Oct 192012
 

di Daniela Nutini

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Dopo l’annullamento del matrimonio con Giovanni Sforza (1497) – annullamento chiacchieratissimo in tutte le corti italiane, sia per le sue motivazioni, sia per le accuse tremende lanciate dallo Sforza al suocero pontefice Alessandro Borgia –, Lucrezia è di nuovo libera e pronta a nuove nozze. Il matrimonio sarà ovviamente politico: troppo il duca Valentino e il papa tradivano le loro ambizioni per non considerare Lucrezia una semplice pedina nei loro intrighi. La politica del pontefice oscillava tra Casa d’Aragona che regnava a Napoli e il re di Francia che su Napoli aveva delle pretese dinastiche. Figuriamoci come Alessandro VI dovesse destreggiarsi in questi frangenti, tanto più che il Valentino aveva bisogno di un aiuto concreto di truppe e quant’altro per le sue ambizioni personali. Aiuti che non potevano che venire dal re di Francia, che comunque in quel periodo non dava a che vedere nulla delle sue intenzioni. Casa d’Aragona era comunque spagnola e il papa pareva inclinare da quella parte, proprio per le sue origini spagnole. Si risolvette così di dare in moglie Lucrezia ad Alfonso d’Aragona, figlio illegittimo di re Alfonso II di Napoli e di madonna Tuscia Gazzullo. Alfonso era inoltre fratello di Sancha, che aveva sposato il più piccolo di casa Borgia, Jofrè, e viveva abitualmente in Vaticano.
E così inizia per Lucrezia il suo secondo matrimonio. Sarà un matrimonio d’amore. Alfonso ha 19 anni ed è ”l’adolescente più bello che si sia mai visto a Roma”. Per la ventenne Lucrezia, questo ragazzo galante, bello, colto e gentile sarà una folgorazione. I due giovani si amano appassionatamente, il loro è stato un colpo di fulmine. Il matrimonio fu celebrato con gran pompa nell’appartamento Borgia, e così inizia una vita fatta di feste, omaggi, cacce, cavalcate e passione amorosa: i loro sguardi amorosi intenerivano il popolo e i cortigiani canterellavano maliziosi ”piovono baci”.
E questo amore diede il suo frutto nella nascita del piccolo Rodrigo, battezzato così in onore del nonno.
Intorno ai due duchi di Bisceglie – Alfonso aveva avuto il ducato al momento del matrimonio -, nel palazzo di Santa Maria in Portico, si era intanto riunita una corte letteraria composta dagli umanisti più in voga del tempo: Pomponio Leto e i suoi discepoli, il poeta Serafino Aquilano, il Sannazzaro, musicisti provetti, uomini di lettere e di diritto, cardinali e diplomatici. Si era anche riunito un circolo di scontenti, di sostenitori della Spagna e di conseguenza di Napoli, preoccupati della nuova politica filo-francofona del pontefice. Infatti Cesare, partito in grande pompa per la corte di Francia, per sposare l’aragonese Carlotta, era tornato sposato ad un’altra Carlotta, figlia del re di Navarra, e con questo gesto si era legato definitivamente alla Casa di Francia.
Così ora gli Aragonesi non sono più ben visti in Vaticano. Lucrezia ne è terrorizzata, conosce il padre e il fratello, e teme per la sorte dell’amato Alfonso. Il quale, visto l’aria pericolosa che tirava per lui, se ne fugge una notte per Napoli, con pochi bagagli e amici, cercando poi alla disperata di riavere la moglie con sé. Seguono mesi durissimi per Lucrezia, che cerca con ogni mezzo un riavvicinamento tra il papa e il re di Napoli, il quale, incautamente, si fa convincere a rimandare il figlio a Roma, anche per scongiurare quella venuta dei francesi che cercavano di impossessarsi del regno napoletano. L’ultimo tentativo che casa d’Aragona faceva perché il papa tornasse protettore e amico doveva risolversi in un sacrificio.
