Apr 282011
 

Analizzare la storia degli oggetti significa altresì analizzare la mentalità, i comportamenti, il modus vivendi di una determinata epoca, entrare nell’intimo dei fatti cercando sfumature psicologiche per avere un quadro quanto più completo.
Questo gradevole articolo, ripreso dal blog di Mitì Vigliero - che ringrazio per la condivisione -, ci illustra le “vicende” del bidet.

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Nel 1700 in Francia, sua patria, venne battezzato “bidet” (cavallino); è uno dei sanitari che incredibilmente ha avuto (e ha tuttora) più difficoltà a farsi accettare nell’uso dell’igiene quotidiana, a causa delle sue origini.
Se all’inizio serviva a cavalieri e amazzoni per placare le irritazioni dovute alle lunghe ore passate in sella, divenne subito strumento utilizzato soprattutto dalle prostitute, sia da loro che – per obbligo di legge sanitaria – dai clienti prima e dopo le “consumazioni”.
Ricordiamo inoltre che il XVIII secolo fu assai restio all’igiene; molti medici erano convinti che l’acqua fosse dannosa per l’organismo umano, e il cristianesimo considerava un vero e proprio peccato guardarsi o toccarsi il corpo nudo durante le abluzioni.
Ma anche lo stesso illuminato Diderot nel 1768 insegnava alla figlia la vera base del decoro: “la necessità di celare a se stessi quelle parti del corpo la cui vista potesse indurre al vizio”.

Se quindi gli uomini associavano il bidé alle loro frequentazioni di donnine allegre, per le donne farne uso significava essere paragonate a quelle.
Furono solo le nobili più… disinvolte a utilizzarlo quotidianamente.
La prima testimonianza risale al 1726, nelle “Mémories” del ministro degli esteri francese Louis de Voyer, marchese D’Argenson, che racconta di aver un giorno sorpreso Madame de Pie, amante del duca Luigi Enrico di Borbone, mentre utilizzava la “sedia di pulizia”; una vaschetta di spesso legno, dalla forma di violino, supportata da uno sgabello a quattro piedi.
Allora erano gli ebanisti che fabbricavano preziosi bidé, e ciascuno aveva il suo modello esclusivo.
Nel 1739 Remy Pàverie lanciò sul mercato quello per coppie affiatate, doppio, con schienali affiancati; nel 1751 il laboratorio Duvaux ne forgiò per la Marchesa di Pompadour uno “con schienale impiallacciato in legno di rosa e modanature floreali, piedi e ornamenti in bronzo dorato”, e poi per M.me de Talmont Saint-Germain un altro in ciliegio selvatico con intarsi in legno d’amaranto, sgabello rivestito di pelle rosa e impunturato di borchie dorate.
Nel 1762 Jacques Dulin creò un vezzoso modello portatile di metallo laccato e decorato a fiori o scene mitologiche, con piedi svitabili.

Nell’Ottocento il bidé (“bidetto” o “bidello”, sic, come veniva chiamato in Italia), venne quasi ignorato dalle persone morigerate; la borghesia fascista anni Trenta lo tollerava solo come strumento atto a persone malate: era venduto alla Rinascente per £.60.
Molti artisti e intellettuali ne furono pubblicamente detrattori, come Verlaine, Isadora Duncan e Henry Miller; molti pittori lo rappresentarono, come Picasso, Forain e Luigi Bartolini.
Negli anni Sessanta in Germania era ancora completamente sconosciuto; gli inglesi lo disprezzano, gli americani lo considerano tuttora una incomprensibile e un po’ scostumata bizzarria del vecchio continente.
Oggi viene usato dal 97% degli Italiani, dal 47% dei francesi e portoghesi, dal 13% degli inglesi e americani e dal 10% dei tedeschi.

© Mitì Vigliero

Louis-Léopold Boilly, Igiene intima, prima metà XIX sec.

