Dec 132011
 

In un mio precedente articolo, Roma, fra la fine del 1400 e gli inizi del 1500, abbiamo accennato al fatto che nella città vivevano più uomini che donne. Uomini in cerca di fortuna, potere, favori, lavoro, commercio, ricchezze, e via dicendo. Donne, alcune certamente, che si prostituivano in cambio di una remunerazione materiale, non sempre sottoforma di denaro. Roma era un luogo dove le peripatetiche, generalmente e con le dovute eccezioni, potevano esercitare la professione senza essere quasi molestate, in quanto cortigiane protette da questo o da quel personaggio più o meno influente. Giacché ognuna di loro aveva uno o più sostenitori, signori che le difendevano e le garantivano un certo benessere economico. Ricordiamo, per fare un esempio, Fiammetta, preferita da Cesare Borgia, cortigiana che diede il nome alla piazza che ancora oggi lo porta. E la stessa Fiammetta Michaelis si fece erigere una cappella funeraria. Donne, queste, che andavano regolarmente in chiesa e si confessavano, mostrando rispetto verso la religione cattolica, a tal punto che un luogo di prediche era la chiesa di Sant’Agostino. Seppur condannate dal governo papale, questi esigeva da loro tasse e contributi per opere anche pubbliche.
Quando poi venne il Concilio di Trento, nel 1566, Pio V cercò di liberare Roma dalle prostitute, ma le proteste vuoi degli albergatori, vuoi della gente per bene, vuoi di tutti, prelati inclusi, lasciarono vano il tentativo del papa troppo rigorista.
La loro provenienza era varia, normalmente da città italiane come Siena, Forlì, Firenze, Napoli, Venezia, etc., qualcuna spagnola, qualcuna greca, qualche altra turca, in ogni caso è difficile stilare una classifica geografica, anche perché alcune cercavano di nascondere il proprio passato, la loro vera identità, magari attribuendosi nomi fittizi. Sembra che la maggior parte avesse intrapreso quel lavoro dopo la morte del marito, o l’abbandono del compagno, o per racimolare qualche scudo per contribuire al mantenimento familiare. Usualmente risiedevano vicino le taverne, le locande, gli alloggi che ospitavano forestieri, in vie di transito e forte comunicazione, non esistendo veri e propri prostiboli. Molte di loro vivevano da sole, altre condividevano l’alloggio con colleghe, altre ancora, chi poteva permettersi case più ampie, ospitavano familiari e parenti, poche con servitù. Chiamare la gente per strada, affacciarsi dalle finestre, mostrarsi disponibili chiacchierando sul portone di casa, girovagare per il vicinato, frequentare taverne all’ora di pranzo o cena, erano accorgimenti che permettevano farsi conoscere e trovare clienti. Rarissimi i casi in cui esisteva un intermediario, solitamente l’approccio era diretto e si tentava mantenere il cliente per lungo tempo, quasi come un’amante cui badare, tenendoselo stretto. Difficile calcolare esattamente il loro numero, numero che poteva aumentare come nella carestia del 1590-1592. In ogni caso sembra essere stato circa il 10% della popolazione romana.
Fra loro c’era poi una certa gerarchia, dipendendo questa da cosa poteva offrire, dal grado di cultura, di conoscenze, dalla ricchezza, dal prestigio personale che si era conquistata con il tempo, dalla bellezza fisica, dai modi di fare e di attirare gli uomini. Elementi che davano status quo e alte possibilità di guadagno. Ponte Sisto era il luogo dove si coltivava la prostituzione di bassa classe, quelle donne cadute in disgrazia e desiderate solo da gente di mala fama, volgare, soldati di passaggio. Per tale motivo i prezzi variavano: Pierre Brantôme affermava che una prostituta di valore per una notte poteva finanche costare 12 scudi, mentre per una ordinaria Michel de Montaigne indicava da 1 a 4 scudi (1).
Eppure, le loro case erano luoghi dove gli uomini s’incontravano, discutevano, socializzavano, si conoscevano, s’intrattenevano, giocavano, recitavano, ascoltavano musica, e non solo nelle abitazioni delle cortigiane di lusso, ma anche in quelle delle prostitute comuni, accadendo pertanto che costoro erano più propense a tenere rapporti con pochi uomini regolarmente che con tanti sporadicamente, anche perché i primi potevano offrire protezione, aiuti, favori.
Non sempre andavano d’accordo, e quando litigavano fra loro, cercavano di lasciare un segno, una marca, un riconoscimento nella casa altrui, danneggiandola o sporcandola, spesso insultandosi per strada, parlando malamente l’una dell’altra e, talvolta, arrivando anche alle mani o inviando un’amante a difendere il loro onore. Il tutto per infangare la reputazione della concorrente che magari aveva tradito un tacito accordo rubandogli l’uomo.
A loro qualche poeta avrebbe dedicato dei versi, qualche narratore una storia, qualche pittore le avrebbe dipinte per futura memoria, qualche scultore preso come modelle, qualche altro artista come fonte d’ispirazione. La storia le avrebbe viste come elemento di un insieme, di un periodo, come parte del Rinascimento italiano.