Troppe erano le congiunture politiche sfavorevoli. Cesare si sente chiamato a grandi imprese, i francesi sono già calati una volta in Italia spezzando la forza sforzesca, e stati e staterelli, feudi papali si sentono minacciati dal Valentino che ha bisogno del re di Francia per le sue imprese. Lucrezia lotta con tutte le armi possibili per avere il favore del padre, fino a tenere presso di sé una fanciulla, giovane e bellissima, che è in quel momento la favorita del papa. Ma Cesare non sopporta più niente di aragonese, perfino vedere il cognato, così bello e dolce, accarezzato e amato dalla sorella, gli pare un affronto insostenibile. Il papa è ora completamente dominato dal figlio. Il destino di Alfonso è segnato.
La sera del 15 luglio 1500, in pieno Anno Santo, Alfonso rientra a casa dopo una cena in Vaticano. È accompagnato dall’amico Tommaso Albanese e da uno staffiere. Sta camminando in Piazza San Pietro quando viene aggredito improvvisamente da alcuni uomini armati. Alfonso, bravo e coraggioso, comincia a difendersi con l’arte della spada dell’eccellente scuola napoletana. Non aspettandosi tale reazione, gli assalitori perdono il loro impeto, riuscendo solo a ferire, seppur gravemente, il giovane duca, mentre lo staffiere invoca soccorso e Albanese copre splendidamente il corpo di Alfonso. Intanto, alle grida, le porte del Vaticano si aprono, e gli assalitori si danno alla fuga. Alfonso viene portato al sicuro.
Si può immaginare da ora in poi lo strazio di Lucrezia. Cura personalmente il marito, che è stato ricoverato in una delle stanze Borgia, la stanza detta “delle Sibille”, con la cognata Sancha al fianco, chiamando i migliori medici, arriva ella stessa a preparare il cibo per l’ammalato su un fornelletto da campo. S’immagina chi è stato il mandante dell’assassinio. Le ritorna in mente il modo della morte del duca di Gandìa, così simile. Alfonso risana lentamente, ma nessuno si fa illusioni sulla sua sorte e tanto meno Lucrezia che concorda con re Federico di farlo partire appena possibile per Napoli, sognando di raggiungerlo ella stessa, per vivere una vita propria nella loro terra di Bisceglie. Ma erano sogni vani, destinati a non durare. Il 18 agosto Cesare, con uno stratagemma, fa allontanare gli amici, la sorella e la cognata dalla stanza di Alfonso. Ed ecco che avanza don Micheletto, l’anima dannata di Cesare. Alfonso si alza in piedi vacillando, in un angosciato tentativo di protesta, in un ultimo gesto di dignità umana, e cade con la mano alzata, come per chiedere grazia per la sua giovinezza.
Per Lucrezia fu uno schianto di orrore. Non ebbe nemmeno il permesso di seguire il modestissimo funerale del marito, sepolto la sera stessa in Santa Maria della Febbre.
Porta un lutto stretto, alla spagnola, angosciata anche per la sorte del figlioletto Rodrigo, legata alla rovina della Casa Aragonese. Le è insoffribile vedere anche il padre, che da parte sua non si capacita di tanto dolore. In quanto a Cesare, appena lo vede, gli getta in faccia amare parole: ”da te, niente mi meraviglia”. Chiede e ottiene di andare a nascondere la sua disperazione nel castello di Nepi da dove scrive agli amici firmandosi “la Infelicissima” e dove copia sul suo libro di ore questo bellissimo verso del Sannazzaro: “per pianto la mia carne si distilla”.
Altri destini si preparano per lei. Tornata in Vaticano, fa pressione sul padre affinché perori la sua causa presso la corte di Ferrara. Lucrezia vuole un porto sicuro, una vita non più legata alle sorti del padre e del fratello, una lontananza dai palazzi del Vaticano dove ha visto uccidere l’amato marito. Ottiene il matrimonio estense e così sarà terminato il tempo di Lucrezia Borgia e inizierà quello, fruttuoso e ammirato da tutti, di Lucrezia, duchessa di Ferrara.