Apr 252011
 

Il Rinascimento italiano ebbe ripercussioni su quasi tutta Europa. Cultura, arte, moda, architettura, danza, equitazione, musica, scrittura, modus vivendi, e via dicendo, furono al centro dell’attenzione non solo delle corti oltralpi, ma anche della nascente borghesia e del popolo che entrava in contato con quelle idee grazie inoltre alla diffusione della stampa tramite i caratteri mobili gutenberghiani. L’Italia era da alcuni considerata come modello di vita: William Thomas, gallese, affermava nel 1549 che “la nazione Italia sembra incomparabilmente più civilizzata di tutte le altre. Analogamente Beccadelli raccomandava a un amico di Ragusa (oggi Dubrovnik) di mandare il figlio «in Italia per affinarsi»”(1). Cosicché i costumi italiani furono seguiti in Inghilterra, verso la fine del regno di Elisabetta I, in Francia, ricordiamo Caterina de’ Medici sul trono, in Polonia, nella Germania frammentata, in Ungheria, al tempo di Mattia Corvino, etc. etc. Termini tecnici architettonici, musicali, militari entrarono nell’uso comune delle altre lingue, così come, per fare un esempio, l’uso della forchetta che veniva dall’Italia, diffusosi lentamente in Europa, o come il modo di tagliare la carne - ricordiamo la figura del trinciante - o comportarsi nella vita di tutti i giorni. Il libro di Baldassare Castiglione, Il cortegiano, venne ben presto tradotto in molti paesi. Seguiti erano perfino i bei giardini rinascimentali, quello di Boboli a Firenze, quelli degli Este a Tivoli, guide che servivano di spunto altrove.
Eppure, accanto all’attrazione c’è sempre una certa dose di rifiuto e, con il passare del tempo, si formò una schiera di italofobici, persone che vedevano con occhio critico lo sviluppo culturale, e non solo, del bel paese. L’umanista svedese Olaus Magnus era solito sottolineare la “mollezza” dei popoli meridionali; in Inghilterra era noto il detto “Inglese italianato, diavolo incarnato”, così come in Francia si diceva “dissimulare come un italiano”; Henri Estienne, tipografo calvinista, era contrario all’”italianizzazione della lingua francese”, per non dimenticare che si soleva dire “effeminato come un italiano”. Addirittura per taluni stranieri l’Italia era un Paese di veleni, o ancora, a detta dell’umanista tedesco Konrad Celtis, Nos italicus luxus corrupti, la lussuria italica ci sta corrompendo.
Insomma italofilia e italofobia sembravano, ed erano in effetti, due lati della stessa medaglia, di quella medaglia rinascimentale che, partita dall’Italia, attraverserà, influenzando, buona parte delle terre europee.

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1. in Peter Burke,Il Rinascimento Europeo, centri e periferie, Laterza, Roma-Bari, 1999, pag. 237.

Apr 082011
 

Nello stesso anno in cui Montesquieu pubblicava a Ginevra Lo spirito delle leggi, in cui trattava della necessaria divisione dei tre poteri politici legislativo esecutivo giudiziario, veniva firmata la pace di Aquisgrana (18 ottobre 1748), che segnava la fine della guerra per la successione asburgica.
Giacché la scintilla era stata Maria Teresa (1717-1780), che doveva salire sul trono dell’impero (Prammatica Sanzione di Carlo VI del 1713) e prenderne le redini, considerato Carlo (1685-1740) non aver avuti figli maschi (Leopold Johann era morto a soli sette mesi). Il tutto in un’Europa dai difficili rapporti politico-economici.
Maria Teresa e il marito Francesco Stefano di Lorena (1708-1765), quest’ultimo riconosciuto imperatore con il titolo di Francesco I, sarebbero rimasti sul trono imperiale, Federico II (1712-1786) metteva le mani sulla Slesia, Parma e Piacenza passava a Filippo di Borbone di Spagna (1720-1765), uno dei figli di Filippo V, mentre Carlo Emanuele III di Savoia (1701-1773) otteneva i territori di Vigevano e dell’alto Novarese, oltre a Nizza e Savoia. La Francia di Luigi XV (1710-1774) restituiva i Paesi Bassi all’Austria.
Un trattato che avrebbe dato una certa stabilità all’Italia (1), almeno per qualche decennio, ma che sembrava aver seminato nuove inquietudini.

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1. Gli Asburgo avevano pur sempre il controllo dei ducati di Milano e di Mantova, oltre al Granducato di Toscana, mentre la Spagna regnava su Napoli e Sicilia con Carlo di Borbone che nel 1759 sarebbe salito sul trono spagnolo.

Italia del 1748 dopo la pace di Aquisgrana

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1^ foto Silab storia.
2^ foto Storia illustrata.
Apr 052011
 