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1. Elisabeth S. Cohen, Camilla la Magra, prostituta romana, in Rinascimento al femminile, a cura di Ottavia Niccoli, ed. Laterza, Roma-Bari, 2008, pag. 180.

Nov 232011
 

“Quanto alle vicende di Spagna,
i poveri sono sempre stati bene accolti nella nostra casa
e gli esuli trovavano rifugio sotto il nostro tetto.
Ebrei spagnoli, ospiti distinti e graditi,
passavano di continuo tra noi…
e mi raccontavano tutta la terribile storia dell’espulsione…”
(Eliya Capsali il Cretese, Seder ‘Eliyahu Zuta)

A volte rifletto che la storia economica dell’Europa nell’età moderna – epoca da noi investigata in questo blog – è, anche ma non solo, legata agli ebrei e ai loro flussi migratori, flussi, spesso e volentieri, indotti da volontà e forze esterne. I loro prestiti, i loro commerci, i loro interessi finanziari erano tali da poter far pendere il piatto della bilancia vuoi da una parte vuoi dall’altra: l’unione era un punto di forza. Gli imprenditori ebrei avevano un ruolo importante nei traffici del Mediterraneo, negli scambi commerciali con l’Oriente, così come nelle elezioni di certi imperatori – vedi Sacro Romano impero. Pepe, spezie, gioielli, stoffe, denaro, lettere di cambio, crediti, e via dicendo, furono gli articoli maggiormente negoziati, articoli che entravano e uscivano da determinate città o porti che agevolavano il loro commercio e permettevano sviluppare, più o meno liberamente, le loro attività; ricordiamo, in Italia, Ancona, Livorno, Pisa, Pesaro…
Sappiamo bene che l’editto di espulsione dalla Spagna del 1492, promulgato dai re cattolici, indusse gli ebrei a rifugiarsi sia verso il Portogallo che verso le terre del nord Europa, una migrazione temporanea, giacché proprio il Portogallo, qualche anno dopo, il 19 marzo 1497, costrinse loro battezzarsi la domenica successiva, almeno tutti coloro compresi fra i quattro e i quarant’anni. Ordine che causò scompiglio, panico, decisioni affrettate, oltre che umiliazione. Eppure, nonostante la conversione di alcuni alla fede cristiana, la vita in quelle terre non fu certo facile, accusati di professare segretamente la loro religione e sempre presi di mira o incolpati.
Vi furono città che, vedendo possibilità di sviluppo economico, incoraggiarono con leggi speciali accogliere comunità sefardite, provenienti dalla Spagna e dal Portogallo, città come, per fare un solo esempio, Venezia e Ferrara. Ma non sempre, giacché anche queste, a un certo punto della storia, sono costrette a rivedere le proprie decisioni: Venezia, nel 1550, decreterà la loro espulsione. E Ferrara ne accoglierà un buon numero, grazie alla protezione degli Estensi – in modo particolare Alfonso I (1476-1534) ed Ercole II (1508-1559) -, Ferrara, città in cui si sviluppò durante il XVI sec. un pacifico scambio culturale, religioso, fra sacerdoti cattolici e rabbini. Fra i grandi che vissero per qualche anno nella città emiliana, ricordiamo l’umanista Abraham ben Mordekai Farissol (1451-1525) e il medico Amato Lusitano (1511-1568), docente di botanica e anatomia. Poi, sul finire del ‘500, il clima cambierà e numerosi furono costretti a partire, taluni anche verso la lontana Turchia, pronta a ospitarli.
I marrani, gli ebrei battezzati, non avevano dunque un’esistenza pacifica: visti dalla parte cristiana erano sempre ebrei, visti dalla parte ebrea erano apostati, poco affidabili e poco credibili. Inoltre, loro stessi, gli stessi marrani, per continuare a mantenere relazioni con gli ebrei dovevano dimostrare essere, nella loro intimità, ancora ebrei, per non parlare degli squilibri, della sofferenza che portava l’esser stati obbligati a convertirsi. Una dualità che condurrà peraltro a problemi psicologici e a traumi esistenziali. Costretti com’erano a vivere in zone limitrofe alla città o in ghetti – ricordiamo quello di San Girolamo a Venezia voluto con un provvedimento del 1516 -, a girare con copricapo o con simboli che li identificavano, queste persone erano di solito considerate sospette e tenute sotto sorveglianza. Infatti, la bolla di papa Paolo IV (1476-1559), Cum nimis absurdum, ordinava loro, fra le altre cose, indossare segni di riconoscimento.
Coloro che abbracciarono il cristianesimo, lo fecero di malavoglia, cercando di perpetuare le loro tradizioni, come sempre, in forma orale, sostituendo i libri ebraici con la Bibbia, professando solo esternamente la nuova fede. E le donne, e gli anziani, svolsero un ruolo decisivo nella trasmissione delle tradizioni orali, poiché quando un ragazzo diventava adolescente, in grado cioè di mantenere un segreto, quello della loro vera fede, veniva iniziato nella sua vera credenza giudaica. Tradizione, oralità, credenza, memoria, elementi tipici di un popolo costretto a sfuggire alle persecuzioni. Da qui, l’importanza della parola ebraica Zakhar, ovvero ricordare, è tale che nella Bibbia è ripetuta nelle varie declinazioni ben 169 volte.