© Daniela Nutini

Oct 162012
 

Sebbene lo abbiamo ripetuto più di una volta, vale sottolineare che la Storia è un immenso mosaico dove ogni tassello contribuisce a completare, nella sua dipendenza-interdipendenza, un insieme, un grande insieme che comprende ogni operato umano che travalica limiti di spazio e tempo.
Ebbene, dopo una serie di articoli dedicati al Barocco in Italia e in Europa, diamo uno sguardo a cosa avvenne nelle terre che videro Colombo qualche secolo prima. Con la scoperta dell’America, dall’Europa emigrarono non solo militari sacerdoti nobili mercanti, ma anche artisti, pittori e architetti che portarono nelle nuove terre caratteristiche tipiche dell’epoca tardo-rinascimentale e barocca, almeno nel periodo che va dal XVII al XVIII sec., epoca da noi trattata in queste righe.
L’America latina, influenzata dalle mode europee, sviluppò un’arte che potremmo chiamare meticcia, un’arte nata dalla confluenza delle esperienze italiane francesi spagnole portoghesi, e via dicendo, con quelle indigene, del folclore popolare, dove temi religiosi del vecchio continente venivano raffigurati alla luce della cultura locale. Un’arte piena di colori, luminosa, forse priva di pietismo.
Il Cusco, in Perù, fu sicuramente una di quelle realtà in cui si istallarono ben presto scuole di pittura di scultura di architettura, scuole che vedranno, per fare qualche esempio, il leccese Matteo Pérez de Alesio (1547- 1628?) – ricordiamo buona parte dell’Italia meridionale essere, in quell’epoca, parte della Spagna – giungere a Lima nel 1588 e aprire un “Centro Sperimentale” con il fine di preparare pigmenti a modo europeo. Fra i suoi discepoli annotiamo: Pedro Pablo Morón, Domingo Gil, Francisco García, Francisco Bejarano.
Così come il romano Angelino Medoro (1567-1633), di sicura influenza fiamminga, fermatosi per qualche anno in Colombia, viaggiando finanche in Perù ed Ecuador, che influenzò le opere del tempo, opere che rispecchiavano un tardo-rinascimento, un primo accenno di Barocco, stili giunti nell’America latina con un ritardo, se ritardo potremmo chiamarlo, di una cinquantina d’anni, intorno la fine del XVII sec. Modelli da tenere in considerazione erano certamente quelli di Murillo, di Zurbarán, Rembrandt, e tanti altri.
Dal Cusco partirono non solo artisti, ma anche correnti di pittura che si propagarono per l’area andina e oltre, dalla Colombia al Perù, dall’Ecuador al Venezuela a Panama al Cile all’Argentina. Stili che, sebbene in un primo tempo legati agli europei, poco a poco – siamo intorno ai primi del XVIII sec. – se ne distaccarono, anche perché i pittori iniziavano a essere locali, indigeni, nativi, perdendo il contatto con l’Europa e dando vita a una propria tendenza, in cui talvolta si raffiguravano scene campestri poco reali, fantasiose, dove le madonne erano nere così come i Gesù bambini, dove gli angeli indossavano pregiati vestiti e gli arcangeli caricavano armi da fuoco. Fantasie locali palesate tramite soggetti europei, soggetti iconografici che desideravano essere l’espressione del sentimento indigeno. Opere che non hanno nulla da invidiare a quelle prodotte in Europa.

La Madonna della montagna, anonimo, XVIII sec.

Oct 032012
 

Certamente non è mia intenzione esaudire in poche immagini un periodo storico che interessò non solo l’Italia, bensì parte dell’Europa, un secolo, il Seicento, caratterizzato, fra i tanti particolari, dalla fastosità (»»qua i merletti), dall’esuberanza, dall’egocentricità, da un modo di vivere forse fra più bizzarri (»»qua i prodotti di lusso). I committenti, in generale, sono stati la chiesa cattolica, principi sovrani nobili, ma anche i borghesi che vedevano nell’arte un modo di entrare nelle dinamiche sociali del tempo. E il Barocco, a detta di Heinrich Wölfflin – allievo di Jacob Burkhartd (»»qua) -, non sarà un periodo di ascesa o di decadenza, ma semplicemente un’arte totalmente diversa, espressione di un’epoca. Un’arte dove l’illusionismo, la curva, la complessità, l’effetto scenografico sono i protagonisti.
Ebbene, dopo un primo accenno all’Italia (»»qua), di seguito tre immagini di tre chiese che rappresentano il periodo in questione aldilà delle nostre Alpi.

Luogo di partenza della Controriforma, la Chiesa di San Michele in Monaco di Baviera è un primo tentativo di barocco tedesco d’ispirazione italiana, luogo dei gesuiti, voluta da Guglielmo V di Baviera (1548-1597), detto il Pio – ricordiamo essere stato educato proprio dai gesuiti -, alla fine del XVI sec.

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Uno dei primi approcci alla nuova tendenza in terra austriaca, lo vediamo nella Chiesa am Hof in Vienna, chiesa gesuita che, sebbene di stile gotico – fu iniziata alla fine del XIV sec. -, si fornì, grazie all’architetto italiano Carlo Antonio Carlone (1635-1708), di una facciata d’ispirazione barocca. Qua, nel 1806, Francesco II (1768-1835) dichiarò sciolto definitivamente il Sacro Romano Impero, rinunciando alla corona.

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In Spagna, la Collegiata di San Isidro, anch’essa gesuita, è nettamente barocca, principiati i lavori nel 1620 e consacrata nel 1651. Progettata dall’architetto Pedro Sànchez e continuata da Francisco Bautista, è stata suggerita dalla Chiesa del Gesù a Roma. Sorge nello stesso luogo dove vissero San Isidro e Santa María de la Cabeza, dove c’era un pozzo la cui acqua, dicono, curava malattie.