Nel XVI secolo il mar Mediterraneo si presentava, fra le altre cose, come luogo di scontro, dove navi di corsari e pirati intrecciavano spade e sparavano palle di archibugi alla ricerca di un bottino da portare a casa. Bottino vuoi materiale che fisico, bottino di merci, bottino di esseri umani. Non si risparmiavano colpi, né dalla parte europea, Spagna, Venezia, Francia, Genova e via dicendo, né dalla parte musulmana. Famosi personaggi ebbero le catene a mani e piedi, e fra questi ricordiamo Miguel de Cervantes (1547-1616), il futuro autore del celebre Don Chisciotte della Mancia.
Seguiamo, per quel che si può, i passi della sua schiavitù in terra africana.
Miguel nacque nel 1547 ad Alcalá de Henares, in una Spagna all’apice della sua estensione territoriale, in cui Carlo V regnava su un impero davvero vasto e ricco. Dopo sei anni fuori dalla sua patria, fuggito per aver ferito un muratore (1), Cervantes si era imbarcato a Napoli (1575) nella galera La Sol, una delle quattro al comando di Sancho Leyva con rotta verso le coste spagnole. Mare addentro la piccola flotta aveva avuto a che fare con ben due tempeste che avevano messo a dura prova la tempra dei marinai e le navi. La Sol ben presto si danneggiò e, alla vista di pirati barbareschi, nelle vicinanze di Palamós (Catalogna), cercò inutilmente di fuggire. Cervantes fu fatto prigioniero, insieme ai sopravviventi, di cui il fratello Rodrigo, dal rinnegato albanese Arnaute Mami, che lo portò prigioniero ad Algeri, città con circa centomila abitanti di cui la quarta parte schiava. Il nostro personaggio fu affidato a un sottufficiale di Arnate, un certo greco dal nome Dali Mami. Questi, forse per errore, avendolo considerato uomo importante per delle lettere di raccomandazione che portava con sé, chiese un riscatto di ben 5.000 scudi, una cifra alla portata di pochissimi, scesa poi a 500 ducati. Per cinque lunghi anni, Cervantes visse nei bagni algerini, tentando senza esito per quattro volte la fuga. Riunita la somma necessaria per riscattarlo, la sua famiglia inviò i frati trinitari, usualmente incaricati di trattare la liberazione dei presi, Juan Gil e Antón de la Bella, per portarlo a casa. Il 27 ottobre 1580, esattamente dopo 5 anni e un mese, Miguel de Cervantes rivedeva le coste spagnole.
In effetti, la vita dello scrittore era stata, e sarà, abbastanza avventurosa, avendo partecipato alla battaglia di Lepanto nel 1571, dove ferito alla mano sinistra perdeva l’uso, a quella di Navarino nell’anno nel 1572, ancora all’assalto di Biserta e Tunisi nel 1573: tutte azioni che permeeranno e renderanno forte l’animo e la penna di Cervantes.

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1. Historia de Iberia Vieja, rivista n. 69, pag. 45.

Mar 172011
 

Generalmente le ripercussioni di alcuni elementi di un evento si possono analizzare solo nel lungo periodo, in particolar modo quando si tratta di economia e/o demografia. Così come la crisi del XVII secolo, le cui cause possiamo ricondurre negli ultimi decenni del ’500, come conseguenza di un piccolo ma determinato cambio climatico (qua) che ostacolò la buona riuscita dei raccolti e causò gravi risultati nei periodi che seguirono. E, in effetti, la storia riporta alcune date in cui si verificarono profonde recessioni: 1630, 1649, 1679, 1693-’94 (1), con altri anni di minore rilevanza, ma pur sempre complementari ai fini della mancata crescita demografica europea.
Dopo il sostanziale periodo di sviluppo economico e sociale del XVI secolo, molte zone dell’Europa e dell’Italia assistono a un arretramento dell’agricoltura, seguito da un crollo delle economie urbane e a una diminuzione della popolazione. Lo sviluppo delle città, caratteristica del secolo precedente, si vede arrestare e ristagnare, fino a cadere, sia a causa delle migliaia di morti che delle poche nascite. Le campagne non riuscivano a soddisfare la richiesta, i campi congelati da inverni freddi non davano più la produzione di una volta, e le bocche da sfamare erano aumentate nei decenni anteriori grazie al decollo economico. Non sempre le riserve alimentari accumulate dalle istituzioni annonarie cittadine erano in grado di sfamare le centinaia e centinaia di bocche, sebbene avvantaggiate, le città, rispetto alle campagne.
La peste del 1630, certamente meno grave rispetto a quella del 1347-49 (qua) che colpì soprattutto gli strati sociali meno avvantaggiati, fu poi causa di ulteriore aggravamento della situazione, una epidemia che causò una crisi demografica di una certa importanza, in cui i poveri, i mendicanti, gli indesiderati, sembrano essere stati i più colpiti, talvolta allontanati dalle città o confinati in spazi circoscritti e sorvegliati. Bologna città, per fare qualche esempio, passò da 62.000 abitanti (1624) a 47.000 (1631) (2). Sono anni di carestia alimentare, di crisi industriale, commerciale, sono anni in cui le città si spopolano e le campagne restano isolate e con poca manodopera (con le dovute e debite eccezioni) e, per di più, fra il 1618 e il 1648 nel nord dell’Europa infuria la Guerra dei Trent’anni.
A metà di quel secolo travagliato, intorno al 1649, una nuova ondata di maltempo provoca, ancora una volta, scarsi raccolti, conseguente aumento dei prezzi e crisi alimentare accompagnata da malattie epidemiche. Poi l’ultima grande crisi, quella di fine XVII secolo.
L’Europa per rialzarsi avrà bisogno di interi decenni.