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Nov 212011
 

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Oct 252011
 

La fantasia, l’inventiva, l’estro, l’intelligenza di Leonardo da Vinci (1452-1519) non ebbe eguali nell’epoca in cui visse, e forse neanche oggi. Il suo straordinario genio lo portò, fra le altre cose, a progettare armi, sebbene talvolta poco pratiche, da difesa o d‘attacco.
Giunto alla corte di Ludovico il Moro (1452-1508), nel 1482, iniziò ad elaborare una serie di progetti di macchine da guerra che dovevano servire sia a impressionare l’avversario, sia a debellarlo.
Di seguito tre delle tante invenzioni leonardesche provenienti dal Codice Atlantico.

La balestra gigante è un’idea sviluppata fra il 1485 e il 1488. L’arco, che doveva misurare 13 metri, si tendeva grazie a un argano posto nella parte posteriore, mentre la stessa balestra poggiava su sei ruote inclinate che davano stabilità all’insieme.
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Il cannone smontabile, di grande dimensione, doveva essere un sistema pratico per trasportare le diverse parti anche nei luoghi meno accessibili e impervi, per poi assemblarsi sul terreno di bisogno. Si noti che la maggior parte delle armi erano elaborazioni, miglioramenti, sviluppi di quelle già presenti all’epoca.

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Altro marchingegno è il sistema per respingere gli assalti, marchingegno azionato da una lunga corda collegata a un argano che doveva far uscire dalle mura un grande pettine collegato a una barra trasversale che si adoperava per far cadere le scale degli assalitori.

Sep 202011
 

Un articolo di Bianca Maria Rizzoli sulla moda di fine ‘800, primi decenni ‘900.