Aug 042012
 

La famosa battaglia di Pavia del febbraio 1525, che rientra nella cronologia degli eventi delle Guerre d’Italia, fu uno scontro fra le truppe di Carlo V e quelle di Francesco I di Francia, in cui quest’ultimo fu fatto prigioniero insieme a molti illustri nobili. Alcuni storici portano la cifra di 8.000 soldati morti nelle file francesi e 1.000 in quelle imperiali, altri invece 12.000 fra morti e feriti nel campo di Francesco I e appena 500 in quello di Carlo V. In ogni caso fu una vittoria schiacciante nonostante l’inferiorità di quest’ultimo.

La genesi della battaglia si può far risalire a quando i francesi, conquistata Milano nell’ottobre 1524, presero d’assedio la città di Pavia, a circa 40 km. a sud di Milano, con una forza di circa 30000 uomini. Come risposta all’attacco, circa 23000 combattenti dell’armata degli Asburgo, comandata da Fernando de Avalos (1490-1525), arrivarono rapidamente a rafforzare i 6000 soldati della guarnigione per sollevare il blocco. Il 24 febbraio, gli spagnoli, che avevano scatenato un attacco nella notte del 23, vennero sorpresi da un forte bombardamento dei cannoni francesi e dalla carica della loro cavalleria che mise fuori uso l’artiglieria imperiale. Alle prime ore del dì, Francesco I, sicuro della vittoria, assaltò dunque le forze nemiche, commettendo l’errore di passare davanti ai propri cannoni, impedendogli di continuare a colpire gli avversari. A loro volta, nascosti dietro boscaglie, gli archibugieri di Carlo V, in numero di circa 1500, presero di fianco i francesi, provocando numerose perdite fra le loro file. La battaglia ben presto volse a termine, i reiterati attacchi francesi finirono nel sangue, gli uomini a difesa della città uscirono dalle loro posizioni per dare manforte alle truppe venute in loro aiuto. Preso fra due fuochi, a Francesco I non restò che arrendersi.
L’epoca del predominio della cavalleria pesante stava declinando, le armi da fuoco avevano dimostrato la loro importanza spesso decisiva negli scontri che oramai vedevano anche i cannoni come possibili protagonisti.

Jun 212012
 

di Ute Margaret Saine.
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All’inizio dell’Ottocento, epoca del Romanticismo, molti pittori tedeschi vivevano in Italia. L’amore per l’Italia e i viaggi transalpini sono una costante della vita culturale tedesca, non solo fin dal Rinascimento. Erano particolarmente popolari nel Settecento: Giovanni Gaspare Goethe aveva già scritto un libro sul suo viaggio italiano del 1740, ancor prima di quello più celebre del figlio Johann Wolfgang, sulle vicende del suo soggiorno del 1784-1786,  pubblicate in 1813.
In Italia, i giovani pittori tedeschi incontravano inglesi, francesi, danesi, russi, gente giovane di tutti i paesi europei ed extraeuropei, per lo più poeti e scrittori, musicisti, archeologi, e naturalmente artisti, lavorando a Roma. I pittori tedeschi di quell’inizio secolo si chiamavano Nazareni e lavoravano di solito fra Roma e Napoli. Quasi tutti si erano convertiti al cattolicesimo. Non dipingevano solo soggetti religiosi, ma anche paesaggi, e, soprattutto, belle fanciulle, balli e feste della Campania.
Uno dei pittori tedeschi che risiedeva in Italia era Johann Friedrich Overbeck, nato a Lubecca sul Baltico nel 1789. Venuto a Roma nel 1810, a 21 anni, vi rimase per ben 59 anni, ossia tutto il resto della sua vita. Nei seguenti cinquant’anni dopo il suo arrivo, altri artisti e scrittori tedeschi – e ogni tanto qualche principe come il re di Baviera, Luigi I – lo raggiunsero.