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1. A. Bellettini, Ricerche sulle crisi demografiche del Seicento, in “Società e storia”, anno 1978, n. 1, pag. 37.
2. A. Bellettini, op. cit.

Mar 152011
 

Jan van der Straet o Giovanni Stradano o Jan van der Straat o Stradanus o Stratesis (1523-1605) fu un pittore fiammingo che lavorò principalmente in Italia, a Firenze in particolare, sebbene presente anche a Venezia e a Roma. Fra le altre cose, Cosimo I gli commissionò una serie di cartoni per arazzi e tappezzerie. Decorò, inoltre, lo studiolo di Francesco I de’ Medici nel Palazzo Vecchio sotto la direzione di Giorgio Vasari.
Di seguito una serie di disegni tratti da Nova reperta (1584), pubblicato da Philip Galle (1537-1612) ad Anversa, che descrivono il suo minuzioso e dettagliato lavoro, presentandoci la quotidianità industriosa del XVI secolo.

 

Jan van der Straat, Stamperia

Jan van der Straat, Bottega d'incisione

Jan van der Straat, Mulini ad acqua

Jan van der Straat, Mulini a vento

Jan van der Straat, Bottega orologiaia

Mar 082011
 

Diverse volte abbiamo accennato al fatto che la Storia è un continuum, un susseguirsi di eventi frutto di decisioni del passato che si ripercuotono sul presente, presente che prepara con la sua volontà il futuro. E il fatto che si affermi esserci un passaggio, per esempio, dal medioevo all’età moderna, non significa svegliarsi un giorno e trovare una completa scissione, un evidente taglio tra fatti di ieri e fatti di oggi. Sebbene si indichi il 1492 come data per l’inizio dell’età moderna, non vuole dire che il 31 dicembre 1491 eravamo nel medioevo e il 1° gennaio 1492 ci siamo svegliati nell’epoca moderna (vedi articolo sulle periodizzazioni, qua), no, i cambi storici, lo sappiamo, avvengono, nella maggior parte delle volte, in modo lento, in modo talvolta così sottile che bisogna attendere decenni prima di poter affermare essere entrati in una nuova stagione.Tutto ciò per rilevare che il transito verso l’epoca moderna avviene, in un certo qual modo, in maniera graduale sotto alcuni aspetti, meno progressiva sotto altri. I legami restano, sono duri a sciogliersi, a volte sembrano vivi, vigorosi, forti, si rinnovano sotto nuove forme e caratteristiche, con altri nomi e determinazioni, ecco perché è difficile parlare di cesura netta, di palese nuova stagione.
Con il lento declino in Italia del potere comunale e degli Stati cittadini, si ebbe l’affermazione delle Signorie e dei Principati, un continuum che vide sviluppare un sistema politico più complesso che configurava nuove strutture su domini territoriali sempre più grandi. Cosicché potremmo considerare queste ultime realtà come evoluzione, come sviluppo, come un dinamico passo verso modelli più efficaci di organizzazione, per raggiungere, nel lungo periodo, la formazione dello Stato italiano. Ricordiamo che l’Europa almeno fino a metà Seicento sarà ben lontana dall’avere forti realtà compatte, unitarie e compiute.
Esempio del continuum storico di cui abbiamo accennato potrebbe vedersi nello sviluppo dello Stato toscano iniziato intorno i primi decenni del ‘400, fino ad acquistare potenza territoriale e finire con le ultime riforme dei regnanti lorenesi. Stato organizzato burocraticamente, stato con un certo ordine, stato con un dialogo fra centro e periferia – consideriamo Firenze e l’evolversi portuale di Livorno (qua) -, stato rappresentato all’estero, stato con un peso politico nelle decisioni italiane, stato armato militarmente. Cosicché, l’ampliamento del territorio produce di conseguenza tutta una serie di interventi che vengono dal centro atti a tenere fermo e saldo l’avanzamento della nuova forma politica, interventi militari, fiscali, economici, sociali, interventi che sono, potremmo azzardare dire, prodotto del processo storico iniziato nel medioevo con i comuni, limitati nel territorio, poco sviluppati, più facili da controllare. Ciò non significa che la nuova realtà italiana porta all’esclusione o all’eliminazione del vecchio potere feudale, cittadino, comunale, difatti questi ultimi conservano ancora un’autonomia locale che garantirà quel continuum di cui parlavamo. “Statuti e consuetudini locali non vengono soppressi; ma in molti casi si tende a sovrapporvi una legislazione centrale più estesa […]. Le autonomie comunali e feudali non sono eliminate completamente; ma si vuole limitare la giurisdizione dei tribunali periferici, subordinandola a quella dei tribunali centrali”. (1)
Questo, chiamiamolo, cordone ombelicale serve ad alimentare l’espansione delle città, dei commerci, della nuova classe borghese, serve come punto di riferimento fino a quando la nuova realtà non sarà matura e si potrà distaccare, se non mai del tutto, dalle proprie radici per formarne altre.
La nobiltà italiana è “l’evoluzione finale di quella aristocratica urbana a sua volta prodotta dal progressivo inglobamento nei ceti nobiliari feudali dei ceti mercantili emergenti nel medioevo” (per dirla con Philip Jones) (2).
Sarà dunque col passare del tempo e con le nuove dinamiche storiche – rinascita cittadina, espansione mercantile, contatto con altre realtà europee, e via dicendo – che l’età moderna si caratterizzerà e prenderà una forma diversa dalla precedente, ma pur sempre, insistiamo, figlia del passato che la produsse.