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Dal 1890 fino all’inizio della prima guerra mondiale si manifestò in Europa un movimento artistico unitario e internazionale compendiato nel termine Modernismo, che aveva come scopo di sintonizzare l’arte con l’enorme sviluppo della civiltà industriale. Chiamato in molti modi a secondo delle nazioni in cui si metteva radici, il Modernismo fu detto Modern Style in Inghilterra, Art Nouveau in Francia, Stile Floreale o Liberty in Italia, Jugendstil in Germania, Secessione Viennese in Austria. Caratteristica comune era l’uso di motivi decorativi applicati a soluzioni architettoniche, opere industriali, quadri e sculture, elementi di arredo, cartelloni pubblicitari, abbigliamento. Trionfarono nuovi stilemi presi dall’Oriente, temi iconografici quali fiori e insetti – in particolare la libellula -, figure femminili, meduse, mescolati in originali soluzioni spesso disposti secondo il caratteristico schema della “linea a frusta” o ad “esse“.
Il periodo coincide con quella che fu chiamata “Belle Époque”, un momento di sviluppo e spensieratezza in cui l’ottimismo per i progressi della scienza e della tecnica, benefici come la corrente elettrica, l’acqua nelle case, i servizi igienici prima assenti, fecero pensare ingenuamente che un mondo migliore fosse possibile.
Si andava inoltre sempre più sviluppando il fenomeno del consumismo, in particolar modo nel settore dell’abbigliamento, grazie alla maggiore diffusione dei grandi magazzini che offrivano prodotti in serie di buona qualità e a modico prezzo. In questo quadro s’inseriscono molti famosi manifesti pubblicitari allora disegnati da grandi artisti come Toulouse Lautrec, Pierre Bonnard, Jules Chéret, Alphonse Mucha, o in Italia, Marcello Dudovich, Leopoldo Metzlicovitz, Leonetto Cappiello, solo per citarne alcuni. Queste affiches sono tuttora un documento importante dell’arte, dell’illustrazione, del gusto e della moda.
Nonostante da tempo il mondo dell’abbigliamento da donna fosse ricco di fermenti innovativi, l’abito della Belle Époque continuava a proporre la vita strizzata dal busto ormai utilizzato da cinque secoli. Dopo il 1895 era comparso un nuovo modello che scendeva sui fianchi, schiacciava il ventre, e inarcava le reni all’indietro; il petto florido era spinto esageratamente in avanti in un’unica massa e sembrava, secondo la divertente definizione di Bernard Rudofsky, un “monopetto sbalzato”. Veniva così proposta, applicata ai vestiti, la linea ad esse tanto cara all’Art Nouveau.
Il busto era applicato anche alle bambine, fin dalla più tenera età, cominciando con corsetti leggeri e via via più stretti e pesanti. Alla vita minuscola si associavano gonne a corolla cariche di pizzi e decorazioni; se per il vestito da giorno era obbligatorio fasciare il collo, la sera s’indossavano vesti munite di strascico e molto scollate per mettere in evidenza il seno. Contemporaneamente si esaltava una donna florida e sensuale.
Le numerose sottogonne erano avvertite come estremo richiamo erotico grazie al discreto fruscio che sollecitava il pensiero d’intimità allora solo immaginabile. Anche le calze nere, che sbucavano tra metri di biancheria nello scandaloso ballo del “Can Can”, erano considerate estremamente ardite dopo un secolo di biancheria candida. La contraddizione tra l’ideale femminile opulento e questi abiti terribilmente costrittivi sfuggiva ancora, tranne che per isolate voci di medici che deprecavano l’uso del busto e ne elencavano le malefatte: gonfiori, svenimenti, pesanti deformazioni fisiche. Lo dimostrano le foto di modelle svestite che mostrano un corpo dall’innaturale linea a clessidra.
Durante l’Ottocento si era andato codificando l’uso di una veste per tutte le ore del giorno e le occasioni. Mentre in casa ci si vestiva con semplicità, durante le visite o le passeggiate nei parchi pubblici ci si permetteva qualsiasi fantasia e attualità della moda. L’abito da ballo svolgeva invece un ruolo fondamentale nella vita della giovane donna, perché era una delle poche occasioni per incontrare futuri fidanzati. L’abito da teatro era sempre accompagnato da un ricco e monumentale cappello piumato su cui erano depositati ogni tipo di decorazioni ed uccelli, perfino gufi imbalsamati. Anche per il resto della giornata una vera signora non usciva mai da casa senza questo bizzarro copricapo che distingueva a vista d’occhio le popolane a testa nuda dalle donne abbienti.
Altre varianti del vestire riguardavano le stagioni e i luoghi: e quindi c’erano abiti da campagna, da viaggio, da montagna e da villeggiatura. Ma la novità assoluta fu il nuovo interesse per le attività sportive che richiedevano altri vestiti, più audaci di quelli precedenti. Il costume da bagno, castigatissimo, era comparso dopo la metà dell’Ottocento quando cominciarono a diffondersi i primi stabilimenti balneari, ma furono l’invenzione dell’automobile (1890) e della bicicletta, comparsa pochi anni dopo, a introdurre nuovi indumenti: corte mantelle dette “spolverini” per proteggersi dalla polvere della strada, enormi cappelli con veletta che avevano la stessa funzione, abiti da ciclista (o velocipedista) muniti di un tailleur a bragoni rigonfi, i primi pantaloni che entrarono di prepotenza nel mondo femminile.
La prima guerra mondiale (1914-1918) distrusse i sogni di gioia e di progresso mostrando quali terribili armi di distruzione potevano essere fabbricate dall’industria, e causò una battuta d’arresto nella moda, che per alcuni anni ripropose i medesimi modelli. Tessitura e lavorazione del cuoio furono ridirette innanzitutto per le uniformi dei soldati al fronte, e la guerra entrò a far parte anche delle illustrazioni dei giornali femminili. Tradizionalmente questo periodo viene considerato la fine della Belle Époque.

(Bianca Maria Rizzoli)

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Bibliografia:
- Rosita Levi Pizetshy, Storia del costume in Italia, vol. V, Istituto Editoriale Italiano, Milano, 1964.
- Enrica Morini, Storia della moda. XVIII – XX secolo, Ed. Skira, Milano, 2006.
- Bernard Rudofshy, Il corpo incompiuto, ed. Mondadori, Milano, 1975.

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Altri articoli sulla moda di Bianca Maria Rizzoli »»qua.

Aug 102011
 

Come la maggior parte dei sovrani e dei nobili dell’epoca, anche Carlo V (1500-1558) era un amante della caccia, pronto a intraprendere “sacrifici” pur di portare a casa un lauto bottino.
A Bologna, il 24 febbraio 1530, Carlo V viene incoronato da Clemente VII re d’Italia e imperatore, un evento che, seppur in parte simbolico, segna un passo importante nella vita del re, e, caso volle, nello stesso anno il suo nemico di sempre Francesco I sposasse sua sorella, Eleonora, vedova di Emanuele I del Portogallo.
Bene, dicevano della caccia.
Il 27 marzo 1530, a quasi un mese dall’incoronazione, Carlo accettava l’invito a caccia del marchese di Mantova, a Marmirolo. Si dice che diecimila persone (?) (1) presero parte alla battuta, una battuta tanto rumorosa che la selvaggina fuggì, risolvendo il tutto in un fiasco. Fu tanta la delusione del sovrano che poco dopo accolse ben volentieri un’altra proposta, stavolta dai Gonzaga, nella loro piccola riserva. In questa occasione fu più fortunato, uccise un cervo con un giavellotto.

