarre alcun beneficio.

Il lemma “pantalon” è voce dialettale veneziana molto popolare già agli inizi del ‘600 a indicare il popolo veneziano per le ragioni ben espresse dal Tassini nelle sue curiosità veneziane (1):

a) nome popolare corrotto di Pantaleone, medico e martire a Nicomedia nonché santo titolare di un’antichissima chiesa veneta che fu riedificata dalla famiglia Giordani nel 1009 sotto il dogato di Ottone Orseolo;

b) metafora di “pianta i leoni” per l’abitudine dei veneziani di mettere sulle terre di nuova conquista lo stemma pubblico del leone alato;

od ancora

c) dall’accezione negativa di scherno assunta nel tempo dalla caratteristica maschera veneziana di Pantalone figura del mercante onesto e bonario ma facile agli inganni.

Ricercare invece l’origine della locuzione significa intraprendere un viaggio affascinante nella storia per le linee interpretative proposte.

Secondo Cristoforo Pasqualigo, il detto “Pantalon paga per tutti” risalirebbe alla fine del XV sec., epoca delle guerre di Ferrara, Napoli e Pisa contro Francesi e Turchi, quando i costi incisero sulla ricchissima Venezia che pagò per tutti, rimanendo “asciutta di denaro”(2).

Per Cesare Musatti, la locuzione ha un’origine più recente risalente al periodo della caduta veneziana in cui circolarono molte caricature e satire. Infatti, dopo il trattato di Campoformio (17 ottobre 1797), che vedeva cedere la Serenissima all’Austria, si impose all’attenzione del pubblico una famosa caricatura che raffigurava una carrozza in uscita da villa Manin in cui i rappresentanti francesi e austriaci avevano appena firmato il protocollo d’intesa. Alle proteste dell’oste che inseguendo la carrozza reclamava il costo del vitto e dell’alloggio al grido di: “Chi pagherà?”, gli veniva risposto da Pantalone a cassetta: “Amigo, pago mi”(3).

Verrebbe da dire: Niente di nuovo sotto il sole.

© Ivana Palomba

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Bibliografia:
– 1. Giuseppe Tassini, Curiosità veneziane, vol.II, Filippi, 1863.
– 2. Cristoforo Pasqualigo, Raccolta di proverbi veneti, III ed. , Zoppelli, 1882.
– 3. Cesare Musatti, Motti popolari veneziani, Venezia 1904.

- Cesare Levi, Il vecchio “papà” della Commedia: Pantalone, Emporium, nov. 1914, pagg. 253-265.

Jul 242010
 

di Ivana Palomba

Quelli che non sanno ricordare il passato
sono condannati a ripeterlo
(Gorge Santayana, La vita della ragione)

Anche quest’anno, dal 2000 (legge 211 del 20 luglio 2000), l’Italia ha onorato con il “Giorno della Memoria” gli innumerevoli morti della “Shoah”, termine ebraico che vuol dire “catastrofe” “distruzione” ovvero il genocidio della popolazione ebraica perpetrato durante la seconda guerra mondiale.

I fatti e soprattutto i numeri di tale catastrofe sono ormai tristemente e diffusamente noti, mentre meno noto è il termine usato per indicare l’immane tragedia che ha colpito non solo gli ebrei ma tutti noi.

Il termine “genocidio” compare per la prima volta in una monografia del 1944 del giurista ebreo polacco, Raphael Lemkin (1900-1959). Fu da lui coniato combinando la parola greca ghenόs, dal significato di razza o stirpe, con il suffisso latino  -cidio, che vale uccisione.

Per Lemkin: “genocidio, non significa necessariamente la distruzione diretta di una nazione, salvo quando la distruzione viene perpetrata attraverso l’uccisione in massa di tutti i membri della nazione. Il termine viene interpretato nel senso di un piano coordinato, che comprende diverse azioni dirette a distruggere le basi essenziali della vita di gruppi nazionali allo scopo di annientarli. Gli obiettivi di un tale piano possono essere la disintegrazione delle istituzioni politiche e sociali, della cultura, della lingua, del sentimento nazionale, della religione e della vita economica di gruppi nazionali, nonché la distruzione della sicurezza personale, della libertà, della salute, della dignità e della vita degli individui appartenenti al gruppo.