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1. E. Fasano Guarini, Gli Stati dell’Italia centro-settentrionale tra Quattro e Cinquecento: continuità e trasformazioni, in “Società e Storia”, 1983, n. 21. pag. 634.
2. F. Angiolini, I ceti dominanti in Italia tra medioevo ed età moderna: continuità e mutamenti, in “Società e storia”, anno 1980, n. 10, pag. 912.

Feb 112011
 

La ricerca della bellezza nell’arte e la natura furono due dei motivi che spinsero i viaggiatori tedeschi a visitare l’Italia del Settecento, un’Italia frammentata politicamente e territorialmente. Gli Asburgo in particolare avevano un occhio puntato sul nostro paese, basti considerare i numerosi contratti matrimoniali, nel trascorso dei secoli, con le dinastie italiane, vedi i Medici, i Gonzaga, gli Este e, nello stesso tempo, vari artisti italiani lavoravano in terra austriaca, Vienna, Innsbruck, Praga, e via dicendo. Non dimenticando che i tedeschi consideravano gli italiani dei vassalli che “erano regolarmente tenuti a prestare il loro aiuto così come avveniva in passato” (1).
Spinti da migliorie nelle strutture delle comunicazioni (qua) sia all’estero che da noi, i vari viaggiatori che visitarono l’Italia ritornavano in patria a pubblicare le loro impressioni, vuoi in manuali di viaggio, vuoi in riviste, una buona mole di informazione che appassionava le vari classi sociali.
Uno dei primi a percorrere le nostre città fu Johann Jacob Volkmann (1732-1803) nel 1757-58, che stamperà nel 1770-71 Notizie storico-critiche dell’Italia (2). Pagine in cui riferisce del Piemonte sabaudo, indi Genova, che descriverà sì come una città debole e povera, ma in cui banchieri dinamici portano avanti un glorioso passato. Poi Milano, dove l’autore troverà una certa armonia fra nobiltà locale e classe dirigente austriaca, poi ancora si sofferma con simpatia sulla Toscana di Pietro Leopoldo (1747-1792), oltre che su Roma, in cui evidenzierà una condotta politica catastrofica, “dove tutti danno ordini e nessuno obbedisce”. D’altronde, lo stesso Goethe parlando della città eterna annoterà nel suo Viaggio in Italia alla data del 7 novembre di qualche anno dopo, 1786: “ […] Si trovano vestigia di una magnificenza e di uno sfacelo che superano la nostra immaginazione. Ciò che hanno rispettato i barbari, l’han devastato i costruttori della nuova Roma”. Passando per Napoli, il Volkmann scrive sulla lotta contro clero e nobiltà da parte del ministro Bernardo Tanucci (1698-1783) e una qualche apertura verso le riforme (3). Venezia viene apprezzata per l’antichissima costituzione, ma in cui esiste una numerosa nobiltà povera priva di spunti innovativi.
Un altro autore, vissuto a lungo in Italia, dal 1752 al 1773, fu Joseph Jagemann (1735-1804), confessore alla corte granducale toscana. Il suo Briefe über Italien (4) raccoglie una serie di informazioni redatte in maniera epistolare davvero utili, sebbene si riferisca più al nord che al sud, luogo che trascura. Particolare attenzione dedica a Milano e alle riforme del ministro Karl Joseph von Firmian (1716-1782), riforme che permettono il rifiorire delle scuole, la razionalizzazione dello stato, le tante opere benefiche. Anche la Toscana è da lui lodata per la politica riformistica di Pietro Leopoldo, reggente che mette in pratica le concezioni illuministiche tedesche. A loro volta i tedeschi considerano Milano e Firenze come avamposti stranieri dell’illuminismo tedesco (5).
Esplicito e preciso è il prussiano Johann Wilhelm von Archenholz (1741-1812), che nel suo England und Italien (6), seppur ammirando l’Inghilterra, esaminerà i due paesi nella medesima trattazione. Archenholz sarà in Italia la prima volta nel 1774-75 e qualche anno dopo nel 1780, viaggio che lo porterà a una buona conoscenza delle varie situazioni locali. Venezia è definita come un “dispotismo”, su Milano accenna brevemente alle riforme del Firmian, stima la monarchia piemontese e la Toscana che definisce il “paese più felice in Italia”. Roma e Napoli, che esalta per le bellezze naturali e architettoniche, hanno una politica fortemente impregnata dalla Chiesa. In poche parole, con le dovute eccezioni, l’Italia appare agli occhi di von Archenholz, come un paese in decadenza, specialmente se paragonato al glorioso passato.
Non solo nei libri di viaggio troviamo descrizioni del nostro paese, ma anche nelle riviste che uscivano con una certa frequenza nelle varie città oltralpe. Speciale riguardo all’Italia, più che ad altri paesi, dedicava la “Mainzer Monatsschrift von geistlichen Sachen”, così come il “Magazin zum Gebrauch der Staaten- und Kirchengeschichte…”, di Johann Friedrich Le Bret (1732-1807), in cui si scriveva di temi mondani e religiosi, magari con un occhio alle realtà tedesche per poter azzardare una proposta di soluzione ai problemi.
In tutto ciò, bisogna sottolineare l’interesse tedesco per le tematiche politiche, sociali e culturali dell’Italia, tematiche che attiravano il lettore e nello stesso tempo lo incuriosivano. Poca rilevanza avevano le questioni economiche, spesso trascurate e messe in secondo piano. Mentre la Toscana, Roma e Napoli (7) erano i luoghi maggiormente frequentati e su di cui si versava maggior inchiostro, a Milano, al Regno di Sardegna e a Venezia si dedicavano meno pagine. Talvolta i pregiudizi e una visione generale distorta erano alla base di una disamina poco corretta e parziale – ricordiamo il loro scarso interesse verso l’illuminismo italiano, o l’idea di un’Italia decadente e priva di forza progressista -, eppur c’è da notare l’attrattiva che ebbe l’Italia nel pensiero tedesco, cosa dagli italiani non ricambiata, almeno sino a quando il Romanticismo tedesco non prese piede.