Friedrich Overbeck, Italia e Germania, 1828

L’opera più celebre di Overbeck si chiama “Italia e Germania”, dipinta fra il 1811 e il 1828, che oggi si trova alla Neue Pinakothek di Monaco. Vediamo due fanciulle, una bionda e una bruna, che si guardano chinando la testa l’una verso l’altra. Italia e Germania sono allegorie dei due paesi: giacché all’inizio dell’Ottocento, né l’Italia né la Germania erano nazioni nel senso politico (l’Italia fu unificata in 1861 e la Germania in 1871), ambedue però erano entità culturali ben definite, ma di una gran diversità interna intellettuale e regionale.
Oltre alla bellezza fisica delle fanciulle e l’attrattivo dei vestiti, privi di gioielli, il dipinto sottolinea la loro dolce intimità ed armonia. Le loro dita s’intrecciano sul grembo rosso della tedesca e le loro teste – coronate di alloro quella italiana e di fiori di campo la tedesca – si toccano quasi. La tedesca sembra interrogare intensamente l’italiana e lei acconsente a occhi socchiusi.
Le donne rappresentano l’utopia delle “giovani” nazioni, ovvero potenziali, anzi embrionici, Italia e Germania, e la loro amicizia. Il pittore si serve del solito stile religioso per rappresentare la Vergine, raddoppiando solo la figura femminile.
Ma c’è un dipinto rinascimentale, in particolare, cui “Italia e Germania” si assomiglia: si tratta dell’“Amore sacro e amore profano” di Tiziano, che Overbeck avrebbe certamente visto alla Galleria Borghese di Roma, dove si trova ancor’oggi. In questo quadro vediamo anche lì due giovani fanciulle, sedute distanti, ai due lati di un sarcofago che fa da fonte, al contrario delle donne di Overbeck che sono più adulte e strettamente unite nello spazio centrale. Trattandosi di un soggetto secolare con sfumature allegoriche, Overbeck prescinde del putto che Tiziano mette da mediatore fra le donne (l’amore, ecco!), giacché Italia e Germania sono già unite per volontà propria.

Tiziano, Amor sacro e Amor profano, 1515

Come nel quadro di Tiziano, Overbeck rappresenta dei paesaggi coordinati: a destra, dietro le spalle della tedesca, una città tedesca fortificata col campanile gotico, e dietro l’italiana, a sinistra, una chiesa romanica e un paesaggio di colline. Come se fossero mentali, i due paesaggi si fondono e confondono dietro le teste delle donne. Su una balaustrata a sinistra si trova un libro, emblema di storia passata e di potenziale futuro, e a destra vediamo il pilastro di una casa. Le donne sono su in uno spazio ambiguo fra domestico e selvaggio, simultaneamente interiore ed esteriore, su una specie di balcone o cortile, fra le rappresentazioni naturali e architettoniche di ambedue lati.
Il titolo originale del dipinto era “Sulamith und Maria”, suggerendo un contesto giudeo-cristiano. In un certo momento, Overbeck deve aver sentito la necessità di una “intesa cordiale”, forse profondamente personale, fra Italia e Germania.
Overbeck scrisse anche poesie e saggi maggiormente di teoria d’arte. Morì a Roma nel 1869 ed è sepolto nella chiesa di San Bernardo alle Terme. Per molte ragioni il dipinto “Italia e Germania” è la sua opera più celebre.

© Ute Margaret Saine

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Il presente saggio fa parte di una serie titolata “Legami“, sui rapporti fra diversi paesi, culture e religioni.

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May 262012
 

How beautiful is youth
that runs away though
if you want to joy, let lure
about tomorrow we’re not sure” (1)

Antonio di Puccio Pucci, Lorenzo de' Medici e Francesco Sassetti con il figlio più giovane, Ghirlandaio, 1485.

This is what Lorenzo The Magnificent (1449-1492) sang in the middle of Fifteenth, the century which sees higher development of Humanism, the Renaissance, century which paves the way to the geographic discoveries, to new worlds and new trades, which preludes scientific discoveries. In his palaces the most varied artists joined together, poets, writers, literati, translators, prominent people of our culture. Villas in Cafaggiolo, in Fiesole, in Careggi, that same villa in Larga street in Firenze (today named via Cavour), saw Michelangelo, the Ghirlandaio, Guicciardini, Angelo Poliziano, Pico della Mirandola, discuss about philosophy, history, art, politics, religion, latin, greek.
Time, the Fifteenth century, during which Italy re-discover worth of Classics, Classics meant not as an end point, but as a start to a new way of seeing and living life, during which centrality of the human being is highlighted. In Milan, Ludovico Maria Sforza, the Moor (1452-1508), few years younger than the Magnificent, used to receive painters and artists such Bramante, Leonardo da Vinci, Baldassarre Castiglione e many more. And in 1482, to justify his government “funded a printed edition of his father, Francesco Sforza, biography, written in latin by Giovanni Simonetta, and strove to widespread it […].” (2) Culture and power went hand in hand in a time in which artists used to travel, move from a city to another, from a court to another, communicate through the new mobile Gutenbergs types, through paintings, frescos, sculpture, music.

Federico da Montefeltro, Piero delle Francesca, 1472.