Il genocidio comprende due fasi: la prima è la distruzione del modello nazionale del gruppo oppresso; la seconda è l’imposizione del modello nazionale dell’oppressore. Questo modello può essere imposto alla popolazione oppressa, consentendole però di restare, oppure al solo territorio, dopo che i cittadini della nazione che opprime hanno espulso la popolazione e ne hanno colonizzato il territorio”.

Il termine venne poi ufficializzato dopo la conclusione del processo di Norimberga (1946) dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che, l’11 dicembre 1946, adottò la Risoluzione n. 96  in cui il genocidio veniva definito come “il diniego del diritto all’esistenza di interi gruppi umani, così come l’omicidio è la negazione del diritto all’esistenza di singoli esseri umani”.

Il genocidio fu infine dichiarato fuori legge nell’assemblea dell’ONU del 9 dicembre 1948, che all’art. I della Convenzione per la Prevenzione e la Repressione del Crimine di Genocidio lo definisce “un crimine internazionale, sia che venga commesso in tempo di pace o di guerra” e  all’art. II come “uno qualsiasi degli atti seguenti, commesso nell’intento di distruggere in tutto o in parte un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso: uccidere membri del gruppo; causare gravi danni fisici o mentali a membri del gruppo; infliggere deliberatamente al gruppo condizioni di vita miranti a causarne la distruzione fisica, parziale o totale; imporre provvedimenti tesi a impedire le nascite all’interno del gruppo; trasferire forzatamente i bambini appartenenti al gruppo presso un gruppo diverso” (1).

©Ivana Palomba

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- 1. R. Lemkin, Axis Rule in occupied Europe, Washington, 1944, pagg. 79-95.

Jun 162010
 

di Ivana Palomba

Gli eventi storici sono un susseguirsi di rivolte e opposizioni, ma ciò che sfociò in Francia nel XVII secolo prese il nome di “fronda” per un concatenarsi di fatti.

Fronda è una parola omografa (stessa grafia) e omofona (stessa pronuncia), sebbene con due significati diversi:

1) ramo con foglie tenere, continuazione del latino frons- frondis,

2) ogni sintomo di ribellione, ogni movimento di opposizione sotterranea e strisciante all’interno di un gruppo politico o di un partito, derivante da “fronde” che in francese significa fionda, ma che noi abbiamo accostato per falsa equivalenza a fronda di ramoscello.

Durante la minorità di Luigi XIV (1638-1715), la reggenza fu assunta dalla madre Anna d’Austria (1601-1666) supportata dal cardinale Mazzarino (1602-1661). In quel periodo la Francia per sostenere le ingenti spese di guerra, impegnata com’era su vari fronti di battaglia – Italia, Catalogna, Fiandre e Germania -, aggravò ancor più il carico fiscale. La pressione fiscale fu quindi il preludio alla rivolta dell’estate del 1648.

Le fasi di lotta furono due: la prima dal 26 al 28 agosto 1648 vide la popolazione parigina allearsi con la borghesia contro l’assolutismo, e la seconda, il 14 luglio 1652, la vide schierata contro quella stessa borghesia che l’aveva tradita e lasciata sola nella lotta.

Per comprendere appieno i motivi di malcontento delle classi umili, d’altra parte molto frequenti perché da sempre le più vessate non solo da eventi naturali ma anche dalle angherie dei potenti, sono importanti le “mazarinades”, vari libelli che circolavano in Francia e che esternavano l’indignazione contro un sistema fiscale sempre più oneroso e il malanimo contro lo straniero Mazzarino che di fatto governava la Francia:

Un vent de fronde
S’est levé ce matin
 Je crois qu’il gronde
 Contre le Mazarin. (1)

Nel 1648 il parlamento francese era divenuto il focolaio dell’opposizione alla reggenza ed era vistosamente xenofobo nei confronti del cardinale Mazzarino. Fu proprio nel contesto di tali riunioni  che passò alla storia l’intervento del giovane parlamentare Bachaumont: «il faudra fronder comme il faut» (2), in cui sosteneva non fosse il caso di rispondere immediatamente ai filogovernativi  ma  era più utile adottare la politica di quei ragazzi che si divertivano a lanciare sassi con la fionda alle guardie, si disperdevano non appena esse intervenivano per poi ricominciare come prima non appena la vigilanza si allentava.

Frase che si diffuse ben presto a significare la politica di opposizione contro Mazzarino e che poi estensivamente venne a indicare ogni sintomo di opposizione, ribellione.