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1. J. J. Moser, Teutsches Auswärtiges Staatsrecht, Francoforte-Lipsia, 1772 (ristampa Osnabrück, 1946), pag.420.
2. J. J. Volkmann, Historische-kritischen Nachrichten von Italien, 3 vol., Leipzig, 1770-71.
3. Ricordiamo che il Tanucci nel 1776 fu rovesciato e con lui la possibilità di riforme statali. Del caos che regnerà successivamente alla caduta del ministro descriverà un altro tedesco, mai sceso realmente in Italia, Anton Friedrich Büsching (1724-1793), nel Erdbeschreibung 4. Teil, welcher Italien und Großbrittannien enthält, Amburgo, 1789.
4. C. J. Jagemann, Briefe über Italien, Weimar, 3 voll., 1778-85.
5. Christof Dipper, L’immagine politica dell’Italia nel tardo illuminismo tedesco, in “Società e Storia”, n. 59, 1993, pag. 80, trad. a cura di Silvia Marzagalli.
6. J. W. von Archenholz, England und Italien, Lipsia, 2 voll., 1786.
7. Ricordiamo che il gruppo illuminista dell’epoca dell’Italia meridionale era ben conosciuto nei paesi tedeschi.

Feb 082011
 

Abbiamo varie volte accennato alla schiavitù nel trascorso della Storia moderna (qua), schiavitù “prodotto” di assalti, saccheggi, prodotto della pirateria e delle incursioni corsare lungo le coste del Mediterraneo. E usualmente ci vengono in mente gli schiavi turchi, termine con il quale le fonti indicano generalmente i musulmani, “turco” in contrapposizione a “cristiano”, quindi senza una ben precisa appartenenza etnica-politica-geografica.
L’Italia per la sua posizione strategica, oltre che per la molteplice suddivisione politica, ha avuto e ricevuto schiavi anche di diversa origine. Iniziamo dai mori, gente di origine musulmana stanziata in Spagna ed espulsi durante la riconquista cattolica del XV secolo, gente che si rifugiava in linea di massima nel Maghreb, Tunisia in particolare. Dalla stessa zona africana giungevano nelle nostre terre, vuoi tramite le incursioni cristiane, vuoi tramite i commerci, vuoi tramite le battaglie navali, prigionieri provenienti da zone interne, Ciad per esempio, e Tripoli potrebbe considerarsi un fiorente mercato del tempo (XV-XVI secolo) dal quale partivano carovane dirette verso l’Europa. Un’altra testimonianza potrebbe indicarsi nella piccola isola di Tabarca, di fronte Tunisi, in mano ai genovesi (famiglia Comellini) dalla seconda metà del XVI secolo fino al 1741, isola ricevuta in cambio del corsaro Dragut fatto prigioniero da Giannettino Doria nel 1540, da dove salpavano navi cariche di merci, oltre che di schiavi, dirette sia verso le vicinissime terre africane sia verso l’Europa (1).