Nel dipinto di sopra, Caccia in onore di Carlo V di Lucas Cranach il Vecchio (1472-1553), del 1544, notiamo – a sinistra in basso vestito di nero – proprio il sovrano con in mano una balestra intento a cacciare. Accanto a lui decine di cacciatori, vestiti all’uopo, con stivali per entrare negli acquitrini, con armi bianche, sono pronti a uccidere cervi, cinghiali, e via dicendo, una gara di abilità e resistenza che metteva a “dura prova” i partecipanti. E Carlo V non era di meno, circondato da mute di cani e amici fedeli attendeva il suo turno.

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1. C. Giardini, M. Paltrinieri, Carlo Quinto, Mondadori, Milano, 1970, pag. 28.

Jun 302011
 

Come si presentava Roma nel ‘500, cosa vedevano (o volevano vedere!) gli occhi di un forestiero?
Bartholomäus Sastrow (1520-1603) fu un luterano moderato che viaggiò in Italia nella primavera del 1546, visitando la Città Eterna, essendo papa Paolo III (1469-1549). Figlio di un mercante di Greifswald, attraversò la Germania, raggiungendo il nostro paese, il tutto a piedi salvo alcune lunghe distanze che soleva percorrere sul carro di qualche buon uomo. Stesse modalità nel viaggio di ritorno. Sastrow aveva l’abitudine, arrivato in un luogo, di mettersi a lavorare, vuoi da cuoco, vuoi da infermiere, come quella volta che, a Roma, entrò ad assistere nell’ospedale di Santa Brigida, una maniera sia per entrare nelle dinamiche della società che visitava, sia per rifornirsi di quattrini e proseguire il viaggio.
Scandalizzato, annotava nei suoi diari:

A Roma ci sono molte persone di ambo i sessi di stato libero; oltre al papa, di solito non meno di quindici o sedici cardinali che mantengono corti come i principi in Germania e possiedono quindi molti ufficiali e cortigiani; qualche centinaio di vescovi con servitù ed altri garzoni della loro corte; molte migliaia di prelati, canonici e preti che hanno pure i loro servi; per non parlare di molte migliaia di giovani monaci, i quali tengono fede al loro voto di castità come il cane osserva il digiuno. A ciò si aggiungano migliaia di assessori, avvocati, procuratori, altri giuristi, notai e così via, presso diversi tribunali, che non hanno moglie e ai quali è vietato prenderla. In mezzo a loro sono migliaia coloro che solo per salvare le apparenze tengono in casa donne come cuoche, lavandaie, cameriere, e quante migliaia di giovani meretrici?! Per esse grande libertà a Roma. Preferirei accoltellare a morte o ferire un uomo piuttosto che percuotere sul collo di una di queste prostitute. I gran signori, il papa, i cardinali, i vescovi e i prelati ordinano, verso sera, al crepuscolo, di portargliele in abiti maschili (…). Le meretrici, però, cedono la loro merce a caro prezzo per poter vestirsi con abiti di velluto e di damaschino, di broccato e di seta; non potrebbero, del resto, venderla meno cara, perché devono pagare un altro tributo, per il fatto che tutta quella pretaglia, che a Roma non è poca, oltre all’obolo dei fedeli, non ha altra entrata se non quella tassa dalle donne libere…” (1)

Accennando al problema della gran quantità di fanciulli orfani, e sebbene Sisto IV (1414-1471) aveva fatto costruire un ospizio, quello di Santo Spirito in Sassia, che funzionava anche come ospedale per adulti, riferiva:

Potrei quasi dire che a Roma tanti bambini innocenti periscano affogati o assassinati per mano dei loro padri o delle loro madri, quanto Erode, il tiranno di Betlemme, ordinò di soffocare e uccidere.” (2)

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1. in Antoni Mączak, Viaggi e viaggiatori nell’Europa moderna, Editori Laterza, Roma-Bari, 2009, pag. 363.
2. op. cit., pag. 364.