Not only the big courts had their own entourage, but also the little Urbino duchy, with his good – so to speak – duke Federico da Montefeltro (1422-1482), concurred to spread, also but not only, arts and literature. The same Montefeltro who received Francesco Laurana, Piero della Francesca, Paolo Uccello, Giusto di Gand, Pedro Berruguete, Vespasiano da Bisticci, men, in short, that were examples to many, the same Montefeltro who conceived the beautiful ducal palace.
Another contemporary of Lorenzo was Pope Sixtus IV (1414 – 1484), professional theologian, not always on good terms with the Medici, by whom derives the name of Sistina Chapel, ready to support building, expanding the Vatican Apostolic Library, opening Sistina street, reorganization which involved also the staff of the Curia, recruiting more than necessary.
By force majeure, we must mention – we already repeated that history is a dependence-interdependence of events – Mohammed II, turkish sultan, (1432 – 1481) who, conquering Costantinoples in 1453, pushed various literati to emigrate from east to west, bringing with them classical greek texts, enticing to investigate and deepen subject left by the wayside or just reserved for insiders, in abbeys or monasteries.
East wasn’t less than West: “His majesty the Sultan had the habits to read philosophical texts translated into arabic from persian and greek, and to discuss treated subjects with his court scholars […]” (3) wrote the Cretan linguist Giorgio of Trebisonda (Trapezunzio).
All these people – the list could be much and much longer – were coeval with Lorenzo de’ Medici, who, by his patronage, marked a century, a century of which still, hundred years after, we talk about… and let us live.

Maometto II a Costantinopoli

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- 1. trans. eng. Scheila Morganti.
- 2. Lisa Jardine, Affari di genio, Carocci, Roma, 2001, pag. 251.
- 3. op. cit. pag. 201.

Dec 132011
 

In un mio precedente articolo, Roma, fra la fine del 1400 e gli inizi del 1500, abbiamo accennato al fatto che nella città vivevano più uomini che donne. Uomini in cerca di fortuna, potere, favori, lavoro, commercio, ricchezze, e via dicendo. Donne, alcune certamente, che si prostituivano in cambio di una remunerazione materiale, non sempre sottoforma di denaro. Roma era un luogo dove le peripatetiche, generalmente e con le dovute eccezioni, potevano esercitare la professione senza essere quasi molestate, in quanto cortigiane protette da questo o da quel personaggio più o meno influente. Giacché ognuna di loro aveva uno o più sostenitori, signori che le difendevano e le garantivano un certo benessere economico. Ricordiamo, per fare un esempio, Fiammetta, preferita da Cesare Borgia, cortigiana che diede il nome alla piazza che ancora oggi lo porta. E la stessa Fiammetta Michaelis si fece erigere una cappella funeraria. Donne, queste, che andavano regolarmente in chiesa e si confessavano, mostrando rispetto verso la religione cattolica, a tal punto che un luogo di prediche era la chiesa di Sant’Agostino. Seppur condannate dal governo papale, questi esigeva da loro tasse e contributi per opere anche pubbliche.
Quando poi venne il Concilio di Trento, nel 1566, Pio V cercò di liberare Roma dalle prostitute, ma le proteste vuoi degli albergatori, vuoi della gente per bene, vuoi di tutti, prelati inclusi, lasciarono vano il tentativo del papa troppo rigorista.
La loro provenienza era varia, normalmente da città italiane come Siena, Forlì, Firenze, Napoli, Venezia, etc., qualcuna spagnola, qualcuna greca, qualche altra turca, in ogni caso è difficile stilare una classifica geografica, anche perché alcune cercavano di nascondere il proprio passato, la loro vera identità, magari attribuendosi nomi fittizi. Sembra che la maggior parte avesse intrapreso quel lavoro dopo la morte del marito, o l’abbandono del compagno, o per racimolare qualche scudo per contribuire al mantenimento familiare. Usualmente risiedevano vicino le taverne, le locande, gli alloggi che ospitavano forestieri, in vie di transito e forte comunicazione, non esistendo veri e propri prostiboli. Molte di loro vivevano da sole, altre condividevano l’alloggio con colleghe, altre ancora, chi poteva permettersi case più ampie, ospitavano familiari e parenti, poche con servitù. Chiamare la gente per strada, affacciarsi dalle finestre, mostrarsi disponibili chiacchierando sul portone di casa, girovagare per il vicinato, frequentare taverne all’ora di pranzo o cena, erano accorgimenti che permettevano farsi conoscere e trovare clienti. Rarissimi i casi in cui esisteva un intermediario, solitamente l’approccio era diretto e si tentava mantenere il cliente per lungo tempo, quasi come un’amante cui badare, tenendoselo stretto. Difficile calcolare esattamente il loro numero, numero che poteva aumentare come nella carestia del 1590-1592. In ogni caso sembra essere stato circa il 10% della popolazione romana.
Fra loro c’era poi una certa gerarchia, dipendendo questa da cosa poteva offrire, dal grado di cultura, di conoscenze, dalla ricchezza, dal prestigio personale che si era conquistata con il tempo, dalla bellezza fisica, dai modi di fare e di attirare gli uomini. Elementi che davano status quo e alte possibilità di guadagno. Ponte Sisto era il luogo dove si coltivava la prostituzione di bassa classe, quelle donne cadute in disgrazia e desiderate solo da gente di mala fama, volgare, soldati di passaggio. Per tale motivo i prezzi variavano: Pierre Brantôme affermava che una prostituta di valore per una notte poteva finanche costare 12 scudi, mentre per una ordinaria Michel de Montaigne indicava da 1 a 4 scudi (1).
Eppure, le loro case erano luoghi dove gli uomini s’incontravano, discutevano, socializzavano, si conoscevano, s’intrattenevano, giocavano, recitavano, ascoltavano musica, e non solo nelle abitazioni delle cortigiane di lusso, ma anche in quelle delle prostitute comuni, accadendo pertanto che costoro erano più propense a tenere rapporti con pochi uomini regolarmente che con tanti sporadicamente, anche perché i primi potevano offrire protezione, aiuti, favori.
Non sempre andavano d’accordo, e quando litigavano fra loro, cercavano di lasciare un segno, una marca, un riconoscimento nella casa altrui, danneggiandola o sporcandola, spesso insultandosi per strada, parlando malamente l’una dell’altra e, talvolta, arrivando anche alle mani o inviando un’amante a difendere il loro onore. Il tutto per infangare la reputazione della concorrente che magari aveva tradito un tacito accordo rubandogli l’uomo.
A loro qualche poeta avrebbe dedicato dei versi, qualche narratore una storia, qualche pittore le avrebbe dipinte per futura memoria, qualche scultore preso come modelle, qualche altro artista come fonte d’ispirazione. La storia le avrebbe viste come elemento di un insieme, di un periodo, come parte del Rinascimento italiano.