Non bisogna poi dimenticare gli schiavi neri che, dalla metà del XV secolo e buona parte del XVI, i portoghesi avevano portato in Spagna e in Portogallo dalle loro scorribande lungo le coste africane atlantiche, Senegal e via dicendo, neri che, trasferiti principalmente a Tripoli, erano diretti verso la Sicilia. Per esempio, intorno al 1516, la potente famiglia Fardella di Trapani, poteva contare su un centinaio di schiavi neri (2), mentre a Palermo, sempre agli inizi del Cinquecento, viene ricordato un mercante di schiavi col soprannome di lu nigreri (il negriero) (3) . Anche in varie località pugliesi si ha notizia di negri, di piccoli gruppi isolati portati dai commercianti. Tutto ciò sembra indicare “una forza di frenesia, cioè quasi una smania degli schiavi, che attaccava la nobiltà e in generale le classi più agiate del Cinquecento” (4), in Sicilia.
Facciamo un salto temporale e avviciniamoci alla fine del XVII secolo. Essendo le nostre coste vicine ai Balcani, ecco che parte degli schiavi provenivano, in particolar modo dopo il fallito assedio di Vienna da parte dei turchi nel 1683, proprio da quei territori, vuoi portati da mercanti che approdavano a Brindisi, a Bari, o in Abruzzo, vuoi prigionieri di guerra. E c’erano anche donne e ragazzi destinati a “uso domestico”. Usualmente bosniaci, magiari, slavi, popoli che l’avanzata ottomana dei decenni precedenti aveva sottomesso. Non mancavano i greci, a volte al servizio turco, a volte schiavi anch’essi che remavano nelle navi.
Durante la conquista spagnola di città costiere africane, potevano inoltre essere catturati ebrei, e in buon numero. Il conte Pedro Navarro, che conquistò Tripoli (1510), mise all’asta diversi schiavi e fra questi vi erano ben 289 ebrei, condotti alla fine verso terre siciliane (5). Altri ebrei furono catturati a Tunisi dopo la caduta della città nelle mani di Carlo V nel 1535. Gli ebrei, a loro volta, potevano avere schiavi per conto loro, basti pensare alla comunità livornese che nel 1686 possedeva ben 95 schiavi (6).
Per terminare questo breve accenno, bisogna pur rilevare che la maggior parte degli schiavi presenti e commerciati in Italia erano di origine turca, della penisola anatolica, non di meno è da rilevare che le altre presenze qua considerate hanno avuto un certo ruolo nei commerci, nelle guerre, nelle dinamiche della storia moderna. Non dimentichiamo che alcuni di loro, convertiti al cristianesimo, e sposandosi spesso con persone del luogo, hanno dato vita a figli legittimi nel cui sangue scorreva il passato genetico.

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1. L. Scaraffia, Rinnegati. Per una storia dell’identità occidentale, Laterza, 1993, pp. 19-23.
2. S. Bono, Schiavi in Italia: Maghrebini, neri, schiavi, slavi, ebrei e altri (secc. XVI-XIX), in “Mediterranea”, anno VII, agosto 2010, pag. 235.
3. G. Bonaffini, Corsari schiavi siciliani nel Mediterraneo (Secoli XVIII-XIX), in “Cahiers de la Méditerranée”, n. 65/2002.
4. G. Marrone, La schiavitù nella società siciliana dell’età moderna, Caltanissetta-Roma, 1972, pp. 199-200.
5. N. Zeldes, Un tragico ritorno: schiavi ebrei in Sicilia dopo la conquista spagnola di Tripoli (1510), in “Nuove Effemeridi”, n. 54, 2001, pp. 47-55.
6. C. Piazza, Schiavitù e guerra dei Barbareschi. Orientamenti toscani di politica transmarina (1747-1768), Giuffrè ed., Milano, 1983, pag. 95.