Jun 232011
 

L’influenza che ebbe il Rinascimento nelle varie parti d’Europa non fu omogeneo, dipendendo, fra i tanti fattori, dai contatti che personaggi di spicco oltralpe avevano con l’Italia, e viceversa. Università, corti, cancellerie furono i principali, ma non i soli, centri di diffusione.
Renato d’Angiò (1409-1480), per esempio, scoprì e si innamorò degli studi umanistici nella sua venuta in Italia, restando nel bel paese fra il 1438 e il 1441. Il d’Angiò possedeva testi di Platone, Livio, Boccaccio, Lorenzo Valla (1405 circa-1457), un volume dello storico e geografo greco Strabone, che gli era stato regalato dall’amico Jacopo Marcello, inoltre aveva incaricato Francesco Laurana (1430-1502) di vari lavori, fra cui varie medaglie sullo stile di Antonio di Puccio Pisano, il Pisanello (1395?-1455?). Così come Francesco I di Valois (1494-1547) si appassionò alla cultura italiana e agli studi umanistici che avevano preso piede nel nostro paese, desiderando nella sua corte letterati, artisti, dotti, basta citare Leonardo da Vinci che visse gli ultimi anni della sua vita nel castello di Clos-Lucé, vicino Amboise.
Lo stesso sultano ottomano Maometto II il Conquistatore (1432-1481), il vincitore di Costantinopoli (1453), era entrato in contatto con testi classici, Livio era uno dei preferiti. Nel suo palazzo aveva chiamato un erudito italiano, Ciriaco di Ancona (1391-1452), oltre al pittore Gentile Bellini (1429-1507), incaricato di ritrattarlo.
Un altro sovrano affascinato dai greci e latini era il re d’Ungheria Mattia I Corvino (1443-1490), che seguiva ben da vicino gli sviluppi degli studi e dell’arte italiana. Sposato con la figlia del sovrano di Napoli, Ferdinando I, Beatrice d’Aragona (1457-1508), era stato influenzato ben presto dal modus vivendi del nostro paese e si era circondato di artisti e letterati, inoltre aveva inviato per l’Europa i suoi agenti alla ricerca di volumi classici, essendone un buon collezionista. Ricordiamo i suoi libri essere stati miniati da artisti fiorentini. Era in costante contatto con Marsilio Ficino (1433-1499), chiamato Antonio Bonfini (1427-1505) a scrivere una storia d’Ungheria, per non dimenticare che il Verrocchio (1437-1488) e Filippino Lippi (1457-1504), fra i tanti, avevano soggiornato nei suoi possedimenti.
A tal modo che nelle corti, anche nelle cancellerie si ebbe una certa diffusione dell’umanesimo rinascimentale. Quella catalana di Pietro il Cerimonioso (1319-1387) fu organizzata prendendo da modello la fiorentina; Enrico IV di Castiglia (1425-1474) assunse l’umanista Alfonso di Cartagena (1384-1456), figlio di un rabbino convertito e vissuto a Firenze; János Vitéz (1408-1472), arcivescovo di Esztergom, educatore del re Mattia Corvino, affascinato dai modelli classici, li introdusse nella cancelleria reale ungherese. Piccoli casi che avranno importanza nel lungo periodo.
Accadeva talvolta che università straniere assumessero come lettori studiosi italiani, a Parigi erano presenti Filippo Beroaldo (1453-1503), Gregorio Tifernate (1414-1462), e via dicendo. Nello stesso tempo anche letterati locali iniziavano a dissertare sulla cultura classica, a Cracovia si registra la presenza di Gregorio di Sanok (1406-1477) con un corso su Virgilio, a Heidelberg Peter Luder (1443 circa-1509) tratterà degli studia humanitatis.
Nel lungo andare la diffusione umanistica rinascimentale avrà una diffusione sempre maggiore, più evidente in alcuni casi, meno in altri, più influente in certi paesi, meno in altri.