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1. Elisabeth S. Cohen, Camilla la Magra, prostituta romana, in Rinascimento al femminile, a cura di Ottavia Niccoli, ed. Laterza, Roma-Bari, 2008, pag. 180.

Nov 232011
 

“Quanto alle vicende di Spagna,
i poveri sono sempre stati bene accolti nella nostra casa
e gli esuli trovavano rifugio sotto il nostro tetto.
Ebrei spagnoli, ospiti distinti e graditi,
passavano di continuo tra noi…
e mi raccontavano tutta la terribile storia dell’espulsione…”
(Eliya Capsali il Cretese, Seder ‘Eliyahu Zuta)

A volte rifletto che la storia economica dell’Europa nell’età moderna – epoca da noi investigata in questo blog – è, anche ma non solo, legata agli ebrei e ai loro flussi migratori, flussi, spesso e volentieri, indotti da volontà e forze esterne. I loro prestiti, i loro commerci, i loro interessi finanziari erano tali da poter far pendere il piatto della bilancia vuoi da una parte vuoi dall’altra: l’unione era un punto di forza. Gli imprenditori ebrei avevano un ruolo importante nei traffici del Mediterraneo, negli scambi commerciali con l’Oriente, così come nelle elezioni di certi imperatori – vedi Sacro Romano impero. Pepe, spezie, gioielli, stoffe, denaro, lettere di cambio, crediti, e via dicendo, furono gli articoli maggiormente negoziati, articoli che entravano e uscivano da determinate città o porti che agevolavano il loro commercio e permettevano sviluppare, più o meno liberamente, le loro attività; ricordiamo, in Italia, Ancona, Livorno, Pisa, Pesaro…
Sappiamo bene che l’editto di espulsione dalla Spagna del 1492, promulgato dai re cattolici, indusse gli ebrei a rifugiarsi sia verso il Portogallo che verso le terre del nord Europa, una migrazione temporanea, giacché proprio il Portogallo, qualche anno dopo, il 19 marzo 1497, costrinse loro battezzarsi la domenica successiva, almeno tutti coloro compresi fra i quattro e i quarant’anni. Ordine che causò scompiglio, panico, decisioni affrettate, oltre che umiliazione. Eppure, nonostante la conversione di alcuni alla fede cristiana, la vita in quelle terre non fu certo facile, accusati di professare segretamente la loro religione e sempre presi di mira o incolpati.
Vi furono città che, vedendo possibilità di sviluppo economico, incoraggiarono con leggi speciali accogliere comunità sefardite, provenienti dalla Spagna e dal Portogallo, città come, per fare un solo esempio, Venezia e Ferrara. Ma non sempre, giacché anche queste, a un certo punto della storia, sono costrette a rivedere le proprie decisioni: Venezia, nel 1550, decreterà la loro espulsione. E Ferrara ne accoglierà un buon numero, grazie alla protezione degli Estensi – in modo particolare Alfonso I (1476-1534) ed Ercole II (1508-1559) -, Ferrara, città in cui si sviluppò durante il XVI sec. un pacifico scambio culturale, religioso, fra sacerdoti cattolici e rabbini. Fra i grandi che vissero per qualche anno nella città emiliana, ricordiamo l’umanista Abraham ben Mordekai Farissol (1451-1525) e il medico Amato Lusitano (1511-1568), docente di botanica e anatomia. Poi, sul finire del ‘500, il clima cambierà e numerosi furono costretti a partire, taluni anche verso la lontana Turchia, pronta a ospitarli.