Oct 082010
 

Gli scritti di Francesco Favi, segretario della Legazione toscana a Parigi durante la rivoluzione francese, o almeno sino al 1794, anno in cui fu costretto a lasciare la Francia, sono un’interessante fonte per “vedere” la Rivoluzione francese con occhio italiano – toscano in questo caso – un occhio attento e preciso, un occhio ben informato secondo la tipica tradizione diplomatica italiana.
Il Granducato toscano, in quegli anni, si sforzava, nei limiti della politica europea, essere neutrale e indipendente, dedicandosi per lo più alle riforme interne. La politica estera di Pietro Leopoldo e poi di Ferdinando III era generalmente legata a quella dell’Austria, e Vienna tollerava ben poco che la Toscana avesse i propri ministri nelle corti estere, insistendo sul fatto di adoperare quelli imperiali, con la possibilità di nominare segretari di legazione toscani presso gli stessi rappresentanti imperiali all’estero.
Francesco Favi aveva occupato il posto dell’abate Niccoli che aveva risieduto a Parigi fin dal dicembre del 1769 frequentando, seppur con capacità economiche ristrette, la Corte. Favi, nipote dell’abate, era di idee abbastanza aperte, così come lo zio Niccoli, tanto aperte da accogliere lodando la rivoluzione americana, e mostrando simpatie verso un’economia di tipo liberista. Le sue notizie erano sempre attese con desiderio, sia perché ben precise e attente, sia perché davano il punto di vista di un uomo che viveva in prima persona quei tragici anni.
Leggiamo qua e là in che modo raccontava gli eventi di fine ‘700.

Parigi, 19 aprile, 1790

[…]
Il Clero è stato spogliato dei suoi Beni, e l’amministrazione dei medesimi sarà affidata ai Dipartimenti, e Distretti, delle diverse Provincie, dovendo in avvenire i Vescovi e gli altri Ecclesiastici ricevere in denaro il trattamento, che gli sarò fissato quanto prima, e che sarà molto moderato.
[…]
Tutti convengono, che il rimettere i beni Ecclesiastici ai Dipartimenti è una cattiva operazione perché l’amministrazione sarà abusiva, ma il Clero non deve sperare di recuperare i Suoi Beni, e tutti i suoi tentativi potranno produrre dei torbidi, ma saranno inutili, dovendo questi servire per pagare gli Assegnati, l’estinzione dei quali interessa tutto il Regno, il partito del Clero non sarà mai vittorioso.
[…]
Questa sera i Deputati del Partito dell’Aristocrazia e del Clero si sono adunati in numero di circa trecento in casa del Visconte di Mirabeau, dove io sono alloggiato: il popolo vedendo molte carrozze aveva cominciato ad attrupparsi, ma si è poi dissipato, e non è successo alcun tumulto. (1)

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Parigi, 29 giugno 1790

[…] I Nobili Francesi sono veramente irritati per il Decreto dell’Assemblea del 19 del corrente, che abolisce la nobiltà ereditaria, i titoli, le armi, le livree, e che dispiace a loro anco più di quello, che sopprime i loro diritti feudali anco lucrativi. Dicono che l’Assemblea ha voluto così avvilirli, e disonorarli, e non possono consolarsi; dicono inoltre che la Monarchia senza la Nobiltà non può più sussistere, e che l’Assemblea precisamente vuol distruggerla, aggiungendo, che alla fine si verrà alla Legge Agraria, e alla divisione delle terre perché ci sia una eguaglianza più perfetta. Molti Nobili dovendo riprendere gli antichi nomi delle loro famiglie avranno dei nomi ignobili, e quelli, che potranno espatriarsi senza gran detrimento della loro fortuna lo faranno per non essere privi di quelle distinzioni tanto valutate dalla Nobiltà francese, e che hanno acquistato con dei sacrifici non indifferenti.
[…]
I rivoluzionari si lusingano, che questo decreto farà effetto anco negli altri paesi, e che solleverà i plebei contro i nobili, onde si propagherà più facilmente la rivoluzione della Francia, che in sostanza è la guerra dei poveri contro i ricchi. (2)

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Parigi, 9 maggio 1791

Il popolo bruciò martedì scorso nel Palazzo Reale l’effige del Papa e M. di Saint Huruge uno dei capi dei sediziosi, lesse una specie di processo colla sentenza, che condannava alle fiamme Pio VI rappresentato sotto forma di un fantoccio rivestito di tutti gli ornamenti Pontificali. La Guardia nazionale non cercò d’impedire questo indecente spettacolo, che fu applaudito dagli spettatori, ma che in generale non è stato approvato. (3)

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Parigi, 29 gennaio 1793

La morte, e il supplizio di Luigi XVI non ha lasciato nel popolo una profonda impressione; non se ne parla quasi più, e questo avvenimento è quasi dimenticato coll’istessa leggerezza come tanti altri.
Non si sa se sarà fatto il processo alla Regina, e a Madame Elisabetta; molti però lo vorrebbero, e se è deciso saranno tradotte ai Tribunali ordinarj, e forse rinchiuse nelle Carcerii della Conciergerie.
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1. Zeffiro Ciuffoletti, Parigi-Firenze 1789-1794, Leo S. Olschki editore, Firenze, 1990, pagg. 93-94.
2. op. cit. pagg. 110-111.
3. op. cit. pag. 157.
4. op. cit. pag. 260.

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