May 062011
 

Che cosa ne sarebbe stato dell’Umanesimo, del Rinascimento senza i libri, senza la parola scritta? Forse l’essere umano non avrebbe avuto quello sviluppo, sviluppo inteso in sensu latu, che lo ha condotto fino ai nostri giorni. La cultura ha avuto, ha, e sempre avrà un ruolo decisivo nella crescita e nel miglioramento delle condizioni dell’uomo, miglioramento, fra le altre cose, come avvicinamento alla vera felicità, quella interiore, quell’armonia interna che ci dovrebbe sostenere nei momenti meno piacevoli.
Sulla via indicata dal Petrarca (1304-1374), una serie di studiosi dell’epoca e delle epoche seguenti si misero a lavoro, indicando i classici come maestri di vita, modelli da studiare, copiare, seguire, ma nello stesso tempo modelli da superare. Prendeva vita lo studio del latino, del greco, dell’ebraico, addirittura il cancelliere di Firenze Coluccio Salutati (1331-1406) aveva chiamato da Bisanzio Manuele Crisolora (1350-1415), per affidargli la nuova cattedra di greco. Giungevano così nella città, oltre a insigni letterati, anche manoscritti dall’Oriente, da quella parte del fu grande Impero Romano. Manoscritti che diventavano vivi, diventavano veicolo di comunicazione, di discussione, uscivano dalle abbazie, dai monasteri, uscivano dai conventi, venivano tradotti, e, con l’avvento della stampa grazie a Gutenberg, raggiungevano in modo più meno agevole anche le parti più recondite dell’Europa, entravano nelle corti, nelle scuole, nelle biblioteche, nelle accademie, nelle cancellerie, la loro circolazione si facava viepiù capillare.
Coluccio Salutati, Poggio Bracciolini (1380-1459), fra gli altri, adoperavano il “corsivo umanistico”, sostituivano alla faticosa grafia “gotica” la “littera antiqua”, agevole da leggere, chiara ed elegante. Enea Silvio Piccolomini (1405-1464), futuro papa Pio II, per esempio, nel 1450, raccomandava “la forma delle lettere antiche, di più facile lettura, più nitida, più vicina ai caratteri greci da cui trae origine” (1).
Quando Palla di Nofri Strozzi (1372-1462) si accinse a fare un inventario dei propri libri, alcuni dei quali provenienti da Costantinopoli, si accorse di aver nella propria biblioteca ben quattrocento manoscritti, fra cui spiccavano Cicerone, Seneca, Livio, Orazio, Quintiliano, Esiodo, Platone, Cicerone, testi la maggior parte classici greci e latini. Niccolò Niccoli (1364 ca.-1437) spese buona parte del suo tempo e del suo patrimonio nella ricerca e nell’acquisto di libri, adoperandosi a farli tradurre. Vespasiano da Bisticci (1421-1498) sarà considerato il “re dei librai del mondo”. Famosa fu la biblioteca di Mattia Corvino (1443 ca.-1490) re d’Ungheria, così come quella di Federico da Montefeltro (1422-1482), per non dimenticare quella dei Medici, iniziando da Cosimo, continuando con Lorenzo, e via dicendo. A Roma, papa Niccolò V (1397-1455), dotto umanista, incaricò i suoi agenti di recuperare opere classiche ovunque, sia pure nei più remoti angoli del mondo. Il cardinale Bessarione (1408 ca.-1472), nome legato alla biblioteca Marciana di Venezia, porterà con sé da Costantinopoli, alla caduta della città nel 1453, la sua fornita libreria. Lo stesso cardinale Orsini offrirà alla Vaticana i suoi manoscritti.
Le biblioteche acquisteranno, insomma, una parte importante nella divulgazione delle nuove idee umaniste, saranno aperte agli studiosi, ai curiosi, ai letterati, saranno fonte d’ispirazione, di lavoro, di discussione. Quando vennero poi le guerre d’Italia di fine ‘400, svariate opere manoscritte e stampate presero la via dell’Europa, Francia, Spagna, Inghilterra, e via dicendo, venivano così a conoscenza del nuovo modo di pensare, agire, del nuovo risorgere, in cui l’uomo diventava la figura principale, uomo non più legato al “buio degli anni di mezzo”, ma uomo che prendeva cognizione della propria forza di ragionare e discernere.
In tutto ciò, parte di rilievo ebbero, come accennato, i caratteri mobili gutenberghiani, che permisero una più facile diffusione e moltiplicazione dei testi. E fra tutti, in Italia spicca Aldo Manuzio (1449-1515), umanista, filologo, stampatore, ammiratore di Poliziano (1454-1494), amico di Giovanni Pico della Mirandola (1463-1494) e di Erasmo da Rotterdam (1466 ca.-1536). Le edizioni aldine saranno maneggevoli, tascabili, facili da leggere, saranno famose in tutta Europa.
Marsilio Ficino (1433-1499), nel 1492, scrivendo all’astronomo Paolo di Middelburg diceva:

Questo secolo d’oro ha riportato alla luce le arti liberali già quasi scomparse, la grammatica, la poesia l’oratoria, la pittura, la scultura, l’architettura, la musica […] ha recato a perfezione l’astronomia; in Firenze ha richiamato alla luce la sapienza platonica; in Germania sono stati trovati gli strumenti per stampare libri” (2).

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1. E. Garin, La cultura del Rinascimento, il Saggiatore, 2006, pag. 58.
2. in G. Armato, A. Miglietta, Dal codice al libro stampato, Lulu, 2009, pag. 93.

May 012011
 

Le Corti Rinascimentali furono – anche, ma non solo – luoghi di passioni, di amore, di odio, di intrighi, luoghi dove la centralità dell’essere umano prendeva forma e si palesava nei più disparati modi.
Di seguito un articolo di Daniela Nutini in cui si sofferma sull’amore fra Pietro Bembo (1470-1547) e Lucrezia Borgia (1480-1519).