I marrani, gli ebrei battezzati, non avevano dunque un’esistenza pacifica: visti dalla parte cristiana erano sempre ebrei, visti dalla parte ebrea erano apostati, poco affidabili e poco credibili. Inoltre, loro stessi, gli stessi marrani, per continuare a mantenere relazioni con gli ebrei dovevano dimostrare essere, nella loro intimità, ancora ebrei, per non parlare degli squilibri, della sofferenza che portava l’esser stati obbligati a convertirsi. Una dualità che condurrà peraltro a problemi psicologici e a traumi esistenziali. Costretti com’erano a vivere in zone limitrofe alla città o in ghetti – ricordiamo quello di San Girolamo a Venezia voluto con un provvedimento del 1516 -, a girare con copricapo o con simboli che li identificavano, queste persone erano di solito considerate sospette e tenute sotto sorveglianza. Infatti, la bolla di papa Paolo IV (1476-1559), Cum nimis absurdum, ordinava loro, fra le altre cose, indossare segni di riconoscimento.
Coloro che abbracciarono il cristianesimo, lo fecero di malavoglia, cercando di perpetuare le loro tradizioni, come sempre, in forma orale, sostituendo i libri ebraici con la Bibbia, professando solo esternamente la nuova fede. E le donne, e gli anziani, svolsero un ruolo decisivo nella trasmissione delle tradizioni orali, poiché quando un ragazzo diventava adolescente, in grado cioè di mantenere un segreto, quello della loro vera fede, veniva iniziato nella sua vera credenza giudaica. Tradizione, oralità, credenza, memoria, elementi tipici di un popolo costretto a sfuggire alle persecuzioni. Da qui, l’importanza della parola ebraica Zakhar, ovvero ricordare, è tale che nella Bibbia è ripetuta nelle varie declinazioni ben 169 volte.

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Nov 212011
 

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Suggerimenti lettura:

- Cristoforo da Messisbugo, Banchetti, composizioni di vivande e apparecchio in generale, Neri Pozza, 1960.
- Claudio Paolini, A tavola nel Rinascimento. Luoghi, arredi e comportamenti, Polistampa, 2007.
- Françoise Sabban, Silvano Serventi, A tavola nel Rinascimento, Laterza, 1996.
- Sergio Innocenti, Trattato della cucina medievale, ed. Delirium, 2011 – ebook.

Oct 252011
 

La fantasia, l’inventiva, l’estro, l’intelligenza di Leonardo da Vinci (1452-1519) non ebbe eguali nell’epoca in cui visse, e forse neanche oggi. Il suo straordinario genio lo portò, fra le altre cose, a progettare armi, sebbene talvolta poco pratiche, da difesa o d‘attacco.
Giunto alla corte di Ludovico il Moro (1452-1508), nel 1482, iniziò ad elaborare una serie di progetti di macchine da guerra che dovevano servire sia a impressionare l’avversario, sia a debellarlo.
Di seguito tre delle tante invenzioni leonardesche provenienti dal Codice Atlantico.

La balestra gigante è un’idea sviluppata fra il 1485 e il 1488. L’arco, che doveva misurare 13 metri, si tendeva grazie a un argano posto nella parte posteriore, mentre la stessa balestra poggiava su sei ruote inclinate che davano stabilità all’insieme.
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Il cannone smontabile, di grande dimensione, doveva essere un sistema pratico per trasportare le diverse parti anche nei luoghi meno accessibili e impervi, per poi assemblarsi sul terreno di bisogno. Si noti che la maggior parte delle armi erano elaborazioni, miglioramenti, sviluppi di quelle già presenti all’epoca.

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Altro marchingegno è il sistema per respingere gli assalti, marchingegno azionato da una lunga corda collegata a un argano che doveva far uscire dalle mura un grande pettine collegato a una barra trasversale che si adoperava per far cadere le scale degli assalitori.

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