© Ivana Palomba

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– 1. Charles de Brosses, Traité de la formation méchanique des langues, et des principes physiques de l’étymologie, vol.2, Terrelonge, 1800, pag. 402.
– 2. idem.

Bibliografia:
– John B. Wolf, Luigi XIV, Garzanti Editore, Milano, 1975.
– Christian Jouhaud, Mazarinades: la Fronde des mots, Paris, Aubier, 1985.

May 222010
 

di Ivana Palomba

Louis François Armand de Vignerot du Plessis duca di Richelieu

Louis François Armand de Vignerot du Plessis duca di Richelieu

Questa prelibata salsa dal sapore delicato, delizia del palato e degli occhi, è attestata nel nostro lessico dal 1905, prestito dal francese mayonnaise, documentato dal 1807.

La sua storia, almeno la più accreditata dai linguisti, è strettamente legata ad una delle battaglie più ardimentose di Francia e al nome di Louis François Armand de Vignerot du Plessis duca di Richelieu (1696-1788),pronipote del grande cardinale.

Il duca, sempre azzimato e profumato come un damerino, era il dominatore assoluto della scena galante del suo tempo tanto che ingelosì due monarchi, ingannò alcune centinaia di mariti e subì quattordici mesi di detenzione per le eccessive attenzioni nei confronti della duchessa di Borgogna.

Nonostante i suoi eccessi amorosi, le biografie parlano di ben cinquecento femminee torri crollate sotto il suo ardimento, trovò anche il tempo di partecipare all’assedio di Friburgo (1713), di combattere con valore in varie campagne (1733-1734) e nella guerra per la successione d’Austria, meritandosi il bastone di maresciallo di Francia (1748).

Le memorie della sua vita, contenenti un fedele ritratto dell’ambiente di corte durante la Reggenza e sotto Luigi XV, furono compilate sulla base di suoi appunti da Jean Louis Soulavie (1753-1813), abate letterario di dubbia reputazione.

Gli anni precedenti la guerra dei Sette Anni (1756-1763) vedeva la rivalità coloniale tra Francia e Inghilterra farsi sempre più accesa poiché le navi inglesi la facevano da padrone nel Mediterraneo rendendo sempre più dura la vita ai vascelli francesi.

Durante uno dei soliti festini, cui era solito partecipare ed esserne il centro di eleganza e facezie, il duca propose al re di togliere Minorca agli inglesi.

La proposta che all’inizio sembrava una boutade fu invece approvata in pieno dal monarca che permise al duca di condurre in prima persona l’impresa.

Agghindato come andasse a una festa, Richelieu partì da Tolone e il 18 aprile1756 sbarcò a Port Mahon cominciando l’assedio alla cittadella fortificata.

Il duca però non aveva fretta e trovato un angolino ben riparato dai cannoni inglesi, di mare e di terra, fece approntare il campo che ben presto assunse il carattere di un gaio festino, con pasti pantagruelici e spassose rappresentazioni su un teatrino improvvisato, allietato dalla presenza delle belle minorchesi che avevano applaudito alla bandiera gigliata francese.

Piatto comune era il pesce, data la naturale abbondanza a portata di mano, anzi di acqua, ed ogni giorno era ammannito in maniera diversa.

Un giorno, il cuoco del maresciallo presentò il pesce con una salsa a base di olio e tuorlo d’uovo, preparata a freddo perché il fuoco acceso avrebbe attirato i colpi di moschetto, che fu graditissima da tutta la brigata.

Fu un vero e proprio trionfo che Richelieu battezzò “sauce mahonnaise” a imperituro ricordo del luogo dove era stata presentata per la prima volta rimpiazzando così la “bayon-naise” salsa di Bayonne. Il tempo ha poi trasformato mahonnaise in majonnaise.

La storia ci dice poi che l’assalto al forte di San Filippo avvenne il 28 giugno 1756 con la vittoria dei francesi, mentre la salsa maionese avrebbe vinto una ben più duratura battaglia, quella del palato.

©Ivana Palomba

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Bibliografia:
Dizionario della letteratura francese, 2002, ad vocem .
– Aldo Gabrielli, Dizionario dello stile corretto, Mondadori, 1960.
– Louis François Armand Du Plessis Richelieu (duc de), François Barrière, Jean Louis Giraud Soulavie, Memorie del duca de Richelieu, Société des bibliofili, 1903.