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Pietro Bembo è a Ostellato, nel ducato estense, ospite del raffinato poeta e umanista Ercole Strozzi, pubblico funzionario della corte ferrarese, latinista. Il Bembo, veneziano, ha 32 anni, splendidi: di bell’aspetto, abile nel maneggio delle armi, nel cavalcare, preceduto da una fama di conoscitore dell’animo umano, di una eleganza e vivezza spirituali tutte sue, invitatissimo nelle Corti Rinascimentali dove era riconosciuto, senza contrasti, principe degli umanisti di Italia. È appena uscito da una sua storia d’amore con la gentildonna veneziana Maria Savorgnan che gli aveva ispirato lettere appassionate e ardite, ”Amatemi, amatemi, mille volte amatemi”, “Vi piaccia di amarmi un poco più che non fare”. L’amore del Bembo e di Maria era durato un anno, finendo senza reciprochi contrasti ed il delicato umanista si confida con l’amico Strozzi, una particolare simpatia lo lega in una complicità letteraria al cortigiano estense che adesso lo ospita e veglia sul suo soggiorno e che sta per offrirgli una inaspettata sorpresa d’amore. Lo Strozzi ha infatti libero accesso alle stanze della duchessa di Ferrara, a lei ha parlato del veneziano, il figlio di Bernardo Bembo, ambasciatore della serenissima e ha magnificato le doti dell’amico, accendendone la curiosità. E così, in un giorno di Ottobre, in quel rifugio meditativo di Ostellato, ecco presentarsi Lucrezia, la Duchessa di Ferrara, la Borgia. Lucrezia arriva con i suoi vent’anni, le sue vesti colorate, i suoi capelli biondi e leggeri, la sua esilità di pittura gotica, con le sue donzelle ridenti, i suoi musici, i suoi smeraldi, le sue perle. Arriva, ed il bel cavaliere è subito conquistato. Subito ne parla all’amico Strozzi, tesse le lodi di Lucrezia, ne è ammaliato. Ed anche Lucrezia risponde fervorosa a questo amore, lei che “non è superstiziosa di nulla“ come afferma il Bembo, lei che scrive di suo pugno l’indirizzo dell’amato in una lettera cancelleresca, lei che gli manda bigliettini spagnoli e trascrive per lui una cobla di Lopez de Esuniga: ”Yo pienso si me muriese… que todo el mundo quedase sin amar”.
Lucrezia è alla sua seconda stagione di amore. La prima, con il dolce marito aragonese, fu troncata brutalmente dall’omicidio compiuto dal fratello Cesare che assassinò il giovane cognato in un intrigo fatto di torbidi desideri e accuse politiche. Ed ora si abbandona tutta a questo nuovo sentimento, pur con la cautela che le convenienze impongono. Il Bembo le fa dono di una bella sfera di cristallo, accompagnata da un sonetto in lingua italiana, va e viene da Venezia e Ferrara, partecipa alle feste dell’inverno ducale, conversa con Ercole Strozzi su questioni di lingua latina e italiana, guida le letture delle duchessa, è, come sempre, ornamento di quella corte fastosa, amatissimo dal vecchio Duca Ercole. Si intrecciano così giorni su giorni e continua la vicenda d’amore. A fine Giugno Lucrezia fa coniare una medaglia su cui era incisa una fiamma e l’umanista veneziano conia il motto latino da incidere come divisa: “Est animum”, consuma l’anima. Per ringraziarlo la duchessa gli fece avere una sua ciocca di capelli, quella che ancora oggi si ammira nella biblioteca di Milano da cui Byron si vantò di averne sottratti alcuni fili dorati. Il Bembo è ancora a Ferrara e alla sua partenza le fa giungere una lettera, “Io parto, o dolcissima vita mia”, lettera che come le altre sono arrivate per lunghi giri allo Strozzi che fa da intermediario.
Ma si addensano nubi: Alfonso d’Este, il marito di Lucrezia comincia a sospettare qualcosa dell’intrigo amoroso. Alfonso non ha mai amato Ercole Strozzi, si occupa di lettere quel tanto che basta ad un principe del rinascimento e non ha quindi una particolare predilezione per gli umanisti di cui si circonda il vecchio Duca. Poi ecco, ad un tratto muore il Papa, Alessandro VI, il padre di Lucrezia. Lei ne è schiantata, annientata, assiste anche alla rovina della sua casata, non può essere consolata da nessuno. Pietro Bembo lo sa, lo intuisce. Sa che questo amore è alla fine, che gli ardenti giorni di Ostellato sono lontani. Ora le parole sono di rimpianto, di dolcezze. A lei la dedica degli Asolani, la sua più compiuta fatica, ragionamenti e versi d’amore. Morirà poi anche il vecchio Duca Ercole e Lucrezia sarà realmente al potere al fianco di Alfonso, più prigioniera ancora in questa sua dignità. Alfonso osteggia il Bembo come e dove può, non lo invita, gli fa capire di non essere più gradito. I due amanti sanno che tra poco non sarà più nemmeno concesso loro di vedersi, dopo il loro ultimo incontro nel viaggio che il Bembo compie a Roma, a capo di una ambasceria veneziana.
Non si vedranno in effetti mai più. Ed anche le loro lettere cesseranno. Pietro Bembo fu alla corte di Urbino e poi a Roma, segretario in fluentissimo di Leone X e infine cardinale, e quale magnifico cardinale, potentissimo, ed ammirato da tutte le corti. Anche da quella corte di Ferrara ove ora Alfonso gli mandava a dire che venisse il tempo che voleva. Anche Lucrezia scriveva e ripeteva le offerte del marito ma entrambi lo capivano che non si sarebbero mai più rivisti. Ai perfetti amanti di una volta doveva parere insoffribile il pensiero di rincontrarsi non più raggianti della tenerezza amorosa della gioventù. Lucrezia muore, ancora giovane, con l’abito di terziaria francescana. Pietro Bembo continuò la sua ascesa politica e letteraria in quella Roma, fastosa e sfavillante, ebbe altri amori, ebbe dei figli, assurse alla gloria, ma rileggendo la dedica dei suoi Asolani si sarà rammentato “la bella treccia simile ad oro” e “le ciglia d’ebano”, e “le morbide guance”, e “l’agile piede che si abbandonava al ritmo della danza”, come ebbe a scrivere molti anni addietro, affascinato e ammaliato dalla “sua Duchessa”, Lucrezia Borgia, Signora di Ferrara.

(Daniela Nutini)

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